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Il calcio è un romanzo

Speciale Calendario serie A 2018-19

IL MAGAZINE CHE IL GIOCO PIÙ BELLO DEL MONDO MERITA


— B A R SP O RT— C HIAC C H I E R E TR A A MI CI S U L CA L CI O E Q U E L L O C H E GL I GI R A I N T O R N O

JEAN-CHRISTOPHE CATALIOTTI

Popolo di santi, poeti e procuratori Sembrano passati ormai secoli da quando, alla fine degli anni

sportivo è stata nuovamente riformata con l’approvazione di un

settanta, si affacciava nel mondo del calcio la nuova figura dell’a-

emendamento della Legge di bilancio 2018 che ha reintrodotto

gente dei calciatori o, meglio, secondo la terminologia dell’epoca,

l’obbligo di superare una prova abilitativa cui avranno accesso

del “procuratore”. Da lì a poco l’abolizione del vincolo sportivo

solo coloro in possesso del diploma di diploma di istruzione se-

ha aperto nuovi scenari nel rapporto tra società e sportivi pro-

condaria di secondo grado o di titolo equipollente. La riforma è

fessionisti e, a livello europeo, la Corte di Giustizia - con la nota

stata recentemente attuata attraverso il Decreto del Presidente

sentenza Bosman del 1995 – ha affermato il principio della libera

del Consiglio dei Ministri approvato il 13 aprile 2018 e pubblicato

circolazione dei calciatori nella UE; pronuncia che rivoluzionerà

sulla Gazzetta Ufficiale il 4 maggio del 2018.

radicalmente gli assetti tradizionali incentrati sul dominante

In definitiva, come si diventa procuratori sportivi? Attraverso

ruolo di mercato delle società, per attribuire nuovo e rilevante

il superamento di un esame di abilitazione che si articolerà in

potere contrattuale ai singoli calciatori, riappropriatisi, grazie

una “prova generale” che si dovrà sostenere presso il Coni e in una

allo svincolo e alla libertà di circolazione, del loro destino lavora-

“prova speciale” che si svolgerà innanzi alla Figc.

tivo e sportivo. Da qui, la rapida affermazione di una figura, quella

Il superamento della prova generale sarà subordinato a una veri-

dell’agente, rivelatasi sempre più indispensabile nell’affiancare e

fica di conoscenza del diritto dello sport e, in particolare, l’esame

assistere il calciatore nelle dinamiche – spesso perigliose, senza

avrà ad oggetto la disciplina del professionismo sportivo, lo Sta-

una guida sicura – dei trasferimenti e delle trattative contrat-

tuto del Coni, i principi di Giustizia Sportiva del Coni e il Codice di

tuali. La figura dell’agente troverà riconoscimento a livello inter-

Giustizia Sportiva del Coni.

nazionale solo nel 1996 mediante l’emanazione di un Regolamento

Il superamento della prova speciale sarà, invece, subordinato

Fifa che, peraltro, stabilendo delle restrizioni all’esercizio dell’at-

alla verifica della conoscenza delle Norme della Figc, come lo

tività, verrà sottoposto a censure da parte della Commissione Ue

Statuto Federale, il Codice di Giustizia Sportiva e i Regolamenti in

per violazione del principio comunitario di libera concorrenza,

materia di tesseramenti.

tanto da essere poi emendato nel 2001. Solo nell’anno successivo

Nel mio piccolo, nonostante i chiari di luna consustanziali all’at-

nascerà la figura dell’agente Fifa, procuratore legittimato a ope-

tività del procuratore sportivo, continuerò non solo ad esercitare

rare oltre i confini nazionali. Per diventare agenti occorreva

la mia attività di agente, ma anche a portare avanti quella di for-

superare un esame, consistente in una prova scritta con doman-

matore degli italiani che aspirano a diventare più che navigatori

de a risposta multipla e per l’iscrizione all’esame era obbligatorio

grandi procuratori; e lo farò proponendo la lettura dei miei libri

aver conseguito il diploma di maturità. Ma ecco che l’1 aprile 2015

(in ordine cronologico l’ultimo s’intitola “Procuratore Sportivo. Il

segnerà una nuova rivoluzione: la liberalizzazione dell’attività del

manuale per saperne di più”) e la partecipazione ai diversi wor-

procuratore sportivo. Data che è già storia e che ha indebitamente

kshop per aspiranti procuratori presentati sul sito www.footbal-

permesso a tutti di sognare di entrare nel mondo del calcio senza

lworkshop.it.

dover più sostenere un esame di idoneità; anche la massaia, il

A questo punto non resta che augurare buona navigazione (ops!)

fornaio, l’impiegato, l’operaio, il commercialista, il professore, il

ai futuri procuratori italiani.

FILIPPO ANDREANI

Il figlio di Anna Best A cosa servono le gambe se non hai fantasia? Che cosa te ne fai di un prato senza che ci sia la calce a disegnarlo, il cielo ad annegarlo e fango a farti compagnia? Gli uomini di Belfast non ballano mai, hanno gli occhi tristi come i pesci e i marinai e han la lingua corta e l’irriverenza di chi scarta fino in porta. C’è un bambino in mezzo al prato, ha una faccia che promette, che sembra fatta apposta per giocare con il sette, e già si dice in giro che somigli al suo cognome il figlio di Anna Best.

macellaio, il pensionato, lo studente universitario hanno potuto finalmente esclamare: «Mollo tutto e divento procuratore sportivo» (che è anche il titolo di un mio fortunato libro edito da Mursia).

Avvocato e autore di testi giuridici, ha conseguito la licenza

Ed ecco che magicamente il nostro paese si è inesorabilmente tra-

per esercitare l’attività di agente dei calciatori. Esperto di di-

sformato in un’Italia di procuratori!

ritto sportivo e degli aspetti economico-aziendali, svolge l’at-

Ma attenzione: a distanza di tre anni dalla suddetta liberalizza-

tività di Procuratore Sportivo e organizza corsi per aspiranti

zione, la regolamentazione di accesso all’attività di procuratore

procuratori e osservatori nonché viaggi col tema del calcio.

GIANFRANCO ZIGONI

Il quartiere Marconi

La vita è un lungo cammino di speranze e di illusioni. Di lotte contro fantasmi e di angeli che ti guidano. Poi il risveglio e ti sembra di non esserti mai allontanato. Un attimo di sgomento. Ora sono qui nel mio dolce quartiere. Mi guardo intorno, qualcosa è cambiato. Il fiume che non c’è più, qualche ruga, molti capelli bianchi, amici che non vedo. La tristezza mi pervade. Il mio pensiero corre lontano. Ma che sia stato solo un lungo sogno?

Meglio noto come Zigo-gol, il ribelle col cuore grande diviso tra Che Guevara e Padre Pio. Giovanissimo talento nella Juve, vera e propria leggenda nel Verona tra gli anni ’60 e ’70 agli allenamenti preferiva sigarette, whisky, pistole, auto di lusso e pellicce. Ci ha regalato questa poesia, scritta nel suo rifugio di Oderzo - provincia di Treviso da lui definito “il mio Bronx”.

E passa sulle foto di famiglia il tempo come passa il mare sotto agli aeroplani, e ha un futuro li a trecento miglia pronto a battergli le mani. E sua madre sembra una barca senza vele che ogni giorno salpa dalle sponde di un bicchiere e dicono “è per quello che suo figlio ha gli occhi di chi scappa da un coltello”. C’è un bambino in mezzo al prato, e c’è chi scommette che quando sarà grande indosserà il numero sette e forse hanno ragione, ha il destino nel cognome il figlio di Anna Best. e ogni portiere d’Inghilterra ha un nodo in gola ora che sa che c’è un uomo che ha dentro alle scarpe una carezza e una pistola, e sulla faccia un nome che fa... George Best!

Cantautore dalla discografia corposa: cinque album con la formazione punk degli Atarassia Grop prima di intraprendere un percorso solista. Il testo viene da una delle canzoni dell’ultimo album “Il Secondo Tempo”, prodotto e arrangiato da Guido Guglielminetti - musicista e collaboratore di Francesco De Gregori – in cui George ridiventa bambino, quando non era Best ma “il figlio dei Best”.


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OMAR PEDRINI

Amarcord in bianco blu Come ho già avuto modo di raccontarvi, mi chiamo Omar in onore di Omar Sivori e così potete immaginare quanto sconfinata fosse la passione di mio padre per quel giocatore (e per la Juventus). Sivori era un giocoliere, diceva papà, un artista del pallone, un fuoriclasse assoluto che sfidava gli avversari saltandoli come bandierine, talvolta ritornando dal difensore dopo averlo dribblato magari per fargli un tunnel. Calzettoni abbassati e quintali di gol ma in perenne lotta con il suo caratteraccio, con gli arbitri, con gli allenatori e forse con la sua stessa vita. Era spesso allergico agli allenamenti e tanto testardo da essere soprannominato “el cabezon” (il testone) oltre che “angelo dalla faccia sporca”, soprannome condiviso con altri due calciatori, Humberto Maschio e Antonio Angelillo: tre ragazzi di periferia che sembravano usciti da un film di Pasolini ma che conquistarono l’Italia a suon di reti. Papà, probabilmente, sognava che io potessi diventare un calciatore, ma ahimè i piedi non erano abbastanza buoni e la mia stazza era più adatta al rugby, che praticai per qualche anno, anche se nel calcio arrivai in nazionale, ma quella dei cantanti, con cui vanto una quarantina di presenze e 15 marcature all’attivo. Da Sivori, comunque, avrei sì ereditato qualcosa, ma forse proprio quello che era il difetto più evidente del suo carattere: la testardaggine. È proprio durante la mia infanzia che con papà la domenica (sì, si giocava solo la domenica) andavamo al Rigamonti a vedere la partita del Brescia, squadra per cui egli simpatizzava in assenza della “vecchia signora”. La formazione della leonessa d’Italia a volte raggiungeva la serie A ma quasi sempre giocava in quel campionato di B di cui detiene il record assoluto di presenze ancora oggi. La vedevo con gli amici di papà (tra cui spesso figurava Franco Bettoni, ex calciatore di Bolzano e del Brescia di De Paoli, era un’ala destra che sgusciava agli avversari con la stessa facilità con cui scappava fuori dalla finestra durante i ritiri e concluse la sua vita lavorando al bancone della “Grotta”, mitica osteria nel cuore della vecchia Brescia dove dispensava amici e clienti di aneddoti sul mondo del calcio e non solo) e lo zio Paolo (il mio zio barman citato in “bella bambola” dei Timoria) che allo stadio Rigamonti venivano con le bottiglie e i calici per brindare alla fine del primo tempo con fresco vino di Franciacorta (misteri di altri tempi). Allo stadio i miei occhi e le mie orecchie di bambino si riempivano di quei magici cori, delle sciarpe e le bandiere, dei vessilli mostrati con orgoglio da quella tifoseria così rumorosa e accanita, e mi innamorai di quei colori bellissimi, i colori del cielo sereno: il bianco ed il blu. E poi quella maglia meravigliosa (la più originale in Italia insieme a quella della Sampdoria) con la grande V che campeggia sul petto dei giocatori. Fu passione a prima vista e quando chiesi a papà cosa fosse quel segno grafico (per la verità anche il Brindisi ce l’ha come noi, ma a colori invertiti) mi disse che era chiamata “rondine” e dava appunto l’appellativo ai calciatori, soprannominati “le rondinelle”. La fantasia non mi mancava e quindi immaginavo che i nostri eroi potessero anche volare e a differenza degli avversari quando si fosse messa male la partita mi chiedevo cosa aspettassero a decollare in aria per superare gli avversari e vincere! Poi, da adolescente, cominciai ad andare in curva con gli amici del quartiere Urago Mella, zona popolare di Brescia, una fucina di ultrà e di personaggi sui generis, coloriti e leggendari allo stesso tempo. Buona parte del direttivo ultras infatti veniva dal nostro quartiere e ancora oggi la sede degli Ultras Brescia Curvanord è lì, proprio come allora. Mio padre era un po’ preoccupato della mia scelta, perché temeva che mi mettessi nei guai o incontrassi qualche pericolo visto che la tifoseria bresciana era nota anche per fatti non propriamente calcistici. Io testardamente iniziai ad andare solo in curva e la paura paterna anziché un deterrente divenne una trasgressione. Così finì che papà Ro-

berto, classicista e fine amante dell’arte, iniziò a frequentare la curva bresciana, chi lo avrebbe mai detto??! (lo avrei ripagato ai giorni nostri quando, col mio manager Andrea, grazie a uno dei nostri sponsor lo invitai allo Juventus Stadium). A sedici anni, in seguito, iniziai con le trasferte e arrivò qualche piccolo guaio, ma rimase il momento più bello della mia vita, un’evasione pura che dava l’occasione per onorare una fede condivisa con altri fratelli, i fratelli di curva, e al nostro arrivo ci attendevano al bar per sentire raccontare il “ritorno dalle crociate”: con i nostri tifosi mi sentivo davvero in grado di conquistare il mondo, un po’ come quando con gli amici suonavo la mia amata chitarra elettrica e cantavo. In viaggio, i canti e le liturgie dell’ultrà che ho raccontato nella canzone “Curva nord”. Quanti spostamenti in lungo e in largo per lo stivale a seguire la squadra, quante tensioni nelle trasferte con le tifoserie “nemiche” (Atalanta, Verona, Napoli) quante feste e risate con quelle amiche (Milan, Cesena, Mantova, Salerno e amicizie che durano ancora oggi). Ricordo trasferte al sud che a volte duravano quasi due giorni: Lecce, Catania, Avellino, che odissee, ma anche che risate! Pensate che ancor oggi, una due volte all’anno, torno in trasferta con i “ragazzi della vecchia guardia”: Giacomo, il Mato, il Batì, il Cana, Baki, il Bafo e a volte in furgone (anche il vecchio furgone della mia band, il Ducato bianco chiamato Ducabianco, si è prestato alla causa dopo tanto rock), a volte in automobile, sempre armati di panini al formaggio o al salame nostrano e un paio di fiaschetti di buon vino del contadino. Tirando le somme, la carriera di tifoso del Brescia mi ha regalato qualche gioia e molti dolori, ma come capita spesso nel calcio e forse anche nella vita la memoria tiene cari e lucidi i ricordi positivi e cancella o stempera quelli negativi. Pur non avendo dimenticato tanta serie B e addirittura la C (in trasferta andai anche a Trento, Ravenna o Lodi) ricordo con gioia solo i Brescia migliori dei miei tempi: quello dell’adolescenza di Gigi Simoni e della storica promozione in A degli anni ‘80, quello straordinario Brescia rumeno di Lucescu e capitan Domini, che annoverava a centrocampo una stella come Gica Hagi e il “bionico” Sabau e Florin Raducioiu, una delle tante intuizioni del presidentissimo Corioni (ti sia lieve la terra Gino…), uomo così visionario da immaginare e riuscire nell’impresa di portare nel Brescia il genio assoluto di Roberto Baggio e farlo gestire dal mitologico e indimenticabile mister Carlo Mazzone, che ci porto addirittura ai preliminari di Europa League nel 2001 dove fummo eliminati (certo che c ero!) dal Paris St Germain con due pareggi, pensate un po’: 0-0 a Parigi e 1-1 a Brescia, gol del “divin codino”, dopo uno straordinario e spettacolare campionato di A. Erano gli anni in cui “sor Carletto” inventò un nuovo ruolo per un ragazzino della primavera bresciana appena ripudiato dall’Inter, un certo Andrea Pirlo, e lo piazzò davanti alla difesa. Ricordo il Brescia rock di capitan Neri, che alzò a Wembley nel ‘94 il trofeo Anglo Italiano indossando la t-shirt dei Timoria, l’emozione e l’orgoglio di vedere due amici dell’oratorio, i grintosi gemelli Filippini (che noi “grandi” scacciavamo dal campo da bambini perché non volevano giocare con i “piccoli”) esordire e diventare punto fermo del club della città. Al Brescia ho dedicato anche un inno, che per molti anni è stato suonato allo stadio, intitolato “Nel bianco blu”. Ancora oggi mi diverto guardando gioiosamente lo sbattere d’ali dell’airone Caracciolo, recordman di gol con la maglia del Brescia di tutti i tempi, dopo aver infranto il record di un mito inossidabile come Gigi De Paoli. Quando vedo il bravissimo Ds della Lazio Igli Tare in televisione immediatamente penso ai suoi salti altissimi in area a colpire di testa, spesso facendo l’assist a Baggio. E come dimenticare tra i tanti gioielli dell’era Corioni la grinta della giovane promessa Hamsik, l’esordio in prima squadra del fortissimo portiere primavera Emiliano Viviano o

l’elegante Baronio, oppure le sgroppate del grandissimo bomber-bisonte tatanka Hubner e l’acquisto dal Vicenza di un giovane e incompreso Luca Toni. Dulcis in fundo (lo racconterò ai nipotini) l’esordio di un giovanissimo talento della primavera, Andrea Pirlo, allevato con professionalità e amore all’ombra del Cidneo dal grande talent scout cittadino Roberto Clerici della Voluntas (squadra che ospitò il Brescia nel suo stadio in passato e alla quale probabilmente dobbiamo la V bianca sul petto). Roberto Clerici, scomparso da poco suscitando grande commozione in me e in tutta la città, tante lacrime che spiegano molto e cementano gli animi, proprio come il grande dolore di quel giorno del ‘94 in cui si tolse la vita un atleta del Brescia, già promesso alla Roma ma squalificato per doping, il forte Edoardo Bortolotti, episodio che nessun tifoso bresciano dimenticherà mai. Nel mio amarcord bianco blu c’è anche (e mi si bagnano occhi e mutande) il grande Pep Guardiola, giocatore intelligentissimo e attento che correva elegante in campo con la nostra maglia e mi basta a sentirmi orgoglioso anche della sua carriera da allenatore, felice che ritorni spesso in città o sul lago di Garda con la dolce moglie Cristina, protetto dalla discrezione della gente e dei media bresciani, a testimonianza del forte legame rimasto tra noi. Dei miei ricordi, da milanese acquisito, parlo spesso con un altro capitano del Brescia, il massiccio difensore Daniele Adani, amico fraterno - per me addirittura un “gemello”, ma questa non ve la racconto nemmeno sotto tortura - e gli chiedo delle rondinelle quando ci incontriamo in qualche studio milanese visto che oggi è uno dei migliori telecronisti televisivi italiani, che lasciò Brescia per la Fiorentina del Trap e poi per l’Inter. Aggiungo, nel mausoleo della mia memoria, le sgroppate di capitan Zambelli, sempre generoso in campo (oggi al Foggia) oppure il gol di Possanzini al Torino che valse l’ultima promozione in A nella finale play off di B del 2010, o seguo con affetto gli ex giocatori diventati allenatori come Corini, De Zerbi, De Paola. Infine, come dimenticare la sconfitta nello spareggio di Bologna del giugno ‘93 contro l’Udinese, quel maledetto 1-3 che ci spedì all’inferno. Oggi la nostra squadra sgomita nei bassifondi della serie B ed è da poco stata acquistata dal presidente rock Cellino, al quale auguro buon lavoro per un ritorno nella massima serie che la città attende da tempo, un po’ anche perché vivendo da tanti anni a Milano, non trovo molti tifosi del Brescia calcio e non ne posso davvero più delle prese in giro degli amici milanesi al lunedì mattina. Insomma, essere tifoso del Brescia è un po’ come stare su un ottovolante, a volte la fede calcistica è messa a dura prova, ma spero ancora, nei miei sogni da adulto, di vedere un giorno il mio Brescia lottare per i primi posti nella massima serie. Come quella sera d’estate del 2001 a Parigi. Intanto quest’anno ha esordito una promessa, il 17enne dai piedi poetici: si chiama Stefano Tonali, prendete nota. Post scriptum: ho raccontato solo il meglio dei miei ricordi allo stadio, ma lasciate che dedichi questo articolo alla memoria di Andrea Toninelli, ultrà bresciano morto in autostrada mentre tornava a casa dopo aver visto Livorno-Brescia a soli 22 anni. A lui è intitolata la curva nord.

Rocker, fondatore dei Timoria e docente all’Università Cattolica di Milano. Dopo il recente album Come se non ci fosse un domani” lo trovate in libreria con l’autobiografia Cane sciolto, scritta con Federico Scarioni (edizioni Chinaski), che a breve potremo ammirare anche nei teatri italiani. Ma non dimentica mai di essere un ultras del Brescia calcio.


