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6 Novembre/dicembre 2009 – Anno X 

Reg. al Trib. di Napoli n. 5112 del 24/02/2000. Spedizione in abbonamento postale 70% Direzione Commerciale Imprese Regione Campania

Periodico della Fondazione Mezzogiorno Europa – Direttore Andrea Geremicca – Art director Luciano Pennino

Mezzogiorno e giovani nel messaggio del Presidente della Repubblica Francesco Paolo Casavola

Nel messaggio di fine 2009, il Presidente della Repubblica ha posto in particolare evidenza tra gli obiettivi dell’azione pubblica, il Mezzogiorno e i giovani. L’Italia potrà inoltrarsi in una fase di

Dossier IL CENTRO SIDERURGICO DI TARANTO COMPIE 50 ANNI Federico Pirro a pag. 41  

sviluppo, se il Mezzogiorno avrà ridotto le distanze della sua economia e dei suoi assetti sociali dal resto del Paese. Quanti tra gli esperti restano alla ricognizione di una struttura duale Nord-Sud, non

possono intendere che le popolazioni della penisola comprendano due diversi livelli di cittadinanza, a seconda dei luoghi di origine e di esistenza. Perché a questo siamo ridotti.… a pag. 3  

Il necessario governo dell’Europa e la “quadriga” nata a Lisbona Pier Virgilio Dastoli Nel secondo decennio del secolo, l’Unione europea avrà un volto nuovo, anzi un volto a tre teste – come il Cerbero dantesco – rappresentate nei primi cinque anni dal belga Herman Van Rompuy alla presidenza del Consiglio europeo, dal portoghese José Manuel Barroso… a pag. 14  

L’Unione per il Mediterraneo e le prospettive per il “sistema Italia” Luisa Pezone Dal luglio del 2008, l’Unione per il Mediterraneo (UpM) costituisce il nuovo quadro politico-istituzionale delle relazioni euro-mediterranee. Fondata ufficialmente in occasione del vertice dei Capi di Stato e di Governo di Parigi del 13 e 14 luglio 2008, allo scopo di imprimere…  a pag. 19  

Nord e Sud d’Italia, una prospettiva storica sulla lunga durata Giuseppe Galasso

Forse, il modo migliore di parlare oggi del Mezzogiorno d’Italia è di ricordare che si tratta, per l’appunto, non solo sul piano geografico, di una parte dell’Italia. Può apparire una banalità, ma non lo è per nulla. Ne deriva che la storia italiana del Mezzogiorno non comincia affatto con l’unificazione politica della penisola nel 1861. Comincia, invece, con gli inizi stessi della storia italiana dell’Italia, ossia molto, molto prima…  a pag. 5  

Giorgio  Napolitano Un’Europa più unita e integrata o il declino […] Crescita competitiva, coesione sociale e civile (spazio di libertà, sicurezza e giustizia, presidiato dalla Carta dei diritti fondamentali), salvaguardia del comune retaggio culturale, e politica estera e di sicurezza comune: sono queste le nuove frontiere del processo di integrazione europeo. In tale direzione si è tuttavia proceduto nel corso degli ultimi dieci anni…  a pag. 11  


Dopo un decennio le opere di Lello Esposito tornano ad illustrare significativamente questa rivista. Un decennio che ha consacrato definitivamente lo scultore-pittore napoletano come uno degli artisti più rappresentativi nel panorama dell’arte mondiale. Esposito lavora da circa trent’anni sulle tradizioni della città di Napoli e sui simboli che la rappresentano: Pulcinella, il Corno, l’Uovo, il Teschio, il Vulcano, San Gennaro… “Artista di culto”, come ama autodefinirsi, ha improntato il suo percorso artistico ad una continua ricerca sull’identità napoletana e più estesamente mediterranea, sugli archetipi della città, sul suo immaginario culturale, pervenendo di volta in volta a sempre più intense e multiformi reinterpretazioni della tradizione. Plasmando instancabilmente diversi tipi di materiali, dall’argilla, al bronzo, fino alla più recente sperimentazione con l’alluminio, Lello Esposito ha affrancato le icone partenopee dai tradizionali canoni interpretativi, liberandole dagli stereotipi ed eleggendole definitivamente a simboli di una metamorfosi universale. Quel Pulcinella oleografico, folcloristico con cui ha scelto di intraprendere il suo suggestivo viaggio nell’arte e nella tradizione, è stato progressivamente svuotato dei significati noti e riformulato attraverso una dinamica interazione ed integrazione con la sensibilità contemporanea e con lo scenario urbano ed esistenziale presente. Tramandando la tradizione con un linguaggio decisamente attuale,

Nuove povertà

2010. l’UE non poteva scegliere anno migliore per la lotta alla povertà Anna Rea

Lello coniuga il presente con il passato, esaltando la Metamorfosi come processo di Rigenerazione, come Rinascita, e in definitiva come elemento essenziale della condizione umana. Ispirato da un amore profondo per la propria città, ne ha denunciato le sofferenze, le paure, le angosce e i dolori, con il suo Pulcinella incatenato, col Pulcinella in croce, con quello in ginocchio… Ma ne ha nel contempo espresso l’energia vitale, come ad esempio nel Pulcinella che vomita spaghetti e demoni della scultura “Moto rigenerativo”. L’incessante trasformazione di contenuti e significati (in un Pulcinella-contenitore che rappresenta un punto fermo nell’inarrestabile divenire), si è armonizzata con la continua sperimentazione di tecniche e modalità artistiche differenti, attraverso la fusione di materiali diversi, della scultura con la pittura; col fare scultura sulla tela e viceversa, in una ulteriore enfatizzazione della metamorfosi, del mutamento… Nel suo studio, che ha sede nelle cinquecentesche Scuderie di Palazzo San Severo in piazza San Domenico Maggiore, c’è una collezione permanente di sue opere che raccontano di Napoli, della sua storia, della sua identità, della sua cultura. La cultura che Lello ha portato in giro per il mondo: a New York, Londra, Parigi, Marsiglia, Berlino, Bonn, Madrid, Budapest, Tokyo; per il desiderio di con-

sommario

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Ambiente

La questione climatica diventa geopolitica globale Anna Maria Valentino

Analisi

La triplice “riserva” al Trattato di Lisbona Barbara Guastaferro

Euronote Andrea Pierucci

frontarsi con la cultura di altri Paesi e perché – come lui stesso dice – si sente “cittadino del mondo”. Con una predilezione per l’America, che ha da sempre ispirato il suo “sogno napoletano, un sogno sul modello americano”. Proprio per gli Stati Uniti, in occasione dell’elezione del presidente Obama, Lello ha creato un’imponente opera, Libertystaffs: si tratta di un’installazione costituita da una bandiera a stelle e strisce dipinta su tela (392x190 cm), che fa da sfondo a 232 aste in alluminio, ciascuna sovrastata da una testa della Statua della Libertà. Il riferimento è evidente: le aste rappresentano i 232 anni di storia dell’Indipendenza degli Stati Uniti, dalla dichiarazione di Indipendenza del 4 Luglio 1776. “Sono stato ispirato dal rispetto che hanno gli americani per le istituzioni e dall’elezione di Obama, un afroamericano che ha raggiunto il gradino più alto: l’avverarsi di un grande sogno. Oggi per me è una sfida nella sfida parlare in napoletano ed andare in giro per il mondo continuando a lanciare segnali universali, anche attraverso l’amore per la mia città”. Ancora un’evoluzione in questo affascinante percorso artistico, ancora un esperimento su materiali e su simboli, ancora un’occasione, per il nostro artista, per ribadire un valore assoluto e universale, quello della Libertà, da sempre celebrata nelle sue opere. 

Stefania Di Biase


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dalla prima pagina …  A partire dal dopoguerra, lo sforzo per industrializzare il Mezzogiorno, per dotarlo di grandi infrastrutture, per sostenerne e promuoverne la imprenditorialità, si è come esaurito, lasciando ovunque relitti, quasi tracce di un esercito in ritirata. La questione meridionale è tornata ad essere un tema accademico, non politico. Quanto ai giovani, confidare soltanto nella rappresentatività loro di un futuro puramente temporale e biologico varrebbe a lasciare le cose a speranze senza progetto. Occorrono analisi e decisioni. L’esito di una prima modernizzazione del Mezzogiorno è visibile nella diffusa istruzione delle generazioni nuove, a seguito della scolarizzazione di massa. Ma quali effetti ne sono venuti per l’occupazione? È innegabile che se cresce la disponibilità di giovani con titoli di scuola media superiore, di laureati di vario livello, di specializzati, devono in proporzione aprirsi maggiori opportunità sul mercato del lavoro. Questo nel Mezzogiorno non è accaduto. La risorsa strategica tradizionale per i giovani meridionali, diplomati e laureati, era rappresentata dai concorsi nella pubblica amministrazione. Quanti magistrati, funzionari, insegnanti meridionali si sono diffusi nel Paese per servirlo, dall’Unità in poi, e insieme realizzare proprie vocazioni e progetti di vita. L’offerta del sistema pubblico, da un canto si è ridotta, a mano a mano che ad essa si sono andati rivolgendo anche i giovani delle regioni del Nord, dall’altro si è profondamente alterata per la proliferazione delle amministrazioni locali. La previsione di un abbattimento della spesa pubblica, specie per quanto riguarda le quantità del personale, supplito

Se un cambiamento dovrà realizzarsi, esso dovrà essere un successo di nuove generazioni Francesco Paolo Casavola

dagli strumenti tecnologici, è un ulteriore dato di aggravamento di questo settore del mercato del lavoro. Nel settore privato, oltre le tradizionali professioni liberali, inflazionate, attraggono le attività di intermediazione e dei servizi dell’economia del terziario, in una sproporzione crescente tra imprese societarie nazionali e piccole locali. Nella selezione non domina il merito, ma il privilegio della raccomandazione autorevole,

del peso della famiglia, del legame clientelare. Quando non si sia provveduti d’altro, non resta che chiedere un lavoro operaio, in via di sparizione dalle grandi fabbriche, che una frettolosa deindustrializzazione ha smantellato, e in sopravvivenza in aziende artigianali o di media tecnologia. Non ci si è mai interrogati sulle funzioni di controllo sociale del lavoro di fabbrica e di educazione morale oltre che della creatività delle

botteghe artigiane. Nella incapacità di legare funzioni economiche e fini etico-sociali da parte di chi ha avuto responsabilità di grandi scelte collettive, ha avuto campo libero la criminalità organizzata. Perché in Sicilia, Calabria, Campania, Puglia, lo Stato contrasta con affanno la sovranità concorrente della malavita? Certo, lo spaccio di droghe, il controllo degli appalti pubblici, le tangenti sui piccoli imprenditori e commercianti, fanno una mole di affari che surroga economie stentate e che soprattutto non danno lavoro. Basti pensare a quali bacini di reclutamento, di inoccupati, disoccupati, di tecnicamente esclusi da ogni mercato di lavoro legale, può rivolgersi la criminalità organizzata. Non solo lo Stato, ma la società intera, con tutte le sue forze delle famiglie, della scuola, della cultura, dei media, delle associazioni, della religione, può competere con qualche risultato duraturo con le organizzazioni criminali. E allora, se un cambiamento dovrà realizzarsi, esso dovrà essere un successo di nuove generazioni, che dovranno essere


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DALLA PRIMA educate non a convivere, ma a lottare contro questo terribile male. Educare i giovani significa non quello che è stato fatto finora, aprir loro le scuole, gli accessi alle Università per poi lasciarli alle strettoie del lavoro precario o sotto retribuito o agli espedienti di professioni parassitiche. Si deve ricominciare con percorsi scolastici ed universitari severi e selettivi, nei quali emergano veri talenti intellettuali e qualità morali in grado di armarli adeguatamente in serie competizioni meritocratiche. Per questo la scuola dovrà tornare ad essere il luogo primario della disciplina sociale. Oggi eredita ancora il disordine dei decenni della contestazione studentesca, successivamente degradata nel bullismo. Agli insegnanti, demotivati anche nella non riconosciuta dignità del loro compito, per retribuzioni e carriere, dovrebbe essere restituita una funzione civile di formazione e non soltanto tecnica di istruzione. Altrimenti che varrà avere moltitudini di scolarizzati senza responsabilità alcuna verso la società e verso le proprie personali coscienze? Il Mezzogiorno, ma la diagnosi vale per tutta la Nazione, soffre dell’assenza di azione di una vera classe dirigente. Dove si formano le classi dirigenti, se non nei luoghi in cui si apprendono le strutture della realtà con razionalità e disciplina? Siamo pronti a riconoscere che la Francia deve la sua classe dirigente alle scuole nazionali di amministrazione, ai grandi politecnici, che gli inglesi formano il loro ceto politico nei più prestigiosi loro colleges, eccetera, eccetera. Come è nostro ricorrente vizio di provinciali, dimentichiamo che cosa sono stati i nostri licei-ginnasi, che nomi di grandi protagonisti della nostra storia nazionale si leggono nei loro annali. Invece di pasticciare demagogicamente su riforme e controriforme

scolastiche, restauriamo severità e dignità in tutte le nostre scuole, di borgata e di città; in tutte le Università, di provincia e di metropoli. Faremo un più giusto avvenire per i giovani, ma soprattutto faremo che qualcuno guidi lo sviluppo della società nazionale, non più del Sud e del Nord, con competenza. Troppi leader

improvvisati scambiano per disegni razionali escogitazioni furbesche per ottenere consensi interessati. E a tanto si riducono perché l’onestà intellettuale e morale o si apprende a praticare tra i banchi di scuola o non la si incontra se non per irriderla come ingenuità di concorrenti o avversari. Puntare sui giovani significa

preparare al Paese una classe dirigente degna della sua missione. Da questa meta per ora siamo lontani. Gli uomini migliori, contro l’enfasi dei giovanilisti contemporanei, sono i superstiti testimoni di lontane generazioni. Dobbiamo dar loro degli eredi, tuttora altrettanto lontani. 


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MEZZOgiorno Segue dalla prima pagina

E su questo punto ora ci fermeremo, sia pure assai brevemente. Che vuol dire, intanto, “storia italiana dell’Italia”? In realtà, si tratta solo di non confondere la storia italiana con quella romana o con altre storie precedenti, e di cogliere, invece, appieno il carattere tutto europeo e moderno della storia nazionale italiana, in cui quella meridionale rientra. Carattere europeo non perché le storie delle nazioni europee siano state tutte uguali fra loro. Al contrario, ognuna di esse ha le sue particolarità, che la rendono irriducibile a ogni altra; e per questo nessuna di esse può fungere da modello delle altre e tutte sono anomale rispetto alle altre. Nessuno studioso crede più al modello francese o al duopolio franco-inglese quale metro inderogabile della normalità o dell’anomalia delle storie nazionali europee. Molti, tuttavia, ancora insistono nel definire anomale le storie di questo o quel paese rispetto al presunto modello francese o franco-inglese; e proprio l’Italia è stata ed è fra i paesi più spesso indicati come anomali in questo senso. Nello stesso tempo nessuna nazione europea sfugge alla constatazione del carattere storico della sua formazione e della sua vicenda o delle sue prospettive in ogni momento di tale vicenda. E perciò, nel parlare di tali nazioni, non bisogna pensare solo a quelle rappresentate negli Stati nazionali europei del XIX e XX secolo. Alcune nazioni si cominciarono a delineare, ma il corso della loro storia le portò poi a dissolversi o a confluire nell’alveo di altre storie nazionali o a configurarsi come elementi o componenti di altre nazioni o ad ancora altri destini, per cui è complesso, differenziato, molteplice il panorama di tutte, nessuna esclusa, le nazioni europee. Nessuna di esse è un monolite compatto e omogeneo. Tutte sono, in certo qual modo, nazioni multinazionali, fatte cioè di varii elementi, cia-

Nel periodo pre-unitario fu assidua e ininterrotta la componente meridionale nella formazione e nelle vicende della nazione italiana Giuseppe Galasso

scuno dei quali ha, in atto o in potenza, la struttura, non solo culturale, di una vera e propria nazione, e spesso (lo si vede bene per gli antichi Stati pre-unitari in Italia e Germania, ma è lo stesso ovunque) una personalità politico-istituzionale definita e di lunga durata. Specificità e storicità, dunque, e irriducibilità e plasticità delle moderne nazioni europee. Il caso italiano lo rivela appieno. Anche nella cronologia. Una storia italiana si delinea, infatti, a partire dal VI secolo, nella stessa fase storica in cui cominciano a emergere, fra il V e il IX secolo, le storie degli altri popoli latini e germanici e di alcuni popoli slavi. Per l’Italia, decisiva e punto di inizio più verisimile d’ogni altro fu

certo la discesa, nel 568, dei Longobardi nella penisola, poiché essi si posero subito al di fuori di ogni rapporto istituzionale e sociale con la tradizione romana e affermarono tutt’un’altra condizione di civiltà. In particolare, va qui ricordato che all’invasione longobarda risalgono almeno quattro elementi rimasti poi costanti nella storia italiana: la rottura

dell’unità politica del paese che durava, grazie a Roma, da sei o sette secoli, e fu poi ricomposta solo tredici secoli dopo, nel 1861; l’enucleazione, in luogo di questa infranta unità, di due grandi zone, che furono allora la bizantina e la longobarda, ma divennero poi le due grandi ripartizioni del Nord e del Sud del paese, formando due aree diverse sia sul piano politico che su quello culturale e sociale; l’affermazione, rispetto ai poteri politici centrali e sovrani, di forti tendenze centrifughe in cui si espressero un particolarismo e un policentrismo indomabili; una conflittualità fra il potere politico e quello ecclesiastico, che alla fine portò all’appello pontificio ai Franchi contro i Longobardi, ma rimase poi costante e in sostanza irrisolta in tutta la storia d’Italia. Storia che, certo, non ripercorreremo qui, ma noteremo che, in Italia come in tutta Europa, nei secoli dal X al XIV fu più intensa e vivace la dialettica in cui si configurarono le nuove o potenziali nazioni in gestazione da tempo. Dialettica che non si esaurì in quei secoli, ma consente agli storici di cogliere già allora allo stato nascente la nuova fisionomia nazionale di un’Europa, che era già l’attuale Europa occidentale, settentrionale e centrale, e quindi pur essa diversa da quella dei tempi romani. Anche il nucleo della nazionalità italiana nel frattempo maturata era già evidente. Gli abitanti del paese non furono più


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MEZZOgiorno chiamati itali o italici, come nell’età antica, o lombardi (dai Longobardi) o romani (nei territori non longobardi), ma italiani, con un termine che appare tra il secolo XII e il XIII, ma che ebbe una fulminea e totale fortuna, e che da solo dice quanto ormai le genti del paese si sentissero un popolo nuovo, al quale occorreva e si addiceva un nome nuovo. E così pure si avviarono tutte le espressioni più tipiche dell’italianità, a cominciare dalla lingua (che dopo Dante, Petrarca e Boccaccio è ormai quella che rimarrà come lingua nazionale) e dalla tradizione artistica e letteraria per finire alle forme più originali della vita pubblica (il Comune, la Signoria, la monarchia meridionale, la Curia romana) e, in ultimo, all’idea di uno spazio politico italiano in Europa e all’idea della “storia d’Italia” come spazio storiografico ad esso corrispondente.

Più rilevante è, peraltro, il fatto che questa ormai già più che infante nazione italiana, da un lato conquista ben presto in Europa e nel Mediterraneo un primato economico, culturale e civile durato poi fino ai primi del XVII secolo, dall’altro si bipartisce al suo interno, sul piano economico e finanziario, con una chiara differenziazione di funzioni. Da un lato, il Nord, come paese avanzato, produttore ed esportatore di prodotti manifatturieri, di servizi e di noli, di risorse finanziarie e di personale legato a queste funzioni e, ben presto, legato anche all’esercizio di attività manageriali, imprenditoriali, mercantili, bancarie, tecnicamente qualificate nell’area meridionale. Dall’altro lato, il Sud: produzione ed esportazione di materie prime, di semilavorati e di prodotti agricoli, importazione di gran lunga prevalente in tutti gli altri settori.

Un tipico regime da “scambio ineguale”, dunque, già in atto fra il XIII e il XIV secolo, promosso dalla logica della grande espansione dell’economia mediterranea ed europea di allora, ma insieme sollecitato dalla stessa monarchia meridionale. Per i sovrani del Sud le città italiane del Nord e del Centro divennero sia banca che fornitrici e concessionarie di servizi e attività rispondenti alla loro qualità di massime potenze economiche del tempo. Con gli Angioini, tra ‘200 e ‘300, questo stato di cose si consolidò e si ampliò, per raggiungere il massimo livello di diffusione e di compenetrazione con la società meridionale nel ‘500 e nel ‘600, quando ne furono protagonisti assoluti i genovesi. I forestieri, genovesi soprattutto, ampliarono, inoltre, questa penetrazione nel Mezzogiorno, in tutti i modi possibili, partecipando alla vita pubblica, e, insomma, formandovi un consistente elemento allogeno. Alla fine, quel che si verificò non fu, però, una promozione delle attitudini di quei forestieri nella società meridionale, bensì una loro più o meno lenta napoletanizzazione. Questa unità economico-finanzaria funzionale della penisola è poco presente negli studi e nella cultura corrente, legata all’idea che l’unica unità italiana prima del 1861 sia stata quella linguistica (della lingua colta), culturale, artistico-letteraria. In realtà, l’Italia ha formato un sistema economico su scala peninsulare di non minore importanza ed entità. Fu, anzi, proprio questo sistema economico peninsulare a costituire l’impulso e il tramite di non pochi aspetti della stessa unità culturale. Secondo la logica dello “scambio ineguale”, la dipendenza dal grande mercato e dalle sue mutevoli congiunture e la subalternità a grandi e piccoli operatori dominanti su quel mercato caratterizzarono, perciò, almeno dalla seconda metà del ‘200 lo status del Mezzogiorno nel quadro mediterraneo ed europeo. Ovviamente, dipen-

denza e subalternità non significavano affatto passività e immobilità. La storia del Mezzogiorno proseguì piena e complessa in ogni tempo. In qualche fase storica – come nel ‘500 – fu anzi tale da dare l’impressione di un avvio a uno sviluppo autonomo e autosufficiente, risolutivo per superare la dipendenza e la subalternità di cui si è detto. Cospicua parimente fu sempre la parte del Mezzogiorno nel più generale sviluppo della nazionalità italiana. Per il loro già notato carattere storico, in Europa gli svolgimenti nazionali sono fenomeni complessi in perpetuo svolgimento, per cui le nazioni non nascono mai già tutte bell’e compiute, come tali, fin dai loro primi albori. Il loro germogliare e fiorire non è mai un evento o un chiuso complesso di eventi. Al contrario, è un processo graduale e costante che segue le sue logiche e muta di continuo prospettive e impulsi, senza orizzonti e mete rigide e univoche, e non sempre con un pieno parallelismo dei varii piani del loro essere storico (etnico e culturale, politico e istituzionale, economico e materiale, sociale e morale): anzi, talora, senza neppure presentare alla luce della storia tutti i molti loro elementi di formazione e di svolgimento. La realtà nazionale italiana, quale poteva essere nel contesto storico europeo (e fu rilevante e preminente), si manifestò, d’altra parte, con conseguenze rilevanti soprattutto per il Mezzogiorno, quando venne meno il primato italiano in Europa, e il paese, già da quattro o cinque secoli all’avanguardia della civiltà europea, ne passò alla retroguardia, e si ritrovò obbligato a una rincorsa dell’Europa avanzata che non si può dire del tutto conclusa neppure oggi. Ciò accadde nel corso del ‘600; e il Mezzogiorno scontò allora duplicemente la “decadenza” italiana: la scontò come paese italiano, e la scontò come paese dipendente e subalterno rispetto all’Italia del Centro-Nord che ne era il tramite con l’Europa.


