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Il calcio è un romanzo

Speciale Pitti

Mauro Porcini

IT’S NOT JUST A GAME

Il Master of Design che sta rivoluzionando lo stile di Pepsi ci ha parlato della comunicazione attraverso il calcio, di come risolve problemi aziendali con Aristotele e Platone e di quel leone rosa in piscina diventato un vero e proprio brand.


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UNA SQUADRA A REGOLA D’ARTE A.S. Velasca è insieme un’opera d’arte e una squadra di calcio, dall’approccio sperimentale e audace. Parole di TOMMASO LAVIZZARI

Il calcio è arte grazie alle traiettorie dipinte dal pallone e alle giocate dei suoi protagonisti. É ovvio. Il calcio è arte anche grazie alle scie che disegnano le maglie colorate sulla tela verde, alle sciarpe, alle coerografie, ai tifosi, ai loro colori, ai loro canti, ai loro suoni. I calciatori talvolta sono definiti artisti, ma lo sono più spesso i loro tifosi. Ci sono artisti improvvisati, per passione, artisti di strada, di gradinata, artisti al servizio della propria squadra e ci sono veri e propri artisti, che son tifosi, talvolta anche presidenti o proprietari. A.S. Velasca è insieme un’opera d’arte e una squadra di calcio regolarmente iscritta e attiva nel campionato CSI di Milano. É stata fondata nel 2015 da Marco De Girolamo, Karim Khideur, Loris Mandelli, Wolfgang Natlacen e Clément Tournus, appassionati di calcio e arte. La passione per l’arte li ha spinti ad arruolare giocatori dilettanti che, come dei performer, agiscono

consapevolmente all’interno di una narrazione che si accosta al calcio, altro asse portante dell’iniziativa. Tutti i momenti che caratterizzano la vita di A.S. Velasca, infatti, vengono accompagnati da opere appositamente realizzate da artisti, scelti dalla dirigenza italo-francese e lasciati totalmente liberi di creare: le maglie da gara, ad esempio, sono state realizzate da Jiang Li (2017/2018), Régis Sénèque (2015/2016), Zevs (2016/2017); la borraccia è di Zhuo Qi; la moneta dell’arbitro è stata realizzata da Nada Pivetta, la bandiera del calcio d’angolo da Kevin Jackson; la bandiera del guardalinee, invece, è stata pensata da Stephen Dean; le sciarpe dei tifosi sono di Thomas Wattebled; le fascie per il capitano sono di Primavera De Filippi (2016/2017) e Patricia Waller (2015/2016), i ritratti dei calciatori di Romina Bassu, mentre i parastinchi e il tabellone sono stati realizzati rispettivamente da Alessandro Belussi e Patrizia Novello. I contributi individuali generano l’opera d’arte totale, che è il Club, la cui identità visiva è rappresentata anche da Le Coq

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Il calcio è un romanzo

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Sportif, che è sponsor tecnico. L’approccio sperimentale e audace, tipicamente meneghino, si rispecchia perfettamente nel nome e nell’immagine della Torre Velasca, uno dei più noti simboli di Milano, insieme discusso e amatissimo. Il carattere estremamente rarefatto e vagamente sacrale portato dalle opere, sommato ovviamente al tema del calcio vissuto come religione laica condivisa da tifosi e giocatori, diventa la quintessenza del progetto con cui A.S. Velasca si racconta - a Milano, fino al 23 giugno 2018 - all’interno di Edicola Radetzky, che trasforma in un quadretto Ex Voto tridimensionale un infortunio realmente successo in campo e purtroppo comune tra i calciatori: la rottura del crociato. All’ostensione nell’edicola della gamba del calciatore infortunato, riprodotta a Ortisei da uno scultore di arte sacra, si lega l’esposizione dei diversi objets utiles di A.S. Velasca, sospesi all’interno dell’edicola a rappresentare la stasi dell’infortunio.

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IT’S NOT JUST A GAME Dimenticatevi Nostradamus. Il futuro non si prevede, si modifica. Potete farlo voi, oppure aspettare che altri si adoperino al vostro posto.

Parole di GIANMARCO AIMI

Nel caso di Mauro Porcini, chief designer officer di PepsiCo – ruolo che la multinazionale del food and beverage gli ha, neanche a farlo apposta, disegnato su misura – è lui a pensare per tanti di noi nuovi percorsi della creatività. A 43 anni è già stato etichettato Master of Design dalla prestigiosa rivista Fast Company, mentre Fortune Magazine lo ha inserito nella classifica – unico designer della lista - tra i “40 under 40” business’s hottest rising stars. Lo abbiamo intervistato visto che di stile se ne intende, anche a livello personale. Ma soprattutto perché le campagne di Pepsi, Gatorade, Lays, sono strapiene di sportivi o utilizzano il mondo

del calcio come tramite. Messi sulla lattina della famosa bibita vi dice qualcosa? Originario di Gallarate, nel varesotto, vive a New York. Più precisamente a East Hampton, che per un italiano è come dire Capri o Portofino. Nella sua villa, a ridosso delle spiagge di sabbia bianca che guardano l’oceano, spicca un leone rosa a bordo piscina. Non è solo un vezzo, ma un simbolo. O meglio, una via di mezzo tra un portafortuna e un personal brand.

UNA DOMANDA DA UN MILIONE DI DOLLARI: COS’È LO STILE?

«È un modo di pensare, di vedere. Di come ti metti

in comunicazione con il mondo attraverso dei codici visivi. È un atto di comunicazione. Come ha scritto Umberto Eco, si basa su qualcuno che manda un messaggio, un media che lo veicola e qualcuno che lo riceve. Il tutto all’interno di contesti culturali e geografici. Puoi avere uno stile e mandare un messaggio che sembra distante da quello stile, senza cambiare i codici. Si adatta al tipo di occasione e al contesto. Poi ci sono i “rumori”, cioè quello che accade di volta in volta. Lo stile non è fisso, va nutrito. Anche quando è classico, deve tenere conto del suo tempo».

COSA TI RIMANE DENTRO DELLE


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DUE LE FIGURE CHE TI HANNO CAMBIATO LA VITA. STEFANO MARZANO, CON CUI HAI LAVORATO IN PHILIPS E CLAUDIO CECCHETTO CON IL QUALE AVETE FONDATO UNA SOCIETÀ. COSA HANNO IN COMUNE UN GURU DEL DESIGN E UN TALENT SCOUT MUSICALE?

«Sono degli innovatori, degli imprenditori con una smania insaziabile di creare qualcosa che non c’era prima. Sono curiosi, ascoltano, non ce la fanno a stare fermi. Sono tratti che rivedo in persone diverse. Amici come Jovanotti, Fabio Volo, Giuliano Sangiorgi, Fabio Novembre. Sono diversi l’uno dall’altro, ma hanno queste caratteristiche da grandi innovatori. Sono delle spugne, assorbono. E non hanno arroganza per il loro status. Si meravigliano dei dettagli, delle sfaccettature della vita. Come i bambini. Pascoli parlava di osservare il mondo con gli occhi di un fanciullino. Per me il poeta è stato un mentore».

I LIBRI CHE POSTO HANNO NELLA TUA VITA?

«Ho enorme ammirazione. Abbiamo accesso a un potenziale di conoscenza incredibile senza nessun confine di tempo e spazio. Persone che hanno dato il meglio di loro stessi per migliaia di anni e ce lo

TUE ORIGINI?

«Mia madre è romana, mio padre anche ma la famiglia si era trasferita a Lucca durante la guerra. Sono cresciuto in provincia di Varese in un crocevia tra culture diverse. Quando ero piccolo avevo l’accento romano. Al nord non ero abbastanza nordico e quando tornavo al sud non ero abbastanza romano. Però mi ha aiutato nella forma mentis a diventare cittadino del mondo. Varese è un luogo bellissimo un po’ sottovalutato. Diverso da Como, più aperto agli stranieri. Mi sono accorto di quanto fosse bello quando sono andato a Dublino a studiare. Celebravano le loro località e capivo che a Varese c’erano dei luoghi molto più belli».