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GIANVITTORIO RANDACCIO Il giocatore più forte del mondo Ettore Gingilli, per un brevissimo periodo, è stato sicuramente il più grande calciatore esistente, anche se ormai nessuno si ricorda più di lui: la sua storia, raccontata dal preparatore atletico che lo ha seguito nella sua breve ma intensa carriera di goleador di provincia, può ricordare a tutti quanti come il calcio sia un bellissimo gioco, sì, ma anche una giostra spietata e crudele, che ti illumina per un attimo e poi ti spegne, lasciandoti solo e dimenticato da tutti. Ettore Gingilli è un’attaccante, ha diciotto anni e un diploma di ragioneria in tasca. Qualcuno lo chiama proprio “ragioniere” ma lui ogni volta fa spallucce, se ne frega. Ha un fisico massiccio ma asciutto, due buoni piedi, è forte di testa, è opportunista ma non egoista, ha un gran tiro e non si arrende mai. Per fermarlo bisogna eliminarlo fisicamente, tutto il resto è inutile. Il primo anno nessuno lo conosce e lui fa cinquantuno gol, portando la sua squadra, la Dinamo Delfico, alla promozione con quattro giornate di anticipo. L’anno dopo è già più conosciuto, ma lui segna lo stesso sessantatré gol e porta di nuovo la Dinamo Delfico alla promozione. L’anno successivo, il terzo, succede il finimondo. Ettore Gingilli è ormai una piccola celebrità e anche le squadre più importanti si stanno interessando a lui perché pare a tutti per lo meno il più forte calciatore della sua zona, nonostante la giovane età. È da qui che comincia la sua leggenda. Alla seconda giornata del campionato ha già segnato cinque gol: i difensori delle squadre avversarie sono a pezzi, alcuni pensano al ritiro, altri propongono una squalifica, altri ancora vorrebbero andare a giocare all’estero. Alla terza giornata, ormai nell’aria, ecco la notizia: un difensore particolarmente frustrato entra duro su Gingilli e gli stacca inavvertitamente un braccio. Cioè, il difensore in questione ha sempre sostenuto di non averlo fatto apposta, ma il braccio gliel’ha staccato lo stesso, di netto, come se lo avesse tagliato con una falce. In campo, in quei momenti difficili, tutti pensano che Gingilli morirà sicuramente dissanguato perché c’è un buco proprio sotto la spalla e il sangue sta già macchiando copiosamente la sua maglia bianca. E poi Gingilli sembra dolorante. Si tiene

Essere l’unica nera in una scuola di bianchi non è stato facile. Io ero bambina negli anni ‘80 del secolo scorso, anni gloriosi per il calcio romano e nazionale. Della coppa del mondo al Santiago Bernabeu ho dei ricordi intensi, anche se un po’ sfocati. E poi come non ricordare gli anni splendidi in cui la Maggica Roma, rigorosamente con due GG, non solo contava, ma vinceva. Di quello scudetto con Falcão, Pruzzo, Bruno Conti non ho conservato nessuna immagine reale in testa, ma in fondo al petto balla in me la sensazione di quella euforia che non mi è mai veramente passata. Di quegli anni ‘80 ricordo solo la gioia che mi ha dato il calcio e naturalmente l’amore che mi davano (e che io ricambiavo con tanti baci) dei miei genitori. Ma il resto, se ci penso con il senno di poi, era una catastrofe. Ero l’unica nera della scuola, del quartiere, del quadrante nord della Capitale d’Italia. Oddio, forse nel quadrante qualcun’altro c’era pure, ma per tutte le elementari non ho mai visto veramente nessuno del mio colore nei paraggi. L’immigrazione era una novità assoluta in Italia. E i primi stranieri erano persone come i miei genitori, che venivano dal Corno D’Africa, quel Corno colonizzato un tempo dagli italiani. Per eritrei e somali l’Italia era la prima scelta. Conoscevano la lingua, i modi, i costumi, la musica pop e i film di quella penisola mediterranea che un tempo era andata a conquistarli e a colonizzarli brutalmente. Nonostante la storia di dolore tra il Corno d’Africa e l’Italia, il rancore che non era stato elaborato, molti somali ed eritrei quando furono costretti a lasciare le loro terre a causa dei dittatori locali, scelsero l’Italia, perché era l’Europa che conoscevano e poi il fatto di sapere già la lingua per molti era un vantaggio non da poco. In effetti in questo ragionamento non c’era niente che non filasse a ben vedere. Ma poteva succedere come ai miei genitori di sbagliare quartiere della città in cui erano finiti. Il quartiere nella zona Nord, in cui vivevamo, era chiuso e parecchio conservatore. Ed essere neri, l’unica famiglia nera, per noi non fu facile. Per me addirittura fu un incubo. A scuola mi chiamavano Kunta Kinte, perché era l’epoca del successo dello sceneggiato Radici, e i miei compagni di allora mi identificavano con il protagonista. Ma non vedevano in lui uno schiavo che lottava per la sua libertà, vedevano solo un essere inferiore, che veniva frustato dalla mattina alla sera. E di questo mi minacciavano: «Ti frusteremo dalla mattina alla sera». E io tornavo a casa in lacrime. Con una paura addosso

la spalla con l’unica mano rimasta, guarda il braccio per terra e intanto bestemmia. Esce dal campo, mentre il pubblico di casa esulta perché pensa che tutto sarà molto più facile ora che lui non c’è. Anzi, un po’ tutti i tifosi delle squadre avversarie cominciano a esultare, perché sanno che a Ettore Gingilli ci vorranno anni per riprendersi da quell’infortunio e non farà più gol contro di loro. Ma, colpo di scena, Gingilli non si arrende. Si fa medicare in fretta e furia e, nonostante il preparatore atletico cerchi di trattenerlo, anche con la forza, lui rientra in campo, senza un braccio, con la maglia tutta imbrattata di sangue. A fine partita ha segnato altri due gol e non ha nemmeno esultato perché senza un braccio si sente un cretino. Anche così mutilato Gingilli ha dimostrato il suo valore: sembra ancora il più forte di tutti. E non finisce qui. Alla sesta giornata è la gamba destra a saltare, dopo un intervento piuttosto duro da dietro. Sembra veramente la fine; la morte, quella vera, pare dietro l’angolo. E invece Gingilli segna un gol e colpisce un palo di testa, incurante delle sue menomazioni fisiche. Sta in piedi per miracolo, non riesce ad allacciarsi le scarpe, ma continua a giocare e a segnare. Tutto prosegue in questa maniera anche nei mesi successivi: alla settima giornata Gingilli perde un orecchio e una mano, alla nona il naso e una ciocca di capelli, alla dodicesima l’unico braccio che gli era rimasto, e un occhio. Finora ha segnato diciotto gol e la sua squadra è seconda in classifica. Lui non ha più sembianze umane, ma ogni volta che viene privato di qualche organo riesce a adeguarsi alla situazione e a escogitare il modo migliore per entrare in campo e giocare. Alla tredicesima giornata, per esempio, ribatte con la schiena un rinvio del portiere e segna il gol-vittoria: poi per la rabbia il portiere gli frattura una clavicola, ma questo appare a tutti un particolare secondario, messo in ombra dall’impresa umana e sportiva del Gingilli, che ormai è una vera celebrità. Adesso ha solo una gamba, la testa, un occhio e il busto ma è lo stesso il capocannoniere. Gli avversari non sanno più cosa fare: Gingilli sembra di un altro pianeta, è impossibile fermarlo. L’unica cosa da fare è sopprimerlo, in qualunque

modo. E così si va avanti: alla ventitreesima giornata Gingilli è ormai cieco e senza gambe, gli rimane solo il busto, come un mutilato di guerra o uno che è passato per sbaglio sotto una trebbiatrice. A guardarlo fa impressione, ma segna un gol a partita e cominciano ad arrivare anche dal Giappone per intervistarlo anche se lui non può parlare perché non ha più nemmeno la bocca. Alla trentesima giornata l’epopea di Gingilli raggiunge il culmine: la sua squadra si gioca il primato in uno scontro diretto. Gingilli non può più muoversi, ha solo il busto, non si sa nemmeno come faccia a respirare. Al trentesimo del secondo tempo, in seguito a un calcio d’angolo, la palla spiove in area. Si crea una mischia, ma nessuno riesce a colpirla. O meglio, quasi nessuno, perché Gingilli è in agguato: con una costola tocca la palla di quel tanto che basta per farla rotolare in rete. È il suo trionfo e la sua fine. I compagni di squadra, abbracciandolo festanti, gli danno il colpo di grazia, lasciandolo a terra tramortito e, in pratica, deceduto. La corsa in ambulanza verso l’ospedale è inutile: qualcuno sospetta addirittura che il Gingilli sia morto al decimo del primo tempo ma che nessuno se ne sia accorto prima. La partita finirà poi con la sconfitta della Dinamo Delfico, che a fine campionato arriverà quarta e non otterrà la terza promozione consecutiva. Gingilli qualche giorno dopo viene onorato con un funerale in grande: i giornali locali lo celebrano come un eroe, quelli nazionali lo snobbano, mettendo in dubbio addirittura la sua esistenza e concentrandosi subito su un talento colombiano che ha l’abitudine di segnare gol solo da centrocampo. Oggi, se chiedete di Gingilli in giro, quasi nessuno sa chi è. Ma i pochi che l’hanno visto giocare, sospirando malinconicamente, lo ricordano con una frase, sempre la stessa: «Era il più forte di tutti, quello lì. Ma non era mica tanto normale». Redattore in uno studio editoriale, ha pubblicato di recente il libro “Il trequartista non sarà mai un giocatore completo” (ItaloSvevo, 2017). Il suo stile varia fra tra Charms e Soriano, tanto per non puntare troppo in alto.

IGIABA SCEGO

Ho due sole bandiere: Somalia e Roma che non vi dico. Ora tutto questo sarebbe stato chiamato bullismo, gli/le insegnanti, financo la/il preside sarebbero intervenuti. Ma negli anni ‘80 questo non succedeva, era “vabbè che vuoi che sia” o “sono bravate”. Al mio fianco ho avuto solo la mia maestra Silvana, lei sì che era un portento, una maestra da libro cuore. E invece di lavorare sui bambini, ha cominciato a lavorare sui genitori, perché capiva che quel razzismo un po’ sempliciotto dei bambini arrivava da una fonte ben precisa. La maestra mi salvò la vita, ma anche il calcio va detto. Ricordo che mia madre mi aveva iscritto a un corso di inglese che si faceva a scuola. La maestra era una signora di Birmingham, biondissima, che rideva sempre. Ci insegnava canzoncine sui ponti e le strade di Londra e noi ci divertivamo un sacco. Un giorno la maestra bionda, di cui ora non ricordo assolutamente il nome, ci disse: «Ho una sorpresa per voi». E che sorpresa! Davanti ai nostri occhi si materializzò un signore brasiliano, riccioluto e sorridente, che tutti a Roma conoscevano e amavano, l’ottavo re di Roma: Paulo Roberto Falcão. Eravamo tutti felici, tutti uniti. E fu in quel momento che realizzai che essere della Roma era una identità che superava ogni frontiera, non c’era bianco o nero che contava davanti a quell’unica identità, che ti rendeva fratello a prescindere. Fu così, grazie a una maestra d’inglese, che divenni una tifosa sfegatata. Ora non credo di arrivare più ai livelli di quegli anni infantili e adolescenziali. Da adolescente per esempio mi munivo di sciarpa giallorossa e radiolina e dritta verso l’Olimpico. A volte, allora non c’erano i tornelli e i mille controlli (che oggi

sono necessari come il pane), se mancavano 15 o 20 minuti alla fine della partita ti facevano pure entrare. E allora io che non avevo quasi mai un biglietto correvo dentro come una matta a urlare a squarciagola che la Roma è unica, la Roma è magica. I miei compagni di classe ricordo che mi rispettavano perché “sarà secchiona”, ma “è una delle poche femmine a sapere di calcio”. E attraverso il calcio piano piano mi sono fatta conoscere come individuo, al di là del gioco. Mi sono fatta rispettare. È stato la mia vera (insieme allo studio) arma contro il razzismo. Ora quanto mi fa male vedere come sono proprio gli stadi invece il terreno fertile in cui si innesta quel male. I “buuh” ai calciatori neri, gli insulti, le curve sempre più ostili. Cosa è successo a quel calcio che mi ha aiutato tanto da piccola? Non so, ma spero che la vocazione a far sentire tutti uguali pur nelle differenze torni. Perché è quella la vera magia del calcio. Far sentire gente di classe, colore, pensiero, sesso differenti come un unico solo corpo bellissimo. Un unico corpo che abbraccia la squadra del cuore con un medesimo grande urlo di gioia. Speriamo che il vento cambi e il calcio possa tornare a quella gioia che ultimamente sembra perduta. Scrittrice italo somala, romanista sfegatata, collabora con Internazionale, ama il Don Chisciotte, i film in bianco e nero, Italo Calvino e la stella immensa della bandiera somala. I suoi ultimi libri sono: Adua (Giunti) e Prestami le ali. Storia di Clara la rinoceronte (Rrose Sélavy). Ci ha spiegato come Paulo Roberto Falcão (e il calcio) le hanno cambiato la vita.


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LA DEA HA TROVATO CASA A BERGAMO Come nel mito greco, i nerazzurri si sono dimostrati adatti alla caccia di centauri. In campionato hanno spesso e volentieri “ammazzato” le grandi, mentre in Europa hanno mancato per un soffio il bersaglio grosso Borussia Dortmund, ma rimanendo imbattuti in casa. Imprese che si devono al coraggio e alla visionarietà del condottiero “Gasp”. “Cantami, o Dea, il calcio funesto della gasperiniana Atalanta che infiniti mali addusse alle grandi d’Italia e d’Europa”. Inizia così il proemio del mito nerazzurro bergamasco marchiato Gasperini, che da ormai due anni è la favola più bella del calcio italiano e la rivincita del calcio di provincia. Il cammino degli orobici verso l’Olimpo della Serie A comincia con un uomo che veniva dal mare; non si tratta del “4 marzo 1943” di Lucio Dalla, ma del 14 giugno 2016, giorno in cui il presidente Percassi sceglie proprio l’ex tecnico del Genoa alla guida della squadra della sua città. Se con il “rossoblù” addosso l’allenatore torinese era stato capace di grandi cose: una promozione in B con il Crotone e sette anni al Genoa conditi da promozione in A, record di derby vinti e storiche qualificazioni europee; non si può dire altrettanto per quanto

Parole di

MICHELE OTTONELLO Disegni di

OSCAR DIODORO

riguarda il “nerazzurro”. Per il “Gasp”, nel 2011, furono fatali le 5 cinque giornate, proprio quelle di Milano, ma sponda Inter. Sembra una barzelletta, un detto popolare e invece no signori miei, le cinque giornate di Milano si ripetono cinque anni dopo, a cinquanta chilometri di distanza, nella ridente Bergamo famosa per la sua manovalanza edile, dove Gasperini è al penultimo posto, uscito sconfitto persino dalla sfida contro la sua ex Palermo. Spezzare l’infame cabala o il rapporto con la squadra, confermando l’allergia per il nerazzurro? Il tecnico non ci pensa due volte e allora spazio alla “cantera”: dentro Gagliardini, Conti, Caldara, Petagna, Spinazzola, Cristante e Kessie tenuti per mano dai più grandi Gomez e Masiello, che permettono all’Atalanta di invertire la rotta da zero a sei vittorie consecutive, verso un viaggio senza


meta né destinazione a ritmo di possesso palla e modulo 3-4-3. La squadra orobica vince e convince, soprattutto per la facilità con cui manda in gol tutti i suoi elementi, anche il magazziniere, sostituito nelle sue mansioni da Paloschi, praticamente desaparecidos. Il segreto di Gasperini è la difesa che attacca, colonizzando per novanta minuti l’area avversaria e permettendo a Masiello e compagni di reparto non solo di vedere la rete da vicino, ma di gonfiarla tante volte quanto i veri bomber. Alla guida della macchina perfetta targata Bergamo c’è una vera e propria “coppia di fatto” calcistica regina dei social: al volante Alejandro Gomez e copilota Andrea Petagna. La cenerentola del campionato non sa più perdere e si trasforma in Davide contro Golia rifilando sorprese soprattutto alle grandi come Roma, Napoli e Inter, chiudendo il campionato al quarto posto (miglior piazzamento in Seria A della storia atalantina), con una qualificazione diretta ai gironi della Uefa Europa League e uno stadio Atleti Azzurri d’Italia gremito di persone che la domenica al riposo settimanale preferiscono “andare all’Atalanta”. L’estate però è la stagione degli amori, sia di quelli che

sbocciano, sia di quelli che finiscono… ma anche di quelli che si mantengono. Kessie e Conti non resistono al corteggiamento di Fassone e Mirabelli e volano a Milano ma non da Gagliardini; lo sconosciuto Cornelius e il discontinuo Ilicic invece atterranno a Orio al Serio per essere miracolati dal santone Gasperini, ormai agli onori degli altari bergamaschi. Il tormentone estivo però si intitola “Gomez resta o Gomez parte”; il sogno europeo è un’occasione troppo ghiotta per l’argentino che alla fine strappa ogni biglietto aereo e firma il rinnovo, mentre i tifosi in apprensione urlano a gran voce un “pota” liberatorio. In campionato la squadra stenta nuovamente a decollare ma tranquilli, da Gasperini chi mal inizia è a metà dell’opera. Da Nyon nel frattempo arrivano le tre sfidanti europee: Lione, Everton, Apollon e a Bergamo si inizia a intonare il Requiem; il latino però è una lingua morta che a Zingonia nessuno conosce, per questo conviene non fare la fine dei predecessori Sassuolo e Torino. I risultati si vedono subito: prima squadra nel girone senza avere mai perso; bergamaschi sempre più allo stadio e meno in cantiere; otto gol complessivi rifilati a Rooney e compa-

IL CAMMINO DEGLI OROBICI VERSO L’OLIMPO DELLA SERIE A COMINCIA CON UN UOMO CHE VENIVA DAL MARE. NON SI TRATTA DEL “4 MARZO 1943” DI LUCIO DALLA, MA DEL 14 GIUGNO 2016, QUANDO IL PRESIDENTE PERCASSI SCEGLIE L’EX TECNICO DEL GENOA ALLA GUIDA DELLA SQUADRA DELLA SUA CITTÀ. gni; un Masiello che apre le danze europee; un super Ilicic resuscitato; il tutto per la regia del Papu Gomez. L’Atalanta sogna in grande e fa paura sia in Italia che in Europa. A metterla alla prova però è ancora una volta l’urna di Nyon che pesca il Borussia Dortmund. L’esercito di Gasperini vuole mettere paura anche ai tedeschi e così comincia a mandare messaggi intimidatori: elimina il Napoli dalla Coppa Italia e finisce in semifinale. Il 15 febbraio tocca a Schurrle e Batshuayi fare gli onori di casa, a questi risponde una doppietta di Ilicic che però non basta; il sogno dei tifosi però rimane ancora appeso a un filo, un filo che si spezza a Reggio Emilia quando l’errore di Berisha spegne le speranze accese da Toloi, e la Dea, questa volta quella bendata, opta per i crauti lasciando i ragazzi di Gasperini a stomaco vuoto. Nell’album dei ricordi europei troviamo comunque la dignità rimasta nel mondo del calcio: Percassi commosso davanti ai suoi tifosi prima della partita di Dortmund; Berisha afflitto ma prontamente consolato dai suoi compagni; le struggenti dichiarazioni d’amore ai microfoni della stampa del Papu per la squadra bergamasca; una tifoseria svegliatasi traumatizzata da un sogno ma con ancora la forza di applaudire i propri eroi e tornare al lavoro il giorno dopo come se niente fosse. In realtà però c’è un altro motivo che fa dormire tranquille le curve bergamasche: la prospettiva della Coppa Italia, l’unico trofeo storico conquistato dagli orobici, nella stagione 1962-’63, ma che ormai sa di vecchio. C’è nuovamente un Golia per Davide: la Juve, una vecchia signora con dei nipoti senza cuore, due su tutti Dybala e Higuain. Ma la Dea bendata litiga ancora una volta con la collega lombarda, ed è proprio grazie ad un Pipita d’oro all’andata e ad un Fabbri “generoso” al ritorno, che l’appuntamento con la storia viene ancora rimandato per un soffio all’anno prossimo. Niente coppe quindi, ma solo bicchieri pieni di Valcalepio per brindare ad una seconda stagione da favola alla quale è rimasto solo il campionato da giocarsi al meglio perché la spedizione europea di quest’anno va vendicata come Achille fece con Ettore per dare quindi un lieto fine al mito di undici semidei figli della Dea Atalanta!


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CESARE RIGHI

ATALANTA A MATITA

Una mattina come le altre arriva una busta gialla in redazione. Per posta. Un avvenimento ormai raro. La apriamo e con stupore ci accorgiamo di avere tra le mani un tesoro. Sono i gol più belli dell’Atalanta disegnati a mano. Li ha realizzati Cesari Righi, illustratore milanese da oltre mezzo secolo trapiantato a Bergamo. Si firma simpaticamente CR37, acronimo delle iniziali di nome e cognome e del suo anno di nascita. Si è innamorato di Soccer Illustrated e ha voluto farcene dono. Non potevamo solo ringraziarlo e riporre quei gioielli nel cassetto. E così siamo andati a trovarlo, per fare due chiacchiere sul calcio questa passionaccia che quando ti infetta non va più via e sull’Atalanta proprio nell’anno dello strepitoso cammino europeo.

Cesare, questa Atalanta è straordinaria, ma la sua storia non parte certamente oggi. Che società è stata quella orobica? «Questo biennio ha sicuramente spaccato la storia e la cultura dell’Atalanta che ultimamente aveva come unico obiettivo il quart’ultimo posto, l’ultimo valido per la salvezza. Io però, in qualità di storico dell’Atalanta, ci terrei a citare tutte le altre benemerenze che sono transitate da questa società. L’Atalanta è innanzitutto patria di commissari tecnici: Valcareggi, Fabbri, Prandelli, Donadoni, Lippi… ma vanta anche un vivaio quasi “oxfordiano” che ha sempre funzionato e fornito giovani importanti alle grandi squadre, come per esempio Beppe Savoldi, i fratelli Cadei, Adelio Moro, Scirea, Morfeo, poi gli ultimi due: Inzaghi e Vieri. Vieri è nato qui per caso, perché lui era la

Parole di

MICHELE OTTONELLO Disegni di

CESARE RIGHI

riserva di Tovaglieri, poi è esploso ed è andato alla Juve. Gigi Maifredi, l’allenatore che lo ha avuto al Venezia, mi diceva, quando lui era ancora una riserva: “Se quello lì impara a usare tutti e due i piedi e a crederci, è una rivelazione!”. Pippo Inzaghi invece è stato l’unico calciatore di una squadra di provincia a vincere la classifica cannonieri con 24 gol. Un’altra tradizione orobica è quella dei portieri: Ceresoli, Pizzaballa quello della figurina, Casari che fece le Olimpiadi nel ’48 insieme a Boniperti, fino agli ultimi Consigli e Sportiello. Qui a Bergamo tutti masticano il calcio». Comunque il punto di forza di questa squadra è sempre stato il settore giovanile. Perché a Bergamo i giovani calciatori crescono così bene?