7 Da allora il posto prima occupato nella vita economica del Mezzogiorno da altri italiani fu largamente preso da stranieri (francesi anzitutto, inglesi, svizzeri, belgi, tedeschi etc). non, però, con la stessa intensità, diffusione e capacità di penetrazione. L’italianità, dopo tutto, contava, e inoltre l’Italia, anche nei rapporti tra le diverse parti della penisola, non era più quella ricca di energie e di iniziative dei secoli precedenti. Tuttavia, fu proprio allora che in varie parti d’Italia si cominciò a prendere seriamente coscienza della “decadenza” italiana dai fastigi rinascimentali e a misurare la distanza, ormai, da un’Europa che, Inghilterra e Francia in testa, appariva maestra e modello di modernità. Con la presa di coscienza nacque anche la volontà di recuperare il tempo perduto. Ricostruire un primato italiano in Europa era impensabile. Ma rimettersi al passo con la modernità maturata in Europa appariva, a ragione, possibile oltre che auspicabile; e in questa rincorsa all’Europa consistette quel che fu prima definito “rinnovamento” dell’Italia e, poi, nella sua fase culminante, il Risorgimento, tout court. Di questa vicenda il Mezzogiorno fu pienamente partecipe e protagonista di primo piano. Qui, anzi, la vicenda si colorì di toni molto alti quando il Regno di Napoli tornò all’autonomia dinastica con l’avvento al trono dei Borboni nel 1734. Per più di due secoli, dal 1501, il Regno era appartenuto a dinastie straniere. Le vicende della grande politica europea vi portarono, infine, i Borboni, e Giannone scrisse allora, con una frase davvero memorabile, che ai napoletani si offriva una occasione che non dovevano perdere, perché un’altra simile non si sarebbe avuta neppure per i seguenti mille anni. L’occasione era, è chiaro, quella di un radicale e decisivo progresso del Mezzogiorno, il cui modestissimo grado di sviluppo rispetto all’Europa occidentale e ad altre parti d’Italia

MEZZOgiorno era ormai evidente. Cessata nel 1707 l’appartenenza alla Corona di Spagna, le responsabilità dell’arretratezza meridionale furono attribuite al malgoverno e allo sfruttamento spagnolo. Era una tesi discutibile, ma aveva il grande pregio di stimolare lo spirito del paese a rovesciare le condizioni dovute a responsabilità addossate a stranieri. Per tutto il ‘700 quest’idea animò un forte slancio della Corona e della cultura napoletana a grandi disegni e a una cospicua azione di riforma. In linea con una grande espansione dell’economia europea, anche nel Regno vi fu allora una forte ripresa. Certo, però, alla fine del ‘700 non si poteva parlare di una trasformazione del paese rispondente alle visioni e alle speranze dei riformatori e degli intellettuali. Poi, col terribile choc della rivoluzione francese e dei suoi svolgimenti, a Napoli si ruppero l’accordo e la sintonia fra la dinastia e gli intellettuali riformatori, ossia il grande punto di forza del ‘700 napoletano. Tralasciamo qui di ricordare il nodo del 1799, tranne che per due punti: a) che la storia napoletana non finì allora, come alcuni ipercatastrofisti amano ripetere, ma proseguì vigorosa nei decennii seguenti; b) che i cosiddetti “patrioti” del ’99, clamorosamente sconfitti sul piano politico immediato, ancor più clamorosamente vinsero sul piano storico, poiché la sostanza e il grosso delle loro idee riformatrici trovarono subito dopo attuazione con la conquista napoleonica del Regno nel 1806 e durante il regno di Giuseppe Bonaparte e poi di Gioacchino Murat, e anche dopo di loro il dinamismo napoletano proseguì, sebbene ormai in nuove direzioni. Ferdinando IV tornò, infatti, a regnare, ma, per gli accordi stipulati dai vincitori per la resa dell’esercito murattiano, dové assicurare il mantenimento dei nuovi ordinamenti del Regno. Si ebbero così alcuni anni di governo con un indirizzo più continuista che di restaurazione. Di nuovo,

ma non segnava un ritorno al passato, non vi fu che la proclamazione del Regno delle Due Sicilie con la “legge fondamentale” dell’8 dicembre 1816. Il re voleva chiudere la parentesi costituzionale cui era stato obbligato in Sicilia nel 1812. Facendo di Napoli e Palermo un solo Stato, e uno Stato nuovo, il problema di tener fede alla costituzione siciliana non si poneva più. All’apparenza, il Regno di Napoli, che era già il maggiore Stato italiano, veniva ancora ingrandito. In effetti, però, l’unificazione fu un atto grave e senza futuro. I due Regni meridionali erano separati da secoli. La Sicilia non aveva nessunissima volontà di fondersi con Napoli, tre volte più grande, sicché con esso l’isola sarebbe stata sempre in minoranza. Di fatto, una nazione siculo-napoletana non nacque mai e, anzi, la riluttanza siciliana all’unificazione del 1816 fu una delle massime palle di piombo al piede sia della dinastia che del Mezzogiorno napoletano. A base della restaurata Corona borbonica rimase allora soprattutto la lealtà dinastica. Il mondo napoleonico e rivoluzionario era tramontato. In tutta Europa i sovrani erano stati restaurati, anche se nessuno tornò all’antico regime pre-1789. I Borboni erano ormai a Napoli dal 1734, e così in Sicilia; e un sentimento borbonico (più forte a Napoli) si era formato. E allora perché già nel 1820 si verificò un’insurrezione? È un problema complesso. Nell’Europa post-napoleonica, malgrado la forte intesa conservatrice formata dalla Santa Alleanza (Austria, Russia e Prussia, con l’appoggio inglese), non solo sopravvivevano le idee liberali e democratiche; non solo i sovrani restaurati dovettero accettare le trasformazioni post-1789, ma prese vigore anche l’idea di nazione. Le idee liberali e nazionali finirono, anzi, per diffondersi ovunque, e il Mezzogiorno partecipò sia delle une sia delle altre. La rivoluzione del 1820 nacque su queste basi. Ferdinando I fu co-

stretto ad accettare l’idea di una costituzione e a sottoscriverla e giurarla. La costituzione poi non durò per il voltafaccia del re, ma anche per le debolezze del liberalismo napoletano di allora. Ebbe inizio così quella che si può definire la vera restaurazione napoletana. Una ripresa si ebbe solo con Ferdinando II, asceso al trono nel 1830, i cui inizi furono molto promettenti. Al Regno fu, comunque, assicurata una buona sistemazione tributaria e finanziaria. Vi fu una stabilizzazione sia della spesa pubblica, sia della moneta. Si strinsero vari trattati commerciali (taluni importanti). Si tentò l’avvio di varie manifatture e si mirò a costruire una serie d’infrastrutture indispensabili per lo sviluppo. Insomma, ci fu una più attiva opera di governo, e il pensiero economico napoletano si pose con nuovo vigore i problemi materiali e strutturali del Regno. Bisogna, peraltro, anche rifarsi all’atmosfera italiana del tempo. Dopo le delusioni dei moti del 1820-21 e del 1830-31, tornava a manifestarsi l’aspettativa latente, ma mai cessata, e più forte di quanto si crede, di una politica diversa dagli schemi della restaurazione.  Erano gli anni in cui Mazzini dava inizio con la Giovine Italia alla sua rivoluzionaria azione storica.   Mazzini sosteneva la tesi radicale di un’Italia unita, democratica e repubblicana, ma anche negli ambienti moderati, di gran lunga prevalenti in Italia, si cercava qualcosa di nuovo e diverso dal grigiore soffocante della restaurazione.  Fu così che anche a Napoli si delineò un riformismo moderato, e i primi anni di Ferdinando II parvero andare, come si è detto, in questo senso, per cambiare, però, già alla fine degli anni ’30, per l’idea che fosse difficile mantenere un indirizzo riformatore nel Regno senza cedere in qualche modo alle correnti innovatrici e, nel contempo, che fosse pure difficile mantenere la sicurezza e la stabilità del Regno e della Corona


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MEZZOgiorno senza uno scudo europeo solidissimo come quello offerto da Vienna e dalla Santa Alleanza. Il re fu acuto in questa sua percezione; ma non nel capire che la società, la cultura e lo spirito europeo e italiano stavano maturando lentamente ma fatalmente grandi richieste e spinte riformistiche, com’era accaduto nel ’700. Quando poi nel 1839 fu siglata l’entente cordiale tra Francia e Inghilterra, protagoniste della rivoluzione industriale e di netto orientamento liberale, il problema divenne più grave. Quell’intesa fu un grande fatto della politica europea, e non solo sul piano diplomatico, sul quale durò, in sostanza, fino alla seconda guerra mondiale.  L’orientamento filo-austriaco del re comportava quindi una divaricazione rispetto all’ala marciante della storia europea. I fatti del 1848, decisivi per le sorti del Regno, vanno visti alla luce di

questi elementi. Ferdinando II avvertì il pericolo delle rivoluzioni di quell’‘‘anno dei miracoli’’ per i regimi vigenti in Europa. Quando, inaspettatamente, primo fra i sovrani italiani, nel febbraio 1848 concesse la costituzione, non era certo diventato liberale.  Pensò solo di superare così le agitazioni manifestatesi anche nel Regno. Il motivo nazionale s’era diffuso largamente in tutta la borghesia meridionale.  Fu questa la parte d’Italia in cui ebbero maggiore fortuna le idee politiche di Gioberti, che orientava l’opinione moderata alla causa nazionale e liberale, vagheggiando una confederazione italiana presieduta dal Papa.  Era un sogno irrealistico e le vicende del ’48 lo dimostrarono, dissolvendo le fortune del giobertismo ma rafforzando, a livello nazionale, l’opinione moderata. A sua volta, il liberalismo napoletano fallì nel 1848 come nel 1820, e facilitò, con le sue debolezze e di-

visioni, il ritorno a un regime assolutistico dopo che il 15 maggio 1848 il re, represse le agitazioni nella capitale, mise in frigorifero, per così dire, la costituzione appena concessa. Intanto l’Austria, dove la rivoluzione del 1848 aveva cacciato il Metternich, si era ripresa, e si era conclusa con la doppia disfatta di Custoza e Novara la guerra di Carlo Alberto, che tanto entusiasmo aveva acceso in tutt’Italia. Ciò incoraggiò Ferdinando II nel suo nuovo assolutismo, e ruppe per l’ennesima volta il rapporto tra la dinastia e la parte più dinamica e attiva del Regno. Il re pensava che la facilità della repressione del 15 maggio, come del tentativo dei fratelli Bandiera in Calabria nel 1844 e di quello di Pisacane nel 1857, attestasse la nettissima prevalenza della monarchia sulle forze avverse. Ma intanto si diffondeva in tutta Europa un’opinione assai negativa verso i Borboni, mentre dopo il ’48

il ritmo delle realizzazioni e dell’attività di governo di Ferdinando II apparve di qualità nettamente inferiore rispetto al periodo precedente e i problemi di fondo del Mezzogiorno furono largamente elusi, proprio mentre l’Italia e il Mezzogiorno vivevano un intenso decennio di mutamento etico-politico. Il confronto con altre parti della penisola divenne allora dirimente per l’opinione meridionale più al passo con la cultura e le tendenze generali dell’Europa. Per di più, le nuove idee, se non una vera e propria adesione, riscuotevano un vivo interesse nella borghesia, soprattutto provinciale, che era ormai la principale struttura sociale del Regno, e che, come la borghesia urbana, aspirava a un progresso graduale e senza avventure, di cui dopo il 1848 non vedeva nel governo di Ferdinando II nessun avvio, e ancora meno una promessa. Anzi, la mancata percezione, da parte del re, della diffusione di queste idee e ten-


9 denze moderate dev’essere riguardata come una ragione preminente di logoramento del regime borbonico negli anni ’50; e conta, a mio avviso, molto di più della stessa rottura del re coi liberali nel 1848, per cui il Croce disse che in quell’anno il Regno era ormai “finito in idea”. Sentendosi sicuro tra l’acqua santa e l’acqua salata, com’egli amava dire, il re non percepì poi neppure la progressiva affermazione dell’idea italiana dopo i disastri del ‘48, e tanto meno che essa si faceva ormai sempre più strada anche nel Regno, specie in Sicilia; e ciò per gli eventi posteriori non contò meno della sua meno felice azione di governo e della sua deficiente percezione delle opinioni dominanti nel Mezzogiorno, sempre più insoddisfatte del governo. In Italia tra il ’46 e il ’48 l’eroe italiano era stato Pio IX; poi lo divenne Carlo Alberto; e poi Vittorio Emanuele II, che mantenne, malgrado gli allettamenti austriaci, lo statuto liberale del ’48. Quella fu una fortuna di Casa Savoia.  L’altra fu di aver trovato in Cavour uno statista di alto rango europeo. Nella penisola ormai l’indipendenza nazionale non era più discussa. Si discuteva solo se il nuovo stato dovesse essere unitario o federale, monarchico o repubblicano. E non fu quindi tutta un “miracolo” e un’improvvisazione la rapidissima unificazione del 1859-1861. Si dovrebbe dire semmai che venne confermato in questa repentina unificazione un punto essenziale: e cioè che non fu il Risorgimento a inventare e a costruire la nazione italiana, bensì che, al contrario, fu l’antica nazione italiana a covare e a far sbocciare il suo Risorgimento. Fu appunto in questo quadro che si ebbe, infine l’impressionante collasso del Regno nel 1860. Se si vuole un paragone storico, si pensi al crollo del fascismo il 25 luglio o al crollo italiano dell’8 settembre 1943, e parlare per questo di tradimenti, eccessi, ingiustizie storiche, crudeli esorbitanze dei vincitori, è compren-

MEZZOgiorno sibile, ma non spiega nulla. Di tutto l’apparato statale borbonico la sola parte che si salvò con onore e che merita rispetto fu quello che a torto fu deriso come‘‘l’esercito di Franceschiello’’. Certo, la diversa personalità di Ferdinando II (morto poco prima) e di Francesco II, un giovane gentiluomo inappuntabile e pieno di buone intenzioni ma inadeguato e impreparato a quei frangenti, ebbe la sua parte.  Ma è più che dubbio che lo stesso Ferdinando avrebbe potuto far fronte all’urto risolutivo con la grande onda storica nazionale e liberale dell’unità italiana. Un’onda in cui si muovevano appieno anche i napoletani che dall’esperienza del ’48 avevano tratto la conclusiva convinzione che i Borboni remavano contro la forza di una nuova storia, e non credevano più possibile con essi non solo un orientamento nazionale italiano, ma neppure l’instaurazione nel Regno di un vero regime liberale e una politica di grande ammodernamento. Quei napoletani (i De Sanctis, i Settembrini, gli Spaventa, i Poerio, gli Imbriani e tantissimi altri) non amavano Napoli e il Mezzogiorno meno di coloro che rimasero di altra idea, conoscevano a fondo il loro paese e non affrontarono a cuor leggero il passaggio da napoletani a italiani.  E ciò anche perché nel farsi italiani essi si sentirono ancor più realizzati anche come napoletani, e tra l’antica patria minore e la nuova maggiore non avvertirono alcun conflitto o repulsione. Né più né meno di come oggi andiamo diventando europei senza cessare di essere italiani, francesi etc. Assidua e ininterrotta nel periodo pre-unitario, dunque, la partecipazione o, meglio, la componente meridionale nella formazione e nelle vicende della nazione italiana. Che al momento dell’unità le due parti del paese si trovassero in condizioni diverse era noto a tutti, anche se lo si attribuiva al malgoverno locale e straniero in un Mezzogiorno, reputato sempre, per

sua natura, ricco e felice. Punti sui quali solo con due basilicatesi si cominciò a mutare idea. Giustino Fortunato illustrò, come è ben noto, le condizioni naturali largamente infelici di questo paese; Nitti ne documentò il grande sacrificio fatto all’unità italiana con le sue riserve auree e col durissimo peso fiscale a cui lo si assoggettò dopo l’unificazione. Il problema non è cambiato molto dal loro tempo a oggi. L’Italia e il Mezzogiorno hanno fatto passi da gigante nel loro sviluppo moderno, ma la differenza tra Nord e Sud è rimasta profonda, e pone un problema di dualismo strutturale, che, si sa, non ha l’uguale in nessun altro paese europeo. Il Sud colonia del Nord, perché la differenza fra loro si è determinata solo nell’unità e a causa dell’unità? Il Nord soggetto a un tributo ingrato, cospicuo e continuo per sostenere l’inefficienza (e peggio) dei meridionali, la cui inferiorità di sviluppo sussisteva già tutta al momento dell’unità? Interrogativi parziali, insufficienti, che spiegano ben poco, mentre la “questione meridionale” continua, nelle sue forme attuali, e si profila intanto una “questione italiana” rispetto all’Europa, se il paese non rivede a fondo i suoi progetti di ulteriore sviluppo economico e civile e non risolve problemi che, al chiudersi dell’attuale crisi globale, rischiano di infittirsi e crescere, non diradarsi e diminuire. È indispensabile che per allora non risulti maggiore lo scarto tra il livello medio di sviluppo dell’Italia e un mercato mondiale sempre più affollato di temibili concorrenti. E questa sfida non la può vincere da solo il Nord chiudendosi nel guscio d’oro del suo sviluppo attuale; né se la può risparmiare il Sud, accontentandosi di tante piccole cose alla giornata. Se il Sud va meglio, il Nord diventa subito più forte, continuando a essere il Nord di un grande paese. E, così pure, se il Nord va avanti, anche il Sud sta meglio, perché nel comune progresso più facili e vantaggiose

sono le integrazioni e le parificazioni. Questo si intendeva un tempo parlando della “questione meridionale” come “questione nazionale”. Ma, per tutto ciò, non occorre evocare o rievocare nessuna “questione”, settentrionale o meridionale che sia. Al punto in cui siamo, la questione è più che mai italiana; ed è ai problemi dell’Italia di oggi unitariamente considerati che occorre applicarsi con larghezza e lungimiranza di vedute: i problemi dell’ «Italia considerata come un solo paese», secondo una bella espressione di Cavour nel 1848, quando l’unità appariva ancora lontana, e già se ne era compresa, però, la profonda ragione storica e la forza di trasformazione e di potenziamento per tutti gli italiani. Che fu, poi, anche la lezione politica non peritura dei due già ricordati Fortunato e Nitti, intransigenti, come tutti i più autorevoli meridionalisti, nell’affermare il principio dell’unità italiana. Essi sapevano che nel Mezzogiorno le partite più importanti si erano sempre decise grazie a forze esterne. Così per l’affermazione dello Stato moderno con la monarchia spagnola; così per le riforme vagheggiate nel ‘700 grazie alla conquista napoleonica del Regno; così per la causa liberale nel 1860 grazie alla sua identificazione con la causa nazionale italiana. Del resto, anche in Italia l’intervento francese era stato decisivo per il successo delle riforme al tempo di Napoleone I e della causa nazionale e liberale al tempo di Napoleone III. In altri termini il collegamento con le ali avanzate della civiltà politica europea era stato un elemento decisivo per l’avanzamento del paese; e questa lezione, dopo centocinquant’anni di unità, e nonostante tutte le delusioni e gli argomenti in contrario, vale appieno ancor oggi per l’Italia rispetto all’Europa e per il Mezzogiorno rispetto all’Italia e all’Europa. Intervento pronunciato al Convegno di Rionero in Vulture il 3 ottobre 2009 con la partecipazione del Presidente della Repubblica.


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Occorre  coerenza  dell’Unione su  quel  che  intende  essere: un’alleanza  tra  Stati, o  un  sistema  d’integrazione fondato sull’esercizio in comune di  una  sovranità  condivisa |  Giorgio  Napolitano   dalla prima pagina …tra pesanti incertezze e resistenze. Sarebbe facile e penoso farne qui la cronistoria. Le esitazioni sono state superate su un tema cruciale: quello dell’allargamento dell’Unione a tutti i paesi dell’Europa centrale e orientale già incapsulati nel blocco sovietico, e a qualche altro ancora, portando da 15 a 27 il totale degli Stati membri. Non si può dire che sia mancata la consapevolezza della necessità di ben più robuste impalcature istituzionali per sostenere la costruzione europea: lo dice il dibattito che sul finire degli anni ’90 portò all’apertura del processo costituente. E l’idea di una Costituzione europea rispondeva all’esigenza non solo del rafforzamento e della riforma delle istituzioni dell’Unione, ma a quella di una consapevole e coerente ridefinizione del progetto europeo, partendo dalle scelte del Trattato di Maastricht. Il fallimento del Trattato costituzionale scaturito dalla Convenzione di Bruxelles e già taglieggiato dalla successiva Conferenza Intergovernativa, resta la prova più clamorosa del prevalere, tra i vecchi e nuovi Stati membri, di fatali contraddizioni e riluttanze. E ora che ci compiacciamo per la conclusione del defatigante iter di ratifica del ben più modesto Trattato

di Lisbona, dobbiamo avere il coraggio di guardare in faccia alle incognite e alle sfide cui è esposto il futuro dell’Europa. In primo luogo, l’incognita della stessa traduzione in atto delle sia pur limitate innovazioni sancite dal Trattato che sta per entrare in vigore: per quel che concerne il modo di con-

cepire la figura del Presidente stabile del Consiglio Europeo specie nel suo rapporto con l’istituzione comunitaria per eccellenza, la Commissione; per quel che concerne la caratterizzazione, il governo, l’efficienza di quest’ultima, nonché l’effettivo dispiegamento dei poteri attribuiti all’altra autentica

istituzione comunitaria, il Parlamento; e infine, per quel che riguarda la concretizzazione del ruolo del VicePresidente della Commissione che concentrerà in sé la responsabilità della politica estera e di sicurezza comune e, specificamente, del nuovo servizio diplomatico europeo.


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EUROPA In secondo luogo, la sfida rilanciata, o meglio riproposta come non mai con drammatica chiarezza, dall’esplodere, nel 2008, di una così profonda crisi finanziaria ed economica mondiale, e dal delinearsi di una nuova configurazione degli assetti di governo del mondo. Tale sfida dovrebbe imprimere il massimo di determinazione e di coerenza nell’attuazione del Trattato di Lisbona e nell’ulteriore sviluppo del processo di integrazione. Mi soffermerò rapidamente, avviandomi alla conclusione, solo su alcuni dei problemi che ne scaturiscono. L’Unione Europea ha dato impulsi e contributi che non possono essere negati allo sforzo complessivo della comunità internazionale per far fronte alla recente crisi: ma il luogo delle decisioni fondamentali si è spostato dal G8, nel quale il peso dell’Europa era indubbiamente rilevante, al G20, e non c’è bisogno di sottolineare come un peso determinante abbiano già acquistato le nuove potenze emergenti, in special modo dell’Asia, accanto ai maggiori protagonisti del vecchio G8, innanzitutto gli Stati Uniti. Il baricentro si è spostato lontano dell’Europa; la necessaria riforma delle istituzioni internazionali, a partire da quelle di Bretton Woods, volta a renderle più rappresentative e a rivederne gli equilibri, porrà anch’essa questioni assai serie ai paesi che rappresentano attualmente in ordine sparso l’Europa. Il mondo conobbe una svolta vent’anni fa, con la caduta del Muro di Berlino, ma è via via cambiato come allora non era possibile prevedere. È diventato sempre di più interdipendente e davvero globale: la controprova incontestabile l’ha data precisamente la crisi dilagata nell’ultimo biennio. Ed è nello stesso tempo maturata l’esigenza di un governo largamente condiviso del processo di globalizzazione, a fini di più equo e diffuso accesso ai suoi frutti e alle sue opportunità, di cresci-

ta sostenibile, di stabilizzazione e pacificazione in vaste regioni nelle quali oggi si concentrano tensioni e minacce (come quella del terrorismo di matri- c e fondamentalista islamica) da disinnescare nell’interesse generale. In questo mondo globale, così diverso da quello in cui nacque a metà Novecento il disegno di unità europea, come può quel che abbiamo costruito, l’Unione a 27, con tutto il ricco patrimonio del suo acquis, porsi all’altezza delle sue responsabilità e potenzialità? Ebbene una delle condizioni per riuscirvi sta di certo nella sua capacità di aprirsi più decisamente alle nuove realtà del mondo d’oggi, di dare ben altra consistenza, organicità e credibilità al suo muoversi e operare nel sistema delle relazioni internazionali. Da un lato, il parlare con una voce sola in tutte le sedi istituzionali in cui ci

si confronta e si decide da protagonisti della politica e dello sviluppo mondiale. Dall’altro lato, tenere saldamente le fila di tutte le reti e le forme che le sue relazioni esterne sono venute assumendo: accordi di associazione, partenariati, vertici periodici, che già abbracciano attori di tutti continenti. Dare in questo quadro un rilievo prioritario all’area mediterranea e, nell’accezione più ampia (comprendente l’Asia meridionale), mediorientale, perché attraverso le saldature e le sinergie che lì possono realizzarsi l’Europa ha l’opportunità di collocarsi e di pesare nel nuovo grande flusso di risorse e di traffici, nel nuovo grande moto di sviluppo che parte dalle maggiori realtà asiatiche. Evitiamo un equivoco che in qualche modo circola. Una cosa è l’ampliare e arricchire l’insieme delle relazioni esterne – a cominciare dalla “politica di vicinato” – dell’Unione Europea, altra cosa è lavorare a nuovi allargamenti dell’Unione stessa, aprirsi all’adesione di nuovi Stati membri. Quest’ultimo discorso ha, nella fase storica attuale e nel futuro prevedibile, solo due svolgimenti

possibili: i negoziati con i paesi dei Balcani occidentali, a partire dalla Croazia, e il negoziato con la Turchia, messo in forse nei suoi sviluppi e nei suoi esiti dai ripensamenti di alcuni Stati membri dell’Unione e spesso evocato come motivo di inquietudine dell’opinione pubblica. Ora, noi sappiamo che l’allargamento dell’Unione da 15 a 27 – accompagnato da “atrofia” dell’evoluzione istituzionale dell’Unione – è stato considerato da autorevoli ambienti ed esponenti europeisti come una “fuga in avanti”, fonte di “squilibrio tra lo spazio e la sua governabilità”. Così si è espresso, ad esempio, in un suo bel libro Silvio Fagiolo, uno dei maggiori artefici del tessuto diplomatico della costruzione europea. Tenendo conto di queste valutazioni e preoccupazioni, l’essenziale è, io credo, un chiarimento che deve venire dai vertici dell’Unione quale essa oggi è. Accanto alle risposte che si attendono dalla Turchia su tutte le materie del negoziato, tocca all’Unione mostrarsi netta e coerente su quel che intende essere: una tradizionale alleanza tra Stati, sorretta da regole di libero scambio in un mercato più o meno unificato, o un sistema d’integrazione fondato sull’esercizio in comune di una sovranità condivisa in campi fondamentali. Nel secondo caso – provvedendo a tutti gli adeguamenti necessari per evitare la diluizione e la paralisi della capacità di decisione e d’azione dell’Unione  –  l’adesione della Turchia potrà rappresentare una tappa di grande importanza per l’affermazione e l’espansione del ruolo dell’Europa. Ma riprendo ora il filo dell’esposizione ribadendo la necessità di dare corpo sul serio a una politica estera e di sicurezza dell’Unione Europea. Fu una forzatura illusoria il porsi quest’obbiettivo col Trattato di Maastricht? Parlerei piuttosto di un’intuizione anticipatrice, cui avrebbe dovuto e deve ancora seguire un forte supplemento di volontà politica. Il che è indispen-


