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VII anno - N°0002 Giugno - Luglio 2018

REDAZIONE Editore Michele Iannibelli

Sede Operativa Via S. Francesco, 22 37129 Verona (VR)

Società Editrice Paparazzi Style S.a.s.

Tipografia Grafiche San Valentino s.n.c.

Testata Paparazzi News - UNIVERSUS

Luogo di stampa Via dell’Artigiano, 29 37010 Pastrengo (VR)

Direttore Responsabile Alessandro Collu Iscritto all’ordine dei Giornalisti/Pubblicisti

Tiratura fino a 10.000 copie

Vice Direttore/Coordinatore Sergio Cau

Registrato al Tribunale di Verona il 20 novembre 2009 n° R.O.C. 19.202

Redattore Michele Tacchella

Questo magazine è stato realizzato grazie ai nostri partner, con il contributo del dell’Università degli Studi di Verona e con il patrocinio del Consiglio degli Studenti.

Redattori Alessandro Collu Alessandro Lo Iacono Elena Lucia Zumerle Giulia Civenti Jeena Cucciniello Michele Calamaio Michele Iannibelli Niccolò Caramel Sergio Cau Tiziana Carrato

info@universus-vr.it redazione@universus-vr.it www.universus-vr.it

Progetto grafico Gioia Burgello

Alcune pagine sono a tema per - Informazione Pubblicitaria -

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IN QUESTO NUMERO

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Intervista a Walter De Silva

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Alla scoperta dell’Esu con il commissario Francesca Zivelonghi

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Verona nelle vedute ottiche settecentesche dei Remondini

Oltre vince le elezioni studentesche Inventori di trappole per topi e come tutelarli

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Una questione di alleanze e conflitti Una “Festa dei Popoli” per abbattere i muri dello stereotipo Il paese della felicità...

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Nasce ADEI, l’Associazione Editori Indipendenti

Gioie e dolori per Chievo ed Hellas: la stagione appena conclusa

Chiostro di Sant’Eufemia: la grandezza della donna nella Grande Guerra

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Marco D’Elia: “Il più bello d’Italia? Sono io!”

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WALTER D E S I L V A:

dalle auto alle scarpe da donna

Foto Michele Iannibelli 4


Walter Maria De Silva è uno dei più grandi designer di auto e oggettistica italiani insieme a Giorgetto Giugiaro, Sergio Pirinfarina e Flavio Manzoni. Dal suo estro creativo sono nate diverse Alfa Romeo come la 147 e la 156 o Audi come la A5 Coupè o le super gettonate Volkswagen up! e Golf. Dopo un burrascoso addio all’Alfa Romeo nel 1999, approda alla Volkswagen di cui diventa direttore del design. Oggi, dopo 40 anni dedicati alle auto, De Silva, insieme alla moglie Emmanuelle, si dedica a quello che dice essere sempre stato uno dei suoi grandi sogni, disegnare scarpe da donna. De Silva si trova nell’elegante bar Gal-leria davanti l’arena di Verona in compagnia della moglie Emmanuelle e del giornalista tedesco Aaron Maierhofer che sta realizzando un ciclo di documentari

sulle eccellenze italiane.

La Gal-leria è ricca di oggetti di design e di alta moda; entrando,

si capisce subito perché De Silva ha voluto trovarsi proprio qui. Lo spazio è coerente con il suo modo di pensare, una galleria che racchiude progetti di visione oggetti molto avanzati che provengono da tutto il mondo; è un ambiente dove tutto si può mettere insieme trasversalmente e avere una visione comune di dove va il futuro del design. E qua abbiamo il futuro e il passato davanti, siamo davanti l’Arena e tutto è un’espressione di cultura italiana cosi grande così importante e così presente nel nostro DNA. Lei è nato nel 1951, è un po’ e italiano e un po’ tedesco ed una delle persone più importanti nel settore design automobile. Come nasce questo? “Nasce da due elementi: la passione per l’auto, che negli anni ‘60, quando ero bambino, esplose con la democratizzazione della mobilità e dell’automobile. In quegli anni l’auto era qualcosa a cui tutti aspiravano e io ero appassionatissimo; amavo distin-

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guere un auto da un’altra proprio come gioco. Poi ho la fortuna del talento naturale per il disegno, quindi già da bambino mi dicevo che da grande avrei disegnato automobili, anzi, mi dicevo che avrei disegnato le Alfa Romeo”. Come ha iniziato? “Ho incominciato a 21 anni nel 1972 dal livello più basso, fino ad arrivare a capo design del gruppo Wolfshagen, quindi una carriera di 43 anni votata all’automobile che mi ha permesso di portare a termine più di 140 automobili”. Mi pare di capire che per lei le automobili sono molto di più di semplici mezzi di trasporto. “Ho una passione viscerale per le auto che nasce dalla bellezza delle forma in movimento. L’automobile non è solo un oggetto funzionale ma trasmette emozioni, sensazioni, specialmente per quanto riguarda la carrozzeria dell’auto e tutto questo si è accentuato i questi anni pioneristici delle forme”.


Si percepisce grande senso di soddisfazione nel suo lavoro… “Sono molto soddisfatto della mia carriera; come dicevo, ho passato tantissimo tempo a disegnare la carrozzeria e questo mi è sempre stato d’aiuto per la mia creatività”. Basta solo la creatività o serve dell’altro per disegnare auto di successo? “Io sono un creativo che ha bisogno di lavorare nella disciplina, senza disciplina non c’è creatività; non bisogna confondere la libertà con la creatività. La libertà è una cosa, la creatività è un’altra. Si arriva al massimo della creatività se si lavora con disciplina, con i giusti processi e con dei limiti. In Germania ho trovato questo connubio tra un modo di lavorare molto ben strutturato da poterci applicare tutta la creatività che avevo. In più, credevano in quello che facevano e questo mi ha permesso di fare un lavoro esponenziale rispetto a quanto avrei fatto in Italia”. Quando arriva il successo nella sua vita?

“Arriva 20 anni dopo l’inizio del mio lavoro; per i primi vent’anni ho fatto un lavoro diciamo “oscuro”, di apprendistato e apprendimento. Il successo arriva con l’Alfa Romeo 156, auto dell’anno riconosciuta universalmente come “bella”; questa è stata l’auto che mi ha portato in luce nel mondo dell’auto e che ha “insospettito” Ferdinand Piëch, fino a poco tempo fa presidente della Volkswaghen”. Come ha proseguito dopo l’Alfa Romeo? “Inizialmente mi sono occupato per i primi 3 anni del marchio Seat appartenente al medesimo gruppo, qui ho dato un nuovo input ad un ciclo di produzione delle auto Seat e poi mi chiesero, nel 2000, di fare una proposta per una nuova auto Audi. Proposi la carrozzeria per la nuova calandra dell’Audi A6”. La storia ci dice che andò molto bene, o sbaglio? “Esatto, fu molta apprezzata e

mi chiesero di assumere la direzione del design di Audi. Presi le redini di quell’area ma poco tempo dopo diventai direttore del centro design dell’intero gruppo Volkswagen. Un percorso in crescendo e molto veloce dopo vent’anni di gavetta”.

prima è quella di architettura, e poi la forma in movimento è una percezione psicologica che abbiamo; la percezione è un attimo fuggente, vedo qualche cosa che mi è piaciuta ma devo poi andare a capirla e un modo di vedere il design diverso”.

Nella sua carriera però non ci si limita alle auto ma anche a tanto altro. “Ho disegnato mobili, poltrone, sedie, macchine fotografiche. Tengo sempre ferma la distinzione tra oggetti statici e oggetti dinamici, anche se prediligo gli oggetti in movimento. Non a caso ho disegnato auto e oggi mi dedico alle scarpe”.

È più bello fare una Lamborghini per cento persone o un Audi per milioni? “È uguale per me; la Lamborghini per poche persone è qualcosa che ti porta aldilà della realtà. Sapete come distinguo una Lamborghini da un’altra auto?”

Perché proprio il movimento? Cosa le piace di questa dimensione? “Mi piace il movimento perché ha due funzioni nel design: la 6

Ci dica… “Dal suono del motore; potrebbe essere dietro l’Arena e io la riconosco. Il rumore è già design, sono percezioni da appassionati. Tornado alla domanda, disegnare una vettura come la Golf o un Audi è qualcosa di straordinario.


sappiamo che dobbiamo posizionare il marchio. Da designer stiamo diventando imprenditori, io non l’ho mai fatto. Sono stato impiegato ad alto livello, ma sempre impiegato. Siamo un’azienda familiare dove mettiamo le nostre energie, la nostra forza finanziaria, l’abbiamo presa seriamente. Non sono un fashion designer, facciamo scarpe da sera su alcuni principi di proporzioni e architettura e ho inventato un tacco. Soprattutto, la volevo leggerissima: per una donna, tenere una scarpa così alta per due-tre ore è impegnativo, il peso è molto importante. Grazie all’aiuto di un grande designer che ha fatto la storia della calzatura italiana, Sergio Rossi, persona straordinaria, con i suoi consigli abbiamo dato origine a questa bella avventura. Le mie scarpe sono evergreen, classiche nella loro tipologia, moderne. E’ un approccio di prodotto premium, un prodotto di lusso con contenuti di qualità e perfezione assoluti. Dal disegno a quando le mettiamo nella scatola, è tutto made in Italy’’.

Bisogna fare un auto diversa che però è sempre uguale a se stessa. Fare questo è molto difficile”. Oggi con sua moglie avete avviato un nuovo progetto che riguarda le scarpe. “Posso fare rispondere mia moglie che è qua in nostra compagnia”. Emanuelle: “Walter ha sempre avuto la passione per scarpe, cosi un giorno mi ha detto che voleva smettere di disegnare auto per dedicarsi a questa nuova attività. Mi ha confidato che voleva far nascere questo progetto insieme a me. Io ero molto sorpresa perché Walter non si ferma mai, però dall’altra parte questo era il suo sogno e io voglio aiutare a realizzarlo; così, abbiamo iniziato a organizzarci”. Le scarpe “De Silva”. Walter De Silva: “Fare scarpe era

la professione di mio nonno che faceva scarpe da donne, cosi ho voluto rilanciare questa idea di fare una piccola nicchia di scarpe da sera artigianali di elevatissima qualità e per questo abbiamo stretto una collaborazione con lo stilista Gianvito Rossi”. Il salto ha richiesto grande lavoro? ‘’Per quarant’anni ho disegnato automobili ed è stata la mia passione, poi mi sono dedicato al product design e disegnare per “Performance In Lighting”. Trovo che tecnica ed estetica si sposano in maniera perfetta con il lavoro che facevo prima. Siamo partiti pensando di prenderla con un po’ di tranquillità, poi se ti metti a fare qualcosa, questa non c’è. Non perché vogliamo il risultato immediato - siamo consapevoli che questo arriva con tanto lavoro e tanta fatica - ma 7

Le migliori idee spesso nascono anche in modo inaspettato. ‘’Ho amici più che colleghi, abbiamo fatto cose insieme e ne faremo altre in una città straordinaria come Verona. Massimo Anselmi, Roberta Fiorato sono da sempre dentro il design e la comunicazione. Sono progetti che nascono attorno ad un tavolo, un bicchiere di vino’’. Perché il marchio “Pinocchio” e in generale il personaggio è importante per Lei? ‘’C’è una metafora. Mio nonno, da industriale della calzatura si mise a fare scarpe da bambino. Come marchio depositato prende Pinocchio: Collodi e Pinocchio era una delle fiabe che ci ha accompagnato tutta la vita, è uno dei testimonial dell’Italia nel mondo. A volte, per saper dire la verità, bisogna essere...Pinocchio’’.


