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4 Luglio/agosto 2008 – Anno IX 

Reg. al Trib. di Napoli n. 5112 del 24/02/2000. Spedizione in abbonamento postale 70% Direzione Commerciale Imprese Regione Campania

Periodico della Fondazione Mezzogiorno Europa – Direttore Andrea Geremicca – Art director Luciano Pennino

Dopo il voto dell’Irlanda

Il problema del rapporto tra governanti e governati nell’Europa unita Giorgio Napolitano

L’

hanno suscitato un movimento di opinione ed un consenso politico in favore dell’adesione alla Dichiarazione Schuman, alla Comunità del Carbone e dell’Acciaio, al progetto di Comunità Europea di Difesa. Mi riferisco ad un grande uomo politico e di Stato, Alcide de Gasperi, che è stato veramente uno dei Padri Fondatori dell’Europa Italia ha guadagnato il suo posto comunitaria, e ad Altiero Spinelnella storia dell’integrazione eu- li, che è stato un grande profeta e ropea grazie a delle personalità combattente del movimento fedelungimiranti e determinate, che ralista europeo. > a pag. 3

VIAGGIO AL SUD di Mezzogiorno Europa

con Gianni Pittella, Presidente della Delegazione italiana del PSE a pag. 13

Federalismo fiscale: il tormentone d’agosto Mariano D’Antonio Agosto non era il mese più adat- no l’opinione pubblica si ristoravano to per una discussione documentata delle fatiche al mare o in montagna e e serena sulla bozza di legsi preparavano, come potege presentata il 24 luglio vano o dovevano, agli dal ministro Calderoimpegni d’autunno. li in materia di feC’era dunque da deralismo fiscale. aspettarsi che le I giornali erano a reazioni alla bozza corto di notizie, Calderoli fossero, SUL FEDERALISMO come sono state, di redattori andaFISCALE ti in ferie e ancor sommarie, superpiù di lettori attenficiali, allarmate o ti. Politici, sindacalisti, interlocutorie, non commentatori che fanfoss’altro… > a pag. 24

Nell’inserto DOSSIER

A

Mezzogiorno. Fare meglio prima di chiedere di più

bbondano nella pubblicistica ricerche, studi, rapporti, in cui i mali di cui è afflitto il Mezzogiorno vengono analizzati, valutati, indagati. Come si dice negli Stati Uniti, i bugiardi danno i numeri, ma i numeri non sono mai bugiardi. Per cui, almeno in fase di analisi, si è più o meno tutti d’accordo sulla sintomatologia e sulla diagnosi. Il problema però sta, come quasi sempre accade, nella prescrizione della terapia e nel messaggio che… > a pag. 12


DALLA PRIMA

Riforme Nuove forme di partecipazione alla vita politica Ivano Russo����������� 7 Il “Documento delle Fondazioni” Marco Plutino���������� 9

Federalismo fiscale Monitorare l’utilizzo del Fondo perequativo Luca Antonini����������25

Integrazione Sui Vespri napoletani di Ponticelli Domenico Pizzuti S.I. ������� 33 Stato di emergenza e dignità delle persone Manuela Siano���������� 35

Euronote

Andrea Pierucci���������� 52

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L’Europa potrà ancora contare sulla scena mondiale solo se riuscirà ad affermarsi come entità politica unitaria Giorgio Napolitano > continua dalla prima E ancora oggi avremmo bisogno, lasciatemelo dire, sia di sapienti e realistici costruttori che di ispiratori ardenti e pugnaci, per fare avanzare la causa dell’Europa. E soprattutto, devo aggiungere, la causa dell’Europa politica. Quello che ha caratterizzato, forse in maniera particolare la posizione italiana sin dall’avvio dell’avventura europea fu l’idea di una Europa unita non soltanto nell’ambito dell’economia e del mercato ma anche sul piano politico. Era questa l’idea di De Gasperi e di Spinelli, ognuno nel suo ruolo, idea che fu fatalmente compromessa dal fallimento del progetto di Comunità Europea di Difesa. Ma non è forse questo il grande tema tornato in modo prepotente d’attualità? Anche dopo la forzata rinuncia all’adozione, pazientemente preparata, di una Costituzione ovvero di un Trattato costituzionale, la messa in atto dello stesso testo di compromesso sottoscritto a Lisbona ripropone quella scelta di fondo: la necessità storica, cioè, di dare a un’integrazione europea che ha superato anche la soglia così avanzata dell’unificazione monetaria, lo slancio politico e l’orizzonte politico che le fa ancora difetto. È ben presente nella nostra memoria, e vale la pena di ricordare, la missione cui fu chiamata la generazione degli europei che avevano vissuto la tragedia di una seconda guerra mondiale scoppiata nel cuore dell’Europa, così come la generazione dei giovani europei che sessant’anni fa si affacciavano con speranza, ma in condizioni durissime, sulla scena

dell’impegno civile e politico. Era la missione della pacificazione e della ricostruzione di un’Europa sconvolta e semidistrutta; del superamento dei fatali antagonismi che avevano lacerato i rapporti tra i maggiori paesi dell’Europa continentale. E in quel nucleo occidentale dell’Europa, depositario di un’antica comunanza di civiltà, fu possibile gettare le basi di una riconciliazione e di una unità che solo in più decenni avrebbero potuto estendersi all’intero continente. La missione cui siamo chiamati oggi – cui siete chiamati voi, che appartenete alle nuove generazioni (francesi, italiane, in una parola europee) – consiste nel salvaguardare, rinnovandola, la funzione storica dell’Europa in un mondo che vede spostarsi altrove il suo baricentro, che vede modificarsi profondamente rispetto al passato gli equilibri economici e politici, “geo-strategici” come ora si usa dire. L’Europa potrà ancora contare sulla scena mondiale, potrà ancora dare il suo apporto peculiare e insostituibile all’evoluzione dell’ordine globale, solo se riuscirà ad affermarsi come entità politica unitaria. Con la globalizzazione, mutamenti radicali hanno già avuto luogo e sono in pieno svolgimento. Nessuno dei nostri Stati-nazione, nemmeno quelli che hanno maggiormente fatto per secoli la storia, può ormai né risolvere da solo i suoi problemi, divenuti inscindibili da contesti più ampi, né dare da solo un valido contributo al superamento delle sfide globali del nostro tempo. Quando sento dire che l’ispira-


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zione dei “padri fondatori” dell’Europa comunitaria è ormai solo un retaggio del secolo che si è concluso, che essa non può più in alcun modo guidarci, torno a rileggere Jean Monnet. E ritrovo – e voglio qui ripetere ad alta voce – le sue parole: “Nous ne pouvons pas nous arrêter quand autour de nous le monde entier est en mouvement… Aujourd’hui nos peuples doivent apprendre à vivre ensemble sous des règles et des institutions communes librement consenties s’ils veulent atteindre les dimensions nécessaires à leur progrès et garder la maîtrise de leur destin. Les nations souveraines du passé ne sont plus le cadre où peuvent se résoudre les problèmes du présent”. Quel messaggio è più che mai valido, drammaticamente valido. Non c’è pretesa di autosufficienza, non c’è illusione protezionista che possa mettere l’Italia o la Francia o la Germania al riparo dalle sollecitazioni e dai condizionamenti della globalizzazione. La sola strada percorribile è per tutti noi l’approfondimento dell’integrazione, un più coraggioso e coerente sviluppo verso l’unione politica. A rendere possibile tale sviluppo tendevano le innovazioni istituzionali previste dal Trattato “che stabiliva una Costituzione per l’Europa”: Trattato lungamente discusso e approvato dalla Convenzione di Bruxelles, poi già indebolito in qualche punto dalla Conferenza Intergovernativa e infine sottoscritto dai Capi di governo di tutti gli Stati membri nell’ottobre 2004. Quelle innovazioni sono state in larghissima misura fatte salve nel testo adottato a Lisbona nel dicembre

2007, in una redazione peraltro più tortuosa e assai meno leggibile del Trattato costituzionale. Possiamo ora ammettere che anche il Trattato di Lisbona, a sua volta sottoscritto unanimemente dai Capi di governo, venga travolto dal risultato del referendum svoltosi in Irlanda, il cui Primo Ministro ha dichiarato subito dopo il voto che alla ratifica si erano opposte le più diverse e spesso contrastanti preoccupazioni? Può essere bloccato dal tabù dell’unanimità il necessario cammino verso il rafforzamento dell’Unione e della sua capacità di affermare il ruolo dell’Europa e di rispondere alle inquietudini e alle attese dei cittadini? No, lasciare che ciò accada equivarrebbe a mettere a ri-

schio le conquiste del passato e le prospettive del futuro. Se gli straordinari progressi realizzati in cinquant’anni di integrazione possono essere dati per scontati, per ormai acquisiti, dalle generazioni più giovani che non hanno memoria di quel che sono costati e di come sono stati conseguiti, dovrebbe essere più facile per tutti intendere come non si possa far fronte alle sfide del futuro con una Europa debole e disunita. La Comunità e poi l’Unione si sono via via allargate fino a raggiungere i 27 Stati membri. Ma è giunto il momento della prova: se in questa dimensione e con queste regole l’Unione mostra di non poter funzionare e di non potere nemmeno cambiare le sue regole,

bisogna allora trovare le forme di un impegno più saldo e coerente tra quei paesi che si sono riconosciuti nelle scelte più avanzate di integrazione e coesione, come quella della moneta unica, quella dell’Euro e dell’Eurozona. E bisogna capire che la vicenda del voto in Irlanda ha più che mai, drasticamente posto un grande problema. Il problema del rapporto tra governanti e governati nell’Europa unita, il problema della partecipazione e del consenso dei cittadini. L’Unione europea –  così spesso accusata di mancanza di “capacity to deliver” – non potrà aumentare la sua efficacia senza riforme e mezzi adeguati, e senza un nuovo slancio democratico. Troppi governi nazionali hanno negli anni scorsi ritenuto di poter gestire in solitudine gli affari europei, poco preoccupandosi di coinvolgere sistematicamente le rispettive opinioni pubbliche e perfino i rispettivi Parlamenti, nelle discussioni e nelle scelte cui erano chiamate le istituzioni dell’Unione; troppi governi hanno anzi dissimulato le posizioni da essi sostenute in sede europea, chiamando in causa l’Europa – e in particolare la Commissione europea, la “burocrazia di Bruxelles” – come capro espiatorio per coprire loro responsabilità e insufficienze. È mancato un discorso di verità nel rapporto con i cittadini, è mancato il segno della convinzione e della volontà politica nell’indicare e motivare l’esigenza di una più forte unità europea, nel prospettare le nuove politiche comuni di cui c’è bisogno in Europa. E invece solo così si può evitare l’equivoco


DALLA PRIMA o il timore di una delega in bianco da parte dei cittadini alle istituzioni europee; e si può riaffermare il principio ispiratore dell’integrazione che è, dai primi anni ’50 dello scorso secolo, quello del conferimento di quote di sovranità condivisa alla Comunità e quindi all’Unione europea. Non si può pretendere dai cittadini che si orientino nella trama delle norme di un nuovo Trattato, e addirittura nel labirinto di un collage di emendamenti ai Trattati vigenti come quello concordato a Lisbona. Si deve puntare sul recupero di un rapporto di fiducia con i cittadini, basato su una piena assunzione di responsabilità da parte dei governi e delle forze politiche che rappresentano gli Stati membri dell’Unione. È qui il nocciolo della questione della democrazia nel contesto dell’Euro-

pa unita; questione da affrontare, naturalmente, anche in termini concreti valorizzando il Parlamento europeo e i suoi poteri, intensificando la collaborazione con i Parlamenti nazionali ed ascoltandone la voce, rafforzando il dialogo con la società civile, chiamando i cittadini a riconoscersi nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione e ad esercitare la loro iniziativa anche sul terreno della sollecitazione di nuovi atti legislativi europei. Si tratta di strade da battere senza ulteriori incertezze, ambiguità e ripensamenti. Chiediamo ai cittadini, chiediamo alle giovani generazioni, di intervenire, di far pesare, costruttivamente, le loro istanze. E chiediamo alle leadership politiche di mostrare consapevolezza, senso del futuro e anche senso dell’urgenza.

La Francia – che è sempre stata al centro dell’integrazione europea e che tra qualche giorno assumerà la responsabilità di presiedere il Consiglio nel prossimo semestre – darà senza dubbio un apporto prezioso in questa fase cruciale per l’avvenire dell’integrazione. L’Italia la sosterrà con determinazione. I nostri due paesi hanno – sin dall’inizio, in quanto paesi fondatori – una responsabilità particolare verso la costruzione europea. Sono tra i più importanti detentori del patrimonio, del metodo e dell’acquis comunitari, così come si sono sviluppati fin dall’inizio. Insieme, ed in collaborazione con gli altri partner europei, non mancheranno questa occasione per riflettere sulle sfide alle quali l’Unione deve fare fronte. Ho parlato del senso dell’ur-

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genza. Già nel 1984 François Mitterrand diceva a Strasburgo, dinanzi al Parlamento europeo: “Chacun d’entre nos peuples, aussi riche que soit son passé, aussi ferme que soit sa volonté de vivre, ne peut, seul, peser du poids qu’il convient sur le présent et l’avenir des hommes sur la terre. Ensemble, nous le pouvons. Mais nous sommes dans une phase où le destin hésite encore”. Sì, “le destin hésite encore” ma – diciamolo in questo momento – non ancora per molto. Se tardassimo, o tornassimo indietro, perderemmo l’appuntamento con la storia. Come europei, non possiamo permettercelo, non dobbiamo farlo. Dall’intervento del Presidente della Repubblica agli “Stati Generali dell’Europa”. Lione, 21 giugno 2008.


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Fondazioni e Centri studi

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Nuove forme di partecipazione alla vita politica Ivano Russo

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arena pubblica sta conoscendo, ormai da qualche tempo, un significativo incremento di presenza di nuovi soggetti del pensare collettivo: le fondazioni di cultura politica, le associazioni di ricerca, i centri studi. In verità si tratta di un’esperienza importata in Europa dal sistema politico americano, dove i cosiddetti think tank rappresentano da diversi decenni i luoghi di riflessione più prestigiosi ed autorevoli di riferimento dei due grandi partiti. Considerato che la scienza politica definisce il modello statunitense un no party system, sono proprio le fondazioni culturali –  insieme agli speaker del Congresso e agli staff del Presidente –  a costituire il cuore dei processi di formazione delle scelte politiche. Si tratta di un lavoro assai prezioso. Laddove non si siano strutturati partiti di massa, pesanti, con solide strutture, uffici studi, dipartimenti organizzativi o tematici, laddove cioè non esista il concetto di costante militanza e partecipazione alla vita democratica di un partito, i centri studi divengono il principale, forse l’unico, luogo in cui il pensiero si affina, divenendo proposta politica. L’ultimo caso significativo, nel campo Repubblicano, si è registrato a proposito dell’elaborazione della dottrina della “esportazione della democrazia” e dell’”attacco preventivo”. Aspetti geopolitici, militari, analisi storico – economiche ed elementi ideali o ideologici si sono miscelati dando vita ad un orientamento, ad una strategia complessiva, ad una visione del mondo, che

si è fatta cultura politica, e da cui sono poi scaturite concrete scelte di governo prodotte dall’Amministrazione Bush. È il caso della nota American Enterprise Institute di Pearl. Ma, sempre nell’area conservatrice, si potrebbero citare il Fraser Institute di Herbert Grubel, il centro Project for a new American Century, oppure l’Heritage Foundation, l’International Republican Institute e tante altre realtà simili. Su questo versante la destra ha, e di gran lunga, seminato le forze progressiste. Nel mondo Democratico, infatti, si

sta solo ora producendo uno sforzo enorme, attraverso la Democracy Alliance, per costituire un circuito di luoghi di elaborazione ed analisi di ispirazione riformista e riformatrice. E tuttavia, almeno allo stato, la difficoltà appare evidente nonostante l’entusiasmo suscitato dalla cavalcata di Barack Obama nelle recenti elezioni primarie. Grazie a dieci anni di intenso lavoro scientifico, culturale e lobbistico, il pensiero Neoconservatore, negli Stati Uniti, si è fatto senso comune riuscendo ad incidere in maniera determinate sullo storico risul-

tato elettorale legato alla riconferma del Presidente Bush: il Comandante in Capo più votato nella storia delle presidenziali Usa. In Europa il panorama dei think tank è, per i progressisti, fortunatamente più articolato e plurale. Alle realtà definibili in senso lato “di destra” – la fondazione Konrad Adenauer in Germania, la Foundation pour l’innovation politique e la Foundation Charles De Gaulle in Francia, il Bow Group in Gran Bretagna o Magna Charta e FareFuturo in Italia –  si contrappone, culturalmente, un variegato mondo di centri e fondazioni socialiste, socialdemocratiche, progressiste e cattolico democratiche. Si possono qui ricordare il Renner Institut, la storica Friedrich Ebert Stiftung legata al SPD tedesco, l’Insitute for Social Integration, il Centro Internazionale Olof Palme, la Fondazione Pablo Iglesias, l’ISD, la Jean-Jaures, l’Alfred Mozer Stichting e le italiane Istituto Gramsci e Italianieuropei. Tali realtà, inoltre, con una scelta lungimirante si sono federate nell’Network Europeo delle Fondazioni Socialdemocratiche, prestigioso pensatoio transnazionale di riferimento dell’intero Partito del Socialismo Europeo. Su questo versante si sta, già attivamente da qualche tempo, lavorando congiuntamente alla redazione del Manifesto e del Programma delle forze aderenti al PSE in vista delle elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo del prossimo anno. In Italia, accanto a queste istituzioni, sono poi fiorite – in particolar modo nell’ultimo decennio ma non solo – altri significativi luoghi di ri-


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cerca, studio e approfondimento, talvolta politicamente più orientati, in altri casi rigorosamente “tematici” e terzi rispetto agli schieramenti politico – parlamentari. È il caso di Astrid, di Arel, dell’Aspen Italia, del Cotec, di Mezzogiorno Europa, della Fondazione per la Sussidiarietà, di Giovane Italia, Svimez, di Nens o Eunomia, solo per citarne alcune tra le più prestigiose, di dimensione nazionale, solide e strutturate. Che si tratti di tematiche istituzionali e costituzionali, di questioni economiche e finanziarie, di relazioni internazionali o di temi specifici come quelli della sussidiarietà, del privato sociale, dell’innovazione tecnologica o delle evoluzioni degli studi sulla Questione Meridionale, questi Centri hanno prodotto, e producono, documentazione, divulgazione, formazione d’eccellenza, analisi, critiche, indagini su grandi questioni che attengono la sfera pubblica. Più semplicemente, producono cultura politica e diffondono sapere. Alcune tra quelle sopra citate hanno aderito al Network Nazionale delle Fondazioni, legato all’Intergruppo Parlamentare per la Sussidiarietà, e in questa sede si sta svolgendo ormai da tre anni una riflessione serrata e argomentata sul rapporto tra queste entità, la loro mission, la loro funzione sociale, e un quadro normativo nazionale che  –  al netto della felice intuizione del 5 per mille  –  continua a mostrarsi poco attento rispetto al grande tema del “privato sociale” declinato in chiave scientifica e politico culturale. Il “mercato politico” è stato così invaso da riviste, giornali on line, convegni, seminari, scuole di formazione, portali tematici interattivi. È di queste settimane l’iniziativa di ben 12 realtà scientifiche che, sotto il coordinamento di Astrid, hanno prodotto e presentato un puntuale dossier sui temi delle riforme istituzionali. Sempre Astrid, insieme con Mezzogiorno Europa, ha deciso di insediare a Napoli un Osservatorio su Governance e pubblica amministrazione nel Mezzogiorno.

Italianieuropei ha maturato la scelta di aprire la propria seconda sede tematica, dopo quella di Milano, a Napoli, per rafforzare il filone di studi e ricerche umaniste legate ai temi del Mediterraneo. Arel ha invece da poco dato alle stampe un assai prezioso volume sulle Prospettive Finanziarie dell’Unione Europea con particolare attenzione al ciclo di Coesione 2007‑2013 e alle modifiche introdotte con il nuovo Bilancio Pluriennale. Altre realtà stanno approfondendo il tema del Federalismo Fiscale, e sei importanti istituti meridionalisti sono stati in audizione, lo scorso 9 giugno, dal Presidente della Repubblica Napolitano per presentare un’idea di cooperazione e collaborazione rafforzata per porre al centro dei rispettivi lavori di indagine i grandi temi del Mezzogiorno e di un Paese in cui persiste un insopportabile dualismo economico. Ovviamente di iniziative simili, in giro per il Paese, ve ne sono tante e qui si sono volute ricordare solo quelle che hanno visto più direttamente coinvolta la “nostra” Mezzogiorno Europa. Ma è possibile, anche solo sulla scorta di queste brevi riflessioni, introdurre il delicato tema del rapporto tra le fondazioni, le principali associazioni, i centri studi, o almeno alcuni di questi, e la politica, i partiti. Pur nel rispetto della reciproca autonomia, e ben definendo il perimetro delle rispettive attività ed azioni, apparirebbe provinciale e anti moderno un approccio che tendesse a liquidare la questione con prese di posizioni strumentali, legate alle contingenze politiche, o peggio ancora alla dialettica dentro le singole formazioni politiche. A meno che non si tratti di una vocazione masochista all’autoreferenzialità, o della fuorviante ipo-

tetica volontà di coltivare un vezzo intellettualistico, per l’assoluta maggioranza delle realtà associative di studio sopra citate è importante, anzi indispensabile, poter costruire con le forze politiche – e ancor di più con le istituzioni – canali limpidi e trasparenti di confronto. Con ruoli distinti, certo, ma con la comune consapevolezza che un’arena pubblica, composta da diversi soggetti e quindi plurale, per merito, natura e metodo degli attori coinvolti, più è ricca meglio è per l’intero Sistema Paese. In presenza di percorsi fluidi, di pensiero e analisi, tra soggetti decisori, partiti, e centri di ricerca, a beneficiarne sarà la Politica tut-

ta, intesa nella sua accezione più ampia come arte del governare. Ciò non esclude che, in Italia, i partiti potrebbero – o meglio dovrebbero – rilanciare la propria vocazione naturale ad essere anche grandi incubatori di idee ed esperienze, ricalibran-

do l’equilibrio complessivo della propria attività rispetto alla ormai preponderante funzione di gestione del potere e raccolta del consenso, troppo spesso tra l’altro esclusivamente prodotto intono alle leadership piuttosto che sulla scorta di una specifica, per quanto di parte, visione del mondo.