13 sabile anche per progredire, come Unione, ben più conseguentemente di quanto non si sia fatto finora verso “una politica di difesa comune” e una vera e propria “difesa comune” (come la si definì, con formula propria di quel tempo, nel Trattato di Maastricht): ho in altra sede, a Londra nello scorso maggio, tentato un bilancio degli sforzi compiuti e dei loro limiti, indicando la via da battere per porre l’Unione Europea in grado di farsi carico della propria difesa e anche della sicurezza collettiva. Ho detto allora e ripeto oggi che si tratta di responsabilità e di oneri che l’Europa non può lasciare sulle spalle degli Stati Uniti. Solo così si può aver voce, com’è giusto, nella definizione di un nuovo concetto di sicurezza globale, e solo così si può consolidare quell’alleanza transatlantica che anche in un mondo tanto mutato resta pietra angolare della collocazione internazionale dell’Europa unita. Delle potenzialità dell’Europa, di quel che l’Europa rappresenta, ha dato una felice sintesi il ministro degli esteri britannico David Miliband in un discorso di poche settimane fa: “I paesi dell’Unione Europea sostengono quasi il 40% del bilancio delle Nazioni Unite e quasi i due terzi dell’aiuto allo sviluppo mondiale. Il mercato unico ci dà una decisiva influenza nei negoziati sul commercio o sull’ambiente. Abbiamo 2 milioni e mezzo di uomini e donne in armi e 40 mila diplomatici che operano in 1.500 missioni diplomatiche nel mondo.” Ecco, su questo potenziale si può dunque far leva perché l’Europa conti nel mondo globale: purché si riconosca, per trarne tutte le conseguenze, quel che Miliband ha detto a proposito del Regno Unito: o ci impegniamo insieme a “guidare una forte politica estera europea o – perdendoci nell’orgoglio, nella nostalgia o nella xenofobia  –  vedremo declinare il nostro ruolo nel mondo”. Se è vero per il Regno Unito quel che ha rilevato il suo ministro degli esteri, il

EUROPA rilievo vale per ogni, anche grande, Stato membro dell’Unione Europea. E qui si tocca il nodo cruciale. L’Europa-potenza, l’Europa attore globale, resterà un’espressione retorica, una semplice enunciazione velleitaria, se l’Unione resterà prigioniera delle nostalgiche, impotenti pretese degli Stati nazionali, dei loro governi, delle loro classi dirigenti, delle loro forze politiche, nel tentativo di coltivare ciascuno sue antiche prerogative e irriducibili diversità, di conservare e far pesare ostruzionismi e poteri di veto all’interno dell’Unione. L’Europa è rimasta in questi mesi assurdamente sospesa all’incerto consenso di tre, due, uno dei suoi Stati membri per la ratifica ed entrata in vigore del Trattato di Lisbona. Non può, di fronte a decisioni fondamentali che l’attendono, rimanere sospesa al conseguimento dell’unanimità, rinunciando agli strumenti che l’esperienza della costruzione comunitaria e le norme del nuovo Trattato le offrono per andare avanti alla velocità e sui contenuti che una parte importante dei suoi Stati membri sia pronta a definire. Liberarsi di quegli ormai fatali impedimenti e freni, dare nuovi sviluppi al processo di integrazione, significa pronunciarsi per un’Europa federale? Questa domanda, e le possibili risposte, rischiano di apparire un ritorno a dispute del passato tra schemi dottrinari inconciliabili. La prospettiva di una Federazione europea era stata nettamente indicata come approdo cui tendere nella Dichiarazione Schuman del 9 maggio 1950, cioè nell’atto di nascita della Comunità. Nei decenni successivi essa era stata ancora evocata, poi cancellata; aveva finito per prevalere l’idea che –  per dirla con Jacques Delors –  l’Europa non potesse che “avanzare mascherata”. Il processo di integrazione europeo presentava caratteri di assoluta originalità, anzi unicità, non conosceva precedenti, come Unione di Stati e di popoli, o come possibile Fede-

razione di Stati‑nazione, quasi un ossimoro. Lo sbocco finale restava indefinibile. Così di fatto si è proceduto fino a ieri. Ebbene, oggi da un lato questo modo di procedere appare sempre più insostenibile, di fatto e politicamente. Dall’altro intervengono, e non possono essere ignorate, provocazioni di alto livello, come quelle contenute nella sentenza del giugno scorso della Corte costituzionale tedesca: “L’Unione Europea –  la cui libertà d’azione si è costantemente e considerevolmente accresciuta – ha in alcuni campi” (così recita la sentenza) “un profilo che corrisponde a quello di uno Stato federale”, ma conserva delle procedure e una struttura che restano “nel solco di un’organizzazione internazionale”, “seguono essenzialmente il principio dell’eguaglianza tra Stati”, lasciano “la r esp ons abilità primaria dell’integrazione nelle mani delle istanze costituzionali nazionali”. Di qui la

sollecitazione a sciogliere il nodo. A me pare tuttavia che la questione vada affrontata non in termini di risoluzione – ripeto  –  di una vecchia disputa dottrinaria, ma in termini di risposta a una irresistibile e urgente necessità storica. O l’Unione Europea farà un balzo in avanti sulla via dell’integrazione affermandosi come soggetto unitario capace di leadership insieme con altri sull’arena mondiale, o “diventeremo spettatori” in un mondo guidato se non da un improbabile G2, Stati Uniti e Cina, da loro e altre potenze in impetuosa crescita. E dunque: o un’Europa più unita, più integrata, più consapevole delle proprie virtù e potenzialità, più risoluta ad avanzare anche non tutta insieme, o il declino. Questa volta, forse, prospettare un’opzione così drammatica non è fuori luogo, e può suscitare una nuova ondata di convinzioni e sentimenti europeistici, può far scendere in campo nuove energie.

 “L’Europa nel mondo di metà Novecento e nel mondo d’oggi” Stralci dalla Lectio Magistralis in occasione del conferimento della laurea Honoris Causa In Politiche ed istituzioni dell’Europa Università degli Studi di Napoli “L’Orientale 14 novembre 2009.


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EUROPA Segue dalla prima pagina …confermato alla presidenza della Commissione europea e dalla britannica Catherine Ashton come Alto Rappresentante della politica estera e della sicurezza europea. Per usare la famosa espressione di Henry Kissinger, i leader dei paesi terzi e delle organizzazioni internazionali dovranno ora scegliere fra il centralino del Consiglio nel Palazzo Justus Lipsius al quale risponderà la segreteria di Van Rompuy ed il centralino della Commissione nel Palazzo Berlaymont al quale risponderanno le segreterie di Barroso e di Lady Ashton anche se gli uffici dell’Alto Rappresentante si troveranno a fianco del Berlaymont nel Palazzo Charlemagne. In politica estera, l’Unione europea ha già avuto tre teste durante il primo decennio del secolo, da quando i governi dei paesi membri nominarono –  nell’ottobre 1999 ed in applicazione del Trattato di Amsterdam – l’allora segretario generale della NATO, lo spagnolo Javier Solana Madariaga, come il loro Alto Rappresentante della politica estera e della sicurezza comune (“Mr. Pesc”), un incarico che gli fu rinnovato nel 2004 insieme a quello di segretario generale del Consiglio. In queste sue funzioni e laddove la sua presenza era prevista dal Trattato, Solana ha accompagnato per dieci anni e l’uno dopo l’altro venti presidenti di turno del Consiglio europeo o del Consiglio dei ministri degli affari esteri e, l’uno dopo l’altro, due presidenti della Commissione europea o due commissari europei alle relazioni esterne. Figura tipicamente intergovernativa, la presenza di Solana è stata intermittente e sovente silenziosa perché il suo ruolo non era richiesto nei vertici bilaterali con paesi terzi o organizzazioni regionali dove invece era stabilmente presente il “duo” rappresentato dal Presidente della

Avendo rinunziato ad una vera competizione elettorale, le famiglie politiche europee hanno accettato la prosecuzione nella nuova legislatura europea di una specie di “grande coalizione” e cioè un’alleanza fra popolari, socialisti e liberali Pier Virgilio Dastoli

Commissione europea e dal Presidente di turno del Consiglio europeo così come è stato anche durante l’ultimo semestre di presidenza svedese del Consiglio europeo in occasione dei vertici bilaterali con la Cina, l’India, la Russia, gli Stati Uniti ed il Brasile od in occasione del G8 a Coppito e del G20 a Pittsburgh. Significativamente, il Presidente della Commissione era sempre affiancato nei vertici bilaterali sia dalla commissaria alle relazioni esterne Benita Ferrero Waldner che dalla commissaria al commercio internazionale Catherine Ashton. Malgrado il suo silenzio, Solana ha arricchito in questi anni le riflessioni sulle priorità dell’Unione europea non solo in politica estera ma anche sulle questioni della sicurezza e della difesa europee con relazioni usate più dai think tank internazionali che dalle ottuse suscettibilità nazionali delle diplomazie e degli ambienti governativi dei paesi membri.

Usando ancora l’espressione di Kissinger, in politica estera l’Unione europea è passata da tre centralini di cui due a Bruxelles (Consiglio e Commissione) ed uno nella capitale del paese che deteneva la presidenza semestrale del Consiglio europeo a due soli centralini. Qualcuno paventa giustamente il rischio che alla troika sopravvenga ora una quadriga sulla quale vorranno salire – almeno nei nei primi sei mesi del 2010 – Van Rompuy, Barroso, Catherine Ashton e Zapatero, l’ultimo dei quali alla testa di una presidenza dei consigli “di settore” privati di competenze in materia di politica estera ma pur responsabili di dossier internazionalmente sensibili come il cambiamento climatico, l’energia, gli affari economici e finanziari e la cooperazione allo sviluppo. Lo stesso Zapatero ha del resto preannunciato alcune iniziative importanti della “sua” presidenza come la creazione di una sorta di CIA europea (che si chiamerebbe curiosamente “CECA”) limitata per ora ai paesi di una prima cooperazione rafforzata.

Con rare eccezioni (in Italia Giulano Amato, Mario Monti e Lorenzo Bini Smaghi), le scelte effettuate dai governi prima con la conferma di Barroso ratificata da una confortevole maggioranza nel Parlamento europeo e poi con la nomina di Van Rompuy e di Catherine Ashton – la sola a dover superare le forche caudine della ratifica parlamentare nella sua funzione di prima vicepresidente della Commissione – sono state criticate da tutti i commentatori perché considerate di “basso profilo”. In Italia del resto è sopravvissuto a lungo e nonostante le sue pessime performance internazionali un partito bi-partisan pro-Blair – un leader considerato watusso rispetto ai numerosi euro-pigmei paventati da The Economist – un partito che aveva


15 avuto un suo effimero momento di gloria nel luglio 2005 quando il primo ministro britannico aveva preso trionfalmente le redini del Consiglio europeo per consegnarle alla successiva presidenza austriaca con un ben magro bottino. Si sa che in vista delle decisioni europee, l’opzione di Silvio Berlusconi è stata a lungo limitata alla nomina di Blair alla presidenza stabile del Consiglio europeo nonostante i segnali che pur dovevano essere pervenuti a Palazzo Chigi dell’accoglienza tiepida se non fredda che tale candidatura riscuoteva nelle capitali più importanti come Madrid, Parigi e Berlino. Ma Berlusconi poteva contare non solo sull’acquiescenza dei suoi ma anche su simpatie extragovernative sia nel mondo dell’eco-

EUROPA nomia (Il Sole 24 Ore aveva plaudito ad una indispensabile operazione di marketing) che fra gli spin doctor del centro-sinistra. Il governo italiano si è così presentato al tavolo dei negoziati senza carte di scambio e senza candidature autorevoli né italiane né di altri paesi per poter partecipare credibilmente alle trattative europee nell’irragionevole illusione che le non-scelte italiane avrebbero favorito future candidature italiane come la presidenza dell’Eurogruppo per Giulio Tremonti o della BCE per Mario Draghi. In Italia, del resto, la stampa e gli ambienti politici sono caduti nell’inganno ottico di chi ha creduto che al tempo dei negoziati fra le diplomazie nazionali si stesse sostituendo quello fra le famiglie politiche e che l’Unione europea – in vista dell’entrata in vigore del Trattato di Lisbona  –  fosse diventata miracolosamente quello “spazio pubblico europeo” sognato da Jurgen Habermas. Così non è stato sia perché i partiti politici europei – ed in particolare i socialisti, i

liberali ed i verdi, che pur ne avrebbero tratto i maggiori vantaggi – hanno colpevolmente rinunziato ad usare le elezioni europee del giugno 2009 per condizionare le scelte dei governi usando anzitempo le innovazioni del Trattato di Lisbona sia perché le fila delle apparenti trattative fra i partiti erano tirate dai leader dei governi come è stato chiaro nella riunione conclusiva dei socialisti europei dove il governo di Sua Maestà ha rinunziato alla inesistente candidatura di Tony Blair per ottenere il posto di Alto Rappresentante della Politica Estera e della Sicurezza sapendo di poter contare non solo sull’acquiescenza della grande maggioranza degli altri socialisti ma anche sul favore di leader europei che socialisti non sono come Nicolas Sarkozy e Angela Merkel. Avendo rinunziato ad una vera competizione elettorale, le famiglie politiche europee hanno accettato anzitempo la prosecuzione nella nuova legislatura europea di una specie di “grande coalizione” e cioè un’alleanza fra popolari, socialisti e liberali che richiama sia nella sua composizione politica che nei colori della bandiera (nero, rosso e giallo) l’attuale sistema politico in Belgio. Nella partita delle nomine europee, iniziata già male con l’elezione del polacco Buzek alla presidenza del Parlamento europeo, il governo italiano ha scelto il cavallo sbagliato ed è uscito rapidamente dall’ inner circle di chi avrebbe poi determinato le scelte finali. Archiviate le procedure di nomina dei nuovi leader europei, si tratta ora di valutare le loro capacità effettive nel quadro del nuovo sistema istituzionale dell’Unione europea e delle sfide alle quali l’Unione sarà chiamata a dare delle risposte nei prossimi cinque anni. Per quanto riguarda il Consiglio europeo, il nuovo Presidente ne presiede e ne anima le riunioni, ne assicura la preparazione e la continuità “in cooperazione con il Presidente

della Commissione” ma anche sulla base del lavoro del “Consiglio affari generali” la cui presidenza spetta ogni sei mesi ad un paese diverso, si adopera per facilitare la cooperazione fra i suoi 27 ex-colleghi, presenta una relazione al PE a conclusione di ogni Vertice ricevendo un voto politico rivolto al passato ma anche di raccomandazioni per il futuro, e assicura la rappresentanza esterna dell’Unione europea per le sole materie relative alla politica estera e di sicurezza comune “fatte salve le attribuzioni dell’Alto Rappresentante degli affari esteri”. Il “duo” composto dal Presidente del Consiglio europeo e dal Presidente della Commissione continuerà dunque a rappresentare l’Unione europea ai vertici internazionali, l’uno per le materie relative alla PESC e l’altro per le materie comunitarie ivi compresa ora una parte rilevante delle relazioni esterne grazie anche alla personalità giuridica dell’Unione europea ed alla scomparsa della distinzione fra Unione e Comunità europee. Come prima e più di prima, il duo dei presidenti sarà affiancato dalla vicepresidente della Commissione europea ora anche Alto Rappresentante degli affari esteri e presidente stabile del Consiglio dei ministri degli esteri dei paesi membri. Scomparirà invece o piuttosto dovrebbe scomparire dai vertici internazionali la figura del Capo di Stato o di governo del paese che ogni sei mesi continuerà ad assicurare la presidenza del Consiglio affari generali e dei consigli specializzati se sarà evitato il rischio della quadriga, che si preannuncia all’inizio della presidenza spagnola perché il presidente del Consiglio europeo vuole che i vertici si svolgano tutti a Bruxelles ed il capo del governo spagnolo vuole mantenere le date ed i luoghi decisi in Spagna prima dell’entrata in vigore del Trattato di Lisbona. Vedremo come funzionerà nei prossimi anni la convivenza fra i tre


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EUROPA presidenti e se fra di essi prevarrà la cooperazione leale o la competizione. Sulla base dell’esperienza non si può escludere – ed anzi sarebbe auspicabile – che i governi dei paesi membri decidano nel 2014 (quando la presidenza di turno del Consiglio semestrale nella seconda metà dell’anno spetterà all’Italia) di utilizzare la possibilità non preclusa dal Trattato di Lisbona di nominare la stessa personalità alla presidenza della Commissione europea ed alla presidenza del Consiglio europeo. Per facilitare questa possibilità, sarebbe democraticamente opportuno che le famiglie politiche europee si preparino alle elezioni europee del 2014 facendo quel che non hanno fatto nel 2009 e cioè proponendo agli elettori un candidato alla presidenza della Commissione/presidenza del Consiglio europeo associando il suo nome ad un programma “di governo” e ad un eventuale ticket con il vicepresidente della Commissione/Alto rappresentante degli affari esteri nel caso di una pre-costituita coalizione. L’idea di un’elezione del Presidente della Commissione associata alle elezioni europee fu già lanciata nel 1998 da Tommaso Padoa Schioppa attraverso la Fondazione di Jacques Delors Notre Europe e fu poi ripresa durante i lavori della Convenzione Giscard sulla Costituzione europea sia dal rappresentante del governo irlandese John Bruton che dalla rete di organizzazioni non governative raccolta all’interno del Forum permanente della società civile. Alla vigilia delle ultime elezioni europee, la proposta fu inutilmente indirizzata ai partiti europei da Notre Europe, dall’Istituto Affari Internazionali, dal Movimento Federalista Europeo, dal gruppo di lavoro sulla democrazia europea animato da Giuliano Amato e Stefan Collignon e dal sito di economisti espresso da lavoce.info. Per quanto riguarda Herman Van Rompuy, avevano ragione Giuliano Amato, Lorenzo Bini Smaghi e

Mario Monti quando avevano messo in luce le necessarie qualità del Presidente del Consiglio europeo, facilitatore di consenso, più chairman che presidente delle riunioni al Vertice dei capi di Stato o di governo, garante della continuità dei lavori del Consiglio europeo più che uomo di marketing. L’ex primo ministro belga ha probabilmente tutte queste qualità ed è certo una buona cosa che ad un incarico potenzialmente intergovernativo sia stato chiamato il rappresentante di un paese che, sia nella Convenzione europea che nelle successive conferenze intergovernative del 20032004 e del 2007, si sia battuto contro questa nuova figura istituzionale nel timore che la bilancia dei poteri europei potesse pendere troppo a favore dei governi. Su Catherine Ashton più che su Herman Van Rompuy sono stati scagliati gli strali delle critiche e delle ironie della stampa internazionale con l’eccezione di quella del suo paese che ha presto dimenticato i rischi degli europigmei. Con ironia britannica, Lady Ashton ha rivolto le sue prime attenzioni negative sui risultati svolti proprio da Tony Blair come rappresentante del c.d. “quartetto” per il Medio Oriente solennemente costituito da Stati Uniti, Russia, Unione Europea e Nazioni Unite ma fino ad ora incapace di trovare una soluzione duratura alle tensioni fra arabi e israeliani. Come l’incarico di Presidente del Consiglio europeo è stato attribuito al rappresentante del paese che più si era battuto contro questo incarico, così l’incarico di Alto Rappresentante è stato assegnato ad una cittadina del paese che contro questa figura “mostruosa” a metà strada fra il comunitario e l’intergovernativo, nell’evidente timore che il primo avrebbe prevalso sul secondo. La nomina di Lady Ashton seppellisce del resto definitivamente un altro “mostro” a tre teste e cioè la troika fino ad ora formata – per il

“governo” della politica estera e della sicurezza comune – dal ministro degli esteri del paese che ha gestito ancora sotto presidenza svedese il Consiglio dell’Unione, l’Alto Rappresentante della PESC ed il commissario europeo alle relazioni esterne. Una e trina, Lady Ashton girerà da sola per il mondo ricoprendo contemporaneamente gli incarichi di prima vicepresidente della Commissione europea, di Alto Rappresentante degli affari esteri e della politica di sicurezza e di presidente del consiglio dei ministri degli esteri, della difesa e della cooperazione allo sviluppo A questo titolo, l’Alto Rappresentante esprimerà la posizione dell’Unione europea in materia di politica estera e di sicurezza nelle organizzazioni internazionali ed in particolare di fronte al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite se i paesi membri dell’Unione europea avranno raggiunto una posizione comune e nella misura in cui essi rispetteranno il principio del Trattato di Lisbona secondo cui “gli Stati membri sostengono attivamente e senza riserve la politica estera e di sicurezza dell’Unione in uno spirito di lealtà e di solidarietà reciproca e rispettano l’azione dell’Unione in questo settore”. Si può ragionevolmente sperare che su Lady Ashton possa agire lo stesso effetto che spinse nel 1162 il cancelliere del Re Enrico II, l’ecclesiastico Thomas Becket – divenuto vescovo di Canterbury su richiesta dello stesso re – a combattere strenuamente per l’esenzione del clero dalla giurisdizione politica, attirandosi così l’odio del suo monarca. Con il vivo auspicio che né Gordon Brown né David Cameron – se dovesse vincere le prossime elezioni legislative nel Regno Unito – decidano di inviare loro sicari nel Palazzo Berlaymont a Bruxelles come avvenne per il povero Becket il 29 dicembre 1170 nella Cattedrale di Canterbury. Comunque vadano le cose fra i “cavalieri della quadriga”, è opinione

diffusa che l’Unione europea dovrà vivere a lungo sperimentando i pregi ed i difetti del sistema istituzionale introdotto con il Trattato di Lisbona. Nessuno dei governi dei paesi membri e nemmeno il Parlamento europeo – al quale il Trattato di Lisbona attribuisce il potere di chiedere delle modifiche ai trattati – immaginano di poter riaprire il cantiere delle riforme istituzionali che è rimasto di fatto aperto dalla Conferenza intergovernativa sull’Atto Unico europeo nel 1985 alla firma del Trattato di Lisbona nel 2007. Chiuso il cantiere delle riforme istituzionali si apre ora quello del passaggio dalle fallimentari strategie di Lisbona (2000-2005 e 2005-2010) all’obiettivo Europa 2020, della revisione delle politiche comuni ed in particolare di quelle con conseguenze finanziarie pluriennali insieme a quello della trasformazione del bilancio europeo nella parte che riguarda le spese ed in quella che concerne le entrate dove è aperta da tempo la questione di vere imposte europee e dell’introduzione degli Union-bond suggeriti da Altiero Spinelli nel 1981, proposti da Jacques Delors dieci anni dopo ed infine ripescati da Giulio Tremonti a nome del governo italiano. L’Unione sarà probabilmente in grado di sopportare il modesto choc delle adesioni di Croazia ed Islanda con un processo che si concluderà a metà di questa legislatura, ma le prospettive dell’allargamento a tutti i Balcani Occidentali (Serbia, Macedonia, Bosnia-Erzegovina, Montenegro, Albania e forse Kosovo) e poi alla Turchia – con l’aumento della cultura slava ed il peso della presenza etnica e religiosa mussulmana – porranno nuovamente sul tavolo dei governi e del Parlamento la questione non risolta o forse resa più complicata dal Trattato di Lisbona del governo dell’Unione europea. Ma questa è un’altra storia e per narrarla sarà opportuno tornare alle idee ed alle proposte di Altiero Spinelli.


