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EDITORIALE di Maria Rosaria Chirulli

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on è casuale l’aver scelto come giorno di uscita uficiale di questo numero zero di “TUTTI TRANNE TE” il primo giorno di primavera. I latini la chiamavano “ver” e nel Medioevo questa parola tradotta in volgare stava ad indicare la stagione della ioritura, del passaggio tra l’inverno e l’estate: primavera! Una stagione che torna ogni anno, che si ripete con il risveglio della natura e il ritorno dei colori. Eppure, nonostante il ripetersi ciclico di questo risveglio, chi ha il dono di meravigliarsi non può non provare stupore dinanzi al meraviglioso esplodere dei colori nei prati, della vita nuova che si annuncia nelle gemme degli alberi, nel verde brillante delle distese della nostra terra, nell’azzurro di un cielo che ci riconcilia con il mondo. La capacità di stupirsi di fronte al quotidiano è l’inizio della conoscenza. Non può esserci conoscenza senza la meraviglia. La scuola, quindi, è il luogo privilegiato della meraviglia; a scuola perciò prim’ancora della conoscenza va coltivato, alimentato, favorito lo stupore: quello stato d’animo che ci permette di osservare la realtà con occhi assetati, che ci permette di penetrare nei vari aspetti della vita e dell’essere umano. Del resto, non solo alla base della poesia e dell’arte ma anche della scienza vi è proprio la meraviglia, una compagna che dobbiamo tutti portare per mano lungo il percorso della conoscenza che, pur durando tutta la vita, trova tra le mura della scuola la sua ragion d’essere più profonda. TUTTI TRANNE TE raccoglie numerosi interventi e pagine creative di ragazze e ragazzi della terza A Operatore Servizi Commerciali, opzione Graica e un inserto speciale, dedica-

to alla storia del caffè (la bevanda più diffusa al mondo), curato da Mariapia Miali della quarta A, TSCG. Gli articoli compongono, come in un affresco, il quadro dell’adolescenza, toccando i temi più vicini ad essa: paura, amore, sessualità, sport, look, musica, tempo libero. C’è una straordinaria scrittrice contemporanea, Simona Vinci, che nei giorni scorsi in un suo post su Facebook ha scritto: “Una ragazza di 14 anni è potente e fragilissima. Tutti gli sguardi convergono sul suo corpo nuovo di zecca, sguardi di desiderio, di riprovazione, di libidine, d’amore. Se è bella lo sarà troppo, se è brutta pure, se è vivace gliela faranno pagare, se è timida, altrettanto. Io me lo ricordo, com’erano i 14 anni, e poi i 15, i 16. Caduti di colpo dentro la vita quasi-adulta. C’erano le parolacce, c’era la violenza, la tenerezza, c’erano gli spettri delle cose a venire, quelle belle e quelle brutte. Se mi avessero fatto un ritratto, avrei ringraziato la delicatezza di una penombra sfumata, perché io ero lo spigolo, ma anche la carne tenera che ci sbatte contro.” Queste sue parole contengono una verità sulla quale dovremmo, noi adulti ed educatori, rilettere, per accompagnare i nostri ragazzi e ragazze lungo quel particolare tratto di strada che incrocia la scuola. Ma per accompagnarli è importante anche per noi partire dallo stupore, dalla meraviglia. E così mi auguro che la lettura dei vari interventi delle studentesse e degli studenti, provochino in voi quello stupore necessario a farci credere nelle multiformi primavere che dalla scuola si irradieranno nella vita. Un ringraziamento particolare ai colleghi del Consiglio di Classe per aver dimostrato disponibilità ad accogliere il progetto.

Editore IPSS. Motolese Redazione 3°A SCG Via Camine, 14 Impaginazione Elena Colucci Art director Michele Carbotti Miriana Miola Responsabile di redazione Stefania Giacobelli Contributi Angelo Lippolis Angelo Palmisano Antonella Semeraro Antonio Nardelli Denis Fuocolare Domenica Angelini Elena Colucci Fabio Ricci Francesco Fumarola Francesco Iudici Francesco Pastore Giovanni Carrieri Giuseppe Loparco Manuela Olivieri Michele Carbotti Miriana Miola Niki Blonda Silvia Lopalco Stefania Giacobelli Valentina Caliandro Valeria Pasculli Vanessa Montanaro Contributi esterni Mariapia Miali Fotograia Michele Carbotti Coordinatore del progetto Maria Rosaria Chirulli Consulenza graica Stefania Pellegrini Nicola Amati


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PRIMO PIANO

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a foto documenta l’esperienza vissuta dalla nostra classe nell’ambito del progetto “Il Quotidiano in classe”, con il quale, oltre alla lettura e all’analisi di alcuni articoli del Corriere della Sera che settimanalmente arriva sui nostri banchi, abbiamo avuto la possibilità di metterci alla prova e realizzare noi un “NUMERO ZERO”, per capire come funziona una redazione, sperimentare tutti i passaggi che dall’ideazione conducono alla stesura dell’articolo, renderci conto della complessità del lavoro di gruppo e della necessità di rispettare tutti quanti i tempi di consegna, afinchè il lavoro giunga a conclusione. E così abbiamo trasformato l’aula in una redazione e in poco più di cinque settimane abbiamo costruito questo numero. Il percorso non è stato semplice, molte le dificoltà e gli imprevisti. Uno fra tutti ha riguardato la copertina. Essa era pronta da un bel po’, dal 12 febbraio: era stata ragionata, pensata in classe. Per la sua elaborazione graica si era consultata la rete, naturalmente prendendo spunto da siti liberi da copyright: partendo da un modello base, avevamo infatti apportato varie e signiicative modiiche. Per raggiungere il risultati avevamo seguito un lungo processo che aveva condotto alla soluzione inale. Ogni elemento graico aveva

un suo senso. L’idea che volevamo trasmettere era quella di adolescenti che non vogliono essere il frutto di un’omologazione, perché noi ci sentiamo parte del mondo e non delle silhouette senza volto. Ma l’8 marzo la professoressa Chirulli ci ha portato una copia dell’Espresso appena uscito e, natural-

mente, abbiamo riscontrato molte analogie. Che fare, allora? Cambiare la copertina? Ci abbiamo provato ma non ci convinceva e così siamo tornati sui nostri passi e abbiamo raccontato la storia anche con le immagini. Abbiamo capito che le idee sono nell’aria.

“Quando moriremo non ci verrà chiesto se siamo stati credenti, ma credibili”. Sono parole di Rosario Livatino. Da oggi, 21 marzo 2014 un nostro laboratorio porterà il suo nome, perchè dalla scuola deve partire forte la lotta alla maia.


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DROGA: CHE FARE?

a cura di Antonio Nardelli otto il proilo medico scientiico, con il termine “droga” o “stupefacente” si indicano tutte quelle sostanze psicoattive, naturali e artiiciali, che hanno un effetto sul sistema nervoso e alterano l’equilibrio psico-isico dell’organismo. La droga, infatti, esercita un’azione distruttiva sia sull’organismo che sul sistema nervoso. Di quest’ultimo, in particolare, agendo direttamente sui neuro-trasmettitori, altera la trasmissione degli impulsi nervosi determinando gravissime conseguenze quali: perdita della capacità di reagire agli stimoli, incapacità di valutare e controllare le proprie azioni, sdoppiamento della personalità, alterazioni mentali, distorta percezione dello spazio e del tempo e alterazione di tutte le funzioni fondamentali. Sull’organismo, la droga è in grado di arrecare danni irreversibili a diversi e molteplici organi ed è, in taluni casi, causa di tumori o patologie similari. L’uso di alcune sostanze può determinare l’insorgenza di fenomeni di dipendenza isica o psichica. La differenza tra droghe pesanti e leggere è sostanziale: le prime portano dipendenza e gravi danni sia all’organismo sia alla psiche, le seconde invece portano dipendenza psichica. La dipendenza isica comporta vari disturbi quali: stordimento, vertigini, dolori muscolari, vomito, diarrea, rinorrea, lacrimazione, crampi, disturbi respiratori, collassi cardio circolari, morte. La dipendenza psichica, invece, determina il bisogno di ricorrere alle droghe e di rifugiarsi in un mondo artiiciale. La droga è molto diffusa fra i giovani che ne fanno uso distruggendo così giorno dopo giorno la propria vita. Si tratta di un problema molto grave che potrebbe essere risolto attraverso una ragionata e seria cultura che dia la possibilità di ricevere tutte le informazioni in merito al fenomeno dell’uso di sostanze stupefacenti, ai loro effetti e ai danni che possono provocare al nostro organismo. In Italia in queste ultime settimane il dibattito sulla possi-

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bile legalizzazione della cannabis e dei suoi derivati (marijuana, hascisc, considerate droghe leggere) si è riacceso a livello politico. Rendere legale l’uso delle droghe leggere potrebbe essere un passo in avanti verso una società più consapevole. Il composto che prevale in tali sostanze è il 9-THC, una proteina che ha varie qualità terapeutiche per la cura del dolore. La marijuana, grazie a questa proteina, potrebbe essere utilizzata da persone malate di cancro e da sieropositivi, per combattere le dolorose conseguenze delle terapie invasive quali la chemioterapia. Alcuni credono che la legalizzazione delle droghe leggere indurrebbe i ragazzi a fare uso di droghe pesanti, perché si pensa che la cannabis sia l’anticamera di sostanze più pericolose. Il vero problema, non risiede nella droga in sé, ma le cause profonde che portano ragazzi e ragazze ad assumere sostanze che danneggiano sempre il proprio organismo. Infatti, come di recente ha scritto il Dott. Veronesi, “ I motivi che spingono il giovane nel baratro mortale della droga pesante sono: l’angoscia esistenziale, l’alienazione da genitori e amici, l’inadeguatezza interiore che si rilette nello studio, nel lavoro e nei rapporti umani. Rendere la cannabis un tabù o un piccolo crimine non serve affatto ad affrontare il problema. Se si deve ricorrere alla proibizione, signiica che abbiamo fallito nella nostra azione educativa. La droga è un problema più sociale e culturale, che penale e una legge che impone sanzioni pesanti o addirittura la prigione non può risolverlo.”

(fonte testo consultato www.atuttascuola.it)


5 di Stefania Giacobelli e Giuseppe Loparco

Per completare il fumetto di Giuseppe Loparco sull’omofobia, abbiamo ritenuto opportuno condurre nel nostro Istituto un sondaggio per conoscere gli orientamenti di pensiero dei nostri coetanei su: alcool, droga, educazione sessuale nella scuola, omofobia. Sono state coinvolte le quattordici classi della sede centrale dell’ISTITUTO PROFESSIONALE “ALFONSO MOTOLESE”, per un totale di 217 questionari distribuiti. Un campione interessante le cui risposte riportiamo in appendice di pagina, per una rilessione personale.


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IL SESSO SIA CON VOI di Antonella Semeraro

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adolescenza è una fase un po’ particolare per noi: gli amici, le prime cotte, i genitori che non ci capiscono, la voglia di cambiare, di essere ribelli, di non seguire nessun tipo di regole. E’ tutto così straziante, anche perché è il periodo in cui noi giovani raggiungiamo una certa maturità sessuale. Mi chiamo Antonella e ho quasi diciassette anni, sto con un ragazzo da poco più di due mesi. Sono già stata idanzata altre volte, l’ultima storia è durata circa un anno ma è inita per varie incomprensioni. Detto ciò, mi ritrovo vari pomeriggi a parlare con la mia migliore amica al telefono, di un po’ di tutto e di certo non esitiamo a parlare di discorsi più intimi. In altre parole: sesso. Ora io credo, che prima di affrontare un’esperienza sessuale sarebbe giusto aspettare, approfondire il rapporto.