Alla scoperta dell’ESU con il Commissario

FRANCESCA ZIVELONGHI di Sergio Cau

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rancesca Zivelonghi è dal 2015 Commissario straordinario dell’Ente Regionale per il Diritto allo Studio, dell’Università di Verona. Nei primi giorni di giugno sono stati resi noti i risultati della gestione dei servizi per l’anno 2017 evidenziando ottime performance finanziare e di qualità dei servizi. Che cos’è l’ESU e di cosa si occupa? ESU è l’Azienda Regionale per il Diritto allo Studio Universitario ed eroga agli studenti iscritti all’Università di Verona, all’Accademia di Belle Arti e al Conservatorio un’ampia serie di servizi: dalla ristorazione (7 ristoranti universitari), all’abitativo (8 residenze universitarie + servizio “Accomodation ESU” in alloggi privati), alle borse di studio (Accademia e Conservatorio), nonché orientamento, agevolazione trasporti, aule studio, sport, prestito bici, assistenza psicologica. Di cosa avrebbe bisogno l’ESU Verona, sia dal punto di vista dei servizi che dal punto di vista organizzativo? ESU è considerata la casa per definizione dagli studenti, un punto di riferimento imprescindibile e in particolare da quelli fuori sede. Il nostro obiettivo è quello di creare una rete di servizi e di offerte sempre più efficienti al fine di dare ai nostri studenti opportu-

nità di crescita continue. Per fare questo servono spazi adeguati ed il nostro fronte più importante è proprio questo: nessuno studente deve restare senza alloggio. Oggi qual è il patrimonio dell’ente, la sua dotazione finanziaria? Da dove attinge le proprie risorse? ESU riceve un contributo di funzionamento da parte della Re8

gione Veneto ed ha entrate proprie derivanti da una gestione oculata del servizio abitativo e ristorazione che ci permettono di erogare molti servizi. Nel patrimonio sono presenti 5 immobili e 3 appartamenti e gode di un avanzo di amministrazione di oltre 12 milioni di euro circa. Da qualche anno l’ESU con grande dinamicità ha stipulato tante convenzioni con società


sportive di basket e pallavolo. Come vanno queste convenzioni? Le convenzioni per attività sportive risultano molto gradite agli studenti che partecipano numerosi alle partite di basket e pallavolo. L’obiettivo ovviamente è quello di coinvolgere gli studenti nelle attività sportive che riguardano da vicino il mondo cittadino. Quali progetti ha l’ESU nel proprio futuro? Il nostro obiettivo, proprio perché siamo punto di riferimento imprescindibile per tutti gli studenti, è quello di trovare il modo, attraverso convenzioni o future acquisizioni, di dare un posto letto a tutti i ragazzi che ne facciano richiesta. Oggi riusciamo a soddisfare una buona parte delle domande, ma non ci basta e desideriamo raggiungere il 100%. Inoltre, è in atto un lavoro importante legato ai nuovi strumenti informatici dedicati alla nostra utenza: è in fase di rilascio la nuova App di ESU, che consentirà, grazie ad un innovativo sistema di proximity marketing, di mandare notifiche push in tempo reale ai ragazzi, di controllare il menu del giorno e tante altre opzioni.

Veniamo ora alla figura del commissario. Ha avuto altre esperienze amministrative? La politica è sempre stata una passione e così lo è l’amministrazione pubblica, che vivo come una vera missione. Dal 1999 al 2009 sono stata Consigliere Comunale nel Comune di Sant’Anna D’Alfaedo; dal 2004 al 2008 Vice Presidente della Comunità Montana della Lessinia; dal 2007 al 2009 Membro del Consiglio di Amministrazione della Società APTV; dal 2009 al 2014 Consigliere della Provincia di Verona e delegata dell’Unione Province Italiane. Cosa l’ha spinta a fare il commissario per ESU? Da quando è in carica? Sono in carica da Novembre 2016 e devo dire che questo ruolo mi piace tantissimo perché mi permette di mettere le mie conoscenze e il mio impegno al servizio di una realtà come la nostra, in cui i giovani e il loro futuro sono una priorità e una spinta motivazionale fantastica. Quali obiettivi si è data all’atto dell’insediamento e quali pensa di aver raggiunto? Penso di aver portato una ventata di energia ad ESU, creando nuove occasioni di incontro per

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gli studenti, nuove interazioni con il mondo sportivo e culturale, nuovi rapporti. È stato rinnovato interamente il sito internet e diversi sono stati gli interventi di manutenzione nelle diverse residenze tra cui il necessario ammodernamento del servizio Wi-Fi. I giovani sono curiosi per definizione ed è necessario sfamarli continuamente con occasioni che siano ludiche e formative allo stesso tempo. Penso all’ ”Esu Day” o alle convenzioni fatte con eventi riguardanti la nostra città: il nostro è un libro delle occasioni sempre aperto. Che tipo di studente era? Studioso, abbastanza studioso? Sono stata una brava studentessa, applicavo il risparmio energetico (sorride) ma il risultato è stato comunque positivo, mi sono laureata con voti eccellenti in quella che veniva chiamata “Facoltà di Lettere e Filosofia” nel 2000.


STORIA

VERONA

nelle vedute ottiche settecentesche dei

REMONDINI

di Niccolò Caramel

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urante tutto l’evo moderno la Repubblica veneta – e in particolare la sua capitale Venezia – fu uno dei maggiori teatri europei in materia di produzione e distribuzione di libri, stampe e altro materiale editoriale su larga scala. Tuttavia, se prendiamo in considerazione esclusivamente il secolo dei Lumi, l’operazione editoriale messa in atto dalla stamperia e casa editrice Remondini di Bassano, una piccola cittadina della terraferma, mise commercialmente in crisi la facoltosa e multietnica Venezia. Fondata nel 1657 da Giovanni Antonio Remondini, la ditta bassanese – come confermano testimonianze coeve e ricostruzioni

storiche otto-novecentesche – divenne non solamente la più importante impresa editoriale della Serenissima e d’Italia, ma anche tra le maggiori d’Europa. Un esempio significativo riguardo la loro potenza produttiva e commerciale viene presentato dall’intellettuale francese Jérôme De Lalande nel suo libro Voyage d’un François en Italie fait dans les années 1765 et 1766, nel quale indica lo stabilimento dei Remondini come il più grande del suo genere in Europa, l’unico ad avere un processo produttivo completo e integrato, dalla realizzazione della carta alla rete distributiva. Inoltre, tra le sue fila, l’azienda contava migliaia di dipendenti tra operai, corrispondenti commerciali e 10

venditori ambulanti: numeri straordinari per l’epoca in questione e che rendevano possibile una produzione massiccia di prodotti editoriali e la loro distribuzione capillare nelle città d’Italia, Europa e America Latina. Assieme alle migliaia di libri di differente genere, lingua e formato, ciò che permise ai Remondini di divenire una potenza commerciale furono le stampe incise a tematica sacra o profana. Nella categoria delle stampe profane, un genere in particolare possedeva la particolare caratteristica che potremmo definire di divulgazione geografica e paesaggistica: le vedute ottiche.


STORIA Questo genere di incisioni rappresenta a pieno titolo la stampa popolare italiana: la coloritura vivace, rapida, decisa e dal tratto semplice, l’immediatezza affascinante e l’applicazione di carte trasparenti colorate al verso dei fogli, contribuivano ad illudere il pubblico di trovarsi immerso nei paesaggi osservati. Altra particolarità di questo tipo di incisioni era la possibilità di spettacolarizzarle attraverso l’utilizzo di strumenti ottici simili a camere oscure chiamati “mondo nuovo” o “pantoscopio”. Tali strumenti ottici erano composti essenzialmente da una cassetta di legno di dimensioni variabili con al loro interno dei dispositivi oculari muniti di lenti che rendevano possibile la visione di immagini variamente animate. Mediante la presenza nell’apparecchio di una serie di fonti di illuminazione naturale o artificiale, gli operatori, che con i loro strumenti giravano per le piazze d’Europa, riuscivano a strabiliare il pubblico presente attraverso cambiamenti scenici sorprendenti, prevalentemente legati al passaggio giorno-notte. L’effetto di quest’opera di alfabetizzazione visiva fu la crescita esponenziale del consumo di immagini nelle genti povere, le quali divennero in grado di conoscere vari luoghi e paesaggi del mondo in un periodo in cui la mobilità era estremamente limitata. Come conseguenza, la circolazione di questo tipo di immagini modificò in profondità lo spettatore, mutandone l’orizzonte di attese, dilatandone gli spazi immaginativi e rendendolo in grado di compiere con grande facilità viaggi mentali alla scoperta del “lontano”.

anche ad un pubblico distante migliaia di chilometri e che mai avrebbe potuto ammirarne di persona le sue magnificenze architettoniche. Nonostante sia estremamente complicato utilizzare le vedute ottiche di Verona come fonti storiche finalizzate alla ricostruzione della città così come si presentava agli uomini nel XVIII secolo – in quanto tali stampe erano opera di incisori che raffiguravano la

Tra gli esemplari maggiormente riprodotti dalla ditta bassanese si annoverano le rappresentazioni ottiche di Verona, in modo particolare: piazza Bra, ponte delle Navi e Castelvecchio. Tali scenari erano fatti circolare per le vie d’Europa dai colportori, cioè da quei girovaghi che migravano di piazza in piazza con le stampe e con i pantoscopi e che esibivano le bellezze della città scaligera 11

città prendendo spunto principalmente da riproduzioni più antiche – è possibile, almeno in parte, farci un’idea dell’importanza che tali prodotti editoriali ebbero nella circolazione di conoscenze, idee e, perché no, nella formazione di sogni e speranze in un’epoca ancora lontana dalle rivoluzioni paradigmatiche portate dalla fotografia e, in seguito, dall’informatica.


