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PERIODICO BIMESTRALE - ANNO I - Numero 00 - Giugno/Luglio 13

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INDICE 29

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In copertina. Il modello di un progetto in corso di realizzazione a Lugano esprime il confronto tra l’esistente e il nuovo in architettura.

PERIODICO - ANNO I - N. 00 Giugno/Luglio 13

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EDITORIALI 03 MADE: UNA NUOVA AVVENTURA 05 TICINO: MOBILITY ARCHITECTURE DESIGN ENVIRONMENT

Direttore scientifico: Gabriele Cappellato Direttore editoriale: Matteo Pozzi Capo redattore: Michele Roda Hanno collaborato a questo numero: Gabriele Cappellato, Lorenzo Donati, Kurt Frey, Roberta Fasola, Roberto Favaro, Simona de Giuli, Domenico Lungo, Gaia Mussi, Elisa Pini, Michele Roda. Realizzazione e Stampa: MEDIA POINT SA Pr. Grafico e Impaginazione: Silvia Donghi MEDIA POINT SA Piazza del Ponte, 9 CH-6850 Mendrisio Info Edizioni del Lago S.r.l. Via Per Lecco, 51/a 22100 Como T. +39 31 283924 F. +39 31 5560120 redazione@mademagazine.ch

LETTERATURA E ARTE 44 TITA CARLONI E IL “SUO” TICINO 47 LENI RIEFENSTAHL E VAL BAVONA: TERRITORIO E CINEMATOGRAFIA 50 LA MUSICA DELLA CITTÀ, LA MUSICA DEL TERRITORIO

TEMA 07

TERRITORIO E CITTÀ: CONSONANZA AMBIENTALE

MOSTRE 53 PINO MUSI

ARCHITETTURA TICINESE 17 TRA INFRASTRUTTURE E TERRITORIO 22 METAMORFOSI URBANE

UN PROGETTO FOTOGRAFICO 60 FOTOGRAFARE LO SPAZIO “MODERNO” 63 I SIMBOLI DEL NOSTRO TEMPO

29 SOLIDO DEFORMATO PER UNA CASA NON CONVENZIONALE 35 UNA VILLA TRA CITAZIONI E PAESAGGIO

CITTÀ E SOCIETÀ 40 MUOVERSI AL RITMO DEI BAMBINI 42 LO SPAZIO PUBBLICO E LA STREET LIFE

PROGETTI 67 LUGANO, UN PROGETTO TRA STORIA E INNOVAZIONE

RICERCA E STORIA 72 ARTE E PERCORSI PER UNA CITTÀ CHE GUARDA AL FUTURO 74 CITTÀ E NATURA NELLA STORIA DELL’ARCHITETURA


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ED I TO R I A L E

M A D E : UN A NU O VA AV V EN T UR A Testo: Matteo Pozzi

In contemporanea con Tale&a, esce in Canton Ticino una sorta di “numero zero” di una nuova rivista dedicata all’architettura (nel suo senso più ampio e interdisciplinare: dal paesaggio al dettaglio) e denominata MADE – Mobility Architecure Design Environment - che uscirà in Canton Ticino, costituendo un’occasione per uno sguardo curioso e al tempo stesso critico. Applicare questa chiave di lettura al Canton Ticino significa da una parte ragionare sul tema delle trasformazioni urbane e territoriali contemporanee (che sono un tema globale), dall’altra riconoscere le specificità di un luogo/ società che a dispetto di dimensioni ridotte ha saputo costruire dalla seconda metà del Novecento in poi una propria identità nell’architettura contemporanea. Da Botta a Galfetti, da Snozzi a Vacchini, sono numerose le figure notevoli, punti di riferimento progettuale e culturale che il Ticino possiede proprio per tradizione. La centralità del Ticino nel panorama europeo è confermata dalla presenza, sempre più significativa anche a livello internazionale, dell’Accademia di architettura di Mendrisio. Ad un panorama culturale sicuramente vivace, si accompagna un altrettanto dinamico settore delle costruzioni, solo in parte toccato dallo stato di crisi in cui versa tutta Europa, capace di esprimere tecniche esecutive, artigianalità, contenuti innovativi di sicuro interesse. In questo quadro, una nuova voce – insieme culturale e di proposta concreta di modelli operativi – è l’occasione per una rassegna orientata e critica delle esperienze più significative, delle storie più interessanti, delle figure nodali, delle imprese più innovative. Una rassegna che sappia declinare le istanze più generali e globali dell’architettura contemporanea: dalle questioni della sostenibilità a quelle della nuova densità urbana, dall’integrazione tra spazi aperti e ambiti costruiti alla sovrapposizione delle tradizionali tipologie edilizie. Questa nuova voce dovrà mettere al centro la testimonianza del progetto realizzato, quindi del processo di costruzione dell’architettura, in tutta la sua filiera: committente – progettista – impresa. Ovvero dalle esigenze

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trasformative alle modalità realizzative senza dover scontare una visione ufficiale e dunque senza l’obbligo di rispettare canoni ed equilibri. Molti degli autori degli articoli sono docenti e collaboratori dell’ Accademia di Mendrisio, che rappresenta non solo una punta di eccellenza nel campo dell’educazione in campo architettonico, ma anche e soprattutto un imprescindibile punto di riferimento per chi guarda alla Svizzera italiana con occhio attento alle questioni architettoniche. Questo numero particolare è stato costruito, nella sua struttura, con la collaborazione di Gabriele Cappellato, docente dell’Accademia di Architettura di Mendrisio fin dalla sua fondazione, e ha un titolo “Territorio e Città” perché affronta, sotto molteplici punti di vista, il tema più significativo del nostro tempo, le modalità con cui i territori della contemporaneità si trasformano e si modificano. L’articolo di apertura cerca infatti di rispondere, in maniera scientifica e con una serie di riferimenti alla cultura architettonica e artistica contemporanea ad una questione: è possibile oggi lavorare sul territorio integrando architettura e ambiente? Lo stesso tema che, declinato in maniera diversa, fa da sfondo ad altri articoli. I tre progetti presentati in sequenza danno alcune risposte, diverse in rapporto alla scala dell’intervento: dall’edificio più grande di tutto il Canton Ticino (il termovalorizzatore di Bellinzona) a due piccoli progetti di edifici residenziali che mettono al centro il rapporto con il contesto. Ma, come dimostrano i pezzi sui piani di mobilità e sullo skate park di Lugano, non sono soltanto le costruzioni a trasformare il territorio. Nella società contemporanea alcuni stili e pratiche di vita segnano i cambiamenti, non visibili ma ugualmente impattanti. Parlare di architettura, significa entrare in numerosi interstizi affrontando in termini ambiziosi con una chiave di lettura diversa sotto il profilo tematico, metodologico e operativo in cui possono essere letti anche come termini unitari alle varie scale di intervento e contemporaneamente legate alla stessa connotazione di ogni singola disciplina.

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ED I TO R I A L E

TICINO : MOBILIT Y A R CHITECT UR E DESIGN EN V IR ONMENT Testo: Gabriele Cappellato

La nuova rivista MADE – Mobility Architecure Design Environment - intende porre un’attenta e profonda riflessione attorno alle origini e all’essenza del fare architettura in questo terzo millennio. Il confronto con tematiche sia di ordine teorico sia pratico si situa su un percorso tracciato e consolidato nella Svizzera italiana. Innanzitutto parlare di ARCHITETTURA è una scelta forte per il significato che esprime la parola che richiama ad una importante tradizione disciplinare, definendo in tal modo il proprio campo di interesse. Inoltre la metodologia di progetto dell’architettura possiede specificità tali che dipendono più precisamente dal suo stesso punto di applicazione. L’idea di offrire ai lettori un tema monografico spinge la Direzione della rivista ad indagare con la redazione in profondità per ogni numero pubblicato e in tal modo fa emergere l’attitudine naturale intrinseca di ogni elemento con una sua analisi intellettuale dedotta dall’originalità del tema trattato che ci fa considerare l’architettura come un contenitore di forze creative differenziate che possono modificare le diverse componenti presenti al suo interno. La nuova rivista vuole essere uno spazio a portata di un pubblico interdisciplinare visto nel senso più generale e ampio del termine, ciò consente di prendere in considerazione una ricca scelta di esperienze nei campi più diversi. Ogni tema dalla filosofia alla critica, dalla musica alla matematica, dalla geografi a all’economia e avanti così, può essere letto come metafora di un ribaltamento figura sfondo in cui il vuoto acquista il significato di sostanza concreta e trova un suo equilibrio tra i due opposti: presenza e assenza, essere e divenire. L’attenzione della rivista sarà dunque sui meccanismi del pensare e del costruire invitando il lettore a soffermarsi sulla complessità del progetto e sul pensiero

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che ha mosso l’autore per definire l’opera e gli elementi della costruzione. La nuova rivista non si rivolge soltanto a un pubblico per addetti ai lavori, ma a chiunque desideri confrontarsi con l’arte, l’abitare, l’ambiente costruito, il territorio ecc. Essa si presenta a carattere tematico e di volta in volta un soggetto sarà al centro di una serie di contributi specifici qualificati, provenienti da discipline diverse come la critica, la storia dell’architettura, l’arte, la filosofia, la letteratura, la scienza, l’ecologia, la fotografi a, il cinema ecc. L’esplorazione di ogni numero non avrà carattere direttamente strumentale ed operativo ma piuttosto si porrà il problema di come trasformare il materiale da pubblicare in riflessioni e contributi di esperienze avvenute in occasioni diverse. I primi cinque numeri della rivista saranno completati da un sesto fascicolo, diverso nell’impostazione dei contenuti perché offrirà un panorama di tutti progetti presentati nei 5 precedenti numeri in modo da assicurare una raccolta e una qualità dei temi trattati in precedenza. La redazione è composta da alcuni studenti di architettura, giovani architetti progettisti, qualificati ed esperti redattori che saranno affiancati da collaboratori esterni specialisti nelle loro discipline. La nuova rivista MADE ha carattere sperimentale che credo sia l’unico possibile per far nascere nuovi stimoli e reazioni all’attuale condizione di crisi del costruire oggi. L’ambito geografi co di interesse corrisponde in generale a tutta la Svizzera e in particolare alla regione Ticino, segnalando interventi, opere e costruzioni sul territorio di riferimento. La rivista sarà stampata in 2000 copie cartacee e inviata per abbonamento o con vendita diretta nelle edicole e nelle librerie; sarà inoltre possibile visionarla anche su smartphone e tablet.

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© Alessandra Fasola

T ER R I TO R I O E CI T T À : CONSONANZA AMBIENTALE

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La rigenerazione urbana, il recupero delle aree dismesse e del tessuto edilizio, la densificazione, la mobilità lenta, la riqualificazione a scala microurbana, l’incentivare processi di progettazione partecipata, sono i temi con cui architetti e urbanisti si confrontano nella progettazione della città e del territorio contemporaneo. Il riuso sostenibile del patrimonio edilizio e la riqualifica ambientale dello spazio aperto urbano costituiscono un’occasione unica con cui confrontarsi sia a scala urbana sia a quella architettonica per proporre soluzioni di sviluppo innovative. Il riutilizzo di edifici che hanno perso la funzione originaria, obsolescenti materialmente e tecnicamente, da trasformare per soddisfare le normative sempre più esigenti in termini di sicurezza, comfort, vivibilità dell’ambiente interno ed efficienza energetica, diventa sempre più occasione di lavoro e impone il tema del recupero e riuso. Rilevante diventa la riqualificazione energetica degli edifici, l’esigenza di approntare interventi sostenibili che hanno come obiettivo la riduzione del consumo di risorse non rinnovabili, dell’inquinamento atmosferico e del costo del ciclo di vita dell’edificio, che porta necessariamente a pensare, e applicare, nuove e appropriate strategie progettuali. Allo stesso tempo affrontare i principi basilari dell’environmental design, della progettazione ambientale, permette di ragionare sulle sue potenzialità, e possibilità di trasformazione e riconversione dello spazio aperto, come elemento di riqualificazione urbana. Il modello di organizzazione territoriale, o modello territoriale, per il Canton Ticino dopo vari studi e approfondimenti è sintetizzato nel concetto di Città – Ticino. Una complessa articolazione di agglomerati urbani e aree montane, aree dinamiche e aree in declino. Una regione unica, una realtà urbana, in cui le tradizionali distinzioni tra centro e periferia, tra agglomerato e montagna si stemperano e scompaiono. Quindi il territorio attuale del Canton Ticino presenta le condizioni, e problematiche, che contraddistinguono buona parte del territorio contemporaneo, offre materiali e

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situazioni, con cui confrontarsi sia come temi progettuali presenti sul tavolo degli architetti e degli urbanisti, sia come ambito di ricerca e riflessione. Tra questi il progetto dello spazio pubblico si impone come un tema primario della pianificazione urbana cantonale. Obiettivo del Cantone è quello della creazione e del mantenimento di spazi pubblici di qualità. È evidente che il tema della qualità urbana è strettamente connessa al benessere, inteso come possibile accessibilità del cittadino a beni e risorse. Benessere quindi che concerne tutti gli spazi di vita dell’uomo, ambiente, lavoro, mobilità, istruzione, salute e legate alle caratteristiche, e capacità, prestazionali di un ambito. Centrale è il tema della vivibilità degli spazi urbani, riconoscere il valore del vuoto e degli spazi aperti, ragionare intorno a nuove forme di relazione con la natura, attraverso la valorizzazione delle risorse naturali. La consapevolezza della sostenibilità in ambito architettonico e urbanistico porta necessariamente a proporre nuove strategie progettuali, induce a ripensare ad una nuova visione del rapporto uomo-natura, un nuovo sentimento della natura. Si tratta di approntare una consonanza ambientale che richiede una modalità, e sensibilità, contemporanea di ascolto dei luoghi, ma soprattutto l’allestimento di progetti di trasformazione in grado di integrare i tempi, i processi geologici e biologici, adeguarsi ai ritmi biologici di crescita, nell’evidenza sia delle forme, e risultati, finali sia nei processi creativi. Proponiamo, quindi, personali ricerche, e visioni, che prospettano, a tale proposito: un paesaggio abitabile, il paesaggio come spazio pubblico contemporaneo, agricoltura + architettura e l’architetto giardiniere.