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EUROPA

Segue dalla prima pagina …un nuovo impulso alla politica mediterranea dell’UE a tredici anni dalla nascita del “Partenariato EuroMediterraneo” (PEM)1 e a quattro anni dall’avvio della Politica Europea di Vicinato (PEV) 2, l’UpM comprende i ventisette paesi membri dell’Unione Europea e sedici partner mediterranei3. L’UpM ha visto la luce dopo un percorso costitutivo lungo, faticoso ed articolato, nel corso del quale l’originario progetto francese ha conosciuto una serie di modifiche ed adattamenti imposti dalle dinamiche comunitarie. L’iniziale proposta francese di Unione Mediterranea (UM) 4, lanciata da Sarkozy fin dai primi mesi del 2007 durante la campagna elettorale per

1 Il PEM, lanciato alla Conferenza di Barcellona del novembre 1995, si proponeva di “trasformare il Mediterraneo in un’area di dialogo, scambio e cooperazione che garantisca pace, stabilità e prosperità” e stabiliva l’ambizioso obiettivo di realizzare un partenariato tra le due sponde fondato su tre pilastri: dialogo politico e di sicurezza; cooperazione economica e finanziaria; partnership sociale, culturale ed umana. 2 La PEV nacque allo scopo di costruire un quadro per il rafforzamento delle relazioni politiche ed economiche dell’UE con quei paesi che, con l’ingresso dei nuovi dieci membri nel 2004 e con la conseguente ridefinizione dei confini comunitari, erano destinati a diventare i “nuovi vicini” dell’Unione allargata: Ucraina, Bielorussia, Moldova, paesi del Caucaso e del Mediterraneo. 3 Albania, Algeria, Bosnia-Erzegovina, Croazia, Egitto, Giordania, Israele, Libano, Marocco, Mauritania (paese non mediterraneo), Monaco, Montenegro, Siria, Territori Palestinesi, Tunisia, Turchia. La Libia ha lo status di osservatore. 4 Il primo progetto francese di ristrutturazione dei rapporti euro-mediterranei aveva la denominazione di Unione Mediterranea, in quanto destinata, nelle intenzioni di Sarkozy, a rimanere distinta dall’UE e limitata alla partecipazione dei soli paesi rivieraschi. Successivamente, il piano francese assunse la denominazione di Unione per il Mediterraneo, a sottolineare il suo pieno reintegro nel solco comunitario e il coinvolgimento di tutta l’Unione Europea nell’iniziativa promossa da Parigi.

L’Unione per il Mediterraneo al momento può essere considerata come un tentativo apprezzabile, per quanto farraginoso in alcuni suoi aspetti, di superare limiti e contraddizioni del Processo di Barcellona Luisa Pezone

l’Eliseo, ripresa al momento del suo insediamento, precisata nel corso dei primi mesi del suo mandato ed imposta al centro del dibattito diplomatico europeo, si proponeva di elaborare “un nuovo modello di governance” nei rapporti euro-mediterranei che, di fronte agli esiti modesti scaturiti dal Processo di Barcellona, fosse ristretto ai soli paesi rivieraschi e fondato su un “approccio basato su progetti concreti”, che costituissero la base di partenza per un più ampio percorso di cooperazione ed integrazione nell’area mediterranea. La prima iniziativa di Parigi, pertanto, nasceva come un disegno contrapposto al quadro comunitario, a carattere intergovernativo, e traeva le sue motivazioni in massima parte dalle delusioni suscitate dalle politiche euromediterranee dell’ultimo decennio, il PEM e la PEV. Il lancio del progetto di Unione Mediterranea attivava un doppio binario di analisi e di confronto. Da un

lato, infatti, si apriva un ampio dibattito tra analisti, studiosi, esponenti della società civile e dell’opinione pubblica, sia nei paesi europei che nei partner mediterranei, focalizzato sulle carenze e gli ostacoli incontrati nel dialogo tra le due sponde del Mediterraneo dal 1995 in poi. Tale dibattito, già in corso almeno dal 2005, anno del decennale di Barcellona, rappresentava un’occasione di approfondimento e di riflessione interna all’UE sulla necessità di ripensare ed aggiornare le politiche comunitarie verso l’area, ed ha avuto il merito indiscutibile di rilanciare l’attenzione sulla cooperazione euro-mediterranea che, tra la crisi del Processo di Barcellona e il “basso profilo” della PEV, sembrava in una fase di profonda stanchezza e sfiducia. Dall’altro, prendeva avvio un articolato processo di confronto politico-

diplomatico in merito alla proposta francese di UM. La Germania e la Gran Bretagna la contrastavano apertamente, timorose di un progetto che mirava, nella loro valutazione, a servire gli interessi particolari di Parigi con le risorse comunitarie. La Turchia le si opponeva duramente, considerandola un’alternativa indigeribile al suo ingresso nell’UE, un orizzonte strategico da sempre lontano dall’idea d’Europa di Sarkozy. I Paesi Membri Mediterranei (PMM), come la Spagna e l’Italia, paventandone l’impatto negativo sulla coesione europea e sulla solidità del Partenariato, la accoglievano tiepidamente e mettevano in campo una strategia di “riduzione del danno” al fine di ricondurre progressivamente l’UM nell’ambito comunitario. I paesi della sponda Sud la valutavano con attenzione ma anche con diffidenza, attirati


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EUROPA dalla possibilità di un nuovo corso delle relazioni con l’Unione Europea ma anche timorosi di un indebolimento del “Processo di Barcellona”. La nascita dell’ UpM, nel luglio del 2008, rappresentava il momento conclusivo di questo doppio processo. L’esito finale riconduceva l’iniziale idea francese nel canale europeo e la privava dei suoi elementi di esplicita rottura rispetto alle politiche euromediterranee condotte dopo il 1995, a cominciare dall’elegibilità geografica limitata ai paesi rivieraschi. Molti dei suoi aspetti più innovativi e significativi si sono tuttavia mantenuti anche nella nuova configurazione dell’UpM: la natura essenzialmente intergovernativa; l’eguaglianza tra i membri europei e mediterranei all’interno di un contesto di accentuata “coownership e il tentativo di condividere il processo decisionale e gestionale tra le regioni al Nord e al Sud del Mediterraneo; l’approccio fortemente tecnico- progettuale5; l’apertura alle varie componenti della società civile; una certa flessibilità geografica che potrebbe aprire la strada a forme di cooperazione rafforzata, limitata soltanto ai membri più interessati a specifici settori. Si tratta di elementi ereditati, in larga parte, dall’originale proposta francese, che ci consentono di affermare che la nuova organizzazione eu-

L’identificazione degli ambiti di intervento progettuale dell’UpM ha rappresentato il risultato di un processo lungo e complesso, parallelo alla faticosa evoluzione diplomatica che ha scandito il cammino dell’UpM. Alla fine la Dichiarazione di Parigi del luglio del 2008 individuava i settori prioritari nei seguenti sei: il disinquinamento del Mediterraneo; la costruzione di autostrade marittime e terrestri per migliorare le fluidità del commercio fra le due Sponde; il rafforzamento della protezione civile; lo sviluppo di energie alternative e la creazione di un piano solare comune; gli incentivi all’alta formazione e alla ricerca, con la proposta di creazione di un’università euro- mediterranea; il sostegno alle piccole e medie imprese. 5

ro-mediterranea non è stata completamente svuotata rispetto all’iniziale idea francese, ma solo adattata alle esigenze comunitarie. Ad un anno e mezzo dalla sua nascita, i progressi compiuti sulla strada della piena funzionalità dell’UpM appaiono ancora esigui e limitati per poter esprimere un giudizio compiuto sulla bontà e l’efficacia delle innovazioni apportate al quadro delle relazioni tra l’UE e i Paesi Terzi Mediterranei (PTM). Una serie di difficoltà e condiziona-

menti hanno infatti pesato in maniera determinante nei primi mesi di vita dell’UpM. In primo luogo, le accese difficoltà di rendere operativo il nuovo quadro istituzionale e di suscitare il necessario interesse politico dei Paesi partner del Sud. In secondo luogo, la scarsità degli incentivi e delle risorse finanziarie, che la recessione economica globale ha reso ancora più evidente. Infine, l’impatto negativo giocato dai conflitti regionali del Mediterraneo e del Medio Oriente, a cominciare dalla

questione israelo-palestinese ancora lontana da una realistica prospettiva negoziale. Si tratta di nodi irrisolti che testimoniano della permanenza, anche nell’ambito dell’UpM, di gran parte di quegli elementi tradizionalmente individuati come fattori di debolezza delle politiche euro-mediterranee. Nel complesso, l’ Unione per il Mediterraneo al momento può essere considerata come un tentativo apprezzabile, per quanto farraginoso in alcuni suoi aspetti, di superare limiti e contraddizioni del Processo di Barcellona, ma la reale efficacia delle novità da essa apportate al quadro delle relazioni euromediterranee non può ancora essere compiutamente valutata. Nonostante le difficoltà, sia esogene che endogene, che hanno pesato sui suoi primi passi, l’UpM ha suscitato fin dall’inizio l’interesse e l’attenzione di quei settori istituzionali, economici ed imprenditoriali del “sistema Italia” tradizionalmente presenti nel Mediterraneo. L’ UpM, infatti, come accennato, presenta alcuni elementi in grado di costituire il quadro ideale per dare un nuovo e più deciso impulso all’azione italiana nel Mediterraneo, sia sul versante politico che su quello economico‑commerciale. In primo luogo, la connotazione prettamente tecnica e progettuale della nuova organizzazione, che individua gli ambiti prioritari di intervento in settori economici e sociali di particolare rilevanza strategica: l’ambiente, con particolare riferimento alla lotta all’inquinamento nel Mediterraneo; i trasporti; la protezione civile; le energie alternative, con il progetto di “Piano Solare Mediterraneo”; l’alta formazione e la ricerca, nel cui ambito è stata prevista l’istituzione di un’Università Euro-Mediterranea; lo sviluppo economico, sociale ed im-


21 prenditoriale dell’area mediterranea. In secondo luogo, la flessibilità regionale di tali progetti che potranno investire tutti o solo una parte dei partner, a seconda del loro grado di interesse e di coinvolgimento nello specifico settore di intervento. Questa sorta di “cooperazione a più velocità” nel Mediterraneo potrebbe consentire alle realtà italiane di porsi in prima fila nell’implementazione dei progetti con i paesi della sponda Sud. In terzo luogo, la decisa apertura, prevista nell’UpM, agli attori non statali, come le autorità locali, le imprese e le organizzazioni non governative, costituisce un quadro istituzionale di estremo interesse per l’Italia, in cui la forte crescita della cooperazione decentrata ha già permesso ad enti, istituzioni, autorità locali e organizzazioni della società civile di assumere una forte proiezione internazionale, spesso con il Mediterraneo come area di intervento privilegiata. Per questi motivi, la Fondazione Mezzogiorno Europa, in collaborazione con il Ministero degli Affari Esteri, ha condotto una ricerca, di recente pubblicazione6, volta a valutare, oltre che gli scenari internazionali aperti dalla costituzione dell’Unione per il Mediterraneo, le prospettive, le ricadute e i benefici che una piena realizzazione dell’ UpM potrà avere per il “sistema Italia” nel Mediterraneo. Partendo dagli elementi costitutivi dell’UpM sopra descritti, la ricerca della Fondazione Mezzogiorno Europa ha cercato di fornire una mappatura delle principali iniziative in corso tra alcuni settori del mondo economico e produttivo del nostro paese e i Paesi del Mediterraneo, delle possibilità di ulte-

6 M. Pizzigallo (a cura di), L’Italia e l’Unione per il Mediterraneo, Napoli, Fondazione Mezzogiorno Europa, 2009.

riori sviluppi di interesse bilaterale e delle aspettative riposte nella nascente Unione per il Mediterraneo. Pur avendo un’impostazione di ampio respiro, l’indagine si è concentrata soprattutto su alcuni settori di rilevanza strategica: l’energia, con particolare riferimento alle fonti rinnovabili; l’agricoltura, soprattutto per quel che riguarda le pratiche innovative e gli scambi commerciali; le politiche di trasferimento tecnologico, in modo particolare la produzione industriale ad elevato valore aggiunto; il rapporto credito-impresa; l’innovazione tecnologica, di processo e di prodotto; l’analisi dei criteri di managerialità; le politiche di cooperazione culturale multilaterale e bilaterale, soprattutto in riferimento agli scambi di docenti e studenti dei Paesi mediterranei. L’indagine si è articolata attraverso tre quesiti che sono stati sottoposti alle principali realtà italiane operanti nel bacino mediterraneo. La prima domanda ha riguardato i progetti o gli accordi bilaterali in corso con i Paesi della sponda Sud del Mediterraneo; la seconda ha inteso rilevare le prospettive e le aspettative future di progetti, accordi e trattative con questi Paesi; la terza ha indagato le attese e i vantaggi che l’ UpM potrebbe recare alle realtà interessate. Per offrire una panoramica sufficientemente completa, pur senza alcuna pretesa statistica, delle realtà italiane operanti nel Mediterraneo, è stato individuato come destinatario delle interviste un campione rappresentativo composto da enti, istituzioni ed imprese particolarmente attivi nell’area mediterranea, alcuni con un forte radicamento territoriale7, altri

7 Regione Campania, Università degli Studi di Palermo, Università degli Studi di Bari, Università degli Studi della Basilicata, Università della Calabria, Camera di Commercio di Potenza, Confindustria Brindisi, Confindu-

con una più accentuata proiezione internazionale8. L’insieme di questi enti ha permesso di fornire un quadro sufficientemente preciso sia delle relazioni esistenti tra alcune realtà economiche e sociali italiane e i paesi del Mediterraneo, sia del possibile impatto che l’ “Unione esse. La raccolta di dati oggettivi, di per il Mediterraneo” potrà avere su di pareri e punti di vista dei soggetti interessati, ha consentito di sviluppare un’ analisi ragionata dei fabbisogni e stria Calabria, Confindustria Sicilia, delle opportunità future che il che il Unione Industriali Napoli, Banca Monte dei sistema economico e produttivo itaPaschi di Siena, SDI Group, Gruppo Editorialiano dovrà essere in grado di cogliere le “Il Denaro”. nei rapporti con la sponda meridionale 8 Ambasciata d’Italia in Marocco, Ambasciata d’Italia in Tunisia, ICE – Tunisi, Isra- del Mediterraneo. Per ovvie ragioni di el-Italy Chamber of Commerce and Industry, opportunità ed affinità, lo studio si è Camera di Commercio Italiana in Egitto, Camera di Commercio Italiana in Marocco, FOR- focalizzato soprattutto su soggetti afMEZ – C.A.I.M.E.D, MEDREC, Osservatorio ferenti al contesto meridionale, senza EuroMediterraneo e del Mar Nero. però trascurare, visto il forte riscontro


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EUROPA suscitato dall’ UpM a livello nazionale, altre realtà territoriali direttamente interessate ad un rafforzamento della dimensione mediterranea dell’Unione Europea. L’elaborazione delle risposte fornite dagli enti ha offerto molteplici spunti di riflessione per i tre elementi dell’indagine. Per quanto riguarda i progetti e gli accordi in corso con i Paesi della Sponda sud, è da registrare un gran numero di iniziative poste in essere in tutti i settori di riferimento. Una posizione privilegiata spetta all’ambito culturale, oggetto di concrete forme di collaborazione, che prevedono, oltre allo stanziamento di borse di studio e alla realizzazione di corsi post – lauream congiunti, intense attività di scambio di docenti e di studenti, al fine di garantire un flusso continuo di conoscenze e di informazioni tra le due Sponde del Mediterraneo. Altro ambito di grande interesse è il settore energetico, in particolare quello delle energie rinnovabili, strettamente connesso con l’attualissimo tema della tutela ambientale e paesaggistica. Uno degli elementi di maggiore affinità tra i paesi Mediterranei è infatti la grande valenza del patrimonio naturale, una ricchezza da difendere e da mettere a frutto nella maniera meno invasiva possibile. Non è un caso, infatti, che la principale richiesta dei Paesi del Maghreb, nell’ambito dei futuri progetti targati UpM, riguardi il trasferimento di tecnologia per la realizzazione di impianti fotovoltaici, eolici e geotermici. La produzione di energia “pulita” libererebbe molti di questi Paesi da una stringente dipendenza energetica, tanto più se si considerano le caratteristiche fisiche e climatiche dei Paesi che si affacciano sul Mediterraneo, per le quali il sole

e il vento costituiscono una “materia prima” a basso costo e a massimo rendimento. Per tali motivi, dunque, proprio sul settore energetico vertono i progetti futuri di molti enti, e anche l’Italia guarda con favore allo sviluppo delle energie rinnovabili, cercando di trarre giovamento dalla condivisione di conoscenze ed esperienze con la sponda Sud. Per quanto concerne le prospettive future di progetti e accordi, l’indagine ha segnalato grandi possibilità di incremento degli scambi commerciali con i Paesi del Nord Africa e del Medio Oriente, soprattutto nell’ ottica della creazione della futura zona euro-mediterranea di libero scambio prevista dal Partenariato Euro-Mediterraneo. Tali paesi, infatti, sono stati oggetto, negli ultimi anni, di un progressivo e sorprendente aumento dell’ interscambio con il nostro Paese, fino a raggiungere livelli altissimi come nel caso dell’ Egitto. Un altro elemento da tenere in debita considerazione, inoltre, come segnalato dalle nostre Ambasciate e dalle Associazioni di industriali presenti sul territorio, è la grande spinta di rinnovamento che da qualche anno coinvolge Paesi come il Marocco e la Tunisia, i cui Governi hanno recentemente iniziato a promuovere e favorire un vasto piano di riforme in vari ambiti, in primo luogo quelli della semplificazione amministrativa e dell’ottimizzazione dei sistemi di produzione. In quest’ultimo campo, soprattutto, le conoscenze scientifiche e tecnologiche dei paesi europei si rivelerebbero preziose, soprattutto se accompagnate da programmi di responsabilizzazione civile e sociale. In tema di sviluppo, l’attività di cooperazione rivolta a contesti problematici come quelli che ancora permangono in molte zone del Nord Africa e del Medio Oriente potrà ave-

re benefici effetti anche a livello politico- diplomatico. Da sempre infatti il nostro Paese si è distinto per il significativo contributo offerto nelle aree di crisi del Mediterraneo, e l’attività dei nostri connazionali è sempre stata accolta con grande favore in tutti i Paesi della Sponda Sud. Per quanto riguarda, infine, le attese verso l’Unione per il Mediterraneo, la nuova “creatura” euro‑mediterranea ha incontrato grande favore presso tutti i soggetti interpellati. In generale, è emersa con evidenza la convinzione della notevole opportunità che essa può rappresentare per gli interessi economici e sociali italiani. In particolare, l’indagine ha segnalato un consenso pressoché unanime nei confronti dell’ UpM, le cui ricadute positive potranno irradiarsi a vari livelli: dal piano economico per gli enti e i gruppi imprenditoriali coinvolti, a quello socio-culturale per la società civile, a quello politico con il ricollocamento del Mediterraneo al centro di un più ampio sistema di relazioni. Particolarmente apprezzata è risultata la dimensione tecnica e progettuale dell’UpM, così come la sua forte proiezione al coinvolgimento della società civile nelle sue molteplici articolazioni. La ricerca, quindi, ha evidenziato con chiarezza un alto livello di attese dei settori italiani maggiormente dinamici nell’area mediterranea nei confronti dell’ UpM, le cui iniziative non do-

vranno porsi in concorrenza con quelle comunitarie, ma in supporto ad esse, per promuovere una più approfondita rete di relazioni tra i paesi delle due sponde del Mediterraneo. Per tali motivi, è lecito formulare l’auspicio di un forte impegno italiano, nell’ambito dell’Unione Europea, nel delicato e complesso passaggio dalla fase delle dichiarazioni a quella operativa dell’UpM, al fine di contribuire a creare quel quadro rinnovato delle relazioni euro-mediterranee che potrà consentire al “sistema Italia” di dispiegare tutte le sue potenzialità nel Mediterraneo.  Responsabile Ufficio Progetti, Studi e Ricerche della Fondazione Mezzogiorno Europa. Ha curato e coordinato varie pubblicazioni in tema di energia, microcredito, Europa e lavoro.


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2010

NUOVE POVERTÀ

L’Unione Europea non poteva scegliere anno migliore da dedicare alla lotta alla povertà Anna Rea quando si discute di povertà sembra che il primo meccanismo che si inneschi nelle nostre teste, nel nostro sub-cosciente, sia quello di ricercarla altrove, lontana da noi, distante nello spazio e nel tempo, come una paura ancestrale che non riconosciamo, un senso di colpa mal celato verso un fenomeno doloroso ed inaccettabile o, peggio ancora, come una realtà che riteniamo non appartenerci, quasi inesistente. Allora, auto-assolvendoci, nella rassicurante convinzione di aver scampato il pericolo, cerchiamo e collochiamo la povertà unicamente in epoche passate, in società diverse, rispetto alla moderna, dinamica e tecnologica società del benessere. La stessa “fame” in Africa sembra quasi “irreale” perché non ci appartiene, non è tangibile nella nostra quotidianità, (eccezione fatta per chi ogni giorno lotta e dedica la sua vita o parte di essa alla causa in Africa, nelle regioni asiatiche o sui nostri stessi territori) e le immagini, provenienti dalla “terra madre”, se pur dure, atroci, strazianti, si mescolano velocemente ad altre nuove immagini, incalzanti, violente ed altrettanto strazianti, provenienti

dalle diverse parti del mondo e dalla stessa società del benessere. Di fronte a questa repentina serie di informazioni, di emozioni e di sentimenti troppo fugaci per mettere radici, sembra non restarci altro che la placida rassegnazione. In verità, il fenomeno povertà è molto più vicino a noi di quanto vogliamo convincerci: non parlo solo di quella povertà, palesemente evidente, alla quale ahi noi! siamo quasi tristemente abituati, che prende le facce ed i corpi infreddoliti dei mendicanti di strada, dei senza tetto raggomitolati sotto le stazioni o dei chiassosi nomadi rom, di cui pullulano gli angoli dimenticati delle nostre periferie, ma parlo della povertà entrata nelle case di famiglie “insospettabili”. La povertà, infatti, è divenuto il problema principale di tutto il mondo e si è diffusa anche ai cosiddetti paesi industrializzati e non più nelle vecchie forme. La crisi globale prima finanziaria e poi economica e sociale, scoppiata sul finire del 2008, ha fatto il resto, aggravando e peggiorando le condizioni di vita di milioni di persone, persino di coloro che fino a poco tempo prima pensavano di appartenere al cosiddetto ceto medio. E se si è nei fatti cancella-

ta questa categoria economica e di status, possiamo immaginare cosa è avvenuto per tutti gli altri cittadini e per i tantissimi immigrati. In tale direzione, l’Unione Europea non poteva scegliere anno migliore (2010) da dedicare alla lotta alla povertà. Se si analizzano le ultime statistiche, (dati ISTAT 2008), infatti, vediamo che in Italia vivono più di otto milioni di poveri (il 13,6%) e quasi tre milioni di essi sono in condizione di assoluta povertà, (4,9%) ciò vuol dire che non possono conseguire uno standard di vita minimamente accettabile. Nella pratica questo significa che ci sono donne, uomini e bambini che non riescono ad avere un’alimentazione regolare e corretta; che non hanno a disposizione un ambiente sano nel quale vivere; non possono permettersi cure adeguate, cambio di vestiti ecc. E se è vero, che gli ultimi dati ci annunciano che non ci sono stati aumenti rilevanti e che il tasso di povertà è stabile, ciò non riguarda le regioni del Meridione, in cui già si registravano percentuali alte di povertà assoluta rispetto alla media nazionale e che, nel 2008, sono aumentate significativamente passando dal 5,8 al 7,9%. In Campania, poi, i dati sono davvero drammatici e registrano un aumento della povertà relativa di 5 volte maggiore rispetto al resto del Paese, con delle percentuali che passano dal 21, 3 al 25,3%. Per intenderci 1 campano su 4 è indigente. Solo la Sicilia e la

Basilicata registrano dati peggiori. Dai dati si rileva che la povertà al Sud è fortemente associata ai bassi livelli di istruzione, ai bassi profili professionali e all’esclusione dal mercato del lavoro. L’incidenza di povertà tra le famiglie con due o più componenti in cerca di occupazione (35,8%) è di quasi quattro volte superiore a quella delle famiglie dove nessun componente è alla ricerca di lavoro (9,9%). Anche per i giovani la situazione è più grave nelle nostre regioni dove sono concentrati il 69,3% per un totale di 1 milione 146 mila giovani ; così come per gli anziani: nel Sud è povero il 27,7% degli anziani di cui il 57,8% sono donne. Da queste statistiche si confermano due fatti a noi noti: il mai decollato sviluppo economico delle regioni meridionali e la nostra endemica mancanza di occupazione. L’assenza di lavoro, infatti, è una delle cause principali della povertà, oltre al reddito nullo o all’indebitamento, chi non lavora non ha risorse e strumenti necessari né per vivere, né per accrescersi. Il lavoro, e quando si dice lavoro s’intende un lavoro di qualità, con orari e stipendi regolari, nel pieno rispetto della dignità dell’uomo, è il perno principale su cui si radica la crescita economica, culturale e civile di una popolazione. Nelle regioni del Mezzogiorno, a partire dalla Campania, non avere un lavoro può significare vita di stenti e povertà, soprattutto se poi si ha da mantenere più di un figlio,