DIRITTO & ECONOMIA

OLTRE vince

le elezioni studentesche di Sergio Cau

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i sono tenute dal 29 al 31 di maggio le elezioni per il rinnovo dei rappresentanti degli studenti dell’Università degli Studi di Verona, nei diversi organi universitari. La lista più votata è stata quella capitanata da Davide Turi ed Elena Zumerle che con 1592 voti ottiene la riconferma e la fiducia degli studenti; a seguire SUV – Studenti Universitari Veronesi con 995 voti e Student Office con 157 voti. Novità assoluta di questa tornata elettorale è stato il sistema di voto interamente online che ha permesso agli studenti di votare 24 su 24 da qualsiasi dispositivo elettronico attraverso una modernissima piattaforma tecnologica predisposta.

studenti di medicina Medicinamente. La composizione è tuttavia destinata a mutare in quanto alcuni studenti sono stati eletti in più organi e rinunceranno al posto in consiglio per far spazio ai colleghi rimasti fuori. Bassa la percentuale di votanti che si attesta al 12,15 percento, in linea con gli anni passati ma sicuramente da considerare un fallimento vista la possibilità di votare in qualunque momento da qualsiasi parte del mondo in modalità elettronica.

è la scarsa affluenza che migliora, ma solo di poco, rispetto alle passate tornate”. Fa da sponda Jessica Simanel, neo eletta in senato accademico e studentessa del primo anno, la quale sottolinea: “La vittoria delle lista è dovuta alla bontà del programma e alla qualità dei candidati che hanno saputo fare la differenza rispetto ai nostri avversarsi capaci solo di attaccarci”.

Di seguito, riportiamo le dichiarazioni di Oltre e Suv.

A rappresentare gli studenti negli organi maggiori ci saranno: Davide Turi e Francesca Bianconi per il Consiglio d’amministrazione; Elena Zumerle, Jessica Simanel e Federico Ciraci per il Senato Accademico. Campione di preferenze è risultato Thomas Andreati nella lista vincitrice Oltre che conquista 565 preferenze e siederà, insieme a Riccardo Magris, nel Comitato per lo sport. Più complicata la composizione del Consiglio degli studenti in cui la maggioranza è sempre di Oltre con 7 studenti, 5 a SUV, 2 alla lista dell’area scientifica Debug, 1 a Student Office e 1 alla lista degli

Oltre “Sono molto contento di questo risultato - racconta Davide Turi - è la meritata conferma dell’ottimo lavoro fatto in questi due anni e delle nuove proposte programmatiche che la lista ha messo in campo. Abbiamo accolto tantissimi nuovi ragazzi con la voglia di mettersi in gioco che hanno portato energie nuove e nuove idee alla lista; l’unico rammarico 12

Suv “SUV – Studenti Universitari Veronesi non può che dirsi soddisfatta dall’esito delle elezioni. Un secondo posto, è vero, ma rispetto a due anni fa abbiamo più che raddoppiato i nostri rappresentanti in tutti gli organi. L’affluenza rimane ancora un problema, anche se i numeri stanno migliorando pian piano. Futuro: coerenza, qualità delle nostre iniziative e soprattutto verità. Ogni voto dato alla nostra lista è basato sulla concretezza, non su bugie da campagna elettorale”. (La dichiarazione è stata resa al magazine Pass Magazine)


Leoncino, in onore del leone della Serenissima di San Marco, Repubblica di Venezia nasce nel 1890 da Giuseppe Tecchio, ristoratore Vicentino: ancora oggi, la sua cultura è professionalità viene tramandata da generazioni. Il Leoncino è sicuro punto di riferimento per chi desidera gustare piatti tipici fatti in casa, dalla pasta ai sughi e specialità di baccalà, arrosti, bolliti, carne alla griglia, taglieri di salumi selezionati e crostoni di pane bianco e vegano. Tutto ciò nasce dalla passione per la gastronomia, dal gusto per i sapori autentici e dalla semplicità di una sapiente cucina casalinga. Proprio questa passione che ci ha spinti ad aprire Leoncino Veneto Burger & More a Verona, per far in modo che la tradizione potesse continuare ed essere condivisa con più persone possibili, in chiave street food! Un angolo grazioso e accogliente, con l’intento abbinare la qualità ad un ottimo servizio, sia per i clienti che preferiscono consumare in loco sia anche per chi vuole essere servito nella propria abitazione. Qui potete trovare dal panino classico al premiato Burger Leoncino con carni selezionate, fino ai piatti della tradizione veneta come il baccalà alla vicentina con polenta, bollito misto servito con salsa pearà, rafano e salsa verde, cotechino nostrano e tanto altro! Leoncino è tappa obbligatoria per gli amanti del cibo tradizionale in formato take-away. Per l’Amore dedicato al Cibo, e al Veneto, abbiamo un occhio di riguardo, trasformato in forma di scontistica, per i Militari e gli Universitari che presentano la loro tessera alla cassa.

Via Giuseppe Garibaldi 13, Verona Tel. 045 464 1146

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DIRITTO & ECONOMIA

INVENTORI

di trappole per topi e come tutelarli Brevetti e marchi sconosciuti difesi con il sangue e il sudore. di Elena Lucia Zumerle

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olto spesso, quando nelle aule di Giurisprudenza si sente parlare di marchi e brevetti, gli studenti ruotano gli occhi, annoiati. In realtà, trattasi di una materia davvero interessante nei suoi risvolti pratici. Se si fa una veloce ricerca su Google, infatti, si scopre subito che la fantasia delle persone può essere veramente sconfinata. Basti pensare che presso l’EPO (European Patent Office) e l’USPTO (United States Patent and Trademark) sono depositati ad oggi, come vere e proprie invenzioni tutelate dalla legge, ben 47mila tipi diversi di trappole per topi. Addirittura,

alcune sfruttano la tecnologia wireless e le app degli smartphone. Tra i brevetti più strani che sono mai stati depositati ci sono: • mute antisqualo: progettate dall’Università del Western Australia, sono basate sull’incapacità degli squali a distinguere i colori: colui che la indossa si mimetizzerà perfettamente con l’ambiente marino, diventando anch’esso un’onda (foto 1); • scarpe galleggianti per camminare sull’acqua (walking water shoes) (foto 2); 14

• preservativi musicali: Grigoriy Chausovski è l’inventore un po’ pazzo che ha inserito nel condom tanti piccoli sensori che attivano a distanza uno stereo che trasmette musica. Il pezzo musicale, preimpostato e scelto tra canzoni come I can’t get no (satisfaction) dei Rolling Stones, o Come Together dei Beatles varierebbe a seconda della posizione. Si potrebbe andare avanti all’infinito. È poi curioso sapere che quando i brevetti vengono depositati presso la Camera di Commercio, vengono prima valutati dal Ministero della Difesa, per ve-


DIRITTO & ECONOMIA

rificare se potrebbero essere utili alla difesa nazionale. Se per i brevetti il genio umano è più libero di esprimersi, diverso sembrerebbe per i marchi. Il marchio infatti è di per sé il nome che viene dato al prodotto e svolge la funzione di renderlo riconoscibile sul mercato. Sembrerebbe quindi più facile creare un invenzione strana piuttosto che depositare un marchio ridicolo. Invece no. È di questo giugno la vittoria della maison di moda Loubutin presso la Corte di giustizia europea contro la società olandese Van Haren. Tutto era iniziato quando l’azienda olandese, che vende calzature al dettaglio, aveva messo sul mercato un prodotto avente il tacco alto e la stessa suola ros-

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sa dello stilista Louboutin, conosciuto in tutto il mondo proprio per questa particolarità. Abituata ad essere copiata, la Louboutin aveva citato l’avversaria olandese in giudizio per contraffazione. Il tribunale olandese aveva dato ragione fin da subito alla maison francese, ma la Van Haren si era opposta dinanzi al giudice di rinvio, cercando di dimostrare che il marchio fosse nullo: per la casa olandese si trattava di un marchio figurativo bidimensionale, cioè una superficie di colore rosso e quindi di per sé non registrabile. La questione è arrivata fino alla Corte di giustizia che ha ribadito la vittoria di Louboutin sta-

bilendo che «un colore applicato sulla suola di una scarpa con tacco alto, come quello oggetto del procedimento principale, non è costituito esclusivamente dalla “forma”», che vale a dire oggetto della registrazione non è il colore, né la forma della scarpa, ma il fatto che quel colore (pantone 18-1663TP) sia posizionato sotto la suola della scarpa. Sembrerebbe una banalità, eppure Louboutin ha dovuto nel corso degli anni affrontare più volte il problema. Negli anni prima, infatti, già la pelletteria Kesslord era stata condannata a ben 7.500 euro e persino nel 2012 Yves Saint Laurent era stato condannato dalla Corte distrettuale di New York. A questo punto verrebbe da chiedersi cosa ancora ci sia da registrare e da depositare come marchio o brevetto. Forse un altro nuovo modello di trappole per topi. Magari rosso.