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Il “Documento delle Fondazioni” sulle riforme

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Porre mano al rinnovamento istituzionale politico e civile Marco Plutino

L’

elaborato, largamente discusso e commentato sulla stampa di queste settimane, e noto come il “documento delle Fondazioni” – in realtà frutto di una riflessione congiunta di quindici soggetti dallo statuto giuridico (Fondazioni, Associazioni, Centri Studi, etc.) e dalla mission assai variegata (politica, culturale, di cultura politica, scientifica senza altre aggiunte) – ha il merito indubbio di lanciare una sfida ai gruppi dirigenti delle forze politiche. Esponenti di un variegato mondo sociale, politico e civile, fiancheggiati da decine di costituzionalisti e studiosi di sistemi politici e istituzionali, tra i quali alcuni ex presidenti della Corte Costituzionale, hanno accantonato le secche di un atteggiamento puramente conservativo  –  forse anche confortati dalle parole del Capo dello Stato: “è necessario porre mano a quel rinnovamento della vita istituzionale, politica e civile, in assenza del quale la comunità nazionale, in tutte le sue parti, sarebbe esposta a crisi gravi” (messaggio solenne del 23 gennaio 2008) – e sollecitano innovazioni di non poco momento attinenti l’organizzazione della Repubblica, anche relativamente a parti, come la forma di governo, finora non toccate da formali revisioni. Il contributo si nutre di un’attenta conoscenza dei precedenti dibattiti in tema di riforme costituzionali e istituzionali, lontani (come i lavori delle commissioni bicamerali per le riforme) e vicini, (in particolare le proposte di modifica di legge elettorale contenute dalle cosiddette bozze Violante e Bianco) offrendosi ad una discussione pubblica auspicabil-

mente lontana da strumentalizzazioni e tatticismi. Del resto la scelta di presentare tale documento all’inizio di una legislatura che, peraltro, verosimilmente giungerà alla scadenza naturale, consente di immaginare un progetto organico di riforme costituzionali e istituzionali (costituzionali, regolamentari, legislative, etc.) non in forza della presumibile utilità che ne potrà derivare a questa o quella parte, ma in condizioni non lontane dall’ideale “velo di ignoranza” che resta la premessa migliore per operare in direzione di interesse generale o almeno salvaguardando le garanzie reciproche. E allora si tratta non di nutrire irrealistiche pretese di neutralità, ma di offrire, ciò che si è tentato di fare, una base di discussione scientificamente sostenibile, inquadrabile in una linea di piena continuità con la costellazione dei valori costituzionali, per un eventuale compromesso che pur dovendosi concepire inevitabilmente “politico”, coniughi almeno le preferenze (utilitaristiche o valoriali che possano sembrare o in effetti essere) nell’orizzonte più vasto di una modernizzazione del nostro paese, con l’obiettivo di conseguire standards di rendimento non dissimili dalle altre grandi democrazie europee. Un approccio chiarito fin dalla preliminare scelta di ritornare ad un significato alto della “Costituzione”, rispetto ai rischi di una sua svalutazione a fini di parte: in questo senso vanno una serie di proposte per consentire future revisioni costituzionali largamente condivise tra le forze parlamentari, sottraendo così la Costituzione alle tensioni delle mutevoli maggioranze e separando la “materia costituzio-

nale”, connotata di una più elevata stabilità, dall’esigenza sacrosanta di mutare indirizzi di politica legislativa. Ma se l’ottica della forma di governo resta il centro del documento, si toccano anche aspetti della forma di Stato e momenti di garanzia, i quali del resto rappresentano variabili dipendenti una volta optata per l’una o l’altra soluzione. L’approccio allora non è solo complessivo ma si muove anche, pragmaticamente, su piani diversi. Il documento afferma, tra l’altro: “Si tratta dunque di por mano non solo a leggi costituzionali (per la riforma della forma di governo, per il superamento del bicameralismo paritario, per la correzione e l’integrazione del titolo V, per il rafforzamento delle garanzie costituzionali, per l’adeguamento del procedimento di revisione costituzionale alla democrazia dell’alternanza), ma anche a leggi ordinarie (per la riforma dei sistemi elettorali, per la tutela della indipendenza delle autorità di garanzia, per la disciplina dei conflitti di interesse, per il pluralismo dell’informazione, per la disciplina giuridica dei partiti in attuazione dell’articolo 49 Cost. per il finanziamento della politica e dei partiti, per la garanzia della imparzialità delle amministrazioni, ecc.), a modifiche dei regolamenti parlamentari (per lo statuto dell’opposizione, per contrastare la frammentazione del sistema dei partiti, per potenziare gli strumenti del controllo parlamentare ecc.), e perfino a riforme della normazione secondaria, a provvedimenti organizzativi e a mi-

sure amministrative (soprattutto per l’ammodernamento della macchina amministrativa)”. Se la forma di governo rappresenta il tema pregiudiziale da cui dipende la calibratura dei pesi e contrappesi che ogni sistema richiede, è tanto più importante rilevare la netta opzione per il regime parlamentare considerato il più consono alla storia costituzionale europea rispetto ad altre opzioni (in particolare quella presidenziale, mentre come è noto lo statuto stesso della forma di governo semi-presidenziale è discusso dalla dottrina anche francese). Ed è un punto di forza del documento che forze culturalmente anche eterogenee siano riuscite a trovare una convergenza per una precisa variante della forma di governo parlamentare, quella tedesca, ritenuta per storia, tradizioni giuridiche e sistema partitico più prossima o comunque adattabile al contesto italiano. Il modello del cancellierato, forte del suo mix di proporzionalismo corretto da meccanismi di personalizzazione del voto appare atto a contemperare rappresentatività ed esigenze di stabilità, amplia gli spazi di effettiva sovranità dell’elettore e incanala la tendenza attuale alla personalizzazione della po-


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litica in schemi di funzionamento nei rapporti parlamento-governo equilibrati e notoriamente soddisfacenti in termini di rendimento. Una forma di governo parlamentare “razionalizzata”, in quanto ricca di elementi di stabilizzazione in funzione di stabilità ed efficienza del governo ma che non svilisce – come nell’esperienza della V  Repubblica francese  –  il ruolo del parlamento. In questo senso, per quanto si vogliano accomunare le esperienze parlamentari razionalizzate con quelle cd. neo-parlamentari  –  cosa in verità discutibile se per quest’ultime si intendano le forme di governo a legittimazione diretta del vertice dell’esecutivo invalse da noi a livello regionale e locale – il documento è molto esplicito nell’indicare la inopportunità, e forse anche la pericolosità, di opzioni per il livello nazionale che intendano ispirarsi alle soluzioni invalse ai livelli locali. E, si badi, non solo per l’intrinseca differenza che passa tra il livello statale, sede privilegiata della sovranità popolare, e quelli locali (talché non solo la prospettiva del “Sindaco d’Italia”, ma anche la riforma proposta qualche anno fa dal centro-destra, che pure non configurava una elezione popolare diretta, realizzerebbero una forma di “premierato assoluto” inaccettabile per qualunque democrazia), ma anche per il giudizio negativo che di queste stesse esperienze si fornisce proprio alla luce delle distorsioni che vengono introdotte, e del sacrificio che una malintesa efficienza produce in termini di disfunzionalità complessive dei sistemi locali. Nel seminario di presentazione del documento uno dei passaggi più apprezzati è risultato quello contenente la schietta denuncia del “mediocre rendimento del modello neoparlamentare ad elezione diretta utilizzato per i gover-

natori nelle Regioni italiane, sempre in bilico fra tentazioni bonapartiste e piccolo cabotaggio assembleare”. Un giudizio assai severo, condivisibile nella misura in cui, oltreché apparire descrittivamente felice, forse rappresenta una svolta nella cultura istituzionale italiana, senza che tuttavia si possa dimenticare che la deriva è in qualche modo insita in meccanismi di diretta derivazione popolare e quant’altro (leggi: premi di maggioranza e clausole di dissoluzione automatica delle assemblee) ma va iscritta in un percorso istituzionale ove i rendimenti delle forme di governo regionali e locali non vanno parametrati astrattamente ma alle esperienze assembleari pre ’93 al fine di trovare un punto di equilibrio più maturo. Per il governo nazionale è pienamente condivisibile l’affer-

mazione del documento secondo la quale il governo è già forte “in” parlamento. Si supera un adagio, secondo il quale il governo non avrebbe strumenti a sufficienza per attuare il proprio indirizzo politico, mentre con il tempo molteplici fattori hanno operato nel senso di un deciso rafforzamento, per cui si tratta semmai di meglio registrare i rapporti tra governo e parlamento, restituendo un ruolo al secondo che renda anche più credibile davanti ai cittadini l’azione del primo. Si potrebbe dunque trasporre una forma di governo che si rivelasse ben temperata e sperimentata a livello nazionale, mutatis mutandis, a livello locale. L’aspetto centrale, ad ogni livello, è la conservazione del bipolarismo, condizione essenziale del buon funzionamento di qualunque demo-

crazia e di qualunque livello di governo. Un bipolarismo che in questi anni sia a livelli locale che a livello nazionale si è andato consolidando e che va ulteriormente radicato con il maturare di una cultura politica che lo renda più genuino. La legge elettorale resta però un elemento essenziale di tale assestamento ed è infatti tramite le leggi che si sono succedute che si sono accentuate le patologie che non si sono manifestate nei livelli locali a causa della spinta verso un’altrettanto patologica personalizzazione riconducibile ancora una volta alla legge elettorale. Il documento esplora quello spazio non largo che passa tra le coalizioni-monstre degli ultimi dieci anni e le tentazioni ultime, opposte e speculari anche nei limiti, verso un “bipartitismo coatto”. Le soluzioni idonee ad un bipolarismo che si basi su due coalizioni omogenee programmaticamente vanno dai sistemi elettorale maggioritari, purché di tipo uninominale (a uno o due turni) alle tante varianti di sistema proporzionale. Mentre per il primo caso le soluzioni di più immediato raffronto sarebbero quella britannica e quella francese (che hanno il difetto di legarsi rispettivamente a forme di governo parlamentari a partito predominante o, proprio, non parlamentari), per i sistemi proporzionali, nel mare magnum delle possibilità, sarebbe opportuno partire dalle esperienze di due vicini abbastanza omogenei quali la Germania e la Spagna. Pur senza escludere a priori la soluzione spagnola, la quale si presenta comunque di problematica trasposizione a partire dalla eccessiva sovrarappresentazione dei grandi partiti, le Fondazioni propendendo più decisamente per la soluzione tedesca, anche in una versione leggermente ibridata ma non stravolta (quella mesi fa con-


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Riforme templata dalla cd. bozza Bianco). Il documento esclude in ogni caso quella singolarità italiana che è il premio di maggioranza, non solo fattore principale di produzione ora di coalizione eterogenee ora di partiti con tentazioni solipsistiche (non a caso il Lavagna lo ancorava a maggioranza già molto ampie ma purtuttavia ancora insufficienti numericamente a garantire governabilità), ma anche incompatibile con l’indispensabile previsione di soglie di sbarramento significative (le quali avrebbero avuto pieno successo nelle elezioni del 2008 se non avessero prodotto, a causa dell’interferenza con il premio di maggioranza, una indebita estensione della logica del “voto utile” che ha sacrificato anche un partiti di media dimensione e di sicuro insediamento sociale come Rifondazione Comunista, benché fosse addirittura ricompresso in più ampio contenitore). L’obiezioni più seria –  che vorrei sviluppare con argomentazioni personali  –  proviene da chi paventa, in questo modo, un ritorno alla politica “dei due forni”, giacché l’assenza di un premio di maggioranza soprattutto in regime di proporzionale potrebbe giustificare soluzioni trasformistiche, con le forze del centro politico di fare da ago della bilancia, situazione difficilmente evitabile con il ricorso a regole formali. A questo proposito non si può condividere l’obiezione, a nostro avviso fuorviante, contenuta dal documento che “il bipolarismo in Italia esiste in realtà fin dal 1947” (ergo non si potrebbero nutrire timori a riguardo). Il bipolarismo che Galli qualificò “imperfetto” fu frutto solo della vigenza della conventio ad excludendum e, se si vuole, della storica debolezza del campo socialista italiano; fattori che effettivamente hanno provocato una polarizzazione, ma non dimentichia-

mo che di bipolarismo o bipartitismo è dato parlare – o almeno ha senso parlarne come “valore” – quando c’è possibilità effettiva di alternanza al potere tra due poli (o partiti), e non in altri particolarissimi casi! Sembra più sensata, invece, l’altra affermazione, che del resto ci sembra in contraddizione con la precedente, secondo la quale è proprio la fine dell’unità dei cattolici e la riconosciuta legittimazione a governare del Pci e della destra di origine missina (o meglio delle loro classi dirigenti) ad aver costituito le basi del bipolarismo attuale, che si è alimentato del resto di una esplosione dei contenitori della prima repubblica. Ciò vuol dire, appunto, dato che i cattolici erano uniti da null’altro che dal collante del “Muro” –  il quale, per ragioni speculari, divideva la

sinistra italiana ingrossando gradualmente il Partito comunista italiano a scapito di quelli socialisti – che al contrario non esiste alcun elemento politico in senso bipolare dell’elettore italiano, se non di recente (anche se abbastanza fortunato) innesto. È ovvio, invece, che i clevages una volta superati producano ancora una eco a livello di strutturazione delle nuove sub-culture politiche con effetti sulle scelte di schieramento. Va preso atto che la cd. II repubblica è stata caratterizzata da due collanti largamente diffusi nell’elettorato: il sopravvivere di un atavico pregiudizio anticomunista (che andrebbe meglio sviscerato) e l’antiberlusconismo. Si tratta indiscutibilmente dei “nuclei duri” su cui si imperniano le coalizioni rispetto alle quali l’elettorato, checché se ne

dica, si è mostrato assai poco volatile. Dunque più che bipolarismo basato su coerenti culture politiche direi due schieramenti imperniati su due “partiti” (nel riduttivo senso di “fazioni”). Due “fattori” che mi sembrano consegnare un effettivo potere di interdizione alle forze di centro che non hanno operato scelte di campo tendenzialmente definitive. Per questo, almeno allo stato e in attesa del definitivo “scongelamento” dei due schieramenti per il maturare di condizioni contingenti o di una cultura politica (che sia tale!) più radicata in senso bipolare, occorrono a nostro avviso additivi “bipolarizzanti”: doppio turno o sbarramenti molto significativi che non consentano a chi occupa lo spazio al centro, non grande ma politicamente assai promettente, di da “ago della bilancia”. Del resto così avrebbe potuto fare l’Unione di Centro, in forza del sorprendente risultato elettorale laddove ci si fosse trovati privi di un premio di maggioranza (circostanza che di per sé rafforza posizione “terze” e spinge il cittadino a votare, sbarramento eventuale a parte, liberamente) e, magari, di una vittoria meno netta della coalizione di centro-destra. Evenienza del resto rara ma praticata in Europa, e che perciò potrebbe in Italia non solo prodursi ma divenire, a causa di una insufficiente maturazione culturale, regola. Del resto molto dipende dalla riduzione della frammentazione sia partitica che dei gruppi parlamentari, in quanto eventuali cambi di schieramento delle forze collocate al centro del sistema, tanto più se costituenti partiti di media dimensione, potrebbero rispondere anche all’inizio di nuove fasi della vita politica. Occorre agire sulla disciplina –  anche finanziaria – degli uni e degli altri e garantendo una maggiore corrispondenza tra i partiti e le loro “proiezio-


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ni” parlamentari, sia pure in termini di “incentivi”, in quanto in tema opera un limite esterno molto significativo quale quello del libero mandato parlamentare di cui all’art. 67 Cost. Una delle questioni più dirompenti posta delle Fondazioni –  almeno per gli esiti che produrrebbe sul funzionamento del sistema politico – è la prospettiva, collegata, di regolamentare i partiti politici affinché operi un livello accettabile di democrazia interna. Potendo, inizieremmo proprio da qui. Dal ricucire un minimo, realistico, di rapporti tra il cittadino e i partiti. Se ci si fosse mossi prima in questa direzione avremmo evitato tante storture del sistema e tanti pseudo-rimedi. Occorre però essere consapevoli che la questione dei rapporti tra cittadini e partiti si pone oggi in termini radicalmente nuovi in tutte le democrazie, ed è forse una questione risolta in maniera insoddisfacente ovunque, forse il vero convitato di pietra delle difficoltà delle nostre democrazie. Tuttavia ancora una volta la Germania come la Spagna offrono alcuni spunti di indubbio interesse, quantomeno per cominciare ad aggredire la questione, che si pone in Italia in termini altamente singolari, e direi ormai imbarazzanti: un ritorno della partitocrazia, con tratti anche biechi, ma, non sembri paradossale, senza partiti. Un problema di ceto politico e di forme della politica. Non aver preso di petto la questione ha avuto conseguenze pesanti ed è la ragione per cui oggi si scomodano soluzioni ambigue e problematiche come la “legislatura costituente” annunciata ancora una volta in questi giorni da Presidente della Camera dei deputati, Gianfranco Fini. O addirittura la formula assai più esplicita dell’Assemblea Costituente (problematicamente qualificabile come una proceduta in deroga all’art. 138 Cost.) invocata da un uomo lucido come Emanuele Macaluso. I risultati delle elezioni del 2008 attutiscono alcuni aspetti parossistici ma i problemi di fondo restano tutti, con un referendum alle porte che non ne risolve nessuno e ne crea altri.

Si vuole aprire finalmente una discussione severa sulla qualità della spesa e dei servizi pubblici nel Mezzogiorno? > segue dalla prima …  – su questa immane disgrazia economica e sociale che attanaglia l’Italia fin dall’unità – si intende proporre. Il Sud soffre, anzitutto, di uno strutturale deficit organizzativo. Le opere pubbliche non sono quasi mai strategiche e sovra regionali, le politiche di infrastrutturazione immateriale e delle reti informatiche e tecnologiche vengono considerate un vezzo scientifico e non una priorità assoluta per imprese e cittadini, sulle riforme amministrative e la realizzazione di un back office interoperabile non si va mai oltre generiche petizioni di principio, manca una strategia complessiva sul trasferimento tecnologico e sulla costruzione di solide filiere università-ricerca‑imprese‑credito, non vi sono politiche integrate “di sistema” pubblico‑privato per l’energia, mancano azioni di accompagnamento per gli spin off universitari o per i progetti brevettabili, è assente il ventur capital così come un’azione seria per l’attrazione di capitali esteri, mancano banche d’affari, leggibili mappe delle facilities e delle agevolazioni, progetti di life long learning, formazione per tutto l’arco della vita lavorativa. Manca assistenza d’eccellenza all’internazionalizzazione delle aziende. Offerta e domanda di lavoro non si incontrano in maniera strutturata e qualificata quasi mai, almeno in assenza di intermediazione politica impropria, e trovare un bravo e giovane euro progettista in grado di monitorare, ad esempio, i Programmi a Sportello Bruxelles e fare consulenza alle imprese rappresenta opera ardua. Altrove queste figure, e altre più o meno simili, rappresentano la frontiera delle nuove e fiorenti professionalità emergenti. Infine, qualcuno ha mai misurato quanta ricchezza e occupazione ruotano attorno ai grandi attrattori culturali, naturali o museali, di altri paesi europei in confronto a quelle prodotte dai siti presenti sul nostro territorio? Porre la “Questione Meridionale”, quindi, anzitutto come un tema di prevalente assenza

di risorse pubbliche destinate al Mezzogiorno è fuorviante. Altro conto sarebbe dire che le risorse appaiono insufficienti. Ma, a prescindere dal fatto che “ i soldi non bastano mai”, si vuole aprire una discussione severa e argomentata sulla qualità della spesa e dei servizi pubblici nel Mezzogiorno? Sul rapporto tra stock di spesa pubblica e ricchezza prodotta? Sul legame incentivi locali –  incremento del Pil territoriale? Sul potenziale nesso tra le politiche pubbliche per la formazione professionale e il numero di giovani occupati nei settori più innovativi e ad elevato valore aggiunto di conoscenza? Sul legame – ancora più potenziale – tra i costi della PA e la sua effettiva efficienza e produttività da misurarsi sulla scorta di indicatori terzi ed internazionali delle performance? Si potrebbe continuare per pagine e pagine. Prima di chiedere altre risorse, si dia allora conto di come si spendono, al Sud, intanto quelle di cui si dispone. Nazionali ed europee. Occorre un nuovo meridionalismo moderno, di merito, competente e pragmatico. Serve un approccio dinamico e flessibile, perché dinamici e flessibili sono oggi i mercati, le scelte di allocazione produttiva delle imprese, le strategie di accumulazione del credito, l’economia, le misure di welfare to work, i flussi commerciali e tecnologici, le politiche attive per il lavoro, perfino le scelte di riconversione urbanistica. E in una realtà in continua e rapida evoluzione, più flessibili sono le risposte e i modelli, meglio questi sapranno adeguarsi alle trasformazioni costanti. Noi chiediamo al Mezzogiorno di fare meglio, prima di chiedere di più. E di tener comunque sempre presente che un sistema competitivo è un sistema in cui le risorse pubbliche aiutano e temperano gli effetti del mercato, senza sostituirsi integralmente ad esso. Anche perché buona organizzazione, efficienza, trasparenza e valorizzazione del capitale umano, le chiavi di volta per il decollo del Mezzogiorno, comunque non avrebbero prezzo.  Iva. Ru.


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uale modo migliore, per avvicinare il Mezzogiorno all’Europa, del portare la “buona novella” di comune in comune, di città in città del nostro Sud? Perché non attrezzarsi e testimoniare in prima persona ai sindaci, agli amministratori e soprattutto ai cittadini, le risorse e le opportunità rappresentate dall’Europa, per lo sviluppo della nostra terra? Da queste semplici considerazioni nasce il progetto “Viaggio al Sud”, vero e proprio tour on the road promosso dalla Fondazione Mezzogiorno Europa e realizzato grazie alla disponibilità dell’eurodeputato Gianni Pittella, che ha messo a disposizione la propria competenza ed esperienza, è salito su un camper ed ha trascorso le sue vacanze incontrando amministratori e cittadini di ben 130 comuni del Mezzogiorno d’Italia, tra Abruzzo, Basilicata, Campania, Molise e Puglia. L’iniziativa, che ha ricevuto il sostegno del Segretario nazionale del Pd Walter Veltroni e del Presidente Massimo D’Alema, e alla quale hanno aderito Pier Luigi Bersani, Sergio Chiamparino, Piero Fassino, Dario Franceschini, Nicola Latorre, Enrico Letta, Roberta Pinotti, Presidenti di Regio-

ne, deputati europei del Pd del sud e molti parlamentari nazionali e dirigenti meridionali del Pd, è stata testimoniata in diretta dallo stesso Pittella, in un diario di viaggio, pubblicato quotidianamente nel suo blog www.giannipittella.ilcannocchiale.it . Il diario racconta dei luoghi visitati, delle persone incontrate, dei momenti di entusiasmo e degli inevitabili inconvenienti che un viaggio in camper comporta, dalla difficoltà di connettersi ad Internet, all’immancabile avaria meccanica del mezzo… Passando dal Tirreno all’Adriatico e allo Ionio, attraversando le montagne dell’Abruzzo e quelle di Sila ed Aspromonte, Pittella ha parlato con tanti cittadini del Sud, li ha informati sui risultati ottenuti in termini di opportunità finanziarie attraverso il suo personale impegno ed ha ascoltato attentamente le loro istanze, per farne oggetto delle sue prossime battaglie parlamentari, sempre dalla parte del Mezzogiorno. Il diario testimonia come il viaggio sia stata un’esperienza a doppio senso: Pittella è partito con l’idea di “dare”, ma in realtà ha finito col ricevere forse più di quanto abbia dato, in termini di imput, idee, progetti, ma anche semplicemente di

relazioni umane. Ed ha finito altresì con il realizzare un follow up empirico del lavoro svolto in tutti questi anni di mandato parlamentare. Anche i numeri di Internet registrano il successo dell’iniziativa: durante il Viaggio, il blog di Gianni Pittella su “Il Cannocchiale” è stato letto 82404 volte, mentre il Canale Youtube dedicato al viaggio è stato cliccato da 658 visitatori. Numeri ragguardevoli anche per il sito www.giannipittella.org, che ha registrato 1958 accessi unici e 7013 pagine visitate nel mese di luglio, 1210 accessi unici e 4109 pagine visitate nel mese di agosto. I contatti Facebook sono stati 1535, con 461 iscritti al gruppo “L’Europa che fa, il Mezzogiorno che vince”. Infine, l’album fotografico del Viaggio, su Flickr.com, ha registrato ben 955 visualizzazioni. Di seguito, riportiamo alcuni gustosi stralci del “diario di bordo del capitano Pittella”. La selezione non è stata facile, perché in ogni tappa c’era un dettaglio, un aneddoto, un particolare che valeva la pena riportare. Speriamo comunque di aver fatto un buon lavoro, e che la lettura risulti gradevole come lo è stata per noi.  Cetti Capuano e Uliana Guarnaccia


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VIAGGIO AL SUD

Pagine dal Diario di bordo di Gianni Pittella

23 luglio 2008 – “La Partenza” Ischia È iniziato ieri il tour nelle regioni del sud, promosso con la Fondazione Mezzogiorno Europa, per discutere dei temi europei direttamente con i cittadini. Sveglia all’alba, treno per Napoli molo Beverello e imbarco per Ischia, prima tappa del viaggio. A Massimiliano, Leonardo, Ciro, Fabio ed Enzo, che mi accompagnano, confido un po’ di tristezza provata leggendo i giornali, di ieri e di oggi. Ma in che società viviamo? Uno o più spioni tengono sotto “osservazione”, politici, professionisti, imprenditori, giornalisti e magistrati, calciatori e persone varie… uno o piu spioni possono regalare ai giornali il veleno di accuse inverosimili nei confronti di persone perbene, alimentando il discredito verso la politica e le istituzioni… Ho scritto a Fassino e Nicola Rossi la mia indignazione e la mia piena solidarietà. Mah!!! Meglio non pensarci. Forse col nostro viaggio daremo un briciolo di contributo a ritessere la trama tra politica e cittadini. Il cortile politico italiano vive una fase di triste avvilimento: dobbiamo puntare sull’Europa, anche per rilanciare la politica italiana, per sottrarre la bagarre domestica dall’angustia del “pro o contro” il Cavaliere. Ne parlo ad Ischia con gli amici che si sono raccolti all’hotel Continental. Ci sono operatori economici, consiglieri e assessori comunali, dirigenti del Pd come Ciro Ferrandino, Giosuè Mazzella, Francesco di Crescenzo, Luigi Telese, amici come Michele Cardella, ed anche turisti abruzzesi e di Avellino che hanno saputo della tappa e sono venuti. La scelta di Ischia è stata fatta per tre ragioni. Prima ragione: richiamare il valore del Mediterraneo in contesto europeo. L’Europa del futuro punta, infatti, sul Sud e sulle ricchezze naturali, economiche e sociali, che il Meridione d’Italia ed il Mediterraneo stesso racchiudono. Seconda: è un modo per esprimere il forte legame che esiste tra me e il territorio campano e per riconoscere l’importante ruolo della Fondazione Mezzogiorno Europa, presieduta da Andrea Geremicca e fondata dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Terza: la Campania e il Sud non sono macerie e immondizia, tutti dobbiamo contribuire a restituire dignità, competitività e bellezza ai nostri territori e partire da qui è un chiaro segnale di fiducia nelle possibilità di riscatto. Sia nell’incontro di Ischia che nel successivo a Napoli col Presidente della Provincia, Dino Di Palma e l’assessore alle Politiche Comunitarie Guglielmo Allodi, abbiamo parlato a lungo sui tre concetti chiave della

iniziativa: Viaggio, Europa, Mezzogiorno. Viaggio, perché c’è bisogno di accantonare la politica fatta solo dai media e riscoprire la politica fatta con la gente. Europa, perché lo scopo delle 125 tappe del tour è comprendere quali sono i motivi dell’insofferenza della gente nei confronti dell’Europa, vista oggi come causa unica di tutti i nostri mali, dall’immigrazione clandestina, al caro euro. Mezzogiorno per delineare con gli attori locali le vie d’uscita al dualismo nord-sud e alla progressiva emarginazione del Mezzogiorno. Concetti che sono tornati nell’intervista che col Direttore della Fondazione Mezzogiorno Europa, Ivano Russo, abbiamo tenuto al Denaro tv chiudendo la giornata. Il Libro delle Idee che porteremo in tutte le tappe è stato inaugurato con un bel pensiero di Di Palma e Allodi “Il futuro della Campania e del Mezzogiorno trova la propria ragione nelle Politiche Comunitarie se l’occasione data dai fondi 2007-2013 sarà utilizzata per far diventare questa regione  la grande piattaforma logistica del Sud. Dalla Campania, così, potrà partire una forte politica verso i mercati del medio ed estremo oriente. Il governo dell’economia globale in mano ad un forte sistema territoriale democratico, può essere l’occasione vera per un nuovo sviluppo”.

