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Periodico del Centro di Iniziativa Mezzogiorno Europa • Luglio/Agosto 2005 • Anno VI • Numero 4 • Direttore ANDREA GEREMICCA – Art director LUCIANO PENNINO

I dati del Rapporto Svimez

Mezzogiorno: non se ne parla ma resta il problema dei problemi Paola De Vivo

Puntuale come tutti gli anni, il Rapporto Svimez sull’Economia del Mezzogiorno 2005 riaccende l’interesse su

tendenze, dinamiche e prospettive dello sviluppo meridionale. Il contributo che l’Istituto produce annualmente sulla

situazione dell’economia meridionale ha il merito di accrescere lo stato delle 13 conoscenze intorno…

La lotta al terrorismo dopo l’11 settembre. Si va verso un’epoca post-sociale e post-liberale?

GINO NICOLAIS RACCONTA LA SUA ESPERIENZA DI SCIENZIATO E UOMO DELLE ISTITUZIONI

Conversazione sul rapporto tra politica e saperi Cetti Capuano Le ferie d’Agosto volgevano al termine (credevo che non fossero ancora finite, ma evidentemente mi sbagliavo!) quando ho ricevuto una telefonata di Andrea Geremicca, che mi invitava ad accompagnarlo alla Facoltà di Ingegneria di Napoli (“se vuoi, se non hai

niente di più importante da fare…”) per una riflessione, uno scambio di idee con il Professore Gino Nicolais sulla sua esperienza di Assessore alla Ricerca scientifica e all’Innovazione tecnologica della Regione Campania. E sulle ragioni della sua mancata riconferma in giunta 7 dopo le ultime elezioni.

A 25 ANNI DALLA SCOMPARSA

La scelta europea di Giorgio Amendola Giorgio Napolitano

Hanno

EUROPA

STORIA

EURONOTES

Stelle e strisce sui Faraglioni GLI AMERICANI A CAPRI LUCI E OMBRE NELLA POLITICA EUROMEDITERRANEA Claudio D’Aroma

DIARIO DI RITORNO DALL’AMERICA LATINA

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Gianni Pittella

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Andrea Pierucci

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(1943-1945)

Roberto Ciuni Andrea Geremicca Francesco Canessa Matteo Pizzigallo da pag.

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visto la luce negli ultimi anni contributi importanti – testimonianze e ricerche – alla ricostruzione del lungo processo di revisione e di approfondimento che condusse il Partito Comunista Italiano ad avvicinarsi alla realtà dell’esperienza comunitaria, alla vita delle istituzioni europee, e infine a identificarsi pienamente con la scelta e la strategia europeista. Quel processo giunse a compimento – come ho avuto modo di mettere in evidenza in altra occasione – alla fine degli anni ’70, sotto la guida di Enrico Berlinguer e con il suo impegno diretto nel Parlamento europeo. Ma esso era cominciato assai prima : con una correzione di rotta il cui artefice principale fu Giorgio Amendola, che si fece quindi pilota del graduale avvicinamento del PCI alla Comunità. Non mi è ovviamente possibile ripercorrere qui tutto il cammino che fu compiuto negli anni ’60 e ’70 ; mi permetto di rinviare in proposito agli studi più accurati, dovuti a Mauro Maggiorani,… 3

Registrazione al Tribunale di Napoli n. 5112 del 24/02/2000. Spedizione in abbonamento postale 70% – Direzione Commerciale Imprese Regione Campania


MEMORIA [3]

GIORGIO NAPOLITANO

AMENDOLA È STATO TRA I PRINCIPALI ARTEFICI DEL LUNGO PROCESSO DI REVISIONE E DI APPROFONDIMENTO CHE CONDUSSE IL PCI A IDENTIFICARSI PIENAMENTE CON LA STRATEGIA EUROPEISTA “L’Europa degli altri” e, più di recente, in collaborazione con Paolo Ferrari, “L’Europa da Togliatti a Berlinguer”. Io mi limiterò dunque a cogliere alcuni momenti essenziali del contributo di Amendola, e anche gli aspetti più problematici delle sue posizioni (convinto come sono che si possano valorizzare grandi personalità della nostra storia senza cadere in posizioni acritiche se non apologetiche). Com’è noto, alle reazioni negative venute dal PCI ad una prospettiva europeistica, di stampo federale, evocata nei grandi dibattiti del dicembre 1948 e del novembre 1950 alla Camera dei Deputati e al Senato, erano seguiti il voto contrario sul Trattato istitutivo della CECA, l’atteggiamento ostile verso il progetto di una Comunità di difesa, e infine, nel 1957, ancora il voto contrario su Trattati di Roma. Ma negli anni immediatamente successivi, si passò a un riconoscimento, già significativo, dell’integrazione economica europea come esigenza e tendenza “oggettiva”. E con l’esperienza dell’integrazione, avviatasi con la CECA, cominciarono a fare i conti soprattutto gli esponenti comunisti più specificamente impegnati sui problemi dell’economia e della politica economica. Senza pretendere di ricordarli tutti, è giusto richiamare i nomi di Eugenio Peggio e di Silvio Leonardi e l’apporto della rivista “Politica ed economia”. Al massimo livello politico, era Giorgio Amendola che seguiva e incoraggiava questa riflessione. Un momento essen-

ziale di impegno fu certamente quello del Convegno sulle tendenze del capitalismo italiano, che si tenne, sotto l’egida dell’Istituto Gramsci, nel marzo 1962. Se ne tenga ben presente la data : si era alla vigilia della nascita del primo governo di centro-sinistra, anche se non ancora a partecipazione socialista, e il PCI si era collocato all’interno del dibattito e dell’elaborazione programmatica che prepararono e precedettero quella importante svolta politica. Ai dirigenti comunisti più sensibili alla necessità di non farsi tagliar fuori ed emarginare da quella svolta, non poteva sfuggire l’esigenza di superare atteggiamenti di pura denuncia e contrapposizione nei confronti di una componente ormai fondamentale del processo di crescita e di trasformazione dell’economia e della società italiana : l’integrazione europea. Tanto più che da parte del PSI, con il voto di astensione sul Trattato istitutivo della Comunità economica europea – del MEC, come allora si diceva – si era già fatta una scelta di apertura. Il 4 gennaio del 1962, mentre già lavorava alla relazione per il Convegno del Gramsci, Giorgio tenne una conferenza alla scuola di partito delle Frattocchie, l’Istituto di Studi comunisti. Vale la pena di citarne alcuni passaggi : “...nel decennio ’50-’60 abbiamo avuto uno sviluppo economico che è certamente il più forte di quelli avuti nel primo secolo dell’unità italiana, con un raddoppio del reddito nazionale,

con una triplicazione della produzione industriale, con un forte aumento delle esportazioni che ha permesso all’industria italiana di conquistare nuove posizioni sui mercati internazionali, di presentarsi in maniera competitiva sul mercato internazionale. Tutto questo nel ’45 sembrava quasi impossibile [...] Si è fatto più cammino in questi ultimi anni che in tutto il periodo precedente”. “Sarebbe sbagliato, da parte nostra” – affermò a questo punto Giorgio – “minimizzare questi risultati, che ci sono. Una politica che non si basa sui fatti quali essi sono, è una politica sbagliata. La propaganda non può capovolgere i fatti, deve spiegarli”. C’è in queste parole – vorrei sottolinearlo – tutto Amendola, il suo vigore, il suo anticonvenzionalismo, la sua lezione di verità. È un fatto – egli disse quindi in quella conferenza – “il successo del piano Sinigaglia per la riorganizzazione della siderurgia. Noi avemmo per quel piano timore che esso portasse a un ridimensionamento delle fabbriche. Questo, dobbiamo riconoscerlo: perché quel piano ha permesso invece uno sviluppo della produzione siderurgica. Ma noi lo avversammo anche perché esso era legato alla CECA, e questo era invece un motivo valido perché la CECA fu il primo degli accordi europei che siginficarono l’inserimento dell’Italia in una certa unità economica dell’Europa oc-


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cidentale, processo allora iniziato e che oggi è arrivato fino al MEC, fino alla seconda fase del MEC. Però noi non è che conducemmo la lotta esclusivamente su questo piano politico. La conducemmo anche su questo piano politico, che è ancora valido, ma credemmo necessario aggiungere anche (forse per mobilitare gli operai) un giudizio negativo sul piano pratico, sul piano delle previsioni. E qui sbagliammo”. Ecco, dunque, la revisione è dettata ad Amendola dal suo, come dire, “principio di realtà”. In quel momento peraltro è solo l’inizio di una revisione. Si tende ancora a far salvo un discorso di opposizione politica, che nell’integrazione europea, dalla CECA al MEC, vede quella scelta di campo occidentale a cui il PCI aveva contrapposto la sua scelta di campo, dalla parte del socialismo, contro l’imperialismo, di fatto dalla parte dell’Unione Sovietica. Nella relazione al Convegno del Gramsci nel marzo, troviamo ancor più nettamente ribadita questa duplicità di giudizio. Si dice innanzitutto : “Il MEC

ha aggravato politicamente la frattura esistente in Europa, nel quadro della guerra fredda, ed è stato strumento di concertazione monopolistica, diretto dalle forze politicamente e socialmente reazionarie”. Questa vecchia, schematica condanna pesava dunque ancora sull’atteggiamento del PCI verso l’integrazione europea. Ma poi si aggiunge : “erronea” fu la sopravvalutazione delle difficoltà economiche che sarebbero state provocate dalla “entrata in vigore del MEC, e la sottovalutazione delle possibilità nuove offerte dalla iniziale formazione di un mercato europeo all’espansione economica italiana”. E con questo riconoscimento già di fatto ci si atteggia in modo nuovo di fronte al MEC. A quale conclusione arrivò allora Amendola? A una conclusione fortemente innovativa, per null’affatto di sterile denuncia, ma come non mai di movimento : “...è interesse della classe operaia favorire uno sviluppo economico che permetta alla economia italiana di acquistare una capacità competitiva

sui mercati internazionali. Il progresso tecnico e l’ammodernamento della economia italiana sono esigenze che debbono essere sostenute nel quadro di una politica di sviluppo democratico e non di conservazione delle posizioni arretrate di gruppi minori della borghesia italiana. Inevitabilmente il MEC accelera processi di centralizzazione e di concentrazione capitalistica, provoca crisi di assestamento, spazza via posizioni tecnicamente ed economicamente superate, liquida imprese che lavorano a costi troppo alti. Ma ciò esige che la classe operaia sviluppi una lotta «europea», in pieno accordo con le forze lavoratrici degli altri paesi del MEC...”. Io daterei qui la correzione di rotta operata da Amendola per il PCI, anche se, non dico il partito nel suo complesso, ma lo stesso gruppo dirigente ne fu consapevole e ne trasse le conseguenze solo in misura molto limitata. Il cammino, comunque, era stato aperto. Ci fu, negli anni successivi, un crescendo di analisi, di discussione,


MEMORIA [5]

di iniziativa. Poi, nel 1969, il “salto” decisivo : l’ingresso dei rappresentanti del PCI, come parte della delegazione italiana, nel Parlamento europeo non ancora eletto a suffragio universale. Ormai, da quel momento sulle politiche della Comunità europea e sulla sua evoluzione istituzionale, i comunisti italiani – una forte pattuglia guidata da Giorgio Amendola – si sarebbero battuti “dall’interno”, costruttivamente, insieme ad altre forze della sinistra europea, con elaborazioni e proposte volte anche ad affermare i punti di vista e gli interessi delle classi lavoratrici contro la pressione di quel “grande capitale monopolistico” sempre indicato come tendenziale e temibile deus ex machina dell’integrazione europea. I punti critici, i nodi problematici della nuova politica europea del PCI propugnata da Amendola restavano tuttavia due : il modo di rapportarsi all’altra Europa, l’Europa dell’Est, o, nella sua accezione ideologica, l’Europa del campo socialista ; e il modo di atteggiarsi rispetto al problema del

carattere sovranazionale della costruzione europea. In effetti, Giorgio rimase a lungo legato all’obbiettivo, o all’idea, di una ricomposizione della frattura determinatasi nel continente europeo, di una possibile unità dell’intera Europa, attraverso il superamento dei blocchi. Come tale superamento potesse realizzarsi, e come potesse concepirsi un’entità unitaria che giungesse fino ai mitici Urali, che abbracciasse cioè anche la Russia, non era facile dirlo, e non veniva detto. Comunque, il perseguire un simile obbiettivo dall’interno della Comunità europea, aveva come implicita premessa il negare che la Comunità fosse l’Europa, potesse racchiudere in sé e rappresentare il retaggio storico della civiltà europea, con i suoi valori di libertà e i suoi fondamenti di diritto ; essa veniva considerata solo la provvisoria aggregazione di una “piccola Europa”. Ma ciò si risolveva in un’accettazione solo parziale, e ambigua, del contesto comunitario occidentale. Naturalmente, si deve ancor oggi comprendere come l’operare per la

pace, per l’allontanamento di rischi gravi, nel contesto della sfida nucleare e dell’«equilibrio del terrore» – rischi di corsa agli armamenti e di irriducibile contrapposizione tra Est e Ovest in Europa – rispondesse a una necessità reale e acuta. Ma non la si doveva sovrapporre alla logica dell’integrazione tra i paesi democratici dell’Europa occidentale. Il più compiuto tentativo di conciliazione fu formulato da Giorgio Amendola nell’importante Convegno del novembre 1971 su “I comunisti e l’Europa”. Egli parlò in quell’occasione di “una Europa in cui si affermi un sistema di sicurezza collettivo” e sostenne che “alla lunga la Comunità economica europea” non avrebbe potuto assolvere una funzione positiva se non diventando “un’organizzazione regionale (accanto ad altre organizzazioni regionali) operante nel quadro di una più larga associazione di Stati europei”. Si trattava tuttavia di un’ipotesi artificiosa, di una strategia priva di basi reali, in quanto ignorava lo spartiacque della diversa natura dei sistemi economici e politici dell’Ovest


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e dell’Est ed eludeva ogni problema di trasformazione dei secondi. Col rapporto di Berlinguer al Comitato Centrale del febbraio ’73, l’accento venne decisamente spostato – pur tenendo ferma la prospettiva del superamento dei blocchi e del ricostituirsi di una presenza unitaria dell’intera Europa – sull’Europa occidentale : “ci battiamo intanto per un’Europa occidentale che sia democratica, indipendente e pacifica, che non sia né antisovietica né antiamericana”. Il PCI andava così compiendo un passo ulteriore verso una scelta europeistica conseguente : alla Comunità economica europea, il cui ambito storico-politico e geografico veniva senza mezzi termini riconosciuto, si attribuiva un ruolo peculiare nel favorire la distensione tra Est e Ovest, l’amicizia e la cooperazione con – e tra – l’America e l’Unione Sovietica. E cadevano remore e riserve rispetto a un più avanzato disegno di integrazione : “La costruzione della nostra area regionale, l’Europa occidentale” – così si espresse Amendola in un seminario del 1973 – “con caratteristiche sue proprie, si pone l’obbiettivo di arrivare all’unificazione politica ed a quella economica e monetaria”. Su questo terreno i comunisti italiani cercarono, soprattutto nel Parlamento europeo, il collegamento e l’intesa con le forze maggiori della sinistra occidentale, cioè con i partiti socialisti e socialdemocratici. Giorgio fu in questo senso molto attivo, facendosi portatore di una sempre più decisa convinzione e visione europeistica : se ne è appena trovata – da parte della studiosa Ilaria Poggiolini – una curiosa traccia negli archivi britannici. Secondo il documento citato dalla studiosa, Amendola avrebbe avuto nel 1971 (probabilmente, presumo, in occasione del Convegno di Londra dei partiti comunisti dei paesi capitalistici sulle multinazionali) significative conversazioni con esponenti del partito laburista della Gran Bretagna. E li avrebbe incoraggiati a entrare e impegnarsi nel Mercato Comune, nella Comunità economica europea, invitandoli da un lato a non sopravvalutare e drammatizzare la componente sovranazionale del sistema comunitario, e dall’altro a prendere atto dell’erosione già in atto della sovranità nazionale

impegno giovanile contro il fascismo, della militanza comunista e dell’aspra rottura durante il confino ; e infine un ricongiungersi nella nuova, condivisa battaglia per l’Europa. Erano tutti e due uomini ruvidi, poco inclini tanto alle ammissioni autocritiche quanto agli abbandoni sentimentali ; ma quale intensità umana esprime la lettera a Giorgio con cui Altiero gli comunica, il 18 maggio del 1976, di aver accettato la candidatura nelle liste del PCI per la Camera dei Deputati!

di fronte alle nuove dimensioni dei problemi economici e delle esigenze di cooperazione internazionale. In effetti, anche sull’altro punto critico che ho prima indicato, quello del carattere sovranazionale della costruzione europea, l’evoluzione di Amendola e del PCI si fece, negli anni ’70, più rapida e chiara, traducendosi in posizioni e proposte favorevoli allo sviluppo di politiche comuni e all’affermazione di una “Europa politica”. In un intervento del novembre 1975, Giorgio espresse la sua preoccupazione per “una crisi delle istituzioni comunitarie che ritarda il processo di unificazione politica ed economica e rinvia a tempo indeterminato la creazione di un nuovo potere multinazionale, il solo che possa risolvere problemi che gli Stati nazionali non sono più in grado, ciascuno per suo conto, di dominare”. Giorgio usa il termine “multinazionale”, ma il concetto è chiaro. E maturò su queste basi l’incontro con Altiero Spinelli, evento – come sappiamo – di primaria importanza per il definitivo riconoscimento del ruolo del PCI sulla scena europea e nel movimento europeistico. Vorrei, a questo proposito, solo notare che se tra Berlinguer e Spinelli – che fino agli anni ’70 non si erano mai conosciuti – scattò lo stimolo di un reciproco, incuriosito e rispettoso scoprirsi, tra Amendola e Spinelli scattò qualcosa d’altro : come un ritrovarsi, un rivivere i duri anni del comune

“Caro Giorgio, dopo la nostra tavola rotonda del 1° dicembre avevo cominciato a scriverti una lettera, in parte di politica attuale, in parte rievocativa delle strane e diverse situazioni in cui ci siamo incontrati nel 1925, nel 1937, nel 1970/1975. La grave malattia di Ursula, dalla quale non si è ancora rimessa e non so ancora se si rimetterà mai, mi ha tolto tempo ed infine voglia di scriverti. Soprattutto perché avevo discusso con lei quel che avrei voluto dirti, e lei mi aveva esortato a scriverti subito per non lasciare raffreddare il calore che c’era. Ora che Ursula non avrebbe più potuto leggerla, non sono stato più capace di scriverla. Ma ecco che ancora una volta ti incontro sul mio cammino. So che sei stato tu a suggerire al partito di propormi di entrare nelle vostre liste come indipendente e voglio ringraziartene calorosamente. Ho accettato per quattro ragioni”. E qui Altiero indica le prime tre, tutte politiche, per poi aggiungere : “La quarta ragione è che all’origine di questo invito ci sei tu, e credo che le ragioni che ti hanno mosso siano state simili alle mie”. Grandi storie –credo di poter dire– che ci fanno intendere quanto siano costate, da ogni punto di vista, e quali profonde motivazioni abbiano avuto, le scelte che condussero il maggior partito della sinistra italiana a schierarsi e battersi per l’Europa unita, per un’Europa integrata e forte. Guai se quelle scelte dovessero, nelle difficili condizioni attuali, conoscere un qualsiasi appannamento, un qualsiasi riflusso. Dall’intervento al Seminario di Residenza di Ripetta, Roma, 14 luglio 2005.


CONVERSAZIONE [7]

CETTI CAPUANO NICOLAIS: CREDO CHE I DS NELLE ISTITUZIONI DOVREBBERO ESSERE PIÙ ATTENTI ALLA QUALITÀ DELLE POLITICHE Ovviamente non avevo nulla “di più importante” da fare, e così ho colto al volo l’opportunità di assistere ad una discussione “a tutto campo”, tesa a capire piuttosto che a giudicare. Un confronto denso di spunti e di riferimenti (non so se riuscirò a renderli pienamente in questi appunti “catturati” all’istante), con una “ricostruzione dei fatti” che parte dal progetto, bruscamente interrotto, ideato da Nicolais e dal suo gruppo di lavoro, ed arriva ad una valutazione dell’inadeguato spessore ideale e culturale dell’attuale sistema dei partiti, anche di sinistra, passando attraverso una riflessione sul rapporto tra politica, cultura e competenze. L’auspicio, nel dare conto di questa conversazione, è che essa possa contribuire in qualche modo al dibattito in corso tra le forze di centro sinistra, che governano tante regioni e aspirano a governare tra breve il paese. Nicolais ci attende nel suo ufficio di Napoli, a Piazzale Tecchio, nella Facoltà di Ingegneria ancora deserta e silenziosa. Geremicca non gira intorno alle questioni: • Nel tuo incarico di Assessore regionale eri considerato “l’uomo giusto al posto giusto”. Non solo i compagni, gli amici, gli addetti ai lavori, ma gli stessi esponenti del centro destra, dovendo riconoscere la presenza di forze e risorse valide nello schieramento opposto, ancora adesso collocano il tuo nome in cima alla lista. Il ruolo che hai avuto nel governo della Regione Campania è riconosciuto a livello nazionale

ed europeo, tant’è che ti è stato chiesto di contribuire al trasferimento in altre regioni del modello che hai saputo costruire e rappresentare in Campania. Vorrei allora cercare di capire come mai “l’uomo giusto al posto giusto” non ha potuto proseguire il proprio lavoro nella sua regione. Francamente, le spiegazioni che abbiamo ascoltato da parte sia tua che del presidente Bassolino non ci hanno convinto. • Se mi consenti io partirei da lontano: dallo sviluppo del progetto politico che a suo tempo pensammo per la Campania, volto all’istituzione di un modello di trasferimento delle conoscenze verso le attività produttive. Noi stiamo vivendo un momento storico nella nostra regione, in Italia e nel mondo in cui ci avviamo ad avere competitività soltanto se si ‘smaterializzano’ i prodotti, cioè se i prodotti diventano sempre più ricchi di conoscenza e quindi capaci di competere con paesi in cui il costo del lavoro è molto più basso. Da qui siamo partiti nell’elaborare il nostro piano strategico, analizzando i punti di forza e quelli deboli del sistema – paese e della regione, e individuando le metodologie idonee. Il modello al quale siamo giunti, denominato “trasferimento delle tecnologie”, consiste in una messa a sistema dell’offerta e nel contemporaneo sviluppo di un interfaccia attivo, che consente il passaggio dall’offerta alla domanda. Lo scopo era quello di porre le imprese nelle condizioni di interloquire con il mondo della ricerca e della conoscenza, e avviare così un rapporto stabile e permanente tra impresa e ricerca. Il punto di forza era l’introduzione di un nuovo

sistema di governance dell’utilizzabilità della conoscenza, ed una nuova visione della ricerca universitaria, concepita in termini di masse critiche piuttosto che di singoli ricercatori, che potessero lavorare ad obiettivi comuni partendo da background culturali diversificati. Su questi due “pilastri”, cioè messa a sistema dell’offerta e creazione di masse critiche di ricercatori, abbiamo fondato il nostro modello. Il lavoro è andato avanti con successo, anche perché siamo riusciti a convincere l’Europa, inizialmente un po’ scettica, della validità del progetto e della visione che lo ispirava. Regioni scarsamente infrastrutturate, come quelle dell’Obiettivo 1, in un contesto mondiale all’interno del quale la competitività non è più basata tanto sulla mobilità delle merci quanto sulla capacità, lo ripeto sino alla noia, di produrre conoscenza e trasferirla alla produzione, hanno bisogno non soltanto di infrastrutture materiali, ma anche e forse soprattutto di infrastrutture immateriali. • Credo che la Regione Campania sia stata la prima, se non l’unica, a muoversi su questo terreno. • È stata l’unica. E abbiamo dovuto faticare non poco perché la nostra visione venisse compresa ed accettata, ma poi è diventata un riferimento a livello nazionale grazie anche alla riforma del Titolo V della Costituzione, che ha attribuito alle Regioni le competenze relative alla gestione di ricerca ed innovazione, trasferendo i fondi, ma soprattutto attribuendo ai governi regionali un inedito ruolo di regia. • Questa circostanza ha coinciso