C’È UN GIORNO PRECISO IN CUI TI SEI DETTO: ADESSO SONO UN DESIGNER.

«Quando ho iniziato in Philips. Cioè il mio lavoro si è scontrato con il mercato. Anche se essere designer non è un lavoro, ma una missione, uno stile di vita. Si è designer 24 ore al giorno. Si vede dai libri che leggi, dagli amici che hai. In fondo lo ero già fin da piccolo, avendo un padre architetto e un nonno pittore. Disegnavo, creavo, producevo magliette e braccialetti, prima li regalavo e poi li vendevo. C’è sempre stato questo approccio artistico legato al business».


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hanno lasciato scritto, basta cercarlo, leggerlo e trovi le risposte a tanti interrogativi della vita. Molti problemi legati al mondo del design, del marketing e dell’imprenditorialità li ho risolti grazie a Platone o Aristotele».

PER DIECI ANNI HAI LAVORATO A 3M, UN’AZIENDA IN CUI PRIMA DI TE IL DESIGN ERA PRATICAMENTE ASSENTE. PERCHÉ QUESTA SCELTA?

«Avevo 27 anni e aver dato una tale responsabilità a uno così giovane fa capire la considerazione che avevano per il design. Però mi sono ritrovato davanti un portfolio di tecnologie pazzesche e brand da miliardi di dollari. Ho visto il bicchiere mezzo pieno. Nei bilanci di fine anno scrivevo che avrei creato la cultura di quell’azienda e all’inizio non mancarono le risate. Dopo dieci anni invece l’obiettivo si è realizzato. Ma se non hai un sogno non si realizzerà mai».

POI LA CHIAMATA DI PEPSI.

«In America dal 2010 i media hanno capito cosa stavo facendo, a differenza di quelli italiani. Il design dentro le grandi corporation può cambiare il mondo. In Italia non lo comprendevano perché il design era già forte e quindi si è ritrovato un po’ miope. Adesso si sta svegliando. Negli Stati Uniti svariate multinazionali si erano accorte di me e alla fine ho deciso per Pepsi. Fra i tanti motivi è che mi ha permesso di vivere a New York, la città che amo e mi ha cambiato la vita».

HAI UN TEAM? IN CHE MODO SCEGLI LE PERSONE?

«Per me è indispensabile avere delle super star attorno, dei grandi pensatori e dei designer che facciano la differenza. Ognuno dei 200 designer in azienda ha una responsabilità enorme. Non deve solo essere un influencer, ma anche capire il business, cambiare i prodotti, la cultura, i processi. Un lavoro difficile, che trascende il puro design. Le caratteristiche che guardo sono tre. Come sai indagare il mondo. Quali idee riesci a generare. E fra tutte le idee, su quale decidi di scommettere. Di solito queste multinazionali falliscono proprio per paura di rischiare».

IN CHE SENSO?

«Se sbagli anche solo la grammatura nel tappo di una bottiglia puoi perdere cifre incredibili. Le dimensioni di aziende come Missoni o Armani puoi perderle sbagliando il design di un tappo nell’arco di pochi giorni. Quindi chi lavora con me deve capire il mondo a 360 gradi. Essere


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sognatori è giusto, ma il business è ciò che serve per creare valore. E poi è necessaria molta empatia, cioè la capacità di portare gli altri con te, dai colleghi ai clienti».

QUAL È LA TUA GIORNATA DI LAVORO?

«Dalla pura creatività per inventare prodotti del futuro, a capire come si stanno evolvendo la società e le tendenze, fino a lavorare sui brand di oggi, la loro immagine, la comunicazione, gli eventi. Poi ci sono i rapporti con chi può darmi ispirazione e con le università. Non posso programmare niente. Sto imparando a suonare la chitarra a 43 anni e chiamo il mio insegnante qualche ora prima quando ho un buco in agenda. Ma il bello è non avere mai un giorno uguale all’altro».

VENIAMO AL CALCIO. PEPSICO HA INVESTITO MOLTO IN QUESTO MONDO. COSA RAPPRESENTA PER UNA AZIENDA COME LA VOSTRA?

«Un mezzo per far passare un messaggio. Abbiamo svariati brand e ognuno interpreta il calcio in modo diverso. I tre principali sono Pepsi, Gatorade e Lays. Gatorade è il calcio dal punto di vista tecnico, a livelli di Nike o Adidas, perché il prodotto aiuta la performance. Pepsi e Lays invece si rivolgono più ai fans per celebrare insieme una grande festa. La comunicazione, quindi, cambia completamente. Gatorade è cool ma vedi il sudore dell’atleta. In questo settore abbiamo brevettato una bottiglia intelligente che con un chip monitora la tua sudorazione e quando hai bevuto stila un profilo personalizzato di allenamento. Oppure le caramelle Gatorade, invece di bere puoi mangiarle per ristorarti. Con Pepsi e Lays invece sponsorizziamo una serie di atleti, come Messi, o competizione come la Champions League e avviamo campagne di comunicazione. Per esempio con Pepsi abbiamo coinvolto degli street artist che hanno creato un’opera sull’immagine del calciatore. Cioè siamo passati dal parlare della bevanda come rinfrescante all’equity del brand. Pepsi è live for now, carpe diem. E poi sono nate collezioni di occhiali, cappellini, felpe, palloni da calcio con altri marchi».

SUI SOCIAL SEI SEGUITISSIMO. QUAL È IL TUO STILE PERSONALE?

«Premetto che odio i commessi addosso che mi consigliano cosa comprare. Ho una grande collezione di scarpe. Mischio da capi delle ultime collezioni ad altri vintage, grandi marchi e meno noti o designer emergenti. Di tutto. Ho uno stile che vuole, da una parte differenziarsi per essere sempre adatto ai vari contesti e dall’altra mi piace provocare. Ma senza esagerare rischiando di perdere eleganza, che è importante per non cadere nel volgare».

E IL LEONE ROSA CHE HAI IN PISCINA?

«Ho chiamato la mia barca Pink Lyon. A fine 2010 a Minneapolis ho trovato questa statua bianca in un mercatino di

strada. Vivevo in un quartiere benestante, ebreo, davanti a un golf club, quindi molto patinato. Ho dipinto il leone di fucsia e l’ho piazzo davanti a casa. Dopo poco è diventato una star. La gente si fermava con l’auto e entrava nel giardino per farsi una foto. Quando Fast Company mi ha dedicato un grande articolo, nominandomi Master of design, mi ha immortalato con il leone rosa. Così quando andavo in giro per l’America tutti mi chiedevano del Pink Lyon. Lo porto sempre con me e ora controlla la piscina nella casa di New York. Interpreta in modo divertente e ironico la mia italianità e rappresenta il mio prendermi in giro. Alla fine è diventato un personal brand».

NEW YORK QUANTO INFLUENZA LA CREATIVITÀ?

«È la capitale delle capitali. Tante altre sono grandi città, come Milano che è rinata dopo l’Expo. Ma la Grande Mela è svariati gradini più in alto. Puoi avere successo ovunque ma da qui ci devi passare. Per lavorare, per farti ispirare o perché ci fai studiare i figli. La sua particolarità è che in un territorio molto limitato, l’isoletta di Manhattan, è presente una serie di personaggi pazzeschi che vogliono o stanno cambiando il mondo».

DOVE TI VEDI TRA DIECI ANNI?

«In qualsiasi posto geografico o spirituale in cui abbia un sogno da perseguire e realizzare».


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STADIUM

STADIUM, PER UNA GRANDE PASSIONE CI VUOLE UN GRANDE SPORTS BAR Non solo 50 monitor ad alte prestazioni, un mega videowall con gradinata, ma è possibile mangiare, bere e pagare direttamente dal tavolo. Un luogo a Milano studiato per chi non vuole perdersi nemmeno un secondo del proprio sport preferito.