25 luglio 2008 – “Il camper non voleva più partire (batteria scarica), quindi tutti a spingere… non possiamo fermarci…” Vico Equense e Castellammare di Stabia La penisola sorrentina è una delle mete più ricercate e belle d’Europa. Vico Equense vanta una storia plurimillenaria le cui testimonianze artistiche sono visibili nell’antiquarium aequano. Da anni i suoi punti forza economica principali sono il turismo e l’attività casearia, con il Fior di Latte e il Provolone del Monaco. Il mio passaggio su Vico si concentra proprio su queste eccellenze. Accompagnato da un esperto di politiche turistiche, tra i più bravi sul piano nazionale, come Nello Savarese dirigente della Regione e dagli amici del PD di Vico, visito il  Lido di Seano, dove il verde colorato di mille fiori e  piante ti inoltra su un lembo di spiaggia finissima prima di regalarti l’azzurro del mare. Quindi risalgo nella piazzetta del centro di Vico, incontro imprenditori di prim’ordine come i cugi-


VIAGGIO AL SUD ni Savarese, Fanco Cappiello di Sorrento e tanti altri, visito la famosissima pizzeria dove si fa la pizza a metro e la boutique “Gabriele” nota in tutto il mondo per la produzione di gelati, panna, formaggi, latticini e liquori eccellenti. Mentre i ragazzi del camper sono in piena attività, distribuiscono gadgets e brochure, spiegano il senso della iniziativa, raccolgono decine di firme all’appello di Walter Veltroni “Salva l’Italia”, e altrettanti indirizzi di persone che vogliono ricevere la mia newsletter europea e quella di Mezzogiorno Europa. A Castellammare, in una splendida sala con vista mare del Crowne Plaza, albergo ricavato da una fabbrica dismessa e diretto magistralmente da Riccardo Scarselli, un bagno di gente con cui abbiamo discusso della situazione del Mezzogiorno, introdotti dalle provocazioni del vulcanino Prof. Massimo Lo Cicero. Il dualismo si è approfondito e la crisi internazionale, oltre alle nostre inadempienze e ai nostri errori, rendono il divario piu pesante. Il quadro che delinea con dovizia di particolari coloriti, Massimo Lo Cicero, è spietato, e con lui concordano gli interventi dei relatori Nicola Cuomo, Emma Giammattei, Nello Savarese, gli interventi dal pubblico, e molti dei commenti lasciati sul Libro delle Idee. Ma se la diagnosi è giusta, annoto nella replica, non può mancare la terapia, altrimenti ci piangiamo addosso assistendo impassibili al nostro declino. I fondi europei li possiamo spendere meglio, puntando sulla concentrazione e sulla qualità della spesa, superando la frammentazione organizzativa e di governance, favorendo i progetti multiregionali, migliorando la pubblica amministrazione, sostenendo le vere eccellenze del Sud, come quelle che questa penisola può vantare. L’Europa ci aiuta a trovare le medicine appropriate, a fare ricerca e internazionalizzazione, certificazione di qualità e marchi, scambi attraverso la nuova generazione di programmi Erasmus per i giovani imprenditori (e spero presto la pubblica amministrazione e i professionisti), il richiamo ad una politica del credito più attenta a cittadini ed imprese, la fiscalità di vantaggio e una politica comune per l’energia e l’ambiente. E spetta a tutti noi essere più responsabili, più ricettivi, più disponibili a rischiare, a metterci in gioco, a denunciare l’uso distorto o illegale dei fondi, più esigenti con la politica ma anche piu esigenti con noi stessi. Questa è la nuova stagione che deve favorire il Pd, una stagione in cui il Mezzogiorno accetta la sfida del federalismo, chiedendo la garanzia che i diritti essenziali siano assicurati da uno sforzo nazionale, si rapporta con l’Europa e il Mediterraneo, proponendo e proponendo-

si. Il confronto, vivacissimo, si è concluso a tarda notte in pizzeria. E meno male che ci hanno accompagnato fino in ultimo… il camper non voleva più partire (batteria scarica), quindi tutti a spingere… non possiamo fermarci, oggi ci attendono le tappe dei Picentini e dell’Agro Nocerino Sarnese.

28 luglio 2008 – “La politica barcolla come un pugile che ha appena ricevuto un gancio durissimo…” Pescara, Penne, Spoltore, Lettomanoppello La politica barcolla come un pugile che ha appena ricevuto un gancio durissimo, l’opinione pubblica è disorientata, indulge in tendenze forcaiole, alimenta l’antipolitica, spara nel mucchio. Ma è ancora possibile riallacciare il legame con i cittadini, restituire fiducia e ricevere fiducia. Non bisogna sbandare, e non bisogna sbagliare. È questa la sensazione che ricavo dai colloqui e dagli incontri avuti nella città e nella provincia di Pescara. C’è incredulità, c’è smarrimento. I tanti sindaci che ho incontrato, gli amministratori locali e provinciali, i dirigenti del PD che si sono spesi in questi anni lavorando sodo e onestamente, non ci stanno a consegnare l’Abruzzo ad una destra che non merita e che è, essa, l’origine delle scelte nefaste sulla sanità. Sono stato alla Provincia, ho incontrato il Presidente De Dominicis, l’assessore Castricone che è anche segretario provinciale del PD, ho discusso con loro dei programmi in corso, dello sforzo finanziario enorme piu di 30 milioni per la grande viabilità, del sostegno alle PMI attraverso il microcredito e i business angels, dell’impegno per lo sport e la cultura. Sono stato a Pescara, Penne, Spoltore, Lettomanoppello dove si sono ritrovati decine di amministratori, consiglieri provinciali, semplici militanti o simpatizzanti del PD, l’assessore Donato Di Matteo, persone che fanno politica come servizio dalla mattina alla sera, e che hanno dato alla Val Pescara nuove speranze grazie ad un lavoro adamantino ed efficace. Non ci stanno ad assistere rassegnati al declino di una regione che, malgrado contraddizioni e squilibri al suo interno, era comunque riuscita ad avanzare nelle gerarchie territoriali italiane, uscendo dal novero delle regioni in ritardo di sviluppo. Di Matteo ricorda con orgoglio i fatti, le leggi, i provvedimenti approvati dalla Giun-

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VIAGGIO AL SUD ta Regionale di Centrosinistra, il nuovo piano sanitario regionale che introduce la procedura di accreditamento e la legge 20 che prescrive controlli severi per i ricoveri nelle strutture private, la legge sullo sviluppo rurale, sui rifiuti e sul turismo. I presenti concordano e applaudono, ma non basta. È giusto ricordare, ricostruire la storia politica di questa regione, richiamare alla serietà chi in questo momento si fa paladino della discontinuità (che brutta parola) e imbarca nelle sue fila, è il caso di IDV, un consigliere regionale che in sei mesi ha cambiato vari partiti (questo si che è un discontinuo). Serve un messaggio forte, un impegno solenne a completare la riforma del settore sanitario, delimitando la sfera del privato alle sole prestazioni integrative del pubblico. Serve un programma autorevole e stringato di progetti che intendiamo realizzare in un’ottica europea, e valorizzando la collocazione geostrategica  dell’Abruzzo dirimpet­ taio dei Balcani e cerniera verso il Mediterraneo. Serve un patto credibile con le forze economiche e sociali, per valorizzare lo straordinario patrimonio ambientale, culturale, enogastronomico, umano che la regione possiede. Serve un bagno democratico, primarie per tutti, dal candidato presidente ai candidati consiglieri e sopratutto è essenziale non partire pensando di essere sconfitti. Uno dei leaders più amato del socialismo italiano, Pietro Nenni, ricordava spesso “è sconfitto solo chi si sente sconfitto”. Se abbiamo il coraggio di ammettere i nostri errori e la fierezza di ricordare i nostri meriti, potremo battere la destra e riaffermare il nostro ruolo guida della regione.

30 luglio 2008 – “Fermiamo lo spopolamento, ridiamo vita e speranza ai nostri comuni, diamo cittadinanza alla montagna” Isernia, Termoli, San Severo La giornata molisana inizia ad Isernia. Conferenza stampa con Candido Paglione, capogruppo del PD alla Provincia e Davide Integlia, giovane economista e dirigente del PD. Paglione, grande esperto di montagna – residente a Capracotta, famoso piccolo centro dell’Appennino lancia l’allarme: “fermiamo lo spopolamento, ridiamo vita e speranza ai nostri comuni, diamo cittadinanza alla montagna dove non nevica firmato”. È una bella frase, espressiva della discrimi-

nazione che subisce l’arco appenninico centromeridionale rispetto alle cime blasonate dell’arco alpino italiano ed europeo. Occorre fare tre cose: assicurare servizi adeguati, introdurre fiscalità di vantaggio per i residenti, realizzare infrastrutture fisiche e immateriali. Colgo al balzo l’appello. Mi farò portatore di una proposta al presidente della Commissione Europea Barroso e alla commissaria alle politiche regionali Hubner. Nella revisione della politica di coesione si preveda un nuovo Obiettivo, accanto a quello sulla convergenza e la competitività: l’obiettivo Montagna. Gli incontri molisani proseguono con Dino Campolieto, presidente provinciale della CIA. Visito agriturismi e centri vendita dei prodotti tipici, e una grande azienda, il Pastificio Colavita, attiva dal 1912, che dà lavoro ad oltre cinquanta persone e che, soprattutto, porta la pasta molisana (dai capellini alle tagliatelle tricolore) in tutto il mondo. Gli Usa rappresentano il mercato piu grande, nonostante l’assurdità di un dazio del 5 per cento all’ingresso. Per questo motivo chiederò al Governo italiano di intervenire con fermezza. Il motore dell’azienda è un giovane imprenditore competente e tenace, proprio ciò che ci vuole in un terra difficile, che è riuscito a superare difficolta di ogni tipo: “ci racconta, ad esempio, che i TIR provenienti da Olanda e Danimarca non vogliono venire a caricare la pasta per la criticità dei collegamenti con il Molise”. È sua una bella frase sul nostro libro delle idee, in cui riassume le quattro parole d’oro per sfidare lo svantaggio di partenza in cui versa il Mezzogiorno – entusiasmo, sacrificio, passione, cultura di impresa. Lui le applica, e grazie a ciò è riuscito a conquistare fasce di mercato internazionale sempre piu ampie (la pasta più consumata negli Usa sono i capellini d’angelo, prodotta dalla sua azienda, perché hanno bisogno di soli 3 minuti di cottura). Purtroppo, la situazione imprenditoriale molisana presenta tanti casi di sofferenza. Grave è lo stato di salute dell’azienda di polli Arena, con 600 dipendenti, più gli allevatori, che rischiano di trovarsi di fronte alla chiusura della ditta per le scelte sbagliate fatte dalla parte privata e pubblica (l’azienda è partecipata dalla Regione). Anche lo storico Zuccherificio di Termoli (da 8 anni si attende l’accordo di programma tra Regioni, Governo e privati) si trova di fronte ad un bivio. Nell’incontro avuto in azienda, le rappresentanze aziendali e sindacali mi spiegano che dei quaranta zuccherifici, operanti in Italia qualche anno fa, sono rimasti in vita solo quattro e, se non si ottiene subito la proroga della Commissione Europea per l’utilizzo del fondo di indennizzo e la rimodulazione degli aiuti al 2013, anche Termoli rischia di chiudere.


VIAGGIO AL SUD Sarebbe uno schiaffo insopportabile per la produzione bieticola italiana, per il Sud, ma soprattutto per Molise e Puglia. Con il collega Enzo Lavarra, che da anni segue con competenza e impegno le politiche agricole, interverremo immediatamente in Commissione e nel Parlamento europeo. In serata, una nuova emergenza da affrontare: gli armatori di Termoli, alla presenza del vicesindaco Filippo Monaco, chiedono provvedimenti contro il caro greggio e una iniziativa urgente che impegni il Governo italiano a modificare l’incomprensibile provvedimento del ministro Zaia con cui dispone il fermo biologico per tutto il mese di agosto… assurdo, proprio il mese più importante per una cittadina balneare e turistica come Termoli. Chiudiamo questa giornata di fuoco in Puglia. In piazzetta a San Severo, con Dino Marino, consigliere regionale del Pd, Aldo Ragni, coordinatore provinciale del Pd di Foggia, Giovanni Cera e Giuseppe Possidente, segretari dei circoli del Pd e dei giovani del Pd, intavoliamo una simpatica discussione sull’Erasmus per i giovani imprenditori. Ottima presenza di pubblico, numerosi gli interventi, mentre un bravo complesso musicale locale “Gli amici di Enzo” ci accoglie e ci saluta mentre saliamo sul camper, distrutti, ma felici. La prossima tappa è San Giovanni Rotondo… San Pio ci protegga.

1 agosto 2008 – “Il nostro camper si infila nelle viuzze tra turisti abbronzati e residenti incuriositi dal nostro arrivo” Polignano a Mare Polignano a Mare è una bella cittadina soleggiata e accogliente, meta turistica di particolare richiamo, posta tra Bari e Taranto. Il nostro camper si infila nelle viuzze tra turisti abbronzati e residenti incuriositi dal nostro arrivo. Cerchiamo il Covo dei Saraceni, hotel ristorante sul mare dov’è previsto il nostro incontro serale. Prima però ci imbattiamo in una sposa in abito bianchissimo che, in posa per essere fotografata, sembra quasi una “statua alla gioia”, issa su di un piccolo promontorio che la separa da un mare azzurro e calmissimo. Una visione beneaugurante, un inno alla gioia, com’è lo stesso inno dell’Europa. E la riunione andrà bene, anzi benissimo. C’è tanta gente venuta da ogni parte della provincia barese, c’è il collega, l’onorevole Francesco Boccia uno dei leader meridionali più stimati per la sua competenza, serietà

e stile, e per la chiarezza delle sue posizioni. C’è anche l’assessore regionale Onofrio Introna, con cui ho comuni trascorsi socialisti, c’è il consigliere provinciale Domenico Vitto, l’esperto di politiche per i consumatori Pino Salomon dell’Adoc, il responsabile del Pd Simone Di Giorgio, già sindaco di Polignano, c’è la dirigente del Pd regionale Teresa Zaccaria, e tanti altri ancora…. Il dibattito è centrato sul rapporto tra consumatori/imprese e banche. Molte le critiche e le denunce, circostanziata l’analisi di Salomon e di ampio respiro l’intervento di Introna. Io cerco di spiegare cosa ha fatto l’Europa in questi anni. Parlo del mio recente rapporto al Parlamento, votato quasi all’unanimità che propone: una migliore informazione al cliente, ma sopratutto una maggiore concorrenza nell’ambito del sistema bancario. Se in Italia i costi dei servizi bancari sono più alti del 30%, che nel resto dell’Europa, ciò dipende sopratutto dalla carente concorrenza. È su questo punto che dobbiamo insistere. E poi, portabilità gratuita dei mutui e abolizione del massimo scoperto, come aveva proposto l’ex ministro Pier Luigi Bersani. Altro capitolo: le piccole e medie imprese soffocate dal credito più oneroso al Sud e penalizzate dal rapporto euro/dollaro e dall’innalzamento del tasso di sconto della Bce. L’onorevole Boccia conclude con un’analisi della situazione politica internazionale e nazionale, in cui colloca il Mezzogiorno d’Italia. Boccia lancia tre parole d’ordine: politica con la p maiuscola, persona come protagonista centrale dell’agire del Pd, responsabilità e qualità come requisiti essenziali di una classe dirigente che si rispetti. Un messaggio da condividere e da diffondere, un messaggio su cui costruire e radicare il Partito Democratico.

2 agosto 2008 – “Dopo aver esteso l’Erasmus ai ragazzi dai 16 ai 18 anni, ed aver creato l’Erasmus per i giovani imprenditori, proporrò di estendere il programma ai dipendenti della Pubblica Amministrazione” Barletta, Trani, Andria, Spinazzola, Minervino Murge BAT è l’acronimo che indica la nuova provincia pugliese e sta per Barletta, Trani e Andria, tre delle più popolose e importanti città della regione. Lo stesso acronimo segnala il perdurante deficit di integrazione, il permanere di una

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VIAGGIO AL SUD litigiosità che attenua la forza propositiva e la spinta d’urto della nuova provincia. Questo è un problema di tutto il Sud, un retaggio culturale duro ad essere sconfitto. Un freno a ragionare insieme, a disegnare il proprio territorio in modo unitario, ad assicurare servizi comprensoriali di alta qualità, a prescindere dai siti in cui sono ubicati. Il nostro tour attraversa la BAT da Barletta fino ai centri più prossimi alla mia Basilicata: Spinazzola e Minervino Murge che sono ad un tiro di schioppo dalla terra lucana. A Spinazzola, in piazza, con Francesco Boccia e il sindaco della città Carlo Giuseppe Scelzi, discutiamo davanti ad una bella chiesa del 1729, ben tenuta e con un campanile elegante, ma implacabile nel segnare con rintocchi assordanti il trascorrere del tempo ogni quindici minuti. A Minervino Murge il dibattito, organizzato da Francesco Menduni, e animato dall’ex sindaco Michele Della Croce e dalla studentessa universitaria Angela Lobascio si svolge in un parco meraviglioso, villa Faro. Confesso che in tanti anni di frequentazione del comune murgiano, non avevo mai visitato questa villa che appare come un salotto ordinato ed elegante, pieno di verde, e popolato da centinaia di persone che passeggiano, consumano davanti a picooli bar-pizzerie, e conversano tra di loro, senza il minimo rumore. Il nostro gazebo è situato nel cuore della villa, proprio sotto il monumento costruito nel 1931 dal regime fascista, un grande faro dalla cui cima si dominano le due regioni, Puglia e Basilicata, e dedicato (sic!) ai martiri fascisti. Il confronto spazia sui temi “giovani” e “imprese”. Molto bello l’intervento della giovane studentessa che ha fatto un’esperienza di quattro mesi, col programma Leonardo, a Bruxelles. Da lei e dall’ex sindaco arriva un invito a rafforzare gli scambi giovanili, a potenziare i programmi che più hanno rafforzato l’integrazione europea. Raccolgo e rilancio: dopo aver esteso l’Erasmus ai ragazzi dai 16 ai 18 anni, ed aver creato l’Erasmus per i giovani imprenditori, proporrò di estendere il programma ai dipendenti della Pubblica Amministrazione. A questo punto scatta l’applauso del pubblico presente in villa, a dimostrazione del fatto che la pubblica amministrazione, in questo momento storico, rappresenta una delle maggiori debolezze del Sud Italia.