Non credo che ci sia un’età giusta per “la prima volta” quando lo si fa con la persona che realmente si ama. Ovviamente per la prima volta c’è il timore di svelare la propria intimità, la paura di sentire dolore o semplicemente di non sapere come fare: fare l’amore per la prima volta può essere anche fonte di angoscia. E’ per questo che non dobbiamo precipitarci, avere fretta, ma aspettare il momento giusto che giunge quando la relazione ha creato iducia l’uno nell’altra. Credo che per andare bene, ne devi avere davvero voglia e bisogna cercare di evitare ogni tipo di pressione o condizionamento. È davvero dificile arrivare al settimo cielo durante la prima volta. Credo che la sessualità sia un cammino, un processo che migliora con il tempo ed è strettamente legata alla relazione affettiva e sentimentale.


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L’AMORE ESISTE? di Vanessa Montanaro

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ra i tanti problemi adolescenziali troviamo quello dell’amore. Problema perchè in alcuni casi il sentimento non è ricambiato; in altri casi l’amore inisce, e ciò comporta molta sofferenza per ragazzi o ragazze. Nonostante ciò noi non vogliamo rinunciare all’amore e, quindi, smettere di soffrire. Soffriamo e non vogliamo dimenticare nulla. Nulla di quei momenti trascorsi insieme, nemmeno gli sguardi. L’amore supera ogni barriera, ti fa piangere, ridere, ballare, cantare… e se l’amore inisce si deve ritentare, a costo di soffrire ancora una volta. Ma c’è chi non accetta la ine di un amore, e questo porta alla violenza (come spesso purtroppo sentiamo in televisione) o peggio, alla depressione e al suicidio. L’amore è sentirsi un’unica cosa con l’altro, è un sentimento che appartiene all’uomo e che bisogna custodire. È considerato come il sentimento più bello in assoluto, anche se molte volte fa soffrire. Molte volte ci chiediamo “cos’ho io di sbagliato? Cosa c’è che non va in me?” e ci fa sentire inutili. È come una malattia. L’amore non fa parte della mente, ma del cuore. Non può essere manovrato. Amore è pazzia, amore è dire

“per te farei di tutto”, amore è morire al solo pensiero che un altro possa stare al tuo posto, amore è sentire le “farfalle nello stomaco”, amore è quella sensazione che ti fa stare in pace col mondo intero, amore è quando trovi qualcuno che ti cambia la vita, che la rende migliore, che sostituisce e riempie il vuoto di chi se n’è andato. È quando trovi qualcuno per cui vale la pena sorridere. Al giorno d’oggi l’amore viene espresso anche attraverso le canzoni. Parole e note che si intrecciano e creano qualcosa di straordinario, che può sconvolgere l’animo di qualcuno che soffre per un amore troppo grande, non corrisposto, tradito, sofferto, complicato o irraggiungibile. Ma anche attraverso sms, scritte sul muro o ilm. Se ci pensiamo, l’amore è con noi in ogni singolo momento. È qualcosa di magico che nessuno riesce a spiegare in poche parole. Di sicuro sappiamo che non si tocca e non si vede, e che non puoi farne a meno una volta che l’hai provato. Proprio come diceva Mina: “Tu sei arrivato, mi hai guardato, e allora tutto è cambiato per me. Mi sei scoppiato dentro il cuore all’improvviso, perchè mi hai guardato come nessuno mi ha guardato mai. Mi sento viva all’improvviso per te.”

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LE NOSTRE PAURE: UN TABU’

di Fabio Ricci

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gni epoca ha le sue paure. Nel Medioevo si temevano il giudizio di Dio, la malattia e la morte. In particolare l’Inferno era la paura più forte: lì inivano tutti coloro i quali avessero peccato, mentre i buoni andavano in Paradiso. Oggi ci troviamo in un’epoca di crisi e le paure non hanno un volto ben delineato; tuttavia il timore più diffuso è quello di non trovare lavoro o di perderlo. Sono in tanti coloro che trovandosi senza lavoro hanno deciso di mettere ine alla loro vita. Quasi tutti i giorni si sente al telegiornale la notizia di qualcuno che si suicida dopo aver perso il lavoro e questo mi spaventa e mi addolora. Anche per me quella della morte è una paura molto sentita, perché nessuno sa che cosa c’è dopo di essa, se la vita è eterna o se invece tutto inisce con la morte isica delle persone. Anche se sono religioso e la Chiesa rassicura che esiste una vita ultraterrena, io nel mio intimo, ho timore che non sia così e quindi ho una grande paura di quello che ci attende dopo la morte. Un’altra mia paura è legata alle malattie perché mi spaventa l’idea di non stare bene in salute e di essere costretto a chiedere aiuto agli altri anche per fare le cose più semplici della vita di ogni giorno. Mi spaventa anche l’idea che la grande crisi economica di questi ultimi anni continui ancora nel futuro e che quindi io da grande possa avere dificoltà a trovare un lavoro che mi piaccia e mi permetta di mantenermi da solo. Tutte queste paure devono essere affrontate parlandone con i propri genitori o con i propri insegnanti, che forse ci rassicurerebbero anche se probabilmente la situazione non cambierebbe. Se ne parlassi con i mie genitori non so che cosa mi direbbero ma ci proverò. Non so con esat-

tezza come ragazzi e ragazze affrontino le proprie paure, anche perché è un argomento di cui non amano parlare. Credo, invece, che sia importante esternare i propri timori e confrontarsi tra coetanei, perché attraverso il dialogo le paure vengono ridimensionate.


LEGGERE NON HA ETĂ€ di Stefania Giacobelli


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QUANDO LA SCUOLA PROMUOVE IL COMMERCIO: L’ESPERIENZA DELLA 3°A SCG

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uest’anno la nostra classe nell’ambito delle attività didattiche con obiettivo l’educazione interculturale, ha realizzato la traduzione in lingua inglese e francese del listino prezzi fornito dal gestore del Caffè Florien. Martina Franca è inserita in un circuito turistico che negli ultimi anni ha visto l’aumento delle presenze straniere. Da un’indagine condotta sul territorio, si è constatato che nessun bar presente a Martina aveva il proprio listino prezzi tradotto in Inglese e Francese. Dal momento che la nostra classe segue l’indirizzo commerciale con opzione pubblicitaria, si è pensato di offrire al territorio un servizio che, da un lato ha permesso di apprendere termini in inglese e francese, e dall’altro

legare la scuola al territorio. La prima fase ha visto ciascuno studente/ studentessa tradurre una pagina del listino, poi le insegnanti hanno apportato le correzioni. I testi sono quindi stati trascritti al computer da Michele Carbotti e Loparco Giuseppe che hanno prodotto una bozza di stampa grazie alla collaborazione del centro fotocopie e stampe Basile. Tale bozza è stata consegnata in data 30/11/2013 al gestore del Caffè Florien per l’approvazione del deinitivo. Una volta realizzato il listino inale, nell’Istituto Motolese c’è stata la consegna uficiale dello stesso alla presenza delle docenti Magistri Paola (lingua Inglese), Cava Antonella (lingua Francese), Chirulli Maria Rosaria (Italiano), Tiziana Andreace (sostegno), Pellegrini Stefania (Graica) e la Dirigente scolastica Adele Quaranta. Quest’esperienza ha permesso di capire la complessità di un lavoro che sembrava facile e che ha richiesto ben due mesi, perché nella traduzione e nella trascrizione si riscontravano tanti errori.


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I CONSIGLI DI UNO SCRITTORE Alcìde Pierantozzi, che nello scorso novembre è stato ospite nella nostra scuola, all’interno del progetto “Il contagio felice della lettura”, in questa intervista esclusiva ci fornisce titoli di romanzi e ilm importanti nel percorso di costruzione dell’identità degli adolescenti. di Angelo Lippolis

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.: Noi adolescenti non amiamo leggere,anche perchè per noi non è facile individuare il libro giusto. Quali sono i libri che lei consiglierebbe a noi adolescenti? R.:I libri consigliati sono “Un giorno questo dolore ti sarà utile” di Peter Cameron, “Un complicato atto d’amore” di Miriam Towes, “La bambina che amava Tom Gordon” di Stephen King, “Io non ho paura” di Ammaniti, i racconti horror di Ray Bradebury e “L’anulare” di Ogawa Yoko. Sono tutti libri dal ritmo veloce, alcuni dai toni cupi e di grande tensione. Alle ragazze consiglio “Dei bambini non si sa niente”,di Simona Vinci. A chi ama lo sport consiglio “Open” di Agassi oppure la biograia di Ibrahimovic uscita da Rizzoli. D.: Lei è un cultore del cinema, potrebbe indicarci alcuni ilm signiicativi per la nostra formazione culturale. R.: Film consigliati: “Lo squalo” di Spielberg, vi servirà per comprendere meglio i meccanismi della suspence narrativa. Poi consiglio “La vita di Adele”, splendido ilm su bullismo e omosessualità. Di Bertolucci potete vedere 2 ilm che hanno come tema la droga: “La luna”e poi, più recente, “Io e te”, tratto dal racconto di Ammaniti. Consiglio anche il ilm di Roberto Faenza “Un giorno questo dolore ti sarà utile”. Interessanti poi tutti i ilm Gus van Sant,soprattutto “Milk.” D.: In “Ivan il terribile’’ lei ha affrontato il dramma di un adolescente che scopre la propria omosessualità. Quali sono le sensazioni di un adolescente dinanzi a questa scoperta? Che cosa diventa importante per superare positivamente questa situazione? Ancora oggi in Italia sono molti i ragazzi che si tolgono la vita per questa ragione.

R.: Più che parlare della scoperta dell’omosessualità, “Ivan il terribile” racconta quanto sia dificile conoscere la propria identità, non solo sessuale ma anche culturale, politica. Certo quella sessuale è la più contrastata e giudicata nel mondo in cui viviamo, soprattutto durante la fase adolescenziale che è il periodo durante il quale si si scopre il sesso. Ma è solo una componente tra decine. Per fortuna le cose cambiano come il libro che ne è una piccola dimostrazione, da qualche giorno Ignazio Marino Sindaco di Roma ci ha dato la possibilità di andare nelle scuole della capitale. D.: Qual è stato il primo libro che le ha fatto amare la lettura? R.: Il libro che mi ha fatto innamorare è “It” di Stephen King, per me è stato più importante dell’Odissea di Omero. Credo sia una delle opere più grandi della contemporaneità.


