Internazionale

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18/22 dicembre 2020 Ogni settimana il meglio dei giornali di tutto il mondo

n. 1389 • anno 28 Economia Sindacati digitali

internazionale.it Scienza Lezioni sanitarie dall’Africa

4,00 € Attualità Ancora pochi giorni per un’intesa sulla Brexit

La vita sociale SETTIMANALE • PI, SPED IN APDL 353/03 ART 1, 1 DCB VR • AUT 8,20 € • BE 7,50 € C H 8 , 2 0 C H F • C H C T 7, 7 0 C H F D 10,00 € • PTE CONT 7,00 € • E 7,00 €

degli

alberi Nelle foreste, enormi reti sotterranee di funghi permettono agli alberi di cooperare e comunicare tra loro. Ma cosa si dicono?







18/22 dicembre 2020 • Numero 1389 • Anno 28 “Essere una giraffa è un’esperienza da capogiro”

Sommario Strepitoso

18/22 dicembre 2020 Ogni settimana il meglio dei giornali di tutto il mondo

n. 1389 • anno 28 Economia Sindacati digitali

internazionale.it Scienza Lezioni sanitarie dall’Africa

4,00 € Attualità Ancora pochi giorni per un’intesa sulla Brexit

La vita sociale degli alberi

La vita sociale SETTIMANALE • PI, SPED IN APDL 353/03 ART 1, 1 DCB VR • AUT 8,20 € • BE 7,50 € C H 8 , 2 0 C H F • C H C T 7, 7 0 C H F D 10,00 € • PTE CONT 7,00 € • E 7,00 €

degli

alberi

Giovanni De Mauro “Diciamo che il pianeta è nato a mezzanotte e che dura un giorno. All’inizio non c’è nulla. Due ore vengono sprecate con lava e meteore. La vita non fa capolino fino alle tre o alle quattro del mattino. E anche allora, è una mera riproduzione di frammenti isolati. Dall’alba alla tarda mattinata – diversi milioni di anni di ramificazione – non esiste nient’altro che cellule scarne e semplici. Poi c’è tutto. Succede qualcosa di strepitoso, non molto dopo mezzogiorno. Un tipo di cellula semplice assume il controllo di altre due. I nuclei acquistano le membrane. Le cellule evolvono in organuli. Ciò che un tempo era soltanto un accampamento solitario diventa una città. Il giorno è trascorso per due terzi quando gli animali e le piante imboccano strade separate. E le forme di vita sono ancora unicellulari. Scende il crepuscolo prima che attecchiscano forme di vita più complesse. Ogni grande creatura vivente fa capolino in ritardo, a notte fatta. Alle nove di sera fanno la comparsa le meduse e i vermi. Più tardi, quella stessa ora, ecco arrivare l’esplosione – colonne vertebrali, cartilagine, un prorompere di forme del corpo. Da un attimo all’altro, innumerevoli nuovi fusti e ramoscelli nella chioma in aumento spuntano e crescono. Le piante arrivano sulla terra appena prima delle dieci. E poi gli insetti, che volano in aria all’istante. Qualche minuto dopo, i tetrapodi emergono dal fango di marea, portando con sé sulla pelle e nelle loro viscere interi mondi di creature più antiche. Entro le undici, i dinosauri hanno sparato la loro ultima cartuccia, affidando ai mammiferi e agli uccelli il comando per un’ora. Da qualche parte in quegli ultimi sessanta minuti, lassù nella canopia filogenetica, la vita cresce consapevole. Le creature cominciano a riflettere. Gli animali cominciano a insegnare ai loro piccoli il passato e il futuro. Gli animali imparano ad avere dei rituali. Dal punto di vista anatomico, l’uomo moderno si fa vivo quattro secondi prima di mezzanotte. Le prime pitture rupestri compaiono tre secondi dopo. E in un millesimo di uno scatto della seconda lancetta, la vita risolve il mistero del dna e comincia a mappare proprio l’albero della vita. Entro mezzanotte, la maggior parte del globo viene trasformata in file di colture per la cura e il sostentamento di una specie. Ed è in quel momento che l’albero della vita diventa qualcos’altro ancora. È in quel momento che il tronco gigantesco comincia a vacillare”.–Richard Powers, Il sussurro del mondo (La nave di Teseo 2019)

IN COPERTINA

Le foreste sono sistemi viventi complessi in cui enormi reti sotterranee di funghi permettono agli alberi di cooperare e comunicare tra loro. Ma cosa si dicono? (p. 46). Foto di Martin Ruegner (Getty)

Nelle foreste, enormi reti sotterranee di funghi permettono agli alberi di cooperare e comunicare tra loro. Ma cosa si dicono?

CRISI CLIMATICA

20 Un’occasione irripetibile per salvare il pianeta Financial Times REGNO UNITO

26 Ancora pochi giorni per un’intesa sulla Brexit The Observer AMERICA CENTRALE

32 Altre carovane partiranno verso nord The Washington Post ISRAELEMAROCCO

34 La scommessa del re Mohammed VI Orient XXI

IRAN

58 Tra selfie e repressione Rest of World

strategia nello Xinjiang The Economist

che ha favorito il contagio The New York Times

SCIENZA

64 Lezioni

sanitarie dall’Africa Financial Times

ECONOMIA E LAVORO

115 Quando i robot decidono chi può avere un prestito Financial Times

ECONOMIA

72 Sindacati

digitali Brand Eins PORTFOLIO

76 Invito al viaggio

Cultura 92

Schermi, libri, suoni

Gosette Lubondo

Le opinioni

RITRATTI

82 Martin Pollack.

16

Verità scomode Datum

Domenico Starnone

42

Bhaskar Sunkara

GRAPHIC JOURNALISM

44

Rana Foroohar

92

dal Natale Noah Van Sciver

Giorgio Cappozzo

95

Goffredo Fofi

97

Giuliano Milani

86 Cartoline

CINA

37 Doppia

SCIENZA

107 La mutazione

TEATRO

89 L’identità

100 Claudia Durastanti

dimenticata Prospect POP

Le rubriche 8

internazionale.it Posta

VISTI DAGLI ALTRI

102 Clessidra

16

per idee nere Dominique Eddé 104 Pensate alla giraffa Katherine Rundell

19

Editoriali

processo sulla morte di Giulio Regeni The Wall Street Journal

25

Il covid-19 in cifre

40 Un vero

Il nuovo Internazionale extra è in edicola

119

Strisce

121

L’oroscopo

122

L’ultima

Internazionale pubblica in esclusiva per l’Italia gli articoli dell’Economist.

Internazionale 1389 | 18 dicembre 2020

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internazionale.it/sommario

La settimana

KATHERINE RUNDELL A PAGINA 105


Online

Internazionale.it Attualità

Articoli più letti

Video

1

ANNALISA CAMILLI

Chi sono i no vax e i no mask in Europa I governi preparano piani vaccinali, ma c’è chi protesta tra teorie del complotto e negazionismo.

Gli effetti psicologici della pandemia

2 3

Gli schiavi di Babbo Natale THE ECONOMIST

SERGIO FLORES (GETTY IMAGES)

Il pulsante dell’autodistruzione

AFP

La morte che può cambiare l’esercito statunitense L’omicidio della soldata Vanessa Guillén ha svelato gli orrori della base di Fort Hood, in Texas.

4

Anatomia di un disastro

Ha ancora senso ascoltare Ryan Adams?

Il 4 agosto 2020 un’esplosione ha devastato il porto di Beirut, in Libano, uccidendo più di duecento persone e danneggiando gran parte della città. Attraverso l’analisi di video, fotografie e documenti accessibili a tutti, il collettivo Forensic architecture ha ricostruito la cronologia degli eventi, anche per aiutare le indagini in corso. Una manifestazione in memoria di Vanessa Guillén ad Austin, Texas, luglio 2020.

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Cultura

FRANCESCA GNETTI

JEFFREY N. WASSERSTROM

Una definizione strumentale Più di cento intellettuali palestinesi e arabi denunciano l’uso politico della lotta contro l’antisemitismo.

C’è ancora speranza per Hong Kong Tutto sembra perduto dopo la condanna di Joshua Wong. Ma in passato la città ha saputo sorprendere gli osservatori.

PIERO ZARDO

Isole, zombi e Citizen Kane Tre film per il weekend. GIOVANNI ANSALDO

Ha ancora senso ascoltare Ryan Adams? È un bravo cantautore, ma le accuse di molestie hanno oscurato il suo talento.

Memorabili Il magazzino Amazon a Peterborough, Regno Unito, 2013

FOTOGRAFIA

PHIL NOBLE (REUTERS/CONTRASTO)

Gli schiavi di Babbo Natale

8

Come Netflix è diventata un impero

Punti di vista

Questi articoli

Per ritrovare rapidamente gli articoli di cui si parla in questa pagina si può usare il codice qr o andare qui: intern.az/1CSZ

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Contratti precari, turni di lavoro massacranti, licenziamenti facili. Una giornalista dell’Observer racconta quello che ha visto lavorando per una settimana in un magazzino di Amazon a Swansea, in Galles. L’articolo di Carole Cadwalladr, dall’archivio di Internazionale.

Internazionale 1389 | 18 dicembre 2020

I libri dell’anno I migliori libri di fotografia scelti dalle photo editor di Internazionale. Con una selezione di Christian Caujolle. DANIELE CASSANDRO

La peggior cantante della storia Lunga vita a Florence Foster Jenkins. CHRISTIAN RAIMO

La discriminazione di rom e sinti Dagli anni sessanta è stata evidente anche a scuola. Gli effetti sono visibili ancora oggi.



Immagini Assenti Kankara, Nigeria 15 dicembre 2020 Un’aula deserta della scuola superiore di Kankara, nello stato nigeriano di Katsina (nordovest). La notte dell’11 dicembre decine di uomini armati hanno attaccato il dormitorio dell’istituto e rapito 333 ragazzi, secondo quanto riferito dalle autorità locali. Tuttavia i giovani che mancano all’appello potrebbero essere più di cinquecento. L’attacco è stato rivendicato il 15 dicembre dal gruppo jihadista Boko haram, ma alcuni testimoni lo attribuiscono a gruppi criminali locali interessati solo ai riscatti. Foto di Kola Sulaimon (Afp/Getty Images)



Immagini Vittoria vicina Buenos Aires, Argentina 11 dicembre 2020 Festeggiamenti per l’approvazione alla camera dei deputati del progetto di legge che autorizza l’aborto volontario e gratuito entro la quattordicesima settimana di gestazione. Il fazzoletto verde è il simbolo della campagna per il diritto all’aborto. La norma ora dovrà passare al senato, che nel 2018 l’aveva respinta. Ma questa volta il progetto ha l’appoggio esplicito del presidente Alberto Fernández. Oggi in Argentina si può interrompere una gravidanza solo se è il risultato di uno stupro o se la salute della donna è in pericolo. Foto di Natacha Pisarenko (Ap/ Lapresse)



Immagini Il salvataggio Lago Baringo, Kenya 2 dicembre 2020 Una squadra di soccorso trasporta la giraffa Asiwa su una chiatta d’acciaio realizzata su misura. Il Kenya wildlife service, in collaborazione con l’ong statunitense Save giraffes now e il Kenya’s northern rangelands trust, ha salvato due delle otto giraffe di Rothschild rimaste intrappolate su un isolotto del lago Baringo, dopo le forti piogge. Le giraffe sono state poi liberate nella riserva naturale di Ruko, dove saranno al riparo da bracconieri e predatori. Le operazioni per portare in salvo anche le altre sei giraffe sono in corso. Le giraffe di Rothschild sono una specie a rischio: ne sono rimasti circa tremila esemplari in Africa, ottocento dei quali in Kenya. Foto di Ami Vitale (Save Giraffes Now/ Reuters/Contrasto)



Posta@internazionale.it A Israele tutto è concesso u Leggendo l’opinione di Gideon Levy (Internazionale 1387), viene spontaneo apprezzare le argute osservazioni, la chiarezza d’esposizione e il coraggio. Vedere che l’autore è un giornalista israeliano dà ancora più valore. Consola il pensiero che molti israeliani sono sulla sua stessa linea d’onda e che ci sono giornalisti coraggiosi, pronti a denunciare. Donatella Stucchi

Come ottenere il meglio dalle persone u Uno dei motivi del disagio che stiamo vivendo in questo periodo è l’incertezza verso il futuro, alimentata tanto dal virus quanto dalle “grida” di manzoniana memoria e dai bonus con cui i governi pensano di poter risolvere questa complessa situazione. Ho trovato curiosa una delle proposte dell’articolo sulle regole e i divieti (Internazionale 1387): un sussidio temporaneo per il

riscaldamento. Se si approvasse un’idea del genere si arriverebbe, quantomeno in Italia, alla contraddittoria situazione in cui uno stato paga per far tenere le finestre aperte con il riscaldamento acceso, avendo istituito un bonus per l’efficienza energetica. Forse non sono tanto i divieti a far storcere il naso quanto la mancanza di una visione d’insieme. Enrico Ajmar

Il vaccino deve essere per tutti u Ho letto l’editoriale del Guardian sui vaccini (Internazionale 1388) e mi chiedo: posto che ovviamente il vaccino dovrà avere un prezzo accessibile e sperando che sia disponibile presto ovunque, non sarebbe normale che la priorità fosse data a quei paesi che hanno una popolazione più anziana e quindi più esposta agli effetti più pericolosi del virus? Ha senso che le prime forniture siano garantite ai paesi in cui l’età media è più bassa e la mortalità minore, togliendola a quelli dove invece

la pandemia sta facendo strage? Mi sembra che a volte le lenti del politicamente corretto arrivino a offuscare delle priorità che hanno un senso oggettivo. Filippo Bertozzi

u Ho letto l’articolo su Ryan Adams (internazionale.it). Il cantautore statunitense è forse il mio artista preferito. Non mi sento “sporca” ad ascoltarlo, però spesso mi domando cosa penserebbe di me Mandy Moore. Quindi scelgo di separare l’uomo dall’artista, scelgo la parte buona di questo uomo. Lettera firmata Errori da segnalare? correzioni@internazionale.it PER CONTATTARE LA REDAZIONE

Telefono 06 441 7301 Fax 06 4425 2718 Posta via Volturno 58, 00185 Roma Email posta@internazionale.it Web internazionale.it

Le cose più belle

Una delle cose che mi rattrista di questa pandemia è la socialità interrotta dei bambini. Ho smesso di portare mio figlio al parco perché non ha più voglia di andarci da solo; per le figlie più grandi, che fanno la seconda media, questo sarebbe stato l’anno in cui invitare un compagno a fare i compiti o uscire con le amiche il sabato pome-

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riggio. Per ora il tempo con gli amici è un lusso che non si possono permettere. La speranza è che questa esperienza gli insegni a valorizzare le cose importanti. Ginevra, una bambina di nove anni di Mazara del Vallo, ha scritto un tema che mette di buon umore: “È Natale, l’albero è acceso, il presepe è illuminato, c’è un odorino di dolcetti natalizi, i regali sono sotto l’albero e aspettiamo solo i parenti... Ops! Siamo nel 2020, c’è il coronavirus, il coprifuoco e in un orario molto ristretto dobbiamo essere tutti a casa, non possiamo festeggiare con i nostri cari le cose più belle. È

Internazionale 1389 | 18 dicembre 2020

Domenico Starnone

Il covid in sette punti

Ha ancora senso ascoltare Ryan Adams dopo quello che ha fatto?

Dear Daddy Claudio Rossi Marcelli

Anche se i miei figli apparentemente stanno bene, sono angosciata dalle cicatrici che gli lascerà questo periodo di trauma collettivo. Dobbiamo essere ottimisti? –Lara

Parole

cambiato tutto, gli anni precedenti li passavamo con gli amici e i parenti tutti insieme, ma quest’anno: tutto il contrario, a distanza, senza i parenti e amici, solo il proprio nucleo familiare. L’anno scorso, il 2019, volevo tutti quei regali da averne la casa piena, adesso i regali non contano proprio, contano i nonni e i parenti che sono preziosi e non poterli abbracciare è la cosa che mi rattrista di più. Io vorrei che tutti fossero senza mascherina e che potessero di nuovo abbracciare e scherzare e giocare senza paura”. daddy@internazionale.it

u Sommario. 1. I normali orrori del mondo non sono in pausa: si è pur sempre vessati, incarcerati, torturati, violentati, bombardati, ammazzati, e anche la morte naturale non scherza. 2. Seguitano a esserci sfruttatori e sfruttati: i primi sono ricchi e supertutelati, gli altri poveri e costretti a tirare la carretta; questi ultimi – la maggioranza – con o senza grandi sventure sono i più sventurati. 3. Il covid-19 è molto pericoloso, uccide a raffica, specie nei paesi di corrotta imprevidenza come l’Italia. 4. Poche storie sul vaccino: bisogna farlo, se non vogliamo morire mascherati. 5. È cominciata la corsa sfrenata della generazione presente all’oro delle generazioni future. 6. La sinisdestra è divisa tra chi si comporta in modo irresponsabile per ripicca contro l’irresponsabilità governativa, chi si appella al bene comune scomunicando questo e quello, chi del bene comune se ne frega e pensa solo a togliere l’oro dalle mani di Conte per metterlo, con qualsiasi mezzo e senza nobili fini, nelle sue. 7. La destrinistra, tradizionalmente ben addestrata a terrorizzare i cittadini battendo sul chiodo di una minaccia imminente del tutto inventata, non sa che pesci pigliare di fronte a un pericolo reale, a una crisi economica reale, all’oro reale d’Europa che chi lo gestisce si rafforza, acquista consenso e casomai vince pure le elezioni. Solo questo, per ora, un po’ ci consola.




Editoriali

I passi indietro dell’Iran “Vi sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante se ne sognano nella vostra filosofia” William Shakespeare, Amleto Direttore Giovanni De Mauro Vicedirettori Elena Boille, Chiara Nielsen, Alberto Notarbartolo, Jacopo Zanchini Editor Giovanni Ansaldo (opinioni), Daniele Cassandro (cultura), Carlo Ciurlo (viaggi, visti dagli altri), Gabriele Crescente (Europa), Camilla Desideri (America Latina), Simon Dunaway (attualità), Francesca Gnetti (Medio Oriente), Alessandro Lubello (economia), Alessio Marchionna (Stati Uniti), Andrea Pipino (Europa), Francesca Sibani (Africa), Junko Terao (Asia e Pacifico), Piero Zardo (cultura, caposervizio) Copy editor Giovanna Chioini (web, caposervizio), Anna Franchin, Pierfrancesco Romano (coordinamento, caporedattore), Giulia Zoli Photo editor Giovanna D’Ascenzi (web), Mélissa Jollivet, Maysa Moroni, Rosy Santella (web) Impaginazione Pasquale Cavorsi (caposervizio), Marta Russo Web Annalisa Camilli, Stefania Mascetti (caposervizio), Giuseppe Rizzo, Giulia Testa Internazionale Kids Alberto Emiletti, Martina Recchiuti (caposervizio) Internazionale a Ferrara Luisa Ciffolilli Segreteria Monica Paolucci, Gabriella Piscitelli, Angelo Sellitto Correzione di bozze Lulli Bertini, Sara Esposito Traduzioni I traduttori sono indicati dalla sigla alla fine degli articoli. Marina Astrologo, Stefania De Franco, Francesco De Lellis, Federico Ferrone, Susanna Karasz, Giusy Muzzopappa, Margherita Patrignani, Francesca Rossetti, Andrea Sparacino, Francesca Spinelli, Bruna Tortorella, Nicola Vincenzoni Disegni Anna Keen. I ritratti dei columnist sono di Scott Menchin Progetto grafico Mark Porter Hanno collaborato Gian Paolo Accardo, Giulia Ansaldo, Cecilia Attanasio Ghezzi, Gabriele Battaglia, Gaia Berruto, Francesco Boille, Giorgio Cappozzo, Catherine Cornet, Sergio Fant, Claudia Grisanti, Ijin Hong, Anita Joshi, Alberto Riva, Andreana Saint Amour, Francesca Spinelli, Laura Tonon, Pauline Valkenet, Francisco Vilalta, Guido Vitiello, Marco Zappa Editore Internazionale spa Consiglio di amministrazione Brunetto Tini (presidente), Giuseppe Cornetto Bourlot (vicepresidente), Alessandro Spaventa (amministratore delegato), Antonio Abete, Emanuele Bevilacqua, Giovanni De Mauro, Giovanni Lo Storto Sede legale via Prenestina 685, 00155 Roma Produzione e diffusione Angelo Sellitto Amministrazione Tommasa Palumbo, Arianna Castelli, Alessia Salvitti Concessionaria esclusiva per la pubblicità Agenzia del marketing editoriale Tel. 06 6953 9313, 06 6953 9312 info@ame-online.it Subconcessionaria Download Pubblicità srl Stampa Elcograf spa, via Mondadori 15, 37131 Verona Distribuzione Press Di, Segrate (Mi) Copyright Tutto il materiale scritto dalla redazione è disponibile sotto la licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale Condividi allo stesso modo 4.0 Internazionale. Significa che può essere riprodotto a patto di citare Internazionale, di non usarlo per fini commerciali e di condividerlo con la stessa licenza. Per questioni di diritti non possiamo applicare questa licenza agli articoli che compriamo dai giornali stranieri. Info: posta@internazionale.it

Registrazione tribunale di Roma n. 433 del 4 ottobre 1993 Direttore responsabile Giovanni De Mauro Chiuso in redazione alle 19 di mercoledì 16 dicembre 2020 Pubblicazione a stampa ISSN 1122-2832 Pubblicazione online ISSN 2499-1600 PER ABBONARSI E PER INFORMAZIONI SUL PROPRIO ABBONAMENTO Numero verde 800 111 103 (lun-ven 9.00-19.00), dall’estero +39 02 8689 6172 Fax 030 777 23 87 Email abbonamenti@internazionale.it Online internazionale.it/abbonati LO SHOP DI INTERNAZIONALE Numero verde 800 321 717 (lun-ven 9.00-18.00) Online shop.internazionale.it Fax 06 442 52718 Imbustato in Mater-Bi

Le Monde, Francia Il rispetto dei diritti umani non è mai stato una delle caratteristiche della Repubblica islamica dell’Iran. Ma il rapimento, il processo sommario e l’impiccagione del giornalista Ruhollah Zam segnano una nuova tappa nell’escalation della repressione e nel rafforzamento dell’ala più dura del regime, che si oppone alla ripresa dei contatti con l’occidente. Zam, 41 anni, rifugiato in Francia dal 2012, gestiva sul social network criptato Telegram il canale Amadnews, seguito da 1,4 milioni di persone, e aveva diffuso le immagini delle manifestazioni contro il regime nell’inverno tra il 2017 e il 2018. Aveva anche rivelato dei casi di corruzione in cui erano coinvolti alti funzionari iraniani. Nonostante gli avvertimenti dei servizi di sicurezza francesi, nel 2019 Zam era andato in Iraq, attirato da finti dissidenti iraniani che promettevano di finanziare i suoi progetti. Arrestato dai guardiani della rivoluzione, è stato costretto a “confessare” davanti alle telecamere e a giugno è stato giudicato colpevole di tutte le accuse, tra cui attentato alla sicurezza nazionale, spionaggio e insulto all’islam. L’esecuzione di Zam dimostra che il regime dei mullah non si fa più scrupoli a rapire all’estero i suoi oppositori. A ottobre un altro dissidente iraniano rifugiato in Svezia, Habib Chaab, è stato sequestrato a Istanbul. Il fatto che il presidente Hassan Rohani, favorevole a

un riavvicinamento con l’occidente, non abbia avuto nessuna reazione di fronte a questi soprusi riflette l’indebolimento dell’ala moderata, su cui si basano le speranze di una ripresa del dialogo suscitate dalla vittoria di Joe Biden alle presidenziali statunitensi. Biden ha lasciato intendere di voler rientrare nell’accordo sul nucleare del 2015, che Donald Trump ha abbandonato nel 2018. I rapimenti all’estero organizzati dai guardiani della rivoluzione dimostrano anche la crescente militarizzazione del regime e l’ambizione dei militari di vincere le elezioni presidenziali previste nel giugno 2021, a cui Rohani non può partecipare perché ha già ottenuto due mandati. Anche se il complesso equilibrio che vige nelle istituzioni iraniane – tra un presidente eletto ma senza veri poteri, una guida suprema onnipotente e i guardiani della rivoluzione, che non sono sottoposti a nessuna autorità – rende difficili le analisi politiche, questi segnali di aggressività e di sfida sono preoccupanti. L’Iran, che ha saputo mantenere a lungo una sorta di moderazione, si sta trasformando in uno stato canaglia con la complicità almeno passiva dei suoi vicini, Turchia e Iraq. È una deriva preoccupante per tutti quelli che, nella società iraniana messa in ginocchio da una terribile crisi economica aggravata dal covid-19, nella diaspora e tra i partner di questo grande paese, vogliono solo la pace. ◆ ff

L’autolesionismo digitale europeo Andreas Schnauder, Der Standard, Austria La Commissione europea dà un ulteriore giro di vite e vuole costringere i giganti della tecnologia come Google, Facebook e Amazon ad adottare pratiche commerciali più corrette. È una buona idea. I padroni dell’era digitale, per la maggior parte statunitensi, sono indiscutibilmente i leader del settore tecnologico, ma hanno la tendenza a monopolizzare i mercati. Se dei nuovi concorrenti emergono – cosa comunque già piuttosto difficile – di norma vengono immediatamente soffocati. Cosa può fare l’Unione europea per evitarlo? Imporre un comportamento più corretto può essere già un buon inizio, ma è una strada lunga e in salita. Migliaia di aziende si saranno già arrese da un pezzo quando le nuove regole

entreranno in vigore: mentre ad Amazon e compagnia viene steso il tappeto rosso, gli altri devono combattere con burocrazia, tasse e incertezze. Il fatto che proprio gli stati europei con le loro scappatoie fiscali siano i più grandi alleati delle multinazionali lascia trasparire una certa pulsione autodistruttiva. Lussemburgo, Irlanda e Paesi Bassi permettono alle grandi aziende di pagare pochissime tasse. Se si adottano iniziative a livello nazionale come la tassa sul digitale introdotta dal governo austriaco, i costi saranno semplicemente scaricati sui clienti. I giganti mondiali della tecnologia possono solo ridere sotto ai baffi di fronte all’impotenza dell’Unione europea. ◆ mp Internazionale 1389 | 18 dicembre 2020

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Attualità CLIMA

Un’occasione irripetibile per salvare il pianeta Negli ultimi anni si è creato un circolo virtuoso in cui governi, aziende e sviluppi tecnologici si spingono a vicenda a ridurre le emissioni. Ma i leader politici devono avere più coraggio n questo periodo ci sono pochi argomenti su cui Boris Johnson ed Emmanuel Macron sono d’accordo. Uno è il cambiamento climatico. Il 12 dicembre, mentre facevano un ultimo, disperato tentativo per trovare un accordo sulla Brexit, i leader di Regno Unito e Francia hanno anche partecipato a un vertice sul clima in videoconferenza. In un momento segnato dalle conseguenze della pandemia e dall’instabilità geopolitica, il vertice sarà probabilmente considerato un successo: negli ultimi mesi i leader di più di settanta paesi hanno preso nuovi impegni per affrontare la crisi climatica. All’evento del 12 dicembre ha partecipato anche il presidente cinese Xi Jinping, che qualche mese fa si era impegnato ad azzerare le emissioni nette del suo paese entro il 2060. Sono passati cinque anni dalla conferenza sul clima di Parigi, che si concluse con un accordo idealistico: 189 paesi si promettevano di tenere l’aumento della temperatura media globale al di sotto dei due gradi centigradi rispetto ai livelli preindustriali, puntando all’obiettivo di 1,5 gradi. Per gran parte degli ultimi cinque anni è sembrato un risultato irraggiungibile, anche perché i governi non sono riusciti a trovare un’intesa su molte delle regole dell’accordo, mentre le emissioni a livello globale hanno continuato a crescere. Gli Stati Uniti, secondo paese al mondo per emissioni dopo la Cina, sono perfino usciti dall’accordo di Parigi. Nel frattempo il pianeta è diventato sempre più caldo. Le temperature degli ultimi sei anni sono state le più alte mai registrate.

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Internazionale 1389 | 18 dicembre 2020

Gli incendi, gli uragani e le ondate di caldo sono più frequenti che in passato. Nel 2019 il segretario generale delle Nazioni Unite dichiarava che al ritmo attuale la temperatura globale sarebbe aumentata di almeno tre gradi entro la fine del secolo, un dato chiaramente incompatibile con gli obiettivi fissati a Parigi. Ma di recente il tono del dibattito è cambiato, e di conseguenza anche le previsioni sul destino del pianeta. Durante il vertice del 12 dicembre c’è stata un’accelerazione sugli impegni presi dai singoli paesi e sugli obiettivi giuridicamente vincolanti. Uno sforzo che, secondo gli scienziati, ha contribuito ad abbassare la traiettoria del riscaldamento globale. Negli ultimi mesi la Cina, il Giappone e la Corea del Sud si sono impegnati ad azzerare le emissioni nette entro metà secolo. È presumibile che nei prossimi mesi gli Stati Uniti annuncino degli obiettivi simili: durante la campagna elettorale per le presidenziali Joe Biden, che il 20 gennaio del 2021 prenderà il posto di Donald Trump, ha detto di voler azzerare la quota di elettricità generata dal carbone entro il 2035 e le emissioni nette entro il 2050. Quando Biden entrerà alla Casa Bianca, gran parte delle economie più avanzate del mondo, tra cui i paesi dell’Unione europea e il Regno Unito, avranno fissato delle scadenze per azzerare le emissioni nette. Se lo farà anche Washington, queste disposizioni riguarderanno il 63 per cento delle emissioni globali attuali.

Vento di cambiamento Potrebbe essere un punto di svolta? Alcuni scienziati sono convinti di sì. “Se tutti i paesi rispetteranno le scadenze che si sono dati per l’azzeramento delle emissioni, gli obiettivi dell’accordo Parigi torneranno a essere raggiungibili”, spiega Niklas Höhne, docente di sistemi ambientali all’università olandese di Wageningen. Secondo gli studi condotti da

MAX WHITTAKER (THE NEW YORK TIMES/CONTRASTO)

Leslie Hook, Financial Times, Regno Unito

I vigili del fuoco della Delta conservation crew, un’unità formata da detenuti, a Healdsburg, in California, il 23 agosto 2020.

Höhne e dai ricercatori delle organizzazioni non profit NewClimate institute e Climate analytics, i dati attuali suggeriscono che entro la fine del secolo l’aumento della temperatura globale potrebbe essere di 2,1 gradi, molto al di sotto delle previsioni fatte qualche anno fa. Perché questo succeda, tutti i paesi che si sono impegnati ad azzerare le emissioni (al momento più di 120) devono rispetta-


re le scadenze che si sono dati; e, naturalmente, sarà fondamentale che anche gli Stati Uniti si diano questo obiettivo. Se invece ci si limita a osservare le politiche attuali, ignorando le ambizioni future, il quadro diventa meno incoraggiante. La previsione di un aumento di 2,1 gradi è la più ottimistica che sia mai stata fatta dalle due organizzazioni, che dal 2009 fanno proiezioni sulle temperature in base alle promesse dei governi. Undici anni fa il loro modello, basato in gran parte sul protocollo di Kyoto del 1997, prevedeva un aumento della temperatura di 3,5 gradi. “Un momento decisivo è stato quando la

Cina si è impegnata ad azzerare le emissioni nette, spingendo molti paesi a seguire l’esempio”, sottolinea Höhne. “Credo che sia l’effetto più importante generato dall’accordo di Parigi”. Altri esperti condividono la sua opinione. “In questa fase un aumento della temperatura globale non superiore ai due gradi sembra un obiettivo raggiungibile, mentre in passato molti di noi erano piuttosto cinici sulla possibilità di realizzarlo”, spiega Chris Rapley, professore di scienze climatiche dell’University college di Londra. La pandemia di covid-19 ha contribuito ad accelerare le cose. Nel

2020 le emissioni globali sono diminuite del 6,7 per cento, la maggiore riduzione mai registrata in tempo di pace. Naturalmente potrebbe essere un fenomeno temporaneo (gli esperti prevedono un forte aumento delle emissioni nel prossimo futuro), ma resta il fatto che i programmi per la ripresa economica metteranno a disposizione centinaia di miliardi di dollari per i progetti a basso impatto ambientale. Ma la pandemia ha avuto anche effetti meno positivi. Per esempio, ha costretto a rinviare al 2021 il vertice sul clima che si sarebbe dovuto tenere a novembre a Internazionale 1389 | 18 novembre 2020

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Attualità Glasgow (Cop26). Con i governi di tutto il mondo alle prese con l’emergenza sanitaria, la crisi climatica è finita in secondo piano. È diminuita anche la pressione dell’opinione pubblica sui governi per trovare una soluzione al problema. Milioni di giovani ambientalisti, che nel 2019 erano scesi in piazza seguendo l’esempio dell’attivista svedese Greta Thunberg, sono dovuti restare in casa a causa dei lockdown. Le proteste online sono meno visibili, anche se non meno appassionate. In ogni caso, il taglio delle emissioni non dipende solo dai governi. I grandi passi avanti in campo tecnologico e l’impegno delle multinazionali hanno contribuito a generare un vento che soffia nelle vele dell’accordo di Parigi. Al vertice del 12 dicembre hanno partecipato molti amministratori delegati, tra cui Tim Cook della Apple, che ha sottolineato la volontà delle grandi aziende di ridurre le emissioni. Adair Turner, presidente del centro studi Energy transitions commission, è convinto che si sia messo in moto un circolo virtuoso in cui tecnologia, aziende e governi si spingono a vicenda nella giusta direzione. “Questo mostra la forza del processo di Parigi. Molti fanno notare che l’accordo non è vincolante dal punto di vista giuridico. In effetti è un impegno politico a prendere parte a una sorta di processo comparativo: ‘Se io faccio questo, allora tu fai quello’. Ma sta funzionando, anche grazie al processo tecnologico”, spiega Turner.

Anni difficili Cinque anni fa, alla firma dell’accordo di Parigi, il successo dell’iniziativa era tutt’altro che scontato. Basato sulla fiducia reciproca e senza nessun meccanismo coercitivo o punitivo, il patto permetteva a ogni paese di fissare in modo autonomo gli obiettivi da raggiungere, conosciuti come “contributi determinati a livello nazionale”. L’obiettivo di contenere il riscaldamento globale al di sotto dei due gradi sembrava particolarmente difficile e costoso, anche alle persone che lo sostenevano. Realizzare le proposte di Parigi è “fattibile, ma solo con la consapevolezza che la crisi climatica è grave e somiglia a una guerra”, ha detto nel 2019 John Kerry, ex segretario di stato americano e inviato speciale per il clima della prossima amministrazione Biden. In questi cinque anni,

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Internazionale 1389 | 18 dicembre 2020

le emissioni globali hanno raggiunto livelli da record. Nel 2017 Donald Trump ha annunciato l’uscita degli Stati Uniti dall’accordo, e sono arrivati messaggi poco incoraggianti dal presidente brasiliano Jair Bolsonaro e dal primo ministro australiano Scott Morrison, anche se nessuno dei due ha seguito l’esempio di Trump. Fino a poco tempo fa la Cina non aveva ancora fissato un obiettivo per la riduzione delle emissioni, limitandosi a dichiarare che il picco sarebbe stato raggiunto prima del 2030. In quel momento sembrava che gli ideali cooperativi su cui si basava l’accordo di Parigi fossero scomparsi. “È come se li avessimo persi per quattro anni”, conferma Rémy Rioux, uno dei principali negoziatori francesi coinvolti nelle trattative e attualmente a capo dell’Agenzia francese per lo sviluppo. “Negli ultimi cinque anni abbiamo vissuto come se facessimo parte di una sorta di ‘resistenza’”. Rioux racconta la “battaglia” per tenere viva l’ambizione dell’accordo sul clima davanti all’opposizione di paesi come gli Stati Uniti. Poi tutto è cambiato. “In qualche modo le stelle si sono riallineate, con il new deal verde in Europa, la promessa cinese a settembre e la vittoria di Biden a novembre. Probabilmente stiamo entrando in una nuova fase del multilateralismo”, sottolinea Rioux.

Da sapere Sotto i due gradi Divario tra le emissioni previste per il 2030 e i livelli da rispettare per contenere sotto i due gradi il riscaldamento globale, miliardi di tonnellate di anidride carbonica equivalente. Fonte: Climate action tracker

Politiche attuali

55

50 Impegni

Andamento storico 45

40

35 Obiettivo dei 2 gradi 30 2010

2015

2020

2025

2030

La grande trasformazione degli ultimi tre mesi non riguarda solo la politica. Oggi il mondo sembra radicalmente diverso rispetto a quando fu siglato l’accordo di Parigi. L’energia pulita è molto più economica e il ritmo della transizione energetica per allontanarsi dai combustibili fossili è sorprendente. La combinazione di progresso tecnologico e consapevolezza dei danni provocati dal cambiamento climatico ha contribuito ad accelerare il processo.

Contro il carbone Secondo le stime dell’Agenzia internazionale per l’energia (Iea), tra il 2015 e il 2020 le vendite di veicoli elettrici sono quadruplicate, passando da 572mila a 2,3 milioni. Quest’anno le rinnovabili hanno rappresentato il 90 per cento della nuova capacità energetica installata, contro il 50 per cento del 2015. La domanda di carbone a livello globale, in calo dal 2013, è precipitata con la pandemia e la recessione. Secondo le previsioni dell’Iea, presto le energie rinnovabili supereranno il carbone nella produzione di elettricità, soprattutto grazie al crollo del costo dell’energia eolica e fotovoltaica. “Nel 2025 le rinnovabili diventeranno la prima fonte di elettricità del mondo, mettendo fine ai cinquant’anni di dominio del carbone”, ha dichiarato Fatih Birol, direttore esecutivo dell’agenzia. Aumentano i paesi che fissano un prezzo per l’inquinamento da carbone, una strategia inimmaginabile fino a qualche tempo fa. La settimana scorsa i prezzi dei permessi per le emissioni nell’Unione europea hanno raggiunto livelli mai visti. Oltre ai progressi sull’energia pulita, a rimarcare l’urgenza delle politiche ambientali sono stati anche i passi avanti fatti dalla scienza climatica negli ultimi anni. Secondo l’Organizzazione meteorologica mondiale, i modelli più recenti indicano che la Terra si è già riscaldata di circa 1,2 gradi rispetto ai livelli preindustriali, e c’è il 20 per cento di probabilità che superi temporaneamente la soglia di 1,5 gradi entro il 2024. Gli scienziati hanno osservato che l’anidride carbonica rimane nell’atmosfera fino a cento anni dopo essere stata emessa. Quindi l’effetto delle emissioni del passato si farà sentire ancora per molto


AFP/GETTY

Dopo il passaggio dell’uragano Iota a Puerto Cabezas, in Nicaragua, il 17 novembre 2020

tempo. “Gli sfasamenti nel sistema climatico ci permettono di determinare quale sarà la temperatura nel 2030 e nel 2040”, spiega Rapley. “Ci sono motivi per credere che nei prossimi decenni l’aumento della temperatura supererà comunque la soglia di 1,5 gradi, a prescindere da quello che faremo nel breve periodo”. Naturalmente questa consapevolezza alimenta la preoccupazione, ed è una delle regioni per cui i prossimi anni saranno decisivi per determinare l’andamento della temperatura del pianeta. Bisogna anche considerare che, nonostante gli annunci fatti di recente, c’è ancora un grande divario tra gli obiettivi fissati per il 2050 e le politiche introdotte dai governi per l’immediato futuro. Firmando l’accordo di Parigi s’impegnavano, in linea teorica, a presentare nuovi obiettivi alle Nazioni Unite entro la fine del 2020. Molti traguardi sono stati annunciati durante il vertice del 12 dicembre, tra cui quello dell’Unione europea, concordato il giorno precedente. Ma la pandemia ha provocato molti ritardi, e le Nazioni Unite hanno fatto sapere che chi vorrà fissare

nuovi obiettivi potrà farlo durante il 2021. Man mano che i paesi annunceranno i loro, bisognerà capire quali provvedimenti adotteranno per raggiungerli. Prendendo come riferimento solo le politiche attuali e ignorando gli impegni a lungo termine, spiega Höhne, si stima che l’aumento delle temperature entro la fine del secolo sarà intorno ai 2,9 gradi.

Attivisti scontenti Perfino il Regno Unito, che dovendo ospitare la conferenza sul clima Cop26 aveva fissato un traguardo molto ambizioso per il 2030, non ha ancora presentato le misure che dovrebbero ridurre rapidamente le emissioni. Negli Stati Uniti Biden potrebbe avere molte difficoltà a far approvare dal congresso il suo piano per il clima da duemila miliardi di dollari. “Sono stati fatti annunci entusiasmanti, ma non è il momento di cantare vittoria”, dice Inger Andersen, direttrice del programma ambientale delle Nazioni Unite (Unep). Andersen cita un rapporto dell’Unep secondo cui le promesse recenti sono comunque inadeguate, anche con-

siderando la riduzione delle emissioni dovuta alla pandemia. “Se la temperatura dovesse aumentare di tre o addirittura quattro gradi, la devastazione causata dal covid-19 sarà solo un assaggio del futuro”, sottolinea Andersen. Il pianeta continuerà a riscaldarsi, e con ogni probabilità i disastri naturali che hanno segnato il 2020 – dagli incendi devastanti in California alle ondate di caldo in Siberia – si verificheranno anche nel 2021. Nonostante le dichiarazioni rilasciate dai leader politici al vertice sul clima del 12 dicembre, i giovani attivisti continueranno a fare pressione su di loro. “Ancora non c’è traccia dei provvedimenti che potrebbero veramente fare la differenza”, ha dichiarato Thunberg in un video pubblicato su Twitter alla vigilia del vertice. L’ambientalista svedese è convinta che dopo la conferenza di Parigi sono state pronunciate solo parole vuote. “Vengono fissati obiettivi ipotetici e distanti, accompagnati da grandi discorsi. Ma quando si parla di misure immediate e concrete, siamo ancora in uno stato di totale negazione”. u as Internazionale 1389 | 18 novembre 2020

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Mondo

Europa

Casi Morti

Settimana dal 10 al 16 dicembre

Variazione settimanale

73.696.995 1.640.867

5.227.161 78.914

+7,0% +4,8%

Nuovi casi e decessi settimanali per covid-19 nel mondo Casi 5.000.000

Americhe

4.500.000

Sudest asiatico Europa

4.000.000

3.000.000

Africa

2.500.000

Pacifico occidentale

Morti

2.000.000

22.221

Regno Unito

19.968

Italia

16.169

Francia

11.689

I paesi con il maggior numero di morti al giorno, media dell’ultima settimana

70.000

Italia

60.000

Russia

549

50.000

Germania

462

40.000

Regno Unito

408

Polonia

393

660

aumento o calo medio nelle ultime due settimane

10.000

500.000

Italia

0 no v

ot t

se t

no v

30

9

19

se t 7

28

ag o

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17

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27

6

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15

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25

4

13

10

ap r

0 ge n

27.608

Germania

20.000

1.000.000

20

Russia

Morti 80.000

30.000

1.500.000

I paesi con il maggior numero di nuovi casi al giorno, media dell’ultima settimana

FONTE: REUTERS

Mediterraneo orientale

3.500.000 FONTE: OMS. DATI AL 13 DICEMBRE

Totale dall’inizio della pandemia

fe b 2m ar 23 m ar

FONTE: JOHNS HOPKINS U. DATI AGGIORNATI AL 16 DICEMBRE 2020

Il covid-19 in cifre

Su cento infezioni segnalate nel mondo, una trentina sono in Europa. La regione registra un milione di nuove infezioni più o meno ogni cinque giorni, per un totale di più di venti milioni.

