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Periodico del Centro di Iniziativa Mezzogiorno Europa  •  Maggio/giugno 2006  •  Anno VII  •  Numero 3  •  Direttore Andrea Geremicca – Art director Luciano Pennino

Gli scritti di Giorgio Napolitano pubblicati da questa rivista

Negli anni del suo impegno al Parlamento Europeo Giorgio Napolitano ha promosso e presieduto l’Associazione Mezzogiorno Europa ed ha voluto questa rivista allo scopo “di compiere il massimo sforzo – come ricorda nella autobiografia politica Dal Pci al Socialismo Europeo – per informare e coinvolgere elettori, cittadini, rappresentanti della società civile nel dibattito sui temi della costruzione europea e dello sviluppo del Mezzogiorno”. Pubblichiamo i suoi scritti apparsi sulla rivista dal 2000 al 2005, rinnovando all’amico carissimo, al prestigioso Capo dello Stato, gli auguri di tutti i collaboratori dell’associazione e della rivista e di tutti i nostri lettori. Riportiamo anche – col consenso ovviamente dell’Autore e dei destinatari – una lettera inviata da Napolitano in occasione dei suoi settant’anni a Maurizio Valenzi, Pietro Valenza, Carlo Fermariello, Franco Daniele e Andrea Geremicca per il suo straordinario valore, che trascende la sfera privata. Le opere che illustrano Biagio de Giovanni – Andrea Geremicca

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EURONOTE Andrea Pierucci

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i potrebbe ritagliare e scandire una parte assai significativa della vita politica di Giorgio Napolitano intorno alla paro‑ la “Europa”, senza tema di allontanar‑ si troppo da quella che è divenuta nel tempo, e sempre più, una ispirazione centrale. Fu tra i primi nel Pci, e quello che mantenne più intensamente una visione politica limpida del problema, a contribuire alla trasformazione profon‑ da di una linea che, da ostilissima e poi

diffidente sul tema dell’integrazione, ne diventò sostenitrice convinta. E Napoli‑ tano ha contribuito anche, costantemen‑ te, a una elaborazione ideale, nell’alveo del grande insegnamento di Altiero Spinelli. Si badi. La cosa era tutt’altro che semplice e scontata, non dico solo nel Pci per ragioni che possono essere facil‑ mente intuite, ma nella stessa sinistra socialdemocratica europea (si pensi alle incertezze e ai ritorni indietro continui della socialdemocrazia tedesca)…

IL REFERENDUM

IL VOTO

COSTITUZIONE SOTTO ATTACCO

Un premio e un pegno

Pietro Ciarlo " pag. 56 La nostra Costituzione è in perico‑ lo. Infatti il centro‑destra ha approvato nell’autunno del 2005 una sua modifica che, se non sarà respinta dall’ormai‑ prossimo referendum, entrerà in vigore producendo danni gravi e irreversibili. Con il referendum possiamo dire NO all’entrata in vigore di tale modifica. Le parti più pericolose di essa prevedono una forte riduzione del ruolo del Parla‑ mento, subordinandolo a un Primo…

Guido D’Agostino " pag. 62 La manovra “a tenaglia”, tentata da Berlusconi per colpire da nord a da sud il governo centrale in mano all’odiato centro‑sinistra egemonizzato, a detta del cavaliere, dai ‘comunisti’, non è riu‑ scita. La vittoria del centro‑destra a Mi‑ lano e in Sicilia, in effetti, è risultata più sofferta del previsto trattandosi comun‑ que di riconferme, ma soprattutto non è andata secondo i calcoli e le speranze, se non le aspettative, a Napoli,…

Registrazione al Tribunale di Napoli n. 5112 del 24/02/2000. Spedizione in abbonamento postale 70% – Direzione Commerciale Imprese Regione Campania


Biagio de Giovanni – Andrea Geremicca

XXXXXXX Editoriale

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apolitano, insomma, è stato, in tempi ancora difficili, fra i più schietti europeisti, non solo se la sua posizione viene confrontata dall’in‑ terno della storia del Pci – che, per una sua parte, volle trovare un ambiguo alibi nella prospettiva dell’eurocomunismo –, ma anche se essa viene misurata con la stessa storia della socialdemocrazia europea: e qui, sicuramente, ha inciso in maniera decisiva la storia dell’eu‑ ropeismo “italiano”, quello di Spinelli già richiamato (ma alle spalle, c’erano, oltre a Rossi e Colorni, Carlo Rosselli, Einaudi, Croce, e culture liberali e socia‑ liste che si intrecciavano) che si trovava una spanna più avanti di molte elabo‑ razioni e pensieri europei sull’argomen‑ to. Nella sua “Autobiografia politica”, Napolitano cita, fra gli autori che gli hanno ispirato la sua idea di Europa, il grandissimo Thomas Mann, e val la pena qui di ricordare quanto l’intreccio Croce‑Mann sia stato determinante per l’intellettualità europea, che veniva fuo‑ ri dalle tragedie della guerra, e in quale straordinaria misura il diagolo fra i due grandi abbia costruito uno spirito comu‑ ne nel quale potevano ritrovarsi uomini di provenienze diverse che ormai con‑ fluivano in una visione della democrazia e dell’Europa, e cercavano di rimettere sulla scena della storia la sua civiltà, li‑ berando l’immaginario di molti dall’in‑ combente presenza della finis Europae. Sulla scia di Spinelli, dunque, ma non solo, Napolitano ha sempre guardato a un europeismo “politico”, diffidente verso forme esplicite di funzionalismo, soprattutto quando esse si allontanavano dall’ispirazione monnettiana (mirabile sintesi, essa, di funzionalismo e politi‑ ca) per trasformarsi in aridi orizzon‑ ti tecnicistici che sembravano privare l’Europa di un’anima. Per cui, quando Napolitano, nel 1999, eletto deputato al Parlamento europeo, diventò Presidente della Commissione affari costituzionali di quel Parlamento, interpretò con un

massimo di concentrazione politico‑isti‑ tuzionale (e ideale, direi) il ruolo che ha poi esercitato per l’intera legislatura. La congiuntura appariva alta e prometten‑ te, anche se, come sempre, carica di aspri problemi e di gravi incertezze. ono stati gli anni nei quali sembrava dovessero raccogliersi per intero i frutti di un pro‑ cesso di avanzamento dell’in‑ tegrazione europea che si era aperto, con toni di profonda innovazione, dai primi anni novanta, con l’Unione monetaria, il movimento di unificazione del conti‑ nente, l’avvio del processo costituzionale. Ma erano anche anni nei quali qualcosa

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incominciava ad oscurarsi e a diventare sempre più problematico e “difficile”. I segnali che provennero dal Consiglio europeo di Nizza, alla fine del 2000, furono tutt’altro che univoci, e anzi da molti furono interpretati come decisa‑ mente problematici se non addirittura primi segni di un fallimento e di un arretramento. Ma si provò ad andare avanti, promovendo la Costituzione poi clamorosamente bocciata da Francia e Olanda. Dunque, anni quanto mai contrastati, come oggi si vede con tutta chiarezza e sui quali bisognerà tornare a riflettere non per lamentazioni nostal‑ giche su quello che avrebbe potuto essere


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e ancora non è, ma per afferrare, con lo spirito dell’ “intelligere” spinoziano, le ragioni profonde di una difficoltà oggi completamente dischiusa dinanzi a noi. Ebbene, i limpidi scritti di Giorgio Na‑ politano, qui di seguito raccolti, vanno letti con grande attenzione, giacché sono testimonianza e rappresentazione di una attività svolta nell’ispirazione che abbiamo brevemente tratteggiato, nel continuo ricordo delle ragioni profonde che chiamano l’Europa a un ruolo mon‑ diale (pena la possibile emarginazione dalla storia che vuol veramente contare)

DallaXXXXXXX prima pagina nello sforzo significativo di trasformare un’idea in politica reale, e, insieme, nella consapevolezza che il processo è difficile, carico di ambiguità, problematicamente aperto a soluzioni e sviluppi diversi. Co‑ stituiscono, insomma, un punto di vista con il quale più che mai oggi è necessario misurarsi, sia da chi ne condivide l’ispi‑ razione fondamentale saldamente anco‑ rata a una visione federale del processo storico europeo, sia da chi abbia qualche perplessità in più su questa evoluzione e su ciò che ci si può aspettare dagli svi‑ luppi in corso.

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a discussione sulla nostra rivi‑ sta continuerà, mantenendo e sviluppando dibattito e con‑ fronto, e l’altissimo incarico cui Napolitano è stato chiamato, in un momento così difficile della storia italia‑ na e mondiale, potrà solo stimolare sia quel dibattito sia quel confronto, giacché è facile immaginare quanto l’Europa sarà al centro della sua iniziativa (è già avvenuto con la celebrazione spinellia‑ na), e quante occasioni si daranno, di politica reale e di sviluppo delle idee, per discutere i temi che tutti amiamo e su cui tutti intendiamo misurarci. E fra questi, e non ultimo, quel rapporto fra Mezzo‑ giorno ed Europa che non per caso dà il titolo alla rivista, in questo senso schiet‑ tamente “napolitaniana” nell’ispirazione originaria. Europa, Mezzogiorno (Me‑ diterraneo), Napoli: un trinomio che per noi è inscindibile, sia per le grandi sugge‑ stioni ideali e culturali che offre (che cosa sarebbe l’Europa senza quelle due altre realtà?: lo insegnava il “nordico” Hegel) sia per i temi di politica reale che trascina con sé, chiarendo che nessuno sviluppo del nostro Mezzogiorno e della nostra Napoli è veramente possibile, che non sia dentro la prospettiva europea, da individuare con sempre maggior chiarezza e con sem‑ pre minore propensione alla mera retori‑ ca europeista. Da questo punto di vista gli interventi di Giorgio Napoletano in incontri e convegni promossi dall’Associa‑ zione di cui è stato presidente onorario e da questa rivista sui problemi e il futuro di Napoli e del Mezzogiorno appaiono esemplari e stimolanti, fuori dai colpe‑ voli silenzi o dai luoghi comuni di uno stanco meridionalismo. Ecco il punto di un futuro impegno: senza scadere nella facile retorica richiamare la durezza delle questioni che si aprono, e che coinvolgono per intero le realtà ricordate. Idee e politi‑ ca mescolate insieme, quando le due cose tendono a separarsi e a miserevolmente dividersi. Ecco un impegno per il quale val la pena di battersi.


2000‑2005

L’Europa, il paese, il Mezzogiorno Giorgio Napolitano su 


Quel “di più” si chiama Napoli Pubblichiamo, col consenso dell’autore e dei destinatari, una lettera inviata da Giorgio Napolitano in occasione del suo settantesimo compleanno a Maurizio Valenzi, Pietro Valenza, Carlo Fermariello, Franco Daniele e Andrea Geremicca.

Roma, 18 Luglio 1995 Carissimi Maurizio, Pietro, Carlo, Franco e Andrea, non so come ringraziarvi per la carica di affetto dei vostri auguri e del vostro dono. Se un oggetto di per se assai bello è testimonianza di un legame profondo come quello che ci unisce, acquista in più una luce speciale. Abbiamo, è vero, condiviso per decenni “idee, scelte di vita e impegni di lotta”. Volevo dire di più e meglio, ieri sera al momento del brindisi, ma mi sono sentito impacciato e anche commosso. Non basta – questo avrei voluto sottolineare – un tessuto connettivo pur formidabile come quello del PCI in cui abbiamo militato in tanti, per ritrovarsi così vicini, nel calore di un affetto e di una solidarietà senza ombre. Hanno contato particolari affinità politiche, culturali e umane tra noi, prove affrontate insieme, aspirazioni e preoccupazioni condivise, quel che cementa insomma un “comune sentire” (un’espressione che piaceva negli ultimi tempi a Gerardo. E ieri sera avrei voluto anche dire come mi manchi Gerardo). So di aver potuto contare sempre sulla vostra amicizia, anche quando non concordavate con ogni mia posizione o reazione. È per questo sostegno, così disinteressato – che merce rara è diventato anche il disinteresse nei rapporti politici e interpersonali! – io vi resto grato. Ho più volte dubitato di essere all’altezza delle aspettative e della fiducia: l’unica cosa di cui sono certo è (preferisco ricorrere a una frase del mio coetaneo Jacques Delors: si sa che i francesi non hanno paura dell’enfasi) che “j’ai travaillé sans relàche pour cinquante ans”. E spero che voi comprenderete il disagio che già vivo e le difficoltà in cui mi troverò tra non molto, quando saranno indette le elezioni. Mi toccherà prendere delle decisioni, avvertendo da un lato il bisogno di un po’ meno di fatica e di tensione, l’esigenza di una collocazione più distaccata, il rischio di penose frizioni e frustrazioni (le ho già sperimentate dopo le elezioni del ’94) se non scegliessi di “lasciare l’arena”, e dall’altro lato il rischio opposto di suscitare equivoci con una simile scelta e di deludere chi si aspetti ancora troppo da me. Ma di ciò parleremo da vicino, e parleremo del modo di continuare comunque con voi e altri a dare contributi utili alla battaglia politica e culturale democratica, alla ricerca di un futuro per la sinistra. Infine, lo sapete, c’è un “di più” che mi lega a voi rispetto a quel che pure mi lega a compa‑ gni e amici assai cari di altre parti d’Italia: e quel “di più” si chiama Napoli. Me ne distaccai presto – nel 1959‑’60 una prima volta – senza particolari problemi; la seconda volta, nel 1966, già con maggiore riluttanza; ma insomma quel che contava allora era fare la propria parte nel partito, più che la discussione sul dove, e poi il distacco non era totale, specie per effetto dell’incarico parlamentare. Ma successivamente sono stato preso da dubbii e perfino da “sensi di colpa” (insieme con Gerardo) di fronte al degrado di Napoli, per esserci in qualche modo sottratti a nostre responsabilità; e in questi ultimi anni è diventata forte per me anche la “mancanza fisica” di Napoli, la nostalgia del vivere a Napoli. Mi conforta l’essere stato molto presente, e l’aver riempito un vuoto politico e istituzionale, proprio a Napoli nel biennio della mia presidenza della Camera. Mi fermo qui, per non prolungare oltre questo già lungo ringraziamento e sfogo epistolare che ho voluto dedicare a voi collettivamente. Un abbraccio

Giorgio


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Allargare gli orizzonti oltre le frontiere

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el quadro dello svi‑ luppo del ruolo e del‑ la capacità di azione dell’Unione Europea come soggetto politico internazio‑ nale si collocano gli impegni della Dichiarazione di Barcellona, della cooperazione euromediterranea a cominciare dal partenariato politico e di sicurezza. Questi impegni non costituiscono un’appendice alla pro‑ spettiva di crescita dell’Unione eu‑ ropea nel nuovo decennio che è alle porte (mi riferisco con meno enfasi al decennio invece che al millennio) ma ne sono una parte essenziale. Ciò va ripetuto nel momento in cui si annunciano, e sono in via di migliore definizione, le modalità e le tappe dell’allargamento dell’Unione a nuovi membri all’interno del gruppo dei paesi candidati, essenzialmente dell’Europa centrale e orientale. Personalmente preferisco parla‑ re dell’allargamento non solo delle frontiere ma degli orizzonti del‑ l’Unione: non soltanto dell’adesione dei nuovi paesi come “full members”, membri a pieno titolo, ma dell’intro‑ duzione o dello sviluppo di nuove forme di “relazioni contrattuali” con paesi che non siano candidati ad entrare nell’Unione. Nessuno sostiene ormai che si possa mettere in dubbio la grande scelta e gli impegni precisi che i governi, le istituzioni, i leaders della Comunità europea (che allora non era ancora dei 15) si assunsero, all’indomani della caduta dei regimi comunisti nel 1989, verso i paesi dell’Europa centrale e orientale, so‑ prattutto verso quelli che erano stati assimilati nella maniera più artifi‑ ciale al blocco dell’Est e separati dal processo di integrazione con l’Ovest. La scelta di aprire le porte di questa Comunità, che sarà più tardi ribat‑ tezzata “Unione”, rispondeva bene alla fine della divisione dell’Europa in blocchi antagonisti, e costituiva un’opportunità di valore storico

straordinario. Non si poteva lasciar cadere la “domanda d’Europa” che veniva dall’opinione pubblica e dai nuovi rappresentati politici di questi paesi. Una domanda nata dai movi‑ menti dell’89 e che faceva tutt’uno con l’affermazione dei princìpi di libertà e di democrazia tanto a lungo negati. Si era aperta una possibilità senza precedenti per la costruzione dell’unità europea. Bisognava impe‑ gnarsi per riempire il solco scavato nel corso di quaranta anni tra una parte e l’altra dell’Europa, tra un alto livello di vita democratica, di modernizzazione e di integrazione nella prima, e una condizione di ritardo e di chiusura sempre più pesante nella seconda. Il punto sul quale bisognerebbe riflettere oggi è quello del “forcing” che fu presto impresso alla linea dell’allargamento, facendola coin‑ cidere con la promessa di una “full membership”, dell’entrata a pieno titolo dei paesi dell’Europa centrale e orientale nel sistema d’integrazione. A questo “forcing” seguì la presa d’atto di difficoltà che finirono con il tradursi in incertezze e lentezze nella marcia effettiva di questi paesi verso l’ammissione come nuovi paesi membri dell’Unione. Forse sarebbe stato più saggio con‑ solidare i rapporti di associazione, procedere in maniera più graduale e differenziata, ma più concreta e si‑ gnificativa, nello sviluppo dei legami tra l’Unione e paesi molto diversi gli uni dagli altri. Ma tutto questo non può essere rimesso in discussione adesso. Il 13 ottobre vi è stata la definizione, da parte della nuova Commissione eu‑ ropea e del suo Presidente Romano Prodi, di un quadro di riferimento più chiaro per l’allargamento del‑ l’Unione ai 12 paesi candidati. Le trattative si faranno tenendo conto del grado di maturità, in rapporto ai criteri precedentemente indica‑ ti, dei candidati sia del primo che

del secondo gruppo e, a partire dal 2002, l’Unione dovrebbe essere pre‑ disposta ad accogliere come nuovi membri questi paesi che saranno a loro volta pronti, ciascuno per suo conto, a farne parte. A questo fine si impongono aggiustamenti e riforme delle istituzioni dell’Unione: si dovrebbe mettere a punto nella nuova Conferenza intergovernativa già annunciata per l’anno 2000 e che probabilmente si concluderà nel corso dello stesso anno. Tuttavia notevoli sono le preoccupazioni per i risultati ai quali si vorrà e potrà arrivare, allo scopo di garantire il funzionamento delle istituzioni in un’Europa più larga. E non sono le sole. Da parte degli ambienti euro‑ peisti più conseguenti ci si domanda come evitare il rischio che un allar‑ gamento accelerato dell’Unione fino a 27 paesi membri possa diluire o bloccare un processo di integrazione attualmente proiettato verso nuovi sviluppi. Ma quello che mi preme mettere in evidenza, qui ad Algeri, è un altro punto. Mi riferisco alla necessità di guardare oltre gli impegni relativi all’allargamento propriamente detto. E, in effetti, il dibattito sul futuro dell’Unione sta per acqui‑ sire un nuovo carattere. Bisogna guardare alle regioni e ai paesi per i quali la prospettiva di adesione all’Unione europea è lontana, o non si intravede, o appare innaturale. Si citano a questo proposito grandi realtà esterne all’Europa e nello stesso tempo vicine, come la Russia prima di tutto, ma anche l’Ucraina, e le si collocano nell’ottica di strategie consistenti e lungimiranti di coope‑ razione alle quali lavorare in quanto Unione. Ma si possono citare altresì i Balcani occidentali, le Repubbliche dell’ex Iugoslavia, l’Albania, paesi per i quali si pensa alla strada giusta, realistica, di un nuovo tipo di relazio‑ ni contrattuali, mediante “accordi di stabilizzazione e di associazione”


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secondo un approccio re‑ gionale. Questa scelta di impegno verso la regione dei Balcani è certamente nuova. Gli avvenimenti degli ultimi anni l’hanno suggerita e imposta, ed è fuor di dubbio che si iscriva in quelli che si definiscono “i nuovi orizzonti dell’Unio‑ ne europea”. È tuttavia essenziale inserire in questi nuovi orizzonti uno sviluppo più ampio e conseguente del partenariato euro‑medi‑ terraneo. Qui non partia‑ mo da zero e non dobbiamo inventare niente. Esiste già una solida piattafor‑ ma, definita quattro anni fa dalla Dichiarazione di Barcellona. Questa Conferenza e le sue conclusioni ebbero un significato molto forte e preciso: l’allargamento verso l’Est non può risolversi in uno sposta‑ mento dell’asse, né delle politiche a breve termine né delle prospettive, dell’Unione europea a spese del ruolo, fondamentale, da svolgere nella regione mediterranea. È una cosa che vale la pena di ripetere e riaffermare, specie nel momento in cui si concretizza il nuovo impegno verso i Balcani. La questione è politica, di visione e di strategia. Nello stesso tempo è una questione pratica che riguarda l’attenzione effettiva da rivolgere alle diverse situazioni, e riguarda le risorse da impegnare e distribuire. I paesi del Sud del Mediterraneo devono essere rassicurati nella loro fiducia nell’Europa, nei loro sforzi di modernizzazione, di stabilizzazione interna, di crescita democratica, di cooperazione regionale. È giusto fare un bilancio obiettivo di ciò che è stato già realizzato e messo in opera negli anni che ci separano dalla Conferenza di Barcellona in ognuno dei tre campi indicati da questa Di‑ chiarazione. È giusto verificare in particolare le disponibilità di risorse per il programma MEDA nel quadro dell’Agenda 2000. Il fatto stesso che su queste disponibilità pesino le recenti emergenze e nuove esigenze, a cominciare da quelle per il Kosovo,

ci invita a riflettere. E, vorrei dire, riflettere su un tema di fondo: quello dell’esiguità delle risorse di bilancio dell’Unione europea. Bisogna pen‑ sare a come ridiscutere il ruolo e il futuro dell’Unione, e nello stesso tempo a come coniugare politiche europee con risorse comunitarie, e politiche nazionali con risorse nazionali, in particolare per ciò che si riferisce alla politica euromedi‑ terranea. Ciò non sarà facile. Nella società e nelle diverse opinioni pubbliche europee stanno emergendo inquie‑ tudini nei confronti di problemi seri, che devono essere affrontati, e di equilibri difficili da mantenere sul piano economico e sociale. Si assiste al diffondersi di paure irragionevoli, di egoismi e di chiusure. E se ne vedono i riflessi politici ed elettorali. Egoismi e mancanza di lungimiran‑ za, desidero sottolinearlo, rispetto ai costi di una politica di solidarietà e di cooperazione con i paesi in via di sviluppo. Si manifestano correnti xenofobe, e persino ostili alla inte‑ grazione europea. Bisogna reagire energicamente a queste tendenze, con una maggiore capacità di con‑ vinzione. Occorre far comprendere che non vi sono possibilità di solu‑ zione dei più importanti problemi dei nostri paesi, e non vi possono essere prospettive di sviluppo e di prosperità in un’atmosfera di pace che abbracci le regioni contigue, senza una comune azione europea e

senza una strategia di cooperazione con paesi come quelli del bacino del Mediterraneo, della sponda Sud del Mediterraneo. In particolare, i governi e le forze democratiche dell’Unione devono saper rispondere ai timori irrazionali di “invasioni” straniere, alle paure per la sicurezza della vita quotidiana delle nostre città, con una rinnovata netta affermazione dei grandi princìpi di civiltà e so‑ lidarietà e attraverso politiche che tendano non al blocco ma al governo delle correnti migratorie. Questo politiche non si possono realizzare se non c’è una collabora‑ zione multiforme con i governi dei paesi dai quali proviene la maggiore pressione migratoria verso un’Eu‑ ropa sviluppata e in piena crisi demografica. In questa direzione, come anche, in generale, nei rapporti con il Sud del Mediterraneo l’Italia si propo‑ ne di svolgere un ruolo di primo piano. L’Italia ha più volte avuto questa funzione nel passato. Nella situazione attuale deve rafforzare questo suo ruolo sia attraverso la sua politica estera e di coopera‑ zione allo sviluppo, sia dando un contributo più forte e più efficace in seno all’Unione Europea e alle sue istituzioni. Conferenza “I nuovi orizzonti del­ l’Unione Europea”. Istituto Nazionale di Studi delle Strategie Globali. Algeri, 17 Ottobre 1999.


