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FAUT OGRA PHIE a cura di FABIOLA DI MAGGIO


A Valeria e Cristina, che sono arrivate e restano prima di tutto il resto


FAUT OGRA PHIE Michele Di Donato

a cura di FABIOLA DI MAGGIO


FAUTOGRAPHIE. La facoltà immaginale dell’errore iconico La vista è probabilmente il senso più impuro tra quelli posseduti dall’uomo. L’occhio è per sua natura il crocevia tra la mente e la realtà. Per il fatto di negoziare senza sosta tra le forme di senso prodotte da queste due prospettive, la vista è, non solo un medium, ma fondamentalmente il più potente catalizzatore e costruttore di immagini e di storie: quel luogo in cui avviene il cortocircuito tra l’immaginario e l’immaginazione. E di immaginari e di immaginazioni Michele Di Donato ha da sempre nutrito la sua vista. I suoi singolari e inimitabili “punti di vista”, la sua creatività visiva, dall’obiettivo delle macchine fotografiche si sono fatti immagini, arte: forme che inevitabilmente catturano lo sguardo dello spettatore, proiettandolo in una serie di narrazioni che rappresentano il pensiero del suo autore, ma che al contempo sono specchi nei quali ognuno di noi si riflette o dei quali magari si sente riflesso. La fotografia di Di Donato non è mai solo quello che si percepisce, in essa si materializza puntualmente un surplus, esito di tutto quello che un’immagine suggerisce al di là della forma. E dunque, laddove il contatto con la realtà sembra venire meno, ecco che un appiglio ci riporta saldamente con i piedi per terra. Ma è vero anche il contrario: ogni volta che una fotografia è troppo reale, forse troppo oggettiva, subito si alza un sipario che svela mondi possibili, invisibili e inaspettati. In questa ambivalenza iconologica risiede uno dei punti di forza del suo modo di creare immagini. Il potere che queste fotografie hanno di superarsi iconograficamente per significare anche qualcos’altro, risiede in quella magia, o meglio in quella utopia, che si chiama arte. E l’arte è tale se possiede un requisito fonda


mentale: la libertà. Libertà è la condizione che caratterizza la fotografia di Di Donato: libertà nella e della predisposizione visuale; libertà di comporre l’immagine, ovvero di farla verificare prevedendola e intrappolandola nell’obiettivo; la libertà che ogni immagine deve avere di cadere nell’errore; libertà di intersecare e connettere forme, spazi, tempi e soggetti esattamente come farebbe uno sciamano. Questa espressione paradigmatica, che Di Donato utilizza tout court per fotografare, la si ritrova segnatamente nei progetti raccolti nel presente volume: I Siciliani, Child, REM – Rapid Eye Movement, Non luoghi, Theatre, Nightlife, Life in Nowhere Land. In questi portfolio Di Donato restituisce diverse “realtà”: da quelle del surreale legate al disordine dei pensieri di chi dorme, a quelle del fantastico e della silenziosa metafisica della notte; dalle condizioni dello spazio moderno transitorio, anonimo e solitario alle percezioni di luoghi tanto indistinti da potersi immedesimare in qualsiasi possibilità paesaggistica fino a raggiungere le dimensioni di un déjà-vu o di un posto futuribile di una quinta teatrale; e ancora, le realtà identitarie dei luoghi e delle genti di Sicilia come dei fermo immagine della storia, ancore visuali, vecchie cartoline che riecheggiano un’identica tradizione bloccata nello scorrere inesorabile del tempo a cui appartengono anche i bambini che, liberi nello spazio nei loro giochi, sono coloro che coltivano e praticano autenticamente le vie dell’immaginazione. La “formula fotografica” di Di Donato è giocata tra la precisa volontà di costruire l’immagine e la ancor più determinata convinzione che un sistema visuale per esprimere la sua vera essenza debba essere sabotato per riuscire così a liberarsi dal meccanismo omologato e