Testo: Domenico Lungo


Robert Smithson, Incident of Mirror - Travel in the Yucatan, 1969

UN PAESAGGIO ABITABILE Nella raccolta di scritti di Karel Teige, “Surrealismo Realismo socialista Irrealismo”, troviamo un saggio del 1947 “Sull’architettura e la natura”, dove l’eclettico teorico dell’arte e dell’architettura, legge i mutamenti del rapporto dell’uomo con la natura nel tempo, “il dialogo e il duello tra l’architettura e il paesaggio” in una correlazione e in una contrapposizione continue. Nella sua riflessione compie un breve excursus storico per arrivare a focalizzare, e sostenere, le tesi de “Il paesaggio abitabile” portate avanti dal suo connazionale Ladislav Zak. Dopo aver rilevato limiti e incongruenze dell’urbanesimo funzionale, Teige osserva: “anche se l’architettura si adattasse quanto più felicemente al possibile quadro paesaggistico, pure il valore naturale, biologico, umano del paesaggio viene trasformato in un valore di scambio e la natura viene degradata a merce”. Più avanti ancora riprende nelle annotazioni di viaggio da Algeri e dal Marocco di Le Corbusier la formulazione della teoria dell’oasi, dove lega la misura ragionevole del consumo ai principi del necessarismo nel lavoro di Zak, come fondamento dell’idea di paesaggio abitabile. Si tratta per l’architettura moderna di affrontare un tema “trascurato dall’avanguardia architettonica”, la creazione del giardino e parco moderno, “un funzionale ampliamento e completamento dell’abitazione

per mezzo dello spazio verde aperto e del cielo”, si pone il compito di creare il “parco del tempo moderno”. Il paesaggio abitabile è composto da giardini e parchi pubblici con elementi e motivi del paesaggio locale. Prevede il rinnovamento della riserva verde, il rimboschimento delle zone periferiche, l’aumento di superfici verdi nel centro e nei quartieri abitati, si parla di risanare e rendere la città più abitabile attraverso un intenso rinverdimento e reclutamento di superfici libere per parchi pubblici. L’idea di paesaggio abitabile suggerisce una soluzione al conflitto tra architettura e natura: “salvaguardare oppure restituire a una regione la sua abitabilità significa trasformare il territorio in parco”. La visione di trasformare il territorio in un esteso parco, unita a concetti come necessarismo, misura e rinverdimento invitano, in termini attuali, a cambiare scala di intervento, a comprendere, e integrare, le caratteristiche biotopiche del territorio, armonizzare le relazioni tra le dinamiche ambientali e lo sviluppo urbano. Invitano a leggere il territorio, il paesaggio, la sua messa in forma, la sua geografia naturale e le città con i suoi elementi artificiali, come un unico ambiente, come un quadro d’insieme dove cercare relazioni, non contrapposizioni, dove il progetto ambientale, degli spazi aperti, diventa il progetto di un interno di questo ambiente unico, in grado di restituire identità e specificità.

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Nella pagina accanto: Le Corbusier, La Ville Radieuse, 1935 Lee Friedlander, Central Park, New York, 1991 A destra: David Greene, L.A.W.u.N. 1: An Experimental Bottery, 1969

I L PA E S A G G I O CO M E S PA Z I O PUBBLICO CONTEMPORANEO La relazione fra architettura e paesaggio è indagata, e approfondita, da Iñaki Abalos in “Atlas Pintoresco Vol 1”. È la proposta di una vera e propria rifondazione della disciplina dell’architettura del paesaggio, dove il paesaggio è inteso come il nuovo e vero spazio pubblico contemporaneo, e soggetto fondante del progetto di trasformazione del territorio. Un paesaggio-soggetto che rivendica una sua vita propria, non soltanto porzione territoriale da guardare, ma da ascoltare, comprendere attraversandolo e vivendolo. Il paesaggio inteso e vissuto non più, o solo, attraverso un’esperienza contemplativa che esprime un senso di dominio e desiderio di possesso, e senza stabilire l’interesse ad un dialogo che passi attraverso una condivisione di valori o di interscambio. Robert Smithson proponeva di esperire e di vivere le sue opere di land art, secondo una rinnovata concezione del pittoresco contemporaneo, un pittoresco legato a una molteplicità delle vedute, un’esperienza del paesaggio legata all’attraversamento dell’opera e alla rivelazione delle caratteristiche del sito. Quando Inaki Abalos mette a confronto due immagini - quella del Central Park di Olmsted e quella della Ville Radieuse di Le Corbusier - propone due visioni antitetiche del rapporto architettura e paesaggio che portano ad una visione quasi identica dove figura e sfondo, paesaggio e architettura, dialogano strettamente, e costituiscono

un tutt’uno. Emerge così il vero pittoresco contemporaneo: “dove alberi e edifici, crescendo assieme, formano un’unica modalità di spazio pubblico in cui possiamo muoverci senza sentirci manipolati, un amalgama che riconosciamo e identifichiamo come il nostro mondo”. È ancora Abalos a chiedersi: “da dove si originano i temi, radicalmente differenti da quelli predominanti nella modernità, situati oggi al centro dell’interesse professionale?”. Il progetto di architettura - paesaggio deve quindi farsi carico di lavorare sulle relazioni spaziali e sui rapporti tra gli edifici e la città - principalmente attraverso il progetto degli spazi pubblici, cioè degli spazi che si configurano come luoghi risolutivi della discontinuità diffusa. In questi termini il progetto di architettura si avvicina sempre più al progetto di paesaggio, da qui lo stretto binomio architettura – paesaggio, e sono individuati cinque punti su cui fondare la nuova architettura del paesaggio. Il primo è riferito alle tecniche costruttive che offrono una base per la disciplina e la sua stessa ripercussione estetica, il secondo alle tecniche analitiche e progettuali che fondano il nuovo progetto del progetto, il terzo alle implicazioni antropologiche ed ecologiche della concezione del paesaggio come costruzione di una nuova modalità di spazio pubblico contemporaneo, il quarto e il quinto alla relazione che l’architettura del paesaggio stabilisce con la cultura contemporanea negli ambiti artistici, scientifici e filosofici e con la propria storia disciplinare.

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AG R I CO LT U R A + A R C H I T E T T U R A Andrea Branzi osserva a proposito della relazione uomo e natura che: “Il mondo dell’artificiale, nato per sostituire una natura inadeguata, sta riscoprendo la natura come regno di una tecnologia inarrivabile, come capacità straordinaria di produrre materiali, prodotti, prestazioni eco-compatibili, alimentandosi delle tecnologie deboli e diffuse della natura su intere regioni.” Individua, poi, nelle aree rurali un modello insediativo costruttivo utile nel ripensare un nuovo modello di urbanizzazione. A tale proposito occorre evidenziare la tendenza sempre più diffusa a usufruire delle aree rurali attorno alla città da parte dei cittadini per attività non solo legate allo svago, al tempo libero e allo sport, ma anche vivere gli spazi agricoli come forma di apprendimento della cultura contadina, vissuta attraverso la frequentazione di agriturismi o aziende che propongono coltivazioni biologiche. Per sostenere il suo ragionamento, Branzi illustra la stretta relazione tra agricoltura e architettura, ragiona sull’origine agricola dell’architettura, ma anche dell’origine architettonica dell’agricoltura, specie nelle aree del Mediterraneo dove “questi diversi usi del territorio convivono, generandosi l’uno dall’altro e spesso in maniera simbiotica”, e fa gli esempi degli agrumeti della costa mediterranea, in cui “l’agricoltura svolge un ruolo costruttivo, e le strutture architettoniche partecipano di un’energia produttiva naturale”. Sono considerazioni che rimarcano “la diversa presenza della componente tempo oggi totalmente scomparsa nell’architettura” che appare rigida e definitiva, mentre “è sempre presente nei cicli stagionali dell’agricoltura”. È un ribadire, attraverso

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altre forme di ragionamento, il protagonismo dell’ambiente fisico, in questo caso quello specifico rurale, nonché l’osservazione e la modalità dell’integrazione dei processi di evoluzione del paesaggio come guida dei processi progettuali e come occasione di nuove relazioni con la natura in termini spaziali e temporali. Tesi e posizioni quelle di Branzi illustrate nel progetto “Agronica – Urbanizzazione debole”, che porta avanti l’idea di un territorio semi-urbanizzato e semiagricolo, dove l’agricoltura è pensata come “territorio enzimatico, orizzontale, sistemico, mutante, inespressivo, nel senso che non produce cattedrali e monumenti”. Un modello di urbanizzazione debole, un sistema che garantisce la sopravvivenza del paesaggio agricolo e naturale, e attraverso una mediazione innovativa propone una nuova e prolifica relazione tra città e campagna. Ragionare quindi sulle implicazioni, e possibili, relazioni, tra architettura e agricoltura significa in questo caso, ragionare circa le effettive possibilità di approntare un progetto ambientale che ha come tema primario la costituzione e edificazione di un nuovo suolo. È un diverso rapporto con la materia, un diverso rapporto con la natura che diviene in questo caso, attraverso le sue forme, elemento ordinatore, si fa architettura territoriale, costruisce nuovi legami, nuove trame, dove i diversi frammenti si legano in un consapevole progetto del suolo. Un suolo inteso come fatto urbano che partecipa alla connotazione e identificazione geografica di un luogo, ne conferisce qualità specifiche, ne evidenzia il valore di interconnessione con il contesto e soprattutto, stabilisce un valore del suolo inteso come materia e risorsa da preservare.


Sopra: Andrea Branzi, Architettura/Agricoltura, modello teorico, 2005 A fianco: Andrea Branzi, Agronica Urbanizzazione debole, 1995

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L’A R C H I T E T T O GIARDINIERE Quando Kengo Kuma poeticamente, e provocatoriamente, propone di voler cancellare l’architettura sottolinea - attraverso un ragionamento articolato sul concetto di architettura del caos e spiegando le motivazioni che hanno portato alla forma finale del progetto dell’osservatorio Kirosan - come l’effetto di cancellare l’oggetto determina per contro la necessità, e possibilità, di rendere manifesto il luogo. Per cancellare l’architettura “dobbiamo invertire la direzione della visione, dobbiamo capovolgere la nostra forma di percezione. Invece di guardare l’architettura dall’esterno, dobbiamo guardare l’ambiente dall’interno”. Ciò avviene attraverso la creazione di un’esperienza sequenziale, che si ottiene invertendo la direzione della visione. Ma non solo: bisogna eliminare la dipendenza dalla percezione visiva e “rifiutare il carattere assoluto della visione”. Per farlo non basta aumentare il senso di realtà attraverso l’esaltazione multisensoriale dello spazio e delle strutture percettive, bisogna essere in grado “di rendere manifesta quella totalità chiamata luogo: una totalità tridimensionale talmente diversa da scoraggiare ogni facile definizione”. Per Kuma l’architettura di fronte alla natura, al suo equilibrio precario, deve farsi vuoto, non essere più un volume, deve frammentarsi e dissolversi. Nel progetto Ecoparticelle Nuovo quartiere Miyakojima, a

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Okinawa, propone una nuova forma urbana dove le strutture fisiche sono trasformate appunto in particelle puntuali, una forma urbana in cui gli elementi artificiali si dissolvono completamente nell’ambiente. Risulta difficile distinguere elementi artificiali o naturali, entrambi vengono posti sullo stesso piano, integrandosi perfettamente. Emerge così un insieme complesso di elementi a varia densità, alberi ed edifici sono particelle simili che formano un insieme unitario, distinguibili nelle loro differenze solo a distanza ravvicinata. Il risultato è paragonabile a un bosco punteggiato di materiali vegetali e materiali costruiti in cui è possibile girare e vagare in un numero infinito di direzioni, l’impressione è quello di attraversare e vivere in un giardino pittoresco. Non a caso, Kuma ci invita a osservare la pratica del giardinaggio come “una metodologia non-visuale”, in grado di costruire ambiti capaci di suscitare un coinvolgimento emotivo profondo, in grado di soddisfare appieno il desiderio di “essere dentro le cose”, di essere partecipe in modo coinvolgente nel mondo nuovo. La pratica del giardinaggio è destinata a soverchiare l’architettura. È compito dell’architetto, quindi, assumere le tecniche, antiche ed artigianali, del giardinaggio, adattarle a questo “mondo complesso e difficile” e farlo attraverso il contributo che può offrire la tecnologia digitale.