È uno dei più grandi sport bar in Italia – con uno spazio di circa 4mila metri quadri - dedicato allo sport, ma nel quale non mancano live happening, dj set, concerti o party privati e da poco ha inaugurato un altro spazio decisamente suggestivo. Si chiama Garage Stadium, che in breve è diventato punto di riferimento per gruppi di appassionati di ogni sorta di disciplina. Un luogo ideale, in viale Liguria 47 a Milano, dove incontrarsi e vivere i grandi eventi sportivi a pochi passi dalla movida milanese. Grazie a un concept ispirato alle esperienze americane e reinterpretato con lo stile e la classe caratteristici del design italiano, Stadium rappresenta il perfetto crocevia tra gusto e creatività. Una location raffinata ed elegante disposta su due livelli che propone una vasta scelta di birre, cocktail speciali e una cucina aperta dalla 10 alle 2 di notte, 360 giorni all’anno. Qui la prestazione sportiva vive il suo picco emozionale, grazie ai 50 monitor LCD ad alte prestazioni distribuiti lungo le pareti del locale e sopra il grande bancone del

bar, e una vera e propria gradinata da 40 poltroncine di fronte a un mega videowall, per una esperienza coinvolgente di un evento sportivo tanto quanto quella live. «Siamo molto contenti dei risultati ottenuti – ha sottolineato Marco Morini, Owner di Stadium – e Garage Stadium rientra in una precisa strategia che mira non solo a coinvolgere gli appassionati di ogni sport ma anche quelli di musica ed eventi, che sono parte integrande dell’offerta. Stadium è un luogo di riferimento della Milano by night. Siamo solo all’inizio di una serie di novità che ci accompagneranno per tutta l’estate». Ma Stadium non finisce qui. Anche la ristorazione è multimediale: i menu e le proposte del giorno sono sempre visibili sui monitor e a breve attraverso l’app esclusiva, si può ordinare e pagare comodamente al tavolo. La squadra dei partner è composta da Pilsner Urquell (Peroni), Puma, Aperol, Pepsi, RedBull, Schweppes, Lipton e molti altri. Per prenotarsi e rimanere aggiornati seguite il sito www.stadiumgrill.it


via Lomonaco 13, Milano www.bertame.it


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Dal Lanerossi a Renzo Rosso

IL VICENZA CALCIO TORNA DI MODA Parole di PIETRO ALLODI Renzo Rosso è uno dei più importanti imprenditori italiani e internazionali che operano nel settore della moda. Nato a Brugine, un paese di settemila anime in provincia di Padova, è attualmente presidente della holding Only the Brave, oltre a essere fondatore di Diesel, un marchio riconosciuto in tutto il mondo. Nonostante sia diventato uno dei più famosi personaggi nell’ambito della moda, Renzo Rosso non ha mai dimenticato le sue radici e, soprattutto, non ha mai dimenticato una delle sue più grandi passioni: il calcio. Calcio e Veneto, infatti, si intrecciano nella storia e nella vita di Renzo Rosso, dapprima in qualità di tifoso del Milan, in seguito come


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proprietario della Bassano Virtus 55 ST e, da pochi giorni, del Vicenza Calcio, entrambi iscritte al campionato di Serie C. In un’intervista rilasciata a gennaio a Radio 105 già caldeggiava quello che sarebbe stato il suo futuro nel mondo del pallone. È bastato un sibillino: “Adesso anche con il Vicenza sembra succeda qualcosa di strano, magari facciamo una bella fusione Bassano e Vicenza. No dai, sto scherzando”. Ma in quello scherzo, a quanto pare, c’era un fondo di verità. Rosso ha acquisito un Vicenza sull’orlo del baratro: la società, fallita, era stata messa all’asta ma nessuno, visti i debiti e il rischio retrocessione in serie D, sembrava interessato all’acquisto. Ma come detto, Renzo Rosso non ha dimenticato il suo Veneto, in cui tuttora risiede, e ha deciso di acquisire, attraverso la sua società Otb, il Vicenza, una squadra mitica in cui giocarono, tra gli altri, grandi campioni come Paolo Rossi e Roberto Baggio. È interessante, in questo senso, sottolineare la ciclicità dello sport: tra il 1953 e il 1990, i biancorossi cambiarono il loro nome in Lanerossi Vicenza, prendendo il nome di uno dei più grandi lanifici italiani - il Lanificio Rossi, appunto - che, anche in quel caso, comprò la squadra che versava in grosse difficoltà per riportarla ai vertici del calcio italiano. Secondo quanto detto dallo stesso Renzo Rosso, la fusione tra le sue due squadre porterà ad un unico grande club della provincia vicentina che sfrutterà il titolo sportivo del Bassano, ma disputerà le partite casalinghe allo stadio Menti. C’è già comunque molta attesa, ovviamente, attorno alla maglia con cui giocherà la nuova squadra che sarà disegnata dagli stilisti e designer di Diesel. Ma questa non è la prima “invasione di campo” di Diesel - e quindi di Rosso - nel mondo del calcio. Negli ultimi anni, infatti, hanno rivoluzionato il concetto di divisa di rappresentanza. Le strade percorse dalle squadre di calcio, prima della rivoluzione Diesel, erano sostanzialmente due: la classica tuta o l’abito formale. Per il Milan, la sua squadra del cuore – che Rosso ha pensato anche di acquistare quando fu messa in vendita da Berlusconi – ha disegnato una linea “un/formal”, un abito elegante ma allo stesso tempo sportivo, che sia così al passo coi tempi e alla nuova eleganza dello streetwear.


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IL RISCATTO DEI CAMPIONI MANCATI 999 è un libro che ha stile, come il suo autore: Paolo Amir Tabloni.

Parole di PIETRO ALLODI

Sono seduto in platea del Teatro Nuovo di Salsomaggiore (Parma). Da circa un paio d’anni mi sono appassionato, dalla pagina Facebook, al libro che stanno presentando: “999, Le storie vere dei campioni mancati” (Diabasis). Mi ha incuriosito per i protagonisti che sono menzionati, ovvero tanti calciatori dilettanti (che in molti casi conosco e ho visto giocare) delle mie zone. Giocatori con dei numeri da fuoriclasse ma che, per un motivo o per l’altro, non sono mai riusciti a sfondare. L’autore del libro mi è sconosciuto. Si chiama Paolo Amir Tabloni, classe ’82, agente di assicurazioni, ma ex promessa del calcio nel ruolo di portiere, prima di un lungo girovagare nelle serie minori. La serata è moderata da un certo Fabio Caressa (direttore di Sky Sport), tra gli ospiti vecchie glorie come Nicola Berti, Alessandro Melli e lo storico dirigente del Milan Vincenzo Pincolini. Il teatro è sold out, seduti al mio fianco tutti i protagonisti del “nostro calcio”, ma anche il vice presidente della Lega Dilettanti, alcuni cameraman e giornalisti, oltre a tutta la dirigenza del Piacenza. È chiaro che sta succedendo qualcosa di significativo. Poco dopo, vengo a sapere che giocheremo insieme, nella squadra di Promozione del mio paese, cioè il Fidenza. Con Paolo stringo subito un

ottimo rapporto, anche grazie a 999 che nel frattempo ho divorato, ed entro sempre di più nel suo mondo. Ma non sono l’unico. Il percorso promozionale ormai coinvolge volti sempre più noti, da Gianluca Pessotto a Stefano Sorrentino, passando per i fratelli Inzaghi, Paolo Cannavaro, Damiano Tommasi e l’Associazione Calciatori, mister Eusebio Di Francesco, che decide di regalare il libro a tutta la squadra del Sassuolo, fino a Marco De Marchi e la moglie Stefania Tschantret, famosa produttrice, che avvia il progetto della trasposizione cinematografica di 999, per la regia di Federico Rizzo. Ne parlano Radio Deeay, TgCom24, Sportweek, Panorama, Eurosport. Va in ristampa e su Amazon vola. Ma di chi sono le 29 storie di cui si parla nel libro di Tabloni? Si racconta di Marco Nichetti, per esempio, talentuoso trequartista classe ’76, che nelle nazionali minori a volte faceva sedere l’ottavo re di Roma Francesco Totti, e a 17 anni ha esordito nell’Inter, cocco di Bergomi e di Bruno Pizzul (che lo paragonava a Lentini), a 24 anni si ritrova però in serie D. O di Nando Piro, che a Napoli si guadagnava da vivere vendendo sigarette di contrabbando, che poi un giorno si ritrovò in Serie A segnando un eurogol per il Parma, salvo poi rovinare prima in C e poi nei Dilettanti. Tanti hanno esordito in A, come Iadaresta e Ballotta, altri si sono fermati alla B, ma tutti, alla fine, hanno dovuto arrendersi a un destino che non li ha