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I CONSIGLI DI SILVIA Salve, ragazze e ragazzi! In questa pagina vi regalo alcuni consigli di lettura. Spero che vi piacciano. Da ogni libro ho scelto un passaggio che mi ha particolarmente colpito. di Silvia Lopalco

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l romanzo “Bianca come il latte rossa come il sangue”di Alessandro D’Avenia è consigliabile per chi non può fare a meno di sognare e credere nell’amore, anche il più improbabile. È un romanzo coinvolgente che può far piangere e anche sorridere, con vicende d’amore e amicizia fra i

tre protagonisti, sotto uno sfondo di speranza e malattia. È un libro adatto a tutti dal quale è dificile rimanere delusi. “E un bacio è il ponte rosso che costruiamo tra le nostre anime, che danzano sulla vertigine bianca della vita senza paura di cadere”

Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte” di Mark Haddon è un giallo commovente, verosimile e molto divertente. Affronta una tematica dificile: l’autismo, in particolare la sindrome di Asperger. Il protagonista si chiama Christopher Boone e ha soli 15 anni, è un appassionato di Sherlock Holmes, e quando vede il cane della vicina traitto da un forcone non esita a scoprire a tutti i costi il colpevole. L’indagine lo porterà ad intraprendere un viaggio

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l libro “Hunger Games” di Suzanne Collins lo consiglio agli appassionati di avventura. È una straordinaria combinazione di azione, amore e amicizia, che vi terrà tutti col iato sospeso ino all’ultimo istante. La vicenda narra di un futuro post-apocalittico in cui ogni anno si celebrano gli Hunger Games, dei giochi di fame: dai dodici distretti di Capitol City (un’immaginaria regione americana) vengono scelti una ragazza e un ragazzo che si scontreranno in una lotta di sopravvivenza all’ultimo sangue. Solo uno ne uscirà vincitore. Vincere signiica fame di ricchezza. Perdere signiica morte certa. Ma per vincere bisogna scegliere. Tra sopravvivenza e amore. Egoismo e amicizia. Quanto sei disposto a perdere? “Felici Hunger Games! E possa la buona sorte essere sempre a vostro favore”

con impensabili scoperte che gli cambieranno la vita. “…Perché voler bene a qualcuno signiica aiutarlo quando è nei guai, prendersi cura di lui, dirgli sempre la verità, e mio padre si prende cura di me quando mi metto nei guai, come quando è venuto alla stazione di polizia, e si prende cura di me cucinando per me, e mi dice sempre la verità, e questo signiica che mi vuole bene.”


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COMMENTATI DA... di Valeria Pasculli

Comasia: perché c’era l’amore del mio sposo. Veleno: ma nonno non c’era. Comasia: tuo nonno aveva una forza che non puoi immaginare, il giorno delle nozze mi fece attraversare la soglia di casa tenendomi in braccio come una piuma. Veleno: è tradizione che lo facciano i nostri maschi. Comasia: Francesco, io mi sentivo una piuma, leggera, ero l’essere più prezioso sulla faccia della terra perché tuo nonno mi trasmetteva un senso di pace e dolcezza, mi trasmetteva la protezione degli astri e del suo sangue. Veleno: e adesso? Comasia: l’amore non mi passa mai. Anche se lui non c’è, l’amore è rimasto. Veleno: già. Comasia: se torna, se torna..(fece un grande sospiro) se torna, troverà apparecchiato. La sua era l’aria di chi il suo sogno d’amore avrebbe presto realizzato.” Mario Desiati racconta la storia di un ragazzo Francesco,soprannominato Veleno e del suo amore proibito per la sua professoressa di educazione tecnica Donatella Telesca. A vivere questa vicenda con loro ci sono i compagni di classe: Nappi il cinico pluribocciato e Mimmo. Un pomeriggio in classe dopo le lezioni tutto precipita. Veleno, Mimmo, Nappi e Donatella si ritrovano in un vortice di piacere che però termina con l’arresto della professoressa. Ma ormai la passione di Veleno è iorita e sembra non avere una ine anche dopo le sedute con lo psicologo Pippo. Anche quando Donatella viene processata e viene incarcerata, lui continua ad amarla e le scrive lettere di

conforto per ricordarle che quel pomeriggio a scuola si erano amati e che lui non l’avrebbe mai dimenticata e che l’avrebbe aspettata in eterno. Con il passare degli anni, Francesco si idanza con un’altra ragazza che a sua volta si invaghisce di un uomo più grande. Veleno trova conforto in Alex, un ragazzo paralizzato a causa di un incidente, che gli parla del suo amore per Azzurra a cui ha rinunciato per non rovinarli la vita. Veleno, invece, al suo amore non vuole rinunciare, non vuole abbandonare il suo sogno, quello di poter dichiarare al mondo il suo amore per Donatella. Desiati con questo coinvolgente romanzo mette in primo piano uno dei problemi più sentiti dell’adolescenza: l’amore. Quel sentimento tenero e forte che fa breccia dentro i cuori di tutti e che pone i ragazzi di fronte a scelte dificili, incertezze e paure. Una storia che si legge con il iato sospeso e il cuore che batte.

Monica ha fatto un altro tiro e ha detto: “ho avuto anch’io quindici anni.” Poi si è girata verso il cane: “quindici anni, Diablo! Hanno quindici anni come te! “. Ho visto che premeva la cicca sul posacenere e poi: “ a quindici anni, Sara, è più dificile disintossicarsi dalle sigarette, dall’amore o dalla musica?!” L’adolescenza, vista dal punto di vista di Alcide Pierantozzi ci dà modo di rilettere su alcune tematiche: L’amore non ricambiato, l’amicizia, il continuo disagio con il mondo degli adulti. Ivan il terribile è un libro crudo e tenero allo stesso tempo, come lo è solo l’adolescenza. Quindici anni, un’età di eterna incomprensione, di solitudine ma anche di curiosità. Spesso ci si trova a fare i conti con un amore non corrisposto o con un’amicizia che si è andata a sfumare con il tempo a causa di piccole incomprensioni, molte volte ci si trova catapultati in un mondo non adatto a noi: i problemi dei genitori diventano i pro-

blemi dei igli, incrementando la nostra insicurezza e la paura. Ivan, Federico e Sara sono i protagonisti di questo romanzo imperdibile. Tutti e tre hanno complessi problemi familiari alle spalle che sono stati determinanti nella loro formazione emotiva e hanno causato dificoltà interiori. La trama si svolge a Roccaluvione, dove i personaggi vivono, Sara lavora presso il maneggio del papà di Ivan e sogna di correre alle Campanelle con il suo cavallo, Usa. Federico è molto timido, insicuro ed è in contrasto con sua madre. Ivan è crudele, presuntuoso ed ha trascorso gli ultimi sei messi in un carcere minorile per un reato ignoto, e che ha un debole per Mariah Carey. Una passione che spingerà i tre ragazzi ad affrontare un viaggio per Roma, nascosti in un vano per cavalli, un viaggio che li costringerà a fare i conti con i propri segreti che diventerà un’occasione per rivelare il loro assoluto bisogno d’amore.


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L’AUTOLESIONISMO di Valentina Caliandro

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autolesionismo è un argomento che negli ultimi anni sta facendo parlare sempre di più. È uno di quei problemi che ci sono da tempo, ma nessuno fa niente per evitare che si diffonda. I giovani associano “l’autolesionista” al “depresso” e questo è sbagliato, perché i veri autolesionisti sono quelli che nascondono i tagli con un sorriso. Ultimamente ci sono stati degli studi più approfonditi a riguardo e nel 2010 è stata formalmente mossa la proposta di includere l’autolesionismo come diagnosi distinta nella quinta edizione del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-5). I fattori che spingono gli adolescenti ad autolesionarsi possono essere vari, ma quello che esercita un peso notevole è il bullismo. Nella nostra generazione gli adolescenti sono molto più sensibili di quelli di un tempo, e di conseguenza più cattivi. Danno valore alle apparenze, ti giudicano dall’aspetto esteriore ed è come se ti attaccassero un’etichetta che dice a tutti chi sei, o chi sembri. Gli adulti non riescono a comprendere ino in fondo quanto sia duro sopravvivere al mondo e alla società di oggi, e per i soggetti più deboli l’unica maniera di manifestare il proprio dolore è attraverso l’auto-mutilamento. È un modo per esprimere, attraverso le lesioni sul proprio corpo, la vergogna di se stessi. Ci sono momenti in cui le nostre emozioni di adolescenti smarriti e confusi

sono così forti, che non si riesce a mettere a fuoco cosa fare e l’unico modo attraverso cui si riesce ad avere una gratiicazione istantanea è il segno lasciato da noi stessi sul nostro corpo: la lesione, appunto. Anche a costo di sentire dolore: Dolore che, in realtà non si sente, perché cancellato dalla soddisfazione di esprimersi. Molti ritengono che l’autolesionismo sia l’anticamera del suicidio, infatti in quel momento si pensa che non è importante se si va troppo oltre. Dell’autolesionismo si diventa schiavo in poco tempo e anche se si cerca di nascondere i tagli con il trucco o con i braccialetti, i problemi non iniscono. Può arrivare un momento in cui lo si fa da così tanto tempo che alla ine si dimentica che i segni, le ferite sono lì, e che qualcuno potrà vedere le cicatrici. Quello è il momento in cui tutto inisce. Tutti vengono a sapere del più oscuro e intimo segreto, e così si comincia a ferirsi in posti più nascosti. Col tempo la cosa diventa seria e ci si accorge di essere arrivati al limite solo quando si giunge al gesto grave: il suicidio. In questo momento ci si rende conto che non si può continuare a vivere una vita così e si accetta di farsi aiutare. Per guarire del tutto dall’autolesionismo non ci sono cliniche speciiche, purtroppo, ma ci sono alcuni centri di sanità mentale che possono essere utili o, se il problema non è particolarmente grave, uno psicologo può essere d’aiuto.


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di Manuela Olivieri

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IL BULLISMO

li adolescenti hanno tanti problemi. Uno di questi è il BULLISMO, ed è quello più frequente. Se una persona è vittima di bullismo può arrivare a fare cose contro la sua volontà: fare uso di droghe, fumare, mangiare di meno ino a diventare anoressico/a o, nel peggiore dei casi, arrivare al suicidio. Esistono diversi tipi di bullismo, che si dividono principalmente in bullismo diretto e bullismo indiretto. Il bullismo indiretto tende a danneggiare la vittima nelle sue relazioni con le altre persone, escludendola e isolandola per mezzo soprattutto del bullismo psicologico e quindi con pettegolezzi sul suo conto. Il bullismo diretto è caratterizzato da una relazione diretta tra vittima e bullo e, a sua volta, si distingue in: bullismo isico, bullismo verbale, bullismo psicologico, cyberbullying o bullismo elettronico. Il cyberbullying è molto diffuso ma non sempre rilevato a causa dell’anonimato con cui agiscono gli aggressori magari tramite l’uso di email, siti web, social network, etc. Secondo l’Indagine nazionale sulla Condizione dell’Infanzia e dell’Adolescenza pubblicata nel 2011 le forme di prevaricazione (bullismo) più comunemente messe in atto da bambini e ragazzi sono la diffusione di informazioni false o cattive sul proprio conto (25,2%), provocazioni e prese in giro ripetute (22,8%), essere ripetutamente oggetto di offese immotivate (21,6%). Il 10,4% degli intervistati ha detto di subire una continua esclusione/isolamento dal gruppo dei coetanei. Le forme di bullismo indiretto (verbale) appaiono quindi molto più diffuse rispetto alle forme di bullismo isico. Il bullismo

riguarda sia i maschi che le femmine. In generale, le azioni di bullismo diminuiscono con la crescita. Gli effetti del bullismo possono essere gravi e permanenti, infatti si stima che circa 15-25 giovani ogni anno tentano il suicidio a causa del bullismo. L’ultimo caso di suicidio è di una ragazza di nome Nadia che si è lanciata nel vuoto dal decimo piano dell’ex hotel Palace di Cittadella. Solo 14 anni e una vita davanti, spezzata troppo presto a causa dell’umiliazione ricevuta dai suoi coetanei su un social network. Nadia non riusciva più a sopportare un peso così grande, perché le parole se non misurate, fanno male e poi, a 14 anni, feriscono ancora di più. Il idanzato e gli amici non sono riusciti a fermarla eppure nessuno l’aveva mai presa sul serio, perché Nadia era una ragazza seguita dalla famiglia e come tutti gli adolescenti voleva sentirsi libera, desiderando l’autonomia e l’indipendenza. L’ennesima vittima del mostro che si cela al di là dello schermo, nel silenzio violento di alcune parole scritte e urlate con cattiveria contro chi è costretto a subirne gli effetti. Il cyberbullismo colpisce ancora una volta, aggiungendo un altro nome su una lunga lista che sembra non raggiungere la ine. Quello di Nadia poi non è stato un caso isolato. Molti altri adolescenti si trovano nei suoi panni, in attesa che quella goccia faccia traboccare il vaso, in attesa che qualcuno prenda in mano la situazione e crei un campanello d’allarme. È necessaria la comunicazione, ma soprattutto il rispetto, afinché nessuno sia costretto a morire per il peso delle pressioni psicologiche di un qualcuno. Perché altri non si vedano costretti a togliersi la vita a soli 14 anni.