Settimana dal 10 al 16 dicembre 2020

FONTE: DUKE UNIVERSITY, AIRFINITY, UNICEF/THE NEW YORK TIMES

Il modo di conteggiare i test varia da un paese all’altro: alcuni rilevano il numero di persone testate, altri quello dei test (che può quindi essere più elevato perché una stessa persona può essere testata più di una volta), altri ancora non specificano esattamente cosa conteggiano.

Italia

Francia

Test Positività, %

1 agosto

2,8 10,1

Test Positività, %

16 dicembre

Germania

1 agosto

2,8 6,1

12 dicembre

Regno Unito

Test Positività, %

1 agosto

Belgio

2,2 10,2

Test Positività, %

6 dicembre

1 agosto

Test Positività, %

1 agosto

2,9 7,0

14 dicembre

FONTE: MINISTERO DELLA SALUTE

FONTE: OUR WORLD IN DATA

Tasso di positività e test giornalieri per mille abitanti

Spagna 4,8 5,7

14 dicembre

Test Positività, %

1 agosto

2,2 6,0

10 dicembre

Vaccini prenotati in rapporto alla popolazione

Nuovi casi nell’ultima settimana ogni 100.000 abitanti

I paesi ricchi hanno prenotato più della metà delle dosi che dovrebbero essere sul mercato entro la fine del 2021. Non sapendo quale vaccino sarebbe stato approvato, alcuni stati hanno ordinato più dosi del necessario, penalizzando i paesi più poveri. Percentuale della popolazione, selezione di paesi

50

0 Canada Stati Uniti Regno Unito Unione europea Australia Cile Israele Nuova Zelanda Giappone Brasile Indonesia Svizzera Vietnam Corea del Sud India Italia

100

200

300

400

500

600

500

645.706 -64.809 Casi positivi sul totale dei tamponi 10,1% -1% Variazione nell’ultima settimana Pazienti in terapia intensiva 2.926 -394 Variazione nell’ultima settimana Casi dall’inizio della pandemia 1.888.144 +117.995 Nuovi casi nell’ultima settimana Morti dall’inizio della pandemia 66.537 +4.798 Variazione nell’ultima settimana Casi attualmente positivi

Variazione nell’ultima settimana

Opzioni di acquisto di dosi ulteriori Vaccini in sperimentazione di fase 3 Vaccini in sperimentazione di fase 2 Vaccini in sperimentazione di fase 1 Vaccini in sperimentazione preclinica

Internazionale 1389 | 18 dicembre 2020

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Europa

ROTA (CAMERAPRESS/CONTRASTO)

Boris Johnson a Downing street, Londra, il 9 dicembre 2020

REGNO UNITO

Ancora pochi giorni per un’intesa sulla Brexit Toby Helm e Tom Wall, The Observer, Regno Unito Londra e Bruxelles hanno tempo fino al 31 dicembre per trovare un accordo sui futuri rapporti commerciali. Se falliranno, a farne le spese saranno le imprese e i cittadini, europei e britannici n vista del Natale e dell’anno nuovo, per la maggior parte dei clienti del mercato di Bridgwater è difficile immaginare l’aumento dei prezzi e la penuria di merci che potrebbero essere dietro l’angolo. Le bancarelle di questa cittadina del Somerset, che nel 2016 ha votato a larga maggioranza per la Brexit, vendono frutta, verdura e formaggi in

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gran parte provenienti da Spagna, Francia e Paesi Bassi. I prezzi sono ragionevoli. Eppure, tra clienti e negozianti stanno crescendo dubbi, paure e un certo risentimento per le incertezze del futuro. I politici favorevoli all’uscita dall’Unione europea avevano promesso che il Regno Unito e i britannici sarebbero diventati più forti e più liberi. Ma tra meno di due settimane i quattro anni e mezzo di tortuosi negoziati sui rapporti futuri con l’Unione potrebbero concludersi senza un accordo. Se le cose andassero così, ci sarebbero dazi doganali, quote e altri ostacoli imposti alla circolazione dei beni e delle persone. Il libero accesso al continente e al mercato unico diventerebbe un ricordo del passato. Questo porterebbe a

un aumento dei prezzi, a una perdita di posti di lavoro e a una riduzione della potenza economica del Regno Unito. Nelle ultime due settimane, più che in qualsiasi altro momento dopo il referendum del 2016, la gente di Bridgwater e del resto del paese ha cominciato a fare i conti con cosa vuol dire davvero separarsi dall’Unione europea senza un accordo, il famoso no deal. Al momento, però, nessuno sembra in grado di fermare questa corsa verso il disastro. Nei giorni scorsi il presidente del gruppo di grande distribuzione Tesco ha dichiarato che una Brexit “dura” potrebbe provocare un aumento del 5 per cento della spesa alimentare dei britannici. Nel frattempo i segnali dei possibili problemi futuri ci sono tutti. Lungo le autostrade dirette a sud sono presenti cartelli per indicare che dal 31 dicembre sarà necessario compilare una serie di documenti aggiuntivi in tutti i porti del paese. Il rischio di grandi ingorghi è più che reale. Quello che secondo i sostenitori della Brexit doveva essere un divorzio facile, immediato e indolore rischia di sfociare nel caos. Con sempre meno tempo per trovare


un’intesa, la situazione si fa di giorno in giorno più tesa. Il 12 dicembre il titolo di prima pagina del Times alludeva a possibili soluzioni militari: “La marina militare contro i pescherecci francesi”. “Navi da guerra per proteggere il nostro pesce”, gli faceva eco il tabloid Daily Express. In quelli che rischiano di essere gli ultimi giorni del Regno Unito all’interno del mercato unico e dell’unione doganale, il governo del premier conservatore Boris Johnson e i fanatici della Brexit vorrebbero che i britannici si facessero trasportare dallo slancio patriottico. Ma nel mondo reale molti sembrano indifferenti. “La situazione è stata gestita nel modo sbagliato. Tutto quello che secondo Johnson doveva essere facile si è rivelato impossibile”, dice Andy Tipper, un ex magazziniere che nel 2016 ha votato per l’uscita dall’Unione europea. “Sembra che il primo ministro stia giocando. È successa la stessa cosa con il covid. Un disastro dopo l’altro”. Tipper, 50 anni, era convinto che la Brexit avrebbe significato più risorse per il sistema sanitario e maggiori opportunità di lavoro, ma ora ammette che se ci fosse un altro referendum non andrebbe nemmeno a votare. “Ho creduto a quello che leggevo. Dicevano che c’era un accordo già pronto e che sarebbe stato tutto semplice. Ora invece parlano di no deal”. La moglie di Tipper, Mia, 52 anni, lavora a scuola e si sente presa in giro da Johnson: “Ha fatto marcia indietro su tutto. Ha mentito in continuazione. Mi ha mentito in faccia. Mi hanno mentito tutti, fin dall’inizio. Vorrei non aver votato per la Brexit”.

conferma Payne mentre serve i clienti. Con le trattative agli sgoccioli, molti sostenitori di entrambi gli schieramenti sono ancora aggrappati all’esile speranza che Londra e Bruxelles possano trovare un’intesa a metà strada, convinti che ci debba essere per forza un modo per appianare le divergenze sulle aree di pesca e l’accesso al mercato unico. Ma in entrambi gli schieramenti aumentano le recriminazioni e le accuse reciproche. Il 12 dicembre il conservatore Chris Patten – ex commissario europeo e ultimo governatore di Hong Kong – ha so-

In entrambi gli schieramenti aumentano le accuse e le recriminazioni stenuto che Boris Johnson, considerato il suo sprezzo per gli interessi del paese, non può essere considerato un vero tory. “Penso che sia un nazionalista inglese. Tutto ciò in cui i conservatori credevano – la difesa dell’unità del regno, il rispetto delle istituzioni e l’impegno per la cooperazione internazionale – è andato a farsi benedire”, ha detto Patten al programma Today della Bbc Radio 4. “Non so come andrà a finire”. Michael Heseltine, un altro storico politico conservatore, è altrettanto deluso, e sulle pagine dell’Observer ha affrontato la prospettiva di una Brexit “dura”: “Questo

La decisione peggiore

Da sapere

Ma ci sono anche sostenitori della Brexit che incolpano l’Unione europea per lo stallo nelle trattative. “Vogliono i nostri soldi, ma non li avranno”, dichiara Tony Squirrell, 76 anni, ex caporale dell’esercito. Squirrell non è preoccupato dalla prospettiva di un’uscita senza accordo ed è pronto a stringere la cinghia: “Ce la siamo sempre cavata. In giro c’è molto allarmismo. Non seguo nemmeno più i notiziari, mi fanno imbestialire”. La maggior parte dei britannici, tuttavia, è preoccupata. David Payne, 37 anni, gestore del negozio Somerset Deli, ammette che dovrà aumentare i prezzi dei formaggi europei che vende insieme alle specialità locali. “Tutto questo avrà un impatto negativo sulla nostra attività”,

u Il Regno Unito e l’Unione europea hanno tempo fino al 31 dicembre 2020 per trovare un accordo sui futuri rapporti commerciali. I negoziati sono cominciati il 2 marzo 2020, circa un mese dopo l’uscita ufficiale del Regno Unito dall’Unione, il 31 gennaio 2020. I nodi ancora da sciogliere riguardano l’accesso alle aree di pesca e gli standard da rispettare per garantire una concorrenza leale tra le imprese britanniche e quelle dei ventisette paesi europei. u Il 14 dicembre il capo negoziatore europeo, Michel Barnier, ha dichiarato che un accordo è ancora possibile. Il 13 dicembre la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e il primo ministro britannico, Boris Johnson, avevano rinviato la scadenza dei colloqui, fissata per la mezzanotte del giorno stesso, decidendo di continuare a negoziare.

L’ultimo rinvio

governo sarà ritenuto responsabile, come è giusto che sia, della peggiore decisione presa in tempo di pace nella storia moderna del paese. Conosco diversi parlamentari che condividono la mia opinione. Non riesco a capire il loro silenzio”, ha scritto. “E così siamo arrivati a questo punto. Il Natale è vicino e prima che il paese torni al lavoro saremo finalmente soli, sovrani, ai comandi. Ma questo non crea un singolo posto di lavoro, una sterlina d’investimenti o un minimo miglioramento del tenore di vita dei britannici. Invece rischiamo di compromettere il nostro rapporto con il mercato più grande del mondo, che si trova a due passi dai nostri confini: un mercato che rappresenta metà delle nostre importazioni ed esportazioni”. Secondo David Gauke, ex ministro del governo di Theresa May e contrario all’uscita dall’Unione, la crisi attuale è una conseguenza dell’irrealistica propaganda fatta dai sostenitori della Brexit nel 2016: “Allora sono state fatte due promesse incompatibili tra loro. La prima era che non ci sarebbero state conseguenze economiche negative e che il paese avrebbe mantenuto un accesso preferenziale al mercato unico. La seconda era che avrebbe riacquisito la sovranità totale, assumendo il controllo sulle leggi e sui confini”. Alla fine si è scoperto che conservare l’accesso al mercato unico più grande del mondo e contemporaneamente mantenere integra la propria sovranità era impossibile. Un altro ex ministro ha commentato: “Le stesse tensioni che hanno caratterizzato la nostra permanenza in Europa, e che alla fine ci hanno spinti verso la Brexit, ora ci stanno scaraventando verso gli scogli di un’uscita senza accordo. Volevamo i vantaggi del progetto europeo e del mercato unico, ma siamo diventati sempre più ostili all’idea di rispettare le regole che lo governano e di cedere parte della nostra sovranità. Il risultato logico è un’uscita senza accordo”. Gauke racconta di aver capito che l’esito finale sarebbe stato il no deal ai tempi del governo di Theresa May, quando, nel luglio del 2018, i ministri si sono riuniti nella residenza di Chequers per valutare la proposta di accordo della premier. “Era la prima volta che il governo affrontava l’idea di fare delle concessioni”, ricorda Gauke. “Si parlava di un ipotetico regolamento comune, del fatto che se fossimo rimasti allineati a Bruxelles su merci e Internazionale 1389 | 18 dicembre 2020

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Europa standard, saremmo potuti andare avanti per la nostra strada nel campo dei servizi e avremmo potuto eliminare la libertà di movimento. Era questo il piano di May”. Ma quei compromessi si sono dimo­ strati inaccettabili. Il giorno seguente alla riunione di Chequers, il ministro per la Brexit David Davis si è dimesso. In seguito è stato Boris Johnson a lasciare il suo inca­ rico di ministro degli esteri. Nessuno dei due era disposto ad accettare un codice di regole condiviso. Gauke è convinto che Johnson, dopo la nomina a primo ministro e la vittoria alle elezioni del dicembre 2019, ottenuta grazie alla promessa di “re­ alizzare la Brexit”, si sia ritrovato in un vi­ colo cieco: doveva consegnare ai britanni­ ci una Brexit dura, cioè senza accordo. “Ai britannici era stato promesso l’impossibi­ le. Poi, con il passare del tempo e con la situazione che continuava a trascinarsi senza progressi, è emersa la rabbia dei cit­ tadini verso i politici incapaci di mantene­ re gli impegni presi. Ora il governo sta dando agli elettori che hanno votato per la Brexit quello che vogliono. Boris Johnson si sente obbligato a raggiungere un obiet­ tivo talmente assurdo che, se fosse stato dichiarato nel 2016, avrebbe fatto vincere a mani basse chi voleva rimanere nell’U­ nione, conclude Gauke. Stewart Wood, ex consulente del pri­ mo ministro laburista Gordon Brown, concorda sul fatto che “il momento chia­ ve è stato il discorso di Chequers. May aveva l’opportunità di definire la Brexit in modo realistico e pragmatico, ma alla fi­ ne si è deciso di puntare sull’uscita dall’u­ nione doganale, dal mercato unico e dalla Corte di giustizia europea, sul controllo totale dei confini e, allo stesso tempo, sul mantenimento di un accesso immutato al commercio con l’Unione europea. È una combinazione improponibile, che rende impossibile qualsiasi soluzione positiva dei negoziati. Il paese intero, e soprattut­ to il Partito conservatore, si aspettavano qualcosa che non sarebbe mai potuto suc­ cedere”.

Le promesse irrealizzabili Mentre il governo di Johnson si trincerava sempre di più sulle sue posizioni, gli euro­ pei facevano lo stesso, determinati a non permettere che chi decide di uscire dal club possa farlo a condizioni vantaggiose. Come ha dichiarato un ex ambasciatore britannico, “la principale preoccupazione

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Internazionale 1389 | 18 dicembre 2020

di Emmanuel Macron è che Marine Le Pen (leader del partito di estrema destra Rassemblement national, all’opposizio­ ne) possa dire: ‘Guardate, i britannici sono usciti dall’Unione e hanno ottenuto un ottimo accordo’. Per il presidente francese un esito di questo tipo sarebbe fatale”. Fabian Zuleeg, direttore dello Euro­ pean policy centre, è convinto che Londra abbia sottovalutato la volontà dell’Europa di proteggere l’integrità del mercato unico e dell’Unione. “In parte è successo perché il Regno Unito non ha mai capito i mecca­ nismi, i limiti invalicabili e le priorità dell’Unione europea. Londra, inoltre, ha sopravvalutato il proprio potere nel nego­ ziato, sottovalutando invece la coesione dell’Unione quando si tratta di affrontare un paese terzo”. Tornando a Bridgwater, il leader del gruppo laburista nel consiglio municipale, Brian Smedley, racconta di essere rimasto

estremamente deluso dal risultato del re­ ferendum e da come aveva votato la sua città. “Questa gente è stata presa in giro. Per molti votare la Brexit è stato un gesto di ribellione”, spiega. Con il no deal sem­ pre più vicino, Smedley è preoccupato per le ricadute sulle aziende locali. “Qui ci so­ no molti magazzini della grande distribu­ zione e società di trasporti. Saranno sicu­ ramente penalizzati”. Mentre Smedley esprime i suoi timori, su entrambi i lati della Manica politici e negoziatori stanno ancora cercando un accordo. Ma quello che finora era stato chiaro solo per alcuni – cioè che il dibattito sulla Brexit è uno scontro tra posizioni in­ conciliabili, alimentato da una retorica aggressiva e da promesse irrealizzabili – sta diventando evidente per tutti. Intanto il conto alla rovescia prosegue. E non ci sono segnali che facciano pensare a una soluzione. u as

L’opinione

La forza tranquilla dell’Unione u Se la posta in gioco non fos­ se così alta, l’ennesimo rinvio, il 13 dicembre, della scadenza dei negoziati sui futuri rap­ porti commerciali tra Regno Unito e Unione europea fa­ rebbe sorridere, arrivato com’è dopo tante altre “sca­ denze cruciali” rimandate. Invece di prendere atto del fallimento, la presidente della Commissione europea, Ursu­ la von der Leyen, e il premier britannico, Boris Johnson, hanno annunciato un prolun­ gamento dei colloqui, che a questo punto riguardano so­ prattutto due questioni: come evitare che le aziende britan­ niche facciano concorrenza sleale a quelle europee e co­ me gestire la pesca dopo che Londra avrà ripreso il control­ lo esclusivo delle sue acque territoriali. Comunque vada a finire questo interminabile negozia­ to, la Brexit è un errore che pagheranno, in modo diverso, tutti i popoli d’Europa. Al di là delle attuali discussioni tecni­ che, la conclusione o meno di

un accordo e il suo eventuale contenuto determineranno la misura dei danni causati dalla Brexit, soprattutto all’occupa­ zione. La scelta tra un accordo e il no deal dipende da deci­ sioni politiche. Johnson è dav­ vero pronto a infliggere al suo paese l’enorme trauma che sarebbe causato dal ritorno dei dazi e delle barriere doga­ nali con un partner che vale la metà del suo commercio? Ed è abbastanza cinico da scom­ mettere su un’impennata di nazionalismo provocata dalla rottura con l’Europa per far passare in secondo piano le critiche alla sua stravagante gestione della pandemia? Ri­ petendo che i negoziati sareb­ bero stati una passeggiata, e negando la disparità delle for­ ze in gioco, Johnson ha menti­ to ai britannici. Affermando che avrebbe potuto ottenere il libero accesso al mercato eu­ ropeo e la piena sovranità na­ zionale, ha ostacolato la ricer­ ca di un compromesso. Prepa­ rando una legge che rinnega­ va gli impegni presi sulla que­

stione dell’Irlanda del Nord, ha tradito la fiducia dei paesi dell’Unione. In questo contesto, l’Euro­ pa ha dato prova di una virtù importante: l’unità. La can­ celliera tedesca Angela Mer­ kel e il presidente francese Emmanuel Macron hanno sempre rifiutato la proposta di Johnson di negoziati separati. Di fronte alla minaccia di Londra di mobilitare la mari­ na militare per difendere il “pesce britannico”, i paesi dell’Unione devono continua­ re a manifestare la loro forza tranquilla. La tutela del mer­ cato unico , che è alla base della loro forza collettiva, è una condizione necessaria di ogni futuro accordo. Un no deal non sarebbe una soluzione “meravigliosa”, come dice Johnson. Sarebbe un fallimento terribile. Biso­ gna cercare un accordo. Ma non a ogni costo. Per gli euro­ pei il peggio sarebbe ritrovarsi davanti alla porta di casa un concorrente incontrollabile. Le Monde



Europa Tirana, 9 dicembre 2020

RUSSIA

CORONAVIRUS

Il vaccino di Putin

Natale in isolamento

Novaja Gazeta, Russia

“E così siamo arrivati a quello che tutti in Germania volevano evitare”, scrive la Süddeutsche Zeitung. Di fronte al fallimento del cosiddetto lockdown leggero e al rapido aumento dei contagi, che il 15 dicembre hanno toccato il punto più alto dall’inizio della pandemia con oltre 33mila nuovi casi, il governo tedesco ha imposto regole più dure di quelle adottate al culmine della prima ondata: le scuole e tutte le attività non essenziali resteranno chiuse almeno fino al 10 gennaio e gli incontri tra persone non conviventi sono fortemente limitati. Le restrizioni saranno solo leggermente allentate tra il 24 e il 26 dicembre. Anche il governo olandese ha deciso il ritorno al lockdown completo fino al 19 gennaio, mentre la Francia ha rinviato la revoca di alcune limitazioni.

ALBANIA

La rabbia in piazza La morte l’8 dicembre di un ragazzo di 25 anni, Klodian Rasha, per mano della polizia, ha scatenato proteste in tutta l’Albania. Le manifestazioni, in un clima di tensioni sociali che dura da tempo, sono cominciate il 9 dicembre e sono durate tre giorni, anche con atti di vandalismo, a Tirana, Scutari e Durazzo. I manifestanti accusano la polizia di un uso eccessivo della forza. Hanno ottenuto le dimissioni del ministro dell’interno Sandër Lleshaj, ma pretendono anche quelle del capo della polizia, Ardi Veliu. Negli scontri sono rimasti feriti almeno venti agenti. La polizia ha arrestato 142 persone, in gran parte minorenni.

UNIONE EUROPEA

Compromesso sul bilancio

POLONIA

Trentanove anni dopo

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Bilancio a lungo termine dell’Unione europea, 2021-2027 Fondo per la ripresa/ Next generation Eu

Sussidi

FONTE: EUROPA.EU

Il 13 dicembre migliaia di polacchi sono tornati in piazza per protestare contro il governo conservatore del partito Diritto e giustizia e contro l’inasprimento della legge sull’aborto, deciso il 22 ottobre da una sentenza della corte costituzionale. La mobilitazione è stata organizzata dal movimento Strajk kobiet (Sciopero delle donne) e si è svolta nell’anniversario della proclamazione della legge marziale, introdotta nel 1981, ai tempi del regime comunista, dal generale Wojciech Jaruzelski.

“Dopo le grida d’allarme sulla fatale debolezza dell’Unione europea, oggi bisogna riconoscere che è vero l’esatto contrario: nonostante la sua innegabile lentezza, l’Unione è molto più agile di quanto sembri, ed è

390 miliardi di euro 360 miliardi di euro

1.074,3

Prestiti Totale

1.824,3 miliardi di euro

miliardi di euro

Quadro finanziario pluriennale (Qfp)

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capace di superare anche ostacoli apparentemente insormontabili con la sua caratteristica moderazione”. Così Les Echos commenta l’accordo raggiunto al Consiglio europeo del 10 e 11 dicembre, che ha permesso di sbloccare lo stallo sull’approvazione del bilancio per il periodo 2021-2027 e del recovery fund, per un totale di 1.800 miliardi di euro. Il veto di Polonia e Ungheria, contrarie alla clausola che vincola la distribuzione dei fondi al rispetto dello stato di diritto, è stato superato grazie a un compromesso: il meccanismo di controllo entrerà in vigore solo nel 2022 e riguarderà esclusivamente il bilancio appena approvato. Inoltre, se un paese farà ricorso, a decidere dovrà essere la Corte di giustizia europea.

Aleksej Navalnyj KIRILL KUDRYAVTSEV (AFP/GETTY)

AFP/GETTY

La Russia ha avviato il programma di vaccinazioni di massa, come annunciato il 2 dicembre dal presidente Vladimir Putin. La vaccinazione sarà volontaria e partirà dalle fasce più a rischio. Arginare il contagio è sempre più urgente in un paese dove i numeri continuano a crescere rapidamente e il sistema sanitario è sempre più vicino al collasso. Ai cittadini russi sarà somministrato il vaccino Sputnik V, il primo antidoto al mondo contro il covid-19, registrato lo scorso agosto tra i dubbi e le preoccupazioni della comunità scientifica, ancora in parte irrisolti. “È impossibile essere certi dell’efficacia e della non tossicità dello Sputnik V. Al momento abbiamo solo i dati sulle fasi degli esami chimici. La rivista The Lancet ha documentato i risultati della prime due fasi della sperimentazione, ma non si è espressa circa l’effetto immunizzante. È vero che non sono stati registrati effetti collaterali gravi e che i volontari hanno prodotto i marcatori della risposta immunitaria. Ma il campione su cui è stato testato il vaccino è insufficiente per poter trarre conclusioni certe”, scrive Novaja Gazeta. ◆

IN BREVE

Russia Secondo un’inchiesta realizzata dai siti di giornalismo investigativo Bellingcat e The Insider, con la collaborazione della Cnn e di Der Spiegel, l’agenzia di intelligence russa Fsb sarebbe coinvolta nell’avvelenamento di Aleksej Navalnyj, l’oppositore finito in coma ad agosto dopo essere venuto in contatto con un agente nervino. L’inchiesta ha ricostruito gli spostamenti di alcuni uomini dell’Fsb, tutti identificati con nome e cognome, che pedinavano Navalnyj dal 2017. Sarebbero stati loro a organizzare l’avvelenamento.



Americhe La Lima, Honduras, 9 dicembre 2020

neggiato ampie zone del Nicaragua, del Guatemala e del sud del Messico. L’Honduras chiuderà il 2020 con una perdita di 10 miliardi di dollari, l’equivalente del 50 per cento del pil del paese, a causa della pandemia e delle catastrofi naturali.

JOSE CABEZAS (REUTERS/CONTRASTO)

Il primo passo

AMERICA CENTRALE

Altre carovane partiranno verso nord A. Pradilla e J. Ávila, The Washington Post, Stati Uniti Ridotti in miseria dal passaggio di due uragani in poche settimane, molti abitanti dell’Honduras e dei paesi vicini vogliono provare a raggiungere gli Stati Uniti

“A

gennaio partiamo”, si sente ripetere nel nord dell’Honduras, la zona più colpita dagli uragani Eta e Iota nelle ultime settimane. Alla violenza, alla povertà e all’inefficienza dello stato si è aggiunta la devastazione: case, campi e fabbriche allagate. Quando l’acqua scenderà, molte famiglie sfollate non avranno un posto dove tornare. Finora le ragioni principali per cercare di raggiungere gli Stati Uniti erano due: la violenza e la povertà. Nei prossimi mesi molte famiglie che abbiamo incontrato, arrampicate sui tetti delle loro case come su piccole isole in mezzo alla catastrofe, prenderanno la strada verso nord. Da anni gli ambientalisti sottolineano il rischio di una nuova ondata di migrazio-

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Internazionale 1389 | 18 dicembre 2020

ni dovuta ai cambiamenti climatici. Dall’inizio del 2020 in America Centrale ci sono stati quattro uragani e più di trenta tempeste tropicali: un record per la regione. Mentre si pensa alla ricostruzione, che sarà ostacolata dalle istituzioni deboli e dalla corruzione, migliaia di persone potrebbero partire. Il presidente eletto degli Stati Uniti, Joe Biden, dovrà assicurare che i migranti centroamericani nel suo paese non siano abbandonati a se stessi. Jimmy Girón, un honduregno di 25 anni, vuole andarsene. Vive a Chamelecón, un quartiere di San Pedro Sula dominato dalle gang criminali. Non è più rientrato nella sua casa da quando l’uragano Eta ha colpito l’Honduras, all’inizio di novembre. A Chamelecón, come in molte altre zone dell’America Centrale, migrare è un rituale che si tramanda di padre in figlio. Il padre di Jimmy ha provato tante volte a raggiungere gli Stati Uniti da aver perso il conto. In Honduras i due uragani hanno provocato almeno 91 morti (125 secondo l’esercito) e hanno colpito quasi due milioni e mezzo di persone. La situazione è simile in tutta la regione: Iota ed Eta hanno dan-

Nel 1998 l’uragano Mitch provocò solo in Honduras settemila morti, ottomila persone scomparse e danni per 4,7 milioni di persone; distrusse 189 ponti, 8.600 chilometri di strade e il 70 per cento delle coltivazioni agricole, secondo la Commissione economica per l’America Latina e i Caraibi. Dopo l’uragano Mitch, l’amministrazione statunitense del presidente Bill Clinton inserì l’Honduras e il Nicaragua nello status di protezione temporanea (Tps), un meccanismo legale creato nel 1990 per tutelare le persone dei paesi colpiti da conflitti armati e catastrofi naturali. Nel 2001, con George W. Bush alla Casa Bianca, si aggiunse El Salvador, colpito da due violenti terremoti. Con quella protezione, i centroamericani riuscivano a ottenere un permesso di lavoro, a viaggiare all’estero e a non essere espulsi dagli Stati Uniti. È stato Trump a sospendere questo meccanismo, affermando che le condizioni dell’America Centrale erano migliorate. Ma era una menzogna. Biden dovrà affrontare l’aumento prevedibile della migrazione a causa delle catastrofi naturali. Il nuovo presidente fa dei bei discorsi, ma il suo passato non promette bene: è stato vicepresidente di Barack Obama nell’amministrazione che più di tutte ha espulso gli stranieri. Mentre si discute della protezione per le vittime della crisi climatica si possono prendere decisioni in grado di salvare delle vite. Biden deve inserire i paesi centroamericani nel Tps. In previsione dell’arrivo di migranti e richiedenti asilo a cui gli uragani hanno tolto tutto, bisogna sospendere il Protocollo di protezione dei migranti, che li obbliga ad aspettare in Messico fino a che un giudice si pronuncia sul loro caso. Garantire l’accoglienza negli Stati Uniti alle vittime degli uragani è il primo passo per dimostrare che le politiche disumane di Trump fanno parte del passato. u fr Alberto Pradilla è un giornalista spagnolo, autore del libro Caravana (Debate 2019). Jennifer Ávila è direttrice del sito honduregno Contracorriente.


CUBA

STATI UNITI

NICARAGUA

Unificazione monetaria

La destra ancora in piazza

Aggirare la censura

BRASILE

Mille giorni senza giustizia

Newsletter

IN BREVE

STATI UNITI-CANADA

Le prime vaccinazioni In settimana sia il Canada sia gli Stati Uniti hanno cominciato a somministrare il vaccino per il covid-19. In entrambi i paesi ci sono accesi dibattiti su chi dovrebbe beneficiarne per primo. “In Canada il governo federale ha chiarito alcune linee guida su quali gruppi devono avere la priorità, ma sono le amministrazioni provinciali a prendere la decisione finale”, scrive il Toronto Star. In Québec saranno vaccinate prima le persone che vivono nelle residenze per an-

ziani, dove si è verificata la maggior parte delle morti per covid-19. Altre province, come il Saskatchewan, daranno la priorità agli operatori sanitari. I territori del nord, quelli più difficili da raggiungere e abitati in maggioranza da nativi, hanno deciso di aspettare che sia disponibile il vaccino della Moderna, che a differenza di altri può essere conservato a temperature meno basse e quindi è più facile da gestire. “Negli Stati Uniti molti governi locali dicono di non avere le risorse sufficienti per mettere in piedi le campagne di vaccinazione che servirebbero in questo momento”, scrive il Wall Street Journal.

Venezuela Almeno venti persone, fra cui tre bambini, sono morte in un naufragio mentre cercavano di raggiungere l’isola di Trinidad e Tobago. Oggi nello stato insulare vivono 40mila venezuelani, scappati dalla crisi economica e sociale che sta mettendo in ginocchio il paese.

Stati Uniti

Il paese delle armi Dati del 2020, aggiornati al 16 dicembre

Morti per armi da fuoco* 18.273 Feriti

37.813

Stragi**

600

*Sono esclusi i suicidi **Almeno quattro vittime (feriti e morti)

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FONTE: GUN VIOLENCE ARCHIVE

Americana racconta cosa succede negli Stati Uniti. Per riceverla: intern.az/1Cq5. Sudamericana raccoglie notizie e approfondimenti dall’America Latina. Per riceverla: intern.az/1CHV

Il 14 dicembre in tutti gli stati si sono riuniti i grandi elettori, i delegati che nominano il presidente degli Stati Uniti sulla base del voto popolare, assegnando ufficialmente la vittoria a Joe Biden. Più di un mese dopo le elezioni, i politici del Partito repubblicano, tra cui il leader della maggioranza al senato Mitch McConnell, hanno riconosciuto la vittoria del candidato democratico. “Ma il presidente uscente Donald Trump continua a ripetere che le elezioni sono state irregolari, e molti suoi sostenitori gli credono”, scrive Time. Il 12 dicembre gruppi di estrema destra, tra cui la milizia Proud boys (nella foto), hanno organizzato raduni in varie città. A Washington si sono scontrati con i manifestanti di sinistra. Quattro persone sono state accoltellate e ci sono stati venti arresti. u

“Il 14 dicembre il giornalista nicaraguense Carlos Fernando Chamorro (nella foto) è arrivato davanti alla redazione del giornale che dirige, El Confidencial, a Managua, per chiedere di rendere agibili gli uffici. Sono sotto sequestro dal 2018, per ordine del governo sandinista di Daniel Ortega”, scrive El País. In un editoriale pubblicato sul Confidencial, Chamorro scrive: “Anche se hanno occupato fisicamente la nostra redazione, le autorità non sono riuscite a zittirci. E nonostante la recente approvazione della cosiddetta legge Mordaza, una norma per controllare la stampa, continueremo a denunciare la corruzione

AFP/GETTY

“L’8 dicembre sono passati mille giorni dall’omicidio a Rio de Janeiro dell’attivista e consigliera comunale Marielle Franco e del suo autista Anderson Gomes senza che gli esecutori del crimine siano stati processati e i mandanti dell’uccisione identificati”, si legge sul sito Uol. Il deputato Marcelo Freixo, del Partito socialismo e libertà (Psol, lo stesso di Franco), sta seguendo da vicino le indagini. A Uol ha dichiarato che molto probabilmente le milizie criminali, composte in gran parte da ex agenti della forza pubblica, saranno riconosciute come mandanti dell’omicidio.

Washington, 12 dicembre 2020

STEPHANIE KEITH (GETTY)

“La sera del 10 dicembre, in un breve messaggio trasmesso in tv, il presidente cubano Miguel Díaz-Canel ha annunciato che a partire dal 1 gennaio 2021 comincerà l’atteso processo di riunificazione monetaria”, scrive El Nuevo Herald. Dal prossimo anno nell’isola circolerà solo il peso cubano, con un tasso di cambio fissato a 24 pesos per un dollaro. Il cosiddetto peso convertibile o Cuc, introdotto negli anni novanta e usato soprattutto nel settore turistico, sparirà progressivamente dalla circolazione.


Africa e Medio Oriente

MOROCCAN ROYAL PALACE/AP/LAPRESSE

Re Mohammed VI (al centro) durante un discorso in tv, il 29 luglio 2019

che se non erano usciti dettagli su quando esattamente si sarebbe realizzata né come sarebbe stata annunciata da Rabat. L’ha fatto in tutta fretta e con un tweet Trump, che prima di uscire di scena vuole a tutti i costi mostrare al mondo di aver lavorato duramente alla trasformazione del Medio Oriente, portando diversi stati arabi a riconoscere Israele e a stringere rapporti economici e strategici con lo stato ebraico.

Rischi e vantaggi

ISRAELE-MAROCCO

La scommessa del re Mohammed VI Khadija Mohsen-Finan, Orient XXI, Francia Normalizzando i rapporti con Israele, la monarchia marocchina vuole mettere fine al conflitto con i sahrawi e affermarsi nella regione. Ma deve convincere la popolazione delle sue scelte egli ultimi anni il re del Marocco Mohammed VI ha avuto due grandi ambizioni: chiudere da vincitore il conflitto nel Sahara Occidentale e rendere il suo paese una potenza regionale. Jared Kushner, genero e consigliere del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, gli ha offerto l’occasione di realizzare i suoi sogni, con la sola condizione di riconoscere Israele. Il re ha barattato così l’accettazione dell’occupazione marocchina del Sahara Occidentale con quella dell’occupazione israeliana della Palestina, entrambe contrarie al diritto internazionale. L’affare era allettante, e la contropartita è stata definita nel corso dei molti viaggi fatti negli ultimi due anni da Kushner, grazie al lavoro dell’inviato speciale Avi

N

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Berkovitz e alle discussioni tra il segretario di stato statunitense Mike Pompeo e il re Mohammed VI. Per gli Stati Uniti il riconoscimento della “marocchinità” del Sahara Occidentale non ha rappresentato grandi difficoltà: l’Algeria, tradizionale alleata dei sahrawi (gli abitanti della regione), ha i suoi problemi politici a cui pensare, con un presidente assente, uno stato maggiore indebolito e un esecutivo che fatica a ristabilire un legame con la società. Neppure le Nazioni Unite sono una minaccia. Incaricato nel 1991 di risolvere la questione del Sahara Occidentale, l’Onu ha fallito nella sua missione e da oltre un anno non riesce neanche a nominare un inviato speciale del segretario generale per questo territorio, ex colonia spagnola. Quindi era il momento ideale perché il sovrano marocchino accettasse l’accordo statunitense. Più difficile è farlo accettare alle piazze marocchine, che più volte hanno manifestato contro le ingiustizie subite dai palestinesi. Eppure tutti sapevano che si stava tentando una normalizzazione delle relazioni diplomatiche con Israele, an-

Per Rabat l’offerta di Trump è tutt’altro che insignificante. Impantanato da 45 anni in un conflitto territoriale e umiliato dal Fronte Polisario, che rivendica la sovranità sull’ex colonia spagnola, il Marocco si è rifiutato di organizzare un referendum per l’autodeterminazione temendo una sconfitta. Alla fine degli anni novanta la monarchia aveva concesso ai sahrawi l’autonomia sotto la sovranità del Marocco e nel 2007 aveva proposto un piano per realizzarla. Ma negli ultimi anni sembra aver fatto marcia indietro, anche considerato quant’è centralizzato il potere decisionale nel paese. Concedere l’autonomia ai sahrawi potrebbe costituire un precedente e aprire ad altre rivendicazioni (per esempio da parte del Rif, dove nel 2018 c’è stata una rivolta contro le autorità, soffocata con la violenza). Il riconoscimento della sovranità marocchina sul Sahara Occidentale da parte degli Stati Uniti – a cui potrebbero unirsi altri paesi in Europa, nel mondo arabo e in Africa – permetterebbe al Marocco di ottenere una vittoria totale sull’avversario, facendo cadere le opzioni di autodeterminazione e autonomia in cui l’Onu ha ingabbiato il conflitto fino a paralizzarlo. Nuovi rapporti con Israele offrono altri vantaggi al Marocco. La cooperazione nel campo militare e della sicurezza, già in atto, potrà avvenire alla luce del sole. È prevista una collaborazione economica, saranno aperte le ambasciate e inaugurati voli diretti tra i due paesi. L’annuncio ha avuto l’effetto di una bomba. Gli addetti stampa del re e i giornali marocchini hanno dovuto attingere alla storia per spiegare o giustificare un legame con Israele che può sembrare innaturale a molti marocchini. Secondo il Le360, sito d’informazione vicino al potere, “una lunga storia legittima ampiamente il riavvicinamento”. Per il giornale


NIGERIA

Rapimento a scuola

S’intensificano le proteste cominciate il 2 dicembre a Sulaymaniya (nella foto), nel Kurdistan iracheno, “per il mancato pagamento dei salari nel settore pubblico”, si legge su Al Monitor. Da anni i dipendenti statali nella regione autonoma ricevono gli stipendi solo saltuariamente “a causa delle dispute sul bilancio con il governo centrale”.

Daily Trust, Nigeria

ISRAELE

Verso una nuova crisi politica La knesset, il parlamento israeliano, potrebbe sciogliersi entro il 23 dicembre, portando il paese “alle quarte elezioni in due anni”, scrive Haaretz. Se entro quel giorno non sarà approvato il bilancio dello stato per il 2020, lo scioglimento sarà automatico. Una mozione di sfiducia contro il governo è stata approvata il 9 dicembre da una commissione parlamentare (deve superare altre tre votazioni per avere effetto). Lo stesso giorno l’ex ministro Gideon Saar ha lasciato il Likud, il partito del premier Benjamin Netanyahu, annunciando una nuova formazione di destra. Anche Benny Gantz, capo del partito Blu e bianco, chiede le elezioni.

Nella notte tra l’11 e il 12 dicembre decine di uomini armati hanno attaccato il dormitorio di una scuola superiore a Kankara, nello stato di Katsina, nel nordovest della Nigeria. Almeno 333 ragazzi sono stati rapiti, ma secondo il quotidiano Daily Trust, che ha raccolto le testimonianze dei giovani riusciti a fuggire, potrebbero mancare all’appello fino a cinquecento loro compagni. L’attacco, che riporta alla mente quello del 2014 contro una scuola di Chibok in cui furono sequestrate 276 ragazze, è stato rivendicato il 15 dicembre da un uomo che si è identificato come Abubakar Shekau, il leader di Boko haram (che generalmente opera nel nordest del paese), ma le autorità locali avevano già ricevuto richieste di riscatto da altri gruppi criminali della zona. Le forze governative hanno lanciato una missione per liberare i giovani. Come spiega il Daily Trust, è probabile si trovino nella foresta di Rugu, centinaia di chilometri quadrati di boschi, colline e caverne, “dove si rifugiano i banditi che terrorizzano il nordovest”. u

RDC

IN BREVE

Un rimpasto in vista

Ghana Il presidente Nana Akufo-Addo è stato rieletto il 7 dicembre con il 51,6 per cento dei voti. Sudan Gli Stati Uniti hanno tolto il 14 dicembre il Sudan dalla lista dei paesi che sostengono il terrorismo (nella foto, il premier sudanese Abdallah Hamdok). A ottobre Khartoum aveva accettato di normalizzare le relazioni con Israele.

Il presidente congolese Félix Tshisekedi ha dichiarato all’assemblea nazionale, il 14 dicembre, di voler formare un nuovo governo, dopo aver rotto l’alleanza con il partito dell’ex presidente Joseph Kabila. Tshisekedi, spiega The Africa Report, ha conquistato una prima vittoria sugli ex alleati il 10 dicembre ottenendo la destituzione della presidente dell’assemblea, vicina a Kabila. Tshisekedi ha promesso di riportare in patria i resti di Patrice Lumumba, il primo premier congolese, ucciso nel 1961.

ASHRAF SHAZLY (AFP/GETTY)

Khadija Mohsen-Finan è una politologa, ricercatrice e docente all’Université Paris 1. Il suo ultimo libro è Dissidents du Maghreb (Belin 2018).

