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WAYPOINT 47° 7’ N / 16° 52’ E


waypoint 47° 7’ N / 16° 52’ E a cura di

Carmine D’Agostino Piero Boccuzzi Fortino S. Antonio Bari 17 - 29 aprile 2009 dr. Michele Emiliano Sindaco del Comune di Bari dr. Nicola Laforgia Assessore alle Culture organizzazione mostra Angelo Accardi Guido Migheli Gloria Sarcinella coordinamento mostra Annamaria Pecorella arch. Simmaco Sorbo Maria R. Lo Sasso design: Francesco Walter Iannotti foto: Umberto Sofo stampa: Tipografia Editrice Zaccara - Lagonegro si ringrazia dr. Antonio Bisceglie Cons. Comunale dr. Michelangelo Cavone Cons. Circoscrizionale AMIU Bari


“Waypoint 41° 7’ N / 16° 52’ E” non numeri astratti, ma identificazione ben precisa di un luogo. Un luogo non soltanto immaginato e colorato, ma un luogo ben identificato. Numeri e coordinate, simboli e simbiosi, così la città di Bari da esistenza ben precisa diventa metafisica del concettualismo dell’arte. Numeri, coordinate, ascisse e matematica pura, concetti in divenire, simbolismi da identificare, realtà da immaginare. E così un titolo, che è come una ricerca di un tesoro nascosto, diventa, ancora una volta, arte perché è immaginata e creata.


Le città sono l’ultima frontiera del nuovo ordine, costituite con la velocità dell’iperattivismo e con la lentezza della consapevolezza. Città e palazzi, palazzi e strade, tutte intraviste nella determinazione della con-fusione e nel viaggio onirico intrapreso tempo addietro, quando era tutto più lineare, perfino i colori e le sensazioni che andavano ad abbellire le tele in costruzione e in divenire. Ma la velocità, e il ritmo ossessivo della filosofia della vita contemporanea, ha deformato tutto, deformazione che non è stata annientamento, ma un nuovo divenire, e in quanto divenire conseguenza logica di un nuovo ordine. Città, palazzi e strade in perenne definizione, velocità che ipotizza e filosofeggia sulla vita, ritmo incalzante ma anche fotogrammi immaginifici. E il tutto viene accompagnato dai concetti della velocità, dai simboli stessi dell’iperattività linguistica e logica. Aerei, simbolo ultimo dell’avvicinamento del mondo conosciuto, che atterrano, che stazionano, che decollano da strade troppe conosciute e nello stesso tempo ignote. Riverberi di emozioni, concettualità che esplode in un caleidoscopio di sensazioni, tutto condito dalla grande creatività dell’artista. Ma gli aerei che atterrano e che stazionano nelle nostre strade possono dare una risposta logica alla domanda e al dubbio? La velocità, il tempo che scorre troppo velocemente, è l’unica risposta da contemplare. È un concetto definitivo, ma non ultimo dell’artista. Tutto scorre e tutto resta immobile. Proprio come l’arte di Angelo Accardi. Carmine G. D’Agostino


Tempi moderni: i dipinti di Angelo Accardi di Piero Boccuzzi. Nascosto, dietro una apparente mobilità, nelle opere di Angelo Accardi, vi è il silenzio; un silenzio sconcertante, quasi rumoroso, assordante, molesto. È il silenzio provocato da una eccedenza più che abbondante e da una sovrapposizione schiacciante di immagini che, annullandosi, non trovano più la giusta collocazione temporale, una disposizione che ne contestualizzi l’utilizzo, ne esplichi i contenuti almeno formali e che ne giustifichi quantomeno la realizzazione. La velocità marcata con irruente energia in alcune delle sue tele raffiguranti particolari di città, la velocità, tanto cara a quel movimento che fa capo a Filippo Tommaso Marinetti che celebrava principalmente la vita moderna attraverso il dinamismo e la percezione sensoriale, non è più un valore distintivo, moderno, ma è un elemento sconcertante, stanco, frutto del presente che non la riconosce più come qualità peculiare e caratterizzante della propria epoca perché divenuta comune, frequente, abituale come l’idea di consumo, come un prodotto qualsiasi di facile utilizzo o di semplice reperibilità. Oramai desueta, la velocità, svuotata da qualsiasi valenza critica o intellettuale, si misura semplicemente come tale, fine a se stessa, inutile e vana; un elemento pietrificato nella propria mobilità esasperata. Per velocità oggi si intende la rapidità con cui si scambiano le informazioni, ci si mette in contatto o più semplicemente ci si relaziona, sovvertendo anche le più semplici regole comportamentali e grammaticali; questa ha accelerato e in alcuni casi ha anche interrotto i rapporti personali, fisici, creando l’illusione di un mondo globale e globalizzato in cui tutti sono a proprio agio