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LA STORIA IN UNA TAZZA DI CAFFE’ Ricerca a cura di Mariapia Miali IV A SCG

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uesto lavoro di ricerca dedicato al caffè vuole essere uno stimolo ad incuriosirci ai misteri della storia, attraverso la conoscenza delle origini della bevanda più consumata nel mondo. Infatti, secondo un recente studio svolto dall’università Bocconi, ogni giorno nel mondo si bevono 2.610.728.877 tazzine di caffè. In un anno perciò si consumano 161 mila milioni di litri di caffè, a fronte di 242 mila milioni di litri d’acqua. E’ questa la ragione per la quale il prossimo anno, EXPO 2015 che si terrà a Milano avrà 9 padiglioni tematici, legati al cibo e all’alimentazione, uno dei quali dedicato proprio al caffè. Ogni volta che beviamo una tazzina di caffè prendiamo parte ad uno dei misteri della storia della cultura, in quanto malgrado l’arbusto del caffè cresca allo stato selvatico sui rilievi dell’Africa dal Madagascar alla Sierra Leone, dal Congo alle Montagne etiopi, e sia forse indigeno anche in Arabia, non vi è prova certa del fatto che il caffè fosse noto o usato nel mondo antico greco o romano, mediorientale e africano.

(fonte immagine wikipedia)

I documenti giunti ino a noi fanno risalire l’uso del caffè al XV secolo nei monasteri sui dello Yemen, nonostante storici europei ed arabi citino resoconti africani e testimonianze risalenti ino al VI secolo. Rimangono oscure le ragioni per le quali mercanti, viaggiatori e soldati medioevali non abbiano fatto conoscere tale pianta. Il primo a descrivere la pianta del caffè (bunn) e gli effetti della bevanda (buncham) è il medico islamico “Rhazes”, ma il testo che parla della bevanda è “Il canone di medicina”, scritto da Avicenna (980-1037), nel quale fra le 730 droghe elencate compare appunto la bevanda del caffè (buncham), poi sul caffè cala il silenzio per cinquecento anni.

principalmente per tenersi svegli durante le preghiere notturne. Inizialmente gli arabi ne proibirono l’esportazione, per non diffondere il segreto di una pianta considerata magica e preziosa, anche perche’ in Arabia ino al 1400 i grani di caffe’ oltre che come bevanda, venivano utilizzati da alcuni medici con inalita’ curative. Il caffè si divulgò da un convento musulmano all’altro, ino a conquistare l’intero mondo arabo. Gia’ dal XV secolo alla Mecca e a Medina erano presenti gli antenati delle Caffetteria: gli uomini vi entravano e degustavano un caffe’ amaro (solo in seguito venne introdotto l’uso di zuccherarlo) e denso, per cui gli effetti eccitanti erano frequenti. In quelle botteghe, arredate e variopinte secondo la moda orientale, l’inTra i secoli XIV e XV, il caffe’ era contro continuava tra l’ascolto della una bevanda notevolmente diffu- musica e lo svolgersi dei tipici giochi so presso gli arabi (Arabia, Yemen, popolari. Siria, Egitto), dove era consumato Purtroppo l’uso della bevanda in-


18 contrò non pochi ostacoli presso la popolazione araba per via dei rigidi imperativi della legge islamica che contrastavano con i suoi effetti eccitanti, alcune autorita’ ne condannarono l’uso nei locali pubblici: si assistette alla chiusura delle botteghe del caffe’ e all’arresto dei negozianti, al sequestro delle scorte rinvenute in deposito, le quali vennero bruciate pubblicamente. Fu grazie al Sultano d’Egitto, che revocando gli ordini emessi, fece raggiungere al caffè una diffusione cosi’ ampia da divenire una bevanda sempre piu’ popolare. Nonostante il diffuso gradimento popolare, il caffè incontrò l’ostilita’ delle autorita’ religiose islamiche, le quali constatarono che all’aumento delle frequenze nelle bettole, corrispondeva la diserzione dei fedeli dalle pratiche nelle moschee. Decisero, quindi, di allarmare la popolazione con un provvedimento che rendesse noti i danni che il caffe’ arrecava all’organismo umano, seguito da persecuzioni isiche ed ideologiche: nelle moschee si tuonava contro tale bevanda predicando che, oltre ad essere vietata dalle leggi, berla costituiva peccato ancor piu’ grave dell’ intrattenersi nelle bettole; taluni predicatori cominciarono ad affermare che, nel giorno del giudizio universale, il volto di coloro che avevano assunto la bevanda, sarebbe apparso piu’ nero della pentola con la quale l’avevano preparata. Tutto ciò era dovuto alla preoccupazione delle autorità, da un lato, che temevano lo sviluppo di tendenze di ribellione all’interno delle caffetterie, dei religiosi,dall’altro, il timore di perdere il proprio prestigio, constatando una minore partecipazione alle funzioni religiose. Le restrizioni non valsero a nulla, non riuscirono ad impedire che si continuasse a bere il caffe’, almeno privatamente; in breve, divenne la bevanda uficiale e piu’ diffusa, tanto da meritarsi il titolo di “vino dell’Islam”.

Nella seconda metà del Seicento il caffe’ fece la sua comparsa in occidente: gli studiosi sono concordi nel issare l’ingresso uficiale del caffè nell’anno della sconitta e cacciata dei turchi da Vienna. Negli accampamenti abbandonati dagli Ottomani, furono trovati dei sacchi pieni di strani chicchi scuri che nessuno aveva mai visto e che soprattutto nessuno sapeva utilizzare. Fu un certo Kolschitzky, un polacco che aveva vissuto a lungo in Turchia, a farsi consegnare i sacchi e ad aprire subito una bottega del caffè, che sulle prime non riscosse un ampio successo. Kolschitzky, però, non si perse d’animo: mescolo’ caffe’ con miele e latte, ottenendo una bevanda molto simile al cappuccino di oggi il cui successo fu immediato: nacque così il primo caffe’ del mondo europeo chiamato “la bottiglia blu”, il primo trionfo per il caffe’ nell’occidente. (fonte immagine wikipedia)

Georg Franz Kolschitzky (igura) suddito polacco dell’impero asburgico aveva conosciuto la bevanda negli accampamenti turchi: fu lui ad aprire a Vienna con il permesso dell’imperatore nel 1685 il primo locale per la

degustazione del caffè turco diventato poi famoso con il nome di “Zur blauen Flasche” (Alla bottiglia blu). Un caffè viennese: Café Griensteidl Il caffè è stata la bevanda dell’Illuminismo, età durante la quale i pensatori occidentali si spinsero oltre la saggezza degli antichi e si aprirono a nuove idee; il timore per l’autorità fu sostituito dalla critica, dalla tolleranza e dalla libertà di pensiero. La diffusione in Europa di questo nuovo razionalismo fu rispecchiato proprio dall’uso di questa nuova bevanda che, contribuendo all’attenzione e alla chiarezza di pensiero, era perfettamente adatta ai tempi. Il caffè, come abbiamo già detto, è originario del mondo arabo. Esistono diverse leggende romantiche della sua scoperta: una vuole che un pastore di capre etiope avesse notato il suo gregge che diveniva particolarmente vivace dopo aver consumato le bacche rosso-brune di un certo albero. Le assaggiò dunque lui stesso e, provati i loro poteri stimolanti, trasmise la sua scoperta. Inventò un nuovo modo per preparare le bacche, essiccandole e facendole bollire poi nell’acqua per ottenere una bevanda calda, che usava per restare sveglio durante le cerimonie notturne. Un’altra storia racconta di un uomo di nome Omar condannato a morire di fame nel deserto fuori Mocha, una città dello Yemen. Una visione lo condusse a un albero di caffè, di cui mangiò alcune bacche. Questo gli diede la forza per tornare nella sua città, e la sua sopravvivenza fu interpretata come un segno del volere di Dio di risparmiarlo perché tramandasse all’uomo la conoscenza del caffè. Nel XV secolo il caffè era stato adottato dai sufï che lo usavano per tenere sotto controllo il sonno durante la cerimonie religiose notturne. Il caffè si liberò delle sue originarie associaContinua a pagina 23


CHI FA DA SÈ

IL MURALES REALIZZATO DA SIMONE PERRINI ( NELLA FOTO ) NELL’ AMBITO DELLE ATTIVITÀ DI ORIENTAMENTO. L’AUTORE HA VOLUTO ESPRIMERE LA CREATIVITÀ NECESSARIA NEL PERCORSO SCOLASTICO DA LUI SCELTO.