«A Bergamo c’è proprio una cultura dell’allevamento. I ragazzi, oltre a essere bravi tatticamente, sono in gamba. Tra i prossimi giovani che verranno su ci sarà Bastoni. Questo giovane parla come un grande nonostante abbia solo 17-18 anni. Qui i ragazzi sembrano dei collegiali». A sostegno dell’Atalanta, c’è anche un tifo che non si ferma alla città di Bergamo. «Quando i tifosi vanno allo stadio, dicono che vanno all’Atalanta. Non è solo una squadra, ma una divinità, la seconda religione di Bergamo. La sua utenza viene dalle valli e anche dalle città limitrofe come Sondrio e Lecco, che non tifano Como o Varese, ma seguono l’Atalanta. C’è un tifo caldo ma allo stesso tempo colorato, perché fanno delle coreografie veramente colossali. Nella tifoseria ci sono anche dei personaggi strani: il “Bocia”, per esempio, che ha spaccato il labbro a un giornalista, nella vita di tutti i giorni è un uomo generoso come generosa è tutta la curva che tira su delle cifre impressionanti per le cause umanitarie. C’è un forte senso di aggregazione tra gli ultras, come testimonia la festa della Dea che è una festa di popolo. Alla fine però è come tutte le altre tifoserie, ci sono episodi positivi e altri meno». Quest’anno è andata in scena una inedita Atalanta in versione europea. Dall’urna di Nyon è uscito un girone tutt’altro che facile, ma nonostante tutto vinto con risultati inaspettati. «Al momento del sorteggio nessuno si aspettava di passare il girone, poi dopo la prima passeggiata con l’Everton si sperava di andare avanti anche dopo i sedicesimi perché come dice il detto: l’appetito vien mangiando, ma all’eliminazione nessuno ha fatto drammi. D’altronde l’Atalanta in questo momento ha un ottimo presidente e uno degli allenatori italiani attualmente più forti, che ha cresciuto ogni elemento di questa squadra. In questo momento funziona tutto». Quello che lascia stupiti è come una piccola squadra di provincia riesca sempre a tenere testa alla grandi sia in Italia che in Europa. «Sicuramente ha giocato alla pari con Lione, Everton e Borussia che forse ci hanno sottovalutati. Il Borussia ha però un po’ più di esperienza internazionale che alla fine ha fatto la differenza mentre nell’Atalanta Gomez ha sprecato qualche occasione e Berisha ha commesso l’errore decisivo. Purtroppo se non hai giocatori abituati alle competizioni internazionali paghi lo scotto, è questa l’unica cosa che ha svantaggiato l’Atalanta, perché per il resto ha fatto sempre delle ottime partite». Quale è stata, e mi riferisco ai giocatori, la sorpresa di questa avventura europea? «Ilicic, per me lui è stata una vera e propria sorpresa, poiché grazie a Gasperini ha trovato continuità e freddezza in fase di realizzazione, infatti è stato il capocannoniere europeo di questa Atalanta. Ma la cosa più importante è la squadra che gioca, come dimostrano le pagelle del dopo partita sempre sufficienti per tutti e l’atteggiamento dei calciatori in campo impegnati come veri lavoratori bergamaschi». È rimasta delusa la tifoseria atalantina per l’errore di Berisha che ha spento definitivamente le speranze del cammino europeo? «È stato un errore individuale ma lo si perdona nel contesto perché comunque l’Atalanta è uscita a testa alta e io personalmente ho preferito uscire a testa alta col Borussia rispetto ad uscire con una squadra sconosciuta di basso livello. Poi il pubblico in generale ha ammortizzato subito la delusione nonostante le fatiche delle trasferte infrasettimanali, ricordiamoci che all’andata col Borussia è terminata in pareggio. Inoltre la squadra nonostante l’eliminazione è rimasta unita e non ha smesso di lottare in campionato». In questa Europa League quale Atalanta rimarrà per sempre impressa in Cesare Righi? «Direi le due partite col Lione, dove l’Atalanta ha dimostrato di saper giocare alla pari con una squadra di livello nettamente superiore. L’Everton globalmente ha fatto meno paura, soprattutto dopo la partita di andata vinta 3-0».

«L’ULTIMO VERO LEADER È STATO CRISTIANO DONI, UN RAGAZZO INTELLIGENTISSIMO DAL FORTE CARISMA. COME GIOCATORE AVEVA DEI NUMERI, È PERSINO ANDATO IN NAZIONALE. PECCATO CHE IL SUO CERVELLO LO ABBIA USATO ANCHE PER FARE DELLE MALEFATTE». Abbiamo parlato del glorioso passato, una squadra che però non ha un vasto palmarès, vanta solo una Coppa Italia. Ce la puoi raccontare? «Ha vinto la Coppa Italia nel 1963. Non venne fatta festa per questo trofeo perché il popolo bergamasco era in apprensione per le condizioni di salute di Papa Giovanni XXIII, morto poi quell’anno. Lo stadio di San Siro era mezzo vuoto, era una serata d’estate e l’avversario era il favorito Torino che Domenghini punì con una tripletta. Era una finale d’altri tempi, il calcio era più romantico, non c’erano grossi campioni e i calciatori correvano ai due all’ora».

Quali sono le analogie tra la squadra che è arrivata quest’anno in semifinale di Coppa Italia e quella che l’ha vinta nel 1962-’63? «Sono due squadre completamente diverse, nessuna analogia. Nel ’62 la squadra era casereccia, senza classe e atleticità, era un altro modo di giocare a calcio, non si può fare un paragone. La partita con la Juve è stata sicuramente più interessante». I tifosi bergamaschi si aspettavano già quest’anno la seconda Coppa Italia in bacheca? «A un certo punto ci hanno sperato, fino a quando non hanno pescato la Juve con la quale abbiamo una pessima tradizione, sono moltissimi anni che i bianconeri hanno sempre la meglio, sicuramente la Coppa Italia rimane un possibile obiettivo dei prossimi anni». Bene o male tutte le squadre hanno un idolo al quale la tifoseria si attacca. Chi è stato l’ultimo leader dell’Atalanta prima di quelli attuali? «L’ultimo leader dell’Atalanta è stato Doni, un ragazzo intelligentissimo. Come giocatore aveva dei numeri, è persino andato in Nazionale. Peccato che il suo cervello lo abbia usato anche per fare delle malefatte, però aveva un forte carisma. Capitan Bellini invece l’è un bravu fiò. Non aveva la testa di Doni, però era un ragazzo esemplare, non ha mai mollato ed è sempre stato attaccato alla maglia come Raimondi. Ma guarda, alla fine sono tutti bravi ragazzi, non c’è una mela marcia nell’Atalanta degli ultimi anni». Chi è Gomez per questa piazza? «Gomez ora è l’idolo di Bergamo: piccolo, simpatico, la gente lo adora e poi ha persino messo su una attività qui in città, mi pare una palestra. Però deve ricordarsi che come tutti gli idoli, quando vanno via, vengono dimenticati dai tifosi. Alla fine Gomez è un tipo genuino: aveva anche dichiarato che avrebbe potuto lasciare la squadra per un top club. Io, fossi in lui, non me ne andrei perché qui ora è un dio mentre nei top club, a 30 anni, rischierebbe di fare anche la panchina. Consiglierei di restare anche agli stessi giovani, almeno per un altro anno». Chi sono gli artefici dietro alle quinte di questo miracolo Atalanta? «Beh bisogna partire da Sartori, che in questi anni ha concluso delle operazioni di mercato importantissime: dall’acquisto di De Roon fino alla cessione di Benalouane preso a costo zero e ceduto a 7 milioni, oppure l’acquisto di Freuler, lo svizzerino che gioca da dio. Di quest’ultimo giocatore mi ha colpito il suo arrivo qui a Bergamo; appena arrivato è voluto andare a Zingonia per osservare come ci si allenava all’Atalanta. Sartori ricorda un po’ Previtali, storico dirigente atalantino e scopritore di talenti. Un altro autore di questa Atalanta è mister Gasperini, che più che un allenatore è un inventore di ruoli, basti guardare solo quello che ha fatto con Kurtic e Petagna. Un mister che è già nel cuore dei tifosi». Vi chiamano “nerazzuri” ma non siete l’Inter, che origine hanno i colori dell’Atalanta? «Il nerazzurro atalantino è il risultato della fusione tra il bianconero della vecchia Atalanta e il biancoazzurro della Bergamasca, con l’abolizione del colore comune alle due squadre che era appunto il bianco. Queste cose qui non le sanno nemmeno i giornalisti bergamaschi (ride)». Tu sei un nostro fedele lettore, oltre a un illustre collega, come ci hai scoperti e cosa ti piace di Soccer Illustrated? «Io sono onnivoro nella lettura. Una volta sono andato dalla mia giornalaia e ho visto che sbucava un numero del vostro giornale e quando l’ho visto ho detto: “Caspita, questo è il mio giornale!”. È nato un feeling, mi piace la scrittura ironica e le illustrazioni. Purtroppo sono tempi duri per il cartaceo, ormai è tutto su internet, io stesso sono stato rottamato dalla rete. È anche per questo che amo il cartaceo, per grande gioia di mia moglie che si lamenta che tengo collezioni e collezioni, come per esempio quella del calcio illustrato di cui Bergamo è la patria. Io faccio il tifo per questo giornale qui, è il giornale che avrei voluto fare io».


IT’S NOT JUST A GAME Dimenticatevi Nostradamus. Il futuro non si prevede, si modifica. Potete farlo voi, oppure aspettare che altri si adoperino al vostro posto.

Parole di GIANMARCO AIMI

Nel caso di Mauro Porcini, chief designer officer di PepsiCo – ruolo che la multinazionale del food and beverage gli ha, neanche a farlo apposta, disegnato su misura – è lui a pensare per tanti di noi nuovi percorsi della creatività. A 43 anni è già stato etichettato Master of Design dalla prestigiosa rivista Fast Company, mentre Fortune Magazine lo ha inserito nella classifica – unico designer della lista - tra i “40 under 40” business’s hottest rising stars. Lo abbiamo intervistato visto che di stile se ne intende, anche a livello personale. Ma soprattutto perché le campagne di Pepsi, Gatorade, Lays, sono strapiene di sportivi o utilizzano il mondo

del calcio come tramite. Messi sulla lattina della famosa bibita vi dice qualcosa? Originario di Gallarate, nel varesotto, vive a New York. Più precisamente a East Hampton, che per un italiano è come dire Capri o Portofino. Nella sua villa, a ridosso delle spiagge di sabbia bianca che guardano l’oceano, spicca un leone rosa a bordo piscina. Non è solo un vezzo, ma un simbolo. O meglio, una via di mezzo tra un portafortuna e un personal brand.

UNA DOMANDA DA UN MILIONE DI DOLLARI: COS’È LO STILE?

«È un modo di pensare, di vedere. Di come ti metti

in comunicazione con il mondo attraverso dei codici visivi. È un atto di comunicazione. Come ha scritto Umberto Eco, si basa su qualcuno che manda un messaggio, un media che lo veicola e qualcuno che lo riceve. Il tutto all’interno di contesti culturali e geografici. Puoi avere uno stile e mandare un messaggio che sembra distante da quello stile, senza cambiare i codici. Si adatta al tipo di occasione e al contesto. Poi ci sono i “rumori”, cioè quello che accade di volta in volta. Lo stile non è fisso, va nutrito. Anche quando è classico, deve tenere conto del suo tempo».

COSA TI RIMANE DENTRO DELLE


DUE LE FIGURE CHE TI HANNO CAMBIATO LA VITA. STEFANO MARZANO, CON CUI HAI LAVORATO IN PHILIPS E CLAUDIO CECCHETTO CON IL QUALE AVETE FONDATO UNA SOCIETÀ. COSA HANNO IN COMUNE UN GURU DEL DESIGN E UN TALENT SCOUT MUSICALE?

«Sono degli innovatori, degli imprenditori con una smania insaziabile di creare qualcosa che non c’era prima. Sono curiosi, ascoltano, non ce la fanno a stare fermi. Sono tratti che rivedo in persone diverse. Amici come Jovanotti, Fabio Volo, Giuliano Sangiorgi, Fabio Novembre. Sono diversi l’uno dall’altro, ma hanno queste caratteristiche da grandi innovatori. Sono delle spugne, assorbono. E non hanno arroganza per il loro status. Si meravigliano dei dettagli, delle sfaccettature della vita. Come i bambini. Pascoli parlava di osservare il mondo con gli occhi di un fanciullino. Per me il poeta è stato un mentore».

I LIBRI CHE POSTO HANNO NELLA TUA VITA?

«Ho enorme ammirazione. Abbiamo accesso a un potenziale di conoscenza incredibile senza nessun confine di tempo e spazio. Persone che hanno dato il meglio di loro stessi per migliaia di anni e ce lo

TUE ORIGINI?

«Mia madre è romana, mio padre anche ma la famiglia si era trasferita a Lucca durante la guerra. Sono cresciuto in provincia di Varese in un crocevia tra culture diverse. Quando ero piccolo avevo l’accento romano. Al nord non ero abbastanza nordico e quando tornavo al sud non ero abbastanza romano. Però mi ha aiutato nella forma mentis a diventare cittadino del mondo. Varese è un luogo bellissimo un po’ sottovalutato. Diverso da Como, più aperto agli stranieri. Mi sono accorto di quanto fosse bello quando sono andato a Dublino a studiare. Celebravano le loro località e capivo che a Varese c’erano dei luoghi molto più belli».

C’È UN GIORNO PRECISO IN CUI TI SEI DETTO: ADESSO SONO UN DESIGNER.

«Quando ho iniziato in Philips. Cioè il mio lavoro si è scontrato con il mercato. Anche se essere designer non è un lavoro, ma una missione, uno stile di vita. Si è designer 24 ore al giorno. Si vede dai libri che leggi, dagli amici che hai. In fondo lo ero già fin da piccolo, avendo un padre architetto e un nonno pittore. Disegnavo, creavo, producevo magliette e braccialetti, prima li regalavo e poi li vendevo. C’è sempre stato questo approccio artistico legato al business».


hanno lasciato scritto, basta cercarlo, leggerlo e trovi le risposte a tanti interrogativi della vita. Molti problemi legati al mondo del design, del marketing e dell’imprenditorialità li ho risolti grazie a Platone o Aristotele».

PER DIECI ANNI HAI LAVORATO A 3M, UN’AZIENDA IN CUI PRIMA DI TE IL DESIGN ERA PRATICAMENTE ASSENTE. PERCHÉ QUESTA SCELTA?

«Avevo 27 anni e aver dato una tale responsabilità a uno così giovane fa capire la considerazione che avevano per il design. Però mi sono ritrovato davanti un portfolio di tecnologie pazzesche e brand da miliardi di dollari. Ho visto il bicchiere mezzo pieno. Nei bilanci di fine anno scrivevo che avrei creato la cultura di quell’azienda e all’inizio non mancarono le risate. Dopo dieci anni invece l’obiettivo si è realizzato. Ma se non hai un sogno non si realizzerà mai».

POI LA CHIAMATA DI PEPSI.

«In America dal 2010 i media hanno capito cosa stavo facendo, a differenza di quelli italiani. Il design dentro le grandi corporation può cambiare il mondo. In Italia non lo comprendevano perché il design era già forte e quindi si è ritrovato un po’ miope. Adesso si sta svegliando. Negli Stati Uniti svariate multinazionali si erano accorte di me e alla fine ho deciso per Pepsi. Fra i tanti motivi è che mi ha permesso di vivere a New York, la città che amo e mi ha cambiato la vita».

HAI UN TEAM? IN CHE MODO SCEGLI LE PERSONE?

«Per me è indispensabile avere delle super star attorno, dei grandi pensatori e dei designer che facciano la differenza. Ognuno dei 200 designer in azienda ha una responsabilità enorme. Non deve solo essere un influencer, ma anche capire il business, cambiare i prodotti, la cultura, i processi. Un lavoro difficile, che trascende il puro design. Le caratteristiche che guardo sono tre. Come sai indagare il mondo. Quali idee riesci a generare. E fra tutte le idee, su quale decidi di scommettere. Di solito queste multinazionali falliscono proprio per paura di rischiare».

IN CHE SENSO?

«Se sbagli anche solo la grammatura nel tappo di una bottiglia puoi perdere cifre incredibili. Le dimensioni di aziende come Missoni o Armani puoi perderle sbagliando il design di un tappo nell’arco di pochi giorni. Quindi chi lavora con me deve capire il mondo a 360 gradi. Essere


sognatori è giusto, ma il business è ciò che serve per creare valore. E poi è necessaria molta empatia, cioè la capacità di portare gli altri con te, dai colleghi ai clienti».

QUAL È LA TUA GIORNATA DI LAVORO?

«Dalla pura creatività per inventare prodotti del futuro, a capire come si stanno evolvendo la società e le tendenze, fino a lavorare sui brand di oggi, la loro immagine, la comunicazione, gli eventi. Poi ci sono i rapporti con chi può darmi ispirazione e con le università. Non posso programmare niente. Sto imparando a suonare la chitarra a 43 anni e chiamo il mio insegnante qualche ora prima quando ho un buco in agenda. Ma il bello è non avere mai un giorno uguale all’altro».

VENIAMO AL CALCIO. PEPSICO HA INVESTITO MOLTO IN QUESTO MONDO. COSA RAPPRESENTA PER UNA AZIENDA COME LA VOSTRA?

«Un mezzo per far passare un messaggio. Abbiamo svariati brand e ognuno interpreta il calcio in modo diverso. I tre principali sono Pepsi, Gatorade e Lays. Gatorade è il calcio dal punto di vista tecnico, a livelli di Nike o Adidas, perché il prodotto aiuta la performance. Pepsi e Lays invece si rivolgono più ai fans per celebrare insieme una grande festa. La comunicazione, quindi, cambia completamente. Gatorade è cool ma vedi il sudore dell’atleta. In questo settore abbiamo brevettato una bottiglia intelligente che con un chip monitora la tua sudorazione e quando hai bevuto stila un profilo personalizzato di allenamento. Oppure le caramelle Gatorade, invece di bere puoi mangiarle per ristorarti. Con Pepsi e Lays invece sponsorizziamo una serie di atleti, come Messi, o competizione come la Champions League e avviamo campagne di comunicazione. Per esempio con Pepsi abbiamo coinvolto degli street artist che hanno creato un’opera sull’immagine del calciatore. Cioè siamo passati dal parlare della bevanda come rinfrescante all’equity del brand. Pepsi è live for now, carpe diem. E poi sono nate collezioni di occhiali, cappellini, felpe, palloni da calcio con altri marchi».

SUI SOCIAL SEI SEGUITISSIMO. QUAL È IL TUO STILE PERSONALE?

«Premetto che odio i commessi addosso che mi consigliano cosa comprare. Ho una grande collezione di scarpe. Mischio da capi delle ultime collezioni ad altri vintage, grandi marchi e meno noti o designer emergenti. Di tutto. Ho uno stile che vuole, da una parte differenziarsi per essere sempre adatto ai vari contesti e dall’altra mi piace provocare. Ma senza esagerare rischiando di perdere eleganza, che è importante per non cadere nel volgare».

E IL LEONE ROSA CHE HAI IN PISCINA?

«Ho chiamato la mia barca Pink Lyon. A fine 2010 a Minneapolis ho trovato questa statua bianca in un mercatino di

strada. Vivevo in un quartiere benestante, ebreo, davanti a un golf club, quindi molto patinato. Ho dipinto il leone di fucsia e l’ho piazzo davanti a casa. Dopo poco è diventato una star. La gente si fermava con l’auto e entrava nel giardino per farsi una foto. Quando Fast Company mi ha dedicato un grande articolo, nominandomi Master of design, mi ha immortalato con il leone rosa. Così quando andavo in giro per l’America tutti mi chiedevano del Pink Lyon. Lo porto sempre con me e ora controlla la piscina nella casa di New York. Interpreta in modo divertente e ironico la mia italianità e rappresenta il mio prendermi in giro. Alla fine è diventato un personal brand».

NEW YORK QUANTO INFLUENZA LA CREATIVITÀ?

«È la capitale delle capitali. Tante altre sono grandi città, come Milano che è rinata dopo l’Expo. Ma la Grande Mela è svariati gradini più in alto. Puoi avere successo ovunque ma da qui ci devi passare. Per lavorare, per farti ispirare o perché ci fai studiare i figli. La sua particolarità è che in un territorio molto limitato, l’isoletta di Manhattan, è presente una serie di personaggi pazzeschi che vogliono o stanno cambiando il mondo».

DOVE TI VEDI TRA DIECI ANNI?

«In qualsiasi posto geografico o spirituale in cui abbia un sogno da perseguire e realizzare».