riconosciuto dal senso comune che, come un filtro, non ne permette di scorgere le sue possibili visibilità. Questo è in sostanza l’assunto che regola il suo lavoro. L’artista è convinto che «sia proprio negli errori che la fotografia si riveli e in qualche modo si faccia guardare». Di Donato è dunque un “faut-ographo” (dal francese ‘faute’), un fotografo dell’errore, del rischio. Far cadere volontariamente la fotografia nell’errore equivale a permetterle «di esplorare il suo confine e toccare il limite dell’illecito». Muovendosi nell’ambito dell’azzardo, quale è sicuramente quello dell’errore, le immagini producono, per seguire ancora il pensiero dell’artista: «misteriose entità che si esprimono secondo tempi e modi inaspettati, varcano i limiti del medium e alludono ad altri mondi possibili». Da vero dream catcher, come ama definirsi, Di Donato non è certamente fautore di quello che in fotografia si potrebbe definire “carpe imaginem”. Egli, piuttosto, vuole dare forma alle sue immagini mentali, vuole riconoscere a queste una realtà. Di Donato non cerca l’attimo, ‘non guarda’ al fortunato momento, all’opposto promuove «un evento a manifestarsi come si può incoraggiare una storia a raccontarsi». Nello specifico dichiara: «Lavoro con molta lentezza. La mia macchina fotografica non è libera di vagabondare, il punto in cui decido di collocarla non è dove sta per accadere qualcosa, ma è laddove verrà riportato un certo numero di avvenimenti. In questo modo cerco di trasformare i miei personaggi in narratori, di far avere alla macchina fotografica un ruolo di ascolto per catturare non solo il soggetto, ma anche l’energia che lo muove». Nella composizione dell’immagine, come si evince molto più chiaramente nella realizzazione dei vari progetti, l’artista predilige una prospettiva


teatrale e cinematografica, comportandosi come un regista che prepara i set delle scene da girare. Luoghi scelti dalla routine giornaliera che dimostrano, dice Di Donato: «i tentativi di popolare certi spazi di nessuno con i fantasmi della mia mente». Lo sguardo teatrale e filmico si riconosce da un particolare scenico che Di Donato ‘si crea’, ovvero le coulisse, le quinte marginali che iconograficamente ornano lo sfondo e parallelamente indirizzano l’occhio dello spettatore verso il luogo e il soggetto fondamentale dell’immagine. Ad alimentare questo immaginario cinematografico e dinamico concorre l’impiego di vaste zone dell’immagine non perfettamente a fuoco e, per di più, inquadrate in primo piano. E ancora, l’uso del mosso per allungare i tempi e le possibilità dello spazio visuale che una fotografia può concedersi, a voler dire che in quel movimento “per errore” c’è dell’altro: un’altra immagine che sta per arrivare o che è appena passata, esattamente come se si guardasse il paesaggio dal finestrino di un treno o si seguisse il filo che lega le pagine di un libro una dietro l’altra. A suggellare il potere che hanno le sue fotografie di catturare lo sguardo e farsi esplorare c’è l’uso dei colori. Una palette minima: bianco, nero e grigio. La combinazione di questi toni, come guerrieri in un campo di battaglia, è molto travagliata. Spesso il nero è uno schermo al cui interno il bianco prepotente disegna la scena; a volte accade esattamente il contrario, ovvero è il bianco a fare da sfondo alle forme scure che prendono fortemente vita dentro il campo visivo. A mitigare i toni, a completare o bilanciare la composizione dell’immagine troviamo il paciere grigio, molto spesso contrastato dai due vigorosi contendenti. Autore di questa contesa cromatica, Di Donato la premette, quasi a sovrappor-