Ap 20 ri 00 le

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Le nuove Regioni nell’Europa più larga

Le elezioni regionali in Italia sono cadute in un anno importante per il futuro della costruzione eu‑ ropea: il 2000 sarà infatti segnato dalla Conferenza Intergovernativa per la revisione dei Trattati, resa improrogabile dalle decisioni del Consiglio di Helsinki (dicembre 1999) sull’allargamento dell’Unione a 12 nuovi paesi membri, e sarà ca‑ ratterizzato anche da due “esercizi” paralleli, quello dell’elaborazione della “Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea” e quello della definizione di un sistema di difesa comune “Esercizi” da far sfociare en‑ trambi nel disegno di riforma istitu‑ zionale affidato alla Conferenza In‑ tergovernativa. È ancora presto per formulare previsioni sull’esito che potrà avere in dicembre la Conferen‑ za: ne uscirà oppur no una riforma realmente rispondente all’esigenza di garantire l’ulteriore sviluppo del processo di integrazione in una Unione più larga e di rafforzare le basi di legittimazione e di consenso della costruzione europea? Questo dovrebbe comunque essere il tema di un ampio dibattito e di un serio sforzo di approfondimento anche in Italia, tale da abbracciare tra l’altro una riflessione aggiornata e lungi‑ mirante sul ruolo dei poteri regio‑ nali e locali. E se quest’ultimo punto non avrà ricevuto l’attenzione che meritava nella campagna elettorale, occorrerà riprenderlo fin dall’inizio della nuova legislatura delle Regioni a statuto ordinario. Sappiamo che nel Mezzogiorno particolare rilievo assumerà per i governi delle Regioni la sfida del‑ l’utilizzazione integrale e ottimale dei fondi strutturali europei per il periodo 2000‑2006 (ben 92 mila miliardi) – sfida impegnativa sul piano della capacità di progettazione e di spesa, e dunque sollecitazione importante per un più generale, pro‑ fondo riordino e ammodernamento della amministrazione regionale.

Ma sarebbe un errore vedere solo in questa ottica pa rziale la responsabi‑ lità dei nuovi governi delle Regioni nel rapporto con l’Unione Europea. Si tratterà di contribuire a un ripen‑ samento del tessuto istituzionale e del processo di integrazione affinché possano reggere e articolarsi in un’Europa che si va rapidamente allargando: si tratterà di ridefinire e rilanciare il ruolo delle Regioni e degli enti locali non soltanto come destinatari di decisioni e di politiche dell’Unione ma come soggetti capaci di incidere sulle scelte della costru‑ zione europea in una fase nuova, più complessa e avanzata. Con l’istituzione del Comitato delle Regioni e con il recente raf‑ forzamento, grazie al Trattato di Amsterdam, delle sue funzioni – sia pur consultive – si è sancita l’im‑ portanza dell’evoluzione prodottasi all’interno dell’Unione, per effetto di processi di “devoluzione” e regiona‑ lizzazione avviatisi in diversi paesi membri, e nella crescita dell’Unione in quanto tale. È quest’ultima, in effetti, a richiedere un più deciso e coerente ricorso al principio di sus‑ sidiarietà, un impegno più forte di vigilanza e di intervento per evitare una insostenibile centralizzazione come connotato dell’allargamento, dell’ulteriore integrazione, della “unificazione” pacifica e democra‑ tica dell’Europa. La formula “Europa delle Re‑ gioni” si presta ad ambiguità e vel‑ leitarismi che è bene evitare: dare per scontato, auspicabile o fatale il deperimento degli Stati nazionali, il radicale declino del loro ruolo in seno all’Unione, è posizione sem‑ plicistica, contraddetta, tra l’altro, dall’ancor maggiore valorizzazione del Consiglio (nella sua espressione più alta: “Consiglio europeo”, cioè dei capi di Stato e di governo) appena scaturita dal vertice di Lisbona, ed è in qualche caso – vedi le recenti dichiarazioni del ministropre‑

sidente del Land della Baviera, Stoiber – vera e propria autoesal‑ tazione. Ma è di certo divenuto es‑ senziale il problema di un’effettiva, ricca articolazione di competenze e di sfere d’iniziativa fra tre e non due livelli istituzionali nel processo di costruzione europea – il livello sovranazionale, quello nazionale e quello regionale e locale (non tocco qui, né in generale né in specifico riferimento alla realtà italiana, il pur rilevante aspetto del rapporto tra Regioni, Province e Comuni, finora troppo dominato, anche se non dovunque, dalle prime). E assu‑ me un crescente interesse anche la prospettiva di più intense relazioni dirette tra Regioni vicine o affini di diversi paesi dell’Unione – confronti e scambi di esperienze in chiave di emulazione e cooperazione, progetti comuni in specifici settori – pur senza prescindere dai rispettivi con‑ testi nazionali e senza pretendere di scavalcarli. Le Regioni dunque – quelle del Mezzogiorno d’Italia non meno di altre – come fattori di arricchimen‑ to della vita istituzionale, e della trama dell’integrazione economica, sociale, civile, in un’Europa che si unifica ben oltre i confini del disegno originario e del quadro via via deli‑ neatosi fino agli anni ’90. È questa la consapevolezza che deve animare le forze chiamate a governare le Regioni, specie quelle meridionali, e che deve indurle a sviluppare in molteplici forme un ruolo di parteci‑ pazione attiva alla nuova fase della costruzione europea, contribuendo in particolare al necessario rilancio politico del Comitato delle Regioni (anziché proporsi l’obbiettivo poco sostenibile di un suo superamento, in vista di una funzione e di un’isti‑ tuzione “più avanzate”). Inutile dire che restano do‑ minanti nel nostro Mezzogiorno, anche per i nuovi governi regionali, i temi dello sviluppo e dell’occupa‑


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zione, e che si dovrà affrontarli nel contesto delle politiche dell’Unione Europea. Ciò non significa peraltro che non rimangano decisive scelte da compiere al livello nazionale, nel rapporto tra Regioni Governo e Parlamento, o che si possa spostare su decisioni dell’Unione Europea, e segnatamente della Commissione Prodi, la responsabilità di un’azio‑ ne capace di contrastare l’acuirsi dello squilibrio tra Nord e Sud in

Italia. Le conclusioni del Consiglio di Lisbona hanno tracciato una coraggiosa e innovativa strategia per “lo sviluppo, le riforme econo‑ miche e la coesione sociale”: nella quale toccherà all’Italia collocare sue proposte e suoi indirizzi, col massimo di concentrazione sulle esigenze del Mezzogiorno. In termini di metodo, si è af‑ fermata a Lisbona la necessità di tradurre le “linee – guida europee” tracciate nel documento conclusivo

“in politiche nazionali e regionali fissando obbiettivi specifici e adot‑ tando misure che tengano conto delle diversità nazionali e regiona‑ li”. Ecco il terreno su cui lavorare, evitando di enfatizzare solo alcune misure – ad esempio, in materia fiscale e contributiva – e guardando a una politica per il Mezzogiorno realmente unitaria, comprensiva di tutti gli aspetti e gli strumenti essenziali per il raggiungimento di risultati significativi.


Gi 20 ug 00 no

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Un atto di forte significato politico

Questo incontro, reso possibile dalla cortesia dell’Associazione Stampa Estera, vuol essere anche un tentativo per parlare, qualche volta, in Italia, di temi politici diver‑ si da quelli ossessivamente abituali come le schermaglie tra i partiti del centro‑sinistra o le campagne dell’opposizione perché il governo se ne vada. Meriterebbero in questo momento ben maggiore attenzione i temi dell’integrazione europea e del suo futuro, quali sono stati giorni fa rilanciati dal discorso del ministro degli esteri tedesco Joschka Fischer all’Università Humboldt di Berlino: ne parlerò brevemente, dal punto di vista del Parlamento europeo e della sua Commissione costituzionale, e sarò lieto di rispondere alle vostre domande. Nella Commissione che presiedo abbiamo avuto un primo scambio di idee in proposito martedì sera in una riunione straordinaria cui ha anche partecipato, per la Commissione europea, il signor Bar‑ nier, intervenuto per presentarci il rapporto dell’Istituto Universitario Europeo di Firenze sulla riorganiz‑ zazione dei Trattati attraverso un progetto di Trattato Fondamentale dell’Unione europea. 1.  Innanzitutto: come va con‑ siderato il discorso del ministro Fischer? Certo, non come espres‑ sione della posizione ufficiale del governo federale tedesco, ma come atto di forte significato politico. Può rappresentare – questo è il nostro auspicio, e in questo senso cercherà di dare il suo contributo il Parlamen‑ to europeo – il punto di partenza di un nuovo dibattito sulle finalità e sulle prospettive del processo di co‑ struzione e unificazione europea. Il discorso di Fischer è stato preceduto da importanti sollecitazioni venute negli ultimi tempi da eminenti perso‑ nalità come Jacques Delors, Helmut Schmidt, Valéry Giscard d’Estaing, e anche da Capi di Stato come Johan‑ nes Rau e Carlo Azeglio Ciampi: era

tempo che si levasse, sia pure in forma personale, non ufficiale, una voce di governo dal più grande paese dell’Unione, per stimolare governi e forze politiche, nell’Europa dei 15 e oltre i suoi confini, ad affrontare le questioni di fondo che sono rimaste finora nell’ombra: le questioni che sia le decisioni già prese sull’allar‑ gamento dell’Unione, sia le carenze di guida politica e quindi le difficoltà del sistema dell’EURO, sia i segnali di disaffezione dei cittadini‑elettori, ci impongono di affrontare. Joschka Fischer le ha affrontate a suo modo, con una sua breve sintesi, chiaman‑ dole col loro nome: Federazione, Costituzione – parole diventate quasi tabù, concetti di cui naturalmente si possono dare diverse interpretazio‑ ni, che richiedono precise qualifi‑ cazioni ma che non possono essere sacrificati a impostazioni solo di breve termine, senza respiro e sen‑ za coraggio. Il dibattito su queste prospettive non può più essere eluso; non si deve lasciar cadere l’occasione che si è creata col discorso del mini‑ stro degli esteri tedesco. Il problema più delicato, forse, è quello di legare questo dibattito alle scadenze più vicine sul piano politico, agli impegni della Conferenza Intergovernativa che sta per passare sotto presidenza francese. Ci tornerò. 2.  Che cosa dire sulla visione, sulle soluzioni che Joschka Fischer ha suggerito? Non entrerò troppo nel merito: mi pare chiaro che si tratta di un contributo iniziale, che alcune ipotesi suscitano riserve – ad esem‑ pio quelle relative a un Parlamento europeo fondato su due Camere (e d’altronde vengono presentate in modo problematico) – che non risultano chiare, nel processo a tre tappe disegnato in quel discorso, la tappa finale della “piena integra‑ zione in una Federazione europea”, del “compimento della grande idea di Federazione europea di Maurice Schuman”, e la relazione tra la se‑

conda tappa della formazione di “un centro di gravità”, di una “avanguar‑ dia” in seno all’Unione, e appunto la prevista tappa finale. Ma conta in questo momento mettere l’accento su alcuni aspetti essenziali di una simile visione: la necessità di garantire – nell’Unione più larga verso cui si sta proceden‑ do – le conquiste e gli ulteriori svi‑ luppi del processo di integrazione, di puntare sulla parlamentarizzazione tipica di una Federazione con un suo Parlamento e un suo governo, basata su un Trattato costituzionale, ma concepita – ecco un punto molto importante – come “Federazione di Stati nazionali” (espressione cara a Jacques Delors), e dunque carat‑ terizzata da una “suddivisione di sovranità tra l’Europa e lo Stato nazionale”. Il senso politico di questa caratterizzazione mi pare chiaro, per quanto ci sia da discutere sul merito: coinvolgere pienamente gli Stati, i Parlamenti e le opinioni pubbliche nazionali nel processo evolutivo dell’integrazione europea da perseguire in questo decennio. 3.  Come legare il dibattito su queste prospettive al cantiere poli‑ tico aperto, e cioè alla Conferenza Intergovernativa, accompagna‑ ta – ricordiamolo – dalle decisioni già prese al Consiglio di Lisbona in una fase indubbiamente critica per l’EURO, dall’esercizio in corso per dar vita a un embrione di difesa comune, dall’elaborazione della Carta dei Di‑ ritti fondamentali dell’Unione? Il dibattito sugli obbiettivi di lungo termine non solo è legittimo ma indispensabile, anche per susci‑ tare l’interesse e la partecipazione dei cittadini, per far scattare nuove motivazioni, per conquistare nuovi consensi alla causa dell’integrazio‑ ne europea. Nel suo discorso del 9 maggio all’Assemblea nazionale, il primo ministro francese Jospin ha evocato i temi del dibattito sulle prospettive dell’Unione, ha afferma‑


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to che esso “deve essere perseguito attivamente”, ma senza dare per chiuso il discorso sulle riforme da fare oggi. Questa esigenza è ben presente al Parlamento europeo e alla sua Commissione costituzio‑ nale: bisogna collocare i lavori e i possibili risultati della Conferenza Intergovernativa in una visione più ampia, in un processo di ulteriore cambiamento istituzionale, ma com‑ piere ora il massimo sforzo perché si giunga a conclusioni soddisfacenti al vertice finale del prossimo dicem‑ bre. Altrimenti il processo di svilup‑ po dell’Unione verso più ambiziosi e coerenti obbiettivi di lungo termine non decollerà, e l’allargamento potrà tradursi in implosione. Non sono stati finora affatto sod‑ disfacenti i lavori della Conferenza Intergovernativa: già sul problema essenziale del passaggio al voto a maggioranza qualificata come rego‑ la generale si sono manifestate gravi resistenze e reticenze. È stato avvia‑ to ma in modo ancora informale – lo si è appena abbozzato – il discorso sulla cooperazione rafforzata, che anche il ministro Fischer ha indi‑ cato come una delle priorità della Conferenza, se davvero se ne vuole fare la “prima tappa” di un nuovo progetto e metodo di costruzione europea partendo dalla accresciuta differenziazione che si impone in una Unione più larga. Il Parlamento europeo farà sen‑ tire ancora, in questo senso, la sua voce. E la farà sentire – ne sono sicu‑ ro, e desidero aggiungerlo – l’Italia. È importante – lo ha sottolineato anche Jacques Delors in un’inter‑ vista apparsa questa mattina – che in tutti gli interventi che in queste settimane si sono succeduti sui temi di fondo dell’integrazione europea, sia stato, non solo richiamato il va‑ lore dell’intesa franco‑tedesca, ma riconosciuto il ruolo dell’Italia, come parte integrante del nucleo storico dei paesi fondatori, in qualsiasi pro‑ spettiva di cooperazione rafforzata, di formazione di una “avanguardia”, di graduale evoluzione verso una “Federazione di Stati nazionali”. Dall’introduzione alla Conferenza stam­ pa tenuta il 18 Maggio 2000 nella Sala della Stampa Estera di Roma.


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L’eredità di Altiero Spinelli

Conobbi Altiero Spinelli molto tardi, nel 1976, dieci anni prima della sua scomparsa, quando fu elet‑ to deputato e presidente del gruppo della Sinistra Indipendente. Forse non per caso l’incontro avvenne così tardi. Vorrei dire che ciò si spiegava non solo con diversità generazionali, ma anche con lontananze politiche. Io mi ero formato, da giova‑ nissimo, nel partito comunista italiano, dopo che già da tempo se ne era distaccato Altiero Spinelli, e ci furono anni – io direi – di non comunicazione politica e culturale tra il Pci e Altiero Spinelli. Poi iniziò faticosamente, nella seconda metà degli anni sessanta, la conversione europeistica del Pci, in modo particolare da quando esso poté partecipare con suoi rappre‑ sentanti alla vita del Parlamento europeo, benché ancora non eletto direttamente dai cittadini. E anche grazie all’attenzione che Altiero riservò all’impegno dei rappre‑ sentanti del Pci nel Parlamento europeo – impegno che egli valutò positivamente – e grazie al riavvi‑ cinamento personale tra Giorgio Amendola, al quale ero molto legato, e Altiero Spinelli ci fu di nuovo una collaborazione, che prese il segno importante della candidatura di Altiero come indipendente nelle liste del Pci, nel 1976 al Parlamento nazionale, e nel 1979, insieme al Par‑ lamento nazionale e al Parlamento europeo, in occasione della prima elezione diretta. Ci incontrammo molte volte con Altiero. Voglio dire semplicemente questo: imparai molto da lui. Impa‑ rai sempre di più anche leggendo quel che aveva scritto e che non conoscevo, quello che scrisse anche dopo i nostri primi incontri, in modo particolare quella sua autobiografia, un primo volume rimasto poi senza seguito tranne un piccolo fram‑ mento, quel “Io Ulisse, come tentai di diventare saggio”, che resta – io

credo – uno dei libri più alti che siano stati scritti in questi decenni e che vorrei fosse considerato – per usare un termine scolastico – un testo prezioso di educazione civica. Ci incontrammo molte volte, e io mi trovai sempre a mio agio con lui, nonostante il cattivo carattere di cui sempre si parla più o meno scherzosamente e affettuosamente. O meglio, Altiero mi mise sempre a mio agio e in realtà, se io imparavo da lui, a mia volta ero oggetto di osservazione, naturalmente critica, perché credo che nessuno sia stato oggetto da parte di Altiero Spinelli di una osservazione che non fosse critica. Penso che cercasse di ca‑ pire come la pensavano i dirigenti allora più giovani del Pci e credo che cercasse – come dire – di conso‑ lidare le sue “teste di ponte” euro‑ peistiche all’interno del Pci secondo un approccio, secondo un metodo di azione politica che gli era familiare. E credo che abbia seminato e raccol‑ to; che quelle “teste di ponte” si siano rafforzate e che poi il corso degli avvenimenti abbia dimostrato come anche in quel senso l’opera di Altiero sia stata feconda. Vorrò dunque svolgere solo qualche riflessione, su Altiero Spinelli antifascista, su Altiero Spinelli federalista e su Altiero Spinelli politico. Innanzitutto, Altiero Spinelli antifascista. Il carcere, Regina Coe‑ li, a meno di vent’anni; si chiamano dieci anni di prigione, a Lucca, a Viterbo, a Civitavecchia, e poi anco‑ ra sei anni di confino, culminati nel periodo straordinariamente fertile di Ventotene. Ecco, queste cose non si possono cancellare. Il fatto che ci siano stati uomini come Altiero Spinelli, costretti per sedici anni fuori del consorzio civile, costretti al carcere e al confino, dall’età di meno di venti anni a trentasei anni: questi sono fatti che debbono costituire sempre memoria storica viva. Non è acqua passata. Perché

lì sono le sorgenti della nostra vita democratica e della possibilità di ulteriore sviluppo della convivenza democratica nel nostro paese, pur nel confronto aperto ed aspro tra parti politiche contrapposte. Vorrei anche dire che pur se siamo tutti persuasi del fatto che il fascismo è morto, e che come tale non può rinascere, tuttavia bisogna fare, per chi ancora non li avesse fatti, realmente e fino in fondo i conti con quell’esperienza storica, riconoscerne le aberrazioni, rom‑ pere con le nostalgie e le suggestioni autoritarie, e rompere con le radici culturali del fascismo. In questo senso Altiero Spinelli rappresenta un esempio, perché egli è stato innanzitutto comunista, ha vissuto (come tanti hanno continuato a fare dopo di lui) la contraddizione tra uno spirito di libertà e una costrizione ideologica autoritaria all’interno del Pci, dapprima l’ha vissuta senza co‑ glierla come contraddizione, poi l’ha vissuta come contraddizione sempre più insostenibile, e infine l’ha sciol‑ ta attraverso una rottura. E altri dopo di lui hanno compiuto quella stessa esperienza, e addirittura un intero organismo collettivo ha fatto i conti attraverso sofferte revisioni e separazioni con un fenomeno di carattere autoritario quale è stato senza dubbio il comunismo. Ma è così allora che davvero si può giungere alla “cittadella democratica”, come la chiamava Altiero Spinelli, ed essere pienamente credibili per una parte‑ cipazione anche a responsabilità di guida di un paese democratico. Altiero Spinelli federalista. Voglio aggiungere subito federalista europeo. Su questo c’è da ragionare, perché oggi è aperta nel nostro pae‑ se una discussione che forse interes‑ serebbe molto Altiero. Naturalmente capisco che porsi queste domande è sempre un po’ futile: come avrebbe reagito Altiero Spinelli al sorgere di un movimento federalista di massa,