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ANDREA PIRLO

THE MAESTRO

Il calcio come divertimento. Punto. Nonostante il professionismo, aver vinto qualsiasi cosa, essere diventato un sinonimo (di regista) e un simbolo mondiale, quando parla sembra ancora il bambino che tirava i primi calci al pallone nel campetto di Flero, suo paese natale in provincia di Brescia. Dopo “La notte del Maestro” in cui ha dato l’addio al calcio – quello giocato, perché il suo futuro sarà sempre intorno a questo mondo – Pirlo ci ha svelato emozioni e speranze. Parole di

Disegni di

ANDREA GUSSONI

ANTONIO ZEOLI

La «Notte del Maestro», partita di addio al calcio di Andrea Pirlo, ha regalato tantissime emozioni: una delle più intense nel momento dell›uscita dal campo dell›ex campione di Inter, Milan e Juventus, sostituito dal figlio Nicolò, nato nel 2003. Un passaggio di consegne accolto dal pubblico con un lungo applauso. Partiamo da qui. Che cosa hai provato? «Una grandissima emozione. Ho rivisto tutti gli amici con i quali ho giocato e condiviso tante gioie con le maglie del Brescia, della Reggina, dell’Inter, del Milan, della Juventus, New York City e della Nazionale. Un bel ricordo di fine carriera e ci tenevo fare il mio ultimo ingresso in campo in Italia. Su mio figlio mi hanno chiesto molti. Io, quando guardo un ragazzino, vedo come stoppa e passa la palla. Si capisce subito. Se sa

stoppare e passare è bravo. E Nicolò mi somiglia tanto, è tecnico e poco grintoso e si diverte a giocare a calcio, che è la cosa più importante».

Da piccolo ti saresti mai immaginato di vivere una giornata così? «No. Sognavo solo di fare il calciatore. Quello è sempre stato il mio desiderio, sin da bambino. Avere avuto la fortuna di trasformare questa passione in lavoro e di poter vivere una notte così speciale, non era sicuramente nei miei piani. Però devo dire che è decisamente una bella soddisfazione». Quando ti sei sentito davvero un giocatore professionista? «Quando ho iniziato a far parte della prima squadra con il Brescia. Era il 21 maggio del 1995, il giorno in cui ho messo piede in campo per la prima volta».


Nel tuo ruolo sei stato un’ispirazione per molti. Ma quali sono stati i tuoi modelli? «I grandi calciatori come Roberto Baggio, Lothar Matthäus, Michel Platini e Roberto Mancini». Ormai “Pirlo” è diventato sinonimo di “regista” per antonomasia. Ma quali sono le caratteristiche che dovrebbe avere un calciatore che vuole giocare come te? «Saper giocare con entrambi i piedi e sicuramente avere una grande visione di gioco. Nel mio ruolo è fondamentale capire come sono messi i tuoi compagni in campo prima di passare il pallone. Avere tanta concentrazione e tanta dedizione. È fondamentale, oltre alla tecnica, allenare la testa e la capacità di leggere il gioco». Anche le tue punizioni sono proverbiali, tanto da diventare oggetto di studio. Come sono nate e cosa le rende così speciali? «Fin da piccolo ho sempre battuto le punizioni e negli anni mi sono allenato per migliorare sempre di più la tecnica. Mi sono ispirato anche al modo di calciarle di Juninho Pernambucano». Nonostante le apparenze sei considerato dagli ex compagni uno dei giocatori più divertenti. Ci racconti lo scherzo più bello che hai fatto ai tuoi colleghi? «Uno dei più divertenti è sicuramente quello a Nesta durante i Mondiali in Germania. La sera di un giorno di riposo usciamo in

macchina io, De Rossi e Nesta. Alessandro guidava e non sapendo dove andare a cena gli dissi di uscire a “Ausfahrt” facendo intendere che conoscevo la strada. Ma Nesta non sapeva che “Ausfahrt” in tedesco significa “uscita” ... Praticamente abbiamo rischiato di arrivare a Dortmund…Ricordo De Rossi divertito, mentre Nesta non la prese bene (ride, ndr)». L’unico vero rimpianto può essere il Pallone d’Oro? «Non ho rimpianti. Ho vinto praticamente tutto e non posso che essere soddisfatto della mia carriera. Per un centrocampista, questo riconoscimento è sicuramente più complicato da ricevere e non lo sostituirei con nessuno dei titoli che ho ottenuto con le mie squadre». A parte l’esperienza finale in Mls, sei sempre rimasto in Italia. Ripensandoci, faresti le stesse scelte o ti manca non aver giocato in un grande club straniero? «Sì, rifarei le stesse scelte. Ho avuto l’opportunità di giocare all’estero ma ho sempre preferito rimanere in Italia. L’importanza della famiglia per me è sempre stata fondamentale e essere vicino a casa ha sicuramente arricchito la mia vita. Gli ultimi anni a New York sono stati una bella esperienza, ma l’Italia è casa mia e sono contento di essere tornato». Per noi di Soccer Illustrated il calcio è un romanzo. Per Andrea Pirlo? «Per me il calcio è divertimento».

ANDREA PIRLO È UN CAPOLAVORO. ANCHE SU TELA

Il musicista autore di “Io sono Francesco” e “Vita tranquilla” si è cimentato in un progetto pittorico che ha avuto per protagonista ‘Il Maestro’. Tricarico, infatti, ha trasformato le traiettorie impossibili dei passaggi, dei tiri e delle invenzioni di Pirlo sul terreno di gioco in pennellate e colore.

Intervista di

GIANMARCO AIMI

Francesco, cosa rappresenta per te Andrea Pirlo? «Credo che sia innanzitutto un uomo. Con un viso che mi ha sempre colpito per la sua umanità. Ci vedevo qualcosa di antico. Il simbolo di un calcio a cui ero legato, quando tifavo e lo trovato ancora un mezzo per stare con gli altri ed esprimermi. Il suo viso mi ricorda qualcosa di sincero. L’opportunità è nata per caso, ma non accade mai niente per caso, di accompagnare alcuni dei più importanti gesti della sua carriera con la mia pittura e si è rivelata un buon modo per legare l’arte allo sport più popolare, che rappresenta un mezzo di vicinanza tra la gente. Anche per rendere l’arte pop, accostarla a un mondo importante che permette di misurare la temperatura di un paese. E poi

Pirlo mi sembra una persona eccezionale, che merita rispetto». In che modo ti sei ispirato a queste azioni, ormai entrate nell’immaginario collettivo? «I passaggi sono accompagnati da gesti pittorici e sotto ho realizzato dei disegni più personali legati al calcio. Ho voluto sottolineare questi episodi estremamente artistici. C’era qualcosa di geniale, perché nei suoi passaggi, nei tiri, nei gol come nelle punizioni era presente una consapevolezza. Tutti ricordiamo il calcio d’angolo in Italia-Germania: Pirlo la riprende, la passa a Grosso, gol di Grosso. Sono linee. Matematica ripresa dalla pennellata. Mi ha aperto nuovi orizzonti». Quale delle tue canzoni dedicheresti a Pirlo? «Credo che la più adatta sia “Vita tranquilla”. Mi sembra molto pacato, ma neanche tanto. Mi chiedo se abbia più autocontrollo o più tranquillità. Credo che abbia autocontrollo, ma non penso sia così tranquillo. Adesso che deve iniziare un nuovo percorso, credo che

“Vita tranquilla” sia la più adatta. Per come la intendevo e cioè una vita appagata. Non posso far altro che augurargliela». Come mai si è interrotto il tuo rapporto con il calcio? «Non ho ben capito cosa è successo nel calcio da quando sono uscito dal Liceo in poi. Ero juventino, mi entusiasmavo anche per la Nazionale. Un vero tifoso. Mi riconoscevo in questo modo di usare il calcio come metafora della vita. Poi mi sono staccato perché ha perso la sua ritualità. Si è dissolto un modello. Come quando sei adolescente e ti appassioni alla musica e poi, crescendo, non sei più un fan ma inizia a giocare la vita in prima persona. Forse ho smesso di essere spettatore. Ti dirò di più: ho notato che la musica stava perdendo fascino a discapito del calcio. I calciatori sono diventati rockstar. Modelli di costume. Questo mi dispiacque. Non per il calcio, ma per la musica». I quadri, che riportano anche la firma di Andrea Pirlo, saranno messi all’asta e i proven-

ti devoluti in beneficenza a due associazioni: la Fondazione Vialli e Mauro per la costruzione del Centro Clinico Nemo di Brescia per la cura delle persone affette da malattie neuromuscolari e l’associazione il Volo di Pietro Onlus per contribuire alla riqualificazione del reparto di Radiologia Pediatrica dell’Ospedale dei Bambini a Brescia e i progetti in corso presso l’orfanotrofio Meru childrens home in Nkabune, Meru County, in Kenya.


«PER ME IL CALCIO È DIVERTIMENTO. I MIEI RIFERIMENTI SONO STATI ROBERTO BAGGIO, LOTHAR MATTHÄUS, MICHEL PLATINI E ROBERTO MANCINI».

21 DAL CAOS DELLA SFERA ROTOLANTE ALLA SCIENZA ESATTA Per un giocatore così speciale era necessaria una dedica all’altezza. Un’ode a un genio che, come tutti i geni, inizialmente non venne capito ma che in seguito riuscì, mantenendo l’innata spensieratezza, a cambiare per sempre il gioco più bello del mondo. Ecco come la crisalide di “Trilli Campanellino” si è trasformata nella farfalla “The Maestro”. Parole di

GIANCARLO DOTTO

che parole al vento. Tra gli affari più dementi della storia del calcio, due su tutti s’impongono, entrambi nel nome di Pirlo. Quando l’Inter se ne disfò, cedendolo al Milan, euforica di accogliere al suo posto Guglielminpietro, la seconda, dieci anni dopo, quando fu Max Dentone Allegri a scaricarlo come una scarpa vecchia e anche un po’ sconciata, complice per nulla ispirato Adriano Galliani, regalandolo alla Juventus di Conte e dunque

Chiamarsi Pirlo non è una buona premessa

al se stesso bianconero che un giorno

se già da moccioso ti mettono nella testa che

sarebbe stato.

la tua missione in questa vita è diventare

Nell’indicibile calvario interista di

l’erede di Baggio. Ancora più complicato se

Massimo Moratti, la cessione di Pirlo

di Baggio hai poco o nulla e dunque il tuo

rappresentò a posteriori il punto più

amplesso con la palla è sì puro stilnovo,

acuto di sofferenza, superiore anche a

ma nel letto sbagliato. E’ stato Carletto

quella di Roberto Carlos, venduto al Real e

Ancelotti, scarpino grosso e cervello fino,

sostituito con Alessandro Pistone.

a retrocederlo nel suo Milan quaranta

Nel frattempo Pirlo, detto anche Fosforo,

metri dietro, in un orizzonte meno asfittico

oltre ad aver restituito dignità al suo nome,

e meno assatanato (l’avevano già fatto prima

vinse di tutto, ma proprio tutto, come e

Liedholm e poi Sacchi con lui), dove hai

più di Baggio, coppe e scudetti con Milan

tutto il tempo e lo spazio per giocare alias

e Juve, il mondiale con la maglia azzurra.

pensare il tuo calcio (rovesciando il titolo

Diventò un giocatore così decisivo, che

della biografia), che è poi essenzialmente

gli allenatori avversari, pur di spegnerlo

questo, sottrarre la sfera rotolante al caos

il Fosforo che ne ustionava le carni

e farne una scienza esatta. I giri contati al

deboli, s’inventarono di marcarlo a

millesimo. La palla, quando passa per i piedi

uomo, costringendo l’attaccante di turno a

di Pirlo, sa e va sempre dove deve andare.

pestargli le caviglie, in possesso ma anche

Piccoli, ripetuti orgasmi per chi ha la fortuna

no di palla. Si castravano per non essere

di giocarci insieme.

castrati.

Libero di non dover diventare Baggio,

E allora Pirlo che fa? S’inventa la

fu libero di diventare Pirlo, giocatore

“maledetta”. Ritorna quando è il

immenso, pur chiamandosi Pirlo. Erede

momento, a gioco fermo, nelle terre

di nessuno, solo di se stesso. Il taciturno

della sua giovinezza. A ridosso dell’area

ragazzo della Bassa bresciana, voce di

nemica. A caricare il suo colpo letale.

dentro, come l’altro memorabile ventriloquo

La versione aggiornata del “pombo sem

di sponda romana, Di Bartolomei, regista,

asas”, la colomba senza ali, di Juninho

suicida anche per questo, per non aver

Pernambucano, il mago delle punizioni. La

mai saputo liberare un urlo alla Tardelli

palla sai quando parte, ma non sai dove,

e la prima volta che lo fece era un fucile

come e quando arriva. Traiettoria pazza e

puntato contro se stesso, si scoprì dunque

assassina. E Pirlo che quasi sempre esulta. A

loquacissimo, ma erano palloni dipinti più

modo suo. Di dentro.


22

DAVIDE ASTORI

UNA QUESTIONE DI CUORE “Il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. È rito nel fondo, anche se è evasione. Mentre altre rappresentazioni sacre, persino la messa, sono in declino, il calcio è l’unica rimastaci” disse Pier Paolo Pasolini. Facciamo sì che la scomparsa di Davide Astori sia servita almeno a questo, a tutelare – invece di distruggere, come si fa troppo spesso – quest’ultima “rappresentazione sacra”.

e le canzoni di Ligabue. La sua era una tranquillità autorevole, che creava rispetto. Anche perché se c’era qualcosa da dire per il bene della squadra non si tirava indietro, senza pensare alle conseguenze. E proprio questa sua “normalità” è riuscita nel miracolo di unire un mondo spesso diviso - a volte anche in modo cattivo - come quello del calcio. Tutti, in qualche modo, dopo la sua morte si sono fermati a pensare, hanno ritrovato il senso dello sport e, forse, anche della vita. Tutti, come poche volte è accaduto nel mondo del calcio, hanno trovato in questo dramma un’occasione per riscoprire valori, allontanare l’astio, ridare senso a parole come rispetto, educazione, sport. Non c’è da illudersi troppo, passata la commozione tutto tornerà presto come prima, tra isterismi in campo, insulti in tribuna, minacce in curva, canti all’avversario all’insegna del “devi morire”. Si tornerà alla solita Italietta da commedia tragicomica, divisa tra campanili, nord contro sud, est contro ovest, di sopra contro di sotto, condomini dispari contro condomini pari. Con tutto il contorno di personaggi involontariamente comici o drammatici, a seconda dei punti di vista. Una fine, un inizio Eppure, la scomparsa di Astori è riuscita nel miracolo di sospendere per qualche giorno tutto questo, come se l’improvvisa morte di un ragazzo giovane, sportivo e perbene avesse costretto a una riflessione collettiva, sulla piccolezza delle cose che ci dividono e l’immensità di quelle che potrebbero unire. E anche sulla fragilità della nostra vita, un concetto di cui tutti siamo consapevoli, ma cerchiamo di rimuovere, accantonare nel luogo più lontano dei nostri pensieri. Perché bisogna pensare al lavoro, alla partita, a vincere, e magari a prendersela con qualcuno, non importa per quale motivo. Perché qualcuno con cui prendersela ci vuole sempre, e allora magari

Parole di

Disegni di

DAVIDE GRASSI

MATTEO SETTEGRANA

il calcio diventa solo un pretesto per dare sfogo a frustrazioni e risentimenti di ogni genere. Non era questo il modo di vivere e pensare di Astori. E sarebbe bello, per ricordarlo, che questa morte non fosse almeno avvenuta invano, pur nella sua insensatezza. Perché va bene sospendere il campionato, ritirare la maglia, abbracciare al funerale gli avversari di sempre, ma tutto questo non può durare

È tutta una questione di cuore la storia di Davide Astori. Quel cuore che lo ha tradito nella notte del 4 marzo, quel cuore di tanti appassionati di calcio – e non solo – in cui è rimasto. Quel cuore che l’aveva portato a correre dietro un pallone nel Ponte San Pietro, squadra satellite del Milan nelle valli bergamasche. E proprio nelle giovanili rossonere è cresciuto, con il mito da seguire di Alessandro Nesta, prima di passare al Cagliari e fare il suo esordio a 21 anni in serie A. Dopo andò nella Capitale, alla Roma, per approdare infine in maglia viola con la Fiorentina. In mezzo anche qualche presenza in Nazionale, con una rete nella Confederations Cup 2013 in Brasile contro l’Uruguay. Ed era dai tempi di Gigi “Rombo di tuono” Riva che un giocatore del Cagliari non segnava in maglia azzurra. A colmare la lacuna ci ha pensato Astori, un difensore.

La forza della tranquillità

l’attimo di una commozione.

Fin qui la carriera, poi c’è l’uomo. Perché senza capire l’uomo è difficile comprendere come mai la sua scomparsa abbia suscitato tanta emozione. Perché in un mondo del calcio come quello odierno, che vive del luogo comune del calciatore divo, viziato e superficiale, Astori si contraddistingueva per uno stile quasi d’altri tempi. Semplice, riflessivo, tranquillo: mai una parola fuori posto, mai un comportamento oltre le righe. Tutto questo, alla fine, ha creato intorno a lui una forma di stima e affetto condivisa. Astori era uno che nelle interviste ricordava con nostalgia perfino il tè del magazziniere della squadra degli inizi. Uno che dopo aver conosciuto bene la Sardegna disse che i bergamaschi e i sardi erano simili: diffidenti all’inizio, molto socievoli dopo. Forse, avrebbe voluto aggiungere, perché la diffidenza aiuta a proteggersi dalle delusioni e la fiducia va dosata. Uno che appena nominato capitano della Fiorentina si sentì quasi in imbarazzo di fronte ai compagni, a cui chiese di condividere con lui le responsabilità. Perché al di là di ogni facile retorica, Astori era così: un antidivo in un mondo di divi, un ragazzo tranquillo in uno sport spesso caratterizzato da eccessi. Diceva, scherzando, di fare il calciatore per hobby (ma aggiunse anche di apprezzare sempre di più, con gli anni, questo mestiere), amava l’architettura

costruire un calcio diverso, più sereno, come era il

Deve invece essere il punto da cui ripartire, per carattere di Davide. Un calcio in cui si sostiene una squadra senza odiare l’altra, in cui si può anche applaudire gli avversari più forti e pensare che alla fine è solo divertimento, solo un pallone che rotola. E il calcio davvero può essere la cosa più importante delle meno importanti, come diceva Arrigo Sacchi, ma non può tramutarsi in una guerra santa, in fanatismo irrazionale, in pretesto per dare un palcoscenico ai propri istinti peggiori. E senza scivolare nella retorica, nelle frasi fatte, è stato bello vedere per Astori i giocatori abbracciati tra loro, la commozione condivisa in tutti gli stadi, in ogni settore, in ogni città. Come è potuto accadere? La risposta è forse nelle parole di qualche anno fa pronunciate da Pierpaolo Pasolini: “Il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. È rito nel fondo, anche se è evasione. Mentre altre rappresentazione sacre, persino la messa, sono in declino, il calcio è l’unica rimastaci”. Facciamo sì che la scomparsa di Davide Astori sia servita almeno a questo, a tutelare – invece di distruggere, come si fa troppo spesso – quest’ultima “rappresentazione sacra”. Dipende da noi, è una questione di cuore.


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LIFE

#GENTLEHOOLIGANS

Gentlehooligan è un gioco di parole. Significa tutto e il contrario di tutto, saper indossare un cappotto o un capo ricercato anche allo Stadio, sentendosi sempre a proprio agio. Parole di TOMMASO LAVIZZARI

Coolness compie 20 anni. Elvio Pompei, il suo fondatore, nel 2018, si è regalato un elegante Club Store nel centro di Milano e ha lanciato l’hashtag #gentlehooligans che indica la naturale evoluzione di quel fenomeno Casual che importò, per primo, dall’Inghilterra, diventando uno dei riferimenti, a livello europeo, per quanto riguarda lo stile d’Albione: “É stata un’evoluzione naturale, sia per la storia del negozio che per la passione personale nei confronti di un certo tipo di lifestyle”.

COME DEFINISCI IL GENTLEHOOLIGAN?

“Gentlehooligan è un gioco di parole. Significa tutto e il contrario di tutto. Significa essere da bosco e da riviera, sentirsi appropriato a tutte le situazioni, sia al The Den che a Buckingham Palace. Il Gentlehooligan ha una classe differente, la propria. É un modo d’essere, non significa essere un damerino, ma indossare la propria personalità in tutte le situazioni. Significa vestirsi, non coprirsi, saper indossare un cappotto o un capo ricercato

anche allo Stadio, sentendosi sempre a proprio agio”.

20 ANNI DI COOLNESS.

“Abbiamo sempre dato un’impostazione ben precisa, a volte anche sbagliando. É sbagliato essere in ritardo ma anche essere troppo in anticipo. Abbiamo fatto ricerca e importato brand per primi in Italia che la grande distribuzione ha sfruttato in modo massificato, mentre noi, con eccessiva arroganza, li abbandonavamo per cercare qualcosa di nuovo. Abbiamo cercato di educare al gusto più che cavalcare l’onda. Questo, da un punto di vista commerciale, è stato un errore perché, in un mercato globalizzato come quello attuale, basta cliccare sul cellulare, cercare chi fa l’offerta migliore e farsi spedire a casa un capo senza neanche sapere come sia una volta indossato. Un tempo si ragionava sul passaparola, oggi le nuove generazioni vogliono vestirsi come l’influencer di turno, mentre chi viene da noi vuole esprimere il proprio stile”.

QUINDI IL CONCETTO DI NEGOZIO È CAMBIATO?

“Sì, oggi siamo più Club. Costruiamo lo stile sulla personalità del cliente. Il nostro principio sarà sempre: vivere reale e giocare virtuale, ma dobbiamo comunicare in modo diverso per portare da noi anche i più giovani, oppure ci faremo pagare come gli influencer, solo per l’ispirazione! (risata, N.d.R.) Stiamo rifacendo il sito e riprogettando la comunicazione, perché negli ultimi anni mi sono concentrato più sulla distribuzione che sulla vendita al dettaglio, con grandi soddisfazioni, certo, ma ho deciso di rimettermi in gioco in un mondo in cui è più facile notare qualcosa dai social che osservando quello che si ha davanti agli occhi”.