È FA PER TRE


23 zioni religiose e divenne una bevanda sociale,venduta alla tazza per le strade, sulla piazza del mercato e inine in appositi luoghi. I caffè erano luoghi in cui le persone rispettabili potevano permettersi di farsi vedere. Studiosi musulmani obiettavano che fosse un eccitante, dunque soggetto alle stesse prescrizioni religiose del vino e degli altri alcolici, proibiti da Maometto dopo una lunga discussione su i suoi effetti eccitanti, si proibì la vendita e il consumo di caffè. Nel giro di pochi mesi però il caffè fu di nuovo consumato pubblicamente, infatti ciò su cui tutti si trovavano d’accordo era la necessità di deinire illegalmente l’ebbrezza. I caffè ospitavano pettegolezzi, voci, dibattiti politici e discussioni satiriche, perciò nel giro di mezzo secolo la novità esotica divenne di uso comune in parte dell’Europa occidentale. Intorno al 1650 si incominciarono ad aprire in Gran Bretagna e dal 1660 anche ad Amsterdam e l’Aia. I caffè inglesi iorirono come alternative alle taverne. Erano ben illuminati, dotati di scaffali carichi di libri, specchi, quadri in cornici dorate e un arredamento curato, in contrasto con il buio e lo squallore delle mescite di alcolici. La frequentazione dei caffè da parte degli uomini d’affari assicurò ai locali una continua popolarità dopo la restaurazione. Il primo caffè cittadino fu aperto nel 1652 da Pasqua Rosee. Il volantino che annunciava il lancio dell’attività si intitolava “ La virtù della bevanda del caffè”, infatti fu l’illustrazione dei beneici commerciali del caffè ad attirare i clienti. A volte in quei locali si servivano an-

che altre bevande, come la cioccolata calda e il tè, ma il caffè restava la bevanda predominante. Le donne lamentavano che i loro mariti stavano bevendo così tanto caffè da divenire “aridi come i deserti da cui si dice giunga quella sventurata bacca”, inoltre visto che ormai gli uomini passavano tutto il loro tempo nei caffè, in cui le donne non erano ammesse “l’intera razza correva il rischio di estinguersi”. Il caffè fu adottato anche in Olanda, e gli olandesi furono i primi a violare il monopolio arabo, conquistando il controllo del mercato delle spezie e diventando nel giro di poco la prima potenza commerciale al mondo. I mari olandesi sottrassero talee di

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piante del caffè arabe per portarle ad Amsterdam, dove furono coltivate con successo in serra. Negli anni successivi al 1690 la compagnia delle Indie orientali olandese stabilì delle piantagioni in Indonesia. Poi vennero i francesi. Le esportazioni di caffè verso la Francia cominciarono nel 1730 e la produzione superò la domanda nazionale a tal punto che i francesi presero a spedire il caffè da Marsiglia verso il Levante. Il caffè si era imposto su tutto il globo come alternativa all’alcol ed era apprezzato soprattutto dagli intellettuali e dagli uomini d’affari. Quando un uomo d’affari voleva informarsi sulle ultime notizie, tutto ciò che doveva fare era entrare in un caffè. Lì

al prezzo di una tazza di caffè poteva leggere gli ultimi libelli e notiziari, concludere affari o prendere parte a discussioni letterarie o politiche. I caffè erano europei che fungevano da luoghi di scambio di informazioni. Alcuni caffè esponevano sui loro muri i prezzi delle derrate, di borsa o le liste delle spedizioni di merce; i caffè inirono per legarsi a certi commerci, fungendo da luoghi d’incontro in cui attori, musicisti o marinai potevano recarsi se cercavano lavoro. Questo valeva soprattutto per Londra, dove nel 1700 erano stati aperti centinaia di caffè, ognuno col suo nome o insegna distintiva sopra la porta. I clienti abituali di un determinato caffè potevano presentarsi un paio di volte al giorno, bere una tazzina di caffè, sentire le ultime notizie e veriicare se per caso ci fosse posta per loro. (igura) “Gli stranieri osservarono che il caffè era ciò che distingueva Londra da tutte le altre città”. Le discussioni nei caffè plasmavano e rilettevano l’opinione pubblica. In teoria i caffè erano luoghi pubblici aperti a qualunque uomo, ma i loro arredi casalinghi, i mobili comodi e la presenza di una clientela abituale conferivano loro anche un’atmosfera confortevole e domestica. A Londra fra il 1680 e il 1730 si consumavano più caffè che in un altro luogo della terra. I diari del tempo sono pieni di riferimenti al caffè, come quello di Samuel Pepsy “Di lì al caffè”. Ricordiamo anche il diario di Hooke che racconta che ricorreva ai caffè come luoghi per discussioni accademiche con gli amici, per negoziare con costruttori e fabbricanti di strumenti e addirittura per com-


24 piere esperimenti scientiici. I caffè erano centri di autoapprendimento, nel loro complesso erano l’Internet dell’Illuminismo. Il primo caffè in Europa occidentale aprì nella cittadina universitaria di Oxford, dove un libanese di nome Jacob avviò un locale nel 1650, due anni prima dell’inaugurazione di Pasqua Rosee a Londra. Quando il caffè divenne popolare a Oxford e i locali che lo offrivano cominciarono ad aumentare, le autorità universitarie cercarono di dare un giro di vite al fenomeno, preoccupate del fatto che i caffè potessero istigare alla pigrizia e distrarre dagli studi. Lungi dallo scoraggiare l’attività intellettuale, il caffè piuttosto la promuoveva. In effetti i caffè venivano chiamati “università del penny”, dal momento che chiunque poteva entrare e unirsi alla discussione per un penny o due, costo della tazzina di caffè. Verso la ine del XVIII secolo la diffusione di conoscenze scientiiche attraverso i caffè di Londra assunse una forma nuova e più strutturata, i caffè divennero luoghi d’elezione per seminari su temi sempre più complessi. Lo spirito d’innovazione e sperimentazione dei caffè si estese anche nel campo della inanza, nacquero così le assicurazioni, le lotterie e le società per azioni. Mentre in Inghilterra era in corso la rivoluzione inanziaria, in Francia se ne preparava una diversa. Qui l’Illuminismo era iorito grazie a pensa-

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tori come Voltaire.Dopo aver offeso con un motto di spirito un aristocratico, nel 1726 Voltaire fu imprigionato nel carcere parigino della Bastiglia, da cui fu rilasciato solo a condizione che partisse per l’Inghilterra. Lì si immerse nel razionalismo scientiico di Newton, il quale sosteneva che gli uomini fossero uguali per la nascita, intrinsecamente buoni e legittimati a perseguire la propria felicità. Ispirati da queste idee, Voltaire tornò in Francia e illustrò le sue opinioni nel libro “Lettere ilosoiche” che metteva in cattiva luce il sistema di governo francese. Una cena di ilosoi. (igura in basso a sinistra) Al tavolo di Voltaire a Ferney, si vede anche Denis Diderot (l’uomo seduto di proilo a destra) Anche “ l’Enciclopedia fu scritta da Diderot in un caffè parigino : il Caffè della Règance che era il suo uficio. Nei caffè francesi circolavano tante informazioni scritte, per questo motivo erano sorvegliati e i clienti dovevano fare attenzione a quello che dicevano perché

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erano pieni di spie governative : chiunque si esprimesse contro lo stato rischiava di essere imprigionato nella Bastiglia. Oggi il consumo di caffè è diffuso oltre che nei bar anche in casa e questa bevanda è l’occasione per incontrarsi, chiacchierare o scambiarsi informazioni. E’ ancora possibile cogliere l’eco remota della cultura originaria dei caffè negli INTERNET CAFFE’ e nei punti internet wireless, che permettono lo scambio delle informazioni.


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ALLA RICERCA DEL TARTUFO

di Niki Blonda

l tartufo, contrariamente a quanti credano sia un fungo, in realtà non è altro che un tubero che si trova sotto terra, sotto alcuni alberi speciici (quercia, leccio, pino, pioppo, pioppo bianco, Ginestro, Roverello). È possibile trovarlo in qualsiasi periodo dell’anno (tranne nella ine del mese di Aprile), ma ad ogni periodo corrisponde un tipo diverso: si passa dal tartufo nero a quello bianco che è il più pregiato e sicuramente il più costoso (il prezzo può arrivare anche a 2.000 euro al kg, in base al mercato). Esso si cerca attraverso cani addestrati ma bisogna stare attenti a maiali e cinghiali, per i quali il tartufo è un cibo prelibato. Il tartufo è una “patata” preziosa, non alla portata di tutti, per il suo valore economico che mette in competizione i migliori ristoratori. Può essere affettato intero sulla pasta o può essere tritato e conservato per una qualsiasi evenienza. Il tartufo può essere trasformato in olio aromatizzato, o in liquore, amaro, in salse e in tanti altri condimenti. Quella del tartufo per me è una passione, infatti, sin da piccolo, con mio padre, sono sempre andato “a tartui”. Mentre sono nei boschi mi sembra di stare in un altro mondo, fuori dai problemi della vita quotidiana, ma è nel momento in cui il cane “iuta” attorno alla “tartufaia” il prezioso frutto della terra che è il tartufo che il mio cuore si riempie di gioia ininita. Fondamentale è il rapporto col cane, capire quello che ti vuole comuni-

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care e dove ti vuole portare: dipende solo da lui la buona riuscita della raccolta. È necessario, quindi, saperlo addestrare adeguatamente e dopo tanta pazienza riuscirà ad ascoltare il padrone e a dare grande soddisfazioni: trovare del profumato tartufo e se va bene anche molto pregiato. Durante il periodo di raccolta c’è sempre una grande competizione tra “tartufai” per mantenere propri i posti in cui c’è la raccolta, tenerli segreti e soprattutto sfruttarli ino all’ultimo. Alcune volte capita che nei boschi mettano dei cibi avvelenati, proprio per non far avvicinare i “tartufai” nelle zone di altri e questo porta morte di cani che vi si avvicinano. Purtroppo sono cose orribili che vanno avanti senza aver pietà per nessuno! Ma il bosco resta sempre un luogo in cui puoi divertiti con il tuo cane. Pur di andare a tartui, io mi alzo alle 3 di mattina, perché, soprattutto in estate, puoi lavorare solo al sorgere del sole e non oltre perché poi fa troppo caldo per andare in giro nei boschi e soprattutto per i cani che si stancano molto di più. Quindi il tartufo è per molti, e anche per me, una cosa preziosa, non solo per il suo valore economico ma anche perché ti dà l’opportunità di stare a contatto con la natura. In Puglia si può trovare il tartufo nero estivo, tartufo bianchetto e moscato, nei vari boschi anche qui vicino come Martina Franca e questa è una grande bellezza.


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IL “GIOCO” NEL “VIDEO” Alias: videogame a cura di Angelo Palmisano os’è un videogame? Anche i meno esperti saprebbero identiicarne uno. D’altra parte viviamo nell’era dei videogiochi. Ma a quando risale il primo videogioco? E cosa è possibile trovare a disposizione nel 2014, dopo circa 50 anni dalla sua creazione? Oggi nel mondo i videogiochi sono utilizzati da almeno 130-145 milioni di persone di tutte le età. In Italia nel 2008 il numero dei possessori di una console era di 8 milioni. La fascia anagraica più cospicua di coloro che utilizzano i videogiochi è tra i 16 e i 29 anni, anche se in alcuni paesi, come il Regno Unito, l’età media è più alta, arrivando comunque ad un massimo di 49 anni; in Italia l’età media è di 28 anni. La grande diffusione di Internet negli anni Novanta ha favorito una diffusione altrettanto grande dei videogiochi. Sul web è possibile, infatti, giocare allo stesso videogioco anche in gruppi di più persone situate in diverse postazioni sparse per il globo. La possibilità di dare vita ad una intelligenza connettiva sembra destinata ad essere presa in considerazione anche dal mondo della scuola. Si starebbe cercando di dare al videogioco una funzione pedagogica, ovviamente senza destrutturarlo troppo, per sostituirne la componente competitiva con una meramente collaborativa. Come qualsiasi gioco, il videogioco può rappresentare oggetti astratti o riprodurre simbolicamente determinati contesti culturali, astraendoli dal loro ambito ed applicandoli a contesti e situazioni che possono andare dalla simulazione più fedele ino alla parodia. Nel tempo, i videogiochi si sono costantemente evoluti, formando dei generi completamente diversi tra loro, con meccaniche di gioco differenti e differenti abilità richieste al giocatore. I principali gruppi nei quali si possono dividere i videogiochi sono due: simulativo o arcade. Un gioco simulativo è un gioco basato sulla simulazione delle regole del mondo reale, un gioco di guida con la reale rappresentazione della isica, oppure un gioco di guerra. Il gioco arcade, invece, è l’esatto opposto. Chi sceglie un gioco arcade non ha voglia di cimentarsi nell’apprendimento delle meccaniche di un gioco troppo complicato e il suo unico desiderio è avviare il gioco e divertirsi all’istante, evitando, se possibile, di leggere il manuale. Infatti, un gioco non racconta una storia, sono i giocatori a “raccontarla” e a crearla attraverso le loro performance. Tutto ebbe inizio nel 1961, quando sei giovani scienziati del MIT (Massachusetts Institute of Technology) riuscirono a dare movimento a puntini luminosi sullo schermo di un PDP-1: nasceva Spacewar!, il primo videogioco che la storia ricordi. Ma il grande svi-