IRAQ

Impiegati senza stipendio

SHWAN MOHAMMED (AFP/GETTY)

questa scelta politica s’inserisce nel quadro della tradizionale protezione offerta dalla monarchia agli ebrei marocchini. Molti di loro se ne sono andati, soprattutto in Israele, e nel paese oggi ne restano meno di ottomila. Ma gli ebrei marocchini, che rappresentano la seconda comunità più numerosa in Israele, non hanno mai tagliato i ponti con il Marocco e ci tornano regolarmente in vacanza. Insistendo sull’antichità e la continuità delle relazioni con gli ebrei marocchini in Israele, la monarchia toglie a questo atto politico uno scopo sionista e lo ricollega alla parte ebraica della propria identità (che del resto il Marocco ha sempre riconosciuto). Tralascia però le motivazioni che portarono gli ebrei, tanto protetti e apprezzati, a lasciare il regno: come negli altri paesi arabi, la nascita d’Israele nel 1948 provocò manifestazioni violente in varie città del Marocco, e la partenza di circa 180mila ebrei tra il 1950 e il 1967. I mezzi d’informazione filogovernativi evidenziano anche il ruolo che ha avuto il Marocco nella promozione della pace nella regione, e sottolineano che l’impegno del paese in favore della causa palestinese non sarà compromesso. La monarchia, che si dice favorevole alla soluzione dei due stati, lascia intendere che da alleata d’Israele potrà agire più facilmente. Un comunicato reale ha ribadito la necessità di preservare lo status speciale di Gerusalemme e di far riconoscere l’importanza della moschea Al Aqsa. Ma ha accuratamente evitato ogni riferimento alla risoluzione 1397 del Consiglio di sicurezza dell’Onu, che condiziona il riconoscimento d’Israele all’esistenza di uno stato palestinese. Al di là del conflitto israelo-palestinese, il Marocco punta a giocare un ruolo forte nella regione, impegnandosi in particolare nella soluzione della crisi interna del Consiglio di cooperazione del Golfo (Ccg). La missione che si è dato il Marocco di Mohammed VI, in una terra insidiata da guerre e conflitti, è molto difficile. Per compierla dovrà convincere il suo popolo, ma anche la comunità internazionale, della bontà delle sue azioni e delle sue scelte politiche. u fdl

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Asia e Pacifico

OLIVIA PATOU (LUZ)

Il deserto del Taklamakan, nello Xinjiang, Cina, 2013

CINA

Doppia strategia nello Xinjiang The Economist, Regno Unito Oltre a internare gli uiguri con il pretesto di combattere il terrorismo, la Cina continua nella regione la campagna nazionale per assimilare le minoranze na vasta distesa di dune sabbiose su cui spuntano rovine di città erose dal vento: il deserto del Taklamakan è un posto perfetto per nascondere un ignobile segreto. A prima vista la vergogna sarebbe una spiegazione plausibile del rapido sviluppo edilizio in corso in questo angolo remoto dello Xinjiang. Chi viene da fuori rimane infatti sconvolto da come la Cina esercita il suo potere su questa regione abitata da milioni di uiguri (una minoranza etnica musulmana) sorvegliati con sofisticati strumenti tecnologici e costretti a vivere nella paura costante di essere incarcerati perché sospettati di essere degli estremisti islamici. Negli ultimi anni organizzazioni per i diritti umani e studiosi stranieri hanno in-

U

dividuato, attraverso immagini satellitari e documenti ufficiali, decine di fabbriche nel sud del deserto del Taklamakan, nella contea di Lop, un’area povera e quasi interamente abitata dagli uiguri. Le fabbriche costeggiano strade nuove di zecca in un parco industriale fatto costruire da Pechino, che si trova a quattromila chilometri di distanza. Cosa ancora più preoccupante, tra le fabbriche si distingueva almeno un campo di rieducazione. Negli ultimi anni nello Xinjiang più di un milione di uiguri sono stati internati in campi simili. Nel 2018 gli stessi funzionari cinesi ne hanno ammesso l’esistenza. Ricordando gli attacchi terroristici compiuti da musulmani della regione, hanno spiegato che il governo aveva istituito dei centri di formazione professionale per curare le menti corrotte dall’estremismo religioso. A ottobre del 2018 la tv di stato cinese ha mostrato un campo a Hotan, un’antica città-oasi. C’erano detenuti che studiavano il mandarino e le leggi cinesi e imparavano il cucito, ringraziando le autorità di averli salvati. Chi critica la Cina parla invece di una campagna brutale nei metodi e orrendamente arbitraria nella sua appli-

cazione. Documenti governativi fatti trapelare parlano di uiguri internati per atti “sospetti” come portare la barba lunga, chiedere il passaporto o usare app straniere per le comunicazioni come Skype. Ex detenuti hanno accusato il personale dei campi di pestaggi e stupri. Ora questo gigantesco progetto di ingegneria sociale si sta evolvendo. Alla fine del 2019 i funzionari dichiaravano che tutti i detenuti avevano completato gli studi obbligatori. Di recente abbiamo visitato il campo di Hotan. Sembrava abbandonato, sorvegliato da qualche cammello e un pugno di abitanti del posto che scavavano alla ricerca di giada bianca nel letto prosciugato del fiume. Ma la chiusura di centri come quello di Hotan evidenzia un cambiamento di tattica, non d’intenzioni. La Cina sta intrecciando l’attività antiterroristica nello Xinjiang con le campagne nazionali per assimilare le minoranze etniche e spingere i poveri delle aree rurali verso l’economia formale, in nome dello sviluppo e della stabilità sociale. In un libro bianco del consiglio di stato pubblicato a settembre, in cui erano descritte le campagne di formazione e collocamento nello Xinjiang, si parla di 2,6 milioni di lavoratori rurali “in eccedenza”, in particolare uiguri con “idee antiquate”. I campanelli d’allarme abbondano. Il libro bianco accusa “terroristi, separatisti ed estremisti religiosi” d’incitare gli abitanti della regione a “rifiutarsi di migliorare le proprie competenze”. Sempre più spesso le aziende internazionali che controllano il rispetto dei diritti dei lavoratori nelle filiere si rifiutano di operare nello Xinjiang perché le autorità le ostacolano. All’inizio del 2020 il governo statunitense ha fatto sapere che diverse imprese della contea di Lop, in particolare quelle che lavorano capelli, probabilmente usano il lavoro forzato. Pechino ha respinto le accuse definendole un tentativo dell’occidente di gettare fango sulla Cina, ma a giugno la dogana statunitense ha sequestrato tonnellate di parrucche e toupet e da allora le importazioni dalla contea di Lop sono state bloccate. A voler essere ottimisti le accorate smentite di Pechino potrebbero dimostrare che le sanzioni funzionano. Lo Xinjiang ha molto da perdere: tra le altre cose, fornisce quasi un quinto del cotone di tutto il mondo (secondo un rapporto pubblicato il 14 dicembre, nella raccolta del cotone saInternazionale 1389 | 18 dicembre 2020

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Asia e Pacifico lo), carica che fu del padre; e il genero, Bobby Nasution, sarà probabilmente il nuovo sindaco di Medan. I risultati saranno resi noti il 23 dicembre. KYODO/REUTERS/CONTRASTO

rebbero impiegati centinaia di migliaia di lavoratori forzati uiguri e appartenenti ad altre minoranze). Siamo andati nella contea di Lop per dare un’occhiata di persona. Come capita nello Xinjiang, la polizia ci stava aspettando all’aeroporto. Un’ora dopo degli uomini bloccavano una strada di accesso all’area industriale, costringendo il nostro taxi a tornare indietro. Alla fine siamo arrivati a piedi costeggiando il perimetro dell’area, una recinzione di metallo sormontata da quattro strati di filo elettrificato.

NUOVA ZELANDA

Risoluzione storica Il tribunale neozelandese per i diritti umani ha riconosciuto a una lavoratrice sessuale il diritto a ricevere un risarcimento dal suo datore di lavoro, colpevole di molestie sessuali, scrive Stuff. La prostituzione nel paese è legale dal 2003. “È fantastico che una decisione simile sia stata presa a favore di una lavoratrice del sesso”, ha detto Catherine Healy, la coordinatrice del Collettivo delle lavoratrici del sesso neozelandesi (nella foto, al centro). “La risoluzione ricorda che tutti, in qualunque settore, devono poter essere liberi dalle molestie sessuali sul luogo di lavoro”, ha detto il direttore dei procedimenti sui diritti umani Michael Timmins. “Anche in un bordello il linguaggio legato alla sfera sessuale può essere usato in modo inappropriato in circostanze oppressive e violente”, recita la sentenza.

GIAPPONE

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Internazionale 1389 | 18 dicembre 2020

Il kanji dell’anno Il carattere più votato per rappresentare il 2020 è mitsu (densità, spessore, segreto), usato nella campagna di Tokyo contro la pandemia. Le tre regole base da seguire per evitare i contagi sono state chiamate sanmitsu (tre mitsu): evitare la folla, i posti chiusi e la vicinanza con altre persone. Dal 1995 a dicembre la fondazione che attesta la conoscenza dei kanji (letteralmente “caratteri cinesi”) rende noti i risultati del sondaggio sulla parola dell’anno. Il 12 dicembre i contagi nel paese hanno superato per la prima volta i tremila. Il governo ha sospeso la campagna Go to travel, che incentivava i viaggi nel paese, durante le vacanze per il nuovo anno. Nella foto, un monaco del tempio buddista Kyomizu di Kyoto disegna il kanji durante la cerimonia dell’annuncio.

AUSTRALIA

Jakarta, 13 novembre

Un duro colpo da Pechino Dopo mesi di restrizioni, la Cina ha bloccato le importazioni di carbone dall’Australia, un giro d’affari da nove miliardi di euro, scrive The Age. In seguito alla decisione, legata alle crescenti tensioni tra Canberra e Pechino, la Cina aumenterà le importazioni da Mongolia, Indonesia e Russia. L’Australia ha deciso di fare appello all’Organizzazione mondiale del commercio contro i dazi cinesi imposti a maggio sull’importazione di orzo dal paese. “Se vuoi fare la voce grossa con il tuo principale partner commerciale, devi avere un piano per gestire le conseguenze”, scrive The Monthly criticando l’impreparazione del governo.

WILLY KURNIAWAN (REUTERS/CONTRASTO)

Possiamo dire che le sanzioni statunitensi non hanno ancora paralizzato le fabbriche della contea. In una gelida ma soleggiata mattina di fine settimana, l’ingresso all’area industriale dedicata alla lavorazione dei capelli era molto trafficata. Alcuni operai stavano costruendo nuovi edifici. Al nostro arrivo degli uomini hanno cercato di impedirci di proseguire. Uno di loro si è presentato come “il responsabile dell’area”. Hanno provato a prenderci gli smartphone, hanno chiesto di cancellare le foto scattate nella zona industriale e a quello che sembrava un campo di rieducazione all’estremità meridionale dell’area, con tanto di giovani in fila. Alle nostre domande rispondevano in modo evasivo. “Non abbiamo contatti con il mondo esterno”, ha replicato uno di loro a proposito delle sanzioni americane. All’inizio ha detto che la sua azienda produceva solo per il mercato interno, poi che non produceva niente e infine che “era in fase di costruzione”. Gli uomini hanno fatto ancora più resistenza quando ci siamo accorti di un mastodontico complesso simile a un carcere, con grandi muri grigi e torrette di guardia: dato che non sono riusciti a nasconderci la prigione, hanno fatto di tutto per impedirci di fotografarla. Ma la distruzione delle prove non è per forza un segno di rimorsi di coscienza. Sul tetto del campo di formazione troneggiano slogan come “Il lavoro è glorioso” e “Mettiti al servizio dell’economia”. Su un manifesto all’ingresso principale si vede il presidente Xi Jinping circondato da bambini uiguri sorridenti. Il regime cinese è reticente perché non ha la pazienza di discutere delle sue politiche con gli stranieri. È orgoglioso del pugno di ferro con cui governa nello Xinjiang e non ha intenzione di cambiare rotta. u gim

INDONESIA

Il ritorno del nepotismo “Joko Widodo (nella foto), arrivato alla presidenza nel 2014 come figura nuova ed estranea alle trame politiche, ha riportato alla mente degli indonesiani il ricordo del nepotismo dell’era Suharto”, scrive Asia Sentinel. Dopo le elezioni locali del 9 dicembre, infatti, pare che il figlio maggiore del presidente, Gibran Rakabuming Raka, diventerà sindaco di Surakarta (o So-

MONIQUE FORD (STUFF)

Nessun rimorso

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Visti dagli altri

MARCO BERTORELLO (AFP/GETTY)

Torino, 25 gennaio 2020. Manifestazione di Amnesty international per Giulio Regeni

Un vero processo sulla morte di Giulio Regeni

la tortura e la morte delle persone che hanno in custodia, e si crea così quello che le ong definiscono un clima d’impunità. “Si potrà indagare su una macchina che produce sparizioni e torture. Non hanno inventato una nuova organizzazione per Giulio. Hanno usato gli strumenti e le pratiche sperimentate su molti egiziani”, ha dichiarato Mohamed Lotfy, direttore della Commissione egiziana per i diritti e le libertà, una ong che si occupa di diritti umani e rappresenta la famiglia Regeni in Egitto.

Margherita Stancati e Jared Malsin, The Wall Street Journal, Stati Uniti I pubblici ministeri della procura i denti rotti e le ossa fratturate. Il 10 dicembre 2020 la procura di Roma ha chiudi Roma hanno chiesto di so le indagini sulla morte del ricercatore processare quattro agenti dei italiano e ha chiesto che siano processati servizi segreti egiziani per quattro agenti delle forze di sicurezza Telecamera nascosta egiziane per sequestro di persona plu- Dalle testimonianze oculari, dai tabulati sequestro di persona, lesioni riaggravato, concorso in lesioni persona- telefonici e da altre prove emerge una stopersonali e omicidio iulio Regeni, uno studente italiano di 28 anni, si era trasferito al Cairo nel settembre del 2015. Doveva fare delle ricerche sui sindacati indipendenti egiziani per una tesi di dottorato all’università di Cambridge. Alcuni mesi dopo è stato trovato morto ai bordi di un’autostrada, con il corpo coperto di bruciature di sigarette,

G 40

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li e omicidio. La vicenda è fonte di grave imbarazzo per il governo del presidente egiziano Abdel Fatah al Sisi. È la prima indagine giudiziaria completa sul presunto uso della detenzione segreta da parte dei servizi di sicurezza egiziani, un abuso del quale, secondo le associazioni di difesa dei diritti umani, sono state vittime migliaia di egiziani. In Egitto la polizia e i servizi segreti vengono raramente condannati per

ria di tradimenti, inganni e brutalità, che apre uno squarcio sul funzionamento dell’apparato repressivo egiziano. Questa ricostruzione della morte di Regeni si basa su deposizioni, dichiarazioni dei pubblici ministeri e atti giudiziari. Poco dopo essere arrivato al Cairo, Regeni attirò l’attenzione dei servizi di sicurezza egiziani. Le autorità sorvegliavano i sindacati indipendenti, una delle forze propulsive delle proteste che nel


2011 avevano portato al rovesciamento del presidente egiziano Hosni Mubarak. Il leader dei venditori di strada Mohammed Abdullah, uno dei principali soggetti della ricerca di Regeni, aveva segnalato ai servizi segreti il giovane italiano. Abdullah riferiva regolarmente al maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, il suo contatto presso l’Nsa, la temuta agenzia per la sicurezza nazionale egiziana. Gli inquirenti italiani sono convinti che Sharif sia stato il capo dell’operazione contro Regeni. Secondo la loro ricostruzione, l’Nsa sospettava che Regeni stesse cercando di alimentare la protesta attraverso i sindacati, soprattutto quando Abdullah informò l’agenzia che l’italiano si era offerto di aiutare il sindacato a fare domanda per una borsa di diecimila sterline (undicimila euro) finanziata da un’ong britannica. Il 7 gennaio 2016 Abdullah filmò con una telecamera nascosta Regeni che parlava di una possibile domanda per la borsa. In seguito il filmato è stato diffuso sulla tv di stato egiziana e considerato una prova delle attività sovversive del ricercatore. “Crediamo che questa sia stata la causa scatenante”, ha dichiarato Sergio Colaiocco, il pubblico ministero italiano che ha guidato le indagini. “Pensavano che volesse finanziare una rivoluzione”. Secondo i magistrati italiani, i servizi di sicurezza egiziani avevano assoldato altre due persone perché riferissero su Regeni: l’avvocato Mohammed el Sayed, suo coinquilino, e un amico egiziano dell’università di Cambridge. Non è stato possibile raggiungere per una dichiarazione né Abdullah né El Sayed. Regeni è scomparso il 25 gennaio 2016, nell’anniversario della rivolta popolare del 2011. Le strade del Cairo brulicavano di forze di sicurezza e in giro c’erano pochi civili. Quella sera Regeni aveva deciso d’incontrare, vicino a piazza Tahrir, un amico italiano con cui sarebbe dovuto andare a trovare un professore egiziano che compiva gli anni. Alle ore 19.41 Regeni inviò un messaggio su Facebook alla sua ragazza in Ucraina: “Vado a trovare il professore con Gennaro. Spero che lo yoga stia andando bene. Fammi sapere quando arrivi a casa :)”. È stata l’ultima volta che una persona vicina a Regeni ha avuto sue notizie. Appena prima delle otto di sera fu sequestrato mentre era nella stazione della

metropolitana e portato in un commissariato. Fu bendato e condotto in auto negli uffici dell’Nsa, che si trovano nella sede del ministero dell’interno egiziano. Nella stanza numero 13, riservata agli interrogatori dei cittadini stranieri, fu torturato per giorni, secondo la testimonianza rilasciata agli inquirenti italiani da un uomo che ha lavorato per quindici anni all’Nsa. “Nella stanza c’erano catene per legare le persone. La parte superiore del corpo di Regeni era scoperta e c’erano segni di tortura. Parlava nella sua lingua, delirava. Era molto magro, giaceva in terra ammanettato”, riporta la trascrizione della sua testimonianza. L’ambasciata italiana fu informata della scomparsa di Regeni nelle ore successive alla sparizione. Cinque giorni dopo i suoi genitori andarono al Cairo in un tentativo disperato di trovarlo. All’epoca il ricercatore era ancora vivo. Il governo egi-

Le autorità egiziane hanno offerto versioni contrastanti di quello che è successo ziano non fece alcun commento ufficiale sulla scomparsa. L’Nsa negò che le forze di sicurezza egiziane fossero coinvolte in qualche modo nella scomparsa di Regeni, affermano i funzionari italiani. Il testimone dell’Nsa ha dichiarato che Regeni morì mentre era nelle mani dell’agenzia per un colpo violento alla nuca nelle ventiquattro ore precedenti o successive alla sera del 1 febbraio, come confermato dall’autopsia fatta in Italia. Il suo corpo fu trovato il 3 febbraio, dietro un muro ai bordi di un’autostrada polverosa nei sobborghi del Cairo. Nei mesi seguenti le autorità egiziane offrirono varie versioni sulla morte del ricercatore, dichiarando ai funzionari italiani che forse era morto in un incidente d’auto o dopo un festino a sfondo sessuale. A marzo del 2016 il ministro dell’interni egiziano dichiarò che durante una sparatoria le forze di sicurezza avevano ucciso cinque uomini che facevano parte di una banda criminale e che gli avevano trovato addosso il passaporto e i telefoni di Regeni. I funzionari italiani, la famiglia della vittima e le associazioni di difesa dei diritti umani respinsero questa ver-

sione, giudicandola un tentativo di coprire l’omicidio. Anche i magistrati egiziani all’inizio avevano detto che la banda non era legata alla morte di Regeni. Ma ultimamente hanno cambiato idea, accusando il gruppo criminale. In Egitto nessuno è stato incriminato per l’omicidio di Regeni. Inizialmente i magistrati egiziani avevano condiviso alcune prove con gli inquirenti italiani, come i tabulati telefonici e le testimonianze scritte. Secondo le autorità italiane, però, non le prove fondamentali, come le riprese delle telecamere di sorveglianza fatte vicino alla stazione della metropolitana al momento della scomparsa di Regeni. Inoltre le autorità egiziane si sono rifiutate di condividere informazioni su altri tredici potenziali sospetti. E alla fine del 2018 hanno interrotto ogni collaborazione.

Prove importanti Gli inquirenti italiani sono riusciti a raccogliere prove importanti, tra cui le deposizioni di cinque testimoni chiave. Non hanno spiegato come e dove hanno raggiunto questi testimoni. Tra le persone di cui si chiede il processo c’è il maggiore Magdi Sharif, dell’Nsa. Secondo un testimone, Sharif si sarebbe vantato dell’operazione contro Regeni in una conversazione con un collega keniano, dicendo che “l’italiano forse era in contatto con la Cia o con il Mossad. Il maggiore”, ha riferito il testimone, “disse che avevano sentito da alcune intercettazioni che Regeni progettava di andare a una festa vicino a piazza Tahrir e lo hanno fermato prima”. Sempre secondo il testimone, Sharif avrebbe dichiarato di aver colpito personalmente Regeni. La persona di grado più elevato accusata di coinvolgimento nell’omicidio è il generale dell’Nsa Sabir Tariq, che ha ancora un ruolo centrale nella repressione di stato in Egitto, secondo persone al corrente dei fatti. Sabir non ha risposto alla richiesta di un commento. Probabilmente i quattro funzionari egiziani saranno processati in assenza a Roma a primavera. Se saranno giudicati colpevoli, l’Italia potrebbe richiedere la loro estradizione. Ma difficilmente l’Egitto la concederà. “Abbiamo promesso di fare tutto il possibile per accertare cosa sia accaduto. Lo dobbiamo a Giulio Regeni”, ha dichiarato Michele Prestipino, capo della procura di Roma. ◆ ff Internazionale 1389 | 18 dicembre 2020

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Le opinioni

Qualcosa non va nella squadra di Joe Biden Bhaskar Sunkara l futuro presidente degli Stati Uniti Joe Biden ma. Ma naturalmente l’aspetto rilevante è che “è proha ereditato un paese allo sbando, in cui la prietaria di una libreria ed è attiva nella comunità”. Il pandemia ha ucciso più di 310mila persone. 30 novembre Politico ha rivelato che il Congressional Il mese scorso 853mila statunitensi hanno black caucus (Cbc), un gruppo di deputati neri, stava presentato la domanda di disoccupazione e i facendo pressione a Biden. Voleva un segretario della commercianti denunciano un’impennata difesa nero. L’8 dicembre Biden ha scelto Lloyd Audei furti di prodotti alimentari e latte in polvere. Se stin, un afroamericano che è stato nell’esercito per 41 Biden ha una risposta a questo, ci piacerebbe sentirla. anni. La nomina ha allarmato tutti quelli che temono Invece la squadra del presidente e i mezzi d’informa- il declino del controllo civile sull’esercito. Altrettanto zione si sono concentrati su un altro allarmante è il fatto che solo l’anno aspetto della nuova amministrazione: I ministri scelti dal scorso Austin ha guadagnato più di la sua varietà etnica e di genere. Di re- futuro presidente 350mila dollari perché siede nel consicente Biden ha presentato gli alti fun- hanno fatto notizia glio direttivo della Raytheon, un’azienzionari della Casa Bianca che nelle sue per la varietà etnica da che lavora per l’esercito statunitenintenzioni dovrebbero portare il paese e di genere, ma se. Non è chiaro cosa ne pensi il Cbc. fuori dalla crisi ma, invece di ricevere non hanno spiegato L’unica cosa che gli interessa sembra informazioni su cosa faranno concreta- cosa faranno essere da quale comunità viene Austin. mente per migliorare la vita delle perso- concretamente In molti hanno celebrato la scelta di ne, abbiamo sentito parlare solo delle Biden di creare uno staff della comuniper migliorare loro “esperienze di vita”. cazione composto unicamente da donÈ cominciato con Antony Blinken, la vita delle persone ne, insieme alla nomina di Neera Tannominato da Biden segretario di stato. den come responsabile del budget. Blinken è un maschio bianco che ha appoggiato la Certo, Tanden è di origini asiatiche, ma ha anche soguerra in Iraq e ha convinto Biden a fare la stessa cosa. stenuto i tagli alla previdenza sociale e ha sostenuto Ha fondato una “società di consulenza strategica” che bisognava usare il petrolio libico per finanziare i che lavora con i sistemi di difesa di mezzo mondo. bombardamenti in quel paese. Non c’è da essere entusiasti. Un attimo, però. Come Alcune scelte sembrano migliori di altre. La nuova si legge in un articolo recente, “Antony Blinken ha segretaria del tesoro, Janet Yellen, è un’economista di due bambini piccoli, e questa è una buona notizia per centrosinistra e rappresenta comunque un miglioratutti i padri”. Forse non è una buona notizia per i padri mento rispetto alle scelte di Obama. che vivono in Medio Oriente, ma almeno avremo “un Al di là delle scelte, mi preoccupa il modo in cui papà rockettaro al dipartimento di stato”. sono state annunciate. I democratici continuano la Altri futuri funzionari dell’amministrazione Bi- loro trasformazione da partito del new deal di Franklin den appartengono a gruppi storicamente oppressi. Il Delano Roosevelt e della ridistribuzione economica problema è che gli annunci delle loro nomine sem- a partito della diversità e delle pose culturali. Le mibrano seguire tutti lo stesso copione: privilegiare l’i- noranze etniche, le donne e la comunità lgbt faranno dentità etnica a scapito della politica. I progressisti, meglio ad accontentarsi di quello che vedono, perché per esempio, sostengono da tempo che George W. non otterrano nient’altro. Pensate se uno dei sosteniBush non avrebbe dovuto creare il dipartimento del- tori di Biden dicesse a un bianco appena licenziato di la sicurezza interna. Ma perché abolirlo, se lo si può non preoccuparsi, perché un esponente “della sua affidare a una persona appartenente a una minoran- comunità” farà parte dell’amministrazione. Sarebbe za? Quando i collaboratori di Biden hanno annuncia- ridicolo. È un trucco tipico delle pubbliche relazioni, to che Alejandro Mayorkas era stato scelto per que- simile a quelli messi in atto di recente dalle multinasto incarico, sono andati dritti al punto: anziché spie- zionali. gare i loro piani per rimediare agli orrori della politiQuesta attenzione superficiale alla sfera personaca di Trump sull’immigrazione, ci hanno ricordato le non solo è irrilevante, ma ci distrae dalla semplicità che “Mayorkas sarà il primo ispanico e immigrato a delle proposte per contrastare la crisi che ha colpito i guidare il dipartimento”. lavoratori e i poveri statunitensi, dall’assistenza saniUn minuto dopo è arrivata la notizia che Avril Hai- taria al sistema educativo, dai salari agli impieghi nes sarà la prima donna a dirigere l’intelligence na- pubblici. Invece di sostenere le masse impoverite con zionale. Haines è stata vicedirettrice della Cia ed è tra un forte stato sociale, i leader democratici continuai responsabili del programma dei droni dell’era Oba- no a propinare questo ritornello sulla diversità. u as

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BHASKAR SUNKARA

è il direttore della rivista statunitense Jacobin. Collabora con In These Times e The Nation. Questo articolo è uscito sul quotidiano britannico The Guardian.



Le opinioni

Regole nuove all’altezza di Facebook Rana Foroohar e aziende che finiscono nel mirino di ti pagano per i servizi con una nuova valuta – i dati un’autorità di controllo si lamentano personali – senza sapere esattamente cosa ci guadasempre del fatto che chi le affronta com- gna l’azienda o cosa farà con quei dati in seguito. batte una guerra di retroguardia. È stata Come ha scritto la poeta Maya Angelou, “quando questa la prima risposta di Facebook sai di più, fa’ di più”. Le autorità di regolamentazione quando negli Stati Uniti la commissione hanno smesso di definire l’efficienza del mercato solo federale per il commercio (Ftc) e i procuratori genera- sulla base dei prezzi bassi per i consumatori. Hanno li di 48 stati hanno denunciato l’azienda per aver vio- capito che i mercati digitali sono un campo che amlato le leggi sulla concorrenza. I governi mette un solo vincitore. Le grandi stanno cercando di imporre lo scorporo La causa avviata aziende tecnologiche coesistono felicedi WhatsApp e Instagram, due aziende dalle autorità mente con società più piccole, spesso comprate anni fa da Facebook e che le di controllo sfruttando scappatoie legali per copiare hanno permesso di dominare il settore statunitensi è il le loro idee. Ogni tanto un concorrente dei social network. Facebook ha eti- primo vero caso come WhatsApp o Instagram diventa chettato l’iniziativa come “revisioni- giudiziario sulla così potente da far scattare un effetto di smo storico”. In realtà queste azioni le- concorrenza rete, che gli permette di aumentare gli gali sono giuste e necessarie. Secondo il post-neoliberista. utenti più velocemente dei giganti esigigante di internet le acquisizioni avestenti. A quel punto, sostengono le auEra una svolta vano ricevuto un via libera dalle autoritorità statunitensi, Facebook ha usato le necessaria tà. In realtà esperti come Tim Wu, proacquisizioni per neutralizzare la confessore di diritto alla Columbia correnza. Nella denuncia depositata si university, sostengono che la Ftc non aveva “approva- fa riferimento a una frase di Mark Zuckerberg, il quato” gli accordi, si era semplicemente limitata a non le avrebbe detto che, se fosse stato proposto “un preztentare di bloccarli. zo abbastanza alto”, WhatsApp e Instagram si sarebIl caso di Facebook mostra come le autorità di re- bero convinte a vendere. Facebook avrebbe fatto golamentazione stiano cambiando prospettiva. Stan- un’offerta che nessun investitore poteva rifiutare. Sino cominciando a vedere il mercato come fanno i gi- mili acquisizioni non aumentano il prezzo per i conganti della Silicon valley, e non come facevano di so- sumatori, ma riducono la loro scelta e frenano l’innolito gli avvocati di Washington. vazione. È un problema enorme. Nel 2012, quando Facebook stava acquisendo InI reclami dell’Ftc e degli stati chiariscono il tentastragram e WhatsApp, i modelli economici delle tivo di espandere la definizione di monopolio illegale. grandi aziende tecnologiche erano poco chiari alla Si sono spinti oltre la concezione neoliberista seconmaggior parte delle persone. I consumatori pensava- do cui il benessere del consumatore dipende solo dal no di guadagnare dei servizi gratuiti: ricerche su in- calo dei prezzi e sostengono che “il tempo, l’attenzioternet, strumenti per collegarsi con i propri amici ne e i dati personali” degli utenti sono venduti in mosenza pagare e così via. In realtà le loro azioni, prefe- do scorretto. Era una svolta necessaria. Il contenuto renze e comunicazioni venivano sorvegliate e vendu- che oggi cediamo gratuitamente ha un enorme valore te al miglior offerente, con algoritmi che spingevano (basti pensare al crollo delle azioni di Facebook quangli utenti verso i contenuti e i prodotti che le piattafor- do Kim Kardashian ha boicottato il social network per me volevano promuovere. Le autorità di regolamen- un giorno). Gli sviluppatori indipendenti non dovrebtazione che si occupavano di questo settore hanno bero essere costretti a lavorare solo con Facebook per commesso gravi errori. Hanno considerato i vari ser- accedere alla sua piattaforma. vizi come se appartenessero a mercati separati: i soQuesta azione legale contro Facebook va ben oltre cial network sui computer, la messaggistica sui tele- la causa antitrust presentata contro Google a ottobre. foni e così via. Si sono concentrate sul numero dei È il primo vero caso giudiziario sulla concorrenza singoli utenti raggiunti da ogni azienda invece che post-neoliberista. Se le autorità vinceranno, potranno sulla quantità di dati che la nuova entità creata attra- cercare di rendere più semplice lo scambio di inforverso le acquisizioni poteva sfruttare. Le autorità mazioni tra applicazioni diverse. I prossimi passi poinoltre non avevano fatto i conti con il modo in cui la trebbero essere un’autorità di supervisione e dei limipubblicità mirata può influenzare le nostre scelte. E, ti severi all’uso dei dati. A volte anche le autorità di fatto forse più importante di tutti, non avevano capito controllo sono all’altezza del motto di Facebook: una cosa fondamentale del mercato digitale: gli uten- move fast and break things, veloci e dirompenti. u ff

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RANA FOROOHAR

è una giornalista statunitense esperta di economia. Collabora con il canale televisivo Cnn ed è un’editorialista del Financial Times, il giornale che ha pubblicato questo articolo.


A Natale regala buone idee.

Questo libro è un manifesto, una selezione delle idee piĂš importanti per la salute e l’educazione delle bambine e dei bambini. Partendo da un assunto: non esiste una ricetta per fare il genitore.

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In copertina

La vita sociale degli alberi Le foreste sono sistemi viventi complessi in cui enormi reti sotterranee di funghi permettono agli alberi di cooperare e comunicare tra loro. Ma cosa si dicono? Ferris Jabr, The New York Times Magazine, Stati Uniti Foto di Brendan George Ko a bambina, Suzanne Simard passeggiava spesso nelle foreste primigenie del Canada con i suoi fratelli, costruendo forti con rami caduti, raccogliendo funghi e mirtilli e ogni tanto mangiando manciate di terra (le piaceva il sapore). Nel frattempo, il nonno e gli zii lavoravano nelle vicinanze come taglialegna, usando metodi a basso impatto per abbattere selettivamente cedri, abeti di Douglas e pini bianchi. Tagliavano pochissimi alberi, al punto che Simard non notava mai una grande differenza. La foresta sembrava senza età e infinita, irta di conifere, ingioiellata di gocce di pioggia e traboccante di felci e liliacee. Le sembrava “natura allo stato puro”: un regno mitico, perfetto così com’era. Quando cominciò a frequentare l’università della British Columbia, Simard fu entusiasta di scoprire le scienze forestali: un intero campo di studi dedicato ai suoi

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amati boschi. Le sembrò la scelta più naturale. Prima di iscriversi alla scuola di specializzazione presso l’università dell’Oregon, tuttavia, Simard aveva ormai capito che il disboscamento a scopo commerciale aveva preso il posto delle pratiche sostenibili del passato. I taglialegna stavano sostituendo foreste diversificate con piantagioni omogenee, distribuite in modo uniforme su un terreno spogliato del sottobosco: senza concorrenti, si pensava, gli alberi appena piantati sarebbero cresciuti più rigogliosi. Invece erano spesso più vulnerabili alle malattie e allo stress climatico rispetto agli alberi delle vecchie foreste. In particolare, Simard notò che fino al 10 per cento degli abeti di Douglas appena piantati rischiava di ammalarsi e morire ogni volta che venivano rimossi i pioppi e le betulle nelle vicinanze. Il motivo non era chiaro. Gli alberelli appena piantati avevano molto spazio e ricevevano più luce e acqua degli alberi delle fore-

ste più vecchie e fitte. Allora perché erano così fragili? Simard sospettava che la risposta fosse nascosta nel terreno. Sotto la superficie alberi e funghi formano alleanze chiamate micorrize: funghi filiformi avvolgono le radici degli alberi e si fondono con esse, aiutandole a estrarre acqua e sostanze nutritive come il fosforo e l’azoto in cambio degli zuccheri ricchi di carbonio che le piante producono attraverso la fotosintesi. Alcune ricerche avevano dimostrato che le micorrize collegavano una pianta all’altra e che queste associazioni potevano essere importanti dal punto di vista ecologico, ma la maggior parte degli scienziati le aveva studiate in serre e laboratori, non in natura. Per la sua tesi di dottorato, Simard decise di indagare sui legami fungini tra l’abete di Douglas e la betulla nelle foreste della British Columbia. A parte il suo supervisore, non ricevette molto incoraggiamento dai suoi colleghi, che erano soprattutto maschi. “Mi dice-


Nel parco provinciale del ghiacciaio Kokanee, British Columbia, Canada, settembre 2020 Internazionale 1389 | 18 dicembre 2020

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In copertina vano: perché non studi semplicemente la crescita e la resa?”, ricorda Simard. “Ma a me interessava capire come interagivano tra loro quelle piante. Pensavano che fosse una cosa da femmine”. Simard, che oggi insegna ecologia forestale all’università della British Columbia e ha 60 anni, studia le reti di radici e funghi nelle foreste artiche, temperate e costiere del Nordamerica da quasi trent’anni. Le sue intuizioni sull’importanza delle reti micorriziche hanno ispirato linee di ricerca completamente nuove che alla fine hanno ribaltato le vecchie idee sbagliate sugli ecosistemi forestali. Analizzando il dna delle radici e tracciando il movimento delle molecole attraverso i condotti sotterranei, Simard ha scoperto che i fili fungini collegano tra loro quasi tutti gli alberi di una foresta, anche di specie diverse. Carbonio, acqua, sostanze nutritive, segnali di allarme e ormoni possono passare da un albero all’altro attraverso questi circuiti sotterranei. Le risorse tendono a fluire dagli alberi più vecchi e più grandi a quelli più giovani e più piccoli. I segnali di allarme chimico generati da un albero preparano gli alberi vicini al pericolo. Le piantine separate dalle linee di comunicazione sotterranee della foresta hanno maggiori probabilità di morire rispetto a quelle che rimangono in rete. E se un albero è in punto di morte, a volte lascia in eredità una notevole quota del suo carbonio ai vicini. Anche se i colleghi di Simard erano scettici sulle sue prime ricerche, oggi quasi tutti la considerano una delle scienziate più rigorose e innovative nello studio della comunicazione e del comportamento delle piante. “Penso che abbia veramente fatto progredire questo campo di ricerca”, dice Jason Hoeksema, un professore di biologia dell’università del Mississippi che ha studiato le reti micorriziche. Alcuni degli studi di Simard sono citati nei manuali e spiegati nei corsi universitari di silvicoltura ed ecologia. Simard ha anche ispirato uno dei personaggi del romanzo di Richard Powers Il sussurro del mondo (La nave di Teseo 2019), che ha vinto il premio Pulitzer nel 2019. A maggio, la casa editrice Knopf pubblicherà il libro di Simard Finding the mother tree, un vivido e avvincente racconto del suo impegno per dimostrare che “la foresta è qualcosa di più di un semplice insieme di alberi”. Fin dai tempi di Darwin, i biologi si sono concentrati sulla prospettiva dell’individuo. Hanno sottolineato la perpetua

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contesa tra specie, la lotta di ogni organismo per sopravvivere e riprodursi all’interno di una data popolazione e, alla base di tutto, gli interessi dei geni egoisti. Di tanto in tanto, tuttavia, alcuni scienziati hanno sostenuto la necessità di prestare maggiore attenzione alla cooperazione rispetto all’interesse individuale, e alle proprietà dei sistemi viventi piuttosto che alle unità di cui sono composti. Prima che Simard e altri ecologi rivelassero l’estensione e l’importanza delle reti micorriziche, i ricercatori consideravano gli alberi individui distinti che si contendevano lo spazio e le risorse e per il resto erano indifferenti l’uno all’altro. Simard e i suoi colleghi hanno dimostrato che questo quadro è troppo semplicistico. Una foresta primigenia non è né un insieme di organismi che si tollerano a vicenda né uno spietato campo di battaglia: è una grande società antica e intricata. In una foresta c’è conflitto, ma anche negoziato, reciprocità e forse perfino altruismo. Gli alberi, le piante del sottobosco, i funghi e i microbi di una foresta sono così connessi e interdipendenti che alcuni

Da sapere La costituzione delle piante u Nel suo libro La nazione delle piante (Laterza 2019), il neurobiologo vegetale Stefano Mancuso immagina che il regno vegetale sia una nazione vera e propria e abbia una sua costituzione, composta di otto articoli. Articolo 1 La Terra è la casa comune della vita. La sovranità appartiene a ogni essere vivente. Articolo 2 La Nazione delle Piante riconosce e garantisce i diritti inviolabili delle comunità naturali come società basate sulle relazioni fra gli organismi che le compongono. Articolo 3 La Nazione delle Piante non riconosce le gerarchie animali, fondate su centri di comando e funzioni concentrate, e favorisce democrazie vegetali diffuse e decentralizzate. Articolo 4 La Nazione delle Piante rispetta universalmente i diritti dei viventi attuali e di quelli delle prossime generazioni. Articolo 5 La Nazione delle Piante garantisce il diritto all’acqua, al suolo e all’atmosfera puliti. Articolo 6 Il consumo di qualsiasi risorsa non ricostituibile per le generazioni future dei viventi è vietato. Articolo 7 La Nazione delle Piante non ha confini. Ogni essere vivente è libero di transitarvi, trasferirsi, vivervi senza alcuna limitazione. Articolo 8 La Nazione delle Piante riconosce e favorisce il mutuo appoggio fra le comunità naturali di esseri viventi come strumento di convivenza e di progresso.

scienziati li hanno definiti superorganismi. Le ultime ricerche suggeriscono che le reti micorriziche sono presenti anche nelle praterie, nella macchia e nella tundra, praticamente ovunque ci sia vita terrestre. Insieme, questi partner simbiotici uniscono le terre del pianeta in reti viventi quasi contigue di dimensioni e complessità inimmaginabili. “Mi avevano insegnato che ogni albero deve vedersela da solo”, mi ha detto Simard. “Ma non è così che funziona una foresta”.