COM’È CAMBIATA LA PROPOSTA?

“L’idea è sempre la stessa: ricercare e proporre un outfit completo, tratto dalla realtà ma che possa ispirare virtualmente, è il concetto di vendita assistita che abbiamo sempre perseguito. Questo non significa creare dei Gentlehooligans, ci devi nascere da bosco e da riviera, nessuno insegna lo stile, ma si può educare e le nuove generazioni dovrebbero credere più in loro stesse”.


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EVOLUZIONE DI UN FENOMENO “Essere, non apparire” è un mantra da ripetere tutti i giorni, che si tratti di andare a tifare la propria squadra o partecipare a un gala d’onore. Parole di ANDREA PETTINELLO

Il fenomeno Casual, di per sé, non è più un fenomeno. Se prima rappresentava il segno distintivo di una determinata classe sociale e di un particolare gruppo di persone, oggi possiamo tranquillamente affermare di essere usciti dall’ideologia che si celava dietro quello stereotipo ed esserci evoluti, con le giuste proporzioni, dal punto di vista stilistico. In Inghilterra, lì dove il Casual è nato, quasi non se ne parla più, anzi. I capi e le firme che un tempo distinguevano specifici gruppi di una singola tifoseria, rappresentano oggi l’insieme. Non si parla più di elite, né tantomeno si cerca di classificare un individuo perché si veste in una determinata maniera o calza scarpe di una particolare marca. Ogni persona (e tifoso in questo caso specifico)

si crea la propria figura indossando una propria idea e non per forza quella del gruppo o quella imposta dalla società. Appartenere a un determinato tessuto sociale oggi non è più obbligatorio. La ricerca del diverso ha fatto sì che ogni singolo individuo cercasse uno stile del tutto personale, non omologato agli stereotipi e diverso nelle forme e nei colori da quello di coloro che frequentano gli stessi posti. Un po’ come quando la mamma compra a due gemelli gli stessi vestiti, dello stesso colore e della stessa taglia. Prima lo stadio, come anche la vita di tutti i giorni, erano vissuti con questa ideologia: se voglio appartenere devo essere uguale a loro. Oggi, grazie all’avvento di internet e dei social network, si è soliti dare ascolto a un influencer, che indipendentemente dalle proprie conoscenze nel settore, riscuote un successo discreto grazie alle sue capacità comunicative (e non stilistiche). Ed è proprio lì che si cela il cambiamento: l’influencer consiglia ma non obbliga. Fornisce spunti dai quali ognuno di noi può prendere spunto e creare il proprio stile personale. In un contesto come quello moderno, dove i cambiamenti si susseguono a ritmi mai visti prima, l’idea del

#gentlehooligans calza a pennello con le esigenze della società. Allo stadio, come in tutte le altre situazioni della vita, è fondamentale per l’individuo avere una personalità e saperla vestire a seconda delle occasioni. È necessario per tutti, tifosi di calcio in primis, uscire dallo stereotipo che vede il Casual come tratto distintivo di un determinato gruppo di persone ed entrare nella mentalità proposta dalla figura del #gentlehooligan. Essere, non apparire. Se prima questa frase la usavamo per abbellire un nostro post sui social, ora è arrivato il momento di renderla un mantra da ripetere tutti i giorni, che si tratti di andare a tifare la propria squadra o partecipare a un gala d’onore in un palazzo storico del centro di Milano.


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VESTITI BENE, COMPORTATI MALE Negli anni ’80 la situazione sulle gradinate inglesi era una: violenza dilagante, ovunque. Perciò la polizia corse ai ripari, arrestando a campione, anche in maniera massiccia, ragazzi che portavano indosso i colori sociali della propria squadra del cuore. A quel punto, gli hooligans inglesi adottarono uno stratagemma. Ce l’ha spiegato chi lo ha vissuto.

Parole di EDMONDO LUBECK

Sulle terraces ovviamente non c’erano solo frange violente, ma anche tifosi che chiameremo “normali”. I “normali” si vestivano con i classici indumenti da inglesotto paraculo: maglioncino “Ben Sherman”,  polo “Fred Perry”, cardigan “Stone Island”, berretti e coppole; senza dimenticarsi le classiche camice a quadretti sotto i maglioni. Insomma, una genialata a mio avviso. In questo modo, per un breve periodo, gli Hooligans si mescolarono ai “normali”, attenuando molto i provvedimenti disciplinari a loro carico. Per uno sbirro, distinguere un tifoso normale da un Hool iniziava ad essere un problema. Ma ai giorni nostri come viene vissuta questa cultura? Beh, inizierei con l’affermare che ai giorni nostri è puro esibizionismo, accostato a slogan da duri: “…vestiti bene, comportati male…“, “…mai per moda”, o minchiate simili. E’ una moda e basta, un modo come un altro per

sentirsi pompati. Questo contrasto estetico è divenuto un motivo di frattura e diatriba fra i “vecchi ultras” e le nuove leve. Io, che sono un po’ nel mezzo delle due correnti, posso tranquillamente affermare che i “vecchi ultras” evidentemente hanno dimenticato che anche mettere i bomber arancioni, quindi in stile camouflage, o gli Anfibi, voleva dire darsi un tono, un look. Insomma cambiano gli addendi ma il risultato non cambia. Ahimé, il social ha enfatizzato il tutto. Gruppi di “ultras” (le virgolette non sono messe per caso), che si immortalano con vestiti costosi, in posa spesso con armi o spranghe e via sul social magari camuffandosi il viso, ma taggandosi. Only white shoes, scrivono i geni, non pensando che ormai sono tutti uguali come soldatini di piombo, e che quindi danno ancora più nell’occhio,


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quando il casual era nato per tutt’altra storia. Ragazzi… le fighe non vi cagano proprio con ‘sta roba. La Digos sì invece che vi caga. Negli stadi la celere non carica più. Ci sono le signore steward di 60 anni con la borsetta. I provvedimenti repressivi vengono presi davanti ai computer, gli stadi sono divenuti un “grande fratello”, dove beccarsi una denuncia e un daspo è davvero facile. Il casualismo anni ’80 è comunque una figata. Sono vestiti che uso per uscire nella mia vita quotidiana. Le marche che vanno per la maggiore sono quelle dei tennisti dell’epoca: Sergio Tacchini, Fila (white line possibilmente), Ellesse; ma anche Umbro, Merc. Ma in situazioni “hot”, beh perdonatemi non mi va di strapparmi una camicia Ben Sherman; non mi va di bucarmi il mio Barbour da 1000 euro. Negli scontri, usate solo robe di merda usa e getta. Il casual moderno insomma ha assunto i classici connotati del “fantoccio”,

piatto prelibato per i vecchi Ultras che non vedono l’ora di trovare qualche pollo da spennacchiare. Casualismo Una nota tifoseria italiana, non troppo tempo fa, espose uno striscione: “Abbigliamento non vuol dire talento”. Mi viene in mente una comparazione. Da piccolo, quando dovevamo fare un torneo di calcetto, ero superpreso dallo stile delle maglie, come realizzarle, come numerarle… scarpe da calcetto nuove di zecca, squadra tirata a lucido di tutto punto. Alla prima partita, però, perdevi 11-1 contro il ricottaro con la canottiera sporca di sugo, che aveva come compagno di reparto quello con la maglia dell’Inter rifalda e taroccata (quelle con lo scudetto rotondo giallo che pareva un uovo a tegamino, per capirci). Insomma in definitiva, il “Casual” dei nostri giorni ha sortito l’ effetto esattamente contrario a quello d’oltremanica degli anni’80.


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I magici ‘80

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Voglio Tornare negli anni 90

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UN CALCIO ALLO STILE Ricordati per essere fuori dal comune con un pallone tra i piedi, i calciatori sono diventati simbolo di personalitĂ uniche ed eccentriche anche (qualche volta soprattutto) fuori dal campo. Parole di GIULIA TONINELLI


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Negli anni le leggende del gioco del pallone si sono contraddistinte per il loro stile, dentro e fuori dal campo. Figli delle loro generazioni, i calciatori hanno saputo interpretare i ruoli più disparati, diventando rocker e tamarri, gentlemen e anticonformisti. Qualcuno ha fatto scuola, qualcuno si è fatto autogoal.

Alessandro Del Piero, e quello da Diabolik di Zinédine Zidane, ad essere il più ricordato è quello eccentrico Alexi Lalas: difensore statunitense, famosissimo per i capelli lunghi e la barba a punta, inconfondibilmente color carota.

I MAGICI ‘80

Il nuovo millennio. Le Torri Gemelle, la crisi economica, le vittorie di Schumacher e Valentino, la nazionale dei Mondiali del 2006, la Apple di Steve Jobs. Cambia tutto, compreso il calcio, il modo di pensarlo, i protagonisti. E nel magico gioco del pallone, dove può succede tutto e il contrario di tutto, può anche

Mentre nelle radio passavano i pezzi di Madonna e Michael Jackson, il mondo perdeva John Lennon, Grace Kelly e Bob Marley. In un decennio epocale come quello degli anni ’80 lo sport non si è fatto da parte: dalle pole position di Ayrton Senna ai duelli mitici di Borg-McEnroe, passando per la Coppa del Mondo dell’82 nelle mani di Zoff. Gli ultimi anni da calciatore di George Best, campione tormentato da una vita fatta di sregolatezze, lo hanno trasformato definitivamente in icona romantica. All’apice della sua carriera invece, Diego Armando Maradona, conquistava Napoli, con un fascino tanto mediterraneo quanto barocco. E mentre alieni del calcio come Platini, Baresi e Zico fuori dal campo mantenevano un profilo da ragazzi normali, Ruud Gullit anticipava i tempi con uno stile inconfondibile grazie alle sue famose treccine afro.

VOGLIO TORNARE NEGLI ANNI ‘90

Lo stile unico di Kurt Cobain, i jeans della Levi’s che diventano mito, il cielo di Londra che piange la morte di Lady D. Sono gli anni ‘90, veloci, difficili e intensi. Con le magie di Michael Jordan e gli scatti di Pantani. Sono la delusione del Mondiale perso ai rigori, con quell’errore di Roberto Baggio, nella finale di USA ‘94. Ma proprio il Divin Codino è stato protagonista di una scena in cambiamento, con la sua chioma così famosa da diventare soprannome e quei look sempre troppo grandi, tipicamente nineties. E tra lo stile da perfetto bravo ragazzo di

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capitare che Antonio Cassano si presenti al Real Madrid con un discutibile giubbino in pelliccia o che Dani Osvaldo ricordi vagamente un rocker spiantato, con tanto di capelli lunghi e occhiali rotondi. A riunire i migliori e i peggiori outfit degli ultimi anni è però un solo calciatore: sua maestà David Beckham. La bandana, il total-look in pelle, i cardigan in lana e l’anello di fidanzamento in diamanti (per lui) sono solo alcune delle cadute di stile Bel David. Ma all’elegantissimo Beckham di oggi, che nasconde i tatuaggi sotto camicie perfettamente stirate, si perdonano tutti gli errori di ieri, anche le meches bionde.


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chi ha inventato questo?

IL FUMOGENO È nato come arma da guerra. I tedeschi lo usarono per la prima volta nella battaglia dello Jutland nel 1916. Come si passa dalle fusoliere che trafiggono le nuvole alle curve sud e nord?

Ricordo la faccia nevrotica del professore mentre tracciava dei segnacci sulla lavagna, il gesso che aderiva perfettamente alla superficie nera, la sua lucida furia, al limite del trattamento sanitario obbligatorio. KNO3+C12H22O11+NaHCO3+KCIO3, questo è quanto sta scritto a chiare lettere. «Vedi di imparartela bene, lunedì sei segnato che ti interrogo a bombardamento, Monfredi! Ringrazia che oggi preside e vicepreside sono fuori, altrimenti eri fottuto!». Che avevo fatto? Niente di che, c’era ora buca e avevo avuto la bella idea di mettermi a cavalcioni sulla finestra aperta, come se stessi in balaustra in curva, e avevo acceso un fumogeno blu. Dovevo pur testarne il funzionamento. Il giorno dopo c’era Taranto-Nocerina, Lega Pro. Stiamo combattendo per i playoff, noi ionici, loro Molossi invece sono la capolista. La curva si riempie. Loro viaggiano perché tesserati. All’ingresso in campo delle squadre, io e i miei compari e con noi i capi ultras della Nord accendiamo fumogeni rossi e blu e l’odore fa lacrimare e tossire ma è bel-

lissimo perciò inspiro a pieni polmoni. Duemila mani che battono all’unisono e mille voci che ruggiscono un secco “Taranto!” seguito da appunto tre battimani secchi e giganteschi. La storia dei fumogeni in curva è difficile da raccontare. Il fumogeno è nato come arma da guerra. I tedeschi lo usarono per la prima volta nella battaglia dello Jutland nel 1916. Imbastirono una ritirata a effetto nascondendosi dietro a delle cortine di fumo che permisero all’armata navale di ritornare ai propri porti in estrema tranquillità. Poi negli anni ’30 è la volta del fumogeno come celebrazione. I jet e gli aerei scaricano gas sgargianti in aria che ricreano i colori sociali delle bandiere nazionali. La pratica aerea è spettacolare e adrenalinica: i piloti, infatti, devono esibirsi in manovre contorte e sadiche e convulse per sfruttare sino in fondo il gas fumogeno. Non bisognava avvicinarsi troppo al pubblico onde irritarne occhi ed epidermide con il fumo. I nomi delle pattuglie aree acrobatiche italiane degli anni ’40 e ’50 sono stupendi e fieri: Lancieri Neri, Diavoli Rossi, Getti Tonanti. Come si passa dalle fusoliere che trafiggono le nuvole alle curve sud, nord, ferrovia che dir si voglia? Si può solo dedurre qualcosa. Per esempio, i primi gruppi ultras italiani vengono considerati i Boys San dell’Inter (1969), la Fossa dei Leoni del Milan (1968) e gli Ultras Tito Cucchiaroni (1968) della Sampdoria. Ergo, magari qualche bauscìa delle zone popolari ha avuto il guizzo di portare allo stadio il nero e l’azzurro per affumicarsi la salute. Ma fino agli anni ’70 non c’è traccia di coreografie condite da fumi viola, gialli, verdi. Ci sono le cartate,

le bandiere e le sciarpate in stile inglese. C’è tutto questo, eppure la miscela di nitrato di potassio, zucchero, bicarbonato di sodio e clorato di potassio non è ancora stata imboscata. Piacevole è immaginare che qualche ex pilota stile Raf inglese, stressato dalla vita di caserma, avesse deciso di spretarsi per rientrare nella sua città e cambiare vita. Piacevole è continuare con questa fantasia, con l’ex pilota che torna a tifare sui gradoni e vede la curva un po’ spoglia, denutrita, grigia, e che allora decide di dar fondo alle riserve di fumoni che ha rubato prima di congedarsi. Piacevole è pensare che ci sia stato poi un passaparola tra i vari esponenti delle curve e che in breve ogni stadio, da Alessandria sino a Barletta, si colorasse con l’accensione pirotecnica di questi candelotti plastificati. Oggi ci sono un macello di siti online che li vendono, ma entrare in curva con un fumogeno è ormai follia. Si rischia un Daspo, la diffida, anche di 5 anni. Ma non importa. La curva colorata è spettacolare oltre ogni immaginazione. Quelle colonne di arancione, viola o nero che spadroneggiano assolute del cielo sono la vera sacralità del rito calcistico. Perché no, per alcuni non è il gioco o il risultato che conta. Non è il doppio passo o la promozione. Conta quanto amore riesci a trasmettere dagli spalti. Con la voce, con le bandiere, o con un tubetto a sfregamento che scatena entropici fantasmi technicolor nell’aria. Belli come il sole.

Parole di

LORENZO MONFREDI

Disegni di

FRANCESCO POROLI


FOOTBALL STYLE

SOCCER

L

O

O

K

UNA SQUADRA A REGOLA D’ARTE A.S. Velasca è insieme un’opera d’arte e una squadra di calcio, dall’approccio sperimentale e audace.

Parole di TOMMASO LAVIZZARI

Il calcio è arte grazie alle traiettorie dipinte dal pallone e alle giocate dei suoi protagonisti. É ovvio. Il calcio è arte anche grazie alle scie che disegnano le maglie colorate sulla tela verde, alle sciarpe, alle coerografie, ai tifosi, ai loro colori, ai loro canti, ai loro suoni. I calciatori talvolta sono definiti artisti, ma lo sono più spesso i loro tifosi. Ci sono artisti improvvisati, per passione, artisti di strada, di gradinata, artisti al servizio della propria squadra e ci sono veri e propri artisti, che son tifosi, talvolta anche presidenti o proprietari. A.S. Velasca è insieme un’opera d’arte e una squadra di calcio regolarmente iscritta e attiva nel campionato CSI di Milano. É stata fondata nel 2015 da Marco De Girolamo, Karim Khideur, Loris Mandelli, Wolfgang Natlacen e Clément Tournus, appassionati di calcio e arte. La passione per l’arte li ha spinti ad arruolare giocatori dilettanti che, come dei performer, agiscono

consapevolmente all’interno di una narrazione che si accosta al calcio, altro asse portante dell’iniziativa. Tutti i momenti che caratterizzano la vita di A.S. Velasca, infatti, vengono accompagnati da opere appositamente realizzate da artisti, scelti dalla dirigenza italo-francese e lasciati totalmente liberi di creare: le maglie da gara, ad esempio, sono state realizzate da Jiang Li (2017/2018), Régis Sénèque (2015/2016), Zevs (2016/2017); la borraccia è di Zhuo Qi; la moneta dell’arbitro è stata realizzata da Nada Pivetta, la bandiera del calcio d’angolo da Kevin Jackson; la bandiera del guardalinee, invece, è stata pensata da Stephen Dean; le sciarpe dei tifosi sono di Thomas Wattebled; le fascie per il capitano sono di Primavera De Filippi (2016/2017) e Patricia Waller (2015/2016), i ritratti dei calciatori di Romina Bassu, mentre i parastinchi e il tabellone sono stati realizzati rispettivamente da Alessandro Belussi e Patrizia Novello. I contributi individuali generano l’opera d’arte totale, che è il Club, la cui identità visiva è rappresentata anche da Le Coq

Sportif, che è sponsor tecnico. L’approccio sperimentale e audace, tipicamente meneghino, si rispecchia perfettamente nel nome e nell’immagine della Torre Velasca, uno dei più noti simboli di Milano, insieme discusso e amatissimo. Il carattere estremamente rarefatto e vagamente sacrale portato dalle opere, sommato ovviamente al tema del calcio vissuto come religione laica condivisa da tifosi e giocatori, diventa la quintessenza del progetto con cui A.S. Velasca si racconta - a Milano, fino al 23 giugno 2018 - all’interno di Edicola Radetzky, che trasforma in un quadretto Ex Voto tridimensionale un infortunio realmente successo in campo e purtroppo comune tra i calciatori: la rottura del crociato. All’ostensione nell’edicola della gamba del calciatore infortunato, riprodotta a Ortisei da uno scultore di arte sacra, si lega l’esposizione dei diversi objets utiles di A.S. Velasca, sospesi all’interno dell’edicola a rappresentare la stasi dell’infortunio.


La Serie A con 266 partite in esclusiva, 7 su 10 ogni giornata e 16 dei 20 big match 1A GIORNATA

2 A GIORNATA

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19 AGO 2018

26 AGO 2018

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ATTENZIONE: E’ IMPORTANTE VISIONARE UNA PROVA COLORE PRIMA DELLA STAMPA FINALE

2018

6 A GIORNATA 26 SET 2018

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LEGA SERIE A

LEGA SERIE A

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7 A GIORNATA 30 SET 2018

31 08 2018

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La stampa colori allegata è il riferimento cromatico finale da ottenere. Il file che alleghiamo è da rilavorare in termini di calibrazione colore, sovrastampa e abbondanza. RA consiglia sempre di poter visionare una prova stampa prima della produzione definitiva in modo da poter ovviare ad eventuali problemi che potrebbero verificarsi in fase di stampa. Per la corretta visualizzazione e stampa dei font che compongono i testi riprodotti in esecutivo, è necessario disporre del software relativo. Tali font, infatti, non sono cedibili e la tipografia commerciale o qualsiasi altro service di stampa che li vorranno riprodurre dovranno poter dimostrare di essere in possesso di una licenza d’uso del software. Per ottenere la licenza d’uso dei software dei font, si raccomanda di rivolgersi a un rivenditore autorizzato. Please note that this colour print-out should be considered as a colour benchmark. This file has to be reworked and checked as far as colour calibration, over print and bleeds are concerned. RA highly recomands to always share a colour proof/digital cromaline before final production in order to support in solving possible issue in repro phase. For the right visualization and printing of the font (s) of this file, it is necessary to own the relative software. These fonts are not transferable at the suppliers that will want to reproduce them.The suppliers must be able to demonstrate to own the license to use the software. To obtain the license to use the font software, it is recommended to contact an authorized dealer.