Kengo Kuma, Eco-particelle


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Con oltre 250mila mc è il più grande edificio del Canton Ticino. Ma è anche e soprattutto un emblema del costruire contemporaneo, del fare città e territorio.

Testo: Michele Roda Impianto Cantonale di Termovalorizzazione dei Rifiuti solidi urbani ed assimilabili (ICTR) Giubiasco (TI) Progetto architettonico: Studio Vacchini, architetti Locarno (TI) Imprese costruttrici: Consorzio 29 : Muttoni SA, Bellinzona Bossi & Bersani SA, Bellinzona Implenia Costruzione SA, Bioggio Impresa generale Antonini & Ghidossi SA, Bellinzona Rofer SA, Gordola Cronologia: Concorso - 2000 / 2001 Progetto definitivo - 2005 Costruzione - 2006 -2010 Fotografie: Studio Vacchini, architetti Locarno (TI)

Infrastruttura. Macchina tecnologica. Pezzo di città oltre l’autostrada. Pietra nel territorio che si confronta con la pianura, con le montagne, con gli intensi flussi automobilistici della A2. Concluso nel 2010 (il concorso è del 2000, l’inizio lavori del 2006), il termovalorizzatore di Giubiasco condensa nella sua compatta sagoma (corpo a C con ingombro a terra di 88 m per 112, altezza massima di 32 m) molte delle questioni nodali dell’architettura contemporanea. Da una parte c’è il rapporto con un territorio in rapida trasformazione (l’allineamento con la via di accesso e con le particelle agricole) improntato alla ricerca di un’ortogonalità lontana dall’autostrada, che ha un tracciato dalla forma libera. Dall’altra l’approccio alla tipologia: una macchina moderna, una spugna di metallo che trasforma, brucia ed elimina i rifiuti della nostra società. “Il progetto – si legge nella relazione di Livio Vacchini, scomparso nel 2007 durante il cantiere, poi concluso dallo studio che porta il suo nome – mira a far coincidere un’immagine architettonica ad un concetto di funzionalità, ecologia ed economia nella maniera esteticamente più convincente. Vogliamo un edificio astratto ma vivo”. Il riferimento di scala non è l’uomo, ma il territorio, in un luogo geografico che è snodo tra valli e cime. Nelle facciate – dove i prismi piramidali, realizzati con tessuto metallico teso su telaio di ferro, rivestono l’edificio industriale – si ritrova il senso di tutta l’operazione architettonica: astratte verso il contenuto (chi vorrebbe vedere il contenuto di un enorme cestino

di rifiuti?), permettono di ridurre l’impatto visivo, sono flessibili a modifiche ed esigenze funzionali, economiche (rivestimenti pregiati non potevano essere ipotizzati) e capaci di assorbire e deviare i rumori dell’autostrada.

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La costruzione sviluppa rapporti contemporaneamente alle diverse scale. Territorialmente mostra la sua compattezza volumetrica nel rapporto con strade e pianura, localmente gli elementi della facciata definiscono i rapporti materici e spaziali.

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Nei disegni la pianta del piano terra dell’edificio con le attrezzature tecnologiche che contiene, come una grande macchina. Il rapporto tra contenitore e contenuto è evidente anche nelle sezioni ed è stato, per i progettisti, primo elemento di sviluppo concettuale dell’intervento. Le facciate – con i suoi elementi tridimensionali disegnati in nero – segnano il confine tra dentro e fuori, tra le esigenze funzionali dello spazio tecnologico e la sua faccia esterna, ciò che la costruzione offre ai forti flussi automobilistici che percorrono la vicina autostrada. Un limite labile che qui l’architettura definisce nella sua valenza materica e di linguaggio.

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META MOR FOSI UR B A NE UN P ER CO R S O T R A I P R O GET T I D ELLO ST UD I O T IB ILE T T I A S S O CI AT I

Prima che come architetti, come cittadini siamo chiamati ad essere sostenibili, chiamati a consumare con giudizio, con parsimonia, chiamati a consumare meno. Quindi meno energia, meno materiali, meno rifiuti, meno acqua e naturalmente meno territorio. Una riduzione tanto più produttiva, quindi pienamente sostenibile, quando diventa una scelta consapevole, motivo fondante di scelte e consapevolezza della costruzione, della messa in forma di una città, di un territorio che cambia, in modo da offrire nuove opportunità, e indicare comportamenti, per vivere aspirando ad una più alta qualità ambientale e sociale. Ma - in termini concreti - come attuare questa riduzione, come farla diventare strategia progettuale, intervento urbano, linguaggio architettonico, esempio di trasformazione urbana, anzi di metamorfosi urbana? In modo chiaro, preciso, incisivo i progetti dello studio Tibiletti propongono un’interpretazione concreta della riduzione, sono interventi che esaltano un senso appropriato di misura, e attenzione agli elementi, e linguaggio, dell’esistente. Sono interventi di trasformazione di edifici, che appunto mutano, cambiano, attraverso un innesto. L’innesto, nella pratica agricola, è l’operazione consistente nel far con-crescere sopra una pianta una parte di un’altra pianta, spesso di specie o varietà diversa, in modo da saldarsi, dare vita ad una nuova pianta. Metaforicamente così appaiono gli interventi operati dallo studio Tibiletti, dove una parte, un pezzo nuovo è innestato in un edificio esistente, e dove quest’ultimo funziona come memoria, intesa come matrice nel processo di rivitalizzazione funzionale e tipologica. Sono innesti che presuppongono la necessità di collegare nuovo ed esistente, per la formazione di un tipo nuovo, tutto ciò parte con il far interagire, appunto, una parte, quella nuova, che s’innerva sull’esistente.

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Un’interazione tra la struttura di base, che fa da supporto, e un’altra struttura inserita al suo interno. Un trapianto che avviene in varie forme e modalità, nella parte superiore di un edificio, il tetto, o nelle parti perimetrali, lungo una facciata. Si passa dalla rielaborazione del tema della villa sul tetto, la nobilitazione dello spazio mansardato, all’estensione di un edificio esistente. C’è poi un’elaborazione del linguaggio architettonico che nasce dal restituire la visibilità, ed elaborazione, di questa ibridazione. L’innesto è visibile, non è camuffato, il nuovo sta nell’esistente in modo appropriato, l’esistente fa posto al nuovo, lo accoglie e lo integra. Innestare significa comunque tagliare in un punto, creare una delimitazione, che poi con il tempo si cicatrizza, e il taglio diventa parte del tutto, elemento estetico e compositivo. Le relazioni fra gli spazi nuovi ed esistenti sono spesso risolte all’interno del corpo edilizio, all’interno avvengono le mutazioni sostanziali, si stabiliscono contaminazioni spaziali. Se noi riconosciamo nella costituzione, e costruzione, fisica di un edificio un’idea d’identità personale, allora bisogna rafforzare, lavorare su questa identità. Un lavoro che in questi progetti non avviene semplicemente sulla manipolazione, o attenzione, alla composizione della pelle esterna, per cercare forzatamente l’espressività dell’edificio, proporre una vuota e pretestuosa iconografia, ricercare la tentazione di un forzato segnale visivo urbano. Piuttosto è dare fede e credito, e visibilità, alla trasformazione come evento necessario di recupero, e ragionata riduzione, che diventa spontaneamente riqualificazione urbana.

Testo: Domenico Lungo

Lugano è una città che in questi ultimi anni si è dinamizzata in modo importante: il mercato fondiario ha spinto verso la ricerca di nuovi spazi e di nuovi alloggi, in alcuni casi queste esigenze sono state raggiunte attraverso la sopraelevazione di edifici esistenti. Presentiamo nelle pagine seguenti 4 progetti di trasformazione di edifici, a firma Tibiletti Associati, che illustrano il tema “sopraelevazione e ampliamento” e che, attraverso differenti modalità, creano un dialogo con l’esistente e con il paesaggio urbano.


Residenza Galleria RESIDENZA GALLERIA

cronologia:

Sopraelevazione edificio residenziale 6900 Lugano (TI)

2010: progetto 2010-11: realizzazione

Architetti Tibiletti Associati

Arch. Stefano Tibiletti, Catherine Gläser -T. collaboratori: direzione lavori: sopraelevazione Davide Gatti Rolando Spadea e Mehdi Aouabed Marco Bondini Sagl conservativa strutture: impianti: Brenni Engineering SA

-Visani Rusconi Talleri SA -Elettroconsulenze Solcà SA

fotografo Marcelo Villada Ortiz

La Residenza Galleria, collocata tra il lungolago di Lugano e via Nassa, la via principale del nucleo storico, confina con due importanti edifici d’epoca progettati dagli architetti Mario Chiattone e Augusto Guidini. Il contesto, le caratteristiche architettoniche dell’edificio e le necessità di salvaguardia hanno imposto al progetto un atteggiamento di tipo conservativo. La trasformazione ha previsto il mantenimento della struttura portante esistente e un leggero cambiamento dell’inclinazione della falda del tetto in modo tale da creare uno spazio abitativo mansardato. Un nuovo coronamento di abbaini,progetto come anche il ridisegno di cornici, 2010-11: realizzazione Residenza Galleria cronologia: 2010: committente: Privato Sopraelevazione edificio residenziale 2010: progetto gronde e intonaci,committente: rafforza la relazione con 6900 Lugano (TI) cronologia: 2010-11: realizzazione Residenza Galleria Privato Sopraelevazione Tibiletti edificio residenziale Architetti Associati i palazzi del nucleo storico e la continuità 6900 Lugano Arch. Stefano(TI) Tibiletti, Catherine Gläser -T. collaboratori: Tibiletti direzione lavori: Architetti Associati Davide Gatti Tibiletti, Catherine Rolando Spadea Arch. Stefano Gläser -T. e dell’intero fronte lago. Con questo progetto Mehdi Aouabed Marco Bondini Sagl collaboratori: direzione lavori: strutture: impianti: Davide Gatti Rolando Spadea e Brenni -Visani Rusconi Talleri SA si è voluto ricucire l’insieme, già parzialmente Mehdi Aouabed Marco Bondini Sagl Engineering SA -Elettroconsulenze Solcà strutture: impianti: Brenni -Visani Rusconi Talleri SA SA modificato, per conferire all’edificio un nuovo fotografo Engineering SA -Elettroconsulenze Solcà Marcelo Villada Ortiz SA fotografo equilibrio. Marcelo Villada Ortiz 0

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SEZIONE TRASVERSALE SEZIONE TRASVERSALE

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EDIFICIO D’ABITAZIONE sopraelevazione con aggiunta Oltre ad alcuni lavori di risanamento, la trasformazione di un palazzo in via Giuseppe Buffi ha apportato una sostanziale trasformazione dello spazio mansardato del quarto piano e una sopraelevazione per l’edificazione di un nuovo appartamento su due livelli. L’eliminazione del tetto a falde, e il relativo ampliamento del piano, ha permesso di completare il volume fino al perimetro esterno, a filo facciata. L’intervento ha cercato di mantenere il linguaggio massiccio del corpo esistente attraverso la ripetizione di aperture e la presenza di cornicioni in cemento, in continuità con il disegno della facciata sottostante. La sopraelevazione dell’ultimo piano poi, arretrata rispetto al filo facciata, si è liberata dall’esistente creando uno spazio unico completamente aperto sulla città. Il nuovo corpo costruito al quinto piano è composto da struttura metallica e vetro. Così, il nuovo appartamento si sviluppa su una doppia altezza: l’entrata si colloca al quarto piano, dove si situano pure le camere, una scala conduce al piano superiore dove vi è il soggiorno, aperto e circondato da una terrazza. Con questo l’intervento di sopraelevazione l’edificio ha assunto nuove proporzioni. La preoccupazione di far convivere nuovo e esistente non ha trascurato le relazioni con il contesto: il posizionamento mirato delle pareti e delle finestre dell’ultimo piano indirizza lo sguardo verso gli elementi più interessanti dell’ambiente esterno e, nel contempo, scherma la presenza di alcuni edifici vicini.