la, allo spazio o ai soggetti da ritrarre. È così che l’artista crea effettivamente le sue visioni e i mondi che regala allo sguardo dello spettatore. La valutazione cromatica e strutturale dell’immagine è anche figlia di diversi media utilizzati da Di Donato, alcuni dei quali fungono da esemplari accorgimenti tecnici che egli utilizza indifferentemente per la realizzazione delle immagini dello stesso portfolio, proprio come per i progetti qui presentati. L’artista passa dunque dalla reflex allo smartphone, dalla pinhole camera alla macchina compatta, dalla lunga esposizione con treppiede alla passeggiata distensiva, servendosi non di rado di espedienti come pellicole trasparenti o filtri a densità neutra. Tutto questo avviene con la massima disinvoltura. È molto difficile, se non impossibile, riuscire a capire se una fotografia è uscita fuori da una pinhole camera o dalla fotocamera di un telefono cellulare. Padrone dei dispositivi più diversi, anticipatore e compositore dell’immagine che “avverrà”, Di Donato è anche un sognatore e promotore di spazi. A tal proposito afferma: «Quando scatto, concentro la mia attenzione sulle emozioni che il luogo mi comunica e questo pensiero diventa il punto di partenza per una riflessione su come l’uomo riesca a personalizzare un determinato spazio che prima non aveva identità, era anonimo». Da luoghi indistinti e astratti, gli spazi ripresi e fatti propri da Di Donato acquistano di fatto una certa riconoscibilità. E la fotografia, come sa bene l’artista, se pensata con rigore e ingegno, è uno di quei posti privilegiati in cui l’essenza, l’aura che pervade un luogo, si incarna in quella immagine decretandone l’identità e soprattutto la ricevibilità iconica.


Nel caso di Michele Di Donato la comunicabilità delle sue fotografie, anche quando queste sembrano non avere nulla a che fare con il reale perché rappresentano i frame dei suoi film interiori, è legata a un riscontro fattivo, a un sentimento di familiarità che, nonostante una certa perturbabilità iniziale, conquista l’osservatore che la recepisce e “la condivide”. Bisognerebbe provare a figurarsi l’attimo esatto in cui Michele Di Donato scatta una fotografia. In quel momento, se fosse possibile, si vedrebbero nello spazio flussi di immagini, come fantasmi, rincorrersi, scontrarsi e stabilizzarsi davanti all’obiettivo. In quel clic decisionale, dove accade la fotografia, Di Donato ha appena rivelato una storia: la sua, la mia, la vostra o magari proprio quella di nessuno. Le sue fotografie, come i sogni senza titolo di Man Ray, stanno lì a ricordarci che l’immagine, la vera immagine, ha molto più a che fare con tutto ciò che non ci sta mostrando e che qualcuno, guardandola, sta immaginando. Fabiola Di Maggio


FABIOLA DI MAGGIO (1984) è Dottore di Ricerca in Studi Culturali Europei, antropologa delle immagini, curatrice d’arte e autrice di numerosi saggi e articoli. È esperta nell’analisi di fenomeni visivi legati alle immaginazioni frattali e apofeniche per le quali ha proposto un’inedita connessione. Nell’ambito dei Visual Culture Studies, e dei Museum Studies specificamente, ha messo in rilievo l’importanza del Cold Visual Turn relativo alle forme e alle dinamiche che negli ultimi decenni caratterizzano la cultura museale contemporanea indicando con il neologismo “musiconologia” una nuova area di ricerca che unisce le prospettive epistemologiche dell’antropologia e dell’iconologia. Le sue ricerche si collocano nell’ambito dell’antropologia della contemporaneità e delle immagini in una prospettiva che promuove la comprensione della società moderna attraverso una delle più importanti espressioni simboliche e culturali dell’uomo: l’arte. Collaboratrice esterna del Polo Museale Regionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Palermo, si occupa della tutela, della promozione e della valorizzazione dell’Archivio S.A.C.S. (Sportello per l’Arte Contemporanea della Sicilia) del Museo Riso. È l’ideatrice del Collettivo Neuma del quale è Presidente e curatrice dei progetti espositivi.