9 agosto 2008 – “Oggi è un giorno importante per il nostro tour: approda in Basilicata Martin Schulz, mitico presidente del gruppo del Pse al Parlamento europeo” Senise, Lauria Oggi è un giorno importante per il nostro tour: approda in Basilicata Martin Schulz, mitico presidente del gruppo del Pse al Parlamento europeo, noto per gli epiteti ricevuti da Silvio Berlusconi qualche anno fa a Strasburgo e per l’accesa polemica che ne scaturì. Ma stimato e apprezzato sopratutto per il suo impegno europeista, per la tenacia con cui porta avanti il disegno dell’Europa sociale e politica, e per come ha saputo condurre il gruppo socialista che oggi vanta 220 deputati e che incide profondamente sulle politiche europee. In Italia, di Martin è apprezzato il mai celato amore per la nostra terra, una simpatia a pelle che lo ha portato a conoscere tanti luoghi del Bel Paese. Questo amore lo spinge sempre a dire “Si” alle nostre richieste di attenzione da parte del gruppo Pse ai problemi italiani, e a decidere di portare l’intero gruppo, deputati e funzionari, per una settimana a Napoli per discutere di Mediterraneo. Ed è proprio con la collaborazione della Fondazione Mezzogiorno Europa che siamo riusciti a dar vita, a giugno, a questa sessione di lavoro che ha segnato, sopratutto grazie ad un grande intervento di Massimo D’Alema, il rilancio della prospettiva euro-mediterranea. Schulz ha fatto i salti mortali per essere tra di noi, oggi, per conoscere una regione, la Basilicata, dove non era mai stato. Più volte ha infatti ripetuto il suo stupore e la sua ammirazione per il verde lucano e per la dignità del nostro popolo. La prima tappa è a Senise dove siamo accolti dal sindaco Cirigliano, dalla vicesindaco Ferrara, dal segretario Abbalsamo, da sindaci, amministratori e dirigenti del Pd dei comuni vicini, dal vicepresidente della regione Folino e dal segretario regionale Lacorazza, dai consiglieri regionali Di Sanza e Pittella, e da tanti cittadini. Martin parla del tour, è colpito dalla nostra straordinaria iniziativa, la indica a modello di come si può far vivere l’Europa tra la gente. Poi, si sofferma sul perché serve un’Europa più unita e ricorda la disparità tra Europa, India, Asia, Africa ed America. Gli europei sono appena l’8 per cento della popolazione del pianeta: quin-


VIAGGIO AL SUD di, come possiamo fronteggiare la forte competitività globale se non siamo uniti? E sottolinea come le politiche comuni vadano assicurate dal livello europeo: energia, lotta al cambiamento climatico, ricerca e valorizzazione del capitale umano, politica estera e di difesa, coesione…. Parla del Mediterraneo, il mare che unisce, dell’Italia, dell’attuale Governo, del Pd al quale conferma la disponibilità a lavorare insieme, per costruire una grande formazione riformista nel Parlamento europeo che parta dalla famiglia socialista. C’è entusiasmo, molti ragazzi e ragazze vogliono una foto con Martin, lui non si sottrae… tra una telefonata con Sarkozy, che lo aggiorna sulla situazione in Georgia, e tante strette di mano, scrive un suo pensiero sul libro delle idee con una nota affettuosa e ben augurante per il mio lavoro e futuro politico. Grazie Martin. Raggiungiamo Lauria, dove c’è il Premio Mediterraneo. Oltre mille persone ci aspettano nella piazzetta di Lauria Superiore. La manifestazione, organizzata dai bravissimi Mario Lamboglia, Antonino Amato, Pasquale Crecca, Vincenzo Cosentino e Biagio Fittipaldi, è diretta con maestria dall’intramontabile Daniele Piombi. Salgono sul palco personalità del mondo dello spettacolo e della cultura, della politica, delle istituzioni: dalla bravissima Marisa Laurito a Mario Tozzi, dai sindaci di Lauria e Rosarno, al generale Pellegrini che ha fatto parte del pool di Falcone e Borsellino, dal direttore dell’Arsenale di Palermo Maniscalco a Marcello Pittella e Domenico Cirigliano, a Vito Rossi, e tanti altri. Dopo mezzanotte, con Paolo Martinelli, il mio eccellente assistente europarlamentare, che traduce quasi in simultanea, accompagno Schulz sul palco…. le sue parole emozionano la platea che lo saluta e lo ringrazia con un grande applauso… ”Mio padre ha vissuto nel mezzo di due guerre, mia madre ne ha vissuto una, mio fratello è nato nel ’44 nel pieno dell’ultimo conflitto, io sono nato nel ’55 e, grazie all’Europa, non so cosa sia la guerra nel nostro continente…”, afferma l’europarlamentare. Grazie Martin per essere stato tra noi. Grazie per averci ricordato che senza l’Europa saremmo tutti più deboli e soli!

16 agosto 2008 – “Il tour arriva in Calabria, terra bellissima con qualche macigno come la criminalità organizzata, la pubblica amministrazione lenta e inadeguata.

Il viaggio di oggi parte da un’eccellenza” Rossano Calabro, Calopezzati, Cariati Il tour arriva in Calabria, terra bellissima e piena di contraddizioni. Luci vivissime, potenzialità enormi, qualità naturali speciali e tanti limiti, con qualche macigno come la criminalità organizzata, la pubblica amministrazione lenta e inadeguata, un sentimento di attesa e quasi di rassegnazione, sedimentato da anni. Il viaggio di oggi parte da un’eccellenza. A Rossano Calabro ha sede l’azienda Amarelli, storica impresa nota nel mondo per la produzione della liquirizia. Ci attende la titolare Pina Amarelli, persona squisita che coniuga la creatività napoletana alla tenacia calabrese. C’è anche il dirigente provinciale del Pd Francesco Beraldi che ci accompagnerà lungo tutto il tour odierno. La visita è breve ma intensa: con noi anche alcuni docenti universitari. Il museo della liquirizia è uno scrigno di storia: antichi documenti attestano che già intorno al 1500 la famiglia Amarelli commercializzava i rami sotterranei di una pianta che cresceva in abbondanza nei suoi latifondi: la liquirizia. Nel 1731 gli Amarelli fondano l’azienda. Un impianto proto-industriale detto “concio”. E, dopo tre secoli, la Amarelli, che fa parte dell’esclusiva associazione “les Henokiens”, formata dalle aziende familiari bicentenarie esistenti nel mondo, produce ancora liquirizia di altissima qualità. Per raccontare questa storia è nato nell’antico palazzo dell’azienda, il Museo della liquirizia “Giorgio Amarelli” che ha ottenuto nel 2001 il premio “Guggenheim” – impresa e cultura. La nostra visita ci fa scoprire, fra oggetti del passato ed etichette d’epoca, un’esperienza di vita e di lavoro davvero straordinaria. Rapida chiacchierata al lido di Gipsy di Rossano, con amici del Pd rossanese. Poi, di corsa a Mirto Crosia, comune limitrofo dove incontriamo altri amici del Pd e cittadini che popolano un bel lido, tenuto bene e stranamente fresco e ventilato. Attorno a noi è tutto un via via di canadair che tentano disperatamente di spegnere gli incendi che divampano tra Corigliano, Rossano Calabro, Calopezzati, Cariati. Questa mala pianta degli incendi estivi non si placa. C’è disaffezione e disattenzione, ma anche dolo. Con il prof. Angelo Violetta abbiamo parlato a lungo. Lui ha studiato un sistema informatico per la sor-

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VIAGGIO AL SUD veglianza e la prevenzione degli incendi che sottoporrò all’attenzione delle istituzioni europee. A Calopezzati, piccolo centro di 1.200 anime ad attenderci è il sindaco Gennaro Bianco, con i suoi assessori e consiglieri. Il sindaco non ha perso tempo, si vede che tiene molto alla sua terra: ha subito pronto un elenco scritto di problemi e di proposte su turismo, scambi culturali, riqualificazione del centro storico, sport. E una novità positiva. Alcune proposte sono frutto di una programmazione congiunta con i comuni vicini, finalmente. Il clou è a Cariati. C’è festa, è la ricorrenza di San Rocco. C’è la processione a mare, uno spettacolo bellissimo. Il lungomare è affollato fino all’inverosimile, ma il sindaco Filippo Giovanni Sero, l’assessore alla cultura Cataldo Perri e il presidente dell’associazione Otto Torri sullo Ionio, Lenin Montesanto non hanno esitazioni: il dibattito lo dobbiamo fare. E il dibattito si fa ed ha un successo enorme. Accanto a me il segretario generale dei federalisti europei Giorgio Anselmi e il prof. Alex Giordano, esperto di Mediterraneo e docente all’università di New York. Di fronte a noi tantissima gente e i 100 giovani ospiti del meeting euromediterraneo promosso da Lenin ormai da sette anni. L’associazione presieduta da Montesanto è una bella realtà nel panorama calabrese e meridionale. Da quando ci siamo incrociati, abbiamo lavorato sempre bene insieme. Sono giovani che hanno apertura mentale, valori, intraprendenza, amano l’integrazione ed esaltano con le loro iniziative il migliore europeismo. Che tristezza però quando qualche veterocomunista della zona mi diceva “non frequentare Lenin, lui (che è avvocato e giornalista) lavora con esponenti di centrodestra”. Come se un professionista dovesse lavorare solo con una parte politica. A me interessa il merito, la qualità, il valore di una persona, ciò che propone e realizza, non l’etichetta. E non faccio l’esame dei globuli del sangue. Giordano, Anselmi e il sottoscritto ci siamo soffermati su tanti temi: meridione d’Italia, federalismo, Unione del Mediterraneo, integrazione e immigrazione, e tanto altro ancora. Alla fine tutti con la maglietta nera con la scritta “la pizza si paga il pizzo no”, bellissima idea venuta all’assessore Perri.

19 agosto 2008 – “La Sila può diventare uno dei punti di forza del Mezzogiorno d’Italia” Sila La Sila racchiude le suggestioni, i sapori ed i colori di un patrimonio affascinante. L’altopiano silano comprende territori della provincia di Cosenza e Crotone, in un continuum di ambiente incontaminato, laghi, verde, aria purissima. Il tutto condito da prodotti gastronomici veramente speciali. Le carenze riguardano le strutture ricettive, l’animazione culturale e sportiva, i centri benessere. Per cui, il flusso turistico pur essendo notevole, purtroppo riguarda sopratutto le persone anziane e pochissimo i giovani. Primo incontro odierno alle 12 nella piazzetta di Camigliatello (frazione di Spezzano della Sila). C’è il vicesindaco di Spezzano, Franco Marano, ad aprire i lavori. A seguire parlano in tanti, dalla signora Donatella, dirigente della Regione Calabria al professore Vincenzo Vigna ricercatore che ha messo su un progetto importantissimo destinato a rivoluzionare la diagnostica del futuro: la 3d-Cbs, la nuova Pet-Tac tridimensionale finalizzata alla diagnosi precocissima dei tumori e delle malattie cardiovascolari e degenerative. Si susseguono gli interventi dell’amministratore delegato di Sila Sviluppo srl, Francesco De Vuono, dello storico parlamentare socialista Salvatore Frasca. Da Camigliatello ci spostiamo a Casole Bruzio, e poi a Pedace e a Serra Pedace. Al centro degli incontri la risorsa “Sila”. Ai partecipanti dei vari incontri dico: “La Sila può diventare uno dei punti di forza del Mezzogiorno d’Italia”. L’unione dei Comuni silani e la Sila Sviluppo srl hanno individuato una serie di obiettivi strategici per lo sviluppo da sottoporre all’attenzione provinciale e regionale in occasione della programmazione dei fondi strutturali 2007/2013. “A settembre mi farò promotore di un incontro interistituzionale per affermare la priorità Sila – spiego – l’altipiano è un punto di forza del Mezzogiorno italiano, e non solo della Calabria. So della attenzione e della grande sensibilità dell’assessore regionale alla Programmazione comunitaria Mario Maiolo, dell’intero governo regionale, del presidente della Provincia di Cosenza, Mario Oliverio. Con loro discuteremo del futuro socio-economico della Sila e delle priorità di quest’area della Calabria: collegamenti veloci con Cosenza, migliori piste da sci, infrastrutture e strutture sportive, attrattive, ecc.”. Il piano


VIAGGIO AL SUD strategico dei territori silani promosso dalla Sila Sviluppo individua quattro obiettivi: creare un distretto turistico integrato dell’area silana attraverso la valorizzazione delle risorse ambientali, culturali storiche e naturali presenti nel territorio (in questo contesto si inseriscono alcuni progetti tra cui la realizzazione del Comprensorio sciistico Camigliatello – Lorica e la valorizzazione dei percorsi religiosi di Gioacchino da Fiore e San Francesco di Paola); promozione dello sviluppo agricolo puntando sulla crescita delle produzioni biologiche e dei prodotti agricoli che possano avvalersi di marchi di qualità e tipicità certificati: patata, caciocavallo, salumi, funghi ecc.; la tutela ambientale con la salvaguardia, a tal fine è prioritario far acquisire ed incrementare la cultura del Parco nazionale della Sila; lavorare per uno sviluppo integrato con l’area urbana cosentina, facendo della presila la porta del Parco della Sila, tra le iniziative promosse spiccano i progetti di riqualificazione della tratta ferroviaria Cosenza – San Giovanni in Fiore, il collegamento con il progetto di metropolitana leggera dell’area urbana e la riqualificazione dei centri storici per favorire insediamenti artigianali ed universitari e residenze per gli anziani della città.

21 agosto 2008 – “Durante l’incontro con i giovani di Reggio Calabria ho aderito ad alcune proposte. Chiederò al presidente Hans-Gert Pöttering di istituire la Giornata europea della memoria per le vittime delle mafie” Reggio Calabria, Melia di Scilla, Pellaro di Reggio Calabria, Condofuri, Bianco, Riace Dopo Crotone è la volta di Reggio Calabria dove si svolge un incontro con le associazioni giovanili della città al lido Sireneuse sul lungomare. Ad organizzare l’evento Nino Cilione e Peppe Fanti, già compagni della sinistra giovanile con cui ho tenuto un rapporto costante in questi anni, rapporto consolidatosi nel tempo. C’è Renzo Zannino, che ci accompagnerà lungo tutta la giornata. Renzo è un uomo con valori solidissimi di amicizia, oltre che di comune ispirazione e provenienza socialista. Ci conoscem-

mo 15 anni fa e non ci siamo più persi di vista. La lealtà e l’autenticità dei rapporti per Renzo sono un valore assoluto ed è stimato per questo. Ed io gli voglio un gran bene. C’è il Maestro e direttore d’orchestra di fama nazionale Nicola Sgrò. Ci sono giornalisti di tutte le testate reggine e ci sono giovani di diversi orientamenti, ma tutti desiderosi di confrontarsi sui temi europei. Molte domande per una chiacchierata non prefabbricata e scontata, senza rete. Primo pomeriggio a Melia di Scilla al Villaggio del Pino, dove si tiene il meeting dell’associazione europea Esn e dove mi raggiungono la presidente del Pd provinciale Alessia Zappia e una delegazione di giovani. A seguire raggiungiamo Pellaro di Reggio Calabria, popoloso rione a sud della città; Condofuri, centro grecanico dove si parla ancora la lingua greca, noto per la coltivazione del bergamotto e del gelsomino, pregiatissime essenze utilizzate in profumi e cosmetici. In serata il nostro camper fa tappa a Bianco e Riace, quest’ultimo assurto agli onori della cronaca internazionale per la scoperta dei Bronzi sui fondali marini prospicienti la città. Incontriamo vari amici e compagni: il vicepresidente del consiglio provinciale Tina Tripodi, il consigliere comunale di Reggio Nino Zimbalatti, il presidente della circoscrizione di Pellaro Albino Passalacqua, i fratelli Gianni, Giuseppe e Vitaliano Latella, Salvatore Mafrici, Saverio Spanò, Aldo Canturi, Peppe Massara, Mimmo Bova, già parlamentare nazionale e mio caro collega nella legislatura del ’96, Mimmo Lucano, sindaco di Riace, Luigi Sbarra segretario regionale della Cisl Calabria, Felice Valenti consigliere provinciale del Pd, Francesco Timpano docente all’Università Cattolica di Piacenza, Patrizia e Pino Clemeno, Francesco Mollace, Danilo Franco e tanti altri. Durante il bellissimo incontro con i giovani di Reggio Calabria ho apprezzato e aderito con entusiasmo ad alcune proposte che mi sono state sottoposte: la Giornata europea della memoria e la richiesta di una direttiva della Commissione europea sul tema del recupero e riutilizzo dei beni confiscati alla mafia, sulla scorta della positiva esperienza già fatta in Italia grazie alla legge La Torre, richiesta avanzata più volte dall’on. Fava e sulla quale l’ex Commissario Frattini aveva assunto un impegno positivo. Mi farò portavoce di entrambe le iniziative nell’ambito del Parlamento europeo in particolare chiederò al presidente Hans-Gert Pöttering di istituire la Giornata europea della memoria per le vittime delle mafie”. Dalla provincia reggina ho anche rilanciato la proposta di nominare all’interno dei consigli comunali dei paesi della UE, un delega-

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VIAGGIO AL SUD to alle politiche comunitarie, in modo da rendere percettibile l’Europa e i suoi programmi; così da diffondere inoltre tutte le informazioni che riguardano l’Ue. Nel pomeriggio ho partecipato al Cultural Medley 2008 “Erasmus e dialogo internazionale”, organizzato da Esn Rhegium, che si concluderà lunedì 25 agosto. L’evento vede la partecipazione di circa cinquanta delegati delle sezioni europee (Turchia, Italia, Portogallo, Spagna, Slovenia, Repubblica Ceca, Polonia, Finlandia, Svizzera, ecc.) di Esn International che è presente in 32 Paesi d’Europa e dintorni. Durante l’incontro i ragazzi hanno messo in evidenza alcune esigenze degli studenti universitari, tra cui il riconoscimento dei crediti formativi acquisiti durante i progetti Erasmus (attualmente solo il 50% degli studenti ottiene un riconoscimento totale; il 75% ottengono quello parziale) e dell’attività di volontariato a supporto degli studenti stranieri (come avviene ad esempio in Olanda), soprattutto in vista del 2010, anno del volontariato europeo. Sono un convinto promotore dei progetti Erasmus e Leonardo, e dunque ho assicurato il mio impegno a favore delle due proposte riguardanti i diritti degli studenti in scambio. In serata, dopo una estenuante corsa lungo la ionica per raggiungere Riace, dove ho visitato la bellissima esperienza di accoglienza e di integrazione che sta sviluppando il Comune. Cantine restaurate e adibite a laboratori artigianali gestiti da palestinesi ed afghani, eritrei, tunisini e bulgari, che popolano il borgo albergo ricavato da case sfitte e palazzi di pregio che ospitano circa 15.000 turisti l’anno. La gente è contenta, e per nulla preoccupata.

23 agosto 2008 – “Mi è venuta un po’ di tristezza, ma per chi ha a cuore lo sviluppo ed il riscatto del Mezzogiorno non c’è tempo per la tristezza. Bisogna agire!” Caserta, San Cipriano d’Aversa, Succivo Iniziamo la tappa di Caserta dopo una notte di viaggio dalla Calabria. Notte lunghissima trascorsa quasi interamente in camper. La stanchezza è tanta ma riusciamo ad essere puntuali al primo degli appuntamenti organizzati da Enrico Vellante, presidente di Giosef, associazione giovanile che opera da anni con grande merito nel sociale e in stretto collegamento con i temi europei. Enrico è una forza della natura, ha l’intelligenza, la passione, la competenza e la simpatia di un leader. E attorno a sé ha creato davvero un bel gruppo che propone e promuove mille iniziative. Sergio, Giusy, Valentina e tanti altri formano una squadra affiatata con cui lavora da anni e che recentemente ha dato vita ad una realtà più ampia cui hanno dato il nome di “Energie Nuove”. Proprio ciò di cui ha bisogno il nostro Sud. È con loro che incontriamo il presidente e una delegazione delle Acli. Poi, teniamo una bella assemblea dei loro soci (mi fanno omaggio della tessera onoraria e mi riempiono di domande, riconoscimento delle qualifiche professionali, tutela dei consumatori e dei lavoratori, Pd e Pse, criminalità, scambi giovanili). Illustro loro le nostre posizioni, i nostri programmi, le proposte che farò anche grazie ai loro consigli. Poi, di corsa alla conferenza  stampa al Caffè degli artisti di Caserta. Col presidente della Provincia Sandro De Franciscis, il sindaco Nicodemo Petteruti e la vicesegretaria del Pd Carmen Trepiccioni c’è anche una folta delegazione della Cna regionale con Salvatore Verbale e Francesco Geremia. Rilancio la proposta di una direttiva europea per un più efficace utilizzo dei beni confiscati alla camorra che abbia come priorità l’obiettivo di destinare parte di questi beni in via di riconversione a iniziative per rafforzare i legami tra il territorio e le istituzioni europee. Annuncio che chiederò al Parlamento europeo di rendere Caserta sede di un “Centro permanente di formazione di cultura europea da ospitarsi, preferibilmente, in una struttura confiscata alla criminalità organizzata”. Giosef (Giovanni senza


VIAGGIO AL SUD frontiere), associazione presente in 25 province italiane e diretta da Enrico Vellante, sta già cercando di avviare questo tipo di progetto a Casapesenna in attesa di un riscontro positivo da parte del Comitato di valutazione dell’Ente gestore dei beni confiscati alla camorra. Una iniziativa che renderebbe merito anche al lavoro svolto in questi anni dalle istituzioni locali in tema di integrazione europea, in primis dalla Provincia che su un bene confiscato ha anche realizzato un istituto superiore inaugurato appena l’altro anno. Rispondendo alle domande dei giornalisti sul dibattito in atto sul cambiamento della legge elettorale anche in vista delle prossime elezioni europee, sono stato chiarissimo e categorico: “sono per la conferma della preferenza. Abolirla così com’è stato per le politiche sarebbe semplicemente aberrante”. Sullo sbarramento ho poi concluso: “sono contrario ad uno sbarramento troppo alto”. Abbiamo fatto poi tappa a San Cipriano d’Aversa per un incontro con la cooperativa sociale Nco (nuova cucina organizzata), nata il 1o agosto 2007 per volontà della cooperativa Agropoli.

L’idea progettuale è che “se la camorra si organizza per far del male al nostro territorio – spiega Peppe, un responsabile della coop – allora perché noi giovani non ci organizziamo per crea­re delle opportunità positive per il casertano. È una sorta di provocazione che facciamo alla camorra per dire che questo territorio ha bisogno di un riscatto sociale e culturale”. I prodotti del ristorante sono di Libera: l’olio, la pasta e il vino sono realizzati su terreni confiscati a Riina, alla ’ndrangheta e a Francesco Schiavone, detto Sandokan. L’ultima tappa della giornata è stata nella sede di Legambiente a Succivo. Ho trovato grande allarme e forte preoccupazione per l’oltraggio che si reca al territorio per assecondare gli interessi di speculatori spesso legati agli ambienti malavitosi. Ci hanno raccontato le loro iniziative, le lotte, la difficoltà di operare in un territorio in cui molti Consigli comunali sono stati sciolti per infiltrazione malavitosa. Ho dato la mia disponibilità piena a star loro vicino, a dar loro il mio supporto istituzionale e politico. Mi è venuta un po’ di tristezza, ma per chi ha a cuore lo sviluppo ed il riscatto del Mezzogiorno non c’è tempo perla tristezza. Bisogna agire!

