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UMBERTO RANA Nella sua casa appena fuori dal centro di Perugia, il giudice accoltellato lo scorso 25 settembre insieme alla collega Francesca Altrui, racconta quella giornata

«Sembrava un film dell’orrore» Cronaca dell’attacco al tribunale civile di Perugia

di

MICHELE BONUCCI @M_BONUCCI

NICOLA CAMPAGNANI @N_CAMPAGNANI

GABRIELE GENAH @GABGEN

Quattrocolonne

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31 ottobre 2017


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olo scaramucce e divorzi al tribunale civile. La cronaca sembra già avere i suoi teatri nella corte d’appello o nel tribunale penale. Certo, fin quando non entra dritta dalla porta, senza bussare. Quel 25 settembre era un lunedì, il giorno più tranquillo della settimana, quando non ci sono udienze e per i corridoi di palazzo delle Poste gira poca gente. E al secondo piano, nella stanza 110, il giudice Umberto Rana si preparava ad una giornata come tante.

IL TRIBUNALE La sede del tribunale civile di Perugia, nel palazzo delle Poste a piazza Matteotti

La giornata A un mese di distanza, dal giardino di casa sua guarda il tribunale da lontano, ma il ricordo di quel giorno è ancora vicino. «Il peggio è passato, recuperiamo le forze», dice Umberto Rana mentre accarezza il suo cane Charlie. «Era verso mezzogiorno. Il mio ufficio è proprio accanto a quello della mia collega, Francesca Altrui. Mi ricordo perfettamente di questo personaggio, fermo nell’anticamera. Mentre parlavo con il mio cancelliere ho visto distrattamente questo tizio che ha guardato prima nella mia stanza, poi ha citofonato ed è entrato in quella della mia collega». Poco dopo, le grida. «Urla di paura, di dolore, di terrore». Umberto Rana si alza dalla sua scrivania e corre alla porta di Francesca Altrui. È chiusa. È la vecchia porta in legno di un palazzo antico, fortunatamente gli basta una spallata. Non vede subito la collega, la sua voce viene da sotto il tavolo. Su di lei quell’uomo. Il giudice si avvicina per fermarlo. Non vede che impugna un

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coltello di 25 cm finché l’uomo si volta e lo colpisce con un fendente sotto al costato. Non c’è tempo di pensare. Rana si difende con tutto ciò che ha a portata di mano. Gli lancia contro le sedie dello studio. Arriva anche Giuseppe Alessandrini, un commesso del tribunale. Afferrano un attaccapanni e lo usano come un ariete per bloccare l’aggressore. A questo punto tutti riescono a scappare, Rana si barrica nel suo ufficio, Francesca Altrui nella cancelleria di fronte, ma prima di entrare riceve un’ultima coltellata alla schiena. Il magistrato racconta senza enfasi quei minuti concitati. Spiega come abbiano dovuto chiamare i soccorsi e i carabinieri, che al loro arrivo

«è STATO TERRIFICANTE, COME TROVARSI ALL’IMPROVVISO IN UN FILM DI KUBRICK» hanno trovato l’uomo seduto ad attenderli. D’altronde nessuno sarebbe potuto stare lì a tenerlo fermo, perché al tribunale civile di Perugia non c’è alcun servizio di sicurezza. Nessuna sicurezza «Problemi di sicurezza? Semplicemente non ce n’era – non c’è polemica nelle parole di Umberto Rana, ma amarezza – avevamo segnalato più volte queste criticità. Anche in un tribunale civile le liti non mancano e, tra ex coniugi o insolventi, possono spesso diventare pericolose». Nessuna sicurezza significa niente identificazione all’entrata, niente tornelli, niente metal detector, niente personale all’ingresso e poche videocamere, per di più mal funzionanti. Eppure il dibattito sui sistemi di prevenzione, attiva e passiva, in tutte le sedi della Giustizia, era ripreso da almeno due anni, dopo le vicende di Milano risalenti al 9 aprile 2015. In quel caso un uomo, imputato per una serie di fallimenti nel settore immobiliare, era entrato in tribunale armato di pistola e aveva ucciso tre persone, tra cui un giudice e un avvocato. Ma anche Perugia non era estranea a queste vicende, due anni prima, il 6 marzo 2013, un imprendito-