FOTOGRAFIE

2010-2016


Rapid Eye Movement

Il mondo dei sogni, un universo parallelo alla realtà del quale tutti abbiamo esperienza, popola questi scatti assolutamente soggettivi. Le fotografie di REM sono esattamente la trascrizione iconica di ciò che producono gli occhi durante il sonno: immagini incontrollate che occupano la mente. In REM ogni immagine è lecita e ha il suo senso proprio perché non essendo coscienti di quello che si manifesterà tutto diventa possibile e visibile. È uno di quei progetti fotografici che potrebbe continuare all’infinito. Ombre, allucinazioni, figure, ricordi sparpagliati, segni e simboli indistinti, scene disconnesse, tagliate a metà o stranamente legate, paesaggi pseudo-reali, assenza di confini spazio-temporali sono i contenuti dei sogni di ognuno di noi, e la loro immagine è spesso solo un sentimento intimo e muto legato alle forme, solitamente poche, che riusciamo a ricordare. Partendo dal presupposto che «nel sogno il meccanismo principale è lo spostamento: una rappresentazione mentale può sostituirne un’altra o più significati possono confluire in una unica», Di Donato ha praticamente fatto entrare in fase REM l’obiettivo della macchina fotografica, permettendo a questo di diventare un occhio sognante che registra i contrasti e l’irrazionalità di uno stato della mente. E la resa in immagine è quella che caratterizza la sua fotografia in bianco e nero: teatrale e cinematografica, antitetica, contrastata e più che mai, in questo caso, onirica.


Childs


Giocano, corrono e si rincorrono, ridono e si divertono, si osservano e osservano tutto e tutti con sguardo vigile e interessato, sbagliano e imparano, cercano altri modi per giocare e altri giochi da inventare. Sono i bambini che riempiono il mondo reale e parallelamente fantastico di queste fotografie di Michele Di Donato. I bambini, con i loro modi essenziali e leggeri di rapportarsi con la realtà, con la loro voglia irrefrenabile e sempre viva di immaginare e arricchire così il loro mondo di immagini sempre nuove, sono in fondo dei piccoli saggi ai quali guardare, dei sani modelli di creatività da seguire. Di Donato vuole ricordarci di non dimenticare che bambini non solo lo si è stati, ma bisognerebbe continuare a esserlo, almeno ogni tanto, per superare quelle frontiere troppo alte, e spesso invalicabili, che ci chiudono dentro una realtà omologata e reificata, priva sempre più di quello spirito curioso, immaginifico e inventivo di cui i bambini sono gli eterni custodi.


I Siciliani Forme e dinamiche passate che riescono a persistere e a farsi ancora ritrarre nel presente: questo è il filo rosso che unisce e attraversa le fotografie della serie I Siciliani. Sono immagini nitide di un’identità salda fino a qualche decennio fa, ma che oggi mostra i segni di un’incedente labilità e le rughe del tempo andato. La restituzione fotografica che Di Donato offre della Sicilia e dei suoi borghi (la piazza e la fontana al centro, i bar, la chiesa, le attività commerciali), dei siciliani (il piglio fiero e il compiacimento nel mostrare l’abito buono, come anche il normale svolgimento delle attività giornaliere) e della sicilianità (il convivio, le giocate a carte, la gaiezza, la l’intramontabile sentimento religioso, le intime chiacchierate da balcone a balcone), porta a riflettere su come la sua rappresentazione antropologica, basata solo sulla visione, sia carica di significati, di quel senso profondo della cultura che solo un attento osservatore riesce a cogliere a “colpo d’occhio” e a trasmettere al pubblico in forma di storie quotidiane proprio come è riuscito a fare Di Donato. Ne I Siciliani c’è tutto ciò che serve a vedere le vestigia di una società che sta mutando definitivamente. Una cultura ormai simbolo di un’epoca trascorsa pronta a entrare nelle forme del ricordo.


Life in nowhere land

Il desiderio di vivere in un posto che non c’è è l’utopia umana per eccellenza. Rappresentarlo fotograficamente per Di Donato è stato certamente un proficuo azzardo. Per rendere visibile questa comune ambizione, l’artista ha scelto di fotografare il movimento, il cammino di soggetti indistinguibili verso un dove, un altrove magari, impreciso e sconosciuto. Una città immaginaria, e tuttavia plausibile, ospita la libera circolazione di figure, un andirivieni, appositamente mosso e sfocato, di persone riprese mentre vanno da un punto all’altro della scena. La poca chiarezza dell’immagine, resa con una bilanciata tricromia bianco-nero-grigio, è legata alla stessa “dinamica” della fantasia quando ci attanaglia, ovvero al modo in cui ci scorrono di fronte le immagini mentre immaginiamo di fare una cosa o di vivere una certa scena, di liberarci dai vincoli che ci tengono legati o che ci soffocano. Allora evadiamo col pensiero, vivendo per più o meno tempo in una terra di nessuno, quel posto caro dove niente può toccarci e dove diventiamo sostanzialmente immagini passandoci davanti.