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NUOVE POVERTÀ ma molto spesso significa anche allargare l’esercito della malavita, che cerca manovalanza proprio tra i disoccupati, i giovani in difficoltà e molto spesso con una preparazione scolastica bassa. Impreparazione dovuta sopratutto alla dispersione nella scuola primaria e all’abbandono scolastico che, nella solo provincia partenopea, registra percentuali tra le più alte d’Italia, con 1 ragazzo su 5 che decide di lasciare gli studi obbligatori. In queste condizioni, quindi, l’ascesa nella malavita è facile nel Mezzogiorno, facili ed esosi sono i guadagni e facile è ritrovarsi morto ammazzato in una pozza di sangue a soli 30 anni. Se si estremizza il senso della parola povertà, anche scegliere la malavita significa essere “poveri”: poveri di conoscenza, di autostima, di alternative, di modelli positivi da seguire, poveri nel rispetto della sacralità della vita, poveri perché privi di valori, di senso civico, di sentimenti per se stessi, per la propria famiglia e per la propria città. Il Mezzogiorno, in effetti, visto da questa angolatura sembra “divorare” i propri figli, e se non lo fa, li scaccia, li costringe ad allontanarsi per una vita più dignitosa e che più si avvicini possibilmente alle loro aspirazioni. Non è un caso che ogni anno, solo in Campania, emigrano 20 mila giovani laureati e non, alla ricerca di lavoro. Coloro che restano, (se non decidono di diventare invisibili, rinunciando definitivamente a cercare lavoro) ed un lavoro ce l’hanno: resistono, si fanno largo come possono in una realtà economica, culturale, piena di chiaroscuri ed

in cui le insidie sono davvero tante. Una delle insidie più deleterie per la crescita sia professionale che economica dei nostri giovani è il lavoro nero: sono 329 mila i lavoratori in nero, un altro primato tutto “made in Campania”. E se per i giovani “di queste parti” il futuro non è mai stata cosa facile, adesso anche gli over cinquanta, gli occupati un tempo “sicuri”, con la scudisciata d’oltreoceano della crisi economico- finanziaria sono in bilico e rischiano di restare senza lavoro e senza nuove opportunità perché fuori dal mercato. In Campania, dove il tasso della disoccupazione è quasi il doppio rispetto a quello nazionale (13,4 % contro una media nazionale del 7,9 %), gli effetti della crisi si contano attraverso la perdita di migliaia di posti di lavoro, solo nel primo trimestre 2009 si sono registrati 33 mila posti di lavoro in meno e dai dati in nostro possesso sicuramente l’anno si chiude con il doppio dei posti di lavoro persi; mentre i cassa integrati, a partire dai lavoratori della Fiat fino ad abbracciare tutte le realtà produttive da Napoli a Caser-

ta, da Salerno a Benevento fino ad Avellino, sono più di 21 mila. Cassa integrati che vanno a sommarsi ad altrettanti, se non addirittura in un numero maggiore, lavoratori difficili da “statisticare”, i quali non godono di cassa integrazione e di nessuna altra forma di ammortizzatori: i lavoratori del commercio, dei servizi e delle tantissime piccole aziende con i contratti atipici, (solo questi ultimi orami raggiungono gli oltre 9 milioni di persone sul territorio nazionale). E se da un lato ci sono i cassa integrati e i disoccupati protagonisti di un sempre più profondo disagio e malessere sociale, l’altra faccia della medaglia della crisi è quella di un’impresa affranta. Basti pensare che quest’anno ci lascerà con quasi 2000 aziende chiuse sul territorio regionale e quelle imprese, medie e piccole, che continuano a restare in piedi sono davvero in serie difficoltà, con le banche che tentennano a dare risorse e con i pochi incentivi e i pochi strumenti messi a disposizione dal Governo nazionale. Altro dato negativo per l’intero Paese, rispetto all’Europa ad esempio, sono i redditi bassi. L’incidenza della popolazione a basso reddito è del 20% : 4 punti percentuali in più rispetto ai 15 principali Paesi europei (16%). La situazione più critica è quella dei minori: nel nostro Paese l’incidenza dei minori nelle famiglie a basso reddito è del 25% questo valore, rispetto a quello della Romania, è il più alto d’Europa, seguono la Polonia e la Spagna (24%). Per quanto riguarda, infine, gli anziani: l’incidenza degli anziani a basso reddito è pari al 22%, un valore di poco inferiore a quello della Grecia. Tutti questi dati sono importanti perché mettono a nudo una realtà, quella italiana, per niente rosea e che rimandano alla povertà, non affatto lontana come “volevamo credere”.

I redditi bassi, la disoccupazione, il lavoro nero, la chiusura delle imprese, il blocco della produttività e quindi delle ricchezze, sono tutti sintomi che preavvisano una condizione di disagio, di malessere diffuso, di disuguaglianze economiche e di esclusione sociale estesosi anche in quegli strati della società prima indiscussi. Oggi ci si ritrova nel bel mezzo di un mercato del lavoro stravolto: con i cinquantenni disoccupati e difficilmente riassorbibili e i giovani con pochi soldi e senza certezze per il futuro. La globalizzazione, infatti, ha creato nuove forme se vogliamo di “povertà provvisoria” che sono strutturate nelle nuove figure contrattuali e lavorative dei cosiddetti flessibili, precari, lavoratori a tempo determinato. Il mio non è un giudizio completamente negativo sulla flessibilità, quanto piuttosto sull’utilizzo sbagliato ed irresponsabile che di essa si fa oggi, a partire proprio dall’ Italia. I nostri giovani si ritrovano a più di trent’anni con tante cognizioni nella testa, ma con poche risorse, senza uno stipendio decente, senza un lavoro decente e col morale nei calzini! Immaginiamo un giovane lavoratore flessibile che guadagna (se è fortunato) circa 800 euro al mese e che decide di andare via di casa perché è stanco di sentirsi un “bamboccione”: tra fitto, tasse da pagare, spese da affrontare, di sicuro non arriva a fine mese e di sicuro non ha nessuna intenzione di metter su famiglia. Questo giovane, esempio di lavoratore flessibile, vive in uno stato di semi-povertà rispetto ad una società, come la nostra, esigente, veloce e competitiva. E se l’Italia è una cenerentola per tasso di povertà e disagio sociale rispetto al panorama europeo, le regioni del Mezzogiorno lo sono rispetto all’Italia. In Campania, infatti, possia-


27 mo affermare che la crisi ha ucciso “un uomo morto”o comunque seriamente cagionevole: le conseguenze sono state doppiamente sentite in una regione con ferite già aperte e che vede, oltre alle percentuali in negativo di cui parlavo prima, seri problemi anche in quei comparti del pubblico e del sociale in cui non dovrebbero venir meno, strutture, strumenti e risorse. Faccio riferimento, in primis, al sacrosanto diritto alla salute, messo a repentaglio da un deficit esoso nella nostra sanità e alla mancanza di quei servizi essenziali nel settore, che costringe, nei casi più estremi, a quel fenomeno di “emigrazione sanitaria” per il quale i cittadini campani sono costretti a rivolgersi ad altre strutture ospedaliere nazionali. E se la sanità è un settore con preoccupanti e seri disservizi a discapito della salute pubblica, nemmeno gli altri settori del sociale, come assistenza agli anziani, alle fasce più deboli, fino agli asili nido per i nostri bambini, risplendono per efficienza. Non è di certo un bel quadro quello che ritrae la Campania stanca, sporca ed impoverita, e se le istituzioni locali hanno in parte le loro responsabilità, l’attuale Governo non sembra abbia dato il via ad un piano consistente di check-out dalla crisi del Mezzogiorno e dell’Italia. Se penso alla social card dell’anno scorso, per esempio, e la metto a confronto con le reali problematiche dei lavoratori e dei cittadini, mi rendo conto che si è trattato davvero di una soluzione irrisoria e farsesca! Ma social card a parte, con la nuova finanziaria per il 2010 si è cercato di dar vita ad un “pacchetto welfare” semplicemente per medicare le ferite della crisi, per lenire il dolore e non per “guarire” il Paese dalla malattia. E poi, non dimentichiamoci che proprio nel settore dedicato prettamente alle politiche sociali (quindi famiglia, anziani, bambini e strati sociali a disagio) nel 2009 si sono qua-

NUOVE POVERTÀ si dimezzate le risorse. Ecco, queste sono le luci e le ombre di un Governo che predica bene e razzola male! Le Organizzazioni Sindacali di CGIL CISL e UIL Nazionali per fronteggiare le problematiche legate alla povertà, alle disuguaglianze e all’esclusione sociale hanno costituito un Osservatorio per l’attuazione della legge 328/2000 per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali. Analizzando la crisi ed i suoi effetti sulla popolazione dei lavoratori e dei cittadini italiani, a partire dall’occupazione e dall’accresciuto impoverimento delle famiglie, e non potendo ipotizzare la durata e le ulteriori conseguenze della crisi, CGIL, CISL e UIL hanno tracciato le linee per un piano, che al di là degli ammortizzatori sociali, affronti in maniera strutturale il problema Povertà. Il Piano, proposto alle Regioni e al Governo, è articolato in più punti e parte da: a) dall’investimento di nuove risorse per il sostegno al reddito e il potenziamento dei servizi pubblici; b) definizione dei mezzi per una politica di responsabilizzazione e di inclusione sociale e lavorativa dei beneficiari; c) estendere in una successiva fase la consistenza delle prestazioni e l’aumento delle risorse a tutta la platea delle persone; d) riordino e coordinamento della molteplicità degli istituti già esistenti di contrasto alla povertà per renderli più efficaci ed efficienti; e) attivazione di un sistema di monitoraggio di controllo e verifica nazionale e regionale. Certo, le OO.SS. da sole non possono nulla contro un fenomeno come la povertà che davvero attraversa tutto il globo, i diversi strati sociali, le diverse età e che assume aspetti e caratteristiche sempre diverse di luogo in luogo. Proprio per queste ragioni le risposte che merita questo fenomeno non possono essere solo quelle egregie che esprimono solidarietà, ma devono strutturarsi in azioni

concrete di politiche attive di welfare e soprattutto di sviluppo economico a carattere globale, europeo e allo stesso tempo diffuse sui singoli territori. Nel territorio, infatti, si può meglio monitorare il fenomeno, diverso di realtà in realtà ed è nel territorio che si devono sviluppare le azioni da coordinare a livello nazionale ed europeo, per meglio costruire politiche sociali e di sviluppo. Fondamentale è il buon uso delle risorse pubbliche dei Fondi Strutturali 2007/2013, gli ultimi per la Campania, verso pochi ma mirati proget ti; l’impiego della spesa pubblica ordinaria deve essere orientato verso forme non di pura assistenza, ma per progetti attivi di welfare; così come il rilancio delle azioni di impresa deve essere finalizzato alla loro responsabilità sociale. Altra azione da

non trascurare è quella riguardante una sana politica contrattuale tra le parti, non solo a livello nazionale, ma anche a livello territoriale (come previsto nell’ultimo accordo gennaio 2009) per aumentare la produttività aziendale e del territorio. Sono queste a mio avviso le risposte, sia pure non esaustive, ma di sicuro tra le più adeguate per invertire la rotta. Alla vigilia del 2010, proclamato anno per la lotta contro la povertà deve esserci inevitabilmente l’ausilio, il sostegno dei diversi soggetti in campo: non è retorica affermare in questo caso l’unione fa la forza! L’unione degli intenti e la forza dei soggetti per affrontare un problema di non facile soluzione, soprattutto quando la platea dei “poveri” si allarga e include nuove figure di disagiati giovani e vecchi. L’anno nuovo ha di sicuro una bella ed ardua battaglia da combattere e l’Europa si è posta degli obiettivi validi ed ambiziosi, come quello di promuovere una società che favorisca una buona qualità della vita, il benessere sociale e le pari opportunità, il ché vuol dire occupazione di qualità; servizi sociali e sanitari efficienti; strumenti efficaci contro le disuguaglianze e le discriminazioni; tutela e difesa dei diritti per tutte le fasce più deboli, dall’infanzia, alle donne, alla protezione degli anziani. Ognuno deve fare la sua parte: soggetti politici, imprenditoriali, associazione non governative, organizzazioni sindacali e società civile. La povertà riguarda tutti noi: non è lontana; non appartiene all’altro; ma riguarda l’uomo, i suoi diritti, la sua dignità. La lotta contro la povertà significa lotta per lo sviluppo e la crescita sana delle popolazioni senza distinzione di razza, di sesso, di religione, di cultura e di nazionalità. Segretario generale della UIL di Napoli e Campania.


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AMBIENTE

Copenaghen

La questione climatica diventa geopolitica globale Anna Maria Valentino Fallimento storico, delusione, punto morto – sono solo alcune delle definizioni adoperate recentemente dalla stampa italiana e internazionale per descrivere l’esito del vertice Onu sul clima tenutosi a Copenaghen lo scorso dicembre. Eppure, nonostante dal punto di vista degli accordi non siano emersi nè date nè termini vincolanti per incentivare i Paesi coinvolti a ridurre concretamente le emissioni nocive, il vertice è stato considerato da più parti una tappa

intermedia fondamentale, che permetterà di puntare per l’anno prossimo a risultati decisivi; mentre dal punto di vista geopolitico c’è già chi ha visto nelle modalità in cui si sono svolti gli incontri tra i diversi leader il segno inequivocabile di una svolta negli equilibri mondiali. Pochi giorni prima che l’incontro avesse luogo, scriveva su Science Sir David King, direttore della Scuola di Impresa e Ambiente dell’Università di Oxford nonchè ex consulente

scientifico di Blair e Brown: “Il peg- re di risolvere la peggiore crisi che giore risultato possibile a Copena- gli umani abbiano dovuto affrontare ghen sarebbe un protocollo debole collettivamente”1. che non risolve niente. Il migliore risultato possibile sarebbe un accordo per ritardare il protocollo finale per 1 ‘The Climate in Copehagen’, Science 4 un altro anno. Entro la data in cui i dicembre 2009: ”The worst possible outcome partecipanti alla Convenzione quadro at Copenhagen would be a weak protocol that delle Nazioni Unite sui cambiamenti solves nothing. The best outcome would be an climatici si incontreranno in Messico agreement to delay the final protocol for anyear. By the time the parties to the UN’s nel dicembre 2010, potremmo esse- other Framework Convention on Climate Change meet re finalmente nella posizione di isti- in Mexico in December 2010, we could finally be tuire un protocollo che abbia il pote- in a position to set up a protocol with the power


29 Allo stesso modo anche il contestato Segretario delle Nazioni Unite Ban Ki-Moon, alla fine del vertice, ha esortato tutti i paesi a sottoscrivere formalmente l’Accordo emerso a Copenaghen per “cominciare a lavorare nella direzione di un trattato legalmente vincolante nel 2010”2, guardando al prossimo meeting previsto per il dicembre di quest’anno a Mexico City. Anche se invece, stando a quanto presentato nella seduta finale del vertice, la data per la prima valutazione e messa a punto dell’accordo in termini più vincolanti potrebbe essere invece il 2015, un anno dopo lo svolgimento del quinto Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) –  il quarto si era tenuto nel 2007  –  e proprio le sue conclusioni allarmanti avevano dato l’impulso all’incontro di Copenaghen3. Non che non siano evidenti le debolezze dell’Accordo raggiunto così a fatica e attraverso modalità non largamente condivise: “È facile sentirsi delusi dall’accordo promosso da Obama alla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici a Copenaghen”, ammette un editoriale su Nature il 24 dicembre4. Il documento che ne è risultato infatti non solo non costituisce un trattato, ma non è neanche chiaro se possa essere definito un accordo globale: promosso da una manciata di nazioni – Stati Uniti, Cina, India, Brasile e Sud Africa – è stato presentato come un fatto compiuto davanti al resto dei 193 paesi presenti, pochi dei quali erano stati consultati. Molti ambientalisti e un numero

to solve the worst crisis that humans have ever faced collectively”. 2 United Nation Climate Change Conference Copenhagen – Cop15 – sito web ufficiale: http://en.cop15.dk/news/view+news? newsid=3086

‘After Copenhagen’, Nature 24 December 2009 3

4

Ibidem

AMBIENTE consistente di paesi in via di sviluppo hanno criticato aspramente anche il contenuto dell’Accordo, sottolineando il fatto che, anche se venisse applicato in pieno, non basterebbe a limitare l’aumento del riscaldamento globale entro i 2 °C nell’arco del secolo, obiettivo minimo del summit. Secondo una previsione realizzata dal consorzio statunitense Climate Interactive anzi, se l’impegno dei governi nei prossimi rimanesse quello dichiarato a Copenaghen, si rischierebbe un aumento della temperatura di 3.9 °C entro il 2100. Ad essere particolarmente scontenti sono soprattutto i paesi in via di sviluppo, che dopo la presentazione dell’Accordo chiuso dagli Stati Uniti e dalle potenze emergenti hanno dato battaglia tutta la notte – in particolare Sudan, Venezuela, Nicaragua, Cuba, Bolivia, Costarica, Tuvalu. Lumumba Stanislaus Di-Aping, portavoce del Sudan e rappresentante del G77, il gruppo dei paesi in via di sviluppo, ha denunciato l’accordo da cui deriverà una “devastazione dell’Africa e delle piccole isole”5; il G77 spingeva invece per una soglia massima condivisa di aumento della temperatura di 1.5°C. Oltre al limite dell’aumento della temperatura fissato a 2°C, l’unico altro punto fissato dall’Accordo com’è noto è la promessa di una somma di circa 30 bilioni di dollari nel corso dei prossimi tre anni e di 100 bilioni annuali entro il 2020 che si dovranno riversare dai paesi ricchi ai paesi in via di sviluppo per aiutarli ad investire in progetti ecosostenibili. Non è ben chiaro però da chi e come verranno elargiti questi fondi, che per quanto abbondanti secondo alcuni scienziati sarebbero comunque insufficienti. Nonostante tutto questo però, come sostiene ancora Nature in un editoriale che commenta a caldo l’esi-

to del vertice, bisogna riconoscere che “per la prima volta nella storia tutti i paesi maggiormente responsabili delle emissioni di gas nocivi hanno sottoscritto un accordo di cooperazione per affrontare la più grande sfida dei nostri tempi. Nonostante tutti i suoi difetti, l’accordo è un importante passo avanti”6, firmato anche e soprattutto dalle grandi potenze che non avevano sottoscritto Kyoto, seppure senza quei vincoli decisivi (che però, come ha osservato cinicamente il Presidende Obama, non sono serviti a molto7). Tanto più che a Kyoto c’era solo il 30% del pianeta, a Copenaghen siamo arrivati all’85%. “Non è quello che speravamo, ma è un inizio”, ha detto a Copenaghen Mohamed Nasheed, Presidente delle Maldive, stato membro dell’Alleanza dei piccoli stati insulari che come il G77 aveva spinto per una soglia massima di 1.5° in più entro il 2100. “Spero che tutte le nazioni sostengano l’accordo e non facciano collassare queste negoziazioni”8. “La cosa più importante in questo momento è continuare a muoversi”, ha aggiunto sempre in quella sede John Holdren, consigliere scientifico di Obama, “Non stiamo a discutere per i prossimi cinque anni su qual’è l’obiettivo ideale. Cominciamo ad andare nella giusta direzione”9. Una

6 Cit. Nature 24 December 2009:”Nonetheless, for the first time, all of the world’s largest greenhouse-gas emitters have signed up to a framework for cooperation on the biggest challenge of our time. For all of its shortcomings, the accord is an important step forwards”. 7 Mario Platero, “E Obama ha rilanciato sul nuovo modello G-2”, Il Sole 24Ore 20 dicembre 2009 8 Jeff Tollefson, “World looks ahead post-Copenhagen”, Nature 22 dicembre 2009: “This is not what we have been seeking, but it is a beginning. I beg all nations to please back this document and do not let these talks collapse”.

“The most important thing to get done at this moment is to get moving. Let’s not argue for the next five years what the perfect goal is. Let’s get going in the right direction”. 9

John M. Broder, “Many Goals Remain Unmet in 5 Nations’ Climate Deal” The New York Times 19 dicembre 2009 5

dichiarazione forse discutibile ma che si può comprendere meglio se si pensa alle regole di funzionamento degli organismi delle Nazioni Unite, tramite i quali può essere estremamente complesso raggiungere un accordo che soddisfi gli interessi di 193 paesi diversi. Se è vero quindi che per ora tutto è lasciato alla buona volontà delle singole nazioni, o quasi, l’Europa seppure sia stata tagliata fuori dai giochi di Copenaghen dimostra già in questi giorni di non voler perdere tempo. È dei primi giorni di gennaio infatti la notizia di una nuova rete di energia rinnovabile che unirà diversi paesi del Nord Europa per assicurare un approvigionamento continuo a prescindere dalla disponibilità momentanea delle diverse fonti. Seimila chilometri di cavi in gran parte sottomarini collegheranno infatti in un’ unica rete le pale eoliche di Gran Bretagna e Danimarca, la centrale a maree della Francia, l’energia idroelettrica della Svezia e i pannelli solari tedeschi10. Nello stesso tempo in area mediterranea è in preparazione il progetto “Desertec”: un mosaico di nuove centrali per la concentrazione dell’energia solare posizionate in diverse aree desertiche del Nord Africa e del Medio Oriente, dal Marocco alla Giordania, che sempre tramite cavi sottomarini promettono di fornire entro il 2020, almeno il 15% della richiesta di energia elettrica in Europa, fornendo un quantitativo notevole di energia all’Europa, oltre a redistribuirne una parte nei ‘luoghi di produzione’11 (le percentuali non sono del tutto chiare). A finanziare questo progetto del Sud però è ancora una volta la Germania, sia come Stato

10 Elena Dusi, “Ecco l’ Europa unita dell’ eco-energia”, La Repubblica 6 gennaio 2010 11 http://www.desertecitaly.altervista.org/


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AMBIENTE che attraverso grandi compagnie private –  la Siemens, la Deutsche Bank, Munich Re assicurazioni, le compagnie elettriche E.On e Rwa  –  spinge per rendere concreto l’ obiettivo di Copenaghen: coprire entro il 2020 il 20% del fabbisogno energetico in fonti rinnovabili. L’Italia sta partecipando per ora alla fase ideativa e progettuale di Desertec attraverso la collaborazione del Centro Aerospaziale Tedesco (Dlr) con il Club di Roma, ma diversi tra ecologisti e scienziati preferirebbero una maggiore diffusione di piccoli impianti domestici a questo progetto faraonico che prevede un investimento di 400.000 miliardi di euro in dieci anni12. Quali che saranno gli impegni e le iniziative dei singoli paesi, di sicuro però l’effetto del vertice di Copenaghen non si farà sentire sulle sole questioni climatiche. In gioco nell’incontro internazionale c’erano anche ruoli e rapporti di forza sullo scenario della governance globale13. “A Copenaghen Obama ha ingoiato qualche rospo, ma ha fatto avanzare in territorio nuovo il suo modello di leadership a due con la Cina”, sottolinea Mario Platero su Il Sole 24Ore. “E ha aggiunto Brasile, India e persino il Sud Africa”. Diventano quindi at-

12 Come argomentato ad esempio sul sito http://www.libreidee.org/2009/09/ desertec-dal-sahara-lenergia-solare-perleuropa/, che ipotizza anche possibili problemi di gestione e interazione con i governi dei paesi ospitanti le centrali.

Mario Platero, ”E Obama ha rilanciato sul nuovo modello G-2”, Il Sole 24Ore 20 dicembre 2009 13

tori sempre più importanti i cosiddetti paesi B R I C – Brasile, Russia, India e Cina  – c o m e sono state definite qualche anno fa le principali economie emergenti; con la differenza che alla Russia sembra essersi sostituito il più giovane e dinamico Sud Africa, mentre la Cina ha assunto una leadership quasi incontrastata14. Quando esponenti del governo cinese hanno dichiarato a Copenaghen di voler adottare misure condivise (almeno tra i membri del Piano d’azione

14 Come argomentato ad esempio in John C. Hulsman, “L’Occidente è finito perchè l’America vuole allearsi con la Cina”, I Quaderni speciali di Limes, supplemento al n. 4/2009

di Bali, t r a i qu a li troviamo Messico e Corea del Sud ) per monitorare la riduzione delle emissione inquinanti, un grande passo avanti si è fatto nella direzione di un accordo globale. In Cina si è andato affinando in tempi recenti un sistema interno di misurazione delle principali attività che riguardano il settore energetico / ambientale, migliorando gli standard di affidabilità delle rilevazioni statistiche, allargando il principio di responsabilità ai soggetti sociali e normando le politiche sul clima. La Cina sta acquistando un viatico formidabile per attrarre un mercato di interesse geostrategico sia sul piano delle tecnologie verdi, valutabile secondo le stime della China Greentech Initiative in centinaia di miliardi di dollari l’anno,

sia sul piano della leadership a due con gli USA. Un effetto geopolitico la crisi economica l’ha avuto: ha accorciato le distanze tra Stati Uniti e Cina, entrambi decisi a consolidare una tregua su un modello di complementarietà, laddove l’Europa rischia di essere relegata ai margini, anche per il peso pressoché nullo in qualità di fornitore di risparmio globale (Harold James, The creation and destruction of value, Harvard University Press). Quando Hu Jintao abbandonò lo scorso luglio 2009 il G8 dell’Aquila, a proposito di accordo sul clima la delegazione cinese si fece portavoce dei paesi emergenti con un’autorevolezza per niente diminuita dall’assenza forzata del leader, anzi fece allegare agli atti l’invito a ripensare un “sistema monetario internazionale plurale” progressivamente sganciato dal dollaro ancora dominante nelle Banche centrali e nelle transazioni economiche internazionali. E l’Europa? La sua sembra essere una preoccupazione ancora molto relativa, l’avvento di una nuova era giocata su un tavolo a due non ha prodotto un copyright del suo modello di “economia sociale di mercato”, mentre l’Italia è fuori pista e non mostra segni di ripensamento. In tempi di crisi economica anche la scelta di rifinanziare il Fondo Monetario Internazionale ha visto in arretramento politico la rappresentanza europea e in forte ascesa Cina e Brasile. E l’Italia latita nel garantire un budget adeguato dentro il FMI candidandosi a un ruolo ininfluente, forse per battere altre strade fuori dall’Europa e dagli accordi di Copenaghen? Docente di “Storia contemporanea” e di “Economia dell’ambiente”presso l’Università degli studi di Napoli “L’Orientale”.