re era entrato in Regione e aveva sparato e ucciso due impiegate, per poi suicidarsi. Le avvisaglie dunque c’erano state ed erano arrivate nuove disposizioni sulla sicurezza. Tuttavia, tra mancanza di risorse, lentezze burocratiche e difficoltà strutturali, non si era riusciti a posizionare nemmeno qualche tornello. Il palazzo delle Poste è un edificio di inizio Novecento, in pieno centro storico, e anche piccoli interventi aprivano una sequela di problemi. Il procuratore generale Fausto Cardella, responsabile della sicurezza negli uffici giudiziari, ha reagito duramente all’aggressione del 25 settembre. Era un pericolo annunciato. «L›unica soluzione è andarsene da qui. Di corsa», commento a caldo facendo probabilmente riferimento alla vecchia ipotesi di riunire in un›unica cittadella giudiziaria tutti i tribunali sparsi per il centro di Perugia. Il procuratore Già a marzo scorso, proprio su queste pagine, il procuratore Cardella aveva affrontato il tema della sicurezza, evidenziando le «drammatiche carenze» nelle sedi della magistratura e i «quin-

dici anni di inerzia» in cui non si sono affrontate. L’episodio che ha coinvolto Umberto Rana e Francesca Altrui è stato la tragica conferma dei suoi timori e ora torna sulla questione: «la situazione al tribunale civile di Perugia non era anomala, ma unica. Non ho mai visto condizioni del genere in nessun altro posto d’Italia». Il procuratore adesso cerca di accelerare. Vorrebbe fare ancora più in fretta ma, a fronte di tanti anni di immobilismo, i primi risultati si profilano all’orizzonte. Oggi ci sono i militari e le guardie giurate a presidiare le entrate del tribunale, là dove fino al mese scorso l’ingresso era libero per tutti. Oltre la porta a vetri, chiedono ad ogni visitatore i documenti, ispezionano le borse e controllano come possono con il metal detector portatile. Eppure tutto ciò non basta. «Bisognerà fare dei lavori – spiega Cardella – piccoli lavori in muratura per posizionare metal detector fissi, tornelli e un nuovo sistema di videosorveglianza». Fare queste modifiche nello stesso palazzo in cui si trova il più importante ufficio postale della città, e con un solo piccolo disimpegno all’ingresso, non è semplice. Nelle procedure di Quattrocolonne

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L’INTERVISTA L’articolo di Quattro Colonne in cui ci siamo occupati del tema della sicurezza con il procuratore Fausto Cardella


controllo e sicurezza sarebbero coinvolte anche le centinaia di persone che col tribunale non hanno nulla a che fare. Senza contare che le sedi della giustizia sparse per il centro di Perugia potrebbero rappresentare un rischio per gli abitanti e i turisti. «Specie in un periodo in cui la magistratura viene spesso identificata come il nemico – riflette Umberto Rana aggiustandosi tranquillamente gli occhiali – si attribuisce la colpa alla banca, al giudice, ma non a sé stessi. Quando invece magari si prendono dei soldi in prestito e non si restituiscono». Ma il giudice non fa mai riferimento diretto al suo aggressore né cerca di dare risposte al perché del suo gesto: «chissà, forse un giorno lo spiegherà lui». L’aggressore Un uomo solitario, tranquillo e riservato. Così familiari e amici definiscono Roberto Ferracci, 53 anni. Vive con la madre e la sorella, da sempre. Ama leggere e scrivere. «Una persona buona e tranquilla, che non ha mai litigato con

L’ALBERGO La porta d’ingresso dell’hotel Julia, a Spello. L’albergo apparteneva a Roberto Ferracci prima di essere messo all’asta

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nessuno», racconta la sorella maggiore Gina. Fino allo scorso 25 settembre scorso, quando per Ferracci arriva il momento di vendicare ciò che gli è stato tolto. Di pareggiare i conti con il sistema che l’aveva schiacciato. Un sistema che nella sua testa è rappresentato dal magistrato che ha disposto la vendita all’asta del suo albergo: la dottoressa Altrui.