Gli abeti incappucciati Nell’estate del 2019 ho incontrato Simard a Nelson, un piccolo paese di montagna non lontano da dove è cresciuta, nel sud della British Columbia. Una mattina abbiamo percorso una strada tortuosa fino a una foresta primigenia e abbiamo cominciato a camminare. La prima cosa che ho notato è stato il profumo. L’aria era pungente e dolciastra, un misto di bucce d’arancia e chiodi di garofano. Sopra le nostre teste, grandi pennacchi verdi filtravano la luce del sole, che in alcuni punti si riversava generosamente sul suolo della foresta e in altri la punteggiava semplicemente. Radici nodose tappezzavano il sentiero sotto i nostri piedi, tuffandosi dentro e fuori dal suolo come serpenti marini. Ero così preso da come stavo vivendo la foresta che non mi è venuto nemmeno in mente di pensare a come la foresta stesse vivendo noi, finché Simard non me lo ha fatto notare. “Penso che questi alberi siano molto sensibili”, ha detto. “Molto attenti a quello che cresce intorno a loro. Mi piacerebbe davvero sapere se ci percepiscono”. Le ho chiesto di spiegarmi meglio cosa intendeva. Mi ha detto che gli alberi percepiscono le piante e gli animali vicini e modificano il loro comportamento di conseguenza: per esempio, il rumore delle mandibole di un insetto può indurre la produzione di difese chimiche. Alcuni studi hanno perfino suggerito che le radici crescono in direzione del suono dell’acqua corrente e che alcune piante da fiore addolciscono il loro nettare quando rilevano i battiti delle ali di un’ape. “Gli alberi percepiscono molte cose”, mi ha detto Simard. “Quindi perché non noi?”. Ho riflettuto su quella possibilità. Stavamo camminando attraverso la foresta da più di un’ora. Le nostre ghiandole sudoripare stavano diffondendo composti chimici pungenti. Le nostre voci e i nostri passi inviavano onde di pressione nell’aria e nel suolo. I nostri corpi sfioravano tron-


Suzanne Simard, settembre 2020

chi e spostavano rami. All’improvviso mi è sembrato del tutto plausibile che gli alberi avessero notato la nostra presenza. Un po’ più avanti lungo il sentiero, abbiamo trovato uno spiazzo soleggiato dove ci siamo fermati a riposare e chiacchierare, appoggiando i nostri zaini contro un tronco coperto di muschi e licheni. Dal vello verde del tronco sbucava una moltitudine di minuscole piante. Ho chiesto a Simard cosa fossero. Ha chinato la testa per guardare più da vicino, sistemandosi i capelli biondi dietro le orecchie, e ha detto: Clintonia uniflora, una specie di giglio; Rubus pedatus, un lampone selvatico; e piantine di cedro e abete. Mentre lo esaminava, una parte del tronco è crollata, rivelando l’interno in decomposizione. Simard ha scavato più a fondo con i pollici, scoprendo una rete di filamenti gommosi giallo senape incastonati nel legno. “Questo è un fungo!”, ha detto, “è Piloderma, un fungo micorrizico molto comune”. Lo aveva incontrato e studiato molte volte in circostanze simili. “La rete micorrizica è collegata a quell’albero”, ha detto, e ha indicato un abete canadese lì vicino alto almeno trenta metri. “Quell’albero sta nutrendo queste piantine”. In alcuni dei suoi primi e più famosi esperimenti,

Micorrize nel suolo di una foresta di conifere

Simard aveva piantato gruppi misti di giovani abeti di Douglas e betulle in appezzamenti forestali e li aveva coperti uno per uno con dei sacchetti di plastica. Nei sacchi che coprivano una specie di alberi aveva iniettato anidride carbonica radioattiva e in quelli che coprivano l’altra un isotopo di carbonio stabile, una variante del carbonio con un numero diverso di neutroni. Gli alberi avevano assorbito quelle due forme di carbonio attraverso le foglie. Successivamente, aveva polverizzato gli alberi e analizzato la loro composizione chimica per vedere se il carbonio era passato da una specie all’altra attraverso il terreno. E così era. In estate, quando i minuscoli abeti di Douglas erano riparati dal sole, il carbonio scorreva principalmente dalla betulla all’abete. In autunno, quando l’abete Douglas sempreverde cresceva e la betulla decidua perdeva le foglie, il flusso s’invertiva. Come le avevano fatto pensare le sue precedenti osservazioni sugli abeti che morivano, le due specie sembravano dipendere l’una dall’altra. Nessuno aveva mai riscontrato un tale scambio di risorse attraverso le reti micorriziche in natura. Nel 1997 una parte della tesi di Simard fu pubblicata sulla prestigiosa rivista scien-

tifica Nature, un risultato raro per un’ecologa. Nature presentò la sua ricerca in copertina con il titolo “The wood-wide web”, un gioco di parole che sarebbe stato ripreso molte volte negli studi scientifici e nelle opere divulgative. Nel 2002 Simard ha ottenuto la cattedra all’università della British Columbia, dove ha continuato a studiare le interazioni tra alberi, sottobosco e funghi. In collaborazione con studenti e colleghi di tutto il mondo, ha fatto una serie di scoperte straordinarie. Nelle foreste del Nordamerica le reti micorriziche erano abbondanti. La maggior parte degli alberi entrava in simbiosi con decine o centinaia di specie fungine. In uno studio su sei popolazioni di abeti di Douglas che misuravano circa mille metri quadrati ciascuna, quasi tutti gli alberi erano collegati sotterraneamente da non più di tre gradi di separazione. Un albero particolarmente grande e vecchio era collegato ad altri 47 alberi e si ipotizzava fosse collegato ad almeno altri 250. Le piantine che avevano pieno accesso alla rete fungina avevano il 26 per cento di probabilità in più di sopravvivere rispetto alle altre. A seconda delle specie, le micorrize fornivano agli alberi e ad altre piante fino al 40 per cento dell’azoto che Internazionale 1389 | 18 dicembre 2020

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In copertina raccoglievano dall’ambiente e fino al 50 per cento dell’acqua di cui avevano bisogno per sopravvivere. Sottoterra, gli alberi scambiavano tra il 10 e il 40 per cento del carbonio immagazzinato nelle loro radici. Quando le piantine di abete di Douglas erano private delle foglie e quindi rischiavano di morire, inviavano segnali di stress e una notevole quantità di carbonio a un pino giallo nelle vicinanze, che accelerava la produzione di enzimi difensivi. Simard ha anche scoperto che privare una foresta di tutti i suoi alberi, felci, erbe e arbusti, come si fa spesso in silvicoltura, non sempre aumentava la sopravvivenza e la crescita degli alberi appena piantati. In alcuni casi era dannoso. Quando Simard ha cominciato a pubblicare i suoi studi provocatori, alcuni colleghi l’hanno criticata duramente. Mettevano in dubbio la nuova metodologia e contestavano le sue conclusioni. Molti non capivano perché alberi di specie diverse si aiutassero a vicenda a proprie spese, con uno straordinario altruismo che sembrava contraddire i princìpi fondamentali dell’evoluzione darwiniana. Ben presto, la maggior parte dei riferimenti ai suoi studi sarebbe stata immediatamente seguita da citazioni delle confutazioni già pubblicate. “Un’ombra si stava allungando sul mio lavoro”, scrive Simard nel suo libro. Cercando indizi di interdipendenza nel suolo della foresta, aveva inavvertitamente toccato uno dei più antichi e accesi dibattiti nel campo della biologia: la cooperazione è fondamentale per l’evoluzione quanto la competizione?

Metafore azzardate La possibilità che le piante siano in qualche modo capaci di intendere e di agire è da tempo oggetto di un acceso dibattito. Sebbene le piante siano ovviamente vive, sono mute e radicate nella terra, e raramente si muovono in modo osservabile. Sembrano più elementi passivi dell’ambiente che agenti al suo interno. La cultura occidentale, in particolare, spesso relega le piante sulla linea di confine tra oggetti e organismi. È proprio questa ambiguità che rende così intrigante e controversa la possibilità di un’intelligenza e di una società vegetale. In un libro del 1973 intitolato La vita segreta delle piante (SugarCo 1996), i giornalisti Peter Tompkins e Christopher Bird affermavano che le piante hanno un’anima, emozioni e preferenze musicali, che provano dolore e assorbono psichicamente i pensieri di altre creature e che possono

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seguire il movimento dei pianeti e prevedere i terremoti. Per sostenere la loro teoria, gli autori mescolavano vere scoperte scientifiche con le osservazioni e i presunti studi di ciarlatani e mistici. Molti scienziati lo stroncarono, ma il libro diventò un best seller. Da allora i botanici sono particolarmente diffidenti nei confronti di chiunque faccia affermazioni sul comportamento e la comunicazione delle piante avvicinandosi troppo alla pseudoscienza. Nella maggior parte dei suoi studi Simard, che prima di scoprire le scienze forestali aveva pensato di diventare scrittrice, è attenta a usare un linguaggio prudente, ma quando si rivolge al pubblico usa metafore e immagini in un modo che non piace ad alcuni scienziati. In un Ted talk del 2016 ha descritto “un mondo di infiniti percorsi biologici”, specie “interdipendenti come lo yin e lo yang” e alberi anziani che “inviano messaggi di saggezza alla prossima generazione di piantine”. Chiama gli esemplari più vecchi, più grandi e più interconnessi di una foresta “alberi madre”, per sottolineare la loro capacità di nutrire quelli che li circondano, anche quando non sono letteralmente i loro genitori. Nel suo libro paragona le reti micorriziche al cervello umano e parla apertamente della sua connessione spirituale con le foreste. Alcuni degli scienziati che ho intervistato temono che gli studi di Simard non sostengano le sue affermazioni più audaci

“La teoria dell’evoluzione per selezione naturale di Darwin è ovviamente un’estensione del capitalismo ottocentesco”

e che i testi divulgativi collegati al suo lavoro a volte travisino la vera natura delle piante e delle foreste. Per esempio, nel suo best seller La vita segreta degli alberi (Macro 2016), Peter Wohlleben scrive che gli alberi si spartiscono nel modo più efficiente i nutrienti e l’acqua, che probabilmente trovano piacevole la sensazione dei funghi che si fondono con le loro radici e che hanno perfino “istinti materni”. “È utile suscitare la curiosità dei lettori per tutti i sorprendenti meccanismi degli ecosistemi forestali, ma a volte la speculazione si spinge troppo in là”, dice Hoeksema. “Penso che sarà interessante vedere quante prove sperimentali emergeranno a sostegno di alcune delle grandi idee che ci hanno entusiasmato”. Altri ricercatori hanno già confermato la maggior parte delle scoperte di Simard. È ormai ampiamente accettato che le risorse viaggiano tra gli alberi e le altre piante attraverso le reti micorriziche. La maggior parte degli ecologi concorda anche sul fatto che la quantità di carbonio scambiata è sufficiente a nutrire le piantine e gli alberi feriti, privi della luce solare o in difficoltà, ma i ricercatori non sono ancora sicuri che faccia una differenza significativa per gli alberi adulti sani. A un livello più basilare, non è chiaro il motivo per cui gli alberi si scambino risorse, specialmente quando non sono strettamente imparentati. Nelle loro autobiografie, Charles Darwin e Alfred Russel Wallace citano entrambi l’economista Thomas Malthus come una fonte di ispirazione per le loro teorie sull’evoluzione attraverso la selezione naturale. Il saggio di Malthus del 1798 sulla popolazione aiutò i naturalisti a capire che tutte le creature viventi erano impegnate in una continua lotta per le limitate risorse naturali. Darwin fu influenzato anche da un altro economista, Adam Smith, secondo il quale l’ordine e l’efficienza della società potevano nascere dalla concorrenza tra individui intrinsecamente egoisti in un mercato libero. Darwin avrebbe dimostrato che la straordinaria diversità delle specie del pianeta e le loro intricate relazioni nascevano da inevitabili processi di competizione e selezione, piuttosto che dalla creazione divina. “La teoria dell’evoluzione per selezione naturale di Darwin è ovviamente un’estensione del capitalismo ottocentesco”, ha scritto il biologo evoluzionista Richard Lewontin. Come Darwin ben sapeva, tuttavia, la


Parco provinciale del ghiacciaio Kokanee, settembre 2020 concorrenza spietata non era l’unico modo in cui gli organismi interagivano. Formiche e api morivano per proteggere le loro colonie. I pipistrelli vampiri rigurgitavano sangue per impedire ad altri di morire di fame. I cercopitechi e i cani della prateria ululavano per mettere in guardia i loro simili dai predatori, anche quando questo li metteva in pericolo. A un certo punto Darwin temette che questo altruismo potesse essere “fatale” per la sua teoria. Nei secoli successivi, con lo sviluppo della biologia e della genetica evolutiva, gli scienziati avrebbero trovato una soluzione a questo paradosso: spesso un comportamento che sembrava altruistico era solo una delle tante manifestazioni dell’egoismo dei geni, un fenomeno che sarebbe stato definito selezione parentale. I membri di gruppi sociali ristretti in genere condividono gran parte del loro dna, quindi se un individuo si sacrifica per un altro sta comunque dif-

fondendo indirettamente i propri geni. Ma la selezione parentale non può spiegare l’apparente altruismo tra specie diverse di alberi, una pratica che rasenta il socialismo. Alcuni scienziati hanno proposto una spiegazione alternativa: forse quella che sembra generosità tra gli alberi è in realtà manipolazione egoistica da parte dei funghi. Le descrizioni degli studi di Simard a volte danno l’impressione che le reti micorriziche siano condotti inerti che esistono soprattutto per il bene degli alberi, ma le migliaia di specie di funghi che collegano gli alberi sono creature viventi con i loro interessi e bisogni. Se una pianta cede il carbonio ai funghi sulle sue radici, perché quei funghi dovrebbero trasmettere passivamente il carbonio a un’altra pianta invece di usarlo per i propri scopi? Forse non lo fanno. Forse i funghi esercitano un certo controllo: quello che sembra uno scambio di nutrimento tra un albero e l’altro potrebbe essere il risultato della ri-

distribuzione delle risorse accumulate attuata dai funghi a beneficio di se stessi e dei loro alleati preferiti. “Dove alcuni scienziati vedono una grande cooperazione collettiva, io vedo uno sfruttamento reciproco”, dice Toby Kiers, che insegna biologia evolutiva alla Vrije universiteit di Amsterdam. “Forse entrambe le parti ne traggono vantaggio, ma lottano anche costantemente per massimizzare il loro guadagno individuale”. Kiers è uno dei tanti scienziati convinti che le piante e i funghi simbiotici si ricompensano e si puniscono a vicenda con quelli che sono essenzialmente accordi commerciali ed embarghi, e che le reti micorriziche possono aumentare i conflitti tra le piante. In alcuni esperimenti i funghi hanno negato i nutrienti alle piante avare e deviato strategicamente il fosforo verso aree povere di risorse, dove possono imporre tariffe più alte alle piante che ne hanno un disperato bisogno. Molti degli ecologi che ho intervistato concordano nel dire che, indipendentemente da come e perché le risorse e i segnali chimici si muovono tra i vari componenti delle reti simbiotiche di una foresta, il risultato è sempre lo stesso: ciò che un albero produce può nutrire, influenzare o favorire un altro. Questa reciprocità non richiede un’armonia universale, ma indebolisce comunque il dogma dell’individualismo e tempera l’idea della competizione come motore primario dell’evoluzione. L’interpretazione più radicale delle scoperte di Simard è che una foresta si comporta “come se fosse un singolo organismo”, come ha detto lei stessa nel suo Ted talk. Alcuni ricercatori hanno suggerito che la cooperazione all’interno di una specie o tra specie diverse può svilupparsi se aiuta una popolazione a superarne un’altra, per esempio facendo sopravvivere una comunità forestale altruista a una egoista. Questa teoria non è condivisa dalla maggior parte dei biologi, per i quali la selezione naturale che avviene a un livello superiore a quello dell’individuo è evolutivamente instabile ed estremamente rara. Alcuni scienziati, ispirati dalla ricerca sui microbiomi, hanno però sostenuto che il concetto tradizionale di organismo individuale dev’essere ripensato, e che le creature multicellulari e i loro microbi simbiotici dovrebbero essere considerati come unità coese della selezione naturale. Anche se lo stesso esatto insieme di associazioni microbiche non viene trasmesso verticalmente di generaInternazionale 1389 | 18 dicembre 2020

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In copertina zione in generazione, le relazioni funzionali tra una specie animale o vegetale e il suo entourage di microrganismi rimangono, proprio come le reti micorriziche di una foresta secolare. La specie umana non è l’unica che eredita le infrastrutture delle comunità del passato. La nuova concezione degli alberi come creature sociali ha implicazioni urgenti per il modo in cui gestiamo le foreste. I boschi forniscono agli esseri umani nutrimento, medicine e materiali da costruzione da migliaia di anni, e offrono riparo e sostentamento a innumerevoli specie. Ma sono importanti anche per ragioni più profonde. Le foreste sono organi vitali del pianeta. La colonizzazione delle terre emerse da parte delle piante tra i 425 e i 600 milioni di anni fa e la successiva diffusione delle foreste hanno contribuito a creare l’atmosfera ricca di ossigeno che ci permette di respirare. Le foreste diffondono nell’aria vapore acqueo, spore fungine e composti chimici che permettono la formazione delle nuvole, le quali raffreddano la terra riflettendo la luce solare e danno origine alle precipitazioni tanto necessarie alle aree interne che altrimenti si inaridirebbero. I ricercatori stimano che le foreste contengano dai 400 ai 1.200 miliardi di tonnellate di carbonio, una quantità probabilmente superiore a quella presente nell’atmosfera. La maggior parte di questo carbonio si trova nel suolo delle foreste, imprigionato da reti di radici simbiotiche, funghi e microbi. Ogni anno le foreste catturano più del 24 per cento delle emissioni globali di carbonio. Ma la deforestazione, distruggendo e rimuovendo alberi che altrimenti continuerebbero a immagazzinare carbonio, può ridurre notevolmente questo effetto. Quando una foresta secolare viene bruciata o tagliata, il pianeta perde un ecosistema di valore inestimabile e uno dei suoi più efficaci sistemi di regolazione del clima. Abbattere una foresta primigenia non significa solo distruggere singoli magnifici alberi, ma far crollare un’antica repubblica il cui patto basato sulla reciprocità e il compromesso tra le specie è essenziale per la sopravvivenza della Terra per come la conosciamo.

Il paesaggio cambia Un bel mattino, Simard e io siamo saliti sulla sua jeep e ci siamo arrampicati su una montagna boscosa fino a una radura che era stata ripetutamente disboscata. Eravamo circondati da un ampio tratto di

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Anche se le foreste ora coprono l’80 per cento del nordest degli Stati Uniti, meno dell’1 per cento di quelle primigenie è rimasto intatto terra nuda, disseminato di ceppi, alberelli e cumuli di detriti. Ho chiesto a Simard quanti anni avrebbero potuto avere gli alberi che una volta vivevano lì. “Possiamo calcolarlo”, ha detto, chinandosi accanto a un ceppo di abete di Douglas. Ha cominciato a contare gli anelli di accrescimento, spiegandomi che il loro spessore rifletteva i cambiamenti delle condizioni ambientali. Pochi minuti dopo ha raggiunto gli anelli più esterni: “102, 103, 104!”, e ha aggiunto alcuni anni per tenere conto della crescita iniziale. Quel particolare abete di Douglas molto probabilmente era già lì nel 1912, l’anno in cui affondò il Titanic. Guardando le montagne dall’altra parte della valle, vedevamo i segni di un secolo di disboscamento. Le strade sterrate serpeggiavano su e giù per il pendio. Alcune aree erano fittamente ricoperte di conifere. Altre erano prati senza alberi con qualche raro arbusto, o terreni nudi cosparsi di resti di tronchi e rami sbiancati dal sole. Visto nel suo insieme, il paesaggio faceva pensare a un cane con la rogna. Quando nel seicento gli europei arrivarono sulle coste americane, le foreste coprivano quattro milioni di chilometri quadrati dei futuri Stati Uniti, quasi la metà della loro superficie totale. Tra il 1850 e il 1900, la produzione di legname aumentò da 12 a 82 milioni di metri cubi. Nel 1907 quasi un terzo della superficie forestale – più di un milione di chilometri quadrati – era scomparso. Lo sfruttamento intensivo ha devastato anche le foreste canadesi per tutto l’ottocento. Quando l’urbanizzazione ha allontanato le persone dalle aree rurali e le aziende di legname sono state costrette a riforestare le regioni che avevano disboscato, gli alberi hanno cominciato a riprendere possesso dei loro precedenti habitat. Nel 2012 gli Stati Uniti avevano più di tre milioni di chilometri quadrati di superficie boschiva. Tuttavia l’età, la salute e la composizione delle foreste statu-

nitensi sono cambiate in modo significativo. Anche se le foreste ora coprono l’80 per cento del nordest degli Stati Uniti, meno dell’1 per cento delle foreste primigenie è rimasto intatto. E sebbene non sia più comune come una volta, il taglio a raso viene ancora praticato nel 40 per cento circa delle foreste commerciali negli Stati Uniti e nell’80 per cento di quelle canadesi. In una foresta rigogliosa, un denso sottobosco cattura enormi quantità di acqua piovana e fitte reti di radici arricchiscono e stabilizzano il suolo. Il taglio a raso rimuove queste spugne viventi e danneggia il suolo della foresta, aumentando le possibilità di frane e inondazioni, privando il suolo di sostanze nutritive e potenzialmente rilasciando nell’atmosfera il carbonio immagazzinato. Quando i sedimenti cadono nei fiumi e nei torrenti vicini, possono uccidere i pesci e altre creature acquatiche e inquinare le fonti di acqua potabile. Il brusco abbattimento di così tanti alberi danneggia e allontana innumerevoli specie di uccelli, mammiferi, rettili e insetti.

Un gigante meticoloso La ricerca di Simard suggerisce che ci sia un motivo ancora più importante per non privare un’area forestale di tutti i suoi alberi. Il giorno dopo aver visto le zone disboscate, abbiamo preso un traghetto a fune per attraversare il lago Kootenay e siamo entrati nella Harrop-Procter Community Forest: più di cento chilometri quadrati di terreno montuoso coperto di abeti di Douglas, larici, cedri e tsuga. All’inizio del novecento gran parte della foresta vicino al lago fu bruciata per fare spazio a insediamenti, strade e miniere. Oggi l’area è gestita da una cooperativa locale che pratica una silvicoltura ecologicamente sostenibile. La strada su per la montagna era accidentata, polverosa e disseminata di ostacoli. “Tieniti forte!”, ha detto Simard mentre guidava la sua jeep fuori da un fosso e sopra una serie di grossi rami che ci facevano saltare sui sedili. Alla fine ha parcheggiato accanto a un ripido pendio, è scesa dalla macchina e ha cominciato a saltellare su una distesa apparentemente infinita di aghi di pino, ceppi e schegge di legno. Era così agile e veloce che avevo difficoltà a tenere il passo, finché non siamo arrivati a una radura. La maggior parte del terreno era brulla e brunastra. Qua e là, tuttavia, un abete di Douglas secolare svettava a 45 metri e spiegava nell’aria


Felci nel parco del ghiacciaio Kokanee

i suoi stendardi verdi. Il tronco di ogni albero ancora in piedi era marcato con una striscia di vernice blu. Simard mi ha spiegato che, su sua richiesta, la Harrop-Procter aveva contrassegnato gli alberi più vecchi, più grandi e più sani per salvarli dall’abbattimento. Quando germina in una foresta secolare, un seme entra immediatamente a far parte di una vasta comunità sotterranea di collaborazione tra le specie. Gli alberi giovani piantati dopo un taglio a raso sono privi di radici antiche e dei loro funghi simbiotici. Le piante di queste foreste sostitutive sono molto più vulnerabili alle malattie e alla morte, perché sono orfane. Simard pensa che mantenere alcuni alberi madre, che hanno le reti micorriziche più robuste e diversificate, migliori notevolmente la salute e la sopravvivenza delle piantine future, sia quelle piantate dai silvicoltori sia quelle che spuntano da sole. Negli ultimi anni Simard ha lavorato con scienziati, produttori di legname e comunità di nativi americani per verificare questa ipotesi. Lo chiama Progetto albero madre. In 27 località distribuite in nove diverse regioni climatiche della Columbia Britannica, Simard e i suoi colla-

Un fungo nel parco del ghiacciaio Kokanee

boratori hanno confrontato aree tagliate a raso con altre che conservano una percentuale variabile di alberi secolari: il 60 per cento, il 30 o il 10, cioè meno di venti alberi per ettaro. Simard mi ha invitato a osservare le montagne dall’altra parte del lago Kootenay, dove c’erano molti altri terreni sperimentali. Anche se c’erano pochi alberi, erano disposti in modo ordinato. Sembrava che un gigante avesse strappato meticolosamente alcuni alberi uno per uno. Almeno dalla fine dell’ottocento, i silvicoltori nordamericani hanno ideato e testato decine di alternative al taglio a raso: il taglio a strisce (che rimuove solo strette fasce di alberi), i tagli in successione (un procedimento graduale che consente alle piantine desiderabili di stabilizzarsi prima che la maggior parte degli alberi sovrastanti venga tagliata ) e il metodo dell’albero da semi (che consiste nel lasciare alcuni alberi adulti per fornire i semi futuri), solo per citarne alcuni. Questi metodi sono usati in tutto il Canada e negli Stati Uniti per varie ragioni ecologiche, spesso per il bene della fauna selvatica, ma le reti micorriziche non sono quasi mai state considerate nelle scelte. Smhayetsk Teresa Ryan, un’ecologa fore-

stale di origine tsimshian che ha studiato con Simard, mi ha spiegato che la ricerca sulle reti micorriziche e le pratiche forestali che ne derivano rispecchiano intuizioni e tradizioni aborigene, conoscenze che i coloni europei hanno spesso rifiutato o ignorato. “Tutto è connesso”, ha detto. “I racconti di molti gruppi aborigeni dicono che tutte le specie delle foreste sono collegate, e alcuni parlano di reti sotterranee”. Ryan mi ha parlato della foresta Menominee, quasi mille chilometri quadrati nel Wisconsin nordorientale, che viene sfruttata in modo sostenibile da più di 150 anni. I menominee sono convinti che sostenibilità significhi “pensare in termini di interi sistemi, con tutte le loro interconnessioni, conseguenze e cicli di retroazione”. Mantengono in vita un ecosistema vasto e diversificato, dando la priorità alla rimozione degli alberi di bassa qualità e malati rispetto a quelli più vigorosi e consentendo ad alcuni di arrivare fino a duecento anni e oltre, in modo che diventino ciò che Simard chiamerebbe nonne. La foresta Menominee è gestita in modo da dare all’ecologia la priorità rispetto all’economia, ma è molto redditizia. Dal 1854 sono stati tagliati più di cinque miInternazionale 1389 | 18 dicembre 2020

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In copertina lioni di metri cubi di legno, quasi il doppio del volume dell’intera foresta, ma ora c’è più legname rispetto a quando è cominciato il disboscamento. “A molti, la nostra foresta può sembrare incontaminata”, hanno scritto i menominee in un rapporto. “In realtà è uno dei tratti di foresta più intensamente sfruttati della regione dei grandi laghi”.

Il tessuto della foresta In un pomeriggio di metà giugno, Simard e io abbiamo guidato per venti minuti fuori Nelson verso una valle a forma di conca sotto le montagne di Selkirk, che in inverno è una frequentata stazione sciistica. Abbiamo incontrato uno dei suoi studenti e un amico, abbiamo preso pale, bottiglie d’acqua e spray per orsi e abbiamo cominciato a risalire il pendio erboso verso una colonia di conifere subalpine. L’obiettivo era individuare le micorrize alle radici dei pini dalla corteccia bianca, una specie a rischio che nutre e ospita numerose specie, tra cui gli orsi grizzly, la nocciolaia di Clark e gli scoiattoli di Douglas. Dopo circa un’ora di cammino, ne abbiamo trovato uno: piccolo, con le foglie lucide e il tronco color cenere. Simard e i suoi assistenti si sono inginocchiati vicino alla base e hanno cominciato a usare pale e coltelli per esporre le radici. È stato un lavoro lento e faticoso. Zanzare e moscerini ci ronzavano sulle gambe e sul collo. Mi sono chinato dietro di loro, cercando di vedere meglio, ma per molto tempo non c’è stato molto da vedere. Con il passare dei minuti, tuttavia, le radici sono diventate più scure, più fini e più fragili. All’improvviso Simard ha scoperto una ragnatela sottile di minuscoli fili bianchi nel terreno. “Eccole!”, ha gridato, con un gran sorriso. “È una miniera d’oro!”. Non l’avevo mai vista così entusiasta. “È una micorriza?”, ho chiesto. “È una rete micorrizica!”, ha risposto lei ridendo di gioia. “Fico, eh? Questa è sicuramente la punta di una micorriza”. Mi ha porto una sottile striscia di radice lunga come una matita, da cui spuntavano numerose radicole lanuginose ancora coperte di terra. Le radicole si ramificavano in filamenti ancora più sottili. Mentre mi sforzavo di vedere i dettagli, mi sono reso conto che le estremità delle fibre più piccole sembravano ricoperte di gocce di cera. Quei noduli bianchi gommosi, mi ha spiegato Simard, erano funghi micorrizici che avevano colonizzato le radici del pino. Erano i centri da cui ra-

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dici e funghi lanciavano i loro cavi attraverso il suolo, aprendo canali per lo scambio e la comunicazione, collegando i singoli alberi in federazioni. Questo era il tessuto stesso della foresta, le fondamenta di una delle società più popolose e complesse sulla Terra. Gli alberi sono sempre stati un simbolo di connessione. Nella mitologia mesoamericana, al centro dell’universo cresce un immenso albero che allunga le radici verso gli inferi e avvolge la Terra e il cielo nel suo tronco e nei suoi rami. Nella cosmologia norrena c’è un albero simile, chiamato Yggdrasil. Un famoso dramma nō giapponese racconta di due pini sposati che restano legati per sempre nonostante siano separati da una grande distanza. Anche prima di Darwin, i naturalisti usavano diagrammi a forma di albero per rappresentare la discendenza delle specie. Eppure, per la maggior parte della storia conosciuta, gli alberi veri e propri hanno mantenuto un segreto sorprendente: la loro connettività non era solo una metafora, ma una realtà concreta. Mentre mi inginocchiavo sotto quel pino, fissando le punte delle sue radici, mi sono reso conto di non aver mai veramente capito cosa fosse un albero. Nella migliore delle ipotesi conoscevo solo la metà di una creatura che sembrava essere un individuo ma in realtà era una moltitudine, una chimera di proporzioni sconcertanti. Anche noi siamo creature composite. Diverse comunità microbiche abitano il nostro corpo, modulano il nostro sistema immunitario e ci aiutano a digerire determinati alimenti. I mitocondri, gli organelli che producono energia nelle nostre cellule, una volta erano batteri che sono stati fagocitati all’inizio dell’evoluzione della vita multicellulare. Attraverso un processo chiamato trasferimento genico orizzontale, funghi, piante e animali, compresi gli esseri umani, hanno scambiato con-

Ogni creatura multicellulare è un amalgama di altre forme di vita. Ovunque gli esseri viventi emergano, si trovano e si fondono

tinuamente dna con batteri e virus. Dalla pelle, pelliccia o corteccia fino al genoma, ogni creatura multicellulare è un amalgama di altre forme di vita. Ovunque gli esseri viventi emergano, si trovano, si mescolano e si fondono. Cinquecento milioni di anni fa, quando piante e funghi emergevano dal mare e invadevano la terraferma, incontravano ampie distese di roccia arida e suolo impoverito. Le piante potevano trasformare la luce solare in zuccheri per produrre energia, ma avevano problemi a estrarre i nutrienti minerali dalla terra. I funghi erano nella situazione opposta. Se fossero rimasti separati, i loro primi tentativi di colonizzazione avrebbero potuto fallire. Invece questi due naufraghi, appartenenti a regni della vita completamente diversi, strinsero un’intima alleanza. Insieme si sono diffusi nei continenti, hanno trasformato la roccia in terreno fertile e hanno riempito l’atmosfera di ossigeno. Con il tempo, diversi tipi di piante e funghi hanno sviluppato simbiosi più specializzate. Le foreste si sono espanse e diversificate, sia sopra la terra sia sotto. Ciò che un albero produceva non si limitava più a nutrire lui e i suoi partner simbiotici. Trasportati attraverso reti sotterranee di radici e funghi, l’acqua, il cibo e le informazioni di una foresta hanno cominciato a percorrere distanze sempre maggiori e a seguire schemi sempre più complessi. Nel corso dei millenni, attraverso gli effetti combinati della simbiosi e della coevoluzione, le foreste hanno sviluppato una sorta di sistema circolatorio. Alberi e funghi all’inizio erano solo piccoli e spaesati profughi dall’oceano, ancora grondanti di acqua di mare, alla ricerca di nuove opportunità. Insieme, sono diventati una forma di vita collettiva di una potenza e generosità senza precedenti. Dopo alcune ore passate a scavare radici e raccogliere campioni, ci siamo avviati a valle. In lontananza, le vette granitiche dei monti Selkirk erano punteggiate di gruppi di conifere. La brezza portava verso di noi il profumo di pino. Alla nostra destra, uno scoiattolo ha seppellito furtivamente qualcosa nel terriccio ed è scappato via. Come un seme che aspettava le giuste condizioni, è germogliato all’improvviso nella mia coscienza un brano del Sussurro del mondo di Richard Powers: “Non esistono gli individui. Non esistono neanche specie separate. Tutto quello che è nella foresta è la foresta”. u bt



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Iran

Tra selfie e repressione Mehr Nadeem, Rest of World, Stati Uniti

Instagram è l’unico social network disponibile in Iran ed è molto diffuso. Dopo le proteste alla fine del 2019 e la pandemia è diventato anche uno strumento politico. Le autorità se ne sono accorte e sono corse ai ripari

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e si scorre il profilo Instagram di Roya, 17 anni, i suoi post somigliano a tutti gli innumerevoli altri con la stessa estetica da influencer. In uno la ragazza posa in bralette blu ornata di perline, pantaloni beige in stile anni novanta e un paio di Converse nere alte. I suoi lunghi capelli ricci sono mossi dal vento. Come didascalia c’è l’emoticon di un’anatra. Roya, il cui nome è stato cambiato per proteggerne l’identità, pubblica le sue foto da Teheran, dove camminare per strada senza l’hijab (figuriamoci in top) può portare all’arresto. Ma questi rischi non turbano la liceale. Per lei l’app è importante: Instagram è la prima cosa che guarda quando si sveglia. In base alla legge iraniana, Roya deve rispettare un certo standard di pudore in pubblico. Su Instagram invece spesso è smanicata, si tinge le palpebre con un ombretto verde brillante oppure si incolla delle decorazioni luccicanti sul viso. “Per Instagram ci agghindiamo con cura, mostriamo la parte migliore di noi e delle nostre vite”, spiega. “Ma quando mi mostro su Instagram sono più vicina a come sono davvero di quando cammino per strada”. Instagram è l’ultimo social network ancora disponibile in Iran e offre un raro scorcio sulle vite intime degli iraniani: i feed sono pieni di istantanee di feste private, di adolescenti che fanno snowboard, e di teneri selfie di coppie non sposate: immagini di scene vietate o disapprovate dalle autorità ultraconservatrici.

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Ma la preoccupazione del regime iraniano per una piattaforma finora considerata niente più di un insulso social network sta crescendo, soprattutto dopo le vaste proteste antigovernative del novembre del 2019. Altro che selfie e frullati salutari: Instagram sta diventando una piattaforma per il cambiamento politico del paese. Con l’arrivo degli informatori del governo a sorvegliare l’app, la repressione si sta diffondendo dalle strade a internet, costringendo gli iraniani a ripensare la loro presenza online. Instagram è l’unica grande piattaforma di social network accessibile agli iraniani senza una rete privata virtuale (vpn, un servizio per proteggere la propria identità online). Dopo la messa al bando di Twitter e Facebook nel 2009 e di Telegram nel 2018, Instagram è diventato il mezzo di comunicazione più diffuso nel paese, con più di 24 milioni di utenti (il presidente iraniano Hassan Rohani, salito al potere promettendo tra l’altro una maggiore libertà su internet, ha 2,2 milioni di

“Visto che non potevano controllare le persone per strada perché eravamo tutti in lockdown, hanno deciso di sorvegliare la gente online”

follower sul suo account Instagram). La popolarità dell’app è cresciuta durante la pandemia di covid-19, che ha colpito l’Iran a gennaio e ha causato finora più di 42mila morti. Con la diffusione incontrollata del virus, la pandemia ha tenuto le persone in casa – e online – per settimane.

Fedeltà al regime Il controllo delle autorità su Instagram ha cominciato a intensificarsi nel dicembre del 2018, quando la polizia informatica iraniana ha annunciato un’iniziativa di sorveglianza “diffusa” senza precedenti, con il reclutamento di 42mila volontari incaricati di spiare i profili social degli iraniani. Nel febbraio del 2019 diverse influencer di Instagram iraniane hanno cancellato le loro foto senza hijab, modificando le informazioni sulla loro biografia con la scritta: “Questo account è conforme alle leggi della Repubblica islamica”. Su molti dei profili più seguiti – come quello di @madhis_food, una donna che ha un blog di cucina con più di mezzo milione di follower – è stato pubblicato un post per esprimere la propria fedeltà al regime. In un selfie con il marito, l’autrice di @madhis_food ha aggiunto una didascalia in cui si legge: “Mi è stato chiesto di unirmi al progetto di sanificazione del web e ho accolto con entusiasmo l’appello”. A novembre dello stesso anno, quando le autorità avevano già arrestato settemila manifestanti, chiudendo di fatto internet nel paese per più di venti giorni, le tensioni sono giunte al culmine. Roya spiega che le autorità hanno rinnovato la


MAHDIS_FOOD (INSTAGRAM)

I post pubblicati su Instagram da @madhis_food, una donna iraniana che ha un blog di cucina

loro attenzione per Instagram dopo l’obbligo di restare a casa emanato a marzo. “È stato allora che è entrata in vigore la legge sull’hijab”, dice, riferendosi a una legge approvata a maggio che impone alle donne di indossare il velo tradizionale anche sui social network. “Visto che non potevano controllare le persone per strada perché eravamo tutti in lockdown, hanno deciso di controllare la gente online e sorvegliare la loro vita su Instagram’”.

Anche se di solito Instagram non alimenta il dibattito politico come avviene su Twitter e su Facebook, durante la pandemia il modo di usarlo è cambiato facendone uno strumento di organizzazione. Negli Stati Uniti, dove il movimento Black lives matter ha ispirato una marea di utenti Instagram a creare immagini politiche esteticamente curate, la piattaforma ha cominciato a ospitare un nuovo formato di contenuti. In Iran questo tipo di messaggi politici (sfondi colorati con slogan, hashtag e corposi testi informativi) ha inondato i profili degli utenti dopo le proteste della fine del 2019.

Anche la possibilità di trasmettere in diretta su Instagram è diventata per gli influencer politicamente impegnati un modo di comunicare con centinaia di migliaia di persone sia dentro sia fuori dal paese. Kaveh Azarhush, un esperto iraniano di politiche del web che vive a Londra, ha raccontato che più di ottocento persone si sono connesse per la diretta che ha fatto il 3 giugno insieme a un attivista politico iraniano per discutere delle regole di internet in Iran. “Anche se Instagram non è la piattaforma migliore per organizzarsi, durante la pandemia è diventato uno strumento utile per tenere conversazioni in Internazionale 1389 | 18 dicembre 2020

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Iran diretta”, afferma Azarhush. “Con un pub­ blico di ottocento persone, è stato come riempire un’intera sala conferenze”. Mahdieh Golru usa Instagram come piattaforma per il suo attivismo. La don­ na, fuggita in Svezia dopo 93 giorni tra­ scorsi nel famigerato carcere di Evin in Iran per aver partecipato a una protesta contro le aggressioni con l’acido alle don­ ne, nei mesi di primavera ha trasmesso numerose dirette su Instagram. I suoi vi­ deo su Igtv – l’app di Instagram per cari­ care filmati più lunghi, che in media han­ no tremila visualizzazioni e si rivolgono al pubblico iraniano – trattano temi tabù come la mutilazione genitale femminile e le leggi sul divorzio.

Con le lacrime agli occhi Golru e Azarhush sono entrambi attivisti, ma anche per gli influencer l’aggravarsi della situazione in Iran ha determinato una svolta politica di Instagram. Da bambino lo stilista iraniano Milad, che vive a New York, trascorreva le estati con la nonna a Teheran. All’epoca, rac­ conta, la donna gli ricordava che indossa­ re pantaloncini e canottiera, la sua tenuta estiva preferita, non era accettabile in pubblico, neppure per gli uomini. Quando Milad si è dichiarato pubblicamente queer, si è “deliberatamente esiliato”, consape­ vole che la sua sessualità e il suo paese era­ no inconciliabili (in Iran l’omosessualità è un crimine punito con la detenzione, pene corporali e la condanna a morte). Dopo più di sette anni lontano dall’I­ ran, Milad dice di dipendere dalle piatta­ forme come Instagram, Twitter e Face­ book per le notizie dall’interno del paese. “È l’unico modo per sapere cosa sta succe­ dendo”, spiega. A luglio Milad ha visto il suo Instagram traboccare di infografiche politiche accompagnate dall’hashtag #StopExecutions. Gli iraniani stavano contestando la condanna a morte di tre giovani che a novembre avevano parteci­ pato alle proteste contro il governo, e alla fine sono riusciti a evitarla. “Instagram è diventato assolutamente fondamentale. Abbiamo visto come la firma di alcune pe­ tizioni e la loro grande condivisione ab­ biano fermato l’esecuzione di tre manife­ stanti”, afferma Milad. Appena l’hashtag ha cominciato a diffondersi, Milad ha pubblicato un video su Igtv in cui chiedeva al suo pubblico internazionale di esprime­ re solidarietà con i manifestanti. “Vi sto chiedendo con tutto il cuore di condivide­ re qualunque post vi capiti di vedere”, di­ ceva rivolgendosi alla videocamera con le

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lacrime agli occhi, “perché è molto diffici­ le per noi iraniani farlo da soli”. Per Milad e Roya, che si seguono a vi­ cenda su Instagram, si sta facendo forte la consapevolezza dell’influenza che può avere una piattaforma globale come In­ stagram. “La dinamica sta decisamente cambiando, perché le persone ora si ren­ dono conto di poter usare la loro voce e il loro profilo per una buona causa”, sostie­ ne Roya. Ma in Iran questo comporta il rischio di essere arrestati e incarcerati. “Anche se ripubblichi o condividi qualco­ sa sulla protesta puoi finire nei guai, se la polizia capita sulla tua pagina”, spiega Roya. “Ma bisogna fare quello che è necessario per so­ stenere il nostro popolo e dargli voce”. Da quando Instagram è arri­ vato in Iran si sente parlare di una sua messa al bando, ma negli ultimi mesi queste voci si sono fatte più serie. A giu­ gno Mohamed Qomi, presidente dell’Or­ ganizzazione per lo sviluppo islamico, ha lanciato un’invettiva contro il social network nel nuovo parlamento a maggio­ ranza conservatrice, dichiarando che la piattaforma costituisce una fonte d’im­ moralità e produce un terzo dei reati in­ formatici del paese. Chiudere l’ultimo social network accessibile, diffuso tra i cittadini di tutti i tipi, potrebbe però sca­ tenare proprio la rivolta che le autorità vogliono evitare. Per utenti come Roya, l’ipotesi di un blocco non è preoccupante: “Anche se fosse vietato, non sarebbe un problema. Abbiamo i vpn per Twitter, Facebook e tutto il resto. Li useremo anche per Insta­ gram”. Ma non tutti sono così disinvolti.

Da sapere

L’esecuzione di Zam u Il 12 dicembre 2020 il giornalista dissidente iraniano Ruhollah Zam è stato impiccato. L’hanno confermato la tv di stato iraniana e l’a­ genzia di stampa Irna, controllata dal governo. Zam era accusato di aver usato il servizio di messaggistica Telegram per alimentare le pro­ teste contro il governo nel 2017. Dopo aver vis­ suto in esilio in Francia, era stato catturato in Iraq nel 2019 e portato in Iran. Era stato con­ dannato a morte lo scorso giugno, e la senten­ za è stata confermata dalla corte suprema all’i­ nizio di dicembre. Diversi gruppi e ong per la difesa dei diritti umani hanno espresso indi­ gnazione per l’uccisione di Zam, e Human rights watch ha denunciato un “aumento scon­ volgente nell’uso della pena di morte contro i dissidenti”. Al Jazeera

Il rischio di essere arrestati è aumentato e frena gli utenti iraniani che un tempo consideravano Instagram un luogo sicu­ ro su cui poter pubblicare i loro post libe­ ramente. Vania, un’aspirante violinista di 17 an­ ni che ha creato un profilo Instagram per postare video della sua musica, ha notato che in seguito al giro di vite i suoi amici stavano diventando più cauti nelle loro attività online: “Una mia amica canta su Instagram e si è preoccupata tanto che ha falsificato la localizzazione facendo com­ parire un altro paese nella didascalia, per non risultare iraniana”. Per le donne è illegale cantare in pub­ blico, a meno che non si esibi­ scano davanti a una platea esclusivamente femminile. Sahba, un’artista iraniana che vive in Canada, racconta di pensarci due volte prima di pubblicare un post su Instagram, anche dalla sua casa di Van­ couver: “Non ero davvero preoccupata fino alle proteste di novembre, quando ho visto persone arrestate a causa dei loro post online. Cerco di non censurarmi po­ liticamente, ma è qualcosa che avrò sem­ pre in testa”.