voluti confermare ad alti livelli. Storie di vita vera, a volte emotivamente forti, come quando si parla di droga, rapine o eccessi. E come quando si parla dell’autore. Paolo Tabloni a 12 anni è nelle giovanili del Parma e si allena insieme a un ragazzino poco più grande di lui. Si chiama Gianluigi, ma tutti lo chiamano Gigi, e si appresta a diventare il portiere più forte di tutti i tempi. A 17 anni diventa la scommessa di Gianni Di Marzio nel Padova in C. A 18 è a Voghera, in serie D, dove subisce un infortunio che spiana la strada a Mario Cassano, arrivato poi in Serie A. Da lì in poi, una serie incredibile di sliding doors. Un rilancio calcistico che si intreccia a varie esperienze, dai viaggi per il mondo alla carriera da modello nella Milano da bere, oltre che a quella di scrittore (è autore di altri due romanzi, Onde Perfette e McQueen Boulevard). Paolo oggi si gode il successo del suo libro e altri progetti sicuramente bollono in pentola. Come disse Nicola Berti: «Fallire nel calcio non significa fallire nella vita». Continua a girare l’Italia, per presentare la sua opera, che ormai è diventata una missione, pronta a sostenere tutti coloro che nella vita hanno investito in un sogno e ai quali è andata male, ma sono in attesa di rimettersi in piedi più forti di prima. Noi di Soccer siamo con lui, a sostenere questo riscatto.


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SLAM AL PITTI

UNA SECONDA PELLE PER SKIPPER CHE PIACE AI CAFFÈ RACER

Win-D Defence Thermal Jacket è un capo ibrido che nasce da una doppia necessità: quella di coniugare eccellenti proprietà antivento e antischizzo e un alto grado di termicità. La speciale membrana antigoccia e windbreaker sul davanti si unisce a una lavorazione seamless batteriostatica e termoregolante

sul retro, realizzato con il filato altamente performante Nilit Heat. Ideale a contatto con il corpo sfrutta al massimo le sue proprietà di batterio staticità e termoregolazione corporea, che assicurano comfort e benessere in ogni momento. La costruzione senza cuciture sul retro inoltre dona al capo una

AL GIRO DI BOA DEI 40 ANNI In occasione della 94esima edizione di Pitti Uomo, il brand genovese svela tante novità. Prima fra tutte, l’insediamento del nuovo amministratore delegato Luca Becce. Savonese, classe ’59, arriva dopo aver già collaborato con il gruppo Finsea, la holding proprietaria di Slam dal 2016. Primo obiettivo? «Riportare l’azienda ai livelli che le competono». Ma il Pitti è anche occasione per lanciare una speciale collezione in grado di celebrare i 40 anni dell’azienda che cadono nel 2019, con un logo studiato ad hoc e pezzi iconici di ispirazione nautica. Senza dimenticare che Slam si rilancia anche negli spazi al Pitti. È possibile trovarlo nello spazio raddoppiato al piano terra delle Costruzioni Lorenesi, stand A/5.

vestibilità ancora più ergonomica e anatomica. La grafica romboidale sulle maniche riprende lo stile degli altri capi della linea Win-D e arricchisce Defence di un dettaglio di alta visibilità grazie al colore argento reflex. Rigorosamente Made in Italy. www.slam.com


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Il contributo di atleti olimpici permette al marchio genovese di progettare capi altamente performanti per chi vive in mezzo alle onde e il vento. Ma non solo.

Oltre a sviluppare ricerca scientifica sui tessuti e sulle tecniche di assemblaggio, infatti, i capi vengono testati direttamente sugli atleti. Sono loro quelli che si bagnano e che sanno comunicare da dove è meglio che esca l’acqua, se la manica consente movimenti estremi, se il taglio sulla schiena ne favorisce il defluire, se il rinforzo è resistente ma anche morbido. I dettagli sono un punto di forza delle collezioni Slam: si notano nelle nastrature, nell’accesso alle tasche,

nella rifinitura della manica, nelle cuciture che non lasciano penetrare l’acqua, nei tre strati che danno l’isolamento necessario, risultando allo stesso tempo comodi e performanti. Sono capi testati da chi il mare lo vive sulla propria pelle. O, meglio, che vuole evitare di viverlo troppo sulla propria pelle. I feedback degli sportivi aiutano a realizzare la collezione fin nei minimi particolari. Matteo Capurro è uno degli atleti olimpici che ha testato il neoprene

SLA

IL BRAND TESTATO


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AM

O DAGLI SPORTIVI

Chi sceglie l’abbigliamento nautico Slam sa che c’è dentro il mare. Capi salati, icone che fanno parte della storia nautica e che sanno evolvere con essa.

ai CICO di Genova, il Campionato Italiano Classi Olimpiche 2018. Quando Matteo ha dato l’ok l’azienda sa di avere raggiunto (quasi) la perfezione. L’estetica va di pari passo con la tecnologia e Slam ha innovato e rivoluzionato questo mondo. Con tessuti tecnici ma anche con tagli e stili originali. Questione di allenamento. Sono molto amati anche dalle donne. Come Alice Linussi, altra atleta olimpica, che adora i dettagli negli indumenti tecnici: il mechanical stretch,

il rip stop, le cuciture gommate. Non perdere di vista la femminilità, altro obiettivo di Slam, perché le quote rosa nella vela non sono poche, anche se a volte si tende a pensare che femminilità e comodità non possano gareggiare insieme. Niente di più sbagliato. La vita in mare non è facile, oltre alle prove fisiche devono superare avversità climatiche. Una cucitura ben fatta può impedire il passaggio di aria e acqua, quindi fare tutta la differenza del mondo a livello professionistico. Ma anche nella vita di tutti i giorni.


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«CON I PIEDI NELL’ACQUA E LA BURRASCA NELL’ANIMA»

Certi marchi hanno un’anima. Sono capaci di entrare nella vita delle persone. In questo caso anche un volto, quello di Raffaele Negri che rappresenta la proprietà di Slam, un brand nato nel 1979 e che dal 2014 sta portando avanti una rivoluzione in grado di farlo uscire dall’ambito originario di competenza (la vela) per espandere il suo stile in ogni settore sportivo. La parola chiave, come spesso accade, è passione. Che ha consentito a Slam, riferimento italiano di capi tecnici per il mare, di sfondare nel lifestyle. Da Genova al mondo andata e ritorno. Come da tradizione della Repubblica marinara.

genovese quale Slam, che nasce dalla vela, a lanciare un abbigliamento di sportswear tecnico-nautico e a trasportare quel sapore di mare e sale percepibile nella collezione».

DA DOVE PARTE LA RINASCITA?

QUANTO PENSI CHE LE VOSTRE IMMAGINI POSSANO ESSERE COMUNICATIVE?

«Dopo il nostro ingresso abbiamo deciso di diversificare le attività avute finora all’interno del gruppo tramite una riorganizzazione interna dell’azienda e una nuova strategia di riposizionamento del brand che richiedeva un’azione drastica e impattante sul management, perché bisognava agire su un brand che nel corso degli anni si è un po’ lasciato andare. Bisognava dare uno shock, lavorando su prodotto, comunicazione e distribuzione».

COSA MANCAVA?

