Issuu on Google+

Periodico del Centro di Iniziativa Mezzogiorno Europa • Luglio/Ottobre 2004 • Anno V • Numero 4 • Direttore ANDREA GEREMICCA

L’EUROPA DIFFICILE

PROSPETTIVE FINANZIARIE E RIFORMA DELLA POLITICA DI COESIONE

Biagio De Giovanni

Lo stato

della costruzione europea presenta, come non mai, oggi, lati oscuri e problematici. Essi sono tali, e talmente evidenti, da poter indurrre a un pessimismo abbastanza radicale sul futuro dell’integrazione. Vorrei avvertire, in limine, che non è questo lo spirito con il quale personalmente guardo ai problemi che si vanno aprendo. Non solo perchè non ho nessuna pretesa di avanzare previsioni, ma soprattutto per la ragione che chi abbia un minimo di conoscenza del passato di questa storia, sa bene che è assai difficile racchiuderla in schemi ordinati, le crisi ne hanno punteggiato il divenire, i grandi schemi di previsione troppo ordinati si sono sempre scontrati con una realtà estremamente complessa, la realtà la si è sempre potuto guardare come mezza in luce e mezza in ombra, con una difficoltà, spesso, a far prevalere l’un punto di vista o quello opposto. Segue a pag. 3

L’obbligo

Gianni Pittella

di adottare per l’Unione a 25 Stati nuove prospettive finanziarie entro il 2006 rappresenta un’ opportunità che non va sciupata in nome di miseri egoismi nazionali, ma utilizzata per dare all’Unione stessa il senso di una effettiva finalità politica, oltre ai mezzi per realizzare le sue ambizioni e le sue missioni. Il futuro quadro finanziario dell’UE dovrebbe creare le basi stabili e solide per sostenere gli obiettivi di fondo dell’Unione in un arco pluriennale. La Commissione Europea, guidata dal Presidente Prodi, ha gia da tempo presentato una proposta, in discussione ora al Parlamento.

A pag. 17

Segue a pag. 6

DPEF E FINANZIARIA

MANOVRE DI BILANCIO CONTRO LO SVILUPPO E IL MEZZOGIORNO Mariano D’Antonio

La peggiore

A pag. 12

LIBRI EURONOTES

Antonio Alosco, Vittime della democrazia Prefazione di Giorgio Napolitano 25 Andrea Pierucci

27

legge finanziaria per il Mezzogiorno. Così può essere definito il provvedimento approvato dal governo a fine settembre e trasmesso al Parlamento. E comunque la si giri e rigiri, la proposta governativa mantiene i suoi tratti di legge finanziaria antimeridionalista, anzi di un progetto di bilancio pubblico sostanzialmente ostile alla ripresa dello sviluppo. Vediamo perché. Non è tanto in discussione l’aggiustamento complessivo che la Finanziaria di Berlusconi e Siniscalco intende apportare al deficit dei conti pubblici… Segue a pag. 8

La questione turca Marco Plutino a pag. 22

Registrazione al Tribunale di Napoli n. 5112 del 24/02/2000. Spedizione in abbonamento postale 70% – Direzione Commerciale Imprese Regione


E U R O PA [3]

Europa. Siamo su un crinale che rende difficile la possibilità di restar fermi dove si è Biagio De Giovanni

… Per

esemplificare questa situazione sul presente, basta osservare che, accanto a difficoltà che… si vanno consolidando sul terreno della politica estera, dello scontro sul seggio al Consiglio di sicurezza dell’Onu, del patto di stabilità, della cruciale questione turca, sono alle spalle fatti di enorme portata, dall’allargamento dell’ Unione alla stesura della Costituzione. Eppure, proprio muovendo da questi fatti, in sé certamente grandiosi, si possono scorgere lati contraddittori, conflitti latenti, per cui ogni “fatto” sembra possedere valenze opposte, potenzialità contrastanti, capacità di far avanzare il tutto o di condurlo in vie apparentemente senza uscite. Probabilmente, ciò che un tentativo di analisi può fare, è di valutare le potenzialità di conflitto e le potenzialità di aggregazione che alcuni di questi fatti contengono e poi immaginare una specie di ”osservatorio” dal quale seguire lo svolgimento dei processi, cercando di coglierne di volte in volta le linee dominanti.

Su che cosa

fermarsi, per tentare un primo, assai sintetico approccio? Inizierei dalla questione dell’unificazione del continente con “l’allargamento” verso Est. L’idea dominante, non solo alla vigilia, ma lungo tutti i decisivi anni novanta, è stata quella di analizzare l’allargamento come governabile all’interno del classico nucleo politico franco-tedesco, e anzi –meglio- come una realtà che soprattutto la Germania fosse in grado di organizzare, dirigere, contribuire decisivamente a immettere nel contesto europeo. Quest’ultimo passaggio era talmente convinto, da lasciar immaginare a molti che l’allargamento dell’Unione avrebbe significato una grande espansione dell’egemonia tedesca sul processo di integrazione europeo, e questo era anche argomento di non poche preoccupazioni, oltre che di grandi soddisfazioni per l’irreversi-

bile legame che sempre più si costruiva fra Germania ed Europa. Le ragioni di questa posizione dominante erano essenzialmente due. La prima, riguardava il fatto che proprio la Germania si era avviata a vivere il “proprio” allargamento, la propria unificazione, l’unificazione con il proprio “Est”, e dunque si presentava con attitudini particolari per un governo dell’insieme del processo che presentava peraltro molte analogie. Nella realtà, le cose stanno andando diversamente, nel senso che il governo della propria unificazione presenta, per la Germania, problemi assai più complessi di quelli immaginati, talmente complessi, anzi, da contribuire alla individuazione di una “crisi” tedesca -sia economica sia politica- di proporzioni abbastanza rilevanti. E’ fuor di dubbio che questa situazione non era prevista nella sua serietà; ed è

anche fuor di dubbio che questa situazione incida fortemente sul rapporto complessivo fra la Germania e l’EuropaEst, nel senso di ridurre sia la capacità di egemonia della prima sulla seconda, sia il mito inscalfibile, nel passato, della sua potenza economico-finanziaria. La seconda ragione è connessa a quella ora indicata, ma tocca un versante più d’insieme. Si immaginava, nelle tesi dominanti, che l’Est-Europa potesse essere considerato una sorta di zona di influenza tedesca, come soprattutto la storia del novecento aveva drammaticamente mostrato. A dare adito a questa immaginazione, fu la stessa Germania, che promosse l’allargamento più di ogni altro paese europeo, non solo come un suo obbligo morale, come disse Kohl, rispetto alla storia del secolo, ma perché immaginava di poter interpretare in chiave europea la vecchia


DALLA PRIMA [4]

zona di influenza del marco mantenendo con essa legami privilegiati. Ora, le cose non stanno andando esattamente nella direzione prevista, sia per la crisi tedesca cui si è fatto cenno, sia –e direi soprattutto- perché i paesi che hanno aderito all’Unione mostrano una volontà di autonomia più sentita di quella che si poteva immaginare. Un riflesso forte di questa volontà di autonomia si è avuta intorno alla questione Irak, dove posizioni come quelle tedesche e polacche (e non solo) si sono clamorosamente divaricate. Sullo sfondo, naturalmente, il nodo dei rapporti euro-atlantici, e dunque qualcosa che tocca un tratto essenziale della dimensione strategica europea e mondiale. Questo insieme di fatti -tutti in corso di svolgimento e dunque certo modificabili- mostra che l’unificazione del continente europeo pone problemi assai più complessi, politicamente, di quanto si potesse immaginare, e ciò anche per un’altra ragione che passo ad esporre qui appresso.

E l’altra

ragione è questa, ed è tema sul quale mi è già capitato di dir qualcosa anche su questa rivista: la crisi dell’avanguardia franco-tedesca come motore dell’integrazione europea. Oggi, essa non è più proponibile nelle forme tradizionali, ed è proprio l’allargamento dell’Unione ad aver segnato, su questo punto decisivo, un salto problematico. L’Europa a 25 non sembra governabile da un nucleo politico ristretto, che detti la linea dell’integrazione. Ora, la serietà, sia culturale sia politica, del problema, sta nel fatto che senza un asse franco-tedesco l’Europa non può camminare (e non c’è bisogno di argomentare questa ovvia tesi), ma oggi quell’asse, se interpretato in chiave regressivo ed egemonico, o comunque interno agli schemi tradizionali, può diventare un grandioso elemento di ritardo e di conflitto rispetto alla prospettiva europea. Dunque, né con te né senza di te io posso vivere, per parafrasare a tutt’altro proposito celebri versi di Catullo. Ma poiché ci troviamo nella dura prosa della realtà e non nella fluida vicenda dell’amore, il tema assume una dimensione strategica ineludibile che non mi sembra risolvibile “istituzionalmente”, attraverso la dichiarata flessibilità delle cooperazioni rafforzate. Proprio per la centralità della questione franco-tedesca, se questo nucleo procedesse per suo conto, tutta la fisionomia dell’integrazione europea ne sarebbe

modificata, né d’altra parte è facilmente immaginabile che ciò possa avvenire, dal momento che –prima o dopo- questo asse non sarà più così unito come oggi appare, per le ragioni che accennerò fra un momento. Per raggiungere un provvisorio punto di conclusione, il necessario allargamento dell’Unione europea ha talmente mutato le dimensioni strategiche dell’integrazione europea, da obbligare a nuovi pensieri, che stentano a formarsi, nella drammatica emergenza che si è disegnata nel mondo. Qui c’è un tratto profondo di discontinuità rispetto a ogni passato del processo politico europeo, e c’è probabilmente da riflettere sul futuro ruolo del Regno Unito, probabilmente per un tipo di integrazione che non ripeterà semplicemente le ipotesi finora prevalse. Insomma, una domanda d’insieme può essere la seguente: giacchè il semplice pluralismo delle nazioni integrande non regge a un minimo di analisi realistica, quali saranno le nuove prospezioni egemoniche nella realtà europea, non più semplicemente radunabili intorno al nucleo franco-tedesco? Quale, il nuovo equilibrio? Domande di grande portata, che proprio per la loro dimensione sembrano lasciare aperta anche la possibilità di una crisi del processo di integrazione politica e qualche ripiegamento o rallentamento nella prospettiva futura. Ho lasciato un punto sospeso, su cui vorrei aggiungere qualcosa. Ho accennato alla possibilità che in un futuro non lontano ci sia una divaricazione di interessi tra Francia e Germania. Personalmente, la vedo legata all’atteggiamento assunto (soprattutto) dalla Francia nella vicenda irakena, e più largamente nella interpretazione del rapporto con gli Stati uniti. La posizione della Germania ha avuto sfumature e motivazioni diverse, anche se non sono chiaramente sempre comparse. Personalmente, dò una lettura della posizione francese non in chiave europeista. Tutt’altro. Si tratta di un fase storica nella quale la Francia di Chirac ha pensato di poter riprendere un ruolo egemone, in Europa, in chiave post-gollista, senza rendersi conto di una Europa mutata, e senza forse ricordare il fallimento anche dei tentativi precedenti. Ha ritenuto che il rigetto della guerra in Irak aprisse un tale spazio nell’opinione pubblica europea, da consentirgli di ripresentare in altra salsa il tradizionale gollismo della politica europea della Francia. Non ho qui lo spazio per argomentare la tesi, e soprattutto per scorgerne la conseguenze sul tempo

lungo. Di sicuro, ribadisco, si tratta del ritorno di una posizione francese che, come tale, è sempre entrata in conflitto con il processo di integrazione europea, e che proprio la Germania ha cercato, soprattutto in certe fasi, di mitigare, come mostrerebbero tanti episodi, a cominciare da quelli che accompagnarono la firma del Trattato franco-tedesco dell’Eliseo nel 1963. Ebbene, a mio avviso, conclusi i momenti della più drammatica emergenza, la Germania non potrà seguire la Francia su quel sentiero. L’asse antiUsa, che oggi la Francia cerca di rappresentare, è troppo rischioso e velleitario per avere un vero futuro politico, almeno all’interno della visione francese. Ma è un tema che in una Europa a 25 può diventare dirompente, ed è questione che propongo “per memoria”, come si dice, e sul quale occorrerà tornare appositamente. Ma è un problema, nell’ambito del ragionamento proposto, che rappresenta un ulteriore tassello per negare la possibilità del permanere di un asse franco-tedesco senza smagliature, come si è presentato in questi mesi.

Ma c’è ancora

dell’altro da annotare velocemente per arricchire il quadro dei problemi, e mi riferisco soprattutto a una questione che si è riaperta proprio in queste settimane in modo acuto. Mi riferisco alla questione dell’attribuzione dei seggi al Consiglio di sicurezza dell’Onu, di cui giustamente si chiede una modifica nella composizione. All’Unione europea o alla Germania? La battaglia tedesca sulla propria candidatura non è propriamente un modello di sentire europeista, anche perchè va in veloce contrasto con i primi passi compiuti, in direzione di una politica estera comune, dal testo della Costituzione europea. Non si può pensare che la durezza della


E U R O PA [5]

posizione tedesca nasca proprio da un certo scetticismo sulle prospettive vicine di integrazione politica? Comunque motivabile, essa è riprova di difficoltà sul futuro, giacchè è facilmente immaginabile che una forte concentrazione di potere politico in singoli Stati, per di più nel momento in cui si tenta una innovazione degli aspetti più datati della struttura Onu, rappresenti un macigno sulla via della formazione di una comunità politica europea. Come se il rafforzamento della posizione degli Stati-nazione, nel quadro dell’acuirsi delle contraddizioni mondiali, spingesse non verso la formazione di una sovranità condivisa, ma ponesse l’aspro ritorno di meccanismi di decisione esclusivi, con un effetto negativo sui processi di decisione europei. E qui certo non è indifferente l’inasprirsi dei processi mondiali, la sensazione che ritorni in campo la necessità di decisioni veloci (nello “stato di eccezione”, si potrebbe dire) cui non sembra potersi adeguare l’Unione nel suo insieme. E che dire, infine, delle problematiche relative al “Patto di stabilità”? Agli sforamenti che le potenze maggiori – e proprio Francia e Germania- si consentono? All’incidenza della sua interpretazione sulle possibilità di una ripresa economica europea? E come non legare, anche qui, economia e politica, nel senso che una Europa economicamente debole ha una minore volontà e capacità di decisione per formare una comunità politica? Qui, il nodo da sciogliere (ma come, in quali forme?) è l’arricchimento e la determinazione dell’unità economica e non solo monetaria fra gli Stati dell’Unione. Ma una maggiore unità economica non è affatto “neutrale”, e pone bensì questioni strategiche anche relative al rapporto con l’America, che sono sotto la luce di grandi contrasti.

Qualche

osservazione, per concludere. Non ho ancora nominato il tema della Costituzione, anche perché, in altri interventi recenti su questa Rivista, avevo manifestato tutti i miei dubbi e incertezze sull’esito di quel lavoro e perfino sulla decisione di compierlo. Ora, che il testo esiste e che non se ne può sottovalutare la portata, non è facile prevedere quale sarà l’esito finale del suo itinerario. L’orizzonte di un giudizio referendario -che perfino in Francia lascia intravedere problemi grossi e divisioni trasversali- allarga la sua ombra e acuisce le incertezze, se si pensa alla necessaria unanimità per l‘approvazione. Certo, tutte le ombre che si accumulano sul processo europeo, fanno prevedere difficoltà supplementari rispetto a quelle che il testo già poneva in alcune sue parti. Se costituzione e comunità politica si richiamano l’un l’altra, come non accorgersi che tutti i problemi, che si vanno delineando, costituiscono una remora affinchè quella connessione si manifesti in tutta la sua ricchezza? La gran questione che si apre, in vista di una definitiva ratifica del testo costituzionale, è quello relativo alla sostanza di una democrazia post-nazionale che abbracci l’unità del continente. Qui mi limito a porre interrogativi, e sono i seguenti: che cosa significa costruire una democrazia oltre i confini degli Statinazione? Quale spazio pubblico si può individuare in costruzione? Quale nesso fra democrazia e liberalismo, che hanno trovato le loro connessioni nello spazio di decisione e di legittimazione dello Stato-nazione? Nel testo costituzionale, non c’è troppa “garanzia” e troppo poco “indirizzo politico”? Non c’è il rischio di una costituzione spoliticizzata? Ma costituzione spoliticizzata non è un ossimoro? Ed infine, è veramente possibile una democrazia europea capace di decisio-

ne? Questa tematica si tiene con tutte le altre indicate e mostra quale sforzo sarà necessario per far convergere in punti di unità tutto ciò che sembra espandersi in uina diaspora di interessi e di idee. Sia ben chiaro. Non ho cercato affatto di rappresentare una posizione scettica sull’insieme della prospettiva, e so bene di quante irreversibilità sia fatto il processo europeo, di quanti progressi ”formali” che poi sono stati capaci di riempirsi di contenuti. Avrei potuto, di ogni problema indicato, accennare la controfaccia positiva, ma l’accento ho voluto metterlo sulla problematicità. Se avessi preferito utilizzare il “politicamente corretto”, avrei pronunciato la frase fatale: siamo in una “fase di transizione” (il che in sé può esser ben vero), ma ho preferito indicare in modo più aperto e problematico alcuni temi. Si può aggiungere, piuttosto, che il crinale cui la costruzione europea sembra essere giunta, deriva dall’aumento straordinario del tasso di politicizzazione che la ha caratterizzata soprattutto dopo il 1989, e che dunque potremmo trovarci in presenza di una crisi tipica dell’età della crescita. Di sicuro c’è che siamo a una svolta, o meglio siamo su un crinale che rende difficile la possibilità di restar fermi dove si è. Dopo il decennio post-Maastricht che ha costituito un livello alto e convincente di costruzione di una Europa più unita, oggi la fase è diversa, e bisogna evitare di nascondersi dietro il dito -ormai- dell’europeismo retorico e di facciata. Gravi problemi si addensano all’orizzonte, ed è tutto da dimostrare sia che essi possano esser risolti in relativa continuità con i sistemi di pensiero che ci hanno aiutato ad arrivare dove siamo giunti, sia che ci siano al loro posto gli uomini e le classi dirigenti capaci di affrontarli.