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(foto presa da funnykrill.com – la tuta si chiama Elude) 15


LIBRI

NASCE ADEI,

l’Associazione Editori Indipendenti di Tiziana Carrato

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ata il 7 maggio e presentata ufficialmente al Salone Internazionale del Libro di Torino il 10 maggio, Adei unisce tre delle principali associazioni di categoria: Odei (Osservatorio degli editori indipendenti), Fidare (Federazione editori indipendenti) e Amici del Salone del Libro di Torino. Al momento, accoglie circa 250 editori indipendenti ed è presieduta da Sandra Ozzola (cofondatrice della casa editrice E/O). Fanno parte del consiglio direttivo Gaspare Bona (Instar Libri e Blu edizioni), Marco Cassini (SUR), Simonetta Castia (Mediando e Associazione editori sardi), Isabella Ferretti (66thand2nd), Gino Iacobelli (Iacobelli editore), Anita Molino (Il Leone Verde), Andrea Palombi (Nutrimenti) e Marco Zapparoli (Marcos y Marcos). Il ruolo che Adei vuole svolgere è quello di “rappresentare, sostenere e difendere sia gli editori indipendenti sia l’idea di cultura plurale e libera di cui sono i principali portatori”. Alcuni degli obiettivi principali della nuova associazione sono “la revisione della Legge Levi e, più in generale la necessità di un intervento programmatico di matrice legislativa per il settore editoriale; i nodi che affliggono la filiera editoriale; la realizzazione di interventi di promozione della

lettura specifici per il comparto editoriale indipendente e rivolti al più ampio pubblico di lettori”. Inoltre, Adei auspica “la redazione di un Codice deontologico che impedisca la concorrenza sleale; un confronto con le associazioni di categoria nazionali e estere che raggruppano editori, grandi e piccoli, e librai indipendenti e di catena; la mappatura delle attività a sostegno della promozione del libro e della lettura e il censimento dell’attuale sistema editoriale italiano, senza dimenticare gli aspetti economico-finanziari, fondamentali per lo sviluppo dei progetti editoriali”. Da moltissimi anni gli editori italiani sono rappresentati in Italia da Aie, l’Associazione Italiana Editori, che attualmente ha come presidente Ricardo Franco Levi. Da due anni però, un gruppo consistente di piccole e medie case editrici hanno deciso di non farne più parte in particolare dopo la decisione del Consiglio dell’Associazione di non sostenere più il Salone del libro di Torino proponendo come alternativa la fiera Tempo di Libri con sede a Milano. Inoltre, negli anni, Aie non è stata in grado di rappresentare efficacemente gli editori indipendenti e a tal proposito l’Adei ha sottolineato che nella nuova associazione, a differenza di ciò che accade 16

nell’Aie, “il voto di ogni editore, a prescindere dalla dimensione e/o dal fatturato ha egual peso e valore”. L’associazione Adei, tuttavia, non si è dichiarata in uno spirito di rottura e contrapposizione ma di collaborazione e dialogo con l’Aie per quanto riguarda gli obiettivi comuni della preservazione e della promozione del mondo editoriale. Infatti, l’Adei dichiara che “nei più importanti paesi europei e a livello internazionale, è comune la coesistenza di associazioni che accolgono anche grandi editori e associazioni di editori indipendenti. Tali associazioni danno riconoscimento alla specificità dell’editoria indipendente e perseguono obiettivi di tutela e promozione legati a questo particolare segmento del mercato editoriale, in cui i soggetti non fanno parte di grandi gruppi a filiera integrata. In tali paesi, la coesistenza di diverse realtà associative risponde alla ricchezza del panorama editoriale e si svolge all’insegna del rispetto reciproco e della collaborazione su progetti e iniziative comuni. Anche in Italia oggi il mercato editoriale è contrassegnato da una grande varietà e dalla vivacità della scena indipendente, che merita una rappresentanza ad hoc”.


VILLA VELAR:

l’arte e il buon abbinamento del cibo portano a soddisfare il palato di tutti di Michele Iannibelli Situato alle porte di Lazise, a pochi passi dal centro storico, Villa Velar è un ristorante attento alle esigenze del cliente: ambiente pulito, atmosfera lounge, ideale per compleanni, feste di laurea, serate a tema, addio al nubilato e celibato. Due sale interne curate nei minimi particolari rendono l’ambiente elegante e comodo dove degustare degli ottimi piatti a base di carne e pesce, selezionati con cura dallo chef e titolare Dimitri. Non solo primi e secondi: ottima la pizza, anche da asporto, cotta con forno a legna e una particolarità come il menù del mese a prezzo fisso costituito da tre portate. All’esterno, ampia zona alberata ai lati del locale e ampio giardino con ombrelloni, baby area per i più piccoli. E’ presente un comodo parcheggio gratuito e copertura Wi-Fi.

Villa Velar Via A. Della Scala, 59 – 37017 Lazise (VR) Tel +39 347 0574068 – www.villavelar.com

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ATTUALITÀ

Una questione di ALLEANZE e CONFLITTI di Jeena Cucciniello

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ello scorso numero, Niccolò Caramel ha spiegato perché è importante studiare storia e infatti con l’articolo di oggi vedrete che come ha detto lui “solamente dalla conoscenza del passato della nostra civiltà può derivare una comprensione consapevole del nostro presente”. Per capire i fenomeni legati al Medio-Oriente che interessano anche l’Italia, bisogna inquadrare la situazione di quella zona: per quanto li possiamo percepire come paesi lontani, gli effetti dei loro scontri si riversano anche su di noi e quindi è fondamentale non lasciarsi condizionare dalle spiegazioni (alle volte superficiali) di chi non si è documentato a riguardo. Il primo passo è chiarire che il Medio-Oriente come Stato non esiste: il territorio, che viene definito come tale, è suddiviso al suo interno a causa del conflitto che vede da una parte i sunniti (maggioranza) e dall’altra gli sciiti (minoranza). Questa divisione ha origine nel 632 quando alla morte di Maometto due fazioni iniziarono a contendersi il potere: da una parte Abu Bakr, amico del profeta e padre di Aisha, moglie di Maometto, che diede origine al ramo sunnita, e dall’altro Ali, cugino e genero di Maometto, che diede inizio alla corrente sciita. La differenza che contrappone in modo così decisivo sunniti e sciiti è il rapporto tra politica e religione. Per i primi, l’organizzazione politica è laica, deve essere distinta dalla fede, mentre per i secondi è il clero, costituito dai preti, a detenere il controllo sul governo. Perciò, analizzando il panorama

attuale, due sono gli Stati centrali: da un lato l’Arabia Saudita sunnita, dove la società è organizzata in modo tribale e le persone non possono interferire con la politica perché altrimenti vengono punite in modo severo, mentre dall’altro l’Iran sciita, dove, nonostante ci sia tolleranza nei costumi, più libertà, conseguenze più lievi se si interviene all’interno della politica, la popolazione cerca in tutti i modi di provocare il regime, perché la loro legge è la religione musulmana e i seguaci sciiti sono ritenuti i musulmani più intransigenti ed estremisti in materia di dottrina. In questo scenario, gli europei hanno svolto un ruolo cruciale, perché alla fine della Prima Guerra Mondiale sono stati loro a dettare i confini di questi territori senza tener conto della contrapposizione tra sunniti e sciiti. Un problema particolare lo ha

vissuto anche l’Iraq sciita, perché era governato da Saddam Hussein che era sunnita, senza dimenticare che più al nord la maggioranza è curda. Dopo l’attacco alle Twin Towers del 2001, nel 2003 intervenne l’America di George W. Bush con un’operazione militare volta a “disarmare l’Iraq e liberare i suoi abitanti”. L’ azione, però, scaturì delle conseguenze inaspettate: il popolo iracheno sciita si sentiva libero, ma il governo entrò in crisi. In questo contesto, nel 2006, nasce lo Stato Islamico (IS), l’organizzazione politica e militare volta ad arginare gli sciiti sia in Iraq sia all’estero. La stampa inizierà a parlarne solo nel 2014. Lo Stato Islamico è una costola di Al-Qaeda. Tra i due, infatti, ci sono delle differenze. Al-Qaeda, fondata da Osama Bin Laden per fermare l’avanzata sovietica in Afghanistan (1989), è chiamata Jabhat al Nustra e i capi si nascondono in qualche

Figura 1. Fonte: dirittiglobali.it 18


ATTUALITÀ

grotta del Pakistan. È articolata sullo schema iniziale di “database” con una struttura di network multipolare: unica dirigenza per quanto riguarda l’ideologia e le attività mediatiche e larga autonomia operativa delle unità locali. Per l’IS, invece, chi combatte crede di abbattere un regime feroce e dispotico, ed è stata questa “missione di liberazione” la spinta per l’adesione al reclutamento di migliaia di foreign fighters europei e arabi; per di più è sostenuto dagli alleati occidentali, simpatizzanti dei sunniti, e dall’Arabia Saudita sunnita. Nel 2011 l’IS era la forza dominante e nel 2014 riuscì a conquistare un territorio molto vasto che comprendeva l’Iraq e la Siria (Figura 1). Tra la fine del 2010 e l’inizio del 2011 iniziarono le Primavere Arabe, una serie di proteste e rivoluzioni contro i regimi e che coinvolsero la Tunisia, Egitto, Marocco, Giordania, Monarchie del Golfo, Libia, Yemen e Siria (paese sunnita, ma con a capo Bashar al-Assad, sciita, quindi situazione inversa dell’Iraq). Dopo questo evento si calcolarono all’incirca 12 milioni di profughi (Figura 2).

Figura 2. Fonte: Wikipedia A sostegno dell’IS intervenne anche la Turchia di Recep Tayyip Erdoğan, dittatore del paese da vent’anni che ha come obiettivo quello di islamizzare la società turca, la quale ha tuttavia un’im-

Figura 3. Fonte: LaRepubblica

postazione europea, e che combatte tutt’ora contro i curdi. La sua alleanza con lo Stato Islamico è dettata dal fatto che prima era l’IS a scontrarsi contro la popolazione curda, ora è il despota turco ad occuparsene in modo diretto. I curdi, però, erano alleati degli americani. Questa situazione complica la posizione della grande potenza oltreoceano di Donald Trump, perché l’America è alleata dei curdi che sono i nemici della Turchia, che a sua volta è la principale alleata degli Stati Uniti nella NATO. Un altro attore politico importante è Vladimir Putin, alleato degli sciiti e quindi dell’Iran, Hezbollah e Assad, che vinse la guerra in Siria e che è l’unico a poter impedire l’espansione dell’Iran in Siria. Con la morte di Mu’ammar Gheddafi anche la Libia è andata in crisi, mentre in Egitto sta dilagando lo scontro tra il regime militare sunnita (jihadisti) e i Fratelli musulmani. Questo movimento è nato per opporsi all’occupazione europea, come reazione alla scomparsa del califfato ottomano di Istanbul e fa dell’islamismo espressione degli interessi di un gruppo sociale (Figura 3). Alla luce di tutto ciò, si evince come lo scontro tra sunniti e sciiti, che dovrebbe coinvolgere solo 19

una parte circoscritta del mondo, il Medio-Oriente, compromette nella realtà l’equilibrio di tutti gli Stati, vicini e lontani. Il popolo si è ribellato (“Primavere Arabe”) e queste rivoluzioni hanno causato milioni di immigrati che sembrano invadere in modo incontrollato la nostra Nazione. La maggior parte di queste persone viene dalla Libia, dalla Siria eppure continuano ad arrivare anche dall’Afghanistan, Pakistan, Africa, senza una motivazione effettiva (la famosa frase “Lì non c’è la guerra”), eppure è tutta una questione di alleanze e conflitti tra le varie potenze politiche, che in base a profitti e convenienza decidono da che parte stare, dimenticando che dietro ad uno Stato c’è un popolo: persone che soffrono, combattono, muoiono o cercano di sopravvivere per i soli interessi di chi li governa. Stiamo vivendo un cambiamento di tutta la società, che può piacere, come no, ma è pur sempre una trasformazione in atto, dove chi vuole accresce il potere, lo fa sfruttando ogni mezzo e situazione possibile, senza risparmiare nessuno: né cittadino, né immigrato, né richiedente asilo.