La regola silenziosa Roya spera che il numero relativamente limitato dei suoi follower possa protegger­ la da guai seri, ma di tanto in tanto sul suo profilo riceve ancora messaggi diretti da strani account. “Mi sono capitate persone sospette che mi scrivevano in privato sui miei contenuti, ma io semplicemente le ignoro o le blocco, anche se so che potrei essere denunciata”. La maggior parte di questi messaggi diretti, racconta, proven­ gono da “uomini vecchi e cattivi”. L’anno prossimo Roya si diplomerà. Il suo sogno era studiare moda alla Parsons school of design di New York, ma a causa delle tensioni tra Stati Uniti e Iran e della debolezza della moneta iraniana per ora quel sogno non è alla sua portata (sta pensando invece di studiare in Europa). Finché non lascerà il paese, Roya ha in­ tenzione di autocensurare i suoi contenu­ ti su Instagram per evitare problemi. “Ognuno ha dentro di sé la polizia del buon costume”, dice. “Scegliamo di non condividere le cose che facciamo. Le fe­ ste, quello che succede in quelle occasio­ ni, cose che per i ragazzi occidentali è normale postare ovunque. Anche le per­ sone più aperte a Teheran non pubblica­ no queste cose per via della silenziosa regola a cui tutti ci adeguiamo”. u fdl


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ILLUSTRAZIONE DI YULIIA KHVYSHCHUK


Scienza

Lezioni sanita David Pilling, Financial Times, Regno Unito

Per morti e contagi, l’Africa sembra aver gestito la pandemia di covid-19 meglio di altri continenti, nonostante le carenze e la fragilità dei suoi sistemi sanitari. Gli insegnamenti che si possono trarre dagli ultimi mesi

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sintomi della malattia. Successive analisi genomiche avrebbero rivelato che le infezioni registrate in Africa non venivano dalla Cina, ma dall’Europa. Nkengasong parla di un “attacco anfibio”, cioè di un’inversione dei normali modelli di diffusione delle malattie infettive, di cui l’Africa è spesso l’origine: questa volta la minaccia veniva da nord.

Scenari da brivido Ripensando ai primi mesi, quando ha visto la pandemia travolgere i sistemi sanitari di paesi come l’Italia, la Spagna e il Regno Unito, Nkengasong ricorda di essere stato profondamente colpito: “Abbiamo seguito con spavento e stupore quello che stava succedendo in Europa. Sapevamo che se fosse successo da noi, nelle stesse proporzioni, non ce l’avremmo fatta”. In un continente che ha 1,3 miliardi di abitanti c’erano reparti di terapia intensiva solo in pochissimi paesi, come il Sudafrica e l’Egitto. Girava la notizia che il Sud Sudan, l’ultimo nato tra gli stati africani e uno dei più tormentati dalle guerre, aveva meno ventilatori polmonari (quattro) che vicepresidenti (cinque). Era necessario intervenire al più presto. Nkengasong ha mandato i suoi collaboratori in Germania per prendere diecimila kit per i tamponi. Nel frattempo l’istituto Louis Pasteur di Dakar, in Senegal, una struttura d’eccellenza gestita dal virologo senegalese Amadou Sall, ha cominciato a formare dei tecnici sulla nuova malattia. Alla fine di febbraio 42 paesi avevano le capacità per eseguire i test per individuare il covid-19. Poche settimane prima, nessuno sarebbe stato in grado di farli.

YASUYOSHI CHIBA (AFP/GETTY IMAGES)

ohn Nkengasong era curvo su una scrivania a studiare dei numeri in un’ala deserta della sede dell’Unione africana ad Addis Abeba. Era il tardo pomeriggio del 18 febbraio 2020 ed erano già andati quasi tutti a casa. La stanza grande e anonima dove lavorava era una delle tante assegnate ai Centri africani per il controllo e la prevenzione delle malattie (Africa Cdc), un’agenzia panafricana che si occupa di salute pubblica e ha il compito di rafforzare i sistemi sanitari dei 54 paesi del continente. Gli Africa Cdc sono nati nel 2017 e Nkengasong è il loro primo direttore. Il 14 febbraio l’Egitto aveva segnalato il primo caso di covid-19 in Africa: un cittadino cinese sbarcato al Cairo. In quei quattro giorni non erano state confermate altre infezioni. Ma Nkengasong, un virologo camerunese con trent’anni di esperienza, sapeva cosa sarebbe successo e ha deciso di mettere in allerta il continente. L’Europa si era appena accorta della minaccia del covid-19 e l’Africa era già in moto. All’aeroporto internazionale di Bole, ad Addis Abeba, dove ogni giorno atterravano almeno cinque voli dalla Cina, operatori protetti da mascherine raccoglievano informazioni sui passeggeri e controllavano a tutti la temperatura. Lo stesso succedeva in altre parti del continente. Alcune persone con la febbre avevano dovuto sottoporsi al tampone per il covid-19, ma erano risultate negative. Il primo caso dell’Africa subsahariana è stato confermato il 28 febbraio: un imprenditore italiano arrivato a Lagos, la capitale commerciale della Nigeria, con i

Nkengasong si esprime sempre in modo misurato ma le sue parole trasmettono un senso d’urgenza. Ha dedicato gran parte della sua carriera a combattere l’hiv, il virus che causa l’aids, una malattia scoperta quando lui aveva appena cominciato a studiare medicina, a metà degli anni ottanta. Da allora l’hiv ha in-


arie dall’Africa

Nairobi, Kenya, 15 luglio 2020 fettato 75 milioni di persone in tutto il mondo e ne ha uccise 32 milioni, la maggior parte in Africa. Come l’hiv, che ha fatto il salto di specie dalle scimmie agli esseri umani, anche il sars-cov-2, il virus del covid-19, ha usato come veicoli degli animali, un pipistrello e probabilmente un pangolino, che è stato poi macellato in

un mercato di animali vivi nella città cinese di Wuhan. Nkengasong ha visto con preoccupazione questo nuovo virus infiltrarsi in ogni provincia cinese, finché Pechino non ha deciso di vietare gli spostamenti di 60 milioni di persone. “Era come confinare tutti gli abitanti del Sudafrica o del

Kenya”, osserva il virologo camerunese. “Se qui le cose andassero fuori controllo, sarebbe molto difficile per i nostri sistemi sanitari gestire la situazione”. Da quasi tutti i punti di vista l’Africa è svantaggiata rispetto ai continenti più ricchi. A parte uno: gli africani conoscono bene le malattie infettive, fin troppo. Mentre il virus Internazionale 1389 | 18 dicembre 2020

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SYLVAIN CHERKAOUI (PANOS/LUZ)

Scienza

Dakar, Senegal, marzo 2020 mandava nel panico europei e americani, molti africani scrollavano le spalle. Il loro atteggiamento è stato “ecco che ne arriva un altro”, osserva la giornalista statuni­ tense Laurie Garrett, autrice del libro del 1994 The coming plague (La prossima pe­ stilenza). In tutto il continente ci sono esperti del calibro di Nkengasong, reduci da lunghe battaglie contro malattie ende­ miche come la malaria, la tubercolosi e il colera e, in anni più recenti, la febbre di Lassa e l’aids. “Mi basta alzare il telefono per parlare con chiunque di loro”, spiega Nkengasong.

Scelte difficili Prima della fine di febbraio, Nkengasong ha organizzato ad Addis Abeba una con­ ferenza di due giorni con i ministri della salute africani. “Non sono mai stato tan­ to serio in vita mia”, dice. “Hanno rispo­ sto tutti, dall’Egitto al Marocco, dalla Nigeria al Sudafrica”. Poco tempo dopo, Cyril Ramaphosa, il presidente del Suda­ frica e leader di turno dell’Unione africa­ na, ha cominciato a tenere videoconfe­ renze settimanali per coordinare la rispo­ sta continentale. “Non so di nessun’altra parte del mondo in cui si siano dati da fa­ re così rapidamente”, osserva Nkenga­

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song. Inevitabilmente il virus è riuscito a penetrare anche in Africa. Il 20 marzo si era diffuso in quaranta paesi. Il numero dei positivi, però, era relativamente bas­ so e molti governi hanno messo in campo tutte le loro forze per fermare i contagi. Il Ruanda è stato uno dei più determi­ nati. Il 31 gennaio ha cancellato i voli dal­ la Cina. A marzo, una settimana dopo che il primo caso era sfuggito alla sua rete di controlli, ha sospeso i voli internazionali, chiuso i confini e obbligato i cittadini a rimanere a casa. “È quello che avrebbero dovuto fare tutti”, afferma Agnes Binag­ waho, vicerettrice dell’Università per l’equità sanitaria globale, in Ruanda. “Non l’abbiamo fatto perché siamo ric­ chi. L’abbiamo fatto perché siamo orga­ nizzati”. Anche il Sudafrica ha adottato prov­ vedimenti rigidi. Il 23 marzo, prima che si registrasse il primo decesso per covid­19, Ramaphosa ha imposto un lockdown di tre settimane, uno dei più severi al mon­ do. I lavoratori che non svolgevano com­ piti essenziali dovevano restare a casa e la vendita di alcolici era vietata. Non tutti i paesi hanno potuto fare lo stesso. In effetti c’è chi sosteneva che mi­ sure come quelle messe in atto in occi­

dente avrebbero avuto conseguenze gra­ vi, e che ai poveri bisognava lasciare il modo di procurarsi da mangiare. Allo stesso tempo convincere le persone a re­ stare chiuse in insediamenti e case so­ vraffollate non era l’ideale per il distan­ ziamento fisico. Per alcuni governi im­ porre un lockdown era eccessivo, soprat­ tutto considerando che la popolazione africana è giovane (l’età mediana è 19,4 anni, circa la metà di quella europea) e l’obesità è poco diffusa (anziani e perso­ ne non in buona salute sono più vulnera­ bili al covid­19). Se tutte le attività si fos­ sero fermate, alcuni programmi fonda­ mentali, come le campagne di vaccina­ zione e l’assistenza sanitaria alle madri, si sarebbero interrotti, causando più danni della pandemia. I governi doveva­ no valutare bene i rischi. Così molti hanno evitato di imporre il blocco totale, ma hanno sempre agito con la massima cautela. Dal Senegal all’Uganda sono state chiuse le scuole, le chiese, le moschee e vietati i raduni di massa. L’Etiopia ha seguito un metodo molto semplice. Secondo Arkebe Oqu­ bay, consigliere speciale del primo mini­ stro etiope Abiy Ahmed fino a poco tem­ po fa, alla fine di maggio le autorità ave­


popolazione mondiale, ha registrato solo il 3,3 per cento dei decessi per covid-19. Il numero relativamente limitato di vittime – anche se potrebbe essere sottostimato – non può essere attribuito solo a scelte politiche giuste. Altri fattori, come una precedente esposizione a virus della stessa famiglia, potrebbe aver reso le persone meno vulnerabili al covid-19. Ma secondo gli scienziati è presto per dirlo, senza contare che la pandemia continua. Tuttavia è evidente che la politica ha avuto un ruolo cruciale. “L’Africa non era mai riuscita a mettere in campo una risposta simile”, afferma Peter Piot, direttore della London school of hygiene and tropical medicine. “Sorprendentemente stavolta hanno agito prima di avere un problema”.

Agire presto non basta Anche l’India ha agito presto. Il 24 marzo, dopo appena 550 contagi e una decina di morti, il primo ministro Narendra Modi ha fatto un annuncio drammatico: gli 1,4 miliardi di abitanti del paese avrebbero dovuto restare chiusi in casa. I successivi 21 giorni sarebbero stati cruciali, altrimenti il paese avrebbe rischiato di tornare indietro di 21 anni. Ma non è stata la scelta giusta. Nelle poche ore precedenti alla chiusura, decine di milioni di lavora-

tori stagionali si sono messi in viaggio per tornare nei loro villaggi d’origine. E hanno probabilmente portato con loro il virus, che si è diffuso dalle grandi città, come New Delhi, Mumbai e Pune, a ogni angolo del subcontinente. A ottobre l’India, con quasi centomila morti, era il terzo paese al mondo per decessi da covid-19, dopo Stati Uniti e Brasile. I contagi ufficiali erano più di 6 milioni (oggi hanno superato i 9,5 milioni). Guardando ai test sierologici gli infettati potrebbero essere stati molti di più, forse cento milioni. “Il confinamento non ha limitato la diffusione del virus, ma ci ha fatto guadagnare tempo”, spiega Bhramar Mukherjee, docente di biostatistica all’università del Michigan. Tuttavia senza una sanità pubblica solida, in grado di fare un gran numero di tamponi, l’epidemia è sfuggita di mano. Dopo settimane di restrizioni, il governo ha improvvisamente cambiato rotta, annunciando che gli indiani dovevano imparare a convivere con la malattia. Molti volevano disperatamente rimettersi al lavoro, senza tener conto delle conseguenze. “È difficile trasmettere un messaggio di salute pubblica a qualcuno che non sa come garantirsi il prossimo pasto”, afferma Shahid Jameel, amministratore dele-

Da sapere Misure severe fin dall’inizio Il Government stringency index, un indicatore elaborato dall’università di Oxford, misura la severità dei provvedimenti presi dai governi per contenere i contagi. Valori da 0 a 100 (100 = il più rigoroso) 23 gennaio

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FONTE: FINANCIAL TIMES, CORONAVIRUS GOVERNMENT RESPONSE TRACKER

vano contattato quaranta milioni di abitanti sul totale di 110 milioni, controllando le temperature e la cronologia dei loro spostamenti. “Questa non è una malattia che possiamo combattere con ventilatori e terapie intensive”, dice. “L’unico modo è puntare sulla prevenzione”. Non sono mancate le scelte difficili. Il Kenya ha imposto il coprifuoco dal tramonto all’alba. A un certo punto, la polizia che sparava su trasgressori aveva fatto più morti del covid-19. Secondo Kennedy Odede, che ha partecipato a una distribuzione di sapone in una baraccopoli di Nairobi, gli abitanti dicevano che era meglio “morire per il virus che per la fame”. Nonostante le difficoltà, la minaccia è stata presa sul serio. Per esempio, i guidatori di matatu, gli affollati minibus di Nairobi, obbligavano i passeggeri a disinfettarsi le mani prima di salire. Nei negozi e negli uffici dell’Africa occidentale sono riapparsi i distributori d’acqua dotati di rubinetto per lavarsi le mani chiamati “secchi di Veronica” (dal nome della biologa ghaneana, Veronica Bekoe, che li ha inventati), già usati durante l’epidemia di ebola che ha colpito la regione tra il 2013 e il 2016. Per scoraggiare l’uso del denaro contante Safaricom, l’operatore di telefonia mobile keniano pioniere dei pagamenti con il cellulare, ha abolito le commissioni su molte transazioni effettuate con il servizio M-Pesa. Non tutti i governi africani si sono attivati. In Tanzania, il presidente John Magufuli, soprannominato “bulldozer” per la sua inflessibilità, ha sempre negato che il covid-19 fosse pericoloso e ha esortato i tanzaniani ad andare al lavoro e a riunirsi normalmente. I funerali di molte vittime si svolgevano la notte. E anche dove i governi hanno agito con fermezza il virus si è comunque diffuso. I paesi dove ci sono state più vittime sono quelli del Nordafrica: Marocco, Algeria ed Egitto; e il Sudafrica, che ha registrato la metà dei decessi continentali. A luglio alcuni ospedali sudafricani erano sull’orlo del collasso. In media c’erano 12mila contagi al giorno. A settembre il Sudafrica contava più di 16mila morti per il covid-19, ma a quel punto nel paese stava tornando l’estate, e le nuove infezioni sono nettamente diminuite. Il Sudafrica potrebbe essere stato più colpito perché ha una popolazione più anziana, e un’incidenza più alta di diabete e malattie cardiache. Il resto del continente ha evitato il peggio. A livello globale l’Africa, che ospita il 17 per cento della

Libia Marocco Nigeria Rep. Dem. Congo Ruanda Senegal Sudafrica Sudan Sud Sudan Tanzania Uganda Zimbabwe

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Scienza gato del Wellcome trust/Dbt alliance, un ente di beneficenza biomedico. Il governo, spiega Jameel, ha peggiorato le cose usando selettivamente i dati. Ha pubblicizzato un tasso di mortalità apparentemente basso per mostrare che le politiche stavano funzionando. “Ma è un racconto basato su dati selezionati in base ai propri interessi, che alla lunga ha stancato gli indiani e li ha portati a essere meno rigorosi”. Mukherjee racconta di aver visto molte persone con la mascherina abbassata, segno che non capivano la gravità della situazione o si erano rassegnate all’inevitabile diffusione del virus. L’America Latina ha sofferto ancora di più. Bolivia, Ecuador, Cile, Argentina, Colombia, Perù, Messico e Brasile sono stati colpiti duramente dal virus. Alcuni avevano agito tempestivamente, altri si erano affidati alla sorte, come ha fatto il Brasile del presidente Jair Bolsonaro, per cui la malattia era un semplice “raffreddore”. La metà dei decessi globali causati dal covid-19 è avvenuta nelle Americhe. Il Brasile, un paese di 210 milioni di abitanti, aveva già lottato a lungo contro l’hiv e altre epidemie, come quella provocata nel 2015 dal virus zika. Margareth Dalcolmo, una pneumologa del Fiocruz di Rio de Janeiro, afferma che la strategia della comunità medica contro il covid-19 è stata boicottata dal governo: “Abbiamo ripetuto che il distanziamento era un importante strumento di prevenzione. Ma il governo è sempre stato contro di noi”. Invece di trasmettere un messaggio

chiaro e basato sulla scienza, Bolsonaro ha creato il caos. Anche se il 30 per cento dei brasiliani potrebbe essere già stato esposto al virus in grandi città come Rio de Janeiro e São Paulo, Dalcolmo prevede che l’epidemia durerà altri due anni. Il mondo avrebbe potuto essere risparmiato dalla pandemia? Per rispondere è necessario analizzare due aspetti della questione. Innanzitutto, bisogna chiedersi quanto erano preparate le società all’emergere, quasi inevitabile, di una malattia per cui gli esseri umani non avevano sviluppato forme d’immunità. In secondo luogo come l’hanno gestita quando è arrivata. Gli infettivologi avvertivano da decenni che sarebbe scoppiata una pandemia. È stato pericoloso classificare alcuni agenti patogeni come “malattie tropicali” nell’epoca dei viaggi aerei, che potevano portare queste infezioni in qualsiasi parte della Terra. “Penso che la mentalità occidentale abbia sempre limitato questa minaccia al mondo in via di sviluppo, specialmente all’Africa”, afferma Nkengasong. “L’idea era che la ‘medicina tropicale’ riguardasse solo ‘le persone che vivono in Africa e ai tropici’, considerati un ‘museo delle malattie’”. Nel 1981 Richard Krause, l’allora direttore dell’istituto statunitense per le allergie e le malattie infettive, disse al parlamento del suo paese: “Le epidemie sono una certezza, quanto la morte e le tasse”. Jonathan Mann, un pioniere della

Da sapere Il fattore età u L’Africa ha una popolazione complessiva di 1,35 miliardi di persone, il 17 per cento di quella mondiale, con un’età mediana di 19,4 anni. I colori nella mappa indicano la percentuale della popolazione che ha più di 65 anni. Fonte: Banca mondiale >12,41

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ricerca sull’hiv, scriveva che l’aids poteva insegnare all’umanità “che un problema di salute nato in qualsiasi parte del mondo può rapidamente diventare un problema di salute per molti o per tutti”. Il mondo aveva un disperato bisogno di un “sistema di monitoraggio e allerta” per individuare le nuove malattie. Senza, avvertiva Mann, “ci troveremo indifesi”. Le epidemie di ebola scoppiate in Africa a partire dal 1976, quella di sars in Cina nel 2003 e l’influenza suina in Messico nel 2009 hanno dimostrato quanto possono essere devastanti alcuni agenti patogeni. L’ebola ha provato che anche la malattia più “esotica” e spaventosa poteva diffondersi dall’Africa occidentale, dove ha ucciso 11.300 persone, a città come Dallas e Glasgow. La sars è arrivata negli Stati Uniti, in Nuova Zelanda e in Sudafrica, contagiando un totale di 8.096 persone e uccidendone 774. Il ceppo virale H1N1, all’origine dell’influenza suina, è passato dal Messico agli Stati Uniti per poi infettare tutto il mondo, causando ufficialmente 18.449 morti.

Il paradosso del progresso Eppure l’occidente non ha perso il suo falso senso di sicurezza. Gli esseri umani hanno fatto notevoli passi avanti nella lotta alle infezioni grazie ai progressi nella salute pubblica. La diffusione degli antibiotici dagli anni quaranta in poi ha contribuito a rafforzare il senso d’invincibilità. Negli anni settanta fu eliminato il vaiolo. Nel 2001, nei paesi ad alto reddito, solo il 6 per cento delle morti era legato a malattie infettive. Veniva da pensare che le malattie causate da batteri, virus, parassiti e protozoi potessero essere debellate. Ma era una conclusione sbagliata. La percentuale di persone che muoiono per malattie infettive è probabilmente diminuita, ma nuove forme di contagio, diffuse dagli animali, stanno prendendo piede. Paul Hunter, professore di medicina all’università dell’East Anglia, afferma che tra il 1940 e il 2004 ne sono state scoperte negli esseri umani 335. Il persistere della minaccia microbica è in parte una conseguenza paradossale del progresso. Le scoperte nei campi della nutrizione e della medicina hanno permesso alla popolazione di crescere dagli 1,6 miliardi del 1900 ai 7,8 di oggi. Gli esseri umani vivono in centri urbani in espansione. Quando hanno invaso le foreste pluviali, le persone e i loro animali


FADEL SENNA (AFP/GETTY IMAGES)

Salé, Marocco, 26 aprile 2020. Un murale per ringraziare le persone impegnate nella lotta al covid-19

domestici sono entrati in contatto con la fauna selvatica. Secondo la Banca mondiale, tra il 1970 e il 2018 il numero di passeggeri dei voli aerei è passato da 310 milioni a 4,2 miliardi, facendo incontrare persone da ogni angolo del pianeta. Un paradiso per i microbi. A questo va aggiunto il commercio di animali selvatici, che ha fatto arrivare specie esotiche nei mercati della Cina, del sudest asiatico e altrove. Se le comunità isolate mangiando carne selvatica contraggono una nuova malattia, questa tende a estinguersi. Ma se gli animali vengono portati in città densamente popolate, una nuova malattia può diffondersi rapidamente. “Se questo commercio fosse stato fermato, l’epidemia di covid-19 quasi certamente non sarebbe scoppiata”, afferma Hunter. Gli esseri umani erano impreparati ad affrontare una pandemia anche per un altro motivo, sostiene William Haseltine, scienziato e imprenditore statunitense, esperto di aids e dell’uso della genomica per la scoperta di nuovi farmaci: la ricerca scientifica non si è interessata ai pericoli più gravi.A parte il caso dell’hiv, che ha visto alcuni gruppi di pressione impegnarsi con successo nella ricerca di finan-

ziamenti, l’interesse per le nuove malattie è stato limitato. Haseltine fa l’esempio della sars, che come il covid-19 è causata da un coronavirus individuato nei pipistrelli. Inizialmente i finanziamenti pubblici si erano concentrati sulla ricerca di una cura. “Nei primi tempi gli studiosi di tutto il mondo hanno fatto sforzi enormi. Ma, dopo circa nove mesi, quando la minaccia è svanita, è stata staccata la spina”.

Senza fondi È successo lo stesso con la sindrome respiratoria mediorientale (mers), causata da un altro coronavirus, trasmesso dai cammelli. Nel 2012, dopo un’epidemia di mers in Arabia Saudita, erano partite molte ricerche. “Poi hanno staccato di nuovo la spina”, spiega Haseltine. “Era praticamente impossibile ottenere dei fondi, anche se gli avvertimenti erano chiari”. Non sono stati completati gli studi clinici di nessun farmaco che avrebbe potuto trattare o prevenire le malattie causate da coronavirus. Haseltine cita la ricerca sugli inibitori della proteasi, come quelli usati contro l’hiv per bloccare un enzima che i virus sfruttano per moltiplicarsi. “Quel farmaco funziona bene sia negli esperimenti di

coltura di tessuti sia in quelli sugli animali contro il sars-cov-1 e il sars-cov-2. Se avessimo testato questo e altri farmaci sugli esseri umani, forse in Cina non sarebbe morto nessuno”, dice. “Quelle sostanze, se somministrate in via profilattica alle persone più a rischio, quasi certamente avrebbero fermato la diffusione del covid-19 sul nascere”. La maggior parte dei fondi, specialmente quelli delle aziende farmaceutiche, è stata spesa per le malattie cardiache, il cancro, le malattie renali, il diabete e forme degenerative come l’Alzheimer. Queste malattie hanno due cose in comune: non sono infettive e colpiscono le persone ricche. “Si parla spesso di un ciclo di espansione e contrazione degli investimenti per prepararci alle minacce pandemiche”, afferma Thomas Bollyky, che dirige il programma sanitario globale presso il Council on foreign relations statunitense. “Ma in realtà c’è stata solo una contrazione”. Secondo Trudie Lang, direttrice del Global health network del Nuffield department of medicine dell’università di Oxford, ci sono due grandi ostacoli al finanziamento della ricerca sulle malattie infettive. Uno è tecnico: i test possono esInternazionale 1389 | 18 dicembre 2020

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Scienza

BONIFACE MUTHONI (SOPA IMAGES/LIGHTROCKET/GETTY IMAGES)

Nairobi, Kenya, 7 luglio 2020

sere eseguiti solo dopo che è scoppiato un focolaio. E poi la finestra di tempo prima che la malattia scompaia è molto stretta. Lo ha scoperto a sue spese chi ha fatto ricerca sui vaccini contro i coronavirus: è difficile dimostrare l’efficacia di un vaccino se il virus non è più in circolazione. L’altro ostacolo, afferma Lang, è che la maggior parte delle sovvenzioni è destinata a équipe guidate da ricercatori superstar delle università famose, che di solito si trovano nei paesi occidentali. Questo esclude le ricerche altrettanto meritevoli dei paesi a reddito medio e basso. “Il novanta per cento delle ricerche va a vantaggio del 10 per cento della popolazione mondiale”, spiega Lang.

Fallimento di mercato Shahid Jameel afferma: “La grande industria farmaceutica ha smesso d’investire nelle malattie infettive. Si prescrivono antibatterici o antivirali finché l’infezione scompare. Invece, quando un paziente comincia a prendere statine o farmaci contro il diabete, continua per tutta la vita. Big pharma investe nelle malattie croniche perché ci guadagna di più”. Il linguista e attivista politico Noam Chomsky lo ha detto in modo ancora più crudo,

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definendo l’incapacità di prepararsi a combattere il coronavirus “un colossale fallimento del mercato”. Per le aziende farmaceutiche, ha dichiarato Chomsky in una recente intervista, “produrre nuove creme per il corpo è più redditizio che trovare un vaccino che protegga le persone da una catastrofe”. Secondo Laurie Garrett si è passati da una concezione della salute come bene pubblico a qualcosa di essenzialmente individuale. Nel libro Betrayal of trust (La fiducia tradita) scrive che per prevenire la

“prossima pestilenza” di cui parlava nel suo libro precedente non basta adottare una “soluzione tecnologica”: serve un’infrastruttura sanitaria pubblica globale di sorveglianza e prevenzione, una diga per “trattenere il fiume di microbi e agenti patogeni”. Ma la sanità è sotto attacco. In alcuni paesi ricchi c’è una rivolta contro i vaccini, l’ultimo bene pubblico. Prima di ammalarsi di covid-19, il primo ministro britannico Boris Johnson si era opposto a una tassa sullo zucchero, che gli esperti sanita-

Da sapere La seconda ondata u Il 10 dicembre 2020, dopo aver registrato più di seimila contagi da covid-19 al giorno e un tasso di positività ai tamponi quasi del 18 per cento, il Sudafrica ha annunciato l’inizio della seconda ondata. A differenza della prima, la malattia si diffonde soprattutto tra i giovani (15 -19 anni), che hanno molti contatti e sono spesso asintomatici. Anche i paesi del Nordafrica, come Algeria, Marocco ed Egitto, hanno visto aumentare i contagi a

novembre. Mentre nel resto del mondo cominciano le campagne di vaccinazione, secondo i calcoli dell’ong Oxfam anche se fossero approvati tutti e cinque i candidati vaccini attualmente più avanti nella sperimentazione, il 61 per cento della popolazione mondiale non li riceverebbe prima del 2022, scrive Le Monde. Oltre all’iniziativa Covax, un sistema di finanziamento coordinato dalla Gavi alliance e dall’Organizzazione mon-

diale della sanità per un’equa distribuzione dei vaccini, un altro aiuto potrebbe arrivare dalla Cina, scrive il South China Morning Post: il governo di Pechino ha promesso che i paesi africani saranno tra i primi, dopo la Cina, a ricevere i farmaci sviluppati dalla Sinovac, dalla CanSino e dalla Sinopharm. Quest’ultima sta conducendo test in Marocco, con l’intenzione di produrre il farmaco lì in un secondo momento.


ri sostenevano potesse aiutare la lotta all’obesità, ma che molti britannici consideravano un’inutile intrusione dello stato nella vita delle persone. Nei paesi poveri la salute pubblica è ancora più importante, sebbene sia ancora più trascurata. Nel 2017 la Nigeria, il paese più popoloso dell’Africa, ha speso per la sanità l’equivalente di 74 dollari pro capite, meno di un centesimo degli ottomila dollari stanziati dalla Norvegia. “Il più grande errore che abbiamo commesso è trascurare l’aspetto pubblico dalla salute”, afferma Oyewale Tomori dell’Accademia delle scienze nigeriana. Se la salute diventa una questione di responsabilità individuale, avvertono gli esperti, le tecnologie sono considerate l’arma principale contro le malattie. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il brasiliano Bolsonaro hanno insistito sulla ricerca di una cura miracolosa invece di sottolineare l’importanza del duro lavoro di risposta alla pandemia. Secondo Hunter, la prevenzione ha un grande problema, è invisibile: “Nessuno si accorge se fermi un’epidemia sul nascere. Se ne accorgono solo se non lo fai”.

Prevenire sempre Il covid-19, quindi, è esploso in un mondo che aveva ignorato gli strumenti necessari a combattere una pandemia: la ricerca sulle malattie infettive e gli investimenti nella sanità pubblica. Anche quando la notizia di un nuovo coronavirus in Cina ha cominciato a circolare in Europa e in America, stranamente le autorità non si sono allarmate. Questo potrebbe essere dovuto, in parte, all’occultamento iniziale delle informazioni da parte di Pechino. “Per le prime tre settimane critiche non c’è stata la trasparenza che serviva per contenere l’infezione”, afferma Bollyky. “La Cina ha una parte di responsabilità, anche se non tutta, per quello che è successo”. La chiusura di Pechino ha mostrato la mancanza di autorità dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), che non può costringere i singoli paesi a divulgare le informazioni di carattere sanitario. “Dovremmo fare meno affidamento sul rispetto delle regole e sulla trasparenza degli stati riguardo ai nuovi contagi”, afferma Bollyky. “L’Oms deve affrontare molto sfide, ma penso abbia sbagliato a elogiare la Cina per le prime misure adottate. Così ha danneggiato la propria credibilità”. Eppure, a metà gennaio, avrebbe

dovuto essere ovvio che il virus partito da Wuhan aveva le caratteristiche di una pandemia globale. Alcuni paesi, in particolare nel nord e nel sudest asiatico, hanno preso sul serio la minaccia. Questo in parte perché avevano subìto l’impatto devastante, anche economico, della sars. Altri – tra cui gli Stati Uniti, il Brasile e in parte anche il Regno Unito – hanno sottovalutato il pericolo. “I paesi che si sono mossi in modo deciso e hanno adottato misure la cui efficacia per fermare le infezioni è provata, come tamponi, identificazione dei casi, tracciamento dei contatti, isolamento e quarantena, hanno ottenuto buoni risultati”, spiega Bollyky. “Perfino paesi che non avevano grandi risorse, come il Vietnam, hanno introdotto misure collaudate”. Haseltine sostiene che, per sconfiggere una pandemia, gli stati hanno bisogno di almeno due di queste tre qualità: leadership, efficienza e solidarietà. Gli Stati Uniti, dice, non hanno nessuna delle tre in quantità sufficiente e ne hanno pagato le conseguenze. “Per efficienza, intendo un sistema sanitario pubblico in grado di mettere in atto politiche a livello nazionale. La Cina ce l’ha, come la maggior parte dei paesi europei. Quando Trump dice ‘non è un mio problema’, in parte ha ragione. Lo stesso tipo di organizzazione caotica, di mancanza di controllo centrale e di capacità di applicare le politiche sanitarie esistenti, si rifletterà nella distribuzione dei vaccini”, immagina Haseltine. “Penso che i paesi che si sono comportati bene abbiano seguito la scienza e i paesi che hanno agito male non l’abbiano fatto”, afferma Jameel. “La Cina è stata molto autoritaria, ma ha ascoltato i suoi scienziati”. Eppure anche Pechino è stata colta alla sprovvista da un evento prevedibile. I governi, come le persone, non riescono a pianificare gli eventi imprevedibili, afferma Mukherjee. “Nella sanità pubblica bisogna ragionare a lungo termine. Sarebbe stato più utile finanziare il tracciamento dei contatti per cent’anni che spendere miliardi di dollari in aiuti economici”, dice riferendosi ai soldi spesi dai governi dopo che il covid-19 ha paralizzato le economie di tutto il mondo. “Viviamo sempre in modalità reattiva”, osserva Jameel, “mai in modalità preventiva”. Non è facile essere lungimiranti, ma non possiamo dire di non essere stati avvertiti. u bt

L’opinione

Una lunga attesa per il vaccino The East African, Kenya uando il Regno Unito ha lanciato la prima vaccinazione di massa contro il covid-19 in occidente, ha dato una speranza a tutto il mondo. Tra le tante incertezze, è un risultato straordinario per l’umanità. Gli Stati Uniti, che hanno avuto il maggior numero di morti, hanno approvato il vaccino della Pfizer e si sono assicurati le dosi necessarie alla loro popolazione. Mentre altre sperimentazioni incontrano degli ostacoli, la Pfizer riceverà forti pressioni per aumentare la produzione, che dovrà soddisfare una domanda globale. Inevitabilmente si creerà un ordine gerarchico: le maggiori potenze economiche e gli stati più colpiti dalla malattia avranno la precedenza.

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Puntare in alto Ma ci sono anche paesi che non possono permettersi il vaccino e non hanno le infrastrutture e le capacità logistiche per somministrarlo efficacemente. Molti sono africani. Secondo alcuni studi, se i vaccini fossero disponibili già ora, solo un terzo dei paesi africani sarebbe in grado di vaccinare i suoi abitanti contro il covid-19. Eppure l’Africa, che ospita un quinto della popolazione mondiale e ha registrato pochi casi rispetto ad altri continenti, è uno dei posti dove la vaccinazione precoce potrebbe dare i migliori risultati. Paradossalmente, nel mondo dei freddi calcoli, questa è un’altra ragione che fa finire l’Africa in fondo alla lista della distribuzione dei vaccini. Ma il mondo di oggi, interconnesso com’è, sarà al sicuro dal covid-19 solo se anche questo continente riceverà il vaccino. Alla fine, questi farmaci arriveranno anche in Africa e a quel punto i governi dovranno essere pronti. Il fallimento non è un’opzione. La vaccinazione sarà per gli africani come la missione sulla Luna. Servirà una fornitura di energia elettrica affidabile, strade in buono stato per portare le dosi nelle comunità più isolate e milioni di operatori sanitari adeguatamente formati a svolgere il loro compito. Ma, soprattutto, serviranno governi efficienti e responsabili. u Internazionale 1389 | 18 dicembre 2020

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Economia

Sindacati digitali S. Sommer e N. Bärschneider, Brand Eins, Germania

na rappresentanza sindacale in azienda? Violerebbe “praticamente tutti i valori in cui crediamo”. È quanto ha affermato la dire zione dell’N-26, una startup berlinese di tecnofinanza, in una lettera ai dipendenti che volevano creare un organismo di rappresentanza ufficiale. La partecipazione dei lavoratori alla gestione aziendale, si legge nella lettera, non è al passo con i tempi, perché rallenta il lavoro rendendone più complicati e gerarchici i suoi meccanismi, e mina le basi della cultura della fiducia. Quest’idea è condivisa da molte giovani aziende tecnologiche e, per rendersene conto, basta dare un’occhiata alla Silicon valley, dove i sindacati non vanno certo per la maggiore. Alphabet (la casa madre di Google), Facebook, Amazon, Microsoft, Apple: non c’è nessuna traccia di partecipazione dei dipendenti alla gestione di queste aziende. Magari è anche giusto così. Il mondo del lavoro è cambiato, e se c’è qualcuno in grado di avvantaggiarsene è proprio chi lavora per startup e aziende dell’alta tecnologia dove, per tenersi stretti dipendenti molto qualificati e spesso esigenti, i datori di lavoro devono darsi da fare. Se le cose stanno così, a cosa servirebbe una contrattazione collettiva sulle condizioni di lavoro o sui salari? Infatti per molto tempo sono scomparsi dal dibatti-

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to. Oggi, però, i lavoratori del settore tecnologico stanno cambiando atteggiamento. Per esempio quelli dell’industria dei videogiochi: Game workers unite, un movimento di base fondato in California, riunisce sviluppatori e designer di giochi, sia dipendenti sia freelance. Non li fa scendere in piazza, ma li invita a partecipare a campagne sui social network e a veri e propri scioperi nelle aziende statunitensi ed europee. Nel 2020 la Game workers unite ha partecipato anche alla Campaign to organize digital employees (Code), una campagna internazionale avviata insieme ai sindacati tradizionali con l’obiettivo di mettere in rete movimenti di base e lavoratori insoddisfatti del settore tecnologico. Poi c’è la Tech workers coalition, fondata nella Silicon valley, che unisce sviluppatori di software e altri dipendenti di aziende tecnologiche in gruppi organizzati su Slack. Ormai le propaggini dell’organizzazione arrivano nel Regno Unito, in Brasile, India, Italia e Germania.

Le chat su Slack Questi nuovi movimenti dei lavoratori hanno in comune una cosa: vogliono sfatare il mito di un mondo del lavoro digitale colorato e divertente, dimostrando che la realtà spesso ha poco a che spartire con le solenni missioni aziendali o le idealistiche finalità sociali che il settore ama sbandierare. I sindacalisti parlano invece

ANDREW TESTA (PANOS/LUZ)

Nella gig economy servono nuove strategie per tutelare i lavoratori che spesso hanno a che fare solo con un algoritmo. Ecco cosa succede in Germania, Danimarca e Regno Unito

di salari ingiusti, mancanza di garanzie, razzismo e discriminazione. Denunciano anche metodi tipici del settore, come il cosiddetto crunch attuato dai produttori di videogiochi, che prima dell’uscita di un nuovo titolo costringono gli sviluppatori a lavorare giorno e notte. Alla base del successo di queste mobilitazioni c’è anche il fatto che gli attivisti sanno molto bene come attirare l’attenzione. “Per mobilitare le persone, i nuovi movimenti di base del settore digitale sfruttano i social network e strumenti come Slack e WhatsApp, oppure si costruiscono da soli piattaforme e app”, racconta Kurt Vandaele, ricercatore dell’Euro-


Londra, Regno Unito, 24 marzo 2020

pean trade union institute di Bruxelles che si occupa di giovani sindacati e nuove forme di negoziazione salariale collettiva. I sindacalisti digitali agiscono in modo decentrato e flessibile, senza tessere d’iscrizione e cavilli burocratici. Quando c’è un problema, si organizzano rapidamente su app e piattaforme di mobilitazione e, per esercitare pressione sui datori di lavoro, lanciano azioni di protesta e campagne online di grande visibilità. Gli studiosi parlano di organizing on-demand (coordinamento a richiesta). Sembra proprio che per molti lavoratori del settore tecnologico questa sia la modalità di organizzazione più adatta: non s’identifica-

no facilmente con i sindacati tradizionali e con i loro pesanti apparati burocratici, che si occupano di problemi politici di tutt’altra portata. Le nuove organizzazioni di lavoratori non si rivolgono solo agli ingegneri e agli sviluppatori di videogiochi delusi, ma anche a quel precariato digitale sorto negli ultimi anni intorno ad aziende di trasporti come Uber e Lyft o a servizi di consegna a domicilio come Deliveroo. Sono i cosiddetti gig worker o crowd worker: guidano taxi, puliscono case e testano software sulla base di incarichi assegnati in modo automatico da un algoritmo. In genere non sono assunti dall’azienda e

hanno scarsissime possibilità di incidere sulle proprie condizioni di lavoro. “I movimenti di base parlano a categorie di lavoratori dipendenti e freelance che non rientrano tra gli interlocutori classici dei sindacati tradizionali”, spiega Vandaele. I lavoratori che si sono uniti su piattaforme online come Coworker (coworker. org) hanno già ottenuto le prime conquiste: per esempio una funzione che assicura le mance agli autisti Uber negli Stati Uniti e alcune misure di protezione contro il covid-19. Di recente un tribunale californiano ha imposto a Uber e Lyft di concedere lo status di dipendenti ai loro autisti. Secondo Vandaele è probabile Internazionale 1389 | 18 dicembre 2020

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Economia che, nei tempi economicamente difficili che ci aspettano, avranno molto seguito sia i sindacati tradizionali sia i nuovi movimenti di base. “Con la crisi molti si rendono conto che devono mobilitarsi in difesa dei loro interessi”.