«In termini di qualità, soprattutto nello sportswear, perché nella tecnicità è sempre stata molto presente e molto attenta alle necessità, essendo un’eredità che si porta dietro da anni. Abbiamo iniziato con il rinnovo del logo, che andava rinfrescato e modernizzato e da quel momento è iniziato automaticamente un nuovo processo, avvenuto anche con l’online, la comunicazione, la distribuzione e un’attenzione maggiore per i dettagli».

COME SI È EVOLUTO DA MARCHIO TECNICO A SPORTIVO?

«Ci piaceva il fatto che fosse un’azienda

CHE TIPO DI FEEDBACK RICEVETE DAL SITO ONLINE?

«La tendenza dell’acquistare toccando il prodotto può essere compensata oggi con una descrizione molto dettagliata dello stesso e con immagini che ti consentono di raccontarlo dallo schermo. Inoltre le nostre partnership con gli sportivi di discipline olimpiche ci permettono di essere sempre presenti durante le loro gare e questo ci permette di trasmettere tramite lo stesso sito e i social la realtà dei capi Slam con quel qualcosa in più che fa la differenza».

«Credo molto. Da appassionato di vela i contenuti mi trasmettono emozioni».

E OGGETTIVAMENTE?

«Analizziamo le statistiche valutando quante persone da un like alle nostre foto su Instagram sono poi arrivate al sito web e magari hanno anche comprato un capo. Queste ricerche ci danno i feedback oggettivi dei clienti».

NEL 1979 CHE COSA HA SPINTO I FONDATORI A CREARE IL MARCHIO?

«Semplicemente la passione per la vela».

E TU NE HAI ALTRETTANTA?

«Penso che aiuti ma non sia necessario. Si deve avere passione in tutto, a prescindere da ciò che si crea, altrimenti si diventa banali».

IN COSA PENSI NON SIANO BANALI I VOSTRI CAPI?

«Nel sapore di mare, sono capi salati».

OVVERO?

«Sono iconici. Fanno parte della storia della marineria. Siamo di Genova, con i piedi nell’acqua e la burrasca nell’anima. È una caratteristica intrinseca. Sono dei capi tradizionali che vengono riproposti senza essere stravolti, mantenendo quindi la loro storicità. Sono tipici e questo concetto arriva al cliente finale, anche se non appassionato di vela ma a cui piace l’idea di possedere un capo classico ma rivisitato».

QUALI I DETTAGLI DA NOTARE?

«Si notano nelle tasche, nel taglio della manica, nelle cuciture che non lasciano penetrare l’acqua, nei tre strati che danno l’isolamento necessario risultando allo stesso tempo agevoli e pratici».

CHE RICERCHE ESEGUITE PRIMA DI CREARE UNA COLLEZIONE?

«Oltre alla ricerca scientifica sui tessuti e sulle loro tecniche di assemblaggio facciamo testare i capi agli atleti con i quali collaboriamo, il che è fondamentale perché sono loro quelli che si bagnano e che ci sanno dire da dove entra l’acqua. Il loro feedback è fondamentale e costruisce la nostra collezione».

ALTRI SPORT VELA?

OLTRE

ALLA

«Siamo molto ancorati alla vela perché ci dà identità. Da essa non ci discosteremo mai, ma è anche vero che questi capi possono essere utilizzati in qualsiasi altro sport. Noi dobbiamo stare attenti a non perdere il senso del brand, perché rischieremmo di non dare più quel che il cliente cerca».

VOLENDO POSSONO ESSERE INDOSSATI ANCHE NELLA QUOTIDIANITÀ?

«Qualunque capo è abbastanza versatile, quindi in realtà chiunque può utilizzarlo. Per esempio è più che pratico per andare in motorino».


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LA BELLEZZA CONTA

I calciatori sono emblemi di bellezza, se non nell’aspetto estetico, perlomeno in quello artistico. Negli ultimi anni sono emerse anche altre figure estremamente importanti: le donne del calcio. Parole di LUCA TALOTTA La bellezza, inutile negarlo, conta. Intesa quella del gioco, dell’estetica, del sapersi muovere con eleganza. D’altronde anche i calciatori più osannati di sempre sono stati emblemi di bellezza, se non nell’aspetto estetico, perlomeno in quello artistico: da Maradona a Pelé, da Baggio a Platini e Zico, solo per citarne alcuni. Ma in questo quadro, negli ultimi anni, sono emerse anche altre figure estremamente importanti: le donne del calcio. A volte chiamate semplicemente “mogli di…” o “fidanzate di…”, altre volte WAGS, acronimo di Wives And Girlfriends ovvero mogli e fidanzate di sportivi famosi. Ne abbiamo incontrate due, durante una serata di beneficenza che ne ha riunite davvero tante: luogo l’incantevole Harbour Club di Milano, l’occasione l’Aspria Charity Football Ladies. Una partita di calcio a scopo benefico a sostegno della Fondazione Marta Cappelli. Bellezza, calcio e impegno sociale, un tridente d’attacco capace di abbattere muri come l’ignoranza e i pregiudizi: “Ho sempre giocato, fin da piccola. Quando ho conosciuto mia marito facevo calcio a 5 e lui veniva a vedermi”. Parole di Rocio Rodriguez, al

secolo moglie di Borja Valero, centrocampista dell’Inter; una donna che gioca a calcio e che, nel corso della partita benefica in oggetto, ha ricevuto addirittura i gradi di migliore in campo: “Ma non c’è niente di strano, tutte le ragazze dell’Inter e anche altre che frequentano questo Club hanno voluto partecipare e sono davvero brave. Ci siamo divertite e abbiamo fatto del bene”. E c’è chi giura che non sia finita qui: “Siamo tutte gasate, vedrete che faremo altre partite - ha concluso la signora Valero - sono passati tanti anni da quando mi vide per la prima volta mio marito, ma è sempre bello e motivante scendere in campo davanti a chi ti vuole bene”. La vittoria però è andata all’altra formazione,

capitanata da una agguerritissima Cristiana Capotondi. Che non è moglie o fidanzata di nessun calciatore: “Non giocavo da sei mesi, ho preso due pestoni ma in generale il calcio mi è sempre piaciuto”. La sua presenza è giustificata dall’essere stata la promotrice dell’evento. Tra le WAGS che hanno sfidato Cristiana Capotondi & Friends, oltre a Rocio Rodriguez, anche Luciana Rodriguez, moglie di Eder; Zoja Trobec, compagna di Handanovic; e Luisina, l’altra metà di Matìas Vecino: “Il calcio è una metafora della vita - ha precisato ancora Cristiana Capotondi - la cosa a cui tenevamo di più però era portare avanti lo scopo benefico di questo evento che avesse a che fare con le donne”. Perché anche le donne, nel mondo del calcio, possono dire la loro: non è un caso che molti club abbiano deciso di affiancare all’attività maschile anche quella femminile, con Juventus, Fiorentina e molte altre che si sono impegnate anche economicamente in questo nuovo settore. Per rilanciare anche un altro messaggio: “Faremo altre partite di questo tipo - ha concluso la Capotondi - ha senso farlo per divertirsi e perché si trovano sempre delle cause valide da sostenere”. Quando la bellezza (e il calcio) possono avere anche risvolti sociali.


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TUTTI PAZZI PER MATERAZZI... E PER LE SNEAKERS Dopo l’Inter Marco Materazzi ha deciso di dedicarsi all’altra grande fissa della sua vita: le sneakers. Questo però non lo ha allontanato dal calcio di cui parla sempre volentieri. Parole di ENRICA SINESIO


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Lui è Marco Materazzi, la sua passione sono le sneakers, Space23 è il suo negozio. Inutile indagare su quel 23, stampato sulla maglia nerazzurra per oltre un decennio. Le Jordan sono il suo primo grande amore ma, in tutto, tra scarpe da basket e non, ne possiede circa 3.000: “Non tutte da collezione ma, da maniaco, belle o brutte che siano, le tengo comunque”.

“Me la tatuerei addosso. La mia preferita è quella del centenario, con la croce rossa, anche quella del triplete, col serpente laterale. Giocare a San Siro è la cosa più bella del mondo”.

