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BasilicataInnovazione ActivityReport

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racconto #3

I coach dei progetti di sviluppo

Non è che incubare, oltre che “covare”, significa “entrare nel cubo”? Qui mi sa che l’hanno presa alla lettera, la definizione, dico tra me e me arrivando in sede. Bicube! Per aumentare il coefficiente di difficoltà, lo

ci avevano detto che non sarebbe stato un incubatore di quelli classici, tradizionali, che accolgono avranno pensato al quadrato. In effetti

e allevano start up di impresa. No. Noi saremmo stati quelli del primo miglio. Per comprendere fino in fondo, e in fretta, il concetto, siamo stati a Trieste, in Innovation Factory. Lì non solo ce l’hanno spiegato sul campo, ma ce l’hanno anche fatto vedere, questo pre-incubatore: una grande porta girevole, che dura dai sei ai diciotto mesi: vi entrano delle persone, un po’ spaesate e con qualche vaga idea di impresa per la testa, vi escono dei team competitivi, con tutte le basi per essere sul mercato. E chi la dovrebbe fare, questa magìa? Noi, i coach dei progetti di sviluppo. Ma non facevo prima a iscrivermi a un corso per illusionisti? Non scherziamo, dobbiamo tirar fuori grandi energie, tenere

al massimo la concentrazione, ragionare da imprenditori. E comunque è una missione tentacolare: accogliere

le persone, orientarle, sostenerle, valutarle, portare dalla sfera eterea delle idee al terreno duro del mercato. Niente altro? Beh, sì, dovreste anche entrare in società con loro. Ora, vorrei vedere voi alle prese con tutta questa roba. Parlarne è nulla, il difficile viene – come sempre – sul campo. Le scrivanie sono tutte al loro posto, al primo piano di Basilicata Innovazione. Attendono di ospitare gomiti, idee, dita tamburellanti, tastiere, intuizioni, sorrisi, pugni sul tavolo e qualche imprecazione. Vita, insomma, e impegno e lavoro, duro lavoro, perché qui ci si gioca il futuro. Non è uno scherzo, ma se ci prendiamo troppo sul serio rischiamo di rinunciare, in partenza. Nessuno di noi ha mai neanche immaginato che sarebbe finita così, in un reality con poche regole ma precise: ognuno dà il massimo, giorno per giorno, e il punto si conquista insieme. Non si bluffa, non ci si illude. Siamo giovani, qui ci vorrebbe uno tosto. Tocca a voi. Ecco, come non detto. Avessi almeno il cappellino di Sylvester Stallone in Over the top: lui rovesciava sulla nuca la sua visiera e ci metteva gli occhi della tigre, per affrontare e battere tutti gli avversari, uno dopo l’altro. Sì, però, uno alla volta. Con la possibilità di asciugarsi il sudore, rifiatare. Noi no. Siamo su più tavoli, e dobbiamo giocare – si fa per dire – con persone che neanche conosciamo. Che all’inizio ci guardano un po’ così. Qualcuno pensa che gli vogliamo rubare l’idea, altri che siamo lì per controllare i loro pensieri. Non hanno

compreso che siamo solo dei “soci scomodi”, come ci piace auto-definirci. Bisogna piacersi e fidarsi, è un gioco a due che innesca una convenienza reciproca e un viaggio lungo un anno, con destinazione “mercato”. Oggi parlano altre lingue, nel senso di linguaggi scientifici; ci trascinano in progetti strani, ci costringono a studiare. C’è chi vuole fondare una nuova banca e chi pensa a costruire una piscina per le tartarughe. Gente

strana, a volte: ma non è da queste idee che in passato sono nate delle grandi start up? In fondo, come diceva Arthur Schopenhauer, genio e follia hanno qualcosa in comune: entrambi vivono in un mondo diverso da quello che esiste per gli altri. Probabilmente anche noi viviamo, in questo cubo al quadrato, una dimensione diversa, differente da tutto il resto della struttura, dove comunque c’è la nostra seconda famiglia. Saperlo è rassicurante, prima di entrare in questa centrifuga più volte al giorno, ogni giorno, per metterci e rimetterci continuamente in discussione. Ne usciamo con un gran mal di testa, a volte, ma con un’esperienza di vita e di lavoro che ha dell’incredibile. E poi, in fondo, ora che siamo entrati nel ruolo, ci divertiamo anche molto: ad ascoltare le idee, a intuire quelle che possono essere “giuste”, ad adottare i gruppi di ricerca, a fare cultura di impresa. E a fantasticare che un giorno, anche grazie a noi, da

un’idea arrivata qui prematura potrà nascere una creatura da milioni di euro. Una vera start up!

Profile for Michele Cignarale

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