DALLA PRIMA [6]

I costi di una ‘mini Europa’ sono ben più alti di quelli che servono per dotare l’Unione di mezzi idonei Gianni Pittella

…Vi è

da augurarsi che il confronto sia pari alla posta in gioco, e coinvolga tutti gli attori politici, socioeconomici e istituzionali presenti in Europa. Come ha spesso ricordato proprio Romano Prodi i costi di una “non Europa” o di una “mini Europa”, sono ben più alti di quelli che servono per dotare l’Unione di mezzi idonei. Le tre priorità individuate dalla Commissione, largamente condivisibili, sono: • lo sviluppo sostenibile per completare il mercato interno mobilitando le politiche economica, sociale ed ambientale. In ciò rientrano gli obiettivi cardine della strategia di Lisbona, la competitività, la crescita sostenibile e la coesione; • la piena realizzazione della cittadinanza europea attraverso il completamento dello spazio di libertà, di giustizia e di sicurezza e l ‘accesso ai beni pubblici essenziali; • il rafforzamento del ruolo di partner globale, capace di svolgere in modo autorevole la propria missione nel contesto mondiale. • il mantenimento del massimale delle risorse da determinare a livello comunitario all’1,24% del reddito nazionale lordo (RNL). Un aumento delle risorse impiegate all’interno di quel massimale. La proposta per le nuove Prospettive Finanziarie fissa il livello medio degli stanziamenti di pagamento all’1,14% del RNL.

All’interno di questo quadro si colloca la percentuale da destinare alla politica di coesione, che non dovrà essere inferiore allo 0,45 per cento del PIL europeo. I nuovi lineamenti della politica di coesione prevedono tre priorità: 1) l’obiettivo della Convergenza, 2) l’obiettivo della Competitività regionale e dell’occupazione ed infine 3) l’obiettivo della Cooperazione territoriale europea. Importante impegno deve essere profuso per l’obiettivo della convergenza, indirizzando maggiori risorse verso gli Stati membri e le regioni meno sviluppate dell’Unione allargata. Rientreranno in questo ambito (una sorta di “Obiettivo 1 Bis) anche le regioni

che non hanno completato il processo di convergenza e che a causa dell’ingresso di nuovi stati più poveri sarebbero escluse dall’ob.1 (effetto statistico). È indispensabile migliorare la competitività attraverso interventi di accrescimento del capitale fisico ed umano. È questa la strada per avere una risposta positiva in termini di crescita economica. I programmi di convergenza devono mirare alla modernizzazione per promuovere la sostenibilità ambientale e recare un maggiore contributo alla resa economica complessiva dell’Unione. Gli interventi nell’ambito della competitività regionale e a favore dell’occupazione saran-


E U R O PA [7]

no attuati seguendo le priorità correlate all’agenda di Lisbona e di Göteborg, agendo in ambiti ridotti in maniera da assicurare un valore aggiunto ed un effetto moltiplicatore delle politiche nazionali o regionali. I programmi di sviluppo regionale verrebbero semplificati abbandonando anche l’attuale sistema in base al quale la Commissione deve selezionare piccoli territori a livello subregionale. Terza priorità della politica di coesione sarà quella di migliorare l’efficacia dei programmi trasfrontalieri e transnazionali per la Cooperazione territoriale europea, cercando di superare i problemi legati alla realizzazione

di un’economia competitiva e di uno sviluppo equilibrato in regioni degli Stati membri attraversate da confini nazionali. La Commissione ha inoltre adottato e trasmesso al Parlamento ed al Consiglio, la proposta di riordino dei regolamenti sui Fondi Strutturali. Confermando i quattro principi fondamentali dei Fondi strutturali (partenariato, programmazione pluriannuale, addizionalità, valutazione), la riforma nasce per rafforzare la dimensione strategica degli interventi attraverso l’attuazione di una strategia comunitaria per la politica di coesione. I nuovi regolamenti confermano la prassi della program-

I Fondi Strutturali Una nota-stampa di Gianni Pittella Nei giorni scorsi alcuni giornali hanno pubblicato un articolo sui rischi che correrebbero le Regioni del Mezzogiorno d’Italia, relativamente alla dotazione finanziaria dei fondi strutturali, a causa dell’allargamento. Mi pare molto utile tenere alta l’attenzione su questo tema, in vista del negoziato che dovrà decidere in merito. Credo però che la preoccupazione che le Regioni del Sud perdano, al 2006, circa 20 miliardi di euro, sia senza fondamento. Infatti la previsione di una fuoriuscita dall’Obiettivo 1 di quasi tutto il Mezzogiorno potrebbe avverarsi solo con l’allargamento dell’Unione a 27 Stati, ed è noto che Romania e Bulgaria entreranno nell’Unione non prima del 2007. Dunque al momento della definizione del nuovo pacchetto finanziario 2006-2013 solo la Basilicata e la Sardegna sarebbero fuori dall’Obiettivo 1, e comunque collocate nell’Obiettivo 1 bis (godrebbero ancora di fondi strutturali). Al 2006 l’Italia rimarrebbe la principale beneficiaria di fondi strutturali, tra i “vecchi” Stati membri della UE. Ciò, ovviamente, se la proposta fatta dalla Commissione Prodi sulla nuova Prospettiva Finanziaria e sulla nuova “agenda” per la coesione, sarà approvata.

mazione pluriennale, attribuendone però la responsabilità della gestione operativa e dei controlli agli Stati membri, e introducono una semplificazione importante del sistema di gestione finanziaria: La programmazione pluriennale sarà concepita in due tappe: una prima tappa di natura politica, ed una seconda di natura operativa per la gestione degli interventi. Nella prima tappa il Consiglio europeo adotterà gli orientamenti strategici dei fondi strutturali, e la Commissione europea approverà i quadri di riferimento strategici predisposti dagli Stati membri. In un secondo momento sarà la Commissione ad adottare i programmi operativi preparati dagli Stati membri in base ai quadri di riferimento strategici. La novità è che non si ricorrerà più al complemento di programmazione. L’attuazione dei programmi verrà effettuata per priorità d’intervento e per quanto riguarda i controlli la Commissione esigerà una garanzia della buona gestione amministrativa e finanziaria degli interventi. Le risorse finanziarie saranno concentrate nelle regioni più bisognose, quelle del prossimo obiettivo “convergenza”, le quali riceveranno il 78% dei fondi. Il 18% sarà attribuito all’obiettivo “competitività regionale e occupazione”, e il restante 4% all’obiettivo “cooperazione territoriale europea”. Gli Stati membri stanno attualmente esaminando i nuovi regolamenti. Tra circa un anno si prevede la conclusione dell’iter legislativo e quindi l’approvazione. È una sfida essenziale. Bisogna predisporre i mezzi finanziari necessari affinché l’Unione europea possa portare avanti una reale e concreta politica di coesione e crescita. Segretario Delegazione italiana DS al Parlamento Europeo. Membro Commissione per i Bilanci.


DALLA PRIMA [8]

E’ finita l’epoca della cosiddetta finanza creativa escogitata da Tremonti per neutralizzare il disavanzo Mariano D’Antonio

… cioè

la cifra di 24 miliardi di euro da ottenersi con maggiori entrate e minori spese rispetto a quelle che si avrebbero tendenzialmente nel 2005. L’aggiustamento del bilancio è una necessità oggettiva, un intervento imposto dal rispetto dei parametri della moneta unica europea. Altri Paesi come Germania e Francia, nonostante i richiami della Commissione e i rimbrotti della Banca Centrale Europea, potranno ancora sforare il tetto di un disavanzo pari al 3% del prodotto interno lordo. L’Italia non se lo può permettere perché ha ereditato un debito pubblico ingente che gli altri Paesi non hanno, tale da mettere a rischio l’intera costruzione dell’euro, la credibilità delle moneta unica agli occhi dei mercati finanziari internazionali. D’altra parte è finita l’epoca della cosiddetta finanza creativa, degli accorgimenti i più fantasiosi (condoni, cartolarizzazione degli immobili, rinvio delle spese) escogitati dall’ex ministro dell’Economia e delle Finanze Tremonti per neutralizzare il disavanzo. Qualche traccia di questa finanza pirotecnica si ritrova ancora nella proposta per il 2005 presentata dal successore di Tremonti Siniscalco. Il grosso dell’aggiustamento tuttavia è ora ricercato incidendo dal lato della spesa pubblica che dovrebbe marciare meno dell’inflazione e di maggiori entrate nelle casse dello Stato. A livello macroeconomico ciò significa che il bilancio pubblico l’anno prossimo non darebbe alcun impulso alla domanda, anzi la deprimerebbe pompando nell’economia un potere d’acquisto minore di quello che ne sottrae. Perciò la proposta governativa è stata definita anche una Finanziaria per il ristagno. Le previsioni sull’andamento macroeconomico d’altra parte, Finanziaria permettendo, non sono rosee: l’economia italiana, secondo una stima del Fondo Monetario Internazionale,

nel 2005 crescerà meno del 2%, in linea con quanto si prevede per la Germania (+1,8%), meno di quanto si prevede per la Francia (+2,3%) e per la Spagna (+2,9%). Veniamo agli effetti sul Mezzogiorno. I colpi che l’economia meridionale riceverebbe dalla legge finanziaria una volta approvata, provengono da quattro meccanismi che si metterebbero all’opera. Il primo è il gioco delle spese pubbliche correnti e di quelle in conto capitale. La Finanziaria nelle intenzioni di Siniscalco frena la crescita della spesa pubblica corrente imponendovi il tetto di un incremento massimo del 2%. Sono però escluse le spese sociali, in particolare le pensioni, e gli stipendi agli statali che, data la scadenza dei contratti di lavoro, si prevede aumentino del 3,7%, una cifra questa che, per rispettare il tetto, si accompagna col blocco generalizzato delle assunzioni nel pubblico impiego. La pressione dei partiti di maggioranza più orientati a soddisfare le esigenze sociali ovvero più populisti (leggi: Alleanza nazio-

nale e UDC) unitamente ai fattori di inarrestabile lievitazione della spesa corrente, condurrà inevitabilmente a scaricare il grosso dell’aggiustamento della spesa pubblica sul versante delle spese in conto capitale, vale a dire sugli investimenti diretti del settore pubblico (le infrastrutture) e sui trasferimenti alle imprese. Ma ciò vorrà dire penalizzare soprattutto il Mezzogiorno che mostra un perdurante deficit di opere pubbliche e un fabbisogno insoddisfatto d’incentivi alle imprese. Secondo meccanismo di penalizzazione del Sud: la riforma degli incentivi. Il governo di centrodestra, fin dal suo esordio, ha preteso di ridurre e talvolta di cancellare gli incentivi che il centrosinistra aveva predisposto per le imprese meridionali. La politica economica, gestita da Tremonti in stretta sintonia con le pulsioni antimeridionali della Lega Nord, ha ridotto sensibilmente il bonus occupazione, il credito d’imposta sugli utili reinvestiti, gli incentivi all’imprendorialità giovanile e all’autoimpiego e soprattutto ha eretto


MEZZOGIORNO [9]

una selva di ostacoli amministrativi e procedurali su queste agevolazioni pur così ridotte trasformandole da agevolazioni automatiche o semiautomatiche in agevolazioni discrezionali o comunque soggette ad un regime autorizzativo molto stringente. Tremonti infine, d’accordo sempre con i leghisti, ha annunciato l’intento di riformare l’unica valida legge di incentivazione ancora operante prevalentemente per il Mezzogiorno, cioè la legge n.488 del 1992, trasformando in parte o in tutto l’agevolazione sugli investimenti in un credito da erogare alle imprese seppure a tasso agevolato. Proprio in vista di questa trasformazione della “488”, essa è stata resa inoperante durante l’anno in corso e lo sarà anche l’anno prossimo, fino a quando non sarà riformata. Terzo meccanismo di penalizzazione del Mezzogiorno: il decentramento della tassazione. La Finanziaria 2005 autorizza gli Enti locali a varare tributi locali più gravosi al fine di recuperare le risorse che altrimenti lo Stato lesinerà nel rispetto dei vincoli di spesa

pubblica. Ciò porrà Comuni e Regioni meridionali dinnanzi ad una dolorosa alternativa: ridurre le prestazioni di servizi pubblici (trasporti, sanità, sussidi alle fasce sociali deboli) oppure accrescere le aliquote delle imposte locali nonchè le contribuzioni da parte dei beneficiari (ad esempio, i ticket sanitari). Mentre nelle aree più ricche del Paese, gli Enti locali possono manovrare la leva fiscale senza incidere sensibilmente sul tenore di vita della popolazione, nel Mezzogiorno i margini di recupero fiscale sono più ridotti essendo il reddito per abitante ancora inferiore in media per più di un terzo nei confronti del Nord. Quarto meccanismo punitivo per l’economia meridionale: il SuperCIPE, cioè il Comitato interministeriale per la programmazione economica che la legge finanziaria 2004 autorizzò a gestire le risorse destinate alle aree depresse in maniera da modulare la spesa a seconda dei fabbisogni effettivi emergenti dai singoli progetti o programmi. La Finanziaria 2005 mantiene in vita il SuperCIPE che è presieduto dal capo del governo ma che in realtà è caduto sotto il controllo occhiuto della Ragioneria generale dello Stato la quale quest’anno ha lasciato per mesi in sospeso progetti e programmi presentati dalle Regioni e dai Ministeri. Presumibilmente il SuperCIPE farà altrettanto il prossimo anno a legge finanziaria approvata lasciando i flussi di spesa alla discrezionalità della burocrazia ministeriale (del Ministero dell’Economia e delle Finanze) che in periodo di vecche magre, cioè di restrizioni alla spesa pubblica, rinvia l’approvazione dei progetti nonostante la formale disponibilità di risorse da impegnare. Ciò incide anche sulla spesa dei fondi strutturali europei per la parte di cofinanziamento nazionale che subisce i ritardi manovrati dal SuperCIPE. Il ministro dell’Economia e delle Finanze Siniscalco nel presentare a fine settembre il disegno di legge finanziaria ha annunciato che in seguito sarà varato un provvedimento ad esso collegato per il rilancio della competitività delle imprese italiane. Il “collegato” alla Finanziaria dovrebbe contenere la misura che sta più a cuore a Berlusconi, cioè la riforma fiscale articolata su tre aliquote, che viene annunciata come capace di dare slancio ai consumi e agli investimenti. La

Confindustria di Montezemolo a sua volta preme affinchè nel “collegato” si dia spazio alla cosiddetta fiscalità di vantaggio, cioè a sgravi per le imprese che intendono finanziare progetti di ricerca e d’innovazione, per lo più imprese mediograndi, presumibilmente localizzate anche (ma non soprattutto) nel Mezzogiorno. Alla riforma fiscale Berlusconi e il suo partito Forza Italia attribuiscono significati che trascendono l’effetto d’immagine, propagandistico ovvero vanno oltre l’adempimento di una promessa elettorale. Sono legittime tre obiezioni. In primo luogo, la riforma fiscale costa in termini di gettito per l’erario, costa almeno inizialmente (è dubbio che chi oggi evade le imposte si disponga subito, da domani, a pagare il dovuto in presenza di aliquote più basse). Il costo iniziale della riforma aggraverebbe la situazione di una finanza pubblica già in stato d’affanno ponendo il problema di ulteriori tagli di spesa pubblica. In secondo luogo, l’effetto di stimolo ai consumi e agli investimenti derivante dalla riforma fiscale può essere nullificato dalle aspettative di una congiuntura interna ed estera ancora segnata dal ristagno della produzione e dei redditi: la riforma potrebbe paradossalmente accrescere la propensione al risparmio da impiegare in attività liquide oppure in beni rifugio come le abitazioni. In terzo luogo, se la riforma avvantaggiasse i redditi medioalti, ne sarebbe ancor più stimolata la formazione di risparmio. Considerando la riforma fiscale che sta a cuore a Berlusconi dal punto di vista degli interessi del Mezzogiorno, queste obiezioni equivalgono a dire che l’alleggerimento delle aliquote avrebbe scarse ripercussioni sull’economia meridionale. Anzi, se per ridurre le imposte fosse necessario un ulteriore giro di vite sulla spesa pubblica in conto capitale, il Sud sarebbe chiamato a pagare indirettamente, più di altre regioni italiane, la cambiale elettorale che Berlusconi porta all’incasso. Se il discorso critico sulla Finanziaria che ho provato fin qui a svolgere è – come credo – fondato, c’è da chiedersi quali iniziative politiche la nascente coalizione dell’Ulivo intende avviare nei prossimi tempi, nel territorio oltre che in Parlamento, per contrastare, emendare, in alcuni punti riscrivere, un disegno di legge così lesivo delle necessità di sviluppo del Mezzogiorno.