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con l’inizio della tua esperienza di amministratore. • Si. Ma bisogna dire che non tutte le Regioni hanno saputo cogliere l’importanza del nuovo ruolo che veniva loro attribuito. • In verità anche la sinistra ha spesso trascurato le potenzialità della riforma del Titolo V della Costituzione, insistendo solo sugli aspetti negativi… • Infatti, mentre invece il nuovo ruolo delle Regioni, se si inserisce in un sistema coordinato tra i diversi livelli di governo, permette di creare complementarietà e sinergie molto positive. Penso ad un sistema nel quale la Regione lavori sullo sviluppo locale, utilizzando le conoscenze globali; il governo centrale lavori per lo sviluppo della conoscenza e della ricerca di base, la cosiddetta “curiosity driven”; e l’Europa lavori per la competitività continentale, mettendo in campo progetti di ampio respiro. Tre livelli di competenza, quindi, tutti finalizzati allo sviluppo delle conoscenze, ma anche all’utilizzo delle stesse, che rappresenta la vera debolezza del nostro sistema. In altri paesi del mondo, USA innanzi tutto, le università producono numerosi brevetti e molti insegnanti fanno “spin – off”, creando aziende proprie. Insomma, esiste una forte cultura dell’utilizzo dei risultati della ricerca. Questo ovviamente non significa che le nostre università debbano divenire fucine di brevetti, ma semplicemente che occorre riservare una maggiore attenzione alle possibilità di utilizzare la loro ricerca. Per esempio quando Einstein ha elaborato le sue teorie, non poteva certo immaginare che alcune avrebbero condotto allo sviluppo di tutta l’attuale diagnostica per immagini. Eppure, al momento della loro elaborazione, le teorie di Einstein costituivano ricerca pura, che sembrava destinata unicamente a spostare in avanti il limite dell’umana conoscenza. La carta vincente del nostro progetto è stato quello di aver compiuto delle scelte forti. Abbiamo individuato delle aree in cui ritenevamo si potesse investire, perché su di esse insisteva una buona preesistenza industriale ovvero una preesistenza scientifica, e in questo contesto abbiamo concentrato tutti i nostri sforzi sia per aiutare la piccola e media impresa locale a migliorare la

qualità del prodotto che per cercare di attrarre in Regione Aziende ad alta tecnologia. • Quindi tu sostieni che è necessaria una decisa volontà di governo per concretizzare intuizioni che altrimenti resterebbero pure e semplici aspirazioni. • Si. In passato uno dei punti di debolezza della Regione Campania è stato quello di avere tentato di attrarre le imprese attraverso la concessione di vantaggi fiscali, col risultato che, una volta terminati questi vantaggi, le imprese ritornavano nei luoghi di provenienza. Noi invece abbiamo ritenuto di poterle attrarre dando accesso al nostro bacino di ricercatori e di laureati, e facendole interagire con le università e con i nostri giovani. L’esempio più significativo in tal senso è costituito dalla STMicroelectronics, che non era in Campania, ed è arrivata con l’obiettivo di impiegare, entro la fine del 2005, un centinaio di ricercatori. Oggi essa ne conta circa 650, di età media di 30 anni, il 95% laureati, in larghissima parte nelle nostre università. Attualmente la STMicorelettronics attraversa un momento di difficoltà: ci sono problemi a Milano e a Catania, mentre la sede di Napoli è in crescita, sia pure lieve. • Dunque scelte forti da parte dei governi regionali determinano scelte altrettanto forti da parte delle imprese. • Avendo però chiara coscienza che, contrariamente a quel che si pensa, ricerca e competitività non sono automaticamente legate. In realtà è tutta la filiera della conoscenza che produce competitività. L’alta formazione alimenta la ricerca, ma solo una parte di essa diviene poi innovazione; e infine, solo una parte dell’innovazione si traduce in incremento della competitività. Semplificare e generalizzare, quando si parla di ricerca, innovazione e competitività, rappresenta un segnale di scarsa attenzione verso la filiera della conoscenza e i suoi processi di evoluzione. Il passaggio di know how da un punto all’altro della filiera deve essere operato da chi ha concepito il know how. Inoltre, occorre tenere presente che l’innovazione produce competitività solo allorquando risultano adeguati mercato e finanza. Un nuovo prodotto potrebbe essere interessante per il ricer-


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catore e non avere alcuna attrattiva per il mercato, magari perchè il momento è sbagliato o perché mancano le condizioni sufficienti a renderlo appetibile. Allora bisogna considerare altri fattori, che però non sono tutti direttamente controllabili, in quanto esterni alla filiera della conoscenza. Abbiamo dunque un processo molto complesso, con una serie di variabili che dipendono anche dalle condizioni del contesto. In pratica è come se ci trovassimo di fronte ad un sistema di equazioni, le quali non possono essere risolte separatamente l’una dall’altra, perchè tutte le variabili sono interdipendenti tra loro. È necessario allora saper governare la complessità, ed andare oltre il momento istintivo (“naif”), nel quale un amministratore sceglie basandosi su una sua personale intuizione. La complessità del sistema non può costituire un alibi per non decidere. • Quale è stato il “livello di condivisione” di questa strategia da parte del Consiglio regionale, della Giunta e del Presidente Bassolino? • Ho preparato anzitutto un piano di indirizzo e di governo, che ha costituito la base sulla quale, successivamente, ho elaborato un piano strategico vero e proprio. Il piano entrava nel dettaglio, specificando le variabili e le operazioni che intendevo intraprendere, sia sul fronte dell’offerta, cioè delle università e degli Enti Pubblici di ricerca, che su quello della domanda, cioè delle imprese. Il tutto è stato proposto al vaglio della Giunta, che lo ha approvato. Poi, alla fine del 2004, ho aggiornato il programma alla luce dei risultati ottenuti, per pianificare il successivo sviluppo. • Dunque possiamo parlare di una sufficiente conoscenza e condivisione del progetto. Te lo chiedo perché l’esperienza di amministratore mi ha insegnato che molti provvedimenti vengono approvati in Giunta e in Consiglio praticamente “a scatola chiusa”, sulla scorta della fiducia riposta in chi li presenta. • Dal punto di vista formale si, vi è stata conoscenza e condivisione. Tuttavia mi sorprende il fatto che, nonostante circa sessanta consiglieri abbiano preso visione del piano, nessuno abbia mai espresso un commento, un parere di merito. Eppure, al di là della

mia personale connotazione “tecnica”, il piano aveva una forte valenza politica. Francamente, mi sarei aspettato una discussione più vivace su qualcosa che rappresentava una innovazione non solo per la Campania, ma per il Paese. È per me motivo di soddisfazione, invece, il fatto che tanto i sindacati quanto Confindustria abbiano introdotto nei loro protocolli d’intesa, anche a livello nazionale, il “modello Campania”. Poi, naturalmente, c’è il fatto dell’approvazione da parte dell’Europa. • Hai ottenuto adeguate risorse finanziarie dall’Europa? • Quasi tutte le risorse destinate al mio progetto provengono dall’Europa. Su 1 miliardo e 85mila euro spesi, il 90% è stato stanziato dall’UE. La Campania, da sola, ha investito in ricerca ed innovazione più di quanto abbiano fatto tutte le altre regioni dell’Obiettivo 1 messe insieme. Sono fatti eloquenti, che hanno indotto il Responsabile della Commissione europea su ricerca e innovazione a consultarmi per capire bene come potessero evolvere qui e altrove i Centri di Competenza. Ti confesso mi è dispiaciuto non poter seguire questa evoluzione. Come capisci il mio non è il rammarico di chi ha perso il “posto” di assessore, ma il dispiacere di chi non può più seguire il progetto che ha ideato e su cui si è impegnato. Geremicca, evidentemente colpito dalla passione contagiosa di Nicolais, gli chiede di parlare dei Centri di Competenza. • I Centri di Competenza nascono dall’idea di aggregare competenze diverse su obiettivi specifici, non per produrre nuova conoscenza ma per utilizzare la conoscenza già prodotta. Non sono centri di ricerca, ma piuttosto centri di utilizzazione della ricerca già sviluppata dai ricercatori nell’ambito delle loro strutture di appartenenza. Nascono inizialmente come sistemi virtuali, che per tre anni lavorano su “progetti dimostratori”, i quali hanno il fine di evidenziare la capacità di collaborazione tra ricercatori appartenenti ad ambiti disciplinari diversi, per creare un prodotto. Si tratta in effetti di una “system integration”, una integrazione di competenze. Al momento esistono 10 Centri, alcuni dei quali si sono già costituiti in consorzi, distretti, ed altre

strutture in grado di autofinanziarsi, dislocati in tutta la regione: uno nel Sannio, due a Caserta, due a Salerno, e cinque a Napoli. • A che punto sono le altre regioni su questo stesso terreno? • Purtroppo a zero. Ora si sta avviando qualcosa di simile in Puglia, con il presidente Vendola. Tieni conto che nelle altre Regioni non è mai esistito un assessorato appositamente preposto alla filiera della conoscenza. Il più delle volte, quando si affronta il tema della innovazione nelle attività produttive, ci si preoccupa della parte conclusiva, cioè di tradurre l’innovazione in competitività. Noi invece abbiamo ritenuto che, se volevamo ottenere risultati, bisognava occuparsi dell’intera filiera, a partire dalla alta formazione, e pertanto è stato istituito un assessorato ad hoc. • Il titolare di questo assessorato non poteva non avere competenze specifiche e ad alto livello. Insomma, la teoria che per un amministratore ogni incarico è quello giusto purché sappia di politica, non sta in piedi. • Non regge particolarmente nel caso specifico. Perchè si tratta di un assessorato dalla elevata valenza politica, ma che richiede una grande competenza tecnica. Non è un assessorato che può basarsi sul lavoro dei consulenti, ha bisogno di una guida con una forte capacità di sintesi, indispensabile quando si tratta di gestire l’innovazione . • Un assessore in grado di capire il corso delle cose e anticipare soluzioni a problematiche inedite. • Procedere secondo una logica di sistema è valido non solo relativamente alla ricerca e all’innovazione. Per qualche tempo, come sai, ho avuto l’interim dell’Assessorato al Turismo, e anche lì ho avvertito la necessità di un “modello operativo”. Per governare il settore turistico non ci si può ridurre alla semplice soluzione dei problemi che si presentano giorno per giorno. Vi è la necessità di una messa a sistema di tutto ciò che può rappresentare una risorsa per il turismo nella nostra regione. La politica deve prendere coscienza del fatto che oggi la situazione è completamente mutata, e bisogna trasformare la Regione da ente di gestione ad ente di governo. • Se ho compreso bene, stai dicendo sulla base di un’esperienza concreta e


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positiva quello che molti pensano da tempo: che governare vuol dire avere capacità progettuale, idee alte, valori che orientino, aggreghino e mobilitino. Altrimenti la mera gestione – ma esiste poi una mera gestione? – finisce col ripiegarsi su se stessa, vuota di contenuti e di forza propulsiva. • Fino a quando la Regione non prenderà coscienza di essere governo regionale nel senso pieno e proprio della parola, non riusciremo a superare la dicotomia tra governo e gestione. • Una dicotomia che genera contraddizioni e guasti, come a mio avviso è accaduto in Campania. Mi riferisco al fatto che quando una Regione si incammina su una politica innovativa, con scelte di avanguardia, sarebbe del tutto normale e scontata la conferma di uno dei fondamentali protagonisti di questa politica. Tanto più in quanto la Quercia e la maggioranza hanno giustamente messo al centro della loro campagna elettorale questo tema, i risultati raggiunti, gli impegni per il futuro. Invece no: grazie per quello che hai fatto e buona fortuna. Cerchiamo di trovare una spiegazione a quanto è accaduto. Io penso che, anche qui, si debba partire da lontano. Mi riferisco ai processi posti in essere nei primi anni Novanta dalla riforma dell’ordinamento delle autonomie locali e dei meccanismi elettorali. L’elezione diretta dei sindaci e dei presidenti delle Province e delle Regioni spostò fortemente su questi il potere di decisione, riducendo il ruolo delle assemblee elettive e modificando fortemente il rapporto partiti-istituzioni. Nella scelta degli assessori, i sindaci e i presidenti tenevano conto, ovviamente, degli equilibri politici ma poi facevano di testa loro, affidando ai partiti compiti ancillari, di mero supporto elettorale. Hai letto, qualche tempo fa, Ilvio Diamanti su La Repubblica? Di questo parla: “degli attori e dei metodi della politica riassunti nella personalità del leader. A scapito della partecipazione, dell’organizzazione, della presenza sociale e territoriale. Un processo che riduce partiti e coalizioni in condizioni gregarie. Incapaci di scegliere e praticare alternative”. E, più recentemente, Vannino Chiti (Coordinatore della Segreteria nazionale dei DS) sul Corriere del Mezzogiorno? In base all’esperienza di questi anni, esprime riserve sulla elezione diretta

dei Presidenti delle Regioni perché a suo avviso “non garantisce un equilibrio tra i partiti, le istituzioni e la società”. Geremicca prosegue nella esposizione del suo punto di vista con assoluta pacatezza e altrettanta determinazione: • D’altronde i fatti parlano chiaro: col passare del tempo la spinta propulsiva di questa esperienza si è avviata all’esaurimento, ed è pressoché unanime la convinzione che si debba aprire “una nuova fase”. I leaders appaiono in affanno; sotto il profilo elettorale, il loro “valore aggiunto” rispetto ai partiti delle coalizione non esiste praticamente più. E riemergono i partiti. Ma senza un reale rinnovamento di gruppi dirigenti, di idee, di culture, di valori, “senza partecipazione e senza società” (cito ancora Diamanti). In questo sistema politico e istituzionale, se non bloccato certamente appesantito da limiti di fondo, può succedere quello che è successo in

Campania nella formazione della giunta regionale, il cui criterio prioritario, determinante, è stato quello del rispetto assoluto, alla virgola, del peso in voti di ciascuna forza politica. Così l’assessore uscente ai trasporti e alla mobilità è potuto rientrare in Giunta non per la sua indiscutibile, provata competenza, ma perché faceva parte della ‘quota’ DS (pur essendo di consolidata, riconosciuta formazione cattolica-popolare; non a caso era la Margherita in primo luogo a volerlo, ma di suo aveva già fatto ‘il pieno’, perciò ha chiesto ai DS di ‘farsene carico’ sulla loro spettanza). Mentre l’assessore uscente alla Ricerca scientifica e alla Innovazione tecnologica (peraltro di riconosciuta ‘area’ diessina) andrà a lavorare in Puglia, chiamato da Vendola, perché ai DS non spettavano altri posti. Tutto questo nel nome della ‘governabilità’. Ma una governabilità come questa è esposta a continui ricatti.


CONVERSAZIONE [11]

Come è accaduto in ultimo nella vicenda delle Commissioni consiliari ordinarie e speciali, proliferate oltre ogni ragionevole limite. Un autorevole membro della Giunta lo ha dichiarato candidamente e pubblicamente: “Le Commissioni? È stato il prezzo pagato per ottenere il consenso sul nuovo regolamento. Ma ne valeva la pena”. Ti chiedo, caro Gino, se non credi anche tu che, di questo passo,

inspiegabile. Ritenevo che il mio fosse un progetto politico condiviso da tutta la coalizione, e che fosse nelle intenzioni di tutti continuare a portarlo avanti. • Ti aspettavi una maggiore coerenza non solo da parte dei DS, ma anche degli altri partiti della coalizione. • I DS hanno dovuto fare una scelta, e tra Nicolais e Cascetta hanno scelto il secondo. Questo io lo posso capire.

• Apprezzo molto, caro Gino, la serenità, la dolcezza direi, il rispetto umano che dimostri nei confronti dei tuoi interlocutori nell’affrontare una vicenda che ti coinvolge anche personalmente. Ho ascoltato le tue parole di comprensione e di solidarietà per le difficoltà e le tensioni cui è stato sottoposto il presidente della Regione, e per la mancanza di alternative, a tuo giu-

si accentui pericolosamente la separazione (un vero e proprio ‘divorzio’ come ha scritto Giorgio Napolitano sulla nostra rivista) tra politica e cultura, governo e competenze. La risposta di Nicolais è più che altro una riflessione ad alta voce su elementi diversi e in qualche misura contraddittori: • Nell’ultimo anno ho collaborato con Piero Fassino e Andrea Ranieri, prima e dopo la campagna elettorale, proprio per far conoscere al paese l’esperienza del “modello-Campania”, e il mio lavoro è stato presentato come testimonianza esemplare di una scelta strategica dei DS, che considerano il sapere l’elemento discriminante della politica di sinistra rispetto a quella di destra. Su questo punto sono anche intervenuto al Congresso nazionale DS, come persona non iscritta e al tempo stesso esponente del partito, impegnata per l’affermazione di una precisa visione dell’agire politico. Detto questo mi sembra che la tua analisi su quanto è accaduto e sta accadendo in Campania sia corretta. Sono convinto che da parte del presidente Bassolino c’era sicuramente la volontà di mantenere gli assessori tecnici che rappresentavano in qualche modo i due “pilastri” della politica della Regione Campania, cioè i trasporti e l’innovazione tecnologica. Proprio per questo, quello che poi è accaduto mi risulta ancora oggi

Non capisco invece come, a livello della coalizione nel suo insieme, si sia scelto di rinunciare ad una politica che l’ha posta all’avanguardia nel paese. Ho espresso la mia sorpresa anche al presidente Bassolino, della cui buona fede non dubito, e che sicuramente ha agito sotto la pressione dei partiti. La cosa spiacevole è che i partiti abbiano fatto quella pressione, nonostante la forte solidarietà espressa dal Segretario regionale DS. Dopo la mia mancata riconferma sono stato contattato da altri presidenti regionali (da Burlando a Vendola) per eventuali collaborazioni, e ho dichiarato la mia disponibilità perché sono attirato e stimolato dalla prospettiva di ridare linfa al “modelloCampania” e renderlo operativo anche altrove. • Sappiamo che anche la Moratti ti ha proposto un incarico impegnativo e prestigioso. • Si, mi ha voluto affidare il coordinamento nazionale dei Distretti di Alta Tecnologia. Vendola invece mi ha proposto, con l’approvazione della sua giunta, di presiedere l’Agenzia Regionale per la Tecnologia e l’Innovazione, le cui funzioni sono simili a quelle di un assessorato, essendo il braccio della giunta in questo settore. La conversazione si avvia a conclusione. Comunque Geremicca sembra voler essere chiaro fino in all’ultimo:

dizio, del segretario regionale DS, ma devo dirti con franchezza che non mi hanno del tutto convinto. Riconosco le difficoltà in cui si trovano oggi i partiti e le istituzioni: e ci mancherebbe! ma rimango del parere che i DS non possono ridursi a mero ‘supporto’ della giunto regionale, e che il Presidente della Regione non può limitarsi ad assecondare le spinte dei partiti, qualunque esse siano, purché non intralcino la sua azione di governo. L’etica della responsabilità esige che ciascuno risponda con leale e severo rigore delle proprie scelte e della conseguenza degli atti che compie (o che omette di compiere). Quello che è accaduto e sta accadendo dimostra che siamo purtroppo ancora assai lontani dalla soluzione di una duplice contraddizione, di una doppia separatezza: tra partiti e istituzioni da un lato e tra politica e saperi dall’altro. • Volendo stare al merito delle questioni trattate, credo che i DS dovrebbero essere più attenti sia alla qualità delle politiche che all’attribuzione degli assessorati più o meno ‘pesanti’ sotto il profilo delle risorse da gestire. Al momento, sul modo di affrontare i problemi della governance a tutti i livelli, non sembra emergere una strategia e una cultura politica chiara nei DS e nel centro sinistra. E qui il discorso torna al punto di partenza della nostra conversazione.


MEZZOGIORNO [13]

Il Mezzogiorno quest’anno è stato ‘dimenticato’ persino alla Fiera del Levante Paola De Vivo dalla prima pagina …allo sviluppo del Mezzogiorno, e questo è quanto mai utile, perché costringe chi legge a fare veramente i conti con un enorme mole di dati raccolti da fonti oggettive, con una serie di informazioni precise, con una molteplicità di analisi approfondite e dettagliate. Tuttavia, sarebbe da parte mia riduttiva attribuire tanta importanza a questa pubblicazione unicamente per la vastità dell’offerta dei dati quantitativi in essa contenuta. Il suo valore è, invero, molto più elevato perché il Rapporto esce in un periodo in cui le questioni del Mezzogiorno sono del tutto trascurate dall’agenda politica e sono completamente scomparse da quella governativa. Una scomparsa, quest’ultima, che non deve meravigliare più di tanto, dato che neppure la gravità della situazione economica del paese è, in fondo, percepita dal governo in carica come un’urgenza da fronteggiare. La peculiare considerazione che ha il tema del Mezzogiorno nelle vicende politiche italiane la si può descrivere denunciando che esso è stato sinora un fenomeno carsico nel dibattito politico, capace di apparire o scomparire a seconda delle circostanze. Torna utile e viene portato alla ribalta nazionale durante i periodi elettorali,

si affievolisce o addirittura scompare in momenti meno sensibili per la vita pubblica. Attualmente, poi, si ha come l’impressione che neanche l’avvicinarsi della prossima tornata elettorale gli ridarà, purtroppo, uno slancio reale. Il Mezzogiorno, quest’anno, è stato “dimenticato” – come ha scritto Giuseppe Galasso – persino alla Fiera del Levante, “che è sempre stata una grande finestra del Mezzogiorno e sul Mezzogiorno”. Dalla interpretazione complessiva dei contenuti del Rapporto trapela invece un monito forte, che va esattamente nella direzione opposta all’offuscamento politico: il Mezzogiorno potrà anche risentire di una mancanza di attrattività nel dibattito corrente, ma rimane pur sempre il problema dello sviluppo capitalistico italiano. Il filo rosso che accomuna tutte le analisi che in esso vengono svolte è, infatti, la permanenza del divario tra il Nord e il Sud del paese. Pacatamene, e con tutti i distinguo del caso – come il richiamo alle differenziazioni territoriali interne al Mezzogiorno – viene dimostrato che un aspetto non trascurabile dell’incompiuto sviluppo capitalistico italiano è proprio la mancata convergenza tra le due aree del paese. La significatività del lavoro condotto dalla Svimez si rintraccia nello sforzo di sostanziare le argomentazioni in esso sostenute inquadrandole nei cambiamenti economici, politici e sociali che attraversano lo scenario europeo ed internazionale. Esso si inserisce pienamente nel solco di quell’ampio dibattito, ormai in corso da tempo, che si interroga sui modi per fronteggiare i deludenti risultati che l’Unione Europea, e ancora di più l’Italia, hanno avuto in anni recenti sul piano economico. Il declino di competitività che entrambe stanno scontando, conseguenza dei processi di globalizzazione che interessano l’economia

mondiale, mette a nudo la necessità di ripensare concretamente il modello di sviluppo verso cui sono proiettate. Lasciando intendere, all’occorrenza, che temporeggiare non è più sufficiente, che è già tardi, che è giunta l’ora di individuare dei rimedi. Di trovare, in altre parole, il coraggio di fare e di attuare delle scelte politiche. Perché, se è vero che il problema della crescita economica è pressante, non lo è di meno quello della tenuta della coesione sociale. Ecco, allora, in un’Europa che viaggia a due distinte velocità, la Svimez pronta a ricordarci dell’esistenza del Mezzogiorno e dei suoi nodi irrisolti, soprattutto nel sociale. Senza creare falsi allarmismi, viene osservato che i processi di esclusione e di marginalità sociale si acuiscono sempre di più. La crescita dei livelli di disoccupazione, la crisi della struttura produttiva ed il modificarsi delle strutture demografiche e familiari sembrano con insistenza sottolineare che, nel Mezzogiorno, più del ridimensionamento delle funzioni dello Stato e della sua presenza nella società civile, sono ancora la ridefinizione delle politiche di intervento e la modernizzazione degli apparati amministrativi capaci di gestirle ad essere le variabili in gioco. Comunque sia, vale la pena, prima di addentrarsi ancora più compiutamente nel commento al Rapporto 2005, di avvertire che la lettura che ne farò sarà selettivamente orientata. L’analisi verrà ricondotta su tre piste di riflessione che emergono, a mio parere, dalla lettura di questo poderoso lavoro. Queste tre piste convergono nell’insieme su un punto: l’arretratezza che ancora si riscontra nelle regioni del Mezzogiorno è imputabile alla dimensione di “incertezza” che contraddistingue la vita economica e sociale di questa parte del paese. Andando per ordine, la prima riflessione riguarda l’andamento


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dell’economia meridionale. È evidente che la ristrettezza temporale – l’anno di riferimento è il 2004 – spinge ad usare una certa cautela nel formulare valutazioni sulle tendenze strutturali. Tuttavia, come vedremo, vi sono dei segnali di cambiamento che è bene non trascurare, o, peggio, sottovalutare. La seconda riguarda la “nuova” visione della politica meridionalista, sia in Italia che in Europa, e l’impostazione da cui è stata orientata negli ultimi anni. La terza riguarda le relazioni che si sono via via intrecciate tra il Mezzogiorno e l’Europa. L’allargamento a venticinque paesi dell’Unione Europea, con l’insieme delle implicazioni che scaturiranno in termini economici e politici, costruisce un nuovo scenario di riferimento, al cui interno il Mezzogiorno dovrà imparare a muoversi. Per cominciare, quali sono, allora, le tendenze e le dinamiche che più salientemente caratterizzano l’economia meridionale? Come e quanto l’economia meridionale è cresciuta nel corso dell’anno? Una prima indicazione che emerge dal Rapporto è il mutamento dello scenario competitivo in cui il Mezzogiorno si trova ad agire. La vera sfida che il Mezzogiorno e l’Italia nel suo complesso devono attualmente affrontare è la concorrenza sui mercati mondiali. Il motore principale della ripresa è il continente asiatico, dove si assiste in particolare al decollo economico di paesi come l’India e la Cina, capaci di incorporare nel loro modello economico i principi del capitalismo e di alimentarne gli sviluppi. Ma anche altri paesi in via di sviluppo, dell’Africa e del Medio Oriente, hanno beneficiato della crescita, agevolati dal rincaro delle materie prime esportate. Mentre il contesto internazionale si modifica repentinamente, le economie stentano ad adeguarsi alle trasformazioni e ad individuare delle forme di flessibilità organizzativa. Sempre di più gli esiti dello sviluppo meridionale sono perciò condizionati da quanto accade a livello mondiale. La ripresa che vive l’economia mondiale nel corso del 2004 è dovuta prevalentemente all’espansione del commercio internazionale, alimentata dalla crescita economica degli Stati Uniti, della Cina, dell’India. Di quegli stessi paesi, cioè, a cui è im-

putata la nostra incapacità di reggerne la concorrenza, tanto che l’Italia sconta, per usare una frase ormai abusata, un declino di competitività. La perdita di competitività complessiva che interessa il nostro paese è ampiamente dimostrata dai dati che aprono il Rapporto, da cui si evince che nel 2004 l’economia europea, pur essendo ancora in una fase di debolezza, è comunque in rilancio (crescendo nell’Unione a 15 paesi, del 2,3%, con un incremento pari a quasi tre volte quello registrato l’anno precedente, 0,8%). L’Italia si aggancia alla ripresa ma in modo lento; lo sviluppo realizzato nello stesso periodo dall’economia italiana appare infatti modesto (1,2%), anche se vi è stata una qualche accelerazione rispetto ai due anni precedenti (0,4% nel 2002 e 0,3% nel 2003). Il volume delle esportazioni nazionali di beni e servizi, in questo quadro, dopo due anni, è tornato a crescere ad un tasso del 3,2% (a prezzi costanti) ma comunque pari ad appena un terzo di quello degli scambi internazionali. La quota di mercato mondiale detenuta dalle esportazioni italiane continua invece a flettere, essendo pari al 2,9% (si tenga presente che dieci anni fa era del 4,6%). Lungi dall’inseguire facili spiegazioni, come quelle di chi è convinto che è il solo rallentamento della produttività del lavoro a provocare la flessione, o, ancora, dal rispondere a fastidiose provocazioni politiche, come la tesi lanciata e ormai consolidata in ambienti sfavorevoli alla scelta europeista, cioè che la caduta delle esportazioni dipenda semplicisticamente dalla introduzione dell’euro, la causa più convincente del declino della quota di esportazioni è rinvenuta nel modello di specializzazione internazionale che contraddistingue il nostro paese. Sono piuttosto le caratteristiche strutturali dell’economia italiana, incentrata su produzioni di bassa qualità, a basso contenuto tecnologico, orientata a mercati come quello europeo in cui la domanda è aumentata lentamente a determinare, sul lungo periodo, la perdita di competitività. Si è scelto cioè di intraprendere “la via bassa” dello sviluppo economico: la strada che premia sul breve periodo, che aiuta a comprimere i costi di produzione, ma ne condiziona le prospettive.