avendo le stesse possibilità interattive: questo è quanto si ricava dalle tele di Angelo Accardi che, concentrandosi con riuscita dimestichezza sul fattore pittorico, ipotizza da un lato un mondo totalmente controllato, dipendente dalla frenesia della rapidità comunicativa e dall’altro, quasi a indicare un contrappasso, una condizione umana isolata e bloccata da tanta possibilità. In effetti, nelle sue opere l’uomo è quasi sempre rappresentato solo, le figure occupano tutta la superficie pittorica anche quando sono tratteggiate in silenziosa totalità. Queste, prevalentemente femminili, sembrano corrispondere a canoni estetici desunti dal mondo virtuale, simulato; affiorano dal nulla, dall’ombra e alludono a un desiderio di quiete emotiva e corporea, a una ricerca di serenità lontana da quanto è chiassosa mondanità, ma allo stesso tempo raccontano l’impotenza e l’immobilità in cui la loro condizione è costretta. D’altro canto le città, frenetiche, obbligate, convulse, nervose, isteriche ed incontrollate rivelano palesemente questa aridità umana che si cela dietro un fittizio impegno (in tempi non tanto remoti il termine si riferiva a un ruolo attivo, propositivo e attuativo degli intellettuali); gli spazi urbani, soddisfacendo quel senso percettivo della globalità che crea nuovi ordini relazionali, costringono l’artista ad aggiornare l’assetto cittadino riqualificandolo, ripensandolo alla luce di quanto realmente sta accadendo, direzionando la propria ricerca verso una ipotesi alquanto probabile. L’elevato interesse nei confronti della comunicazione più spicciola e banale porta con se evidenti segnali ostili; questa, oramai portata all’esasperazione formale, è povera di argomentazioni stimolanti, vuota come un recipiente privo del suo contenuto, come questi giorni. È l’era del pensiero debole e del disinteresse portato alle estreme conseguenze; ne è cosciente Angelo Accardi che, con una pittura dai tratti decisi e robusti, racconta le perplessità e i dubbi di una intera generazione insoddisfatta, povera di stimoli, forse perché fin troppo abbondanti, manifesti e di conseguenza opprimenti. Piero Boccuzzi


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Angelo Accardi nasce a Sapri (Salerno) nel 1964. Il suo percorso artistico si concretizza con la perenne ricerca di nuove sensazioni da scoprire. Gli esordi artistici sono fortemente caratterizzati dalla “figura”, dalla dimensione pittorica e simbolica. Una parentesi brevissima all’Accademia delle Belle Arti di Napoli, segna l’inizio di una crisi di identità artistica che dura alcuni anni e in questo periodo le opere sono di matrice astratta. Agli inizi degli anni Novanta, Accardi apre un suo studio a Sapri ed inizia una ricerca sulla figurazione a sfondo sociale; nello stesso periodo allestisce mostre in gallerie prestigiose italiane ed estere (Rossetti e Pini di Roma, Manzoni Arte Studio di Milano - Klaus Lea di Monaco di Baviera). Il ciclo Human Collection, atmosfere ovattate dove le figure sono magistralmente velate da una patina di umidità, segna un passaggio fondamentale del suo percorso artistico. Espone le opere di questo ciclo per la prima volta a Vancouver. La mostra dà inizio ad una collaborazione con il gallerista coreano Robert Kwon che dura 5 anni. Il 2001 è l’anno in cui inizia il connubio con tre gallerie prestigiose: Verrengia di Salerno, Spazio Arte di Rovereto e Battaglia di Milano. Seguono diverse personali e collettive, tra cui Speed Generation e Vicious, che proiettano Accardi in ambienti artistici più interessanti. E’ in queste circostanze, poi, che l’artista incontra il gallerista fiorentino Rolando Giovannini, promotore di una mostra itinerante, nella quale 15 tele del ciclo “Enjoy the Silence” sono esposte nelle città di Firenze, Innsbruck, Barcellona e Budapest. Con il gruppo di nuove avanguardie “Tantarte”, partecipa a Shanghai nel 2006 a: “Galleria Italia”. Dal 2007 lavora con “Miniaci Art Gallery Milano” di Antonio Miniaci. Nel 2008 comincia una proficua collaborazione con Guido Migheli promotore di importanti iniziative artistiche nell’Italia meridionale. Nello stesso anno il Gruppo Petit Prince inizia a distribuire le sue opere in Italia e all’estero e il 2009 segna l’inizio del rapporto con Arte Ferraro di Roma.


Si ringrazia per le opere: Bottega d’Arte Camporeale Taranto F r i d a

A r t e

B a r i

Galleria Studio 52 Altamura BA Raphael Art Gallery Lecce


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