«ERA TRANQUILLO E RISERVATO, LEGGEVA MOLTO E AVEVA ANCHE SCRITTO UN LIBRO» L’hotel Julia, 24 camere nel centro di Spello, è stato prima gestito dal padre di Roberto, morto tanti anni fa per un attacco cardiaco, e poi passato al figlio. Un’attività fiorente fino agli anni ‘90, quando l’edificio viene colpito dal terremoto. Da qui le sorti dell’attività e, di conseguenza, della vita di Ferracci, cambiano. Lo scorrere degli eventi negativi non si può più fermare, come una sfera che corre su un piano inclinato. L’uomo chiede un prestito alla banca, che non riesce a onorare. Gli interessi sono alti. Ferracci denuncia l’istituto per interessi usurari. Il giudice penale archivia il fascicolo. «Ma il concetto di usura ha tante sfaccettature», spiega l’avvocato Silvia Olivieri, difensore di Ferracci. Lo scorso 25 settembre Olivieri era di turno come avvocato d’ufficio, ed è poi diventata suo legale di fiducia. Ha in mano le carte del procedimento civile che va avanti da vent’anni, ma non ha seguito direttamente la vicenda. L’albergo Julia è stato pignorato dalla banca e c’è stato poi un giudizio, che ha portato la dottoressa Altrui a disporre la vendita all’asta. «Non credo ci sia persona che possa rimanere indifferente nel vedere la propria struttura di famiglia, cresciuta con tutto l’interesse e la passione, ridotta così deprezzata», commenta Olivieri.


Al momento del pignoramento il valore dell’albergo Julia era di più di un milione di euro. Subisce poi una svalutazione devastante. Nell’ultima asta arriva a 170.000 euro. «È un fallimento morale, un non riuscire a recuperare una situazione un po’ per la situazione personale, un po’ anche per gli ostacoli frapposti dall’istituto di credito», dice Olivieri. L’avvocato che ha seguito tutta la vicenda civile, Domenico Cancellieri, ha deciso di non fare commenti per il momento. «Le banche non comprendono che se fanno un’esecuzione per cinque, seicentomila euro e poi alla fine il bene, dopo svariate aste, si riduce tantissimo ci dovrebbe essere un contemperamento, un riequilibrio – continua l’avvocato – si arriva a un punto in cui il gioco non vale più la candela». Ferracci, la sorella e la madre andavano avanti con la pensione dell’anziana donna e con la piccola indennità che Ferracci percepiva. La famiglia, nella disgrazia, aveva sempre mantenuto quella dignità, quel decoro che in un borgo piccolo come Spello fa la differenza, dicono i

vicini. Fino a quel 25 settembre, quando tutto è cambiato. Non si può fermare una sfera che corre su un piano inclinato. La vita continua Eppure farsi giustizia da soli non può essere la risposta. Umberto Rana se l’è sempre ripetuto, da quando studiava giurisprudenza all’università, da quando dalla provincia di Bari è arrivato in Umbria, un po’ per carriera, un po’ per amore. «La magistratura è un presidio di legalità irrinunciabile per ogni stato che vuole essere democratico e laico», dice senza batter ciglio. Il giudice non si lamenta delle ferite mentre gioca con l’inseparabile Charlie. Il suo pensiero va a Francesca Altrui. «La collega sta bene dal punto di vista fisico, anche se ha riportato più ferite di me, perché si è difesa con i piedi, con le gambe, con le braccia. Lei è molto più segnata». Ricorda la paura di quel giorno ma non si arrende, Umberto Rana. «Tornerò al lavoro al più presto. È il mio lavoro, il mio mestiere. Tornerò a fare quello che ho sempre fatto». Q L’ARRESTO Roberto Ferracci, mentre viene portato via dalla polizia dopo l’aggressione ai giudici. Foto di Fabrizio Troccoli per Umbria24

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"Sembrava un film dell'orrore"  

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