La vita notturna di Michele Di Donato, è una rappresentazione metafisica, da una parte, e astratta, dall’altra, dove la luce diviene efficacemente doppio tratto distintivo: quello della fotografia e quello della notte. Nelle scene di Nightlife il bianco e il nero si stagliano l’uno sull’altro rubandosi lo sfondo a vicenda. Le due cromie sembrano quasi farsi la lotta, ma non c’è mai la disfatta di una sfumatura, anzi, l’immagine notturna è tale proprio perché esse fanno entrambe scena vivendo l’una per l’altra e l’una dell’altra. Ciascuna fotografia manifesta una o più fonti luminose: bagliore lunare, lampioni o neon stradali, fari di auto, riflettori di vetrine, lampade domestiche. Ogni luce gioca un ruolo fondamentale disegnando atmosfere e quadri di senso più o meno reali, a volte più figurative, altre volte più surreali, altre ancora più geometriche e astratte. Con questo portfolio Di Donato ha gettato una nuova luce sulla percezione della notte. Essa è non solo lo scenario dove si svolge la vita di molti individui, ma, per sua stessa natura, possiede di fatto una vita la cui immagine si può ritrarre in un baleno.


Nightlife


Non luoghi Non luoghi è l’interpretazione fotografica dei famosi non lieux delineati dall’antropologo francese Marc Augé. Le fotografie presentano atmosfere misteriose e affascinanti fatte di aspirazioni, aspettative, silenzi e distanze. Non luoghi solo le piazze, le sale d’attesa di stazioni o aeroporti, i treni o gli aerei, i centri storici, i centri commerciali, le hall degli alberghi. Spazi che lasciano trapelare la coscienza e l’esperienza odierna della lontananza, del passaggio, della temporaneità, dell’impersonalità, della solitudine in mezzo a un’infinità di persone, dell’anonimato, della ricerca di un altrove che davvero ci manca. Le foto di Non luoghi, come altre serie di Di Donato, sono visioni metafisiche dove l’aspetto enigmatico dell’immagine e dei suoi soggetti è come uno specchio nel quale l’osservatore può riflettersi e spesso riconoscersi. Lo spettatore diventa così un soggetto partecipante che, interagendo effettivamente con le immagini che osserva, entra in un dispositivo proiettivo e immaginativo dove viene meno ogni differenza simbolica tra realtà, visione e raffigurazione.


Theatre

Fotografie sceniche come quelle di Michele Di Donato, non potevano, prima o poi, privarsi di raffigurare il luogo al quale spesso esse rimandano: il teatro. Fotografare la scena, o meglio, renderne il senso con figure in posa attoriale è per Di Donato un modo, sicuramente il più legittimo in termini iconografici, per validare la sua soggettiva inclinazione foto-scenica e cinematografica. Attori, come ombre del teatro indiano, sono le figure che popolano questa serie di fotografie. Si tratta di un teatro immaginario, di scene possibili con soggetti in azione o in fase di narrazione. Theatre è un meta-teatro che rappresenta il teatro interiore del suo creatore incistato dentro un’altra scena, quella della sala all’interno della quale i personaggi interpretano intenzionalmente il loro ruolo. Il teatro, allora, alzando il sipario delle sue rappresentazioni indossa il costume della fotografia, pronto così a recitare la parte che l’occhio del fotografo ha immaginato per lui.