La spiegazione di tale calo rinvia, pertanto, ad un insieme di concause: la geografia economica internazionale è cambiata, le scelte di localizzazione delle grandi imprese multinazionali penalizzano l’Italia, incapace di innovare il suo sistema economico. In altre parole, il tratto distintivo del modello di specializzazione produttivo italiano sembra essere una sorta di ’“inefficienza dinamica”. Un’inefficienza che affonda le sue radici lontano nel tempo, come la storia economica italiana dimostra. In parte essa discende da errori compiuti dal management aziendale, in parte è stata provocata da vere e proprie omissioni ed incapacità di governo politico di interi settori industriali. La perdita di alcuni comparti del settore manifatturiero o la loro crisi – si pensi alla chimica, all’elettronica, all’aeronautica civile, al polo automobilistico – è, in questo senso, un esempio calzante. Davvero, come sostiene Gallino (2003), la “scomparsa dell’Italia industriale” è la conseguenza di una mancata capacità di regolazione dell’industria nazionale nel tempo e di una tuttora carente, quanto non inesistente, visione strategica nella impostazione dei contenuti della politica economica. Tuttavia, quanto più appare convincente la tesi che l’Italia sia divenuta una colonia


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industriale di altri paesi, tanto più c’è da spaventarsi sulle prospettive di sviluppo del Mezzogiorno. Il punto è che un deficit di competitività di per sé già così grave, finisce per acuirsi nel Sud. Dalla lettura del Rapporto annuale sembra serpeggiare più di una preoccupazione per il fatto che, sebbene in presenza di modesta ripresa dell’economia italiana, “…l’economia del Mezzogiorno stenta a tenere il passo con di crescita del Paese e dell’intera Europa”, tanto che, ad eccezione del 2000, erano ben sette anni che la dinamica di crescita del Mezzogiorno non faceva registrare una riduzione rispetto a quella del resto del Paese (il Mezzogiorno è cresciuto a prezzi costanti nel 2004 dello 0,8% a fronte dell’incremento del 1,4% del Centro-Nord). La scarsa integrazione dell’economia meridionale nei mercati internazionali è evidentemente dimostrata proprio dallo stato dell’export, perché, se è vero che nel 2004 il valore delle esportazioni è aumentato dell’8,9%, addirittura in modo superiore rispetto alla media della crescita nazionale che si attesta sul 6,1%, è altrettanto vero che è calato il numero degli esportatori localizzati proprio nel Mezzogiorno. Questo sta a significare che si è in presenza di una ristrutturazione del sistema pro-

duttivo, che tuttavia vedrebbe avvantaggiate le imprese maggiori, spesso a controllo esterno. Questo fenomeno di concentrazione delle esportazioni nelle imprese di maggiori dimensioni, di per sé non necessariamente negativo, è tuttavia da tenere sotto osservazione. In effetti, a livello settoriale, la crescita delle esportazioni sembra essere guidata essenzialmente dalla metallurgia, dai derivati del petrolio, dagli autoveicoli, dall’elettronica e dalla chimica. Risultano in sofferenza, invece, i settori più tradizionali, quelli più diffusi nel tessuto produttivo meridionale: l’agroalimentare, il tessile, l’ abbigliamento, il calzaturiero. La crescita di un imprenditoria endogena, alla luce di queste informazione, sembrerebbe essersi arrestata. E con essa, forse, anche la speranza suscitata, sin dagli inizi degli anni novanta, di un modello di sviluppo alternativo alla grande impresa e agli aiuti di Stato. Lo stesso indicatore relativo al Pil per abitante rispecchia la crisi che interessa in generale l’economia meridionale: nel 2004, esso è nel Mezzogiorno di 15.950 euro a fronte del 26.750 di un abitante del Nord e rappresenta, in valore percentuale, il 59,6% di quello del Nord; esso è, per la prima volta dalla metà degli anni novanta, in lieve diminuzione. Nel Rapporto viene sottolineato che dal ’96 al 2004 il gap relativo al Pil tra Nord e Sud si è ridotto di quattro punti percentuali, perciò si è in presenza di un ulteriore segnale di arretramento e di una inversione di tendenza sino a quel momento registrata. Tutto ciò si evince ancora da due significativi andamenti che gli estensori del Rapporto non mancano di sottolineare. Il primo è inerente agli investimenti. In effetti, osservando la loro dinamica in corso d’anno, si può sostenere che nel 2004 è ripresa l’accumulazione di capitale sia a livello nazionale che nel Mezzogiorno. Invero, l’Italia si è perfettamente allineata all’aumento che si è avuto nella media dei paesi che formano l’Unione Europa (2,1%), sebbene non abbia del tutto recuperato il divario accumulato negli anni precedenti. Lo stesso Mezzogiorno ha rispecchiato questa tendenza. Non è comunque sufficiente osservare l’intensità degli investimenti per comprendere la reale natura di tale incre-

mento. È la loro composizione che svela una sostanziale distinzione nell’impiego delle risorse finanziarie tra le due aree del paese. Nel Sud la quota principale è rappresentata dagli investimenti in costruzioni (aumentati del 4,1%), minore rilevanza hanno acquisito quelli fatti per l’acquisto di attrezzature e macchinari (appena lo 0,4%). Nel Centro-Nord, questi ultimi sono cresciuti del 1,5%, ed anche se gli investimenti in costruzioni rimangono comunque superiori (2,7%), la loro differenza è meno marcata. Il secondo è inerente ai consumi. I consumi della famiglie residenti sono cresciuti dell’1%, meno che nel 2003 (1,4%), riflettendo anche il comportamento cauto dei consumatori di fronte a incertezze nei redditi futuri. Pure la dinamica della spesa della pubblica amministrazione è risultata in rallentamento – 0,7% rispetto al 2,3% – rispetto all’anno precedente. D’altronde non è un fenomeno nuovo neppure la dilagante disoccupazione meridionale. Essa continua ad essere tre volte superiore a quella del Nord. Ma, in fondo, il dato eclatante non è questo, è piuttosto che nel 2004, per il secondo anno consecutivo, si registra un rallentamento nella dinamica dell’occupazione e si accentua la tendenza alla riduzione del numero di persone in cerca di occupazione. Per dare un’idea di quanto affermato, basta esaminare le percentuali sull’andamento del mercato del lavoro che l’Istituto diffonde avvalendosi dei dati dell’indagine sulle forze di lavoro: “[…] pur in un contesto di rallentamento della crescita dell’economia, il numero delle persone occupate è aumentato, nel il Centro-Nord, di 187.000 unità, pari all’1,2%, mentre si è ridotto di circa 23.000 unità nel Mezzogiorno (-0,4%).” Non solo. Il fenomeno forse più grave è che viene confermata la forte riduzione delle persone che partecipano al mercato del lavoro e si assiste ad una riduzione dei tassi di attività. L’ effetto scoraggiamento (inutile cercare lavoro se non c’è), il rifugio nel lavoro sommerso e la ripresa dell’emigrazione nelle regioni del Centro-Nord sembrano essere i comportamenti conseguenti dell’offerta di lavoro in questa situazione. Incapacità a reggere la concorrenza internazionale, caduta del Pil


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complessivo e per abitante, difficoltà occupazionali sono le ombre che contraddistinguono l’andamento del 2004. Oltre alle ombre, vi è un ulteriore argomentazione che attira l’interesse su quanto scritto e documentato nel volume. Si tratta dello spostamento dell’asse di attenzione da una dimensione economica ad una più propriamente istituzionale. Il governo dei fenomeni economici non è ricondotto semplicisticamente agli incentivi alle imprese o agli aiuti di stato, comunque importanti. Un maggiore rilievo viene attribuito allo sforzo che le politiche comunitarie e nazionali devono compiere per adeguare, indirizzare, innovare il contesto in cui le imprese operano. Si rileva, in più parti del Rapporto, un attenzione crescente verso la qualità delle condizioni ambientali in cui si svolgono le attività imprenditoriali nel Mezzogiorno. L’ambiente esterno alle imprese condiziona la loro capacità di funzionamento, attraverso lo sviluppo di differenti forme e gradi di incertezza, ma tale incertezza discende solo parzialmente dai caratteri del mercato (si pensi a quanto emerge dai dati sulla debolezza della struttura imprenditoriale sino agli elementi di arretratezza gestionale che continua a contraddistinguere una parte dell’imprenditoria nel Sud). L’incertezza trova altresì alimento lungo le coordinate istituzionali e sociali: si tratti della criminalità e dei connessi problemi di ordine pubblico, sino all’incapacità di individuare e realizzare forme di sostegno e servizi territoriali alle imprese, tutto ciò concorre a dimostrare che i costi delle transazioni economiche sono più alti nel meridione che non altrove. Da qui l’enfasi sulla rilevanza del territorio e sulla capacità di quest’ultimo nell’influenzare i percorsi di sviluppo. Nel primo paragrafo del Capitolo XIV – Assetto del territorio – che si intitola “La qualità del territorio come condizione per lo sviluppo” si legge che: “[…] Tra i fattori che concorrono al permanere di un complessivo ritardo del Mezzogiorno rispetto al resto del Paese, il territorio va assumendo un ruolo sempre più di primo piano sia per quanto riguarda la qualità della vita civile, sia con riferimento al supporto che è in grado di fornire al dispiegarsi delle attività produttive”. In che modo

la politica economica si è adoperata per tentare di ridurre le incertezze in cui possono incorrere le imprese e i cittadini, sino a che punto il concetto di territorio è stato in essa incorporato e con quali esiti sulla prospettive dello sviluppo meridionale è quindi l’altra pista di riflessione su si interroga il Rapporto. In questa chiave, vi è il rinvio all’andamento e all’analisi delle politiche nazionali e comunitarie che hanno il compito di sostenere il mercato nel Mezzogiorno, di favorirne la competitività, di accrescerne la coesione sociale. L’incidenza del livello di governo europeo sulle vicende dello sviluppo meridionale è divenuta negli ultimi anni più che mai rilevante. In attesa della conclusione del ciclo di programmazione 2000-2006 e dell’avvio del prossimo, ancora in fase di negoziato, vi è ancora l’esigenza di verificare lo stato di avanzamento degli interventi programmati. Questo anche alla luce della riprogrammazione delle risorse

comunitarie. Dalle linee di ragionamento sviluppate su tale aspetto nel Rapporto si deducono due significative riflessioni: la prima, l’importanza che le politiche comunitarie assumono ai fini dell’infrastrutturazione – dalle strade, alle ferrovie, agli aeroporti – utile ad inserire il Mezzogiorno in un’area di scambio più vasta. La seconda, l’impatto sull’economia meridionale della partecipazione alla vita comunitaria. In effetti, lo scenario che si prospetta è che quest’ultima genera due opposti meccanismi ed entrambi influenzano le prospettive di sviluppo del Sud dell’Italia. Il primo è quello che ha consentito di razionalizzare la spesa pubblica nazionale e ne ha, di conseguenza, ristretto la disponibilità e l’uso. Il secondo riguarda la possibilità di attrarre risorse da fonti di finanziamento aggiuntive agli stessi trasferimenti statali. Il rischio è nel fatto che tutto ciò si colloca in un quadro di stretta competizione con altre regioni e territori presenti nell’Unione,


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soprattutto con quelle regioni – ed è il caso dei paesi dell’Est – che si sono affacciate alla ribalta europea con analoghi problemi di arretratezza nello sviluppo economico. Ma l’incidenza dell’utilizzo delle risorse comunitarie non è sufficientemente esplorata; è riduttivo leggere il loro ruolo soltanto sul piano della redistribuzione finanziaria. C’è un terzo aspetto che, secondo me, il Rapporto mette in luce, ma con un minore rilievo: la spinta che la politica economica dell’Unione tenta di dare allo sviluppo locale. In questi anni le risorse comunitarie sono state canalizzate verso le politiche territoriali – dai Patti per l’Occupazione alla progettazione integrata, per non dire delle numerose altre iniziative comunitarie – e tutto ciò con l’intento di contribuire a modificare le disagiate condizioni di contesto in cui si espletano le attività produttive nel Mezzogiorno. E di contribuire altresì a modificare i comportamenti dei sogget-

ti istituzionali pubblici, spingendoli ad essere più attivi nella loro funzione di regolazione dello sviluppo economico. Il fine ultimo è di ridurre l’incertezza negli scambi economici, quella stessa incertezza, che come si è detto, viene evocata in più parti del Rapporto. In questo senso ridiventa cruciale il tema dell’innovazione istituzionale e dei modi attraverso cui promuoverla. Il deficit di competitività è anche un deficit di competitività istituzionale. La stagione della programmazione negoziata è stata in questo senso un’esperienza concreta e un banco di prova importante, anche per l’attuazione dei processi di riforma amministrativa del nostro paese. Perché allora trascurarla? La visione “mitica” dello sviluppo locale non aiuta a fare chiarezza sul che cosa fare per il Mezzogiorno, perché è evidente che per risolvere tutti i nodi che sono emersi dalla diagnosi fatta dalla Svimez, c’è bisogno di una politica che operi in una cornice di intervento unitaria, che dal livello nazionale si ricongiunga, tramite un forte coordinamento istituzionale, con le politiche comunitarie e regionali. Ma neppure la visione “distruttiva” dello sviluppo locale fa compiere dei passi in avanti. Dando per acquisito che veramente si abbia intenzione di impostare un programma politico che abbia al centro il Mezzogiorno, occorre preliminarmente interrogarsi sulla natura e sui contenuti della politica economica nazionale. Su questo piano, la strada da seguire, anche alla luce del decentramento dei poteri verso le Regioni, appare segnata: si tratta di investire nello sviluppo infrastrutturale. Questo tipo di intervento rimanda, comunque, al problema di individuare delle modalità di accordo con le altre istituzioni territoriali, richiedendo peraltro una loro capacità di amministrazione e di contribuzione al finanziamento nazionale. Vi è, quindi, l’altra questione su cui si è in pieno dibattito: assumersi sino in fondo la responsabilità di scegliere politicamente su quali settori industriali ed economici puntare e su di essi investire. In altre parole selezionare, concentrare e finalizzare le risorse derivanti dagli investimenti pubblici. Una scelta difficile da compiere alla luce della nostra collocazione nella divisio-

ne internazionale del lavoro, divenuta ormai improcrastinabile, ma che non esclude la possibilità di rafforzare le economie territoriali. Come recentemente ha scritto Carlo Trigilia (2005) “[…] Il problema è piuttosto di valutare adeguatamente come la competitività, l’occupazione e la coesione sociale si possono meglio tenere insieme attraverso azioni coordinate a livello territoriale. Ciò riguarda sia le aree minori che le grandi città, sia lo sviluppo delle grandi imprese e la possibilità di attirare più efficacemente imprese esterne che la crescita delle piccole aziende, o quella del turismo e dei servizi. […] Le imprese di settori più tradizionali, come le attività più innovative, hanno bisogno per crescere e rafforzarsi di beni collettivi dedicati che si formano con la cooperazione di soggetti locali”. Come si vede, aldilà di quelle che saranno le scelte di politica economica da realizzare, si tratta pur sempre di scelte che dovrebbero essere tra di loro strettamente interdipendenti, perciò sarebbe un errore disperdere l’esperienza di programmazione economica che, tra fallimenti e insegnamenti, si è fatta nell’ultimo decennio in Italia. Perché, se un fatto è emerso con nitidezza dall’andamento delle politiche per lo sviluppo territoriale, è che la governabilità dei i processi economici aumenta a condizione che vi siano delle risorse di consenso e di informazione che li sostengano. A condizione, cioè, che vi sia una classe politica ed amministrativa nazione e locale capace di dialogare sui temi che interessano lo sviluppo generale del paese e di trovare dei percorsi comuni da intraprendere. Soltanto in questo modo, indirizzando e rappresentando gli interessi economici e sociali in base alla loro reale conoscenza, si scongiura il rischio di perpetuare lo spreco di risorse pubbliche e, fatto più grave, di alimentare delle ingiustizie sociali. Si tratta di errori di valutazione che possono insorgere quando si è lontano dai problemi reali, finendo per dare molto a chi ha già e per penalizzare chi, invece, ha ancora relativamente poco. Il Rapporto Svimez, in fondo, ci esorta anche su un punto: a riflettere su come sviluppare delle nuove forme di solidarietà tra le due parti che compongono il Paese.


SICUREZZA E DIRITTI

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La lotta al terrorismo dopo l’11 settembre

Il primato del diritto alla vita Biagio de Giovanni

Quale

rapporto fra libertà e sicurezza nell’epoca del terrorismo? Il tema è diventato di particolare attualità dopo gli attentati del 7 luglio a Londra, per la reazione del governo di Blair – in quella Inghilterra culla del liberalismo – che ha deciso di rompere con la continuità di una tradizione estremamente liberale nei confronti di qualunque opinione venisse manifestata e proclive a una rappresentazione multiculturale della propria società, dove ogni comunità manteneva intatte le proprie forme di vita e le proprie autonomie. Ora molto di tutto ciò cambia con la nuova legislazione, e in Inghilterra, come in altri paesi (vedi l’Italia), si incomincia finalmente a prender sul serio ciò che sta avvenendo nel mondo e si cercano soluzioni più adeguate alla drammatica evoluzione della congiuntura mondiale. Qui non voglio entrar nel merito delle singole soluzioni prescelte, ma cercar di

rispondere brevemente a una questione particolarmente urgente proprio perchè è il Regno Unito di Blair (ripeto: patria del liberalismo) a sostenere le posizioni più nette su quello che si può definire primato della sicurezza. Naturalmente, non sono mancate le scorciatoie critiche, nei vari commenti a quanto avvenuto, soprattutto nella sinistra radicale, a difesa di diritti fondamentali che verrebbero così negati, e a conferma -a dir loro- della doppiezza profonda di un “liberalismo” che al momento giusto non esita ad affossare le proprie medesime premesse. Ma proprio perché vengono coinvolti problemi di ordine storico generale, può essere opportuno muovere velocemente da un riferimento ad essi.

Lo

Stato moderno nasce sul tema della sicurezza. Ovvio il riferimento a Hobbes, che vedeva lo Stato germinare (guarda caso) come

risposta all’esplodere in Europa delle guerre civili di religione, e come contratto che garantiva a tutti la sicurezza e la conservazione della vita, e a Locke assai sensibile al tema della libertà e considerato alfiere del liberalismo di marca anglosassone. Egli amava la libertà-proprietà come necessaria realizzazione dell’individuo, ma all’interno di un orizzonte istituzionale condiviso che comprendeva prerogative anche assai dure per chi quell’orizzonte mettesse in discussione. Locke è l’alfiere di una società civile che può riconoscere la propria forza entro un ampio riconoscimento di reciproca tolleranza. Un liberalismo politico, il suo, in cui il rispetto dell’individuo e delle sue opinioni (e dei suoi diritti, tematica che irromperà negli anni successivi) appare legato in modo stringente alla forma storicamente determinata del riconoscimento e della tolleranza e non è svincolabile da esso. Perché queste due


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citazioni che comunemente intendono indicare prospettive opposte, le quali in realtà opposte non sono? Per contribuire a evitare un errore di visuale il quale, con progressive dimenticanze, immagina la tematica dei diritti come svincolata da ogni determinazione sovrana, e attinente solo all’essenza della persona, come tale. Bisogna oggi contribuire a rompere questo senso comune “buonista”, questa sorta di neogiusnaturalismo che vede i diritti fondamentali fluttuare in una atmosfera indeterminata, come campati per aria, e consolidarsi intorno all’assolutezza naturale della persona, disegnarsi contro il potere, e costituire la base critica rispetto a ogni qualsivoglia sovranità rappresentata. So di accennare a posizioni che si possono definire “estreme”, ma l’aria che corre è questa, non solo nel ricordato senso comune ma, ciò che forse più conta, in tutte quelle posizioni neoindividualiste e antisovrane che formano un pezzo importante della riflessione giuridicopolitica sui temi indicati. Non è luogo questo, per dire molto di più, ma, fossi nei panni di un giovane filosofo del diritto o giurista, tornerei a riflettere sui grandi classici ad evitare cadute verticali in una immaginazione irreale che vede i diritti come limiti e non come condizioni del potere moderno. I diritti e la sovranità dello Stato camminano insieme, e guai a separarli, immaginando una progressiva separazione fra diritti e politica, che condurrebbe gli uni e l’altra a rigettare le ragioni della propria costituzione comune. Che sia proprio l’Inghilterra, patria del liberalismo, a rimettere sul tappeto la questione, in presenza di una congiuntura che può avere caratteri apocalittici, dovrebbe lasciar riflettere non solo su questa congiuntura stessa (su cui dirò qualcosa fra un momento) ma proprio sulle grandi categorie che hanno innervato la modernità, e che sono state sconquassate dalla sua crisi, e sulle quali oggi anche le obbiettive situazioni esistenziali che si disegnano dovrebbero obbligarci a tornare. Dovrebbero, insomma, spingere alle seguenti domande: è il liberalismo inglese che sta smentendo se stesso, che sta negando le proprie radici, oppure è proprio il liberalismo inglese che sta mostrando capacità di risposta per disegnare un nuovo equilibrio fra libertà e sicurezza? I diritti sono un assoluto incondizionato e “naturale” in

continua e bulimica crescita, o si disegnano in relazione a complicati riferimenti a doveri e a patti di convivenza che ne disegnano il profilo storicamente determinato? Posso non dare per scontate le risposte, ma non do affatto per scontato che sia superfluo porle in tutta la loro pregnanza teorica, per non infilarsi in quel sottoscala ideologico che grida ai diritti violati ogni volta che una sovranità intende manifestarsi. Forse è giunto il momento di tornare con mente sgombra su quella “pappa del cuore” (espressione hegliana per casi non dissimili) che assicura sempre il plauso, ogni volta che il richiamo ai “diritti fondamentali” sembra mettere a posto testa e coscienza, noglobal e liberali estremi. Ma gli applausi e la commozione da soli non fanno la storia.

E

veniamo brevemente alla congiuntura presente, quella che ha spinto alle nuove soluzioni legislativo-amministrative. Il dato evidente è questo: a Londra, è stato rotto da un lato di un contesto storico che appariva consolidato, il patto che forma la società civile, quella società che offre il contesto della libertà e dei diritti. È stato rotto il patto di sicurezza che è condizione essenziale per la conservazione della vita, premessa hobbesiana della sovranità moderna e lockiana della nascita dei diritti di libertà. Dico a Londra, e non ricordo altri esempi, perchè quel che è avvenuto lì ha tratti assolutamente specifici, nascendo letteralmente dall’interno, nel quadro di una organizzazione sociale che aveva dato il massimo di riconoscimento, lo accennavo all’inizio, all’autonomia delle comunità particolari

e ai loro diritti di espressione. Situazione diversa sia da quella degli Stati Uniti, che hanno praticato una integrazione assai più spinta, sia da quella francese che ha sempre rivendicato, fin certe volte all’astrattezza (si ricordi la legge sul velo islamico), il richiamo all’universalità della cittadinanza repubblicana. È quel quadro che è stato spezzato. Da chi? Da musulmani-britannici, che hanno trasferito sul territorio inglese una visione alternativa della coesistenza dei diversi, alla luce (si fa per dire) di un principio che colpevolizza come tali i membri di quella stessa società di cui si è parte, sull’onda di affermazioni che pongono i suddetti membri della società privati del diritto alla vita. Il terrore tocca questo lato estremo della realtà. Nega l’esistenza in vita di chiunque non sia dal lato del terrore stesso: i morti sono stati cinquanta, ma se fossero stato centomila o un milione, come potranno essere quando il terrore sarà dotato di altri strumenti, sarebbe stato assai meglio. Il dato generale del terrorismo contemporaneo ha questo


SICUREZZA E DIRITTI Se questo passaggio si incrina, la conseguenza è la guerra di tutti contro tutti, la condizione che il terrore tende a istituire e che già oggi tende a realizzare.