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popolare, comunque con una presen‑ za diffusa nel paese qui in Italia, al sorgere di un movimento federalista che nello stesso tempo non fosse conseguentemente europeista? Noi dobbiamo ricordare con Norberto Bobbio, che ha svolto delle conside‑ razioni molto acute nel ripresentare anni fa il Manifesto di Ventotene, che in realtà di federalismo si può parlare in senso sopranazionale e in senso infranazionale, si può parlare di un aspetto esterno e di un aspetto interno del federalismo, essendo però fuori di dubbio che nella visione di Altiero Spinelli si trattava del primo: il federalismo sopranazionale, dell’aspetto ester‑ no, prevalentemente e addirittura esclusivamente. E una delle chiavi fondamentali del suo federalismo era l’antina‑ zionalismo; i bersagli della sua battaglia federalistica erano la sovranità assoluta e lo statonazione. E questo è l’altro versante su cui forse negli ultimi tempi si sarebbe concentrato l’interesse anche al‑ larmato di Altiero: il risorgere dei nazionalismi, in una parte tutt’altro che trascurabile dell’Europa, sia dell’Europa orientale non più comu‑ nista, non più governata da regimi comunisti, sia della stessa Europa occidentale. Dico questo per sotto‑ lineare che anche in ciò dev’esserci l’insegnamento attuale e lo stimolo del pensiero e dell’azione di Altiero Spinelli, in un momento cioè di frettolose e apparenti conversioni al federalismo spesso strumentali a esigenze immediate di manovra politica. Il vero problema è quello del come concepire, del come si possa concepire e perseguire una riforma in senso federalista dello Stato ita‑ liano nel contesto di un processo di integrazione europea che si voglia indirizzare verso l’Unione. E quindi non si tratta di contrapporre l’euro‑ peismo al federalismo infranaziona‑ le, ma si tratta davvero di riuscire a trovare il punto di congiunzione tra una ricerca innovatrice del nostro assetto costituzionale, dell’ordina‑ mento della nostra Repubblica in chiave regionalista e federalista, e una prospettiva di conseguente

impegno per la costruzione dell’Eu‑ ropa unita politicamente, rinnovata istituzionalmente, al di là dei confini e delle strutture dell’attuale Comu‑ nità europea. E infine, Altiero Spinelli politi‑ co. Perché, scusate per quella che vi può sembrare una ovvietà, ma negli ultimi tempi si sono fatte tante confusioni in proposito che bisogna pur dire molto semplicemente che Altiero Spinelli è stato un politico. Come ben si sa, in vari periodi della storia dell’umanità, ma adesso ve‑ nendo ai tempi nostri, soprattutto in questi anni, i politici non hanno goduto di buona fama, si è teso a

liquidarli in blocco, come categoria perversa. Il solo fatto che ci sia stato un politico di nome Altiero Spinelli ci aiuta a ricordare che ci sono, e ci sono sempre stati, politici di specie molto diversa. E parlo di politica come pro‑ fessione, parlo di politica come vocazione in senso weberiano. Credo che nessuno più di Altiero Spinelli si possa identificare nel ritratto che Max Weber disegna del politico per vocazione. Perché quando egli ci dice che appunto dimostra di avere la vocazione della politica “chi riesca a forgiarsi una tempra d’animo tale da poter reggere anche al crollo


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di tutte le speranze, dimostra di avere veramente vocazione per la politica chi anche dinanzi al crollo di tutte le speranza dica non importa, continuiamo”: questo è il ritratto di Altiero Spinelli. Perché credo che di speranze egli nella sua battaglia di federalista europeo ne abbia visto crollare tante; e però non ha mai gettato la spugna, ha sempre continuato, ha sempre continuato anche talvolta cambiando sentiero, anche talvolta predisponendosi – lui utopista – al massimo di realismo. E quindi io parlo dell’insegnamento di Altiero Spinelli politico guardando al pensiero e all’azione di Spinelli

politico. Mi è capitato di leggere, come sicuramente anche a voi, suoi amici e allievi, che almeno qualcuno è giunto a scrivere che l’eredità di Spinelli si dovrebbe rinvenire più nel suo pensiero che nelle sue azioni. Credo che non si possa accettare questa tesi. Il primo a respingerla sarebbe lui, perché anche le azioni che poi a distanza di tempo possono essere apparse meno fortunate, meno coronate da successo, più lontane dai suoi obbiettivi e dalla sua visione, hanno lasciato il segno, hanno contribuito a costruire quel che fino ad allora si è riusciti a costruire dell’edificio di

una Europa unita. E d’altra parte, voi ricordate che aprendo quel suo libro autobiografico, tra le citazioni iniziali, Altiero Spinelli colloca quella di Meister Eckart: “Se si chie‑ desse ad un vero uomo, ad uno che opera sul proprio terreno: ‘Perché operi la tua opera?’; ebbene, se egli rispondesse rettamente, direbbe solo: ‘Opero per operare’.” E Altiero Spinelli ha operato per operare, essendo guidato da questa grande visione dell’unità europea. Anche la pausa degli anni dell’Istituto Affari Internazionali o dell’insegnamento alla Johns Hopkins di Bologna, è stata soltanto preparatoria di un nuovo periodo di azione, dall’interno delle istituzioni comunitarie, tra alti e bassi, difficoltà, luci e ombre, ma sempre realizzando qualcosa che è rimasto e che rimane. E permettetemi di aggiungere, per concludere, che uno dei più straordinari insegnamenti di Al‑ tiero Spinelli è stato quello di avere portato ad un limite estremo la sua vocazione per la politica, mostrando che si può fare politica anche da solo. Quando torna libero, finito l’ultimo periodo di confino a Ventotene, caduto il fascismo, egli si sente animato da una solitaria fierezza: “Nessuna formazione politica mi attendeva, né si preparava a farmi festa, ad accogliermi nelle sue file. Sarei stato io a suscitare dal nulla un movimento nuovo e diverso per una battaglia nuova e diversa. Una battaglia che io – ma probabilmente per ora solo io – avevo deciso di considerare, benché ancora inesi‑ stente, più importante di quelle in corso in cui andavano ad impegnarsi tutti gli altri”. Si dirà: era straor‑ dinariamente orgoglioso, Altiero Spinelli, animato, sorretto da un alto concetto di sé. Forse è più giusto dire sorretto da una enorme fiducia nella sua missione, al punto da poter compensare quella solitudine. Si può fare politica anche da solo, e forse in certi momenti è necessario farla anche da solo. Dall’intervento di presentazione della Mostra dedicata ad Altiero Spinelli. Milano, Palazzo della Regione, 3 mag­ gio 1994.


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Rischio di un divorzio tra politica e cultura La visione che Amendola espres‑ se della politica da seguire per il Mezzogiorno presentò nei decenni forte coerenza e continuità; se ne possono naturalmente discutere aspetti che oggi appaiono molto segnati dal tempo o – come troppo spesso si diceva per le posizioni di Amendola – ‘unilaterali’, ma non se ne possono mettere in ombra il rigore e il vigore, che ancora colpiscono chi rilegga i suoi interventi. Il suo gran‑ de discorso del Giugno 1950 alla Camera “Con‑ tro la istituzione di una Cassa per il Mezzogiorno” tracciò una strategia che si contrapponeva a ogni impostazione centralisti‑ ca, anche se nelle forme moderne dell’intervento straordinario proposto dal governo dell’epoca, a ogni tendenza tecno‑ cratica, a ogni contrap‑ posizione dall’alto che ignorasse potenzialità di sviluppo dal basso. A quella visione si legarono poi anche le riserve di Amendola su politiche di industrializzazione che egli tendeva a giudica‑ re esterne all’ambiente meridionale, altamente costose e artificiali. Come sinistra di op‑ posizione, giungemmo in periodi successivi a riconoscere i meriti dell’intervento straordinario per denunciandone le degenerazioni, e nell’insieme fummo tra le forze sollecitatrici di iniziative consistenti nel Mezzogiorno da parte delle in‑ dustrie a partecipazione statale pur contestandone le scelte. Ma si deve oggi osservare – riflettendo sulle posizioni e sulle riserve di Amendo‑ la – quanta parte di verità contenes‑ sero e come in qualche modo rendano loro giustizia le recenti elaborazioni e suggestioni sulle politiche di sviluppo

locale da incoraggiare, da sviluppare nelle regioni meridionali. Mi scuso della sommarietà di questi accenni, che avrei voluto po‑ ter sviluppare. Consentitemi ancora di dire con franchezza – partendo sempre da quello ‘storico’ intervento di Amendola del 1950 – che impres‑ siona la caduta di livello culturale del dibattito politico in generale, e di quello sul Mezzogiorno in parti‑ colare. I richiami alla storia della

‘laeder’ – per le quali era essenziale lo sforzo anche personale di appro‑ fondimento culturale e di confronto con le più significative correnti ideali, con gli stimoli e gli apporti del mondo della cultura. (…) Sono persuaso che dal vostro dibattito di oggi verranno impulsi di alta qualità a una rilettura critica del passato, e a una non meno critica considerazione del presente della sinistra nel Mezzogiorno. E mi au‑

questione meridionale e del Mez‑ zogiorno, il senso della continuità di questa storia, le riflessioni sui presupposti di fondo della strategia da seguire, erano segni in equivoci di profondità, di ricchezza e di forza del discorso politico. Il rischio di un vero e proprio divorzio tra politica e cultura è oggi purtroppo già largamente un fatto, rispetto a fasi anche drammatiche della vita nazionale come quelle di cui furono partecipi Giorgio Amendola e tante altre personalità – oggi si direbbe

guro che vengano reazioni convinte alla tendenza prevalsa ai vertici del maggior partito della sinistra a lan‑ ciare ‘segnali’ e ‘messaggi’ al Nord del paese,alla società e all’elettorato del Nord, quasi che i problemi del Mezzogiorno e della conquista dei consensi nel Mezzogiorno fossero ormai quantité négligeable. Dalla Conversazione con Biagio de Giovanni, Giuseppe Galasso e Umberto Ranieri su “Giorgio Amendola e il Mez­ zogiorno. Napoli 2 ottobre 2000.


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Federalismo un banco di prova per il Mezzogiorno

L’attento e disinteressato bilan‑ cio che Enzo Giustino ha tratto di quarant’anni di intervento straor‑ dinario per il Mezzogiorno mi ha ricondotto a vicende che ho intensa‑ mente vissuto in prima persona e in modo particolare a quella della legge di proroga della Cassa approvata nel luglio 1957. Giustino ha ricordato come io svolsi in quell’occasione la funzione di relatore di minoranza e ha puntualmente richiamato al‑ cuni passaggi della mia relazione. Fu un’esperienza per me, giovane deputato, molto impegnativa: e risfogliando gli atti parlamentari dell’epoca, credo di poter dire che mi applicai alla materia – prima nella Commissione speciale che fu appositamente istituita alla Camera, e poi in aula – con grande scrupolo e serietà. Vorrei sottolineare, di quell’esperienza, innanzitutto il significato politico. In sostanza, avendo ricevuto dal mio partito, il PCI, il mandato di seguire quella legge, mi mossi nel senso di non farci condizionare oltre misura dalla scelta di drastica opposizione che nel 1950, rispetto alla istituzione della Cassa per il Mezzogiorno, avevamo compiuto e di cui pure Giustino ricorda, con obbiettività e distacco storico, le ragioni e gli elementi di lungimiran‑ za. (Vorrei qui dire come, accanto alle citazioni di Giorgio Amendola, mi abbiano personalmente toccato quelle di Angelo Raffaele Jervolino per il riferimento alle iniziative uni‑ tarie del “Centro Economico Italiano per il Mezzogiorno”, presso la cui segreteria io feci, tra l’autunno del 1946 e la primavera del 1948, il mio apprendistato meridionalistico). Non ci limitammo a ribadire le tesi e l’impostazione sostenute sette anni prima. Ci misurammo con quel che la Cassa aveva realiz‑ zato, non negammo la consistenza degli interventi effettuati – sia pur mettendo in forte evidenza l’impulso

che era venuto dalle lotte contadine e operaie, dal “movimento per la rinascita del Mezzogiorno” guidato dalla sinistra – e ci sforzammo di cogliere gli elementi di novità e di contraddizione insorti nella realtà meridionale. Di qui partimmo per denunciare i limiti della politica perseguita all’insegna della Cassa, per indicare la portata degli squili‑ bri e dei problemi rimasti aperti (lo facevamo con precisi riferimenti a valutazioni degli stessi ambienti di governo) e per sollecitare modifiche del disegno di legge, nuovi sviluppi della politica per il Mezzogiorno, anche restando sul terreno dell’in‑ tervento straordinario. Prendendo la parola a conclusione della discus‑ sione generale in aula, valorizzai gli emendamenti e gli ordini del giorno da noi presentati come “riprova del carattere non negativo della nostra opposizione”. Fu così che in seguito all’accoglimento da parte del gover‑ no, o comunque dell’approvazione da parte della Camera, di alcune modi‑ fiche e integrazioni da noi proposte, potei annunciare e motivare il voto di astensione del gruppo comunista (si astenne egualmente il gruppo socialista): fatto significativo, indice non trascurabile di un’evoluzione nei rapporti politici dopo gli anni del “muro contro muro”, segno con‑ creto di un approccio realistico e riformistico pur dissimulato da una persistente rigidità ideologica. Il secondo motivo di interesse che il richiamo a quel dibattito del 1957 presenta, è legato ai contenuti nuovi che si ritenne allora necessa‑ rio introdurre nella politica per il Mezzogiorno, alla luce dei limiti re‑ gistratisi fino a quel momento. Enzo Giustino ha ricordato le posizioni no‑ stre – dell’opposizione di sinistra – e non solo nostre, miranti in partico‑ lare a sollecitare interventi pubblici per avviare un consistente processo di industrializzazione: interventi diretti, anche, del sistema delle

partecipazioni statati (fece scalpore l’approvazione dell’emendamento, divenuto “storico”, all’articolo 2 della legge, col quale si vincolarono gli enti a partecipazione statale a destinare il 40 per cento degli in‑ vestimenti totali al Mezzogiorno). Fu in quel contesto che un giovane collega della Democrazia Cristiana, trentenne come me, Elio Rosati, negò che si potesse parlare di una divergenza di fondo, sulla politica per il Mezzogiorno, tra il partito di maggioranza, la DC, e l’opposizione di sinistra: notazione che ho trovato nell’articolo retrospettivo di Enzo Giustino. Mi fermo qui nella rievocazione. E non mi è certo possibile ricostruire in questa sede i meriti rispettivi, le diverse responsabilità e anche gli errori comuni attraverso cui si è compiuta la parabola dell’intervento straordinario, della legislazione e dell’azione di governo per il Mezzo‑ giorno fino all’inizio degli anni ’90. Mi preme soltanto raccogliere il giudizio critico essenziale espresso da Enzo Giustino: il non avere, per decenni, stimolato la società me‑ ridionale ad “assumersi le proprie responsabilità” in termini di auto‑ governo per lo sviluppo, in special modo attraverso le Regioni (quelle a statuto ordinario, dal 1990, e ancor prima quelle a statuto speciale). E a questo punto il discorso diviene di scottante attualità. È stata ormai avviata – nella legislatura che sta per concluder‑ si – una riforma in senso federalista dell’ordinamento della Repubblica, quale venne definito nella Costitu‑ zione del 1948. Personalmente, avrei da esprimere riserve sulle soluzioni sostenute in proposito dalla sinistra e dal centro‑sinistra, e sul modo in cui si è proceduto dopo il fallimento della Commissione bicamerale. Ma quel che mi interessa ora rilevare è come negli anni scorsi si sia troppo fatto sentire nel Mezzogiorno un


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atteggiamento di diffidenza e di timore verso la prospettiva del federalismo. Se nei dibattiti dell’Assemblea costituente si manifestò una parti‑ colare sensibilità e attenzione per il regionalismo – come ha sottolineato Enzo Giustino – proprio in chiave meridionalistica, è un fatto che in tempi recenti hanno pesato in senso opposto sia la deludente esperienza delle Regioni a statuto ordinario in gran parte del Mezzogiorno, e la pesante involuzione di una Regione a statuto speciale come la Sicilia, sia la dirompente campagna e pressione antimeridionale della Lega Nord identificata con un rozzo disegno federalista. Ora, si può comprendere come l’idea di una svolta istituziona‑ le che assegnasse ai poteri regionali un ruolo determinante nella redi‑ stribuzione delle risorse pubbliche e nella gestione di politiche essenziali per lo sviluppo economico e civile, fosse destinata a suscitare preoc‑ cupazioni e timori gravi là dove un modo deteriore di far politica e di governare, clientelismo e burocra‑ tizzazione, avevano condannato le Regioni a livelli impressionanti di inefficienza. Ma si doveva, nel Mezzogiorno, prendere atto dell’im‑ possibilità – divenuta evidente nel corso degli anni ’90 – di difendere o riproporre modelli di politiche e di interventi centralistici dello Stato per la crescita dell’economia e della società meridionale. Occorre oggi quello “scatto” che è finora mancato nelle classi dirigenti e nell’opinione pubblica del Mezzo‑ giorno: l’accettazione consapevole di una svolta in senso federalista come banco di prova – a cui non si può sfuggire – della capacità di autogoverno delle popolazioni me‑ ridionali, della capacità di sviluppo autopropulsivo di questa parte del paese. L’elezione diretta dei Presi‑ denti delle Regioni ha comunque spinto e spinge in questa direzione. E nello stesso tempo occorre seria‑ mente impegnarsi come meridionali e meridionalisti – è stato un errore di fondo non farlo finora o farlo de‑ bolmente – nel confronto tra conce‑ zioni diverse del federalismo, quali si stanno esprimendo nella polemica

politica, nelle posizioni della Lega Nord e del Polo, nei comportamenti di diversi presidenti regionali di destra. È su questo terreno che si debbono misurare forze culturali, sociali e politiche del Mezzogiorno: dando vigore, e concretezza di con‑ tenuti, a una visione di federalismo cooperativo, solidale, unitario, che assuma come obbiettivo fondamen‑ tale il riequilibrio tra Nord e Sud, la valorizzazione piena, più razionale ed equa, delle risorse e delle poten‑ zialità di sviluppo complessivo del paese. Infine, un altro motivo di ri‑ flessione suggeritomi insieme dal‑ l’articolo di Enzo Giustino e da vicende delle ultime settimane. “La società meridionale e le sue istituzioni” – riprendo le conclusioni di quell’articolo – debbono saper “assumersi le proprie responsabili‑ tà” non solo di fronte all’imperativo dell’autogoverno regionale. Deb‑ bono assumersele anche di fronte alla prospettiva dell’allargamento dell’Unione europea. Guai se si cedesse al timore della perdita di finanziamenti e sostegni che potrà derivare da uno spostamento verso l’Est, verso i paesi più deboli che di‑ verranno tra breve nuovi membri a pieno titolo, dell’asse degli interventi previsti per garantire la coesione dell’Unione. Tenderà ad alimentare un simile timore – irresponsabil‑ mente e demagogicamente – la destra e in special modo Alleanza Nazionale; ma tutte le espressioni di un Mezzogiorno consapevole e lungimirante sono chiamate a reagirvi. Si tratta, innanzitutto, di concentrare gli sforzi per l’impiego effettivo e integrale delle risorse messe a disposizione delle regioni meridionali – in particolare attra‑ verso i Fondi strutturali – dall’Unio‑ ne europea di qui alla metà del decennio, e per la concertazione di politiche e di misure compatibili con gli indirizzi della Commissione Prodi. E si tratta di contribuire alla definizione di nuovi orizzonti per la crescita di una Unione più larga e variegata, più aperta anche verso il sud mediterraneo oltre che verso l’est continentale: nuovi orizzonti di interesse vitale per il Mezzogiorno

d’Italia. Ogni contrapposizione a processi storicamente positivi e irresistibili come quello dell’allar‑ gamento, anzi dell’unificazione dell’Europa, potrebbe solo spingerci in un vicolo cieco.