MEZZOGIORNO [10]

BANCHE, PUBBLICA AMMINISTRAZIONE E IMPRESE

UNA TRIADE PER LA RIDUZIONE DEL DIVARIO MERIDIONALE

S

i sa che l’Italia è il Paese in cui “l’erba del vicino è sempre più verde”. Anzi, più green: se il prato è all’inglese, a noi di casa piace ancora di più. Perciò il ministro dell’Economia Domenico Siniscalco ha avuto buon gioco nell’enfatizzare con accento anglosassone il tentativo di mettere sotto controllo i conti dello Stato. Si deve incidere nel deficit per non meno di 17 miliardi di euro. Ed ecco la novità: il bilancio fisserà, sul modello del cancelliere dello scacchiere del governo Blair Gordon Brown, un limite invalicabile (no-go area?) del 2 per cento alla crescita della spesa corrente nel 2005. Ma quell’erba va pur sempre trapiantata su suolo italiano. Un terreno in cui, assieme alla pianta sempreviva delle regole, crescono a profusione i polloni delle eccezioni. Lo ha spiegato molto bene il Foglio di Giuliano Ferrara. Vedrete, scrisse il giornale, nel prato “inglese” spunterà ben presto la malerba. E di inglese, strada facendo, resterà solo il profumo. Perché, a parte alcune non trascurabili differenze sostanziali che distinguono il planning programming and budgeting system dal nostro Dpef, “il succo del metodo brown è che il governo di sua Maestà presenta la finanziaria in una valigetta, e la Camera dei comuni ha potere di dire sì o no, senza trascorrere tre mesi interi impazzendo in riscritture e pezze a colori, in teoria basate sul rispetto dei saldi da garantire ma regolarmente sottostimando spese e sovrastimando coperture delle pile di emendamenti approvati”. Ed è quanto veniamo osservando, cioè il tentativo di tenere sotto una coperta troppo corta il contratto degli statali, la spesa decentrata dei Comuni, il fabbisogno delle Regioni. Tredici delle circa sessanta pagine del Dpef 2005-2008 sono dedicate al Mezzogiorno. Gli orientamenti di politica economica per il Sud

Claudio D’Aquino

predisposti dal Governo si basano su previsioni e prospettive non incoraggianti. In assenza di una crescita della capacità operativa e della qualità di spesa delle amministrazioni regionali, il tasso di incremento del Pil meridionale è destinato a restare decisamente inferiore a quello europeo. E ciò non per un mese o un anno, ma fino al 2008. Momento in cui, presumibilmente, la sfida competitiva sugli scenari internazionali sarà partita chiusa. Nel Dpef si ipotizza un tasso di crescita del Mezzogiorno intorno all’1 per cento. Per ben che vada. Perché non è detto che il contenimento dell’azione di investimento, per effetto delle misure correttive della finanza pubblica (per l’appunto, il metodo Brown) non si tradurrà in un elemento di ostacolo anche per l’obiettivo minimo della crescita all’1 per cento. E’ancora il Dpef – spiega Lo Cicero - a dirci che l’economia meridionale mostra una tendenza all’espansione più spiccata nell’industria medio-piccola e nel settore agricolo. Non si tratta, onestamente, di indicatori in grado di supportare una crescita di lungo periodo. Che, ormai sappiamo, si gioca in termini di ricerca, innovazione, organizzazione, capacità di confronto competitivo con economie avanzate e sistemi areali di cui avvertiamo l’alito sul collo. Il nodo principale, insomma, di una rivisitata “questione meridionale” riguarda la qualità delle misure di sviluppo delle amminstrazioni “attuatrici”. La nuova architettura del sistema di interventi delle politiche di sviluppo - la creazione di due Fondi che amministrano il complesso delle risorse disponibili; il riordino delle politiche di programmazione negoziata; il rischeduling dei progetti proposti e mai avviati - si fonda propriamente sulla capacità operativa delle amministrazioni decentrate. “A fronte di un compito così impegnativo – è ancora Lo Cicero che parla – le Regioni appaiono troppe, troppo piccole e troppo

interessate, specie in questo momento, a difendere il loro orto elettorale”. Le consultazioni che le riguardano si avvicinano a rapidi passi. E in Italia, in simili circostanze, si entra in una sorta di “semestre bianco” che rasenta la paralisi. Per di più è proprio il Dpef ad annunciare, tra l’altro. che il Governo ha intenzione di “stressare” le amministrazioni attuatrici con ulteriori meccanismi premiali, evidentemente per esercitare una pressione sulle loro performance. Banche, pubblica amministrazione e imprese. Ecco la melodia che il Sud non riesce a suonare. Un magico accordo che ha, tutavia, una nota dominante: la qualità delle amministrazioni attuatrici. Problema considerato inderogabile al punto che, al suo cospetto, anche la questione della riforma degli incentivi appare in subordine. Dai finanziamenti a fondo perduto (e automatici nell’ultima Finanziaria firmata da Visco) si passerà a qualcosa di simile ai mutui a tasso agevolato. Occorre mettere ordine in un sistema che, agli occhi degli investitori, appare come una “foresta opaca”. E certo non incoraggia le imprese la “discrezionalità” con la quale il Governo – tanto per dare a Cesare quel che è di Cesare – soppresse gli automatismi del credito d’imposta aprendo una stagione che ha brillato soprattutto per immobilismo. Ma qui emerge un altro punto. Gli incentivi non possono essere un surrogato del razionamento del credito che le banche praticano nel Mezzogiorno. Essi sono una misura temporanea, volta a colmare i tempi necessari per realizzare nuovo capitale fisso e sociale nel Meridione e migliorare il sistema bancario che agisce nella nostra economia. E così torniamo alla magica triade su cui solo può poggiare la riduzione del divario meridionale.


MEZZOGIORNO [11]

DPEF E FINANZIARIA

LO CICERO: UN NUOVO MEDIOCREDITO? INUTILE

Professor Lo Cicero, lei ha già sostenuto, proprio sulle pagine di Mezzogiorno-Europa, che il grande problema delle politiche di coesione dell’Unione è avere, in Italia come in Germania, aree geografiche che mostrano divari profondi accanto a territori che, viceversa, sono ad altissima densità di sviluppo. Ora il Dpef attribuisce alle amministrazioni “attuatrici” il titanico compito di colmare il divario. Ma lei non mostra eccessiva fiducia nelle capacità operative delle Regioni, non è così? R: Non io, ma il Dpef ne parla come di un nodo non risolto. La nuova architettura del sistema di interventi delle politiche di sviluppo - la creazione di due Fondi che amministrano il complesso delle risorse disponibili; il riordino delle politiche di programmazione negoziata; il rischeduling dei progetti proposti e mai avviati - si fonda propriamente sulla capacità operativa delle amministrazioni regionali. D: E questo le fa tremare vene e polsi? R: Fa venire il batticuore a chi assiste alla incapacità delle Regioni del Sud, nel loro insieme, di collaborare in un’ottica di sistema, in grado di competere con sistemi areali robusti e aggressivi. E’ un problema italiano. A fronte di una partita così dura, le amministrazioni regionali appaiono troppe, troppo piccole e troppo interessate, specie in questo momento, a difendere il loro orto elettorale. D: Le consultazioni elettorali che le riguardano si avvicinano a rapidi passi. Non crede che la scadenza potrebbe incitarle a un colpo di reni? R: Esperienza dimostra che in Italia, in simili circostanze, si entra in una sorta di “semestre bianco” che rasenta la paralisi. D’altro canto il Dpef annuncia che il Governo ha intenzione di “stressare” le amministrazioni attuatrici con ulteriori meccanismi premiali, evidentemente per esercitare una pressione sulle loro performance operative. Quindi, l’asticella da saltare sarà posta più in alto.

Claudio D’Aquino

D: Il tema del credito è venuto all’attenzione delle Regioni meridionali. Il governatore Bassolino lo ha posto in termini inequivocabili con l’idea di un mediocredito meridionale, specie dopo l’accorpamento del Banco di Napoli nel Sanpaolo. Perché lei non è d’accordo? R: Quando si consumava la scalata e lo sradicamento del Banco di Napoli, Bassolino era sindaco della città. Quindi poteva esercitare un ruolo diretto e, dal punto di vista della incisività non inferiore, a quello del ministro dell’Economia. Non lo ha fatto, lasciando inascoltati i tanti sos che indirizzava, a lui e ad altre forze di governo della città, Gustavo Minervini, presidente della Fondazione Banco Napoli, all’epoca principale azionista della banca. Lo ricorda un lungo intervento in un libro che, ironia della sorte, è stato pubblicato proprio dall’Istituto Banco Napoli. D: Professore, cosa possiamo fare oggi, oltre che piangere sul latte versato, per dare al Sud una struttura bancaria attrezzata e competitiva? R: Certo non un nuovo mediocredito, iniziativa veramente inutile. Tutte le grandi banche italiane dispongono di un istituto di credito a medio termine attivo nell’economia meridionale, ciascuna supportata da una imponente rete di filiali. Misurarsi con sistemi così strutturati e radicati richiederebbe un investimento massiccio: risorse di cui le Regioni meridionali non dispongono. D: Che fare, allora, per il credito nel Sud? R: Anzitutto accrescere la capacità degli attori locali di dare corpo a progetti che meritino credito. Un lato della medaglia è la ridotta dimensione e l’eccessiva opacità delle imprese meridionali. Imprese piccole, vincolate alle dinamiche

locali, non in linea con le esigenze dimensionali dell’allargamento e della globalizzazione. D: E l’altro lato della medaglia?

R: E’ costituito dalla difficile comunicazione tra banche troppo grandi, ed estranee ai gruppi dirigenti locali, e PMI. In mezzo c’è la pubblica amministrazione locale che non riesce a ridurre l’impatto tra questi vasi incomunicanti. D: Qual è, in definitiva, la ricetta giusta? R: Lavorare su banche, imprese e PA, mondi da mettere in comunicazione e relazione organica. E poi prendere a modello due fra le cinque agenzie sovranazionali che si occupano di sviluppo nel mondo come esempi da imitare: la Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo e la International Finance Corporation. D: Di che cosa si occupano, più in dettaglio? R. La prima offre mediocredito, formazione del capitale umano, supporto e consulenza alle amministrazioni locali per creare capitale fisso sociale e capitale relazionale. La seconda è una vera e propria banca di affari, che provvede capitali di rischio, crediti e soluzioni di ingegneria finanziaria, a supporto del sistema delle imprese. D: Modelli da imitare per produrre che cosa? R: Regioni, Governo ed entità sovranazionali come la Bei dovrebbero dar vita alla Banca di Sviluppo Mediterraneo. La quale, insieme con grandi banche internazionali, dovrebbero creare qualcosa in grado di emulare l’IFC. Insieme questi due strumenti - che non sono banche, ma istituzioni in grado di migliorare efficienza ed efficacia del mercato di capitali - potrebbero produrre la svolta necessaria per una migliore gestione, meridionale e nazionale, delle politiche di coesione dell’Unione Europea.


GOVERNANCE [12]

Il ruolo delle provinve nel governo delle “aree vaste”

La

contemporaneità delle elezioni dello scorso Giugno per il rinnovo del Parlamento Europeo e, in Campania, per quello di tre Amministrazioni Provinciali: Avellino, Napoli, Salerno mi dà lo spunto per porre alcuni interrogativi e formulare alcune considerazioni sullo stato di salute delle Province in materia di governo del territorio. Per capire se c’è già un rapporto tra le pianificazioni del territorio in atto nelle province e gli orientamenti dell.U.E in merito. E come si collocano nella novità della Carta Costituzionale Europea, che sarà firmata il prossimo ottobre in Italia, e darà ingresso formale nella Costituzione dell’Unione ai governi territoriali:la via è quella di concepire le autonomie territoriali come punti di una rete nazionale che sostiene tutti e non abbandona nessuno (Andrea Manzella). Si tratterà di costruire procedure per le decisioni come vincoli di partecipazione e non come momenti di gelosa separazione localistica (A. Manzella). Il tema del governo del territorio richiama quello dell’urbanistica, sia per l’evoluzione concettuale e fattuale che sta vivendo, sia per le coglibili difficoltà che ancora prevalgono a metabolizzare le novità. È da tre anni ormai che – con la riforma del titolo V della Costituzione – la nozione urbanistica è stata mutata in quella di governo del territorio. Con un cambiamento non meramente nominalistico:il concetto di urbanistica si è ampliato a “governo” (degli usi e della gestione) del territorio di cui all’articolo 117 della Costituzione, e non è indifferente che al concetto di “ governo” si riconnetta il diverso sistema di legittimazione elettorale che ormai coinvolge tutti i livelli di governo territoriale…In sostanza, con il termine di governo del territorio non si è fatto altro che

Eirene Sbriziolo

prendere atto di tutto l’ordinamento pregresso e della capacità di colmare ermeneuticamente la distanza tra la realtà e le norme: …ma non è risolta la qestione di quali materie, strumentali al governo del territorio, vi rientrano (Paolo Urbani). Non è facile rappresentare gli effetti della ricaduta della riforma del titolo V sui governi

locali del territorio, soprattutto in una vacanza di declinazione innovativa dei poteri amministrativi - Regione, Province, Comuni- ai fini di una programmazione/gestione unitaria e condivisa dello sviluppo, e che tenga in conto principi e orientamenti U. E. Il riferimento U.E. non è forzatamente tirato dall’argomento che ho scelto: le politiche dell’ U.E. già si impattano con molta parte del territorio regionale e con pianificazioni locali urbane o di settore. Da questa situazione originano alcuni interrogativi.

Alcuni interrogativi • Le ricadute territoriali e culturali che questo impatto sta ingenerando sul territorio regionale sono valutate limitatamente soltanto alle operazioni U.E.(finanziamenti, progetti comunitari)? • O, invece sono colte come occasioni per sperimentare politiche territoriali alternative a quelle di tradizione?

• Quanta parte di territorio regionale rimarrebbe residuale o indietro rispetto alle novità, in quanto non investite da programmi comunitari? • C’è rischio che alla periferia fisica territoriale se n’ aggiunga una programmatica? Gli orientamenti U.E. stanno incidendo sullo spazio/territorio e ne stanno innovando caratteristiche e usi, nonostante la materia di pianificazione non rientri tra le dirette competenze dell’U. E.; ma ciò sta avvenendo in quanto è il quadro della finanza di progetto comunitario che s’implica con la pianificazione. E questo è un nodo di criticità: in carenza di strumentazione adeguata per il governo e la gestione del territorio, anche progetti comunitari di qualità rilevante perderebbero di efficacia se sono decontestualizzati. Sono stati formati in Campania nuovi strumenti di piano e portati anche a redazione di fase definitiva: dal PTR ai PTCP di Salerno e di Napoli, ai parchi Ma scelte, opzioni, organizzazioni spaziali quali quelle che li caratterizzano non hanno ancora valore di efficacia per i soggetti locali istituzionali né per i terzi. Né sono ipotizzabili i tempi per la loro approvazione, e potrebbero essere più lunghi di quelli che urgono per affrontare le tempistiche accelerate delle procedure comunitarie. E rimane la preoccupazione che con il finanziamento comunitario siano state sì allocate risorse per lo sviluppo del territorio campano (certo meritoriamente) ma non sempre le scelte e le decisioni assunte rivelano la volontà di innovazione nelle politiche di governo e nella gestione del territorio. Ha scritto su questa Rivista il Direttore del nucleo di valutazione della Regione, e ritengo come risposta forse a qualche critica sulle modalità d’intervento per l’attuazione


GOVERNANCE [13]

dei progetti comunitari, che c’è un contesto culturale a cui è estranea l’idea che un’azione pubblica possa essere decisa in base alla qualità e alla praticabilità di certi obiettivi e poi giudicata in base ai risultati raggiunti (Federico Rossi).Si tratta di un’affermazione che imbarazza il pianificatore. E, tuttavia, se questo richiamo di Federico Rossi non significa un’assunzione a regime di una modalità d’intervento sul territorio per l’azione pubblica, non ho difficoltà ad ascriverla ad una sperimentazione, in alcuni casi e per più aspetti pesante e anomala, ma comunque interessante per accelerare l’approccio ad un’urbanistica dell’intervento a superamento di quella tutta affidata alla regolazione. Una ragione in più che giustifica l’impazienza di poter disporre del disegno complessivo per il governo del territorio della regione, che espliciti nuove forme di garanzie, le quali richiedono politiche di intervento non sempre o difficilmente inquadrabili in codificazioni astratte. Sarebbe utile attivare un monitoraggio di quanto sta succedendo sul territorio. Non limitato alla registrazione (certo indispensabile) dello stato dell’arte dei programmi e delle operatività, ma che possa dar luogo a letture interpretative delle trasformabilità dei territori conseguenti all’intervento comunitario. Estendendo, però, le valutazioni oltre i territori direttamente interessati dagli interventi: a luoghi contigui e ad altri ancora più esterni, per capire quali nuove opportunità relazionali sono credibilmente concepibili tra luoghi e luoghi. Il PTR, i PTCP, i PRG di più recente generazione, anche se non ancora avvalorati dal confronto di merito nelle sedi democratiche istituzionali e sociali, assumono indubbia rilevanza per il montaggio della lettura del sistema delle relazionalità tra interventi comunitari e contesti territoriali. Così si farebbe anche informazione e partecipazione, veicolando in forme pubblicistiche orientamenti e scelte della Regione ad una più larga rappresentanza democratica e

coinvolgendola in un consapevole e responsabile esercizio critico/valutativo sui programmi e sulle azioni per lo sviluppo e la qualità del territorio proposti. E risulterebbe forse utile anche per comporre i diffusi comportamenti irrazionalmente critici, ostili, rancorosi. Solo se si riesce ad instaurare una pratica relazionale fondata sull’ascolto, il dialogo, la comprensione delle reciproche funzioni, la condivisione e la giustificazione di un lavoro comune, sarà possibile pensare di recuperare distacchi e diffidenze e superare le resistenze al cambiamento… resistenze che si alimentano non soltanto

nei territori, ma spesso anche all’interno delle amministrazioni.(Federico Rossi).