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CA S A PER A NZI A NI GEMMO sopraelevazione per contrasto La sopraelevazione della casa per anziani Gemmo (Lugano), prevedeva la realizzazione di trenta nuove camere doppie, di ampie zone giorno e di un tetto giardino per il nuovo reparto dedicato alle persone affette dalla malattia di Alzheimer. Il nuovo reparto doveva restare separato dai piani inferiori per motivi funzionali e “fortunatamente” la struttura esistente permetteva l’aggiunta di elementi diversi. Il nuovo sopralzo è diventato un complemento rispetto agli elementi preesistenti degli anni ’80 e, per contrasto, segna in modo netto la sua apparente indipendenza rispetto all’edificio sottostante. Gli ambienti comunitari e le camere sono stati disposti in modo alternato per creare un percorso che favorisse la deambulazione nei corridoi. Gli ampi spazi per il soggiorno si aprono sulle terrazze con bovindo, a loro volta aperte sul paesaggio circostante. È infatti convinzione dei progettisti che la visione della natura circostante possa portare effetti benefici all’interno della casa. Una rampa in leggera pendenza permette l’accesso indipendente al tetto-giardino.

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EDIFICIO CASA DOPPIA ampliamento duale

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Dall’esigenza di un risanamento completo del palazzo di abitazione in via Dufour, sempre a Lugano, è nato un progetto di ampliamento e di trasformazione. La nuova struttura ha ora una “pianta a croce”, l’asse del vano scala preesistente è diventato l’elemento di congiunzione tra il vecchio e il nuovo edificio. Il nuovo corpo si trova in posizione arretrata rispetto alla strada, anche per soddisfare la distanza imposta dal regolamento edilizio. Se i due edifici fossero rimasti separati la forza dell’insieme sarebbe certamente stata minore. Pieni e vuoti, corpi costruiti e corti dialogano e, nel contempo, costituiscono un tutto. Le aperture dei due corpi che sostituiscono il nuovo edificio generano una relazione contrastante: i loft hanno terrazze rivolte a sud e finestre a banda verso ovest che si differenziano dagli elementi singoli e verticali dell’edificio preesistente. Anche i tetti sono diversi: uno è a falde e coperto con tegole, l’altro è un tetto-giardino accessibile dall’appartamento attico. Il muro perimetrale del giardino pensile si apre in modo da incorniciare la vista del monte, un elemento di eccezione in facciata che rende l’intera composizione più incisiva.

PIANO TERRA E SISTEMAZIONE ESTERNA 1

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PIANO TIPO

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PROSPETTO SUD


M i n o C a g g i u l a A rc h i t e c t s V ia delle Scuole 12 6900 Lugano Switzerland (CH) t el . m ai l

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A R CHI T E T T U R A T I CINE S E

S O LID O D EFO R M ATO P ER UN A C A S A N O N CO N V ENZI O N A LE

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Il colore nero caratterizza questo volume che racchiude un’abitazione unifamiliare che si adatta ad un luogo complesso definendo un rapporto di interazione tra interno ed esterno.

Testo: Lorenzo Donati Progetto architettonico: Dario Franchini (www.d-f.ch) . Lugano (TI) Impresa esecutrice: Galli Costruzioni SA . Rivera (TI) Anno di costruzione: 2012 Localizzazione: Cagiallo (TI) Fotografie: Dario Franchini

Il desiderio dei committenti era quello di avere una casa ai bordi del bosco con vista sul lago. Desideravano una casa contemporanea, adatta ad una giovane coppia, dove creare la loro famiglia. Le uniche indicazioni sono state: una casa dalla forma non convenzionale, esternamente in cemento nero, internamente con spazi luminosi e viste aperte. Il desiderio si scontrava però con la pianificazione del luogo scelto (Cagiallo) dove vigeva ancora un piano regolatore datato, che imponeva un tetto a doppia falda. La sfida è stata quindi quella di rispondere ad entrambe le richieste: partire dalla forma tradizionale dell’iconografia dell’abitazione (casa con due falde) e ottenere un risultato spaziale originale. Per fare ciò è bastato sviluppare una semplice geometria bidimensionale creando due falde sulla facciata sud, due sulla facciata est e due sullo spigolo nord-ovest. In seguito collegando i vertici è stato possibile ottenere una complessità tridimensionale. Tale complessità si abbinava molto bene ad un’altra caratteristica del sito, quella di avere strade su tutti e quattro i lati, permettendo quindi una visione totale e molto dinamica dall’esterno: da ogni punto di vista l’edificio sembra cambiare forma. Un’altra particolarità del terreno (600 mq di superficie) era rappresentata dalla morfologia, con una

doppia pendenza: la tradizionale montevalle, ma anche una est-ovest, dovuta ad una strada preesistente. Volendo tenere la zona giorno in completa contiguità con il terreno naturale, lo si è leggermente geometrizzato e si è suddiviso lo spazio interno in due semilivelli, separati da una mezza rampa che ha poi definito tutta la circolazione e la distribuzione dell’abitazione, che ha una superficie di circa 200 mq. Si è riusciti a trarre vantaggio dalla geometria delle facciate anche da un punto di visto strutturale sfruttando gli sforzi lungo le inclinazioni del tetto a falde, secondo il concetto della mensola. In questo modo è stato possibile liberare completamente da elementi strutturali tutta la facciata sud del piano terreno, ottenendo una vetrata aperta di 15 metri. Dal punto di vista funzionale tutto il piano terreno è occupato dalla zona giorno (salotto, pranzo, cucina, locale hobby), mentre le camere sono disposte al piano superiore, dotate di una grande privacy. Nel percorso i vari spazi si allargano e restringono, offrendo viste spaziali molto ricche. Tutte le pareti interne sono intonacate bianche così da riflettere le varie ombre delle geometrie. I locali di servizio (bagni, depositi, etc.) sono stati invece completamente colorati, creando un effetto sorpresa.

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In queste pagine l’edificio unifamiliare di recente costruzione è illustrato nei rapporti che sviluppa con il paesaggio e con il contesto. Tanto la forma quanto le soluzioni materiche e tecnologiche tentano di integrare il nuovo volume in maniera virtuosa nel luogo, tra gli ambiti già edificati, la vicina chiesa, il terreno in pendenza, il bosco che si sviluppa poco lontano. La costruzione si propone come una sorta di sasso, sfaccettato e molteplici nelle sue articolazioni, con tagli a calibrare il rapporto con la luce e con gli elementi circostanti. Anche gli interni lavorano nell’ottica dell’intorno, operando la selezione delle viste che propongono dalle ampie finestre. Alla complessità volumetria fa da contrappunto, come illustrato nella pagina successiva, una sostanziale regolarità delle piante e della distribuzione interna dell’alloggio.

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Residenza Ambra Il complesso in costruzione si trova a Lugano, in una zona servita e già oggetto del nuovo sviluppo del centro cittadino. L’intervento si caratterizza per la composizione di due volumi distinti, un blocco a tre piani ad andamento orizzontale, la Piastra, e un blocco a sei piani, a sviluppo verticale, la Torre, per un totale di 18 appartamenti, oltre a giardini, terrazze, box interrati e cantine. Gli edifici presentano facciate in calcestruzzo armato a vista, fortemente connotate dal ritmo irregolare delle ampie aperture vetrate, alcune a loggia, altre a filo facciata, disegnate in funzione della fruizione ottimale degli spazi interni. La ricerca progettuale di un alto livello di flessibilità spaziale, ha portato all’utilizzo di strutture portanti interne molto contenute, tramite le quali è stato possibile ottenere piante in grado di adattarsi a svariate esigenze abitative. Gli appartamenti proposti, in tagli che vanno dall’ 1 ½ al 4 ½, presentano una disposizione interna ben definita, che, grazie all’utilizzo di alcune giaciture non ortogonali, riesce ad essere al tempo stesso funzionale e ricercata. Di particolare interesse le unità poste nell’edificio a Torre, distribuite una per piano, e ciascuna dotata del proprio giardino privato. La qualità degli spazi e delle finiture interne ed esterne, l’ampiezza e il ritmo delle finestrature in facciata, la scelta dei materiali in abbinamento al calcestruzzo a vista - i parapetti in cristallo, i serramenti e le lamelle oscuranti in alluminio - concorrono alla creazione di un immagine piena di carattere ed eleganza. Lavignata sa Via Laveggio, 4 CH-6855 Stabio

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A R CHI T E T T U R A T I CINE S E

UN A V ILL A TR A CITA ZIONI E PA ES A GGIO

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La progettazione e realizzazione di una villa a Pianezzo è l’occasione per citazioni e rimandi che da una parte ricordano le lezioni dei maestri ticinesi del Moderno, dall’altra indagano gli archetipi dello spazio aperto.

Testo: Simona de Giuli Gaia Mussi Progetto architettonico: Bonetti e Bonetti Architetti Massagno (TI) Impresa esecutrice: Reali Costruzioni SA - Osogna (TI) Anno di costruzione: 2011 Localizzazione: Pianezzo (TI)

I fondatori dello studio Bonetti e Bonetti architetti sono i due fratelli Mirko e Dario Bonetti. Entrambi diplomati al Politecnico Federale di Losanna sotto la guida di Luigi Snozzi, si formano professionalmente in due importanti studi di Lugano, presso l’atelier di Aurelio Galfetti e in quello di Jachen Könz. Dal 2000 parallelamente alla attività professionale iniziano una collaborazione con l’Accademia di Architettura di Mendrisio, Università della Svizzera italiana, come assistenti di progettazione di diversi docenti tra cui Leonardo Benevolo e Henk Hartzema. Fortemente legati alla cultura del territorio, lezione appresa dai grandi maestri ticinesi, esprimono questo rispetto in ogni loro gesto architettonico: il progetto non nasce mai da modelli teorici predefiniti, ma dal territorio che, interpretato come un testo, rivela gli assunti per la costruzione delle loro opere. Tracciate le premesse il progetto si sviluppa re-interpretando gli elementi tradizionali dell’architettura, come nella Villa a Pianezzo – Ticino (2007-2011), dove l’approccio progettuale non nasconde le citazioni colte al quale si ispira, né rinnega i principi formativi dei loro maestri. L’Hortus Conclusus che si svela al visitatore solo alla conclusione di una

lenta promenade architectural ci riporta all’archetipo degli spazi sacri dei chiostri dove l’acqua e la luce sono i principali componenti del luogo; la semplicità, la severità linguistica e l’assenza di compromessi trascrivono l’insegnamento di Luigi Snozzi, mentre la forma ridotta alla sua essenzialità strutturale suggerisce la vicinanza alle tematiche di Livio Vaccini. L’attenta ricerca nel definire un corretto dialogo con il paesaggio, i rapporti visuali tra l’interno e l’esterno intesi come squarci di paesaggio inquadrati dall’architettura, la capacità di trasformare la funzione in spazio e la materializzazione dei percorsi è il risultato dell’esperienza formativa all’interno dello studio Galfetti. Quello che maggiormente ci colpisce del progetto di Pianezzo è che per comprenderlo è necessaria una lenta decodificazione dei temi sapientemente costruiti per guidare il visitatore attraverso un viaggio che lo porterà dal paesaggio attraverso la villa al paesaggio: dallo spazio pubblico della strada attraverso gli spazi privati degli interni, il percorso fatto di interruzioni, pause, spazi claustrofobici squarciati dalla luce naturale, si conclude nella corte dove viene svelata una nuova verità di un paesaggio re-inventato.