L’idea di Space23 nasce con l’amico cestista Stefano Mancinelli con l’intenzione di unire moda e sport in un unico concetto: “Ho sempre fatto quello che mi appassionava e dopo l’Inter ho pensato di dedicarmi all’altra grande fissa della mia vita: le sneakers. Il mio stile è sportswear, voglio essere libero di essere me stesso dentro e fuori dal campo””.

“Ha fatto il miglior risultato da quando sono andato via, anche se per l’Inter è il minimo. Deve puntare allo Scudetto. Mourinho rimane il migliore. Quando volevo andare via e mi ha chiesto di restare è stato come se mi avesse chiamato Bono degli U2 per dirmi di andare a fare una tournée insieme. Ho smesso di giocare con lui - e non con Benitez come si crede - ma mi ha fatto sentire parte di un gruppo e questo per un giocatore è impagabile”.

TORNEREBBE A INDOSSARE LA MAGLIA NELL’INTER DI OGGI?

E SPALLETTI?

COSA NE PENSA MATERAZZI DI ZIDANE ALLENATORE?

“Chapeau all’allenatore, ha dimostrato di essere infallibile, c’è solo da fargli i complimenti per come ha gestito i giocatori e per la squadra che ha messo in piedi. La stessa squadra di Benitez, eppure non vinceva”.

L’ESPERIENZA IN INDIA È STATA FORTE?

“Non è vero che se vai in India ritrovi te stesso, se non stai attento potresti anche perderti. Dal punto di vista umano è una realtà profondamente difficile, in cui coesistono assoluta povertà e assoluta ricchezza”.

E DAL PUNTO DI VISTA SPORTIVO?

“Ho imparato molto a livello manageriale. In Italia non tornerei, non mi permetterebbero di lavorare allo stesso modo. In India, la responsabilità di fare bene o di fare male ricadeva solo su di me. Mi sono meritato di restare quando abbiamo vinto e di andare via quando abbiamo perso. In Italia, il destino dell’allenatore è appeso a un filo e, a mio avviso, non ne vale la pena”.

RIVENDICA LA SUA AUTONOMIA E LA SUA PERSONALITÀ ANCHE FUORI DAL CAMPO.

“Non mi andrebbe di snaturarmi seguendo i consigli del presidente di turno, correndo il rischio di non arrivare a fine campionato”.

RUSSIA 2018 SENZA L’ITALIA. LE VIENE DA PIANGERE COME AL PRESIDENTE DI FEDERCALCIO?

“No, l’Italia è dal 2010 che fa piangere, la mancata qualificazione di quest’anno non è altro che conseguenza. Spero che da qui si possa ripartire”.

LA MODA E IL CALCIO.

“Se avessi avuto Instagram nel 2006 forse adesso avrei 30 milioni di follower, ma siamo rimasti quelli di una volta, noi (i suoi compagni, N.d.R.). Se pubblico una giacca faccio 10 like, se posto la maglia dell’Inter ne faccio 40 mila. Chi ti segue è perché ti vuole bene”.


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FASHION FOODBALLER... DOVE IL CALCIO NON È SOLTANTO UN GIOCO

Calcio, cibo e moda: il tridente perfetto. È a Firenze e difficilmente può essere definito solo un ristorante. È anche museo, shop e luogo per eventi legati al gioco più bello del mondo. Parole di LAURA EMANUELI Se pensate che questi tre elementi non possano convivere insieme non siete mai stati al Fashion Foodballer. In piazza Strozzi, in pieno centro a Firenze, ritroviamo le nostre eccellenze italiane racchiuse in quello che è un po’ di più di un semplice locale. L’idea nasce dall’imprenditore fashion Manuele Venturucci e dal suo slogan: il buono del calcio. Così unisce le forze con Emanuele Principe Mignardi, e una squadra a tutto calcio: Luciano Spalletti e suo figlio Samuele, Alberto Gilardino e Dario Dainelli. Food e Football vanno a braccetto Il football, così come il food, è l’emblema dell’aggregazione. È proprio per questo che non c’è niente di meglio che guardare una partita assieme ai propri amici mentre si gusta un piatto di gnocchi o ravioli, una trippa o una pescatrice al forno o se vogliamo essere più easy una buona pizza o un hamburger. Gli schermi sono diciotto e oltre alle partite attuali si potranno vedere vecchie gloriose partite, quelle che ancora ci ricordiamo a memoria ma che non ci stanchiamo mai di vedere. Rappresentato sotto il bancone del bar troviamo il gol di Fabio Grosso che ci ha fatto diventare campioni del mondo nel 2006.

Food, Football e Fashion, il mix perfetto In questo ristorante-museo del calcio possiamo trovare due sale: la prima, Sala Prato ospita un calcio balilla (marchio del locale sono proprio gli ometti di plastica) dove tra un rimbalzo sulla sponda e una controdoppietta, si può bere una birra artigianale o un calice di vino bio. Nella seconda, Sala delle Glorie, vengono ricordati gli eventi calcistici più importanti a partire dal 1930 al 1989 e sulle pareti sono esposte le maglie e le scarpe di giocatori icone: da Pelè a Zidane, da Baggio a Del Piero passando per Battistuta e Ronaldo. Ma al FFB si respira anche aria di moda? Certo, perché dopo aver mangiato, bevuto e ammirato la storia del calcio si possono comprare t-shirt, cappellini, tazze e anche spille magnetiche con frasi famose comeper esempio “a pallone ci possono giocare tutti, a calcio soltano in pochi” (grazie Arrigo!). Da non perdere gli eventi, come “God save the wine” dove si possono degustare i vini di calciatori-imprenditori tra i quali Andrea Pirlo, Daniele Bonera e Andrea Barzagli. E se pensate che il calcio non debba mischiarsi con altre cose, la frase di José Mourinho incisa a caratteri cubitali su una parete è dedicata a voi: “Chi sa solo di calcio non sa niente di calcio”.


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#GENTLEHOOLIGANS

Gentlehooligan è un gioco di parole. Significa tutto e il contrario di tutto, saper indossare un cappotto o un capo ricercato anche allo Stadio, sentendosi sempre a proprio agio.

Parole di TOMMASO LAVIZZARI

Coolness compie 20 anni. Elvio Pompei, il suo fondatore, nel 2018, si è regalato un elegante Club Store nel centro di Milano e ha lanciato l’hashtag #gentlehooligans che indica la naturale evoluzione di quel fenomeno Casual che importò, per primo, dall’Inghilterra, diventando uno dei riferimenti, a livello europeo, per quanto riguarda lo stile d’Albione: “É stata un’evoluzione naturale, sia per la storia del negozio che per la passione personale nei confronti di un certo tipo di lifestyle”.

COME DEFINISCI IL GENTLEHOOLIGAN?

“Gentlehooligan è un gioco di parole. Significa tutto e il contrario di tutto. Significa essere da bosco e da riviera, sentirsi appropriato a tutte le situazioni, sia al The Den che a Buckingham Palace. Il Gentlehooligan ha una classe differente, la propria. É un modo d’essere, non significa essere un damerino, ma indossare la propria personalità in tutte le situazioni. Significa vestirsi, non coprirsi, saper indossare un cappotto o un capo ricercato

anche allo Stadio, sentendosi sempre a proprio agio”.

20 ANNI DI COOLNESS.

“Abbiamo sempre dato un’impostazione ben precisa, a volte anche sbagliando. É sbagliato essere in ritardo ma anche essere troppo in anticipo. Abbiamo fatto ricerca e importato brand per primi in Italia che la grande distribuzione ha sfruttato in modo massificato, mentre noi, con eccessiva arroganza, li abbandonavamo per cercare qualcosa di nuovo. Abbiamo cercato di educare al gusto più che cavalcare l’onda. Questo, da un punto di vista commerciale, è stato un errore perché, in un mercato globalizzato come quello attuale, basta cliccare sul cellulare, cercare chi fa l’offerta migliore e farsi spedire a casa un capo senza neanche sapere come sia una volta indossato. Un tempo si ragionava sul passaparola, oggi le nuove generazioni vogliono vestirsi come l’influencer di turno, mentre chi viene da noi vuole esprimere il proprio stile”.