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DALLA PRIMA

Opinioni a confronto

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perché tutti attendevano che a settembre il Consiglio dei ministri varasse la proposta definitiva del governo sul federalismo fiscale contestualmente ad altre iniziative ugualmente impegnative come la riforma del sistema giudiziario o la soluzione del problema Alitalia. In questo clima intorpidito dal caldo, ai commenti superficiali sulla bozza Calderoli hanno fatto eccezione un articolo di Antonio Bassolino pubblicato da Il Riformista e una dichiarazione di Nicki Vendola, il governatore della Puglia, a L’Unità: ambedue si sono dimostrati bene informati sulla proposta Calderoli, ambedue si sono dichiarati pronti ad accettare la sfida del federalismo fiscale pur senza nascondere incognite e rischi dell’iniziativa promossa dal ministro della Lega Nord. Negli altri commenti hanno prevalso invece preoccupazioni e timori, non del tutto infondati, che Calderoli provasse a privilegiare nel nuovo assetto federale le regioni forti, in particolare Lombardia e Veneto, e a danneggiare le regioni meridionali. Il cuore della controversia con relativi timori e preoccupazioni sta nelle ambiguità e nelle questioni irrisolte della bozza Calderoli. Gli osservatori più attenti, come Bassolino e Vendola, hanno apprezzato il passo avanti compiuti da Calderoli rispetto ad una proposta iniziale presentata dalla Lombardia, che era unilaterale e provocatoria al tempo stesso. Ricordiamo che la proposta di legge della Regione Lombardia era stata approvata a maggioranza dal Consiglio regionale lombardo e poi presentata al Senato come disegno di legge subito all’indomani delle elezioni politiche. Era una proposta unilaterale perché fondata sul principio della cosiddetta perequazione orizzontale: le Regioni ricche del Nord si degnavano di destinare direttamente una parte degli introiti fiscali maturati sul loro territorio alle Regioni povere, senza passare per la mediazione dello Stato centrale. Era una proposta provocatoria perché affidava ad una Commissione di rappresentanti politici di tutte le Regioni il compito di vigilare sull’uso del fondo perequativo da parte delle Regioni povere sanzionando un eventuale uso

COMBINARE SOLIDARIETÀ TRASPARENZA ED EFFICIENZA Mariano D’Antonio improprio da parte di queste Regioni, con ciò ledendo il principio di autonomia costituzionalmente garantito alle Regioni a qualunque territorio del Paese esse appartengano. I punti controversi che sono affiorati nel dibattito di agosto, riguardano le risorse finanziarie che il federalismo fiscale attribuirebbe alle Regioni nonché a Comuni, Province (in prospettiva alle nuove Autorità metropolitane sostitutive delle Province), al posto degli attuali trasferimenti che lo Stato oggi destina a questi Enti. Non si tratta di problemi di poco conto. Finora, secondo i dati disponibili per il 2006, i trasferimenti statali dallo Stato alle Regioni ammontavano a circa dieci miliardi all’anno, di cui più di due miliardi sono toccati alla Campania. Il nuovo assetto della finanza pubblica locale nel disegno federalista dovrebbe poggiare su tre pilastri: tributi propri di Regioni ed Enti locali, compartecipazione a tributi incassati dallo Stato sul territorio regionale (tributi erariali) e un fondo perequativo “senza vincolo di destinazione” (articolo 119 della Costituzione) che il federalismo fiscale assegnerà a quelle istituzioni non statali dotate di minore capacità fiscale per abitante, vale a dire impedite di finanziare la spesa di loro competenza con tributi propri e compartecipazioni al gettito erariale. La spesa di competenza di Regioni ed Enti locali si articola a sua volta in spesa sanitaria, per l’istruzione, per l’assistenza e per il trasporto pubblico locale. L’ipotesi estrema che alcuni paventano, è che il federalismo fiscale abolisca i trasferimenti dallo Stato a Regioni ed Enti locali ma non li sostituisca integralmente con la compartecipazione ai tributi erariali nè con il nuovo fondo perequativo. In quest’ipotesi estrema alle amministrazioni pubbliche decentrate, ai loro responsabili elettivi (consiglieri, sindaci, presidenti di giunte regionali e provinciali) si porrebbe un’alternativa traumatica: aumentare i tributi locali oppure ridurre la spesa, quindi le prestazioni ai cittadini per servizi sanitari,

ziali delle prestazioni e ai costi standard, presume d’introdurre un principio di efficienza nella gestione dei servizi di cittadinanza. Questa è in parte un’intenzione apprezzabile se si riflette sulla debole organizzazione delle amministrazioni decentrate nel Mezzogiorno le quali abbisognano evidentemente di uno scatto d’efficienza. In maggior misura si risolve tuttavia in un orientamento irrealistico che trascura di tener conto delle condizioni di arretratezza economica, talvolta di diffusa miseria della popolazione meridionale, costretta a sopperire alla mancanza di reddito ricorrendo a servizi pubblici essenziali. Come si esce da questa contraddizione tra efficienza della spesa e fabbisogni sociali incomprimibili? Ci sono due vie d’uscita. Una è quella di un’attuazione morbida del federalismo fiscale: si tratta di applicare il nuovo sistema gradualmente, nell’arco di cinque o più anni, durante i quali l’attuale sistema di trasferimenti dallo Stato a Regioni ed Enti locali sia progressivamente sostituito col nuovo sistema fondato su maggiori responsabilità delle istituzioni locali nel disegno dei tributi propri e soprattutto nella migliore gestione della spesa per servizi. L’altra via d’uscita consiste nel praticare più ampiamente nel Mezzogiorno il principio di sussidiarietà, vale a dire l’attribuzione alle comunità locali (non più necessariamente solo alle istituzioni pubbliche decentrate) di compiti che i cittadini possano svolgere direttamente organizzandosi in forme appropriate (cooperative, imprese sociali, gruppi di volontariato) per assicurare ai soggetti più deboli servizi collettivi migliori e a costi più contenuti rispetto a quelli sostenuti direttamente dal settore pubblico. Questa è una grande sfida, un grande cimento, che comporta un salto di cultura civica e politica, di atteggiamenti dei cittadini e del ceto politico del Mezzogiorno, finora abituati alla rassicurante presenza dello Stato e delle Amministrazioni pubbliche locali, chiamati a fare di tutto e di più per sopperire alle necessità della popolazione.

servizi d’istruzione, assistenza alle fasce sociali disagiate (famiglie a basso reddito, disoccupati). Naturalmente nessuno, né il ministro Calderoli né il più acceso leghista, si dichiara favorevole a quest’ipotesi, che significherebbe non solo sancire una spaccatura tra Nord e Sud, tra chi può pagarsi con le tasse locali i servizi e chi non se li può pagare, bensì anche contraddire un altro principio costituzionale, quello della parità di trattamento dei cittadini nella fruizione di servizi che riempiono di contenuto i diritti civili e sociali della popolazione in qualunque territorio risieda. La controversia si sposta allora su altri due terreni, esplicitamente richiamati nella bozza Calderoli: la definizione dei contenuti dei servizi di cittadinanza da garantire su tutto il territorio nazionale e il calcolo dei costi di questi servizi. Su ambedue le questioni la bozza Calderoli parla di prestazioni essenziali e di costi standard misurati prendendo a riferimento tre Regioni. Si esclude perciò di assumere le prestazioni così come sono erogate attualmente in ogni territorio, nonché di assumere la spesa storicamente sostenuta dappertutto per sanità, istruzione, assistenza e trasporto pubblico locale. In altre parole, si prendono come parametri le esperienze di Regioni, presumibilmente quelle più virtuose, tanto sotto il profilo dei servizi erogati alla popolazione quanto sotto il profilo dei costi. È dubbio che le Regioni e gli Enti locali del Mezzogiorno rientrino in questa categoria non foss’altro perché nelle aree meridionali i fabbisogni dei servizi pubblici, specie i fabbisogni di assistenza, sono più elevati che altrove a causa del basso reddito delle famiglie nel Sud, ciò che a sua volta comporta costi più alti a confronto di quelli sostenuti dalle autonomie locali del Nord. Queste circostanze sono a prima Assessore al Bilancio Regione Campania. vista ignorate dalla bozza Calderoli la Docente di Economia dello sviluppo Uniquale, riferendosi ai contenuti essen- versità degli Studi Roma 3.


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MONITORARE IL CORRETTO UTILIZZO DEL FONDO PEREQUATIVO Luca Antonini La bozza del disegno di legge sul federalismo fiscale elaborata dal Governo, ad un’analisi approfondita dei suoi contenuti, contiene soluzioni innovative e nel contempo rappresenta un’importante sintesi dei lavori degli ultimi anni: nel periodo 2003-2006 si è svolto l’importante lavoro dell’Alta commissione di studio sul federalismo fiscale; nella scorsa legislatura sono stati avviati diversi gruppi di lavoro e la discussione è poi continuata fino ad arrivare al d.d.l. approvato nell’estate 2007 dal Consiglio dei Ministri. Questo percorso ha offerto alle Regioni l’occasione di maturare una comune e fondata presa di posizione su alcune soluzioni decisive, evidenziate poi in un documento ufficiale della Conferenza dei Presidenti. Il testo del Governo Prodi, pur contendo diverse scelte condivisibili, nella sua versione finale risultava però inquinato da impostazioni troppo stataliste e poco rispettose dell’autonomia regionale. Il nuovo disegno di legge riprende le buone soluzioni del testo Prodi, anche in tema di perequazione, ma nello stesso semplifica il quadro dagli eccessi di statalismo e rivaluta con intensità l’autonomia regionale. Tiene conto del documento delle Regioni, porta a sintesi gli approfondimenti svolti nelle diverse sedi di studio, si spinge su

alcune soluzioni innovative presenti in altre recenti proposte. Con queste premesse il nuovo disegno di legge può avere ottime possibilità di arrivare al traguardo di diventare la prima organica attuazione del nuovo art.119 della Costituzione e realizzare quindi in Italia quella riforma che, in fondo, è la madre di tutte le altre: la posta in gioco nell’attuazione del federalismo fiscale è, infatti, la vera riforma dello Stato. Su questo sta iniziando a maturare una consapevolezza bipartisan. Fino a poco tempo fa, invece, quando si parlava di federalismo fiscale incominciavano ad aleggiare i più disparati fantasmi e presto ci si ritrovava in una vera e propria Babele, dove si prospettava l’esplosione dei costi, l’aumento della pressione fiscale, la frattura del Paese. Così non si centrava mai il problema italiano, dove il federalismo è una grande “incompiuta”1, innanzitutto proprio per mancanza del federalismo fiscale. Forse i rifiuti di Napoli hanno insegnato qualcosa. Sta diventando evidente che è proprio la mancanza di federalismo fiscale ad affossare la competitività del sistema, a rischia-

re di spaccare il Paese, a determinare l’esplosione dei costi. Senza federalismo fiscale, infatti, lo Stato non si ridimensiona, nonostante abbia ceduto forti competenze legislative e amministrative, e le Regioni e gli Enti locali non si responsabilizzano nell’esercizio delle nuove compente ricevute con la Bassanini (1998) prima e con la riforma costituzionale (2001) poi. Non è un caso che negli ultimi anni, la Corte costituzionale abbia sottolineato in numerose occasioni l’urgenza di dare attuazione legislativa all’art.119 della Costituzione: già la sentenza n. 370/03 affermava: “appare evidente che l’attuazione dell’articolo 119 della Costituzione sia urgente al fine di concretizzare davvero quanto previsto nel nuovo Titolo V della Costituzione”. È indubbio che il processo federale o è fiscale o non ha alcuna valenza efficace. Da quel momento sono ormai passati diversi anni, ma il traguardo del federalismo fiscale non è stato raggiunto. Mante1   Cfr. BERTOLISSI, La diaspora dei Comuni e l’esigenza di giustizia, in Fede- nere un modello di sostanziale “firalismo fiscale, n. 1/2007, 6, che definisce nanza derivata” in un Paese che con l’Italia “il Paese delle incompiute”. la riforma costituzionale del 2001

ha decentrato forti competenze legislative crea infatti gravi confusioni, dissocia la responsabilità impositiva da quella di spesa, genera una situazione istituzionale che rende ingovernabili i conti pubblici e dove si favoriscono la duplicazione di strutture, l’inefficienza e la deresponsabilizzazione. Lo dimostrano numerosi dati della spesa pubblica degli ultimi anni sia sul fronte statale che su quello regionale. Sul fronte statale un dato dimostra il problema: negli ultimi anni la spesa per la dirigenza dei Ministeri centrali è aumentata del 97,9% (Eurispes). Inoltre, il numero dei dirigenti dei Ministeri centrali, dopo la riduzione di circa 1.000 unità tra il 1991 e il 1998 (da 5.600 a 4.600), nel periodo successivo (fino al 2002) ha raggiunto il numero di 5.900. Si è così ampiamente superato lo stesso livello di partenza, moltiplicando le strutture amministrative proprio nel momento in cui si doveva invece attuare il federalismo amministrativo e l’esternalizzazione dei servizi!


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Lo stesso è avvenuto per la spesa delle amministrazioni centrali dello Stato che, come recentemente ha dimostrato una ricerca condotta da Astrid, è enormemente aumentata negli ultimi anni, nonostante il (finto) federalismo. Sul fronte regionale altrettanti dati confermano la deresponsabilizzazione: con il decreto salva deficit di giugno 2007 e con la finanziaria per il 2008 sono stati stanziati complessivamente ben 12,1 miliardi di euro a favore delle Regioni in rosso (Abruzzo, Campania, Lazio, Molise, Sicilia). Il costo per ogni italiano (neonato compreso) è stato di 250 Euro. L’organizzazione sanitaria è ormai materia di competenza esclusiva regionale, ma lo Stato continua con i ripiani a piè di lista, stile anni ’80. Se si premia chi ha più creato disavanzi, per quale motivo le amministrazioni locali dovrebbero chiedere sacrifici ai propri cittadini piuttosto che fare politiche demagogiche creando disavanzi destinati prima o poi ad essere coperti dalle tasse di tutti gli italiani? Un altro dato: Il Molise – beneficiario del decreto salva deficit - ha 288 dipendenti regionali ogni 100.000 abitanti, la Calabria ne ha 257, contro i 43 della Lombardia e i 69 del Veneto. Le spese di funzionamento di Molise, Basilicata, Umbria, Abruzzo e Campania presentano valori compresi tra i 180 e i 380 euro per abitante2. Il Veneto, però spende all’anno meno di 100 euro procapite per far funzionare la macchina amministrativa regionale. Un sistema di finanza derivata, con ripiani a piè di lista alle amministrazioni inefficienti o con criteri basati sulla spesa storica finisce per premiare chi ha più creato disavanzi, favorisce una politica dell’inefficienza. Un sistema di finanza derivata finisce cioè per consacrare il principio per cui chi più ha più speso in passato può continuare a farlo, mentre chi ha speso meno - perché è stato più efficiente - deve continuare a spendere di meno. Senza rovesciare questa dinamica e senza reali incentivi all’efficien-

lazione meridionale, che il federalismo fiscale costituisce un passaggio indispensabile per combattere l’inefficienza e modernizzare alcuni elementi del “patto fiscale” rendendolo più conforme al principio no taxation without representation. Come diceva Einaudi, infatti, “il cittadino vuole sapere perché paga le imposte”. In assenza di federalismo fiscale, invece, non si potranno attivare meccanismi di responsabilizzazione verso gli elettori locali, e non si potrà favorire la trasparenza delle decisioni di spesa e la loro imputabilità. Senza queste condizioni la spesa pubblica in Italia non potrà essere contenuta in modo efficace e senza gravi distorsioni. È urgente quindi che quella sinora è stata una pagina “bianca” della nostra storia repubblicana venga scritta con equilibrio e sulla base di un largo consenso. Il confronto sul nuovo disegno di legge che si è avviato con le Regioni e gli Enti locali 3   BURATTI, Editoriale: un federali- si sta muovendo all’interno di un cli2   Cfr. Unioncamere Veneto, I costi smo da ripensare, in Federalismo fiscale, ma di sostanziale condivisione del-

del “non federalismo”, Venezia, 2007

za non si potranno creare sufficienti motivazioni per una razionalizzazione della spesa pubblica. L’esperienza della sanità è molto significativa al riguardo: i costi per l’erario sono quasi raddoppiati in 10 anni passando dai 55,1 miliardi del 1998 ai 101,4 miliardi del 2008; e questo nonostante le misure di contenimento previste nelle leggi finanziarie di quegli anni3. Rispetto a questo quadro, è significativo che nel recente rapporto sulle riforme istituzionali di Fondazione per la Sussidiarietà si dimostri come il 60,8% degli intervistati, a livello nazionale, ritenga che il federalismo fiscale possa consentire una maggior efficienza e trasparenza del prelievo fiscale, e/o minori sprechi a livello regionale o locale. Nella generalità dell’opinione pubblica, nonostante la complessità dell’argomento e la retorica che spesso ha inquinato il dibattito, sta quindi maturando la consapevolezza, anche tra la popo-

n. 2/2007, 4 ss

le linee di fondo, e l’impianto del testo sembra in grado di recepire e armonizzare le principali richieste avanzate. Entrando nel merito, il nuovo disegno di legge si struttura su alcuni punti fondamentali: delinea innanzitutto una serie di principi e criteri direttivi di carattere generale diretti a informare lo sviluppo dell’intero sistema di federalismo fiscale. Si tratta, per la maggior parte - anche se il quadro è stato arricchito da diverse soluzioni innovative - di principi di coordinamento e di soluzioni in tema di perequazione che hanno ottenuto un’ampia e comune condivisione all’interno degli studi e delle elaborazioni richiamate in apertura. Si prevede un adeguato livello di flessibilità fiscale nello sviluppo del disegno complessivo attraverso la previsione di un paniere di tributi propri e compartecipazioni la cui composizione è rappresentata in misura rilevante da tributi manovrabili, in un contesto dove viene però ribadita l’esigenza della semplificazione, della riduzione degli adempimenti a carico dei contribuenti, l’efficienza nella amministrazione dei tributi, la razionalità e coerenza dei singoli tributi e del sistema nel suo complesso. In questo modo si garantisce in modo ordinato sia la responsabilizzazione finanziaria delle Regioni e degli Enti locali sia la possibilità di sviluppare, a livello regionale e locale, politiche economiche anche attraverso la leva fiscale dirette a permettere la piena valorizzazione, ad esempio anche attraverso speciali esenzioni, deduzioni e agevolazioni, delle risorse presenti sui territori. Si tratta di un’ottica di applicazione della sussidiarietà fiscale che permette ai territori di incentivare le loro vocazioni e i loro punti di forza, offrendo una possibilità di intervento mirata che non sarebbe egualmente possibile con misure adottate in modo uniforme sul territorio nazionale dal livello centrale. Un esplicito riconoscimento della leva fiscale per valorizzare la sussidiarietà orizzontale4 è, peraltro, ri4   Cfr. sul nesso tra federalismo fiscale e sussidiarietà orizzontale, sia consen-


badito nell’art.2, lett. v. L’autonomia impositiva regionale e locale è quindi sensatamente valorizzata: incentivare fiscalmente certe categorie di imprese, il rispetto di standard di rispetto ambientale, o i soggetti non profit che svolgono una funzione sociale, può diventare finalmente contenuto pieno di una politica fiscale regionale. In questo modo l’autonomia impositiva regionale può svilupparsi “verso il basso”, in chiave incentivante. La stessa autonomia però sarà costretta a svilupparsi verso l’alto, aumentando entro certi limiti l’imposizione, nel caso di cattive gestioni, ad esempio perché non si riduce al costo standard (v. infra) la spesa per determinati servizi, cioè non ci si preoccupa di rimediare a quelle inefficienze per cui uno stesso servizio in altra Regione viene a costare, alla stessa qualità, molto di meno. Autonomia e responsabilità sono quindi virtuosamente coniugate, valorizzando la possibilità di razionalizzazione della spesa e il controllo democratico degli elettori locali. C’è molto bisogno di questo: altrimenti un federalismo come quello voluto dalla riforma costituzionale del 2001, che ha decentrato forti competenze legislative, se permane uno schema di finanza derivata, rischia di lasciare il Paese a metà del guado, nella peggiore delle situazioni possibili dove lo Stato non si ridimensiona e Regioni e Enti locali non si responsabilizzano. Il federalismo fiscale è l’antidoto a questa - altrimenti devastante - situazione di stallo. Il disegno di legge fissa quindi il quadro istituzionale dei rapporti finanziari tra i vari livelli di governo stabilendo in particolare l’avvio di un percorso graduale, caratterizzato da una fase transitoria, diretta a restituire razionalità alla distribuzione delle risorse, rendendola coerente con il costo standard delle prestazioni erogate. Per mettere a frutto le potenzialità positive del federalismo, viene infatti disposto il graduale superamento, per tutti i livelli istituzionali, del criterio della spesa storica, che va a sostan-

ziale vantaggio degli enti meno efficienti e favorisce la deresponsabilzzazione. La spesa storica, infatti, riflette sia i fabbisogni reali (quelli standard) riferiti al mix di beni e servizi offerti dalle Regioni e dagli altri Enti locali, sia vere e proprie inefficienze. Mentre il primo elemento ha una valenza economica e sociale significativa, l’ultimo rappresenta un elemento negativo che non merita riconoscimento5. Occorre quindi individuare parametri di spesa standard per cui nell’assetto a regime i fabbisogni di spesa non dovranno semplicemente coincidere con la spesa storica, come di fatto avviene oggi. In questo quadro si sviluppa l’importante disegno di perequazione che traduce il principio costituzionale di solidarietà coniugandolo con quello di buona amministrazione. Peraltro, per le funzioni non riconducibili ai livelli essenziali (relativi a sanità, istruzione e assistenza sociale), per le quali l’uniformità nei livelli dei servizi sul territorio non solo non è necessaria, ma può essere perfino controproducente, viene previsto un sistema di perequazione basato più semplicemente sulla riduzione delle capacità fiscali. Si tratta in ogni caso di una parte decisamente minore della spesa regionale e locale, in considerazione anche del fatto che pure per il trasporto pubblico locale è sostanzialmente previsto il finanziamento al costo standard. Viene infine stabilito il principio per cui la perequazione sia applicata in modo tale da ridurre le differenze tra i vari territori, ma senza alterare l’ordine delle graduatorie (collocando, dopo la perequazione, la Regione più ricca ad un livello più basso di quella più povera). Si tratta di un principio in atto in altri ordinamenti regionali e federali che riprende, ad esempio, quello sancito dalla Corte costituzionale tedesca nella sentenza dell’11 novembre 1999 (BVerfGE 101, 158), all’origine della riforma del federalismo fiscale in Germania. Altri importanti principi di coordinamento vengono ad informa-

tito rinviare ad ANTONINI, Sussidiarietà fiscale. La frontiera della democrazia, Milano, 2005.

  Cfr. BIAGI, Federalismo fiscale: analisi e proposte, in Federalismo fiscale, n.2/2007. 5

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re il disegno complessivo - molti riprendono quelli elaborati dall’Alta Commissione, ad esempio il divieto di esportazione delle imposte - in particolare quello della territorialità nell’attribuzione dei gettiti, in modo da responsabilizzare le politiche territoriali nel favorire dinamiche di sviluppo6. Un particolare ruolo, infine, viene assegnato ad un organo di coordinamento, la Conferenza per il coordinamento della finanza pubblica, composta da rappresentanti tecnici e politici di tutti i livelli istituzionali, chiamata non solo ad elaborare tutti gli elementi conoscitivi utili alla predisposizione dei decreti legislativi, ma anche a regime a monitorare il corretto utilizzo del fondo perequativo secondo principi di efficacia e efficienza. Da questo punto di vista,

si introduce una forma di monitoraggio multilaterale che può fare leva sul contrasto di interessi fra le Regioni che finanziano il fondo perequativo e le Regioni che ricevono i contributi perequativi, in quanto le prime hanno interesse, se non a limitare i trasferimenti perequativi, quanto meno a sollecitare un impiego produttivo dei fondi da parte delle Regioni riceventi7. In tal caso, infatti, attraverso il processo di sviluppo che si realizza, tutte le Regioni condividerebbero i benefici della crescita. La soluzione di prevedere uno specifico organo di coordinamento, si ritrova spesso nei sistemi federali che definiscono idonee sedi istituzionali, che garantiscono efficaci procedure di confronto e di monitoraggio sugli strumenti e sugli obiettivi della politica finanziaria. L’analisi comparata delle diverse soluzioni “organizzative” che in tema di 6   La delega contiene anche una pre- coordinamento della finanza pubblivisione diretta a permettere lo sviluppo di ca sono state sviluppate da realtà isti-

forme di fiscalità di vantaggio. Sul punto cfr., amplius, ANTONINI (a cura di), Prospettive della sussidiarietà: la fiscalità regionale di vantaggio, Napoli, 2007.