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I problemi della costruzione europea

L’Europa politica attraversa un momento di evidente incertezza e confusione. È il meno che si possa dire della situazione dell’Unione a più di due mesi dal Consiglio di Niz‑ za. Non sono molte le voci che si le‑ vano dai governi dei 15 paesi; quelle che si fanno sentire sono dissonanti, o riflettono divergenze non lievi. Tra le istituzioni dell’Unione – Consiglio, Commissione, Parlamento – non si è ancora avviato un confronto signifi‑ cativo sulla linea da seguire. Parlo ovviamente dei problemi relativi all’avvenire della costruzio‑ ne europea, per usare l’espressione della impegnativa Dichiarazione annessa al Trattato di Nizza. Di quella Dichiarazione, non priva d’altronde di reticenze e ambiguità, si può dare una versione riduttiva o al contrario valorizzare le moti‑ vazioni e le potenzialità. Certo, se si pensa che a Nizza si è trovato un accordo – come ha dichiarato in un’intervista a Le Monde il ministro degli esteri spagnolo – capace di “reggere per vent’anni” e di garanti‑ re che l’Unione “funzioni altrettanto ragionevolmente” a 20, 25 o a 27 membri, si avverte poco lo stimolo

ad affrontare ora interrogativi di grande portata per il futuro. Ma la Dichiarazione adottata dai capi di Stato e di governo ha senso solo se rispecchia la consapevolezza che le risposte della Conferenza Intergo‑ vernativa sono rimaste al di qua di esigenze di ripensamento e di rifor‑ ma poste dalla prospettiva ormai vicina del grande allargamento. Si condivide o no la preoccupazione che i meccanismi decisionali così come sono stati ridefiniti possano in una Unione via via più larga non funzionare, non garantire lo svilup‑ po del processo d’integrazione, e che siano rimaste fuori della Conferenza questioni cui è legato un indispen‑ sabile recupero di legittimazione democratica agli occhi dei cittadi‑ ni, un indispensabile recupero di consenso e di fiducia nelle opinioni pubbliche? La voce che si è finora levata con maggior forza da un governo è stata quella del Cancelliere tedesco. È stato lo stesso clima del Consiglio di Nizza – si deve ritenere – a sugge‑ rirgli la necessità di un chiarimento di fondo sulla condivisione o meno degli obbiettivi da perseguire in comune, delle finalità e degli assetti costituzionali della costruzione europea. Gli ha chiaramente fatto eco il primo ministro belga. Un pieno accordo è stato riscontrato nell’incontro col presidente del Consiglio italiano. E in occasione del vertice franco‑tedesco il Presidente Chirac ha pubblicamente dichiarato la sua convinzione che l’Europa debba approfondire, portare più avanti il processo d’integrazione, e ha finanche manifestato apertura verso l’idea di una “Federazione di Stati‑nazione”. Quest’ultima dichiarazione ha chiaramente corrisposto all’intento di evitare l’accentuarsi di un già visibile divario tra la posizione tedesca e quella francese: ma i termini del dibattito dovranno ben

altrimenti chiarirsi, concretizzarsi, arricchirsi, per uscire dall’equivoco e interessare i cittadini. La forza delle cose spinge per il rafforzamento dell’Europa co‑ munitaria e del suo ruolo sul piano internazionale. È questo il dato che emerge e che induce gli europeisti a un minor pessimismo, se non a un maggiore ottimismo. Le vicende che sono di sicuro maggiormente seguite dalle opinioni pubbliche – da quelle della “mucca pazza” a quelle del governo dei fenomeni dell’im‑ migrazione e dell’asilo, a quelle del sostegno dello sviluppo prevenendo spinte inflazionistiche – conducono tutte all’esigenza di risposte comuni europee. I cittadini lo percepiscono, espri‑ mono nello stesso tempo critica e di‑ sincanto verso l’Europa, e domanda di “più Europa”. Non è impossibile coinvolgerli in un confronto sulle prospettive, e anche sulle forme istituzionali, di un’integrazione più stretta. È questo il compito che spet‑ terebbe, tra l’altro, ai Parlamenti nazionali, alle istanze rappresen‑ tative della società civile, ai partiti europei. Tra breve, la Presidenza svedese dovrebbe annunciare un programma di iniziative in questo senso. Ma a proposito dei partiti euro‑ pei, di cui la Conferenza conclusasi a Nizza ha deciso di rafforzare il profilo e il ruolo, si può sperare che almeno tra i due maggiori – quello Popolare, già riunitosi in Congres‑ so, e quello Socialista, impegnato a preparare il suo Congresso – si instauri una competizione virtuosa, una sfida seria, al di là della pura retorica o propaganda, sul terreno della coerenza europeistica? Ci sarebbe un gran bisogno di contributi nuovi di pensiero e di mobilitazione, da parte di forma‑ zioni politiche che hanno avuto un peso decisivo nella storia della costruzione europea.


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Il voto di maggio. Una tendenza che supera i confini del nostro Paese Appartiene all’identità e alle ambizioni di questa rivista il tenere unite l’osservazione della realtà meridionale e la riflessione sull’Eu‑ ropa, il mettere in luce i nessi sempre più stretti tra le problematiche del Mezzogiorno italiano e gli sviluppi della costruzione europea. E ciò vale anche sul piano strettamente politico: esaminando, ad esempio, in questo momento i risultati delle elezioni del 13 maggio, e gettando lo sguardo anche oltre l’Italia. Certo, a prima vista, la campagna che ha contrapposto l’Ulivo e la Casa delle Libertà e che si è conclusa con la vittoria di quest’ultima, appare un fatto fortemente italiano, intriso di peculiarità non assimilabili ai caratteri di altre situazioni politiche e di altre elezioni in Europa. Il centro‑sinistra ha dovuto af‑ frontare in cinque anni di governo, prove eccezionalmente difficili, ca‑ ratterizzate da pesanti eredità a cui solo tra il ’92 e il ’94 si era cominciato a porre riparo, da forti aspettative di cambiamento e da gravi precarietà istituzionali e politiche. Molte di quelle prove sono state ben superate, ma i limiti incontrati e i successi otte‑ nuti non sono stati sufficientemente “vissuti” dal popolo di centro‑sinistra (ancor più che scarsamente “comuni‑ cati”), la coalizione di governo non ha retto come alleanza politica e non si è consolidata sul piano sociale; mentre sul versante opposto il più anomalo fenomeno di centro‑destra presenta‑ tosi in Europa – il movimento ideato e capeggiato da un personaggio atipico come Silvio Berlusconi – ha coagu‑ lato attorno a sé uno schieramento capace di sedurre e di imporsi nel confronto elettorale. La discussione che si è, dopo il voto, aperta sugli errori, le divisioni, le debolezze politiche originarie e quelle insorte successivamente, dello schieramento di centro‑sinistra, così come sulle diverse componenti della

crescita e della vittoria dell’allean‑ za imperniata sulla leadership di Berlusconi, si fonda certamente su vicende specifiche del nostro paese, il solo negli ultimi decenni ad aver conosciuto crisi e svolte politicoisti‑ tuzionali così profonde. Meno ancora “traducibile” in termini non italiani l’analisi delle differenziazioni per grandi aree territoriali del risultato elettorale, che hanno in ultima istanza rispec‑ chiato la travagliata evoluzione del corpo economico‑sociale nelle varie parti del paese e di una assai fluida pubblica opinione. C’è da ragionare sulle politiche di sviluppo che i gover‑ ni di centro‑sinistra hanno tentato o avviato rispetto al Mezzogiorno, sui ritardi, le insufficienze, gli incerti esiti di quelle politiche, e se si vuole sulle ragioni di una troppo facile presa degli allettamenti che dalla casa delle Libertà (comprensiva della Lega di Bossi!) sono stati rivolti all’elettorato meridionale. Ma bisogna fare attenzione: quel che è accaduto nel Mezzogiorno e in Italia con le elezioni di maggio e attraverso una lunga incubazione della vittoria del centro‑destra, rimanda anche a problemi che si pongono altrove in Europa, o su scala europea. Problemi sociali e culturali: timori ed attese (di diversi strati delle popolazioni) intercettabili da una destra spregiudicata, tenden‑ zialmente populista, efficacemente comunicativa. Esigenze di moder‑ nizzazione e domande di tutela della posizioni acquisite. Preoccupazioni crescenti per il possibile indebolirsi del patrimonio di storie e valori na‑ zionali e locali in cui ci si riconosce, per il ritrovarsi impotenti a influen‑ zare processi decisionali sempre più lontani e indecifrabili. Ebbene, tutto questo sollecita riflessioni e revisioni da parte della sinistra dovunque in Europa, e ha molto a che fare con le

tendenze dell’integrazione europea e con le ricadute del processo di globalizzazione. Parlo in particolare della sini‑ stra, perché è questa la componente dell’Ulivo che esce maggiormente colpita dal voto (senza che ne esca meglio la sinistra “antagonista” di Rifondazione comunista), e perché al livello europeo ci interessa essenzial‑ mente come ci si muove e si discute in quanto partiti socialisti riuniti nel PSE e nel gruppo parlamentare che lo rappresenta a Strasburgo. Le difficoltà dei DS – e dell’altra forma‑ zione collocata nel PSE, lo SDI – sono molto profonde e scaturiscono da una storia antica, precipitata nelle vicende traumatiche degli anni 1991‑1993, ma anche da insufficien‑


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ze ed errori nell’ultimo quinquennio che hanno oscurato il contributo determinante dato all’opera di gover‑ no del centro‑sinistra e gravemente indebolito le basi sociali e l’influenza elettorale soprattutto dei DS. Non si

personalizzazione della politica (che hanno toccato il culmine in Italia). Autentici rigurgiti nazionalistici e localistici di destra, innescati da oscure paure ora particolarmente legate alle prospettive dell’allarga‑

può non partire di qui – anche e spe‑ cificamente nel Mezzogiorno – per individuare le linee di un rilancio della sinistra italiana nell’ ambito del Partito del Socialismo Europeo e nel quadro dell’alleanza dell’Ulivo. Ma non c’è dubbio che abbiamo in Italia sperimentato sulla nostra pelle la complessità di fenomeni e tendenze con cui tutti i partiti socialisti e so‑ cialdemocratici debbono in Europa fare i conti. Fenomeni di profonda mutazione delle figure sociali di riferimento e di inquietudine di diversi gruppi sociali dinanzi a cambiamenti subiti o pa‑ ventati; tendenze non solo difensive ma rivendicative di nuove chance di libertà e di successo individuale. Fenomeni di mediatizzazione e

mento dell’Unione europea e della sua possibile evoluzione sul piano politico e istituzionale (c’è da riflettere, e non superficialmente, sull’esito del referendum in Irlanda). Le reazioni e le scelte dei partiti socialisti a questo insieme di fenomeni e tendenze sono, sul piano europeo, piuttosto diffe‑ renziate, e là dove detengono le più importanti posizioni di governo essi si confrontano con esiti altalenanti in termini di consensi, misurati dai sondaggi di opinione. Clamoroso è stato il successo elettorale del New Labour di Tony Blair: e varrà la pena di analizzare come esso abbia saputo padroneg‑ giare processi sia di diversificazione sociale sia di medializzazione e per‑ sonalizzazione (come, tra l’altro, sia

riuscito ad affrontare l’handicap di situazioni riconosciute di degrado di fondamentali servizi pubblici e socia‑ li). Non si potrà peraltro trascurare il pesante segnale di disaffezione rappresentato da un astensionismo record, e il vantaggio costituito dall’estrema debolezza del partito antagonista. Quel che comunque dalla stessa campagna elettorale del New Labour e personalmente di Tony Blair, e da prese di posizione recenti e impegnative dei socialde‑ mocratici tedeschi e dei socialisti francesi, emerge come esigenza non più eludibile è uno schietto e serio confronto sulla visione del futuro dell’Unione che dovrebbe caratteriz‑ zare il socialismo europeo. In questo senso si stanno compiendo dei passi avanti, ma occorre ancora un forte supplemento di consapevolezza e di determinazione. Tanto più che nel campo opposto del Partito Popolare Europeo, compo‑ sito come non mai, si manifestano in‑ certezze e contraddizioni di fondo. Le forze di quel Partito che innanzitutto sul piano nazionale, in ogni singolo paese dell’Unione, si caratterizzano sempre di più come antagoniste delle forze socialiste e di sinistra, si divido‑ no in questo momento di fronte alla tentazione di assumere, se non come modello, come riferimento suggesti‑ vo il profilo populista e mediatico di Berlusconi nonché l’esempio della sua manovra di alleanza “controllata” con componenti di vecchia estrema destra o di nuova destra radicale. Nello stesso tempo è ancora forte nel PPE l’ancoraggio a una tradizione europeista, che lo porta a significa‑ tive convergenze con la sinistra nel Parlamento europeo, e rispetto alla quale vengono da Silvio Berlusconi segni confusi di tendenziale e stru‑ mentale revisionismo piuttosto che elementi consistenti di un disegno alternativo. Sarà questo, dunque, un terreno importante di analisi delle novità con cui misurarsi e di più netta e coeren‑ te caratterizzazione da assumere in quanto sinistra e centro‑sinistra in Italia. Ci auguriamo che se ne tenga conto nel difficile dibattito appena apertosi segnatamente nei DS.


N di ov c em 20 em br 01 br e e

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Aprire un processo costituente per un’europa più unita e più forte L’esigenza di un ampio dibattito sull’avvenire dell’Unione Euro‑ pea – aperto a tutte le componenti della società civile – è fortemente avvertita dal Parlamento europeo. Sentiamo con particolare acutezza la difficoltà di un rapporto diretto di comunicazione e di dialogo con i cit‑ tadini. La mediazione delle istanze rappresentative della società civile, e il ricorso alle moderne tecnologie di informazione e interazione, ci ap‑ paiono indispensabili per rompere l’isolamento in cui si svolge la nostra attività a Strasburgo e a Bruxelles, e più in generale per coinvolgere ampi strati di cittadini nella riflessione sul processo di integrazione e uni‑ ficazione europea. Il diffondersi nelle opi‑ nioni pubbliche dei nostri paesi, di fenomeni di disaffezione, di diffidenza o di indifferenza verso lo sviluppo dell’Unione, dipende anche da un senso di estraniazione, da un grave impaccio a comprendere e intervenire, da un timore di impotenza dinanzi a decisioni che calino dall’alto. Per superare questi allarmanti fenomeni, per riguada‑ gnare consenso ed impegno attorno al progetto di un’Europa più unita e più forte, è diventato essenziale un dibattito come quello lanciato dal Consiglio di Nizza: un dibattito che attraverso i più diversi canali istitu‑ zionali, sociali e culturali raggiunga il maggior numero di cittadini, penetri nel tessuto profondo delle nostre società, ne stimoli le energie più vive, gli attori più significativi in ogni campo. E occorre quindi dare la prova di un metodo nuovo per la ricerca di so‑ luzioni valide ai problemi cui è lega‑ to l’avvenire dell’Europa, l’ulteriore sviluppo della costruzione europea a cinquant’anni dai suoi inizi. Ci siamo perciò decisamente battuti – come Parlamento euro‑ peo – perché la revisione dei Trat‑ tati, la definizione delle risposte a

interrogativi ed esigenze importan‑ ti, non fossero preparate nel chiuso di gruppi ristretti di rappresentanti dei governi – come si è fatto ancora con la Conferenza Intergovernativa del 2000 – ma scaturissero da un organismo più legittimato demo‑ craticamente, che operi in piena trasparenza e risulti sensibile agli stimoli e agli apporti provenienti dalla società civile. Abbiamo sugge‑ rito che questo organismo fosse una nuova Convenzione simile a quella che lo scorso anno ha elaborato la Carta dei diritti fondamentali del‑ l’Unione, con la partecipazione cioè dei Parlamenti accanto ai governi e alla Commissione. Su tutti gli aspetti concreti dell’istituzione e del funzio‑ namento, dell’agenda e del mandato della Convenzione, proposte precise ed equilibrate sono state formulate dalla Commissione Affari Costitu‑ zionali che ho l’onore di presiedere e approvate a larga maggioranza dal Parlamento europeo in seduta plenaria. Tra le proposte sottolineo qui oggi quella dell’organizzazione, da parte della Convenzione stessa, di audizioni pubbliche negli Stati membri. La partecipazione a que‑ sto processo che possiamo senza enfasi definire costituente, anche se l’ultima parola spetterà ai capi di Stato e di governo riuniti in Conferenza intergovernativa – la partecipazione, ripeto, a questo processo dei Parlamenti dell’Unio‑ ne nel loro insieme riveste la più grande importanza. Parlamenti nazionali e Parlamento europeo sono egualmente rappresentativi dei popoli in seno all’Unione europea; i nostri mandati sono diversi, e quindi diversi sono i nostri ruoli rispetto al formarsi delle decisioni legislative e politiche nell’Unione; ma comune è la nostra missione di garantire più democrazia nella vita e nello sviluppo dell’Unione. Da questa consapevolezza deve scaturire un

rapporto di stretta cooperazione tra Parlamento europeo e Parlamenti nazionali, senza malintese concor‑ renze e fuorvianti sovrapposizioni. Tocca a tutti noi parlamen‑ tari europei e nazionali compiere sforzi congiunti per stabilire un sistema di relazioni con i cittadi‑ ni‑elettori e con le istanze della società civile, che valga a risolvere carenze gravi di informazione e di dialogo sul procedere della costru‑ zione europea, sul lavoro e sulle scelte delle istituzioni su cui si fonda l’Unione. E tocca in larga misura proprio ai Parlamenti adoperarsi perché venga colmato il deficit democratico che ancora inficia il si‑ stema istituzionale europeo, perché si superino le contraddizioni e anche i rischi di implosione che possono diventare fatali in quell’Europa più larga, in quell’Europa unificata che è finalmente divenuta possibile: perché si superino contraddizioni e rischi attraverso un riequilibrio di poteri e di metodi in senso autenti‑ camente democratico. È un’esigenza che coincide con quella di un nuovo, conseguente avanzamento della costruzione europea. Se è vero che lo scena‑ rio mondiale, drammaticamente illuminato nella sua complessità dall’attacco terroristico dell’11 settembre, fa crescere il bisogno e forse anche la domanda d’Europa, è altrettanto vero – questa, almeno, è la convinzione del Parlamento europeo – che un’Europa più unita e più forte non si potrà costruire per via intergovernativa. È il metodo comunitario che va salvaguardato e rafforzato: anche per aprire la strada a quegli sviluppi del pro‑ cesso di integrazione che possano essere perseguiti dai paesi decisi e pronti a spingersi più avanti. Si deve nello stesso tempo riconoscere pienamente il potere di codecisione legislativa del Parlamento europeo, e accrescere le possibilità di con‑


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trollo parlamentare nei confronti delle scelte del Consiglio. Occorre procedere in tutti i sensi sulla via della parlamentarizzazione dell’Unione: passi coraggiosi come quelli richiesti dai tempi che stiamo vivendo saranno tanto più accettati nei nostri paesi quanto più verran‑ no definiti in modo trasparente, col contributo determinante di quanti rappresentano i cittadini per via elettiva. Il passo più coraggioso e simbolico in senso generale sarà l’adozione di una Costituzione eu‑ ropea, come fondamento di tutti gli ulteriori sviluppi della costruzione di un’Europa unita: un fondamento di principi e di obbiettivi in cui i cittadini possano direttamente riconoscersi. Nel sostenere queste posizioni, nell’affrontare in questo modo il dibattito sull’avvenire dell’Unione, ci muoviamo nel solco di una tradi‑ zione europeista che onora l’Italia. Vorrei solo ricordare un momento

lontano che appare oggi particolar‑ mente eloquente in quanto richia‑ ma alla combinazione necessaria fra trasferimenti di sovranità al livello sovranazionale e garanzie di legittimità e controllabilità de‑ mocratica sul piano europeo. Cinquant’anni fa, nel dicembre 1951, Alcide De Gasperi riuscì a far introdurre nel progetto di Trattato per una Comunità europea di difesa l’articolo che prevedeva la costituzione di una Assemblea eletta su base democratica. Dopo un periodo transitorio avrebbe dovuto affermarsi la volontà di creare istituzioni politiche comu‑ ni e innanzitutto un’Assemblea rappresentativa eletta a suffragio universale. De Gasperi mirava a “garantire lo sbocco federativo”, come egli disse apertamente; in Ita‑ lia, Camera dei Deputati e Senato si espressero – anche se in un clima di aspre contrapposizioni – a favore di “un primo nucleo federale tra i paesi

continentali e democratici dell’Eu‑ ropa occidentale, che con maggiore urgenza cercano nell’unione forza salvezza e prosperità e all’unione sono spiritualmente più maturi”. La‑ vorarono insieme a quella proposta, si incontrarono in quella battaglia le personalità diversissime di Alci‑ de De Gasperi e di Altiero Spinelli, lo statista lungimirante e il paladino del movimento federalista, entram‑ bi ne’ meschinamente realisti ne’ astrattamente utopisti. La strada tracciata allora deve essere ancora percorsa fino in fondo: potremo nel prossimo futuro riuscirci se sapre‑ mo esprimere, al di là delle divisioni tra schieramenti politici sulla scena nazionale, la stessa capacità di visione e di azione europeistica di quei pionieri. Dall’intervento alla manifestazione ‘Per l’avvenire dell’Europa’ organizzata dai Presidenti delle Camere. Montecitorio, Roma. 30 novembre 2001.