Ma

carattere, di gettare l’umanità oggetto del terrore nella insicurezza esistenziale. Per questa ragione, ho richiamato le origini della sovranità moderna, proprio perché il suo atto di nascita sgorgava da quel tema della conservazione della vita che la congiuntura attuale ripropone con una drammaticità senza pari. Lo Stato, o torna a diventare difensore della vita, o perde ogni legittimità. Ciò che viene negato è il diritto fondamentale alla vita, su cui vanno commisurati tutti gli altri. Qui c’è una superlegittimazione per un intervento legislativo (e amministrativo) che misuri l’ ampiezza dei diritti possibili misurandoli su quel diritto alla vita che riguarda, fra l’altro, tutti, anche quei musulmani che si trovino coinvolti in un attentato che non distingue per etnie e religioni. Nella gerarchia dei diritti “fondamentali” (continuiamo a classificarli così, alla condizione che “fondamentali” non sia sinonimo di “naturali”, connaturati alla persona) c’è il primato del diritto alla vita,e la garanzia di questo diritto. Altrimenti perché una sovranità “moderna”?

il terrorismo non è solo scelta di vita per quelli che sono protagonisti diret t i dell’a z io ne violenta. Oggi, esso è soprattutto un progetto politicostrategico, che come tale cresce intorno a idee, aggregazioni, convincimenti, documenti, ideologie, dichiarazioni, predicazioni, immagini, tagliamenti di teste, autobombe, martiri, kamikaze etc. Si può dare una importanza maggiore o minore al destino di tutto ciò per l’Occidente colpito, si può giudicare, come qualcuno fa, il terrorismo già sulla via della sconfitta (lo scrive ad esempio Gianni Riotta, commentatore sempre intelligente e da seguire), ma il dato che ha sconvolto il mondo è questo. Ora, perché questo accenno veloce alla dimensione “sovrastrutturale”, politicosociale, comunicativo-immaginativa del terrorismo fondamentalista? Perché senza quel circuito, esso non si potrebbe costituire, non potrebbe nemmeno nascere. Può esser vero che c’è un brodo di coltura più ampio, dato ad es. dai molti conflitti in corso (lascio questo tema a margine: ci tornerò altra volta), ma il brodo che conta è quello che forma intorno all’azione del terrore un circuito di convincimenti e di idee, di circolazione di parole d’ordine, che attengono all’espressione, alla rappresentazione della lotta, alla sua “giustificazione” etc. Lo Stato liberale dovrebbe rimanere indifferente a tutto questo? E aggiungere che è un diritto fondamentale delle persone quello di esprimere le proprie opinioni? Ma come

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si fa staccare il carattere “fondamentale” di questo diritto dal mantenimento del patto sociale che è alla sua base? Che è anzitutto nel riconoscimento dell’esistenza di tutti, della loro possibilità di vita? E nella illegittimità di una propaganda diversa che si mostra premessa di azione e di mobilitazione? Naturalmente, tutto questo è vero alla condizione che il liberalismo non diventi la caricatura di se stesso, ossia la tendenza verso una giuridificazione antipolitica del mondo dove tutti sono eguali in diritto, e questo diritto si estende a tal punto da coprire anche la distruzione, preparata a parole, del proprio simile. Sarebbe più forte il diritto fondamentale di avere questo diritto o almeno di prepararlo a parole, di quanto non sia il diritto della sovranità (Oh! Quale parola demoniaca!) di rispondere per le rime.

Che

cosa voglio concludere? Intanto, che tutto il tema del rapporto fra libertà e sicurezza è in discussione alla luce di una situazione che riporta nel mondo d’oggi la condizione di quello stato di natura di guerra di tutti contro tutti per contrastare la quale nacque il patto moderno. Il fatto che fossero le guerre di religione l’elemento fondamentale del contrasto, agli albori della modernità, offre un altro elemento di paragone, nel senso che la tendenza a giustificare la violenza (e prepararla) si svolge anche alla luce di anatemi contro gli infedeli e gli apostati, di volontà di assoggettamento di tutto un mondo, che è stato un carattere propriamente storico dell’islamismo come religione mondiale. La lotta concreta si fa politica, ed è lotta per la conservazione del mondo moderno e il suo sviluppo e dunque anche della libertà come principio fondativo della storia. Con ciò, non voglio dire affatto che un problema di confini e di limiti non esista, e non vada opportunamente vagliato, ma voglio, questo sì, argomentare che la staticità di quei confini è saltata e che tutto oggi si può fare fuor che proporre l’epifania della libertà e gettare il marchio dell’autoritarismo sulla sicurezza. Ma tutto il tema merita una riflessione ben più attenta e particolare che metta un po’ fra parentesi (almeno in questo campo) quel “politicamente corretto” che ci assilla e ci assedia da ogni lato.


SICUREZZA E DIRITTI

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La lotta al terrorismo dopo l’11 settembre

Sicurezza e diritti fondamentali Marco Plutino

La

prospettiva di manifestazioni non episodiche del terrorismo internazionale sta mettendo a dura prova non solo i nostri apparati concettuali, tutti ancorati all’idea tradizionale di Stato nazione, ma anche gli assetti consolidati su cui sono stati costruiti in questi decenni benessere, coesione sociale ed espansione delle opportunità individuali e collettive. Così, sempre più di frequente accade di leggere sondaggi come quello recentemente commissionato dal quotidiano progressista The Guardian, secondo cui gran parte dei cittadini britannici sarebbe disposta rinunciare ad una parte della propria libertà in luogo di una maggiore sicurezza. La necessità di tale trade off è ormai alla base dell’agenda politica di molti governi, come risulta dalle inequivocabili parole pronunciate dal Ministro degli Interni britannico Clarke dinanzi al Parlamento europeo (7 settembre 2005, Strasburgo). Sebbene si tratti di un problema affatto generale delle società opulente (per limitare il discorso a queste), non può mettersi in dubbio che si debba al prodursi ripetuto – endemico? – di attentati terroristici, quale mera occasio ovvero quale causa in senso proprio, l’approssimarsi di un punto di svolta. Un fattore di complicazione deriva, a mio avviso, dalle connotazioni non del tutto limpide del terrorismo nella sua declinazione internazionale, e, correlativamente, dalla tendenza a richiamarsi tralatiziamente ad un sotteso concettuale – fatto di categorie (fin troppo?) forti, concetti-limite e draconiani rimedi consequenziali – nato in ben altro contesto storico. D’altra parte sono tanti e consistenti i segnali tanto di segno oggettivo – la globalizzazione, la pervasività della tecnica, la mai sufficientemente enfatiz-

zata crisi fiscale degli Stati, etc. – che, per così dire, di “psicologia collettiva” (gli umori complessivi della società e della sua classe dirigente) militanti a favore dell’insostenibilità dello Stato del benessere quantomeno nei termini fin qui noti. Occorrerebbe solo verificare se tra i caratteri storici che sono destinati ad essere superati o profondamente rimodulati vi sia propriamente quello, davvero qualificante per una democrazia costituzionale, di riuscire a regolare i conflitti senza rinunciare un alto livello di tutela dei diritti fondamentali.

A

tale proposito mi pare abbastanza sintomatico dello “spirito del tempo” che perfino nella storica ‘culla’ delle libertà (ma anche, non casualmente, del welfare) né la classe politica né la cittadinanza si sia interrogata a fondo sulle conseguenze ultime di un episodio davvero emblematico quale, di recente, l’uccisione praticamente a freddo di un innocente avvenuto in nome della politica “shoot to kill”, le nuove regole “di ingaggio” della polizia britannica. La transizione che viviamo probabilmente spiega come i recenti annunci del Premier britannico Blair di un inaspri-

mento delle misure e della normativa antiterrorismo abbiano prodotto reazioni nella “sfera pubblica” di segno assai diverso, per non dire opposte: non solo preoccupazione e perplessità, ma anche (se non soprattutto) sollievo. Sollievo, innanzitutto. È sembrato a molti che il Governo di Londra si sia svegliato da un lungo torpore nel rimeditare la tradizionale scelta di tolleranza (si è parlato di una sorta di “patto di non belligeranza” o di condiscendenza) verso Imam violenti e presunti terroristi, tranquillamente residenti, quali stranieri rifugiati o perfino cittadini britannici, nelle principali aree metropolitane. Un atteggiamento che era apparso tanto più incomprensibile in quanto stridente con la dura linea di politica estera mai rinnegata. Ma anche preoccupazione, di quanti hanno richiamato i rischi che ne deriverebbero per la tutela dei diritti fondamentali. Eppure può essere utile ricordare come la Gran Bretagna abbia ingaggiato non da oggi una lotta senza frontiere alla minaccia terroristica, e già vanta un corpus di legislazione antiterrorismo certamente tra i più severi del Continente, ma evidentemente ritenuto non ancora sufficiente – non si dirà a scongiurare attentati ma – a conseguire il desiderato livello di sicurezza (già, ma quale?). Tralasciamo anche gli importanti trascorsi dei “vecchi” terrorismi (è di questi giorni l’annuncio unilaterale dell’Ira di voltare pagina), e limitiamoci alla più recente legislazione antiterrorismo britannica. In anticipo sugli altri Stati, ben prima dell’11 settembre del 2001, erano stati varati una serie di Acts (i passaggi più salienti nel 1989, 1991, 1994, 1998) con espresse previsioni antiterrorismo,


SICUREZZA E DIRITTI tra cui va menzionato almeno il noto “Human Rights Act” (HRA) del 1998 di recepimento, si vedrà in che termini, della Convenzione europea dei diritti dell’uomo (CEDU). Il punto di svolta è però costituito, almeno a mio avviso, dal cd. Terrorism Act del 2000, che tra l’altro introduce una definizione del reato di terrorismo internazionale piuttosto innovativa e audace, inevitabilmente opinabile. Tale definizione, mentre riprende e consolida le risultanze delle definizioni più tradizionali, definendo l’atto terroristico quale il compimento o anche la sola minaccia di azioni (con l’elencazione di una serie di condotte) finalizzate a influenzare il governo o intimidire la popolazione (e l’opinione pubblica), quali che siano le motivazioni occasionali (politiche, religiose, ideologiche, etc.), d’altro canto punisce per la prima volta l’uso di esplosivi volto a realizzare una “violenza grave” contro individui o, comunque un “danneggiamento serio” di beni, un “serio rischio” per la salute della popolazione, etc. Una definizione che è stata ritenuta da più parti preoccupante non solo per la vaghezza delle clausole sopra virgolettate ma anche per la visione pan-terrorista che la permeerebbe, laddove sembra aprire all’incriminazione di comportamenti certamente qualificabili come penalmente rilevanti ma mai finora ritenuti in senso tecnico “terroristici”, quali quelli di contestatori violenti del sistema politico ed economico (black blok e quant’altro). La suddetta legislazione si è arricchita ancora nell’imminenza e poi successivamente all’attacco delle Twin Towers, con l’approvazione dall’Anti Terrorism, Crime and Security Act (abbreviato, ACSA, 2001) e di altri public acts. La relativa maturità e compiutezza del sistema britannico – già ad oggi – emerge anche dalla risoluzione di una questione altrove (vedi in Italia il cd. caso Forleo) irrisolta, di natura strettamente tecnica ma di grande impatto date le peculiarità del terrorismo internazionale; ci riferiamo alla possibilità di incriminare comportamenti che non

hanno direttamente ad oggetto la lesione di beni nazionali (non interessa se situati nel territorio nazionale o all’estero), secondo una soluzione individuata prima a livello giurisprudenziale e poi recepita dal legislatore attraverso una adeguata tecnica di normazione. Insomma

la fattispecie di reato di terrorismo internazionale può ben essere integrata dall’ipotesi di distruzione o lesione di un bene giuridico protetto “estero”, con un significativo superamento dei caratteri di “impenetrabilità” (il termine si deve a Kelsen) tipici dello Stato nazionale. Dovrebbe apparire assolutamente evidente che le dodici misure annunciate, evidentemente, intendono riempire spazi interstiziali o aprire scenari nuovi e diversi, frutto di un grave attacco terroristico subito sul proprio territorio e degli sviluppi immediatamente successivi. In verità alcune delle misure “annunciate” sarebbero già operative o almeno sarebbero consentite “a ordinamento vigente”. È però affrettato pensare che si tratti di questioni minori. Il terrorismo ha certamente accentuato la naturale tendenza degli apparati amministrativi, compresi quelli di polizia e sicurezza, a produrre innovazioni (di prassi, condotte, etc.) in attuazione di input politici anche a prescindere da modifiche ordinamentali. Va detto che tali misure (in senso tecnico), nella materia di cui parliamo, corrispondono talora a facoltà discutibilmente derivanti da leggi (o conferite discutibilmente dalla legge). Non

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intendo fare riferimento allo scostamento più o meno ampio (non la contraddizione), che sempre si realizza tra l’ordinamento “di carta” e quello effettivo, anche se la lotta al terrorismo si presenta come un terreno quasi naturale ovunque (ma non meno discutibile). Nelle scorse settimane ha fatto un certo scalpore – perché si è trattato di una sorta di esibizione di forza in funzione rassicurativa e con ricadute mediatiche attentamente ponderate – un’operazione di polizia volta al semplice “monitoraggio” di realtà a rischio. Risultato: centinaia di “identificati”, ma nessun indagato e nessun fermo di polizia. Tra le fenomenologie meno vistose che semplicemente “accadono” nel quotidiano si pensi alle perquisizioni mirate, ai posti di blocco etc. sulla base di convincimenti, esperienze, istruzioni che poi non sono altro che “presunzioni” (o se si vuole pre-giudizi, nel senso dell’ermeneutica gadameriana).. Tali operazioni, probabilmente molto più frequenti di quanto non si creda (anche se meno eclatanti), non comportano vere e proprie limitazioni nel godimento di diritti costituzionali ma non possono considerarsi irrilevanti per misurare la qualità e i metodi di una democrazia, anche perché è fin troppo noto quanto la battaglia (anche culturale) al terrorismo ad un tempo si alimenti e deve superare una selva di pregiudizi.

Mi

riferisco, invece, ad un nuovo approccio peculiarmente british, ad un ulteriore tratto di distinzione (e di avanguardia?) da altri ordinamenti. Esistono “ordini di controllo” che consentono su input (ordine, appunto) del Ministro di effettuare operazioni di prevenzione interessanti individui non formalmente incriminati, semplici sospettati. Apparentemente non si tratta di qualcosa di molto diverso da quanto descritto in precedenza. Soprattutto nella lotta ingaggiata dall’ordinamento britannico ai comportamenti “devianti” (indubbia causa del fiorire di reati minori ma non raramente odiosi, e di elevato allarme sociale), le forze di polizia sono state dotate di poteri che


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possono culminare nell’arresto (per così dire “cautelare”) nei confronti, volta a volta, di vicini rumorosi, bande giovanili, ubriachi e mendicanti a prescindere da indizi o prove tali da condurre una formale incriminazione (si è fatto spesso l’esempio di un criminale che, in quanto presunto spacciatore, potrebbe essere arrestato per l’uso del suo cellulare, presuntivamente, e senza tema di smentita, indispensabile al suo lavoro). Immagino che è a questo (ultimo) tipo di strumenti che, verosimilmente, il ministro degli interni Clarke ha fatto implicito riferimento nel dichiarare che non solo i presunti terroristi ma anche le loro famiglie, gli amici e i conoscenti dovrebbero essere tenuti sotto controllo e ciò è ben possibile a ordinamento vigente. Ma è bene puntualizzare che non si tratterebbe di una mera estensione quantitativa, di una intensificazione sistematica dell’uso degli “ordini di controllo” quanto di un’ulteriore innovazione ordinamentale (recentemente) prevista per la lotta al terrorismo. È utile ricordare come si sia arrivata a tale nuova “base giuridica”. L’Anti terrorism Act del 2001 attribuiva al Segretario di Stato il potere di ordinare la detenzione di cittadini stranieri semplicemente sospettati di partecipazione ad attività terroristiche internazionali e ritenuti un rischio per la sicurezza nazionale; questa facoltà fu utilizzata in un caso eclatante nei confronti di alcuni musulmani non cittadini (non fu possibile attivare le procedure di espulsione dal Regno Unito per timore di possibili torture nei paesi d’origine; sul punto si tornerà). Ebbene, tale forma di carcerazione preventiva, che si protrae senza incriminazione, limite di tempo e garanzie, è stata accertata incompatibile con la Convenzione europea dei diritti dell’Uomo (CEDU, che, infatti, la legge pretendeva di derogare) in riferimento al divieto di tortura e di trattamenti disumani o degradanti. La Camera dei Lord, massima istituzione giudiziaria britannica, ha affermato per bocca di Lord Hoffman che «Non esiste alcun stato di emergenza che metta a repentaglio la vita della nazione» e non esistono le condizioni per derogare agli obblighi internazionali (peraltro, aggiungiamo, da poco contratti, nel caso della CEDU). E lapidariamente: “la vera minaccia alla vita e alla sicurezza della

SICUREZZA E DIRITTI nazione, nel senso di un popolo che vive nel rispetto delle sue leggi e dei suoi valori politici, non viene dal terrorismo ma da leggi come l’Anti Terrorism Act 2001” (16 dicembre 2004). Neanche ciò è bastato a convincere il governo britannico a rilasciare tempestivamente i detenuti o formalizzare le accuse: non sono è stato ripetuto ad ogni occasione che la Gran Bretagna viva effettivamente uno “stato di emergenza”, ma soprattutto la maggioranza parlamentare ha approvato un’ennesima legge sulla prevenzione del terrorismo (marzo 2005), con la finalità di aggirare sostanzialmente la decisione della Camera dei Lord. A tal fine è stato introdotto per i sospetti terroristi un nuovo e più rigoroso sistema di “ordini di controllo”, con più incisivi poteri di detenzione “preventiva”. Debbo desumere che precisamente a tale sistema, ormai operante, facesse riferimento nell’intervista citata il ministro Clarke. È alla luce di questi precedenti che vanno collocate e valutate le novità anticipate dal governo britannico in tema di antiterrorismo. In evidente collegamento con le vicende sinora descritte, tra le nuove misure è stato anticipato il possibile elevamento del termine per il fermo di polizia per i sospetti addirittura a 90 giorni (attualmente il Terrorism Act del 2000 prevede un limite di quattordici giorni). Oltre, andrebbe immediatamente formulata l’incriminazione o, in alternativa, occorrerebbe procedere al rilascio. Certo un tempo tale rende oggettivi i rischi di pratiche investigative abusive, dato che la lunghezza della detenzione sembra rinviare quasi sine die l’operatività delle principali garanzie (la notifica della ragioni dell’arresto e della detenzione, la lettura dei propri diritti, compreso quello all’assistenza legale, il più rapido accesso alla difesa e all’assistenza legale non solo

ma soprattutto durante gli interrogatori). Ma ciò varrebbe essenzialmente, e in via transitoria, per i cittadini, in quanto la via maestra a cui lavora il governo Blair attiene allo “snellimento” del regime delle espulsioni. I non cittadini che promuovano, fiancheggino o giustifichino odio e violenza, quale che sia il loro credo – ha dichiarato il Premier – saranno espulsi dopo una rapida fase “di consultazione”. Gli annunciati snellimenti consisterebbero in una nuova procedura, la richiesta ai paese di origine di “garanzie diplomatiche” e la stipulazione di un memorandum d’intesa volti a garantire che il sospetto terrorista non subisca torture o maltrattamenti dopo il rimpatrio. Qui il problema non attiene tanto alla tutela dell’habeas corpus quanto all’ipotesi (non peregrina) che le nuove regole aggirerebbero il principio di diritto internazionale (tra l’altro previsto dalla CEDU) detto del “non-refoulement”, secondo il quale senza garanzie certificate internazionalmente (e non meramente concordate) non esisterebbe alcuna possibilità di procedere


SICUREZZA E DIRITTI

all’espulsione. Consapevole degli ostacoli legali da superare, lo “snellimento” adombrato da Blair si tradurrebbe in una modifica, una nuova deroga, che il governo si riserverebbe di apportare all’Human Rights Act (HRA, 1998, la citata legge di recepimento della CEDU), nel senso di superare i divieti – e i conseguenti annullamenti sinora frapposti dai tribunali britannici – degli ordini di espulsione. È ben vero che la possibilità di derogare a singole previsioni della Convenzione europea dei diritti dell’uomo non è nuova (in 50 anni ben 24 dei 44 stati membri del Consiglio d’Europa si sono riservati tale prerogativa) né viene disconosciuta dal testo stesso della Convenzione che, però, fissa condizioni assai stringenti: oltre al caso di guerra, “in caso di altro pericolo pubblico che minacci la vita della nazione”, e comunque “nella stretta misura in cui la situazione lo richieda e a condizione che tali misure non siano in contraddizione con gli altri obblighi derivanti dal diritto internazionale”. L’ammissibilità della deroga – che succederebbe a quelle

già previste dal “Prevention of terrorism act” del 1990, dalla legge di prevenzione del 1996, fino a quelle previste dal decreto governativo n. 3644 del 2001 seguito agli attentati dell’11 settembre – resta comunque tutta da verificare, almeno nell’attesa della nuova Convenzione attualmente in discussione in seno al Consiglio d’Europa. La restante parte delle misure, la più corposa, entrerà in vigore, previa approvazione parlamentare, presumibilmente entro la fine dell’anno corrente. Su un piano complementare a quello delle espulsioni, verrà rivisto il sistema relativo al riconoscimento dell’asilo politico. Il premier Blair ha annunciato che chiunque abbia partecipato ad atti terroristici o abbia con essi qualcosa a che fare, in qualsiasi luogo, si vedrà rifiutato l’asilo. Ma non è ancora chiaro come si intenda conciliare tale proposito con le norme del diritto internazionale (in particolare con la Convenzione sui rifugiati del 1951 e il relativo Protocollo) dal momento che le ragioni per l’esclusione dallo status di rifugiato riguardano ipotesi ben circostanziate (crimini contro la pace, crimini di guerra, crimini contro l’umanità e reati di natura non politica commessi al di fuori del paese di asilo e prima dell’ammissione in quel paese in qualità rifugiato). Del resto, Blair sembrerebbe aver ponderato diversamente gli argomenti (“se qualcuno vuole venire qui come richiedente asilo in fuga dalla persecuzione politica” o semplicemente è in cerca di una vita migliore, “dovrà sottoporsi alle nostre regole e il nostro stile di vita”). Lo status di rifugiato insomma non sarebbe pregiudizialmente negato (o almeno non secondo regole nuove) ma l’attenzione si sposterà alla verifica di “compatibilità” tra il rifugiato e lo stile di vita britannico. E tuttavia l’accertamento della pericolosità di un soggetto non sempre si concilia facilmente con la

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citata questione del defoulement di cui si è già detto, nella quale si incapperebbe al momento dell’espulsione. Problema che potrebbe proporsi addirittura per i cittadini britannici (è noto che i più recenti attentati hanno visto all’opera kamikaze “british born”). Qui la novità potrebbe essere (anche teoricamente) dirompente e non solo per gli immigrati di prima o seconda generazione: verrebbero estese le possibilità – già previste da ogni ordinamento – di revocare tale cittadinanza per coloro che si macchino o siano solo sospettati di attività di terrorismo internazionale, o si rendano responsabili di semplice apologia e glorificazione. Ove si agisca contro gli interessi del (proprio) paese un’alternativa alla detenzione (più che una prospettiva una certezza vera e propria per i terroristi) sarebbe proprio la successione revoca della cittadinanzaespulsione (e siamo punto e daccapo). La valutazione non più formalistica della cittadinanza, vista come sentimento patrio, comunità di valore (heimat…) intende far propria una concezione mista comunitaria/repubblicana di cui passi ulteriori sono il riesame dei requisiti per acquisire la cittadinanza britannica, l’irrigidimento della formula di giuramento di fedeltà al Paese, la partecipazione obbligatoria alla cerimonia di cittadinanza e un’adeguata padronanza della lingua. Quest’ultima intuizione – una sorta di “lezioni di cittadinanza” per evitare il proliferare di comunità separate e autoreferenziali – è stata da tempo seguita da altri paesi (Olandain testa) senza però rivelarsi (e come potrebbe…) risolutiva. La memoria non può non andare ai casi Fortuyn e Van Gogh.

Sempre

sul piano integrazionista la prima delle misure denotanti la disponibilità e l’amicizia nei confronti del mondo musulmano moderato è volta alla costituzione di una commissione di leader islamici incaricati di operare fattivamente nelle aree ove la gente “non è adeguatamente integrata” nello stile di vita britannico; mentre su un piano repressivo la collaborazione con l’Islam moderato si dovrebbe tradurre in una sorta di delazione certo di non facile realizzazione: ai leader musulmani moderati verrebbe richiesto di stilare un elenco di persone “non adatte


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alla preghiera”, e una lista di esclusi “le cui attivita’ e opinioni rappresentano una minaccia per la sicurezza nel Regno Unito” sarebbe da loro consegnata al Foreign Office e all’Home Office. Ben più familiare (si pensi alle limitazioni nei confronti di taluni partiti

do non operanti su un piano prettamente amministrativo– interpretativo.

politici, non solo nella recente legislazione spagnola) l’annuncio della messa al bando di due organizzazioni violente finora tollerate (Hizb ut Tahir e al Muhajiron), sulla base di una previsione dell’Anti Terrorism Act. Per il futuro si prevede la creazione di una “lista nera” di organizzazioni che condurrebbe, oltre al loro scioglimento, alla chiusura (previa intimazione di rientrare nella legalità) di tutti i siti, moschee, librerie, spazi, perfino luoghi di lavoro ad esse collegate. Così ripieghiamo verso valutazioni di sintesi. La metafora blairiana utilizzata con il mondo islamico (occorre trovare “un nuovo punto di equilibrio”) può valere anche per i rapporti tra libertà e sicurezza. Di tale ricerca l’agenda del governo britannico rappresenta certamente una canovaccio non ignorabile, anche se è presto ritenerlo un canone vero e proprio. Forse si tratta più di un esperimento anche se condotto con la consueta energia e fermezza. Del resto la pretesa novità del pacchetto, al di fuori di alcune individuate proposte, si stempera perché si tratta generalmente (ciò che vale anche per le proposte più discutibili) di circostanziate modifiche alla legislazione vigente, quan-

generale, il ripensamento dell’approccio multiculturale. La condivisione di valori “repubblicani” e la tutela degli stili di vita sono la precondizione irretrattabile, il punto di snodo tra esigenze repressive (e cautelari) e la fedeltà al modello cosmopolita e “cool” costruito fino ad oggi. Sappiamo che in ciò Blair risponde a convincimenti e sensibilità profonde (in primis le sue convinzioni comunitarie e il suo liberalismo di sinistra poco vicino a posizioni classicamente socialdemocratiche). Così come risponde ad una indubbia etica della responsabilità. L’affermazione liquidatoria (quasi infastidita) della Camera dei Lord non risolve, evidentemente, problemi che solo la politica ha la legittimazione per affrontare. L’adeguatezza della normativa antiterrorismo e la scelta di giungere ad una più compiuta (ed aggiornata) positivizzazione dei regimi di emergenza sono scelte politiche, evidentemente non sottratte al sindacato dei tribunali costituzionali con riguardo alla misura, entità e condizioni di eventuali deroghe a obblighi internazionali e al regime di tutela dei diritti costituzionali. Mi sembra anche indubitabile che

Se

si vuole individuare una chiave portante è nella chiarezza con cui viene impostata la ricerca di un dialogo con il mondo islamico e, più in

l’estensione, per fare un esempio, al terrorismo di modalità operative (peraltro aggravate) pensate per fronteggiare l’endemica diffusione della criminalità comune, sconta una determinata concezione del terrorismo internazionale e dei suoi caratteri. Ma forse è proprio la discutibilità di tale concezione un punto di criticità di molte normative antiterrorismo occidentali. Le scelte teoriche da compiere sono tante (manifestazioni: endemiche o meno; finalità: tutelare la libertà d’azione o, addirittura, l’esistenza dei governi o, piuttosto, “stili di vita”?; funzione della normativa: repressiva o prevalentemente rassicurativa?). Ebbene può darsi che i governi tendano a drammatizzare soprattutto la capacità del terrorismo di insidiare i nostri stili di vita (ma per l’intanto certamente lo fanno, e in modo davvero generalizzato, le normative di contrasto: si pensi alla privacy), mentre esistono fattori di aggressione in fondo ancor più indiscriminati (si pensi alle attività produttive: è un caso che esistano fenomenologie terroristiche che scelgano tale piani di lotta?). Senza trascurare le peculiarità del terrorismo internazionale, forse l’equilibrio da raggiungere tra libertà e sicurezza è più complessivo e dovrebbe ruotare sul livello di accettabilità sociale e istituzionale dei rischi (terroristici e di altro tipo) connessi all’attività dell’uomo o all’opera della natura, interrogandosi anche sul sistema, attentamente graduato (attenzione, allarme, emergenza, etc.) destinato ad operare in funzione “limitante” oltre quei livelli (ricordo che gli attentati terroristici e le catastrofi naturali o provocate dall’uomo hanno avuto nel Trattato costituzionale una comune disciplina nella “clausola di solidarietà”, peraltro già operante). Certo, con limitato riferimento al pericolo terroristico, il pacchetto Blair anche nei suoi tratti meno digeribili al setaccio del giurista ha il pregio, in definitiva, di consentire una discussione concreta, quantomai lontana da petizione di principio.