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29 DIC 2018

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La Serie A con 266 partite in esclusiva, 7 su 10 ogni giornata e 16 dei 20 big match 20A GIORNATA 20 GEN 2019

21 A GIORNATA

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27 GEN 2019

3 FEB 2019

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3 APR ATALANTA SASSUOLO ROMA GENOA

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5 MAG 2019

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EMPOLI FROSINONE TORINO MILAN

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JUVENTUS

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GIRONE DI RITORNO

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17 FEB 2019

24 FEB 2019

3 MAR 2019

ATTENZIONE: E’ IMPORTANTE VISIONARE UNA PROVA COLORE PRIMA DELLA STAMPA FINALE

EB 2019

LEGA SERIE A

LEGA SERIE A

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31 08 2018

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31 A GIORNATA

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33 A GIORNATA

7 APR 2019

14 APR 2019

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TURNI INFRASETTIMANALI 26 SET 2018

26 DIC 2018

3 APR 2019

SOSTE 9 SET 2018 6 GEN 2019

14 OTT 2018 13 GEN 2019

18 NOV 2018 24 MAR 2019

TURNI NATALIZI 22 DIC 2018

26 DIC 2018

29 DIC 2018

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LO STRANO CASO DI

HACHIM MASTOUR Osannato come un campione ancor prima di scendere in campo (quello vero, dei grandi) e fenomeno social indiscusso, si è trasformato in pochi anni in un caso, ma in negativo. Dai palleggi con Neymar al Camp Nou – dove ha vinto la sfida – a emarginato nella rosa del Milan e a fine contratto. Quale sarà il suo futuro a soli 20 anni?

Se vi perdete per qualche istante su YouTube e digitate il suo nome e cognome, troverete quasi subito qualche spezzone di Milan-Albinoleffe della stagione 2012-2013, categoria Giovanissimi. Il protagonista di questa storia e di quelle azioni, oltre a elastici, doppi passi e numeri assortiti, piazza due gol messianici: nel primo, raccolta una palla in uscita dentro l’area, se la alza col destro sfornando una palombella che si incurva fino a cadere docile dentro al sacco. Nel secondo, ancor più strabiliante, si dà alla “ruleta” per saltare un avversario e manda a vuoto il portiere con un doppio passo, depositando poi in rete a porta sguarnita. La partita finisce 7-0 e lui ci firma sopra in calce questa doppietta pregiata davanti al suo allenatore dell’epoca, Walter De Vecchi, che di doppie marcature se ne intende: nel ‘79, in un contesto di tutt’altra fattura, segnò i due gol probabilmente più importanti della sua carriera, in un derby che l’Inter stava vincendo per 2-0 e che finì in pareggio a pochi minuti dal termine, consegnando un bel pezzo di scudetto alla Milano “Casciavit”. E proprio l’Inter, che lo aveva schierato in un torneo a Roma, qualche mese prima, questa volta pare non aver avuto torto nel non farne un perno delle proprie giovanili con un balcone vista prima squadra. La vicenda di Hachim Mastour pare la fotografia ideale dell’età contemporanea. Quella celebrità che un tempo pareva un desiderio utopistico,

Parole di

STEFANO RAVAGLIA Disegni di

NICOLA FERRARESE

una chimera irraggiungibile se non passando attraverso lunghe tradotte alla ricerca di luoghi in cui si facessero provini e nei quali occorreva una dose enorme di fortuna per poterla spuntare, oggi è ben più semplice da ottenere di quanto si pensi. Con i già citati e tanto controversi mezzi tecnologici, che nulla di male fanno se utilizzati con la testa (spesso non è così), ciascuno può ambire al quarto d’ora di celebrità alla Andy Wharol. Blogger, Youtuber, e chi più ne ha più ne metta, talvolta palesando una reale e assoluta abilità, in altri casi raccontando null’altro che i fatti propri, si ritrovano con appresso un così nutrito seguito da poter essere già sdoganati sulla bocca di tutti. È appurato infatti che l’unità di misura della popolarità odierna siano i followers: alcuni gratuiti, altri comprati, poco importa se fanno numero e spingono verso l’alto il

ragazzino di turno. Segno dei tempi che cambiano, se in meglio o in peggio lo lasciamo al giudizio degli utenti e dei posteri, ma anche l’italianissimo - di origine marocchina - del Milan, classe 1998, pare essersi giocato bene le sue carte. La pagina ufficiale Facebook conta 940mila iscritti, e per quanto concerne il suo profilo privato non è più possibile poter aggiungerlo nella propria lista di contatti perché ha raggiunto il numero massimo di “amicizie”. Su Twitter invece, sono 102 mila a seguirlo, ma se osserviamo la foto scelta come immagine del profilo, collana che casca su una t-shirt bianca, capelli impomatati all’indietro e occhialoni scuri tipo iena di Tarantino, pare tutto tranne che un calciatore. Già, non fosse altro che Hachim gioca a pallone, un’arte dove i grandi saggi insegnano che sarebbe opportuno dimostrare sul campo, tra il profumo dell’erba e il sudore della fronte, le proprie papabili qualità. Potere della viralità: ai numeri e i giochetti in bella mostra sulla rete, è seguita ben poca sostanza. Nato a Reggio Emilia, il Milan lo prelevò dagli emiliani nel 2012, facendolo salire al terzo piano, scala B, di via Turati, nella sede che più o meno per 50 anni, sino all’avvento di Casa Milan, ha osservato un movimento tale di pezzi da novanta, meteore o comparse, imparagonabile a qualsiasi altro quartier generale. Lassù, Mastour ha firmato il contratto che lo avrebbe legato ai rossoneri e sembrò un timido ragazzino passato di lì a chiedere l’autografo a Galliani: invece, nella sala dei trofei, tra la Coppa dei Campioni di Wembley ’63 e il pallone d’oro di Van Basten, si pensava potesse partire un altro vagone del lussuoso treno Milan che ha scorrazzato per decenni in Europa e nel mondo spargendo cioccolatini e caramelle dai finestrini. E invece no: quei palleggi con El Shaarawy a bordo piscina o con Neymar al Camp Nou e quelle sporadiche interviste


colme di retorica (per carità, normalissimo a quell’età), insieme a quella doppietta “da grande”, sono gli unici stralci di Mastour che si segnalano dal campo. Nel 201415, nelle file della squadra Primavera, viene elogiato dal suo nuovo allenatore, Christian Brocchi, ma con riserva: «Non è con il gol che lui dimostra il suo valore, ma col suo atteggiamento positivo in allenamento ogni giorno. Se perde palla, al Milan la deve rincorrere». Ci aveva visto lungo? Per la serie “che fine hanno fatto?”, rubrica che calzerebbe a pennello in un programma della Gialappa’s, Mastour oggi non ha ancora dimostrato il suo talento o presunto tale: è di reparto a Milanello ma a Gattuso torna buono per le partitelle e le disposizioni tattiche. Null’altro che una pedina, a vent’anni, sotto contratto ancora fino a giugno ma, nonostante i prestiti al Malaga e allo Zwolle in Olanda, terra dove notoriamente se sei un fenomeno hai spazio e tempo di dimostrarlo, presumibilmente libero di decidere che fare del suo futuro: se continuare da un’altra parte o convertirsi a qualcos’altro che non preveda l’utilizzo di un pallone. In una civiltà che corre veloce e dimentica ciò che è accaduto appena il giorno prima, anche nel calcio sono sufficienti pochi istanti perché la folla decida per il pollice su o giù. Esistono i calciatori e i freestyler: molti sono solo calciatori, Maradona era entrambe le cose e molto di più, Mastour, appurate le finezze di gioventù nel Milan, appare solo un funambolo del pallone. Non sono noti altri colpi di testa che non siano quelli sul campo, non si racconta di cassanate o balotellate, eppure forse a tradire il ragazzo è proprio la sua fragilità caratteriale. Non tutti i baby calciatori che escono dalle fucine delle seconde squadre sono materia interessante, seppur i tifosi chiedano spesso di far giocare loro e non quelli già navigati. Occorre però capire che giovane non è sinonimo di fuoriclasse e quelli che si sono persi per strada non si contano: anche la maglia numero 3 del Milan aspetta ancora un altro Maldini che forse non arriverà mai. Si può dire che l’italo-marocchino non abbia avuto occasioni per mettersi in mostra, ma come potrebbe? Le scelte di mercato e la composizione dell’attacco rossonero hanno portato a privilegiare giocatori affermati e a puntare su Cutrone, lui sì, un giovane che ha dimostrato nei fatti che il gol gli interessano più dell’immagine, dei social e dell’acconciatura. Lungi dal gettare la croce addosso al ragazzo, ma se il suo peso specifico fosse stato davvero notevole, siamo sicuri che sarebbe stato relegato così in basso come

L’AGENTE DARIO PAOLILLO DISSE: «RAIOLA PENSI AL SUO IBRAHIMOVIC, IO HO GIÀ IL SUO EREDE DA ACCOMPAGNARE VERSO IL SUCCESSO».

ESISTONO I CALCIATORI E I FREESTYLER: MARADONA ERA ENTRAMBE LE COSE E MOLTO DI PIÙ. MASTOUR APPARE SOLO UN FUNAMBOLO DEL PALLONE.

sta avvenendo? Sono cambiati gli allenatori e da poco il gruppo dirigente, ma per Mastour l’esilio continua. La smania di scoprire nuovi talenti da affidare a pur bravi procuratori o millantatori con pochi scrupoli che ne curino gli interessi, fa sì che forse, oggi, oltre a essersi perso di vista il concetto di divertimento, nel calcio si sia smarrita anche la capacità di far prevalere il contesto: l’età, il fisico sprezzante e l’incapacità di prendere scelte troppo più grandi di loro, fa sì che molti adolescenti si perdano per strada. Pare essersi allentata la disciplina e la genuinità del gioco da trasmettere a un sedicenne, che piuttosto vede in televisione i giocatori, quelli veri, scendere dal pullman con le cuffie in testa e lo sguardo basso, imitandoli la settimana dopo una volta giunti al campetto di periferia. E poi il mondo dei media, in generale: sono sufficienti un paio di partite o una mirabolante marcatura per entrare nel club dei fenomeni del futuro. Due esempi: nell’ottobre 2016 Locatelli segna un gran gol alla Juventus, senza dimenticare le ottime prestazioni iniziali di De Sciglio. Ora, seppur il paragone con Mastour sia impietoso, i due sono stati relegati a una dimensione più terrena di quella a loro attribuita nei giorni in cui pareva avessero scalzato i più grandi predecessori nel loro ruolo. Predestinato, la password per poter alimentare il circo mediatico intorno a nuovi talenti che si affacciano sulla scena calcistica. E a proposito di circo mediatico, nella vicenda Mastour rientra anche Mino Raiola. Proprio lui, abile volpone del mercato, denunciò all’inizio del 2015 il baccano tirato su intorno alla figura del marocchino. Dario Paolillo, agente di Mastour, difese il suo ragazzo, giustificandone la fama a causa del talento e non certo dei tweet. «Raiola pensi al suo Ibrahimovic, io ho già il suo erede da accompagnare verso il successo». Arduo, a tre anni di distanza, dire che sulla strada del successo si sia intravisto anche solo un surrogato di traguardo. Il talento che dona la natura è tanto prezioso quanto da non sottovalutare: non può camminare col pilota automatico, va allenato e affilato giorno dopo giorno, coadiuvandolo con applicazione e un pizzico di sfrontatezza. L’assurda parabola di Hachim Mastour è già al capolinea? Può essere. Con una cifra di rimpianti dei suoi fan, che lo hanno adottato ancor prima che dimostrasse qualcosa che forse non vedremo mai. Cala un velo di tristezza se le cose stanno davvero così: il calcio, un tempo attività più seria, oggi è puntellato anche di campioncini investiti di gloria ancor prima che abbiano calzato gli scarpini.


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ALLENATORI / LA CONFERMA

MASSIMILIANO ALLEGRI

IL CONTE MAX.

AMATO E ODIATO, E CONTESO DA MEZZA EUROPA Accolto tra gli insulti, si è imposto in bianconero. Gli juventini per trattenerlo dovranno pregarlo e “Acciughino”, forse, saprà perdonarli con quel suo solito sorriso furbo e paraculo. Forse.

Nel campionato italiano c’è un uomo solo al comando: Massimiliano Allegri da Livorno. I vari Sarri, Spalletti, Di Francesco e compagnia bella se ne facciano una ragione, perché alla fine della fiera (anzi, del campionato), l’highlander della Serie A è sempre lui: l’uomo che quasi tutti i tifosi della Juventus hanno riempito di insulti al suo arrivo a Vinovo, solo per aver avuto la colpa di guidare il Milan al suo ultimo scudetto.

Parlo a voi, tifosi della Juventus. In un calcio dove riconoscenza e coerenza sono merce molto rara, a Torino siete in tanti a dover chiedere umilmente scusa. Abbiate il coraggio di ammettere il vostro errore e di andare da lui e dirgli: “Maremma maiala, Max. Abbiamo sbagliato. Scusaci”. Fatelo e non ve ne pentirete. Fatelo, perché “Acciughino” (come viene chiamato dai suoi amici e tifosi livornesi per via di quel fisico esile), saprà perdonarvi con quel suo solito sorriso furbo e paraculo. Secondo molti di voi, avrebbe dovuto soccombere di fronte al ricordo di Antonio Conte. Fallire miseramente, dopo i successi in serie del salentino. Invece Allegri, per dirla con le parole di Vasco Rossi, è ancora qua. Eh già, perché il “Conte Max” è uno con le palle e non potrebbe essere altrimenti per uno che ha lavorato con Pozzo, Squinzi, Cellino e Berlusconi. Per uno che guarda dritto negli occhi e senza paura Andrea Agnelli, ascoltandolo ma facendogli capire chi comanda in campo: l’allenatore, non

Parole di

PLUTARCO CERBI Disegni di

GIANNI MUCCI

il presidente. A Milano lo avevano capito sin dal suo arrivo, e questo al grande capo non è mai andato giù. “No el capisse un casso”, disse in dialetto veneto Sivlio Berlusconi. Sarà anche vero, ma in rossonero Allegri ha fatto centro al primo colpo: proprio come a Torino. Qualche errore, a dire la verità, lo ha fatto anche il buon Max (vedi alla voce Pirlo: accompagnato alla porta perché “tanto c’è van Bommel”), ma chi non ne commette nel magico e imponderabile mondo del pallone? Sta di fatto che via lui (e Ibrahimovic e Thiago Silva), il Milan non ha più vinto nulla. La Juventus invece sì. Ha vinto molto e molto ancora

vincerà. “Vincere non è importante, è l’unica cosa che conta”, recita un vecchio adagio bonipertiano. Con Massimiliano Allegri da Livorno si può. In Italia, ma magari anche in Europa dove ha portato Buffon e compagni fino alle finali di Berlino e Cardiff, contro gli extraterrestri Messi e Cristiano Ronaldo. Le ha perse, vero, ma intanto lui c’era mentre gli altri rosicavano davanti alla tv. Tornerà a giocarsela, quella maledetta coppa dalle grandi orecchie. L’obiettivo è quello e potete star sicuri che l’hombre vertical di Livorno farà di tutto per centrarlo. Anche a costo di fare scelte drastiche e per alcuni dolorose. Il fine giustifica i mezzi direbbe qualcuno, e Allegri ha dimostrato di avere il carattere giusto per guidare una delle big d’Europa. Non si è tirato indietro quando è stato il momento di affrontare (a muso duro) l’ex Bonucci, non si è fatto scrupoli quando ha spedito in panchina Higuain e Dybala. Persino Buffon ha preso freddo sulle tribune dell’Allianz Stadium. E a chi gli ha chiesto spiegazioni, Allegri ha risposto con sarcasmo e con una sana dose di veemenza tutta tipicamente toscana. Buono sì, ma guai a farlo incazzare. E’ meglio non parlargli del ruspante Sarri o dei conterranei Spalletti e Mazzarri. Meglio evitare di chiedergli della sua vita privata, che il gossip ci racconta essere decisamente movimentata. Meglio fare attenzione con lui e discutere solo di calcio. In quel caso capirete perché voi tifosi bianconeri dovete chiedergli scusa. Dovreste legarlo ai cancelli di Vinovo per i prossimi anni, perché uno così è difficile trovarlo ed è per questo che le società di mezza Europa fanno a gara per averlo.


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GIÙ LE MANI DAL PALLONE

SNAITECH E MILAN UNITI CONTRO IL MATCH FIXING Adam Grapes ci guida in questo mondo, per farci capire che, oltre a calciatori e tifosi, gli operatori legali sono i primi a essere danneggiati dall’alterazione dei risultati.

Adam Grapes, appaiono quattro calciatori del Milan: Giacomo Bonaventura, Andrea Conti, Riccardo Montolivo e Marco Storari. Un cambio di passo rispetto alle precedenti campagne sul tema: mai prima d’ora un club aveva messo a disposizione i suoi atleti in veste di testimonial per raccontare e denunciare un fenomeno così delicato e complesso. Nel corso del video, Adam Grapes intervista i passanti sul match fixing, ricevendo risposte imprecise, che in qualche caso tendono a confondere le scommesse legali con la piaga del calcioscommesse. A Grapes il compito di spiegare che gli operatori legali sono i primi a essere danneggiati dall’alterazione dei risultati.

È guerra aperta contro il match fixing: dalle giovanili alla prima squadra, si terranno corsi a Milanello per informare gli atleti sul tema delle frodi sportive e sui danni che ne ricevono gli operatori legali di scommesse e sui social è stato lanciato un video per spiegare la differenza tra il calcio scommesse e le scommesse legali: accanto allo “sportfessor” SNAI anche Adam Grapes, Bonaventura, Montolivo, Conti e Storari. Si scrive match fixing, si legge corruzione, manipolazione, alterazione di una competizione. In altre parole, una malattia che infetta lo sport e il mondo delle scommesse e che va combattuta con la massima energia. Per questo, Snaitech e AC Milan, forti di una partnership ormai collaudata da anni (SNAITECH è Major Partner del Club), lanciano l’iniziativa “Giù le mani dal pallone”, che punta a informare e sensibilizzare i giocatori rossoneri (dalle giovanili alla prima squadra) e il pubblico sul triste fenomeno delle frodi sportive. Per raggiungere l’obiettivo di un’informazione chiara e lineare, è stato lanciato un video “edutainment” per raccontare in modo immediato ed efficace il tema match fixing, affiancato a un corso di formazione strutturato e declinato per ogni squadra. Fondamentale, al riguardo, la collaborazione di Genius Sport, società che fornisce a livello internazionale servizi per proteggere lo sport e gli operatori di scommesse dalle minacce del match fixing. «Siamo a fianco del Milan da anni e ci fa particolarmente piacere consolidare la nostra partnership con contenuti sempre nuovi – ha dichiarato Fabio Schiavolin, Amministratore Delegato Snaitech -. Un’iniziativa

che mira alla corretta informazione sul match fixing. Per noi si tratta di una sfida fondamentale: chi ama mettere alla prova la propria competenza calcistica attraverso la scommessa, lo può fare solo se il calcio è sano e pulito. Sulla stessa linea l’amministratore delegato del Milan, Marco Fassone: «Il Milan è sempre stato in prima fila nel contrasto al match fixing e una costante informazione per i calciatori e i tifosi rappresenta uno strumento fondamentale per poter creare una barriera contro le frodi sportive. Sono felice che questa iniziativa sia stata realizzata insieme al nostro Sponsor Snaitech: con grande senso di responsabilità si è messo a disposizione per un’attività formativa per le squadre del settore giovanile e per la prima squadra. Il calcio deve essere uno sport pulito e dobbiamo essere i primi a dare esempi positivi». Nel video, in compagnia dello “sportfessor” di SNAI,

Poi la scena si trasferisce a Milanello, dove i quattro giocatori mettono in guardia dai rischi della frode, lanciando messaggi importanti in una chiave leggera e ironica. Il video sarà declinato su tutti i canali social, attraverso gli account ufficiali di Milan e Snaitech, e raggiungerà in questo modo un gran numero di tifosi, e amanti dello sport con il claim “Giù le mani dal pallone”. Alla larga dal “match fixer” – Nei workshop formativi, modulati in maniera diversa a seconda dell’età dei partecipanti, verrà tracciato un profilo del “corruttore tipo”, il quale usa mostrarsi dapprima amico, attraendo lo sportivo con qualche favore e rendendolo in qualche modo debitore, e poi punta a coinvolgerlo nella combine, con pressioni sempre più minacciose. Sarà spiegato agli atleti rossoneri che queste persone, lungi dall’essere amici, guadagnano illecitamente trascinandoli in una rischiosa spirale di illegalità, per poi esporli al rischio di carriere compromesse e reputazioni segnate, come testimoniano i tanti casi nelle cronache degli ultimi anni.


ARTE

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ABRAZO FUTBOLERO

Il calcio è un romanzo intagliato nel legno “A otto anni volevo fare l’astronauta. A dodici il geologo. A diciotto il grafico. A venti sono diventato un artigiano, ma non ho mai smesso di giocare …” CUT è l’alter-ego di Carlo Cazzaniga. Classe 1964, appartiene all’ultima generazione in “bianco e nero”. Artigiano di formazione, ha ritrovato in questo progetto il suo ideale estetico. Reinterpreta gli archetipi moderni dell’iperconsumismo e le icone della comunicazione di massa per poi fissarle sul materiale più primitivo e vivo della storia del mondo: il legno. Il risultato è la provocazione del paradosso: dietro un’estetica narrativa leggera e quasi decorativa si

cela la feroce denuncia della società contemporanea con i suoi “vitelli d’oro” da adorare. Dal connubio tra segno e materia nascono così delle opere uniche che, nella loro essenzialità, restituiscono il vissuto di un intero mondo emozioni legate alla rappresentazione. “Sono un artigiano. Divento artista quando la gente guarda quello che faccio” ripete spesso Cazzaniga.

presentare baffi, occhiali e acconciature attraverso segni semplici ed essenziali, immediatamente riconoscibili e riconducibili a personaggi della cultura popolare mediatica, come appunto i calciatori. Il risultato, in realtà, è un paradosso provocatorio: dietro un’estetica narrativa leggera e quasi decorativa, si cela la denuncia della società contemporanea, ossessionata dalla venerazione dei suoi falsi miti.