Ambiente insicuro

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Quota di lavoratori iscritti a un sindacato, %, 2017 Lavoratori tipici

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FONTE: OCSE, FINANCIAL TIMES

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Da sapere

Tavolo dei negoziati

FONTE: OCSE, FINANCIAL TIMES

Le nuove organizzazioni dei lavoratori e i movimenti dal basso ormai non sono più confinati alla Silicon valley, ma si stanno diffondendo anche in Europa. Nel Regno Unito, Nat Whalley e Bex Hay hanno fondato Organise (organise.org.uk). Sul sito i lavoratori dipendenti e freelance possono mettersi in contatto e organizzare campagne per rivendicare condizioni di lavoro migliori. “Nel 2017 abbiamo fondato Organise perché abbiamo capito che sono sempre di più le persone che lavorano per imprese organizzate in modo decentrato o per piattaforme”, dice Whalley. “Di conseguenza per loro è praticamente impossibile incontrare i colleghi sul posto di lavoro e discutere dei problemi. Quando l’ambiente di lavoro diventa insicuro – è il caso dei lavoratori che non si sentono protetti dal covid-19 o che sono costretti a confrontarsi con il sessismo, il razzismo o i salari ingiusti – le persone si sentono isolate e cercano aiuto per risolvere i loro problemi: solo che non sanno a chi rivolgersi. Organise vuole essere uno strumento per mettere in rete i lavoratori a livello aziendale, regionale o di settore”. Al momento dell’iscrizione a Organise si indica il datore di lavoro, la professione, la mansione e le proprie rivendicazioni sindacali. La piattaforma garantisce l’accesso in forma anonima a una rete di persone impiegate presso lo stesso datore di lavoro o che avanzano le stesse richieste. Inoltre fornisce strumenti digitali per far valere i propri diritti: si possono avviare petizioni online, sondaggi e campagne sui social network, oppure indirizzare lettere aperte a politici e dirigenti aziendali. Ci si può anche unire a campagne già in corso con obiettivi simili. In questo modo nel giro di pochi giorni o poche settimane una determinata iniziativa raccoglie spesso centinaia se non migliaia di partecipanti. È proprio di fronte a problemi urgenti come la crisi provocata dal covid-19 che sono stati raggiunti risultati in tempi brevi. Grazie a una di queste campagne, per esempio, una lavoratrice freelance ha ottenuto che i lavoratori autonomi non fossero più esclusi dai sussidi pubblici per il covid-19. Un camio-

nista e i suoi colleghi hanno ottenuto di potersene andare direttamente a casa dopo un viaggio, senza dover restare con altri camionisti a mensa in attesa di nuovi incarichi, evitando così di aumentare il rischio di contagio da covid-19. Quasi tutti i servizi di Organise sono gratuiti. Whalley e Hay precisano che la piattaforma non vuole sostituirsi ai sindacati tradizionali, ma integrarne il lavoro: “Ora la usano anche loro per rafforzare le proprie campagne”, spiega Whalley. I due fondatori avevano già fatto esperienza di proteste digitali. Whalley ha contribuito a sviluppare ChangeLab, una tecnologia per organizzare iniziative e attività, e poi ha collaborato con la piattaforma per petizioni 38 Degrees. Hay, invece, ha fondato l’Initiative Amazon anonymous, un movimento online di boicottaggio a cui si sono unite più di 200mila persone con l’obiettivo di costringere l’azienda statunitense a garantire migliori condizioni di lavoro. In Germania Jörg Sprave ha fondato la Youtubers union, un movimento internazionale che si propone di migliorare le condizioni di lavoro di chi produce video

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su YouTube. “Il mio hobby sono le catapulte. Costruisco fionde per lanciare sassi, ma anche biscotti, frecce e spazzoloni del water. Per un bel po’ i video su YouTube mi hanno fatto guadagnare bene, in media seimila dollari al mese. Il mio canale ha più di due milioni di follower. Ma nel 2018 YouTube ha cambiato le sue regole e, visto che le catapulte sono considerate armi, i miei video sono stati classificati come inadatti ad attirare pubblicità”. La stessa cosa è successa a molti altri, che per motivi non proprio comprensibili all’improvviso hanno smesso di guadagnare con i video. “Ma noi con YouTube ci lavoriamo”, spiega Sprave. “Non è giusto che vengano cambiate le regole senza consultarci e che si prendano decisioni così arbitrarie e poco trasparenti. Per questo ho fondato la Youtubers union”. All’inizio era un gruppo attivo su Facebook, oggi ha più di 27mila aderenti in tutto il mondo. “Sono persone che non si iscriverebbero mai a un sindacato tradizionale. Possono riunirsi online per perseguire un obiettivo comune, ma non vorrebbero mai aderire a un’organizzazione di quel tipo”. Online è molto difficile raccogliere quote associative o finanziare una cassa per gli scioperi. Anche dal punto di vista giuridico un sito come quello di Sprave non potrebbe diventare un vero sindacato, perché opera a livello transnazionale. Nel 2019 la Youtubers union ha avviato una collaborazione con la Ig Metall, il grande sindacato dei metalmeccanici tedeschi. Hanno organizzato insieme la campagna Fairtube, che ha attirato una grande attenzione. “Noi ci siamo mobilitati sui canali digitali e la Ig Metall ha usato i suoi canali tradizionali. L’obiettivo era convincere i tribunali a riconoscere che gli youtuber sono dei lavoratori autonomi fittizi”, racconta Sprave. A quel punto Google, che fino ad allora non si era interessato molto alla vicenda, ha cominciato ad ascoltare i suoi dipendenti. Sapeva bene che una sentenza che riconosce più diritti ai produttori di video in Germania o in Europa avrebbe avuto degli effetti anche nel resto del mondo. In pratica, se ogni paese si fosse dato delle regole per i lavoratori del settore, la situazione sarebbe diventata insostenibile per il colosso statunitense: gli sarebbe sfuggita di mano, con il rischio di trovarsi continuamente esposto ad azioni giudiziarie. “In questo momento”, dice Sprave, “stiamo cercando di individuare la forma giuridica più adatta al nostro movimento,


ALLISON ZAUCHA (THE NEW YORK TIMES/CONTRASTO)

Los Angeles, Stati Uniti, agosto 2019. Emma Kinema, sindacalista di Game workers unite

che ci permetterà di operare a pieno titolo in molti paesi. Vorremmo avviare collaborazioni con i sindacati locali. È quello che è successo con i colleghi di Uber e Lyft in California, dove i tribunali sono pronti a schierarsi al fianco di chi lotta perché i lavoratori delle piattaforme digitali abbiano più diritti”.

Nuove realtà Frederik Zoëga dirige la sezione innovazione dell’Hk Lab, un laboratorio con cui il sindacato danese Hk si propone di adattarsi alle nuove realtà digitali. “Mi sono sempre interessato a due cose: la tecnologia e la politica. Oltre a studiare informatica, ho militato in organizzazioni sociali e politiche. A un certo punto mi sono chiesto: perché i sindacati non usano di più la tecnologia per facilitare il loro lavoro e concentrarsi meglio sui bisogni degli iscritti?”. Spesso i sindacati tradizionali non sfruttano le possibilità offerte dalla tecnologia. In Danimarca le organizzazioni dei lavoratori sono molto potenti, nello stato sociale svolgono un ruolo impor-

tante. I loro iscritti comprendono più di due terzi di tutti i lavoratori dipendenti. Con la digitalizzazione il mondo del lavoro sta cambiando alla velocità della luce, e i sindacati devono saper stare al passo con gli sviluppi tecnologici delle aziende e con i nuovi problemi che ne derivano. Le aziende usano i dati, gli algoritmi e l’intelligenza artificiale anche per gestire il personale e organizzare il lavoro in fabbrica. Nel 2018 Zoëga ha scoperto l’Hk Labs e oggi dirige il loro Innovation lab insieme a Christel Spliid. “Ci concentriamo su piattaforme e applicazioni che aumentano la trasparenza sulle condizioni di lavoro e i salari. Per esempio abbiamo sviluppato un chatbot rivolto ai giovani che sono al primo impiego. Si tratta spesso di adolescenti con cui le telefonate e le email funzionano poco. Di certo queste persone non visitano i siti internet dei sindacati – neanche di quelli a cui sono iscritti – né telefonano per avere informazioni. Il nostro chatbot, che si può consultare su social network come Facebook,

risponde a domande sui diritti dei lavoratori. Per esempio: quanto dev’essere lunga la mia pausa pranzo? Cosa mi spetta se mi ammalo? Quanto devono pagarmi? Gli utenti scrivono le domande e il bot risponde”. Il laboratorio, inoltre, ha sviluppato un prototipo di consulente virtuale per i dipendenti che vorrebbero mettersi in proprio senza perdere diritti e garanzie previdenziali. È in preparazione anche uno strumento online per la giustizia salariale: sulla base di qualifiche professionali e dati relativi al settore e al territorio, un algoritmo calcola il salario adeguato a vari lavori e tipi di attività. “Ci siamo accorti che negli annunci di lavoro le imprese spesso non specificano il salario. Quindi i candidati non sanno quanto aspettarsi – e quanto pretendere – in un dato settore. Anche chi già lavora, raramente sa se quello che percepisce è un salario giusto. Quest’applicazione porta trasparenza. Fa sentire i candidati più sicuri di sé nei colloqui di lavoro e li aiuta a ottenere il giusto nelle contrattazioni salariali”. u sk Internazionale 1389 | 18 dicembre 2020

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Imaginary trip I, n.1


Portfolio

Invito al viaggio Il vecchio vagone di un treno abbandonato fa da scenario alle storie misteriose e poetiche della fotografa Gosette Lubondo, scrive Christian Caujolle


Portfolio

TUTTE LE FOTO © GOSETTE LUBONDO, COURTESY GALERIE ANGALIA

Imaginary trip I, n.2

na donna di spalle guarda un’immensa lavagna nera. Indossa un vestito rosso a pois bianchi e delle calze rosse. La mano sinistra stringe un ombrello di plastica trasparente su cui si appoggia delicatamente. Ai suoi piedi si vede una grande busta con la scritta: “See the world” (guarda il mondo). Sulla lavagna si leggono degli orari. Sembra di essere in una stazione. Ma perché allora, sopra l’indicazione a lettere maiuscole “Depart train” (Treno in partenza), c’è la frase quasi cancellata “Situation de production des vehicules du 14/09/2015” (stato della produzione dei veicoli del 14/09/2015)? Forse siamo in un edificio che prima di diventare una stazione era una fabbrica di automobili? Non c’è niente che aiuti a capirlo davvero. Guardando meglio, vediamo che le prime due destinazioni dell’elenco sono Voyage (Viaggio) e Imaginaire (Immaginario). È tutto molto strano ma anche molto preciso, inquadrato con cura, al tempo stesso realistico ed enigmatico. La seconda immagine della serie Imaginary trip della fotografa congolese Gosette Lubondo, che ne comprende quindici,

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conferma l’impressione di essere in una stazione. Nella foto una donna è nel vagone di un treno in cui non ci sono i sedili. Un vecchio vagone abbandonato, inquadrato con un perfetto controllo della simmetria, che fa da scenografia all’evocazione, alla costruzione e alla reinterpretazione di un viaggio che prevediamo sarà immobile. Lubondo scatta con la macchina fotografica messa su un cavalletto per creare una prospettiva rigorosa, identica tra un’immagine e l’altra, con leggere variazioni nell’ampiezza dell’inquadratura. Lo spazio sembra più grande grazie all’uso del grandangolo. Così l’effetto è una stanza molto lunga, scandita dalla successione dei finestrini, che fa da scena a delle storie ordinarie, ma al tempo stesso misteriose e poetiche. Non c’è niente di spettacolare in questi piccoli momenti di vita che si svolgono all’interno di un treno: una donna, ancora una volta di spalle, che si muove verso un sedile assente; un’altra che porta il suo grosso bagaglio sulla testa; una persona assorta nella lettura; una dipendente della compagnia ferroviaria che serve un tè a una viaggiatrice; due donne che parlano; un’altra che fantastica guardando il pae-

saggio mentre un uomo legge il giornale. Poi la scena si anima con quattro passeggeri seduti sulle loro sedie e altri due in piedi che sembrano appena entrati. Nell’ultima immagine la donna si è addormentata poggiando la testa sulla sua giacca rossa, cullata dal lento ritmo del convoglio, mentre le sedie, disposte su tre file, compaiono grazie all’uso della doppia esposizione. Un metodo originale Queste scene, costruite al tempo stesso con precisione e delicatezza, non sono delle storie, ma una manipolazione del tempo. Il vagone, o quello che ne rimane, non è un oggetto ma un rifugio, forse il ricordo o la traccia, se non la prova, di un passato difficile da definire e probabilmente già scomparso. Il processo che ci lascia sempre indecisi tra la seduzione dell’immagine e il dubbio su quello che ci dice consiste più nell’inventare un ricordo, che nel ricostruire ciò che è stato. È in questo spazio sottile che s’insinua la creazione di un universo onirico, che attinge dal passato e che può essere riconosciuto sia da chi lo ha vissuto in prima persona sia da chi ne ha solo sentito parlare. Imaginary trip è la seconda serie di Lu-


Imaginary trip I, n.3

Imaginary trip I, n.7

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Portfolio Imaginary trip I, n.14

Imaginary trip I, n.15

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Imaginary trip II, n.2

bondo – nata nel 1993 a Kinshasa, dove vive e lavora – e l’ha fatta conoscere a livello internazionale. La serie si lega perfettamente con la prima intitolata Au fil du temps (Nel corso del tempo), in cui la giovane artista esplorava – in quel caso senza personaggi – i segni, i colori, le luci di un complesso ferroviario abbandonato. Con questo lavoro Lubondo assorbe e al tempo stesso rompe con il modo in cui la fotografia ha da sempre segnato il suo universo. Lo zio del padre di Lubondo, Etienne Nkazi, fu uno dei primi fotografi congolesi. Cominciò a lavorare nel 1914. Il padre, Yina-Mambu Diakota, era il fotografo dei circoli kimbaguisti, la chiesa cristiana nata in Congo. Dopo aver fondato una rivista di musica (con cui ha fatto conoscere la ricca scena musicale del paese), una serie di alti e bassi professionali e la perdita di gran parte del suo archivio, continua a lavorare ancora oggi all’età di settant’anni. Gosette, che era la figlia più giovane, non pensava alla fotografia. Racconta con ironia che, essendo la più piccola della famiglia, non aveva il permesso di toccare la macchina fotografica: “Forse proprio perché mi vietavano di toccarla, ne

sono rimasta affascinata”. Nel 2011 si è iscritta all’accademia di belle arti di Kinshasa. Nel 2014 si è diplomata e l’anno successivo ha seguito il master in fotografia tenuto dal critico e curatore d’arte camerunense Simon Njami, promosso dal Goethe Institut di Johannesburg, in Sudafrica. Nel frattempo frequentava il seminario del fotografo francese di origine algerina Bruno Boudjelal. Queste esperienze e questi incontri le hanno confermato che la fotografia poteva essere il suo strumento di lavoro e soprattutto un modo per esprimersi. Con il passare del tempo Lubondo ha elaborato un metodo originale, seguendo l’obiettivo di riconciliare il presente e il passato per proiettarsi nel futuro. Per questo si è trasformata anche in modella. Nelle sue fotografie l’artista interpreta diversi ruoli, senza alcun narcisismo, per evocare il passaggio del tempo all’interno di un universo fantastico. L’immagine diventa magia, legame con le tradizioni orali africane. E anche se la fotografa posa nella scena interpretando Elikia (cioè “speranza”, la donna con il vestito rosso a pois bianchi, alter ego congolese di Alice nel paese delle meraviglie), non siamo nell’autoritratto ma in un fenomeno di

sdoppiamento, come suggeriscono le sovraimpressioni di persone e oggetti che compaiono in alcune fotografie. Il suo nome, Gosette, diffuso nel Congo centrale, significa “consolali!”. E lei cura le piaghe del tempo con dolcezza, senza fretta. Sempre indossando lo stesso vestito rosso a pois bianchi, nella serie Imaginary trip II la fotografa ha scelto come ambientazione un’ex scuola, aperta nel 1936 da una congregazione cristiana e oggi abbandonata. Anche in questo caso il suo personaggio è accompagnato da figure trasparenti, da fantasmi, che la seguono gentilmente, in una serena tranquillità. u adr

Da sapere

La mostra e il libro

u Gosette Lubondo doveva partecipare al festival di Paris photo 2020, in Francia, che è stato annullato a causa della pandemia di covid-19. Le sue foto saranno esposte nella mostra collettiva Memoria: récit d’une autre histoire al Frac Nouvelle-Aquitaine MÉCA a Bordeaux, in Francia, dal 3 febbraio al 29 maggio 2021. I lavori della fotografa sono stati raccolti nel libro Gosette Lubondo (Éditions de l’œil 2020).

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Ritratti

Martin Pollack Verità scomode Werner Reisinger, Datum, Austria. Foto di Francesco Alesi È uno scrittore e giornalista austriaco. Nel 1947 suo padre fu trovato morto in un bunker sul Brennero. Solo in seguito Pollack avrebbe scoperto perché: era un ufficiale delle Ss e uno dei capi della Gestapo a vanità non gli appartiene. Non sembra particolarmente lusingato dai complimenti per il suo lavoro. Quando la scorsa primavera siamo andati a trovarlo nella sua fattoria nel Burgenland meridionale, in Austria, ci è sembrato un uomo pacato, quasi distaccato. Il suo indirizzo è difficile da trovare. Martin Pollack ha bisogno di stare da solo. Ama la pace, ma anche il silenzio, senza non potrebbe lavorare. Nel cortile ha fatto costruire da un architetto un cubo di legno, una biblioteca. È l’unica aggiunta all’edificio. Siamo seduti uno di fronte all’altro, in calzini. Dalla sua postazione di lavoro si gode la vista del paesaggio circostante, sul davanzale della finestra c’è un binocolo. “Mi piace osservare”, dice con un sorriso malizioso. Raramente Pollack è citato tra gli storici di fama che, nei documentari e negli speciali televisivi, fanno appassionare gli austriaci alla storia contemporanea e a quella del nazismo. Lui chiama i suoi libri – in particolare Il morto nel bunker, scritto nel 2004 (e pubblicato in Italia nel 2008), in cui racconta la storia di suo padre – “racconti”. È un nome tanto appropriato quanto riduttivo. Non sono saggi né inchieste, non rientrano nel genere dell’autobiografia né in quello delle pubblicazioni accademiche. In realtà non rientrano

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in nessuna categoria. Nei suoi libri Pollack mostra le ferite, alcune appena rimarginate, che gli ultimi due secoli hanno lasciato nei paesaggi dell’ex “monarchia danubiana” e nell’Europa centrale e orientale. Cerca le tracce del terrore e delle persecuzioni dove gli altri non riescono più a vedere nulla. Con il suo lavoro, Pollack propone un modo di guardare alla storia austriaca contemporanea diverso da quello di qualsiasi altro storico, giornalista o testimone. Scavando nelle vicende della sua famiglia, alla quale è ancora oggi dolorosamente legato, vuole soprattutto scoprire le radici del nazismo austriaco. Mentre altri si concentrano sulla Vienna di Hitler o sulla giovinezza del Führer, Pollack mostra che a Vienna per la genesi del partito l’antislavismo fu importante quanto l’antisemitismo. I suoi “racconti” provano che in Austria i nazisti c’erano già molto prima della nascita del partito. Martin Pollack aveva quattordici anni quando, alla fine degli anni cinquanta, la madre gli rivelò per la prima volta chi era suo padre. Gli disse che era stato nelle Ss e nella Gestapo. Non aggiunse molto altro all’epoca, ma Pollack era abbastanza grande per avere almeno una vaga idea di

Biografia ◆ 1944 Nasce a Bad Hall, in Austria. ◆ 1947 Il padre viene trovato morto in un bunker sul Brennero. ◆ 1959 La madre gli confessa che suo padre era un ufficiale delle SS. ◆ 1961 Decide di rompere i legami con la sua famiglia. ◆ 1987 Comincia a collaborare alla rivista tedesca Der Spiegel, facendo da corrispondente a Vienna e Varsavia. ◆ 2004 Scrive il libro Il morto nel bunker, un’inchiesta sulla vita del padre.

cosa significasse. Chi era veramente suo padre lo avrebbe scoperto solo in seguito. Per quell’uomo gli amati nonni di Amstetten, nella Bassa Austria, i parenti e gli amici avevano solo belle parole. Era “energico”, “sempre onorevole e rispettabile”, ricordava la nonna. Era uno che aveva fatto strada, diceva. Era il dottor Gerhard Bast, Sturmbannführer delle Ss e capo della Gestapo di Linz: un assassino, un criminale di guerra di cui Pollack avrebbe rifiutato il cognome. Il corpo di suo padre fu trovato in un bunker sul Brennero nell’aprile del 1947. Fu ucciso dall’uomo che lo stava aiutando a fuggire mentre tentava di attraversare il confine dall’Italia verso Innsbruck.

Il punto di partenza Laško, in tedesco Tüffer, dodici chilometri a sud della città di Celje, Cilli in tedesco, è un tranquillo borgo sloveno oggi noto soprattutto per l’omonimo birrificio. È qui che alla fine dell’ottocento si sistemò il renano Paul Bast. Bast sposò la figlia di un notabile del paese, aprì una conceria e comprò una grande casa sulla piazza del mercato; alcuni anziani del villaggio ancora la chiamano Bastova hiša, casa Bast. È questo il punto di partenza della storia. Nella Bassa Stiria dell’epoca c’erano principalmente sloveni, ma i tedeschi erano la maggioranza in molte comunità, come a Laško. La vita sociale seguiva il principio della separazione: c’erano locande tedesche e locande slovene, e lo stesso valeva per le banche e le chiese. Le associazioni – di ciclisti, di gruppi di canto – giocavano un ruolo importante da entrambe le parti. Con la fine del secolo, e l’ascesa del nazionalismo, il clima cominciò a surriscaldarsi. All’inizio tra tedeschi e sloveni ci furono solo piccole


Martin Pollack al festival di Internazionale a Ferrara, il 5 ottobre 2018

scaramucce, ma erano i primi passi verso una spirale di odio. A una corsa alcuni ciclisti tedeschi che avevano fondato un’associazione nella vicina Celje furono accolti da un lancio di sassi dalla parte slovena; un allegro “Alla salute!” pronunciato da un giovane ubriaco a una festa parrocchiale fu considerato dai tedeschi una provocazione, e subito volarono pugni e boccali di birra. La rivista in lingua tedesca Deutsche Wacht, fedele al suo nome (Wacht significa “guardia”), riportava questi scontri con grande scrupolo: i responsabili ovviamente erano sempre gli sloveni. Furono coinvolti nelle risse anche cittadini distinti, i cui figli frequentavano il liceo tedesco a Celje. Tra questi c’erano anche quattro degli otto figli dei Bast, soprattutto i fratelli Rudolf ed Ernst. Sono citati in un articolo di giornale per aver cercato uno scontro alla stazione di Laško gridando: “Qui parliamo tedesco!”. Il liceo di Celje ebbe un ruolo decisivo nel percorso dei fratelli Bast. Lì s’impregnarono d’idee nazionaliste. Si definivano Grenzlanddeutsche, tedeschi delle terre di confine, e si vedevano come un “baluardo contro la rovina slava”. Quando il

nonno di Pollack, Rudolf Bast, frequentava il liceo scoppiò una polemica che descrive meglio di qualsiasi evento il nazionalismo dell’epoca. Gli studenti austriaci di lingua tedesca nelle assemblee rendevano omaggio all’imperatore Guglielmo e a Otto von Bismarck e cantavano cori ostili agli Asburgo. Gli sloveni che avevano iscritto i figli lì chiesero e ottennero la creazione di classi separate. Nel 1885 in quel liceo fu fondata la confraternita degli studenti tedeschi della Bassa Stiria, chiamata “Germania”, anticipando l’omonima associazione nazionale degli studenti tedeschi con sede a Graz. Quando Rudolf ed Ernst Bast andarono là a studiare legge entrarono nell’associazione così come avrebbe fatto in seguito Gerhard, figlio di Rudolf e padre di Martin Pollack. Quando Pollack ha cominciato a fare ricerche sul padre, ha chiesto alla moglie di chiamare l’associazione a Graz, usando il proprio cognome. C’era forse stato un alunno chiamato Bast? “Uno? Quattro!”. Hanno inviato alla moglie di Pollack la fotocopia di una foto incorniciata in cui si vedeva anche il padre di Pollack, Gerhard Bast, in uniforme delle Ss.

I “tedeschi delle terre di confine” si sentivano traditi, derisi e abbandonati dagli Asburgo di Vienna. Francesco Giuseppe, l’imperatore cattolico, era vicino agli slavi, secondo l’opinione diffusa a casa Bast. Come tanti rappresentanti dell’alta borghesia di lingua tedesca, anche i Bast voltarono le spalle agli Asburgo e si convertirono al protestantesimo, la “fede tedesca per natura”. Quando nel 1911 a Gottschee (oggi Kočevje) nacque Gerhard Bast, suo padre Rudolf era già diventato protestante. Nella comunità germanofona di Gottschee, lavorava come apprendista in uno studio legale; ora al centro del suo pensiero politico c’era il “movimento pangermanico” dell’antisemita Georg von Schönerer. Il suo antisemitismo e l’antislavismo spesso non trovavano conferma nella vita privata. Rudolf Bast aveva affittato un piccolo rifugio nella foresta di Hornwald, e spesso ci andava con amici sloveni che condividevano la sua passione per la caccia. Suo nipote Guido Prister, per esempio, era il figlio di un commerciante di legname ebreo e della sorella di Rudolf ed Ernst, Josefine Bast. Prister, un “mezzo ebreo”, apparteneva alla Internazionale 1389 | 18 dicembre 202o

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Ritratti cerchia più stretta della famiglia. Era “uno dei nostri”. Nella loro concezione di “nostri” si condensavano l’ambivalente antisemitismo e nazionalismo tedesco e la realtà della loro vita privata nella Bassa Stiria. Gerhard Bast trascorse il suo tempo con Guido, il “mezzo ebreo”, anche dopo il 1938, quando già da due anni era “entrato in servizio” nella Gestapo di Graz e nelle Ss.

La strada verso il nazismo In anticipo sullo scoppio della prima guerra mondiale, Rudolf Bast si trasferì insieme alla moglie e al figlio Gerhard ad Amstetten. Nella piccola città della Bassa Austria l’avvocato non fece fatica a stringere nuovi legami con i nazionalisti tedeschi. Si iscrisse al Partito popolare nazionale tedesco, un partito nazional-conservatore che si sviluppò durante la Repubblica di Weimar. Dopo l’armistizio dell’inverno del 1918 Rudolf Bast provò il senso di amarezza condiviso da una generazione di “pensatori tedeschi”. Nell’agosto del 1931 entrò a far parte del Partito nazional-socialista tedesco dei lavoratori. Il figlio Gerhard, studente di giurisprudenza a Graz e membro entusiasta della “Germania”, come suo padre, lo seguì nell’ottobre del 1931. In seguito Gerhard entrò nelle Ss di Graz. La strada che condusse i Bast al nazismo è esemplare. Non appena fu chiaro che Hitler avrebbe unito l’estrema destra nazista, abbandonarono la difesa nazionale della Stiria per aderire al partito. I “vecchi combattenti” Rudolf e suo figlio Gerhard si ponevano come nazisti nel regime austrofascista di Dollfuss, per il quale il partito nazista era fuorilegge e, nonostante la repressione, rivendicarono energicamente la loro ideologia fino all’Anschluss (l’annessione dell’Austria alla Germania nazista nel 1938), che, soprattutto a Graz, equivalse a una presa del potere. In particolare il percorso di Gerhard sembra già deciso dalla famiglia e dall’educazione ricevuta. Ma c’è una domanda alla quale, nonostante le ricerche approfondite, Martin Pollack ancora oggi non sa rispondere: perché suo padre scelse proprio la Gestapo? Gerhard Bast aveva svolto un ruolo centrale nel terrore del regime nazista. Doveva per forza sapere, prima di entrarne a far parte, che il lavoro nella polizia segreta di Himmler e Hitler portava a deportazioni e omicidi. Questa domanda accompagna Pollack da anni “come un’ombra oscura”. E sa che non

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potrà mai scrollarsela di dosso. “Tuo padre era un idealista”, ripeteva la nonna. Martin Pollack è riuscito fin da adolescente a staccarsi dall’ambiente nazista della famiglia principalmente grazie al patrigno. Impiegato di banca e pittore, Hans Pollack, a sua volta convinto nazional-socialista, era affascinato da qualsiasi tipo di lavoro artigianale: poter creare o riparare qualcosa da soli per lui era di grande valore. Decise quindi di mandare i suoi due figli in collegio a Salisburgo. Negli anni cinquanta il liceo privato Werkschulheim Felbertal era un progetto pilota dove, oltre a prendere la maturità, si poteva completare un apprendistato. Martin Pollack lo descrive come “un’oasi di tolleranza”. La scuola immunizzò Pollack dalle idee di casa a Linz e Amstetten. Più volte i nonni lo esortarono a unirsi a una confraternita. Il collegio di Salisburgo, tuttavia, gli garantiva una distanza fisica, mentre gli insegnanti e i compagni di scuola gli diedero gli stimoli che sarebbero stati la premessa per la rottura con l’ambiente nazista della famiglia. Per il padre di Pollack, Gerhard, il nonno Rudolf Bast aveva scelto una scuola diversa. Tra tutti i licei che sarebbero stati felici di aprire le loro porte al rampollo di un avvocato, lo mandò allo Schauer di Wels. La scuola godeva di un’ottima reputazione nei circoli nazionalisti tedeschi. Lì insegnava Moritz Etzold, capo dell’Associazione austriaca della ginnastica. “Frisch, fromm, fröhlich, frei” (Allegro, devoto, felice, libero), le quattro “F” del motto erano disposte a formare una svastica. Dopo il 1934, i nazional-socialisti avrebbero esibito quel simbolo come segno distintivo. Nel 1951, il liceo Brg Wels celebrò il suo cinquantesimo anniversario con una cerimonia. “Venerdì 28 settembre, ore 19.30, fiaccolata”, si leggeva nel programma. Il giorno successivo, alle 8, “posa del-

C’è una domanda alla quale, nonostante le ricerche, Pollack ancora oggi non sa rispondere: perché suo padre scelse proprio la Gestapo?

la ghirlanda sulla targa ai caduti nell’auditorium”. L’iscrizione rendeva omaggio agli ex studenti e insegnanti morti che “hanno sacrificato le loro vite nella seconda guerra mondiale”, si legge nell’elenco. Tra i nomi c’è anche “Bast, Dr. Gerhard”, capo della Gestapo di Linz e criminale di guerra, ucciso al Brennero nel 1947. La famiglia Bast continuò a considerarsi l’élite del “movimento nazionale” anche dopo la fine della guerra. Tuttavia, come migliaia di altri nazisti austriaci, si sottrasse alle sue responsabilità. Il nonno di Pollack, Rudolf, ammesso nelle Ss a titolo onorario, passò un breve periodo in carcere e fu addirittura portato a Norimberga, ma nel giro di poco fu considerato un nazista “della prima ora” e poté tornare a Glasenbach. A suo fratello Ernst, più prudente e con amicizie più potenti, non successe niente. A Linz la madre e il patrigno di Pollack, il pittore Hans Pollack, rimasero fedeli alle loro convinzioni, anche se non con il fanatismo dei parenti di Amstetten. Di quel periodo Pollack ricorda sua madre nel giardino della casa di Linz che di punto in bianco cominciò a cantare: “Be-bop-ALula, i nazisti stanno tornando”.

Emarginato in casa sua Si sentiva in dovere di raccontare la storia della sua famiglia? No, aveva sempre cercato di evitarlo, dice. Ma quando, per via dei suoi studi di slavistica, fece un viaggio in Polonia, qualcosa in lui si mosse. Poco dopo ruppe con i nonni. Se avesse sposato una polacca o un’ebrea, gli scrisse la nonna, lei non glielo avrebbe mai perdonato, avrebbero rotto ogni rapporto. Lui le rispose con un’altra lettera. E fu la fine. Oggi ci ripensa con un misto di vergogna e tristezza. Non è stato lui a lasciare la sua famiglia. Tuttora, quando ne parla, Pollack pensa piuttosto che sia stata una dolorosa separazione. Il suo percorso, lontano da Amstetten e Linz, passando per il collegio di Salisburgo e gli studi a Vienna e Varsavia fino al confronto con il nazismo dei nonni e dei parenti, ha coinciso con una progressiva alienazione, rendendolo un emarginato in casa sua. Lo confessa senza problemi, quasi con il distacco dell’osservatore. Se non è un dovere, la sua sincerità è forse un bisogno? Martin Pollack ci pensa, poi sorride. “Tutte le storie possono essere raccontate. Forse devono essere raccontate”. ◆ nv



Graphic journalism Cartoline dal Natale

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Noah Van Sciver è un autore di fumetti statunitense nato in New Jersey nel 1984. In Italia ha pubblicato alcuni suoi lavori per Coconino press e Oblomov edizioni. Il suo ultimo libro è Fante Bukowski: un irresistibile anno dopo (Coconino 2018). Internazionale 1389 | 18 dicembre 2020

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Cultura

Teatro

IAN BERRY (MAGNUM/CONTRASTO)

Tom Stoppard a Londra nel 1977

L’identità dimenticata Lyn Gardner, Prospect, Regno Unito Una biografia di Tom Stoppard riflette sul percorso umano e artistico del grande drammaturgo britannico a biografia di Tom Stoppard scritta da Hermione Lee (Tom Stoppard: a life, appena uscita nel Regno Unito) è compresa tra due foto: quella in copertina e quella sul retro. Sono un indizio della doppia identità di uno dei maggiori drammaturghi contemporanei. La prima foto ritrae il raffinato scrittore. La seconda mostra un bambino ebreo cecoslovacco felicemente assorto mentre sfoglia un libro. La domanda al cuore della biografia è: come ha fatto Tomáš Straussler, il figlio di un medico mitteleuropeo, a diventare sir Tom Stoppard?

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Stoppard è una bestia rara. Ha avuto successo sia nel teatro finanziato dallo stato sia in quello commerciale. Ma anche se apprezzato, non è stato sempre pienamente accolto dalla comunità, per lo più di sinistra, dei teatranti britannici. La maggior parte di loro non lodava le politiche di Margaret Thatcher, come fece Stoppard (che ne apprezzava tanto il pugno di ferro con i sindacati quanto l’anticomunismo). William Gaskill, leggendario direttore del Royal Court, riassumeva così la politica del teatro di Londra: “Mai mettere in scena un’opera di Stoppard”.

Marchingegni teatrali Solo nel 2006 il Royal Court si è riconciliato con Stoppard allestendo Rock ’n’ roll, un’opera che va dalla primavera di Praga al crollo dell’Unione Sovietica, dai Velvet Underground alla rivoluzione di velluto.

Stoppard è un maestro delle connessioni inaspettate: I mostri sacri, il suo lavoro del 1974, è uno stupefacente marchingegno teatrale che si basa sul fatto che nel 1917 Lenin, Tristan Tzara e Joyce si trovavano tutti casualmente a Zurigo. La foto di copertina ci mostra lo Stoppard sicuro di sé, famoso e affascinante. Ma c’è una certa circospezione nel suo sguardo, come se non volesse essere esaminato da vicino. E c’è stata un’epoca in cui sarebbe stato difficile immaginarlo a collaborare a una sua biografia. Il viaggio di Stoppard avviene sullo sfondo delle catastrofi e delle trasformazioni, storiche e geografiche, del ventesimo secolo. Va dall’Europa dell’anteguerra alle ricche contee britanniche, dall’emarginazione all’inclusione, dal ruolo di giornalista e critico a quello di drammaturgo. E dalla strepitosa irriverenza di Rosencrantz e Guildenstern sono morti fino a Leopoldstadt, la sua opera teatrale più rivelatrice e personale, che ha debuttato a gennaio del 2020. Al cuore della struttura a scatole cinesi di Leopoldstadt c’è Leo, rampollo di una famiglia ebrea viennese. L’opera segue la storia della famiglia dalla Vienna di fine ottocento al 1955. Leo, nato Rosenbaum, prende il cognome del patrigno – proprio come Stoppard – e diventa Leo Chamberlain, un immaturo scrittore che sa poco del proprio passato. Internazionale 1389 | 18 dicembre 2020

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Cultura

Teatro

LEOPOLDSTADTPLAY.COM

Una scena di Leopoldstadt

Non è un’esagerazione vedere in Leo un triste ritratto dell’artista da giovane. Lee descrive Leopoldstadt come un “atto di risarcimento” di Stoppard, un’opera che riflette su quell’identità ebraica più o meno ignorata fino al 1993, quando scoprì il destino di molti familiari della madre, vittime dell’olocausto. È sorprendente che un drammaturgo autodidatta (Stoppard cominciò come giornalista senza aver mai frequentato l’università), e con la reputazione di confondere e incantare il pubblico con un’apparente onniscienza, sia stato per anni così poco curioso del proprio passato. Le sue prime opere possono essere considerate dei diversivi per distogliere l’attenzione dal loro autore. Il futuro Tom Stoppard nacque Tomáš Straussler il 3 luglio del 1937 a Zlín, in Cecoslovacchia. Era il secondo dei due figli di Marta ed Eugen, un medico che lavorava nell’ospedale della fabbrica di scarpe Bata. Nel 1939 Eugen si trasferì con la famiglia a Singapore, dove stavano costruendo una grande fabbrica Bata. Nel 1942, quando Stoppard non aveva ancora cinque anni, Singapore finì in mano giapponese. Tomáš , il fratello maggiore Petr e la madre Marta salparono in fretta e furia a bordo di una nave che li portò in India. Il padre rimase a Singapore e quasi certamente morì circa un mese dopo la partenza della famiglia. La sua mor-

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te diventò parte della cortina di silenzio che cadde sulla storia familiare. Un silenzio che si fece assoluto quando Marta, in India nel 1945, sposò il maggiore britannico Kenneth Stoppard e la famiglia si trasferì nel Regno Unito.

Senza causa Da giornalista ambizioso qual era, Stoppard ha assunto diverse personalità, e ha fatto lo stesso nelle sue opere. Il lavoro teatrale che l’ha fatto conoscere al mondo, Rosencrantz and Guildenstern sono morti, andato in scena per la prima volta al Fringe festival di Edinburgo nel 1966, è pieno di immagini doppie; nel suo racconto spionistico Hapgood ci sono dei gemelli e in Notte e giorno identità duplici. È come se fosse inconsapevolmente cosciente della sua doppia eredità, anche se si era trasformato nel classico gentiluomo inglese di campagna, amante del cricket, e in quello che Lee chiama “un drammaturgo senza una causa, eccetto quelle della bella lingua e dell’arte”. Alla fine Stoppard ha trovato la sua causa nel sostegno al dissidente ceco Václav Havel e più recentemente al Teatro libero di Bielorussia. Queste cause hanno contaminato la sua scrittura: più Stoppard ha scavato le sue radici, più le sue opere sono diventate aperte, oneste, ricche e sfumate. Il giovane scaltro e un po’ pazzo che scrisse Acrobati e Il vero

ispettore Hound è molto lontano dal maturo e consapevole autore della trilogia La costa dell’Utopia (2002), ambientata nella Russia dell’ottocento, e di Leopoldstadt. Stoppard è un drammaturgo notevole, ma è stato raramente rivoluzionario. Se in quanto “drammaturgo senza una causa” il giovane Stoppard fu politicamente distante dai suoi colleghi, non fu nemmeno al passo con il radicalismo dei loro metodi: non è stato un grande innovatore teatrale. Rimase lontano dal teatro sperimentale degli anni sessanta e settanta. I critici che osannarono la doppia cornice temporale di Arcadia, indubbiamente ingegnosa, trascurarono il fatto che autori di nicchia degli anni settanta e ottanta come Sarah Daniels avevano già sperimentato simili congegni scenici. Ma il teatro britannico ha senz’altro bisogno di varietà. Crescendo e attingendo alla propria storia, Stoppard è arrivato a creare opere che non solo incantano il pubblico, ma hanno pure la capacità di commuoverlo. Il tutore Septimus, uno dei personaggi di Arcadia, osserva tristemente: “Quando avremo svelato ogni mistero e perso ogni significato, saremo soli in una riva deserta”. Se il drammaturgo che comprende il suo mistero e la sua storia non è meno solo, suggerisce la bella biografia di Lee, è però un artista molto più potente di quello che rifiuta di riflettere su di sé. ◆ nv



Cultura

Schermi Documentari

YouTube Senza offesa

Che fine ha fatto il sogno europeo? Arte.tv L’inchiesta fa parte del progetto speciale The European collection: come percepiamo i problemi dell’Unione europea e dei paesi vicini? Cinque emittenti pubbliche provano a rispondere con documentari e reportage. Faith Prime Video Affascinante immersione in una misteriosa comunità religiosa tra cristianesimo e discipline orientali, fede e arti marziali. Ultimo lavoro della talentuosa Valentina Pedicini. Human flow Rai Storia, sabato 19 dicembre, ore 23.10 In occasione della Giornata internazionale per i diritti dei migranti, il tributo dell’artista cinese Ai Weiwei ai milioni di persone costrette a fuggire da carestie, cambiamenti climatici e conflitti. Ladro di libri Sky Arte, sabato 19 dicembre, ore 21.15 Il 25 maggio 2012 il direttore della biblioteca Girolamini di Napoli, Marino Massimo De Caro, fu arrestato. I filmati del saccheggio di volumi antichi introducono la ricostruzione del clamoroso caso. Piano to Zanskar Nataleinquota.it L’incredibile storia del trasporto di un pianoforte da Londra alla scuola più alta del mondo, nell’Himalaya indiano, è tra i titoli proposti durante le feste agli appassionati di montagna dalla piattaforma temporanea di Trento film festival e Cai.

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Serie tv The good lord bird Sky, 7 episodi Sulla carta, immaginando una miniserie tv sulla vita dell’abolizionista John Brown, verrebbe in mente qualcosa di molto più severo e sobrio di The good lord bird. Seguendo la traccia del best seller di James McBride, questa serie affronta argomenti seri con originalità. Il punto di vista scelto per rac-

contare la storia è quello di Onion (Joshua Caleb Johnson), un ragazzino nero che si unisce alle scorribande di Brown. Ethan Hawke, nei panni di Brown, è travolgente e contribuisce a dare un tono dissacrante a tutta la serie: anche i giusti possono sembrare ridicoli, ma questo non li rende meno giusti. Slate

“Lo vuoi davvero condividere?”. Questa frase apparirà su YouTube a chiunque stia per pubblicare un commento considerato offensivo, sulla base di una serie di parole segnalate come tali. Lo strumento automatico non bloccherà il commento, ma “darà alle persone la possibilità di rifletterci prima di pubblicare”, si legge in un comunicato dell’azienda. Il meccanismo è simile a quello creato da Twitter per diminuire la disinformazione: se stai per condividere il tweet di un altro utente senza aver prima cliccato sul link, Twitter ti chiede se non sia il caso di leggere prima tutto il contenuto. Piccoli tentativi per rendere le piattaforme ambienti un po’ più civili. Basterà? Gaia Berruto

Televisione Giorgio Cappozzo

Sconosciuti Alla fine la domanda gliel’ho fatta: figlia mia, cosa ci trovi di tanto interessante nei video di TikTok? Lei mi ha guardato con lo sguardo che Mastroianni rivolge al padre nella Dolce vita, quando lui, nella baraonda delle notti romane, gli chiede: “Ma tu di preciso che lavoro fai?”. Come te lo spiego? Un tavolo su via Veneto come una finestra sul tablet. “Guardo cose”, mi ha risposto, senza specificare. Un tempo spulciavamo i loro diari segreti, decrittando frasi e refusi. Ora quel

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gesto esce dalla clandestinità e si fa format. In Tu non sai chi sono io (RaiPlay) i ragazzi raccontano la loro “misteriosa” quotidianità, tra follower, performance e confessioni. I genitori assistono dietro uno schermo. Giovani sapienti squadernano le loro giornate in rete, dimostrando a mamma e papà, angosciati da tutte quelle ore regalate a orchi e trappoloni, che la cosa più azzardata che fanno è simulare un ballo di Rihanna. Ma lo realizzano così bene, montando clip e so-

nori da professionisti, che l’adulto incespicando sibila: “Ma che bravi questi ragazzi”. Sul finale, dalla stanza accanto il figlio appare in carne e ossa. Abbraccia il genitore, placato nelle sue ansie, e giù lacrime. Non sono loro a essere sconosciuti, siamo noi a essere inutili e, come il padre di Mastroianni, pronti a tornare al paese con il primo treno. Ma solo dopo aver detto a mia figlia, con il piglio patetico dell’autorità: “Altri quindici minuti di TikTok, poi finisci matematica”. u


I film dell’anno della redazione

Favolacce Damiano e Fabio D’Innocenzo, Italia/Svizzera, 98’

Nella recensione della versione teatrale di The prom il mio collega Jesse Green ha rassicurato il pubblico che non sarebbe successa la stessa cosa, giudicando “spassoso” lo show. E non può succedere neanche con il film di Murphy, basato sul musical. Ma per altri motivi: esce su Netflix quindi, ben protetto dagli algoritmi, non deve fare i conti con applausi e fischi, critiche e botteghini. Manhola Dargis, The New York Times

DR

Sono la tua donna

Sono la tua donna Di Julia Hart. Con Rachel Brosnahan, Marsha Stephanie Blake. Stati Uniti 2020, 120’. Prime Video ●●●●● Dopo tre stagioni della Fantastica signora Maisel è quasi uno shock vedere Rachel Brosnahan nei panni di Jean, una passiva casalinga nella Pittsburgh degli anni settanta che il marito lascia in un brutto pasticcio con la malavita locale. Jean ha sempre vissuto come una sonnambula e ci mette quasi tutto il film a svegliarsi. L’interpretazione di Brosnahan è convincente, il resto del film, un action movie dove l’azione avviene fuori scena, un po’ meno. Interessante il punto di vista scelto dalla regista Julia Hart: quello degli innocenti (quasi tutte donne) coinvolti loro malgrado con la criminalità. Ty Burr, The Boston Globe Soul Di Pete Docter, Kemp Powers. Stati Uniti 2020, 100’. Disney+ ●●●●● Soul può vantare diversi primati. È il primo film Pixar che finisce direttamente in streaming, è il primo ad avere come protagonista un nero ed è il primo dello studio californiano ad abbracciare in pieno la

forma musicale. Quando azzecca l’audizione per un’importante jazz band, Joe, pianista nero di New York costretto a insegnare in una scuola media per tirare avanti, è talmente emozionato che finisce dentro un tombino aperto. Finisce in uno strano limbo, ma si rifiuta di morire proprio ora che la vita sembra sorridergli. E siamo solo all’inizio. Nell’aldilà Joe diventa mentore di un’anima che invece si rifiuta di cominciare la sua vita sulla Terra. Questa strana coppia di personaggi con priorità contrastanti dà vita a una brillante rivisitazione della Vita è meravigliosa, un’avventura strana e inaspettata che abbraccia la vita. Kaleem Aftab, IndieWire The prom Di Ryan Murphy. Con Meryl Streep, James Corden, Jo Ellen Pellman. Stati Uniti 2020, 130’. Netflix ●●●●● Alcuni divi di Broadway in cerca di facile pubblicità abbracciano la causa di una giovane lesbica dell’Indiana a cui è stata negata la possibilità di partecipare al ballo della scuola insieme alla sua fidanzata. All’inizio del nuovo film di Ryan Murphy, una cattiva recensione del New York Times decreta il fallimento di uno spettacolo di Broadway.