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RIPRENDE IL DIBATTITO SULL’EUROPA E SULL’ITALIA Andrea Pierucci

In questo tempo di ripresa e nel quadro del dibattito (fortemente sviluppato anche su questa rivista) sul futuro dell’Europa dopo la crisi costituzionale, vorrei solamente, lungi dal proporre una riflessione globale, introdurre nella discussione due questioni che, appunto, hanno a che fare col rilancio della politica europea e, anche, italiana. Autunno al calor bianco o business as usual? Europa dei mercanti o Europa delle idee? Passa il tempo dal giorno dei due brutti referendum sulla costituzione europea e, forse grazie alle vacanze estive, sembra che la grande crisi, in fondo, non sia poi così grande! Se guardiamo l’azione delle Istituzioni e mettiamo fra parentesi due rinvii di non poca importanza, quali quello della decisione sulle prospettive finanziarie (ma questa ritardata decisione è ormai elemento della stessa crisi europea) e quello della Commissione sul lancio di una nuova strategia di comunicazione, sembra che tutto proceda nella direzione solita. Il Parlamento europeo fa e disfà la legislazione ordinaria, prende dure posizioni sulla brevettabilità delle invenzioni via computer, stabilisce paletti per la riforma dei fondi strutturali. Le istituzioni tacciono (sostanzialmente) sulla crisi. Parlamento europeo, Comitato delle Regioni e Comitato Economico e Sociale europeo non si esprimono sulla crisi medesima, mancando un accordo dei vari gruppi e delle varie nazionalità su cosa dire. La presidenza del Consiglio europeo (Tony Blair) annuncia proposte per l’autunno, ma intanto non sembra affatto preoccupata di “bruciare” i mesi di vacanza, secondo, appunto, la routine europea. Il Vicepresidente della Commissione Verheugen asserisce (forse con una

puntina di umorismo) che la strategia di Lisbona ha fatto passi da gigante, anche se c’è ancora molto da fare. Sindacati, datori di lavoro, ONG, sempre più o meno arrabbiati o preoccupati per qualcosa, tacciono invece sul problema della crisi. La Commissione, “tranquillamente”, rilancia sul finanziamento dei servizi pubblici e sulla necessità di seguire le regole di mercato, come se il dibattito sulla direttiva Bolkenstein non ci fosse stato o fosse stato, per l’essenziale, un’esercitazione accademica. La Commissione tenta una prima risposta alla crisi insistendo soprattutto sulla semplificazione legislativa, un cantiere aperto ormai da qualche anno. Insomma: business as usual. È presto per dichiarare che la strategia che sarà seguita per far fronte alla crisi sarà questa. È, invece, lecito aspettarci un dibattito urgente, ma anche un certo numero d’iniziative per risolvere la crisi. Vorrei, però sottolineare questo elemento della continuità, a costo di fare un minimo di caricatura della situazione, perché credo che abbia vari aspetti che merita brevemente mettere in luce. In primo luogo, abbiamo davvero tanta carne al fuoco. Non si tratta di nuove, brillanti ed estemporanee iniziative per

approfondire la costruzione europea. Ormai l’Unione non può fermarsi a riflettere poiché moltissime questioni di attualità europea e internazionale non possono essere affrontate (salvo voler mettere l’Europa ed i suoi Stati membri completamente fuori gioco) senza il suo apporto determinante. Per fare qualche esempio ripreso in altra parte della rivista, si pensi alla gestione mondiale d’internet o all’Africa o, ancora al commercio internazionale dei tessili. Inoltre, l’Unione deve programmare le sue azioni future. Tutto il campo dei fondi strutturali dev’essere regolato al più presto, prima della scadenza del 2006. Non si può fare diversamente, perché una mancata regolazione per gli anni 2007/2013 comporterebbe un vero disastro economico. Qui la continuità è invocata, ma i ritardi del Consiglio europeo sono sotto gli occhi di tutti. D’altronde, la gestione del mercato interno non può evidentemente attendere la soluzione della crisi. Insomma, per molti versi, l’Europa non può fare a meno dell’Unione e l’Unione non può disattendere le aspettative della società; non sarebbe proprio concepibile, poiché l’intero sistema economico, commerciale e sociale europeo andrebbe a carte e quarantotto! Insomma, si sbaglierebbe chi pensasse


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all’Unione come ad un optional caduco al primo stormir di foglie. Le sue istituzioni devono agire. Credo che sia un bene, poiché si evita che una sia pur grave crisi possa “annullare” il sistema europeo. Questo carattere d’indispensabilità dell’Unione sembra però applicarsi, in questi giorni, soprattutto alla politica economica e commerciale (con l’eccezione della lotta al terrorismo): qui appare un evidente rischio politico per l’Unione. Si è detto finora, in sostanza a torto, che l’Unione crea l’Europa dei mercanti e delle imprese e basta. Una delle accuse che sono state mosse all’Unione durante il (pessimo) dibattito sulla ratifica della Costituzione è stata proprio quella di essere “l’Europa dei mercanti”. Se non si fa grande attenzione si rischia proprio questo, che l’Europa diventi un semplice, seppur grandioso, tempio dell’economia, regolatore dei mercati e garante della libera circolazione. Non starò a denunciare il fatto che una tale struttura non può avere vita lunga, perché, al contrario, potrebbe averne abbastanza da rendere il progetto europeo odioso al cittadino comune e ad aprire le porte ad un ritorno nazionalistico, particolarmente drammatico in questo momento. Mi sembra che la sfida difficile sia, nella situazione presente, proprio quella di dare una risposta alle esigenze di azione dell’Unione nel settore, appunto, del mercato, ma, nonostante la crisi costituzionale, di saper riflettere (e agire!) anche in settori diversi, ove più direttamente sono implicati i diritti dei cittadini, e, soprattutto, continuare ad immaginare politiche per il domani. Una prima, fondamentale, risposta l’avremo dai governi per quel che riguarda le politiche di solidarietà al momento dell’approvazione (entro ottobre?) delle prospettive finanziarie. Si badi, non si tratta di una pura questione di denari – le controversie sull’insieme degli stanziamenti di bilancio rappresentano per un bilancio pubblico “monetine” – ma proprio di una questione di scelte. Qui vedremo il ruolo e l’effettiva volontà europea dei governi. Si devono, come dice Tony Blair, fare delle politiche concrete, ma ci vogliono i soldi e, per ora, la Gran Bretagna (in buona compagnia!) sembra chiedere che eventualmente paghino gli altri! Qualche altra risposta ce la dovrà dare la Commissione, facendo proposte e non mettendo nel cassetto idee e prospettive

per via della crisi costituzionale. Certo, è importante anche agire nel settore del mercato, semplificando la legislazione e promuovendo le liberalizzazioni eventualmente opportune, ma bisognerebbe anche scegliere di lanciare proposte in altri settori. Qualche altra risposta ci dovrà anche venire dal Parlamento europeo: sarebbe drammatico che l’istituzione democratica si afflosciasse. In altre parole, credo che sia importante che l’Unione e le sue istituzioni, in quanto tali, continuino a funzionare in tutte le materie di competenza, naturalmente senza trascurare i problemi politici, istituzionali e concettuali, prodotti dai referendum; altrimenti non avremo un semplice rallentamento, in attesa del ritorno delle masse all’Europa, ma una nuova politica europea, quella, appunto, dell’Europa dei mercanti. Paradossalmente, si tratterebbe proprio della parte della politica la più contestata dagli europei nei referendum. Recentemente, al grido di sussidiarietà!, personaggi politici importanti parlano di ritirare competenze all’Unione senza, peraltro, modificare i Trattati. Ora, poiché certo non pensano a ridurre il ruolo dell’Unione nel Mercato interno, sembra proprio che si riferiscano alle altre politiche; Mi sembra che cerchino di realizzare il sogno Thathcheriano dell’Europa come semplice mercato e, con questo, di peggiorare ulteriormente la percezione degli europei circa l’Unione. Credo, in altre parole, che sia giusta la decisione del Consiglio europeo di lanciare un dibattito ed una riflessione sul futuro dell’Europa volta a recuperare presso i cittadini l’attenzione positiva all’Europa. Delle condizioni di questo dibattito ho parlato in un articolo apparso nel numero precedente. Sempre su questa rivista altri ne hanno parlato ben meglio (per tutti, si veda l’articolo di De Giovanni “ricominciamo dalla battaglia delle idee”). Qui mi limiterò a insistere sulla necessità che questo dibattito – necessario per ridare alla costruzione europea una prospettiva ideale – si faccia “nel fuoco” dell’azione, rispetto ad un’Unione che funziona e che va avanti e che non si limita a gestire timorosamente il mercato. Altrimenti la prospettiva europea convincerà probabilmente le accademie, ma, certamente, non contribuirà a rendere nuovamente positivo l’approccio dei cittadini alla costruzione europea.

E in Italia? Vorrei fare una seconda brevissima digressione sull’importanza del rilancio di una prospettiva ideale di costruzione europea e della sua diffusione presso i cittadini. La cultura e la civiltà nel nostro continente, dopo secoli di guerre e di “eroiche gesta”, sono ormai fondate sulla pace e sulla ricerca della medesima non semplicemente come “non guerra”, ma come vero e proprio strumento di costruzione della società e di politica, in particolare al livello internazionale. Il metodo seguito è proprio quello del confronto fra diversi e sull’accettazione degli altri non come potenziali nemici, ma, in linea di principio, come potenziali partners. Questa è la civiltà europea reale, di oggi, che dobbiamo difendere e che, a mio avviso vale la pena di difendere, anche e soprattutto se il terrorismo o l’integralismo tentano di attaccarne le fondamenta. Questo è peraltro il fondamento primo della politica concreta dell’Unione dalla sua nascita, fin da quando era Comunità europea. Non vorrei che la difesa del nostro modello fosse paradossalmente fondata sulla soppressione del medesimo e su un ritorno indietro. Invece, inopportunamente, si sentono voci anche politicamente autorevoli che, scomodando financo la religione, gridano “no ai meticci” oppure “siamo in guerra”: questo non è vero, ma rischiano di far penetrare subdolamente nella società la paura e la voglia di guerra, il rifiuto preconcetto di chi non è europeo, di ridurre il valore della pace come strumento principale della politica dell’Europa e dei suoi Stati (e di quale potenza!), come ha dimostrato la storia dell’Europa degli ultimi cinquant’anni). Insomma, i corvi della guerra sono di nuovo su scena, ma il loro vero nemico è il nostro modello di società, tanto quanto esso è il nemico dei terroristi. Nel dibattito sulle prossime elezioni politiche italiane questi temi non dovrebbero secondo me essere trascurati. La scelta di Prodi come leader della coalizione va certamente nel senso di valorizzare l’Europa come momento forte della politica del futuro (si spera) governo. Secondo me, però, non basta. La scelta europea dovrebbe anche essere proposta come ideologia di pace e come strumento di lotta efficace contro il terrorismo e l’integralismo; e su questo le forze del centrosinistra sono ancora piuttosto indietro.


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LUCI ED OMBRE NELLA POLITICA EUROMEDITERRANEA Claudio D’Aroma

L’esigenza di stabilizzare e far crescere economicamente la sponda meridionale del Mediterraneo ha dato vita, nel 1995, ad un processo politico, economico e culturale inaugurato nella città di Barcellona. Gli europei hanno immaginato un percorso di stabilizzazione politica che prendesse le mosse dalla dimensione economica ma non si limitasse a questa. Una trasposizione, per certi aspetti, del processo di integrazione europeo. Gli Stati Uniti hanno posto il problema della democratizzazione dell’area con l’intervento armato in Irak, al di fuori del diritto internazionale e senza alcuna forma di cooperazione strutturata con i paesi alleati. Altrove (conflitto israelopalestinese) intervengono proponendosi, insieme ad altri soggetti, quali garanti del processo di pacificazione. Tale strategia, affiancata all’azione dell’Unione europea, ha dato buoni risultati, contribuendo alla vittoria elettorale del moderato Mamhoud Abbas (eletto Presidente dell’Autorità palestinese nello scorso gennaio con il 63% dei consensi). Le agende di USA ed UE nella regione sembrano accavallarsi e, spesso, scontrarsi. L’obiettivo comune della stabilizzazione politica e della democratizzazione viene realizzato con un approcccio fondato sulla sfera d’influenza da parte degli USA e con un approcccio centrato sulla cooperazione da parte dell’UE. Stati Uniti ed Europa sono due presenze fondamentali nella regione; la partecipazione congiunta al Quartetto garante della Road map per la soluzione del conflitto israelo-palestinese è di grande importanza ma insufficiente. Resta aperto il problema di un dialogo più serrato e della sede in cui possa svilupparsi. Qui di seguito vogliamo esaminare l’approccio europeo, quanto progettato e quanto realizzato.

••••• Il processo di Barcellona ha dato vita ad un tipo di cooperazione radicalmente nuovo rispetto alle forme di «aiuto» proposte dall’Unione europea fino ad allora. Fondata sull’intervento a tutto campo, dal miglioramento delle condizioni economiche all’azione sul piano sociale e dei diritti umani alla materia della governance. L’obiettivo è creare uno spazio comune di pace, stabilità e prosperità di cui l’elemento centrale è la costituenda zona di libero scambio. Più in particolare. Gli assi di intervento sono tre : • politica e sicurezza; • economia e finanza; • aspetti sociali, culturali, umani. Sono stati pensati come complementari, anzi il loro funzionamento congiunto è la filosofia di questo tipo d’iniziativa. La costruzione di sistemi economici più solidi, capaci di creare un livello di occupazione che tenga il passo con l’incremento demografico, una forte integrazione regionale sono la sfida principale. Il partenariato economico e finanziario si fonda sulla creazione di una zona di libero scambio con l’UE entro il 2012. Si sta realizzando attraverso accordi euromediterranei e

accordi di libero scambio tra i paesi della sponda meridionale. La liberalizzazione degli scambi dovrà essere quanto più ampia possibile seguendo le regole dell’Organizzazone Mondiale del Commercio. Si sta lavorando alla progressiva eliminazione degli ostacoli tariffari e non per i prodotti manifatturieri e sulla progressiva liberalizzazione dei prodotti agricoli. Il modello è un’economia di mercato e l’integrazione a livello regionale tenendo conto delle esigenze e del grado di sviluppo di ciascun paese. Nella modernizzazione del sistema produttivo e delle infrastrutture sociali si sta dando la priorità allo sviluppo del settore privato e ad un quadro regolamentare ed istituzionale adeguato. Molto importante è sviluppare strumenti per il trasferimento di tecnologie. Si punta all’utilizzazione del risparmio privato e soprattutto all’eliminazione delle barriere al trasferimento di capitali dall’estero. Le PMI giocano, in questo contesto, ancor più che in quello europeo, un ruolo centrale quali creatrici di occupazione. L’agricoltura resta, nella maggior parte dei casi, la principale fonte di reddito; un’importante razionalizzazione appare di centrale importanza. Accanto a queste misure di sviluppo economico è necessario considerare la sostenibilità ambientale introducendo questo elemento quale strumento di regolazione e non come accessorio ad uno sviluppo economico privo di regole. Programmi prioritari sono stati istituiti nei settori delle telecomunicazioni, trasporti, sviluppo delle tecnologie. L’aspetto economico nel processo di Barcellona è senza dubbio l’elemento più caratterizzante e genera ricadute sul piano politico e sociale. La Commissione considera che gli accordi di libero scambio e la connessa cooperazione finanziaria creano importanti opportunità di pro-


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gresso nei paesi partner. Incoraggiare l’integrazione regionale è il miglior presupposto per realizzare le riforme sul piano politico ed una più ampia democratizzazione. Le difficoltà sulla strada del circolo virtuoso sono ampie. La prima è la messa in opera della zona di libero scambio Sud-Sud. L’accordo di Agadir, firmato nel febbraio 2004 da Giordania, Egitto, Tunisia e Marocco, rappresenta una prima importante iniziativa in quanto crea un mercato integrato di 100 milioni di persone, ampliando gli asfittici mercati nazionali e creando prospettive di investimento attraenti per gli operatori europei. Non sembra che si siano manifestate difficoltà strettamente economiche; queste, forse, sono da ricercarsi più nei settori istituzionale e politico. Quindi sarebbe opportuno, considerando lo stato delle relazioni politiche nella regione, sottrarre la realizzazione della zona di libero scambio regionale alle autoritàpolitiche per affidarlo ai tecnici dei ministeri dell’economia. Resta da considerare l’immediatezza o meno della relazione liberalizzazione del settore economico e democratizzazione. Secondo alcuni autori manca un elemento : la promozione dei diritti sociali. In sostanza, seguendo Amartya Sen, non si dà avanzamento sul terreno politico senza miglioramenti sul piano sociale. Questa è la sfida da vincere attraverso il libero scambio a livello regionale e la cooperazione con l’UE. Produrre un livello adeguato di occupazione che possa creare le condizioni per l’accesso ai diritti sociali e da qui poter innescare il circolo virtuoso : miglioramento economico-accesso ai diritti sociali-democratizzazione. Il partenariato politico e di sicurezza si esplica attraverso un dialogo politico globale e continuo che completa il dialogo bilaterale previsto dagli accordi di associazione. La Carta delle Nazioni Unite e la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, oltre agli altri obblighi derivanti dal diritto internazionale, sono i punti di riferimento a cui le parti si ispirano. Nella dichiarazione di Barcellona sono ripresi più volte i temi del rispetto delle libertà fondamentali, compresa la libertà d’espressione, d’associazione, di pensiero, di religione. Elementi dati per scontati nelle società occidentali che ne riscoprono tutta l’attualità facendo i conti con il possibile ingresso della Turchia nell’Unione (l’apertura dei negoziati è prevista il 3

ottobre) e stabilendo rapporti di partenariato con l’Algeria, la Tunisia ed altri paesi in cui queste problematiche sono di dolorosa attualità. Se ciascuna parte deve scegliere in tutta autonomia il proprio sistema politico, socioculturale, economico l’obiettivo comune resta lo sviluppo dello Stato di diritto e la democrazia. Il rispetto dell’integrità territoriale ed il principio di non intervento negli affari interni sono prinicipi cui si ispirano le parti. Di centrale importanza è considerata la lotta contro il terrorismo, la criminalità organizzata e il traffico di droga. È pieno l’impegno a garantire la sicurezza regionale, la non proliferazione delle armi nucleari, chimiche, batteriologiche; a rendere il Medio Oriente una zona libera da armi di distruzionne di massa. Elementi, questi ultimi, quanto mai attuali. Considerando la particolare sensibiltà di tali tematiche non meraviglia che questo settore del partenariato sia rimasto inattivo, essendo ben difficile raggiungere un accordo a 35. Il rilancio del partenariato culturale e sociale, dopo gli attentati dell’11 settembre, può essere considerato una forma di sostituzione rispetto a quanto non si riesce a mettere in opera. È stato elaborato un programma in materia di affari interni e giustizia molto interessante, dopo gli attentati, avente ad oggetto la collaborazione in materia di immigrazione. Il metodo di elaborazione del programma è stato diverso rispetto al passato. I partners contestano agli europei di assumere decisioni senza tener in debito conto quanto da essi sostenuto. Le cose stavolta sono andate diversamente con un’elaborazione delle priorità realizzata in comune. Questo programma potrebbe essere un primo passo verso un rilancio della cooperazione in materia politica. La libertà di movimento dobbiamo considerarla una conquista di civiltà. Sarebbe grave se le esigenze di sicurezza prendessero il sopravvento e si traducessero in un facile quanto poco utile contentino per le opinioni pubbliche. Poniamo invece il problema della realizzazione di flussi migratori controllati dalla sponda meridionale del Mediterraneo per sconfiggere l’immigrazione illegale; collaboriamo con le autorità di tali paesi in un rapporto di reciprocità. Il partenariato sociale, culturale e umano è forse l’elemento più innovativo nel processo di Barcellona avendo come

obbiettivo la mutua comprensione tra i popoli ed il miglioramento della reciproca percezione. Diversità delle culture che devono essere rispettate nella loro identità e radici comuni da valorizzare. Da realizzare attraverso il dialogo interreligioso, affidando ai media il compito della reciproca conoscenza, scambi culurali e apprendimento delle lingue, partecipazione della società civile al partenariato e soprattutto sviluppando i diritti sociali fondamentali. Questo asse si è evoluto essenzialmente dal punto di vista culturale. È stato costituito un Comitato di Saggi sul Dialogo delle culture del Mediterraneo. Lanciato nel 2003 dalla Commissione ha avuto, però, scarso impatto mediatico. Purtroppo, considerando che è la prima volta che viene creata una simile istituzione. Il seguito naturale dei lavori del comitato è costituito dalla Fondazione euro-mediterranea, istituita dalla conferenza dei Ministri di Napoli del dicembre 2003. ••••• Dal punto di vista istituzionale la Fondazione e l’Assemblea parlamentare giocano un ruolo importante (e caratterizzante il processo di Barcellona) nel ravvicinamento della società civile alla politica. La Fondazione sarà un momento


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di scambio culturale, luogo di promozione del dialogo tra culture, civiltà e religioni diverse. Sarà il catalizzatore di tutte le iniziative miranti a sviluppare il dialogo. L’organizzazione è molto semplice; almeno nella fase iniziale sarà caratterizzata da una rete di reti con un’amministrazione ridotta. Il suo obiettivo è sviluppare il dialogo tra circoli culturali che non fanno parte dei forum diplomatici e della cultura ufficiale. È intitolata ad Anna Lindh, è stata inaugurata il 20 aprile ed ha sede in Egitto, presso la biblioteca di Alessandria. L’Assemblea parlamentare è entrata in funzione con la seduta inaugurale ad Atene nel marzo 2004. Suo compito principale è rafforzare la visibilità e la trasparenza del processo ma anche di costituire un modello per tradurre in realtà i principi proclamati nella dichiarazione alla base del processo. L’Assemblea si compone di 240 rappresentanti (120 dei paesi partners e120 europei -di cui 45 eurodeputati-). La sua organizzazione ricalca, con la costituzione di tre commissioni di lavoro, la struttura del partenariato diviso in tre settori. Seguirà, inoltre, l’applicazione degli accordi euromediterranei d’associazione. Altra importante istituzione è il Forum civile euro-mediterraneo riunitosi la prima volta a Lussemburgo ai primi di aprile. Organizzato da ONG rappresenta la società civile delle due sponde del Mediterraneo

ed opera nel settore dei diritti umani, eguaglianza dei sessi, diritti dei migranti, richiedenti asilo. La Conferenza dei Ministri degli esteri euromediterranei è la massima istanza decisionale e di orientamento. La dotazione finanziaria, che sostiene il processo attraverso il programma MEDA, è consistente. Nel 2004 sono stati stanziati 709 milioni per i paesi beneficiari. Nel periodo 2000-2006 la dotazione è pari a 5.350 milioni. Mentre la BEI dispone di 6.400 milioni per prestiti e garanzie nel periodo 2000-2007. Il programma MEDA è articolato in due volets : sostegno agli accordi bilaterali e sostegno ai programmi regionali che si fanno carico di attività relative all’integrazione regionale quali telecomunicazioni, ambiente, sicurezza marittima. Nell’ottobre 2004 è stato firmato con la Siria l’ultimo accordo di associazione con i paesi della sponda meridionale del Mediterraneo. Al processo di Barcellona partecipano, oltre ai 25 Stati europei, 10 partners (Tunisia, Israele, Marocco, Giordania, Egitto, Libia, Siria, Autorità palestinese, Algeria e Libano). La Mauritania ha chiesto di aderire al processo. ••••• «Nostro obiettivo è dividere con i paesi mediterranei tutto salvo le istituzioni, realizzando nuove forme d’integrazione per raggiungere obiettivi condivisi. Dal mercato interno all’ambiente, dalla politica dei trasporti e dell’energia a quella della sicurezza, vogliamo cooperare in maniera sempre più stretta con i nostri partners mediterranei» (Prodi si indirizzava, in qualità di Presidente della Commissione alla commissione affari esteri dell’Assembela nazionale e del Senato algerini -marzo 2003-). Dalla costruzione di accordi bilaterali e regionali sempre più avanzati con i paesi vicini l’Unione europea è passata ad una politica strutturata, la «Politica Europea di Vicinato». L’allargamento dell’Unione se creava stabilità nell’area dell’Europa centroorientale finiva per trascurare l’area limitrofa e mediterranea. Dall’Ucraina alla Bielorussia all’Azerbaijan fino alla Siria e a tutta la fascia meridionale del Mediterraneo la PEV ha costituito la risposta alla necessità di creare forme di partenariato strutturato con i paesi vicini

senza dar luogo a futuri ampliamenti da ritenersi, oggi, altamente problematici. Nel dicembre 2004 la Commissione ha adottato i primi 7 piani d’azione (per i paesi mediterranei : Israele, Autorità palestinese, Marocco, Tunisia e Giordania). Dovranno essere avallati dal Consiglio e approvati dai Consigli di associazione. Sono «su misura» per ciascun paese, riflettono le esigenze di sviluppo di ciascuno e la volontà più o meno ampia di condividere i valori dell’Unione. Quanto più questa volontà sarà forte tanto più l’Unione svilupperà la propria politica di partenariato. Per quanto differenti hanno alcuni elementi comuni : offrono assistenza per allineare la legislazione e i regolamenti su quelli dell’UE al fine di rendere possibile l’accesso al mercato interno; rendono possibile la partecipazione a numerosi programmi comunitari, dalla ricerca, all’audiovisivo, all’istruzione; miglioreranno la cooperazione in materia di gestione delle frontiere, migrazione, crimine organizato, terrorismo; miglioreranno i collegamenti con l’UE nei settori dell’energia, trasporti, tecnologie dell’informazione; miglioreranno il dialogo in materia di armi di distruzione di massa e la cooperazione per risolvere i conflitti regionali. Interessante, in rapporto a quest’ultimo punto, la trattativa relativa al piano per Israele. Non solo si è arrivati ad una composizione sul tema «armi di distruzione di massa» su cui Israele, in un primo tempo, era reticente ma si è giunti ad impegni concreti da parte dello Stato ebraico sulla tematica scottante del conflitto con i palestinesi. L’UE ed Israele si impegnano a rafforzare il dialogo politico e ad individuare campi di cooperazione per giungere ad una «soluzione permanente» fondata sull’esistenza di due Stati che coesistono in un clima di sicurezza conformemente alla Road map. È la prima volta, ha sottolineato la Commissaria alle relazioni esterne Ferrero-Waldner, che Israele assume simili impegni per iscritto. Anche con l’Autorità palestinese l’UE ha ottenuto impegni, nella direzione della riforma dell’amministrazione. I piani costituiscono un’agenda di lavoro con i partners per un periodo di 3-5 anni; non si sostituiscono agli accordi di associazione già sottoscritti ma li sviluppano nelle direzioni indicate e li inquadrano in una politica più ampia. Gli strumenti finanziari restano quelli


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attuali (MEDA) fino al 2006. A partire dal 2007, quando dovrebbero entrare in vigore le nuove prospettive finanziarie, gli strumenti esistenti saranno raggruppati in uno solo, l’ENPI (European Neighbourhood and Partnership Instrument) con una dotazione più ampia rispetto ad oggi (dipenderà dall’esito dei negoziati sulle prospettive finanziarie. Com’è noto il Consiglio europeo di Bruxelles del 16 e 17 giugno si è risolto con la mancata adozione di decisioni al riguardo). La messa in opera della PEV può essere l’occasione per migliorare alcuni aspetti del partenariato che non funzionano e per rilanciare alcune ipotesi di lavoro. Una certa diffidenza nei confronti di tale nuovo approccio è emerso da parte dei paesi della sponda meridionale. Se ne è avuta una significativa eco nella risoluzione finale dell’Assemblea parlamentare riunitasi al Cairo lo scorso marzo. Il processo di Barcellona procede in un quadro sperimentato ed il suo approccio è di tipo multilaterale garantendo una possibilità negoziale più ampia alla parte mediterranea. Quindi la PEV, che prevede rapporti di carattere bilaterale, deve essere considerata un complemento del processo di Barcellona che resta l’approccio prioritario nella sua dimensione multilaterale, fondato sulla corresponsabilità e la solidarietà.