Bio

www.micheledidonato.net

Michele Di Donato è nato in Puglia nel 1968 e vive in Sicilia da circa vent’anni. Dopo gli studi di economia aziendale lavora come formatore PNL e Analisi Transazionale e come consulente di marketing e comunicazione. Si occupa di fotografia sin da piccolo; è un autodidatta, anche se ha studiato e approfondito fotografia frequentando numerosi corsi e master. Svolge regolarmente workshop, in diversi contesti formativi, sulla percezione visiva, sulla comunicazione e composizione fotografica e sulla lettura delle immagini. Lettore di portfolio in numerose rassegne di fotografia, dal 2018 entra a far parte del progetto ISP Italian Street Photography, per il quale svolge experience formative di Street Photography in qualità di master. Sempre nel 2018 è stato selezionato dall’archivio S.A.C.S. del Museo Regionale d’Arte Moderna e Contemporanea – Museo Riso e, nello stesso anno entra a far parte del Collettivo NEUMA. Michele fotografa per necessità, e questo suo modo viscerale di scrivere con le immagini gli ha consentito di ricevere apprezzamenti a livello nazionale e internazionale fra i quali il Moscow International Foto Award 2015 e 2016 in RUSSIA, la 16° edizione del China International Photographic Art Exhibition, l’International Salon of Fine Art Photography 2016 in INDIA, il 6th China International Digital Photography Art Exhibition 2017 in CINA, il Tokyo International Foto Award 2017 in GIAPPONE e il SONY WORLD PHOTOGRAPHY AWARD 2017 nel quale ha conseguito l’onoreficenza di “Commended as Top 50 in the World” nella categoria Open Architecture. Le sue immagini sono state pubblicate su magazines come Reflex, Foto CULT, Click Magazine, Die Angst Munich, L’Oeil de la Photographie Paris, 1340Art Magazine e fanno parte di numerose collezioni pubbliche e private. Attualmente è rappresentato dalle seguenti gallerie d’arte: Singulart (Parigi), Saatchi Art (New York), Blank Wall Gallery (Atene), NewBloodArt (London).


MOSTRE 2016 “LE VIE DELLE FOTO”, Aprile 2016 con il progetto “Fautographie”, Trieste 2016 “MOSTRE DIFFUSE FOTOGRAFIA”, Maggio 2016 con il progetto “non-luoghi”, Magliano Sabina (RI) 2016 16th CHINA INTERNATIONAL PHOTOGRAPHIC ART EXHIBITION, Maggio 2016 col progetto “The ongoing moment”, Zhengzhou, (CINA) 2016 “Non luoghi”, dal 18 al 30 giugno 2016, PB Project, Cinisi (PA) 2016 “MOSCOW INTERNATIONAL FOTO AWARDS 2016”, dal 20 Luglio - 7 agosto 2016, con i progetti “non luoghi”, “airports”, “Life in nowhere land”, “nightlife”, ArtGallery NaKashirke, Mosca (RUSSIA) 2016 URBAN16, settembre 2016, col progetto Rapid Eye Movement, al Relax Cafe Bar, Zlota 8a, Pasaż Wiecha, Varsavia (POLONIA), 2016 SPELLO PHOTO FESTIVAL, settembre 2016, col progetto Rapid Eye Movement, Spello (PG) 2016 COLORNO PHOTO LIFE, novembre 2016, col progetto “Dell’immaginario, del reale”, Colorno (PR) 2016 TRIESTE PHOTO DAYS, novembre 2016, col progetto Rapid Eye Movement, Trieste 2016 “Forme dell’impronta”, 9 dic 2016 - 28 feb 2017, PUTIA Art Gallery, Castelbuono (PA) ----------------------2017 “Dell’immaginario, del reale”, 11 feb - 9 mar 2017, MOMM Art Gallery, Comiso (RG) 2017 EIKON CULTURE VISUAL REFLECTIONS - EXHIBITION 2017 - “Metapolis/Forme dell’Impronta” - Marzo 2017 Torre Carlo V - Porto Empedocle (AG) 2017 “MOSTRE DIFFUSE FOTOGRAFIA”, Maggio 2017 con il progetto “Metapolis”, Magliano Sabina (RI) 2017 Mondadori Gallery, 20 mag - 1 giu 2017 col progetto “non luoghi”, Palermo 2017 EXHIBIT AROUND, lug-ago 2017 col progetto “Napoli”, Lodz (POLONIA) 2017 EXHIBIT AROUND, agosto 2017 col progetto “I Siciliani”, Budapest (UNGHERIA) 2017 2017 PCA Exhibition, agosto 2017 col progetto “Thoughts/work in progress”, Cacak (SERBIA) 2017 EIKON EXHIBITION, settembre 2017 col progetto “Metapolis”, S.Benedetto del Tronto (AP) 2017 BLACK AND WHITE EXHIBITION, 6-19 ottobre, con il progetto “InNatural disaster”, Blank Wall Gallery, Atene (GRECIA)