7   Cfr. in tal senso BURATTI, Editoriale: un federalismo da ripensare, cit., 6 ss.


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tuzionali per molti aspetti assimilabili a quella italiana, fornisce un termine di paragone senz’altro opportuno. Ad esempio in Spagna un ruolo rilevante è svolto dal Consiglio di Politica Fiscale e Finanziaria istituito dall’articolo 3 della LOFCA. Nel federalismo tedesco il Consiglio di Pianificazione Finanziaria (Finanzplanungsrat) è disciplinato dall’articolo 51 della Legge tedesca sui principi di bilancio (Haushaltsgrundsatzegesetz) che ne descrive la composizione e le competenze quale organo di coordinamento delle finanze della Federazione, dei Länder, dei Comuni e delle Unioni di Comuni. Il Finanzplanungsrat svolge rilevanti funzioni consultive in rapporto alla definizione delle politiche di bilancio dei diversi livelli di governo, analizzando l’incidenza dei vari fattori socio-economici sugli equilibri della finanza pubblica. In particolare mira a garantire il puntuale rispetto dei vincoli posti dall’articolo 104 del Trattato Ce e dal Patto europeo di stabilità e crescita, contribuendo alla definizione del Programma di stabilità, formulando raccomandazioni sulla gestione delle politiche di spesa e monitorando gli andamenti dei conti pubblici. Le determinazioni del Finanzplanungsrat sono formalmente prive d’efficacia vincolante, ma esercitano una notevole influenza sui contenuti dei dibattiti parlamentari e sono tenute in grande considerazione dalle istituzioni comunitarie e dai mercati finanziari. L’elevatissimo contenzioso costituzionale e i forti attriti tra Stato, Regioni e Enti locali che in modo ricorrente negli ultimi anni si sono sviluppati in Italia in occasione della manovra finanziaria, nel confronto con l’esperienza spagnola e tedesca sembrerebbero dimostrare come, anche nel nostro Paese e soprattutto nell’attuale fase di transizione (e nelle more della istituzione di un futuro Senato federale), possa ritenersi fondamentale l’introduzione di un organo di questo tipo. Una seconda parte del disegno di legge riguarda l’assetto della finanza delle Province e dei Comuni, e in particolare il ruolo di coordinamento svolto dallo Stato e dalle Regioni (alle quali, secondo la Costituzione, è affi-

data in materia una competenza legislativa concorrente). La scelta operata è quella di configurare un assetto della finanza comunale dove viene attribuito un ruolo importante alle Regioni nel delineare schemi concreti di coordinamento della finanza dei Comuni, nel rispetto – per quanto riguarda la perequazione – dei criteri generali fissati nel disegno di legge di delega, che costruiscono quindi una opportuna garanzia per gli Enti locali. Riguardo alle fonti di finanziamento degli Enti locali, si prevede che sia lo Stato a individuare i tributi propri dei Comuni e delle province; definirne i presupposti, soggetti passivi e basi imponibili; stabilirne le aliquote di riferimento valide per tutto il territorio nazionale. Il recente confronto con i Comuni sembra destinato a condurre alla prefigurazione di un importante tributo locale, probabilmente assiso sui patrimoni immobiliari e istituito dalla legge statale, nel quale concentrare le altre forme impositive sugli immobili oggi sparse in altre imposte erariali. In questo modo anche la perequazione loca-

per prestazioni o servizi offerti anche su richiesta di singoli cittadini. Infine viene disciplinato il coordinamento tra i diversi livelli di governo prevedendo che i decreti legislativi introducano alcune soluzioni innovative come quella di rendere evidente l’ordine della graduatoria delle capacità fiscali; che le Regioni, al fine del raggiungimento degli obiettivi sui saldi finanza pubblica, possano adattare, previa concertazione con le proprie autonomie, le regole e i vincoli posti dal legislatore nazionale, differenziando le regole di evoluzione dei flussi finanziari dei singoli Enti locali in relazione alla diversità delle situazioni finanziarie. Al fine di evitare misure che spesso hanno comportato un’indistinta compressione dell’autonomia di spesa per tutti gli enti a prescindere dalla qualità della gestione, viene previsto, inoltre, a favore degli enti più virtuosi un sistema premiante mentre agli enti che non hanno raggiunto gli obiettivi viene fatto divieto di procedere alla copertura di posti di ruolo vacanti nelle piante organiche e di iscrivere in bilancio spese per attività discrezionali Sono previsti, inoltre, meccanismi automatici sanzionatori degli organi di governo e amministrativi nel caso di mancato rispetto degli equilibri e degli obiettivi economico finanziari assegnati alla Regione e agli Enti locali. Riguardo al sistema gestionale dei tributi e delle compartecipazioni si prevede una delega diretta a garantire adeguate forme di collaborazione delle Regioni con le Agenzie regionali delle entrate in modo da configurare dei centri di servizio regionali per la gestione organica dei tributi erariali, regionali e degli enti locali. In questo modo, anche nel combinato disposto con il principio di territorialità, si prefigura una importante riforma diretta a consentire la diretta imputazione dei gettiti alle realtà istituzionali del territorio, che viene infine valorizzato anche attraverso la delega per l’attribuzione a Comuni, Province, Città metropolitane e Regioni di un proprio patrimonio.

le affidata alle Regioni diventerebbe una scelta meno traumatica per gli Enti locali. Alle Regioni, nell’ambito dei loro poteri legislativi in materia tributaria, in ogni caso si riconosce la potestà di istituire nuovi tributi comunali e provinciali nel proprio territorio, specificando gli ambiti di autonomia riconosciuti agli Enti locali, sempre senza insistere su basi imponibili già coperte dall’imposizione statale. In questo modo il finanziamento per gli Enti locali delle funzioni fondamentali e dei livelli essenziali delle prestazioni da esse implicate avviene in base alla capacità fiscale e al costo standard ed è assicurato dai tributi propri, dalle compartecipazioni al gettito di tributi erariali e regionali e dal fondo perequativo. Gli Enti locali, in ogni caso, dispongono del potere di modificare le aliquote dei tributi loro attribuiti dalle leggi, nonché di introdurre agevolazioni, entro i limiti fissati dalle stesse leggi. Agli Enti locali, inoltre, si riconosce, nel rispetto delle normative di settore, una piena au- Ordinario di diritto costituzionale Univertonomia nella fissazione delle tariffe sità di Padova.


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sui VESPRI NAPOLETANI DI PONTICELLI Domenico Pizzuti S.I.

Una ricostruzione dei fatti Le vicende dello sgombero forzato dei campi di romeni dal quartiere napoletano di Ponticelli sotto la pressione di gruppi della popolazione esasperata e manovrata da nascosti fili (ma non tanto) costituiscono un’autentico affaire che va disvelato con una corretta informazione ed interpretazione per cogliere la posta in gioco, gli attori secondo una regia nascosta ma reale, ed il concorso di fattori e disfunzioni che emergono alla prova dei fatti. In primo luogo, la posta in gioco era la disponibilità di un’area occupata da campi abusivi di famiglie di Rom per la costruzione di abitazioni, servizi privati e pubblici, per la quale secondo il Programma di Recupero Urbano (PRU) approvato dalla Giunta Comunale erano destinati 67 milioni di euro. Se entro il 4 agosto 2008 non iniziavano i lavori dei cantieri venivano revocati i finanziamenti ministeriali con una perdita non solo per le imprese edili. Questo è il primo fatto ma altrettanto scatenante nella situazione di crescente degrado del quartiere è stato, a nostro avviso, il recupero di una sicurezza esistenziale minacciata non solo dai Rom “ladri di bambini” – secondo uno stereotipo diffuso e confermato da un presunto rapimento di un bambino – e più in generale dal diverso che disturba per stile di vita e manifestazioni di devianza da standard sociali (sporcizia, roghi di copertoni per estrarne il rame, accattonaggio, ecc.). Quindi disponibilità di un’area da acquisire con modalità civili e così per il rapporto con il diverso da accogliere civilmente in vista di una possibile inclusione sociale. Attore, non immediatamente delle aggressioni e dei roghi, è la rappresentanza della Municipalità che a più riprese aveva chiesto lo sgombero dei campi dall’area per l’attuazione del PRU con l’appoggio pubblico negli

ultimi giorni anche di componenti del PD con un manifesto anti-Rom, senza che per responsabilità non chiare si trovassero soluzioni abitative alternative per i Rom romeni nell’ambito del quartiere o nelle vicinanze. Lo sgombero dei campi era stato d’altra parte programmato dalla Prefettura di Napoli, ma è stata preceduta stranamente dai moti popolari anche sotto l’onda di un presunto rapimento di un bimbo da parte di una giovane Rom da accertare dalla Magistratura. Sul fronte delle aggressioni ai vari campi sono state in prima fila donne vocianti contro i Rom “ladri di bambini” ed i facinorosi scorazzanti con moto a lanciare bombe molotov per incendiare le baracche ed impedire il ritorno dei Rom alle baracche di legno e latta. Quale il ruolo della camorra o dei clan locali normalmente interessati ad infiltrarsi nei settori dell’edi-

lizia e dei lavori pubblici? Secondo i Servizi dietro i raid ed i roghi non ci sarebbe la regia dei boss, ma un secondo livello della malavita fatto di focolai più o meno spontanei, esasperazione popolare e trame, a nostro avviso secondo una “giustizia fai da te” di gruppi usi alla violenza per la soluzione dei conflitti di una gravità non sottolineata abbastanza (La Repubblica Napoli, 17 maggio 2008, p.V). Risulta in parte smentita l’interpretazione corrente per certi versi assolutoria che attribuiva raid e roghi alla mitica camorra e la responsabilità di tutta la triste vicenda, mettendo in ombra altre responsabilità, ritardi e disfunzioni istituzionali e sociali. Tutta la vicenda svoltasi nei “Vespri di Ponticelli” con i raid progressivi contro i diversi campi fino all’eliminazione di tutti i Rom dal quartiere dimostra senza ombra di dubbio un

disegno concertato mirante alla cacciata di tutti i Rom dal quartiere con primari e comprimari per un intreccio di interessi politico-affaristici e criminali che va disvelato. È quindi un affaire orchestrato sulle vite delle famiglie Rom di Ponticelli, di cui alcune tra l’altro portavano le ferite di precedenti espulsioni da Casoria e dal Frullone, che rischiano di essere trattati come rifiuti umani da espellere dalla vista. Ne si possono tacere i ritardi e l’inconcludenza dell’amministrazione comunale napoletana nei riguardi di sistemazioni vivibili di Rom romeni o meno, anche se non si riscontra come in altre realtà del paese un pregiudiziale atteggiamento di ostilità, e progetti ventilati di strutture di prima accoglienza per Rom romeni da parte dell’Assessorato alle politiche sociali come la Scuola “Deledda” non hanno avuto finora attuazione. Per onestà culturale, a parte alcuni pochi gruppi volontari operanti a favore dei diritti delle popolazioni Rom, bisogna altresì interrogarsi sulla latenza ed indifferenza della società civile ed in particolare del Terzo settore per quanto riguarda iniziative di accoglienza e di integrazione di Rom e simili, per non gettare la croce solo su alcuni. In questo campo si nota un ritardo culturale prima che politico nei riguardi delle politiche di accoglienza ed integrazione sociali di immigrati e Rom.

Un quartiere ed una città chiamati ad una rielaborazione I “Vespri di Ponticelli” non debbono facilmente essere archiviati ma approfonditi negli studi perché ci sono ancora aspetti che debbono essere chiariti. Essi sono stati una sconfitta non solo per un quartiere, ma per un’intera città con la sua classe dirigente politico-amministrativa alle prese con i roghi dei rifiuti che si accumulano nelle strade e soprattut-


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to per l’umanità dei napoletani subissata dalle voci delle donne scatenate contro altre donne e dai fumi delle baracche incendiate. E per la stessa cristianità che non sempre riesce a modellare un ethos di accoglienza in situazioni di disagio sociale. Ha fatto bene l’Istituto scolastico del 57esimo circolo di via Volpicella a Ponticelli a rielaborare con i propri alunni attraverso compiti in classe, disegni, incontri con le associazioni territoriali le tristi vicende dei roghi delle baracche dei Rom per allontanarli definitivamente dal quartiere. I compiti di pochi alunni che giustificano le violenze compiute sono certo espressione di discorsi ed atteggiamenti diffusi nel proprio ambiente di vita, che hanno costituito l’humus delle aggressioni da parte di gruppi esasperati della popolazione,

di una zona grigia di subculture popolari a cui dedicare attenzione per un’opera di crescita e bonifica culturale. Riteniamo che questa rielaborazione iniziata nelle aule scolastiche debba diventare un fatto collettivo del quartiere e dell’intera città non tanto e non solo per individuare i responsabili delle violenze incendiarie, ma le radici di un disagio e di una ostilità diffusa nei confronti dei Rom – nonostante radicate tradizioni di tolleranza e solidarietà del quartiere – che ha condotto alla loro cacciata secondo una orchestrazione delle aggressioni in un arco di 36 ore che rimane tuttora da decifrare in tutti i suoi aspetti. A questa opera devono contribuire tutte le agenzie educative, in primis la scuola con i suoi strumenti, ma anche le famiglie, le associa-

zioni, le comunità cristiane del territorio, e ovviamente gli intellettuali, che non vogliano archiviare senza una rielaborazione fatti che hanno inferto una ferita non solo all’umanità dei Rom ma a quella dei cittadini napoletani. Si tratta non tanto e non solo di cacciare lo straniero (l’hostis semanticamente ospite ma anche nemico), il nemico che infesta il proprio territorio, ma di purificare la coscienza collettiva da ingiustificate ostilità contro lo straniero, il diverso, l’altro che costituisce una minaccia alla propria tranquillità e sicurezza Occorre a questo scopo un’accurata informazione (o controinformazione) sulle condizioni delle popolazioni Rom che insistono sui nostri quartieri e sui progetti di accoglienza da parte delle istituzioni comunali

tardive e latitanti, una ricostruzione attenta dei fatti dei “Vespri napoletani” di Ponticelli con un’operazione di pulizia etnica che ha finito per togliere le castagne dal fuoco anche per coloro che materialmente non si sono sporcate le mani Ma soprattutto da parte di operatori dell’informazione e della cultura mettere a fuoco un’immagine che sia espressione della vita, della storia e cultura di queste popolazioni per sfatare luoghi comuni e stereotipi infondati ed inverare la civiltà europea dei diritti. Post factum non basta invocare ipocritamente nuove iniziative di solidarietà nel quartiere se non si promuove una rielaborazione collettiva dei fatti che contribuisca a radicare sentimenti, atteggiamenti e comportamenti di tolleranza ed accoglienza nei confronti di stranieri immigrati.


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integrazione A

proposito

delle

ordinanze

sulle

comunità

nomadi

STATO   DI   EMERGENZ A E   D I G N I TÀ   D E L L E   P E R S O N E Manuela Siano

Hanno fatto e fanno ancora molto discutere le tre ordinanze di protezione civile, pubblicate nella Gazzetta Ufficiale del 31 maggio 2008, con le quali i Prefetti di Napoli, Roma e Milano sono stati nominati Commissari delegati per la realizzazione di tutti gli interventi necessari al superamento dello “stato di emergenza” in relazione agli insediamenti di comunità nomadi nei territori delle regioni Campania, Lazio e Lombardia. In particolare, l’art. 1, comma 2, sub.c), delle ordinanze prevede

che i Commissari delegati provvedano, tra l’altro, all’ “identificazione e censimento delle persone, anche minori di età, e dei nuclei familiari”, presenti nei campi autorizzati e negli insediamenti abusivi in cui albergano comunità nomadi, “attraverso rilievi segnaletici”. Ancorché non chiarito nel testo delle ordinanze, per rilievi segnaletici si intende la raccolta di impronte digitali dei rom e dei loro bambini. Da qui la polemica. Nella premessa dei provvedimenti colpi-

sce, innanzitutto, la ravvisata esigenza “di attivare tutte le iniziative volte a garantire il rispetto dei diritti fondamentali e della dignità delle persone” e ancora, procedendo nella lettura, merita una pausa l’art. 2 laddove stabilisce che “per la migliore efficacia delle azioni di propria competenza, i Commissari delegati possono attivare le necessarie forme di collaborazione con le Regioni, altri soggetti pubblici e, per i profili umanitari e assistenziali, con la Croce Rossa Italiana”.

Un primo interrogativo sorge spontaneo sul senso del richiamo ai diritti fondamentali e alla dignità delle persone per la messa in atto di interventi che, almeno prima facie, non spiccano certo per il profilo umanitario. L’Europa questo profilo proprio non l’ha ravvisato, ed ha fatto sentire alta la sua voce. Il Parlamento europeo ha, infatti, esortato le autorità italiane ad astenersi dal censire i nomadi attraverso la raccolta delle loro impronte digitali, ritenendo inammissibile soprattutto la violazione dei diritti fondamentali dei bambini e la loro criminalizzazione. Ma a nulla è servito l’esplicito invito a tutti gli Stati membri ad abrogare le leggi che discriminano i rom contenuto nella risoluzione adottata dal Parlamento il 7 luglio scorso. Il censimento delle comunità nomadi, ufficialmente iniziato il 21 luglio 2008 nella capitale e ancora prima in Lombardia ed in Campania, è tuttora in progress. Rebus sic stantibus, è giusto chiedersi dove vuole arrivare tale censimento. Una schedatura su base etnica può, infatti, creare forme di segregazioni inaccettabili in una democrazia. Le perplessità, tuttavia, vanno ben oltre il temuto e discusso censimento. La forma prescelta per i provvedimenti è quella dell’ordinanza contingibile ed urgente fondata sulla legge 225 del 1992, che disciplina i poteri del Presidente del Consiglio dei ministri in caso di calamità. Ne consegue che la dichiarazione dello stato d’emergenza, adottata in data 21 maggio 2008, necessaria per poter attivare misure urgenti con stanziamento di risorse adeguate, diventa il presupposto dell’adozione delle ordinanze in questione. Ora, che nel corso degli anni


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si sia sedimentata una situazione di grave degrado in diverse aree italiane nelle quali sono presenti insediamenti nomadi è fuori dubbio, ma da qui a considerare i nomadi come una “nuova” e “localizzata” emergenza, come una calamità naturale, una catastrofe, un terremoto, uno tsunami o qualsiasi altro evento di tale intensità ed estensione da fronteggiare - solo - con mezzi e poteri straordinari (così art. 2, comma c), della predetta legge 225 del 1992), ce ne passa. Posto tuttavia che di emergenza si possa o si voglia parlare, l’elemento di novità sfugge davvero. I nomadi esistono nel nostro Paese da secoli ed è poco credibile che siano diventati una catastrofe solo negli ultimi mesi, che siano esplosi dal nulla come lapilli di un vulcano improvvisamente in eruzione. Se ciò non è verosimile per il territorio della regione Campania dove il Vesuvio sta buono da anni, ancor meno lo è per quello delle regioni Lazio e Lombardia dove non c’è neanche l’ombra di un vulcano… Va ricordato, poi, che i nomadi sono diffusamente presenti nell’intero Paese e meraviglia la scelta di adottare delle misure straordinarie unicamente in relazione a quelli stabilitisi intorno a Napoli, Roma e Milano. Forse che la pericolosità dei rom “calabresi” piuttosto che di quelli “fiorentini” o “torinesi” sia minore? L’emergenza, in realtà, non è nuova e nemmeno localizzata. Preoccupa, inoltre, che per superare l’asserita emergenza sia necessario disapplicare la normativa normalmente in vigore, il che equivale a sospendere il principio di legalità per un periodo di tempo non meglio precisato dalle ordinanze stesse. Tale categoria di ordinanze consente, infatti, la facoltà di derogare a disposizioni normative vigenti tassativamente elencate, ma non può in alcun modo derogare ai principi generali dell’ordinamento giuridico e alle direttive comunitarie. Peccato che, nello specifico, i provvedimenti vadano a violare il divieto di discriminazione diretta e indiretta, previsto proprio da una direttiva comunitaria, la direttiva n.

2000/43/CE che attua il principio della parità di trattamento fra le persone indipendentemente dalla razza e dall’origine etnica, sancito dal Trattato Ue. Le conseguenze di ciò non sono trascurabili, in quanto i principi della parità di trattamento e della non discriminazione sono da sempre al centro del modello sociale europeo e costituiscono uno dei capisaldi dei diritti e dei valori fondamentali dell’individuo che sono alla base dell’odierna Unione europea. I rom, come sottolineato dai deputati europei nella citata risoluzione, sono sempre stati e purtroppo restano “uno dei principali bersagli del razzismo e della discriminazione”. Suscita pertanto inquietudine l’affermazione, contenuta nelle ordinanze, secondo la quale la presenza di campi rom attorno alle grandi città costituisce - in re ipsa - una grave calamità sociale, con ripercussioni

sull’ordine pubblico e la sicurezza tali da giustificare la dichiarazione di uno stato di emergenza. Intanto, negli ultimi mesi sembra proprio che ogni problema tenda all’emergenza. Ma è davvero necessario gridare la parola “emergenza” per fenomeni fisiologicamente patologici? Pare di sì. Il 25 luglio 2008 è di nuovo emergenza con l’ennesima dichiarazione dello stato d’emergenza su tutto il territorio nazionale per “il persistente ed eccezionale afflusso di extracomunitari”. Quest’ultima dichiarazione sembra ribadire che ormai tutto ciò che viene percepito come potenziale pericolo per la sicurezza assume, quasi in automatico, il carattere dell’emergenza. In tale clima, la vera emergenza è un’altra: è l’emergenza di integrare chi, in quanto diverso, vive ai margini della nostra società. Il superamento di quest’emergenza non

è cosa semplice in Italia. La nostra storia rileva, infatti, un approccio al fenomeno migratorio più contro che a favore. Ciò, probabilmente, perché si è sempre enfatizzato l’aspetto problematico di una possibile convivenza con le diversità e strumentalizzata l’illegalità laddove presente. Eppure anche nei campi rom per sconfiggere l’illegalità si potrebbe cominciare dal fornire assistenza, dall’educare e dal condurre i nomadi e i loro bambini verso condizioni di vita più dignitose. Viviamo, invece, in una società sempre meno incline alla solidarietà e alla tolleranza. Una società ancora lungi dall’intuire che un programma di accoglienza e d’inserimento dei rom, attraverso politiche dell’inclusione piuttosto che dell’esclusione, sarebbe forse più efficace di qualsiasi schedatura nella lotta alla criminalità.


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   CONVERSAZIONI

Napoli vale la pena   

Clara Leonetti Prosegue il racconto delle vite di uomini e di donne che lavorano per rendere normale la legalità, l’operosità, che si impegnano per essere cittadini attivi. In questo numero le storie di un sacerdote Tonino Palmese, di un imprenditore cinematografico, Luciano Stella, di un magistrato, Franco Roberti. Tre persone di­­verse ma accomunate da una stessa passione civile e umana. Da un comune desiderio: rendere migliore Napoli.