Provincia e costruzione del progetto complessivo Il ruolo incisivo che avrebbe la Provincia nella costruzione del progetto complessivo per il governo del territorio risiede nella sua stessa realtà territoriale e istituzionale, che identifica una dimensione ottimale (l’area vasta) ai fini della formazione di sistemi di reti fisiche e organizzative cui informare governo e gestione unitari del territorio. Una convinta adesione politica che avvalori il significato della realtà/area vasta renderebbe irrilevante la distinzione, non ancora risolta e in termini chiari e tali da superare conflitti d’interpretazione, delle competenze di attribuzione: si potrebbe atti-

vare una sperimentazione. D’altra parte, ruolo, competenze e attribuzioni della Provincia sono stati indicati ormai dal 1990, e di seguito confermati e ampliati nel 1998 dal decreto Bassanini e nel 2000 dal T.U.267 oltre che dalla L.3/2001 e dai principi U.E. C’è invece l’esigenza di una sua più incisiva presenza sulla base di un ampio partenariato istituzionale e sociale, anche alla luce del rilevante processo di decentramento in atto, e da attuarsi in maniera unitaria…svecchiando comportamenti e atteggiamenti incapaci a far prevalere convergenze solidali e responsabili per l’interesse generale(Federico Rossi). Anche perché non sfugge l’inclinazione (anche ai livelli istituzionali) a tenere la Provincia in bilico tra attenzione e disaffezione. Quando, in alcuni ambienti, addirittura non ritorna l’interrogativo se sia davvero utile. Tuttavia le stesse elezioni dirette delle figure apicali delle istituzioni locali che hanno fatto sbocciare la stagione dei sindaci, poi quella dei governatori non ne hanno aperto una per i presidenti delle province, e non soltanto in Campania. Gennaro Biondi all’indomani dei risultati della consultazione elettorale che ha assegnato la vittoria al primo turno della coalizione di centro sinistra ad Avellino, Napoli, Salerno ha scritto:Le nuove strutture decisionali delle amministrazioni provinciali sembrerebbero in grado di garantire le giuste risposte ai grandi processi di cambiamento in atto nella nostra regione, che il più delle volte stanno avvenendo sulla base di spinte estranee a qualsiasi logica di programmazione dello sviluppo e dell’assetto del territorio. E si augura, Gennaro Biondi, che Per l’omogeneità dei nuovi schieramenti di maggioranza nelle amministrazioni provinciali si possa lavorare ad un grande progetto cui dovrebbero concorrere per la propria parte di competenza istituzionale le singole amministrazioni. Ma questo esige che da parte della Regione sia attivata:tutta una serie di deleghe alle amministrazioni provinciali che riguardano anche settori strategici dello sviluppo,


GOVERNANCE [14]

come ambiente, formazione professionale, attività economiche.

Chi teme l’area vasta?

La dimensione area vasta non rappresenta soltanto un’ estensione fisico-territoriale, fondamentalmente esprime una volontà politica per evolvere in nuove forme di governo del territorio. Ad esempio: scelte e decisioni programmatiche e operative per lo sviluppo territoriale -in presenza di problemi che richiedono soluzioni comportanti azioni integrate e interrelate tra più livelli locali- astrarrebbero, per logiche oggettive di gestione territoriale ( e con auspicabili composizioni delle ricorrenti conflittualità politico/ amministrative) dalle rigide delimitazioni degli ambiti comunali. Scelte, decisioni, progetti s’incardinerebbero su azioni di sviluppo del tutto alternative a quelle tradizionali per singoli ambiti comunali. E certo le politiche del governo del territorio cambierebbero: da quelle implicitamente monocratiche dei Comuni si dovrebbero affermare pratiche di cooperazione, condivisione e coesione, e azioni dentro questo spazio comune. Con la finalità di traguardare possibilità di governo e di gestione unitari per il territorio regionale, facendo perno su questo spazio territoriale intermedio. Uno spazio che le realtà province e aree metropolitane possono inverare: mutuando la nozione di area vasta in domanda di area vasta. E, tuttavia -nonostante che di area vasta si parli da anni e che ci siano interessanti casi sperimentati anche in Italia che ne confermano la validità programmatica, operativa, gestionale e la dimensione ottimale per affrontare problemi di scala sovralocale - la nozione non è ancora ascrivibile in una generalizzata adesione. Né ci sono riferimenti all’area vasta nelle leggi di riforma in discussione sia a livello nazionale che a quello della regione Campania, Anzi, entrambe sembra si caratterizzano in controtendenza. La legge nazionale, in discussione presso l’VIII Commissione ambiente -territorio -lavori pubblici della Camera dei Deputati non contempla l’area vasta: si orienta per la formazione di piani intercomunali. E quindi si parla di cosa diversa. I piani intercomunali tutt’al più ( e insegna l’esperienza sessantennale della legge del

’42 circa il loro fallimento) risponderebbero ad occasionali convenienze di comuni contigui a condividere iniziative, in quanto eccedenti le rispettive capacità per concretarle. Dispiace che la proposta sia stata introdotta in Commissione, alla Camera dei Deputati, dai gruppi di opposizione al Governo. Ma dispiace di più che anche la legge regionale di norme sul governo del territorio -come dal testo licenziato dalla IV Commissione del Consiglio regionale- vada sulla stessa lunghezza d’onda di quella nazionale riguardo all’area vasta: non la contempla e indica la promozione di intercomunalità. Una prima impressione che ricavo dalla legge regionale è che la Provincia non perda soltanto la sua cifra identitaria d’area vasta. Anche la competenza per la pianificazione territoriale involverebbe verso autonomia vigilata più che partenariale. Con buona pace della sensibilità culturale e politica di Federico Rossi che sostiene “ un ampio partenariato”. Con la legge in discussione alla Regione, la Provincia dovrà pianificare in coerenza con le previsioni contenute negli atti di pianificazione regionale e nel perseguimento degli obiettivi (del piano regionale n.d.a.) di cui all’art.2… e in attuazione degli obiettivi della pianificazione regionale delle prospettive di sviluppo del territorio

Unione Europea e sistemi territoriali Da Maastricht ad Amsterdam, da Potsdam a Nizza orientamenti e principi in merito alla formazione dei quadri della finanza del progetto comunitario sono stati via

via indicati con maggiore approssimazione, divenendo incidenti nelle azioni dei governi locali del territorio. Orientamenti e principi riflettono questioni sia di rilevanza che di dettaglio per le politiche territoriali e le decisioni per quelle dello sviluppo. Interessanti sono i principi che orientano verso nuove concezioni e forme del fare pianificazione. Li sintetizzo così: • articolazioni di azioni sul territorio secondo formazione tra luoghi di reti fisiche e organizzative, con superamento delle tendenze municipalistiche; • liberazione della nozione di esercizio pubblico dall’esclusivo appannaggio dell’ istituzione locale. • perseguimento di pratiche partenariali; • promozione di pratiche partecipative dalla formazione dei programmi alle decisioni; • ricerca di forme flessibili di governance • allargamento della rappresentanza democratica istituzionale introducendo eventuali modalità alternative a quelle tradizionali; • consolidamento e pratica del principio di sussidiarietà; • abbandono del grande piano illuminista per favorire quello delle politiche di coesione, di coordinamento, di cooperazione; • tendenza alla costruzione dello spazio comune. E su tutto l’affermazione implicita del passaggio dal piano della regolazione a quello dell’intervento. Con il documento di Potsdam (del maggio ’99) il Consiglio informale dei Ministri dell’U.E. responsabile della piani-


GOVERNANCE [15]

ficazione spaziale, adottando il documento SSSE (schema di sviluppo spaziale europeo) ha indicato con maggiore approssimazione modi di trasformabilità del territorio. Puntando su: • sviluppo di un sistema policentrico ed equilibrato con rafforzamento della collaborazione tra aree urbane e rurali :a superamento del dualismo città campagna; • concezioni integrate per le comunicazioni e i trasporti a sostegno dello sviluppo policentrico dei territori; • ricerca di soluzioni differenziate regionalmente per consentire condizioni paritarie di accesso alle infrastrutture; • gestione oculata dello sviluppo e conservazione del patrimonio culturale e naturale. Si evince che le Regioni, non dovrebbero limitarsi a rappresentare soltanto i loro scenari territoriali, bensì anche la piena legittimità delle pianificazioni territoriali locali e il loro coinvolgimento nelle politiche U.E. La U.E.attribuisce, infatti, importanza crescente al ruolo delle collettività locali oltre che regionali, basandosi sull’idea che la crescita economica e la convergenza di certi indicatori non siano sufficienti per conseguire obiettivi della coesione economica e sociale, e per influire su riequilibri di disparità ancora evidenti tra aree di un territorio. Gli stessi programmi comunitari e gli interventi, d’altra parte, del tipo PRUSST, programmi territoriali integrati (PIT), POR e PON hanno rivelato l’improponibilità di un agire per localizzazioni circoscritte a singoli ambiti locali.Implicitamente richiedevano aree vaste di azione, e uno spazio territoriale di respiro sovralocale. Ed è area vasta: incomprensibilmente

esorcizzata, si sta autocostruendo anche in Campania.

Provincia e devolution

Secondo Andrea Manzella l’impostazione della c.d. devolution rischia di vanificare la riforma costituzionale avviata nella scorsa legislatura parlamentare, con la legge 3/2001. Ritiene che questa legge rappresenta un innegabile punto di partenza, da migliorare, completare, bilanciare nei pesi e nei vantaggi. Non concorda con il progetto governativo e ritiene Che si è mosso al largo di tutto questo e, soprattutto, parla d’altro. L’ altalenante approccio tra evoluzioneinvoluzione per l’attribuzione di poteri e competenze al sistema dei soggetti locali è un dèjà vu : l’istituzione delle regioni e le discussioni degli anni settanta.

È il turno della Provincia?

La Provincia che con il decreto legislativo c.d. Bassanini del ’98 aveva avuto un’investitura ampia per formare un piano territoriale e con il valore e gli effetti dei piani di tutela nei settori della protezione della natura, della tutela dell’ambiente, delle acque e della difesa del suolo delle bellezze naturali, semprechè la definizione delle relative disposizioni avvenga d’intesa fra province e amministrazioni statali competenti. Avevo avuto, a suo tempo, qualche dubbio sull’innocenza di quell’avverbio ‘semprechè’:mi era sembrato implicitamente limitante la competenza di materie. E oggi, ancor prima della devolution, che comunque è ancora in discussione, c’è

il Codice Urbani (dei beni culturali e del paesaggio) in vigore dal maggio scorso, che, si ha motivo di ritenere, ingenererà altre incertezze riguardo a possibili limitazioni alle autonome politiche del governo del territorio delle istituzioni locali. E, ritornando alla devolution: L’ANCI e l’UPI lo scorso giugno- in sede di audizione alla I Commissione della Camera dei Deputati- hanno ribadito un percorso di riforme di assetto istituzionale che valorizzi autonomia e responsabilità dei livelli di governo territoriale. E hanno ricordato il Testo Unico, il 267 del duemila, per l’indicazione del ruolo attivo che le province debbono ricoprire per il cordinamento dello sviluppo locale: La Provincia, ente territoriale intermedio tra comune e regione, rappresenta la propria comunità, ne cura gli interessi, ne promuove e coordina lo sviluppo. Tale ruolo è emerso dagli sviluppi della programmazione negoziata che ha evidenziato il territorio provinciale come ambito ottimale della concertazione tra soggetti pubblici e privati (regione, enti locali, amministrazioni statali, associazioni imprenditoriali). La disciplina della programmazione negoziata prevede espressamente un ruolo attivo degli enti locali (delle province) come soggetti promotori dei patti territoriali e dei contratti d’area. La legge 3 del 2001, di riforma dell’articolo 117 della Costituzione, con l’introduzione della nozione di governo del territorio implicitamente richiama esigenze di coordinamento e di contestualità di programmazioni e pianificazioni, sin dalla loro impostazione, tra Regione – Province - Comuni e lo stato e il soggetto U.E.


GOVERNANCE [16]

Fino ad oggi, ai livelli locali istituzionali, impostazioni e contenuti di strumenti di piano ( PTR, PTCP, PRG) sono stati concepiti in funzione di opzioni di trasformazioni del territorio e di scelte per lo sviluppo ma limitate soltanto ai rispettivi territori di competenza, dando luogo a dipendenze gerarchiche (dal piano generale regionale a quelli di scala minore comunali). Il sistema gerarchico -con la riforma dell’articolo 117 della Costituzione- sembra ormai incompatibile con la nozione di governo del territorio, per l’esigenza di dover contestualizzare programmi e azioni per lo sviluppo dei territori e, quindi, innovare nelle procedure per le decisioni da costruire come vincoli di partecipazione e non come momenti di gelosa separazione localistica, per dirla con il Manzella. Si dice che ci siano altre difficoltà oggettive, oggi, che s’implicano con le politiche per il governo del territorio: si farebbero risalire all’aumento dei soggetti che si contendono lo stesso territorio. Ma è un problema vecchio questo, su cui si sono spesi i Predieri, i Giannini i Benvenuti, i Barbera, in occasione delle attribuzioni Stato-Regioni negli anni settanta. Ma i motivi di fondo erano gli stessi: arroccamenti, ostinazione, incapacità a svecchiare comportamenti consolidati. E poi c’è l’ingresso del soggetto U.E. sulla scena territoriale che ha immesso un ‘più’ di complessità e di complicazioni. Il caso, ad esempio, delle potestà legislative statuali (quelle che la riforma dell’articolo 117 della Costituzione indica concorrenti tra

Stato-Regioni) le quali -oltre al rispetto della nostra Costituzione- hanno vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario. Politici, studiosi di materia e addetti ai lavori ritengono che la legge del 2001 sia diventata una cartina di tornasole per i processi di riforma dei procedimenti decisionali. Si chiedono se in qualche modo influisca anche la conflittualità politica – che accompagna la forma sistema maggioritario – ad incrementare i ricorsi alla Corte Costituzionale promossi dalle regioni (ma anche dallo Stato). Mentre, risulta sempre più evidente la tendenza ad un riequilibrio di decisioni a favore dello Stato:Ieri con la legge 443/2001, la c.d. Lunardi per la localizzazione opere pubbliche statali. Oggi con il Codice Urbani per la programmazione e la gestione del paesaggio.