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luppo dei videogiochi si ebbe solamente a partire dalla seconda metà degli anni Settanta. I primi videogiochi erano limitati a console con video in bianco e nero, allestite nei locali pubblici. I giochi avevano una graica essenziale. Il fenomeno dei videogiochi oggi ha raggiunto dimensioni notevoli a livello planetario. Dunque qualcuno potrebbe chiedersi: si tratta di un gioco buono o cattivo? La risposta a questo interrogativo dipende dall’uso che se ne fa. E’ probabilmente sbagliato criminalizzare il videogioco, ma l’abuso può essere pericoloso. In quanto evoluzione tecnologica delle diverse forme di gioco, il videogame è potenzialmente “portatore” di numerosi effetti positivi: rappresenta uno stimolo per le abilità manuali e di percezione, stimola la comprensione dei compiti da svolgere, abitua a gestire gli obiettivi, favorisce l’allenamento alla gestione delle emozioni e lo sviluppo dell’abilità di prendere rapidamente delle decisioni. Il rovescio della medaglia è costituito dai rischi relativi all’uso protratto nel tempo dei videogiochi, ossia la videomania (o video abuso) e la videoissazione, cioè la prolungata esposizione ad un videogame, senza pause e completamente assorbiti dal gioco. Spesso l’abuso di videogiochi è seguito da altre condotte disturbate, come la sedentarietà (con conseguente rischio di sviluppo di sovrappeso corporeo), il togliere spazio alle attività connesse all’apprendimento scolastico (spesso praticate frettolosamente e con scarsa concentrazione), la sostituzione del videogioco ad ogni altra forma di relazione sociale (che porta ad uno stato di isolamento e favorisce l’introversione). La dipendenza da videogiochi è ormai considerata una vera patologia alla quale applicare una cura simile a quella usata nei casi di tossicodipendenza ed alcolismo. I sintomi più frequenti sono agitazione, tremore e ansia. In alcuni casi i soggetti affetti dalla dipendenza della “droga games” non riescono a staccarsi dallo schermo, rinunciando persino ai pasti o assumendo ulteriori droghe per aumentare le proprie prestazioni virtuali. E’, appunto, per questo motivo che, come è già accaduto negli Stati Uniti, in Cina e in Corea del Sud, anche in Europa (ad Amsterdam) nel mese di luglio aprirà il primo centro di disintossicazione da videogiochi. Nella speranza che ognuno sappia decidere con criterio quanto tempo dedicare all’uso dei propri videogiochi, auguro a tutti un buon divertimento!

(fonte testo consultato wikipedia)


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LOOK HAIR 2014 di Angelini Domenica

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inverno che ci lasciamo alle spalle ha visto trionfare colori caldi dei tagli “selvaggi”. I capelli lunghi, come sempre, l’hanno fatta da padroni nella moda femminile, anche perché in inverno sono molto comodi, aiutano infatti a riscaldare il collo. Tuttavia anche i tagli corti sono sempre più apprezzati dalle donne. Soprattutto grazie al fatto che riescono a dare un’aria decisamente più sbarazzina e giovanile. Ad ogni modo, se non si vuole rinunciare alla lunghezza, si può sempre optare per un taglio scalato morbido da sistemare con le acconciature più cool del momento e facili da realizzare. È il caso della coda di cavallo. Da fare bassa al punto giusto per poterla decorare con un “Hair Cuff” in metallo. Oppure si può scegliere l’intramontabile fascino dello “chignon”, da portare rigorosamente di lato, proprio come le trecce.

Anche l’effetto “mosso” è stato molto presente nella stagione scorsa. Poi ci sono le amanti delle “frange”: perfette per un look elegante dall’aria seria. Anche quest’anno ha sbancato lo shatush, che spopola in ogni città, ma non bisogna esagerare molto con i contrasti. I tagli per la primavera/estate 2014 sono molto vari: le tendenze variano dal corto punk al liscio naturale. Mentre i tagli medi prevedono un grande trionfo. Tocco di stile unico è la “frangia scalata” in stile punk, è l’ideale da sfoggiare per i tagli lunghi e medi. La coda bassa e il raccolto si possono acconciare con una linea laterale lasciata scendere con morbide onde. E per concludere parliamo delle tinte! Per la primavera e l’estate ci sono il biondo platino, il rosso va solo se fatto sfumare verso il biondo miele, per poi passare al color caramello. Per chi invece vuole rimanere sul castano sono consigliabili rilessi freddi color cioccolato.


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AMORE PURO In un’ intervista la famosa cantante salentina ALESSANDRA AMOROSO ci racconta in sintesi le tappe più importanti della sua vita e il rapporto con la scuola.

di Miriana Miola

lessandra Amoroso, cantante salentina nata a Galatina (LECCE) il 12 Agosto 1986, reduce della vittoria nel 2009 ad Amici di Maria De Filippi, viene certiicata dalla FIMI per le sue vendite complessive per più di 975.000 copie ricevendo vari dischi d’oro, di platino e multiplatino. È stata premiata varie volte ai Wind Music Awards per le sue vendite e ha ricevuto due nomination ai TRL Awards e due ai Kids’ Choice Awards. “Amore Puro” suo ultimo album è stato certiicato come DOPPIO DISCO DI PLATINO e il singolo AMORE PURO ha superato le 10.000.000visualizzazioni. Le prime tappe di AmorePuroTour, svolte a Milano al Mediolanum Forum di Assago e Roma al Palalottomatica SOLD-OUT! nelle prossime tappe: il 14 aprile a Bari al Pala Florio e il 19 a Napoli al Pala Partenope dove vi è già da molto il “tutto esaurito”. Sarà la prima artista uscita da un talent a fare un concerto tutto suo all’ARENA di VERONA il 19 Maggio 2014!. Noi di “TuttiTranneTe”, abbiamo voluto sapere di più su Alessandra Amorosoe siamo riusciti ad intervistarla. (Prendendo spunto anche dalle interviste rilasciate sul web, Vanity Fair, TV canzoni e sorrisi, Witty TV e Cubomusica) D.: Com’era Alessandra da piccola? R.: Da piccola ero una “Disgraziata” come spesso diceva mia madre. Casa mia era una continua processione di persone che si lamentavano del mio comportamento. Giocavo a pallone con i maschi,ed ero un po’ maldestra. Non ho mai amato le bambole e quando me le regalavano duravano dai quindici ai venti minuti. Ero proprio un maschiaccio. Questo però prima di scoprire la Musica! D.: Come andavi a scuola? R.: Diciamo che cantavo anche lì. I miei voti dal primo quadrimestre erano uno schifo poi vedevo mia madre in una valle di lacrime e allora capovolgevo la situazione nel secondo quadrimestre. D.: Qual era la tua materia scolastica preferita e quella che odiavi? R.: Le mie materie preferite erano Italiano e le lingue straniere, quella che non sopportavo era Economia Aziendale. D.: Cosa ricordi del tuo esame di maturità?

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(fonte immagine pagina uiciale)

R.: Ho dovuto fare l’esame due volte!. La prima volta che l’ho fatto è stato bruttissimo perchè sapevo già che mi volevano bocciare e mi hanno bocciato.Poi ho fatto ho cambiato scuola e sono andata ad un corso serale, quindi la mattina lavoravo e la sera andavo a scuola. Era una igata assoluta perchè facevo gli esami con le persone che avevano l’età di mia madre e di mio padre ed è stato divertentissimo,ho pianto e con un “calcio nel fondoschiena” mi hanno promosso. D.: Come è nata la tua passione per il canto? R.: Da bambina, ricordo che mi chiudevo in bagno, prendevo la lacca e cantavo davanti allo specchio, diventavo Mina, Giorgia, Anna Oxa, Laura Pausini. Quando ho visto il musical Sisteract, è nata la passione per il gospel e ho capito cosa volevo fare da grande: la suora che insegna canto. Da piccola partecipavo al coro della chiesa ogni domenica, sono molto credente e mi piace l’idea di unire la preghiera con la musica. Ho partecipato a numerosi concorsi che ho vinto e poi è arrivata l’esperienza ad Amici che mi ha portato dove sono oggi. D.:Quali sono state le prime canzoni che hai cantato in pubblico? R.: Le prime canzoni che ho cantato sono state “Osanna eh!” in Chiesa e al Karaoke a Lecce “Primavera”di Marina Rei e “Amor Mio” di Mina con la quale ho vinto il Prosecco!


30 D.:Com’è il tuo rapporto con i Fan? R.: E’ un rapporto speciale,di rispetto reciproco, non c’è una divisione,una gerarchia, c’è un sentimento puro e sincero e li adoro, farei qualsiasi cosa per loro, per non deluderli, per farli stare bene. Sono la mia “big family”. Spero soltanto di non deluderli mai e di fare in modo che siano sempre orgogliosi di me. D.: Quali sono i tuoi ilm preferiti? R.: Save the last dance, DirtyDancing, Flashdance, Twilight, Harry Potter, SisterAct 1 e 2. D.: Qual è il tuo libro preferito? R.: IstantLove di Luca Bianchini D.: C’è un modello musicale a cui ti ispiri? R.: Si, amo molto Beyoncè, ho tutti i suoi dvd. E’ lo stile musicale a cui vorrei avvicinarmi nel tempo. D.: Quali sono i cinque brani che hanno caratterizzato la tua vita? R.: Allora... quando ero piccola mi piaceva ascoltare Girasole di Giorgia, perchè è il mio iore preferito e mi caratterizza molto. Poi c’è una canzone in particolare che è I’mYours di Jason Mraz che mi fa pensare all’estate con le mie amiche. If I Ain’t Got You di Alicia Keys una delle mie artiste preferite è la canzone cavallo di battaglia ai karaoke e che ha caratterizzato la mia entrata nella scuola di Amici. Ti porto via con me di Jovanotti è una canzone che mi mette un sacco di energia quando sono triste e mi fa pensare alle persone che amo e che vorrei portare via con me. “Immobile” di Alessandra Amoroso il mio primo brano che ho cantato per la prima volta ad Amici e che mi ha fatto arrivare dove sono oggi. D.: Hai ancora un sogno nel cassetto? R.: Si, quello di sposarmi e avere un iglio, anche due. Faccio già mille lavatrici ora, iguriamoci poi! Per ora mi dedico al mio Buddy, il cucciolo che ho sempre desiderato, ma che non potevo avere perché ino a pochi anni fa. D.: Che cosa signiica per te la famiglia? R.: La famiglia per me è importantissima, è un nucleo di persone sulle quali puoi contare sempre, a loro non importa quello che sei, quello che diventerai, a loro vai sempre bene, non ti giudicano e non ti criticano mai. Quello che io dico sempre, sia al mio pubblico che alle persone che mi circondano è di AMARE CHI CI VUOLE BENE. D.: Com’è nata la collaborazione con Tizano Ferro al tuo ultimo album “AMORE PURO”? R.: E’ nata grazie a Maria De Filippi che un giorno mi chiamò e mi disse:” Alessandra ti piacerebbe collaborare con Tiziano Ferro?” Io ho risposto subito si.Il primo incontro con Tiziano Ferro non è stato un incontro vero e proprio diciamo che abbiamo parlato di come si fa la Carbonara su cosa metterci dentro pancetta o guanciale. Ci siamo trovati subito d’accordo...