Altra contestazione alla politica europea è venuta questa volta dall’Egitto, che coordina il gruppo arabo, in sede di riunione ministeriale dello scorso maggio. L’UE propone di condizionare la concessione di aiuti alla realizzazione di riforme (anche nel campo dei diritti umani) da parte dei paesi della regione. Questo approccio è stato considerato un’indebita intromissione negi affari interni, addirittura un inserimento europeo nell’agenda USA nella regione, secondo un diplomatico del Maghreb. ••••• A metà gennaio 2005 si è tenuto a Marsiglia un incontro tra investitori istituzionali e grandi imprese. È stato organizzato dall’Economist Conferences con il sostegno della rete euromed delle agenzie di promozione degli investimenti finanziata da MEDA e in connessione con la BEI. Si è sottolineata l’ampiezza del mercato, con 720 miloni di persone (compresa la parte europea), per certi aspetti più significativo di quello cinese. Gli elementi positivi messi in luce dalle imprese sono una manodopera giovane e spesso ben formata, costi di produzione attraenti per gli investitori, vicinanza al mercato europeo, mercato regionale in

piena crescita. Tutti questi elementi ne fanno un’area dove già oggi sono presenti investimenti europei e mondiali. Gli elementi su cui puntare sono il turismo, le risorse naturali, l’agricoltura biologica -in espansione-, i call centres. I bisogni interni in aumento fanno pensare ad una crescita della regione nei prossimi tempi. I paesi MEDA ricercano partnership industriali con l’Europa nei settori più diversi : energia, settore automobilistico, tecnolgie dell’informazione e della comunicazione, agro-business, infrastrutture, tessile, turismo. Tra i paesi MEDA il Marocco è quello con cui si stanno sviluppando i rapporti più proficui. È un paese in cui permangono possibilità di investimento non sfruttato. L’Unione europea deve fare, però, dei passi nella direzione di una maggiore liberalizzazione degli scambi, aprendo maggiormente il proprio mercato soprattutto nel settore agricolo. ••••• Napoli ed il Mezzogiorno possono giocare un ruolo economico e di direzione reale in questo processo, dando sostanza ad intuizioni del passato che non potevano avvalersi di strumenti politici ed economici quali sono oggi disponibili.


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D I A R I O

D I

U N

L U N G O

V I A G G I O

D I

L A V O R O

DI RITORNO DALL’ AMERICA LATINA Gianni Pittella

Da San Paolo a Rio, Montevideo, Rosario, Buenos Aires e Santiago. Un lungo viaggio tra i nostri connazionali, una serie di incontri con una realtà profondamente mutata, che prima di chiedere, intende dare al suo paese di origine e al suo paese di accoglienza. Non sono pentito di aver dedicato gran parte delle mie vacanze ad un viaggio di lavoro per conto dei DS e della Unione. È stato molto di più di una presentazione della coalizione di centrosinistra che, col suo programma e i suoi candidati, concorrerà ad eleggere i 18 parlamentari riservati al collegio estero. È stata una esperienza forte che mi ha dato l’esatta percezione di come e di quanto la nostra comunità all’estero sia cambiata rispetto al passato. Ho fatto l’assessore regionale all’emigrazione 15 anni fa. Posso fare un confronto. Sarà stato il riconoscimento tardivo ma determinante del diritto di voto e di elezione di propri rappresentanti nel parlamento italiano. Sarà il sentirsi parte di un mondo globalizzato e di una società multietnica, multiculturale, multireligiosa. Sarà anche che non siamo più i poveri disgraziati costretti a partire con la valigia di cartone. Sarà tutto questo e altro ancora, certo è che ho toccato con mano un salto di qualità davvero significativo. I giovani e le ragazze italiane che affollavano la nuova sede della Fondazione Insieme lanciata da Choralis Rodriguez e Mario Gonzales a Santiago, e che dopo aver posto decine di domande sul rapporto tra Europa e America latina e sulla politica italiana si sono messi a suonare musiche cilene, erano la maggioranza dei duecento presenti. Gli studenti universitari che hanno riempito la sala conferenza della Università di Bologna a Buenos Aires, e hanno inondato di domande il Prof. Giorgio Alberti e me sul futuro della Unione europea dopo i referendum francese e olandese, sui rapporti col Mercosur e sulla liberalizzazione dei mercati a cui si sta attivamente dedicando la Delegazione del P.E. presieduta da Massimo D’Alema,

sono una splendida realtà aperta alle grandi sfide mondiali. Gli imprenditori italiani che abbiamo incontrato con Andrea Lanzi e Fabio Porta (dirigenti ds in Brasile)e che da Rio hanno lanciato il portale EU.Brasil che raccoglie e interagisce con tutte le realtà italiane dell’America latina e offre ad esse servizi e consulenze qualificate, sono la espressione di una nuova italianità, che non piange, che si propone. E lo stesso potrei dire dei tanti italiani che con Renato Palermo (dirigente politico dei ds e sindacalista originario della Calabria) stanno cooperando con gli esponenti del governo Vasquez in Uruguay per concretizzare iniziative di rinnovamento in campo industriale, energetico, ambientale e culturale. E delle compagne e dei compagni che guidate da Maria Rosa Arona in Argentina sostengono le cause sacrosante delle nonne di Plaza de Mayo, coordinate da Estela Carlotto e del movimento per i diritti umani di Dante Gullo e incoraggiano il governo Kirchner a insistere nell’azione di ricerca della verità e di punizione dei responsabili delle terribili atrocità commesse durante il regime militare. A Rosario ho trovato italiani impegnati nel rilanciare l’ospedale e la università italiana di medicina col proposito di

migliorare ancora il livello qualitativo di prestazioni raggiunto dalla città sotto la guida del socialista Hermes Binner, e riconosciuto come uno dei servizi sanitari migliori nel mondo. Ma ho trovato anche italiani impegnati nella informazione come Marisa Bafile o nel sindacato, come Mirella Giai, che con associazioni cattoliche importanti gli Scalabriniani, condividono la ricerca su ciò che ha significato e può significare la comunità italiana nel mondo in termini di difesa e promozione dei valori di solidarietà, di rispetto e tolleranza, di pace. Anche dall’associazionismo vengono segnali di novità. Ho incontrato molti esponenti della Federazione dei siciliani nel mondo, da Ignacio Saenz ai fratelli Tabbi, ma anche dei lucani e di altre realtà regionali. oltre che dirigenti di patronato e di sindacato, di Camere di commercio, di circoli culturali e dei partiti dell’ Unione, dalla margherita, all’ udeur, a RC, ai comunisti italiani, ai repubblicani europei, ai verdi, allo sdi, all’Italia dei Valori, e, ovviamente, ai DS. Non ho ascoltato il solito pianto greco. Ho ascoltato proposte, iniziative, programmi. Gli stessi strumenti democratici riservati agli italiani all’estero, i Comites e le


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strutture Consolari e Diplomatiche, malgrado i tagli ricevuti dal governo di centro destra, sono impegnati ad intensificare la loro azione di raccordo e di promozione sul terreno culturale, economico, della conoscenza della lingua italiana, della commercializzazione dei prodotti. Ma non tutto e’ rose e fiori. Non mancano situazioni di miseria e a volte di vera indigenza. E persino fasce di nostre comunità che hanno la testa voltata all’indietro, sempre e comunque. Il solito sedicente italiano indigente all’uscita dell’Istituto Benevolentiae di Buenos Aires che chiede, furbescamente,una mancia, non manca mai. E così la lamentela, la reprimenda per la madre patria che ha dimenticato i suoi figli dispersi nel mondo. Ma sono ormai casi isolati. Sta crescendo un’altra Italia nel mondo e noi non dobbiamo deluderla. Il voto ha

aiutato molto questa consapevolezza. L’ UNIONE non darà nessun alibi a chi tenta di rinviare il voto per la elezione dei 18 deputati e senatori del collegio estero al 2011 . Nessuno si sogni di sopprimere un diritto sacrosanto di rango Costituzionale. Forse qualcuno pensava all’America latina e al collegio estero come una grande riserva di nostalgia che si sarebbe trasfusa sulle liste camuffate del centrodestra. Sinora le urne hanno provato il contrario. Ma noi non siamo saccenti. Ci prepariamo con umiltà e impegno ad affrontare il confronto elettorale a viso scoperto. La nostra coalizione ha un nome, l’Unione, un candidato, Romano Prodi che sarà largamente confermato alle Primarie, e avrà i suoi candidati nel collegio estero, scelti attraverso il più ampio coinvolgi-

mento delle realtà locali e territoriali. I nostri criteri sono: il pluralismo politico e associativo, il radicamento e l’autorevolezza del candidato, la parità di genere, la rappresentanza equilibrata dei Paesi della circoscrizione. La piena moralità dei nostri candidati e’ un prerequisito essenziale. Ma puntiamo anche a liste che siano espressione delle tante realtà culturali, associative, sindacali, economiche e delle molteplici espressioni regionali presenti, oltre che di uno stretto rapporto con le organizzazioni politiche nazionali con cui i nostri partiti hanno rapporti consolidati. Le parole chiave del nostro programma per gli italiani all’estero sono: integrazione, eccellenze, solidarietà. Integrazione per noi vuol dire pieno godimento dei diritti e rispetto dei doveri da parte dei nostri connazionali nelle realtà


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ospitanti. Nessuna retorica patriottarda e nessun nostalgismo che ci riconduca in un ghetto. Eccellenza significa sostenere le tante espressioni migliori della comunità italiana che si sono distinte in tutti i campi e che rappresentano un patrimonio inestimabile da mettere a rete con i talenti e le intelligenze che vivono in Italia. Solidarietà vuol dire aiuto agli italiani che vivono in condizioni di bisogno. Ce ne sono ancora e non sono pochi. ma non chiedono elemosine o mance. chiedono provvedimenti legislativi organici per affrontare e risolvere i problemi previden-

ziali e assistenziali. Il nostro programma riempirà questi tre grandi capitoli con i contenuti che verranno dai nostri connazionali. A Ottobre lanceremo Le Giornate dell’Unione all’estero con Piero Fassino, Francesco Rutelli, Massimo D’Alema, Romano Prodi e tutti gli altri leaders del Centrosinistra. Sarà un grande foro per un dibattito a più voci da cui si completerà il contributo programmatico della Unione all’estero al nostro candidato premier e alla sua squadra di governo . Durante la visita ho incontrato numerosissimi esponenti di governo e personalità politiche e culturali, dai Ministri degli esteri di Uruguay e Argentina, ai Ministri del turismo, dei trasporti, della cultura, della industria dell’ Uruguay, al Ministro degli interni dell’Argentina, al vicepresidente della Repubblica dell’ Uruguay, a decine di parlamentari amici dell’ Italia o discendenti da famiglie italiane che per primo Franco Danieli riuni’ durante il governo D’Alema. Ho parlato con i rappresentanti della Concentracion per la Democrazia in Cile impegnati nella battaglia elettorale per le Presidenziali, a sostegno della candidata Bachelet, ed in particolare il Segretario generale del Partito Socialista convocherà una Convention di tutti i leaders riformisti e progressisti dell’America latina e dell’ Italia per lanciare insieme la campagna per la vittoria di Bachelet e di Prodi. Con tristezza ho trovato un profondo rammarico per i rapporti tra i Governi di Argentina e Uruguay e il Governo Italiano. Rapporti pressoché inesistenti. Il Ministro degli esteri argentino, Bielsa, ha chiesto invano un incontro col suo omologo italiano per affrontare anche la delicatissima questione dei Bond da rimborsare ai 200.000 risparmiatori italiani frodati da un sistema bancario incauto e penalizzati dalla pessima congiuntura economica dell’ Argentina di qualche anno fa. Noi della UNIONE vogliamo riportare al centro dell’agenda politica il rapporto tra Italia ed Europa con l’America Latina.

Il Sudamerica e’ finito nell’ultimo periodo, in un cono d’ombra. La lotta al terrorismo internazionale ha monopolizzato gli sforzi e l’attenzione politica e diplomatica dell’Occidente, spostando il baricentro sul Medio Oriente, sul processo di democratizzazione in Afganistan, sulla guerra in Irak, sulle vicende che toccano Egitto, Siria, Libano, sui pericoli che vengono dalla nuova dirigenza Iraniana. Già prima degli attentati a Londra e a Sharm, inevitabilmente l’asse prioritario di intervento e’ stato quello imposto dalla emergenza della lotta al fondamentalismo e alla barbarie terroristica. Ciò è stato giusto,necessario. E questa azione di contrasto al fondamentalismo islamico e alle sue cellule che seminano morte non deve cessare. Ma sarebbe miope per l’Italia e per l’Europa trascurare ciò che sta avvenendo in una grande area del mondo, l’America latina, che rappresenta un’ area geostrategica importante. In Cile, Brasile, Uruguay ed Argentina si stanno compiendo sforzi difficili ma intelligenti di risanamento strutturale dei conti pubblici e progressive aperture al mercato che naturalmente incontrano resistenze e difficoltà, ma vanno sostenute ed incoraggiate. L’Unione Europea deve mettere ai primi posti della sua agenda di relazioni esterne la partnership con l’america Latina, rilanciando i suoi programmi di intervento e incrementandone la dotazione finanziaria. Sotto la spinta del Parlamento Europeo la cooperazione tra Europa e Paesi aderenti al Mercosur ha conosciuto significativi progressi. Vanno fatti passi in avanti, da entrambe le parti sui capitoli dell’agricoltura e degli scambi commerciali. E l’Italia, che ha in queste Nazioni centinaia di migliaia di propri cittadini, molti dei quali fortemente integrati in campo economico, culturale e sociale, non può continuare a sciupare la straordinaria opportunità di diventare il principale partner europeo con i Paesi Latino Americani. Eurodeputato – Responsabile nazionale DS Italiani nel mondo


Stelle e strisce sui Faraglioni

Gli americani a Capri (1943-1945) Roberto Ciuni Andrea Geremicca Francesco Canessa Matteo Pizzigallo


GLI AMERICANI A CAPRI

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La Conchiglia Il volume Stelle e strisce sui Faraglioni. Gli americani a Capri (1943-1945) è una pubblicazione realizzata nel 2004 dalle Edizioni La Conchiglia. La Conchiglia è una sigla che racchiude varie e diverse attività culturali ed imprenditoriali. Nasce come libreria nel 1982 a Capri con un piccolo spazio adibito non solo alla vendita di libri ma anche all’organizzazione di mostre d’arte. In quegli anni inizia anche un’intensa attività con l’organizzazione di presentazioni di libri ed altri eventi culturali. Nel tempo sono nate altre librerie La Conchiglia, di cui due a Capri, una ad Anacapri e una a Roma. Questi spazi mantengono tutti l’originaria impostazione di luoghi dove si organizzano mostre e dove si vuole esaltare il libro nelle sue varie manifestazioni e forme, come nell’ultima libreria aperta nei pressi di piazza Navona, dove vengono ospitate edizioni d’arte o con tirature limitatissime e speciali. Negli anni La Conchiglia ha incrementato anche l’organizzazione di eventi culturali di maggiore respiro tra i quali ricordiamo la rassegna annuale “Capri: i luoghi della parola” ormai giunta alla terza edizione. Le motivazioni che sono alla base dell’iniziativa si possono così sintetizzare: Capri è un’isola nata dalle parole: parole scritte, pronunciate, evocate da personaggi che l’hanno frequentata, vissuta ed amata. Capri: i luoghi della parola, è un’iniziativa che nasce dalla convinzione che l’Isola può continuare ad essere

luogo ideale e centrale per crescere e rinnovarsi attraverso le parole. Protagonisti della vita culturale e artistica sono chiamati, così, a dialogare, declamare, riflettere in luoghi straordinari dell’Isola, dagli spalti del Caesar Augustus ad Anacapri, alle terrazze dei Giardini di Augusto a Capri. Quest’anno abbiamo voluto estendere il campo dell’iniziativa anche ad aspetti rilevanti del dibattito pubblico contemporaneo, in un’accezione della “parola” come presa d’atto e confronto sul presente. Nel 1989, intanto, sono nate Le Edizioni La Conchiglia con un catalogo che, al 2005, conta oltre 150 titoli, e comprende, tra gli altri, autori come Somerset Maugham, Ivan Bunin, D.H. Lawrence, Ada Negri, Laura Lilli, Norman Douglas, Axel Munthe, Filippo Tommaso Marinetti, Raffaele La Capria, Edwin Cerio, Gaetana Cantone, Lea Vergine. Il filo rosso che lega questi scrittori, ma anche la filosofia che guida le Edizioni, è una precisa idea del viaggio, dell’isola, del Sud e del Mediterraneo come luoghi dove l’uomo può riprendere un contatto con la natura e con il passato. In questo senso La Conchiglia ha scelto questo nome perché evoca uno dei simboli più forti, universali e femminili legato al mare e alle sue capacità generative e creative. Il logo, infatti, presenta una conchiglia che ospita due sirene, deità legate al passaggio tra dimensioni diverse e alla trasformazione, anche e soprattutto attraverso la conoscenza.


GLI AMERICANI A CAPRI

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L’idea di un libro sugli americani a Capri mi è venuta così Roberto Ciuni

Nel 1962 andai negli Stati Uniti per scrivere sui “paisani” emigrati dalla Sicilia nel corso del secolo ed incontrai Max Corvo. Basso, vivacissimo, una testa carica di ciuffetti neri, neri anche i baffetti d’antico gusto meridionale che portava, faceva l’imprenditore nel Connecticut ed aveva da raccontare un’eccezionale storia personale. Era nato a Melilli, provincia di Siracusa, ma aveva dovuto traversare l’Atlantico piccolissimo, nel 1929, per raggiungere a Middletown il padre antifascista in esilio. Qui era cresciuto nel “giro” dei sindacalisti italo-americani fanatici del presidente Franklin D. Roosevelt e del sindaco di New York Fiorello La Guardia, legati a Luigi Antonini e Frank Bellanca, autorevolissime guide degli operai dell’abbigliamento, amici di suo padre. Allo scoppio della guerra – giovanotto poco più che ventenne – era stato convocato in un ufficio militare: cosa ti ricordi della Sicilia? sai parlare il siciliano? quanti figli di siciliani grati agli Stati Unti come te conosci? sei disposto a servire la tua nuova patria? Alla fine del colloquio s’era scoperto “volontario” dell’OSS, Office of Secret Service, un’organizzazione bellica sperimentale che anni più tardi si sarebbe trasformata nella CIA, Central Intelligence Agency; con lui, Vincent Scamporino, Frank Tarallo e tanti altri “paisani”, compreso l’uomo – futuro ottimo avvocato di Middletown e rappresentante del Connecticut a Washington – che avrebbe arrestato in Italia alla fine della guerra il capo dell’esercito di Salò maresciallo Rodolfo Graziani: Emilio D’Addario. Sbarcato in Sicilia in divisa di tenente americano, Corvo aveva terminato la guerra da maggiore a Milano nel 1945 (a venticinque anni), capo della sezione operativa speciale dell’OSS aggregato alla V Armata. Appena l’incontrai e seppe che mestiere facevo e per quale giornale (lavoravo a “L’Ora”, quotidiano di proprietà del PCI), cominciò a dire che l’OSS era stata inzeppata di figli di buona donna anti-italiani, anti-siciliani, che accusavano i “paisani” di trattare con i mafiosi. Fece il nome di un collega-rivale, Peter Tompkins, infiltrato nella Roma nazista a fare l’agente segreto di

collegamento con la Resistenza: bravo, mi disse, ma snob, non poteva sopportare gli “italians” perché non avevano studiato ad Harvard come lui. Mi sembrava uno sfogo, invece Corvo rivendicava piccoli meriti storici ai quali aveva diritto insieme ai “paisani” arruolati nell’OSS. Una quantità di fatti e fatterelli che, se non servirono agli Alleati a vincere la guerra in Italia, certo vi contribuirono. Tra l’altro, quant’era successo ad alcuni di loro ed il ruolo avuto all’alba del 9 settembre 1943 durante lo Sbarco di Salerno. Un Task Group dell’OSS guidato dal capitano Frank Tarallo, imbarcato sul cacciatorpediniere dell’US Navy “Knight”, aveva preso il mare da Palermo mentre il grosso della flotta angloamericana – 650 imbarcazioni, tra navi grandi e piccole – navigava verso il Golfo di Salerno per l’operazione Avalanche. Direzione: l’isola di Ventotene. Tarallo aveva ai suoi ordini una diecina di uomini costituenti un SIU (Special Intelligence Unit): scorrendone i nomi non sarebbe stato difficile capire i criteri di formazione della squadra: soldati Carl Bommarito di Detroit, Benny Treglia e Peter Durante di New York, Eugenio Clemente di Chicago, Louis Fiorilla e così via, tutti figli d’emigrati. Altre eccezionali presenze sul “Knight”: uno degli ufficiali era conosciuto in ogni parte del mondo come Douglas Fairbanks jr., star di Hollywood, marito divorziato della fascinosa Joan Crawford; un altro, in realtà ospite civile del caccia, John Steinbeck, aveva vinto il Premio Pulitzer, tra qualche anno avrebbe vinto il Nobel della letteratura ed era lì con il compito di raccontare la guerra ai lettori di “The New York Herald Tribune”. A Ventotene, una guarnigione italiana sorvegliava i confinati antifascisti non ancora liberati dal governo Badoglio e i carcerati chiusi nella rocca borbonica di Santo Stefano: questo, l’obbiettivo dell’operazione d’”intelligence”, lavoro più politico che militare, affidato a Tarallo. Vi stazionavano anche tre ufficiali e 85 genieri tedeschi impegnati nell’impianto di un radar. Il piano d’attacco era stato preparato da Corvo servendosi di una vecchia carta geografica e di vaghe informazioni fornite da un ex confinato.