Le province e il codice Urbani Il Codice dei beni culturali e del paesaggio apre nuovi e complessi problemi. Entrato in vigore nel maggio scorso, le prime proteste si sono appuntate sul travalicamento delle competenze del Parlamento (è legge delega al Governo) e sull’inserimento nel Codice della liquidazione di patrimonio artistico monumentale, sembrata in linea con quella per il patrimonio pubblico. Con la III parte del Codice, invece, si aprono puntuali problemi per il governo del territorio e per l’autonomia programmatoria

del sistema delle istituzionali locali. Intanto, la Convenzione Europea del pesaggio – firmata dal Consiglio d’Europa a Firenze nel 2000 – ha impresso una decisiva spinta innovativa alle politiche di tutela del paesaggio. L’Italia non l’ha ancora ratificata (come da informazioni recenti). E il Codice, nel corso della sua stesura, ha comportato una difficile mediazione tra concezioni tradizionali dell’Italia in materia di tutela e le spinte innovative, quali emergono a livello internazionale (di cui in più di un’occasione ho accennato su questa Rivista). L’U.E. attribuisce particolare significato attivo alle azioni di tutela e, ai fini delle politiche, non include soltanto misure di salvaguardia in senso stretto, bensì anche quelle per la gestione dei processi di trasformazione dei luoghi, la cui valorizzazione può perfino comportare la creazione di nuovo paesaggio. Promuove coordinamenti e collaborazioni tra i diversi soggetti istituzionali per il settore della tutela per attuare i principi di sussidiarietà, per valutare le differenziazioni locali, e adeguare le funzioni amministrative da esercitare. Il Codice fa riferimenti alle politiche comunitarie, ma rimane influenzato dalla tradizione nazionale in materia ammettendo ancora logiche del tipo elenchi classificatori, o di ambiti omogenei : non ci sono indicazioni per fare politiche di sistema, quali quelle che informano gli aspetti innovativi della Convenzione Europea e finalizzate ad una più estesa costruzione della qualità dello spazio territoriale. La Convenzione Europea concepisce un paesaggio in trasformabilità e in base a obiettivi differenziati per conferire una più generale nuova qualità allo spazio, per cui in sintesi la valorizzazione paesaggistica ha valore strategico di sviluppo e di crescita civile. Un valore che è affatto diverso dalla tutela statica, testimoniale. In conclusione:la Regione imposterà e gestirà politiche collaborative con le istituzioni locali per sviluppare un sistema integrato d’azioni di tutela e di valorizzazione tra territori, tenendo in conto dell’articolazione delle rispettive competenze istituzionali, come da Convenzione Europea: una Convenzione che punta al superamento di valutazioni di unicità e di separabilità con la finalità di affrancarsi da azioni di tutela puntuali e di pianificazioni frammentate? E le Province uscite dal voto del 13 giugno sono pronte a lavorare anche su questo “grande progetto”?


RICERCA [17]

INNOVARE NELLA POLITICA DELLA RICERCA

Claudio D’Aroma

Il dibattito

sullenuove prospettive finanziarie dell’Unione europea per il periodo 2007-2013 coinvolge, tra i temi più rilevanti, quello della ricerca e dell’innovazione. In un precedente articolo, pubblicato su questa rivista, abbiamo affrontato le tematiche fondi strutturali-ricerca-strategia di Lisbona, puntando l’attenzione sui fondi. Qui vogliamo mettere in luce le proposte della Commissione in materia di ricerca ed esaminare più attentamente i problemi connessi con la strategia di Lisbona. Questi ultimi non costituiscono solo due capitoli delle prospettive politiche e finanziarie dell’Unione ma il cuore del prossimo sviluppo delle società europee. Il cambiamento della qualità dei posti di lavoro, l’utilizzazione delle nuove tecnologie in campo informatico e nelle comunicazioni è al centro di una sfida che non si può perdere, pena la marginalizzazione e la decadenza del nostro continente sulla

scena globale. Una sfida che ha come obiettivo il riposizionamento regionale dell’Europa in relazione agli Stati Uniti, in primo luogo, al Giappone e, in un domani molto prossimo, alla Cina e all’India. Le decisioni strategiche in materia di nuove tecnologie sono assunte negli USA. Le loro aziende sono leader in questi settori; il “sistema” USA costituisce il principale polo decisionale/ operativo. I ricercatori provenienti dal mondo intero non trovano, in America, solo finanziamenti e laboratori efficienti ma un ambiente internazionale stimolante dove le intelligenze non sono solo giustapposte ma inserite in un quadro organico in cui finanziamenti pubblici e privati, strutture efficienti e team di prim’ordine trovano la giusta collocazione; in cui la collaborazione pubblico-privato, l’intreccio scientifico ed operativo tra impresa ed università trova importanti riscontri. È vero che altri paesi (l’India ad es.) stanno cominciando ad attrarre

una serie di servizi per le aziende una volta appannaggio dei paesi più sviluppati, stanno formando tecnici e ricercatori di livello, nelle loro università, che si immettono sul mercato con alte competenze e costi fortemente inferiori a quelli dei loro colleghi occidentali. Ma siamo ancora in una fase iniziale, seppur promettente. Gli obiettivi europei sono, oggi : invertire la tendenza alla fuga dei ricercatori verso gli USA; creare uno spazio europeo della ricerca che risolva il problema della frammentazione e della duplicazione del lavoro oggi esistente; creare ambienti di lavoro sempre più internazionali che coordinino il lavoro di ricerca ed attraggano sempre più ricercatori dai paesi terzi; finanziare la ricerca in maniera adeguata, potenziando la quota privata; utilizzare pienamente le potenzialità del mercato interno; puntare sulla sostenibilità ambientale quale elemento centrale dello sviluppo.


RICERCA [18]

Il futuro della ricerca europea Attualmente l’UE investe in ricerca il 2% del PIL contro il 2,7% degli Stati Uniti e oltre il 3% del Giappone. Il lavoro è segmentato e centrato su programmi nazionali. La Commissione si pone come obiettivi principali la realizzazione di : • uno “spazio europeo della ricerca” che costituisca il mercato interno per la ricerca e la tecnologia nel cui ambito si coordinino le attività e le politiche nazionali e regionali in materia; • un incremento della spesa dal 2% al 3% entro il 2010, con la percentuale pubblica all’1% e quella privata al 2%; • un sostegno alla ricerca europea fornendo finanziamenti diretti ad integrazione dei programmi nazionali. Come realizzare questi obiettivi? Attraverso un approccio diverso rispetto al passato che privilegi la dimensione europea piuttosto che quella nazionale. Il sostegno finanziario si dovrà realizzare in favore di gruppi di ricerca selezionati su base competitiva a livello europeo e non più nazionale e ciò soprattutto nei settori della ricerca fondamentale. La Commissione ed il PE hanno proposto la creazione di un’agenzia sul modello della National Science Foundation statunitense che dovrebbe operare assegnando borse a gruppi di ricerca di alto livello nel settore della matematica e della fisica dei quanti che abbiano ricadute nel settore informatico. Facilitare la mobilità dei ricercatori è di centrale importanza. Bisognerà rimuovere gli ostacoli legati allo sviluppo delle carriere, rendere la sicurezza sociale immediatamente accessibile, rimuovere gli ostacoli connessi agli spostamenti delle famiglie. Il Commissario alla ricerca, Busquin, ha varato, a fine giugno, la rete europea “ERAMORE”. Un sistema integrato di centri di mobilità per i ricercatori. È costituita da una rete di 200 centri distribuiti in 33 paesi (membri dell’Unione e terzi). Questa rete ha la funzione di migliora-

re l’informazione e l’assistenza pratica in favore dei ricercatori. Si aggiunge al portale Internet per la mobilità, gestito dalla Commissione. L’importanza e l’interesse per le problematiche legate alla ricerca (in questo caso alla mobilità dei ricercatori) sono testimoniati anche dall’attenzione crescente dei media. Il problema ricerca appare sempre meno legato a cerchie di specialisti ma viene

quadro si collocano le ricerche sulle nuove generazioni d’aerei ecologicamente più affidabili, lo sviluppo delle tecnologie dell’idrogeno quale nuova fonte d’energia, le ricerche in materia di nanoteclogie nell’elettronica, l’energia solare come nuova fonte energetica pulita e rinnovabile. Interessante la proposta di creare “poli d’eccellenza” a livello europeo,

percepito come problema sociale, che ci riguarda in prima persona. Il 29 giugno, ad esempio, il canale televisivo francotedesco, ARTE, ha dedicato una serata al problema trasmettendo un documentario prodotto in collaborazione con la Commissione. Il partenariato pubblico-privato va rafforzato in maniera decisa. I centri di competenza o parchi tecnologici rappresentano un ‘esperienza di notevole interesse in tal senso e possono contare su esperienze riuscite : oltre all’esempio, già citato, delle realizzazioni in tal senso promosse dall’Assessore alla ricerca della Regione Campania, Luigi Nicolais, molto interessante è quanto realizzato in materia di biotecnologie nella Francia del Sud, a Nimes. La collaborazione tra centri di ricerca pubblici e privati, le università e l’industria è di centrale importanza per programmare la ricerca in vista di sbocchi applicativi, per trasferire know how all’industria, senza così sovraccaricarla di costi aggiuntivi. La scala d’azione dovrà essere europea e non più soltanto nazionale. In questo

connessi in rete (la Commissione sta già operando in tal senso). I campi d’intervento prioritari potranno essere i settori della ricerca ambientale e climatica, le tecnologie dell’informazione, la ricerca medica ed alimentare. Se le nuove azioni andranno condotte su scala europea sarà bene partire dal coordinamento a livello nazionale e regionale dei programmi di ricerca al fine di creare masse critiche di risorse ed una capacità di impatto adeguata. Bisognerebbe migliorare la complementarietà delle attività nazionali. Verrebbero accorpati programmi di ricerca in ambiti quali il cancro, il morbo d’Alzheimer e le malattie emergenti, le nanotecnologie. L’incremento del numero dei ricercatori è una delle priorità da realizzare entro il 2010 : la Commissione calcola in 700.000 il numero dei nuovi addetti alla ricerca necessari a colmare le carenze attuali per avvicinarci alla percentuale statunitense e a quella ancora più elevata del Giappone. Inoltre, la Commissione propone di agire in due settori che hanno assunto una notevole rilevanza : lo spazio e la sicurezza.


RICERCA [19]

La politica spaziale trova posto anche nel Trattato costituzionale, approvato dal Consiglio europeo dello scorso giugno, a conferma del fatto che l’Unione non può più giocare un ruolo tecnico-scientifico di rilievo senza avere una significativa presenza in tale settore. Il programma Galileo, che prevede l’utilizzo di satelliti europei per il posizionamento, l’osservazione

al fine di non far trovare impreparati questi giovani europei di fronte ad opportunità di lavoro all’estero. La mobilità dei lavoratori e dei ricercatori in Europa resta il vero punto dolente. Fattori linguistici, abitudini, approcci differenti hanno fortemente limitato la circolazione di questi “fattori produttivi”. Nel 2002, 2 milioni di studenti han-

messo tra le vere esigenze di fronte a cui si trova l’Unione e le necessità della stabilità di bilancio. Negli Stati membri gli investimenti in materia di ricerca dovrebbero arrivare all’1% del PIL entro il 2010; toccheranno invece lo 0,88% (quota dell’investimento pubblico, il restante 2% dovrà provenire da fonti private per giungere all’investimento complessivo del 3% del PIL).

del clima, la regolazione del traffico stradale, marittimo ed aereo, testimonia dell’impegno gi�� assunto dall’Europa in tale ambito. Politica spaziale europea significa il disimpegno dalle tecnologie statunitensi (il GPS utilizzato da noi europei è sotto controllo militare USA), il rafforzamento della ricerca scientifica e il potenziamento delle nostre industrie che operano nel settore. Il tema della sicurezza è diventato di drammatica attualità con gli attentati dell’11 settembre 2001. Il mondo occidentale nel suo insieme, i paesi musulmani governati da regimi moderati, e non solo gli Stati Uniti, sono minacciati. La Commissione propone di rafforzare la ricerca nei settori del bioterrorismo, della criminalità informatica, della sicurezza globale. Ricerca e formazione sono tematiche strettamente connesse. Interessanti le proposte della Commissione in materia di mobilità degli studenti e dei neolaureati al fine di far acquisire esperienze di studio in altri paesi, flessibilità mentale in rapporto ad altri approcci culturali e metodologici ed

no partecipato a programmi di mobilità. Si propone di arrivare a 3 milioni nel 2010. Parteciperà a tali programmi il 10% degli studenti europei (anche i docenti saranno interessati). È ancora poco; andranno fatti sforzi ulteriori. Entro il 2013 dovranno fare esperienze all’estero 150.000 tirocinanti in formazione e 50.000 adulti nel campo della formazione permanente. Le prospettive finanziarie elaborate dalla Commissione e condivise dal Parlamento europeo propongono un incremento importante della spesa in materia di ricerca, tendenzialmente in linea con gli impegni adottati nel Consiglio europeo di Lisbona. La voce di bilancio “Competitività per la crescita e l’occupazione”, che comprende oltre alla ricerca e all’innovazione anche l’istruzione, la formazione ed altre politiche connesse, passa dagli 8.791 milioni di euro (in stanziamenti d’impegno) per il 2006 ai 12.105 del 2007 (anno di inizio della prossima programmazione settennale) per arrivare ai 25.825 milioni nel 2013. La proposta della Commissione, pur apparendo ambiziosa, è un compro-

Il restante 0,12%, che dovrebbe essere coperto dal bilancio comunitario, lo sarà solo parzialmente.La Commissione propone un tetto complessivo per il bilancio comunitario che non oltrepassa la soglia dell’1,24% (come nell’attuale gestione). Già questa soglia appare sottostimata in quanto sarebbe necessaria una percentuale dell’1,30% del PIL per ottenere i risultati politici prefissati. Ricordiamo che sei paesi hanno chiesto che le prossime prospettive di bilancio rispettino il tetto dell’1% del PIL, scendendo al di sotto del tetto attuale; a questi paesi (Francia, Germania, Paesi Bassi, Gran Bretagna, Austria, Svezia) si sono aggiunti, di recente, Italia e Danimarca. Ancora una volta agli impegni politici non corrispondono pienamente gli impegni finanziari. L’attuale presidenza olandese, entrata in carica il 1* luglio, nelle dichiarazioni sulle priorità che rispettarà non ha accennato ad un mutamento di rotta, confermando quindi la posizione assunta sul tetto di bilancio. Perché ricerca, strategia di Lisbona e società dell’informazione produca-


RICERCA [20]

no effetti positivi sulle società europee, rendendo possibile un mutamento qualitativo del lavoro e il mantenimento di un modello sociale solidaristico, non è sufficiente solo un livello adeguato d’investimento ma un funzionamento migliore del mercato interno. Alcuni Stati (Paesi Bassi, Austria e Lettonia) stanno puntando sugli incentivi fiscali

portavoce della presidenza irlandese) rispetto agli attuali brevetti nazionali e darebbe un’immagine più chiara alla ricerca europea. Il Consiglio europeo di giugno ha rilanciato l’esigenza di trovare un accordo in materia. L’esigenza di avere strumenti in grado di rendere effettiva la politica di difesa dell’Unione ha prodotto la costituzione, nel mese

nomica è favorevole, oggi, per rilanciare tale discorso in quanto abbiamo segnali di ripresa che si stanno consolidando e i nuovi paesi membri mantengono un tasso di crescita importante. Inoltre, le riforme in programma si agganciano a quanto già fatto da tali paesi per aderire all’Unione europea in materia di rispetto dei criteri fondamentali in ambito

in favore delle imprese che investono in ricerca; tale esperimento sta dando risultati interessanti e potrà essere un modello da seguire. In materia di concorrenza la Commissione ha rivisto il regolamento sull’obbligo di notifica degli aiuti, ivi compresi quelli destinati alla ricerca, per le PMI. Queste ultime lamentavano un eccessivo carico burocratico che assorbiva inutilmente energie. Tanto più che gli aiuti in favore delle PMI falsano la concorrenza in maniera trascurabile. Delle PMI dinamiche, capaci di investire sempre più in ricerca, costituiscono un elemento importante per dinamizzare il mondo imprenditoriale e dell’occupazione. La Commissione sta preparando una proposta per evitare la doppia imposizione dei singoli investitori e dei fondi di capitale di rischio. In materia di proprietà intellettuale, tema centrale per garantire la redditività della ricerca, purtroppo si deve rilevare l’ennesimo fallimento nell’adozione del brevetto comunitario. Il Consiglio competitività del 18 maggio ha rilevato ancora ampie diversità di opinione tra gli Stati membri. Il brevetto comunitario avrebbe l’effetto di ridurre i costi (del 68% secondo un

di settembre, dell’”Agenzia Europea per la Difesa”. Avrà il compito di sviluppare le capacità difensive europee operando nei settori della cooperazione in materia di armamenti e nelle tecnologie di punta. Se pensiamo al ruolo che gioca il militare nell’economia statunitense, di traino dell’industria che opera nelle tecnologie di punta, di volano economico e di centro propulsore della ricerca con importanti ricadute nel civile, possiamo comprendere cosa potrà significare una simile agenzia europea. Ciò non significa, naturalmente, pensare ad un ruolo differente dell’Europa sullo scenario mondiale che resta quello di “potenza civile”.