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ANALISI

La triplice “riserva” apposta al Trattato di Lisbona

Riflessioni sulla sentenza della Corte costituzionale tedesca del 30 giugno 2009 Barbara Guastaferro 1. Premessa Il 30 giugno 2009, il BundesVerfassungsGericht (BVG), chiamato a pronunciarsi sulla legittimità costituzionale della legge di autorizzazione alla ratifica del Trattato di Lisbona con la Legge fondamentale tedesca (LF), ha emesso una sentenza1 che è stata sottoposta ad una certa “inflazione da commento”, dettata fondamentalmente da due ragioni. La prima è che la pronuncia si è innestata in una congiuntura abbastanza delicata per il processo di integrazione europea. Essa, infatti, ha preceduto di pochi mesi il secondo referendum irlandese (svoltosi il 2 ottobre 2009), il cui esito sappiamo esser stato molto atteso non solo perché l’Irlanda aveva in prima battuta bocciato per via referendaria il Trattato, ma perché altri Stati, tra cui la Polonia e la Repubblica ceca, avevano vincolato la ratifica del Trattato stesso al suddetto esito. La seconda è che il BVG perviene alla sua conclusione, che dichiara la sostanziale compatibilità della legge di autorizzazione alla ratifica del Trattato di Lisbona con la Legge fondamentale tedesca, attraverso 147 pagine di sentenza in cui si susseguono riflessioni sulla storia dell’integrazione europea, sulle teorie della democrazia e della sovranità ad essa sottese, sulla natura dell’ordinamento giuridico comunitario e sulla relazione sempre dialettica che con

esso intrattengono gli Stati, definiti ancora gli unici “signori dei Trattati” (paragrafo 231). In questo richiamando la altrettanto importante sentenza della stessa Corte pronunciata in occasione della ratifica del Trattato di Maastricht. In altri termini, il “si” al Trattato di Lisbona da parte dei giudici di Karlsrhue non arriva senza “ma”. Per questa ragione, una lettura accorta della sentenza dovrebbe poter soffermarsi tanto sugli esiti della pronuncia quanto sui contenuti della sentenza stessa. Sul versante degli esiti, appare condivisibile la posizione dell’ex Avvocato generale Giuseppe Tesauro, il quale ha invitato ad accantonare letture “catastrofiche” di una sentenza che, respingendo le censure d’ incostituzionalità sulla legge di autorizzazione alla ratifica del Trattato di Lisbona, non avrebbe posto alcun freno al processo di ratifica.2 Processo che infatti non si è arrestato, ma ha visto al contrario lo sciogliersi delle riserve della Polonia e della Repubblica ceca3 subito dopo il “si” al Trattato espresso dal popolo irlandese nella recente consultazione referendaria. Sul versan-

2 G. Tesauro, Prefazione a A. Lucarelli e A. Patroni Griffi (a cura di), Dal Trattato costituzionale al Trattato di Lisbona. Nuovi studi sulla Costituzione europea, Napoli, ESI, 2009.

Il percorso della Repubblica ceca è stato in realtà più tortuoso, data la ritrosia a ratificare il Trattato manifestata dal Presidente Klaus anche dopo il referendum irlandese. La riserva della Repubblica ceca è stata finalmente sciolta durante il recentissimo Consiglio europeo di Bruxelles (29-30 ottobre 2009), avendo questo stato ottenuto un “opt-out” dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. 3

1 BVerfG, 2 BvE 2/08, 2 BvE 5/08, 2 BvR 1010/08, 2 BvR 1022/08, 2 BvR 1259/08, 2 BvR 182/09, sent. del 30 giugno 2009 (Trattato di Lisbona). Il testo della sentenza è disponibile sia in lingua tedesca che in lingua inglese sul sito di ASTRID, www.astrid-online.it

te dei contenuti, invece, non In buona sostanza, il è possibile biasimare quanBVG dichiara conformi ti hanno dato una lettura al dettato costituzionaestremamente critica le la legge di autorizzadi una sentenza la cui zione alla ratifica del motivazione “ruota inTrattato di Lisbona torno a due fondamen(Zustimmungsgetali concetti: natura setz zum Vertrag dell’Unione eurovon Lissabon) e la pea e natura dello legge che emenda Stato democratico… la Costituzione apdeclassa(ndo) la priportando modifiche ma e glorifica(ndo) agli articoli 23, 45 il secondo”.4 I prie 93 LF (Gesetz missimi commenzur Änderung ti, infatti, delides Grundgeneano un’Uniosetzes «Artine europea atkel 23, 45 und tanagliata dal 93»). La legge “g u i n z a g li o che estende i t e d e s c o ” 5. poteri dei due Unione che, rami del Parsecondo i giulamento tededici di K ar lsco negli affari srhue, avrebbe europei (Gesetz raggiunto con il über die AusweiTrattato di Lisbona il tung und Stärkung der “punto massimo dell’inteRechte des Bundestages grazione che è compatibile con la und des Bundesrates in AngelegenCostituzione tedesca”.6 heiten der Europäischen Union), deve essere invece modificata prima che si possa procedere alla ratifica del trat4 S. Cassese, L’Unione europea e il guinza- tato, in quanto essa viola le norme costituzionali sancite dall’articolo 38.17 glio tedesco, in Giornale di diritto amministratie 23.18 della Costituzione (par. 207). vo, n. 9/2009. 5

S. Cassese, ibidem.

M.P. Chiti, Am Deutshen Volke. Prime note sulla sentenza del BundesVerfassungGerichr del 30 giugno 2009 sul Trattato di Lisbona e la sua attuazione in Germania, pubblicato in www. astrid.eu. Si veda anche il commento di L.S. Rossi, Il processo di integrazione al capolinea? La sentenza della Corte costituzionale tedesca sul Trattato di Lisbona, pubblicato in www.europeanrights.eu 6

7 Ai sensi dell’articolo 38 della LF, “i deputati del “Bundestag” sono eletti a suffragio universale, diretto, libero, eguale e segreto. Essi sono i rappresentanti di tutto il popolo, non sono vincolati da mandato né da direttive e sono soggetti soltanto alla loro coscienza”. 8 Ai sensi dell’articolo 23 della LF, “per la realizzazione di un’Europa unita, la Repubblica


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ANALISI Sebbene sia possibile stemperare letture apocalittiche in merito al futuro del processo di integrazione, ritengo che la Corte, nel momento in cui dichiara la costituzionalità della legge di autorizzazione alla ratifica del Trattato di Lisbona, invita allo stesso tempo ad apporre almeno tre “riserve” all’approvazione del Trattato. 2. La triplice “riserva” apposta al Trattato di Lisbona Uno dei passaggi cruciali della sentenza, a mio avviso, è il paragrafo 226. In esso la Corte stabilisce: “It is true that the Basic Law grants the legislature powers to engage in a far-reaching transfer of sovereign powers to the European Union. However, the powers are granted under the condition that the sovereign statehood of a constitutional state is maintained on the basis of an integration programme according to the principle of conferral and respecting the Member States’ constitutional identity, and that at the same time the Member States do not lose their ability to politically and socially shape the living conditions on their own responsibility”. In questo passaggio, la Corte enuncia un principio cardine della

federale tedesca collabora allo sviluppo dell’Unione europea che è fedele ai principi federativi, sociali, dello Stato di diritto e democratico, nonché al principio di sussidiarietà e che garantisce una tutela dei diritti fon­ da­m entali sostanzialmente paragonabile a quella della presente Legge fondamentale. La Federazione può a questo scopo, mediante legge approvata dal “Bundesrat”, trasferire diritti di sovranità. Per l’istituzione dell’Unione europea, per le modifiche delle norme dei trattati e per le regolazioni analoghe, mediante le quali la presente Legge fondamentale viene modificata o integrata nel suo contenuto oppure mediante le quali tali modifiche e integrazioni vengono rese possibili, si applica l’art. 79, secondo e terzo comma” (questo articolo, oltre a prevedere la necessità dell’approvazione con due terzi dei voti in ambedue i rami del Parlamento, contempla anche dei limiti espliciti alla revisione costituzionale, ossia un vero e proprio nucleo indefettibile della Costituzione).

Legge fondamentale, ossia il principio di apertura al diritto europeo (Europarechtsfreundlichkeit), contenuto appunto nell’articolo 23 LF, che consente il trasferimento di diritti sovrani ad un ente sovranazionale da parte del Parlamento tedesco. La sensazione è che questo principio, sul quale si fonda la partecipazione dello Stato tedesco al processo di integrazione, venga in qualche modo “temperato” da tre riserve: una riserva di sovranità, una riserva di identità costituzionale ed una riserva di configurazione nazionale dello spazio pubblico. 3. La riserva di sovranità Il paragrafo 226 sovramenzionato dispone che è vero che è la stessa Costituzione a consentire il trasferimento di diritti sovrani all’Unione europea, ma questo trasferimento deve avvenire a condizione che non venga lesa la sovranità dello Stato tedesco. Esito possibile soltanto se il potere pubblico comunitario agisca nel completo rispetto del principio di attribuzione delle competenze (testualmente, “on the basis of an integration programme according to the principle of conferral”). Questo principio cardine del diritto comunitario, richiede che le istituzioni comunitarie agiscano esclusivamente nei limiti delle competenze che sono loro conferite dal Trattato. L’Unione, dunque, non potrebbe esser dotata di Kompetenz/Kompetenz, ossia della competenza ad estendere

autonomamente le proprie competenze (par. 233) in quanto alla base di ogni delega di s o vranità non possono che esservi gli Stati membri che ne sono i titolari, restando gli unici “signori dei Trattati” (“Herren der Verträge”, nelle parole della Corte nel par. 231). La Corte stessa si autoproclama “custode” di questa sorta di “riserva di sovranità”, arrogandosi, attraverso il cosiddetto “ultra vires review”, il potere di verificare che la normativa comunitaria non sia adottata in violazione del principio di attribuzione delle competenze (par. 240). Complementare all’enunciazione di questa riserva di sovranità è anche lo svuotamento della portata innovativa del Trattato di Lisbona e la configurazione dell’Unione europea quale mera “associazione di Stati sovrani” e del potere pubblico comunitario come potere esclusivamente “derivato” (par. 231). 4. La riserva di identità costituzionale Analogo ragionamento la Corte fa per quanto riguarda il

nucleo indefettibile di valori che connota l’identità costituzionale tedesca. La delega di sovranità all’Unione europea che la Legge Fondamentale consente attraverso l’articolo 23, che dà “copertura costituzionale” al fenomeno comunitario, può essere, secondo il menzionato paragrafo 226, persino “far-reaching”, ma deve avvenire nel pieno rispetto dell’identità costituzionale tedesca. Anche in questo caso, è la Corte che si rende disponibile, attraverso il cosiddetto “identity review” (par. 240) ad attuare una sorta di “scrutinio di costituzionalità” della normativa comunitaria eventualmente lesiva dei principi fondamentali della Carta costituzionale tedesca. Ai sensi del paragrafo 240, l’azione delle istituzioni europee non può in alcun modo ledere i principi contenuti nell’articolo 1 LF, relativo alla dignità umana, e nell’articolo 20 LF, relativo ai caratteri distintivi dell’ordinamento tedesco (federale, democratico e sociale). Articoli entrambi dichiarati inviolabili dall’articolo 79 LF, il quale non fa che porre dei limiti espliciti alla revisione costituzionale sancendo che “Non è consentita alcuna modifica della presente Legge fondamentale che riguardi l’articolazione della Federazione in Länder, il principio della partecipazione dei Länder alla legislazione o i princìpi enunciati agli articoli 1 e 20”. In questo modo, la cosiddetta Ewigkeitsklausel contenuta nell’articolo 79 LF, ossia la “clausola di eternità”, che appunto sottrae alla “disponibilità” di qualunque potere politico i principi fondamentali della Costituzione tedesca, viene applicata anche all’ordinamento giuridico comunitario. Ed in modo “funzionalmente distorto”9, in quanto una clausola concepita per evitare il ritorno a pagine drammatiche della storia tedesca attraverso derive dittatoriali, viene 9

Questo il parere di S. Cassese, op. cit.,


ANALISI utilizzata come “parametro di costituzionalità” dell’azione comunitaria. I limiti espliciti alla revisione costituzionale contenuti nell’articolo 79 LF, in altri termini, vengono traslati su scala comunitaria. Per quanto l’Unione europea soffra di un “deficit democratico”10, l’accostamento con i regimi dittatoriali, anche solo concettuale e presunto, che deriva da quest’operazione, è stato giudicato inopportuno.11 Specialmente alla luce del fatto che il “potere pubblico” cui questi “limiti” vengono frapposti è costituito da un ordinamento, quello comunitario, che fa della “pace” la sua teleologia costitutiva. 5. La riserva di configurazione nazionale dello spazio pubblico L’ultima riserva al Trattato di Lisbona che si evince a mio avviso dal paragrafo 226 riguarda la configurazione nazionale dello spazio pubblico. Il trasferimento di diritti sovrani all’Unione europea è consentito a condizione che gli Stati membri “do not lose their ability to politically and socially shape the living conditions on their own responsibility”. Lo Stato diventa l’unica arena nella quale realizzare la dialettica maggioranza-opposizione, la formazione di un’opinione pubblica e la fruizione dei diritti di cittadinanza. La realizzazione dell’Unione non può esplicarsi un modo che non consenta agli Stati membri di “retain sufficient space for the political formation of the economic, cul-

10 La questione meriterebbe una trattazione a parte che non è possibile effettuare in questa sede. La Corte dedica infatti molti paragrafi, non poco contraddittori, alla declinazione che il principio democratico potrebbe o dovrebbe assumere su scala comunitaria, avallando talvolta una mutazione morfologica dello stesso, talvolta una configurazione simile a quella assunta all’interno dello Stato nazionale. 11 C. S chonberger , Lisbon in Karlsruhe: Maastricht’s Epigones At Sea, in Special Section of the German Law Journal, vol. 10, n. 8, 2009, p. 1208.

tural and social circumstances of life” (par. 249). Lo Stato deve preservare uno “spazio sufficiente” in particolar modo in quei settori nei quali la decisione politica non può affrancarsi da un processo di “autorappresentazione normativa” configurabile comunque all’interno di una comunità coesa. In questi settori, che riguardano la difesa, l’uso della forza, le politiche di bilancio, la cooperazione in materia penale, la decisione politica “particularly depend on previous understanding as regards culture, history and language and which unfold in discourses in the space of a political public that is organised by party politics and Parliament” (par. 249, corsivo aggiunto). Se alcuni commentatori hanno interpretato gli innumerevoli paragrafi che la sentenza dedica a questi “sensitive issues”, materie sensibili, come un tentativo di interpretare in maniera “restrittiva” le nuove competenze di cui l’Unione sarà dotata grazie al Trattato di Lisbona12, c’è qualcosa nel ragionamento della Corte che non è a mio avviso ascrivibile esclusivamente al conflitto di attribuzione tra competenze comunitarie e competenze degli Stati membri. In questi passaggi, l’intento della Corte non è custodire gelosamente la sovranità dello Stato tedesco in alcuni settori, ma sottolineare che in determinati settori il dispiegarsi di un’autentica sfera pubblica discorsiva non può prescindere da un comune trascorso storico- culturale – e valoriale (ciò a mio avviso è dimostrabile dall’intensità con la quale la Corte utilizza termini quali “previous understanding”, “cultural roots and values”, “language” – par. 249 e 251). Per questo credo che il BVG delinei

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osì ad esempio L.S Rossi, op. cit.

la consapevolezza che anche l’Unione europea potrebbe esser priva di ciò che, per dirla con Habermas, “manca alla comunità inclusoria dei cittadini cosmopolitici” ossia quell’ “auto comprensione etico-politica, propria dei cittadini di qualunque comunità democratica”.13

una “riserva di configurazione nazionale dello spazio pubblico” che non può essere sussunta dalla “riserva di sovranità”. La Corte sembra denunciare quella che Paul Magnette ha definito la “compartimentazione” dello spazio pubblico, ossia la configurazione ancora frammentata ed ancorata agli Stati nazionali della sfera pubblica comunitaria, nell’asserire che nel processo di integrazione “the public perception of factual issues and of political leaders remains connected to a considerable extent to patterns of identification which are related to the nation-state, language, history and culture” (par. 251). Pertanto, la cautela con cui invita a trasferire competenze alla Comunità in settori “sensibili”, deriva anche dal-

6. Conclusioni Questo breve commento, che non intende entrare nel merito dei dettagli della sentenza14, dimostra come la Corte costituzionale tedesca in qualche modo intende consolidare la sua funzione di “guardiano” della Costituzione, riservandosi di controllare che il “potere pubblico comunitario” non agisca in violazione del principio delle competenze attribuite e non leda i principi costitutivi dell’identità costituzionale tedesca. Il BVG, dunque, pur nel dare via libera alla ratifica del Trattato di Lisbona rigettando l’eccezione di costituzionalità, pone in realtà dei limiti, delle “riserve” al processo di integrazione. Riserve che riguardano da un lato l’intangibilità del nucleo indisponibile che caratterizza l’identità costituzionale tedesca, dall’altro l’integrità della sovranità statuale. Ma la Corte, nell’enucleare invece quella che ho definito la “riserva di configurazione nazionale dello spazio pubblico”, delinea il Parlamento nazionale quale unico “luogo logico” possibile dove esplicare l’autodeterminazione collettiva della comunità politica.

13 J. Habermas, La costellazione post-nazionale, Milano, Feltrinelli, 2002, p. 95. 14 Mi sia concesso rinviare, per un approfondimento, a B. Guastaferro, Il Trattato di Lisbona tra il “custode” della sovranità popolare e il “custode” della democrazia: la triplice “riserva” apposta al Trattato dalla Corte costituzionale tedesca, in corso di pubblicazione.


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ANALISI E ancor di più, nel motivare la parte del dispositivo che invece dichiara l’incostituzionalità (per violazione degli articoli 38.1 e 23.1 LF) dell’atto che estende i poteri del Parlamento tedesco per quanto attiene agli affari europei, sembra voler conferire gran parte della responsabilità politica del processo di integrazione nelle mani del Parlamento tedesco. La Corte ha infatti decretato la necessità di una modifica dell’atto in questione (par. 410) in quanto questo non dotava il Parlamento tedesco di sufficienti “diritti di partecipazione” nel trasferimento di competenze sempre più ampie alle istituzioni europee. Violando in tal modo sia l’articolo 38, il quale, nello stabilire che “i deputati del “Bundestag” sono eletti a suffragio universale, diretto, libero, eguale e segreto”, suggella un legame imprescindibile tra il popolo, titolare del pouvoir constituant, e l’assemblea rappresentativa che ne è unica espression e, c h e l’articolo 23. Questo articolo, nel dare “copertura costituzionale” al fenomeno comunitario, ossia nel dichiarare esplicitamente che la “realizzazione dell’Europa unita” c o stituisce un finalità dell’ordinamento, stabilisce che la Federazione può trasferire diritti di sovranità esclusivamente mediante legge approvata dal “Bundesrat”. Secondo la Corte, il ruolo del Parlamento verrebbe in-

vece particolarmente offuscato in alcune procedure contemplate dal Trattato di Lisbona che consentirebbero una sostanziale modifica del Trattato stesso senza ricorrere alla procedura di revisione ordinaria, la quale garantisce invece un congruo coinvolgimento dell’assemblea rappresentativa del popolo tedesco. La Corte, dunque, invita il Parlamento, massima

espressione di sovranità popolare, ad appropriarsi della cosiddetta “responsabilità di integrazione” (Integrationsverantwortung) della quale è titolare ai sensi dell’articolo 23 LF, anche nei casi in cui si assiste ad una sostanziale modifica dei Trattati istitutivi attraverso procedura di

revisione non ordinaria (par. 411). Questa responsabilità dovrà esplicarsi tramite la previa autorizzazione legislativa del proprio esecutivo in seno al Consiglio ogni qual volta si dovranno attivare quelle clausole che consentono nelle parole della Corte, “uno sviluppo dinamico dei Trattati” (par. 411).15 In conclusione, san-

15 Ci si riferisce in particolar modo alla procedura di revisione semplificata prevista dall’articolo 48.6 TUE, alla “clausola passerella” generale (art. 48.7 (3) TUE) ed alle clausole passerella speciali ed alla clausola di flessibilità prevista dall’articolo 352 TFUE.

cendo la necessità di una previa autorizzazione legislativa dell’attività comunitaria, da un lato, e la facoltà di una sorta di “controllo di costituzionalità” sulla normativa comunitaria, dall’altro, la Corte, attraverso questa pronuncia, pone in qualche modo lo Stato, atto originario e costitutivo del processo di integrazione europeo, a monte e a valle del processo stesso. Se il diritto alla prima parola spetta al Parlamento nazionale, che deve sempre autorizzare il proprio esecutivo ad agire nell’arena sovranazionale, il diritto all’ultima spetta alla Corte, che si riserva addirittura di “non applicare” all’interno del territorio nazionale la normativa comunitaria che sia in contrasto o con il principio di attribuzione delle competenze o con il nucleo indefettibile dell’identità costituzionale tedesca (par. 241), con non poche conseguenze per il principio di uniforme applicazione del diritto comunitario. In qualunque modo lo si voglia interpretare, l’esito di questa pronuncia è non solo quello di approvare “con riserva” il Trattato di Lisbona, ma anche quello di lasciare che siano da un lato il “custode” della sovranità popolare, ossia il Parlamento nazionale, dall’altro il “custode” della Costituzione (ossia la Corte costituzionale) ad assecondarne od imbrigliarne lo sviluppo. Professore a contratto di “Storia e politica dell’integrazione europea” nell’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”.