Ap Mar 20 ri zo 02 le

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La Convenzione. Un progetto democratico, un disegno costituzionale La decisione presa a Laeken dai capi di Stato e di governo di dar vita a una Convenzione – sul modello di quella che nel 2000 ha redatto la Carta dei diritti fondamentali – per elaborare risposte impegnative ai quesiti sull’avvenire dell’Unione europea e quindi sottoporle a una nuova Conferenza Intergovernativa, ha rappresentato un importante successo delle forze europeiste più conseguenti e combattive. Per lun‑ ghi mesi, nel corso del 2001, abbiamo toccato con mano le resistenze e le reticenze di molti governi rispetto alla proposta della Convenzione, avanzata subito dopo Nizza dal Par‑ lamento europeo: sono state neces‑ sarie, via via, le prese di posizione dei movimenti europeisti, della Commissione Prodi, dei governi più sensibili, e infine l’impegno della presidenza belga, per far maturare le condizioni del “sì” che è infine venuto dal Consiglio di Laeken. E un’influenza positiva ha avuto in particolare la convergenza ricercata dal Parlamento europeo coi Parla‑ menti nazionali e sfociata, anche se con qualche difficoltà, nella risolu‑ zione della COSAC di Stoccolma. Ho voluto ricordare questo an‑ tefatto perché è importante partire dal valore del successo che si è otte‑ nuto e dal significato dell’innovazio‑ ne che si è decisa. L’idea stessa della Convenzione è parte del progetto democratico da perseguire in questa fase della costruzione europea. Un progetto democratico che comprende, tra i suoi elementi essen‑ ziali, la valorizzazione della “compo‑ nente parlamentare” dell’Unione: intendendo con questa espressione sia il Parlamento europeo sia i Parlamenti nazionali, entrambi garanti, nei loro distinti e diversi ruoli, della legittimità democratica dell’Unione Europea in quanto Unio‑ ne di popoli, di cittadini e non solo di Stati. Una valorizzazione che con la

Convenzione si traduce in esercizio di un potere costituente condiviso dai Parlamenti con i governi e con la Commissione: quel potere di ri‑ vedere i Trattati – finora riservato ai soli governi, salvo la ratifica da parte dei Parlamenti nazionali – e dunque, oggi, di elaborare un Trat‑ tato costituzionale, equivalente a una Costituzione, pur restando l’ultima parola – ai sensi dell’ancora vigente articolo 48 del Trattato – a una conferenza Intergovernativa. Non dimentico, certo, che per lungo tempo i movimenti europeisti e federalisti, ampie maggioranze nel Parlamento di Strasburgo anche per impulso di Altiero Spinelli, forze politiche di centro e di sinistra come quelle italiane (in particolare col referendum del 1989), avevano rivendicato l’attribuzione al Parla‑ mento europeo di un pieno mandato costituente (e ancor prima si era invocata l’elezione di una vera e propria Assemblea costituente). Ma è stato giusto, credo, prendere atto dell’impossibilità di conseguire quel risultato, e quindi riformulare quel‑ la rivendicazione, sempre mirando a rompere il monopolio dei governi ma associando i Parlamenti nazio‑ nali nell’esercizio di una sia pur non esclusiva funzione costituente. La nostra idea – mi riferisco al rapporto da me presentato e votato a Strasburgo il 7 febbraio – è fare della Convenzione non un espe‑ rimento una tantum per la sola prossima revisione dei Trattati, ma la soluzione, l’istanza, la combina‑ zione – Parlamenti più governi più Commissione – da far valere d’ora innanzi in materia di elaborazioni e revisioni di valore costituzionale. Il progetto democratico che è ormai indispensabile assumere per lo sviluppo dell’Unione comprende nello stesso tempo come elemento non secondario quello della tra‑ sparenza e della partecipazione.

Trasparenza del processo decisio‑ nale e specificamente del processo di formazione delle scelte per la revisione dei Trattati: il metodo seguito ancora per la Conferenza Intergovernativa del 2000 non l’ha in nessun modo assicurata, mentre può assicurarla – come già per la Carta dei diritti fondamentali – il metodo della Convenzione, la pub‑ blicità dei suoi lavori, l’apertura a contributi esterni, il collegamento con la società civile. È molto impor‑ tante che dal primo momento, e fino alla conclusione, si proceda davvero in questo senso, che si dispieghino tutte queste potenzialità: e ciò dipen‑ derà dalla sensibilità e dall’impegno dei membri della Convenzione e del suo presidium, ma anche dalle sollecitazioni e dalle iniziative che verranno da tutti i paesi membri dell’Unione. Molto importante sarà lo stesso sforzo per dar luogo a un in‑ tenso rapporto tra i rappresentanti dei Parlamenti nella Convenzione e i


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rispettivi Parlamenti, informandoli e coinvolgendoli sistematicamente. Desidero ancora soffermarmi sul grande tema della democrazia nell’Unione e su di esso. Non si tratta di agitare in modo ripetitivo la denuncia, o lo slogan, del “deficit democratico”. Di strada se ne è fatto non poca, da quando non c’era nep‑ pure un Parlamento europeo eletto a suffragio universale o da quando un formidabile impulso venne dato con l’approvazione, nel febbraio 1984, da parte dell’assemblea di Strasburgo, del progetto Spinelli. Ma non ci si può di certo ritenere appagati: non si può sottovalutare il dato obbiettivo, e il motivo di disagio, rappresentato dall’insufficiente potere di intervento di istituzioni rappresentative legittimate dal voto popolare nella formazione e nel controllo delle decisioni in diversi campi dell’attività dell’Unione. Né si può sottovalutare la grave difficoltà di comprensione e di partecipazione che tiene i cittadini europei lontani dal modo di operare dell’Unione, e che si traduce in un senso di estra‑ niazione, in un crescente disincanto se non peggio, anche per confusione nelle aspettative cui corrispondono delusioni talvolta immotivate di‑ nanzi ai risultati conseguiti. Di qui

il rischio già emerso di una perdita di consenso per la costruzione eu‑ ropea e perfino di una crescita di oscuri timori. È dunque un imperativo di pri‑ maria importanza il rafforzamento da tutti i lati dell’impianto demo‑ cratico dell’Unione, nella fase nuova che sta per essere segnata da un allargamento senza precedenti e insieme dalla necessaria assunzione di nuove missioni e priorità. Di qui, per quel che riguarda il processo di parlamentarizzazione, le proposte anche di recente votate a Strasburgo per superare i limiti del potere legislativo e di bilancio del Parlamento europeo, per arric‑ chirne le funzioni di indirizzo e di controllo anche nella materia degli attuali secondo e terzo pilastro, per attribuirgli la prerogativa di elegge‑ re il Presidente della Commissione europea – soluzione, quest’ultima, da preferire a quella, propria di un modello presidenzialistico e di una dialettica politica rigidamente bipo‑ lare, della elezione diretta da parte dei cittadini. Sempre nello stesso quadro, le nostre proposte per una stretta cooperazione tra Parlamento europeo e Parlamenti nazionali: la proposta, in particolare, di un vero e proprio accordo interparlamentare che li leghi in un impegno di eserci‑ zio complementare e convergente dei rispettivi, distinti mandati. Il discorso sulla democrazia dell’Unione non può però limitarsi al peso da dare, senza più riserve e remore, ai Parlamenti, alla com‑ ponente, diciamo pure al “sistema” parlamentare europeo. Tra gli altri capitoli da affrontare non meno decisamente, mi limito a richiama‑ re quello della crescita di partiti europei che non siano semplici e flebili aggregazioni di vertice dei partiti nazionali, e più in generale della crescita di una ricca rete di attori politici e sociali su scala so‑ vranazionale, di consistenti spazi di comunicazione e di dibattito pubblico, di un’opinione pubblica europea. Più che presupporre tutto ciò, e presupporre magari la mitica nascita di un popolo europeo, la scelta di una Costituzione europea

può con grande forza sollecitare un tale processo. Già dall’ottobre del 2000, con il rapporto Duhamel il Parlamento di Strasburgo ha elaborato sue proposte puntuali sui caratteri e i contenuti di una Costituzione europea, sul modo di giungere a quel traguardo per la via della sem‑ plificazione e ristrutturazione dei Trattati, sulla necessità di ottenere per via referendaria l’assenso dei cittadini. La base più significativa da cui partire è quella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione, che ha rappresentato uno straordinario balzo in avanti nella costruzione di una cittadinanza europea anche se le resistenze di alcuni capi di gover‑ no hanno impedito di integrarla già a Nizza nei Trattati. Ma non ripeto qui tutte le posizioni e proposte che saranno portate dai rappresentanti del Parlamento europeo al tavolo della Convenzione. Il punto cruciale mi sembra l’assoluta necessità di dare risposte soddisfacenti a tutti gli aspetti del problema della legittimazione e della partecipazione democratica per poter riguadagnare il consen‑ so e il sostegno dei cittadini alla causa dell’integrazione e dell’unità europea. Sarebbe un grave errore ritenere che quella legittimazione possa scaturire di per sé dalla bontà del “prodotto” che l’Unione riesca ad offrire, che quel consenso sia legato solo al soddisfacimento di interessi materiali, al conseguimento di risultati tangibili in termini di benessere, equità e sicurezza, e non anche a delle garanzie di carattere democratico e a delle possibilità di effettiva identificazione di ciascuno con i valori e con i traguardi del‑ l’Unione europea, con la visione che ne guida l’attività e gli sviluppi. La stessa prospettiva ormai così ravvicinata di riunificazione, o di unificazione dell’Europa nel seno dell’Unione, non implica solo adat‑ tamenti funzionali – come quelli ma‑ lamente concordati a Nizza – delle istituzioni dell’Unione, ma una sua rifondazione simbolica, una sua rinnovata finalizzazione, una sua forte riconoscibilità democratica. La


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Convenzione non può non muovere da tre esigenze incontestabili: quella di un governo delle politiche econo‑ miche che integri il nuovo punto di forza rappresentato dalla moneta unica, ne colga le potenzialità e le ponga al servizio di una crescita competitiva dell’economia europea; quella di un ruolo effettivo dell’Eu‑ ropa sulla scena mondiale, richiesto dalla lotta contro il terrorismo inter‑ nazionale ma ancor più dalle tensio‑ ni e dalle incognite che il processo di globalizzazione porta con sé; e quella di un’azione comune a tutela sia della sicurezza sia dei diritti dei cittadini. Sono tre missioni, tre prio‑ rità che conseguono alla eccezionale novità dell’introduzione dell’EURO in 12 paesi e alla drammatica scossa dell’11 settembre 2001. C’è forse già una larga condivi‑ sione di queste esigenze, delle solu‑ zioni a cui tendere, del disegno da ridefinire per il futuro dell’Europa unita? Dico francamente che non bisogna indulgere alle apparenze e alle illusioni: anche se tutti si dichia‑ rano d’accordo sulla parola d’ordine di una Unione non solo efficiente ma più democratica, sull’obbiettivo di una Costituzione europea, e, in sostanza, sulla necessità di “più Europa”. No, tutte queste espressioni risultano ambivalenti e possono alludere a impostazioni addirittura opposte e inconciliabili. Penso sia necessario perciò indicare alcune discriminanti, attorno a cui ruoterà il confronto, l’indispensabile chiari‑ mento e infine, mi auguro, la ricerca di un’intesa nella Convenzione e nella Conferenza Intergovernativa ma non partendo dall’assillo pre‑ maturo del compromesso finale cui giungere, non dando magari per in‑ superabili le posizioni e le resistenze degli interlocutori più chiusi.

Democrazia

C’è chi la invoca per mettere in questione l’intera esperienza comu‑ nitaria e più specificamente i poteri della Commissione come istituzione sovranazionale, quasi che essa, una volta investita dal Parlamento europeo, fosse meno legittimata dei governi che ricevono l’investitura

dai Parlamenti nazionali. La cam‑ pagna che conduce in Italia la Lega Nord contro un pugno di “tecnocrati senza volto” che dettano legge a Bru‑ xelles, contrapponendovi l’appello al popolo sovrano, è una pedestre espressione di questo modo di mi‑ stificare l’esigenza di una Unione più democratica. Ma anche da parte di ambienti politici più qualificati, compresi alcuni capi di governo, si teorizza comunque l’impossibilità di concepire la democrazia se non nel quadro nazionale, si ignora o si svaluta la funzione rappresentativa e la concreta capacità d’intervento del Parlamento europeo, si rimuove il discorso su una prospettiva di de‑ mocrazia sovranazionale europea, nei suoi molteplici elementi, che possa integrarsi con gli storici pre‑ sidi democratici nazionali e anche concorrere a rinvigorirli. Da tale teorizzazione discende tra l’altro la proposta della creazione di una co‑ siddetta seconda Camera composta di parlamentari nazionali, che senza poter soddisfare le giuste istanze di valorizzazione dei Parlamenti nazionali nei rapporti col processo di integrazione configura una grave confusione e sovrapposizione di ruo‑ li ai danni del Parlamento europeo.

Costituzione

Intanto, non è scontato che ci sia già accordo a farla scaturire come risultato della Convenzione e della Conferenza Intergoverna‑ tiva. Le maggiori riserve restano quelle inglesi. Ma anche tra quanti consentono su quell’obbiettivo si colgono sia elementi di adesione solo generica sia elementi di evidente strumentalismo: c’è chi rinvia alla definizione (secondo il proprio par‑ ticolare modello o calcolo) di una Costituzione europea l’accettazione di ogni concreto sviluppo sulla via dell’integrazione, c’è, soprattutto, chi pensa alla Costituzione come strumento per porre limiti insupe‑ rabili all’ulteriore corso del processo d’integrazione se non addirittura come leva per farlo regredire. In questo senso, il nodo è rappresentato dalla ripartizione delle competenze tra Unione e Stati membri, che

andrebbe ridefinita appunto in Costituzione.

Necessità di “più Europa”

Sembra difficile per chiunque sfuggire all’argomento della palese inadeguatezza di risposte nazionali sia alle sfide che le economie anche dei maggiori paesi europei debbono fronteggiare sul piano della competi‑ tività globale, sia alle responsabilità che spettano all’Europa per un più equo e sicuro ordine mondiale. Ma con l’espressione “più Europa” si può intendere più cooperazione inter‑ governativa anziché sviluppo con‑ seguente del metodo comunitario e della dimensione sovranazionale. È perciò venuto il momento di fare fino in fondo i conti con alcune posizioni che penso possano essere solo definite mistificatorie. C’è stata davvero una estensione incontrol‑ lata e abnorme delle competenze dell’Unione, dell’iniziativa della Commissione, dei poteri di apparati tecnocratici, o c’è stato piuttosto un eccesso di normative di dettaglio, un attenuarsi della distinzione tra decisioni politiche e decisioni tecniche, tra atti legislativi e atti amministrativi? Si tratta di stabi‑ lire finalmente una gerarchia delle norme, e di decentrare misure di ap‑ plicazione degli indirizzi fissati con le direttive, o che cos’altro – quali competenze, quali politiche – biso‑ gnerebbe rinazionalizzare, restitui‑ re agli Stati nazionali? Il terreno è estremamente infido. Una cosa è essere rigorosi nella delimitazione delle competenze dell’Unione – ma sapendo guardare avanti, come fa il relatore della Commissione costi‑ tuzionale del Parlamento europeo su questo tema che nell’affermare un criterio di rigore suggerisce tuttavia di includere la politica estera tra le competenze esclusive dell’Unione. Una cosa è essere seri nell’afferma‑ zione e nel rispetto del principio di sussidiarietà – prevedendo anche la possibilità di un controllo giuri‑ sdizionale e aprendo largamente il discorso alla considerazione non solo del livello di governo nazionale ma di quello regionale. Altra cosa


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è invece denunciare una presun‑ ta linea di “sempre più stretta integrazione” – formula che non si trova nei Trattati, i quali parlano solo di “sempre più stretta unione tra i popoli” – e insistere ossessiva‑ mente sulla presunta tendenza alla costruzione, magari strisciante, di un super Stato centralizzato “che sommerga le identità nazionali”. Con tutto il rispetto per qualche illustre uomo di governo, come il pri‑ mo ministro Blair, che agita questo spauracchio (lasciamo stare i le‑ ghisti nostrani che vedono dietro la Commissione di Bruxelles né più né meno che l’ombra di un super Stato “sovietico”), proprio di spauracchio, di falso e strumentale bersaglio si tratta. Si dica chi, quali forze politi‑ che e di governo in Europa perseguo‑ no questo obbiettivo. E se nessuno lo persegue come obbiettivo, c’è forse davvero una tendenza oggettiva, un rischio implicito in quel senso? Lo si dica, lo si dimostri. La verità è che ci sono forze che resistono ancora alla logica di uno sviluppo coerente della dimensione sovranazionale del processo di integrazione europea, mentre il più maturo movimento politico e culturale europeista non contesta la compresenza di una dimensione intergovernativa e tantomeno il per‑ sistente ruolo degli Stati nazionali. Non nega né l’una né l’altro, anche se si oppone alla deriva intergover‑ nativa che è visibilmente in atto e che da alcune parti si vorrebbe accentuare. Il disegno costituzionale che ormai si richiede di definire è quello di uno sviluppo in senso federale dell’Unione europea. La definizione proposta anni fa da Jacques Delors – Federazione di Stati nazionali – può considerarsi valida, a patto che alcuni dei suoi più recenti adepti non le torcano il collo, o meglio non le taglino la testa assumendone il richiamo agli Stati nazionali per ignorarne il soggetto Federazione. Non sono comunque innocenti le accentuazioni di alcuni esponenti dell’attuale maggioranza di governo italiana sugli Stati nazionali come base, come asse da cui far partire

il discorso sul futuro dell’Europa, il disegno dell’Europa del futuro. Non sono solo parole, o riferimenti anacronistici – come quello, che pure si è letto, all’”Europa delle pa‑ trie” cara a De Gaulle – ma possono essere preannunci di posizioni che contrasterebbero radicalmente con la tradizione dell’europeismo ita‑ liano; posizioni che peserebbero in modo grave in una partita destinata a giuocarsi, concretamente, in seno alla Convenzione, su temi come quelli della ripartizione delle competenze tra Unione e Stati membri, dell’esten‑ sione del voto a maggioranza (una maggioranza di Stati che rappresenti una maggioranza della popolazione totale dell’Unione), dei poteri del Par‑ lamento europeo, del ruolo di governo della Commissione. Ci auguriamo che non ci sia un simile allontanamento da enuncia‑ zioni finora condivise, un simile slittamento negativo delle posizioni di maggioranza e di governo, specie tenendo conto del ruolo che può toccare all’Italia nel semestre di pre‑ sidenza dell’Unione se si osserverà il calendario che anche noi conside‑ riamo indispensabile per evitare di giungere senza conclusioni del processo costituente alle elezioni europee del 2004. Ci auguriamo che da parte del centro destra italiano non si diano sponde a nessuna forza politica e di governo di altri paesi, a nessun’altra forza di destra o anche non di destra che voglia ostruire o frenare il cam‑ mino verso la costruzione di un’Eu‑ ropa più unita e più forte. Neanche se dovesse trattarsi dell’attuale go‑ verno britannico. Un governo il cui primo ministro ha preso le distanze, con accenti drastici (nel discorso del novembre scorso a Birmingham), da quelle posizioni che nel passato hanno finito per collocare la Gran Bretagna ai margini del processo di integrazione europea, e che si orien‑ ta, superando un già serio ritardo ma per evitare un più grave errore, a proporre agli elettori l’ingresso nel sistema della moneta unica. Un governo che appare però ancora condizionato, oltre che da pregiudizi alimentati pesantemente dai mezzi d’informazione di quel paese, dai ri‑

flessi di una tradizione storica poco sensibile alle ragioni di una comune impresa europea. Viene fatto di ricordare come fallì, alle origini, nel lontano 1950 il tentativo francese di associare Londra a quell’impresa, come esso si infranse sullo scoglio del rifiuto – da parte del governo e del partito laburista – di qualsiasi forma di autorità sovranazionale, anche perché (argomento che oggi magari non viene rispolverato) avrebbe interferito nell’esperienza socialista britannica. Faccia molta attenzione l’on. Ber‑ lusconi. Il Presidente del Consiglio anche in quanto presidente di Forza Italia non può collegarsi a posizioni retrive su quei temi chiave per il futuro dell’integrazione europea che ho poco fa richiamato e nello stesso tempo dichiararsi d’accordo sulla linea ribadita ancora nello scorso dicembre da quel Partito Po‑ polare europeo di cui si considera parte integrante. Una linea che riflette la continuità dell’impegno europeistico di varie componenti di quel partito e in particolare dei cristiano‑democratici tedeschi, molto vicini su questi temi, nel loro paese, al partito di maggioranza socialdemocratico. Questo orientamento bipartisan di un partner fondamentale del‑ l’Unione europea come la Repubblica federale tedesca, le tendenze euro‑ peistiche sempre vive nella sinistra e in altre forze politiche francesi, i complessi ma non cristallizzati equilibri che caratterizzano l’at‑ tuale dibattito nell’Europa dei 15, le possibilità di dialogo fruttuoso con i rappresentanti dei paesi candidati, insieme con gli indirizzi largamente maggioritari del Parlamento eu‑ ropeo, fanno della Convenzione un campo aperto, anche se difficile, di confronto. È molto importante che l’Italia vi contribuisca dalla parte giusta. In questo senso di certo noi opereremo in quanto Democratici di Sinistra e in quanto forze di centro‑ sinistra – credo di poterlo dire – nel loro insieme, considerandoci a giusto titolo eredi e continuatori del lungo cammino dell’europeismo italiano, nella pluralità delle sue espressioni fin dai primi passi sulla scena del do‑