D.: Cosa hai scoperto di nuovo di te stessa attraverso la collaborazione con Tiziano Ferro? R.: Collaborando con Tiziano Ferro ho scoperto nuove sfumature del mio carattere e della mia voce, sfumature che non conoscevo. Ho cercato di impegnarmi al massimo anche in questo lavoro, dan(fonte immagine Miriana Miola) do tutta me stessa: lacrime, gioia, tormenti della mia vita che sono riuscita a sfogare attraverso la musica. D.: Come deinisciquesto album? R.: E’ un disco importante, segna una fase del mio percorso di crescita. D.: In questo album c’è un pezzo scritto proprio da te “DA CASA MIA” come è stato diventare per la prima volta una cantautrice? R.: Tiziano Ferro mi ha chiesto di pensare ai miei affetti, ai tramonti di casa mia, al mio Salento e scrivere. Io l’ho fatto, e ho rispolverato anche un diario che avevo e in cuiquando ero più piccola scrivevo tutto quello che non riuscivo a dire. Quando ho inviato la mail a Tiziano con quello che avevo scritto ero molto agitata, ma è andato tutto benissimo con lui. Devo ringraziarlo all’ininito perché è un insegnante prezioso, c’è un po’ di lui in tutti i pezzi di questo album. Gli devo tanto. D.: Nella canzone “HELL OR HIGH WATER” canti con un coro gospel che emozioni hai provato? R.: Mi è piaciuto molto. L’anno scorso a New York ho studiato gospel per due mesi interi. Ho cantato in un coro multietnico che cantava in chiesa. Mi piace cantare per il Signore, è stata un’emozioni così grande che alla ine scoppiavo a piangere. D.: Nel tuo album c’è anche una canzone scritta e che hai cantato con un grande artista:Biagio Antonacci. Come è nata la vostra collaborazione? R.: La collaborazione con Biagio è nata giocando. Mi ha chiesto se mi andasse di sentire una canzone. Lui era a Roma, io sono andata con il cane, idanzato e un amico a prenderlo in hotel. Siamo andati allo studio di Pino Daniele, e lì Biagio ha suonato per la prima volta NON DEVI PREDERMI (3°singolo). Io cantavo e registravo con il cellulare, per passare tutto a Michele Canova (che ha prodotto insieme a Tiziano F. l’album)


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Il Rap in Italia di Francesco Fumarola e Iudici Francesco

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l rap è un genere musicale ormai molto diffuso nella nostra penisola. Nasce nel 1970 a New York come fulcro di un movimento culturale chiamato Hip Hop. Esso consiste nel “parlare” su una base musicale, seguendo un certo ritmo; questa tecnica viene eseguita da un MC (freestyle). Generalmente il rap consiste in una sequenza di versi molto ritmati, incentrati su tecniche, come rime baciate, assonanze ed allitterazioni. Chi scandisce tali versi, cioè il rapper, lo fa su una successione di note (“beat”), suonata da un DJ e fornita da un produttore. I maggiori esponenti del rap nella nostra epoca sono Eazy-E, Tupac, Eminem, Snoop Dogg, Jay-z. Jovanotti fu uno dei primi in Italia a fare rap e a farlo conoscere al grande pubblico, senza, però, avvicinarsi alla cultura hip-hop. Il suo stile lo ha portato ad essere etichettato come “eterno ragazzino” e quindi i temi trattai nelle sue canzoni non sono impegnati. Gli anni Novanta sono un periodo molto proliico per il rap italiano, in cui emergono gli Articolo 31, Bassi Maestro, Fabri Fibra ognuno con il proprio stile e il proprio modo di fare rap. Così comincia in italia quella che viene deinita “golden age”. Tra il 2008 e il 2009 il mercato del rap italiano si espande ad un pubblico abbastanza ampio, ma è solo nel 2011 che si crea un vero e proprio fenomeno di proliferazione di rapper tra cui: J-ax, Marracash, Salmo, Ensi, Vacca, Mondo Marcio, Noyz Narcos. Ovviamente questi nomi sono afiancati da altri artisti, come Gemitaiz, Two Fingerz, Nitro, Bassi Maestro, MadMan. Una delle tecniche più diffuse è il freestyle, che crea competizione tra i rapper emergenti. Dal 2011 l’emittente televisiva MTV trasmette “MTV spit”, il primo programma di freestyle della televisione Italiana. MadMan MadMan è un rapper di Martina Franca. Nel 2008 lascia Taranto, poiché affermava che lì gli mancavano gli stimoli, per trasferirsi a Roma e ricominciare di nuovo frequentando amici che scrivevano e cantavano. Lì conosce il rapper CaneSecco, il quale gli presenta Gemitaiz, con cui in seguito formerà un duo e sfornerà dei CD. MadMan fa uficialmente parte della label Honiro, con la quale ha fatto uscire il suo disco “Escape from heart”. Madman è un rapper contemporaneo. “Sono andato via da Martina Franca nel 2008, avevo smesso di fare rap, mi mancavano gli stimoli. Ho iniziato di nuovo a Roma, frequentando amici che scrivevano e

(fonte immagine pagina uiciale) cantavano“, dice MadMan mentre lo intercettano su skype. “Noi facciamo roba naturale, così come ci viene”. Va bene essere criticato, ma non mi piace essere processato“. Madman mentre stringeva un microfono in mano e si atteggiava a piccolo rapper di periferia. Ora, dopo oltre quattro anni, di acqua ne è passata sotto i ponti e non possiamo che toglierci il cappello nei confronti di chi riesce a sbancare il più importante mercato musicale. Gemitaiz Questo è Gemitaiz(04/11/1988), uno dei rapper più originali e particolari nella scena italiana. Così molti deiniscono Davide(De Luca),ragazzo romano che ha mosso i primi passi nella scena romana nei primi anni del 2000.Partecipa a vari progetti ed esibizioni nell’underground emergente romano ino all’incontro nel 2005 con CaneSecco che successivamente crede nelle sue potenzialità e lo inserisce ancora minorenne in un progetto più ambizioso, L’Xtreme Team, con il quale nel 2007 al 2009 sfornano tre volumi della serie di Street Album “Affare Romano” in collaborazione con amici della scena romana. Dal 2010 parte la collaborazione con Honiro ed escono per la Label del sito i 3 dischi della trilogia “Quello che vi consiglio”. Intanto sforna un album insieme al rapper MadMan intitolato “Haterproof”, il quale contribuì notevolmente ad accrescere non solo la sua fama, ma anche quella del suo socio MadMan. Ultimamente ha prodotto un EP con MadMan, ovvero “Detto, fatto”, con il quale ha riscosso una grande notorietà. Il giorno 23/05/2013 Gemitaiz entra a far parte della label “Tanta Roba”, la label creata nel 2011 dal rapper Guè Pequeno e da Dj Harsh, abbandonando la Honiro. Il giorno 28/05/2013 esce il primo disco uficiale di Gemitaiz, “L’unico compromesso”, sotto la label Tanta Roba. (fonte testo consultata www.raphiphopnewera.blogspot.it)

(fonte immagine pagina uiciale)


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IL CALCIO:CHIAMALE SE VUOI… EMOZIONI! di Francesco Pastore

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l calcio non è solamente correre dietro un pallone, dribblare un avversario, segnare, esultare… Il calcio è anche coreograie, cori, boati, fumogeni, striscioni…Cosa sarebbe il calcio senza tifosi?! Forse il ruolo più dificile è quello del dodicesimo uomo in campo: difendere un ideale, sostenere la propria squadra nel bene e nel male, amarne i colori e soprattutto portare in alto in nome della propria città. I tifosi sono quelli che macinano chilometri, abbandonando la propria casa, la propria ragazza, i propri igli… Tutto per amore verso la propria squadra! Il tifoso è chi lavora tutta la settimana, aspettando con ansia quella maledetta domenica e quei maledetti scaloni che per anni gli hanno dato tante gioie, tante delusioni, e chissà quanti sentimenti ancora in futuro. La partita che il tifoso aspetta tutto l’anno e che non vorrebbe perdere per nessuna ragione è il derby! Per questa ragione i tifosi Entrano allo stadio, la partita può essere talmente coinsono informati già molto tempo prima delle previsioni metereologiche, dei venti, della temperatura. volgente che il tifoso non bada alle formazioni in campo, passa tutto in secondo piano. C’è un’atmosfera unica, tutto sembra fantastico: l’erba del rettangolo di gioco sembra più verde, la voglia di incitare, urlare per la propria squadra si scatena. C’è qualcosa di meraviglioso per il tifoso…il goal! Appena la palla entra in rete c’è una frazione di secondo in cui il vuoto risucchia ogni suono, una specie di silenzio assoluto e subito dopo c’è il boato, che per il tifoso dura una vita. Sarebbe disposto a pagare per riprovare per il resto dei suoi giorni le emozioni straordinarie di quel momento. Il resto è storia.


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A completamento dell’articolo precedente, abbiamo voluto ascoltare il parere di Alessio Carrieri, 32 anni, martinese, gestore di un bar, accanito tifoso del Martina Franca. di Francesco Pastore

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.:Qual è stata la sua prima volta allo stadio? Cosa ha provato? R.:La prima volta che sono stato allo stadio avevo 14 anni, era una partita di campionato interregionale in compagnia di mio fratello e dei suoi amici: la partita era Martina-Maglie. E’ stata una emozione bella, ero contento di una nuova esperienza che incominciava e da lì è iniziato l’amore e la passione per il Martina. D.:Ricorda in modo particolare una partita, un’emozione? R.:Di partite ce ne sono tantissime, potrei raccontarne migliaia, però da martinese vero, c’è una partita che porto nel cuore e non potrò mai dimenticare: Taranto-Martina. Segnò Moretti sotto la curva del Taranto e per noi che eravamo andati a vedere la partita in 1400 fu un’emozione indescrivibile. La partita è terminata con la vittoria per 1 a 0 per il Martina..indimenticabile. D.:Lei ha mai avuto delusioni dalla sua squadra? R.:In realtà le delusioni legate alla propria squadra sono relativamente poche, perché come in tutti gli sport si vince e si perde. Le vere delusioni si hanno a livello societario dove magari ti affezioni troppo alla squadra e quando meno te lo aspetti, siccome siamo piccole realtà si tende a sparire. D.:Ha mai pensato di abbandonarla? R.:La squadra di calcio vale più di una idanzata, non si lascia mai! Soprattutto quella della propria città, perchè noi siamo tifosi, ultras di piccole realtà, che magari fanno ridere molti, sono oggetto di “sfottò”, però è molto più dificile fare il tifoso di una squadra militante in questa categoria che non fare il semplice tifoso di Milan, Juve, Inter ecc.. Quindi non penso che la lascerò mai, soprattutto perché c’è uno spirito di appartenenza a questi colori. D.: Oggi la gente preferisce restare a casa a guardare la serie A invece di seguire la squadra della propria città, cosa ne pensa? R.: Oggi la Pay-TV permette a ciascuno di seguire quello che più gli conviene, è molto più facile seguire la squadra di serie A, abituati sempre a vincere, alzare coppe, vincere trofei, scudetti, che non vedere una squadra di bassa categoria, lottare per la salvezza, per la sopravvivenza soprattutto. Quindi credo che la gente sia libera di scegliere ciò che gli pare, ma non di giudicare chi fa i sacriici per seguire le squadre “ piccole “. D.:Cosa ne pensa dei cori razzisti?