economico e sociale. In una dettagliata analisi delle luci e delle ombre che caratterizzano lo stato dell’arte della strategia di Lisbona, la Commissione indica tre settori in cui è necessario recuperare ritardi : investimenti nelle reti e nell’ambito della conoscenza. Non è stata prestata le dovuta attenzione, soprattutto negli Stati membri, alla qualità e quantità degli investimenti nella ricerca, istruzione e formazione. Competitività delle imprese europee. Le regolamentazioni attuali sono ancora pesanti e farraginose, si impone uno snellimento. Nel settore dei servizi manca un adeguamento normativo; in materia d’ambiente non si è fatto quanto dovuto per promuovere una produzione industriale ecocompatibile. Invecchiamento attivo. Le persone in età avanzata le consideriamo ancora un peso per le generazioni attive, costrette a “mantenere” una popolazione anziana sempre più ampia, in assenza di una intensa crescita demografica, oppure le consideriamo una potenziale risorsa? Da utilizzare in un mercato del lavoro più flessibile, dove

Problematiche della strategia di Lisbona Se le riforme pensate nell’ambito della strategia di Lisbona fossero attuate darebbero luogo, secondo stime della Commissione, ad una crescita aggiuntiva dell’ordine di 0,50%-0,75% punti del PIL nei prossimi anni. La situazione eco-


RICERCA [21]

al’”invecchhiamento” inteso come perdita di duttilità e obsolescenza del patrimonio culturale si contrapponga un sistema educativo capace di rinnovare le conoscenze e rendere, quindi, attive queste persone. Se consideriamo gli indicatori utilizzati dalla Commissione per l’Italia vediamo, tra gli elementi positivi,

lo “European Policy Centre”, un centro studi di alto livello sulle tematiche europee. Anche in questa analisi si mette in rilievo, come indicato nel precedente articolo su questa rivista, che il processo di Lisbona ha ottenuto scarsi risultati a causa di inerzia istituzionale da parte degli Sati membri, oltre a

un importante incremento degli investimenti delle imprese nel periodo 1999-2002, un giudizio positivo sulla riforma del mercato del lavoro, in attesa di poterne giudicare gli effetti, una recezione adeguata delle direttive “Lisbona” (l’Italia si colloca tra i primi tre paesi comunitari). Gli elementi negativi sono costituiti da fattori sedimentati quali la ristretta base occupazionale (55,5%) con il più alto tasso di disoccupazione di lunga durata (5,3%). La produttività del lavoro è calata sensibilmente negli ultimi anni (e proprio in relazione a questo fenomeno si impongono, a maggior ragione, le riforme e le azioni programmate a Lisbona). Liberalizzazioni scarse nei settori dei servizi e dell’energia. E, soprattutto, un consolidamento delle finanze pubbliche poco credibile ed una sostenibilità a lungo termine quanto mai incerta. Oltre a quanto esposto dalla Commissione, un’attenta analisi di tali problematiche è stata proposta da un gruppo di lavoro presieduto dall’ex primo ministro danese, Poul Nyroup Rasmussen, nell’ambito del-

pressioni economiche e all’incapacità di catturare l’attenzione dei cittadini su tematiche che appaiono lontane ma sono di centrale importanza per evitare una pericolosa marginalizzazione del nostro continente sulla scena globale. Quali le proposte per uscire da questa situazione di stallo? Innanzitutto ridurre la discrepanza tra quanto proposto e quanto realizzato. Questa situazione rischia di minare la credibilità della strategia. Devono essere coinvolti maggiormente gli attori economici e la società civile nel suo insieme. Si deve dare maggior dinamismo al processo attraverso una revisione del patto di stabilità e crescita (considerato “stupido”, a suo tempo, dal Presidente della Commissione Prodi in quanto troppo rigido rispetto ai mutamenti economici), una forte leadership della Commissione, una partecipazione più attiva del Parlamento europeo che dovrebbe, lavorando a stretto contatto con i Parlamenti nazionali, monitorare la messa in opera della strategia a livello nazionale. Gli elementi cardine di Lisbona dovrebbero essere inclusi nelle stra-

tegie fondamentali dell’UE e degli Stati : nel patto di stabilità, come si ricordava sopra, nelle politiche strutturali, nella politica industriale e della concorrenza. Il coinvolgimento e il sostegno dei cittadini europei dovrebbe realizzarsi attraverso forme di comunicazione capaci di attrarre l’attenzione e far comprendere la centralità del processo per l’avvenire dell’Europa. Il modello nordico ha qualcosa da insegnare, secondo questo gruppo di studio. Esso è riuscito a tenere insieme risultati economici interessanti con il mantenimento della solidarietà sociale, elemento centrale del modello europeo che vogliamo preservare. Da queste analisi e proposte emerge chiaramente il deficit di volontà politica da parte degli Stati che non sono stati in grado di recepire e mettere in opera quanto previsto a Lisbona. L’On. Gianni Pittella, nel corso della precedente legislatura al PE, aveva messo l’accento proprio su ciò. Capitale umano, cultura, ambiente costituiscono elementi centrali dello sviluppo europeo ma ancor di più dell’Italia meridionale. Proponeva la messa in opera di una nuova “Maastricht” che vincoli gli Stati nei campi sopra indicati anche attraverso interpretazioni più flessibili del patto di stabilità e crescita ponendo, questa volta, l’accento sul secondo elemento. Indicazioni interessanti sulla centralità della strategia di Lisbona vengono dal prossimo Presidente della Commissione, Barroso. Il 12 agosto ha presentato la nuova Commissione che entrerà in carica il prossimo 1* novembre, previa approvazione da parte del Parlamento europeo. Il rilancio della strategia sarà sotto la sua diretta responsabilità. Al Commissario Verheugen (titolare del portafoglio imprese e industria) spetterà invece il compito di rendere coerente il lavoro del Collegio in materia di competitività. Speriamo che alla presa di coscienza che tale strategia non può essere gestita a livello nazionale, ma necessita di una forte direzione da parte europea, seguano azioni concrete.


I CONFINI DELL’UNIONE [22]

LA TURCHIA NELL’UNIONE UN PROBLEMA APERTO Marco Plutino

La

decisione della Commissione di esprimere un parere favorevole benché condizionato alla fissazione di una data di apertura dei negoziati di adesione con la Turchia ha innescato in tutto il contenente un dibattito non irrilevante per il destino dell’Europa e, stante la sua vocazione europea e mediterranea, del Mezzogiorno d’Italia. L’opinione pubblica più avvertita sa che si tratta di un incontro storico, che viene da lontano, e forse in tal senso è possibile affermare che l’esito della vicenda appariva relativamente scontato, come lo è stato in passato l’adesione delle “democrazie popolari”. Se non pare verosimile immaginare a questo punto una valutazione negativa da parte dei Capi di Stato e di Governo che il 17 dicembre si dovranno pronunciare in via definitiva sulla questione, il vero dibattito è passato dal “se” dell’adesione al “quando” e al quomodo. E’ evidente che, ad esempio, la scelta di dilazionare eccessivamente nel tempo il negoziato in luogo di una adesione rapida, può segnare la più efficace e realistica “linea Maginot” degli oppositori. Stupisce, peraltro solo fino ad un certo punto, che nella estrema varietà delle voci si ritrovino tra i contrari e i dubbiosi esponenti qualificati dello schieramento democratico ed europeista, come, rispettivamente, Eugenio Scalfari o Giuliano Amato. In verità nessuna delle due posizioni estreme, a favore dell’adesione (va da sè, rapida) ovvero contro (più pragmaticamente: un’adesione rinviata per decenni, o sine die, nel tempo), sembra essere pienamente convincente, e le soluzioni ragionevoli (“spurie”) trovano una continua interferenza da parte della convulsa quotidianità dell’agenda europea e

interna degli Stati membri: conflitto in Iraq, legge francese sul velo, crisi profonda della Germania e ripresa di movimenti nazionalisti e xenofobi, recrudescenza della immigrazione clandestina proveniente dalla sponda Sud del Mediterraneo. Sullo sfondo aleggia il (difficile) varo del trattato costituzionale, atteso com’è alle delicate prove delle ratifiche nazionali, ancora più ardue se a mezzo referendum. •••••

I rapporti tra la Turchia e la Comunità europea/Unione europea, però, sono di antica data. La Turchia ha presentato domanda di associazione alla Cee il 31 luglio del 1959 (due anni dopo la sua nascita). Il 12 settembre del 1963 è stato dato avvio ad una prima forma blanda di integrazione, un accordo di Associazione per consolidare le relazioni commerciali ed economiche. La domanda di adesione piena all’Unione è stata presentato nel 1987, e due anni dopo è venuta la prima risposta, un parere negativo della Commissione ad un negoziato di adesione in tempi brevi. Mentre nel 1996 entra nell’ultima fase l’Unione doganale tra Unione europea e Turchia, nel dicembre del 1997 il Consiglio di Lussemburgo, pur non accogliendo la candidatura, ha comunque riaffermato la disponibilità a prendere in considerazione la domanda di adesione ai fini dell’ammissibilità. Il 4 marzo 1998 la Commissione ha adottato la “Strategia europea per la Turchia”. Nel marzo del 2001 l’Unione ha infine adottato il partenariato per l’adesione della Turchia (cd. preadesione) che dall’anno successivo ha comportato una imponente assistenza finanziaria tutt’ora in corso. Sul versante del dialogo politico, poi, la

Turchia è sempre stata coinvolta negli ultimi anni: nel 2000 dalla Conferenza europea (nata nel 1998), un forum di consultazione politico comprendente gli Stati candidati veri e propri, fino alla Convenzione europea sul futuro dell’Europa (2003), alla quale ha partecipato con lo status di “osservatore” al pari degli Stati formalmente candidati, offrendo peraltro un contributo analogo sia dal punto di vista qualitativo che quantitativo. In altre parole la partecipazione della Turchia al processo di integrazione in senso ampio (ivi compreso alle politiche Euromed), non si è mai tradotta in una smentita delle aspettative circa una piena adesione in futuro. E’ stata riconosciuta la vocazione della Turchia a far parte come membro di pieno diritto dell’Unione a parità di criteri applicati agli altri Stati candidati. •••••

Perché dunque tanto allarme sull’adesione – peraltro non a breve - della Turchia? Quanto alle ragioni che hanno rinviato tanto nel tempo la seria presa in considerazione della domanda di adesione piena, occorre distinguere due fasi. Una prima fase a partire dall’81 e fino al 1996 risale alle conseguenze di una vicenda ben specifica: ovvero la questione cipriota. Fino a quella data la Grecia, finalmente membro di diritto della Comunità, aveva opposto un veto formale, in un contesto internazionale che riconosce soltanto il governo greco-cipriota. Va detto tuttavia che, superato il veto greco, la questione cipriota, pur occupando stabilmente un capitoletto delle Conclusioni di ogni Presidenza dell’Unione da innumere-


I CONFINI DELL’UNIONE [23]

voli anni in questa parte, è formalmente scissa da problema dell’adesione turca. Insomma il problema della Turchia va da allora ricondotto al più ampio quadro delle “condizioni di adesione”, ovvero i parametri messi a punto dal Consiglio europeo di Copenahagen (1993) ai fini dell’adesione di un paesi associato.

dell’Unione come sanciti dai trattati, ha riconosciuto specificamente che la Turchia è destinata ad aderire all’Unione, senza alcun trattamento differenziato, né privilegiato, né deteriore. Tuttavia la Turchia continua ad occupare di fatto una posizione a sè stante rispetto agli altri paesi che chiedono di entrare nell’Unione e tale condizione forse osta anche al riconoscimento di candidature e preadesioni. Con Nizza, negoziati di adesione – prima separati e poi “riallineati” - sono stati avviati e conclusi con un folto gruppo di paesi. Ormai è prossimo l’ingresso di un secondo gruppo, invero ridotto maluccio sui parametri (si pensi alla Bulgaria). La Turchia, no. Una sorta di “tappo” rispetto all’evoluzione futura dell’Unione (si pensi alla Croazia, all’Ucraina, etc.). •••••

Come è stato ancora confermato nel 1999, il problema di fondo è la capacità della Turchia di soddisfare gli obblighi connessi all’adesione, adempiendo “alle condizioni politiche ed economiche richieste” a tutti i candidati. Tali condizioni sono le più varie e riconducibili a tre filoni: La stabilità istituzionale a garanzia della democrazia (comprendente la tutela dello Stato di diritto, il riconoscimento della separazione dei poteri, la tutela delle minoranze e il rispetto dei diritti umani); una economia di mercato efficiente e la capacità di far fronte alle spinte concorrenziali e alle forza di mercato interne all’unione; la capacità stessa dei paesi di assumere gli obblighi derivanti dall’appartenenza, a partire dagli obiettivi di unione politica, economica, monetaria (i “capitoli” dell’acquis comunitario, relativi alle politiche). In altre parole, soprattutto nel primo filone di condizioni viene messa in discussione la compatibilità dei valori dell’ordinamento turco con quelli dell’Unione europea. Sono seguite delle specificazioni di come vadano perseguite tali condizioni di adesione. Così, il Consiglio europeo di Madrid del 1995 ha anticipato alcune argomentazioni utilizzate attualmente dalla Commissione, chiarendo che ciascun paese candidato deve adeguare le strutture amministrative per il corretto recepimento della normativa Ue e per la sua corretta attuazione da parte delle amministrazioni (ivi compresa quella della giudiziaria). Non contano, cioè, solo le regole formali ma i fatti. Il sistema deve essere in grado di funzionare. In secondo luogo il Consiglio europeo di Helsinki del 1999, ribadendo che i paesi candidati debbono condividere valori e obiettivi

Per comprendere le ragioni di tale posizione, che rappresentano ormai un nodo da sciogliere, si può partire dalla posizione del Parlamento europeo, ovvero della istituzioni più integrazionista dell’Unione. Nella risoluzione del 15 novembre del 2000 del Parlamento europeo compaiono già tutti gli elementi “di fatto” ripresi nei dibattiti degli scorsi mesi e delle scorse settimane sulla stampa. Il Parlamento si dice compiaciuto della scelta di Helsinki di avviare un partenariato di adesione e del relativo impegno finanziario dispiegato. Rileva tuttavia che allo stato la Turchia non ottempera ai criteri d’adesione e la invita a “intensificare i suoi sforzi di democratizzazione, soprattutto nel campo della riforma del codice penale, dell’indipendenza della giustizia, della libertà di espressione, dei diritti delle minoranze, della separazione dei poteri”. Il Parlamento ricorda, con particolare riguardo al problema curdo, che il mosaico culturale ed etnico turco ha bisogno di una soluzione politica “rispettosa della integrità territoriale” turca e purtuttavia va posto fine alle forme di discriminazione politiche, sociali e culturali. Quanto alla questione cipriota, il parlamento ha invitato il governo turco a partecipare senza condizioni alla creazione di un clima proficuo al raggiungimento di una soluzione negoziata, globale, equa e durevole ma non pare considerare la questione come una precondizione per l’adesione. Difficile fare diversamente se la Grecia, controparte del conflitto, ha ormai rimosso il veto. ••••• La risoluzione del Parlamento europeo ci introduce alle cronache delle ultime settimane che, però, sono impregnate di fatti che scaturiscono da quel colossale mutamento della situazione geopolitica mondiale geopolitica successiva al settembre 2001. L’esplosione di una questione islamica, che certamente covava da decenni e in piena guerra fredda, ha avuto una appendice,

forse inattesa, anche in Turchia, dove in modo del tutto pacifico dal 2002 un governo musulmano sedicente moderato conferma l’impegno europeistico tradizionale. Per la prima volta si è ridotto il vincolo dalle forze militari che hanno garantito la laicità e una certa democraticità dello Stato turco, a costo di vari colpi di Stato. A causa di tale notissima anomalia un fatto elementare per uno Stato di diritto, la separazione tra sfera politica e spera militare con la subordinazione di questa alla prima (misura come si vedrà richiesta dall’Unione), è stato considerato con allarme proprio ai fini della tutela del debole Stato di diritto e democratico. A soffrire potenzialmente, questa volta, è il principio di laicità, anche se la vittoria di Erdogan, a capo del partito di massa islamico “Giustizia e Sviluppo” (Akp), non è di per sé una insidia. Eppure paradossalmente proprio la presenza di un governo musulmano è divenuta una delle argomentazioni più diffuse – quasi le uniche a circolare negli scenari post–11 settembre – nel ragionare pro o contro sulla questione dell’adesione turca. La Turchia di Erdogan mette a punto nel corso del 2002 una serie di riforme - la riforma del codice civile, il ridimensionamenti dei vertici militari, i progressi nella tutela dei diritti fondamentali - che non hanno eguali nel recente passato. Tuttavia tale misure ottengono una patente di insufficienza dagli organismi comunitari e conducono di fatto alla mancata fissazione della data per passare ai negoziati veri e propri di adesione (la cosiddetta clausola di rendez vous). Al Vertice di Copenahagen di fine 2002, pur non bastando l’aperto favore del governo Berlusconi e la neutralità benevola in alcuni ambienti francesi facenti capo al Presidente Chirac e nel governo Blair emerge quantomeno un consenso di massima per fissare una data, fine 2004, per decidere (non l’inizio dei negoziati ma) se fissare l’inizio dei negoziati o rinviarli sine die. La Turchia ha così almeno la certezza della risposta sulla “promessa di matrimonio”. Benché nessuno si sia pronunciato mai apertamente contro l’adesione turca, per decenni ogni qualvolta i governi hanno potuto discutere e votare a porta chiuse è emersa una larga maggioranza di paesi europei contraria. Così si arriva alle settimane antecedenti alla scadenze decisive, fissate per la pronuncia della Commissione (il rapporto fa data 6 ottobre 2004) e per la decisione finale dei Capi di Stato e di Governo (fissata per il 17 dicembre 2004). In questa situazione ambigua, dove nessuno dice no, ma neanche si formalizza il sì, il governo Erdogan ci mette del suo, montando probabilmente una consapevole prova di forza per saggiare i veri umori dell’Europa e della sua opinione pubblica.