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foto Š Dario Bonetti

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foto © Dario Bonetti

foto © Dario Bonetti

Il vigneto intorno, il giardino all’interno. Nel rapporto tra il costruito e i 2 – diversi – elementi naturali che caratterizzano il paesaggio alla scala locale sta forse l’elemento più significativo di questo intervento, come evidente nelle immagini di queste pagine. La semplicità della forma, la pulizia delle linee, l’orizzontalità prevalente – con la successione di livelli su un terreno in pendenza – sono infatti leggibili anche e soprattutto nella ricerca di trasparenze e di visuali tra interno ed esterno. La stessa matericità della costruzione trova una sua forza nel contrasto con il verde di alberi e piante.

foto © Vincenzo Cammarata

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Costruzione nuovo oratorio Bizzarone / Foto: Guido Bertocchi


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MU O V ER SI A L R I T M O D EI B A M B INI

Complici le abitudini di spostamento eccessivamente basate sull’uso dell’auto, da qualche anno l’interesse pubblico preme per la promozione del movimento, la riduzione delle emissioni inquinanti e, non da ultimo, la sicurezza stradale. Nelle città di oggi, e il Ticino non fa eccezione, ci si sposta più volte al giorno verso più mete. Se si dorme in un punto A, si va invece spesso a scuola o al lavoro in un punto B, si fa la spesa in un punto C, si pratica sport o ci si rilassa in un punto D: difficilmente questi spostamenti sono fatti a piedi o in bicicletta, poco con i mezzi pubblici, moltissimo in automobile. In questa città diffusa, anche l’andare a scuola coincide in prevalenza con l’essere accompagnati in automobile. Anzi, nel caso della scuola lo spostamento in auto è diventato un vero e proprio circolo vizioso: i genitori, preoccupati dal lasciare i propri figli in balìa del traffico urbano, scelgono di accompagnarli in auto fin sull’ingresso della scuola, contribuendo inconsapevolmente ad aumentare i pericoli proprio dove la concentrazione di bambini è massima. Da anni ormai ci si interrogava su come invertire la rotta, su come sensibilizzare le famiglie e gli allievi a riprendere l’abitudine di recarsi a scuola a piedi. Numerose sono state in Ticino, come all’estero, le misure intraprese per rendere il percorso casa-scuola più sicuro e attrattivo per i piccoli pedoni, senza che questo sortisse effetti concreti né duraturi. In questo humus, fatto di molto volontariato e tanta sensibilizzazione, ha mosso i suoi passi il progetto cantonale Meglio a piedi, voluto dal Consiglio di Stato del Cantone Ticino con il sostegno di Promozione Salute Svizzera. Grazie alla collaborazione con diversi Dipartimenti ci si è concentrati non più sull’individuo, e sulle sue singole esigenze o attitudini, ma sulla città. Se la città si nega ai suoi utenti fin da quando questi sono bambini, non può esistere un corretto rapporto fra lo spazio e i suoi abitanti. Di fatto, la città contemporanea

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ha allontanato i suoi cittadini più deboli (di cui un tempo erano ricche le strade e le piazze) rinchiudendoli in recinti specializzati, dove in teoria non corrono pericoli né creano problemi. Parchi gioco, parchi a tema, case anziani, centri commerciali: eterotopie disumanizzanti, non luoghi, dove il bambino e l’anziano trascorrono il loro tempo. Anche la scuola, in quest’ottica, rischia talvolta di subire una sorta di effetto acquario: non spazio pubblico, ma spazio escludente. Come rendere la città contemporanea a misura di bambino, questa è la sfida che si è posto il progetto “Meglio a piedi”: una città che, letteralmente, misura lo spazio pubblico in funzione del bambino stesso. Lo spazio pubblico deve declinarsi concettualmente e tecnicamente in misura delle utenze più deboli, dai bambini, agli anziani, ai diversamente abili. Ecco così nascere, come strumento attuativo del progetto, il Piano di Mobilità Scolastica (PMS). Un PMS è prima di tutto il tentativo di restituire la città ai cittadini, renderla partecipe, permeabile, accogliente e democratica. Il PMS è un laboratorio, un progetto partecipato, fatto di ascolto e di visioni future. Spesso non sono necessari interventi costosi, bastano piccole attenzioni: creare una zona d’incontro, abbassare i limiti di velocità secondo il modello dell’Ufficio prevenzione infortuni 30-50km/h, inserire sedute lungo i percorsi, rendere gli attraversamenti pedonali adatti a tutte le età, ripensare le fermate del trasporto pubblico come nuove piazze e simili. Lo spazio pubblico che emerge da un PMS è uno spazio meno specializzato, condiviso, un tessuto connettivo capace di attrarre e generare una nuova consapevolezza urbana.

Testo: Kurt Frey


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CI T T À E S O CIE T À

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LO S PA Z I O P U B B L I C O E L A ST R EE T L IFE

Spesso succede che transitando in auto a Lugano, quando si passa a fianco di uno spazio recintato nei pressi dello stadio Cornaredo, di cogliere attraverso il finestrino, movimenti e coreografie sorprendenti. Guardando meglio oltre la rete che divide questo spazio dalla carreggiata, troviamo un vuoto attrezzato, con un’unica costruzione in cemento posta in mezzo con una scritta (bar) che campeggia in mezzo ad altre scritte e graffiti vari.

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In questo spazio diviso in due comparti c’è un incavo, una successione fluida di conche da dove sbucano come palline impazzite ragazzi e giovani di tutte le età, e dalla parte opposta ci sono delle strane pedane, specie di corrugazione geometrica del suolo, che offrono la possibilità di lanciarsi in altre evoluzioni elaborate. Ragionare sullo skatepark di Lugano e sulla pratica dello skateboarding permette affrontare il tema della forma, dell’uso, delle pratiche che ospita lo spazio pubblico contemporaneo. Lo skatepark è stato creato nel 2001 grazie ad una collaborazione tra gli skaters locali ed il dicastero dello sport di Lugano. Sono circa 550 i mq che compongono il catino di cemento scavato nel terreno. La successione di conche, che ricordano delle piscine vuote, è composta da due minirampe a spina con un’estensione a fungo alta, una hip, due bowl medie e una bowl verticale. Ora affiancate alle conche, si trova una zona allestita di recente, l’area street, fatta di scale, rampe, passamani, muri e ostacoli vari. Iain Borden, in “Skateboarding, space and the city: architecture and the body”, propone una riflessione sull’uso dello skateboarding come esperienza nuova che conduce, chi la pratica, a vivere attivamente la strada e gli spazi aperti, ed educa ad una forma di autogestione e condivisione di questi ambiti urbani, con diverse categorie sociali. Possiamo considerare lo skateboarding come una pratica d’esplorazione della città, che è vissuta, percepita e immaginata come un ambito esteso da attraversare, un esteso e multiforme spazio collettivo da usare. La città si connota come un articolato e poroso

spazio pubblico in continua trasformazione. Un’estensione potenziale che pare indefinita e indecifrabile, ma che invece si scopre addomesticabile, costituita di micro-spazi utili per intrattenersi, sfidarsi, misurarsi. Lo spazio che si attraversa diventa spazio pubblico aperto e accessibile. Gli skaters ci suggeriscono che lo spazio collettivo si produce e si definisce quotidianamente, e che ognuno può diventare protagonista di questa costruzione. È evidente che questa definizione di spazio pubblico induce a pensare che debba essere in grado di accettare una multifunzionalità, dove utenti diversi usano e costruiscono i propri luoghi in grado di favorire la propria identità di cittadini e individui, dove contrasti e conflittualità, acquistano un’accezione costruttiva e definiscono una serie di comunanze possibili. Una diversità, e sistema di comunanze, capace di rispondere a evidenti antinomie, e desideri, tra chi cerca eccitazione e/o calma, rumore e/o silenzio, controllo e/o caos, quindi una capacità d’immedesimazione e d’accoglienza che si traduce in spazi dove incontrare l’uguale e il diverso, dove si trovano conferme e imprevisti. Sempre in termini di contrasti lo skateboarding si dimostra duttile e capace, in ogni caso, di produrre un senso di collettività. Se lo spazio recintato dello skatepark offre una soluzione per praticare la disciplina in sicurezza, una possibilità d’incontro e di socializzazione per persone di varia età, una gestione controllata, e in qualche modo confinata, a questo si contrappone, o in qualche modo s’integra, l’esperienza che offre ondeggiare con una tavola ai piedi che interpreta la città come uno spazio pubblico aperto, ludico, senza delimitazioni, accessibile, dinamico e vitale.

Testo: Domenico Lungo

Fotografie: Enea Auberson


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L E T T E R AT U R A E A RT E

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T I TA C A R LO NI E IL “ S U O ” T I CIN O

“Pathopolis”, così l’ha chiamato il “suo” Ticino, Tita Carloni. Per indicare, in linea con Lewis Mumford, l’ultima fase prima di “Necropolis”, quando avviene la morte della città tradizionale. Coscienza critica, voce dotata di vis polemica e di una buona dosa di visionarietà, architetto, ma anche intellettuale e politico. Tita Carloni, scomparso 71enne nello scorso novembre, ha incarnato ruoli diversi nel panorama culturale e sociale del Canton Ticino. La sua vita è stata quella di un “architetto di condotta” - come amava definirsi – dedito alle piccole cose del territorio. Una vita che l’ha portato ad una conoscenza profonda del paesaggio ticinese, anche umano e sociale. Il piccolo libretto edito da Edizioni Casagrande nel 2011 - che raccoglie una cinquantina di brevi scritti pubblicati tra il 1999 e il 2009 sul settimanale di critica sociale “Area” – può essere considerata la summa del pensiero di Carloni, una dichiarazione e trattazione di tanti temi che rivestono un’attualità sempre più urgente e di estremo interesse nel dibattito architettonico e urbanistico. Riflessioni libere che lasciano trasparire una profonda preoccupazione per i fenomeni sociali e fisici che stanno modificando in maniera consistente il territorio. “Un tempo le città e i paesi erano belli ma le condizioni di vita per i più erano tremende. Oggi stiamo bene, ma abbiamo città e territori in pessimo stato di salute”. “Di questo passo, nel giro di una trentina d’anni il territorio si presenterà pressappoco così. Sui fondovalle strade, svincoli, rotonde, autosili, grandi centri commerciali, case d’appartamenti trasformate in bordelli di massa, centri per asilanti, scuole, capannoni ed esposizioni di automobili. Sulle fasce pedemontane ville, villette, villettine, villini e villoni. Qua e là grumi di vecchi tessuti (i nuclei storici) assediati da ogni parte e rosicchiati subdolamente al loro interno. A partire dai seicento metri di altitudine fino alle cime delle montagne strade e stradine

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d’accesso, piste, impianti di risalita, slittovie, baracche e rustici del tempo libero, falconare, tralicci e antenne di ogni foggia e dimensione, antichi oratori e cappellette per le sagre d’agosto. (…) Qualcuno dirà che esagero. Può anche darsi, ma le esagerazioni servono spesso per rivelare con toni più energico, la realtà”. Un quadro profondamente pessimista (“Ora la situazione si è fatta ancora più difficile perché le città non hanno più un dentro e un fuori. Esse sono in certo qual modo dappertutto. Tutto è città e tutto è non-città”), da cui Carloni cerca il riscatto basandolo sul recupero della natura, concetto insieme semplice e complesso, dalle dinamiche multiple e interagenti, fatto di tante cose diverse, accomunate da un’unica ed estrema sensibilità e attenzione verso l’ambiente (costruito e non). In una logica che supera i confini politici: “V’è un’ampia regione che comprende il lago di Lugano e il lago di Como, con le loro rive, le loro valli e i loro monti che è in certo qual modo la mia patria, nel senso antico di UBI BENE IBI PATRIA. Una patria senza bandiere, senza inni, senza confini, dove però paesaggio, lingua, pietre, formano una sorta di tutt’uno ben riconoscibile”. Pensare e interpretare il territorio che va dal Comasco al Ticino come un unicum è in qualche modo la sfida che questa stessa rivista interpreta. Uno spazio unico che non può avere, nell’ottica appunto della natura ma anche delle idee e dei valori, confini invalicabili. Qui, in questo luogo, prendono forma le visioni di Carloni, come quella di un parco trans-nazionale lungo il corso del fiume Ticino: “un grande intervento di restauro territoriale da opporre alla pratica del consumo infinito di territorio che giorno dopo giorno mettiamo in opera nella più totale incoscienza”.

Testo: Michele Roda

Tita Carloni, “Pathopolis. Riflessioni critiche di un architetto sulla città e il territorio”, Edizioni Casagrande, Bellinzona, 2011, 192 pagine, 24 CHF.


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L E T T E R AT U R A E A RT E

LENI RIEFENSTAHL E VAL BAVONA: TRA TERRITORIO E CINEMATOGRAFIA

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Forse in pochi conoscono l’esistenza di un paese, immerso nella natura della Vallemaggia, in cui il tempo sembra essersi fermato. Venendo da Locarno e attraversando una moltitudine di piccoli borghi si arriva nella Val Bavona, che, oggi come ieri, si presenta come palcoscenico naturale di immutata esemplarità agli occhi di chi ha direzionato il proprio interesse o la propria curiosità in questo piccolo angolo del Canton Ticino.

Testo: Lorenzo Donati

La Val Bavona è conosciuta soprattutto per le sue rocce, i suoi splüi, i prati pensili e terrazzati, le tipiche caraa e il bellissimo paesaggio ricco di tracce della civiltà rurale. Ma forse pochi sanno che proprio qui, nel 1936, Leni Riefenstahl decise di ambientare il suo primo film da regista e attrice: “Das Blaue Licht”. Natura ed architettura, sin dai primi anni del Novecento, si sono manifestate come elementi portanti di una stessa costruzione, come costituenti un unicum che a Foroglio sembra essere indissolubile. Con riferimento al tema portante di questo numero della rivista, in un dualismo non troppo forzato, qui l’architettura fa parte del territorio e il territorio è parte costituente dell’architettura. Mai nel corso della storia questo borgo ha subìto sconvolgimenti di tipo urbanistico (come testimoniano le immagini riportate in questo servizio), mai si è tentato di minare all’identità di queste costruzioni e mai si è voluto che il tempo agisse se non manifestando il proprio libero arbitrio. “Das Blaue Licht” è il primo vero film della carriera di Leni Riefenstahl girato in autonomia e con una propria equipe. La trama racconta di una donna, Junta, che vive emarginata dal contesto cittadino perché ritenuta una strega. L’unica colpa di questa giovane e bella ragazza è quella di essere in grado di scalare a mani nude e senza bisogno di attrezzatura la montagna che si erge alle spalle del paese (in realtà tutte le scene in quota sono state girate sulle Dolomiti del Brenta): il Monte Cristallo.