ATTUALITÀ

Cittadinanza, la sfida dell’incontro: a Villa Buri una

“FESTA DEI POPOLI”

per abbattere i muri dello stereotipo di Alessandro Lo Iacono

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omenica 27 Maggio a Verona, location Villa Buri ha avuto luogo la ventisettesima edizione della Festa dei Popoli, un’iniziativa nata dall’esigenza di favorire l’incontro tra i popoli presenti nel territorio veronese. Nell’organizzazione dell’evento sono stati numerosi gli enti e

le associazioni che hanno partecipato e che ormai da anni lavorano per sensibilizzare ai temi del rispetto, dell’accoglienza e dell’incontro. Per ricordarne alcuni, si possono nominare primi fra tutti il Centro Pastorale Immigrati e il Centro Missionario Diocesano, diretti da Don Giuseppe Mirandola, ed a seguire il Centro

Pastorale Adolescenti e Giovani, la Caritas Diocesana Veronese, i Missionari Comboniani, il Cestim, le Associazioni degli Immigrati, il Movimento dei Focolari e l’Associazione Villa Buri Onlus. Protagonisti dell’evento, senza dubbio, sono stati i popoli che hanno partecipato all’iniziativa portando con sé la propria allegria, i propri

L’operatrice Ilaria Baldin con i Giovani volontari del Servizio Civile Nazionale presso la Caritas Diocesana Veronese

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ATTUALITÀ Foto Alessandro Lo Iacono

colori, le pietanze tradizionali dei paesi d’origine e soprattutto il desiderio di vivere un’esperienza comunitaria che favorisse il superamento degli stereotipi. La festa, quindi, affollatissima di cittadini italiani e cittadini di origine straniera ormai radicati nel territorio ha visto la partecipazione di ben ventuno popoli di diversa provenienza come: India, Sri Lanka, Filippine, Tunisia, Marocco, Nigeria, Senegal, Ghana, Eritrea, Gambia, Togo, popoli del Biafra, Messico, Brasile, Bolivia, Santo Domingo, Perù, Croazia, Romania, Moldavia, Polonia e il Consiglio Islamico di Verona. Per comprendere appieno il tripudio di colori ed entusiasmo vissuti durante l’evento, abbiamo posto a Don Giuseppe Mirandola, intervenuto alla Festa dei Popoli dal palco e poi per noi in una lunga ed interessante intervista, alcune domande relative alla festa ed alla situazione attuale dei flussi migratori in Europa. Buongiorno, Don Giuseppe. Ci dica, quando e come è nata la Festa dei Popoli? “La Festa dei Popoli è nata nel momento in cui ha cominciato ad esserci una presenza significativa di cittadini immigrati nel nostro paese. È nata dal desi-

derio di fare qualcosa perché le persone si possano incontrare superando gli stereotipi che influenzano negativamente spesso l’incontro tra persone di origine diversa; è nata dalla necessità di organizzare un evento che desse la possibilità alle persone di conoscersi in un contesto diverso da quello che è la strada o il condominio, un contesto di festa per superare gli stereotipi e favorire una reciproca conoscenza. In particolare, l’evento è stato pensato per il giorno dei Pentecoste, giorno in cui secondo la tradizione cristiana, con la discesa dello Spirito Santo, si supera la Babele e l’impossibilità di comprendersi. È un giorno universale in cui tutti sono in grado di parlarsi e di comprendere il messaggio cristiano”. Qual è il ruolo e il fine delle associazioni presenti alla Festa dei Popoli? “La festa è stata organizzata dando spazio prima alle rappresentanze straniere, poi alle associazioni che operano per favorire l’incontro tra i popoli. Tra le associazioni, occorre però fare una distinzione tra quelle che fanno servizio agli immigrati per un lavoro di integrazione ad esempio il CESTIM che aiuta gli immigrati 21

ad imparare la lingua italiana e quelle che svolgono sul territorio un lavoro di sensibilizzazione come i Missionari Comboniani che qui a Verona svolgono un lavoro culturale di sensibilizzazione ai temi del rispetto, dell’attenzione e dell’accoglienza oltre ad incoraggiare una visone globale dei problemi dell’Africa, ad esempio con la rivista “Nigrizia”. Quale ruolo, secondo lei, dovrebbe avere la scuola nel favorire l’integrazione? “Ritengo che occorrerebbe dare più spazio alle scuola, cioè darle la possibilità di raccontare come vive l’esperienza dell’integrazione all’interno delle classi, questo perché l’aula scolastica può essere considerata un luogo d’eccezione per l’incontro e lo scambio culturale, non solo come scoperta dell’altro ma anche come riscoperta di sé pensando ai giovani italiani. Ad esempio, l’esperienza religiosa è un bagaglio identitario da non perdere: inoltre, a partire dalle istituzioni, credo che la dimensione laica sia una dimensione importante per vivere insieme, una garanzia di reciproco scambio ugualitario. In una società teocratica ciò non potrebbe accadere perché si rischierebbe la supremazia di una


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cultura sull’altra in nome di una “appartenenza esclusiva di Dio” ad un popolo e questo porterebbe ad una contrapposizione. Per evitarla dobbiamo vivere in una dimensione laica”. “Cittadinanza, la sfida dell’incontro”: questo è stato il motto della 27esima Festa dei Popoli. Perché questo motto e cosa significa? “La dimensione della cittadinanza appartiene ad ogni persona ed è data dall’avere accesso ad elementi base del vivere sociale come il lavoro e la scuola. Tuttavia, occorre dire che vi sono diritti e i doveri che si vivono concretamente nelle relazioni perché se non “vedo” l’altro i diritti possono diventare assoluti. Il rischio è quello di creare isole ed enclave culturali all’interno della società. Dobbiamo cercare, quindi, di costruire una società inclusiva dove tutte le persone si trovano a proprio agio e per favorire ciò occorre che le parole e i gesti siano orientati verso il dialogo pacifico. È necessario, dunque, che le persone assumano dei “volti” e questo è alla base del vivere insieme. Spesso, infatti, si vive nell’anonimato, ad esempio le persone diversamente abili o gli anziani. Ci sono delle dimensioni sociali critiche dove andrebbe recuperata la cultura dell’incontro”. Come considera la vicenda della nave “Aquarius” e il tentativo da parte dell’Italia di rivedere i trattati di Dublino sull’accoglienza dei profughi o i richiedenti asilo? “Il problema è molto complesso e vorrei segnalare che tutto ciò a cui stiamo assistendo in questi anni nasce da un problema precedente, ossia il nodo relativo alla libera circolazione delle persone. Attualmente, non c’è più la possibilità di venire in Italia se non attraverso il canale della protezione umanitaria o la richiesta d’asilo politico. Non ci sono più canali regolari per venire in Europa, questo perché le ambasciate dei paesi europei nei paesi d’origine dei migranti non rilasciano

più il visto. In realtà, quindi, dietro i flussi migratori clandestini, vi è un problema politico. Se riuscissimo, invece, ad organizzare in modo legale questi viaggi potremmo conciliare il problema demografico europeo ed in particolare italiano con la migrazione così da avere un reciproco beneficio, visto che i demografi sostengono che stiamo invecchiando e che quest’anno l’Italia ha toccato il minimo storico di nascite. Altro nodo da segnalare è relativo alle famose “quote d’ingresso” nei paesi europei, cioè il numero di migranti ammessi in uno stato ospitante. In Italia, prima della crisi economica mondiale, vi erano ancora delle quote d’ingresso anche se con delle criticità legate alla sproporzione tra la richiesta d’ingresso in Italia e l’effettiva disponibilità di lavoro. Quando vi erano le quote, anco22

ra le ambasciate rilasciavano i visti d’ingresso. Con la crisi, invece, il sistema si è bloccato definitivamente e il risultato è questo: il viaggio della speranza che centinaia di migliaia di uomini e donne stanno affrontando per venire in Europa. Terzo ed ultimo nodo è senza dubbio lo squilibrio economico mondiale. Il sistema economico di oggi favorisce l’arricchimento di pochi e questo non fa altro che peggiorare le disuguaglianze tra i popoli”. Da quanto emerge dall’intervista a Don Giuseppe Mirandola, è possibile comprendere come siano significativi e simbolici eventi come la Festa dei Popoli. Del resto, durante la festa è stato possibile vivere un’esperienza di vero incontro e diversità. Tra i momenti significativi sottolineo la suggestiva sfilata delle bandiere e la


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e la musica diventino ingredienti di una ricetta di integrazione». Inoltre, al fine di favorire l’integrazione dei giovani stranieri nel territorio, Ilaria Baldin, responsabile del servizio civile alla Caritas di Verona, ha aggiunto che «Caritas si presenta alla Festa dei Popoli con uno stand delle proprie attività e con la proposta di volontariato, soprattutto quello giovanile e del Servizio Civile che è aperto anche ai ragazzi stranieri».

successiva presentazione dal palco di ogni nazione partecipante. Erano molti i giovani e i bambini nati in Italia da famiglia di origine straniera e molti erano coloro che non hanno perso l’occasione di mostrare le proprie tradizioni culturali con danze tipiche, ad esempio la capoeira brasiliana, o costumi tipici del paese d’origine. Così, Yonatan, giovane studente di origine eritrea nato in Italia, mentre offriva del piccantissimo tsebhi (stufato di carni varie) servito con injera (pane piatto di teff, grano o sorgo), alla nostra domanda su cosa provasse durante la festa ha risposto di sentirsi «contento» perché questo genere di eventi «Permette di andare oltre i pregiudizi». Insieme alle rappresentanze straniere, hanno mostrato le loro numerose iniziative anche le associazioni e gli enti operanti nel territorio, presenti all’evento

con operatori e giovani volontari. Giovanna Billeci, operatrice della Caritas Diocesana Veronese, presente all’evento con i ragazzi del Servizio Civile Nazionale 2018, ci ha raccontato, così, il motivo della presenza della Caritas alla festa sostenendo che «La Caritas è parte attiva all’interno del Comitato Organizzatore per la Festa dei Popoli fin dalla sua nascita, 27 anni fa. Insieme al gruppo promotore, sostenuto e incoraggiato dalla Diocesi di Verona, ritiene importante accendere un faro sulla questione dei cittadini immigrati e del loro ruolo nella nostra città, in quanto per una società civile, moderna, accogliente e includente è fondamentale l’incontro con i cittadini di origine straniera per farli sentire parte integrante della città. Ecco perché si è pensato ad una festa in cui il dialogo, l’incontro, il cibo 23