Sound of metal Di Darius Marder. Con Riz Ahmed, Olivia Cooke. Stati Uniti/Belgio 2020, 120’. Prime Video ●●●●● Ruben, batterista di una band heavy metal con un passato di tossicodipendenza, perde l’udito. La fidanzata, preoccupata che Ruben possa ricadere nel tunnel dell’eroina, lo convince ad andare in una comunità di recupero per sordi con problemi di dipendenze. Buona parte del film segue quindi Ruben nel suo doloroso percorso da ragazzo instabile, rabbioso per quello che gli sta succedendo, a essere umano in grado di accettare e addirittura apprezzare la sua nuova vita. Il film è stilizzato ma non esagerato e Riz Ahmed nei

Il processo ai Chicago 7 Aaron Sorkin, Stati Uniti/Regno Unito/ India, 129’ panni di Ruben è assolutamente impagabile. Bilge Ebiri, Vulture Midnight sky Di e con George Clooney. Stati Uniti 2020, 122’. Netflix ●●●●● George Clooney interpreta Augustine, scienziato in una remota base artica, in un prossimo futuro postapocalittico. Quando tutti gli altri sono costretti a lasciare l’avamposto per un’imminente e non meglio specificata catastrofe ambientale, Augustine, malato terminale, decide di restare. Ma quando salta fuori una ragazzina, probabilmente dimenticata dalla navetta usata per evacuare la base, Augustine, lottando contro il tempo e la malattia, prova in tutti i modi a contattare qualcuno che possa salvarla. Il disperato sos di Augustine arriva all’equipaggio di una missione spaziale esplorativa di ritorno sulla Terra, a cui lo scienziato dovrà spiegare perché nessuno risponde ai suoi messaggi. Clooney ci regala alcune sequenze notevoli ed è piacevole vedere tanti bravi attori all’opera. Ma il film sembra una sorta di amalgama di altri successi recenti come The martian e Interstellar. Leah Greenblatt , Entertainment Weekly

DR

Film

I miserabili Ladj Ly, Francia, 104’

Midnight sky Internazionale 1389 | 18 dicembre 2020

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INFORMAZIONE PUBBLICITARIA


Cultura

Libri

Cento romanzi e saggi pubblicati negli Stati Uniti nel 2020, scelti dai critici del supplemento letterario del quotidiano newyorchese

Fiction e poesia Riku Onda The Aosawa murders Un cocktail di sakè e gazzosa avvelena 17 componenti della famiglia Aosawa. Sahar Mustafa La tua bellezza La strage in una scuola per ragazze palestinesi di Chicago dà il via a una storia di emarginati che si ritrovano. Tarashea Nesbit Beheld Storia dei pellegrini della Mayflower e della colonia di Plymouth attraverso il prisma di personaggi femminili. S.A. Cosby Blacktop wasteland Thriller crudo, ambientato nella Virginia rurale. Margot Livesey The boy in the field Tornando da scuola tre fratelli trovano un ragazzo in fin di vita in mezzo a un campo. Mieko Kawakami Seni e uova Due generazioni di donne di fronte alla realtà dei loro corpi e alle pressioni che la società esercita su di loro. Megha Majumdar A burning Un innocente è accusato di un eclatante atto terroristico. Lydia Millet A children’s bible Una commedia generazionale diventa più cupa dopo una catastrofe climatica.

Garth Greenwell Cleanness Un insegnante statunitense gay a Sofia ha una serie d’incontri sessualmente aperti e psicologicamente complicati. James McBride Deacon King Kong Al centro di un romanzo su razzismo, crimine e disuguaglianze ci sono un diacono alcolizzato e un improvviso e inspiegabile atto di violenza. J.M. Coetzee La morte di Gesù L’ultimo romanzo della trilogia su Gesù mostra una visione del mondo donchisciottesca.

KENTARO TAKAHASHI (THE NEW YORK TIMES/CONTRASTO)

I titoli dell’anno del New York Times Sayaka Murata

Akwaeke Emezi The death of Vivek Oji Tragedia familiare che parla di adolescenza e coming out in Nigeria. Deepa Anappara La pattuglia dei bambini In una baraccopoli, un bambino cerca di risolvere il mistero

della scomparsa di un amico. Courtney Milan The duke who didn’t Storia d’amore tra un’ostinata cuoca e un duca di Lansing, entrambi metà cinesi. Sayaka Murata Earthlings Due cugini sono convinti di

Il libro Goffredo Fofi

Testimoniare, scavare, ricordare Luce d’Eramo Ultima luna Feltrinelli, 462 pagine, 28 euro Ritorna un romanzo del 1993, di gestazione complessa e meno noto di quanto meriti. Ed è l’occasione per tornare sulla figura e l’opera di Luce d’Eramo, che il curatore della nuova edizione, René de Ceccatty, paragona e colloca tra i maggiori della nostra ultima grande stagione, gli anni di Morante, Pasolini, Moravia eccetera (dimenticando Ortese). Di d’Eramo il libro più noto e discusso è Deviazione, autobio-

grafia senza veli, testimonianza di una storia non unica ma certo impressionante sugli anni del fascismo e della guerra (D’Eramo restò paralizzata in Germania e visse in carrozzina il resto dei suoi anni) e sull’ambiguità e le difficoltà delle scelte del tempo, delle scelte di campo. Rimpiango di non averla frequentata, e avrei potuto essendo lei amica di Silone, che frequentavo, su cui ha scritto un bellissimo libro. Ultima luna ha due mondi, Italia e Giappone, e tre vite al suo centro, la vecchia Alfonsina

accolta in un ospizio, il figlio Bruno comunista irrequieto, e Silvana la dottoressa che si confronta con Bruno. Intorno, il mondo di quegli anni ma anche il passato e la guerra, e la fatica delle scelte, del confronto con la realtà. D’Eramo scava nel rapporto vita-letteratura, storia-presente, giovanivecchi con limpida misura: perché tutto si tiene e l’importante è testimoniare, scavare, ricordare, e tra esperienza e invenzione, tra letteratura e vita, ostinarsi nella ricerca del senso. u

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Cultura

Libri

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chinazioni per la successione della regina Elisabetta I. Samantha Schweblin Little eyes La sorveglianza assume le forme di un animale giocattolo diventato un successo globale. Raven Leilani Chiaroscuro Caloroso esordio su una newyorchese legata a una coppia bianca e alla loro figlia nera. Dalia Sofer Man of my time In Iran un rivoluzionario confuso diventa complice del regime per colpirlo dall’interno. Bryan Washington Memorial Curioso romanzo d’esordio sull’immenso potere che i genitori esercitano sui figli. Yishai Sarid Il mostro della memoria Una guida turistica nei lager nazisti è ossessionata dai meccanismi del genocidio. Kiran Millwood Hargrave Vardø. Dopo la tempesta Spietato romanzo sui brutali processi alle streghe di Vardø, nella Norvegia del seicento. FELIX CLAY (EYEVINE/CONTRASTO)

essere alieni abbandonati alla nascita tra gli umani. Gabriel Bump Everywhere you don’t belong Romanzo d’esordio comico e crudo su cosa significa crescere nel South side di Chicago. Lawrence Osborne The glass kingdom Una statunitense in fuga in una Bangkok devastata da monsoni e disordini sociali. Maggie O’Farrell Hamnet Come Shakespeare ha trasfigurato in arte la morte del figlio di undici anni. Peace Adzo Medie His only wife Il viaggio alla scoperta di sé di una sarta ghaneana costretta a sposare un uomo che non ha mai incontrato. Ayad Aktar Homeland elegies Romanzo personale e politico sui musulmani statunitensi negli anni dopo l’11 settembre. C. Pam Zhang How much of these hills is gold Due fratelli sino-americani trasportano il cadavere del padre attraverso il selvaggio west della corsa all’oro. Fernanda Melchor Stagione di uragani L’autrice traspone in un registro favolistico la violenza contro le donne. Marilynne Robinson Jack Edificante storia d’amore interrazziale nella St. Louis del dopoguerra. Cho Nam-Joo Kim Jiyoung, born 1982 La progressiva follia di una giovane moglie e madre nella società sessista sudcoreana. Arthur Phillips The king at the edge of the world Un medico ottomano musulmano è coinvolto nelle mac-

A.B. Yehoshua

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Adania Shibli Minor detail Una ragazza ricostruisce il caso di una giovane palestinese stuprata e uccisa nel 1949. Hilary Mantel Lo specchio e la luce Ultimo romanzo della trilogia di Wolf Hall. Phil Klay Missionaries Quattro storie che colgono le complessità di cinquant’anni di guerra in Colombia. Sue Miller Monogamy Un libraio lascia la vedova, i figli e l’ex moglie a fare i conti con la loro vita disordinata. Brandon Taylor Real life Uno studente nero gay del sud spera in una vita migliore grazie all’università. Hari Kunzru Red pill Romanzo bizzarro, fitto d’intuizioni sulla paranoia, la sorveglianza e il potere. Alexis Schaitkin Saint X La scomparsa di una ragazza

statunitense ai Caraibi, in un’acuta critica sociale. Amity Gaige Sea wife Il viaggio di una coppia in crisi con i figli su una barca che non sanno governare. Kawai Strong Washburn Squali al tempo dei salvatori La vita in una versione moderna e al tempo stesso mistica delle Hawaii. Douglas Stuart Shuggie Bain Un ragazzo effeminato cresce con una madre alcolista nella Glasgow degli anni ottanta. Daisy Johnson Sisters Johnson crea con perizia un’atmosfera gotica fatta di strati di paura, dolore e colpa. Yu Miri Tokyo Ueno Station Il fantasma di un operaio edile infesta alcuni monumenti dalle parti di Ueno park, a Tokyo. A.B. Yehoshua Il tunnel Un ingegnere in pensione di Tel Aviv, avviato alla demen-


za, accetta un lavoro in mezzo al deserto. Brit Bennett The vanishing half Riflessione su razzismo e identità che segue i destini di due gemelle nere. Susan Minot Why I don’t write, and other stories Racconti su amore, morte, separazione, perdita e memoria. Lily King Writers & lovers Una donna sola, squattrinata e priva di obiettivi alla ricerca di stabilità, pace e passione. Tommy Pico Feed Poesie sull’appetito: per il sesso, per il cibo, per la fama, per le notizie, per il gossip, per una semplice compagnia. Reginald Dwaine Betts Felon: poems Poesie sugli inferi della detenzione e di ciò che viene dopo. Victoria Chang Obit: poems Da questi versi emerge una serena accettazione del dolore.

Non fiction Michele Harper The beauty in breaking Come Harper è diventata un medico del pronto soccorso. Carl Safina Becoming wild L’ecologista Safina si addentra nel mondo degli scimpanzé, dei capodogli e dei pappagalli. Maria Konnikova The biggest bluff Una psicologa in viaggio nel mondo del gioco d’azzardo. Kim Ghattas Black wave La competizione tra Arabia Saudita e Iran come origine dell’instabilità mediorientale. Patrik Svensson Nel segno dell’anguilla Dietro alle anguille, ovunque vogliano condurci.

Bernardine Evaristo Ragazza, donna, altro (Sur)

Julian Zelizer Burning down the house Come lo stile di Newt Gingrich ha cambiato per sempre il congresso statunitense. Isabel Wilkerson Caste Le caste negli Stati Uniti, i paralleli con l’India e la Germania nazista. Les Payne, Tamara Payne The dead are arising Biografia definitiva di Malcolm X. Anne Case, Angus Deaton Deaths of despair and the future of capitalism Il dolore e la disperazione degli operai bianchi e il futuro della forza lavoro statunitense. Ben Ehrenreich Desert notebooks Dal deserto della California agli spazi angusti di Las Vegas. Samantha Subramanian A dominant character Biografia del biologo comunista britannico J.B.S. Haldane. Barbara Demick Eat the Buddha Nagba è un paesino del

Guadalupe Nettel La figlia unica (La Nuova Frontiera)

BRYAN DERBALLA (THE NEW YORK TIMES/CONTRASTO)

I libri dell’anno della redazione

Donatella Di Pietrantonio Borgo Sud (Einaudi)

Wayétu Moore

Sichuan, centro della resistenza alle autorità cinesi. Wayétu Moore The dragon, the giant, the women L’autobiografia della scrittrice liberiana, caratterizzata da elementi fantastici. Katie Mack The end of everything Una cosmologa teorica s’interessa alla fine dell’universo. Robert M. Gates Exercise of power Una critica degli errori della politica estera statunitense.

Lesley M.M. Blume Fallout Come John Hersey raccontò sul New Yorker le sofferenze dei sopravvissuti di Hiroshima e Nagasaki. David Paul Kuhn The hardhat riot L’8 maggio del 1970, a New York, 500 operai aggredirono dei manifestanti pacifisti. Robert Kolker Hidden valley road Sei dei dodici figli dei coniugi Galvin hanno sviluppato la schizofrenia.

Non fiction Giuliano Milani

L’inquietudine della valle Anna Wiener La valle oscura Adelphi, 309 pagine, 19 euro Nel 2013 una venticinquenne newyorkese, fresca di studi letterari, comincia a lavorare in una startup che vuole diventare la Netflix dei libri. Finita l’esperienza si trasferisce a San Francisco dove entra in una società che analizza dati, poi in un’altra azienda, scalando posizioni nell’industria tecnologica e osservando dall’interno i modi di comportarsi, di lavorare, di sognare e soprattutto di esprimersi, della co-

munità che abita la Silicon Valley. Senza convertirsi, senza rinunciare alla propria visione del mondo disincantata e lucida, Anna Wiener racconta in questo memoir asciutto e ricco il mondo dei cinque colossi del digitale e dei tanti satelliti che gli girano intorno. Più che un pamphlet di denuncia è una testimonianza importante sui cambiamenti di paradigma, su quello che lasciano indietro e sulla visione che impongono. Il titolo originale, Uncanny valley, si riferisce alla Valle del perturbante,

prendendo a prestito un’espressione tecnica che definisce l’intervallo in cui la somiglianza di un simulacro con un umano non è abbastanza alta da ingannare né abbastanza bassa da rassicurare: un intervallo in cui appunto monta l’inquietudine. Il racconto ricorda quelle storie in cui qualcuno entra sotto copertura in una setta di invasati che vogliono diventare padroni del mondo, con la differenza che in questo caso, mentre l’inviato li studia, i membri della setta ci riescono davvero. u

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Cultura

Libri

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tobiografia dell’ex presidente. Scott Anderson The quiet americans Il percorso di quattro agenti della Cia tra il 1944 e il 1956. Rick Perlstein Reaganland Quarto libro di Perlstein sul conservatorismo in America. Michael Gorra The saddest words Complessa e provocatoria riflessione su William Faulkner. A cura di John F. Callahan e Marc C. Conner The selected letters of Ralph Ellison Le lettere dell’autore dell’Uomo invisibile con alcuni grandi scrittori della sua epoca. James Shapiro Shakespeare in a divided America Gli Stati Uniti di oggi attraverso le tragedie di Shakespeare. Sarah Stewart Johnson The sirens of Mars In cerca di barlumi di vita nell’immensità del cosmo. Chris Hamby Soul full of coal dust La battaglia per la salute dei KRISTON JAE BETHEL (THE NEW YORK TIMES/CONTRASTO)

Barry Gewen The inevitability of tragedy Le radici storico filosofiche del realismo di Henry Kissinger. Claudia Rankine Just us Rankine combina saggistica, poesia e arti visive per indagare l’ossessione razzista. Adrian Tomine La solitudine del fumettista errante Autobiografia grafica di un maestro del fumetto. Peter Baker e Susan Glasser The man who ran Washington I traguardi e i compromessi dell’ex segretario di stato James A. Baker III. Natasha Trethewey Memorial drive Autobiografia della poeta premio Pulitzer nel 2007. Emmanuel Carrère 97.196 words Selezione di saggi del famoso scrittore francese. Lacy Crawford Notes on silencing L’autrice racconta l’aggressione sessuale subita quando studiava in un esclusivo collegio del New Hampshire. Candacy Taylor Overground railroad Taylor visita migliaia di luoghi citati nel famoso libro verde per i viaggiatori neri. Jonathan Slaght Owls of the eastern ice Sulle tracce di un rapace enorme e inafferrabile. Elliott Currie A peculiar indifference Le radici strutturali della violenza contro i neri. Timothy Egan A pilgrimage to eternity Un cattolico irlandese viaggia da Canterbury a Roma per capire in cosa crede. Barack Obama Una terra promessa Primo dei due volumi dell’au-

Barack Obama

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minatori degli Appalachi, contro le compagnie minerarie. Erik Larson Splendore e viltà Winston Churchill nei dodici mesi travagliati dal maggio 1940 al maggio 1941. Emma Copley Eisenberg The third rainbow girl Decenni dopo l’assassinio di due ragazze, un paesino degli Appalachi continua a fare i conti con quel crimine. Lauren Sandler This is all I got L’odissea burocratica di una senzatetto incinta. Anna Wiener La valle oscura Il mondo maschile, ipercompetitivo e moralmente ottuso delle startup tecnologiche. Karla Cornejo Villavicencio The undocumented americans Una delle prime studenti senza documenti di Harvard. Brian Greene Fino alla fine del tempo Coscienza, creatività e la fine del mondo.

David Hill The vapors La storia di un locale notturno nell’epoca d’oro di Hot Spings. Alex Ross Wagnerism Le reazioni dell’occidente all’opera di Richard Wagner. Margaret MacMillan War Secondo MacMillan la guerra è intimamente legata a ciò che significa essere umano. Joseph Henrich The weirdest people in the world Sulla specificità della psicologia occidentale. Jeffrey Selingo Who gets in and why Le università sfruttano l’ossessione dell’ammissione al college per fare i loro interessi. Sanam Maher A woman like her Ritratto della star dei social network pachistana Qandeel Baloch, uccisa dal fratello. Sierra Crane Murdoch Yellow bird Gli effetti del fracking in una riserva del North Dakota.


In edicola dal 22 dicembre

Ăˆ in arrivo il nuovo Internazionale Kids! In questo numero: videogiochi imperfetti, delfini rosa in Amazzonia, come si riconosce un video falso, supereroi non proprio super, piccioni da competizione e molto altro Ogni mese articoli, giochi e fumetti dai giornali di tutto il mondo per bambine e bambini


Cultura

Suoni Podcast Intimità ai fornelli

Dall’Australia

Hrishikesh Hirway e Samin Nosrat Home cooking Radiotopia Mentre Netflix stava realizzando la serie musicale Song exploder e quella sulla cucina Salt fat acid heat, ispirate rispettivamente ai podcast di Hrishikesh Hirway e Samin Nosrat, i due autori sono stati costretti a sospendere le produzioni video per la pandemia. Confrontandosi sulla loro disavventura hanno deciso di fare un podcast sull’unica cosa che potevano fare in quel momento: cucinare con quello che avevano in casa. Hrishikesh Hirway si presta a fare da spalla alla cuoca Samin Nosrat, giornalista del New York Times e autrice del libro di successo Sale, grassi, acidi, calore (Guido Tommasi editore 2019). Con l’intenzione di fare una miniserie in quattro puntate, Hrishikesh e Samin cominciano un dialogo domestico sul ritrovato rapporto con le nostre dispense, su come facciamo la spesa, su come concepiamo i nostri piatti aggrappandoci alle tradizioni o assecondando il nostro bisogno di sperimentare. Gli spunti arrivano dai messaggi vocali di amici e ascoltatori, e l’intimità della conversazione porta alla luce i dettagli inaspettati delle nostre abitudini: come quella di Hrishikesh di fare colazione con un pudding di orzo, verdure avanzate e carne vegetale, o quella di Samin di copiare le ricette trovate su YouTube. Ideale per i pranzi e le cene di queste festività intime e domestiche. Jonathan Zenti

Un documentario racconta con malinconia la carriera dei fratelli Gibb

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Conoscere le canzoni non significa sapere l’intera storia di The Bee Gees. How can you mend a broken heart, il documentario della Hbo, disponibile anche su alcuni servizi di streaming come Prime Video, di cui probabilmente non sapevamo di aver bisogno. Questo film va oltre la semplice nostalgia nel raccontare gli alti e bassi dei fratelli Gibb. Il regista Frank Marshall parte dal momento in cui i fratelli Barry, Robin e Maurice si esibiscono in un palazzetto dello sport pieno nel 1979, due anni dopo che la colonna sonora di Saturday night fever aveva

M. PUTLAND (GETTY IMAGES)

I Bee Gees erano sottovalutati

The Bee Gees, 1979. scatenato una raffica di successi. Il film poi fa un salto avanti di quarant’anni: Barry è anziano, l’ultimo sopravvissuto, cita mestamente i suoi ricordi e traccia la storia del successo sbalorditivo dei fratelli Gibb. Marshall e lo scrittore Mark Monroe parlano con numerosi amici e solleci-

tano astutamente voci terze come quella di Justin Timberlake e di Nick Jonas, che può testimoniare le complicazioni che nascono in una band fatta di fratelli. How can you mend a broken heart è pieno di aneddoti, dalla figura del padre, Hugh, all’esplosione di You should be dancing nei club gay prima del successo mainstream. La natura gioiosa della musica è compensata dal tono malinconico del film, che ci convince del fatto che i Bee Gees, con le loro vistose catenine d’oro, erano in realtà musicisti sottovalutati. Come dice Barry: “Quando diventi famoso, pensi che tutti ti amino e ti ameranno per sempre. E non è vero”. Brian Lowry, Cnn

Canzoni Claudia Durastanti

Rivuoi il controllo Non ricordo quando ho smesso di sentirmi a disagio perché qualcosa che mi piaceva diventava di tutti. A un certo punto ho smesso: le mie band potevano finire prime in classifica, fare qualcosa di nazional-imbarazzante e io, pur di partecipare a una catarsi generale, rinunciavo a un sentimento di possesso. Attorno a me c’era chi insisteva, e c’è chi insiste ancora, quando Alberto Ferrari dei Verdena va a X Factor, quando Manuel Agnelli si esibisce con gli Afterhours su quel palco e sposta la soglia di ciò che nella

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nostra adolescenza era immaginabile. Un po’ invidio questa tensione e questo risentimento: affinché un tempio non si svuoti del tutto, anche se non ci sono più rituali, c’è bisogno di custodi che lo sorveglino. Solo che a un certo punto va come nelle storie di Stephen King: la gang di ragazzini si smembra, e piano piano dimentica; abbiamo cominciato ad ascoltare canzoni molto più alte o molto più basse e quella dorata medietà si è offuscata. Andare a sentire lo stesso gruppo quattordici volte all’anno non era

un’ossessione: era la norma. La ripetizione dell’uguale dava struttura ai nostri sentimenti. Gli Afterhours erano uno di quei gruppi, e mentre cantavano Quello che non c’è in tv non è prevalso lo straniamento – indie e pop hanno sconfinato – né un piacere del tutto addomesticato: è prevalsa la mancanza di quella struttura, di un’intimità data dai concerti ripetuti e a prezzi accessibili che già languiva prima della pandemia. Ora c’è da sperare che la mancanza si trasformi in un ritorno. Rivuoi la scelta, rivuoi il controllo. u


I dischi dell’anno Della redazione

Fiona Apple Fetch the bolt cutters Epic

Sault Untitled (Black is) Forever Living Originals

Taylor Swift

Lee Paradise The fink Telephone Explosion ●●●●● Questo album ci porta in un mondo dove gli esseri umani hanno smesso di esistere. Il primo disco in sette anni di Daniel Lee, musicista canadese degli Hooded Fang e dei Phèdre, contiene brani stratificati il cui suono proviene da un’altra dimensione. Registrato tra Berlino e Toronto, ha le sue radici nell’identità post pop di Lee ma si avven-

peggiori. Oggi invece la sensibilità della critica è cambiata e McCartney e McCartney II sono i due lavori più rispettati del suo catalogo. Insomma, c’è voluto tempo per apprezzarli in pieno. McCartney III è stato realizzato durante il confinamento per il covid-19 e il suo autore ha fatto tutto da solo. Quando Macca abbassa la guardia, e qui succede spesso, i risultati sono affascinanti. Per esempio Deep deep feeling potrebbe essere la migliore canzone uscita a nome Paul McCartney in più di un decennio. Le sue melodie s’insinuano e s’intrecciano lentamente in otto minuti di lunghe divagazioni strumentali, parti vocali in falsetto e

tura anche nel funk e nell’hip hop. Il riverbero pesante della voce conduce verso spazi aperti, mentre le melodie funzionano da guida in questo viaggio intergalattico. Il disco è ben calibrato. Gli strumenti, resi volutamente nebulosi e sfocati, mettono il basso in primo piano, facendone il centro di tutto, come in Message to the past. L’idea di un universo alternativo viene snocciolata nell’arco dell’intero album, rendendo impossibile etichettare questa musica in modo preciso. L’energia ritmica di The fink serve la sua curiosità paranoica. Il mondo che Lee ha creato è rivestito da un’aura ansiosa che rispecchia l’incertezza dei nostri tempi. È l’accettazione di un’apocalisse imminente. Sydney Brasil, Exclaim! Paul McCartney McCartney III Capitol ●●●●● La storia suggerisce di fare molta attenzione con l’album McCartney III. I suoi due predecessori, McCartney (1970) e McCartney II (1980), sono stati accolti malissimo: sono forse i suoi album solisti che hanno avuto le recensioni

un mellotron che ricorda l’attacco di Strawberry fields forever. Le parole delle canzoni hanno un onestissimo tono d’intimità. In effetti c’è qualche riempitivo (il groove vagamente rnb di Deep down non convince più di tanto), ma è l’album più piacevole e più personale di Paul McCartney da almeno quindici anni. A. Petridis, The Guardian David Jalbert Haydn: Le sette ultime parole di Cristo sulla croce David Jalbert, piano Atma Classique ●●●●● Le sette ultime parole di Cristo sulla croce di Franz Joseph Haydn esiste in quattro versioni: quella originale per orchestra, l’oratorio e le trascrizioni per quartetto d’archi e per pianoforte. Capita di rado di sentire quest’ultima (preparata dall’editore e approvata dal compositore), che però ha il suo fascino se è suonata da qualcuno capace di essere flessibile con i tempi e di sfruttare la ricchezza timbrica del suo strumento. David Jalbert è sicuramente un pianista così. Questo è un album molto interessante. David Hurwitz, ClassicsToday Paul McCartney

MARY MCCARTNEY

Taylor Swift Evermore Republic ●●●●● Finora Taylor Swift ha cambiato suono a ogni album. Ma giustamente ha definito Evermore, il nono album pubblicato a sorpresa nei giorni scorsi, “la sorella” di quello che ha pubblicato pochi mesi fa, Folklore. Swift ha scritto le canzoni con gli stessi produttori e musicisti, principalmente con Aaron Dessner dei National. Il fidanzato di Swift, l’attore Joe Alwyn, ha preso parte a tre brani sotto lo pseudonimo di William Bowery; Jack Antonoff, già al lavoro sul disco precedente, a due. Evermore si aggrappa alla tavolozza acustica e minimalista di Folklore, con un pianoforte familiare e suoni di chitarra imperturbabili. Per la maggior parte del tempo Swift naviga in territori ancora più introspettivi di quelli di Folklore ed è sempre più lontana dal passato pop. Ne viene fuori un artigianato elegante ma cerebrale. Evermore è equilibrato e ben scritto, degno di rispetto, ma mantiene un’eccessiva distanza emotiva. Jon Pareles, The New York Times

BETH GARRABRANT

Album

Dua Lipa Future nostalgia Warner

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Pop Clessidra per idee nere Dominique Eddé he cosa ti fa soffrire di più?”. eccezione dei formidabili gruppi di solidarietà ani‑ Quasi tutti quelli a cui faccio mati dai giovani, i libanesi hanno esaurito le riserve questa domanda mi rispondo‑ d’energia, le riserve di “sé per l’altro”. L’impoveri‑ no: l’assenza di speranza. Poi mento, la miseria, il moltiplicarsi dei vicoli ciechi, i arrivano i racconti, con mag‑ cumuli di spazzatura, di menzogne, l’esilio per tutti i giore o minore sconforto, de‑ giovani che riescono a partire, il coronavirus, le misu‑ pressione e rabbia. Nove volte su dieci il seguito è af‑ re di protezione che isolano… I giovani non ne posso‑ fidato a “dio” e l’infelicità è accettata, accolta. “Gra‑ no più. zie a dio”, el Hamdulillah. Le teste non possono più Il momento peggiore, innominabile, è il 4 agosto, riflettere, né gli occhi guardare in faccia. Le braccia l’esplosione di Beirut. Nessuno riesce a far fronte a non hanno più il diritto di abbracciare. Cadono inerti. questa cosa. Dove trovare parole che siano all’altez‑ Sui volti mascherati la solitudine si vede con la len‑ za? Anche telefonarsi, chiedersi notizie, è diventato te d’ingrandimento, è tutta concentrata laborioso, difficile. Battersi per cambia‑ negli sguardi che esitano tra fissarsi e Sui volti re la realtà, renderla migliore, è ormai sfuggire. Sono pochi quelli al sicuro; po‑ mascherati la un’impresa titanica. Niente dice che il chi quelli che hanno ancora la forza di solitudine si vede cambiamento politico sia impossibile posarsi nello sguardo dell’altro. Ieri, con la lente per sempre, mentre tutto dice che il negli occhi di un’irachena esiliata tre d’ingrandimento, cambiamento esige una miscela eroica volte, dall’Iraq all’Iraq, dall’Iraq alla Si‑ è tutta di rinuncia e di combattività, di grinta, ria e dalla Siria al Libano, ho visto cosa concentrata negli di umiltà, di coraggio e di autorità tutti significano trent’anni di disastro. sguardi che insieme. E comunque non basta. Il pae‑ Quando il suo dolore ha trovato qual‑ esitano tra fissarsi se è sull’orlo della fossa, le sue esigue che parola per raccontarsi, le lacrime e probabilità di sopravvivenza dipendo‑ e sfuggire l’invocazione a Cristo (Ya Yessoua el no ormai da una rottura radicale. Non Massih, “Oh Gesù il messia”) le hanno c’è più via d’uscita possibile se non l’u‑ dato la forza di non avere più forza; la forza di andare topia. Ma quale? Sperimentare un governo provviso‑ semplicemente avanti. Fa la ricamatrice e ha ripreso rio laico, affrancato dall’identità comunitaria e dotato in mano il suo filo e il suo ago, un giorno dopo l’altro, di poteri speciali. un punto dopo l’altro, con i figli e i nipoti. In arabo c’è Intanto il lutto, l’impotenza, l’assenza di prospet‑ un’espressione per indicare quest’esistenza al ribas‑ tive sono nell’aria ovunque. Più prendono piede, più so: è Al hayat men ellet el mawt, la vita che deve la sua incombe la follia. Più incombe la follia, più si radica il vita solo all’assenza della morte. Per chi ha fame, per divario tra dentro e fuori, tra passato e futuro, tra sé e chi ha perso tutto, perfino il tetto, la parola sopravvi‑ sé, tra sé e l’altro. Ciò che funzionava un po’ o appena venza non ha senso. Probabilmente mi direbbe così il appena, ora non funziona più. Pur di reggere, si fa il vecchio che si è stabilito sotto un ponte a Sin el Fil. meno, ci si rintana; per non perdere la ragione la si usa Accanto a sé ha il contenuto di casa sua, estratto dalle al minimo. Il grande pericolo è proprio qui: qui dove rovine e impilato: libri, stoviglie, una lampada, un per non diventare pazzi si rinuncia, si banalizza, ci si materasso e la sedia sulla quale sedeva. Stava leggen‑ perde. Si perde la follia che salva da quella che uccide. do il giornale: che sentimenti gli suscitavano le noti‑ E così il verbo andare avanti sostituisce il verbo muo‑ zie del giorno? Cosa poteva ispirargli lo spettacolo versi. Si segna il passo, ci si adatta. Ormai, in questa osceno, ripetuto all’infinito, di coloro che hanno go‑ ripartenza accompagnata dall’unico bene che non si vernato il suo naufragio? può sottrarre al Libano, la sua luce, bisogna dare mol‑ In Libano i rapporti umani saranno anche un patri‑ to per ricevere, cercare molto per trovare. Inventare monio quasi innato, ma in questo momento sta suc‑ molto per non sprofondare. Spendersi molto per non cedendo qualcosa di assolutamente inedito: stanno accontentarsi di essere vivi: per vivere. E allora, come accusando un colpo enorme. Restano pur sempre il in ogni condizione carceraria, le intrusioni della bel‑ capitale più prezioso del paese, il suo patrimonio prin‑ lezza sono ancora più magiche, proprio perché non ci cipale, ma non sono più il balsamo che erano: anche si credeva più. Non sono solo estetiche. Sono legate a loro sono stati colpiti dalla malattia. In generale, a qualsiasi cosa resista all’abbrutimento. Sono piccole.

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DOMINIQUE EDDÉ

è una scrittrice libanese. Il suo ultimo libro uscito in Italia è Il crimine di Jean Genet (ObarraO 2009). Questo articolo è uscito su L’Orient‑Le Jour con il titolo Sablier pour idées noires.

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CHRISTIAN DELLAVEDOVA

Artigianali. Consapevoli della loro fragilità. Quando falliscono, non importa: sono pronte a ricominciare. Sono queste minuscole vittorie dell’empatia sull’o­ dio, dell’etica sulla malvagità, della lungimiranza sul risentimento, a costituire il formicaio della nostra salvezza. Quelli che si mobilitano per nutrire, curare, ricostruire sanno il valore e l’insufficienza di queste gocce nel mare. Sono loro che tengono accese le luci. Sono i lampionai di un paese piombato nel buio. Un tassista a cui ho chiesto cos’era cambiato in questi ultimi sei mesi nella sua solitudine ha riassun­ to la situazione con poche parole: “Non abbiamo più raddet faal”. Letteralmente “non reagiamo più”. Non rispondiamo più al fuoco. L’azione fa a meno di noi così come un verbo può stare senza soggetto. È vero che, dopo le poche conquiste di quella che un po’ sbri­ gativamente è stata chiamata “la rivoluzione”, i liba­ nesi incassano ogni giorno un quantitativo spavento­ so di umiliazioni e sofferenze. Di colpo mi chiedo se questa frase, facendo le debite proporzioni, non valga

per il morale di tutti gli esseri umani del pianeta. Quello che si vive in Libano, in uno spazio saturo e frantumato, s’iscrive in un orizzonte temporale glo­ bale. Un tempo uscito dai cardini, che subisce un fe­ nomeno paragonabile a un terremoto. Salvo che i danni intangibili di questo sisma temporale sono pri­ ma di tutto mentali. Mentre scrivo queste parole mi arriva un messag­ gio. È di Anouk Grinberg, un’amica dai talenti innu­ merevoli che da Parigi mi manda il disegno di una “clessidra per idee nere”. Eccola, l’intrusione della bellezza. Ha forse i minuti contati? Sì, appunto. Più sono fugaci più scintillano, quei minuti che resistono al rullo compressore dei giorni, dei mesi. La clessidra contro l’orologio, l’attenzione contro l’attesa. Può bastare una parola, un colore, il sorriso di un bambino per rimettere in moto il tempo. Per agire invece di essere agiti. Per piangere di qual­ cosa che non sia l’aver perso tutto. Per ridiventare la vita. u ma Internazionale 1389 | 18 dicembre 2020

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Pop è una scrittrice britannica. Il suo ultimo libro uscito in Italia è I ladri di New York (Rizzoli 2020). Questo articolo è uscito sulla London Review of Books con il titolo Consider the giraffe.

Storie vere Nel 1985 Howard Darwin Farley fu condannato da un tribunale del Nebraska per il suo ruolo centrale in una grande operazione di contrabbando. Riuscì a dileguarsi, ma ora gli agenti federali della polizia degli Stati Uniti l’hanno finalmente arrestato nella sua casa di Weirsdale, in Florida. L’uomo, 73 anni, aveva assunto l’identità di un bambino morto nel 1955 per farsi rilasciare tutti i documenti a suo nome. Li ha usati anche per andare in Vietnam a prendere una donna di 17 anni più giovane, che presentava come “mia moglie”. Rischia fino a dieci anni di carcere per uso di passaporto contraffatto.