La pellicola è pervasa da un lieve senso di inquietudine dovuto al fatto che lo stesso Monte Cristallo sembra aver gettato sul paese una maledizione: ogni notte di plenilunio, il primo raggio di luna illumina la cima della montagna indicando la posizione esatta di una grotta piena di cristalli; i ragazzi del paese attratti da tanta bellezza, ogni mese, cercano la scalata verso la ricchezza, riportando solo innumerevoli insuccessi e morti. Nonostante il film sia stato il primo, e nonostante la stessa Riefenstahl ammetta di non esserne mai stata soddisfatta, ricevette nel 1934 la medaglia d’argento al Film Festival di Venezia. La pellicola è una straordinaria testimonianza storica e architettonica: tutte le scene girate in paese sono ritratti, primi piani che permettono di capire la vera identità di un paese rurale nel Ticino del primo Novecento. La Foroglio di allora (1931) era una presenza discreta nel territorio, una presenza quasi invisibile, costruita attorno ad un sistema architettonico semplice: case con muri e tetti in pietra, architravi in legno. Oltre ad essere materiale di documentazione architettonica, il film propone anche interessanti spunti sociologici sulla vita dell’epoca riconducendo l’osservatore ad esempi di un realismo antropologico unico. La considerazione è che tutto in questo film porta ad un esempio di lealtà e realtà, tutto muove da un presupposto di onestà verso ciò che si sta filmando: il territorio e chi lo vive. Onestà appunto, onestà ontologica

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degli abitanti verso il paesaggio, ma anche e soprattutto onestà architettonica verso il territorio. Il borgo di Foroglio infatti si pone come medium fra uomo e natura, come mezzo, ad uso dell’uomo, per attingere al territorio e non per controllarlo e possederlo. Un atto architettonico porta sempre con sé una reazione nel contesto in cui esso si inserisce, ma tale reazione può essere diversa in base al tipo di intervento effettuato: sarà intrusiva se vi è l’intenzione di emergere dal territorio e sovrastarlo, al contrario sarà conservativa se si muove da principi di rispetto del e verso il territorio stesso. L’architettura rurale di Foroglio, partendo da connotati di semplice onestà concettuale e funzionale, si avvale di quel senso di immutabilità, di persistenza, di severa perseveranza che hanno fatto si che il tempo, o forse la malizia umana, non incidessero in maniera eccessiva su questo paesaggio. La Riefenstahl ci ha dato modo di ricordare un piccolo borgo che ancora oggi vive nel silenzio della sua valle e che certamente è ignaro di essere una testimonianza di tale importanza. Non sarebbe sbagliato, quindi, ricondurre a Foroglio le radici del moderno regionalismo critico, sebbene sia stato teorizzato da Kenneth Frampton nel 1980. Regionalismo critico visto, in questo caso, non tanto come architettura vernacolare piuttosto come teoria del costruire che, mentre accetta un ruolo potenzialmente espiativo della modernizzazione resiste al totale assorbimento negli imperativi globali della produzione e del commercio. Nel 2006 il territorio della Val Bavona è stato insignita del prestigioso Premio Carlo Scarpa per il Giardino, 17a edizione, bandito dalla Fondazione Benetton Studi e Ricerche. Queste le motivazioni della giuria: “La forma e la vita della valle compongono un organismo geografico e storico unitario, disegnato da figure diverse, ognuna delle quali è leggibile con particolare nettezza”.

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Foroglio oggi

Foroglio nelle immagini di “Das Blaue Licht”

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L E T T E R AT U R A E A RT E

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L A M U S I C A D EL L A CI T T À , L A M U S I C A D EL T E R R I TO R I O

Città e territorio intrattengono con il suono, e di riflesso con la musica in senso stretto, un rapporto non solo intenso ma perfino simbiotico di complicità e di continue interazioni e rifrazioni. Sia dal punto di vista del paesaggio naturale, sia dalla prospettiva più strettamente costruttiva e progettuale, il suono del territorio e della città è la voce che in qualche modo si forma e scaturisce a partire da due dati fondativi imprescindibili: da un lato l’identità timbrica, acustica, sonora dei materiali (naturali, artificiali) presi in sé; dall’altro la modellazione plastica, scultorea, geologica, morfologica del paesaggio naturale e di quello costruito, in relazione a diversi elementi sollecitanti tra cui gli elementi atmosferici e naturali (pioggia, vento, movimenti tellurici, smottamenti, azioni del mondo animale) e i gesti umani. Il territorio e la città come strumenti musicali, dunque, come vere e proprie orchestre la cui complessità sonora è data proprio dalle specifiche caratteristiche morfologiche, dalla conformazione ed elasticità dei materiali, dalle modalità di sollecitazione ed eccitazione, dall’insieme dei rapporti reciproci che si stabiliscono tra edifici e natura, tra natura e uomo, tra macchine e mondo animale. Dunque il territorio suona, la città suona, l’edificio singolo suona. L’intervento umano, anche sotto il profilo della progettazione ed edificazione, può contribuire a modellare la forma e la qualità di questa voce, di questa sinfonia del mondo. Basti pensare a Fallingwater di Frank Lloyd Wright, o alle “Pietre sonore” dello scultore sardo Pinuccio Sciola. Per altro verso, il territorio

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e la città vivono una costante complicità con la musica poiché ne sono il teatro, il luogo di rappresentazione (concerti nelle piazze, esibizioni sulle vette alpine), anche perfino l’ambiente di produzione e genesi (si pensi al rap e alla cultura hip hop, generati e cresciuti proprio in aderenza osmotica con il territorio urbano dei ghetti metropolitani newyorkesi, nelle vie e nei marciapiedi delle città americane). E poi la città e il territorio sono lo spazio di interessantissime esperienze multimediali e installative, compartecipi del risultato compositivo stesso: le installazioni sonorizzanti di Max Neuhaus (a Times Square in particolare), di Bill Fontana (per esempio il ponte sonoro Colonia-San Francisco, o “Acoustical visions of Venice” per la Biennale di Venezia), di Janet Cardiff con le sue passeggiate sonore a Münster. Il paesaggio e la città vengono valorizzati proprio nella stretta coniugazione tra il piano visivo e le voci sonore che avvolgono questo spazio o vi sono intimamente imprigionate. Ma la musica è addirittura determinante per la fondazione stessa del concetto di città, stando almeno al mito di Anfione, figlio di Zeus e Antiope, costruttore con la sua lira e il suo canto della città di Tebe. La musica agisce sul paesaggio preesistente prima destrutturandolo, poi riedificandolo sotto forma di mura e città, cioè di nuovo elemento costruttivo introdotto nella realtà e nel cosmo.

Testo: Roberto Favaro


In questa pagina immagini di alcuni lavori dello scultore Pinuccio Sciola, che a partire dal 1996 ha concentrato la sua ricerca artistica sulle pietre, la loro natura e sulle tecniche di incisione capaci di sviluppare una musicalità dell’elemento minerale. Sopra le installazione Città Sonora. A fianco: le Pietre Sonore.

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M O ST R E

PIN O MUSI UN PROGETTO FOTOGRAFICO

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Il rapporto tra fotografia e architettura è da anni al centro del lavoro di Pino Musi. In queste pagine una serie di immagini raccontano i suoi lavori più recenti. Testo: Simona de Giuli Gaia Mussi

Pino Musi nativo di Salerno, ancora adolescente si avvicina alla fotografia innamorandosi da subito della camera oscura. Negli stessi anni inizia a frequentare il teatro sperimentale che con i suoi ambienti bui e poveri ben si coniugano con le sue passioni e, nel contempo sviluppano una maggiore attenzione verso l’immagine in bianco/nero e verso l’essenzialità, un processo di scarnificazione che Musi cerca di raggiungere attraverso un procedimento di scavo e selezione che non degenera mai nell’annullamento. Nonostante non si sia mai dedicato al

ritratto, la sensibilità verso gli aspetti del corpo, elemento quest’ultimo centrale nella rappresentazione scenica del teatro di avanguardia, nasce in questo periodo, ma le espressioni del corpo sono trascritte negli oggetti delle sue immagini che vengono trattati come organismi, con una propria vita e una propria morfologia. Gli scambi d’idee con diversi protagonisti del teatro sperimentale come il regista polacco Jerzy Grotowsky hanno sviluppato in lui un’attitudine mentale rivolta alla discussione, al confronto dei diversi linguaggi e alla loro alchimia.

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Uno degli incontri più decisivi nella sua vita professionale è stato quello con l’architetto Mario Botta ed è proprio a seguito di questo che Musi inizia un processo di avvicinamento e di conoscenza all’architettura. Tra i due nasce una collaborazione innovativa per quegli anni perché Botta, con il suo intuito non convenzionale, è stato uno dei primi architetti a capire il forte legame tra architettura e fotografia. La dialettica che ne nasce non coinvolge esclusivamente i temi scientifici dell’architettura piuttosto si costruisce intorno alle istanze comuni comune alle due arti come luce, ombra, tempo e corpo.

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FACECITY SCROLL VENEZIA 2012

FACECITY SCROLL VENEZIA 2012 Il primo progetto che presentiamo nasce in occasione della 13. Biennale di Architettura da una intuizione del critico Fulvio Irace, che chiede una re-interpretazione della realtà urbana di Milano durante la rinascita postbellica. Un piccolo disegno di Vico Magistretti, un’ideale partitura musicale, diviene il palinsesto dove scrivere una nuova storia della città. Una successione di fotografie di facciate, interpretate come “contributo urbano ad un paesaggio condiviso”, genera una sequenza ritmica fatta di contrappunti e dissonanze. Diversa è la lettura che può essere colta nell’esposizione e nel catalogo realizzato per la stessa: la sequenza dei 21 scatti, uno scroll alto 21 cm per 1450 cm, crea una successione armonica continua; il catalogo, rilegato a leporello, permette di interpretare sia la singolarità ritmica di ciascuna facciata, sia la continuità euritmica dell’intera sequenza musicale, una sorta di esploso che scomponendosi ri-costruisce tante facciate possibili. Ma questo progetto continuerà a generare diverse interpretazioni legate allo spazio espositivo: il padiglione italiano ha ospitato il progetto in un corridoio molto stretto, costringendo il visitatore ad una lettura sequenziale delle immagini; uno spazio più generoso permetterà di cogliere la complessità della partitura in un unico sguardo.

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Diversa è la lettura che può essere colta nell’esposizione e nel catalogo realizzato per la stessa: la sequenza dei 21 scatti, uno scroll alto 21 cm per 1450 cm, crea una successione armonica continua; il catalogo, rilegato a leporello, permette di interpretare sia la singolarità ritmica di ciascuna facciata, sia la continuità euritmica dell’intera sequenza musicale, una sorta di esploso che scomponendosi ri-costruisce tante facciate possibili. Ma questo progetto continuerà a generare diverse interpretazioni legate allo spazio espositivo: il padiglione italiano ha ospitato il progetto in un corridoio molto stretto, costringendo il visitatore ad una lettura sequenziale delle immagini; uno spazio più generoso permetterà di cogliere la complessità della partitura in un unico sguardo.

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AT T R AV E R S O SALERNO 2012

AT T R AV E R S O SALERNO 2012 Il secondo progetto è dedicato alla città di Salerno, una riflessione sulla sua città natale e sui numerosi cantieri (abbandonati?) che la costellano, come la cittadella giudiziaria di Chipperfield, la stazione marittima di Zaha Hadid e il palazzetto dello sport di Tobia Scarpa. Il tema del lavoro è una successione di sguardi sulla città attraverso i corpi senza vita di questi grandi cantieri, scheletri senza pelle che non emanano alcun segno vitale. Solitamente quando un edificio è finito il fulcro dello sguardo è l’edificio stesso, in questo caso la situazione è invertita, il corpo vitale è la città esistente con la sua stratificazione, l’edificio non finito diventa la cornice che orienta e decostruisce lo sguardo dell’osservatore. Lo spazio del cantiere diviene una sorta di limbo sospeso tra l’inferno della città e il paradiso di un utopico futuro, una sospensione fra due periodi di tempo. I progetti fotografici di Pino Musi sono il risultato di 3 diverse fasi: la prima racchiude un lento processo di ricerca e di dialettica tra diversi attori; la seconda è l’attesa dello scatto, quello capace di cogliere la perfetta chimica di tutti gli aspetti che concorrono alla costruzione del tema; infine un processo di sintesi e di equilibratura delle immagini; 3 tempi, 3 diversi ritmi, che nella riproduzione finale possiamo definire un unico armonioso tema musicale.