Il 27 Maggio scorso tutto ha confluito verso l’amicizia e la condivisione. Del resto, secondo noi, sta proprio in questo il nodo cruciale dell’incontro: la condivisione. Anche Don Tonino Bello, Vescovo di Molfetta, Ruvo, Giovinazzo e Terlizzi negli anni ‘80 dello scorso secolo, in una lettera scritta alle comunità cristiane e pubblicata nel suo libro Alla finestra la Speranza (ed. San Paolo, Milano 1988), ricordando un passo biblico del profeta Isaia, ‹‹Opus Justitiae pax››, ‹‹la pace è frutto della giustizia››, affermava che «Non ci potrà mai essere pace finché i beni della terra sono così ingiustamente distribuiti», ma chiedendosi anche se, una volta fatta giustizia con una equilibrata distribuzione delle ricchezze, tutto ciò potrebbe bastare affinché la pace regni tra i popoli. Una risposta a questa domanda Don Tonino Bello la proponeva poco dopo dicendo che la pace «non è solo silenzio delle armi, e neppure semplice raggiungimento della giustizia […] No. La pace è comunione. […] la pace è solidarietà con il prossimo. È insonnia perché la gente stia bene. È condividere con il fratello gioie e dolori, progetti e speranze. È portare gli uni i pesi degli altri, con la tenerezza del dono». Tutto questo è stato vissuto durante la festa dei popoli a Villa Buri e non esitiamo a credere che sia stato scalfito un segno positivo e indelebile nei cuori di tutti coloro che hanno partecipato. Del resto, ogni qual volta che si ha la possibilità di incontrarsi e di condividere la vita, anche nella sola condivisione del pasto, l’effetto è quello di riscoprirsi più umani, meno soli e più felici.


Luogo di ritrovo per trascorrere una piacevole serata: ideale per gustare un buon aperitivo accompagnato da squisite tartine, preparate direttamente dalla titolare. Aperto dalla mattina alla sera, in alcune serate si esibiscono artisti e e la diversitĂ della musica rende ogni serata frequentata da studenti, gio-

vani che con il sorriso trascorrono qualche ora in ottima compagnia. Se sei un militare, oppure un universitario, mostra la tessera e riceverai un trattamento riservato.

Casablanca Cafè Piazza Isolo, 15 - Verona

l a d a c i s u M ! o v i v Foto Roberto Medone 24


programmi RAI come “Notte di Fiaba” e “88° Giro d’Italia”. La produzione continua ad essere feconda e propizia con gli spettacoli “Nel Tempio delle Due Muse”, presentato al Teatro Olimpico di Vicenza, e “Carmina Burana” al Teatro Comunale di Lonigo. Segue un decennio, sino al 2014, di continua circuitazione di spettacoli, in Italia e all’estero: “Abyss”, “Open Space” (con il tour in Messico), “Blue Two” in co-produzione con il Teatro Bellini di Catania, “Statuaria”, “Show System”, “4” in prima Regionale al Teatro Petruzzelli di Bari, “la Natura e l’Amore” con i Virtuosi Italiani, “Varietas Delectat” rappresentato al Teatro dell’Hermitage di San Pietroburgo, “Giulietta e Romeo l’amore continua…” e “Mosaico”.

Cristiano Fagioli e Cristina Ledri, dopo un’intensa esperienza di formazione e di perfezionamento a New York e Parigi, fondano nel 1998 la RBR Dance Company, al nome delle linee metropolitane di New York che conducevano da Brooklyn, dove i due risiedevano, a Manhattan. Una Compagnia quindi che è anche omaggio ai grandi maestri, e luoghi, della danza contemporanea.

Il 2015 è l’anno di due grandi produzioni, “Indaco e gli Illusionisti della Danza”, racconto danzato sull’ambiente come anima del mondo, e “The Man” commissionato dalla Camera Musicale Barese, spettacoli che ad oggi vengono richiesti nei teatri italiani ed esteri.

A meno di un anno dalla fondazione, nel 1999, la RBR s’impone all’attenzione del grande pubblico e della critica più attenta con la coreografia “Bicycle 2000”, ideata per i Campionati Mondiali di Ciclismo a Verona e che fa ottenere a Fagioli e Ledri l’importante “Premio Positano Danza Leonida Massine”. Consequenziali e immediatamente successivi sono il riconoscimento ministeriale MiBACT e il debutto ufficiale a Roma con lo spettacolo “RBR Show”.

La Compagnia, che ha ricevuto premi e riconoscimenti come il Premio Hesperia, il Premio Internazionale Re Manfredi, il Riconoscimento Premio Michelangelo, è spesso partner culturale di eventi nazionali di spettacolo, come gli Oscar della Lirica all’Arena di Verona, il Ballo del Doge a Venezia e il Carnevale Ambrosiano, e di iniziative di promozione artistico-culturale per importanti realtà (Volkswagen, GlaxoSmithKlein, Yamaha, Virgin, Just, Antonio Marras, Velux, Byblos, Art Hotel, Tecres).

Al palcoscenico la Compagnia alterna le presenze artistiche in televisione, soprattutto per alcuni 25


ATTUALITÀ

Il paese della FELICITÀ... di Michele Calamaio

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e avessi trovato una risposta unanime a tutte le domande che amici o colleghi mi rivolgevano ogni volta che dalla mia bocca usciva la frase «Vado in Ghana per un tirocinio accademico della durata di un mese», a quest’ora avrei probabilmente scritto di me come una persona banale. Perché sì, ogni volta c’era sempre qualcosa di nuovo da raccontare, da approfondire, da spiegare e si sa, le parole volavano via con il vento. Lo dicevano i latini: “Verba volant, scripta manent”; e allora sono proprio i fatti, quelli veri, che contraddistinguono la concretezza dell’esperienza stessa. Non si comprano al mercato, e raccontano ben altro: di una realtà diversa dalla favoletta del “Che bello, vai in Africa!”, bensì di una bomba a mano lanciata nel buio per paura di guardare in faccia alle scelte prese con superficialità, di un semplice ma così profondo “Yes, I can”. Obama docet. Potrei raccontare delle paure che mi accoglievano la notte nei sogni più bui in cui immaginavo di non riuscire a farcela, oppure dell’ennesimo step preso in direzione di quella “felicità” così difficile da raggiungere per via di una gamba ancora troppo corta. Ma non sarà questo il momento. Will Smith diceva: “Non permettere a nessuno di dire che quello che desideri è irraggiungibile”. Detto, fatto. E allora sì, sarà decisamente questo l’ ”attimo del trionfo” di un gladiatore che esulta dopo aver affrontato persino gli zombie in un Colosseo gremito di critici, di un Davide che sconfigge Golia con la consapevolezza di aver maturato addosso, nel tempo, l’odore della vittoria.

Secondo il glossario delle frasi fatte, “bando alle ciance” era consigliata come frase per iniziare un discorso serio, e pertanto l’ho utilizzata. Così come “Veni, vidi, vici”, famosa frase pronunciata da Giulio Cesare il 2 agosto del 47 a.C. Il “copia e incolla” però non fa per me, e “Andai, imparai, vissi” sarà, pertanto, la mia più personale citazione, quella che, da una vita, mi regala emozioni nei miei anni, e non mi fa soltanto, invece, “sopravvivere” i miei anni in una vita. Lavorare in Ghana è stato un po’come salire sulla cattedra di un Robin Williams in “Attimo fuggente” e cambiare la prospettiva delle cose: il mio “way of thinking” non solo è stato ridimensionato, 26

ma mi ha fatto fare quel passo in avanti verso una migliore concezione del mestiere del giornalista, quello che sogno da quando avevo 4 anni e che spesso e volentieri scambiavo con il lavoro di “quello dietro al bancone”. Tutto è iniziato con una semplice scommessa con me stesso: «Posso emozionarmi con il lavoro che amo andando perfino oltre i limiti?». Neanche ve lo dico: la risposta è stata un secco sì, di quelli decisi, grintosi, superficiali ma necessari alla crescita. Un po’ come gli schiaffi della mamma da piccoli. E non c’è stato momento in cui ho rinunciato alla mia passione, sebbene ogni giorno era necessario andare a pren-


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dere l’acqua al pozzo centrale del quartiere, nonostante ogni santa volta non si poteva contare sul Wi-Fi per rimanere connesso con il resto del mondo, senza tener conto di ogni benedetta volta che i pullman pubblici erano imbottiti fino all’estremo e non garantivano destinazioni fisse, senza rinnegare ogni beata volta che la notte calava ed il colore della mia pelle diventava un problema. No, non mi hanno buttato a terra queste “false problematiche”. Neanche un po’. Anzi, come una Duracell, mi sono caricato degli aspetti positivi e ho imparato ulteriormente a rimboccarmi le mani, guardarmi allo specchio. Poi c’è l’esperienza. Proprio di questo, ne vogliamo parlare? La redazione e i miei colleghi mi hanno insegnato tanto, tutto: dal montaggio all’intervista sul campo, dalla scrittura giornalistica fino alla conduzione. “Bella, vero, ‘sta favola?” Adesso mancherebbe solo la principessa che bacia il principe. In questa storia, però, non vi è un principe, bensì una principessa chiamata “ambizione” che ha divorato la mela con un solo boccone, e di per certo ora non riesce a saziarsi più di un singolo boccone. Questa esperienza mi ha insegnato che l’energia che ti trascina ovunque nasce da quella voglia di scoperta che è innata dentro di te, è la tua più personale droga e ti divora ogni giorno di più per assaporare l’ebbrezza dello “sco-

nosciuto”. “Io so di non sapere”, narrava Socrate, ma il sapere a cui il vero giornalista vuole davvero arrivare va oltre ogni “non sapere”, e ti fomenta un coraggio che si auto-costruisce ogni volta che un pizzico di paura ti abbandona. E così arrivo a pronunciare con la voce di uno straniero “Meedase” (“grazie” in dialetto ghanese, ndr), un semplice ringraziamento che solo attraverso la povertà, la fame e le difficoltà il popolo ghanese ha saputo insegnarmi. E perché, anche se la vita a vol-

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ta non ti sorride, ci sarà sempre un “Bibia be ye ye” (“andrà tutto bene” in dialetto ghanese, ndr) pronto a prendere il sopravvento. Giornalisticamente parlando. Niente di ciò che ci aspettiamo arriva senza sacrificio, e solo chi sentirà il dolore adesso, potrà gioire alla fine di un viaggio lungo quanto la felicità. Esattamente come dice Cremonini: “Buon viaggio, che sia un’andata o un ritorno, che sia una vita o solo un giorno, che sia per sempre o un secondo”.