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poguerra, e nella ricchezza dei suoi sviluppi. Non è arbitrario accostare i nomi di De Gasperi e di Spinelli. Non è arbitrario richiamare la più ampia comunanza di vedute realiz‑ zatasi in fasi successive. Ciò non significa essere acritici laudatori, o ingenui apologeti, dello stato presente dell’Unione, qual è emerso non solo dalle conclusioni di Nizza ma da significative vicen‑ de e prove recenti. Quel che conta però è il punto di vista da cui si esprime un atteggiamento critico, e la direzione in cui si sollecita un cambiamento. Il nostro punto di vista non può essere quello dei non pochi, oggi in Italia, che svalutano il formidabile bilancio di cinquant’anni di Europa comuni‑ taria, rappresentano l’Unione come un mostro burocratico, seminano diffidenza o, in tutte le sfumature possibili, scetticismo. Di fronte alla campagna della Lega Nord nonché ai silenzi o alle ambiguità che vi si accompagnano in altri settori della maggioranza e dell’opinione di cen‑ trodestra, consideriamo un elogio il sentirci tacciati di eurofilia. Sul piano storico ci rammarichiamo piuttosto del ritardo con cui la sini‑ stra, e una sua parte specialmente, scelse il campo dell’europeismo. Né il cambiamento che noi vogliamo può essere quello auspi‑

cato da quanti in realtà pensano a un ritorno al passato: alla difesa della sovranità nazionale in campi in cui è necessario passare a una condivisa sovranità europea, o al suo ristabilimento in campi nei quali essa è stata per buone ragioni già trasferita a un livello più alto. Anche la tutela – in seno all’Unione – dell’interesse nazio‑ nale (quando sia esso, e non altro, in giuoco) è cosa da non confondere con una retorica o delle prove di forza esiziali per lo sviluppo di un’Europa più unita. La nostra “eurofilia”, o me‑ glio la nostra fiducia nella forza della causa europea non è cieca. Siamo preoccupati per l’avveni‑ re dell’Unione: il rischio che si vada verso una paralisi delle sue istituzioni, comunque verso una sua ingovernabilità, o verso una deliberata diluizione del processo di integrazione, è reale. Bisognerà dimostrare di essere all’altezza delle responsabilità dell’Europa e delle fondamentali intuizioni dei pionieri dell’impresa comunitaria. In loro era ben chiara l’idea di una Comunità politica anche quando decisero di cominciare col carbone e con l’acciaio o quando mirarono senza successo a una difesa comu‑ ne. E che si trattasse di gettare le prime basi di una indispensabile

Federazione, fu scritto nel docu‑ mento fondativo di quell’impresa. Il metodo lucidamente indicato da Jean Monnet – affidarsi all’effetto di trascinamento progressivo delle realizzazioni parziali e delle solidarietà di fatto, per giungere all’Unione politica – ha ormai dato tutto quel che poteva, fino alla nascita, “trascinata” dal comple‑ tamento del mercato interno, della moneta unica: è venuto il momento, come ci dice la stessa scelta della Convenzione, di un progetto com‑ piuto, di un disegno costituzionale da perseguire esplicitamente. Se si è esaurito un metodo, non si sono esaurite, anzi si rafforzano rinnovandosi in un contesto sto‑ rico tanto mutato, le motivazioni dell’impegno a costruire un’Euro‑ pa unita secondo un’ispirazione federale. La sfida consiste nel far corrispondere a tali motivazioni e profonde ragioni, nella ricerca di valide soluzioni, un più alto livello di coscienza europea, un più alto livello di comune volontà politica. Dalla relazione al Convegno organizzato dai Gruppi Parlamentari DS – l’Ulivo del­ la Camera e del Senato e dalla Delegazione DS nel Gruppo PSE al Parlamento Europeo (Dall’Euro alla Costituzione europeaIdee e proposte sull’avvenire dell’Unione Europea) Roma, 21 febbraio 2002.


ap Mar 20 ri zo 03 le

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Il difficile approdo di un lungo percorso

Vorrei raccogliere la sollecitazio‑ ne rivoltami da Biagio de Giovanni prima, e da Marco Follini poi, a “raccontare” qualcosa di più sulla “scoperta” della dimensione euro‑ pea, da parte della sinistra italiana, a partire dagli anni ’60. Nel decennio tra il 1947 e il 1957, comunisti e socialisti italia‑ ni furono accomunati dal totale rifiuto verso le nascenti istituzioni comunitarie. Una prima differen‑ ziazione si manifestò in occasione del voto parlamentare sui trattati istitutivi della Comunità Economica Europea, allorquando i socialisti optarono per l’astensione, piuttosto che per il voto contrario. Successi‑ vamente, ebbe luogo una revisione critica netta e profonda, che fu a mio avviso mossa da motivazioni fondamentalmente politiche. La realtà dell’Europa comunitaria che cresceva, rappresentava un dato di fatto di innegabile successo, e spin‑ geva forze politiche così rilevanti ad una assunzione di responsabilità. Tuttavia, in quell’ambito, contarono anche molteplici percorsi intellet‑ tuali personali. Non si dimentichi, tra l’altro, quanto generazioni come la mia furono segnate dalle lezioni della seconda guerra mondiale, e quanto pesasse tra gli anni ’40 e ’50 la questione tedesca. Per quanto mi riguarda, fui molto impressionato da un’opera di Thomas Mann, intito‑ lata “Moniti all’Europa”, pubblicata in Italia nel 1946, che mi fu donata da un amico liberale. A quei tempi non conoscevo nulla dell’apporto del pensiero liberale, particolar‑ mente di Luigi Einaudi, al discorso sull’unità europea; così come, in‑ sieme a tanti altri della mia parte politica, ignoravo completamente la portata del contributo fornito dalle correnti liberali federaliste inglesi nel periodo tra le due guerre, attra‑ verso gli scritti di Lionel Robbins e di altri, i quali, successivamente avrebbero avuto grande influenza

sul pensiero di Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi (che ricevettero quei libri, in carcere, da Einaudi). Più di recente, sono stato partecipe di una certa riscoperta di Benedetto Croce, aldilà della contrapposizione, talvol‑ ta rozza, che per un certo numero di anni caratterizzò il rapporto della sinistra con quella grande e com‑ plessa figura. La “Storia d’Europa” di Croce conteneva in sé una anti‑ cipazione straordinaria, costituita proprio dal riferimento “profetico” alla prospettiva dell’unità europea. Naturalmente il parlare, all’inizio degli anni ’30, di una evoluzione in tal senso come di qualcosa di immi‑ nente, costituiva una sorta di “illu‑ sione ottica”, tuttavia l’anticipazione crociana rimane straordinaria. E la “Storia d’Europa” di Benedetto Croce ha la dedica a Thomas Mann, a testimonianza degli incontri avvenuti tra i due alla fine degli anni ’20, che avevano avuto come oggetto di discussione proprio la prospettiva dell’Europa unita, come reazione alla nascita e allo sviluppo del fenomeno nazista in Germania. Ma, certamente, ancora molto ci sarebbe da raccontare, su quella che, a mio avviso, costituisce tuttora la più grande prova di cecità politica da parte della sinistra italiana. E veniamo alle questioni attuali. Marco Follini si chiedeva se quello che oggi viene definito “allarga‑ mento” dell’UE, non sia in realtà una vera e propria riunificazione politi‑ ca del continente. Io credo che sia più corretto parlare di “unificazione”, dal momento che è storicamente la prima volta che l’Europa si unisce nella pace e nella democrazia. Certo, la parola “allargamento” non rende pienamente il senso della svolta che è in atto. Non si tratta, infatti, semplicemente di estendere qualcosa che è già in essere, come ha opportunamente rilevato Biagio de Giovanni. A tale proposito, da qualche anno sono solito usare il

termine “rifondazione”, nonostante la mia scarsa simpatia per l’uso politico che se ne è fatto in Italia. Ma vi faccio ricorso in una accezione che esclude il ripartire da zero, per quel che riguarda l’integrazione europea: il problema è che occorre rinnovar‑ ne le motivazioni e le finalità, dare risposta ad esigenze pressanti ed ormai ineludibili, come quella di una più convincente ed autentica legit‑ timazione democratica dell’Unione. A questo proposito, il Parlamento europeo ha velleitariamente preteso di essere l’unico rappresentante dei cittadini europei, rivendicando solo per sé un potere costituente. Questo tipo di impostazione è stata successivamente corretta, ed il Parlamento europeo si è battuto, più di ogni altro soggetto, affinché la revisione dei trattati e la scrittura di un nuovo trattato avente valore costituzionale, questa volta fosse affidata congiuntamente ad esso stesso, ai parlamenti nazionali, ed ai rappresentanti dei governi. L’adozione di questo approccio ha costituito poi il nocciolo innovativo della Convenzione. Tuttavia, come giustamente rileva Marco Follini, la legittimazione potrebbe anche avvenire secondo forme dirette di intervento dei cittadini. Una di que‑ ste forme potrebbe essere rappre‑ sentata dal referendum approvativo della Costituzione, ed il Parlamento europeo, sin dall’ottobre 2000, si è pronunciato a favore. Occorre tuttavia capire in che modo un referendum europeo possa essere concepito e realizzato, perché non tutti gli ordinamenti dei Paesi mem‑ bri prevedono un simile istituto, ma anche perché un referendum che sia simultaneo, e i cui risultati siano contati in termini globali europei, è qualcosa che comporta notevoli difficoltà. Per quanto riguarda l’archi‑ tettura istituzionale europea, at‑ tualmente al centro dei lavori della


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Convenzione, credo che occorra seriamente rinnovare le istituzio‑ ni, salvaguardando quello che si è acquisito, e mantenendo aperta la prospettiva dell’integrazione per assolvere come Unione a nuove missioni. La mia preoccupazione è che ci si possa trovare dinnanzi al bivio, richiamato anche da Follini, tra un salto in avanti nel processo di costruzione europea, ed una regres‑ sione o addirittura una dissoluzione. Naturalmente in questo momento non sono in grado di fornire una risposta, neanche facendo riferi‑ mento all’attività della Convenzione, la quale certamente sta segnando punti importanti al suo attivo, ma il cui esito finale è ancora incerto. Prendiamo ad esempio la configura‑ zione della futura Commissione: su questo punto, l’accordo raggiunto a Nizza prevede un commissario per ciascuno dei Paesi membri dell’Unio‑ ne, ma una Commissione così nume‑ rosa è seriamente esposta al rischio di una paralisi istituzionale. Questo rischio è avversato da tutti, ma poi, nei fatti, la ricerca di una soluzione più coraggiosa è cosa assai controversa. Rilevo con piace‑ re che Marco Follini, esponente della maggioranza di governo, condivida le mie preoccupazioni ed avverta la necessità di scelte più “avanzate”. Tuttavia la sua posizione non mi pare coincidere con quella del Go‑ verno italiano, che alla Convenzione, per bocca di Gianfranco Fini, si è invece espresso in termini diversi, e abbastanza ambigui. La doppia pre‑ sidenza che è stata ipotizzata impor‑ ta l’elezione (o, più correttamente, la nomina da parte di 25 persone, Capi di Stato e di Governo) di un Presidente del Consiglio europeo dai compiti fatalmente indeterminati, che creerebbe problemi di “invasione di campo” rispetto all’attività della Commissione e al ruolo del suo Pre‑ sidente. La propensione per questa soluzione rappresenta il segnale negativo della tendenza a spostare l’asse dell’equilibrio tra componente intergovernativa e componente so‑ pranazionale, in favore della prima. Su questo punto, personalmente, ho cercato di tenere in massima consi‑ derazione alcune delle riflessioni

che Biagio de Giovanni ha espresso nel suo libro, (“L’ambigua potenza dell’Europa) polemizzando vigorosa‑ mente contro un federalismo un po’ primitivo ed ingenuo, che non teneva conto di tutta la portata storica del ruolo degli stati nazionali. Tuttavia, quando si parla di un Presidente del Consiglio che si sovrappone al Presidente della Commissione, e quando una simile proposta viene presentata all’insegna di una pretesa supremazia dei capi di governo, al‑ lora c’è di che essere preoccupati. I l pr oblem a della conf ig u‑ razione di un Ministro degli Esteri euro‑ peo attiene alle nuove m i s s ion i dell’Unio‑ ne. All’in‑ circa un anno fa, la neces‑ sità per l’Europa di espri‑ mere, in p ol it i c a estera, un’ unica p o s i z ione attraver‑ so un’unica v o c e, p a r e ‑ va u n pu nt o unanimemente a ccettato. Ogg i vi è il rischio che l’adozione di una poli‑ tica estera comune resti confinata al campo delle buone intenzioni, o peggio, che da qualche parte si affermi l’impossibilità di raggiungere un simile obiettivo per l’insuperabilità delle divergenze attuali e delle tra‑ dizioni storiche dei singoli Stati. Se questo punto di vista prevalesse, gli effetti sarebbero disastrosi. Sotto il profilo istituzionale, l’idea di un Mi‑ nistro degli Esteri europeo, che sia nominato dal Consiglio e che ad esso risponda, ma che sia radicato anche

nella Commissione, è un’idea forte, non uno schema che si propone da parte di federalisti cocciuti. Su que‑ sto punto, un’idea semplice e forte al tempo stesso, è stata espres‑ sa da

Chris Patten, un per‑ sonaggio che, per cul‑ tura e formazione, non può certo rientrare nel novero dei “federalisti cocciuti”. Membro della Commissio‑ ne, già Governatore inglese di Hong


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Kong, conservatore britannico, uomo di grande qualità ed intelli‑ genza, Chris Patten, dinnanzi al Parlamento europeo, facendo riferimento alla appe‑ na consumata la cera‑ zio‑

ne dell’Unio‑ ne d i fronte alla crisi irachena, ha definito la situazione venutasi a creare come la dimostrazione di un dato di fatto essenziale, e cioè che l’intergovernativismo è la via

della mediocrità e della debolezza della politica estera europea. Credo che questa sia la ragione sostan‑ ziale per cui tenere alto l’obiettivo dell’istituzione di un Ministro degli Esteri radicato nella Commissione, che possa disporre di competenze e risorse che sono proprie della Commissione stessa, e che sono essenziali per animare una politica estera, fatta non solo di iniziati‑ ve diplomatico‑politiche, ma che abbia tra le sue com‑ ponenti la cooperazione allo sviluppo, le rela‑ zioni commerciali esterne, e così via. Davvero non so in che modo andrà sciolto questo nodo, e le ul‑ time notizie in proposi‑ to non mi rendono molto ot‑ ti m ista , tuttavia esso sa­ rà uno dei punti sui quali sarà giu‑ dicato il risultato dei lavori della Con‑ venzione. Cer ta men‑ te, Biagio de Gi o v a n n i h a ragione quando afferma che occor‑ re prendere atto del divario esistente tra una Convenzione che spinge verso posizioni avanzate sul fronte politi‑ co‑istituzionale, e una politica che, attualmente, è caratterizzata dalle lacerazioni tra i Paesi mem‑ bri. Questo punto costituisce un motivo di riflessione molto serio, a proposito del quale, limitarsi a dire che bisogna prendere l’ago e il filo e ricucire, al di là della metafora non rende in alcun modo la portata e la sostanza del problema. Le rifles‑ sioni possono essere molteplici: ad

esempio, Charles Grant, un osser‑ vatore inglese dell’European Policy Reform, ha prodotto di recente un paper in cui sostiene che non è vero che negli ultimi anni le politiche degli Stati membri siano state così divergenti, e cita, in quella che credo sia una argomentazione abbastanza appropriata, i casi in cui le posizioni dei diversi Paesi dell’Unione sono ri‑ sultate invece omogenee. Anzitutto, le politiche estere sono state conver‑ genti per perseguire l’allargamento; poi, lo sono state in tema di rapporti con la Russia e con la Cina; e ancora, riguardo alla problematica medio‑ rientale; infine, lo sono state allor‑ quando si è superato lo shock per l’umiliazione derivante del mancato intervento nei Balcani, e si è quindi andati insieme a costruire, in quella tormentata regione, una situazione che oggi è molto diversa da quella che si configurava alcuni anni fa. Al di là di queste considerazioni, tuttavia, non credo possa essere considerato un fatto marginale, che gli Stati membri si siano lacerati riguardo al rapporto con gli Stati Uniti. Il rapporto Europa – Stati Uni‑ ti costituisce un elemento fondante dell’Unione Europea. Non riprenderò tutti i suggerimenti e le suggestioni che sono venute dalla discussione odierna, e particolarmente dall’in‑ tervento di Umberto Ranieri, credo tuttavia che occorra procedere ad una verifica molto attenta delle ragioni delle divergenze. Non si può pensare che sia sufficiente tendere a ricucire le lacerazioni: occorre mettere in campo una visione euro‑ pea dei problemi del nuovo ordine mondiale. In questo senso, un con‑ tributo parziale ma significativo è stato quello offerto dalla recente comunicazione della Commissione Prodi sui rapporti con i cosiddetti “nuovi vicini”. Tale documento è portatore di una strategia europea per i rapporti con la Russia e con i “nuovi stati indipendenti”, nonché con i Paesi della fascia sud del Mediterraneo e del Medio Oriente. Bisogna però andare oltre, e mettere in campo una strategia per la lotta al terrorismo e per i rapporti con i paesi del Golfo, punti rispetto ai quali si registra una certa carenza


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di elaborazione da parte dell’Unio‑ ne. Il Ministro degli Affari Esteri europeo non può essere un signore che faccia la spola tra 25 governi o ministri degli esteri: deve essere un punto di riferimento saldo, re‑ sponsabile di una struttura da cui provengano contributi in termini di visione globale, di strategia e di analisi, che finora sono mancati. Vorrei fare ancora un riferimento ad Altiero Spinelli. In un certo periodo della sua attività, durante il quale fondò anche l’Istituto per gli Affari Internazionali, Spinelli concentrò la sua attenzione sui temi della politica internazionale e dei rap‑ porti Stati Uniti–Europa. Varrebbe la pena riprendere alcuni dei suoi scritti, raccolti in un volume dal ti‑ tolo, “L’Europa tra est ed ovest” (che rende l’idea di quanto la situazione attuale differisca da quella di allora, e di quanto oggi il ruolo dell’Europa non possa che essere profondamente ripensato, anche in rapporto a quella che Biagio de Giovanni definisce la crisi delle forme della comunità in‑ ternazionale). Vi è necessità di una riflessione attenta, anche riguardo alla strategia recentemente assunta dall’amministrazione americana, e che era in realtà in gestazione da molti anni. A tale proposito, è diffici‑ le stabilire se essa sia una strategia destinata a consolidarsi nel lungo periodo, e a mettere in crisi tutte le forme storiche della comunità inter‑ nazionale. Henri Kissinger, nel suo ultimo libro, dal titolo “Ha l’America bisogno di una politica estera? ” che è precedente all’11 settembre, e che non è stato pubblicato in Italia, com‑ pie un bilancio molto problematico del confronto, che ha attraversato tutta la storia degli Stati Uniti e tutte le presidenze americane, tra jackso‑ nismo e wilsonismo. Si tratta di due grandi correnti di pensiero, porta‑ trici di due opposte interpretazioni del ruolo degli Stati Uniti del mondo, una delle quali, per molti anni, ha caratterizzato la politica degli USA come politica che contribuiva alla fondazione di un ordine multilate‑ rale: personalmente non credo che le istanze da essa espresse siano andate dissolte per sempre. Nel corso delle recenti vicende,

probabilmente sono stato troppo impegnato in una polemica in difesa dell’ONU, per poter accettare una suggestione eccessivamente critica riguardo alla possibile persistenza di questo essenziale punto di rife‑ rimento. Tuttavia, resto convinto della mia posizione: è assolutamente attuale, sebbene in termini nuovi, la proiezione dell’esperienza del periodo tra le due guerre, nella Carta delle Nazioni Unite e nella caratterizzazione delle Nazioni Unite, perché l’elemento essenziale è stato quello di evitare che si ripro‑ ponessero comportamenti di inerzia e di irresponsabilità davanti alle minacce alla pace e alla sicurezza internazionale, o alle violazioni del‑ la pace e dell’ordine (anche in senso giuridico) internazionale. Natural‑ mente, se si è convinti di questo, e quindi della validità del cap. VII della Carta delle Nazioni Unite, che prevede anche il ricorso alla forza, bisogna essere conseguenti, e dare alla dimensione militare e di difesa della politica estera e di sicurezza europea, il peso che essa richiede, allo scopo di evitare che si istitui‑ sca una contrapposizione falsa ed insostenibile tra una America “mar‑ ziana” ed un’Europa “venusiana”, come diceva poc’anzi Marco Follini. Il punto essenziale è, però, che la valutazione delle minacce e la scelta del ricorso alla forza, deve apparte‑ nere alla collegialità del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, e deve pertanto inserirsi in una visione multilaterale anche delle situazioni di minaccia e di crisi. Vorrei aggiungere molto breve‑ mente qualcosa a proposito dell’asse franco tedesco, questione che sem‑ bra appassionare molto Biagio de Giovanni. Francamente non credo che la solenne celebrazione dei 40 anni del Trattato dell’Eliseo abbia realmente segnato un atto di nuova nascita dell’asse franco‑tedesco, anche perché la maggiore ambiguità di questo incontro si è mostrata proprio sulla concezione dell’Europa unita e sui temi dell’integrazione europea. C’è poi una questione che non è di merito, bensì profondamen‑ te politica: l’idea che si possa come una volta dettare in due le soluzioni

mi pare ormai insostenibile. Una volta ciò poteva avvenire, anche per la forza egemonica di chi se ne rendeva fautore. Quando, alla vigilia di Maastricht, arrivava una lettera a firma di Kohl e Mitterand, non si imponeva nulla, ma si esercita‑ va una influenza determinante… Di recente ho partecipato ad un convegno, in cui è intervenuto an‑ che Geremek, grande intellettuale polacco e fautore dell’integrazione europea, il quale ha affermato con forza la volontà del suo Paese di andare decisamente avanti sulla via dell’integrazione, senza porre, per esempio, nessuna obiezione alle cooperazioni rafforzate, anche nel campo della difesa. Egli ha altresì af‑ fermato, con riferimento alla presa di posizione degli Otto, che chi se ne è lamentato, non si è posto il problema di sentire al momento giusto cosa essi ne pensassero. Io credo che non sia stato solo un errore di metodo, ma una prova di incomprensione di quanto sia cambiata l’Europa, e su questo si dovrà lavorare molto. Vi sono poi aspetti di carattere più specificamente culturale e scien‑ tifico, su come concepire la Costitu‑ zione che sta per nascere. Il tema dell’identità europea costituisce un grande campo di dibattito e ricerca per i più giovani, e personalmente sono molto confortato dal fatto che in tante recenti occasioni alle quali sono intervenuto, ho riscontrato un grande interesse per questa temati‑ ca, soprattutto da parte dei giovani. È su questo principalmente dobbia‑ mo fare affidamento, oltre che, na‑ turalmente, sull’opportunità offerta dal semestre italiano di presidenza dell’Unione Europea. A tale proposi‑ to, capisco quel che dice Follini, sulla propensione europea di tutte le forze politiche: ma in questo momento, in concreto, tutta l’Europa si chiede quale sia la posizione del Governo italiano. A questa domanda né io né altri possiamo dare risposta! Sintesi sommaria (fanno fede solo i testi pro­­nunciati. N.d.r.) della conversazione tenuta alla Libreria Feltrinelli di Napoli il 14 aprile scorso in occasione della presen­ tazione del libro Europa politica. Il difficile approdo di un lungo percorso. Giorgio Na­ politano. Donzelli Editore. 2003.