I CONFINI DELL’UNIONE [24]

Proprio mentre la Commissione si stava predisponendo ad un sì condizionato una scelta del governo turco, il governo turco il 20 settembre 2004 rimanda il confronto parlamentare decisivo sulla riforma del codice penale a dopo la pronuncia della Commissione. Va precisato che si trattava propriamente di una delle insufficienze rimediate dall’ordinamento turco nel 2002 e a cui era stato chiamato a mettere mano. La Commissione, dando inevitabile seguito – peraltro senza troppa convinzione - agli allarmi provenienti da tutta Europa, è intervenuta duramente, minacciando una relazione negativa. Curiosa la reazione del primo ministro, secondo cui l’Unione si sarebbe ingerita “in affari interni” dello Stato turco. La Commissione, tornando con imbarazzo su una decisione di esito positivo praticamente già presa, è stata impegnata in un forcing di due settimane di osservazione, prima dell’inevitabile scadenza dei termini per presentare la relazione ai Capi di Stato e di Governo. Oltre l’accertamento della rimozione dell’ostacolo del contendere (non una legge, ma una proposta), la Commissione, anche al fine di considerare ottemperate stabilmente le condizioni di adesione, avrebbe dovuto valutare quale sarebbe stata la pressione dei settori islamici più radicali presenti nel partito di maggioranza per arrivare alla decisione di rinviare l’abolizione della proposta di reintroduzione del reato di adulterio da essi propugnata, e altre delicate misure quale la punizione dei “delitti di onore” e delle torture, pratiche entrambi piuttosto diffuse nel paese. Un compito impossibile da svolgere in due settimane, mentre più di un segnale indicherebbe che il premier moderato (dal passato radicale) Erdogan sarebbe sempre più in difficoltà nel garantire l’unità del suo disomogeneo partito. La Commissione ha dovuto riconsiderare così i tre rapporti da presentare ai governo: il rapporto sui progressi realizzati in campo economico, politico e giuridico, su cui pure era pronto un giudizio positivo; un rapporto sull’impatto dell’adesione, dove la Commissione aveva già in prima battuta inserito una miriade di riserve e dubbi; infine, propriamente, le “raccomandazioni”. In queste ultime tra l’altro è stato inserito un sistema di periodiche verifiche sui miglioramenti o sui regressi, con la possibilità di chiudere in qualsiasi momento i negoziati. Ma la nota più curiosa è che le condizioni della Commissione attengono prevalentemente all’implementazione del diritto comunitario nell’ordinamento turco, e i dubbi sul funzionamento dell’amministrazione. La Commissione ha invece dichiarato “sufficientemente” rispettati i parametri di ordine politico ed economico, tra cui il rispetto dei

diritti umani, pur riservandosi verifiche ulteriori per il futuro. In conclusione l’incidente di percorso non ha comportato alcune stretta sul percorso avviato. Sul dibattito in Europa, ovviamente sì. •••••

Prima ancora del definitivo “sì condizionato” della Commissione sulla base della relazione del commissario per l’Allargamento Günter Verhuegen, e ancor più della posizione ufficiali dei governi dei prossimi giorni (e ormai indilazionabili), sono venute allo scoperto le prime opinioni negative. Al di là delle precoci e poi reiterate esternazioni di Giscard, privo ormai di un ruolo politico di primo piano, si sono aggiunge opinioni “pesanti”, come quelle negative dei commissari Fischler (austriaco) e Bolkenstein (olandese). Pur parlando a titolo personale, e non poteva essere diversamente perché i commissari hanno il dovere della indipendenza, già prima dell’infortunio turco sul “caso adulterio”, per il solo avvicinarsi della scadenza per la pronuncia della Commissione aveva lasciando trapelare una fitta serie di riserve che meritano di essere attentamente esaminate perché indubbiamente condivise dai loro paesi e non solo: il sistema turco sarebbe scarsamente democratico, costerebbe troppo in sussidi agricoli; la Turchia inoltre scardinerebbe il sistema delle maggioranze. Sono giunge anche voci sulle difficoltà a integrare “non cristiani”. Per l’occasione, e finalmente, tutto il repertorio è stato dispiegato, con obiezioni di poco momento. Si sono accodati anche la commissaria spagnola De Palacio (che però è stata nominata dal governo Aznar, non più in carica) e da vari commissari facenti capo ai Paesi dell’Est Europa. La dose è stata rincarata evidentemente dopo il caso, dato che lo stesso commissario per l’Allargamento – pur favorevolissimo all’adesione - ha definito le norme “primordiali”, estranee prima ancora che al diritto perfino al senso comune europeo. L’autorevolissima voce di Barroso (prossimo Presidente della Commissione) ha tuonato che “la Turchia deve adeguarsi alle regole europee” e non viceversa, ma … ha ribadito la (consueta e) piena disponibilità della commissione nel caso di un passo indietro del governo turco, come è poi accaduto. Tra i governi appare scontato e convinto il sostegno italiano e inglese, favorevole ma sfumato quello del cancelliere tedesco Schroeder (decisamente contrario quello della Cdu), mentre su posizioni prevalentemente negative sembrano attestati i governi dei paesi del Nord Europa e molti di quelli dell’Est. Per la Francia Chirac ha riaffermato ancora una volta il suo parere favorevole, mentre più sfumata e rispondente al clima nazionale pare la posizione del primo ministro Raffarin. Nonostante ciò, vi sono tutti gli elementi per parlare di un gioco delle

parti. Nessuno mette seriamente in discussione l’avvio del negoziato e neanche la sua chiusura con esito positivo, data per scontata dai commentatori sulla stampa. Eppure, ha avvertito Hans - Gert Poettering, autorevole esponente dei popolari europei: “Se come sembra i negoziati partiranno, devono aperti ad ogni conclusione”. Eppure, ribadisce la Commissione, secondo la quale non vi sono più ostacoli, che l’Unione si potrà in qualunque momento ritirare dai negoziati (come del resto può avvenire in ogni promessa di matrimonio). Eppure, il ministro degli interni francese Sarkozy, appoggiato da Raffarin, ha proposto di votare un apposito referendum in Francia sull’adesione della Turchia, una volta completati i negoziati. Eppure Chirac ha ribadito l’ovvio, cioè la possibilità del suo paese di porre un veto, nel caso se ne palesasse l’opportunità, alla prosecuzione dei negoziati. Ma il fronte sul quale si gioca la “vera” partita sembra un altro ed ha il suo alfiere nell’opinione di Schroeder, il quale afferma che per la chiusura dei negoziati è realistico un tempo di superiore ai dieci anni. Cioè quelli di un altro mondo, nient’affatto prevedibile. La bonarietà della dichiarazione tradisce che la Germania è uno dei paesi che più teme l’ingresso turco ma, diversamente da altri, non può consentirsi un no. Parrebbe che la presidenza olandese sia intenzionata a far proprio la road map preparata dal Commissario all’Allargamento e che il sì dei governi sarà accompagnato da una serie di condizioni che condurranno ad uno stretto monitoraggio sulla situazione politica interna. La road map non potrà concludersi facilmente prima di fine 2005 e dunque per quella fase (presidenza inglese?) dovrebbe iniziare la fase dell’adesione vera e propria. La quale, però, verisimilmente, durerà un tempo lunghissimo. Se per un verso è fondamentale che le ratifiche sul trattato costituzionale si traducano – con esiti ovviamente disastrosi – in una pronuncia pro o contro l’ingresso della Turchia (magari a mezzo referendum), pare tuttavia che i posizionamenti siano funzionali alla vera battaglia in gioco, il momento effettivo dell’adesione della Turchia. Se fosse così, sembra una lettura eccessivamente burocratica quella che circola negli ambienti comunitari, ovvero che l’adesione dipenderebbe ormai dalla classi dirigenti turche che terrebbero saldamente “il volante”. Il dibattito che si è avviato, e che mescola considerazioni giuridiche, politiche, economiche, identitarie e forse dimostra l’esatto contrario. Forse questo Erdogan l’ha ben compreso e cerca di influenzare l’agenda dell’Unione con stop and go. {Continua al prossimo numero}


RECENSIONI [25]

Ø Vittime della democrazia Ø Licenziati per motivi politici e sindacali dal dopoguerra agli anni Sessanta Antonio Alosco. Novus Campus. Napoli 2004

Nel

rievocare le vicende politiche nazionali, e anche le vicende amministrative e politiche napoletane, degli anni 1947-1955, Antonio Alosco ci restituisce il clima dell’epoca, ripropone – per così dire – i giudizi ed i toni della sinistra all’opposizione in un periodo di vero e proprio scontro frontale. Ci si combatteva, tra i due schieramenti contrapposti, senza esclusione di colpi: e di colpi il movimento dei lavoratori, e i partiti che ne erano l’espressione politica, ne subirono di molto duri. Naturalmente, ci sono giudizi su uomini e cose di allora che oggi andrebbero riveduti, attraverso un ulteriore sforzo di ricostruzione storica. Ma questo è soltanto lo sfondo del libro di Alosco. Il cuore del libro è altrove: nella rappresentazione di quello che fu il contesto della realtà industriale e del movimento operaio dell’area napoletana, negli anni immediatamente seguiti alla Liberazione ed in quelli delle lotte più aspre per il lavoro e per i diritti. Leggendo quei capitoli sono tornato anche emotivamente alle mie esperienze giovanili, che furono vissute nel rapporto col mondo delle

Stralci dalla prefazione di Giorgio Napolitano al volume di Antonio Alosco sui licenziati per motivi politici dal dopoguerra agli anni Sessanta, edito da Novus Campus fabbriche e degli operai napoletani. Le ho ritrovate tutte – via via citate per le traversie che subirono – quelle fabbriche, dalla Navalmeccanica agli Stabilimenti ex Ansaldo di Pozzuoli, dalla Fabbrica Macchine (Bencini) all’Imam Vasto, dai Cantieri Navali e dai Cantieri Metallurgici di Castellammare, all’Ilva di Bagnoli e di Torre Annunziata all’ex silurificio (Imena) di Baia. Ed ho ritrovato – puntualmente citati anch’essi – i nomi di tanti operai, sindacalmente e politicamente attivi e

combattivi, con i quali stabilii un legame umano profondo: l’elenco sarebbe troppo lungo, e non vorrei trascurare nessuno, ma di certo, tra quelli con cui fummo più vicini e lavorammo insieme, come non ricordare Nicola Fasano ed Angelo Di Roberto, Carlo Niola ed Antonio Ferrante, Giorgio Quadro e Gennaro Rippa, Giovanni Di Trapani e Luigi D’Angelo… Tutto un mondo, davvero, e così ricco di temperamenti e di speranze: non ho dimenticato uno solo di quei volti, non una delle figure di quei compagni, con i loro modi di parlare e di atteggiarsi. Mi limiterò a due considerazioni politiche. La prima riguarda il peso determinante che ebbe per lunghi anni nella nostra visione della realtà e del futuro di Napoli, la presenza dell’industria, specie di quella “di base”, siderurgica, metalmeccanica, navale. Sentivamo fortemente il rischio del degrado economico e sociale a cui l’area napoletana sarebbe stata esposta se quella consistente e variegata presenza industriale fosse stata colpita, ridimensionata, liquidata. Perciò combattemmo per difenderla, con le unghie e con i denti, come risulta dal libro di Alosco. Può darsi che quella nostra visione fosse destinata ad apparire,


RECENSIONI [26]

più tardi, troppo “industrialista” ed “operaista” – e di certo non tutto poteva essere sostenibilmente difeso: ammodernamenti, riconversioni, ristrutturazioni erano indispensabili. Ma nella sostanza quella nostra battaglia era giusta: e quel che poi, nei decenni successivi, è accaduto a Napoli, ha confermato la fondatezza delle nostre preoccupazioni, dei nostri timori. La seconda considerazione riguarda l’innegabile durezza ed arbitrarietà della repressione che fu condotta contro il movimento dei lavoratori. Nulla può retrospettivamente giustificare le decisioni che colpirono centinaia di operai – tra i più qualificati professionalmente – in lotta per la difesa delle loro fabbriche; nulla può retrospettivamente legittimare sanzioni, ed in particolare i licenziamenti, con cui si violarono leggi, principi e diritti costituzionali. A tutti quelli che pagarono con rappresaglie ed umiliazioni, con la perdita del posto di lavoro, con sacrifici penosi sul piano personale e famigliare, è stato importante cercare di rendere giustizia attraverso un provvedimento legislativo ad hoc, ed è importante rendere ancora oggi affettuoso e commosso omaggio. Ai giovani napoletani che sono nati e cresciuti molto dopo, e che cercano la via dell’impegno politico a sinistra in condizioni e lungo linee molto diverse da quelle di un tempo, vorrei raccomandare di scoprire e studiare le vicende dei lontani anni ’40 – ’50, per trarre da un passato di grande dignità e combattività ispirazioni ancora valide per costruire nuove prospettive.


I N F O [27]

EURONOTES

di Andrea Pierucci

Dopo le elezioni europee nuovi volti per l’Unione Anche se è difficile vedere con chiarezza le conseguenze di un’elezione europea, perché fra il voto degli elettori e gli assetti istituzionali successivi vi sono infinite mediazioni, l’Unione europea modifica comunque le proprie strutture in conseguenza delle elezioni, che si sono tenute dal 10 al 13 giugno di quest’anno. La scadenza quinquennale per le elezioni del Parlamento europeo è ormai diventata un momento di verifica politica importante tanto per le strutture politiche dell’Unione, quanto per gli stessi equilibri interni agli Stati membri. Il carattere europeo delle elezioni è spessomesso in dubbio e, anzi, addirittura c’è chi nega che esse abbiano un vero e proprio valore democratico. Il Parlamento europeo, dunque non sarebbe legittimato perché alle elezioni si parla poco di Europa. Dubito che questa logica abbia un senso. Non vedo come in occasione di una scadenza elettorale si riesca a limitare il dibattito alla sola posta in gioco, tranne, forse, alle elezioni comunali di un piccolo comune. Le stesse elezioni amministrative al livello regionale o comunale hanno, in genere una valenza politica e buona parte del dibattito si riferisce alla politica nazionale. D’altra parte, la distinzione fra il dibattito nazionale e quello europeo è, nella maggior parte delle questioni, specie economiche, quasi impossibile. L’esempio più classico riguarda il contenimento del deficit con i temi collegati delle pensioni e dello stato sociale: si tratta, al tempo stesso di temi europei e nazionali. Certo, talvolta l’accento messo sul si o no al governo in carica sembra eccessivo e offusca i problemi europei, ma non credo vi sia modo di rimediare al fatto che quando gli elettori votano possono difficilmente limitarsi a giudicare su alcuni problemi ed a trascurare altri problemi di attualità. D’altra parte, se si ricorda bene, le elezioni nazionali del 1996 furono vinte

sul programma tutto europeo di Prodi riguardante la partecipazione all’EURO. Più grave è la scarsa partecipazione degli elettori in alcuni paesi. Le analisi si accumulano su questo fenomeno; personalmente credo che due elementi influenzino questo brutto fatto: lo scarso dibattito fra le forze politiche nei vari paesi sui grandi temi europei (un vero scandalo democratico, se si pensa alle conseguenze importantissime delle decisioni prese al livello europeo,, che condizioneranno enormemente la vita dei cittadini negli anni futuri) e, effettivamente, una qualche disaffezione dei cittadini all’aspetto elettorale della politica, non solo europea. Il risultato elettorale non ha designato un vincitore assoluto: il primo gruppo politico al Parlamento europeo è, infatti, il PPE-DE (la somma di democristiani e conservatori) con 268 voti su 732 ed il secondo è il gruppo del Partito socialista europeo con 200 membri; d’altra parte, è molto difficile pensare ad un’egemonia chiara sul Parlamento, perché il voto nei diversi Stati riflette situazioni diverse, perché non c’è una vera campagna elettorale europea e, infine, perché c’è una discreta frammentazione del voto in molti paesi. In queste condizioni, il rinnovo delle cariche parlamentari è stato possibile solo grazie ad un accordo fra PPE e PSE: per metà legislatura il Presidente sarà il socialista spagnolo Josep Borrell Fontelles, mentre per la seconda metà dovrebbe essere il democristiano tedesco Hans-Gert Pöttering. L’elezione del 20 luglio però non è stata una semplice formalità, perché i liberali (il nuovo gruppo dei liberali e democratici per l’Europa, uno dei cui padri è certamente Romano Prodi) hanno presentato una candidatura, lo storico polacco Geremek, già ministro e intellettuale di Solidarnosc, che ha ricevuto ben 200 voti e i comunisti hanno presentato l’alsaziano Wurtz, presidente

del gruppo, che ha ricevuto oltre 50 voti. Sulla candidatura di Geremek si è speso un certo dibattito, fondato sull’importanza di avere un presidente di un nuovo paese membro e, al tempo stesso, una personalità di altissimo livello. Da notare che fra i 14 vicepresidenti eletti, due sono italiani:, Luigi Cocilovo, del gruppo liberale (Margherita) e Mario Mauro del PPE (Forza Italia). Ugualmente, sono stati rinnovatii presidenti delle commissioni parlamentari, secondo il metodo di un’attribuzione equilibrata a tutti i gruppi politici. Gli italiani sono. Giuseppe Gargani (Forza Italia) alla commissione giuridica, Paolo Costa (Margherita) ai trasporti, Ottaviano del Turco (socialisti), occupazione e Luisa Morgantini (rifondazione), commissione sviluppo. Vale la pena di spendere una parola su quest’ultima decisione, che riconosce il lavoro tenace dell’eurodeputata nella scorsa legislatura. E’ da ricordare anche, in seno al gruppo socialista, la vicepresidenza attribuita a Pasqualina Napoletano.