SPORT

Verona, gioie e dolori per

CHIEVO

ed HELLAS: così la stagione appena conclusa di Alessandro Collu

N

ello scorso spazio dedicato, ci eravamo lasciati con una Verona calcistica in un momento delicato e ora, arrivati a fine stagione, è tempo di verdetti e bilanci. “Tra le grandi, sei un gigante ormai... Nella forza dei valori tuoi” cantano i Sonohra nell’inno del Chievo Verona: la salvezza non è più una novità da oltre dieci anni a questa parte per i “Mussi Volanti”, in grado di ben figurare ogni campionato ma senza dubbio, quella attuale è stata quella più incerta e sofferta. Nell’ultima gara contro il Benevento, atmosfera allo stadio Bentegodi diversa con una maggiore presenza di pubblico anche per via dei biglietti al prezzo di un euro in diversi settori, come nella precedente partita interna contro il Crotone, anch’essa fondamentale per la salvezza. All’intervallo, con le concomitanti buone notizie da Napoli, vincente 2-0 contro il Crotone terz’ultimo, il risultato della gara dei veneti e delle altre nella zona bassa della classifica è diventato ininfluente. Nonostante tutto e a prescindere da ciò

che accadeva sugli altri campi, l’ultima gioia riesce a regalarla con il gol vittoria Roberto Inglese, prossima stagione proprio giocatore del Napoli. L’attaccante ha salutato quasi commosso una tifoseria che l’ha aspettato fin dal suo primo giorno e da ragazzo l’ha visto diventare uomo, citando le sue parole; sempre citando le sue dichiarazioni post gara e poi ribadite via social, Verona rimarrà casa sua ed ora è tempo di una nuova esperienza. Roberto “vedrà se sarà all’altezza” quando andrà a misurarsi in terra partenopea dove verrà allenato da Carlo Ancelotti e non più da Maurizio Sarri, uno dei sogni del momento per un giovane calciatore, ancor più se attaccante. Tutta la stagione ha sorriso ad Inglese, il quale è stato in grado ogni annata di migliorare quella precedente: è lui il miglior realizzatore della squadra con il decimo posto nella classifica generale dei marcatori, 12 gol in 34 presenze, esattamente un terzo dell’intera produzione offensiva clivense. 28

Negli ultimi mesi, non è mancata un pò di tensione, insolita e inusuale per l’ambiente gialloblù se si osservano le annate precedenti. Sebbene ci siamo soffermati su un singolo come Inglese, l’obiettivo raggiunto è frutto del lavoro collettivo di chi opera per far bene nel mondo Chievo. Bravo, infine, il mister Lorenzo D’Anna che ha proseguito in Prima squadra il lavoro di Rolando Maran non stravolgendo la squadra o ricercando forzate personalizzazioni ma toccando le corde giuste, dando maggiore serenità, riuscendo perfino ad ottenere uno score perfetto: tre vittorie in altrettante partite in panchina. Per quanto riguarda l’Hellas, retrocesso in Serie B dopo il pronto ritorno in A datato maggio 2017, è risaputa la sua valenza ed importanza per la Verona sportiva. Sono molteplici le cause che hanno portato ad un disfatta del genere e tutte insieme hanno portato ad un epilogo inevitabile. Non sono serviti i tentativi di gennaio nel cercare di raddrizzare una situazione che è partita male con il caso Cassano, il quale ha lasciato prima di iniziare la stagione, per


SPORT poi aggravarsi con la cessione in prestito direzione Spagna di Giampaolo Pazzini, bomber storico della formazione scaligera il cui futuro è ancora da capire. La squadra è rimasta tutto il torneo in penultima posizione e i rinforzi non hanno portato i risultati sperati, con prestazioni spesso deludenti sia in casa - dove solitamente il Bentegodi era campo ostico per tutti - sia in trasferta.

ta vittoria sul Milan e quella della speranza contro il Cagliari e Chievo a debacle fragorose a Verona in decisivi scontri diretti come quelli contro Crotone e Spal. Il recupero del 4 aprile a Benevento, il pesante 3-0 subito è stato uno dei momenti chiave: a parte la citata gara contro i sardi, la squadra del mister Fabio Pecchia non è più riuscita a muovere la classifica, chiudendo il campionato perdendo le successive 7 partite. Numeri impietosi, dunque, come quelli che certificano il peggior attacco della Serie A (30 reti fatte) e la penultima peggior difesa (78 reti subite).

Nel calcio, si sa, vince chi segna almeno un gol in più dell’avversario. Il Verona non ha un Roberto Inglese: numeri impietosi con Moise Kean miglior marcatore ma solo quattro reti per lui e ultimi mesi out per infortunio; perfino Mariusz Stepinski, spesso subentrato nelle sue 22 presenze con il Chievo è riuscito a chiudere la stagione con un maggior numero di reti, cinque.

Si riparte dalla Serie B, da un nuovo direttore sportivo e un nuovo allenatore con la speranza di una pronta risalita che porterebbe nuovamente a due le squadre nella massima serie.

Alla fine, chi ha vinto sono stati i tifosi: dagli abbonati presenti numerosi a coloro che hanno sostenuto la causa scaligera negli stadi di tutta Italia. Nulla è mancato in questa stagione: ironia e goliardia nei confronti della società e dell’allenatore, accompagnati anche da insulti e contestazioni, colpi estemporanei come la net-

Si attendeva solo l’ufficialità, arrivata a fine giugno: Fabio Grosso è il nuovo tecnico dell’Hellas Verona. Un “assaggio” veneto l’ex campione del Mondo l’ha avuto proprio a giugno, quando il Bari ha disputato a Cittadella lo spareggio playoff, riuscendo solo a pareggiare la gara e portarla ai tempi supplementari. Proprio

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dalla città pugliese e da chi l’ha seguito da vicino arrivano le prime indicazioni su Grosso uomo e allenatore. Persona riservata, focalizzata sul concetto di gruppo, ce lo descrivono. A Verona, ambizioni ancora più alte e una pressione da gestire, ma la sfida è stata accolta con entusiasmo. Ora, parola al campo.

Classifica finale Serie A 2017/2018 Juventus Napoli Roma Inter Lazio Milan Atalanta Fiorentina Torino Sampdoria Sassuolo Genoa Chievo Udinese Bologna Cagliari Spal Crotone Verona Benevento

95 91 77 72 72 64 60 57 54 54 43 41 40 40 39 39 38 35 25 21


CINEMA & TEATRO

Chiostro di Sant’Eufemia: la grandezza della

DONNA

nella Grande Guerra di Alessandro Lo Iacono

S

abato 9 Giugno, presso il chiostro di Sant’Eufemia, all’interno della stagione teatrale e concertistica 2018 organizzata da ALIVE, Accademia Lirica di Verona, è andata in scena la divertente commedia musicale in dialetto veronese dal titolo “L’Oste in mezo ale done”, opera nata dalla penna del giovane autore e regista Marco Pomari. Sulla scena, i ragazzi del coro dell’Accademia lirica di Verona, che si sono messi alla prova con il dialetto veronese parlato e cantato ed accompagnato dalle musiche

Foto Alessandro Lo Iacono

scritte dal giovane Achille Facincani. L’Oste in mezo ale done è ambientato in un paese dilaniato dalla guerra, dove sono le donne a dover prendere le redini delle proprie case considerando che gli uomini sono tutti al fronte: alcune decidono di rimboccarsi le maniche e lavorare, mentre altre, più benestanti, decidono di limitare la loro azione all’amministrazione del patrimonio di famiglia. Nel mezzo di queste due tipologie di donne, “Donne Rivo-

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luzionarie” e “Donne che non si sporcano”, ci sono un prete plenipotenziario, un oste burbero ed analfabeta, una sindachessa dalla lingua biforcuta e una decina di ragazzi scapestrati. La, fame, però, arriva un po’ per tutti, poveri e benestanti. A riconciliare le parti, ci penserà l’amore tra due giovani delle opposte fazioni ma soprattutto l’esperienza comune del dolore per l’assenza dei mariti e l’incombere della catastrofe dal momento che dal fronte potrebbe arrivare la notizia della possibile morte dei soldati.


CINEMA & TEATRO

La commedia offre ampie possibilità di riflessione storica sulle inevitabili conseguenze della guerra e di riflessione sociologica sui rapporti sociali, spesso conflittuali tra ceto popolare e ceto benestante, e sul ruolo che la donna ha nella società contemporanea. In effetti, il tema della patria, l’esperienza della Grande Guerra e dei suoi effetti catastrofici portano all’esasperazione le tensioni e i conflitti sociali che trovano valvola di sfogo nello scontro culturale, spesso anche sociolinguistico, di come una donna debba parlare, comportarsi e reagire durante lo stato di crisi e di pericolo. Diversi, quindi, sono gli alterchi tra le due fazioni che sfruttano ogni occasione per denigrarsi e dirsi che tra di loro non ci sarà mai possibilità d’intesa: «Le donne si devono dare da fare a casa» oppure «Alle donne non conviene urlare per strada», dicono più volte le donne benestanti commentando il lavoro delle donne popolane considerate rivoluzionarie e amorali. Inoltre, rincarando la dose di disprezzo, continuano dicendo: «Noi parliamo italiano, che schifo il dialetto», sottolineando con più sforza la differenza culturale che le separa. Di contro, dalla dura esperienza di miseria e povertà, le donne popolane dimostrano di saper reagire alla guerra e alle critiche delle donne benestanti rinfacciando coralmente: «Voi volete stare solo a guardare, aspettare e stare ferme». E ancora: «La guerra non ci fermerà!». Con l’aggravarsi della povertà e con le prime notizie dal fronte, i pregiudizi sociali si sgretolano e quanto affermato negli alterchi tra le due fazioni viene quasi annullato. A tal proposito, sono tre gli eventi emblematici che fermano gli scontri in quanto mettono in luce la comune umanità ferita e carica di attesa per l’andamento della guerra. Il primo evento riguarda l’arrivo della posta dal fronte che sorprende le due fazioni di donne durante uno dei numerosi litigi all’interno dell’osteria e che è capace di far

piombare il silenzio sulla scena. L’altro evento, invece, riguarda l’incontro tra una donna popolana e una donna benestante, le quali spinte dal bisogno, l’una di vendere delle uova e l’altra di trovarne a buon mercato per la madre ammalata, decidono di vedersi in incognito e di notte per non dare all’occhio senza però riuscirci. Il terzo ed ultimo evento è l’amore innocente nato tra Lisetta, ragazza benestante, e Martino, figlio di un arrotino, che metterà alla fine tutti d’accordo. È in questi momenti, dopo i pettegolezzi che commentano la morte di uno dei soldati, marito di una donna popolana, e l’avvenuto incontro notturno, che le donne si scoprono accumunate da uno stesso tragico destino di fronte al quale gli alibi crollano per far posto alla concordia, la modalità più umana per resistere al dramma. La commedia, quindi, può essere considerata una commedia corale al femminile in quanto senza dubbio le donne sono protagoniste. Del resto, lo spettacolo offre la possibilità di riflettere sul ruolo della donna nella vita di tutti i giorni. Ciò che emerge, infatti, è come la donna sia in grado di 31

reagire di fronte alle difficoltà e di prendersi cura di quanto ha costruito con il suo partner mostrandosi cardine e pilastro della società in quanto a lei è affidato il compito di tenere ben saldo il tessuto di rapporti familiari e sociali, preservando anche il patrimonio su cui poggia parte della sicurezza economica costruita nel tempo. Si può dunque affermare che la vita regge nella cittadina della commedia perché vi è la donna a sostenere la società e che gli uomini possono permettersi di essere grandi perché a loro fianco hanno grandi donne. Del resto, fin dall’antichità, ed in particolare in uno dei libri più antichi dell’umanità, vi è scritto che “Dove non esiste recinto la proprietà è saccheggiata ed un uomo senza una moglie geme randagio” (Siracide, 36,27).