2017 Landscape, 20-31 ottobre, con il progetto “Reflections”, Blank Wall Gallery, Atene (GRECIA) 2017 “Family of man” Documentary Photography Exhibition, 15-20 novembre, con il progetto “non luoghi”, al 6th China International Digital Photography Art Exhibition, Lishui (CINA) 2017 2TH XPOSURE INTERNATIONAL PHOTOGRAPHY FESTIVAL 2017, 22-25 novembre, con la foto “Ancient spaceship”, Sharjah Expo (EMIRATI ARABI UNITI) 2017 NOWART, InArte Werrkunst Gallery, col progetto “Metapolis”, 6-15 dicembre, Bergamo ----------------------2018 FOTOGRAFIA EUROPEA – Circuito Off, col progetto “Childs”, Reggio Emilia 2018 Lieux Non Lieux, 27 aprile-1 maggio, col progetto “non luoghi”, Centro Sud, Castelbuono (PA) 2018 LONDON PHOTO FESTIVAL, 17-19 maggio, col progetto “winter sea”, The Crypt (St.George The Martyr Chrurch) Borough High Street, London SE1 1JA (UK) 2018 STREET SANS FRONTIERES, 18-20 maggio, col progetto “I siciliani”, 44 Rue Bouret, Paris (FRANCE) 2018 Settimana delle Culture-Palermo Capitale della Cultura, 12-20 maggio, Palazzo S’Elia, Palermo 2018 ART OF STREET PHOTOGRAPHY EXHIBITION 2-16 giugno, col progetto “Hand in window”, The Ballroom, Powerscourt Centr, Dublin (IRELAND) 2018 METAPOLIS. La stasi della presenza nelle solitudini dello spazio, 7 luglio-24 agosto, Museo Civico, Carini (PA) 2018 CHANIA INTERNATIONAL PHOTO FEST 2018, 25agosto – 6 settembre, con il progetto “Black Street”, CHANIA, Creta (GRECIA) 2018 VISIONS OF THE EARTH – 12 ottobre/14 dicembre – Palazzo d’Aumale – Terrasini (PA) 2018 PREMIO LUCE IBLEA, 27 ottobre/18 novembre, col progetto “The sound of silence”,Fondazione Grimaldi, Modica (RG) 2018 THE LONDON PHOTO SHOW 2018, 23/29 ottobre, col progetto “Black Street”, Londra (UK)


Ringraziamenti Quella dei ringraziamenti è la parte più difficile di un libro perché è proprio con questi che si pagano i debiti intellettuali che l’autore contrae nel corso della sua vita. Allora io ci provo, sapendo di essere inconsapevole dei miei debiti più profondi e quindi conscio di dimenticare qualcuno… che spero non me ne vorrà. Comincio questa operazione di “giustizia redistributiva” ringraziando mia moglie che, pur ritenendo la mia ossessione per la fotografia al limite del patologico, la sopporta e, nei limiti dell’umana comprensione, la asseconda cercando di infierire il meno possibile. Ringrazio i miei genitori, mio padre in primis: è stato lui ad avviarmi alla fotografia e al mondo dell’immagine, prima regalandomi una Diana F e poi affidandomi la sua gloriosa Voigtländer Vito C con la quale ha fotografato e storicizzato ogni momento della vita della nostra famiglia. Voglio, inoltre, ringraziare Fabiola Di Maggio, antropologa, esperta in cultura visuale, curatrice di progetti espositivi ma, soprattutto, grandissima donna della cui “scuderia” mi onoro di far parte: una specie di folletto della cultura, l’unica che riesce a donare dignità letteraria e spessore culturale alle farneticazioni della mia mente. Un enorme grazie va a Enzo Cucco, patron del Concorso Fotografico “La Grua” di Castelbuono, che ha aiutato a crescere artisticamente me e una folta schiera di fotografi siciliani; senza la sua guida molti di noi sarebbero rimasti confinati nell’anonimato. E poi, come non ringraziare il vulcanico Angelo Cucchetto, che mi ha coinvolto nel progetto ISP-Italian Street Photography, e mi ha permesso di conoscere e di lavorare con alcuni dei migliori streephers italiani. E poi, grazie ai miei “fratelli” Lorenzo, Gilda e Giuseppe (il fatto che esistano per me è già tanto); ad Anna Studiale, mia grande amica nonché prima a scrivere una nota critica di una mia mostra; a Vera Carollo, uno dei più grandi talenti artistici che io abbia mai conosciuto, nonchè la prima a propormi di esporre delle mie foto; a Stefania Cordone, Michele Spallino e all’intero staff di PUTIA – Sicilian Creativity, dei folli che hanno deciso di investire nella cultura in un piccolo paesino dell’entroterra siciliano.