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Pensate alla giraffa Katherine Rundell

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razio era ferocemente contrario alla giraffa. A sentir lui, era un animale concettualmente disordinato: “Se un pittore volesse mettere una testa umana su un collo di cavallo […], o se una donna dal busto formoso diventasse in basso un nero pesce, […] davanti a uno spettacolo simile, invitati a contemplare l’opera, amici, non vi verrebbe da ridere?”. La sua descrizione della giraffa nell’Ars poetica (circa 13 aC) si conclude con una preghiera: “Insomma, sia quello che vuoi, ma almeno sia semplice e sia una cosa sola”. Quando Giulio Cesare, nel 46 aC, tornò a Roma da Alessandria d’Egitto portandosi dietro una giraffa (secondo alcuni, un regalo di Cleopatra), i romani, come Orazio, videro un animale fatto di due parti. Cassio Dione osservò nella sua Storia romana che era “in tutto simile a un cammello, eccettuate le gambe. Queste non sono uguali, perché le posteriori sono più corte. […] Cresciuto così in altezza […] allunga il collo in modo non comune. Ha la pelle screziata come il leopardo”. A differenza di Orazio, però, la folla si rallegrò alla vista della virtuosistica ibridazione di quella creatura. “Per questo”, scriveva Cassio Dione, “ha un nome che appartiene a entrambi gli animali”. Camelopardalis: camelopardo. Nei secoli abbiamo provato, con grande entusiasmo ma scarsa accuratezza, a spiegare l’origine di un essere così composito e miracoloso. Nel 1022 il geografo persiano Ibn al Faqih scriveva che la giraffa appare quando “la pantera si accoppia con la femmina del cammello”. Zakariyya al Qazwini, nel suo Le meraviglie del creato e le stranezze degli esseri, oltre a parlare dell’al mi’raj (un coniglio con il corno di un unicorno) sostiene che la genesi della giraffa è in due tappe: “Il maschio della iena si accoppia con la femmina del cammello di Abissinia; se il piccolo è un maschio e monta una mucca selvatica, il risultato sarà una giraffa”. Entrambe le ipotesi sono più impegnative di quanto uno si augurerebbe sul piano evolutivo. Ma c’è anche chi pensa che la giraffa sia apparsa per magia. Zheng He, esploratore della prima dinastia Ming, portò a Nanchino due giraffe acclamandole come qilin, mansuete chimere ungulate. Nel 1651 il cappellano di Carlo I, Alexander Ross, scrisse nel suo Arcana microcosmi che la semplice esistenza della giraffa impediva ai naturalisti di “liquidare l’opinione diffusa tra gli antichi sull’esistenza dei grifoni, se consideriamo che la natura ammette la possibilità di un animale così composito. Poiché la giraffa, o camelopardalis, ha una stranissima composizione, essendo un misto di leopardo, bufalo, cervo e cammello”. Ross aveva ragione: la verità della giraffa è più potente e favolosa della nostra fantasia. Le giraffe na-

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CHIARA DATTOLA

KATHERINE RUNDELL

scono senza alcun aiuto da parte di cammelli o iene, ma la loro nascita è comunque un prodigio: la gestazione dura quindici mesi, al termine dei quali precipitano al mondo da un’altezza di un metro e mezzo, una mossa rapida e semplice come svuotare una borsa. Nel giro di pochi minuti possono reggersi sulle zampe traballanti e affusolate come gambe di modelle e attaccarsi alle quattro mammelle della madre, staccando con un morso i piccoli tappi che si sono formati nei giorni precedenti per impedire al latte di colare. Ben presto sono pronte a correre, non senza il rischio d’inciampare sulle zampe posteriori, rischio che non riusciranno mai del tutto a eliminare. Da adulte possono raggiungere i 64 chilometri orari galoppando su piedi grandi quanto un piatto, ma sarebbe più prudente non farlo, perché le zampe tendono a ingarbugliarsi. La loro lingua, che è blu-viola scuro per proteggersi dal sole, è lunga cinquanta centimetri. Usando la punta riescono a rimuovere il muco dal fondo delle narici. Le giraffe guidano insuperate la classifica dei mammiferi più alti: un maschio di giraffa Masai è arrivato a misurare 5,88 metri. L’esploratore John Mandeville esagerava appena quando nel 1356 scriveva che aveva un collo “lungo venti cubiti (circa nove metri) e poteva guardare al di là di un palazzo molto alto”. Nonostante la loro altezza, le giraffe sono accoglienti verso le creature più piccole. Ospitano sul loro corpo le bufaghe dal becco giallo, degli uccellini che gli tolgono le zecche dalla pelle e il cibo incastrato tra i denti. Alcune giraffe sono state fotografate di notte con grappoli di volatili che dormivano


al calduccio tra le pieghe delle loro cosce. Non sappiamo perché la giraffa ha l’aspetto che ha. Fino a poco tempo fa, la lunghezza del suo collo era spiegata in termini darwiniani: secondo la ragionevole “ipotesi della competizione tra brucatori”, la concorrenza di altri brucatori come gli impala e i cudù avrebbe favorito il graduale allungamento del collo, permettendo alla giraffa di raggiungere il cibo a cui altri non arrivavano. Di recente è stato però dimostrato che le giraffe non brucano quasi mai al massimo della loro altezza. Inoltre gli esemplari dal collo più lungo hanno più probabilità di morire in caso di carestia. È possibile che un collo lungo avvantaggi i maschi nel cosiddetto necking, un combattimento a colpi di collo, verosimilmente per imporre il proprio dominio. Ci saranno sicuramente altre scoperte sul necking, che spesso sfocia in un’attività sessuale tra maschi concorrenti. Anzi, gran parte del sesso tra giraffe è omosessuale (in uno studio, la monta tra maschi rappresentava il 94 per cento di tutti i comportamenti sessuali osservati). Qualunque sia la ragione di tanta lunghezza, un collo così ha un prezzo. Ogni volta che una giraffa allarga le gambe e si china per bere, il sangue le va alla testa. Mentre si china, la vena giugulare interrompe il flusso di sangue al cervello per evitare che la giraffa svenga quando si tira su. Anche quando l’acqua abbonda, le giraffe non bevono per giorni. Essere una giraffa è un’esperienza da capogiro. Ad Atlanta, in Georgia, è proibito legare le giraffe ai lampioni. È invece consentito importare un cusci-

no fatto con la testa di una giraffa, con tanto di ciglia ancora attaccate. Tra i principali mercati del commercio di pezzi di giraffa ci sono gli Stati Uniti, anche perché non la considerano un animale in via di estinzione (nonostante oggi ne restino solo 68mila in natura, con un calo del quaranta per cento negli ultimi trent’anni). In dieci anni, i cacciatori statunitensi hanno importato 3.744 giraffe morte. Se oggi vi venisse voglia di esprimere l’afflato cosmico della vostra personalità, potreste comprarvi un cappotto lungo in pelo di giraffa o una bibbia rilegata in pelle di giraffa. Le sottospecie più rare sono sul punto di scomparire: le giraffe nubiane, diminuite del 98 per cento negli ultimi quarant’anni, presto non esisteranno più. La loro bellezza le mette a repentaglio. Come scriveva Plinio il Vecchio, la prova della ricchezza è “possedere qualcosa che in un attimo può totalmente perire”. Le giraffe ci deliziano e ci scombussolano al tempo stesso. Nel 1827 una giraffa fece il suo ingresso a Parigi. Non era la prima ad arrivare in Europa (nel 1487 Lorenzo de’ Medici ne aveva portata una in Italia e i fiorentini, per darle da mangiare, si erano sporti pericolosamente dal secondo piano delle case), ma era quella vestita meglio. Indossava una cerata fatta su misura con dei gigli ricamati ed era un regalo del viceré d’Egitto Muhammad Ali per Carlo X. Partita dalla regione del Sennar, la giraffa viaggiò per oltre due anni trasportata da cammelli, a piedi e per nave, arrivando a Parigi in piena estate. Lì si chinò per mangiare dei petali di rosa dalla mano del re. Era nota come “la bella africana”, “il bell’animale del re” o, più comunemente, la girafe: come Dio e il re, ne esisteva solo una. Era ospitata nella ménagerie reale, in un recinto con il pavimento di lucido parquet, e i parigini, che a migliaia sfilavano per vederla, furono colti dalla giraffomania. I negozi si riempirono di oggetti decorati con immagini di giraffe (porcellane, saponi, carta da parati, cravatte e vestiti) e i colori di moda dell’anno furono il “ventre di giraffa”, il “giraffa in amore” e il “giraffa in esilio”. Le acconciature si svilupparono in altezza. Le donne si cosparsero i capelli di pomata di grasso di maiale aromatizzato al fiore d’arancio e al gelsomino e li attorcigliarono per ricordare gli ossiconi delle giraffe. Si racconta che alcune erano costrette a sedersi a terra nelle carrozze per non schiacciare le loro coiffures à la girafe. Ma ci stanchiamo di tutto, anche dei miracoli. Carlo X abdicò, suo figlio regnò per venti minuti, e la girafe sopravvisse alla sua fama. Morì nell’indifferenza generale nel 1845, fu imbalsamata e piazzata all’ingresso del Jardin des Plantes. Delacroix, che la vide nel 1847, scrisse che la sua morte era stata “oscura quanto il suo ingresso nel mondo era stato brillante”. Eppure il travolgente entusiasmo dei parigini era stato, secondo me, la reazione più giusta. Non si sarebbe mai dovuto spegnere: oggi dovremmo ancora portare acconciature a torre alte trenta centimetri. Perché abbiamo smesso? Il mondo è un posto stravagante e improbabile: la giraffa, più strana di un grifone, più alta di un palazzo molto alto, ci fa l’impagabile dono di dimostrarlo. u fs Internazionale 1389 | 18 dicembre 2020

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Scienza

MAXIM SHEMETOV (REUTERS/CONTRASTO)

L’ospedale temporaneo nel palazzo del ghiaccio Krylatskoye a Mosca, 13 novembre 2020

CORONAVIRUS

La mutazione che ha favorito il contagio James Glanz, Benedict Carey e Hannah Beech, The New York Times, Stati Uniti Tre studi recenti dimostrano che il virus sars-cov-2 è mutato nelle prime fasi della pandemia, diventando più contagioso. Non si possono escludere ulteriori cambiamenti in futuro entre si diffondeva a macchia d’olio nel pianeta, il virus sars-cov-2 modificava in modo casuale la sua sequenza genetica. Come piccoli refusi in un testo, la maggior parte di quelle mutazioni non ha alterato il comportamento del virus. Ma alcuni studi recenti indicano

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che una di quelle modifiche, avvenuta nelle prime fasi della pandemia, ha reso il virus più contagioso, complicando il suo contenimento. La mutazione in questione, nota come 614G, è stata individuata per la prima volta a gennaio nell’est della Cina, per poi spuntare poco tempo dopo in Europa e negli Stati Uniti. Nel giro di poche settimane si è diffusa in gran parte del mondo, a scapito delle altre. Da mesi gli scienziati cercano di capire perché. A maggio i ricercatori del Los Alamos national laboratory, negli Stati Uniti, hanno ipotizzato che la variante avesse sviluppato la capacità d’infettarci con maggiore efficacia. Secondo altri, la diffusione della variante

sarebbe stata invece casuale, dovuta semplicemente al fatto che era presente nei principali focolai, come quello dell’Italia settentrionale. Le ricerche più recenti – minuziose analisi genetiche dei focolai e studi di laboratorio su criceti e tessuti polmonari umani – hanno invece confermato che il virus mutato era davvero più contagioso dell’originale, individuato a Wuhan.

Effetto domino Non ci sono prove del fatto che il covid-19 con la mutazione 614G causi sintomi più gravi e un maggior numero di vittime, o che complichi lo sviluppo dei vaccini. E le nuove ricerche non modificano l’esperienza del virus sul campo: i paesi e le regioni che hanno imposto rapidamente lockdown, misure di distanziamento fisico e uso delle mascherine hanno avuto risultati migliori di quelli che hanno fatto scelte diverse. Eppure, a quanto pare, l’impercettibile mutamento del genoma del virus ha avuto un effetto domino significativo, dice David Engelthaler, genetista del Translational genomics research institute in Arizona: “È possibile che sia stata proprio questa mutazione a causare la pandeInternazionale 1389 | 18 dicembre 2020

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Scienza mia”. La maggior parte dei ricercatori, lui compreso, tende a pensare che l’epidemia si sarebbe comunque diffusa in tutto il mondo. Ma se la variante originale individuata a Wuhan alla fine del 2019 era già molto contagiosa, spiega Engelthaler, la mutazione ha sicuramente accelerato la diffusione del virus. In quest’ambito della virologia gli scienziati sono di solito molto prudenti. Negli studi di laboratorio si è scoperto che le mutazioni del virus ebola, che si è diffuso in Africa occidentale a partire dal 2013, accentuavano l’infettività nelle colture di tessuti. Ma questo non si è tradotto in una maggiore trasmissione del virus negli studi di laboratorio con gli animali. Secondo alcuni esperti, gli effetti della mutazione 614G sono modesti rispetto a quelli di altri fattori, come il distanziamento fisico. Ma le nuove prove fornite dai ricercatori nel Regno Unito e negli Stati Uniti hanno fatto cambiare idea a molti scienziati inizialmente scettici. Da un primo studio è emerso che i focolai in alcune comunità britanniche si sono estesi più rapidamente con la variante 614G rispetto a quella originale di Wuhan; da un secondo, che i criceti si contagiavano di più se esposti alla variante; e, da un terzo, che anche il tessuto colturale bronchiale e nasale umano s’infettava di più. I risultati hanno convinto Trevor Bedford, professore associato del Fred Hutchinson cancer research center dell’università dello stato di Washington. “Alla fine ho dovuto ammettere che mi sbagliavo”, ha detto.

Responsabilità politiche Pur apprezzando i nuovi studi, Bedford e altri scienziati sostengono che non è ancora dimostrato che il predominio della variante dipenda da un vantaggio innato. Secondo Kristian Andersen, genetista dello Scripps research institute di La Jolla, negli Stati Uniti, la ricerca dimostra sicuramente che la variante è più contagiosa, e questo potrebbe spiegare almeno in parte perché alcuni paesi hanno contenuto efficacemente il virus nella prima fase e meno nella seconda. “Il contenimento potrebbe essere diventato più difficile rispetto alla prima ondata. Forse quello che si faceva prima non basta più, perché il nemico non è più lo stesso”. La comparsa della variante 614G ha prodotto un ampio dibattito scientifico, ma anche uno scaricabarile politico. Fun-

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zionari governativi di Vietnam e Thailandia, che hanno contenuto efficacemente il virus all’inizio dell’anno, hanno affermato che le ondate successive potrebbero essere state causate dalla mutazione. “La Thailandia ha tenuto entrambe le varianti sotto controllo con la rigida quarantena dei rimpatriati, il divieto d’ingresso ai turisti stranieri, l’obbligo di mascherina e altre misure”, spiega Thira Woratanarat, della facoltà di medicina della Chulalongkorn university di Bangkok. “Ma ora la situazione è preoccupante. La seconda ondata è in corso anche in paesi come Vietnam, Corea del Sud e Giappone, dove la situazione sembrava sotto controllo”.

Le nuove prove hanno fatto cambiare idea a molti scienziati inizialmente scettici Altri ricercatori, invece, attribuiscono la responsabilità della seconda ondata soprattutto alla mancanza di misure di contenimento efficaci. “In molti paesi i provvedimenti sono stati insufficienti”, dice Kári Stefánsson, fondatore dell’azienda islandese di analisi del genoma deCode Genetics. “Non è serio dare la colpa al virus ignorando le proprie responsabilità”. Per uno dei nuovi studi un’équipe di ricerca britannica ha goduto di un vantaggio unico: ha potuto attingere al più grande database mondiale di sequenze genomiche del nuovo coronavirus, il Covid-19 genomics Uk consortium, confermando che, almeno nel Regno Unito, la variante si è imposta grazie alla velocità di diffusione. “Dallo studio dei cluster è emerso che la variante 614G è più veloce”, spiega il

Da sapere La variante inglese u Il 15 dicembre 2020 il segretario alla salute britannico Matt Hancock ha segnalato la presenza di una variante del sars-cov-2 che circola nel sudest dell’Inghilterra. La variante dipenderebbe da una serie di mutazioni tra cui la N501Y, che modifica la proteina spike, usata dal virus per entrare nelle cellule dell’ospite e dai ricercatori come bersaglio dei vaccini. Al momento, scrive New Scientist, non ci sono prove che questa variante renda il virus più trasmissibile né che aggravi la malattia.

coordinatore dello studio Erik M. Volz, ricercatore del Medical research council center for global infectious disease analysis dell’Imperial college di Londra. I dati raccolti hanno permesso ai ricercatori di osservare la crescita dei cluster infettati, uno accanto all’altro, come se fosse una corsa di cavalli. Il risultato è chiaro: la variante 614G ha vinto nettamente. La differenza di velocità non può essere quantificata esattamente, ma probabilmente il tasso di crescita esponenziale si aggira intorno al 20 per cento in più. “È un’ottima ricerca, e fornisce ulteriori prove della maggiore contagiosità della variante rispetto all’originale”, dice la ricercatrice Katharina V. Koelle, professoressa associata di biologia della Emory university, negli Stati Uniti. Un’équipe coordinata da Ralph Baric, dell’università del North Carolina, ha testato virus vivi confrontando la variante 614G con l’originale, scoprendo che quelli mutati erano più infettivi nei campioni di tessuto bronchiale e nasale umano, probabilmente le fonti di trasmissione principali. In un altro studio, su Science, i ricercatori sono arrivati alla conclusione che la variante era più contagiosa nei criceti quando gli esemplari infetti si trovano a pochi centimetri di distanza. I test sugli animali sono importanti per capire se una mutazione che rende i virus più contagiosi in provetta si comporta nello stesso modo in una popolazione. L’équipe di Baric ha sistemato alcune gabbie con criceti infetti ad alcuni centimetri di distanza da altre con criceti sani, in modo da evitare qualunque contatto. L’eventuale contagio poteva quindi avvenire solo per via aerea, sotto forma di goccioline o aerosol. Dopo due giorni cinque criceti su otto erano stati infettati da quelli con la variante 614G, mentre nessun criceto era stato infettato da quelli con la versione originale. “Mettendo insieme i dati, emerge un quadro coerente con una variante del virus più contagiosa”, spiega Baric. Secondo Engelthaler, il virus continuerà a mutare e quasi tutte le varianti saranno ininfluenti, ma alcune potrebbero essere significative: “Non possiamo escludere alterazioni in grado di modificare la natura della pandemia”. Lo scienziato ha già individuato alcuni indizi nei dati, non ancora pubblicati, che riguardano le diverse varianti in Arizona. “Dobbiamo ascoltare il virus”, conclude. u sdf



Scienza SALUTE

Le fette del groviera

Una molecola promettente

Per difendersi dal virus sarscov-2 servono varie misure di protezione: dal distanziamento fisico all’uso della mascherina e all’igiene delle mani, dai test diagnostici rapidi alla quarantena e ai vaccini. Ogni misura è essenziale, ma da sola insufficiente. Per visualizzare la questione, scrive il New York Times, il virologo Ian M. Mackay dell’università del Queensland ha elaborato una nuova versione del modello del groviera sviluppato negli anni novanta per la gestione del rischio, anche in ambito sanitario. In base a questo modello, ogni fetta del formaggio svizzero corrisponde a uno strato protettivo con le sue imperfezioni (i “buchi” del groviera). Il virus può superare più strati solo se i buchi sono allineati. Più sono gli strati, più è bassa la probabilità che il virus riesca a passare. Più i buchi sono piccoli, più sono efficaci le misure di protezione e più si riducono le infezioni. Il virologo prevede anche un agente esterno: il “topo” della disinformazione, che può erodere qualunque strato.

Nature, Regno Unito Una molecola che potrebbe avere proprietà terapeutiche è stata sviluppata da un allucinogeno. I ricercatori sono partiti dall’ibogaina, un alcaloide che viene estratto dalle radici e dalla corteccia della Tabernanthe iboga, una pianta che cresce nelle foreste pluviali dell’Africa occidentale. In passato si era pensato di usare l’ibogaina per trattare la depressione e la dipendenza da sostanze come l’alcol, per la sua capacità di agire sulle cellule nervose, ma poi è emerso che oltre a indurre allucinazioni può causare anomalie cardiache. I ricercatori hanno analizzato la struttura dell’ibogaina, identificando la parte responsabile degli effetti tossici e quella che agisce sui neuroni. A quel punto hanno sviluppato un analogo chimico, il tbg, che non ha effetti tossici. Una sperimentazione sui topi ha confermato gli effetti positivi della molecola, che ha ridotto la tendenza degli animali a cercare l’alcol e l’eroina, e potrebbe anche avere effetti antidepressivi. Ma ci vuole cautela nel valutare i risultati, perché i topi sono un modello valido solo in parte per studiare il cervello umano. Serviranno quindi altri studi e sperimentazioni cliniche. ◆

Biodiversità a sorpresa

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IN BREVE

WOLFGANG WÜSTER

BIOLOGIA

L’analisi filogenetica di quasi 1.300 specie di uccelli canori tropicali ha evidenziato un elevato tasso di speciazione nelle aree più inospitali della Patagonia e delle Ande centrali e meridionali. La scoperta, scrive Science, suggerisce paradossalmente che lo sviluppo di nuove specie è maggiore nei luoghi con scarsa presenza di animali. La biodiversità dei climi caldi tropicali sarebbe la conseguenza dell’accumulo lento e graduale di specie arrivate da altri posti.

JOHN HELLY

CORONAVIRUS

Geologia I grandi iceberg che si staccano dall’Antartide portano grandi quantità di acqua dolce lontano dalla costa. Uno studio pubblicato su Science Advances ha analizzato vari parametri, tra cui il vento, le correnti marine e la temperatura del mare, per monitorare i movimenti degli iceberg nell’emisfero australe. Sono stati presi in considerazione gli iceberg con una superficie di almeno tre chilometri quadrati, che non si sciolgono come una massa unica, ma tendono a spaccarsi. Coronavirus Circa il 68 per cento della popolazione mondiale sarebbe disponibile a vaccinarsi contro il covid-19. Secondo il British Medical Journal, considerando i vaccini in fase di approvazione e ipotizzando una massima capacità produttiva, un quarto della popolazione mondiale potrebbe restare scoperta fino al 2022, soprattutto nei paesi a basso e a medio reddito.

ECOLOGIA

Troppo sale nel terreno

SALUTE

Siero antivipera universale Potrebbe essere possibile creare un siero antivipera con un’azione universale. È stata infatti scoperta una combinazione di due molecole che combatte le tossine prodotte da serpenti di specie diverse. In genere i trattamenti sono specifici per ogni tipo di veleno. La combinazione è stata sperimentata con successo sui topi, scrive Nature Communications. Circa 138mila persone muoiono ogni anno per morsi di serpente in Africa subsahariana, in America Latina e in Asia meridionale e sudorientale. Nella foto: una vipera soffiante

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Alcuni ricercatori hanno elaborato una mappa delle aree geografiche con problemi di salinità del suolo. La presenza di sale influenza negativamente la crescita delle piante e può dipendere da fattori naturali o dall’uso errato dei fertilizzanti e dell’irrigazione. Cina, Kazakistan e Iran sono particolarmente colpiti dal fenomeno. Oltre all’Asia, anche alcune aree dell’Africa e dell’Australia hanno problemi simili, scrive Pnas.



© EEA, COPENHAGEN, 2012

Il diario della Terra Il nostro clima

Un calo temporaneo?

Fiumi I fiumi europei potrebbero essere interrotti da 1,2 milioni di barriere artificiali, più di quante si pensava. La nuova stima è stata ottenuta percorrendo tratti di fiumi e contando le barriere presenti, estrapolando poi i risultati a livello continentale. Secondo Nature, spesso le barriere di piccole dimensioni, tra cui le dighe alte meno di due metri, non sono censite nelle statistiche ufficiali. Le strutture servono in genere a regolare il flusso d’acqua oppure a permettere l’attraversamento. L’Europa centrale ha la densità più alta di strutture, mentre la Scandinavia, l’Islanda e la Scozia hanno quella più bassa. La ricerca potrebbe essere utile per stimare l’impatto ecologico di alcune infrastrutture, tra cui le centrali idroelettriche. Nell’immagine: una mappa dei fiumi europei

Radar

Strage di foche in Russia Caldo Il rapporto Arctic report card 2020, pubblicato dall’agenzia oceanica e atmosferica statunitense Noaa, conferma che la regione artica si sta riscaldando a un ritmo due volte superiore rispetto al resto del mondo. Il 2020 si appresta a diventare il secondo anno più caldo di sempre nell’Artico dopo il 2012, con una temperatura di 1,9 gradi più alta rispetto al periodo 1982-2010.

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Terremoti Un sisma di magnitudo 6,2 sulla scala Richter è stato registrato al largo della costa orientale di Taiwan. La scossa è stata percepita in tutta l’isola, ma non ci sono state vittime. Tempeste Una forte tempesta ha causato una serie di alluvioni nel New South Wales, nel sudest dell’Australia, che ha costretto centinaia di persone a lasciare le loro case. Il mare agitato ha anche eroso vari tratti di costa. Incendi I pompieri hanno estinto, grazie anche alle piogge degli ultimi giorni, gli incendi che avevano distrutto più di metà delle foreste dell’isola di Fraser, al largo del Queensland, in Australia.

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Anfibi Tre specie di anfibi dell’America centrale, tra cui il rospo Atelopus chiriquiensis, si sono estinte e molte altre sono in pericolo a causa di un fungo che si sta diffondendo grazie anche alla crisi climatica. Lo rivela un rapporto dell’Unione internazionale per la conservazione della natura. Foche Almeno 272 esemplari di foca del Caspio (Pusa caspica), una specie minacciata, sono stati ritrovati morti sulle spiagge del mar Caspio, nella repubblica russa del Daghestan. Non si conosce ancora la causa di queste morti.

TVZVEZDA

Cicloni Due cicloni, Zazu e Yasa, minacciano rispettivamente gli arcipelaghi di Tonga e Fiji. I governi dei due paesi

hanno chiesto agli abitanti di prepararsi a forti venti e possibili alluvioni.

◆ Nel 2020 le emissioni di anidride carbonica nell’atmosfera dovrebbero ridursi di circa il 7 per cento rispetto all’anno precedente. Il calo è dovuto alle misure adottate per contrastare la pandemia di covid-19. Secondo le stime contenute nel Global carbon budget 2020, pubblicato sulla rivista scientifica Earth System Science Data, l’uso di combustibili fossili come carbone, petrolio e metano produrrà comunque 34,1 miliardi di tonnellate di anidride carbonica. Già dopo la crisi finanziaria del 2007-2008 si era registrato un calo delle emissioni, che però negli anni seguenti erano tornate a crescere. È possibile che questo avvenga anche dopo la pandemia. La speranza, però, è che alcune tendenze che si sono manifestate nel 2020 rimangano anche in futuro. La riduzione delle emissioni legate all’uso del carbone, per esempio, potrebbe essere confermata nel lungo periodo. Le conseguenze della pandemia non sono state uguali in tutto il mondo. In Cina il calo delle emissioni è stato lieve, mentre negli Stati Uniti è stato del 12 per cento e nell’Unione europea dell’11 per cento. Se si considerano le emissioni pro capite, gli Stati Uniti si sono confermati al primo posto davanti alla Cina e all’Unione europea. Storicamente l’Europa, e in particolare il Regno Unito, ha contribuito molto all’accumulo dei gas serra nell’atmosfera. Secondo gli autori dello studio, nel calcolo delle emissioni di anidride carbonica restano però incertezze e discrepanze.


Il pianeta visto dallo spazio 29.03.2020

I ventisei atolli delle Maldive buiti su 90mila chilometri quadrati di oceano (circa 820 chilometri da nord a sud e 130 chilometri da est a ovest). Nell’immagine gli atolli meridionali di Huvadhu e Addu sono parzialmente oscurati dalle nuvole. L’arcipelago è spesso ricoperto dalle nuvole, quindi questa foto, in cui ne è quasi completamente libero, è piuttosto rara. Le Maldive sono uno dei paesi più bassi del mondo, con oltre l’80 per cento del territorio a meno di un metro sul livello del mare. Il punto naturale più alto dell’arcipelago si trova ad appena 5,1 metri di altitudine. I circa 500mila abitanti sono quindi continuamente minacciati dalle mareggiate e dalle onde di tempesta. Secondo il Rapporto speciale sugli oceani e la criosfera in un clima che cambia, presentato dalle Nazioni Unite nel settembre del 2019, il livello medio globale del mare dovrebbe aumentare di circa un metro entro la fine del secolo. Gran parte delle Maldive potrebbe quindi essere sommersa, costringendo molti abitanti a trasferirsi.–Esa

Nord 100 km India

COPERNICUS SENTINEL (2020), ELABORAZIONE DELL’ESA

Oceano Indiano

Le Maldive sono formate da 1.200 isole coralline raggruppate in atolli. I 500mila abitanti sono minacciati dall’aumento del livello del mare.

◆ Quest’immagine, scattata da un satellite della missione Sentinel-3 dell’Esa, mostra le 1.200 isole che formano la repubblica delle Maldive. L’arcipelago, una popolare destina-

zione turistica, si trova nell’oceano Indiano, circa settecento chilometri a sudovest della punta meridionale dell’India, visibile in alto a destra nell’immagine.

Le Maldive sono piccole isole coralline raggruppate in atolli, le strutture dalla forma prevalentemente circolare e ovale visibili al centro dell’immagine. Gli atolli sono distri-

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Economia e lavoro titrust: dal momento che disporre di un’enorme banca dati offre un netto vantaggio nel campo dell’intelligenza artificiale, le aziende principali potrebbero aumentare ancora di più il loro potere. Un quarto problema è la tendenza a fare gregge: poiché i programmi d’intelligenza artificiale sono spesso costruiti su basi simili, il loro uso potrebbe ridurre la diversità e indebolire il sistema finanziario nel suo complesso.

PAPER BOAT CREATIVE (GETTY)

Quattro idee

TECNOLOGIA

Quando i robot decidono chi può avere un prestito Gillian Tett, Financial Times, Regno Unito Amazon e la banca britannica Barclays useranno i dati e gli algoritmi per offrire servizi personalizzati. Un accordo che presenta grandi rischi per il settore finanziario 10 novembre la banca britannica Barclays ha stretto un accordo con Amazon per offrire servizi di acquisto e pagamento personalizzati in Germania. All’annuncio non è stata prestata molta attenzione, ma gli investitori e le autorità di vigilanza dovrebbero farlo. Quest’accordo è un minuscolo ma insolitamente visibile segnale della frenetica corsa delle banche e delle aziende tecnologiche all’uso dei dati e dell’intelligenza artificiale nella finanza. In sostanza, la Barclays e Amazon sfrutteranno i dati e gli algoritmi per approvare un credito e prevedere i servizi che i clienti potrebbero desiderare. Quello che succederà in questa corsa all’intelligenza artificiale potrebbe determinare quali saranno i futuri dominatori del settore e i prossimi rischi.

I

Jack Ma, fondatore dell’azienda finanziaria Ant e del colosso cinese del commercio online Alibaba, è stato uno dei primi a intuire le potenzialità dell’intelligenza artificiale nella finanza. La Ant usa i dati sull’attività online dei consumatori e delle aziende per prevedere il rischio di credito (cioè la capacità di ripagare il debito) e offrire servizi personalizzati. In teoria potrebbe essere un modo per “democratizzare la finanza”, come ha osservato Mark Carney, ex governatore della Banca d’Inghilterra. In sostanza, queste innovazioni dovrebbero permettere alle aziende finanziarie di offrire “più scelta, servizi più mirati e una più accurata determinazione del prezzo”. Dovrebbero anche ridurre i costi di finanziamento delle imprese. Gestite in modo corretto, potrebbero anche aiutare le autorità di vigilanza a individuare con più facilità le frodi e monitorare meglio le condizioni delle banche. Tuttavia i rischi sono enormi. Uno potrebbe essere la tendenza dei programmi d’intelligenza artificiale ad accogliere pregiudizi, compreso il razzismo, nel processo decisionale. Un altro riguarda la privacy. Un terzo è legato alla normativa an-

Il problema più grosso tuttavia è la mancanza di trasparenza. “L’impossibilità d’interpretare o rivedere i meccanismi decisionali dell’intelligenza artificiale potrebbe diventare un rischio di sistema”, sottolinea un documento del Financial stability board. Allora cosa fare? Un’idea ovvia, e comoda per i politici, potrebbe essere schiacciare il pulsante “pausa”. È quello che ha fatto la Cina con la Ant, bloccando il collocamento in borsa dell’azienda. Tuttavia non sarà facile ricacciare il genio dell’intelligenza artificiale nella lampada. Né, alla luce dei possibili benefici, è per forza una buona idea. Sarebbe meglio fare queste quattro cose. Primo, le aziende finanziare che usano l’intelligenza artificiale devono essere regolamentate. Secondo, le autorità di vigilanza devono collegare tra loro due settori finora separati: sono pochissime le persone che s’intendono sia d’intelligenza artificiale sia di finanza. Terzo, non si può affidare la creazione e il controllo della finanza che usa l’intelligenza artificiale a semplici fanatici della tecnologia, meglio che se ne occupino persone con una visione complessiva delle loro conseguenze sulla società. Quarto, l’opinione pubblica deve fare attenzione a quello che sta succedendo invece di lasciare che se ne occupino solo i tecnici. Non sarà facile, perché l’intelligenza artificiale è difficile da capire. Tuttavia gli anni duemila hanno dimostrato cosa succede quando dei fanatici della tecnologia con i paraocchi impazzano nel mondo della finanza e i politici li ignorano. Non deve succedere di nuovo. Se pensate che la crisi del 2008 sia stata brutta, provate a immaginarne una che si muove più velocemente e arriva più lontano grazie all’intelligenza artificiale. Non fosse altro che per paura dovremmo aprire subito un dibattito politico. u gim Internazionale 1389 | 18 dicembre 2020

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Economia e lavoro UNIONE EUROPEA

NIGERIA

L’avvertimento di Bruxelles

Indietro di 40 anni “La crisi provocata dal covid-19 farà arretrare i redditi dei nigeriani ai livelli di quarant’anni fa”, scrive il Financial Times. Lo sostiene uno studio della Banca mondiale, secondo il quale entro il 2022 le entrate di venti milioni di persone – circa il 10 per cento della popolazione nigeriana – scenderanno sotto la soglia di povertà (1,9 dollari al giorno). “Il reddito pro capite del paese scenderà a un livello che, considerato il potere d’acquisto, corrisponde a quello del 1980”. La particolare vulnerabilità della Nigeria di fronte alla crisi attuale, conclude il quotidiano britannico, è dovuta alle condizioni economiche già precarie prima della pandemia, caratterizzate da disoccupazione e inflazione in crescita e da redditi in diminuzione.

TIMES OF INDIA

Bruxelles, Belgio, 15 dicembre 2020

“L’Unione europea minaccia d’infliggere pesanti multe alle grandi aziende tecnologiche e perfino di spezzettarle se continueranno a violare le regole sulla concorrenza”, scrive il Financial Times. L’avvertimento è arrivato il 15 dicembre con la presentazione di due proposte di legge: il Digital market act, che colpirà la concorrenza sleale nel settore dell’alta tecnologia, e il Digital services act, che costringerà le aziende ad assumersi più responsabilità per le pratiche illegali tenute dagli utenti dei loro siti. Nel mirino ci sono soprattutto i colossi statunitensi Google, Amazon, Facebook e Apple. u

TRASPORTI

MONTENEGRO

Aerei da convertire

I pesanti debiti con Pechino

“Dall’Air Canada alla cinese Cdb Aviation, le compagnie aeree si stanno affrettando a convertire molti apparecchi dal trasporto dei passeggeri a quello delle merci, puntando sull’esplosione del commercio online e sulla crisi dei voli di linea causata dalla pandemia, che ha svalutato gli aerei usati”, scrive la Reuters. Secondo la Cirium, un’azienda specializzata in analisi del trasporto aereo, nel 2021 saranno convertiti al trasporto delle merci novanta aerei (un aumento del 90 per cento rispetto ai cambi d’uso del 2020), mentre nel 2022 il cambiamento riguarderà 109 velivoli.

“Il Montenegro rischia di diventare la prossima vittima della ‘diplomazia del debito’ praticata dalla Cina”, scrive la Neue Zürcher Zeitung. “Già nel 2018 il centro studi statunitense Center for global development aveva inserito il paese balcanico tra gli stati che rischiano l’insolvenza a causa dei debiti contratti con Pechino. Nel 2019 il rapporto tra il debito pubblico del Montenegro e il suo pil è arrivato all’80 per cento e, secondo il Fondo monetario internazionale, alla fine del 2020 salirà al 93 per cento”. Un quarto dei debiti è in mano alla Cina, che in seguito agli investimenti per la realizza-

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zione della nuova via della seta è diventata la principale partner economica del Montenegro. I prestiti cinesi sono onerosi, continua il quotidiano svizzero, e hanno condizioni poco trasparenti. “Attraverso questi investimenti Pechino si assicura l’accesso a infrastrutture strategiche e l’influenza politica. Per questo bada poco alla redditività delle opere”. Lo dimostra il progetto per la costruzione di un’autostrada che collegherà la costa montenegrina alla Serbia. In passato i paesi europei avevano rifiutato di finanziare l’opera perché ritenevano che un’autostrada così lunga non potesse raccogliere pedaggi sufficienti in un paese di appena 650mila abitanti. Intanto i costi del progetto cinese sono passati da 800 milioni a 1,3 miliardi di euro.

OLIVIER HOSLET (REUTERS/CONTRASTO)

Tra il 12 e il 13 dicembre ci sono state violente proteste nella fabbrica indiana della Wistron Infocomm Manufacturing, un’azienda taiwanese che produce componenti per l’iPhone della Apple. Il motivo, spiega Die Tageszeitung, è stata la decisione di ridurre gli stipendi dei dipendenti, che tra l’altro sono spesso pagati in ritardo. Nonostante i turni da dodici ore e gli eventuali straordinari, lo stipendio mensile dei tecnici più giovani è passato da 235 a 134 euro, mentre quello degli operai è stato portato a 90 euro.

KENZO TRIBOUILLARD (AFP/GETTY)

INDIA

Proteste in fabbrica

IN BREVE

Eurozona Il 10 dicembre la Banca centrale europea (Bce) ha deciso una nuova serie di misure di politica monetaria per affrontare la crisi provocata dal covid-19. L’istituto guidato da Christine Lagarde (nella foto, a sinistra) ha esteso il Pandemic emergency purchase programme (Pepp, il programma di acquisto di titoli lanciato a marzo dopo l’esplosione della pandemia) fino al marzo 2022 e ne ha aumentato l’importo di 500 miliardi di euro portandolo a 1.850 miliardi. I guadagni realizzati con il Pepp, inoltre, saranno reinvestiti fino al marzo 2023.


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L’oroscopo

Rob Brezsny Secondo il ricercatore Nick Watts, autore del documentario Human footprint, una persona pronuncia in media nella vita più di 13 milioni di parole, cioè circa 4.300 al giorno. Sospetto e spero che nel 2021 la tua produzione aumenterà, Sagittario. Penso che avrai da dire più cose del solito: verità da rivelare, osservazioni da fare ed esperienze da descrivere. Quindi, per favore, aumenta la tua quota giornaliera di parole adeguandoti alla maggiore capacità che avrai di condividere la tua intelligenza con il mondo.

ARIETE

Gli dei temporanei sono divinità che prendono vita e si rendono disponibili per svolgere particolari funzioni, al di là delle quali non sono necessari. Per esempio, nell’antica Grecia il dio Myiagros era invocato durante i sacrifici alla dea Atena. Il suo compito era scacciare le mosche. T’invito a inventare uno spirito simile per il lavoro che ti aspetta. Qual è? 1) Tradurre le tue recenti scoperte in piani pratici. 2) Incanalare la tua ritrovata libertà in strategie che ne garantiscano la durata. 3) Infondere nella vita quotidiana le grandi visioni che hai avuto di recente. Come chiamerai il tuo dio temporaneo?

ILLUSTRAZIONI DI FRANCESCA GHERMANDI

TORO

Secondo la scrittrice Virginia Woolf, non viviamo a fondo le sensazioni uniche che proviamo in un momento particolare. Ci mettono un po’ per ambientarsi, aprirsi ed espandersi. Dal suo punto di vista, quindi, raramente “proviamo emozioni complete sul presente, ma solo sul passato”. T’invito, Toro, a fare un viaggio negli ultimi undici mesi per sviluppare le emozioni che non erano del tutto mature quando le hai provate. È un ottimo momento per approfondire la tua esperienza di ciò che è già successo e far fiorire i semi che sono stati piantati. GEMELLI

“La meraviglia è un’emozione ingombrante”, dice la scrittrice Diane Ackerman. “Quando le permetti di riempire il tuo cuore e la tua mente, non c’è spazio per l’ansia o l’angoscia né per qualsiasi altra cosa”. Nel 2021

vorrei che usassi questa osservazione come ricetta, Gemelli. Secondo la mia analisi dei presagi astrali, non ti succedeva da tempo di avere una tendenza alla meraviglia così spontanea. Potrai risvegliare le tue emozioni primordiali, allontanando quelle negative come l’ansia, spesso frutto di nevrosi più che di problemi reali. CANCRO

Per spiegarti che tipo di alleato intimo meriti, userò le parole della scrittrice Estefanía Mitre. Se non hai ancora avuto una relazione come questa, t’invito a rimediare nel 2021. Se invece hai già avuto questa fortuna, scommetto che nel 2021 sarai ancora più fortunato. Ecco le sue parole: “Meriti un amante che ti vuole spettinata... che ti fa sentire al sicuro... che vuole ballare con te... che non si stanca mai di studiare le tue espressioni... che ti ascolta quando canti, che ti sostiene quando provi vergogna e rispetta la tua libertà... che cancella le bugie e ti dà speranza”. LEONE

Nel 2019 la cantante Ariana Grande si è fatta tatuare alcuni caratteri giapponesi sul palmo della mano. Pensava che fossero una traduzione di seven rings (sette anelli), che è il titolo di una sua canzone. Ma poi ha scoperto che il vero significato era “piccola griglia a carbone”. A quel punto ha chiesto di modificare il tatuaggio, ma la nuova versione è anche peggio: “dito grigliato giapponese”. Te lo dico per due motivi, Leone. Primo, perché ammiro la tua creatività e il tuo spirito innovativo. Secondo, perché vorrei che continuassi a

esprimerli nel modo giusto. Con un po’ di pianificazione e di attenzione, ci riuscirai. VERGINE

La maggior parte di noi fa migliaia di sogni all’anno. Molti sono difficili da ricordare o non ne vale la pena. Ma alcuni possono cambiarci la vita. Possono portare a rivelazioni che modificano in meglio il nostro destino. A mio parere di astrologo, sei in una fase in cui sogni di questo tipo sono più probabili del solito. T’invito quindi a tenere sul comodino un registratore o una penna e un taccuino per catturarli. Per ispirarti, ti offro una testimonianza di Jasper Johns, che per alcuni è il più grande artista statunitense vivente: “Una notte ho sognato di dipingere una grande bandiera americana. La mattina dopo mi sono alzato, ho comprato il materiale e mi sono messo al lavoro”. Dipingere bandiere è diventata una delle specialità di Johns. BILANCIA

Ho composto una preghiera in linea con i tuoi presagi astrali del momento. Se ti sembra adatta, recitala per i prossimi dieci giorni. “Caro sé superiore, angelo custode e io futuro, mostrami come trovare o creare la chiave per la parte chiusa del mio cuore. Rivelami il segreto per liberarmi delle inibizioni che interferiscono con la mia capacità di sentire quello che ho bisogno di sentire. Aiutami ad avere intuizioni brillanti sulle verità che mi permetteranno di portare le mie alleanze più strette al livello successivo”. SCORPIONE

Lo scrittore Herman Hesse diceva: “Chiunque voglia la musica invece del rumore, la gioia invece del piacere, l’anima invece dell’oro, il lavoro creativo invece degli affari, la passione invece dell’idiozia, non trova posto in questo mondo banale”. Spero, Scorpione, che nel 2021 dimostrerai che si sbagliava. Secondo la mia lettura dei presagi astrali, i ritmi della vita saranno in linea con i tuoi se avrai il coraggio di preferire la musica al rumore, la gioia al pia-

cere, l’anima all’oro, il lavoro creativo agli affari e la passione all’idiozia. Questa formula sarà il segreto del tuo successo e ti farà sentire più che mai a casa nel mondo. CAPRICORNO

“Il nostro pensiero dovrebbe avere un profumo intenso, come un campo di grano in una notte d’estate”, scriveva il filosofo Friedrich Nietzsche. Vorrei che raccogliessi questo gioioso invito, Capricorno. È il momento ideale per gettare via opinioni stantie e ammuffite, e fare spazio a nozioni fresche e speziate. Per essere ancora più felice, sbarazzati anche di sentimenti polverosi, sogni in decomposizione e giudizi fetidi. Questa opera di pulizia farà spazio a intuizioni chiare che avranno un ottimo profumo. ACQUARIO

Hai mai sentito la parola “catastrofizzare”? Si usa quando qualcuno ha un piccolo problema ma lo interpreta come un’enorme disgrazia. È molto importante che nelle prossime settimane eviti di catastrofizzare, Acquario. Impedisci alla tua fantasia di saltare a conclusioni orribili e ingiustificate. Usa la respirazione profonda e il pensiero logico per reagire con calma. E ricorda che una piccola battuta d’arresto può portare a un’opportunità inaspettata, soprattutto se resisterai alla tentazione di catastrofizzare. PESCI

La mia amica buddista Marcia dice che l’obiettivo delle sue sedute di meditazione è capire che il mondo materiale è un’illusione, che non esistono l’io o il tu, il passato o il futuro. C’è solo il flusso dell’essere. La mia amica sufita Roanne, invece, è una devota del poeta Rumi. Le sue sedute di meditazione servono a entrare in comunione d’amore con l’amico divino, la versione personale dell’intelligenza cosmica. I tuoi presagi astrali, Pesci, indicano che sei in una posizione privilegiata per scoprire la nuda verità degli ideali di Marcia e di Roanne. I prossimi giorni potrebbero portarti incredibili scoperte spirituali!

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internazionale.it/oroscopo

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COTÉ, CANADA

L’ultima

“Cos’è questo rumore?”. “È tua madre che rivede la disposizione dei posti a tavola per Natale”. LAMB, REGNO UNITO

CAMLEY, REGNO UNITO

“Per ascoltare di più dovete abbonarvi”.

Natale 2020: latte, pasta, carta igienica. “I negozi non essenziali erano chiusi”.

DELUCQ, FRANCIA

FLAKE, THE NEW YORKER

Natale 2020: non è facile. “Ti sei ricordato l’autocertificazione?”. “Ah, no! Torniamo indietro”.

“Quelli sono per Babbo Natale e questi per il drone di Amazon”.

Le regole Albero di Natale 1 Se lo fai per postare la foto su Instagram, usa quella dell’anno scorso. 2 L’albero rende contenti i bambini ed euforico il gatto. 3 Quando i rami cominciano a piegarsi, hai esagerato con la neve finta. 4 Un albero di Natale raffinato è un ossimoro. 5 Hai messo tremila lucine led a intermittenza? Guarda che è un abete, non lo Studio 54. regole@internazionale.it

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