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di Federico Pirro [Università di Bari]

Quando nella seconda metà degli anni ’50 del ’900 il massiccio incremento dei consumi di acciaio creò nel nostro Paese le condizioni per avviarvi il secondo ciclo di investimenti pubblici nel comparto –  dopo quello impostato da Oscar Sinigaglia e culminato con la ricostruzione a Genova dello stabilimento di Cornigliano e l’entrata in esercizio nel ’53 del suo treno continuo – la Finsider del gruppo Iri, che avrebbe poi costituito l’Italsider impostando un ambizioso disegno di rinnovamento e di concentrazione societaria, raccolse l’indicazione del Governo che aveva proposto di realizzare un IV Centro siderurgico a ciclo integrale da localizzarsi nel Sud. La scelta definitiva compiuta nel 1959 cadde su Taranto, ed è opportuno sottolineare che ad essa concorsero anche le rappresentanze pugliesi e tarantine di grandi forze politiche e sociali – dai nuovi gruppi dirigenti della Democrazia cristiana al Partito comunista – che, per quanto duramente contrappo-


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sti sul piano locale e nazionale, finirono invece per convergere sull’obiettivo di ottenere l’insediamento del nuovo impianto proprio nel capoluogo ionico, sollecitando con le loro iniziative le Autorità governative ad assumere una decisione che, peraltro, non era del tutto scontata circa l’individuazione del sito. In una particolare congiuntura socioeconomica come quella di Taranto – a fronte della grave crisi che ne aveva colpito dal secondo dopoguerra l’Arsenale della Marina Militare e l’industria navalmeccanica con espulsioni emorragiche di ‘arsenalotti’ e di operai della Franco Tosi dai loro cantieri –  i settori più avanzati della DC, da una parte, e i movimenti popolari e i partiti della Sinistra che ne esprimevano la coscienza rivendicativa, dall’altra, non puntavano affatto ad uno sviluppo industriale qualsiasi nell’area urbana, ma si battevano perchè vi fosse localizzato proprio un grande complesso dell’industria di base come la siderurgia. Significativo in tal senso fu il convegno organizzato in città il 28 dicembre del 1958 dalle Camere del lavoro pugliesi, dal Movimento di Rinascita e dalla Fiom, aperto da una relazione di Giorgio Napolitano nella quale si rivendicava l’intervento propulsivo dell’industria siderurgica pubblica, chiamata a rompere l’ormai visibile situazione di declino economico del capoluogo ionico1. Taranto, dunque, venne candidata da un ampio schieramento di forze politiche e sociali e dalle stesse Istituzioni ecclesiastiche locali ad ospitare il IV Centro non solo per la sua favorevole posizione geografica – che era un prerequisito fondamentale per una siderurgia a ciclo integrale come quella nazionale imperniata su stabilimenti costieri – ma anche perché vantava da oltre un sessantennio una consolidata tradizione navalmeccanica, inaugurata sin dall’agosto 1889 con l’entrata in esercizio del vasto Arsenale della Marina Militare, cui nel 1914 si erano affiancati i già ricordati cantieri navali della Franco Tosi; in città, pertanto, preesisteva all’insediamento della nuova fabbrica una consolidata tradizione tecnica e professionale di lavorazione dell’acciaio in grandi volumi che finiva col rappresentare il milieu più fertile per il nuovo insediamento. La scelta di localizzare nel Meridione tale com-

1 Giorgio Napolitano, Dal Pci al socialismo europeo. Un’autobiografia politica, Bari, Editori Laterza, 2005, pp.50-52.

plesso nasceva nel contesto della nuova politica promossa dalla legge 634 del 29 luglio del ’57, destinata ad avviare il ‘secondo tempo’ dell’Intervento straordinario nelle regioni del Sud, imperniato sull’industrializzazione, dopo il ‘primo tempo’ del settennio 1950-1957, fondato sul binomio riforma-agrariainfrastrutture ed iniziato nell’agosto del 1950 con l’istituzione della Cassa per il Mezzogiorno ai sensi della legge 646. Con la 634, invece – preceduta da un lungo dibattito fra esponenti politici e di associazioni imprenditoriali su chi dovesse assolvere il ruolo di forza motrice dello sviluppo industriale nelle aree meridionali, se cioè lo Stato con le imprese da esso controllate o l’industria privata – il legislatore, com’è noto, stabilì fra l’altro che le aziende a Partecipazione statale – il cui Ministero era stato istituito nel 1956 – avrebbero dovuto insediare nei territori del Sud il 60% dei loro nuovi investimenti sino a raggiungervi il 40% di quelli globali: una scelta qualificata che, ponendo le premesse per un significativo allargamento della base territoriale dell’apparato industriale nazionale, avrebbe poi dato l’avvio dalla fine degli anni ’50 ai processi di nuova industrializzazione concentrati nei ‘poli di sviluppo’ che con varia intensità hanno poi interessato molte zone del Mezzogiorno nell’ultimo cinquantennio, e che costituiscono tuttora la spina dorsale dell’industria meridionale i cui settori ad alta intensità di capitale conservano un rilievo strategico per l’intera economia del Paese. Lo stabilimento di Taranto – la cui prima pietra fu posta il 9 luglio del 1960 alla presenza del Capo dello Stato Giovanni Gronchi e del Ministro dell’Industria Emilio Colombo – prevedeva inizialmente l’installazione di un treno continuo per nastri, affiancato da un treno lamiere e dal tubificio n.1 per tubi saldati di grande diametro che partì nell’ottobre del 1961, prima cioè dell’entrata in esercizio dell’intero complesso. A monte, l’acciaieria – alimentata da due altiforni con 4 cokerie e 2 convertitori LD da 300 tons – costituiva un complesso produttivo con una capacità iniziale di 3 milioni di tonnellate all’anno. Il Centro, inoltre, fu dotato di uno sporgente nel porto con fondale per l’attracco di navi di grandi dimensioni, di 2 scaricatori

di banchina, di una linea di convogliatori a nastro e di un tronco ferroviario per trasporto di materie prime e prodotti finiti. Il nuovo impianto era progettato per la produzione di lamiere per navi, allora in forte espansione, e di tubi saldati e sbozzati per terzi, la cui domanda in quel periodo si manteneva sostenuta sia per i pozzi petroliferi del Medioriente che per i gasdotti sovietici. Una parte dei semilavorati sarebbe affluita al Nord e rilavorata a Novi Ligure e a Cornigliano. A ridosso poi del Centro, nel piano regolatore dell’area provinciale redatto dalla società di progettazione Tekne, presentato nel 1961 al Comitato dei ministri per il Mezzogiorno, si prevedevano opportunità di investimenti in una vasta gamma di attività fornitrici di servizi e manutenzioni al complesso dell’Italsider e soprattutto in comparti trasformatori ‘a valle’ delle sue produzioni, individuati utilizzando la matrice siderurgica nazionale. Nel 1968 poi, in previsione di un ulteriore incremento della domanda di acciaio, il Cipe deliberò il potenziamento del sito che aumentò la sua capacità produttiva portandola ad oltre 4,5 milioni di tonnellate l’anno con nuove cokerie, il rafforzamento degli impianti di agglomerazione, un terzo altoforno, un altro convertitore LD, una prima colata continua per bramme e un laminatoio a freddo; vennero potenziate inoltre le strutture portuali e l’occupazione diretta si incrementò di oltre 3.600 unità, salendo dalle 5.786 del 1968 alle 9.430 del 1970. In questo stesso anno poi venne deciso il ‘raddoppio’ dello stabilimento con un ulteriore investimento di 1.326 miliardi per raggiungere una capacità produttiva di 11,5 milioni di tonnellate di acciaio grezzo all’anno, grazie a due nuovi altiforni, fra i quali l’imponente Afo 5, fra i più grandi del mondo, una seconda acciaieria con 3 convertitori e due nuove colate continue, un secondo laminatoio sbozzatore, il treno nastri n.2, il treno lamiere n.2 e il tubificio n.2. L’occupazione diretta, pertanto, salì negli anni successivi dalle 9.430 unità del 1970 – con 15.000 nelle ditte appaltatrici – alle 21.000 del 1976, affiancati da 12.191 indiretti. Sotto il profilo industriale la scelta di puntare innanzitutto ad un incremento della


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produzione dei coils faceva sì che una parte dei semilavorati affluisse poi per essere rilavorato a Novi Ligure – che si sarebbe affermato in tal modo come un importante centro Italsider per la rilaminazione e i rivestiti – e a Cornigliano. Un limite produttivo, come vedremo in seguito, che il Gruppo Riva – nuovo proprietario e gestore del IV Centro dal 1o maggio del 1995, dopo la sua privatizzazione – pur conservandone le funzioni di fornitore di prodotti intermedi per altri impianti di lavorazione suoi o di terzi nel Nord Italia, sin dal 1996 si è impegnato almeno in parte a superare con piani di riassetto e innovazione delle capacità del sito. L’impianto – che già all’indomani del suo ‘raddoppio’, ma soprattutto a partire dall’inizio degli anni ’80 avrebbe visto periodicamente il suo top management impegnato in lunghi processi di razionalizzazioni strutturali, innovazioni tecnologiche e miglioramenti gestionali, ricorrendo anche a progressive riduzioni degli organici diretti e indiretti, sempre concordate però con Governo e Sindacati – dopo aver toccato la punta massima dei suoi addetti nel 1980 con 21.785 unità e 10.561 negli appalti esterni, quindici anni più tardi, dopo lunghe fasi di ristrutturazioni finalizzate a recuperi di efficienza e contenimento dei costi imposti anche dalla Comunità Europea, al momento della sua privatizzazione nella primavera del 1995 occupava 11.796 persone, cui si affiancavano poco più di 3.000 nelle attività indotte. Lo stabilimento di Taranto: una cattedrale nel deserto? L’insediamento del grande complesso venne accompagnato sin dalla sua entrata in esercizio dalla querelle sulle ‘cattedrali nel deserto’ e sui loro mancati o limitati effetti indotti ‘a monte’ e ‘a valle’ sull’economia locale. Taranto, come si è visto in precedenza, aveva già una robusta tradizione industriale nella navalmeccanica che, segnandone anche l’assetto urbanistico, aveva contribuito a formare la coscienza di classe e lo spirito pubblico ‘di apparte-

nenza’ di intere generazioni di operai e di vasti strati della popolazione; pertanto, non era classificabile come zona industrialmente ‘desertica’. Tale polemica è venuta periodicamente riemergendo nel dibattito sul Mezzogiorno sino ai giorni nostri – quando si intreccia con la forte denuncia dell’impatto ambientale ascritto all’impianto siderurgico – e può trovare una sua composizione, alla luce di analisi approfondite sui volumi di domanda effettiva di beni e servizi attivati dalle industrie di base per i loro cicli produttivi e sulle dimensioni della massa salariale aggiuntiva spesa dai lavoratori di quegli impianti. Tuttora condivisibili appaiono al riguardo le osservazioni di coloro i quali, analizzando la struttura dei costi intermedi per vari comparti manifatturieri, hanno posto in risalto, per quel che concerne la valutazione degli effetti ‘a monte’, come la siderurgia – e con essa la chimica – sia un settore che per unità di prodotto lordo fa rispetto agli altri il massimo uso in primo luogo di materie prime importate dall’estero, e il minimo consumo di beni intermedi reperibili sul mercato interno; di questi ultimi, inoltre, solo una quota relativamente meno elevata costituisce domanda effettiva rivolta ad altre industrie manifatturiere, ragion per cui contenuto risulta il grado di integrazione ‘a monte’ degli impianti dell’industria di base col tessuto industriale preesistente nelle aree di insediamento. Eguale discorso è stato compiuto analizzando gli effetti ‘a valle’, dal momento che nel comparto siderurgico e in quello chimico il valore aggiunto risulta una quota relativamente contenuta della produzione lorda, così come relativamente più ridotta è la percentuale del valore aggiunto destinata a stipendi e salari. Ne deriva che più limitata che in altri settori risulti la domanda finale attivata tramite i redditi da lavoro erogati agli occupati in quegli stabilimenti2. E

2 M.D’Antonio-G.P.Cesaretti, Tavole intersettoriali dell’economia italiana 1959-1969 a prezzi costanti, Milano, Franco Angeli, 1975.

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se è vero poi che le produzioni siderurgiche e chimiche di base rappresentano input di attività manifatturiere di seconda lavorazione – costituendo così un prerequisito per una loro crescita in loco e a ‘valle’ delle prime –  è pur vero, però, che la struttura industriale meridionale e pugliese in particolare, che nei primi anni Sessanta avrebbe potuto giovarsi di quelle produzioni, non era in condizioni in quel momento – e non lo sarebbe stata ancora a lungo negli anni successivi – di intraprendere la via dello sviluppo accelerato che un processo di integrazione ‘a valle’ avrebbe reso possibile, né la politica degli incentivi avrebbe potuto sortire effetti rilevanti al riguardo. Infatti, pur essendo innegabile che le agevolazioni predisposte con l’Intervento straordinario finissero anche con la legge 853 del 1971 con l’operare in senso più favorevole alle iniziative capital intensive, è inconfutabile tuttavia che l’ambiente urbano meridionale sino all’inizio degli anni ’70 avrebbe frapposto ostacoli non facilmente sormontabili alla localizzazione da parte dell’imprenditoria esterna, o all’attivazione da parte di quella interna, di produzioni di beni finiti destinati a mercati vasti, concorrenziali, a elevata instabilità, e come tali bisognosi di continue innovazioni nelle scelte merceologiche e del marketing e per i quali, pertanto, si rendeva necessaria la pronta fruibilità di servizi alle imprese, oltremodo specializzati. Una tale accumulazione di know-how, generata da un lungo processo di sviluppo e di differenziazioni produttive, era largamente reperibile invece soltanto in determinati ambienti ubicati nelle aree metropolitane delle regioni di più intensa e antica industrializzazione. Una valutazione perciò più equilibrata sulla funzione assolta nel Sud ed in Puglia dai grandi stabilimenti dell’industria di base pubblica e privata, e della siderurgia in particolare, deve concordare con l’affermazione secondo cui dagli investimenti nella siderurgia, nella chimica e nella petrolchimica degli anni Sessanta non fosse realistico attendersi rapidamente significativi effetti moltiplicativi, al di là di


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quelli direttamente connessi alla realizzazione degli impianti e alla loro manutenzione affidata a piccole, medie e grandi aziende, anch’esse in molti casi provenienti dall’esterno. Tale situazione è in parte mutata nell’ultimo trentennio quando, a partire da alcuni ‘poli’, si sono venuti consolidando in varia misura segmenti di attività indotte, a volte anche abbastanza lontane dagli epicentri dei grandi insediamenti. Naturalmente la constatazione dei limitati effetti indotti almeno nel primo quindicennio di esercizio delle nuove fabbriche e la presa d’atto, sia pure a posteriori, della loro relativa attivabilità inerente alla natura stessa di quegli investimenti, non deve esaurire la valutazione che può essere già formulata sulle scelte operate Sud, nel quindicennio 1960-1975, in particolare dal sistema delle imprese a Partecipazione statale. Un giudizio che se vuole pervenire ad una sintesi interpretativa più convincente deve recuperare, ad avviso di chi scrive, almeno un duplice ordine dì considerazioni, alcune di ordine economico e altre invece di carattere politico-sociale. Nel primo deve rientrare la consapevolezza che l’impresa pubblica – pur con i limiti che spesso ne hanno contrassegnato l’attività nel periodo ricordato – ha operato nel Mezzogiorno col fine di insediarvi e stabilizzarvi la presenza di attività manifatturiere in misura maggiore di quanto le sole forze imprenditoriali private, locali o esterne all’area, avrebbero potuto consentire, favorendo così la diffusione di produzioni concorrenti con quelle operanti nelle aree più sviluppate del Paese. Fra le considerazioni invece di natura politicosociale, bisogna inserire quella concernente la costituzione di una nuova classe operaia – che per livelli di qualificazione professionale, concentrazione produttiva e problematiche rivendicative si sarebbe venuta differenziando nettamente dalle vecchie ‘maestranze’ dei primi anni Cinquanta – e quella riguardante la modernizzazione che l’intervento dell’industria pubblica avviava nelle classi dirigenti regionali, e in primo luogo nell’allora partito di maggioranza relativa, la Democrazia cristiana, con l’affermarsi in essa di settori decisi a battersi perché l’iniziativa statale dispiegasse sino in fondo funzioni di forza motrice dello sviluppo, là dove invece l’imprenditoria privata locale, per propri limiti strutturali, non riusciva ad assolvere tale ruolo.

La formazione della nuova classe operaia del ‘polo’ industriale nell’area di Taranto dopo il declino della navalmeccanica. Organizzazioni sindacali, lotte, obiettivi e risultati: una visione di sintesi. Dal 1960 al 1975 pertanto – dapprima con la costruzione e l’avvio in esercizio e poi con l’ampliamento e il ‘raddoppio’ del IV Centro siderurgico – venne creata a Taranto quella che è stata una delle più forti concentrazioni di lavoro salariato di fabbrica nel Mezzogiorno, ed oggi rimasta la maggiore dell’intero Paese, nonostante i periodici, massicci processi di ristrutturazione e ammodernamento che dall’inizio degli anni ’80 hanno interessato lo stabilimento sino alla sua privatizzazione: un’efficientizzazione degli impianti proseguita e intensificata con la gestione del Gruppo Riva che, però, è tornato ad incrementarvi l’occupazione. Non potendo in questa sede per intuibili limiti di spazio ricostruire le varie fasi di un periodo più che quarantennale di lotte sindacali – che hanno visto protagonisti in varia misura gli operai e i tecnici dipendenti dell’azienda e quelli invece con qualifiche diverse e fra loro più divisi, dipendenti da ditte esterne impiegati nella costruzione, nell’ampliamento e nelle manutenzioni degli impianti – è possibile tuttavia sottolineare che per la qualità degli obiettivi via via prescelti, per l’ampiezza dei movimenti popolari suscitati in momenti ‘epocali’ della storia locale e per i risultati conseguiti, quelle lotte hanno finito spesso col travalicare l’ambito provinciale, diventando in alcune fasi storiche un riferimento per l’intero Movimento sindacale italiano. I punti più qualificanti di quelle lotte sono diventati nel corso degli anni i problemi della sicurezza e della democrazia in fabbrica, la difesa dei livelli occupazionali, le nuove forme di organizzazione del lavoro progressivamente indotte dai massicci processi di automazione, l’impegno profuso per la modifica del sistema degli appalti nelle subforniture – con l’obiettivo di farle assegnare in prevalenza dall’Italsider ad aziende locali, anche al di là a volte di una attenta verifica dei loro costi comparati – e la periodica gestione sino al ’92-’93 di complessi piani di mobilità sui quali il Movimento Operaio tarantino si è venuto cimentando, anticipando spesso pratiche e piattaforme diventate poi in altri contesti aziendali e territoriali prassi consolidate del sindacalismo confederale italiano. Momento significativo nell’impegno delle organizzazioni sindacali locali fu fra il 1974 e il 1977 la


|  DOSSIER  | forte mobilitazione – per fronteggiare l’emergenza occupazionale causata dalla fine dei lavori del ‘raddoppio’ – con le forze politiche, sociali e istituzionali culminata nell’esito positivo della famosa “Vertenza Taranto”, finalizzata al reimpiego degli addetti in esubero e ad una prima diversificazione dello sviluppo nell’area ionica. Da ricordare poi il completamento di quella che – facendo seguito ad una nuova riduzione di manodopera nella fabbrica – venne denominata nel 1989-1991 ‘Operazione integrata Taranto’, con i piani di reindustrializzazione finanziati dalla legge 181/89; ed infine, in vista della privatizzazione, l’Accordo di programma del ’93 con il finanziamento statale di interventi infrastrutturali per 250 miliardi di lire da realizzarsi nella città. I risultati ottenuti con le piattaforme alla base delle vertenze territoriali appena ricordate hanno contribuito a generare nel tempo un sia pur parziale arricchimento del tessuto produttivo e dello stock di capitale fisso locale con la costruzione, fra l’altro, del molo polisettoriale nel porto di Taranto su cui alcuni anni più tardi sono state avviate attività di transhipment con l’insediamento del grande terminal container della multinazionale Evergreen. Questo è il ricco patrimonio di cultura dello sviluppo e di promozione di sensibilità collettive ai problemi della crescita che l’intero sindacalismo industriale tarantino ha accumulato nel corso degli oltre tre decenni di proprietà pubblica dello stabilimento, contribuendo così non solo alla storia del Movimento operaio italiano, ma più in generale a quella delle forze politiche pugliesi, meridionali e nazionali. Da questo patrimonio anche oggi nelle relazioni fra l’Ilva ormai privata, Sindacati, Istituzioni, associazioni datoriali e centri di ricerca continuano ad essere attinti utili riferimenti per il perseguimento di uno sviluppo socialmente condiviso ed ecosostenibile che è la nuova difficile sfida in cui ormai da tempo è impegnata l’area industriale tarantina nello scenario affascinante e complesso della globalizzazione. Dopo la privatizzazione: le nuove relazioni industriali con la proprietà privata, il grande ricambio generazionale degli addetti e il passaggio dalla conflittualità alla condivisione degli obiettivi di rilancio. Al momento della privatizzazione (maggio 1995) lo stabilimento impiegava 11.796 persone dirette, cui si affiancavano circa 3.000 addetti nelle attività indotte. Ma a partire dal luglio del 1997 l’applicazione della normativa sui rischi derivanti dall’esposizione all’amianto avrebbe dato inizio ad uno spet-

tacolare turn over che sino al dicembre del 2005 ha comportato il prepensionamento complessivo di 7.800 unità e un profondo ricambio generazionale del personale, destinato a condizionarne fortemente competenze e cultura aziendale. La grande fabbrica – che a fine 2008 occupava 12.853 persone con poco più di 5.000 nelle attività indotte, a loro volta variabili a seconda delle necessità dell’azienda committente – genera una ricaduta economica sul territorio fra salari corrisposti, approvvigionamenti, pagamento di tributi e acquisto di servizi vari, pari a circa il 75% del pil della provincia di Taranto e al 20% di quello dell’intera Puglia: inoltre, l’export siderurgico dell’area è da anni ormai la prima voce in valore delle vendite all’estero della regione. L’incremento di occupati, almeno nei primi anni successivi al ’95, rappresentò non solo il risultato della stabilizzazione e dello sviluppo degli assetti industriali dello stabilimento, ma anche l’esito di una politica condotta dalla nuova proprietà che, raccogliendo forti sollecitazioni delle organizzazioni sindacali, ampliava le attività dirette dell’Ilva, prima svolte da molte aziende dell’indotto, con l’assunzione dei loro addetti ed aumentandone così la garanzia occupazionale. Com’era prevedibile, i diversi criteri gestionali dell’impresa privata – rispetto alle prassi consolidate di quella pubblica – generarono inevitabilmente, nella complessa fase di transizione e di ‘adattamento’delle vecchie e nuove leve di operai alle mutate modalità di esercizio della fabbrica, prolungate tensioni nelle relazioni industriali, anche se poi nel corso degli anni esse sono venute evolvendosi positivamente, proprio a seguito del grande ricambio della forza lavoro, con l’ingresso – in sostituzione dei quadri operai e dei tecnici con mature esperienze sindacali e forte coscienza di classe – di molte migliaia di giovani con titoli di studio anche più elevati, ma spesso privi, com’era naturale, di esperienza rivendicativa. Ma già dalla prima metà degli anni Duemila il serrato confronto azienda-rappresentanze sindacali di fabbrica – alle quali comunque venivano iscrivendosi i neoassunti, sia pure aderendo ai singoli Sindacati in proporzioni e con motivazioni molto diverse da quelle delle generazioni di dipendenti che li avevano preceduti  –  si è istituzionalizzato per risolvere soprattutto i problemi connessi al miglioramento delle condizioni di sicurezza e ambientali all’interno del sito. È maturata inoltre la consapevolezza, comune a direzione aziendale e

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sindacati, che uno stabilimento di quelle dimensioni – restituito dal Gruppo Riva ad una piena capacità competitiva con altri in esercizio in Europa e nel mondo – risulta efficacemente gestibile, pur nella dialettica delle varie posizioni, solo con la condivisione di fondo tra proprietà, management e maestranze dei target posti alla base del suo esercizio: e proprio le buone performance reddituali conseguite nel tempo dal grande impianto – in un durissimo scenario competitivo europeo e mondiale del settore siderurgico – hanno confermato la condivisione degli obiettivi di efficienza e produttività, il cui raggiungimento ha sinora garantito al territorio le positive ricadute economiche cui si è fatto cenno in precedenza. E tale confronto dialettico ma costruttivo si sta rivelando ancor più utile e necessario in una pesante congiuntura economica come quella avviatasi dall’ultimo trimestre del 2008, da quando cioè, per la prima volta dal maggio 1995, la fabbrica ha conosciuto il massiccio ricorso alla cassa integrazione guadagni ordinaria e straordinaria per alcune migliaia dei suoi addetti. I grandi investimenti dopo la privatizzazione per potenziare gli impianti, adeguarvi i sistemi di sicurezza e contenerne l’impatto ambientale sul territorio. Lo stabilimento tarantino ha una capacità produttiva ufficiale, riconosciuta dalla Unione Europea, di 11,5 milioni di tonnellate di acciaio grezzo all’anno. Prima della privatizzazione, l’impianto solo per brevi periodi aveva raggiunto picchi di circa 8,5 milioni di tonnellate/anno, utilizzando così parzialmente le capacità a sua disposizione, ed operando in gran parte come fornitore di prodotti intermedi per altri trasformatori pubblici e privati. Dopo l’acquisizione del controllo da parte del Gruppo Riva – oggi il primo produttore di acciaio in Italia, quarto nell’Unione Europea e decimo nel mondo – sono stati realizzati dal 1996 e sino alla fine del 2009, piani di riassetto e sviluppo impiantistico con investimenti per oltre 4 miliardi di euro, totalmente autofinanziati – corrispondenti al 74% di quelli realizzati nello stesso periodo in tutti gli stabilimenti del Gruppo – e finalizzati ai seguenti obiettivi: - miglioramenti tecnologici per una più adeguata utilizzazione delle capacità installate. Si è perseguito infatti l’obiettivo fondamentale di portare le produzioni dello stabilimento in linea con le


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sue potenzialità, aumentandone i volumi per una più elevata redditività di esercizio, e facendone in tal modo una fabbrica sempre più capace di confrontarsi con altri competitor internazionali; - verticalizzazione di parte delle produzioni con beni a più alto valore aggiunto (linee di rivestimento per elettrozincati e per zincati a immersione). Tale obiettivo è divenuto prioritario per conquistare e conservare posizioni di preminenza nei settori qualitativamente più avanzati del mercato siderurgico mondiale, sia per tecnologia di prodotto che per servizio ai clienti; - salvaguardia della salute dei dipendenti con il progressivo miglioramento delle condizioni di sicurezza – in un sito che ha presentato elevati livelli di incidentalità, anche a causa del massiccio turn-over del personale – con l’adozione di sistemi sempre più avanzati di prevenzione e protezione e di misure antinfortunistiche, conformi agli standard internazionali di riferimento. L’adozione di tali sistemi di sicurezza è stata estesa anche alle imprese terze operanti nello stabilimento e, nel caso di gravi inadempienze, si è giunti anche all’espulsione delle aziende che se ne erano rese responsabili3; - deciso recupero di standard ecologici allineati e in alcuni casi superiori alle disposizioni delle normative vigenti. Il miglioramento delle condizioni ambientali all’interno e all’esterno della fabbrica, raccogliendo le proposte sindacali e le crescenti sollecitazioni del territorio, è stato e rappresenta tuttora l’impegno prevalente dell’azienda per adeguare il più possibile gli impianti alle migliori tecnologie esistenti4. Dopo la privatizzazione, infatti, il Gruppo acquirente si è trovato nella necessità di affrontare radicalmente una situazione che presentava rilevanti carenze, con un piano di investimenti ambientali, che, tra il 1995 e il 2008, ha consuntivato spese per 907,5 milioni di euro, pari quasi al 23% del totale investito su Taranto. La politica di interventi seguita negli ultimi anni per limitare l’impatto ambientale si è così indirizzata verso la realizzazione di impianti in linea con le Best Available Techniques-BAT, ovvero le migliori tecniche