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M O ST R E

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FOTO G R A FA R E LO S PA Z I O “ M O D E R N O ”

Quelle fotografie del Bauhaus di Dessau, ancora in costruzione tra 1925 e 1926, trasmettono e comunicano un senso di straordinaria novità, di cantiere aperto sul futuro. I primi scatti all’edificio emblema dell’architettura moderna, opera di Walter Gropius, sede del suo Bauhaus, sono di Lucia Moholy. Vederli in mostra - esposti all’interno delle bianchissime sale del m.a.x. museo di Chiasso (progetto di Pia Durisch e Aldo Nolli, 2005) – produce una sorta di straniamento. Perché l’immagine di quell’architettura, espressione alta della tensione tridimensionale dei volumi nello spazio, è ormai storicizzata, replicata sempre uguale a se stessa su libri e siti web. Le fotografie di Lucia Moholy - stampate in bianco e nero in formato 40 x 24 cm e provenienti da alcune prestigiose collezioni (tra cui l’Archivio Bauhaus di Berlino) - invece riportano ad uno stato primigenio: i volumi si stagliano, con forme e materiali moderni, su un terreno libero, fangoso, non sistemato. Ripresi con viste a 45 gradi (un’innovazione significativa nel campo della fotografia in architettura) rappresentano una nuova

Ritratto di Walter Gropius 1926 Stampa successiva

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dimensione nel concepire lo spazio, ma anche gli involucri, i rapporti tra dentro e fuori, le tecnologie costruttive. Il percorso espositivo - nell’ambito dell’8^ Biennale dell’immagine, organizzata dal comune di Chiasso con il titolo “Ogni sguardo un passo” - curato da Angela Madesani e Nicoletta Ossanna Cavadini, ha l’obiettivo di recuperare il profilo culturale di una figura poliedrica (scrittrice e insegnante, oltre che fotografa), nata a Praga nel 1894, trasferitasi nel dopoguerra a Zurigo dove morirà nel 1989. Conosciuta soprattutto per essere stata la moglie dell’artista Lazlo Moholy-Nagy, in realtà vanta un proprio ruolo autonomo nell’avanguardia fotografica tedesca e nella corrente della Neue Sachlichkeit (Nuova Oggettività). La mostra di Chiasso è uno dei pochi esempi di mostra personale dedicata alla Moholy: tra le 100 foto esposte anche molti lavori ritrattistici.

Testo: Michele Roda

Info mostra: Lucia Moholy. Tra fotografia e vita, Chiasso, m.a.x. museo, a cura di Angela Madesani e Nicoletta Ossanna Cavadini (25.11.2012 – 31.01.2013). Catalogo, a cura di Angela Madesani e Nicoletta Ossanna Cavadini, Lucia Moholy (18941989). Tra fotografia e vita, Silvana Editoriale, 2012, 192 pagine, testo italiano/inglese, 36 CHF.


Le immagini in mostra a Chiasso provengono dalla collezione del Fotostiftung Schweiz Museum di Winterthur Sopra: Edificio dei laboratori Bauhaus, ripreso da sud-ovest 1925/26 Prova d’autore Stampa successiva 143x214mm A fianco: Soggiorno e sala da pranzo di Lucia e László Moholy-Nagy, casa dei maestri del Bauhaus, Dessau 1926 Prova d’autore Stampa successiva 178x233mm

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M O ST R E

I SIMB OLI DEL NOSTRO TEMP O

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NEI R ITR AT TI DI LU CA DEL B A LD O

Nella mostra in corso a Como dedicata alla figura di Sant’Elia, come iniziatore del pensiero sulla “Città Nuova”, un ritratto dell’architetto futurista apre il percorso espositivo alla Pinacoteca Civica. L’ha firmato l’artista comasco Luca Del Baldo, che attraverso la potenza espressiva del ritratto indaga i simboli del nostro tempo.

Testo: Elisa Pini

Le più prestigiose riviste d’arte italiane e straniere parlano dallo scorso ottobre di Luca Del Baldo e della sua ultima opera, UBU ROI – GADDAFI’s Death. Si tratta di un dipinto ad olio realizzato su tela che ritrae il corpo dell’ex dittatore libico deturpato e sfregiato dalla morte. Del Baldo non è l’unico artista ad aver subito il fascino crudele di questa immagine, tanto da eleggerla a soggetto privilegiato di una sua opera. La pittrice inglese Jean Saville e l’artista cinese Yan Pei-Ming hanno rappresentato la propria personalissima versione della morte di un simbolo di una fase storica. Entrambi hanno cercato di restituire dignità e umanità all’ora estrema dell’ex dittatore, “a victim of his own victims” come dice lo stesso Pei-Ming. Del Baldo muove da premesse artistico concettuali differenti. Colpito dalla bellezza delle immagini dell’assassinio di Ghadafi, sceglie di rappresentare la morte, che è per lui il vero soggetto dell’opera. Artista indipendente, Del Baldo non è nuovo a questo tipo di rappresentazioni. Nato a Como nel 1969, si diploma nel 1992 presso l’Accademia di Belle Arti di Brera con una tesi su Diane Arbus. Appassionato di fotografia – il punto di partenza di ogni suo ritratto – intrattiene per anni una fitta corrispondenza con artisti e registi di fama internazionale come Witkin, Sherman, Cronenberg e Ballard. Tra il 1998 e il 1999 incontra Antonio Lopez Garcia, Leni Riefensthal e Gerard Richter. Critici come Ando Gilardi, David Carrier e Arthur C. Danto hanno teorizzato la sua poetica e il suo linguaggio. Le sue opere visionarie e crude raccontano la morte, a volte violenta,

di celebri personaggi come John Fitzgerald Kennedy, Pier Paolo Pasolini, Ernesto Che Guevara, Salvador Dalì, Francisco Franco, Papa Giovanni XXIII, Madre Teresa di Calcutta e Hugo Chavez. Uno dei lavori più significativi in questo filone è sicuramente Souvenir d’Italie (Benito Mussolini e Claretta Petacci, 29 IV 1945 – from Cristian Schiefer’s photo), che ritrae i corpi del duce e della compagna appesi a testa in giù in piazzale Loreto a Milano, rifiuti umani straziati. Il fondamentale e illuminante saggio di Ando Gilardi riguardo Souvenir d’Italie o Dying couple si sofferma sul concetto di “eroismo di una donna divenuta fedele compagna di un uomo tanto da accompagnarlo fino alla morte”. Un’altra ricchissima e fondamentale parte dell’attività artistica di Luca Del Baldo è quella dedicata alla ritrattistica. I ritratti sono sempre tratti da immagini fotografiche, mai dal vivo, e sono dedicati ai grandi personaggi del nostro tempo. Le serie di opere Histoire de l’oeil e Portraits 2 sono una carrellata dei volti più noti del mondo del cinema e dell’arte come Alberto Sordi, Clint Eastwood, Anna Magnani, David Bowie, Joseph Beyus, Gabriele D’Annunzio, Mies Van Der Rohe, Robert Hughes. Si fondono in queste opere numerosi elementi, quali la passione di Del Baldo per la fotografia, che diventa un medium tra realtà e rappresentazione della stessa, la scelta del volto come “centro gravitazionale della carne”, l’utilizzo della pittura ad olio, l’adesione alla tecnica del ritratto ritenuta la più importante e complessa forma di rappresentazione artistica sperimentata nel corso dei secoli.

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“Arthur C. Danto The Visionary Academy of Ocular Mentality” olio su lino Belga cm 30x40 2010 (collezione Arthur C. Danto, USA)

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“Cormac McCarthy” olio su lino Belga cm 30x40 2013 (collezione Cormac McCarthy, USA)

“Gabriele D’annunzio” olio su lino Belga cm 60 x 80 2012 (collezione de “Il Vittoriale”, Italia)


“Mies Van Der Rohe” olio su lino Belga cm 50 x 40 2008 (collezione Antonio Ciapparelli, Italia)

“Jimi Hendrix” olio su tela cm 60x80 2013 (collezione Antonio Ciapparelli, Italia)

“UBU ROI / Gaddafi ’s dead” olio su lino Belga cm 30 x 40 2012 (collezione dell’artista, Italia)

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Mai come in questo progetto, ora in fase di ultimazione, il tema dell’integrazione tra vecchio e nuovo è sviluppato e portato alle estreme conseguenze, con un intervento che sorprende e suscita curiosità e domande. Testo: Michele Roda Progetto architettonico: Mino Caggiula Architects, Lugano, Switzerland Design Architect: Arch. Mino Caggiula Project Architect: Arch. Giacomo Bronzini Team: Arch. Bruno Bronzini Arch. Laura Mazzetti Impresa esecutrice: Promeng SA, Lugano, Switzerland

Il luogo è a Lugano, in uno stretto lotto di terreno tra le vie Olgiati e Zurigo. Un edificio di fine Ottocento, non vincolato, fa bella mostra di sé: 5 piani fuori terra, pianta poco articolata, un modesto apparato decorativo. “C’erano due possibilità – spiega Francesco Salinetti, promotore dell’iniziativa attraverso la sua Prosal SA – Demolire l’edificio e costruirne uno nuovo, più efficiente e razionale, sfruttando le potenzialità del terreno. Oppure rinunciare a parte del volume e ristrutturare quello esistente. Noi, attraverso un progetto dello studio Mino Caggiula Architects – dice con soddisfazione – abbiamo scelto una terza via, innovativa e originale”. Perché l’edificio storico rimane, leggermente adeguato in altezza rispetto all’originale. In cantiere la sua pianta quadrata è stata letteralmente tagliata in senso diagonale, l’edificio affettato come una fetta di formaggio: le facciate rimangono su due lati, le solette sono state rifatte. E il fronte “scoperto”, quello verso la strada

di maggior traffico, viene riempito con un nuovo volume, una sorta di guscio protettivo, che risponde a logiche completamente diverse, sia compositive che di linguaggio architettonico. Una pianta curvilinea a leggere l’andamento del lotto, 7 piani di sviluppo verticale, una facciata aperta e trasparente che guarda verso sud. Ma soprattutto – e qui sta il senso più profondo di tutto l’intervento – una distribuzione interna che si integra con il volume originale a realizzare una continuità spaziale inaspettata dall’esterno. Ogni piano sviluppa 3 alloggi distribuiti da un corpo scala centrale. Un appartamento per piano ha la parte notte all’interno dei vecchi muri, la parte giorno nel nuovo volume. Una cura particolare è stata data all’architettura degli interni, per la quale lo studio Mino Caggiula Architects ha collaborato con lo studio Franco Segre, di Varese. “Penso che sarebbe stato sbagliato – spiega

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Mino Caggiula, la “matita” a cui è stato affidato un incarico così particolare e decisamente complesso – fare un intervento mimetico che si adeguasse al contesto e all’edificio esistente. Il tempo passa e non si può annullare l’effetto che ha sulle costruzioni, e più in generale sulla socialità. Fare una copia, nell’architettura come nell’arte, significa fare un falso. E con questo progetto ho voluto fare qualcosa di decisamente diverso”. Aleggia una sorta di mistero sui motivi che hanno portato a questa scelta. Tanto Salinetti quanto Caggiula trattano l’argomento con compiaciuta ritrosia. E allora si possono fare alcune ipotesi: una sorta di legame affettivo – che non si vuole recidere del tutto – con una testimonianza dell’edilizia luganese, ragionamenti accennati che sfociano nell’esoterismo, composizioni geometriche (l’architetto mostra schizzi che testimonierebbero come l’incrocio di due triangoli capovolti, che danno origine alla pianta del nuovo complesso, rappresenti il perfetto stato meditativo dell’equilibrio tra l’Uomo e Dio e l’armonia dell’universo), similitudini con il mondo biologico e animale. “Perché - conclude Salinetti – il nome della promozione è venuta guardando un documentario televisivo: ci sono dei crostacei, i paguri, che, per sopravvivere, si installano nei gusci di altri molluschi morti. Nell’idea compositiva ci sono 2 volumi distinti con questo tipo di rapporto: il nuovo protegge il vecchio, lo mette al riparo dal rumore e dal traffico, si integra con lui per garantirne un futuro”. Da qui deriva il nome dell’operazione immobiliare (Paguro appunto), ma anche alcune scelte stilistiche: mentre le facciate originali saranno ripristinate con intonaco e decorazioni ristrutturate (“ma senza riportare all’antico splendore, è proprio un’affermazione che non mi piace”, dice il progettista), il volume nuovo sarà interamente ricoperto con una superficie bianca e liscia. Come un guscio.

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Nelle pagine precedenti il confronto tra lo stato originale e quello di progetto, nell’intervento di Lugano. L’integrazione tra vecchio e nuovo è illustrata anche nella pianta e nella foto del modello, nella quale le 2 forme si compenetrano e integrano. Nella foto di cantiere invece una delle fasi più interessanti della costruzione con l’edificio originale che è stato tagliato da terra a tetto.