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Cronaca dell’impresa. Alle 5 del pomeriggio del giorno 8 settembre 1943, il Task Group, impinguato con una compagnia di paracadutisti dell’82 divisione avio-trasportata americana, incontra i convogli diretti a Salerno superandoli al largo e proseguendo. A buio fatto giunge ad un miglio da Ventotene. Insieme alla notte senza luna, secondo il piano di Corvo, dovrebbero costituire il fattore vincente dell’operazione i “crash boats” che il caccia ha portato con se. Sono mezzi dalla funzione doppia: condurre a terra gli uomini e produrre un fracasso tale da esser presi, nell’oscurità, per grandi unità da sbarco in arrivo. Calati in acqua, pilotati verso la costa, producono l’effetto desiderato e gli 88 tedeschi (tenente Joachim Eingler), temendo un’invasione massiccia, si ritirano sull’altura del Semaforo mentre i soldati italiani attendono pronti a collaborare con i nuovi arrivati. “Il buio è così fitto che non si vede l’entrata del porto, nasconde perfino l’acqua sotto le barche. La natura lavica, bruna, della costa si fonde con l’oscurità gravante sul mare”, riferirà il comandante del caccia nel suo rapporto. “Tarallo e Durante saltano a terra per orientarsi. Velocissimo, Durante cattura il primo tedesco, un soldato che sta per far saltare un barcone da carico con un grappolo di bombe a mano...” Tarallo e Durante sono i primi soldati alleati a mettere piede sul suolo dell’Europa continentale – l’ora zero dello sbarco a Salerno è le 3,30 del 9, a Ventotene in quel momento le lancette hanno superato da pochi minuti la mezzanotte – e il prigioniero dà alla SI Unit il primato cronologico dei tedeschi catturati durante l’operazione. Orgoglio di Corvo, naturalmente. Ma il buio che fin lì ha facilitato l’approccio all’isola non è l’ideale per affrontare un probabile combattimento; bisogna attendere l’alba. Alle 5 del mattino, piazzati gli uomini in posizione d’attacco, Tarallo s’incammina per la salita del Semaforo accompagnato da Bommarito e Treglia; lo precedono due soldati italiani collaborativi, uno dei quali sventola una bandiera bianca e l’altro, che parla tedesco, s’appresta a far da interprete. “Arrivati vicino alle postazioni tedesche,gli italiani avanzono per parlamentare mentre Tarallo e i suoi si fermano in attesa. Dopo circa mezz’ora gli italiani tornano indietro riferendo che il comandante tedesco è disposto a negoziare. Tarallo, allora, gli si avvicina per spiegargli che deve arrendersi senza condizioni. Sorpreso, Eingler si fa esitante ma l’interprete italiano lo

GLI AMERICANI A CAPRI prende in disparte e gli dice che in alto mare una forza di cinquecento americani è pronta a sbarcare, qualsiasi resistenza sarebbe inutile...” Il tedesco cede e firma la resa incondizionata del presidio. Fin qui il racconto dell’impresa di Ventotene fattomi da Corvo nel 1962, racconto da me controllato in seguito ogni volta che i documenti di guerra dell’US Navy venivano resi pubblici e le memorie di agenti dell’OSS apparivano in libro. Tutto giusto, sempre tutto vero. Corvo, insomma, aveva ragione a rivendicare una fettina di gloria esclusiva per i “paisani” durante la campagna d’Italia. Non solo, ma senza volerlo mi aveva instradato verso un’altra storia poco conosciuta di quei giorni connessa all’OSS: l’arrivo degli anglo-americani a Capri. Fu proprio il caccia “Knight” a sbarcarvi i primi soldati alleati, con Douglas Fairbanks jr., John Steinbeck e agenti segreti. Vicenda che ho raccontato in “Stelle e strisce sui Faraglioni” pubblicato da La Conchiglia. Quel che nel libro mi è sembrato inutile ricordare, ma riguardava un’altra rivendicazione di Max Corvo, porta ad alcuni “paisani” inseriti nell’Amgot (Allied Military Government of Occupated Territories), primo fra tutti, prima ancora del famoso Charles Poletti governatore di Palermo, Napoli, Roma e Milano, Michael A. Musmanno mandato ad amministrare la penisola sorrentina. Musmanno era giudice federale della Pennsylvania e sarebbe arrivato nel 1951 alla Corte suprema dello stato. Di discendenza italiana (la A. del secondo nome nascondeva che in effetti si chiamava Michelangelo), s’era arruolato nella riserva dell’US Navy e, per riguardo alle sue funzioni da civile, gli avevano dato i gradi di commodoro. Avrebbe ricordato in un libro di memorie il periodo trascorso a Sorrento con angoscia, date le condizioni alimentari miserevoli della popolazione: riuscì a trovare in Calabria qualcosa da poter distribuire ai suoi amministrati andando a comprare da contadini fave, castagne e patate a bordo di uno scassatissimo autocarro. Tra l’altro, dovette difendere la Villa Tritone, residenza di Benedetto Croce, dalle mire di un generale inglese che voleva requisirla – sfrattandone il filosofo – per farci un circolo ufficiali. Alla fine della guerra Musmanno venne chiamato a presiedere il Tribunale Militare di Norimberga composto per giudicare i reati commessi nei campi di concentramento nazisti.


GLI AMERICANI A CAPRI Alla sua morte, nel 1968, fu sepolto nell’Arlington National Cemetery dove riposa anche John F. Kennedy. Max Corvo si sentiva legato a lui da tante cose comuni: la povertà infantile, per esempio. Corvo figlio di un povero emigrato, Musmanno figlio di un minatore di carbone. E ancora, dalla fede politica: erano entrambi democratici, Musmanno aveva passato due legislature da parlamentare della Pennsylvania. Tutti e due andavano fieri della loro ancestralità, tutti e due tornavano spesso volentieri in Italia. Se Corvo non riusciva a liberarsi dal cruccio dei “paisani” mal considerati nella storia

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dell’ultima guerra mondiale, Musmanno tornava sempre con la mente alla prima notte da governatore passata in un convento di Vico Equense affamata. “Non riuscivo a chiudere occhio. Guardai il crocifisso appeso al muro, la bandiera americana in un angolo della stanza e il mucchio di manifesti che avevo portato con me proclamanti la liberazione e la salvezza di un popolo oppresso. Era un sogno, un’utopia? Il cristianesimo in azione...” Retorica? Può darsi. Anche gli idealisti puri stavano facendo la guerra, in quel 1943 di macerie, come la facevano i “paisani” disposti a trattare con i mafiosi pur di aver successo e considerazione.

In anticipo su Salerno, Napoli e Roma

“Con l’arrivo di Croce stavano rinascendo le illusioni politiche” Andrea Geremicca

Ci sono tanti modi di leggere un libro, e può darsi che il mio approccio al lavoro di Ciuni non corrisponda alle intenzioni dell’autore, e risulti asimmetrico rispetto all’asse del volume. Sta di fatto che a me hanno colpito in particolare due punti, peraltro dibattuti da tempo e ancora apertissimi. Uno – di carattere più generale – si riferisce al modo di vedere, raccontare, rivisitare una determinata fase storica della vita di una comunità e di un paese. L’altro – più specifico e di merito – riguarda i caratteri e i limiti della partecipazione del Mezzogiorno alla Resistenza e alla ricostruzione dello stato democratico. Sul primo punto proprio in questi giorni butta olio sul fuoco Gabriella Gribaudo, con un volume ricco di fatti, di idee e di spunti (Guerra

Totale. Il Fronte meridionale 1940-44. Tra bombe alleate e violenze naziste). La tesi della Gribaudo si può riassumere in questi termini (e così viene presentata nel promo del libro): “La guerra vista attraverso gli occhi degli strateghi bellici è una visione dall’alto, che ne nasconde la drammatica concretezza e la rende in qualche modo accettabile”. In alternativa a questa ottica, la Gribaudo si colloca da un punto di vista dal basso, calandosi sul territorio e “confrontando la documentazione militare con quella degli archivi locali e nazionali, con le testimonianze, le memorie individuali, familiari, di gruppo, di comunità”. È quello che in effetti fa Ciuni. Ma i fatti lui li guarda dall’interno. E li racconta con misura, senza prendere partito, consultando le carte e parlando con generali e


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pescatori, capi politici e gente semplice. Ne scaturisce un libro ricco di immagini vivissime, di scene e personaggi indimenticabili, di atmosfere magiche. Di piccoli episodi di cronaca domestica e di grandi eventi di portata storica, riportati con partecipazione e distacco, ironia e commozione al tempo stesso. Sin dagli inizi, da quel fine ’41 premonitore di sciagure (“nel quale angosciò pure il Vesuvio”) con “le ultime vacuità di un mondo sull’orlo del precipizio”, come l’esibirsi in cucina del barone Ernesto Carignani di Tolve, “con una pasta e fagioli preparata in onore di Osvaldo Valenti e Luisa Ferida, che era venuta però un po’ troppo azzeccata e sapeva di bruciato”, e quel buontempone di Mario Cottrau “che parodiava scanzonato: Godiamoci in pace queste ore di guerra”. E la funzione pubblica dell’eroe numero uno del momento, lo schiappaiuolo: “via di mezzo tra il bracconiere e il pescatore di scoglio, il raccoglitore di frasche ed il rocciatore; d’inverno attende ore e ore ben nascosto che un coniglio selvatico cada nella trappola; nei periodi di passa delle quaglie fa strage di uccelli; d’estate s’intrufola nelle macchie tornandone sempre a mani piene: frasche, erbe, sacchi di foglie secche: tutta roba in tempi di guerra preziosa”. Piccoli fatti di vita quotidiana. Ma anche episodi rilevanti. Come il braccio di ferro, all’indomani dell’armistizio, tra la guarnigione dell’esercito italiano di stanza a Capri e i genieri della Wehrmacht, costretti ad abbandonare l’isola dall’atteggiamento fermo e dignitoso del colonnello Guido Marsiglia. “Siamo a mezzogiorno del 9 Settembre: il Presidio di Capri – scrive Ciuni – esce con onore, uno dei pochi, dalle 24 ore più tragiche dello storia dell’esercito italiano”. E vicende singolari e gustose. Come quando la figlia di Luigi Gargiulo – proprietario dello Zum Kater Caffè, caprese doc “che aveva tenuto in caldo tutta la guerra l’amore per gli americani e parlava l’inglese delle spaghetterie e degli organetti a manovella” – stava per partorire a Castellammare occupata dai tedeschi, “con buone possibilità di fare il figlio nella fossa di una granata, rischiarata da bengala a stelle o a paracadute, e magari sollecitata dalle bombe delle esplosioni”, mentre lei la creatura la voleva a Capri. Ma a Capri c’erano gli americani. Allora il tenente Blank, con un artifizio avallato dal comandante Andrews, va a prenderla con una motosilurante, e quando fa ritorno con la giovane donna sana e salva e prossima alle doglie “fu un delirio; Luigi attendeva sulla banchina del porto e gridava, sua figlia gridava, e circa un migliaio di capresi gridavano. Perfino lo schioccare dei

GLI AMERICANI A CAPRI baci era assordante…Il bambino, non importa di che sesso, avrebbe avuto il nome del tenente Blank”. ••••• La singolarità del libro sta nel fatto che i primi anni Quaranta, anni di ferro e di fuoco che decisero della storia del mondo, sono raccontati come vennero vissuti in un luogo del tutto particolare. “Il destino vuole – scrive Ciuni – che i capresi scoprano l’orrore della morte collettiva non da un’azione di guerra bensì da un incidente accaduto il 24 Febbraio del ’43, quando un trattore Breda con 21 persone a bordo precipita nel burrone sulla discesa di Capodimonte, all’altezza della Cappella di Sant’Antonio” e nessuno si salva. La guerra vera e propria Capri la sente per la prima (e unica) volta il 19 Marzo del ’43: “un Mitchell che vola basso scarica tre o quattro bombe in mare a mezzo miglio da Punta Bovaro, e la gente di Marina Grande corre terrorizzata in chiesa ad invocare la protezione di San Costanzo”. Intanto il gran “gioco di fuoco” dei bombardamenti su Napoli era già cominciato (il 4 Dicembre 1942). Dunque, Capri e Anacapri città aperte? In un certo senso si, comunque non aut, non fuori dalla storia di quei tempi, anzi, pienamente dentro. Specie dentro alcuni snodi decisivi della fase tra la guerra e la pace, quando l’Italia era tagliata in due. Il libro-diario di Benedetto Croce viene citato non a caso, perché qui, a Capri, Benedetto Croce svolse un ruolo importante, di pensiero e di iniziativa sul fronte dell’antifascismo militante, e fu punto di riferimento influente e apprezzato – nei rapporti con il Comando alleato, i governi provvisori, le rappresentanze della Resistenza e dei partiti tornati in campo – sulle scelte da compiere (a partire da quelle istituzionali) per uscire dal disastro della guerra su un terreno di dignità nazionale, di democrazia e libertà. E non mancò di condurre su questo terreno un’azione di orientamento e una forte battaglia politica e ideale nei confronti dei suoi stessi collaboratori. Come quando frenò i bollenti spiriti di Pasquale Schiano, contrario a qualsiasi compromesso sia pure tattico e temporaneo con la monarchia. O respinse le proposte campate in aria di Zaniboni, che voleva formare e guidare una legione di volontari a fianco degli anglo-americani “a condizione che fosse esclusivamente di fede repubblicana”. O rinviò al mittente le “inutili elucubrazioni” di Joyce Lusso, la quale, anche a nome del marito Emilio, chiedeva che la guerra


GLI AMERICANI A CAPRI ai tedeschi si facesse non “ignorando” il governo del re e di Badoglio, ma “contro di essi”. ••••• Ciuni narra con mano lieve e tuttavia puntualissima i giorni della permanenza di Croce sull’isola, nei grandi spazi di Villa Oliveto, con ampi saloni, una bibliotaca di 6 mila volumi e il verde smagliante di un giardino classicamente caprese, dopo essere stato strappato a viva forza dagli amici prima da Palazzo Filomarino a Napoli (nel Dicembre del ’42), poi da Villa Tritone a Sorrento (il 14 Settembre del ’43). All’ Oliveto Croce soffriva il caldo, dormiva poco, e di pomeriggio rispondeva ai giornalisti svogliatamente. La sera, rinfrescato il clima, andava meglio. Ma comunque non poteva lasciare i visitatori fuori della porta: “era l’unico grande antifascista fino a quel momento raggiunto dalla stampa alleata, il più prestigioso culturalmente, il più noto”. In quelle settimane il via vai di intellettuali democratici, di militanti della Resistenza, di uomini politici e di inviati del Comando alleato fanno di Capri uno degli snodi privilegiati della politica e della diplomazia del mondo occidentale. È interessante la ‘periodizzazione’ che Ciuni fa del ruolo nazionale di Capri prima e dopo l’8 Settembre. “Prima di quella data, pur non essendo toccata direttamente dalle bombe, la gente dell’isola, fascisti e antifascisti, s’era sentita sulla stessa barca di tutti gli italiani. Ora sembrava che la storia stesse scorrendo per gli altri, non per i capresi”. Ma con l’arrivo di Croce e il movimento di uomini e di idee intorno al filosofo-politico “le illusioni politiche stavano rinascendo a Capri: in anticipo su Salerno capitale provvisoria d’Italia, su Napoli centro del dibattito tra i partiti, prima di Roma”. Tra la fine di Settembre e la prima quindicina di Ottobre del ’43 “il Circolo di Capri intorno a Croce fu la voce del paese conosciuta all’estero”. Ma la bella avventura dura lo spazio di un mattino. Il 20 Ottobre del ’43 “Don Benedetto ripartì per Sorrento, sconfitto in tutti i suoi progetti maturati a Capri” (in particolare, sembra di intendere dallo stesso diario di Croce, il progetto del “Fronte Nazionale della Liberazione”, fallito “per l’ostilità dell’ambiguo Badoglio, ma anche di una parte dei monarchici e, ciò che era più grave, del CLN napoletano”). “Il patriottismo tornava ad essere privativa del potere ufficiale-governo e partiti”. I ‘profeti disarmati’ venivano emarginati dai vecchi apparati statali, e riaffioravano i difetti della politica meridiona-

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le: “personalismo, demagogia, insensibilità nei confronti delle grandi questioni nazionali, quasi che vent’anni di dittatura e una guerra rovinosa non avessero insegnato nulla”. È difficile dire se questo sia un punto di vista di Ciuni (per la verità poco convincente), o se l’autore voglia semplicemente riportare in modo diretto e oggettivo (come tutto il suo libro, d’altronde) il clima che si respirava in quei giorni, a conclusione dell’esperienza caprese di Croce. ••••• In ogni caso il racconto di quella esperienza induce ad una riflessione sul diverso contributo fornito alla Guerra di Liberazione nazionale dai territori del Sud rispetto a quelli del Centro Nord. Nella coscienza delle grandi masse meridionali la conquista della libertà venne vissuta essenzialmente come iniziativa di una elite e frutto di un fattore esterno: l’intervento delle truppe alleate, sbarcate a Palermo e a Salerno. Lo stesso “Regno del Sud” e l’intero processo di transizione dalla dittatura alla democrazia, dalla guerra alla pace, furono sentiti come cose portate da fuori e dall’alto. Nelle regioni centrali e settentrionali del paese fu tutta un’altra storia. La Resistenza fu guerra di elites e di popolo. Una lunga, diffusa guerra di popolo, combattuta con la consapevolezza di contribuire alla costruzione di qualcosa di nuovo e di positivo negli interessi generali del paese. Le brigate partigiane non furono solo “rosse”, ma anche monarchiche, cattoliche, liberali. E non combatterono solo contro i tedeschi e i fascisti, ma anche per un nuovo stato nazionale e per nuove istituzioni locali democratiche e partecipate. È illuminante in proposito l’esperienza delle “Repubbliche partigiane” (dell’Ossola, della Valli di Lanzo, di Montefiorino, e non solo) che dopo l’8 Settembre sperimentarono nei territori ancora occupati e martoriati dalle truppe tedesche forme inedite di potere democratico. Pur avendo vita brevissima (poche settimane, al massimo qualche mese) promulgarono leggi, riformarono il sistema scolastico, amministrarono la giustizia, diedero vita a veri e propri organi di governo (“Giunte provvisorie di governo”, “Giunte popolari amministrative”, “Direttorii”, “Comitati di salute pubblica”), che saranno “i primi ed effettivi banchi di prova della nuova classe dirigente antifascista” (Franco Gianola). Sui diversi caratteri della Resistenza nelle diverse zone del paese si è scritto molto, e non


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si giunti ancora ad un’opinione comune, anche se, nel merito, col passare del tempo le posizioni appaiono meno distanti. Provo a citarne qualcuna. Scrive Ferdinando Isabella: “È opinione diffusa che al Nord l’influenza della lotta partigiana e della Resistenza avevano prodotto nelle masse popolari una maggiore consapevolezza degli obiettivi politici che si prospettavano nel dopoguerra. Al Sud, invece, la mancanza di una esperienza di lotta armata contro il nazifascismo e lo stato di minorità in cui i partiti politici erano stati tenuti dal governo militare alleato durante gli anni ’43-’46 avevano accentuato quella condizione di arretratezza politica già caratteristica del Mezzogiorno” (Napoli dall’8 Settembre ad Achille Lauro. Guida. 1980). La questione viene ripresa da Gloria Chianese nella introduzione alla Raccolta dei verbali del Comitato di Liberazione Nazionale Napoletano (1943-1946): “Il CLN di Napoli si configura come una struttura che non ha una fase insurrezionale ma deve convivere, fin dall’inizio, con l’amministrazione alleata (che ebbe a Napoli una durata lunghissima: 34 mesi, dal 1 Ottobre 1943 al 31 Luglio 1946, “vista la grande importanza – sostiene Ferdinando Isabella nel volume citato – che aveva per la causa alleata il Porto di Napoli) e con funzionari governativi in forte continuità con l’apparato statale fascista”. Il giudizio sulla limitata partecipazione popolare alla guerra di Liberazione nazionale nelle regioni meridionali non è però condiviso dallo

GLI AMERICANI A CAPRI storico Francesco Renda, secondo il quale “le lotte contadine e il movimento per la conquista della terra rappresentano l’essenza strategica della resistenza meridionale, che si iscrive perciò nel comune orizzonte nazionale”. Lo stesso Regno del Sud, nella misura in cui pretese la legittima continuità dello stato italiano, introdusse nella società meridionale, ad avviso di Renda, “elementi decisivi di contraddizione e squilibrio”. Nella prefazione alla prima edizione del libro di Aldo De Jaco sulle 4 Giornate di Napoli (La città insorge. 1956) Gerardo Chiaromonte sostiene che esiste un rapporto, un intreccio tra spontaneismo e organizzazione, tra avanguardie e base di massa in quell’evento storico (che aprì una fase nuova nel paese: “Dopo Napoli – scrive Luigi Longo nel libro Un popolo alla macchia – la parola d’ordine della insurrezione finale acquistò un senso e un valore e fu da allora la direttiva di marcia per la parte più audace della Resistenza italiana”) e, più in generale, nel movimento antifascista meridionale: ”Le Quattro giornate non vengono fuori dal nulla: si ricollegano, in particolare, alla lunga e silenziosa resistenza antifascista della città. E l’antifascismo non fu solo patrimonio di gruppi illuminati di intellettuali e di studiosi, che pure ebbero la loro grande importanza”. Mi rendo conto di essermi allontanato troppo dallo scritto di Roberto Ciuni. Ma non è colpa mia, è merito del libro, che stimola interesse e curiosità e offre tantissimi spunti di riflessione.

Con i ragazzi del liceo-bene di Napoli

Finto mozzo e interprete dei militari americani Francesco Canessa

“Qualche volta pensavo che a Napoli l’ordine naturale che regna tra gli uomini e le api fosse invertito e che i piccoli sostenessero e mantenessero i loro genitori.” È una frase scovata da Ciuni nel libro di un diarista americano, John Horne Burns, che coi gradi di capitano era nell’autunno 1943 tra gli stanziali della Quinta Armata, in uno dei tanti distaccamenti dell’AMGOT, l’organismo di governo dei territori occupati. Piccoli

proprio non eravamo come gli scugnizzi dei vicoli, cui l’immagine evidentemente si riferiva, noi studenti dell’Umberto, il liceo-bene della città, ma ragazzi d’una generazione maturata dentro la guerra, più in fretta del consueto. E bastò quel pò d’inglese imparato tra i banchi perché si creasse la possibilità di dare una mano alle nostre famiglie disastrate, case bombardate, reddito fermo e risparmi dissanguati, facendo


GLI AMERICANI A CAPRI gli interpreti presso uffici e comandi d’ogni genere, in città o anche fuori. Gli americani assumevano i ragazzi per non rischiare di mettersi in casa qualche fascista, pagavano bene con le amlire fresche di stampa e i nostri genitori, professionisti senza clienti, commercianti senza negozio, nulla avevano da obiettare, manco che così avremmo perso la scuola, si sarebbe cercato poi il modo di recuperare l’anno: se lo dicevano loro, figurarsi noi. Bisognava mettersi in lista presso un ufficio di via Carducci 34, lo stesso indirizzo che Ciuni indica come sede dell’ USAAF ove i militari in avvicendamento dal fronte di Cassino si registravano per partecipare all’escursione giornaliera a Capri. Questa non prevedeva l’uso di mezzi militari, ma di barconi requisiti ai civili nei porticcioli della costa, da turismo, da diporto o addirittura da pesca. Uno di noi, che all’Umberto stava nella classe di francese, s’era egualmente messo in lista e non potendo ottenere un posto d’interprete, si dichiarò timoniere espertissimo, non appena ebbe appreso che l’USAAF aveva in carico più barconi che piloti. Si chiamava Adolfo Leone detto Fofò, la qualifica di abitante di Posillipo gli valse come credenziale nautica e fu imbarcato su un mezzo sequestrato al Molosiglio. Non sapeva assolutamente nulla di come lo si portasse in mare, ma era assai intraprendente e imparò il minimo necessario in mezza giornata, compiendo felicemente l’indomani stesso la prima traversata. Prese in breve confidenza e autorità tali da consentirgli di aggregare a sé gli amici, due o tre per volta, spacciandoli per mozzi o qualcosa del genere, con diritto al lunch speciale a bordo e la libera sosta sull’isola sino all’ora del ritorno. L’una e l’altra cosa erano ambitissime, io fui fortunato perchè ne godetti più volte e oltre al ricordo del sapore del Virginia Ham, menù fisso per gitanti ogni volta diversi, conservo nitidissimo quello del murales dipinto sulla parete del pianerottolo inferiore della scala principale dell’Hotel Quisisana, edificio principale del rest-camp, che dalla hall porta giù al ristorante: su un misto naif di Faraglioni e Piazzetta addobbati a stelle e strisce, volava un aereo dal quale si sporgevano volti e braccia di aviatori gioiosi. Proprio il titolo figurato del libro di Ciuni, ma non ne ho trovato, come speravo, la foto tra quelle d’eguale argomento pubblicate in calce al volume. Così come mai mi è riuscito di rinvenire in un qualche archivio testimonianza d’un altro affresco, di buona firma, ma egualmente bislacco, che al ricordo di quello

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caprese si è sempre associato: il Duce che su un cavallo bianco partecipa a una sorta di Trionfo dell’Aida, sulla parete del Ridotto del San Carlo, ripetutamente visto da me e commentato dallo zio melomane e antifascista che mi portava a teatro, fin quando gli spezzoni incendiari d’una incursione non l’ebbero incenerito insieme all’intero foyer. Smisi di fare il finto mozzo di Fofò quando ebbi il mio impiego d’interprete, che fu presso il comando del 340° Bomb Group, che posava i suoi micidiali aerei da combattimento B.25 Mitchell su tre aeroporti, spianati dai bulldozer ai piedi del Vesuvio, nelle zone di Cercola, Sant’Anastasia e Terzigno, con sacrificio di frutteti d’albicocche pregiate mai più ricresciuti. Il comando era nel primo, che aveva il nome americanizzato di Sercòla Airport e vi prestavo servizio insieme a Giuseppe Consiglio, allora amico inseparabile e col quale ancora ci incontriamo e spesso rievochiamo quelle esperienze. Lavoravo al fianco del Liutenent Russo, che malgrado il cognome, non conosceva parola di italiano, né d’un qualsiasi dialetto da esso derivato, nel quale invece comunemente si esprimevano gli italo americani in divisa. Giuseppe collaborava con il Provost Marshal, che era il capo della Military Police e aveva tra i compiti d’istituto anche quello di contrastare ladri nostrani e ricettatori di gomme d’auto, benzina, coperte, sigarette, scatole di carne, che trafficavano ai margini dei tre campi d’aviazione. Ciuni racconta delle sensazioni vissute a Capri dagli ospiti e dagli isolani per l’eruzione del Vesuvio, dei moltissimi aerei perduti o danneggiati, e del prodigarsi degli americani in aiuto degli abitanti di San Sebastiano, il comune raggiunto dalla colata lavica. Fui testimone dell’uno e dell’altro: dalla baracca comando del Sercòla Airport partii insieme al Liutenent Russo la mattina presto di quel 15 marzo 1944 per l’Osservatorio Vesuviano per attingere informazioni urgenti sulla natura e gli eventuali pericoli dei brontolii che da qualche giorno provenivano dal ventre del vulcano. Il Liutenent Russo vi era già stato una volta da solo, aveva riferito qualcosa al colonnello, che si era arrabbiato e gli aveva ordinato di tornare sù, accompagnato dall’interprete. Trovammo un vulcanologo che studiava il fenomeno, tranquillo e orgoglioso dei suoi sismografi, il cui funzionamento volle illustrare con dovizia di termini scientifici, per me intraducibili. Cominciai a dargli un po’ di fretta, riferendogli le preoccupazioni del colonnello, il


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suo Bomb Group contava più di duecento aeroplani che in caso d’eruzione rischiavano di fare la fine di Pompei. “Non c’è da preoccuparsi” – sentenziò il professore – “Si tratta di normale attività eruttiva. L’ho già detto ieri al tenente!” Tradussi e l’ufficiale fece un gesto come per dire: “Hai visto? È come dicevo io!” E con un thank you e un saluto militare si accomiatò. Lo fermai d’istinto e negli anni che sono venuti, ho ripetutamente ringraziato il mio angelo custode, o santo protettore, o semplice spirito-guida che mi ispirò quel gesto e la contemporanea richiesta al professore: “Il signor tenente deve riferire al comando. Potrebbe essere gentile da mettere per iscritto quel che ci ha detto?” – “Sì, certamente!” rispose. Scrisse il suo verdetto su un foglio intestato e ce lo consegnò. Dopo manco tre d’ore, il cono del cratere esplose, il pino fiammeggiante si alzò a tremila metri, la cenere e i lapilli ricaddero a pioggia sulle piste di Sercòla, Sant’Anastasia e Terzigno, bloccando i motori e perforando le fusoliere dei B.25 che vi stavano parcheggiati, mentre quelli in volo dovettero cercarsi da qualche altra parte una spianata dove atterrare. L’attività aerea sulla linea del fronte si bloccò di colpo, era roba da corte marziale per

GLI AMERICANI A CAPRI il Liutenent, cui sarebbe stato facile insieme al professore scaricare la colpa sul giovane interprete che all’Osservatorio aveva capito fischi per fiaschi. L’ordine invece fu di arrestare il vulcanologo e il Provost Marshal fu incaricato di cercarlo, coadiuvato dal suo interprete. Né Giuseppe, né io, sappiamo come andò a finire. Cert’è che nei giorni successivi tutti furono impegnati nell’impresa di portar via la gente di San Sebastiano, mentre la lava avanzava metro dopo metro, casa dopo casa. I soldati caricavano mobili e suppellettili sui loro camion, e dietro una jeep prendeva a bordo la famiglia, così da non fargli mai perdere d’occhio la propria roba, e li portavano dove chiedevano di andare, se non accettavano la sistemazione nelle baraccopoli da essi stessi allestite in zone sufficientemente distanti. Tutto sotto l’occhio vigile degli MP che si distinguevano per gli elmetti bianchi e la fascia al braccio e con i quali Giuseppe ebbe molto da fare durante due drammatiche notti, mentre io restavo più a contatto con gli sfollati, al fianco del solito Liutenent. Dopo qualche giorno arrivò in visita a quei luoghi Vittorio Emanuele III ormai alla vigilia dell’abdigazione. Pochi se ne accorsero, a tutti sembrò un estraneo.