3 ILVA, Rapporto ambiente e sicurezza 2009, Taranto 2009, pp. 89-115. 4

Ivi, pp. 23-86.

disponibili. E proprio in accordo alle Linee guida BAT emanate con decreto ministeriale, l’azienda ha definito, attuandolo progressivamente, un grande piano di interventi per la prevenzione integrata dell’inquinamento mirante alla sistematica riduzione: a) delle emissioni in atmosfera; b) delle emissioni solide (residui, sottoprodotti e rifiuti); c) del carico inquinante nelle acque di scarico; d) delle sostanze pericolose (amianto e pcb). Elementi qualificanti di tali interventi sono stati, fra gli altri, i seguenti: - nuovo sistema di desolforazione dei gas di cokeria che ha radicalmente ridotto le emissioni di ossidi di zolfo dai camini; - interventi di ristrutturazione e miglioramento delle batterie dei forni a coke, tesi alla minimizzazione delle loro emissioni globali, con investimenti pari al 46% del totale di quelli realizzati nell’intero sito in campo ecologico ed ambientale; - adozione di un avanzato sistema di depolverazione dei fumi con nuovi elettrofiItri al camino dell’impianto di agglomerazione; - drastico contenimento delle emissioni polverose dei parchi primari; - attività di bonifica dell’amianto e di sostituzione dei trasformatori in apirolio, in conformità alla normativa vigente;

- installazione di una rete di monitoraggio all’esterno e all’interno dello stabilimento in via di ulteriore potenziamento; - realizzazione di nuove discariche 2 B e 2 C nel perimetro della fabbrica; - costruzione di un impianto per la produzione di urea, il cui impiego nel processo di produzione consente di abbattere le emissioni di diossina nei limiti fissati da una legge della Regione Puglia del 2008. Sono state in tal modo definite e perseguite politiche di risanamento ambientale, che, peraltro, le dimensioni e la tipologia dei macchinari – nonché l’oggettiva trascuratezza dei problemi emersi registratasi nel quinquennio precedente la privatizzazione – hanno reso attuabile in un tempo tecnico non breve, con una spesa sino ad ora consuntivata di 907,5 milioni di euro. Il Gruppo Riva, raccogliendo così le sollecitazioni di Istituzioni, Sindacati ed opinione pubblica locale per una soluzione dei problemi ambientali – che, peraltro, si erano protratti in parte irrisolti per oltre trent’anni prima della privatizzazione, generando poi inevitabili e persistenti tensioni sociali – ha concertato con Governo ed Enti locali le priorità e la modulazione degli interventi necessari al miglioramento delle condizioni ambientali, nella consapevolezza peraltro che le oggettive esigenze tecniche e temporali di approntamento delle misure previste, per essere efficaci, non possono prescindere dal rispetto delle migliori pratiche operative e delle più avanzate tecnologie oggi disponibili al mondo per stabilimenti di pari dimensione. Una considerazione conclusiva Oggi il sito siderurgico del capoluogo ionico – grazie agli investimenti realizzati dal 1996 per i miglioramenti tecnologici, la sicurezza degli addetti e il contenimento del suo impatto sull’ecosistema provinciale – continua ad essere il maggiore e fra i più competitivi a ciclo integrale a livello europeo, uno dei più imponenti a livello mondiale e la più grande fabbrica manifatturiera italiana per numero di addetti diretti, superando quelle del Gruppo Fiat a Mirafiori. Il Mezzogiorno e l’intero Paese, pertanto, potranno continuare a giovarsi di una risorsa impiantistica strategica per la loro economia, grazie alla lungimiranza di coloro che si batterono perchè le Partecipazioni statali la insediassero a Taranto e all’impegno imprenditoriale del Gruppo Riva che dal maggio del 1995 ne ha ulteriormente valorizzato le capacità produttive in logiche di ecostenibilità.


48 Il Trattato di Lisbona è in vigore dal 1o dicembre 2009

mai dire: dei nani nazionali sono diventati bravi personaggi europei, dei giganti nazionali sono diventati nani europei. Tuttavia ci si aspettava davvero qualcosa di più, non foss’altro che un po’ di slancio da parte dei governi dopo l’incubo Lisbona, dopo una crisi che sta colpendo ferocemente i cittadini e molIl fatto di essere assai poco entusiati lavoratori. Bah! Cerchiamo comunque sti delle nomine ai vertici dell’Unione qualche ragione di ottimismo. È vero che europea non dovrebbe nascondere un di Andrea Pierucci in un sistema politico complesso come quelelemento positivo: finalmente il Tratlo europeo un solo “padrone” potrebbe essere tato di Lisbona è entrato in vigore e meglio di una cacofonia – che già gli Stati memle istituzioni e gli Stati membri sembri producono ad ogni piè sospinto. È anche vero brano prenderlo sul serio ed anche che questo equilibrio favorisce, al livello esecutivo, la avere una certa fretta ad assumere sola istituzione propriamente comunitaria e incaricata di le decisioni necessarie al suo primo promuovere l’interesse ed il bene comune, la Commissione. funzionamento. Salvo altre crisi (il È vero che il Parlamento eletto controlla meglio la Commissione Parlamento europeo lascerà passare di altre strutture intergovernative: dunque non c’è solo da stracciarsi senza difficoltà la nuova non fortissima le vesti. Chi si contenta gode? No, credo che anche in questa situazione Commissione?) siamo sulla via della norsia bene ammettere la speranza; d’altra parte l’Europa ha sempre avuto paura malizzazione istituzionale; l’Unione avrà così la delle sue decisioni, ha peccato di timidezza, ma, alla fine le cose sono andate possibilità di concentrarsi su una serie di questioni fondamentali che altrimenti rischiano di rendere ancora più difficile il nostro futuro, basti pensare alla crisi meglio di quanto si temeva. Ma la debolezza delle scelte si è fatta sentire immediatamente. La comunisociale che, per generale ammissione (da ultimo la Presidente Marcegaglia l’ultà internazionale, non ha perso tempo per dare un paio di schiaffoni ad uno dei timo dell’anno), è solo agli inizi. Questo non c’impedisce di fare qualche riflessione sulle stesse no- paesi membri fra i più restii ad avere una vera politica europea, la Gran Bretamine. La nomina di Barroso ha avuto luogo in settembre, con una maggioranza gna, con l’esecuzione di un suo cittadino in Cina e con la minaccia di un “pugno” parlamentare aleatoria per tutte le ragioni che dicevamo nel numero preceden- da parte del presidente iraniano. Ben più grave è invece la ripresa a tutto tondo te di questa rivista. La sua principale debolezza consisteva nell’astensione del della politica di potenza old style di Stati Uniti e Russia, i primi con l’incapacità gruppo socialista (S e D) che creava una vera difficoltà all’Unione per i prossimi di affrontare l’Afghanistan altrimenti che con la forza militare, la seconda annunanni. La nomina di Herman Van Rompuy, primo ministro belga, a primo Presiden- ciando un riarmo offensivo per far fronte all’(ex!) scudo spaziale americano. te del Consiglio europeo non è stata una sorpresa. Si tratta di un personaggio della politica belga che è considerato da alcuni un “vecchio mediatore” e, da al  ll orizzonte non c è tri, un estremista fiammingo; da tutti è considerato piuttosto debole. La scelta rattato dei governi certamente e, sospetto, del Presidente della Commissione, è stata un nuovo quella di avere un Presidente debole o, più precisamente un “chairman” invece L’ottimismo s’impone anche perchè oramai siamo su questo terreno e dobdi un “President” (fuor di metafora: uno che presieda le riunioni e non … rombiamo combattere le battaglie di questa Europa, almeno per un certo tempo. pa). Non hanno torto: se nella terna vi sono troppe primedonne, i vari personaggi saranno più occupati a guardarsi in cagnesco che a lavorare; in questo senso la Abbiamo avuto un lungo periodo (oltre vent’anni) nel quale ci si poteva attenposizione espressa da Mario Monti non fa una grinza. Uomo ormai di esperien- dere una successiva riforma dei Trattati, forse risolutiva di difficoltà e contradza, il Presidente della Commissione, ma certo non famoso per i suoi grandi slanci dizioni. Oggi, il Trattato di Lisbona e gli atti giuridici e politici connessi politici, uomo di mediazione (alla meglio) il Presidente del Consiglio europeo, il non aprono una nuova stagione di riforme. Certo, sarebbe difficile immapersonaggio forte ce l’aspettavamo tutti in politica estera. Ed ecco la Baronessa ginare oggi un altro incubo come quello dei referendum – di quei referendum, Catherine Ashton nominata super Mme PESC, rappresentante dell’Unione euro- violati dai problemi nazionali, dal populismo o da interventi massicci di potenze pea per la politica estera, presidente del Consiglio affari esteri, vice presidente straniere – dei Presidenti reticenti a titolo personale (ma si può?), dei tribunali, della Commissione, alla testa di 5.000 funzionari provenienti dalle istituzioni e finalmente sempre, per fortuna, testimoni della legalità del Trattato. Si tratta di dalle diplomazie nazionali. Uhm…Una persona di sicura esperienza europea, di uno scenario nuovo. O meglio, si tratta del ritorno ad uno scenario nel quale lo alcuni mesi(!), senza base elettorale e conosciuta ai più solo da quando fu no- slogan “tutto il Trattato, nient’altro che il Trattato” torna di moda. La differenza, minata molto recentemente, in sostituzione di Mandelson, commissario al com- come si diceva, risiede nel fatto che oggi siamo davanti ad un Trattato costituziomercio internazionale. Difficile è stato anche il suo debutto il 2 dicembre davanti nale, cioè ad un documento che ammette un continuo sviluppo nel quadro delle al Parlamento europeo (ma nella sessione del 16 dicembre secondo alcuni com- sue regole. Certo, non sono convinto che ci troviamo davanti ad un Trattato che mentatori è andata anche peggio) che non è sembrato convinto del “carattere non ha debolezze, limiti e incongruenze; di conseguenza, è evidente che entro vago” (citazione della stampa specializzata) dei suoi interventi. Però non si può un certo tempo si porrà seriamente il problema di un ulteriore riforma. Scaldia 

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49 mo i motori! Quel che mi pare certo è che non si tratta di un tema all’ordine del me completo: troppo lungo e complesso e ancora da approfondire. Mi limiterò a citare due cose. La prima è il rafforzamento del ruolo dei Parlamenti nazionali, giorno durante l’attuale legislatura del Parlamento europeo. che, senza ledere le prerogative del Parlamento europeo (in genere, risulta assai rafforzato), potranno dire la loro, anche in contrasto con i rispettivi governi, Quattro grandi temi, a cominciare dalla politica estera L’ottimismo s’impone, a mio parere, anche perché il Trattato dev’es- nel corso delle procedure legislative. La seconda è lo spazio riconosciuto alla sere concretamente applicato. Si tratta, sempre a mio avviso, di quattro società civile, sia in fase di consultazione che in fase di proposta legislativa. In grandi temi che debbono essere affrontati e che, per la verità, cominciano ad sostanza si dovrebbe aprire, finalmente, il dibattito sulle iniziative europee non essere affrontati con ben altra grinta. Il primo riguarda la politica estera e di lasciandolo più chiuso nel tradizionale circuito istituzionale. È una risposta, cersicurezza comune, al quale ho accenato. Riverremo su questo tema quando to, all’allontanamento dei cittadini dall’Europa (e dalla politica in generale), ma è anche uno strumento di efficacia normativa importante. Si tratta ora di vedere vi saranno elementi nuovi da discutere. se i diretti interessati sapranno farne uso, da un lato, e se la politica non si chiuderà a riccio per escludere queste “interferenze”. I soggetti attivi, per quel che Lo spazio di libertà, sicurezza e giustizia Il secondo, il programma “di Stoccolma” discusso da Consiglio e Parla- riguarda la società civile sono quelli tradizionali, sindacati, associazioni, ONG e mento in novembre e dicembre e ripreso Consiglio europeo del 10 dicembre, apre quelli nuovi, quali le reti virtuali, e, sul piano istituzionale il Comitato economiscenari nuovi in materia di spazio di libertà, sicurezza e giustizia, concretamente co e sociale europeo che è il naturale punto di riferimento. Si badi, per evitare di politica di sicurezza, di asilo e d’immigrazione, peraltro rendendo omaggio al malintesi, il sistema europeo resta fondato, come dice lo stesso Trattato, sulla democrazia rappresentativa; tuttavia l’apertura alla “democrazia partecipativa” ruolo, interno ed internazionale, del Parlamento. è una novità di grande rilievo.  

Più diritti per un

modello sociale aggiornato La Carta dei diritti, a mio parere la terza questione centrale per il futuro dell’Unione, generalmente nettamente più avanzata delle corrispondenti carte nazionali ed internazionali, dovrà essere messa in pratica. Molte delle sue disposizioni hanno un carattere di diretta esigibilità, ma altre sono più “programmatiche”, nel senso che esigono un’azione concreta da parte delle istituzioni. Anche questo sarà un terreno di battaglia politica (speriamo!) importante. Abbiamo la possibilità di rivedere il sistema dei diritti ed aggiornarlo concretamente. Questo vale in generale (per esempio in materia di diritti al proprio corpo biologico), ma anche in materia di diritti economici e sociali. Diversamente da altri strumenti in questa materia, infatti, la Carta ha un notevole contenuto innovativo in questo settore. Insieme alla “clausola sociale” ed alle disposizioni in materia di servizi d’interesse generale, la Carta dovrebbe consentire di riesaminare il nostro modello sociale. A differenza dei “gridi selvaggi” di chi vorrebbe mettere fuori gioco il nostro modello, ridurre la parte del PIL destinata alla solidarietà e, dunque, imbarbarire un po’ il nostro mondo, un esercizio di revisione, nel contesto abbastanza rigido di un sistema di garanzie del tipo di quelle offerte dalla Carta, è possibile attraverso un dibattito più sereno. Bisognerà che le parti sociali, padroni e sindacati, facciano un grande sforzo di modernità, partendo dai bisogni e dai diritti dei cittadini, piuttosto che dai timori di perdere qualcosa di acquisito o dalla speranza di “far fuori” lo Stato e le relative tasse. La lezione ci viene dall’attuale azione per superare la crisi. Gli ammortizzatori sociali si sono rivelati non solo socialmente necessari, ma anche economicamente preziosi per rallentare e ridurre gli effetti della crisi. Senza di essi, il calo dei consumi sarebbe stato ben più drammatico e la crisi economica ben più profonda. Per inciso, la stessa Unione sembra essere stata scossa dalla crisi per altro verso, avendo – meglio tardi che mai – approvato la creazione di tre agenzie di controllo del credito.

Per il mezzogiorno :

ciascuno è artefice della fortuna sua

Vorrei brevemente, ma spero che ci sarà modo di tornarci sopra, sottolineare che questo Trattato non è neutro neanche per quel che riguarda le sorti del mezzogiorno italiano e, in genere, delle aree europee che hanno bisogno di una promozione del proprio sviluppo economico e sociale. Sono soprattutto le disposizioni istituzionali che concernono queste aree. È abbastanza chiaro che l’Europa, in materia d’interventi regionali si troverà a gestire la penuria: alcuni dei nuovi membri premono addirittura per garantirsi l’intera posta, escludendo i 15 vecchi membri dagli aiuti regionali. Con Croazia, Serbia, Macedonia, Islanda, …. Turchia sarà ancora più complicato. È abbastanza chiaro che chi non sarà sul “mercato” del negoziato in modo efficiente, sarà fuori gioco. Non basta l’impegno dell’Italia in quanto tale. Le istituzioni del mezzogiorno e la stessa società civile dovranno essere sul terreno e svolgere una battaglia. Vi sono strumenti nuovi per farlo: è un treno che non può essere perso.

Un programma per la Commissione europea  

Nei prossimi mesi, forse il 1° febbraio, entrerà in funzione la nuova Commissione. Il Presidente è noto, Barroso, così come i membri che saranno proposti al Parlamento; di essi si conosce anche il futuro portafoglio che Barroso vuole attribuire a ciascuno di loro. Molti PPE, molte donne (9), personaggi di spicco e personaggi secondari sono ben bene mischiati nel nuovo esecutivo europeo. È di nuovo questione di dire se si tratta di una Commissione debole o di una Commissione forte: davvero un giudizio è prematuro, anche se l’apparenza non è di grande forza. Qualcosa di più lo si capirà dopo che in gennaio i vari Commissari (candidaI cittadini nel cuore delle istituzioni: una speranza ti) saranno stati esaminati nelle audizioni parlamentari; quella procedura, per Infine, abbiamo un quarto aspetto molto importante e, questa volta, di sicuro intendersi, che fece saltare la candidatura Buttiglione. Nulla è scontato; il Parlainteresse anche per il pubblico: la riforma istituzionale. Non ne farò un esa- mento potrebbe anche pregare Barroso di cambiarne qualcuno. Vedremo.


50 Quel che mi sembra più interessante è segnalare che il Presidente Barroso e la sua Commissione dovranno presentare degli orientamenti programmatici di legislatura. La questione è in piedi da luglio, allorché Barroso presentò al Parlamento un documento, forte nelle premesse e strettamente senza interesse nelle conseguenze concrete. Su questa base si è avuto un si parlamentare, come si ricorderà, con l’astensione dei socialisti. Nel frattempo, è iniziata la discussione sulla futura strategia di Lisbona, la strategia economico sociale per l’Europa che ha avuto 10 anni d’incerti risultati. A questo proposito si è espresso il Comitato economico e sociale europeo con alcune proposte di rinnovamento della strategia che vanno nel senso, fra l’altro, di rafforzarne le disposizioni istituzionali: è chiaro che non è possibile fare una politica economica e sociale lasciando ad ogni governo la possibilità di non rispettare gli accordi presi in sede europea. Il nuovo Presidente del Consiglio europeo, sulla stessa lunghezza d’onda, ha annunciato per febbraio un Consiglio europeo straordinario sulla governance economica. D’altra parte, il Comitato ha messo l’accento sul fatto che, almeno per i prossimi cinque anni, la strategia di sviluppo economico e sociale e quella per uscire dalla crisi coincidono. Il nuovo documento di Barroso “Europa 2020” va in questo senso e accoglie anche l’insistenza del Comitato circa l’economia verde (Copenhagen, anche con un risultato assai poco brillante, oblige) come motore della ripresa; sul sociale, ancora una volta, scommette sulla “flessisiscurezza” una specie di parolina magica per permettere di licenziare senza scrupoli, tanto il sistema garantisce (più o meno) un reddito e assicura uno sforzo di reimpiego. Il dubbio è fra il Paradiso e l’Inferno. Se davvero dovesse funzionare in tutti i paesi, forse sarebbe una gran bella cosa. L’alternativa è purtroppo drammatica: non vorrei che la conclusione fosse semplicemente la fine delle garanzie dei lavoratori e la mano libera delle imprese di agire in uno spazio di totale libertà (solo per le imprese però). Quanto al documento stesso molti criticano il fatto che, benché formalmente aperto ad una consultazione pubblica rischia di non provocare un vero dibattito (Rete europea contro la povertà, in particolare). Anche qui la parola chiave è vedremo. A gennaio si discuterà in Parlamento un primo discorso programmatico del Presidente e poi la Commissione formulerà un programma. Riuscirà il Presidente ad assicurarsi la maggioranza necessaria (dunque anche con i socialisti), oppure resterà ostaggio della destra, compresa la destra fascista (scusate, non si dice!) o antieuropea? Una previsione non è facile. Vista però la grande propensione del gruppo socialista a cambiar bandiera (dopo aver acclamato D’Alema, al primo stormir di fronde americano ha acclamato con lo stesso calore un altro candidato al posto della politica estera), Barroso ha buone possibilità di vincere. In fondo, forse la miglior cosa è chiudere anche questa vicenda istituzionale ed avere finalmente una nuova Commissione non condannata a gestire gli affari correnti.  

PM: il 2010 è l’anno

europeo contro la povertà Purtroppo l’Europa è colpita da un flagello aggravato dalla crisi: un aumento sensibile della povertà. Non si tratta tanto o solo della povertà relativa (disoccupazione, basso salario) ma di una sorta di povertà strutturale, di totale o quasi mancanza di reddito, di emarginazione, di miseria anche morale che colpisce ormai un gran numero di europei. Basta guardarsi attorno nelle nostre città e si vedono grandi quantità di mendicanti o di persone ridotte ad una vita assai grama. Molte di esse vengono da ambienti già di per sé sfavoriti o maltrattati dalla società, quali immigrati e Rrom. La crisi ha nettamente aggravato questa situazione. Un

“anno europeo” non risolve il problema, certo, ma almeno pone il problema sotto gli occhi di tutti. E mi sembra un’ottima cosa. È impressionante notare come, specie nelle elezioni locali, i problemi della povertà siano sovente trattati come problemi di sicurezza (per chi non è povero o è meno povero) e raramente come problemi da affrontare e risolvere per garantire il rispetto dei diritti fondamentali dei poveri. Insomma si torna all’idea povero=cattivo; il problema vero è dunque quello di garantire i buoni borghesi contro chi ha poco o nulla e che, data la loro strutturale cattiveria, sono essenzialmente pericolosi. Caricatura della realtà?  

L’acqua, infine

La notizia è italiana. Con un Decreto legge si permette, grosso modo, la privatizzazione dell’acqua. In sostanza, i comuni sono ben bene imbrigliati nelle loro scelte di gestione dell’acqua. La giustificazione del decreto e della necessità ed urgenza (?) vengono legate all’attuazione di direttive europee. Come fa notare Alberto Lucarelli non sembra che sia proprio così; anzi, sul piano sterttamente giuridico, avanza, secondo me giustamente, addirittura dei rilievi di legittimità rispetto ad una delle direttive invocate dal medesimo decreto. Da un altro punto di vista, invece, si capisce l’urgenza di prendere una misura che sembra proprio andare a vantaggio della privatizzazione (alla quale aspirano, in particolare, grandi imprese francesi), prima dell’entratta in vigore del Trattato di Lisbona. Quest’ultimo documento rovescia, infati, o comunque modifica radicalmente la relazione fra il diritto della concorrenza ed il diritto delle autorità locali di gestire i servizi d’interesse generale, almeno quelli nei quali il valore economico non è l’aspetto prevalente. Nel Trattato in vigore fino al 30 novembre la concorrenza era uno dei principi del Trattato, mentre i servizi generali erano si e no citati en passant. Nel nuovo Trattato, quello in vigore attualmente, sia la concorrenza che i servizi d’interesse generale sono affrontati in due protocolli di identico valore giuridico e politico. In particolare, il Trattato afferma niente di meno che dei “valori comuni dell’Unione” nel campo dei servizi d’interesse generale. Giova citarli. Il primo si riferisce a “il ruolo essenziale e l’ampio potere discrezionale delle autorità nazionali, regionali e locali (da notare questo specifico riferimento ai poteri locali) di fornire, commissionare e organizzare servizi di interesse economico generale il più vicini possibile alle esigenze dei cittadini”. Il secondo riguarda le differenze di esigenze e preferenze degli utenti, specie in relazione a “situazioni geografiche, sociali e culturali diverse”. Infine, il Trattato sembra esigere, a titolo dei valori comuni, “un alto livello di qualità, sicurezza e accessibilità economica, la parità di trattamento e la promozione dell’accesso universale e dei diritti dell’utente”. Resta poi la competenza degli Stati a fornire, commissionare e ad organizzare servizi di interesse generale non economico. Ora, fare una dettagliata analisi della relazione fra il protocollo sulla concorrenza ed il protocollo sui servizi d’interesse generale richiederebbe ben altro approfondimento. Tuttavia è assolutamente innegabile che cambi, così come aveva detto il promotore del protocollo Sarkozy (noto anarchico anche lui ?), il rapporto fra concorrenza e fornitura di servizi pubblici a vantaggio di una maggiore libertà delle autorità locali in materia e, finalmente, dei diritti e delle “preferenze” degli utenti. Invece di fare decreti che cerchino di evitare le nuove disposizioni del Trattato, si potrebbe applicare a questo settore il concetto di democrazia partecipativa contenuto nel Trattato stesso. Più che sempre, i Trattati dell’Unione non “fanno”, ma aprono spazi di lotta politica sovente molto più avanzati di quello che desidererebbero certi politici e certi gruppi economici. Chissà se i nostri politici (quelli che attualmente non sostengono questo governo, PD in testa) ci penseranno o si limiteranno a dire che Berlusconi è cattivo, il che può essere anche vero nonostante il lancio del Duomo di Milano, ma gli garantisce l’eternizzazione del potere.


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