PAPARAZZI

MARCO D’ELIA “Il più bello d’Italia? Sono io!” di Giulia Civenti

A

lto, bello e palestrato: sono queste le qualità che hanno portato il giovane veronese Marco D’Elia ad aggiudicarsi il titolo del più bello d’Italia e la fascia del “Miglior modello eu-

ropeo” al concorso di Mister Model International che si è svolto a Miami qualche mese fa. Marco è nato e cresciuto a Peschiera Del Garda e per un ragazzo di provincia come lui che solo 32

da qualche anno muove i primi passi verso la carriera di modello, sembrava quasi impossibile riuscire a battere tanti altri partecipanti con molta più esperienza nel settore. Eppure, Marco ce l’ha


PAPARAZZI fatta, e non solo perché madre natura è stata molto generosa dotandolo di un’indiscutibile bellezza ma anche grazie alla sua tenacia e voglia di mettersi in gioco. Come lui stesso ha dichiarato nella nostra intervista, non aveva pianificato di partecipare ad un concorso di bellezza anche in virtù del fatto che, nonostante non avesse nulla da invidiare agli altri, non avrebbe mai creduto di essere un potenziale finalista. “La vedevo solo come una vacanza a Miami tutta pagata, una bella esperienza, ma non mi sarei mai aspettato di arrivare secondo”, spiega il vent’enne veronese che, nonostante lo scetticismo e lo stupore iniziale, torna in Italia trionfante dimostrando che non bisogna mai darsi per vinti ma credere un po’ di più nelle proprie potenzialità. Nel raccontarci la sua esperienza americana, Marco ha confessato che l’evento della finale ha rappresentato per lui il momento più emozionante perché in quell’occasione ha provato tanti stati d’animo contrastanti quali ansia, stupore, ma anche tanta gioia nel sentire che tra tanti modelli europei proprio lui si era aggiudicato il secondo posto, segnando una svolta positiva per la sua carriera. Orgoglioso di essere stato scelto per rappresentare la categoria italiana, il bel giovane ha svelato che ha ponderato bene l’offerta prima di accettare perché in alcuni momenti la paura di fallire era più grande della voglia di esplorare nuovi ambienti, nonostante quella per lui fosse un’esperienza unica e irripetibile. Marco non ha negato, infatti, di aver avuto qualche momento di difficoltà che lo hanno fatto dubitare sul fatto che le scelte che stesse prendendo fossero quelle giuste, scoraggiato da un concorso locale in cui si è posizionato come ultimo classificato. Il sostegno della famiglia e la sua voglia di intraprendenza lo hanno però aiutato a credere in se stesso al punto che, paradossalmente,

al momento della proclamazione del Mister Model Italia pensò: “Peccato, potevo arrivare primo”, rammaricandosi per pochi istanti di non essere stato lui il vincitore. Marco, però, è riuscito anche a sapersi accontentare, capendo che in fondo la mancata vittoria non gli avrebbe affatto precluso il successo a partire dalle tante offerte di lavoro ricevute, dalle numerose interviste richieste e dai complimenti dei compatrioti veronesi che lo avevano sostenuto in questo percorso. Un ruolo importante al suo successo, il giovane lo attribuisce ai social network, consigliandone l’utilizzo soprattutto a chi vuole intraprendere questo mestiere. Se è riuscito ad avere tutto questo seguito è anche grazie a questi strumenti che lo hanno aiutato a farsi conoscere dalla gente, mostrando non solo la sua bellezza ma anche la sua personalità. Secondo il Mister Italia, l’utilizzo dei social gli ha permesso di ottenere notorietà mostrandosi al pubblico, rappresentando anche una forma di curriculum utile alla sua carriera. Il veronese, tuttavia, non ha nascosto di aver ricevuto delle critiche anche da parte di mamme che non hanno apprezzato que33

sto suo status di “Bello d’Italia” e lo avrebbero ben volentieri sostituito con i propri figli. Come dice il detto napoletano, “Ogni scarrafone è bell’a mamma soja” ma questo giustifica gli attacchi gratuiti ad un giovane ragazzo che sta provando a costruirsi il proprio futuro ed a realizzare propri sogni? Marco, di fronte a tutto questo risponde con nonchalance: “Quando la gente comincia a criticarti vuol dire che stai cominciando ad ottenere qualcosa”, quasi per sottolineare il fatto che o se ne parli bene o male, l’importante è che se ne parli! Di certo, le ambizioni non gli mancano e la sua aspirazione più grande sarebbe quella di studiare recitazione per apparire sul grande schermo ed entrare nel mondo dello show business, non prima però di aver completato gli studi universitari che considera una sua priorità. “Non bisogna solo migliorarsi esteticamente ma anche intellettualmente”, sostiene Marco, dimostrando a tanti giovani come lui che nella vita non serve solo la bellezza per raccogliere successi ma anche tanta capacità e determinazione per raggiungere i propri obiettivi.


L’Arte e L’Eros... L’Arte della pittura, la Musica e la Poesia l’attraversano, creando una sensazione di erotismo irrefrenabile. Sono Valentina Hamilton, per me l’arte è vita, è la riproduzione di tutto quello che percepisco con i miei sensi. L’artista è un ricettacolo di emozioni che vengono da ogni luogo: dal cielo, dalla terra, da un pezzo di carta, da una forma di passaggio. Arte è quando la mano, la testa, e il cuore dell’uomo vanno insieme... Ogni artista intinge il pennello nella sua anima, e dipinge la sua stessa natura nelle sue immagini. Per me è far riemergere la mia anima nell’abisso in cui sprofondo ogni giorno... in quel concerto, in quello che solo io riesco a percepire e riproporre sulla tela e nella poesia. Mi piace dipingere molto la perdita di controllo, lo sgretolarsi della personalità, lo smascherarsi, il perdere i ruoli; mi piace dipingere anime solitarie, in continuo mutamento... le anime innocenti, pallide, perse, folli, profonde…

La pittura fa parte della mia vita da sempre. Provengo da una famiglia di artisti, i nonni mi hanno forgiato. Mia nonna, umile poetessa e musicista e mio nonno archeologo amante e guida per la mia abilità nel restauro ligneo o scultoreo oltre che pittorico. Sono la nascita di una creatura che è stata forgiata da un animo poetico e mani dedite al lavoro e all’arte. La mia immersione non ha data. Ha il sapore della mia infanzia. Ha gli occhi di una bimba. Ha i campi verdi quelli di Glaslow. Ha il profumo e sapore di casa. Non ha tempo. La poesia nasce dal ricordo di mia nonna. La mia volontà e insistenza di farla rievocarla e sentirla con me, dentro di me...sulla mia pelle ogni volta che compongo. Lei è essenza, vitalità e luce per me... per il mio scrivere, suonare e dipingere. La mia superiorità... l’incarnazione di una bellezza d’altri tempi... è solo

un’anima che si sta ribellando al presente per sopravvivere. Era una cui non importava il potere dei demoni. Sapeva dolcemente trasformarli in Angeli. Quella venatura ironica a tratti... quell’intenso e sottile spessore di donna... schiarisce appena nel ritratto tagliente del vedere... forte e rombante incide i contorni. Delicati e prepotenti come l’aria che si taglia, carezzandole i contorni Ecco un pezzo a Lei. Quando compongo, sono nella mia residenza in montagna...un rustico immerso in un bosco ereditato... mi piace il contatto con la natura... immersa... completamente nel mio nudo... nel brivido e in questa purezza io provo piacere per ogni forma di arte. Vestendomi solo di seta lascio comunicare la mia pelle con quello che mi circonda.

razzi. Partnership esclusivo con ex pilota F1, è la sua azienda vinicola Castorani, Jarno Trulli. Nel 2017 in collaborazione con Radio Verona, abbiamo fatto alcune tappe,in diversi locali.

Patron, Michele Iannibelli, che ne detiene il marchio registrato Paparazzi in diverse categorie dal 1997. Inizia a Breve il Tour del Concorso Nazionale Miss Paparazzi 2018. Girerà nelle più belle piazze d’Italia e nei locali più Fashion.

di Michele Iannibelli

Il concorso Nazionale Miss Paparazzi nasce nel 2002. Le prime serate di Fashion Show organizzate a Garda nel Primo locale a nome Paparazzi Osteria, poi iniziarono a susseguirsi nel locale Paparazzi Lounge Caffè di Sazie, e cosi via al Paparazzi Maison di Sazie, al Paparazzi Palace caffè di Sazie, e al Paparazzi Roba Prince Leopold di Pastrano nel 2013. Il 2014 e il 2015 in alcuni locali sempre nella provincia di Verona, fino al 2016 quando si decide di portare il concorso nelle Piazze della Provincia di Verona. Alcune serate per i casting, quindi ricerca di ragazze, furono fatte anche in altre regioni, come Lombardia e Trentino. 2016 prima serata inaugurale a Garda, testimonial The King of Paparazzi Rino Barillari. Sarà sempre lui il Testimonial Ufficiale del Concorso Nazionale Miss Papa-

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Il nostro team

Michele Iannibelli

Alessandro Collu

Alessandro Lo Iacono

Elena Lucia Zumerle

Giulia Civenti

Jeena Cucciniello

Niccolò Caramel

Sergio Cau

Eleonora OrrĂš

Maria Rosa Giarraputo

Tiziana Carrato 35

Francesca Parisi

Michele Calamaio

Gioia Burgello



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