L Ag ug l 20 os io 03 to

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Una democrazia sovranazionale?

Il teorico della poliarchia, Robert Dahl, già nel 1990, in un libro per così dire ricapitolativo della sua vi‑ sione della storia e delle prospettive della democrazia, si chiedeva se alla prima e alla seconda trasformazione democratica stesse per succederne una terza. La prima si ebbe con le città‑stato greche, romane e del‑ l’Italia medievale e rinascimentale, le cui ridotte dimensioni offrivano possibilità di democrazia assemblea‑ re, di partecipazione diretta, che il passaggio alle dimensioni degli Stati nazionali avrebbe annullato. Quel passaggio segnò appunto la seconda trasformazione demo‑ cratica: “Ci troviamo ora – Dahl si domandava – nel mezzo di un altro sensazionale accrescimento delle dimensioni della sfera decisionale? Sarà questo cambiamento altret‑ tanto importante per la democrazia quanto il passaggio dalle città‑stato agli Stati nazionali? La terza tra‑ sformazione somiglierebbe allora alla seconda, trasportata su scala mondiale. Per effetto dell’esten‑ sione dei processi e delle decisioni transnazionali, i governi nazionali tendono a diventare governi locali”. In un successivo libro, del 1998, Dahl ritornò sull’importanza delle dimensioni in democrazia, smitiz‑ zando le possibilità di partecipazione diretta dei cittadini e richiamando la osservazione di un pensatore francese, che influenzò profonda‑ mente Jefferson: “La democrazia rappresentativa è democrazia resa praticabile nel lungo periodo e su un territorio esteso”. Praticabile anche su scala ultranazionale? Dahl non nasconde – dinanzi al processo di globalizzazione – il suo scetticismo sulla possibilità di democratizzare, di controllare democraticamente le organizzazioni internazionali, le decisioni prese a quel livello; scetticismo che egli motiva anche con la considerazione, per la verità un po’ sommaria, del “gigantesco

deficit democratico” che persiste‑ rebbe nell’Unione europea. Egli era stato in effetti più positivo nei suoi precedenti giudizi sull’esperienza della Comunità europea, che gli era sembrata “possedere un gene di crescita sopranazionale” anche sul piano delle istituzioni democratiche, così da poter “dar vita a una specie di poliarchia transnazionale”. Tendo a far mie queste più positive valu‑ tazioni sulle possibilità di sviluppo in senso politico democratico del processo di integrazione europea: è questa d’altronde la scommessa che ha motivato la Convenzione nell’ela‑ borare un progetto di Costituzione. Vorrei esser chiaro: se neghiamo ogni ipotesi di democrazia sovrana‑ zionale, non possiamo trovare rispo‑ ste valide all’esigenza di superare il deficit democratico della costruzione europea. Considero culturalmente rozza e politicamente rinunciataria la posizione di chi vede come solo quadro democratico possibile il quadro nazionale. Se si dovesse accedere a questa posizione, non resterebbe, per supe‑ rare il cosiddetto deficit democratico dell’Unione, che puntare sul ruolo dei Parlamenti nazionali. Ora, a questo proposito, rilevo che il pretendere di recuperare funzioni e poteri fatalmente perduti dai Parlamenti nazionali con il procedere dell’in‑ tegrazione europea, è velleitario e nello stesso tempo fuorviante. Ancor più velleitario nel momento in cui nel progetto di Costituzione si sancisce – nella chiarezza delle rispettive competenze, ed escluden‑ do un’espansione “strisciante” delle competenze dell’Unione – che ven‑ gano “comunitarizzate” politiche, come quelle appartenenti all’area degli affari interni e di giustizia, che erano rimaste finora affidate al metodo intergovernativo. Se è vero che esse erano prima sfuggite al controllo tanto dei Parlamenti nazionali quanto del Parlamento

europeo, non c’è dubbio che in tempi brevi potranno e dovranno ricadere sotto il controllo del Parlamento europeo, chiamato a codecidere legislativamente in quelle materie. Non c’è prospettiva di un ritorno di responsabilità entro il quadro nazionale, se non per l’aspetto, pe‑ raltro importante, di un accresciuto intervento e controllo dei Parlamenti nazionali rispetto alle decisioni che i rispettivi governi sono chiamati ad assumere nella sede del Consiglio, titolare con il Parlamento europeo del potere legislativo. Sono stato e resto un fautore con‑ vinto della parlamentarizzazione dell’Unione come parte importante della sua costituzionalizzazione e democratizzazione. E parlamentarizzazione signifi‑ ca valorizzazione di una dimensione o componente parlamentare, che abbracci insieme il Parlamento europeo e i Parlamenti nazionali. Debbono, l’uno e gli altri, condividere il potere costituente (inteso finora come potere di revisione dei Trattati, ovvero di stipula di nuovi Trattati) con i governi nazionali, che ne han‑ no avuto il monopolio ancora nella elaborazione del Trattato di Nizza del 2000 lasciando ai Parlamenti nazionali un semplice potere di rati‑ fica. Quel monopolio è stato rotto con la creazione della Convenzione, nella quale la maggioranza dei membri era costituita dai rappresentanti dei Parlamenti; alla preparazione, secondo questo nuovo metodo, del‑ l’attuale progetto di Costituzione, corrisponderà probabilmente l’isti‑ tuzionalizzazione del ricorso alla Convenzione anche per le future revisioni della Costituzione. Vedo anche qui un germe di democrazia sovranazionale, anche se davvero originale e singolare per il modo in cui si integrano ruoli e poteri di istituzioni sovranazionali – il Parla‑ mento e la Commissione europea – e di istituzioni nazionali, Parlamenti


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e governi (per quanto il processo innescato dalla Convenzione cul‑ mini nelle decisioni finali di una Conferenza Intergovernativa). Resto contrario a ogni forma di interferenza dei Parlamenti nazionali nell’attività legislativa europea – di qui anche le mie riser‑ ve sull’ambigua innovazione del “meccanismo di allarme precoce” concesso ai Parlamenti nazionali nei confronti delle proposte di legge della Commissione europea – e attri‑ buisco invece grande importanza a tutte le forme ipotizzabili e regolabili di cooperazione tra Parlamento eu‑ ropeo e Parlamenti nazionali, nella distinzione delle rispettive funzioni e responsabilità. Non credo possano esserci dubbi sul riconoscimento del Parlamento europeo come istituzione sovra‑ nazionale per eccellenza e come principale garante della legittimità democratica dell’Unione. Le riserve che di tanto in tanto vengono ripe‑ tute sull’effettiva legittimazione democratica del Parlamento europeo appaiono sempre più pretestuose. A partire dal momento in cui si decise di eleggerlo direttamente, a suffragio universale, le riserve sono state talvolta motivate con il modesto tasso di partecipazione alle elezioni: argomento rischioso, per‑ ché impugnabile nei confronti degli stessi Parlamenti nazionali, dinanzi a un tasso calante di partecipazione anche a queste elezioni benché supe‑ riore a quello delle elezioni europee. Altra considerazione, in qualche misura valida nel passato, è quella della limitatezza dei poteri legislati‑ vi, di investitura dell’esecutivo e di controllo, riconosciuti al Parlamento europeo: ma tale condizione è venuta cambiando profondamente, almeno a partire dal Trattato di Amster‑ dam, e cambierà ulteriormente con il nuovo Trattato‑Costituzione. Significa questo che può con‑ siderarsi risolto l’aspetto critico, sottolineato da Dahl, delle difficoltà per lo sviluppo della democrazia implicite nell’accrescimento delle dimensioni della sfera decisionale? Certamente no, perché – al di là di quelli che possiamo considerare elementi di crisi comuni alle istitu‑

zioni di democrazia rappresentativa a qualsiasi livello – la dimensione europea (non parliamo di quella mondiale) è tale da rendere pro‑ blematico il rapporto tra eletti ed elettori, ben più di quanto lo sia rispetto ai Parlamenti nazionali. Si possono, io credo, tentare delle strade finora non sperimentate, per consentire ai cittadini‑elettori di riconoscersi maggiormente nei loro rappresentanti nel Parlamento euro‑ peo, ma non entrerò qui nel merito di indicazioni troppo specifiche. Desidero invece brevemente allargare il discorso ad altri punti essenziali per la crescita di una democrazia sovranazionale. In un recente bel volume curato da Gu‑ stavo Zagrebelsky, è Habermas che

affronta il tema, nel contesto di un ricco e articolato contributo energi‑ camente europeistico. Egli afferma, tornando su una formula che gli è cara: “Il deficit democratico può essere superato solo se si origina una sfera pubblica europea, nella quale si radichi il processo democratico”. E aggiunge che essa “può originarsi solo attraverso l’apertura reciproca dei circoli comunicativi delle arene nazionali”. Dall’aspetto “sfera pubblica eu‑ ropea” non può, io credo, separarsi quello dello sviluppo di attori politici (i partiti) e sociali (tutte le rappre‑ sentanze di interessi) che acquistino un profilo effettivamente europeo. Il da me già citato Robert Dahl aveva parlato della necessità di creare “un


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equivalente europeo del contraddit‑ torio politico nazionale in cui si con‑ frontano i partiti e i singoli” in gara per la gestione del potere pubblico. Habermas ipotizza che – ove si passi a forme di tassazione europea per il finanziamento dell’Unione – “gli interessi organizzati si uniscano scavalcando le frontiere nazionali”. Peraltro, il quadro di riferi‑ mento per Habermas è quello di “un sistema politico multilivello” (espressione analoga all’altra, già più diffusa, “sistema di governo mul‑ tilivello”). Egli richiama lo “sfondo storico” che “potrebbe preparare la via al passaggio a una democrazia postnazionale, la quale si basi sul riconoscimento delle differenze tra le orgogliose culture nazionali”: né

“assimilazione”, dunque, né “mera coesistenza”. Personalmente dubito che il termine più appropriato sia “postna‑ zionale”, o quello suggerito da Biagio de Giovanni “poststatuale”: in una fase storica che vede il persistere, come realtà non residuali, delle nazioni e degli Stati, degli Stati na‑ zionali, credo che si debba definire più classicamente “sovranazionale” una prospettiva di democrazia europea. Ma da tutto quello che sono venu‑ to sostenendo, anche rifacendomi ad Habermas, emerge la visione non già di una sostituzione di forme di vita democratica e di istituzioni nazio‑ nali con forme di vita democratica e istituzioni sovranazionali, ma di

un’integrazione tra le une e le altre. Un’integrazione che veda “inclinarsi l’asse della politica verso Bruxelles e Strasburgo” (ancora Habermas), ma senza negare una molteplicità di livelli del sistema democratico e non cancellando, bensì rinnovando e arricchendo lo stesso quadro storico delle democrazie nazionali. Credo che un tale approccio sia sufficientemente realistico e piena‑ mente sostenibile. L’evoluzione in senso politico sovranazionale della costruzione europea rappresenta un’esigenza e una tendenza non resistibile: c’è da augurarsi che i capi di Stato o di governo vi facciano corrispondere una manifestazio‑ ne coraggiosa di volontà politica quando decideranno, al tavolo della Conferenza Intergovernativa, le sorti del progetto di Costituzione elaborato dalla Convenzione. È que‑ sto il modo in cui si è proceduto nei cinquant’anni trascorsi dall’avvio dell’esperienza comunitaria: ogni passo avanti sulla via di una “unione più stretta”, di un’integrazione più profonda, non ha obbedito a uno schema astratto, è stato invece dettato da una necessità intrinseca del processo di costruzione di un’Eu‑ ropa unita e forte; e tuttavia non si è mai compiuto automaticamente, ma ha richiesto ogni volta un atto di volontà politica. Sarebbe grave se questo mancasse in un momento così cruciale. L’approccio che suggerisco, la visione di un’integrazione tra forme di vita democratica e istituzioni nazionali e sovranazionali, presenta una sua realistica gradualità. Sap‑ piamo che la questione di fondo resta quella del superamento – voglio ricordare il contributo critico e l’appello in questo senso di Federico Mancini – dell’origine pattizia della costruzione comunitaria, per libe‑ rarla dall’impronta e dai vincoli del diritto internazionale. È d’altronde questa la questione attorno a cui ruota l’interrogativo sulla natura del testo – Costituzione o ancora una volta Trattato – che sarà licenziato dalla Conferenza Intergovernativa. Sintesi della comunicazione al Convegno della Fondazione Basso. Roma, 8 luglio 2003.


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Piero Sraffa e Antonio Gramsci

Il rapporto tra Piero Sraffa e Antonio Gramsci nasce, come si sa, negli anni del primo dopo‑ guerra a Torino – dove entrambi risiedevano – attorno al periodi‑ co “Ordine nuovo”. Della partecipazione di Sraffa all’attività del gruppo degli studenti socialisti torinesi, cui aveva aderito, e alla vita redazionale dell’”Ordine nuovo”, non sono rimaste tracce precise. Sraffa collaborò certamente al settimanale con “corrispondenze” da Londra – dove già si recava per ricerche, giovanissimo economista, nel 1921: si ricorda in particolare il suo scritto, apparso sull’”Ordine nuovo” del 5 luglio di quell’anno,  sul movimento  dello “Open Shop Drive” e sulla condizione delle lotte operaie in America. Negli anni successivi, pur staccandosi da Torino e dal‑ l’ambiente politico, Sraffa continua a seguire l’e­volversi della situazione in Italia e il dibattito – interno al mo‑ vimento operaio – sulla lotta da con‑ durre contro il fascismo al potere. Ne è prova la lunga lettera indirizzata all’”Ordine nuovo” e pubblicata nel numero del I‑15 aprile 1924. Credo la si possa considerare l’unico scritto politico, nel senso pieno dell’espres‑ sione, di Piero Sraffa. Egli pone in quella lettera un problema di fondo: “La questione urgente, pregiu­diziale a qualsiasi altra, è quella della “li‑ bertà” e dell’“or­dine”: dopo verranno le altre… Ora è il momento delle opposizioni democratiche e mi par necessario lasciarle fare e magari aiutarle… Mi pare che sia un errore il mettersi apertamente contro di esse e insistere troppo (come fa, per esempio, “l’Unità”) nella derisione della “libertà borghese””. Sraffa aggiunge di non ritenere questa sua opinione “inconciliabile con l’essere comunista, sia pure indisciplina‑ tamente”. La conclusione è molto personale e aperta: “Ho visto con commozione vera il primo numero dell’“Ordine nuovo”. Io spero che,

come già nel ’19, saprà trovare la parola d’ordine che oggi manca e che occorre”. Sono parole che, rilette ancor oggi, danno il senso di un legame politico profondo: e non a caso la risposta di Gram­sci, pur severa‑ mente critica, si rivolge con grande attenzione e impegno a Sraffa come “vecchio abbonato e amico del‑ l’“Ordine nuovo”” (Gramsci segnalò, per la sua importanza, lo scritto di Sraffa in una lettera da Vienna a Togliatti,  Scocci­marro,  Leo­net­ti). Do­po aver sviluppato un’assai ampia argomentazione, la risposta termina con espressioni di fiducia e amicizia: “Gli intellettuali come l’amico Sraffa che non si sono lasciati travolgere dal fascismo, che in un modo o nel‑ l’altro non hanno voluto rinnegare il loro atteggiamento degli anni ’19 e ’20, possono trovare nuovamente nell’“Ordine nuovo” un centro di discussione e di raccoglimento”. Sraffa non a­vreb­­be mai rinne‑ gato, nel corso di tutta la sua vita, le scelte ideali e politiche che lo avevano legato a Gramsci. È ben noto che Keynes, al quale Sraffa si era presentato – munito di una lettera di Gaetano Salvemi‑ ni – nel dicembre del 1921 a Londra, gli chiese di scrivere per l’Economic Journal un articolo sulla crisi bancaria in Italia e un altro sullo stesso tema per il supplemento del Man­chester Guardian Commer‑ cial, che lo pubblicò il 7 dicembre 1922. Fu quest’ultimo a provocare una furiosa reazione di Mussolini, indirizzata al padre di Piero. Al‑ l’invito che di conseguenza Keynes gli rivolse a recarsi per un breve periodo a Cambridge, Piero non poté corrispondere perché fu bloccato alla frontiera. Le relazioni sul piano culturale e personale tra Sraffa e Keynes si intensificarono a partire dal 1924; nel 1926 Piero venne chiamato a insegnare all’Università di Cagliari, ma era lecito nutrire

una fondata preoccupazione per le difficoltà che gli avrebbe creato il fascismo, a causa – nota Skidelsky nella biografia di Keynes – delle “sue notorie simpatie socialiste” e della “sua amicizia con il leader comuni‑ sta Antonio Gramsci”. Keynes aiuta dunque Sraffa a riparare in Inghil‑ terra nel 1927 e a mettere radici nel mondo universitario di Cambridge, da cui Piero non si sarebbe mai più distaccato. Il trasferimento a Cam‑ bridge non si risolse però in nessun modo in distacco dalla figura e dalla causa di Antonio Gramsci. Il rapporto con Gramsci in car‑ cere inizia nello stesso 1927, quando Piero si reca a visitarlo a San Vittore, presentandosi come “un compagno di scuola”, e apprende dell’odissea della sua traduzione da Ustica a Milano; vicenda che denuncerà in una vibrata lettera al direttore del Manchester Guardian, pubblicata il 24 ottobre di quell’anno con la firma “An Italian in England”. È solo l’inizio di una vicenda che durerà 10 anni e che presenterà un duplice risvolto: l’aiuto, in tutte le forme possibili e in tutti i sensi – vi tornerò – all’amico prigioniero del fascismo, e i tentativi volti a ottenerne la liberazione e a salvarne la vita. Ho detto “aiuto”: ma è termine davvero troppo debole per racchiu‑ dere la molteplicità e l’intensità degli sforzi dispiegati da Sraffa per alleviare la condizione materiale e psicologica di Gramsci in carcere. In primo luogo nel senso della vicinan‑ za umana. Si può parlare di un vero e proprio compenetrarsi di Sraffa con la problematica famigliare di Gramsci, con il suo travaglio per la salute della moglie Giulia e per le difficoltà delle relazioni tra loro. Si resta colpiti dalla sensibilità e affettuosità di Piero: nell’estate del 1930, in occasione di un viaggio a Mosca, si reca a far visita a Giulia ricoverata in una casa di cura, e Gramsci si emoziona nell’appren‑