“Lavori in corso” per la nuova Commissione Anche l’esecutivo europeo si rinnova dopo le elezioni. Romano Prodi termina il suo mandato e cede il posto a José Manuel Barroso, Primo ministro portoghese, che lascia la carica per venire a Bruxelles. Anche se gli Stati membri l’hanno designato all’unanimità, Barroso dovrà gestire un’eredità difficile per varie ragioni. In primo luogo, Prodi torna a casa col carniere pieno: l’introduzione fisica dell’EURO, il successo dell’ampliamento (da 15 a 25 Stati membri, a partire dallo scorso primo maggio), l’approvazione del progetto di costituzione europea, il lancio dell’idea della governance, come sistema di governo europeo che veda una più ampia partecipazione dei cittadini e delle


[28]

autorità locali e regionali, giusto per citare le realizzazioni più clamorose. Al tempo stesso, l’immagine della Commissione stenta a ridecollare, e questo in particolare grazie agli attacchi ai quali è soggetta dai tempi di Santer e, probabilmente, ad una reazione politica insufficiente. Barroso dovrà, dunque, fare un duro lavoro per conseguire successi analoghi e, al tempo stesso, per risollevare l’immagine della Commissione. Inoltre, Barroso è stato scelto dal Consiglio europeo dopo la caduta di altri candidati , il britannico Patten ed il belga Verhofstat, dando la sensazione di una soluzione di ripiego; dovrà smentire questa conclusione. Bisogna ricordare che il nuovo Presidente ha, in questo, un predecessore di taglia, Jacques Delors, che era stato scelto in seguito al rifiuto britannico di accettare Claude Cheysson. Intanto il Parlamento europeo l’ha eletto con 413 voti a favore e 251 contro; in particolare va notato il voto contrario del gruppo socialista e di tutta la sinistra. Anche se è presto per definire di destra la Commissione (che comunque comprenderà alcuni socialisti) questa decisione sembra annunciare tempesta nelle relazioni fra Parlamento e Commissione; ma non è detto, poichéè possibile che nel momento in cui il Parlamento europeo voterà l’intera Commissione (il 27 o 28 ottobre) ci possa essere una ricucitura. In questo senso sembra andare la decisione di Barroso di nominare primo vicepresidente Margot Wallström, socialista svedese, assai apprezzata al Parlamento. Quanto alla composizione, la Commissione comprenderà alcuni grossi calibri, ex primi ministri o ex ministri degli esteri, oltre ad altre personalità. Bisogna solo notare che i grandi Stati tradizionali (Italia, Gran Bretagna, Francia, Germania e Spagna – la Polonia ha scelto Canuta Hübner, ex ministro degli esteri) hanno scelto personalità meno appariscenti. L’Italia ha proposto Rocco Buttiglione, al quale Barroso ha attribuito la giustizia e gli affari interni. La nomina è stata accolta con una certa sorpresa a causa del non favorevole approccio italiano al mandato di cattura europeo; ma Buttiglione ha subito trovato l’occasione, l’affare Battisti, per ribadire la sua fiducia in questo strumento. Toccherà ora aspettare le prime decisioni politiche che Barroso annuncerà durante il dibatti-

I N F O

to parlamentare d’ottobre. Intanto Prodi, in carica fino al primo novembre, ha ancora una terribile gatta da pelare: il parere sull’adesione della Turchia.

Le audizioni dei Commissari designati Vorrei brevemente ricordare la procedura che il Parlamento europeo mette in opera per dare la sua approvazione alla Commissione, appunto, dopo la scelta del nuovo Presidente. In agosto, il Parlamento europeo ha inviato a ciascun candidato due questionari, uno di carattere generale, relativo all’esperienza personale ed alle principali questioni politiche, in particolare relative alle relazioni future fra Parlamento europeo e Commissione, ed uno specifico, relativo al portafoglio attribuito a ciascuno dal Presidente. In seguito alle risposte, ogni Commissario designato affronta un’audizione con una delle commissioni parlamentari, quella competente per i settori connessi alle future responsabilità del Commissario. Ogni commissione esprime la sua valutazione sull’audizione. Se vi sono giudizi negativi, s’intavoleranno discussioni fra il Presidente della Commissione ed il Parlamento europeo e si potranno trarre delle conseguenze (cambio di portafoglio, richiesta del Presidente al Commissario di rinunciare od altri arrangiamenti politici). Infine, l’insieme del Parlamento europeo, a maggioranza semplice approva la Commissione.

Nuove frontiere per l’Europa? A proposito di allargamento delle frontiere europee, mi preme segnalare un paio di fatti che danno una luce nuova al dibattito. Il 27 luglio, il Presidente Leonid Koutchma ha annunciato che l’Ucraina non vede più la partecipazione all’Unione europea ed alla NATO come una priorità del Paese. Il 24 agosto, Putin ed il presidente bielorusso hanno annunciato l’unificazione monetaria fra i loro due paesi. In occasione della dichiarazione ucraina, la Commissione europea si è affrettata a ricordare che l’adesione all’Unione non era stata ”né offerta, né

domandata” ed ha insistito sull’eccellente cooperazione e sulla necessità di rafforzare i vincoli con l’Ucraina. La questione che ci dobbiamo ora porre mi sembra la seguente: andiamo verso la ricostituzione di uno spazio politico (statale o confederale, resta da vedere) russo, contrapposto o, più probabilmente alleato dell’Unione europea? Certo, questo dibattito non è mai mancato, ma mi sembra che ora si fondi di più su fatti concreti. Staremo a vedere.

I nuovi Commissari europei e loro competenze. Di seguito, segnaliamo (in disordine!) la lista dei nuovi commissari europei e le principali competenze, a partire dal primo novembre. Bisogna notare che solo dieci sono davvero nuovi commissari, poiché gli altri già appartenevano alla Commissione Prodi; tuttavia ne sono rimasti solo tre fra i membri della Commissione Prodi nominata nel 1999. José Manuel Duran Barroso Presidente Margot Wallström Vicepresidente e responsabile delle relazioni istituzionali e della comunicazione Rocco Buttiglione Giustizia e affair interni (vice presidente) Siim Kallas Amministrazione (vice presidente) Jacques Barrot Trasporti (vice presidente) Günther Verheugen Industria (vice presidente) Benita Ferrero-Waldner Affari esteri Louis Michel Cooperazione allo sviluppo Marcos Kyprianou Salute e consumatori Vladimir Spidla Occupazione e affari sociali Mariann Fischer Boel Agricoltura Olli Rehn Ampliamento Stavros Dimas Ambiente Laszlo Kovács Energia Charlie McCreevy Mercato interno Ingrida Udre Tasse e dogana Dalia Grybauskaite Bilancio Viviane Reding Società dell’informazione Joe Borg Pesca e affair marittimi Neelie Kroes Concorrenza Danuta Hübner Politica regionale Ján Figel Istruzione e cultura Janez Potocnik Ricerca scientifica Joaquin Almunia Affari economici Peter Mandelson Commercio internazionale.


ME MO ELE RAN ZIO DUM NI

X

[30]

CONSULTAZIONI A CONFRONTO

S

ono due gli elementi che caratterizzano le elezioni che vanno dal 1994 al 2004: la nascita di Forza Italia, nel 1994, e la formazione della lista “Uniti nell’Ulivo”, nel 2004.Nella prima consultazione in cui si presenta (politiche del 1994) Forza Italia raggiunge il 21% dei consensi e diventa il “primo partito”. Nelle europee del 1994 tocca il suo massimo storico (30,6%), e, dopo il forte calo del 1996 (-10%), recupera nel 1999 fino a ritornare, nel 2001, con il 29,4%, agli stessi livelli del 1994. Nel 2004, alle elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo, subisce nuovamente un forte calo rispetto alle politiche (– 8,4%) e rispetto alle precedenti europee (– 4,2%). La lista “Uniti nell’Ulivo” (DS, Margherita, SDI e Repubblicani) alle europee del 2004 conquista il 31,1% dei consensi, ma risulta lievemente al di sotto della somma dei voti riportati nelle politiche del 2001 dalle formazioni che la compongono. Stando sempre al voto del 2004, dentro una situazione di quasi parità tra i due schieramenti, il centrosinistra mostra di essere in fase positiva (+1,8%) rispetto alle politiche del 2001 e (+3,5%) rispetto alle europee del 1999. Il centro destra perde rispetto alle politiche (-2,9%), ma guadagna rispetto alle precedenti europee (+1,4%). Il centro sinistra è lo schieramento con il maggior numero di consensi in tre dei cinque collegi: nell’Italia Centrale (dove ha sempre detenuto questo primato), nell’Italia Nord Orientale (dalle politiche del 2001), e nell’Italia meridionale (dalle ultime europee).

Il centro destra rimane in una posizione di maggiore forza nell’Italia nord occidentale e in quella insulare. Negli ultimi anni, forse anche in conseguenza dell’estrema parcellarizzazione del quadro politico, è fortemente cresciuto il numero di coloro che non esercitano il diritto di voto: astenuti, schede bianche e schede nulle. La non partecipazione al voto assume dimensioni molto diverse a seconda del tipo di consultazione elettorale e dell’ambito territoriale considerato. Nelle elezioni europee presenta forti picchi di crescita, che vengono parzialmente assorbiti nelle consultazioni politiche successive. Il fenomeno assume dimensioni notevoli nel collegio meridionale (42,5%) e in quello insulare (48,2%). E’ come se la Penisola risultasse tagliata in due, da una parte l’Italia settentrionale e centrale, con valori di non partecipazione al voto molto al di sotto del dato nazionale, e, dall’altro, l’Italia meridionale ed insulare, con valori molto più alti. Va tuttavia rilevato che il fenomeno, pur aumentando dappertutto, cresce con maggiore intensità in quelle aree dove era meno forte. In questo modo, relativamente alla non partecipazione al voto si vanno gradualmente attenuando le differenze tra le varie zone del Paese. Ne deriva che, come già accaduto per la forza elettorale delle grandi formazioni politiche, questa particolare forma di disaffezione al sistema politico è soggetta ad un processo di omogeneizzazione,di livellamento verso l’alto.


X

I IN IL VOTO TAL IA

[31]


X

[32]

I IN IL VOTO TAL IA


X

I IN IL VOTO TAL IA

[33]


X

[34]

I IN IL VOTO TAL IA


X

NA ME CAMP POLI ZZO AN GIO IA RN O

[35]


X

[36]

NA ME CAMP POLI ZZO AN GIO IA RN O


X

NA ME CAMP POLI ZZO AN GIO IA RN O

[37]


X

[38]

NA ME CAMP POLI ZZO AN GIO IA RN O


X

NA ME CAMP POLI ZZO AN GIO IA RN O

[39]


X

[40]

NA ME CAMP POLI ZZO AN GIO IA RN O


X

NA ME CAMP POLI ZZO AN GIO IA RN O

[41]


X

[42]

NA ME CAMP POLI ZZO AN GIO IA RN O


X

NA ME CAMP POLI ZZO AN GIO IA RN O

[43]


X

[44]

NA ME CAMP POLI ZZO AN GIO IA RN O


ON

VOT O

X

IL N

[45]


ON

VOT O

X

[46]

IL N


LA RIVISTA [47]

MEZZOGIORNO EUROPA del Centro di iniziativa Mezzogiorno Europa LA RIVISTA SI PUÒ TROVARE PRESSO: Le librerie: Feltrinelli

Via S. Tommaso D’Aquino, 70 NAPOLI – Tf.0815521436 Piazza dei Martiri – Via S. Caterina a Chiaia, 33 NAPOLI – Tf.0812405411 Piazzetta Barracano, 3/5 SALERNO – Tf.089253631 Largo Argentina, 5a/6a ROMA – Tf.0668803248 Via Dante, 91/95 BARI – Tf.0805219677 Via Maqueda, 395/399 PALERMO – Tf.091587785 Via Port’Alba, 20 – 23 NAPOLI – Tf. 081446377 Via Merliani, 118 – NAPOLI – Tf. 0815560170 Via Caduti sul Lavoro, 41-43 CASERTA – Tf. 0823351288 Corso Vittorio Emanuele, Galleria “La Magnolia” AVELLINO – Tf.

Librerie Guida

082526274

Loffredo Marotta Tullio Pironti Pisanti Alfabeta Petrozziello Diffusione Editoriale Ermes Masone Centro librario Molisano Isola del Tesoro Tavella Domus Luce Godel Libreria Rinascita Edicola c/o Parlamento Europeo

Corso Garibaldi, 142 b/c SALERNO – Tf. 089254218 Via F. Flora, 13/15 BENEVENTO – Tf. 0824315764 Via Kerbaker, 18 – 21 NAPOLI – Tf. 0815783534; 0815781521 Via dei Mille, 78 – 82 NAPOLI – Tf.081418881 Piazza Dante, 30 NAPOLI – Tf. 0815499748; 0815499693 Corso Umberto I, 34 – 40 NAPOLI – Tf. 0815527105 Corso Vittorio Emanuele, 331 TORRE DEL GRECO – Tf. 0818821488 Corso Vittorio Emanuele, 214 AVELLINO – Tf.082536027 Via Angilla Vecchia, 141 POTENZA – Tf. 0971443012 Viale dei Rettori, 73 BENEVENTO – Tf.0824317109 Viale Manzoni, 81 – 83 CAMPOBASSO – Tf. 087498787 Via Crispi, 7 – 11 CATANZARO – Tf. 0961725118 Corso G. Nicotera, 150 LAMETIA TERME Corso Italia, 74 COSENZA Via Poli, 45 ROMA – Tf. 066798716; 066790331 Via delle Botteghe Oscure, 1-2 ROMA – Tf. 066797460 Rue Wiertz – Bruxelles

Le Associazioni e gli Istituti: Istituto Italiano per gli Studi Filosofici Associazione N:EA Intra Moenia Centro Mezzogiorno Europa MEZZOGIORNO EUROPA Periodico del Centro

di Iniziativa Mezzogiorno Europa N. 4 – Anno V – Luglio/Ottobre 2004 Registrazione al Tribunale di Napoli n. 5112 del 24/02/2000

Via S. Lucia, 76 – Napoli fax 081/2471196 – tel. 3384386584 mail-box: mezzogiorno.europa.@libero.it

Direttore responsabile:

ANDREA GEREMICCA

Redazione:

OSVALDO CAMMAROTA, CLAUDIO D’AROMA, MARCO PLUTINO, CLAUDIO POMELLA, IVANO RUSSO, EIRENE SBRIZIOLO

Via Monte di Dio, 14 NAPOLI – Tf. 0817642652 Via M. Schipa, 105 – 115 NAPOLI – Tf. 081660606 Piazza Bellini, 70 NAPOLI – Tf. 081290720 Via S. Lucia, 76 NAPOLI – Tf. 0812471196 Consulenti scientifici:

SERGIO BERTOLISSI, WANDA D’ALESSIO, MARIANO D’ANTONIO, VITTORIO DE CESARE, BIAGIO DE GIOVANNI, ENZO GIUSTINO, GILBERTO A. MARSELLI, GUSTAVO MINERVINI, MASSIMO ROSI, ADRIANO ROSSI, FULVIO TESSITORE, SERGIO VELLANTE

Abbonamenti

Ordinario Euro 51, 65 Sostenitore Euro 129, 11 1 copia (p. vend.) Euro 5, 16 Grafica e videoimpaginazione Luciano Pennino (Na) (www.lucianopennino.com) tel. 348.2687179 Stampa Le.g.ma. (Na) – Tel. 081/7411201

Le immagini che illustrano questo numero sono artwork di Luciano Pennino tratti dai lavori “Passaggi” e “Contesti”. www.lucianopennino.com



Numero 4/2004