Ha iniziato lavorando vetro e metalli, ma ha finito per appassionarsi alle essenze del legno.

Nella collezione Abrazo Futbolero, impiegando la stessa tecnica espressiva, mette uno di fianco all’altro giocatori di calcio famosi di diverse squadre, diverse nazionalità e diverso colore di pelle, componendo un abbraccio mondiale che invoca un’idea più pura di sport, inteso prima di tutto come gioco, momento di incontro e condivisione di emozioni.

Ispirato a uno stile pop nostalgico, il suo lavoro si compone di una serie di tavole realizzate con la tecnica del traforo, in cui la progettazione grafica è la vera protagonista. Con la sua creatività riesce a rap-


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ALLENATORI / LA SORPRESA

GENNARO GATTUSO

RINGHIO

CUORE IMPAVIDO Arrivare in Champions o vincere la Coppa Italia sono dettagli: medaglie da apporre su una giacca già piena di riconoscimenti. Rino da Schiavonea ha già vinto perché è uno di noi: il fratello che tutti vorremmo avere, il cugino che corre ad aiutarti quando la situazione si fa pericolosa. E l’allenatore che sta ridando un’anima ai rossoneri.

Santi, poeti, navigatori e allenatori di calcio. Ecco chi siamo. Prima, durante e dopo ogni partita, ci divertiamo a scegliere la formazione migliore e a pensare al modulo con il quale farla scendere in campo. Ci provano tutti, in pochi però ci riescono. Gennaro Gattuso, detto Rino, è uno di questi. Scaraventato in panchina dopo l’infelice avvio del Milan di Montella, l’ex centrocampista rossonero ha infatti sovvertito ogni pronostico e rispedito al mittente dubbi e perplessità. Che gli scettici si mettano il cuore in pace: Gennaro Gattuso da Schiavonea, frazione di Corigliano Calabro, ha tutte le carte in regola per diventare un grande allenatore: un mix tra Carlo Ancelotti (suo mentore da sempre) e Antonio Conte. I suoi successi da calciatore, le sue mitiche frasi regalate in pasto ai giornalisti: «Chi nasce tondo non muore quadrato» e il suo girovagare in cerca di qualche pallone da rubare (in Scozia, a nemmeno vent’anni, era per tutti “Braveheart cuore impavido”), lo hanno davvero fatto diventare un santo, un poeta e un navigatore. Al di là della sua proverbiale umiltà («Wenger è un grande, io al massimo posso allenare i Pulcini»), al netto di qualche isolato caso di diffidenza e dopo quello che ha fatto in questi mesi, Gattuso può ora definirsi anche

Parole di

PLUTARCO CERBI Disegni di

GIANNI MUCCI

“allenatore”. Anzi, Allenatore con la “A” maiuscola, perché il suo rivitalizzare una squadra spenta e - secondo molti sapientoni - piena di campioni con la “c” minuscola, è stato qualcosa di clamoroso e straordinario. Ha fatto poca gavetta, è vero. Ma quella che ha fatto è stata sufficiente per farsi le ossa e per poter sedere sulla panchina della sua squadra del cuore. Provateci voi a lavorare con gente come Christian Constantin e Maurizio Zamparini, i grandi capi di Sion e Palermo. Provate voi a vivere e lavorare in situazioni come quelle che ha trovato a Creta e Pisa. Ci vogliono palle e coraggio per affrontare il mare in tempesta, specialmente se sei seduto su una bagnarola che imbarca acqua da tutte le parti.

Traghettatore? Ma quando mai! La sua barca arriva fino in porto. Costi quel che costi. Nessuno lo ferma e nessuno è mai stato capace di bloccarlo. Non si è mai perso d’animo neanche davanti agli infortuni da giocatore e di fronte alle prime sfighe da allenatore rossonero (vedi alla voce Brignoli: il portiere del Benevento che gli ha fatto gol al 95esimo, nel giorno del suo debutto in panchina). Il coraggio gli passa dalla pelle, come quel sudore che ha buttato in campo. David Beckham e Joe Jordan, tra i tanti, potrebbero confermarvelo. Il primo preso per il culo perché sempre a terra («Hey, this is not a swimmingpool»), il secondo preso letteralmente per il collo e a testate, durante una sfida europea con il Tottenham. Non c’è niente da fare, la partita lui la vive così. Dal campo o dalla panchina non cambia nulla: è sempre “borderline”, ha sempre addosso quel veleno che fa tanto godere i tifosi di San Siro e che, spesso, gli fa scendere la catena e lo fa arrivare quasi in campo con la bava alla bocca. Arrivare in Champions League o vincere la Coppa Italia, a questo punto sono solo dettagli: medaglie da apporre su una giacca già piena di riconoscimenti. Gattuso ha già vinto perché è uno di noi: il fratello che tutti vorremmo avere, il cugino che corre ad aiutarti quando la situazione si fa pericolosa. «Io al Milan mi sentivo tifoso, capitano e presidente». Ora può sentirsi anche allenatore. E che nessuno provi a dire il contrario.


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VITTORIO SGARBI «IL CALCIO È IDENTITÀ CULTURALE» Da Caravaggio a Sivori, passando per Maradona (suo amico) e Michelangelo. Il critico d’arte più famoso e provocatorio d’Italia - ora anche neo parlamentare ammette: «Solo il pallone riesce a unire gli italiani».

Chi è Sgarbi lo sapete. Il critico d’arte più famoso e provocatorio d’Italia. Eletto in Parlamento, dice lui, facendosi dare un passaggio da Forza Italia. Nei teatri con Michelangelo. Nelle librerie con svariate decine di libri e saggi. E poi personaggio. Il bello degli intellettuali è che con loro si può parlare di qualsiasi cosa. Qui lo abbiamo fatto del gioco più bello del mondo. Di miti del presente e del passato. Di iconografia calcistica. Del pallone come unico simbolo di identificazione di una nazione. Del ruolo di questa disciplina nella nostra società e dei rapporti che, da protagonista qual è della storia contemporanea, inevitabilmente intesse con politica, cultura e arte. C’è chi considera il calcio una forma d’arte. Carmelo Bene diceva che l’arte ormai si trova solo allo stadio. Una provocazione per iniziare l’intervista. Cosa ne pensa? «Che ci sia una buona parte di verità. Ferrara, ad esempio, dopo la civiltà rinascimentale è diventata una città commemorativa, inerte, morta. Il ritorno in Serie A della Spal è stato accompagnato da un entusiasmo che ha scosso una città addormentata, nonostante la squadra non regali grosse soddisfazioni in termini di risultati. I valori di percezione simbolici come quello del calcio hanno un significato più ampio di quello strettamente sportivo: rappresentano una dimensione di identità, se non addirittura culturale». Qual è il ruolo della bandiera calcistica nella società? E come codifica l’isteria di massa che si scatena quando questi personaggi decidono di lasciare il campo? «Tutta l’iconografia calcistica è di per sé un mondo a parte. In Italia la patria non ha alcun simbolo se non il calcio,

Parole di

LAURA BERLINGHIERI Disegni di

GIANNI MUCCI

che è l’unico elemento unificante della nazione. Non a caso, la mancata qualificazione ai prossimi mondiali ha creato molto dolore. L’Italia vive l’identificazione con il calcio, quindi ogni città ha un elemento coagulante, che è quello della squadra di calcio e dei relativi simboli come, appunto, le “bandiere”». Con Totti ha avuto un rapporto turbolento. L’ha proposto come Ministro dello sport, ma vi siete scontrati sull’opportunità di uno stadio per la Roma. Chi è per lei Totti, ora che si è ritirato? E la sua posizione sullo stadio è cambiata? «Realizzare quel progetto di stadio a Roma sarebbe stata un’idiozia. Ma non per la costruzione dello stadio in sé, che potrebbe avere senso, ma perché era il pretesto per

una speculazione edilizia voluta da quell’imbecille della Raggi. Io mi sono scagliato contro il progetto concreto. Totti si è prestato a fare lo strumento di una pura operazione immobiliaristica. È un simbolo della Roma e non avevo alcuna intenzione di attaccare lui come persona: ho attaccato il Francesco Totti “simbolo” della Raggi, perché la Raggi e i Cinque Stelle mi fanno schifo e finché non li avrò devastati non sarò contento. Il progetto prevedeva la costruzione di tre grattacieli in una città che non ha nessun elemento verticale e che si è salvata nel corso dei secoli dalla speculazione edilizia che invece ha investito le altre città. Roma ha uno sky line interamente orizzontale, ma questo Totti non lo può nemmeno capire: lui pensava di parlare dello stadio e invece lo usavano come foglia di fico per una speculazione edilizia. Per cinque mesi, la Raggi ci ha ammorbato i coglioni con il progetto dello stadio, che poi è stato bocciato dalla Soprintendenza. Questa polemica, comunque, ha portato dalla mia parte moltissimi tifosi della Lazio, antagonisti di Totti, ora diventati miei estimatori». Dopo la morte di Davide Astori, capitano della Fiorentina, la Serie A si è fermata per un turno. Cosa ne pensa? «Ero d’accordo. È stata la decisione nobile di un amico, Giovanni Malagò, presidente del Coni, che conosco da tanti anni. Un gesto che non credo abbia avuto controindicazioni. D’altra parte, Malagò è da sempre l’antagonista della Raggi, quindi tendo a parteggiare per lui». Un tempo c’erano giocatori come Gascoigne o George Best: genio e sregolatezza. Oggi è tornata l’epoca dei bravi ragazzi. Lei da che parte sta?


«Io sono sempre per genio e sregolatezza. Sono grande amico di Maradona». C’è qualche sportivo, calciatore o meno, in cui si rivede Vittorio Sgarbi? «Ho seguito il calcio fino al ’68, poi non me ne sono più occupato. Per questo mi rivedo solo in un calciatore, l’ultimo che ho “conosciuto” da ragazzo: allora il mio idolo era Omar Sívori». In passato ha commentato negativamente gli stipendi dei calciatori. Secondo lei sono strapagati? «Io credo che qualsiasi lavoro ben fatto debba essere pagato. Eppure, c’è la continua retorica sui vitalizi dei parlamentari, quando nessuno discute sugli stipendi dei calciatori o sui compensi di cantanti e direttori d’orchestra: Muti, Totti, Celentano. Io non voglio fare la morale a nessuno, faccio solo un discorso comparativistico. Quando cito questi esempi, mi viene risposto che si tratta di soldi privati, ma non è sempre vero. Muti prende 150mila euro a concerto: una cifra molto alta, che però non è mai stata messa in discussione. E lo stesso vale per i cantanti pagati dai teatri stabili. Il problema è che gli stipendi non possono essere misurati in astratto. Credo che 15mila euro per Di Maio siano troppi, mentre per un parlamentare bravo siano pochi. Se i privati appartenenti a una categoria ritengono di essere pagati troppo, allora possono restituire parte del proprio stipendio privatamente, ma non con leggi interne come quella della famosa “rimborsopoli”: quelle sono cose meschine. Comunque, è una polemica di cui non mi importa niente: ognuno prende quello che gli danno e non rompete il cazzo». Cosa sono state queste elezioni? Vittoria di Salvini e Di Maio? Sconfitta di Renzi? Mezza sconfitta e mezza vittoria, ma comunque ennesima affermazione dell’esistenza del berlusconismo? «Obiettivamente, Renzi ha perso le elezioni, Berlusconi le ha semi perse, mentre Di Maio e Salvini le hanno vinte. In questa logica sono entrato io, che ho interpretato la parte dell’antagonista assoluto di Di Maio, senza un partito reale, essendo entrato nelle liste di Forza Italia all’ultimo momento. La vittoria di Di Maio e Salvini è spiegata con il

loro uso scientifico del web. Strumento che io ho usato nei limiti individuali del mio bacino d’utenza, composto da quasi 2milioni di follower. Ho fatto l’anti Di Maio, quindi anch’io a mio modo ho vinto, perché in Parlamento sarò l’unico che ha coperto di merda questa gente: sarò io il partito degli anti grillini. Riassumendo: ha vinto chi ha usato il web e ha perso chi, come Renzi e Berlusconi, ha fatto una campagna televisiva. La vittoria è stata della comunicazione fuori dalle regole tradizionali, con i contenuti forti dei due partiti (contro gli extracomunitari della Lega e per il reddito di cittadinanza dei Cinque Stelle) propagandati attraverso la rete. La mia è stata una popolarità usata in negativo. Il video che ho pubblicato su Facebook è

stato visualizzato da almeno 35 milioni di italiani: questo mi serve a darmi la misura per raccogliere tutto il mondo anti grillino». Politicamente, lei nasce comunista. Ora rientra in parlamento con Forza Italia. Nel mezzo, un bel po’ di conversioni. Il Partito comunista è stato un errore di gioventù? I cambiamenti nel mezzo, perché Sgarbi cambia idea o perché la politica ha tradito Sgarbi? «Tutte balle. Non sono mai stato candidato nel Partito Comunista. Sono stato candidato con i Liberali e sono entrato in Parlamento prima di Berlusconi. Il resto sono balle di Scanzi. Forza Italia per me è sempre stata una casa parallela e non un partito. Ho fatto la Pannella-Sgarbi e ho fondato Rinascimento. Non sono di Forza Italia: sono uno che è stato candidato nelle loro liste». Eppure in Parlamento entra con Forza Italia… «Sì, perché si fanno degli accordi. Quando non si riesce a fare un partito che stia in piedi da solo bisogna fare una federazione e io ho fatto una federazione. Quelli indicati come partiti diversi sono in realtà tentativi di fare un’operazione indipendente mai riuscita».

«IO SONO SEMPRE PER GENIO E SREGOLATEZZA. SONO GRANDE AMICO DI MARADONA. PERÒ MI RIVEDO SOLO IN UN CALCIATORE, L’ULTIMO CHE HO CONOSCIUTO DA RAGAZZO: ALLORA IL MIO IDOLO ERA OMAR SÍVORI».

In questi giorni sta portando Michelangelo a teatro. Si tratta di uno spettacolo atipico: meno autobiografico di quello dedicato a Caravaggio, ma con riferimenti storici: sia alla contemporaneità di Michelangelo che alla nostra… «I teatri sono pieni e lo spettacolo va benissimo. Con lo spettacolo su Caravaggio, il racconto passava attraverso Pasolini. Questa volta passa attraverso gli artisti che Michelangelo ha influenzato: Marino Marini, Medardo Rosso, Rodin. È una dimostrazione dell’influenza di Michelangelo sugli artisti più vicini a noi». Continuando nel percorso storico, ha detto che potrebbe portare a teatro anche Dante per dare una lezione a Benigni. Perché non le è piaciuta la sua Divina Commedia? «Perché Benigni ha una lettura monocorde, ha sempre lo stesso tono. Si può fare molto meglio». Quale sarebbe la sua prima proposta da Ministro dei beni e delle attività culturali? «Renderei i musei visitabili gratuitamente».


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CALCIO BALILLA

UNA VITA IN “NO LOOK” Dall’oratorio al podio mondiale, passando per reality e colpi che portano il suo nome (“Il Caruso”), l’italiano non dimentica mai il look: barba e baffi sempre ben curati. Il fascino del calciatore. Sarà per la fama e la ricchezza, le stelle del mondo del pallone hanno sempre attratto le donne e sono diventati dei modelli per gli altri uomini, che oltre a sognare il loro fisico e le loro abilità sportive si sono ispirati al loro look, aspetto ben più facile da imitare. Non sono da meno però gli specialisti di un’altra disciplina che si ispira chiaramente a quella più famosa: stiamo parlando del calcio balilla. E anche in questo campo le stelle non rimangono a guardare, anzi. Massimo Caruso, campione Italiano e vice campione del mondo di quello che è anche conosciuto come biliardino, è un vero atleta che si allena anche quattro o cinque ore al giorno per confermarsi al

top a livello assoluto. Non per questo trascura il suo look, con barba e baffi sempre ben curati, in occasione dei grandi tornei ma non solo. La passione di questo ventisettenne torinese per il calcio balilla arriva da lontano, visto che come molti ha ovviamente iniziato da piccolo, con gli amici all’oratorio. A differenza della maggior parte dei compagni di merende, Massimo però ha lasciato intuire fin da subito che era portato per questo “gioco” ormai diventato un vero e proprio sport, per lui e per gli altri campioni sparsi in tutto il globo, dagli Stati Uniti alla Vecchia Europa, dove tutto è cominciato. Germania, Francia, Spagna, Inghilterra e la stessa Italia si contendono ancora oggi la paternità di un’invenzione che ha fatto e continua a fare la storia. Massimo Caruso in particolare ne ha fatta di strada, dal suo primo trionfo tricolore da juniores nel campionato di categoria. La sua ascesa non si è più arrestata e lo ha portato a diventare uno degli uomini simbolo di questa disciplina. Nel 2016 ha perfino partecipato (vincendolo, manco a dire) al

reality “L’Isola dei campioni”. Tra un successo e l’altro come detto tante ore di allenamenti, molto diversi tra loro, per affinare le varie tecniche e studiare nuovi colpi, sempre più spettacolari. Perché anche in questo caso, proprio come nel calcio, il “no look” (senza guardare) lascia sempre a bocca aperta. Il capitano della nostra Nazionale però non si è limitato ad imparare ad eseguire i colpi più difficili, se n’è addirittura inventato uno, ovviamente complicato quanto spettacolare. “La Caruso”, questa la mossa che porta appunto il suo nome, gli ha assicurato la gloria e l’immortalità sportiva, oltre che la stima e il rispetto di tutto il mondo del calcio balilla. Un’icona di stile, in campo e fuori.


FEDERICO BUFFA

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«IL CALCIO È UN ROMANZO. IL MIO ROMANZO FAMILIARE» Competenza, signorilità, eloquio. Un formidabile narratore che ha creato (o rivitalizzato) un genere dal quale anche Soccer Illustrated ha colto a piene mani. Buffa vive lo sport come passione e non come professione, con tutti i pro e i contro. Per ora, più pro che contro. Ci ha spiegato da cosa nasce questa propensione al bello, nonostante tutto.

«Togli il po’. Il calcio è il mio romanzo familiare. È raro che uno vada allo stadio con mamma e papà, eppure noi tre avevamo gli abbonamenti per il Milan uno accanto all’altro. Tutto nasce dalla mamma tifosa,

generoso. L’ultimo dei grandi sportivi che ha pensato in maniera diversa rispetto agli altri». Perché è così difficile trovare uno sportivo che si esponga? «Molti non lo fanno perché sono coinvolti a livello commerciale, emblematica è la frase di Michael Jordan, il più forte atleta del Novecento, sul fatto che anche i repubblicani comprassero le Nike al pari dei democratici. Sono un brand, non possono permettersi un’opinione che non sia condivisa da tutti. Eppure dovrebbero guardare a quell’uomo che è stato Ali».

molto tifosa, grazie ai suoi fratelli (papà invece era un genoano che ha abiurato). Questo ha inciso sulle nostre domeniche. I figli poi hanno le loro ribellioni: io a 14 anni mi sono visto arrivare addosso prepotentemente il basket. Però dopo un periodo piuttosto lungo, ho capito che il romanzo della mia famiglia era troppo importante, e così sono tornato allo stadio con loro. Avevo 26 anni ed ero andato a vivere da solo, tornare a casa per me significava andare a San Siro con loro. Era quello il mio pranzo di famiglia. Il calcio ha sempre avuto un valore rituale. Sì, ha inciso tanto nei nostri ritmi familiari».

Quella di Ali è la pagina più bella della storia dello sport? «Tanto quanto quella di Mandela. Il suo entourage gli consiglia fare sparire gli Springbok, perché sono simbolo di quelli là, cioè dei bianchi e dell’apartheid. Ma Mandela, che è uno di quelli che nella storia passano ogni cento anni, è contrario: “Non possiamo cancellare il passato, uccideremo una parte fondamentale del nostro paese e non troveremo mai una concordia”».

In questo momento riesci a seguire le vicende del pallone italiano? «Non lo sto seguendo molto. Leggo solo i risultati e quando sono all’estero a volte neanche quelli». Ti piace l’idea di Rino Gattuso sulla panchina del Milan? «Quando a Sky abbiamo fatto la storia dei Maldini, mi sono trovato a cena in un ristorante di Milano proprio con Gattuso. Al tavolo con noi c’erano anche Pirlo e Ambrosini. Era il 2015. Tutti e quattro erano convinti che al Milan, a un certo punto, non fosse avvenuto il passaggio culturale tra i vecchi i nuovi. Si era interrotta la trasmissione dell’etica milanista: ricevere e poi dare l’insegnamento su come ci si comporta in campo e fuori, in allenamento e in spogliatoio. Penso che Gattuso, che quella sera era il più caldo nell’esporre questa tesi, abbia lavorato soprattutto su questo». Il Var è un’innovazione per il calcio italiano? «Puoi inserire tutta la tecnologia che vuoi, ma siccome ad azionarla è sempre un arbitro, rimane ancora l’uomo a poter incidere. Il Var non è per forza la soluzione di un problema». Con A Night in Kinshasa, dove racconti l’incredibile sfida tra Foreman ed Ali nel 1974, riesci a riempire i teatri in giro per l’Italia. C’è un calciatore che è stato decisivo per la storia del proprio Paese come Ali lo è stato per gli Stati Uniti? «C’è un solo calciatore che ha parlato con veemenza di politica e continua a farlo, anche se il suo tempo è passato, ed è Diego Armando Maradona. Uno che ha sempre detto quello che pensava. Si è sempre esposto, talvolta in maniera rude e quindi si è spesso messo in situazioni difficili.