QUINDI IL CONCETTO DI NEGOZIO È CAMBIATO?

“Sì, oggi siamo più Club. Costruiamo lo stile sulla personalità del cliente. Il nostro principio sarà sempre: vivere reale e giocare virtuale, ma dobbiamo comunicare in modo diverso per portare da noi anche i più giovani, oppure ci faremo pagare come gli influencer, solo per l’ispirazione! (risata, N.d.R.) Stiamo rifacendo il sito e riprogettando la comunicazione, perché negli ultimi anni mi sono concentrato più sulla distribuzione che sulla vendita al dettaglio, con grandi soddisfazioni, certo, ma ho deciso di rimettermi in gioco in un mondo in cui è più facile notare qualcosa dai social che osservando quello che si ha davanti agli occhi”.

COM’È CAMBIATA LA PROPOSTA?

“L’idea è sempre la stessa: ricercare e proporre un outfit completo, tratto dalla realtà ma che possa ispirare virtualmente, è il concetto di vendita assistita che abbiamo sempre perseguito. Questo non significa creare dei Gentlehooligans, ci devi nascere da bosco e da riviera, nessuno insegna lo stile, ma si può educare e le nuove generazioni dovrebbero credere più in loro stesse”.


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EVOLUZIONE DI UN FENOMENO “Essere, non apparire” è un mantra da ripetere tutti i giorni, che si tratti di andare a tifare la propria squadra o partecipare a un gala d’onore. Parole di ANDREA PETTINELLO Il fenomeno Casual, di per sé, non è più un fenomeno. Se prima rappresentava il segno distintivo di una determinata classe sociale e di un particolare gruppo di persone, oggi possiamo tranquillamente affermare di essere usciti dall’ideologia che si celava dietro quello stereotipo ed esserci evoluti, con le giuste proporzioni, dal punto di vista stilistico. In Inghilterra, lì dove il Casual è nato, quasi non se ne parla più, anzi. I capi e le firme che un tempo distinguevano specifici gruppi di una singola tifoseria, rappresentano oggi l’insieme. Non si parla più di elite, né tantomeno si cerca di classificare un individuo perché si veste in una determinata maniera o calza scarpe di una particolare marca. Ogni persona (e tifoso in questo caso specifico) si crea la propria figura indossando una propria idea e

non per forza quella del gruppo o quella imposta dalla società. Appartenere a un determinato tessuto sociale oggi non è più obbligatorio. La ricerca del diverso ha fatto sì che ogni singolo individuo cercasse uno stile del tutto personale, non omologato agli stereotipi e diverso nelle forme e nei colori da quello di coloro che frequentano gli stessi posti. Un po’ come quando la mamma compra a due gemelli gli stessi vestiti, dello stesso colore e della stessa taglia. Prima lo stadio, come anche la vita di tutti i giorni, erano vissuti con questa ideologia: se voglio appartenere devo essere uguale a loro. Oggi, grazie all’avvento di internet e dei social network, si è soliti dare ascolto a un influencer, che indipendentemente dalle proprie conoscenze nel settore, riscuote un successo discreto grazie alle sue capacità comunicative (e non stilistiche). Ed è proprio lì che si cela il cambiamento: l’influencer consiglia ma non obbliga. Fornisce spunti dai quali ognuno di noi può prendere spunto e creare il proprio stile personale. In un contesto come quello moderno, dove i cambia-

menti si susseguono a ritmi mai visti prima, l’idea del #gentlehooligans calza a pennello con le esigenze della società. Allo stadio, come in tutte le altre situazioni della vita, è fondamentale per l’individuo avere una personalità e saperla vestire a seconda delle occasioni. È necessario per tutti, tifosi di calcio in primis, uscire dallo stereotipo che vede il Casual come tratto distintivo di un determinato gruppo di persone ed entrare nella mentalità proposta dalla figura del #gentlehooligan. Essere, non apparire. Se prima questa frase la usavamo per abbellire un nostro post sui social, ora è arrivato il momento di renderla un mantra da ripetere tutti i giorni, che si tratti di andare a tifare la propria squadra o partecipare a un gala d’onore in un palazzo storico del centro di Milano.


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VESTITI BENE, COMPORTATI MALE Negli anni ’80 la situazione sulle gradinate inglesi era una: violenza dilagante, ovunque. Perciò la polizia corse ai ripari, arrestando a campione, anche in maniera massiccia, ragazzi che portavano indosso i colori sociali della propria squadra del cuore. A quel punto, gli hooligans inglesi adottarono uno stratagemma. Ce l’ha spiegato chi lo ha vissuto.

Parole di EDMONDO LUBECK

Sulle terraces ovviamente non c’erano solo frange violente, ma anche tifosi che chiameremo “normali”. I “normali” si vestivano con i classici indumenti da inglesotto paraculo: maglioncino “Ben Sherman”,  polo “Fred Perry”, cardigan “Stone Island”, berretti e coppole; senza dimenticarsi le classiche camice a quadretti sotto i maglioni. Insomma, una genialata a mio avviso. In questo modo, per un breve periodo, gli Hooligans si mescolarono ai “normali”, attenuando molto i provvedimenti disciplinari a loro carico. Per uno sbirro, distinguere un tifoso normale da un Hool iniziava ad essere un problema. Ma ai giorni nostri come viene vissuta questa cultura? Beh, inizierei con l’affermare che ai giorni nostri è puro esibizionismo, accostato a slogan da duri: “…vestiti bene, comportati male…“, “…mai per moda”, o minchia-

te simili. E’ una moda e basta, un modo come un altro per sentirsi pompati. Questo contrasto estetico è divenuto un motivo di frattura e diatriba fra i “vecchi ultras” e le nuove leve. Io, che sono un po’ nel mezzo delle due correnti, posso tranquillamente affermare che i “vecchi ultras” evidentemente hanno dimenticato che anche mettere i bomber arancioni, quindi in stile camouflage, o gli Anfibi, voleva dire darsi un tono, un look. Insomma cambiano gli addendi ma il risultato non cambia. Ahimé, il social ha enfatizzato il tutto. Gruppi di “ultras” (le virgolette non sono messe per caso), che si immortalano con vestiti costosi, in posa spesso con armi o spranghe e via sul social magari camuffandosi il viso, ma taggandosi. Only white shoes, scrivono i


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geni, non pensando che ormai sono tutti uguali come soldatini di piombo, e che quindi danno ancora più nell’occhio, quando il casual era nato per tutt’altra storia. Ragazzi… le fighe non vi cagano proprio con ‘sta roba. La Digos sì invece che vi caga. Negli stadi la celere non carica più. Ci sono le signore steward di 60 anni con la borsetta. I provvedimenti repressivi vengono presi davanti ai computer, gli stadi sono divenuti un “grande fratello”, dove beccarsi una denuncia e un daspo è davvero facile. Il casualismo anni ’80 è comunque una figata. Sono vestiti che uso per uscire nella mia vita quotidiana. Le marche che vanno per la maggiore sono quelle dei tennisti dell’epoca: Sergio Tacchini, Fila (white line possibilmente), Ellesse; ma anche Umbro, Merc. Ma in situazioni “hot”, beh perdonatemi non mi va di strapparmi una camicia Ben Sherman; non mi va di bucarmi il mio Barbour da 1000 euro. Negli scontri, usate solo robe di merda usa e getta.