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A RT E E P E R C O R S I P E R U N A CI T T À CHE G U A R D A A L FU T U R O

Idee innovative e freschezza progettuale. Sono questi gli ingredienti del workshop per studenti che la University of Southern California tiene a Como, ormai da quasi 20 anni, in collaborazione con il Politecnico di Milano ed in convenzione sia con il Comune che con il Centro Volta. L’intento dei docenti americani Kim Coleman e Marc Cigolle è quello di formare giovani progettisti che siano in grado di lavorare nel confronto con l’eterogeneità dei luoghi che la città storica impone. I 19 studenti, divisi in 6 gruppi, hanno lavorato sul tema in parte già proposto l’anno scorso, e legato al ridisegno e al recupero funzionale dell’area dello stadio quale punto di snodo tra il centro storico e il sistema delle ville a lago. Tutti i lavori sono partiti da un’attenta analisi delle stratigrafie, geografiche e storiche, focalizzandosi in particolar modo sugli aspetti percettivi, quali visuali e panorami. Le proposte presentate sembrano indagare tematiche decisamente nuove per la nostra città. Filo conduttore comune è l’introduzione di un padiglione espositivo dedicato all’arte: i docenti hanno “usato” come riferimento l’installazione della Serpentine Gallery, nei londinesi Kensington Gardens, dove grandi nomi di architetti si sono susseguiti nel corso delle varie installazioni provvisorie estive (nel 2012 è stata curata dagli svizzeri Herzog & De Meuron, insieme all’artista cinese Ai Weiwei), dando così vita a un polo di attrazione sempre mutevole e, per questo, in grado di creare costante attesa ed interesse tra i residenti. Il workshop della USC dunque ha avvertito la necessità di individuare, anche per Como, un forte elemento di ri-vitalizzazione: un polo di attrazione quale stimolante luogo di incontro e di arte, mutevole nel tempo, e per questo della durata di una sola stagione. Una galleria

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temporanea dove l’acqua diviene, insieme al sistema dei giardini, protagonista indiscussa e spesso, in alcuni progetti, irrompe nello schema urbano, entra negli spazi verdi, dando una rinnovata gerarchia ai percorsi, sottolineando, al contempo, gli assi della città. In tutti i progetti emerge, in maniera più o meno accentuata, una particolare attenzione ai percorsi che collegano i vari monumenti ed edifici storici. Gli studenti dell’istituto californiano propongono idee decisamente avveniristiche per una città con una forte valenza storica: ad esempio, un sistema di pedonalizzazione in quota che si sovrappone a quello carraio, individuando nuove visuali prospettiche della città o la rivisitazione di piazza Cavour che, oltre a suggerire un parcheggio interrato, si fa area espositiva, in parte coperto in parte no, attraverso una maglia che individua padiglioni e percorsi. Ma il workshop ha anche proposto modelli più semplici e facilmente realizzabili, attraverso i quali Como potrebbe accrescere la propria attrattività, non solo da un punto di vista turistico ma anche sociale e culturale. Tra questi alcuni lavori che riprendono la memoria del Cardo e del Decumano con gli assi che vengono reinterpretati per dare vita a una rete di percorsi, di gradinate o di rampe che defluiscono in maniera armonica verso il lago, con un ritrovato contatto con l’acqua. O con un progetto che ridisegna, in maniera delicata e senza stravolgimento alcuno, attraverso l’introduzione di pergolati o scatole

Testo: Roberta Fasola


di vetro, il parco tematico dei giardini a lago. Si avverte anche un uso sensibile della luce che, con l’introduzione di led, in maniera molto semplice ma non per questo meno incisiva, illumina e marca, al calar del crepuscolo, tutta la passeggiata a lago, quasi come fosse invasa da tante piccole lucciole. Molti i suggerimenti, dunque, che arrivano da oltreoceano. A ricordarci che, anche se in periodo di crisi, abbiamo pur sempre un patrimonio urbano, artistico e culturale da salvaguardare, dove una grande opportunità di crescita potrebbe essere data dal confronto tra queste idee, spesso alternative alla nostra cultura e alla nostra tradizione.

In questa pagina alcune visioni degli studenti della cittĂ  di Como

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R I CE R C A E STO R I A

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CIT T À E N AT UR A NELL A STO R I A D ELL A A R CHIT ET T UR A

Arriva a Como, nelle rinnovate serre della villa del Grumello, una mostra che racconta un progetto emblema di un’epoca architettonica e di una visione urbana, quello di Lafayette Park a Detroit di Ludwig Hilberseimer e Mies van der Rohe. In questa intervista Adalberto Del Bo, docente al Politecnico e responsabile scientifico dell’iniziativa, sottolinea gli aspetti principali. Le città si costruiscono sulla cultura, sul rapporto col territorio e la storiografia del loro contesto. La speranza è che questa mostra (sostenuta nella sua organizzazione comasca dall’Ordine degli Architetti, promossa e realizzata dal Dipartimento di Progettazione dell’Architettura, da fondi di ricerca MIUR e da contributi per l’internazionalizzazione del Politecnico di Milano) sia in grado di dare rinnovati e ritrovati stimoli, non solo a noi progettisti ma anche a tutti gli altri attori coinvolti (comuni, esecutori materiali e utenti finali), per affrontare e cercare di risolvere il grande periodo di crisi progettuale che sta attraversando Como; attraverso, dunque, l’analisi di un modello che si può considerare del tutto attuale come quello di Lafayette Park. Il materiale esposto racconta il lavoro (raccolto anche in un volume) di un gruppo di docenti, studenti e dottorandi della Facoltà di Architettura Civile del Politecnico di Milano. A partire dagli ultimi anni del 900’, il gruppo di lavoro si é dedicato con continuità allo studio dell’idea di città proposta da Ludwig Hilberseimer che costituisce un riferimento sicuramente importante per chi si occupa sia dei temi della trasformazione urbana che dell’opera di Mies van der Rohe. Dopo l’inaugurazione milanese al Politecnico di Milano nel 2010, la mostra è stata presentata al Palazzo Reale di Napoli e alla Scuola di Architettura di Delft e ospitata presso le scuole di Cleveland, Detroit e Chicago, dove

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è stata esposta per oltre un mese nella Crown Hall di IIT grazie al supporto della Mies van der Rohe Society. La mostra è stata dettata dalla volontà di far riflettere sulla necessità di un’architettura che sia in grado di interpretare le necessità della società e che non si riduca ad essere mera espressione soggettivistica di tipo artistico… “Concordo sul fatto che Lafayette non è assolutamente una espressione soggettivistica, anzi: si tratta di un manifesto della ricerca di oggettività che caratterizza l’opera di Ludwig Hilberseimer e di Ludwig Mies van der Rohe. In qualche modo i due maestri tedeschi sono espressione della continuità del Movimento Moderno nell’epoca post bellica e fino ai nostri giorni. Il progetto che Ludwig Hilbersermeier e Ludwig Mies van der Rohe, (con il paesaggista Alfred Caldwell e il promotore Herbert Greenwald (un laureato in filosofia che aveva apprezzato l’eleganza, la maestria e – ora si può dirlo – la lungimiranza dei due architetti tedeschi) hanno realizzato, tra il 1955 e il 1960, è un’opera importante per aver saputo affrontare e risolvere con eleganza e realismo i temi del verde, del traffico, dell’energia e dell’abitare, con l’impiego di “tipologie miste” in cui case alte e case basse sono pensate per differenti modi di vita e per distinti nuclei abitativi (famiglie, single, e/o anziani). Quali sono stati gli esiti delle esposizioni fin qui svolte in Italia e all’estero? Tutte le esposizioni sono state occasione

Testo: Roberta Fasola

Fotografie: Marco Introini

Info mostra: Lafayette Park, Detroit, Como, Villa del Grumello, a cura di Politecnico di Milano (16.06.2013 – 17.07.2013). Patrocinio: Ordine degli Architetti PPC di Como


di discussioni sul progetto e sugli autori, proponendo riflessioni e avanzamenti sul tema della nuova città, argomento sul quale il gruppo del Politecnico di Milano, ad oggi, continua a lavorare, sia nella didattica che nella ricerca, con particolare riguardo a tematiche quali: l’approfondimento sui caratteri urbani di Lafayette Park inteso come modello del sistema di costruzione della città proposto da Ludwig Hilberseimer, alternativo a quello dell’isolato urbano (ovvero della porzione di suolo circondata da strade); la rivoluzionaria introduzione di un sistema capace di trasformare le città dall’interno (in particolare le parti urbane dell’epoca industriale) e di guidarne la crescita; lo studio dell’architettura di Lafayette Park attraverso ricostruzioni inedite e variazioni sul tema (a partire dalla versione originale del piano complessivo) delle parti non realizzate con particolare riguardo ai metodi contenuti nell’opera di Mies van der Rohe. I temi sociali affrontati più di 50 anni fa da Mies sono ancora fortemente attuali. Cosa significa questo? Nel rispondere dobbiamo sempre mettere vicino i nomi dei due progettisti principali (Hilberseimer per il planning urbano e Mies per il disegno degli edifici) uniti da un comune interesse ed intendimento. I temi che Lafayette affronta sono stati compresi e risolti 50 anni fa. E’ doveroso chiedersi come mai tanto silenzio da parte della critica. Lafayette non compare nemmeno nella grande mostra su Mies del Moma del 2001. La mia risposta è che la cosiddetta critica (in architettura) è poco affidabile, ed è così da un pezzo. Come questa mostra può divenire sollecitazione di reazione alla crisi economica che, tristemente, sta coinvolgendo sia la condizione sociale in generale, che la nostra professione in particolare? Credo possa far riflettere sulla forza del progetto urbano e dell’architettura nonché sul rapporto diretto tra architettura e città in un momento nel quale è opportuno ripensare seriamente alla vita urbana (traffico, inquinamento, energia, ecc.). Vi è anche il tema delle espansioni urbane e della nuova città. Non più in Europa, quanto negli altri continenti, dove si spera che i nostri giovani architetti – figli di una cultura urbana ben attrezzata e sensibile - possano dare contributi significativi. Il tema, quindi, è anche


l’insegnamento dell’architettura nelle nostre scuole. Questo lavoro è nato e si è sviluppato nei laboratori della Scuola di Architettura Civile del Politecnico di Milano dove si pratica il rapporto con la ricerca, la linfa del mestiere dell’architetto che, per definizione, è un ricercatore. L’esempio di Mies è straordinario: le centinaia di disegni stesi per Lafayette Park – per restare nel nostro caso – sono un libro aperto sulla ricerca di adesione alla realtà e alla sua espressione, ivi compreso il rapporto con i materiali sui quali Mies esercita una attenta ricerca di correttezza della forma. La risposta che Mies, con questo progetto, diede al concetto delle città giardino, che dalla periferia vengono riportate, per così dire, entro il perimetro interno del costruito, può ritenersi ancora applicabile ai giorni nostri? Se si come è possibile riproporre oggi il concetto di Mies secondo il quale gli spazi verdi sono l’elemento entro il quale costruire? La costruzione teorica urbana appartiene alla ricerca di Hilberseimer ed é condivisa da Mies van der Rohe. Analogamente Hilberseimer condivide l’architettura dell’amico e collega Mies. L’idea urbana muove dalla città giardino e va oltre, incorporando i temi generali della città (residenza, lavoro e svago) in un’ipotesi di ridefinizione della città industriale che Hilberseimer propone in termini radicali e che Lafayette Park compiutamente rappresenta. Nello specifico di Como: ritiene possibile che modificare alcune parti del tracciato della nostra città (interrompendo, cambiando o chiudendo alcune strade) e inserendo nuovi lotti di verde (ottenuti dal riutilizzo di

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alcuni lotti stradali) possa essere una valida risposta applicabile alla cementificazione e alla richiesta di una migliore qualità (anche economica) della vita? Ne sono convinto. Con gli studenti stiamo lavorando a Milano in questo senso sull’area di Bovisa. Sempre con gli studenti, abbiamo partecipato recentemente ad un concorso di replanning su una città della Louisiana che, per caso, si chiama Lafayette. Negli scorsi anni abbiamo lavorato sugli Scali ferroviari milanesi sempre seguendo questi obiettivi e cercando di mantenere le quantità edilizie proposte dai piani esistenti. Al di là di casi assurdi (come ad esempio l’indice elevatissimo dell’intervento milanese sull’area delle Varesine), non è impossibile abbinare indici di costruzione significativi con buone sistemazioni. È soprattutto un problema di rapporti e di disegno. Questo potrebbe contribuire anche al recupero funzionale del nostro centro storico che, a partire dall’ora di chiusura dei negozi, appaiono abbandonati a sé stessi? Ripensare opportunamente alla città nel suo insieme significa anche ridefinire i ruoli delle parti urbane e quindi anche della città storica. Essere parte di una città attraversata e collegata da percorsi piacevoli e sicuri è cosa ben diversa dall’essere, come oggi, pezzo separato e difficile da raggiungere. La soluzione del centro, probabilmente anche nel caso di Como, spesso sta nella trasformazione della città che vi é intorno. Per questo sono necessari piani in grado di proporre le trasformazioni nel tempo, con intelligenza, gradualità e con un respiro che possa andare ben oltre i termini limitati imposti ai quali ci si è, purtroppo, adeguati.


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