R.:Penso che i cori razzisti siano una piaga nel nostro sistema sportivo, io non sono d’accordo! Siamo tutti uguali nell’universo, non vedo perché un individuo si debba sentire migliore dell’altro, per me il colore della pelle non esiste... semmai ci possono essere differenze per i colori di squadra, su quello si, ma i colori della pelle per me non sono motivo di litigi o offese. D.:Cosa pensa del calcio scommesse? Da tifoso cosa pensa vedendo la propria squadra vendere una (?) partita? R.:Ecco, io più del razzismo condanno la piaga del calcio scommesse, perché c’è gente come noi che fa tantissimi sacriici, toglie soldi alle famiglie, toglie i soldi al proprio lavoro per seguire la squadra e non è giusto che gente già stipendiata e gente già famosa debba approittarsene, vendendosi o truccando le partite...E’ un comportamento veramente orribile. D.:Eccoci qua a trattare l’argomento più interessante: cosa rappresenta per lei il derby e qual è il più sentito? R.:L’emozione del derby è una sensazione che non si può descrivere, solo chi è un curvaiolo, un frequentatore di stadi può capire la settimana del derby o addirittura la presentazione del calendario del campionato e vedere qual è la partita più importante dell’anno che si aspetta in città. Un derby è una cosa particolare, viverlo è un’esperienza unica. Noi qui a Martina Franca, essendo saliti di categoria, purtroppo ormai non ne viviamo più, perché le nostre dirette concorrenti sono in categorie minori. Il derby più sentito è sicuramente quello col Fasano, ma non dimentico quello col Taranto per il fatto che noi siamo una piccola realtà che può dare fastidio alla grande. Non dimentichiamoci che siamo la quarta potenza di Puglia. D.:Il calcio è il fattore dell’identità di una città, cosa offre il calcio a Martina Franca? R.:Il calcio a Martina Franca è in una situazione particolare, poiché siamo in una piccola città di 50000 abitanti dove purtroppo non tutti seguono la squadra, soprattutto dopo l’amarissima umiliazione della cancellazione della squadra dai palcoscenici nazionali. La gente è rimasta scottata e dificilmente si riavvicina allo stadio; come già detto: si preferisce pagare una Pay-tv seguendo una squadra vincente e non soffrire, come magari fa qualcuno di noi, con una piccola rappresentanza rispetto alla stragrande maggioranza della cittadinanza che ha seguito la squadra in categorie minori.


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IL FUTSAL di Francesco Pastore e Denis Fuocolare l futsal, comunemente in Italia conosciuto come “calcio a 5” negli ultimi anni si sta affermando sempre più in Puglia, precisamente in Valle d’Itria grazie alla determinazione e all’impegno di chi per alimentare questa passione sta investendo i propri capitali. Basti pensare alla famiglia Scatigna, che in pochi anni, partendo dalla C2, è addirittura arrivata nella massima serie con LC SOLITO MARTINA riuscendo a togliersi qualche soddisfazione come ad esempio l’under 21 che sotto la guida di Francesco Castellana qualche anno fa riuscì a diventare campione d’Italia. Nella stagione 2012-2013 con la prima squadra è riuscita ad arrivare seconda alle “ inal eight ” (le otto squadre più forti d’Italia) tra l’altro disputate a Martina Franca. Al momento la squadra del patron Cosimo Scatigna guidata da Piero Basile milita in serie A1, e sta disputando un buon campionato cercando di centrare per il secondo anno consecutivo l’obiettivo “ inal eight “. Lo stesso Francesco Castellana che riuscì a trionfare in quel di Padova con l’under 21 dell’LC SOLITO MARTINA ha fatto innamorare un paesino di appena 10000 abitanti come Cisternino, trionfando e vincendo tre titoli in un anno nella categoria C2, e uno di questi titoli è stata la promozione in serie C1. Proprio la C1 quest’anno vede capolista la RICHARD SMITH CISTERNINO che con “qualche “ giornata di anticipo è riuscita a conquistare la matematica promozione in serie B. Sembrerebbe una stagione fantastica questa per la

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Richard Smith che oltre ad aver vinto il campionato è reduce dalla vittoria in coppa Italia contro il Givova Ruvo in quel di Ruvo. E momentaneamente sta disputando la coppa Italia Nazionale sperando di conquistare il tetto D’Italia. Veniamo all’ACQUA E SAPONE LOCOROTONDO, squadra nata quest’anno e formata in gran parte da “ Locorotondesi “ , che stanno disputando un ottimo campionato di C2 essendo il loro primo anno di futsal, e basti pensare che è una squadra formata prevalentemente da giovani. Nello stesso campionato di C2 milita il REAL MARTINA FRANCA (seconda squadra di Martina) che è una squadra di ragazzi che amano il calcio e oltre al proprio lavoro coltivano questa passione, ottenendo grosse soddisfazioni , una di queste è il raggiungimento dei play off per il salto in C1 lo scorso anno, sfumata per un sofio nella sconitta in semiinale. Veniamo al presente: abbiamo visto il REAL MARTINA FRANCA raggiungere la inale di Coppa Puglia in quel di Sammichele di Bari contro il Molfetta. Purtroppo è stata una partita sfortunata considerando i molti infortuni che hanno condizionato il risultato inale. Il nostro augurio è che il futsal in Valle d’Itria continui a crescere e auguriamo le migliori fortune e soddisfazioni a queste società che riescono a far provare emozioni e a far gioire gli amanti del futsal.

(fonte foto Gasparro e Bello)

ACQUA E SAPONE LOCOROTONDO (fonte pagina uiciale)

REAL MARTINA FRANCA (fonte pagina uiciale)

RICHARD SMITH CISTERNINO (fonte Elena Loparco)

LC SOLITO MARTINA


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IL CONTAGIO FELICE DELLA LETTURA L’esperienza di promozione della lettura è un cardine delle attività dell’ IPSS “Motolese” che quest’anno per seguire la presentazione del libro “Non dirmi che hai paura” di Giuseppe Catozzella, si è recato con una rapresentanza della nostra classe a Locorotondo. Copertina del libro

L’autore: Giuseppe Catozzella

Un gruppo di studentesse e studenti della III A SCG del “Motolese” in trasferta a Locorotondo per la presentazione del romanzo

Ad organizare l’incontro con Giuseppe Catozzella, l’Istituto Tecnico Agrario “Basile-Caramia”


BELLEZZA È...

STARE IN EQUILIBRIO Francesca Palazzo V A TGP


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OROSCOPO di Angelo Lippolis

Ariete: Caro Ariete, sei il primo segno dello zodiaco e hai sempre molta fretta di arrivare. Impulsivo, onesto, coraggioso e sincero, ti iniammi facilmente per situazioni e persone, ma, altrettanto rapidamente, perdi interesse. Cosa ti manca? La costanza e la pazienza!

Toro: Caro Toro, sei una persona afidabile, realista e con i piedi saldamente per terra. Non ti tiri mai indietro di fronte agli impegni e sei capace di resistere ad oltranza. Solo doveri? Per niente! Sei un entusiasta cultore di tutti i piaceri della vita, gola ed eros in primo luogo!

Gemelli: Chi dice Gemelli dice intelligenza. Vivace, abile, curioso, hai voglia di esplorare il mondo intero, di conoscere e di apprendere tutto. Il guaio?È che ti stanchi subito, e passi ad altro senza aver terminato. La tua dualità rappresenta la tua capacità di osservare entrambi i lati della medaglia: e non è da tutti!

Cancro: Sei molto legato alla famiglia, all’infanzia, al passato. I ricordi sono per te importanti e li custodisci con gelosia. Intuitivo, fantasioso, molto sensibile: basta poco per offenderti e farti chiudere nel tuo guscio. Permaloso? Un tantino, caro Cancro …

Leone: Ti piace fare la parte del Leone: ambizioso e orgoglioso, nobile e iero, e tanto generoso. Aspiri a comandare e ad avere il primato, ma sei altrettanto capace di donare e proteggere chi ti circonda. Sei stabile e concreto. Puoi peccare di egocentrismo ma ti si perdona davvero tutto!

Vergine: Vergine, sei nato sotto il segno dei lavoratori, delle persone attente ai dettagli, dotate di realismo e a volte anche un po’ troppo puntigliose. Cerchi sempre il pelo nell’uovo e sei perino capace di trovarlo, attento e scrupoloso come sei. L’insicurezza fa parte del tuo carattere, ma puoi vincerla.

Bilancia: Hai un gusto eccellente, caro Bilancia. L’equilibrio si rilette nei tuoi gesti, nei tuoi pensieri. Detesti rimanere da solo: sei nato per stare con gli amici, per amare un partner, per godere la vita nei suoi piaceri essenziali. Troppi dubbi? Già, decidere per te è sempre un dilemma!

Scorpione: C’è qualcosa da scoprire? Con il tuo intuito che ha quasi del magico, con il tuo spirito critico e indagatore, arrivi in fretta alla soluzione. Sei combattivo, e le dificoltà non ti spaventano mai. Introverso e profondo, non apri facilmente le porte del tuo cuore, ma se accade, è per sempre, o quasi…

Sagittario: Caro Sagittario, hai un carattere aperto e simpatico. Sei di larghe vedute e la tua lungimiranza ti porta ad immaginare come potrebbe essere il futuro, che, per te, sarà sempre migliore del presente. Coltiva con cura il tuo cuore generoso e ottimista, ma non essere troppo ingenuo!

Capricorno: Sei il segno delle costruzioni lente e solide, delle vette, delle ambizioni e dei progetti grandiosi. Niente e nessuno può distoglierti dai tuoi obiettivi. Riservato e geloso della tua intimità, su di te si può sempre contare. Però, se fossi solo un pochino più aperto e meno serio…

Acquario: Adori fare amicizia, comunicare, essere in contatto. Sei socievole, ma in modo poco appariscente: nel senso che non fai parte della categoria dei grandi chiacchieroni ma degli amici disponibili e sinceri. Sei schietto, aperto ai cambiamenti e al futuro, e manchi del tutto di realismo. Beh, ma nessuno è perfetto!

Pesci: Dolci e teneri, sensibili e sognatori, avete un cuore grande come l’ininito che vi rappresenta e dove, a volte, vi perdete. L’insicurezza e i timori inspiegabili che vi assalgono derivano dalla percezione che tra voi e il mondo esterno, non esistono conini. Siete cioè, molto inluenzabili, quindi occhio a chi frequentate!

Fonte:Acquario.it


LA STORIA SPIEGATA ATTRAVERSO I COLORI. PROSSIMAMENTE IL PRIMO E-BOOK REALIZZATO A MARTINA FRANCA.

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