Tonino Palmese sacerdote Aveva rimandato l’appuntamento diverse volte. I continui impegni, una convocazione improvvisa per presenziare a degli incontri, le riunioni con l’associazione, l’attività accademica. Tutto contribuiva a rendere difficile fissare una data, un orario. Non era la prima volta che mi capitava di constatare come la vita di un sacerdote fosse densa di impegni, con una agenda fitta di appuntamenti in cui era complicato riuscire ad inserirsi. Era stato difficile anche stabilire il luogo. Alla

fine avevamo concordato che ci saremmo visti nella sede del giornale diocesano “Nuova Stagione” a Largo Donnaregina accanto alla Curia. “Anche se – mi aveva precisato – potremo parlare un tempo limitato. Ho un appuntamento al centro Direzionale nel primo pomeriggio con Geppino Fiorenza per la nostra associazione “Libera”. Devo essere puntuale”. Un leggero moto, almeno interiore, d’impazienza l’ho avuto, ma non l’ho manifestato, consapevole che avrei a quel punto dovuto solo rinunciare alla nostra intervista. Solo dopo, al termine del nostro colloquio, mi sono resa conto che, probabilmente, la vita di alcune persone appartiene agli altri, è quasi interamente dedicata a seguire le tante vite che gli si affidano per cercare una via d’uscita, una risposta alle incongruenze della vita, alle tante, troppe ingiustizie. “Anche se nessuno di noi può pensare di salvare il mondo. Ognuno di noi può dare una mano a questo mondo perché si salvi. Ognuno di noi può restare al proprio posto, sapendo di non essere l’unica risposta, ma una risposta necessaria”. Don Tonino Palmese è un sacerdote, o meglio è un salesiano divenuto poi sacerdote. È alto, i capelli brizzolati, gli occhi azzurri, grandi dietro le lenti, concedono, spesso, al suo interlocuto-

re un generoso sorriso. È nato 51 anni fa nel popolare quartiere di Ponticelli. Unico figlio, il padre era un operaio dei cantieri navali del porto di Napoli morto a soli 59 anni, la mamma casalinga. I primi segni di una vocazione, che lo avrebbe condotto a 20 anni a entrare nell’Ordine dei Salesiani di Roma, risalgono all’infanzia. Aveva sei anni, si trovava al ristorante con i suoi genitori e alcuni parenti. Il cameriere si avvicinò al tavolo per prendere l’ordinazione. Il piccolo Tonino, improvvisamente, scoppiò a piangere”. Trovavo ingiusto che quella persona dovesse servirci. Per il resto sono stato un bambino come gli altri. Ho studiato alla scuola elementare San Gio-

vanni Bosco di Ponticelli, la stessa in cui abbiamo dato vita, con l’associazione “Libera”, ad un progetto per l’integrazione dei bambini Rom che tanto scalpore ha suscitato recentemente per alcuni temi contrari, ma su cui purtroppo si è esagerato da parte dei mass‑media. Ho seguito, poi, gli studi magistrali. Sin dai 13 anni ho iniziato a frequentare, a Portici, l’oratorio dei Salesiani dove, poco alla volta, ho scoperto di avere la vocazione”. La formazione presso l’Ordine religioso dei Salesiani è durata circa 10 anni. Una formazione che, dopo un anno di noviziato, ha previsto un periodo a contatto con le realtà più povere e con persone disagiate, quindi 5 anni


40 di teologia presso l’Università Salesiana, la specializzazione e il dottorato di ricerca presso La Facoltà Teologica dei Gesuiti di Napoli dove poi ha preso avvio la sua attività di docente di Teologia. Tonino Palmese è stato ordinato sacerdote il 22 giugno del 1985 a Portici nel cortile dell’oratorio dei salesiani, dove da piccolo passava i suoi pomeriggi. Ad ordinarlo prete è stato il Cardinale venezuelano Rosalio Castillo Lara. Per raggiungere Largo Donnaregina avevo dovuto fare un breve tratto di strada a piedi lungo via Duomo. Lungo il percorso, invece di riflettere sulle domande che gli avrei dovuto porre, ho pensato alla mia fede carica di dubbi che mi spingono continuamente a cercare conferme, al mio desiderio di avere delle risposte chiare, alle mie aspettative nei confronti di chi dovrebbe essere in grado di dissipare almeno alcuni dubbi. Ma perché avere delle aspettative? Dovevo incontrare un sacerdote impegnato da anni contro la camorra, dedito all’insegnamento e all’educazione dei ragazzi, in particolare di quelli in difficoltà. Cosa c’entravano le mie domande senza risposta, il mio desiderio irrazionale di certezza con la conversazione che stavo per avere? Don Tonino mi aspettava nella sala riunioni di “Nuova Stagione”. Stava discutendo con una redattrice dell’organizzazione di una manifestazione. Mi ha sorriso. “Pochi minuti e sono da lei”. Perché ha preso gli ordini? È la prima domanda che gli ho posto appena ci siamo seduti uno di fronte all’altro. “Per un motivo serio e per uno scherzoso. Serio: perché in ogni vocazione c’è al fondo Dio che chiama; scherzosa, anche se non voglio con ciò banalizzare la mia scelta, è essere nato e vissuto in una famiglia rispettosa, attenta agli altri che mi ha educato sin da piccolo ad avere compas-

sione per ciò che mi circonda. Ho scelto di essere salesiano e poi prete nel senso che per me è stato fondamentale per diventare sacerdote entrare nell’Ordine dei Salesiani. Un Ordine che si basa sulla vita in comune e che ha come missione l’educazione e la formazione dei ragazzi”. Quali ragazzi? Che domanda banale. Napoli pullula di ragazzi che vivono per strada, che non frequentano la scuola dell’obbligo. È una delle città a più alto tasso di dispersione scolastica dell’Europa, una delle città con il più alto indice di minori a rischio, di minori che delinquono perché vengono indotti sin da piccoli a commettere piccoli furti, scippi, talvolta a essere i corrieri della droga. Negli anni 2005-2006 su una popolazione scolastica di 162.192 alunni di età compresa tra i 14 e i 18 anni, tra Napoli e provincia, 25.920 hanno abbandonato la scuola (16%). Nei primi sei mesi del 2008 i minori a rischio individuati sono stati 1.500 e circa 2.000 sono state le notizie di reato addebitate a minori compresi tra i 14 e i 18 anni. Per cui diventa indispensabile il lavoro di uomini, di donne che si impegnano, come dice Don Palmese, non per salvare il mondo ma per dare una mano perché si salvi. “La mia missione di educatore e di formatore – racconta – è la ragione stessa del mio Ordine. I salesiani seguono la regola di vita e di apostolato indicata da Don Giovanni Bosco e sono per questo interamente proiettati verso l’educazione dei ragazzi e su un’attività formativa che mira a intervenire prima che sia troppo tardi. Anche se, secondo me, non è mai troppo tardi nella logica provvidenziale di un educatore che incontra sul suo cammino un ragazzo in difficoltà. Ho quindi insegnato per diversi anni al Convitto Don Giovannei Bosco, quartiere Doganella. Il mio, il nostro scopo era togliere i ragazzi dalla strada e contribuire alla loro formazione umana e cristiana”.

Il metodo seguito è semplice da enunciare, probabilmente più complesso da attuare. Si basa su una serie di attività, complementari a quelle prettamente scolastiche e che si tenevano nella scuola statale Don Bosco di mattina, che comprendevano lo sport, il teatro, la musica. “I ragazzi che vivevano nel Convitto ci venivano affidati direttamente dal Tribunale minorile o dai Servizi Sociali del Comune. Ragazzi provenienti da ambienti poveri economicamente, culturalmente e socialmente. Con famiglie prive di interesse nei loro confronti. Lo scopo dell’educatore è seminare. Quasi mai chi semina raccoglie. Ma per me, per noi salesiani, l’importante era, è riuscire a risvegliare in quei ragazzi l’interesse alla vita, alla gioia di vivere”. Il Convitto San Giovanni Bosco è chiuso, ormai, da qualche anno. Ospitava 400 ragazzi tra i 10 e i 18 anni. Il salesiano Tonino Palmese ha continuato la sua missione di educatore in altri luoghi. Alla scuola dei Salesiani del Vomero per cinque anni e poi come Docente di Teologia all’Università Teologica di Napoli e all’Università Pontificia Salesiana di Roma, e di Pedagogia Generale al Suor Orsola Benincasa di Salerno, dove tuttora insegna. Sarà stato più facile insegnare ai ragazzi del Vomero. Affermo. “Assolutamente no. I bisogni sono diversi, ma il vuoto resta. I ragazzi a cui ho insegnato erano ragazzi provenienti da famiglie economicamente più abbienti, ma moralmente povere. Anche lì il mio impegno quotidiano è stato interessare i ragazzi. Riuscire a trasmettere attraverso l’esempio, la partecipazione ad attività per loro più coinvolgenti come il teatro, la musica e lo sport, modelli di vita positivi. Il punto è che la scuola non si preoccupa di formare l’individuo nella sua totalità: mente, corpo, spirito. Trascura quasi sempre gli aspetti spirituali, cura molto marginalmente quelli

legati alla salute del corpo e punta molto sulla mente. Va bene, ma per una scuola che si rivolge ad ambienti agiati e alle cui spalle c’è una famiglia solida”. Dei tanti ragazzi che Lei ha seguito, soprattutto al Don Bosco, quanti si sono salvati? Mi guarda con un’espressione quasi di rimprovero. “La quantità. È impossibile misurare il numero. Come Le dicevo poc’anzi l’educatore è, deve essere una persona generosa perché tutto ciò che riuscirà a seminare non sarà raccolto da lui. Anche se a sua volta può raccogliere la mietitura di altri. Dei tanti ragazzi che ho seguito con alcuni sono ancora in contatto. Di alcuni ho celebrato le nozze o battezzato i figli. Purtroppo però molti sono quelli, che una volta riconsegnati alle famiglie di origine o ritornati nei territori malsani di provenienza, non hanno più dato notizie”. La lotta alla povertà, all’abbandono morale e materiale di tanti bambini, di tanti adolescenti che popolano i vicoli, i quartieri, le strade di Napoli è una lotta faticosa. Aggravata dalla presenza diffusa sul territorio della camorra. Nel 1999 l’incontro con Rita Borsellino, sorella del Giudice Paolo Borsellino, ha segnato per Don Palmese l’inizio di un nuovo percorso: quello di un impegno cristiano e civile più intenso, reso ancora più forte dal contatto continuo con i familiari delle vittime di camorra. È entrato, infatti, nell’associazione “Libera” fondata nel 1992 da Rita Borsellino e da Don Luigi Ciotti e rappresentata a Napoli da Geppino Fiorenza. “Libera” è stato lo spartiacque che mi ha portato ad un impegno diretto contro la criminalità e per l’educazione alla legalità nelle scuole di Napoli e della provincia. 400 sono le scuole iscritte a “Libera” e che partecipano con propri progetti all’educazione alla legalità. “Il nostro compito è supportare le scuole nella redazione dei progetti, tenere discussioni sulla


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CONVERSAZIONI legalità a cui partecipano anche i familiari delle vittime per non dimenticare e per dare ai ragazzi una testimonianza concreta. Uno dei principali temi dell’associazione è la memoria. Per questo ogni anno, il 23 marzo, celebriamo in una città il giorno della memoria”. Nel 2009 sarà Napoli la città dove affluiranno, si prevede, oltre 100 mila persone per partecipare alla giornata in memoria delle vittime di camorra, di mafia. Percepisco dalla passione con cui mi parla di “Libera” di quanto sia per Lui importante, di quanta energia deve profondere in questa associazione e nei suoi compiti. Uno di questi è l’impegno per il riutilizzo dei beni confiscati alla criminalità organizzata. “Siamo riusciti, d’accordo con gli enti locali, a destinare alcuni beni confiscati ad usi sociali. A Giugliano, ad esempio, abbiamo adattato alcuni edifici del parco Rea a caserma, casa alloggio per disabili, a spazi ricreativi per i bambini. A Casal di Principe abbiamo destinato una villa confiscata ad un noto camorrista a biblioteca. Per dare maggiore forza a questo nostro impegno, oltre ad aver costituito un tavolo permanente dei familiari delle vittime, abbiamo deciso di aderire come “Libera” alla nuova Fondazione a favore dei familiari delle vittime per il riuso dei beni confiscati costituita, alcune settimane or sono, dalla Regione Campania”. È questa carica civile e cristiana che probabilmente ci vorrebbe per far uscire Napoli dal degrado economico, sociale in cui è caduta. Quanta passione però, quanto sacrificio, quanta convinzione di voler essere cittadini attivi ci vorrebbero? “Tanta. – mi risponde – Vede il più grande male non è la camorra, ma è quella che io chiamo la zona grigia e la zona bianca. La zona grigia è popolata dalle persone indifferenti, rassegnate all’ingiustizia. La zona bianca sono tutti coloro che fanno par-

te del sistema, rappresentato dai burocrati, dai borghesi, che non vogliono accelerare i percorsi di legalità, che non aspirano alla giustizia. La camorra, come la mafia, prolifera perché qui manca la solidarietà, perché nei rapporti tra le persone vale la quantificazione economica. Il grande nemico è il vuoto”. Con questo atto d’accusa e con questo richiamo ad una maggiore coscienza civile, Don Tonino Palmese mi saluta. Riprendo Largo Donnaregina, poi via Duomo. Probabilmente è il mio punto di vista che è sbagliato: dovrei più che attendere delle risposte, andare a cercarle.

Franco Roberti magistrato Il passo è come sempre deciso, lo sguardo, come sempre, velato di malinconia, il portamento eretto, la figura snella, agile nonostante il passare degli anni. Franco Roberti, Coordinatore della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, è nato a Napoli nel 1947. Arriva al nostro appuntamento, come sempre, scortato da due

uomini dei carabinieri. È così da molti anni ma non sembra dargli eccessivo peso. D’altronde chi sceglie di occuparsi di criminalità o di terrorismo, si sa, prima o poi deve avere la scorta, deve essere protetto. In questo modo l’eccezionalità diventa la normalità, come passare poco tempo in famiglia, lavorare di domenica, nei giorni di festa, non avere un orario di lavoro. “È una scelta di vita – mi dirà poi nel corso della nostra conversazione  –  meglio è una passione. Ho scelto di occuparmi di indagini perché mi interessa, perché lo considero un lavoro utile per la collettività, che mi permette di entrare in contatto con persone diverse, i miei collaboratori, gli avvocati, i criminali e le vittime. Al lavoro di investigazione però ho sempre affiancato lo studio. In particolare mi sono dedicato ad approfondimenti sull’economia criminale e sul riciclaggio del denaro, pubblicando anche i risultati dei miei studi”. La scorta lo segue sino all’ingresso del bar dove avevamo concordato di incontrarci. “È meglio – mi aveva comunicato per telefono – in Procura non riuscirei a dedicarle molto tempo. È un via vai continuo, sopratutto dovrei interrompere il nostro colloquio per un’improvvisa riunione o per intralci di vario genere”. Meglio dunque vedersi fuori. Da dove partire? Da una considerazione che durante il nostro colloquio è emersa chiaramente. Nella storia professionale e umana del giudice Franco Roberti tre sono gli avvenimenti che hanno segnato in maniera significativa la sua vita: l’incontro con il giudice Giovanni Falcone, il terremoto del 1980 a Napoli e in Campania, gli studi all’Istituto Pontano di Napoli. Iniziamo da quest’ultimo punto. Franco Roberti è nato in una famiglia della borghesia napoletana, per tradizione avvocati. La mamma professoressa di filosofia, che tanta parte ha avuto nel-

la sua formazione, decise d’accordo con il padre di iscriverlo all’Istituto Pontano sin dalla prima elementare. “L’educazione ricevuta dai Gesuiti è stata molto positiva perché ha sviluppato in me il senso di responsabilità e di critica. Che sono il tratto principale del mio carattere e che ritengo fondamentali per affrontare il difficile lavoro di magistrato. Anche se devo riconoscere il ruolo svolto dai miei genitori. Da una parte la scuola e dall’altra la mia famiglia sono serviti per farmi diventare quello che sono: una persona impegnata, dedita al lavoro e soprattutto sempre alla ricerca dell’equità e dell’equanimità. Un magistrato per me deve sforzarsi di essere imparziale e giusto, deve rispettare le regole, non cercare scorciatoie, avere il rispetto assoluto della legge” Dopo la laurea in Giurisprudenza vinse, prima del concorso in magistratura, il concorso in polizia. Fu mandato a Massa Carrara. Erano i tempi del terrorismo. Partecipò, tra l’altro, alle indagini per la liberazione del Giudice Sossi, il primo sequestro attuato dalle Brigate Rosse. “Fu per me un’esperienza formativa e che influì, una volta divenuto magistrato, sulla mia scelta di optare per il penale. All’inizio, vinto il concorso, seguii il consiglio di Enrico Di Nicola, un magistrato al quale ero stato affidato durante il periodo di uditorato, e passai alcuni anni nella magistratura giudicante prima di passare in Procura nel ruolo di Pubblico Ministero”. La prima sede fu la pretura di Borgo San Lorenzo, in Toscana, ma appena possibile chiese il trasferimento e, per avvicinarsi a Napoli, accettò la sede di Sant’Angelo dei Lombardi, a fine ’79. Il 23 novembre del 1980, l’Irpinia fu l’epicentro del terremoto che sconvolse la Campania. Migliaia furono i morti, interi paesi furono distrutti. Sant’Angelo dei Lombardi fu uno dei paesini col-


42 piti. Un’intera caserma di carabinieri crollò. “Molte delle persone che morirono sotto le macerie erano amici o collaboratori. Per me fu un’esperienza umana durissima. In un colpo solo persi tante persone a me care”. Il bar si è affollato, è l’ora dell’aperitivo, voci, rumore di bicchieri, di piatti, fanno da sottofondo al nostro colloquio. Com’è buffa, strana la vita, penso, un luogo così superficiale per affrontare temi così importanti. La vita di un magistrato, i suoi ricordi, le sue esperienze anche dolorose. Non solo il terremoto, ma anche la sua amicizia con il Giudice Giovanni Falcone. “Se la mia carriera ha preso la piega che ha preso lo devo a lui. L’ho conosciuto a metà degli anni ’80, ovviamente per motivi di lavoro. La nostra è un’amicizia nata sul campo. Mi occupavo del processo alla” Nuova Famiglia”, Giovanni Falcone era impegnato nel primo maxi processo contro la criminalità organizzata a Palermo. Ci unì da subito la stessa visione del nostro lavoro, la condivisione degli stessi ideali. Era un uomo dotato di forte carisma. La Direzione Nazionale Antimafia è una sua creatura, perché la sua convinzione era che la criminalità si combatte con mezzi adeguati, con uomini addestrati e con una struttura dedicata esclusivamente alla lotta al crimine organizzato. All’epoca Falcone era Direttore degli Affari Generali del Ministro di Giustizia, Claudio Martelli. Fu lui, verso la fine del ’91, a sollecitarmi a fare domanda per la Direzione Nazionale Antimafia. Accettai con entusiasmo ma quando seppi che il Procuratore Capo non sarebbe stato lui avrei voluto rinunciare. Fu Falcone a convincermi che non era il caso. Rimasi alla D.N.A. per otto anni sino al 2001. Ancora oggi sono convinto che il principale motivo dell’assassinio di Giovanni Falcone fu quello di impedirgli di diventare procuratore nazionale

antimafia. E per lo stesso motivo fu ucciso Paolo Borsellino”. Franco Roberti tornò a Napoli nel 2001 come Procuratore aggiunto, occupandosi prima delle indagini in materia di terrorismo e, dal 2005, della Direzione Distrettuale Antimafia. Incarico che tutt’ora ricopre. La famiglia, sua moglie, i suoi figli, erano rimasti a Napoli. Il suo ritorno, dunque, fu anche dovuto a motivi familiari. Perché, gli domando, non ha approfittato dell’incarico a Roma per trasferire anche la sua famiglia? Perché è tornato? “Perché è la mia città. Perché mi è sempre sembrato giusto fare qualcosa di utile per Napoli. Di questo non mi sono mai pentito”. Bisogna amarla molto, però, questa città per decidere di farvi ritorno buttandosi a capofitto nella sua realtà più drammatica, inquietante, pericolosa: la lotta alla camorra, al suo esteso potere economico, alla sua ramificata organizzazione, tanto ramificata da aver permeato la società civile e la politica. Franco Roberti è una persona apparentemente calma. Sicuramente è riflessivo, attento, controllato. Lo esige il suo lavoro. Un lavoro particolare se si considera che il Giudice Roberti segue da anni le vicende di pericolosi criminali e dei loro affiliati. Un lavoro che richiede, per ottenere i risultati sperati, coordinamento e collaborazione tra le diverse forze dell’ordine coinvolte di volta in volta nelle indagini, elevata professionalità, abilità nel gestire i collaboratori di giustizia, disponibilità di mezzi, di uomini… “Mi sono sposato a 25 anni, mia moglie all’epoca ne aveva solo 19. Devo molto a lei, alla sua pazienza, alla sua presenza. Il lavoro mi ha infatti completamente assorbito e coinvolto. Se ripenso a quando i miei figli erano piccoli, mi rendo conto di come sia stata limitata la mia partecipazione alla loro vita. Anche quando ero fisicamente presente, spesso ero

assente preso com’ero e come sono dalle indagini, dalle innumerevoli complicazioni legate ad un lavoro difficile e reso ancora più complesso dalla scarsità di mezzi e di uomini”. Come si spiega che in tanti anni, nonostante, le continue richieste da parte della magistratura di maggiori mezzi, uomini, la risposta da parte dello Stato sia stata insufficiente? “La lotta al crimine è un’azione importante che non può essere condotta solo dalla magistratura e della forze dell’ordine. Ci vogliono delle scelte politiche chiare e decise. Noi per molti anni abbiamo assistito a scelte divergenti: alcune volte più repressive, altre volte garantiste. In Italia, negli anni, vi sono stati decine e decine di indulti, di amnistie, di leggi ad personam, di leggi che hanno ridotti i termini di prescrizione del reato. Sono stati tutti segnali tranquillizzanti per il crimine organizzato. Segnali quasi rassicuranti per chi vive di attività illegali, perché manifestano l’assenza di una strategia, di una volontà ferma a contrastare il fenomeno criminale. Napoli sconta, in questo quadro, il fatto di essere, da sempre, probabilmente dall’Unità d’Italia, una realtà di scarso peso politico. Napoli è una città dimenticata dal potere centrale”. E lei, insisto, perché è tornato? Come sono i suoi rapporti con i colleghi, con gli avvocati, come supera le difficoltà a cui ogni giorno deve far fronte? “È semplice. Come le dicevo, sono tornato perché sono convinto che debba fare il possibile per la mia città. Anche se gli ostacoli sono molteplici, comunque io, i 24 sostituti che lavorano con me, il personale amministrativo, i rappresentanti delle forze dell’ordine con cui quotidianamente operiamo, tutta la Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli va avanti. Perché questo è il nostro lavoro, questo è l’impegno che abbiamo assunto. Certo i conflitti non mancano, soprattutto tra

magistrati e avvocati. Ma il modo per superarli, almeno credo, è il rispetto del ruolo di ognuno nella trasparenza e nel rispetto delle regole. Per quanto riguarda i colleghi, per un periodo mi sono occupato dell’attività associativa quindi sono, nel tempo, riuscito a creare buoni rapporti con tutti” Lo osservo e ammiro la sua calma, il suo modo razionale di affrontare le situazioni, anche se per il ruolo che ricopre non potrebbe essere diversamente. A tratti, mentre mi parla di sé, penso che per svolgere certi lavori ci voglia oltre alla professionalità e all’impegno, un grande buon senso, una visione filosofica della vita. “Nel lavoro come nella vita bisogna riuscire a trovare sempre le ragioni che ci uniscono agli altri piuttosto che quelle che ci dividono. Ho sempre cercato di guardare avanti, ho sempre cercato di accettare gli altri per quello che sono”. Ma con i criminali, osservo, come si comporta? Anche con loro applica questi principi? “Anche con i grandi criminali con cui ho avuto a che fare ho sempre avuto, pur nella diversità e nella totale opposizione, un rapporto di rispetto umano, non ho mai fatto disparità di trattamento, ho sempre cercato di dare a ciascuno il suo. Il sentimento più importante, per me, nella vita di un uomo e, a maggior ragione, nella vita di un magistrato è l’equanimità. Se uno mi chiedesse: a quale sentimento aspiri. Risponderei l’equità e l’equanimità. Dare cioè a ciascuno il suo, essere sempre giusto e imparziale con tutti. È quello che cerco di essere, non so se riuscendoci appieno”. Sorprende, almeno mi sorprende sentire parlare di rapporto umano. Ma allora, gli chiedo, il criminale che diventa collaboratore di giustizia, lo diventa perché si pente dei crimini commessi, perché Lei riesce a risvegliare la sua coscienza?


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CONVERSAZIONI “No. È bene sfatare questa credenza. In genere il criminale diventa collaboratore di giustizia per motivi di opportunità. Lo diventa perché il 41 bis, il carcere duro che viene applicato a persone incriminate per reati molto gravi, è difficile da sopportare. Il 41 bis prevede, infatti, una serie di restrizioni molto pesanti dall’isolamento al sequestro di tutti i beni. Detto questo è chiaro che anche con il collaboratore si instaura un rapporto umano. Inoltre il collaboratore per la scelta che fa, di totale rottura con il proprio ambiente, tende ad affidarsi. Il rapporto, ovviamente, non è gestito solo da me o dall’Ufficio che io dirigo, ci sono altre strutture di sicurezza che sono coinvolte e con cui noi interloquiamo. Lo scopo è mettere il collaboratore nelle condizioni migliori di serenità per favorire l’ effettivo distacco con l’ambiente di provenienza, in modo che la sua azione sia affidabile sul piano giudiziario e per tutelare lui e i suoi familiari da possibili ritorsioni”. Intorno a noi il rumore si è ridotto. L’ora dell’aperitivo è ormai passata da un po’. Non voglio sottrarle altro tempo, gli dico, anzi la ringrazio per il tempo che mi ha dedicato. Sto per alzarmi e il Giudice Roberti con un guizzo nello sguardo, questa volta, solo per un attimo poco serio, mi dice. “Ma come, non mi chiede cosa farei se dovessi rivivere?” Non mi lascio sfuggire questo momento di leggerezza nella nostra conversazione e così, sorridendo, gli formulo la domanda. Scusi mi ero distratta. Cosa vorrebbe fare? “Vorrei dedicarmi ad un lavoro solo ed esclusivamente teorico. Niente più azione, investigazioni, notti insonni. Vorrei studiare filosofia”. La scorta è sempre lì davanti al bar. Lo affiancano, come due angeli custodi. Così si dice, mi pare.