Attraverso Capri una pagina della storia d’Italia

Tra gli americani che tardavano a venire e i tedeschi decisi a non andare via Matteo Pizzigallo

Il maggiore scozzese Malcom Munthe, agente speciale del servizio segreto britannico, è stato uno dei primi ufficiali alleati a mettere piede a Capri all’indomani dell’8 settembre 1943. Ha preso alloggio all’Albergo La Palma vicino alla famosissima piazzetta. La notte del 12 settembre col suo classico gonnellino è sceso a Marina Grande per assistere alle operazioni di scarico dalle navi di attrezzature e, soprattutto,

provviste per l’isola praticamente a secco: gli ultimi mesi di guerra prima dell’arrivo degli Alleati sono stati particolarmente duri per tutti. All’improvviso il maggiore Munthe si sente chiamare da un cacciatorpediniere americano: «Ehi tu, scozzese, sbarco 32 confinati politici italiani liberati; prenditi cura di loro». Munthe si volta a guardare: lo ha chiamato un bell’uomo atletico, spettinato. Indossa una camicia spor-


GLI AMERICANI A CAPRI

ca e stropicciata; infilati nella cintura: pistola, pugnale e bomba a mano. Sembra un personaggio uscito da un teatro di posa. Infatti si tratta dell’attore Douglas Fairbanks jr. Ma la scena è reale e tutti i personaggi sono veri. Douglas Fairbanks jr., dopo aver studiato all’accademia militare si era arruolato, servendo con onore e meritandosi una croce di guerra. Quella notte, infatti, Fairbanks (che qualche anno dopo avrebbe interpretato il ruolo di protagonista nel film Sinbad il marinaio) aveva appena portato a termine la missione di sbarcare a Capri 32 politici antifascisti confinati a Ponza e Ventotene e liberati dagli Alleati. Questo frammento di ordinaria storia di guerra e molte altre storie ancor più significative sono scoperte e ricostruite nel bel libro di Roberto Ciuni. Giornalista di razza, Roberto Ciuni ad una scrittura piacevole ed essenziale associa una spiccata attitudine alla rigorosa ricerca archivistica. Una meticolosa indagine diretta sulle fonti inedite (italiane e militari), attentamente incrociate con memorie, testimonianze e giornali d’epoca, consente all’Autore di raccontare, attraverso Capri e nell’ottica della microstoria sociale dell’isola, una delle pagine più dolorose della storia italiana nei mesi cruciali del 1943 quando, in un groviglio di alleanze vecchie e

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nuove, il nostro paese era stretto fra gli Americani «liberatori» che tardavano ad arrivare ma continuavano a bombardare ed i tedeschi «occupanti» decisi a non andare via. Base operativa per missioni di sabotaggio di agenti segreti inglesi ed americani prima degli sbarchi alleati, Capri, all’indomani della liberazione di Napoli, fu trasformata in «rest camp» per i piloti americani che facevano la fila per trascorrere nella bellissima isola la tanto sospirata licenza premio di una settimana, per ritemprarsi e tentare di dimenticare, almeno per qualche giorno, gli orrori della guerra. E così, dopo i tumultuosi avvenimenti dell’estate del 1943, già verso la fine dell’anno Capri intorno al suo «rest camp» riprendeva a vivere se non proprio in maniera normale, almeno accettabile. I veri protagonisti del bel libro di Roberto Ciuni non sono tanto gli illustri personaggi di passaggio a Capri in quegli anni (dal generale Ike Eisenhawer al grande fotografo Robert Capa al mitico Frank Sinatra) quanto, piuttosto, i giovani piloti americani che sgranavano gli occhi di fronte alla straordinaria bellezza dell’isola e la gente di Capri che (come del resto la maggior parte degli italiani) messa in ginocchio dalla guerra, cercava in tutti i modi di rimettersi in piedi. A Capri si cominciava di nuovo a sperare in un futuro migliore.


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Una straordinaria risorsa da valorizzare

Cultura e spettacolo priorità per il Mezzogiorno Luciana Libero Da più parti si parla di Sud. Recente è al proposito la creazione di un coordinamento delle Regioni del Sud promosso dal governatore della Campania Antonio Bassolino. In un articolo del 7 luglio sul Mattino si dava notizia dei grandi progetti interregionali per trasformare il Mezzogiorno da sud dell’Europa a cuore del Mediterraneo in particolare per trasporti, ricerca, energia, tra le priorità emerse da una recente riunione del coordinamento a Pescara. Se certamente queste sono le priorità <alte> delle regioni del Mezzogiorno, lo squilibrio storico del Sud tocca però un settore altrettanto cruciale ma spesso trascurato quale è quello dell’intervento nella cultura e nello spettacolo che forse dovrebbe essere considerato anch’esso tra le priorità di un’azione coordinata nelle regioni dell’obiettivo 1.

Già anni fa, nel ’98, Walter Veltroni con allora la delega per lo spettacolo, affidò all’Ente Teatrale Italiano un progetto di intervento teatrale sulle aree cosiddette disagiate del mezzogiorno. Il progetto, nel quadrienno 1998/2002, toccò 7 regioni: Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna oltre alla Val d’Aosta e 29 città; coinvolse 33 Enti Locali Promotori e 31 operatori teatrali e si articolò con 245 compagnie ospiti, 1200 recite di cui spettacoli di teatro contemporaneo e di tradizione, nonché spettacoli per l’infanzia e la gioventù, aprendo i cartelloni, ove possibile, anche a spettacoli di musica e danza; e inoltre attività di formazione, centri di Educazione al Teatro; corsi di formazione per Tecnici di Palcoscenico, per Organizzatori, per Pubblici Funzionari degli Enti Territoriali; il tutto secon-

do linee di sussidiarietà tra Stato e Regioni e con un finanziamento di 6 miliardi di lire in 4 anni dello Stato; 5 miliardi e 500 milioni di lire da parte degli Enti locali e 1 miliardo e 800 milioni di lire della Comunità europea attraverso il Ministero del Lavoro e il Dipartimento della Funzione Pubblica. Un progetto di sviluppo che portò risorse, aprì sinergie, formò operatori e lasciò anche non poche tracce come centri di innovazione che sono stati potenziati in particolare nell’area pugliese. Nonostante tale intervento però, l’investimento dello Stato sul teatro in Italia ancora presenta vaste aree di disequilibrio. Come non si può negare non solo un certo decadimento <televisivo> per quanto riguarda l’offerta di spettacolo in tanti centri del Sud, in particolare nella manifestazioni estive come pure un’esiguità di istituzioni culturali di prestigio soprattutto in regioni come la Basilicata e la Calabria. Analizzando i dati dei finanziamenti del Ministero Beni Culturali del 2003 si riscontra che lo squilibrio è costante e l’intervento sul Sud si presenta con un’oscillazione in percentuale tra il 10 e il 20% della spesa complessiva con una generale scarsità di operatori, una carenza complessiva di strutture con ampie zone scoperte dalla distribuzione e una scarsità di sale teatrali riconosciute. Eppure, come si sa, questa parte dell’Italia resta un territorio di enorme valore che ha continuato ad esprimere nei secoli opere e figure straordinarie di artisti. La ricchissima area napoletana, imponente sistema linguistico espressivo che ha dato autori quali Basile, Petito, Di Giacomo, Viviani, Scarpetta, Bracco, Mastriani, Eduardo, e la ricerca superba che da anni conduce Roberto de Simone sulla tradizione teatrale-musicale; ma anche esperienze di avvertita avanguardia (Leo de Berardinis e Perla Peragallo negli anni ’70 a Marigliano; la nuova drammaturgia del “Dopo Eduardo” con Santanelli, Ruccello, Moscato; interpreti notevoli come Toni Servillo), fino ad ultime formazioni in


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gran parte in area napoletana. Oltre a Napoli non mancano però protagonisti in altri territori: le azzardate traduzioni di Beckett in dialetto di un gruppo come i Kripton del calabrese Cauteruccio che insieme al fratello ha portato anche in scena testi di un giovane autore conterraneo, Francesco Suriano. O il lavoro interessante del gruppo Scena Verticale a Castrovillari, ai piedi del Pollino. E ancora formazioni che hanno costruito un proficuo lavoro sul territorio come i pugliesi Kismet e Koreja fino ad artisti di area siciliana come Franco Scaldati, Davide Enia, Emma Dante e Vincenzo Pirrotta. Un territorio quindi attraversato da linee di ricerca di nuovi linguaggi capaci di attrarre nuove generazioni di pubblico e insieme con una fortissima identità di memoria storica e culturale con aspre zone di confine che hanno ospitato uomini illustri: Corrado Alvaro, Carlo Levi (sullo scrittore ha lavorato un giovane artista lucano di Rivello, Ulderico Pesce); e storie di emigrazioni, lotte contadine, canti popolari, folklore, ricca materia di ricerca antropologica come quelle condotte da Luigi Lombardi Satriani e Ernesto de Martino. Una ricchezza di linee forti, incisive, cui un progetto di politica teatrale, non può non inspirarsi; e non assumere come sue principali linee guida, collegando sviluppo ed economia a quest’asse di tradizione, memoria e contemporaneità che attraversa l’intero Sud; stimolando eventi, festival, rassegne, momenti di approfondimento, mostre, ricerche e studi sulla storia creativa del Sud e creando prestigiose e stabili istituzioni culturali. Così come emergono accanto al disequilibrio alcuni elementi significativi quali la nascita di sale teatrali collegate a due Università, Salerno e la Calabria, mentre moltissimi sono i giovani frequentatori dei corsi di Laurea in DAMS o in Scienze della Comunicazione e per operatori dei Beni Culturali con un flusso notevole di studenti che aspirerebbero a lavorare nei settori dei Beni culturali e dello spettacolo. Sembra inoltre

superfluo ricordare che nelle aree indicate vi è una notevole ricchezza di beni paesaggistici, di siti archeologici, parchi ambientali come il Parco del Cilento e il Parco del Pollino e Parchi letterari distribuiti in gran quantità tra Campania, Basilicata, Calabria, ispirati alla memoria popolare e letteraria dei luoghi: Gianbattista Basile; Carlo Levi; Isabella Morra; Gianbattista Vico. Tutto questo – disequilibrio e ricchezza culturale; popolazioni universitarie e giovani generazioni; territorio ricco di memoria storica e nuovi linguaggi- rende indispensabile un’azione di incentivazione dell’offerta culturale e di spettacolo connessa alle politiche di valorizzazione del territorio e del patrimonio archeologico storico ed artistico attraverso azioni di recupero e riqualificazione di siti, anche collegandosi ai progetti portanti di recupero, riqualificazione ambientale e culturale, conservazione e valorizzazione del territorio e del patrimonio storico-culturale e di turismo culturale, avviati dalle Soprintendenze, dalle Regioni e dalle Provincie. Come è possibile impostare in collegamento con le Università progetti di formazione relativi allo spettacolo, al teatro, alla comunicazione avviando percorsi di competenze progettuali e gestionali per lo spettacolo per nuove figure di operatori (management culturale; organizzatori di eventi; promotori turismo culturale; addetti stampa etc) che però rischiano di non trovare sbocchi per mancanza di istituzioni culturali in grado di assorbire tale domanda. Diventa insomma necessario elaborare un progetto coordinato di sviluppo culturale nel Sud con la creazione di eventi in sinergia, incentivazione e promozione del pubblico, formazione, collegato a economia, occupazione, valorizzazione del territorio, apertura di nuovi spazi, anche reperendo risorse alternative a quelle storiche del Ministero cui l’attività teatrale si riferisce, attraverso le Fondazioni bancarie e i programmi di Sviluppo regionale e della Comunità europea.

Si consideri inoltre che, al di là della progressiva esiguità delle risorse del FUS (Fondo unico per lo spettacolo), un intervento sul Sud come quello del quadriennio 1998/2002 affidato all’ETI dalla Vicepresidenza del Consiglio con fondi extra FUS, è oggi difficilmente riproponibile; non solo per la carenza di mezzi quanto per impermeabilità delle stesse categorie costrette a difendere principalmente il mantenimento e la storicità delle proprie contribuzioni. La rigidità del sistema di ripartizione categoriale formatosi in questi anni – e che vede la rappresentanza nell’ AGIS delle imprese teatrali come unico interlocutore privilegiato di ogni contrattazione anche in sede di riforme – impedisce di fatto che si possa riconsiderare il teatro al di fuori di tale bloccato e sempre più povero sistema. La riforma inoltre del Titolo V della Costituzione che trasferisce alcune deleghe come quella dello spettacolo alle Regioni tuttora al centro di un ampio dibattito rende quindi indispensabile l’avvio di un progetto di sviluppo affidato alle Regioni. Un progetto che si orienti sul modello dei distretti culturali, in grado di far evolvere gli attrattori turistico-culturali di un territorio in un sistema di offerta integrato capace di attrarre e trattenere domanda, in un’area ad alta densità di risorse culturali e ambientali di pregio, che va assolutamente caratterizzata da un elevato livello di proposte, qualità e integrazione dei servizi, culturali e turistici. Un processo di sviluppo quindi che non può che essere affidato alle Regioni e di cui lo strumento del Coordinamento può certo essere l’elemento propulsivo. A condizione però che si aggiunga alle priorità di trasporti, ricerca, energia anche quel <Fattore C> che sta Cultura, vera, autentica risorsa del Sud che non può più essere abbandonata a interventi settoriali e casuali sempre più spesso dettati da improvvisazione e casualità, da logiche di consenso e facile orientamento al consumo di derivazione televisiva. Già Consigliere di Amministrazione dell’ETI con delega per il Sud.


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EURONOTES

di Andrea Pierucci

Nonostante la crisi, il lavoro delle istituzioni procede La sessione di luglio del Parlamento europeo è stata caratterizzata dall’approvazione di non meno di 20 documenti legislativi e da un gran numero di fondamentali dibattiti politici. Un momento forte della sessione è stato il discorso del Presidente Ciampi. Secondo la tradizione, periodicamente i Capi di Stato dei diversi paesi membri si rivolgono al Parlamento europeo in plenaria. Questa volta, a causa della crisi dovuta ai referendum in Francia ed Olanda, l’intervento non era rituale, tanto più che Ciampi è stato uno dei pochissimi politici di primo piano a prendere risolutamente posizione per il rilancio europeo e ad agire in conseguenza. Sul piano della grande politica, l’Iraq, e l’Africa sono stati al cento del dibattito. Se sull’Iraq si è trovata una posizione abbastanza convergente, nonostante i contrasti di principio molto accesi, fino a discutere se i combattenti irakeni siano o meno dei terroristi o se l’intervento americano sia stato effettivamente una delle cause scatenanti del terrorismo, sull’Africa si è cercato ancora una volta di discutere dei mali di quel continente. L’idea di relegare al ricordo storico la questione della povertà è stata evocata durante tutto il dibattito, ma, a parte l’aumento dei fondi dell’Unione per combattere la povertà in Africa, non sembra che ci siano grandi soluzioni a breve scadenza. Molto vivace è stato invece il dibattito legislativo. Due aspetti meritano di essere segnalati. Il primo riguarda la proposta di direttiva sulla brevettabilità delle invenzioni realizzate via computer. Il Parlamento europeo, grazie alle posizioni incrociate dei gruppi politici, ha respinto a larghissima maggioranza (648 no, 14 si e 18 astensioni) la proposta della Commissione di una direttiva di uniformizzazione delle procedure dui brevetto dei diversi Stati membri. Dopo un dibattito molto complesso e con qualche elemento di opacità, due forti tendenze si sono opposte, ma entrambe hanno votato no per evitare il rischio di veder passare decisioni che le avrebbero scontentate. Una parte dei no, dei quali si è fatta portavoce in sede di conclusione del dibattito la co-presidente del gruppo Verde, Monica Frassoni, hanno contestato la direttiva, poiché, a loro avviso, limitava i diritti dei piccoli operatori del

settore. Altri, invece (Pöttering, popolare tedesco e capo del gruppo PPE), sostengono invece l’importanza dell’armonizzazione, anche per quanto riguarda un’efficace concorrenza con gli Stati Uniti. Conseguenza: i primi chiedono di non ripresentare una proposta, mentre i secondi insistono affinché la Commissione rilanci. La decisione del Parlamento europeo, come ha ben rilevato la Commissaria Ferrero-Waldner, mette, per ora, fine alla procedura legislativa. Gioverà, giusto per memoria e anche se le due questioni non sono direttamente legate, ricordare che l’autunno e l’inverno 2005 saranno molto importanti per l’Unione europea nel settore d’internet. Da dicembre, il dominio .eu sarà effettivo; sarà cioè possibile iscrivere il proprio sito a quest’indirizzo (invece che .com o .org o .int ecc.). Inoltre, in novembre a Tunisi al vertice mondiale su internet, la Commissione “sfiderà” gli Stati Uniti. Questi ultimi sono ben decisi a mantenere il monopolio della gestione d’internet, attraverso una società non-profit che lavora sulla base di un contratto col governo statunitense; la Commissione ha annunciato ad alta voce che, invece, desidera una democratizzazione del sistema ed una responsabilità condivisa (vedi la Comunicazione 234 (2005) dello scorso 2 giugno), confermando così i risultati di un gruppo di lavoro riunito dal segretario generale delle Nazioni Unite.

I fondi strutturali e la strategia di Lisbona Il secondo grande dossier concerne i fondi strutturali. Quattro ore d’intenso dibattito attorno alle relazioni di ben cinque relatori sui diversi aspetti del rinnovo delle regole sui fondi strutturali (fra i quali gli italiani Fava e Andria) hanno permesso al Parlamento europeo di raggiungere un accordo con le proposte della Commissione europea. Si ricorda che il Parlamento europeo deve dare il suo assenso su tutti i regolamenti dei Fondi in via di rinnovo (fondo regionale, fondo sociale, fondo di coesione) con l’eccezione del regolamento sul fondo pesca, la cui decisione finale tocca al Consiglio. Il forte impegno del Parlamento europeo, tuttavia, si scontra con la


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crisi europea e, in particolare, col ritardo dei governi degli Stati membri nel definire le prospettive finanziarie per gli anni 2007/2013. Diversamente dalle ottimistiche dichiarazioni di leaders anche italiani, non c’è davvero tempo da perdere come ha affermato durante il dibattito la Commissaria responsabile della politica di coesione, Danuta Hübner. Si ricorderà; peraltro, che la Commissione fa dei fondi uno strumento essenziale per la realizzazione della strategia di Lisbona; questa posizione è stata confermata durante la sua seduta del 20 luglio, allorché essa ha approvato il piano europeo per dar seguito alle decisioni del Consiglio europeo di primavera sulla strategia di Lisbona. La questione merita di essere attentamente seguita nei prossimi mesi, specialmente dal punto di vista italiano. La Rivista ha recentemente trattato questi temi sia con i diversi articoli sulla “crisi” sia con l’intervento di Gianni Pittella sui fondi strutturali nel numero scorso.

Il Comitato delle regioni ed il Comitato economico e sociale europeo Il Comitato delle Regioni ha adottato numerosi pareri nella sua sessione di luglio (6 e 7). Merita sottolineare il parere adottato all’unanimità sulla questione degli aiuti a finalità regionale. La posizione del Comitato è interessante anche perché è un po’ controcorrente rispetto alla posizione della Commissaria responsabile per la concorrenza, Nelly Kroes, che propone soprattutto una drastica riduzione degli aiuti di Stato anche a finalità regionale. Il Comitato insiste, invece, per aiuti più mirati ed efficaci, ma, certo, non per una riduzione. Questo dibattito era stato preceduto da un intervento largamente condiviso della Commissaria Hübner sulle relazioni politiche ed amministrative fra il Comitato e la Commissione (si ricorderà che i protocolli di cooperazione fra la Commissione e ciascuno dei comitati, quello delle regioni e quello economico e sociale, sono in corso di rinnovo). Gioverà anche ricordare il parere di Linetta Serri (PSE/It, consigliere comunale di Armungia) sulla proposta della Commissione per una nuova agenda sociale europea 2006/2010. Da notare anche che il Comitato,

esattamente come il mese scorso il Parlamento europeo, non è stato capace di adottare una risoluzione sulla crisi costituzionale dell’Unione. Anche il Comitato economico e sociale europeo ha tenuto una plenaria in luglio, caratterizzata dall’intervento del Commissario alla cultura, Ian Figel’, che ha affermato che la cultura è l’anima dell’Europa. Il Comitato, che molto frequentemente dà pareri consensuali (la sua funzione è un po’ quella di trovare punti in comune o compromessi fra le diverse opinioni), si è invece ferocemente diviso sulla liberalizzazione delle attività portuali, in ragione di uno scontro fra gruppo I (datori di lavoro, in particolare quelli legati alle attività portuali) e gruppo II (lavoratori); questi ultimi, più reticenti verso una completa liberalizzazione, hanno avuto la meglio. Sulla questione della crisi europea, infine, il Comitato non ha fatto prova di una più grande efficacia rispetto al Parlamento europeo ed all’altro Comitato, contentandosi di dichiararsi pronto a partecipare al dibattito ed alla campagna d’informazione proposte dal Consiglio europeo in giugno e dalla Commissione.

Ben presto i servizi pubblici di nuovo al centro del dibattito? La Commissione europea, durante tutto il mese di agosto è stata impegnata nel difficile regolamento delle importazioni di prodotti tessili. Molto opportunamente la Commissione affronta il problema in forma di negoziato con la Cina piuttosto che per via puramente unilaterale. Tuttavia, alcune delle misure concordate relative al contingentamento delle importazioni sembrano aver sottovalutato il peso degli ordini già effettuati da imprese europee. Si cercano rimedi, soprattutto perché, dopo gli strilli delle imprese di produzione che si vedevano sommerse dal tessile cinese, arrivano gli strilli degli importatori che, pure, rappresentano un peso importante nel sistema europeo. Ricorderemo, ma solo per completezza, che la Commissione ha adottato (in linea di principio) a fine luglio alcuni documenti sul finanziamento dei servizi pubblici. Ci torneremo al momento opportuno.


LA RIVISTA [54]

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Periodico del Centro di Iniziativa Mezzogiorno Europa N. 4 – Anno VI – Luglio/Agosto 2005 Registrazione al Tribunale di Napoli n. 5112 del 24/02/2000

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Le opere che illustrano questo numero sono tratte da “Capri à la gouache” edito da “La Conchiglia”


Numero 4/2005  

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