Il casual moderno insomma ha assunto i classici connotati del “fantoccio”, piatto prelibato per i vecchi Ultras che non vedono l’ora di trovare qualche pollo da spennacchiare. Casualismo Una nota tifoseria italiana, non troppo tempo fa, espose uno striscione: “Abbigliamento non vuol dire talento”. Mi viene in mente una comparazione. Da piccolo, quando dovevamo fare un torneo di calcetto, ero superpreso dallo stile delle maglie, come realizzarle, come numerarle… scarpe da calcetto nuove di zecca, squadra tirata a lucido di tutto punto. Alla prima partita, però, perdevi 11-1 contro il ricottaro con la canottiera sporca di sugo, che aveva come compagno di reparto quello con la maglia dell’Inter rifalda e taroccata (quelle con lo scudetto rotondo giallo che pareva un uovo a tegamino, per capirci). Insomma in definitiva, il “Casual” dei nostri giorni ha sortito l’ effetto esattamente contrario a quello d’oltremanica degli anni’80.


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I magici ‘80

Voglio Tornare negli anni 90

2000 altre volte

UN CALCIO ALLO STILE Ricordati per essere fuori dal comune con un pallone tra i piedi, i calciatori sono diventati simbolo di personalitĂ uniche ed eccentriche anche (qualche volta soprattutto) fuori dal campo. Parole di GIULIA TONINELLI


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Negli anni le leggende del gioco del pallone si sono contraddistinte per il loro stile, dentro e fuori dal campo. Figli delle loro generazioni, i calciatori hanno saputo interpretare i ruoli più disparati, diventando rocker e tamarri, gentlemen e anticonformisti. Qualcuno ha fatto scuola, qualcuno si è fatto autogoal.

I MAGICI ‘80

Mentre nelle radio passavano i pezzi di Madonna e Michael Jackson, il mondo perdeva John Lennon, Grace Kelly e Bob Marley. In un decennio epocale come quello degli anni ’80 lo sport non si è fatto da parte: dalle pole position di Ayrton Senna ai duelli mitici di Borg-McEnroe, passando per la Coppa del Mondo dell’82 nelle mani di Zoff. Gli ultimi anni da calciatore di George Best, campione tormentato da una vita fatta di sregolatezze, lo hanno trasformato definitivamente in icona romantica. All’apice della sua carriera invece, Diego Armando Maradona, conquistava Napoli, con un fascino tanto mediterraneo quanto barocco. E mentre alieni del calcio come Platini, Baresi e Zico fuori dal campo mantenevano un profilo da ragazzi normali, Ruud Gullit anticipava i tempi con uno stile inconfondibile grazie alle sue famose treccine afro.

VOGLIO TORNARE NEGLI ANNI ‘90

Lo stile unico di Kurt Cobain, i jeans della Levi’s che diventano mito, il cielo di Londra che piange la morte di Lady D. Sono gli anni ‘90, veloci, difficili e intensi. Con le magie di Michael Jordan e gli scatti di Pantani. Sono la delusione del Mondiale perso ai rigori, con quell’errore di Roberto Baggio, nella finale di USA ‘94. Ma proprio il Divin Codino è stato protagonista di una scena in cambiamento, con la sua chioma così famosa da diventare soprannome e quei look sempre troppo grandi, tipicamente nineties. E tra lo stile da perfetto bravo ragazzo di

Alessandro Del Piero, e quello da Diabolik di Zinédine Zidane, ad essere il più ricordato è quello eccentrico Alexi Lalas: difensore statunitense, famosissimo per i capelli lunghi e la barba a punta, inconfondibilmente color carota.

2000 ALTRE VOLTE

Il nuovo millennio. Le Torri Gemelle, la crisi economica, le vittorie di Schumacher e Valentino, la nazionale dei Mondiali del 2006, la Apple di Steve Jobs. Cambia tutto, compreso il calcio, il modo di pensarlo, i protagonisti. E nel magico gioco del pallone, dove può succede tutto e il contrario di tutto, può anche

capitare che Antonio Cassano si presenti al Real Madrid con un discutibile giubbino in pelliccia o che Dani Osvaldo ricordi vagamente un rocker spiantato, con tanto di capelli lunghi e occhiali rotondi. A riunire i migliori e i peggiori outfit degli ultimi anni è però un solo calciatore: sua maestà David Beckham. La bandana, il total-look in pelle, i cardigan in lana e l’anello di fidanzamento in diamanti (per lui) sono solo alcune delle cadute di stile Bel David. Ma all’elegantissimo Beckham di oggi, che nasconde i tatuaggi sotto camicie perfettamente stirate, si perdonano tutti gli errori di ieri, anche le meches bionde.


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UN MONDIALE IN DIVISA

Le divise del Mondiale 2018 sono state già presentate. Tra standardizzazione, ritorni al passato e piccoli esperimenti, è indubbiamente la Nigeria la regina delle divise. Quali sono le maglie più iconiche dagli anni ’70 ad oggi? Parole di ENRICO BOIANI Ogni quattro anni, con l’avvento della nuova spedizione mondiale, i grandi marchi che sponsorizzano le Nazionali di calcio si sbizzarriscono e creano nuove divise, con l’obiettivo di stupire i tifosi e rendere quella specifica maglia inconfondibile e direttamente riconducibile a quella determinata competizione. Sono tantissime le divise passate che sono rimaste nella memoria di tutti noi. Alcune perché esteticamente formidabili, altre perché bizzarre o particolari. Cronologicamente parlando, le primissime maglie a fare scuola risalgono agli anni ‘70. É il caso del Brasile, con la divisa del mondiale di inizio decennio: il trionfo della semplicità: maglia oro con bordi verdi e pantaloncini blu. Nulla di più iconico e storico. Il successo di quella divisa è da attribuire anche alla squadra che la indossava, di cui Pelé era la punta di diamante. In modo analogo, ad esempio, ricordiamo quella dell’Olanda ‘74 e dell’Argentina ‘86; divise non particolarmente elaborate, ma rese leggendarie dai fenomeni Johan Cruijff e Diego Maradona.

La vera fase del boom delle divise e della massima sperimentazione da parte dei marchi è quella degli anni ‘90. Le tre edizioni ‘90-’94-’98 vedono protagoniste, per quanto riguarda l’ambito delle divise, nazioni come Germania, Spagna, Messico, Croazia e Jamaica. Tutti ricordiamo la maglia bianca interrotta dalla striscia coi colori della Germania Ovest nel mondiale del ‘90. Evidentemente se lo ricorda bene anche Adidas, che ha deciso di riproporre lo stesso concept (seppur tutto in bianco e nero) per il Mondiale 2018. Nel Mondiale ‘94, il titolo di miglior divisa se lo aggiudica la Spagna, con la classica maglia rossa che ha una linea verticale sulla parte destra (indossando la casacca) di rombi color Blu Navy, tonalità scelta anche per i pantaloncini. E’ la Spagna di Luis Henrique e Pep Guardiola. Il ‘98 è senza dubbio il mondiale più ricco per quanto riguarda le divise iconiche. In primis quella della Giamaica, prodotta da Kappa, è un vero e proprio capolavoro. Giallo, verde e nero che si uniscono in un motivo armonico che prosegue anche nei calzoncini. Restando

in America, anche quella del Messico ha fatto storia: la maglietta verde aveva disegnata in ombra una figura riconducibile all’arte Maya e Azteca, in onore di questi popoli colonizzati dal Messico. Infine la Croazia, la cui divisa a scacchi bianco-rossi non ha bisogno di spiegazioni e celebrazioni. Negli anni 2000 la sperimentazione è continuata, nonostante sovente si siano seguite linee molto più standard e classicheggianti. Estremamente unico è il caso del Camerun nel 2002, che aveva proposto una divisa senza maniche, salvo poi essere obbligata ad implementarle per l’inizio della manifestazione. Nel 2006 l’Italia e il Portogallo propongono per la prima volta i nomi e i numeri color “oro” lucido, novità che, almeno agli azzurri, porterà discreta fortuna. Le divise del Mondiale 2018 sono state già presentate. Tra standardizzazione, ritorni al passato e piccoli esperimenti, è indubbiamente la Nigeria la regina delle divise. La nuova maglia bianco-verde è andata sold-out in pochissime ore, autoproclamandosi, di fatto, la più bella del Mondiale in Russia.


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Andrea Fantini

velista oceanico prossimo obiettivo Route du Rhum 2018

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