Luciano Stella imprenditore La conversazione con Luciano Stella, l’imprenditore cinematografico, è durata un’ora o poco più. Troppo poco, mi sono poi resa conto, per entrare nel suo mondo. Anche perché Luciano Stella è un fiume di parole, di esperienze di vita tutte legate al lavoro, per cui è difficile scoprire la persona che è al di fuori delle sue diverse attività. Forse perché queste diverse persone coincidono. Forse perché tutto quello che in oltre venti anni di attività ha realizzato, partendo dalla prima multisala di Napoli e del sud Italia, il cinema Modernissimo, è stato nient’altro che la manifestazione di un suo modo di essere. L’appagamento di un suo desiderio. “Perseguire la felicità è lo scopo stesso della vita: è evidente. Che crediamo o no in una religione. Che crediamo o no in questa o in quella religione, tutti noi cerchiamo qualcosa di meglio. Perciò penso che la direzione stessa della vita sia la felicità” Sono pensieri di Tenzin Gyatso, XIV Dalai Lama. Forse Luciano Stella sta, da sempre, cercando la felicità. Il padre, Antonio Stella, iniziò la sua attività di distributore ci-

nematografico alla fine della seconda guerra mondiale. Durante la guerra, poco prima dell’8 settembre 1943 (giorno in cui il Generale Badoglio comunicò via radio l’armistizio dell’Italia), fu fatto prigioniero dagli inglesi in Africa a Tobruk e portato in Australia in un campo di concentramento. Lì ebbe l’opportunità di imparare l’inglese. Tornato a Napoli nel ’45 si dedicò anima e corpo all’attività di distribuzione di films. Grazie alla conoscenza dell’inglese gli fu facile prendere contatto con le “major” americane, Warner, Fox, Columbia Tristar, di cui divenne a Napoli uno dei primi rappresentanti. “A quei tempi – mi racconta oggi il figlio – i cinema fiorirono ovunque. Negli anni 50-60 ce ne erano almeno 3-4 in ogni quartiere. Il cinema era il divertimento. Per darle un’idea di grandezza, in quegli anni si vendevano, in Italia, 800 milioni di biglietti, oggi se ne vendono 100 milioni”. Luciano Stella nacque nel 1954. La sua casa era nel centro storico, nei pressi di Piazza del Gesù dove, oggi, ha sede la sua società “Stella Film”. Studiò al liceo classico “Gian Battista Vico”. E una volta superata la maturità s’iscrisse a Filosofia. Ma i primi anni ’70 erano gli anni della contestazione giovanile, della costituzione di partiti di estrema sinistra, come Lotta Continua, Potere Operaio. Impossibile per Luciano Stella, giovane irrequieto, impegnato sin dai tempi del liceo nel movimento studentesco, non entrare a tempo pieno nella lotta politica. “Lasciai Napoli perché ero militante attivista di un gruppo extraparlamentare dell’epoca, di matrice trotzkista, che mi portò, per seguire il lavoro politico, prima a Roma e poi a Milano. Restai lontano da Napoli dieci anni. In quegli anni vissi facendo diversi lavori dall’operaio all’impiegato del Comune di Milano. Contemporaneamente continuai, prima alla Sapienza di Roma e poi alla Statale di Milano a essere iscritto alla facoltà di Filosofia senza laurearmi”.

Nel 1985, a 31 anni, tornò a Napoli. Un incontro sentimentale, così lo definisce, forse più semplicemente l’amore, l’energia potente che muove tutte le cose, lo riportò nella sua città. E per Luciano Stella fu l’inizio di una nuova vita. “Oggi, a distanza di tanti anni devo riconoscere che vivere lontano da Napoli per molto tempo mi è servito. Mi è servito viaggiare, conoscere realtà diverse, imparare ad adattarmi, ad essere attento a tutto ciò che mi accade intorno”. Entrò, quindi, nell’azienda paterna, preso, come dice senza enfasi, da un’ansia di lavoro. Da un desiderio irrefrenabile di percorrere strade diverse, di inventare, di creare qualcosa di nuovo. Sono le sei del pomeriggio, di un pomeriggio luminoso come possono esserlo solo alcuni giorni di primavera. Piazza del Gesù è, come sempre, splendida con i suoi palazzi, le sue chiese tra il barocco e il gotico. La “Stella Film” è al secondo piano di un palazzo del ’600 che si affaccia sulla piazza. Il suo studio è una stanza ampia con le pareti ricoperte di manifesti di film antichi, recenti, noti, meno noti. Sulla scrivania alcune fotografie, una ritrae suo padre, giovane. “Mio padre con generosità mi accolse, mi insegnò il mestiere. La mia idea era di gestire un cinema ma non in maniera tradizionale. A Milano, la storica casa di produzione cinematografica francese “Gaumont” aveva acquistato, qualche tempo prima che tornassi a Napoli, il cinema Odeon per trasformarlo nella prima multisala italiana. I lavori erano stati affidati ad un’impresa di Silvio Berlusconi che poi ne divenne il proprietario. Pensai che anche a Napoli poteva avere successo. Però per realizzarla ci vollero alcuni anni. Nel frattempo iniziai con l’organizzare rassegne cinematografiche, cineforum, presi contatti con il mondo dei cinematografari e con gli amanti del cinema”. Nel 1990 l’idea prese corpo. Il cinema Modernissimo era da


44 tempo chiuso. Per acquistarlo costituì una società “Stella Film” con persone che non avevano nulla a che fare con il mondo del cinema: un costruttore Guido Cabib, un medico-radiologo Mario Violini e un commercialista. Il multicinema Modernissimo fu inaugurato nel 1994. Le novità furono molteplici: 4 sale con aria condizionata, l’uso del Dolby surround, la varietà dell’offerta cinematografica, la partecipazione alle “prime” di registi, attori. “Fu un successo, per molti inaspettato. In un anno avemmo 260 mila presenza, moltissime se considera che oggi il Warner ne ha 300 mila. Fu un successo anche perché puntai senza esitazione su una tecnologia innovativa come il Dolby che ha cambiato radicalmente il modo di assistere ad una proiezione cinematografica. Non fu facile, ovviamente, convincere i miei soci della bontà dell’idea anche perché, per realizzarla, dovemmo fare investimenti cospicui (1 miliardo e 500 milioni). L’idea, poi, di invitare alle prime registi e attori fu decisiva per portare il Modernissimo all’attenzione del grande pubblico. Ma l’idea vincente è stata creare un contenitore non neutrale, con una sua personalità, al cui interno collocare contenuti trasversali adatti per il pubblico sia da pop-corn e sia quello d’elite, anche se con un’attenzione continua alla qualità”. La novità fu che, grazie alla riapertura di questo cinema, l’area compresa tra Piazza del Gesù e Piazza Dante si riempì di nuovi locali, soprattutto spinse giovani e meno giovani a tornare nel centro storico per trascorrere le serate. “Fu questo il vero rinascimento, una rinnovata fiducia unita alla voglia di riappropriarsi della città, dei suoi luoghi, dei suoi spazi. Non è che allora non ci fossero scippi o rapine, ma l’approccio psicologico era diverso, positivo, orientato verso il superamento

delle difficoltà, con la convinzione che ce la potevamo fare. Oggi questa convinzione manca, è tornata la paura, la voglia di chiudersi”. Lo interrompo. Torniamo a Lei. Dopo il Modernissimo ha aperto altre multisale in città e in provincia, come il Felix a Chiaiano o il Corallo a Torre del Greco. Non si è fermato e dopo un po’ è passato al multilpex. Perché? Cosa l’ha indotta a realizzare un contenitore che offre un pò di tutto, dai films, ai giochi, alla pizza? “La multisala è nata come riposta alla crisi del cinema. Il multiplex, uno spazio dove programmare films e fornire anche una serie di servizi per il tempo libero, è stato il passo successivo, inevitabile. Il primo multiplex del sud Italia l’ho aperto, non a caso, in periferia a Marcianise, il Big (600 mila spettatori in un anno), poi l’Happy (850 mila spettatori in un anno). A Napoli il primo è stato il Duel ad Agnano e anche questa è stata una scommessa vinta. Erano in molti, infatti, a credere che non avrebbe funzionato. Troppo fuori centro e da raggiungere con la macchina”. Invece funzionò e qualche tempo dopo fu la volta del Med in viale Giochi del Mediterraneo. Con una differenza:il Med fu il primo multiplex costruito ex novo, progettato e realizzato per essere un centro con molte sale cinematografiche e con spazi per il tempo libero. Fu possibile grazie all’approvazione di una legge nota come legge Veltroni che ha consentito l’acquisto di terreni da destinare alla costruzione di multiplex.. Oggi il Med è gestito dalla “Medusa”. Da tempo Luciano Stella è uscito dalla società che era stata all’uopo costituita, “Giochi del Mediterraneo”, perché non condivideva la scelta di essere al contempo proprietari e gestori del Med. Qualche tempo dopo la società ha indirettamente riconosciuto la posizione di Stella e ha messo a reddito la proprietà

dandola in affitto alla Medusa di Silvio Berlusconi. Luciano Stella forse è un innovatore, sicuramente è dotato di notevole intuito e di grande dinamismo. Come tutte le persone curiose, alla ricerca di qualcosa, è spinto a sperimentare nuove strade, a cimentarsi in nuove imprese, dall’ideazione e organizzazione di eventi culturali, all’avvio di una nuova attività imprenditoriale. “Napoli Film Festival”, “L’arte della felicità” sono due tra le principali rassegne culturali create da Stella., a partire dalla fine degli anni ’90. “oggi non curo più “Napoli Film Festival”, però, il mio amico e ex socio nella “Stella Film” Mario Violini continua a seguirlo in veste di Direttore artistico. Tutto quello che faccio è da sempre il frutto della collaborazione con altre persone. Anzi sono convinto che le mie diverse attività funzionino proprio per questo: perché l’idea è giusta, ma soprattutto perché le persone che lavorano con me alla realizzazione del progetto, lo fanno con entusiasmo e determinazione”. Quest’anno “L’arte della felicità” ha mobilitato 22 mila persone di tutte le età, attratte dal richiamo delle parole: sia che esse abbiano avuto la forma della meditazione sul bene e sul male del monaco buddista Tich Nath Han, o quella di una riflessione nichilista sul mondo tecnologico del filosofo Umberto Galimberti, o quella di pensieri a tema libero del regista Nanni Moretti, per citarne alcuni. Da Piazza del Gesù, ora, arriva il vociare delle decine di ragazzi seduti sulle scale o davanti ai bar. Ogni tanto le campane delle chiese irrompono con il loro suono nella stanza e coprono il racconto del mio interlocutore sulle sue innumerevoli imprese. Innumerevoli perché la sua attività d’imprenditore cinematografico non conosce sosta, persegue continuamente nuovi traguardi. Da tempo, per esempio, ha portato la sua società “Stella Film”

in una società di produzione e distribuzione cinematografica di Roma la “IF” della famiglia Lucisano. Per cui si può affermare che oggi la sua attività spazia dalla gestione di multiplex e di multisale alla produzione di audiovideo, alla distribuzione di prodotti cinematografici. La Stella Film, inoltre, possiede 70 schermi nel Sud Italia. Un primato. Lei ha realizzato una buona parte dei suoi desideri, li ha realizzati nella sua città. È, dunque, possibile fare cose significative a Napoli? “È possibile, anche se l’impegno e la determinazione devono essere forti. Le ripeto, io sono riuscito perché credo in quello che faccio e lo faccio con passione. Sono poi convinto, anche se non posso averne prova, che Napoli è una città ricettiva sul piano culturale e del tempo libero. Èuna città viva. Purtroppo è finita la spinta che tutti noi abbiamo avvertito nella metà degli anni ’90”. Qual è il suo prossimo traguardo? “Da 4 anni sono Presidente della Film Commission, una società creata dalla Regione Campania per attrarre in Campania la produzione di audiovisivi. Nonostante ci siano i talenti, le location, le strutture, riusciamo ad attrarre produttori cinematografici per fare film, telefilm, pubblicità ma ci vorrebbe maggiore continuità e più prospettiva. Mancano i finanziamenti adeguati, manca una strategia. È grave perché questo è un settore dalle potenzialità enormi che può lasciare molto in termini di professionalità, di lavoro, di ricchezza al territorio. Ma ci vuole la volontà politica”. Forse questa per Luciano Stella potrebbe essere la prima sconfitta. Non me lo auguro. Scendiamo. Piazza del Gesù è gremita di ragazzi. Forse tutti e due stiamo pensando a Napoli, a come è bella. Lo saluto. Dove va? “Vado a piedi verso piazza Vittoria. A quest’ora mi piace fare una passeggiata”.


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LETTURE


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INFO

Prove di politica estera

ta tanto per il sottile ed ha affermato con le forniture di armi e con le pronella corte dei grandi prie forze, il carattere russo delle due regioni contese. È arrivata a   Il periodo estivo non è, di per riconoscerne l’indipendenza ed sé, particolarmente creativo dal punto a decidere d’istallare tre basi midi vista istituzionale. L’estate non ha litari permanenti in quei territocerto portato la soluzione del “prori. Si tratta dunque di un conflitto blema irlandese” circa la ratifica grave, alle porte dell’Europa e dal del Trattato di Lisbona, anche se quale l’Europa non guadagna nulla, di Andrea Pierucci financo un ministro irlandese anzi rischia di perdere, non foss’altro ha riconosciuto l’opportunità che per la pressione sui prezzi del pedi un secondo referendum trolio. La Georgia, poi è un ragionevole correttivo! D’altra parte, le candidato all’adesione all’Unione, tant’è istituzioni sono entrate un vero che il giorno dell’elezione dell’attuale po’, per quel che concerne presidente i Georgiani hanno festeggiato suo“l’ordinaria amministrazione” nando l’inno europeo ed alzando la bandiera con della politica in “pausa estiva”, le dodici stelle. Lo stesso processo di adesione della anche se sono state capaci di Turchia è perturbato da una situazione bellica in Georgia. reagire a situazioni di emergenza. Ancora una volta, l’Europa considera, a giusto titolo, che il suo Di questo vorrei, in primo luogo, parlare. La crisi georgiana principale interesse è la pace o, comunque, la soluzione non ha colpito l’Europa e il mondo, in piena eccitazione olimpica, in militare della controversia. Per di più ha interesse ad una situaqualche modo senza un vero preavviso. Non conosco la realtà zione di equilibrio per evitare lo strapotere russo o americano dei fatti (aggressioni e provocazioni sono state ricostruite in vari nella zona, che in questo modo sarebbe sottratta alla sua sfera modi e mi pare che molta stampa abbia seguito più schemi pre- d’interessi. Il Presidente Sarkozy, presidente in carica del Conconcetti che non la realtà; si pensi che Enzo Betiza al Caffè del siglio europeo, ha fatto dunque semplicemente il suo dovere a TG 3 ha attaccato l’aggressione… sovietica alla Georgia). intervenire rapidamente per mettere fine al conflitto al più preMi sembra, tuttavia che l’Europa vi abbia una serie d’interessi sto, pur mantenendo un costante rapporto con gli Stati Uniti, non impossibili da identificare. In primo luogo, vi sono le rela- diversamente orientati. zioni con la Russia di Putin (e con il suo petrolio), uno Stato inD’altronde, in termini istituzionali, in questa circostanza il sidubbiamente a democrazia discutibile, ma, altrettanto indubbia- stema della politica estera e di sicurezza europea ha funzionato, mente, in corsa per il rango di grande potenza, che aveva perduto tant’è vero che, anche se mordendo il freno come Berlusconi o con la fine dell’Unione sovietica. In questa corsa, sembra che la Angela Merkel, gli altri Stati hanno sostenuto e appoggiato l’azioRussia abbia recuperato l’orgoglio nazionale e la consapevolez- ne del Presidente. Viceversa, gli Stati Uniti soffiano sul fuoco e za dei propri interessi strategici. Rispetto ad essi, l’occidente o, sembrano addirittura voler spingere la Georgia a precipitare in più precisamente, gli Stati Unti, fa l’impossibile per mortificarli. un nuovo conflitto armato. Un certo numero di commentatori Basti pensare allo scudo spaziale che i Russi giudicano diretto ha ferocemente criticato l’Europa debole, incapace di mostrare contro di loro e che la stessa Germania e gran parte dell’Unione i denti come fanno gli Stati Uniti, loro si forti difensori dei diritti europea giudicano un vero problema ed una complicazione ai degli oppressi e tarzanici difensori dei deboli, evocando i Patti loro danni. Basti pensare alla presenza americana nel Mar Nero, di Monaco del 1939 o i l’imperialismo “sovietico”. che, nel caso della Georgia si è rappresentata come aggressiva, Alcuni dei nostri commentatori si sono lanciati in vere e prosoprattutto se si tien conto del rafforzamento dell’arsenale ge- prie invettive guerrafondaie: un concorso di testosterone! Stupiorgiano voluto proprio dagli americani. La stessa insistenza per sce che molti non facciano il bilancio degli interessi dell’Europa l’adesione di Ucraina e Georgia alla NATO (e l’Europa ha bloc- prima di correre a sposare le tesi americane e ad agitare lo scudo cato l’adesione della Georgia all’ultimo vertice NATO), minaccia di Bellona. Si tratta ora di negoziare per risolvere il problema; lo di creare una sorta di “tenaglia” antirussa, che si capisce preoc- stesso Consiglio europeo va in questa direzione. Intendiamoci, cupi seriamente i Russi. bisognerebbe verificare anche se – orrida dietrologia – non vi Per altro verso, il problema creato da Stalin circa i confini sia, appunto, dietro, una sorta di scambio col Kossovo (condidella Georgia è di per se grave e dotato di notevole ambiguità, zione indicata tempo fa da Putin) nel quale i Georgiani fanno per la presenza di maggioranze non georgiane in territori annessi semplicemente la figura delle vittime inconsapevoli. Ma come alla Georgia ai tempi, appunto, di Stalin. La Russia non è anda- accettare tanta malevolenza?

Euronote


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Legge elettorale europea: un vero problema europeo

  Il secondo punto che vorrei trattate è un po’ più “tecnico”, ma con una valenza politica in prospettiva nient’affatto trascurabile. Mi riferisco alla questione delle elezioni europee ed alla composizione del futuro Parlamento. Durante la sessione di luglio, il Parlamento ha approvato una modifica del proprio regolamento interno relativa alle condizioni per la composizione di un gruppo politico. Resta invariato il numero di deputati necessari (venticinque), ma aumenta il numero degli Stati di appartenenza che dev’essere minimo di sette, mentre finora era di cinque. In questo modo dovrebbe già sparire il gruppo della destra euroscettica, salvo “grazia presidenziale” che, conformemente al nuovo regolamento può permettere ad un gruppo che ha perduto le condizioni regolamentari di esistenza di sopravvivere fino alla fine della legislatura, purché non si tratti di un abuso manifesto. Di conseguenza, i gruppi passano, almeno in prospettiva, da sette a sei. L’Italia prefigura del tutto legittimamente una modifica della propria legge elettorale per il Parlamento europeo. Seguendo le prime discussioni in Italia, sembra che si vada, fra l’altro, verso una legge elettorale che pone al livello nazionale o circoscrizionale uno sbarramento per ottenere un minimo di deputati europei. Questo si verifica nel contesto di una probabile adesione dell’insieme dei deputati del Popolo delle libertà al gruppo del Partito popolare europeo, con la conseguente uscita dei parlamentari di Fini dall’UEN, il quarto gruppo politico del Parlamento europeo. Il dibattito resta, al momento, tutto centrato sugli equilibri politici italiani, magari per fare prove di cooperazione per la più complessa questione del referendum sul sistema elettorale per il Parlamento italiano. Suggerirei d’includere nel nostro dibattito la questione europea (visto, peraltro, che si tratta di elezioni europee!). In realtà, la legge elettorale italiana può contribuire in modo determinante alla sparizione od alla permanenza di ben tre o quattro gruppi politici al Parlamento europeo. Se, infatti, i deputati italiani aderenti al gruppo della sinistra unitaria (Rifondazione e comunisti italiani), i Verdi e, per ragioni differenti, di Alleanza Nazionale spariscono dalla scena europea viene messa a repentaglio l’esistenza stessa di tre gruppi al Parlamento europeo. Come si è visto, il gruppo degli antieuropei (Ind/ Dem) è già condannato nella situazione attuale. Il risultato può essere agli occhi delle maggiori formazioni politiche italiane desiderabile ed è del tutto legittimo (com’è legittimo avere un’opinione differente). Bisogna tuttavia essere coscienti d quel che può succedere al livello europeo, ove si avrebbe una semplificazione radicale del panorama parlamentare. A differenza dei sistemi nazionali, fondati su una maggioranza parlamentare che sostiene il governo (dunque, teoricamente, più il sistema è semplice, più le maggioranze sono omogenee, più il sistema è efficiente), il Parlamento europeo non sostiene un governo attraverso l’esistenza di una maggioranza e di un’opposizione, perché il voto di approvazione della Commissione non è concepito come un voto di fiducia in senso proprio. L’esecutivo europeo è più indipen-

dente dei governi nazionali rispetto ai rispettivi Parlamenti. Bisognerebbe dunque analizzare le conseguenze europee, per prendere una decisione a ragion veduta. Si tratta, certo, di numerose conseguenze d’ogni genere, ma vorrei soffermarmi su una questione che ritengo fondamentale e che riguarda l’equilibrio fra i gruppi, le possibilità di una loro collaborazione e, infine, la possibilità di mantenere una Commissione non (troppo) di parte o di farne un esecutivo esposto ai venti ed alle maree delle maggioranze. Se, dunque, scompaiono i “piccoli” gruppi, i tre più grandi, PPE, socialisti e liberali si trovano a gestire da soli il Parlamento; Vi sarà una prima tendenza ad accrescere l’eterogeneità dei gruppi medesimi, con l’afflusso probabile di quelli che non si trovano più ad avere un proprio gruppo: i Verdi o gli ex comunisti dai socialisti, gli ex membri dell’UEN dal PPE o, più difficile, dai liberali. Naturalmente questo comporterà una minore omogeneità e, dunque, la necessità di un affievolimento dell’orientamento politico complessivo La questione alla quale si deve rispondere è: serve proprio un ulteriore affievolimento della carica politica dei grandi gruppi, già molto eterogenei? La seconda tendenza riguarda il modo dei gruppi di partecipare alla gestione politica dell’Unione (anche senza arrivare ad un voto di vera fiducia alla Commissione). Finora ha regnato il massimo dell’accordo, magari dopo conflitti tremendi in camera caritatis, fra PSE e PPE. Negli ultimi cinque anni solo in un caso il voto finale su un progetto legislativo ha visto i due gruppi divisi. I liberali hanno sostanzialmente fatto da ago della bilancia su alcuni emendamenti, sostenendo, grosso modo, le tesi socialiste in materia di diritti e quelle PPE in materia economica. Questa sorta di “consociativismo” legislativo sarà ancora possibile quando la realtà del Parlamento risulterà semplificata e quando la tentazione ad avere una Commissione “di parte” farà la sua strada nei due grandi gruppi? Dobbiamo anche domandarci se il sistema è abbastanza solido per reggere una tale novità, rispetto alla quale un grande gruppo politico, quale che sia chiaramente – ora – europeista, si troverà all’opposizione? Come funzionerà un Parlamento che per cinque anni avrà la stessa maggioranza politica, rispetto ad un Consiglio che, in ragione delle elezioni nazionali, sarà modificato nei suoi equilibri non meno di ventisette volte? D’altronde si potrebbe anche verificare una sorta di rivoluzione, attraverso nuove aggregazioni, per esempio nel campo conservatore. I conservatori britannici potrebbero dar seguito alla decisione (quasi) di lasciare il gruppo PPE per costituire un grande gruppo euroscettico di destra, ma, forse troverebbero un problema nella presenza dei nazionalisti britannici. La questione non merita risposte affrettate, anche perché ciascuno dei timori che ho espresso può avere la sua faccia positiva (più chiarezza democratica, per esempio, se i due grandi gruppi si contrappongono, più slancio europeo della sinistra e del PPE se vi è un forte gruppo euroscettico a destra). Quel che invece mi sembra necessario è che i nostri dirigenti politici non considerino le elezioni europee come un puro problema interno, terreno per prove di dialogo fra destra e sinistra, ma come un problema anche europeo e che agiscano a ragion veduta. Spes ultima dea!


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Numero 4/2008  

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