Grazie a Nicola e Vincenzo, miei compagni di chiacchierate notturne, di fotografie, di sigari e distillati. E grazie infinite alle gallerie d’arte internazionali che mi rappresentano, cioè Singulart di Parigi, Saatchi Art di New York, Blank Wall Gallery di Atene e NewBloodArt di Londra. Infine, non posso non ringraziare David Lynch, Michelangelo Antonioni, Wim Wenders, Friedrich Wilhelm Murnau, Francois Truffaut, Edgar Reitz, Krzysztof Kieslowski, Fritz Lang, Orson Welles, Mario Giacomelli, Francis Bacon, Lucian Freud, Samuel Beckett, Alberto Giacometti, Italo Calvino, Pink Floyd, Velvet Underground, Andrea Pazienza, Alexandre Dumas, Jules Verne;con le loro opere, di cui mi sono nutrito fin dalla più tenera età, mi hanno insegnato a dare un ordine gerarchico agli elementi conservati nella mia mente e, di conseguenza, mi hanno aiutato a risolvere il problema della distanza tra realtà e immagine della realtà, tra esperienza e memoria, tra vissuto e costruzione di sé. Un problema notevole per chi, come me, utilizza un medium per dare forma ai propri pensieri e quindi è costretto a dover fare una selezione – di immagine, di memoria, di sé – e quindi a subire una perdita ogni volta che costruisce una storia. Gli artisti citati, inoltre, hanno fatto si che io uscissi indenne dalla standardizzazione delle menti degli anni ottanta/novanta/duemila, mi hanno aiutato a non impazzire e mi hanno fatto diventare quello che sono adesso. M. D.


Questa pubblicazione è a tiratura limitata. La presente copia è la n.

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L’Autore ___________________________________________________

FOTOGRAFIE_©Michele Di Donato TESTI_©Fabiola Di Maggio IMPAGINAZIONE_MAKE..Marketing e Comunicazione

Tutti i diritti riservati. Nessuna parte di questa pubblicazione può essere riprodotta, interamente o in parte, memorizzata o inserita in un sistema di ricerca delle informazioni o trasmessa in qualsiasi forma e con qualsiasi mezzo (elettronico o meccanico, in fotocopia o altro), senza il previo consenso scritto dall’autore. ISBN

978-1-38-946725-7

Finito di stampare nel mese di ottobre 2018 presso PRESSUP - Viterbo


eur. 15.00


Non saprei cosa fare con il [colore]. Il colore per me è troppo reale. È limitante. Non permette di sognare. Più si aggiunge il nero in un colore, più sognante diventa... Il nero ha profondità. E‘ come una piccola via d’uscita, ci si può entrare, e poichè continua ad essere sempre più buio, la mente spazia e un sacco di cose che stanno succedendo ci diventano evidenti. E si inizia a vedere quello di cui hai paura. Ma si vede anche ciò che si ama e tutto diventa come un sogno. (DAVID LYNCH)

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