Giri l’Italia in lungo e in largo con il tuo spettacolo teatrale, come vedi il nostro Paese? «Io sono un uomo ad un passo dall’anzianità, inadatto al contemporaneo, completamente assente dai social, non ho alcun gusto in questa dittatura dell’immagine. Diciamo che non mi riconosco nel mondo in cui vivo, ma per una serie di circostanze inspiegabili, ho accesso ad un pubblico giovane. Devo parlare a dei ragazzi. E mi piace quando vengo sorpreso da loro. Mi piace quando i giovani reagiscono a questa sorta di apatia generale». Parole di

Disegni di

ALBERTO FACCHINETTI

GIANNI MUCCI

Gli sportivi devono fare proprio questo. Lo sport può dare speranza, ha un potere mostruoso, ha un suo linguaggio incisivo ed eterogeneo. Gli sportivi potrebbero dire cose importanti, facendosi ascoltare. Ali era un saggio bambino, con una forza ineguagliabile. Maradona per certi versi aveva le stesse caratteristiche. Una volta Meazza all’Arena rimbrottò pesantemente Annibale Frossi, che si era permesso di ritenere inadeguato un suo passaggio. Maradona non lo avrebbe mai fatto. Maradona ha giocato con Bruscolotti (lo cito perché suona bene il cognome, non per il buon giocatore che in realtà era) ma non ha mai fatto avvertire la differenza tra lui e i compagni. Un uomo

Spesso lo fanno, andando all’estero. «Certo e infatti ne trovo di brillanti in tutto il mondo. L’estate scorsa in Australia ho incontrato molte ragazze del sud Italia, trasferite là grazie al programma australiano per cui ti danno il visto per due anni se lavori in una loro fattoria. Partono. Vanno con il fidanzato oppure vanno e basta. E si fanno un regalo meraviglioso, girano per il mondo, portandosi a casa la conoscenza della lingua inglese. Quando ne incontravo una, la coprivo di domande. Sono stati i momenti più belli dell’estate. Ai giovani posso dare solo un consiglio: basta piangersi addosso». Prossimamente porterai a teatro qualcosa che ha a che fare con il calcio? «Il Rigore che non c’era” sarà in tournée dalla primavera 2019. È un testo molto particolare, fatto a moduli, potrebbe potenzialmente essere cambiato ogni sera. Sarà divertente stare in scena con altri attori, il confronto è sempre un modo per imparare».


STADIUM

STADIUM, PER UNA GRANDE PASSIONE CI VUOLE UN GRANDE SPORTS BAR Non solo 50 monitor ad alte prestazioni, un mega videowall con gradinata, ma è possibile mangiare, bere e pagare direttamente dal tavolo. Un luogo a Milano studiato per chi non vuole perdersi nemmeno un secondo del proprio sport preferito.

È uno dei più grandi sport bar in Italia – con uno spazio di circa 4mila metri quadri - dedicato allo sport, ma nel quale non mancano live happening, dj set, concerti o party privati e da poco ha inaugurato un altro spazio decisamente suggestivo. Si chiama Garage Stadium, che in breve è diventato punto di riferimento per gruppi di appassionati di ogni sorta di disciplina. Un luogo ideale, in viale Liguria 47 a Milano, dove incontrarsi e vivere i grandi eventi sportivi a pochi passi dalla movida milanese. Grazie a un concept ispirato alle esperienze americane e reinterpretato con lo stile e la classe caratteristici del design italiano, Stadium rappresenta il perfetto crocevia tra gusto e creatività. Una location raffinata ed elegante disposta su due livelli che propone una vasta scelta di birre, cocktail speciali e una cucina aperta dalla 10 alle 2 di notte, 360 giorni all’anno. Qui la prestazione sportiva vive il suo picco emozionale, grazie ai 50 monitor LCD ad alte prestazioni distribuiti lungo le pareti del locale e sopra il grande bancone del

bar, e una vera e propria gradinata da 40 poltroncine di fronte a un mega videowall, per una esperienza coinvolgente di un evento sportivo tanto quanto quella live. «Siamo molto contenti dei risultati ottenuti – ha sottolineato Marco Morini, Owner di Stadium – e Garage Stadium rientra in una precisa strategia che mira non solo a coinvolgere gli appassionati di ogni sport ma anche quelli di musica ed eventi, che sono parte integrande dell’offerta. Stadium è un luogo di riferimento della Milano by night. Siamo solo all’inizio di una serie di novità che ci accompagneranno per tutta l’estate». Ma Stadium non finisce qui. Anche la ristorazione è multimediale: i menu e le proposte del giorno sono sempre visibili sui monitor e a breve attraverso l’app esclusiva, si può ordinare e pagare comodamente al tavolo. La squadra dei partner è composta da Pilsner Urquell (Peroni), Puma, Aperol, Pepsi, RedBull, Schweppes, Lipton e molti altri. Per prenotarsi e rimanere aggiornati seguite il sito www.stadiumgrill.it


foto di Federico Guida

IL RISCATTO DEI CAMPIONI MANCATI 999 è un libro che ha stile, come il suo autore: Paolo Amir Tabloni.

Parole di PIETRO ALLODI

Sono seduto in platea del Teatro Nuovo di Salsomaggiore (Parma). Da circa un paio d’anni mi sono appassionato, dalla pagina Facebook, al libro che stanno presentando: “999, Le storie vere dei campioni mancati” (Diabasis). Mi ha incuriosito per i protagonisti che sono menzionati, ovvero tanti calciatori dilettanti (che in molti casi conosco e ho visto giocare) delle mie zone. Giocatori con dei numeri da fuoriclasse ma che, per un motivo o per l’altro, non sono mai riusciti a sfondare. L’autore del libro mi è sconosciuto. Si chiama Paolo Amir Tabloni, classe ’82, agente di assicurazioni, ma ex promessa del calcio nel ruolo di portiere, prima di un lungo girovagare nelle serie minori. La serata è moderata da un certo Fabio Caressa (direttore di Sky Sport), tra gli ospiti vecchie glorie come Nicola Berti, Alessandro Melli e lo storico dirigente del Milan Vincenzo Pincolini. Il teatro è sold out, seduti al mio fianco tutti i protagonisti del “nostro calcio”, ma anche il vice presidente della Lega Dilettanti, alcuni cameraman e giornalisti, oltre a tutta la dirigenza del Piacenza. È chiaro che sta succedendo qualcosa di significativo. Poco dopo, vengo a sapere che giocheremo insieme, nella squadra di Promozione del mio paese, cioè il Fidenza. Con Paolo stringo

subito un ottimo rapporto, anche grazie a 999 che nel frattempo ho divorato, ed entro sempre di più nel suo mondo. Ma non sono l’unico. Il percorso promozionale ormai coinvolge volti sempre più noti, da Gianluca Pessotto a Stefano Sorrentino, passando per i fratelli Inzaghi, Paolo Cannavaro, Damiano Tommasi e l’Associazione Calciatori, mister Eusebio Di Francesco, che decide di regalare il libro a tutta la squadra del Sassuolo, fino a Marco De Marchi e la moglie Stefania Tschantret, famosa produttrice, che avvia il progetto della trasposizione cinematografica di 999, per la regia di Federico Rizzo. Ne parlano Radio Deeay, TgCom24, Sportweek, Panorama, Eurosport. Va in ristampa e su Amazon vola. Ma di chi sono le 29 storie di cui si parla nel libro di Tabloni? Si racconta di Marco Nichetti, per esempio, talentuoso trequartista classe ’76, che nelle nazionali minori a volte faceva sedere l’ottavo re di Roma Francesco Totti, e a 17 anni ha esordito nell’Inter, cocco di Bergomi e di Bruno Pizzul (che lo paragonava a Lentini), a 24 anni si ritrova però in serie D. O di Nando Piro, che a Napoli si guadagnava da vivere vendendo sigarette di contrabbando, che poi un giorno si ritrovò in Serie A segnando un eurogol per il Parma, salvo poi rovinare prima in C e poi nei Dilettanti. Tanti hanno esordito in A, come Iadaresta e Ballotta, altri si sono fermati alla B, ma tutti, alla fine,

hanno dovuto arrendersi a un destino che non li ha voluti confermare ad alti livelli. Storie di vita vera, a volte emotivamente forti, come quando si parla di droga, rapine o eccessi. E come quando si parla dell’autore. Paolo Tabloni a 12 anni è nelle giovanili del Parma e si allena insieme a un ragazzino poco più grande di lui. Si chiama Gianluigi, ma tutti lo chiamano Gigi, e si appresta a diventare il portiere più forte di tutti i tempi. A 17 anni diventa la scommessa di Gianni Di Marzio nel Padova in C. A 18 è a Voghera, in serie D, dove subisce un infortunio che spiana la strada a Mario Cassano, arrivato poi in Serie A. Da lì in poi, una serie incredibile di sliding doors. Un rilancio calcistico che si intreccia a varie esperienze, dai viaggi per il mondo alla carriera da modello nella Milano da bere, oltre che a quella di scrittore (è autore di altri due romanzi, Onde Perfette e McQueen Boulevard). Paolo oggi si gode il successo del suo libro e altri progetti sicuramente bollono in pentola. Come disse Nicola Berti: «Fallire nel calcio non significa fallire nella vita». Continua a girare l’Italia, per presentare la sua opera, che ormai è diventata una missione, pronta a sostenere tutti coloro che nella vita hanno investito in un sogno e ai quali è andata male, ma sono in attesa di rimettersi in piedi più forti di prima. Noi di Soccer siamo con lui, a sostenere questo riscatto.


lo stadio

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LA “CASA DEL TIFOSO” La Serie A sfiorata lo scorso anno con l’incredibile epilogo della stagione 2016/2017 e conquistata (tra le polemiche) nel 2018. Ma a Frosinone non ci si perde d’animo, perché l’obiettivo è la proiezione del club verso un futuro sempre più stabile. Grazie allo stadio.

DAL “MATUSA” AL “BENITO STIRPE” Si tifa davvero a Frosinone. Un pubblico caldo e capace di incitare i giocatori in campo con grande calore e passione, aspetto raro in un periodo storico nel quale la Tv ci ha catechizzato e limitato al solo guardare un match di calcio, senza viverlo come accadeva anni fa. La forza dei supporter canarini e del “Matusa” era proprio questa: rappresentare il dodicesimo uomo in campo. Un impianto affascinante, afflitto da evidenti criticità, che non avrebbero permesso di prolungarne l’utilizzo. Da un problema sportivo urgente nasce l’idea del “Benito Stirpe”, un gioiellino pronto a diventare il nuovo e prezioso alleato del Frosinone calcio. UN’ATTESA LUNGA QUARANT’ANNI Particolare la storia di questo impianto. Edificato negli anni ’80, l’apertura dello stadio è stata possibile soltanto dopo più di quarant’anni. Tanti i problemi di natura finanziaria e burocratica che non permisero la realizzazione dello stadio Casaleno, fino ad arrivare alla promozione in serie A del 2015. La squadra della città impegnata nel campionato di massima serie riportò il “problema” stadio all’attenzione generale, la città aveva bisogno di un impianto che contasse almeno 16mila posti. La sinergia tra pubblico e privato ha permesso la realizzazione del progetto: il primo passo è stato compiuto dal Comune di Frosinone che ha investito 4 milioni di euro per la bonifica e la realizzazione di parte delle nuove tribune. Successivamente è stato aperto un bando pubblico per la ristrutturazione, il completamento e la concessione dello stadio, che ha visto la cordata del presidente Maurizio Stirpe aggiudicarsi l’appalto. Il costo complessivo dei lavori è di 20 milioni. STEP 1: VIVERE IL CAMPO Consentire al Frosinone di avere le infrastrutture per svolgere il campionato di calcio, “core business” supportato in modo impeccabile e con grande stile. Sono 16mila e 125 i posti a sedere, tribune a ridosso del campo di gioco e una veste da stadio inglese permettono di godere dello spettacolo calcistico in maniera ottimale da ogni settore. L’assenza di vere e proprie barriere tra sedili e prato rendono l’esperienza ancor più coinvolgente. La “main stand” ha subìto una netta trasformazione: l’eliminazione di dodici delle originarie quarantotto file di posti ha permesso l’implementazione di sedici palchetti, dotati di due file di sedute e comodi divanetti dove sorseggiare un drink tra primo e secondo tempo. Nella zona superiore si contano dieci Sky-

nel nostro futuro», questo lo slogan della campagna. Con la raccolta di fondi tramite crowdfunding si provvederà a completare lo stadio con le opere che possano permettere ai tifosi di vivere l’impianto e le zone attigue quotidianamente. Il progetto prevede la realizzazione del “Frosinone Pub”, un ristorante in stile british dove i tifosi potranno radunarsi e vedere i match in trasferta. Sarà realizzato anche un centro wellness e un presidio medico, nel quale i possessori dell’abbonamento potranno effettuare degli screening e, qualora ce ne fosse bisogno, ricevere assistenza in centri convenzionati. Inoltre sarà rinnovato l’anello esterno allo stadio, dotando l’area di una pista in Tartan e di spogliatoi.

Parole di

CHRISTIAN PERRINO Disegni di

THE PINE & THE APPLE

box, la tribuna stampa e quattro box per i telecronisti, raggiungibili anche tramite ascensori. La pancia della tribuna ospita gli uffici, sala conferenze, sala lavoro per la stampa e una elegante Guest Area. STEP 2: VIVERE LO STADIO QUOTIDIANAMENTE L’esperienza non si limiterà ai novanta minuti di gioco, senso di appartenenza e coinvolgimento di cittadini e tifosi saranno alla base del “Frosinone Village”. I sostenitori avranno la possibilità, tramite i “Frosinone Bond”, di investire nello sviluppo dello stadio. Si rimette quindi il tifoso al centro del club: «Investi nella nostra casa, investi

STADIUM OF THE YEAR 2017 «Nel progetto c’è ragione e sentimento: un metodo manageriale che punta ad arrivare a successi imprenditoriali importanti, accompagnato dalla passione che ha permesso al presidente di far comprendere all’opinione pubblica, ai politici e alle istituzioni la bontà e la solidità del progetto. Merita di essere sottolineata l’unità di intenti, la tempestività di realizzazione e i costi accettabili dello stadio. Posso dire con orgoglio che la via italiana agli stadi di proprietà passa pure per la piccola Frosinone». Aldo Ceci, responsabile legale del Frosinone calcio e, in occasione della costruzione dello “Stirpe”, project manager dell’impianto, cita “Sense and Sensibility”. Ragione e sentimento, facoltà umane determinate dall’anima e dallo spirito dell’uomo, difficili da gestire. Farlo al meglio significa sposare il proprio ‘sentire’ con il proprio ‘pensare’, capacità imprenditoriali sposate con la passione che stanno rendendo questo sogno una solida realtà. L’ottimo lavoro è dimostrato dal primo riconoscimento che lo stadio ha conquistato a livello mondiale, entrando in lizza per il premio “Stadium of the year 2017”, affiancando impianti come il Luzhniki di Mosca e il Wanda Metropolitano di Madrid. MAURIZIO STIRPE: DAI SOGNI ALL’IMPRENDITORIA GIVE-BACK «Crescere insieme significa far crescere i tifosi, la struttura organizzativa e operativa della società. Uniti possiamo puntare a ottenere risultati importanti, come l’aver conquistato la promozione in serie A, ora dipenderà non solo dalla nostra bravura, perché il salto di categoria è molto impegnativo, ma dalla nostra ambizione che ci impone di far sognare i nostri tifosi, i veri padroni del “Benito Stirpe”, visto che sono loro i proprietari dell’impianto».


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LA BELLEZZA CONTA I calciatori sono emblemi di bellezza, se non nell’aspetto estetico, perlomeno in quello artistico. Negli ultimi anni sono emerse anche altre figure estremamente importanti: le donne del calcio. Parole di LUCA TALOTTA

La bellezza, inutile negarlo, conta. Intesa quella del gioco, dell’estetica, del sapersi muovere con eleganza. D’altronde anche i calciatori più osannati di sempre sono stati emblemi di bellezza, se non nell’aspetto estetico, perlomeno in quello artistico: da Maradona a Pelé, da Baggio a Platini e Zico, solo per citarne alcuni. Ma in questo quadro, negli ultimi anni, sono emerse anche altre figure estremamente importanti: le donne del calcio. A volte chiamate semplicemente “mogli di…” o “fidanzate di…”, altre volte WAGS, acronimo di Wives And Girlfriends ovvero mogli e fidanzate di sportivi famosi. Ne abbiamo incontrate due, durante una serata di beneficenza che ne ha riunite davvero tante: luogo l’incantevole Harbour Club di Milano, l’occasione l’Aspria Charity Football Ladies. Una partita di calcio a scopo benefico a sostegno della Fondazione Marta Cappelli. Bellezza, calcio e impegno sociale, un tridente d’attacco capace di abbattere muri come l’ignoranza e i pregiudizi: “Ho sempre giocato, fin da piccola. Quando ho conosciuto mia marito facevo calcio a 5 e lui veniva a vedermi”. Parole di Rocio Rodriguez, al

secolo moglie di Borja Valero, centrocampista dell’Inter; una donna che gioca a calcio e che, nel corso della partita benefica in oggetto, ha ricevuto addirittura i gradi di migliore in campo: “Ma non c’è niente di strano, tutte le ragazze dell’Inter e anche altre che frequentano questo Club hanno voluto partecipare e sono davvero brave. Ci siamo divertite e abbiamo fatto del bene”. E c’è chi giura che non sia finita qui: “Siamo tutte gasate, vedrete che faremo altre partite - ha concluso la signora Valero - sono passati tanti anni da quando mi vide per la prima volta mio marito, ma è sempre bello e motivante scendere in campo davanti a chi ti vuole bene”. La vittoria però è andata all’altra formazione,

capitanata da una agguerritissima Cristiana Capotondi. Che non è moglie o fidanzata di nessun calciatore: “Non giocavo da sei mesi, ho preso due pestoni ma in generale il calcio mi è sempre piaciuto”. La sua presenza è giustificata dall’essere stata la promotrice dell’evento. Tra le WAGS che hanno sfidato Cristiana Capotondi & Friends, oltre a Rocio Rodriguez, anche Luciana Rodriguez, moglie di Eder; Zoja Trobec, compagna di Handanovic; e Luisina, l’altra metà di Matìas Vecino: “Il calcio è una metafora della vita - ha precisato ancora Cristiana Capotondi - la cosa a cui tenevamo di più però era portare avanti lo scopo benefico di questo evento che avesse a che fare con le donne”. Perché anche le donne, nel mondo del calcio, possono dire la loro: non è un caso che molti club abbiano deciso di affiancare all’attività maschile anche quella femminile, con Juventus, Fiorentina e molte altre che si sono impegnate anche economicamente in questo nuovo settore. Per rilanciare anche un altro messaggio: “Faremo altre partite di questo tipo - ha concluso la Capotondi - ha senso farlo per divertirsi e perché si trovano sempre delle cause valide da sostenere”. Quando la bellezza (e il calcio) possono avere anche risvolti sociali.


zona cesarini

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CRUCISOCCER In estate non potevano mancare anche su Soccer le parole crociate, uno dei giochi enigmistici più diffusi al mondo. Che però potrete completare solo se siete nostri fedeli lettori. Oppure accaparrandovi il numero precedente. Lo trovate sul sito www.soccerillustrated.com nella sezione Magazine. A cura di

GIANVITO RANDACCIO

orizzontali 1. Piace ai bambini; 12. L’allenatore del Chelsea; 14. Personaggi di grande successo; 15. Iniziali di Rambaudi, ex calciatore di Foggia e Lazio; 16. Profondo in Inghilterra; 17. Si usa per sigillare; 19. I vecchi vinili; 20. Punto d’inizio; 21. Insenature; 23. Mare tra Grecia e Turchia; 24. Autotreno; 25. Gran Premio in breve; 27. Romanzo di Stephen King pubblicato nel 1986; 28. Tutt’altro che liquidi; 29. Figli dei figli; 31. Nome di Hughes, poeta e scrittore inglese; 32. La Isoardi conduttrice tv; 33. Articolo maschile; 34.

Nome di Rush, ex centravanti della Juventus; 36. Anna, nota cantante italiana; 37. Rifiuto; 39. Quasi ateo; 40. Preposizione semplice; 41. In onda; 42. Il SuperMario del calcio italiano; 43. Esercito Italiano. verticali 1. Gazza, ex giocatore della Lazio, sulla copertina del numero 5; 2. Squadra nerazzurra; 3. Simili alle foche; 4. Non conosce la paura; 5. Mezzo anno; 6. Città della Valtellina; 7. Illuminano nel buio; 8. Iniziali di Cromwell, condottiero e politico

inglese; 9. Degno di encomio; 10. Uno inglese; 11. Segnava i rigori senza rincorsa; 13. Sono utili in spiaggia; 18. Nome della Tornabuoni, giornalista e critica cinematografica; 22. Mancanza di acqua; 24. Gioco a pronostico, in cui si devono indovinare le partite settimanali in cui viene segnato il maggior numero di gol; 26. Gareggia in Formula 1; 30. Il più piccolo elemento di un’immagine digitale; 33. Iniziali di Insigne, attaccante del Napoli; 35. Attrice senza pari; 37. Cattive, malvagie; 38. Ente Nazionale Idrocarburi; 39. L’inizio dell’alfabeto; 40. Direttore Tecnico.


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