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dere che Piero ha portato dei regali al figlio Delio, al quale già a Roma egli aveva donato un giocattolo a cui – il padre ricorda – il piccolo si era molto “interessato”. Dalla pub‑ blicazione delle Lettere dal carcere di Gramsci – che già nell’edizione del 1975 ne comprendeva alcune indirizzate a Sraffa nel ’26 e nel ’27 e rimaste fino al ’75 inedite – risulta che Piero corrisponde, all’inizio, a richieste anche di generi di elemen‑ tare utilità; c’è tra i due un’intimità affettuosa: “Ti scriverò spesso, se ciò ti farà piacere – scrive Antonio – per illudermi di trovarmi ancora nella tua gradita compagnia”. Successivamente Sraffa si ado‑ pera a più riprese – a mano a mano che le condizioni di salute di Gram‑ sci si aggravano – perché ottenga visite di un medico di fiducia. Ma non meno importanti sono altri profili dell’aiuto che Piero garantisce a Gramsci. Soprattutto quello del decisivo intervento a risolvere il problema – che “spe‑ cialmente mi preoccupa”, gli scrive Gramsci – “dell’abbrutimento intel‑ lettuale”. Dall’offerta di un conto corrente illimitato presso la libreria Sperling & Kupfer di Milano, alla quale richiedere ogni sorta di libri e di riviste, alla sollecitazione e al dialogo culturale su molteplici temi e filoni di studio, emerge un ruolo decisivo nel “rendere possibile a Gramsci” – come ha scritto Eric Hobsbawm – “leggere e pensare in prigione”. Piero indica all’amico libri da leggere o gli dà riferimenti bibliografici, fa da tramite per ricer‑ che che lo interessano, partecipa a discussioni con lui sui più diversi argomenti, si compiace della sua curiosità sul pensiero di Ricardo, stimolata in Gramsci dalla notizia della edizione delle opere di Ricardo a cui Sraffa stava attendendo (si vedano le lettere di Piero a Tatiana, indirizzatele nel 1931 e donate al PCI nel novembre 1985 da Giuliano Gramsci, secondogenito di Antonio, che le aveva conservate a Mosca. Si tratta di un gruppo di lettere molto significative sia sotto l’aspetto della vicinanza umana a Gramsci e a Giulia, sia sotto l’aspetto della co‑ municazione intellettuale tra Sraffa

e Gramsci. Furono pubblicate nel 1986 dagli Editori Riuniti, col titolo “Nuove lettere di Antonio Gramsci con altre lettere di Piero Sraffa” e con prefazione di Nicola Badaloni). Nell’impossibilità di scriversi di‑ rettamente, Sraffa e Gramsci comu‑ nicano attraverso Tatiana Schu­cht, sorella di Giulia, che stabilitasi in Italia si dedica interamente al rap‑ porto col cognato: corrispondenza, assistenza, preziosa collaborazione con Piero. Si stabilì così, tra l’altro, un anello di collegamento tra Gram‑ sci in carcere e il partito: Sraffa riceve le lettere di Gramsci ricopiate da Tatiana e le trasmette a Parigi al centro estero del partito. Egli è ri‑ masto d’altronde fortemente legato a Togliatti, al quale si rivolge in più occasioni: gli fa giungere lettere di Gramsci anche attraverso qualche “corriere” speciale, come Giorgio Amendola nel 1931. Sul rapporto tra Gramsci in carcere e il partito uno storico ap‑ passionato e serio, prematuramente scomparso, Paolo Spriano, condusse una vera e propria “inchiesta storio‑ grafica”, lavorando su tutti i docu‑ menti disponibili e su testimonianze preziose tra le quali quella resagli nel 1967 dallo stesso Sraffa: il libro uscì in una prima edizione del 1977 e in una seconda edizione accresciuta, alla vigilia della morte dell’autore, nel 1988. E nulla di attendibile ha aggiunto qualche successivo scoop storiografico‑giornalistico, perché nulla Spriano aveva taciuto o edul‑ corato. Mi piace dunque rinviare a quella sua ricerca, sia per il rigore nel verificare quali furono i momenti e i motivi di dissenso politico di Gramsci dalle posizioni del Partito comunista d’Italia ovvero del suo gruppo dirigente in esilio, sia per lo scrupolo con cui sono state consi‑ derate le “ombre” che circondavano alcune vicende relative alla condan‑ na e poi ai tentativi di liberazione di Gramsci. È stato questo secondo tema che ha a lungo assillato Sraffa: e posso dirlo per diretta conoscenza personale. Sraffa si era adoperato a più riprese, coinvolgendo sia suo padre sia un suo zio alto magistrato, nei tentativi di revisione del processo

contro Gramsci e i suoi compagni, di ammissione all’amnistia e infine di liberazione condizionale per il suo amico. Ma aveva creduto – al pari di Gramsci – di vedere un’ombra pesante già nella fase istruttoria del processo, durante la quale Gramsci ricevette una “strana” lettera (af‑ francata a Mosca ma spedita dalla Svizzera) da Rug­giero Grieco, lettera che poté sembrare compromettente per come faceva emergere il ruolo di direzione politica di Gramsci e del‑ l’altro destinatario Umberto Terra­ cini. A questo proposito non richia‑ merò i dati di fatto e gli argomenti addotti da Spriano per mostrare come il sospetto di Gram­sci – che influenzò a lungo Sraffa – che si fosse trattato di un’iniziativa volta a colpirlo non avesse fondamento; in ogni caso va ricordato che sulla vicenda non si era mantenuto certo il silenzio, se è vero che l’edizione del 1965 delle Lettere dal carcere conteneva la missiva a Tatiana in cui Gramsci esplicitava più cruda‑ mente il suo sospetto, e che tutto il relativo carteggio, recuperato negli archivi, venne pubblicato su Rinascita nel 1968. Ma quel che qui interessa rilevare è come a di‑ stanza di decenni Sraffa ancora si arrovellasse su quell’episodio e su altri, negli anni successivi, relativi alle difficoltà insorte per i tentativi di liberazione di Gramsci a causa di iniziative intempestive o avventate del partito. Quelle “ombre” continuavano a tormentare Sraffa negli anni ’70 quando ebbi occasione di fre‑ quentarlo (uno dei casi più fortu‑ nati della mia vita), soprattutto recandomi ripetutamente a fargli visita a Cambridge. Conversavamo naturalmente sui più svariati ar‑ gomenti, nel suo studio al Trinity o passeggiando nel giardino del College di cui aveva la chiave (era ancora un privilegio da fellow); mi colpiva la sua curiosità per le cose italiane, e il modo affettuoso in cui ogni tanto chiedeva notizie di persone come Giuliano Gram‑ sci o Umberto Terracini. Il suo assillo per quelle vecchie vicende degli anni ’20 e ’30 si manifestò quando cominciammo a parlare


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delle “carte gramsciane” – essen‑ zialmente, lettere di Tatiana – in suo possesso (problema cui si era già fatto cenno in un colloquio tra Sraffa – in occasione di una sua vi‑ sita a Roma – Luigi Longo ed Enrico Berlinguer). Sraffa voleva affidarle a un istituto di studi, ma piuttosto alla Fondazione Feltrinelli nel ti‑ more che conferendole all’Istituto Gramsci, questo non avrebbe ga‑ rantito che nemmeno più avanti nel tempo tutte le persone interessate a studiarle potessero avervi accesso. Restò riservato; chiese chiarimen‑ ti. Nel febbraio del 1972, avendogli preannunciato una mia visita, mi invitò a rinviarla perché – mi scrisse – non aveva saputo: “a) se venivate in uno (come preferirei) o in due; b) di che cosa precisamente vuoi parlare e c) quali progetti hai in mente per le lettere di Tatiana e eventualmente altre cose”. E così proseguì: “Devi renderti conto che io sono molto invecchiato, e quindi non voglio prendere decisioni se non dopo averci pensato su con calma. Se arrivi qui con richieste di cui non ho avuto preavviso, e vuoi una risposta immediata, questa potrebbe solo essere No; se invece ho avuto tempo per pensarci su, sarebbe quasi certamente Si”. In quella lettera c’era tutto Piero, il suo stile, i suoi tic, il suo modo di “difendersi”, e in qualche misura una residua diffidenza verso il vecchio Partito comunista: mi è poi venuto fatto di pensare che nel coinvolgermi nella rievocazione di anni lontani e oscuri – che io non avevo vissuto – ci fosse anche un elemento pedagogico. Comunque, gli risposi nel modo più esauriente e rassicurante. E tuttavia Piero esitò a lungo; ancora nel marzo 1974 Pierangelo Gare‑ gnani mi scriveva dal Trinity “non è probabile prenda sul momento decisioni circa quel carteggio”. Peraltro non molto dopo, venuto a Roma, mi chiamò dall’Hotel Hassler, mi invitò a recarmi da lui, nella sua stanza, e lì trasse da una valigetta un grosso fascio di carte – erano

fotocopie – e me le affidò per l’Isti‑ tuto Gramsci. Avrebbe ben presto consegnato anche gli originali a una persona – Elsa Fubini – inviata dall’Istituto a Cambridge. Fu, quella decisione e il tormento che la precedette, l’ultima mani‑ festazione dell’amicizia di Piero Sraffa per Antonio Gramsci e il suo partito. Un partito, aggiungo, che Sraffa aveva aiutato a entrare in posses‑ so – attraverso Tatiana e con la collaborazione di Raffaele Mattio‑ li – degli scritti lasciati da Gramsci. (To­gliatti gli aveva scritto una bella lettera, dopo la morte di Gramsci, per chiedergli chiarimenti e sug‑ gerimenti sulla “eredità politica e letteraria di Antonio”). Un partito, infine, il PCI, col quale Sraffa era rimasto in contatto nell’Italia restituita a vita democra‑ tica: non mancando, quando veniva a Roma, di incontrate Togliatti e altri dirigenti, in particolare Gior‑ gio Amendola (che volle un giorno presentarmi a lui). E il PCI aveva a sua volta consa‑ pevolezza del “debito inestinguibile” contratto con Piero: si propose anche di dargliene prova, con un’iniziativa non andata però a buon fine. L’amicizia di Sraffa per Gramsci fu in effetti non solo intellettuale ma politica: ed ebbe uno spessore uma‑ no e morale straordinario. Ho fatto ricorso qualche volta all’immagine di una “doppia vita” che Sraffa visse per dieci lunghi anni: quella nella luce del grande commercio delle idee, della speculazione teorica di più alto livello e della partecipa‑ zione ai più sofisticati sodalizi culturali, e quella nell’ombra del rapporto con Gramsci prigioniero del fascismo. Il Piero Sraffa che si dedicava, con altri giovani colleghi di Keynes, dopo la pubblicazione nel 1930 del Trattato sulla moneta, alle riflessioni del Cambridge Circus, o che era giunto a discutere qualche tempo prima in un famoso lunch con Keynes sul tema della probabilità in compagnia delle più forti menti filosofiche di quel momento, Frank

Ramsey e Ludwig Wittge­nstein, era lo stesso che seguiva ininterrotta‑ mente le vicissitudini di Gramsci, corrispondeva con lui attraverso Tatiana – 47 lettere inviatele nei soli anni 1932‑33 – teneva il rapporto col suo partito, cercava di vederlo a Turi (senza riuscirvi) e poi a Formia e alla Clinica Quisisana di Roma, si adoperava per salvarlo, lo assisteva in tutti i modi. Fu questa la sua “vita segreta”: una dedizione che tenne per sé, di cui non fece parola con persone a lui vicine nemmeno de‑ cenni dopo (lo scoprii raccontando io quella storia singolare, alla fine degli anni ’70, a Nicholas Kaldor, al quale mai Piero aveva detto nulla di come si fosse speso per Gramsci). Disinteresse e riserbo totale. Un’amicizia forse senza eguali, da tutti i punti di vista, tra i bagliori più cupi del ’900. Il ricordo di Gramsci non si can‑ cellò mai nell’animo di Sraffa. Negli anni penosi e bui della malattia che lo condusse alla morte, del declino fi‑ sico e della solitudine finale, un neu‑ rologo di fama, direttore di Istituto a Milano, che nel 1982 si recò a vi‑ sitarlo in ospedale a Cambridge per incarico della sola parente italiana di Piero, dichiarò – dopo aver notato come il paziente, in un quadro ormai chiaramente “involutivo”, avesse “perso le facoltà mnemoniche” e si trovasse “disorientato nel tempo e nello spazio”: “Ha mantenuto però una carica di vivacità, di genialità e di critica notevole. Può tranquil‑ lamente parlare di economia, passa in modo disinvolto dall’italiano all’inglese al francese, può dimen‑ ticarsi di ciò che ha fatto il giorno prima, ma è solitamente lucido se parla di David Ricardo o di Antonio Gramsci”. Ricardo e Gramsci: i grandi in‑ terlocutori della sua vita di studioso e della sua avventura umana. Dagli appunti della comunicazione sul tema “Sraffa e Gramsci” al Convegno in­ ternazionale “Piero Sraffa 1898‑1983”. Napoli, Istituto di Studi Filosofici, 9‑11 ottobre 2003.


N di ov c em 20 em br 03 br e e

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L’Italia parli con una voce sola

Come molti di voi sanno, in questi ultimi anni mi sono occupato di questioni istituzionali in seno al Parlamento Europeo. E tutti voi conoscete il processo che ha condotto alla istituzione di una assemblea singolare ed originale, quale è stata la Convenzione, e all’elaborazione di un progetto di Costituzione, o per essere più precisi, di un “pro‑ getto di trattato che stabilisce la Costituzione per l’Europa”. È altresì noto che è in corso una Conferenza Intergovernativa, cioè una istanza costituita unicamente da rappre‑ sentanti dei governi, ai quali spetta, secondo una norma da lungo tempo vigente, la parola decisiva in materia di trattati. Tutte le revisioni, che si sono via via operate dopo l’approva‑ zione del trattato di Roma del 1957, e che sono divenute in realtà nuovi trattati, sono esclusivamente il prodotto delle decisioni dei governi. La novità della Convenzione, è stata invece quella di associare i rappre‑ sentanti dei parlamenti nazionali e quelli del parlamento europeo, oltre che quelli della Commissione, alla elaborazione di un nuovo testo, la cui qualità rappresenta qualcosa di straordinario, perché è un testo di dichiarata ambizione costituziona‑ le. Ma, nonostante i sedici mesi di lavoro nella Convenzione, che sono stati molto intensi e molto complessi, il prodotto è stato adesso messo sul tavolo dei rappresentanti dei governi che, questa volta da soli, possono a loro piacimento modificarlo ed anche stravolgerlo. La situazione è in questo momento molto delicata, molto tesa. Una previsione sull’esito di questo confronto finale tra soli governi, è assai difficile. Comunque, io credo che il fatto stesso che si discuta un progetto di Costituzione, rappresenti in qualche modo il rag‑ giungimento di un traguardo storico nel processo di costruzione europea, se solo pensiamo per quanti lunghi anni, quella di una Costituzione

per l’Europa rappresentò o sembrò davvero una irraggiungibile uto‑ pia. Come dicevo, mi sono occupato molto di questi aspetti, e voglio dire qualcosa che possa congiungere la mia esperienza con il dibattito di oggi, che è un dibattito di merito su un tema cruciale dell’avvenire dell’Europa.Io non ho mai creduto che si potesse fare una distinzione radicale tra questioni cosiddette di “architettura istituzionale”, e que‑ stioni di contenuti del processo di in‑ tegrazione. Ritengo importantissimi i problemi di carattere istituzionale, riguardanti l’equilibrio tra le diverse componenti istituzionali, e quello tra queste ultime e gli stati nazionali. Naturalmente, a seconda del peso che viene attribuito alle une e agli altri, si può parlare di uno sviluppo della costruzione europea in chiave prevalentemente intergovernativa, o in chiave sovranazionale federale. Io molte volte mi sono sentito dire, anche da interlocutori qualificati, che queste questioni non interessano la gente, i cittadini, e che sono astru‑ serie di giuristi e costituzionalisti. Io penso che bisogna vedere se si è o no convinti che la democrazia interessi la gente, i cittadini, perché quando si parla di istituzioni, si parla, più che mai ora, anche alla luce del processo di Costituzione, dello svi‑ luppo della democrazia nell’Unione. Uno sviluppo che tutti considerano deficitario, anche se via via, esso è diventato più consistente. Parlare di istituzioni significa parlare di chi e di come si decide nell’Unione, e vedere in quale misura i cittadini, cui ci si appella genericamente, sono messi in condizione di venire informati, di seguire, di controllare attraverso le loro rappresentanze, e di influenzare il corso del processo di integrazione europea. Detto ciò, ed essendo più che mai convinto dell’artificiosità di una distinzione, o perfino di una contrapposizione tra schemi istitu‑

zionali e contenuti, o tra istituzioni e politiche dell’Unione, credo sia essenziale discutere su che cosa può e deve fare l’Unione, per esempio in materia sociale, in materia di politiche del lavoro, o anche, se voi preferite, che cosa ci si aspetta che faccia l’Europa. Negli ultimi tempi abbiamo avuto tanti sondaggi ed in‑ chieste di opinione, ed è emersa una forte sollecitazione perché ci sia più Europa. Naturalmente anche questa frase, “più Europa”, è diventata rapi‑ damente un luogo comune ed un pa‑ ravento retorico. Se si pensa che uno dei governi che si stanno mostrando più restii a far crescere il processo di integrazione europea, e cioè la Spagna, quando ha avuto per sei mesi la presidenza del Consiglio, ha adottato come parola d’ordine “più Europa”, si capisce anche quanto ci sia di mistificazione in certe insegne. Comunque, se davvero pensiamo, come lo pensiamo noi europeisti fe‑ deralisti, che i cittadini si aspettino “più Europa”, questo significa che se ne è parlato molto, anche prima che iniziasse il processo costituente, se così lo vogliamo chiamare. E con “più Europa” si è inteso innanzitutto più presenza e capacità dell’Europa sulla scena internazionale. Il bisogno di un’Europa che parli con una voce sola, e che si pronunci con tutto il peso delle sue forze, sulle grandi questioni che riguardano la pace e la guerra, o il processo di globaliz‑ zazione economica internazionale, è un’esigenza largamente diffu‑ sa, e credo che abbia avuto, tutto sommato, un riflesso abbastanza notevole, sia nel dibattito in seno alla Convenzione, sia nel progetto di Costituzione, nonostante i non pochi limiti. Ma il fatto stesso che stia per nascere, se questo progetto sarà approvato, la figura di un Ministro degli Esteri europeo, che disporrà di un proprio servizio diplomatico, segna senza dubbio una svolta, e può creare le condizioni perché si


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passi dalle parole ai fatti. Le parole c’erano già nel trattato di Maastri‑ cht, nel riferimento ad una politica estera e di sicurezza comune. Esse, tuttavia, sono rimaste largamente sulla carta, prima che si concepisse l’ unificazione delle responsabilità in materia di politica estera e di si‑ curezza, in una sola figura, e cioè un Ministro degli Esteri che risponda sia al Consiglio che alla Commissio‑ ne, e che possa disporre di tutte le risorse, non soltanto militari, di cui l’Unione Europea, e specificamente la Commissione, come suo strumento di governo, dispone. Più Europa, inoltre, ha significa‑ to, credo nella comune consapevo‑ lezza dei cittadini ed in larghi strati dell’opinione pubblica, più capacità di risposta, a livello europeo, alle esigenze di sicurezza, di giustizia e di libertà, e cioè a sfide come quelle rappresentate dalla criminalità organizzata e del terrorismo, che chiaramente non possono più essere fronteggiate soltanto attraverso poli‑ tiche strettamente nazionali. Infine, “più Europa”, e vengo al punto che ci interessa più da vicino, avrebbe dovuto significare più capacità del‑ l’Europa di operare unitariamente, sul terreno della competizione eco‑ nomica internazionale. Credo che questo sia l’aspetto che è rimasto più carente, nel dibattito in seno alla Convenzione, e soprattutto nel pro‑ getto di Costituzione che ne è uscito, e non c’è da farsi molte illusioni che questo aspetto sia rafforzato nelle decisioni finali della Conferenza Intergovernativa. La formula che è stata da lungo tempo adoperata per accennare a questa necessità di maggior governo economico del‑ l’Unione, è quella del coordinamento tra le politiche economiche degli stati nazionali. In realtà, io credo che sotto questo profilo si siano fatti scarsi progressi, anche per quello che riguarda specificamente gli strumenti di tale coordinamento. Allo stesso tempo, penso che il coordinamento tra le politiche eco‑ nomiche degli stati membri, secondo una strategia come quella che è stata elaborata a Lisbona nel 2000, sia fon‑ damentale. Bisogna però vedere su quale linea il coordinamento tende a

realizzarsi, secondo quali indirizzi, e non soltanto sulla base di quali strumenti. Noi ci dobbiamo chiedere se, da questo punto di vista, bastino gli obiettivi indicati nella strategia di Lisbona. E se bastino principi e diritti, sanciti ora in modo molto incisivo nel progetto di Costituzione. Perché nel progetto di Costituzione figura una formulazione classica, ma anche controversa, che fino a qualche tempo fa non era accettata da una parte degli stati europei, e cioè quella dell’economia sociale di mercato. Un’economia sociale di mercato “altamente competitiva”, si aggiunge nel progetto, richiamando la strategia di Lisbona, che tenda alla piena occupazione e al progresso sociale. Si parla poi di un livello di protezione e miglioramento della qualità dell’ambiente. Quindi, in un altro articolo, si parla della coesione economica, sociale e territoriale. Importantissimo, naturalmente, è anche il riconoscimento dei diritti, delle libertà e dei principi, enunciati nella Carta dei Diritti Fondamentali, come ha ricordato l’amico Rusciano, sottolineando l’importanza di un accordo finale, perché questa Carta sia integrata nella Costituzione, e assuma quindi valore giuridico vincolante. Naturalmente si parla di di‑ ritti da far valere nei confronti delle istituzioni dell’Unione, da non confondersi con altre pratiche di rispetto del godimento dei diritti fondamentali nei singoli Stati, sulla base delle Costituzioni nazionali, o a livello europeo, attraverso la Corte di Strasburgo. Ora, dicevo, basta una elencazione di principi, di obiettivi e di diritti, per indicare quale do‑ vrebbe essere la linea del governo dell’economia in seno all’Unione? Francamente, ho molti dubbi. L’ami‑ co Rusciano ha detto che non si può parlare, in senso giuridico, di un mo‑ dello sociale europeo come insieme definito e compiuto giuridicamente. Penso però che, in una accezione un po’ meno tecnica, per modello sociale europeo noi intendiamo il risultato di uno sviluppo convergente che hanno avuto le politiche economiche della maggior parte degli Stati europei, a partire dagli anni trenta e, per quan‑

to riguarda Italia e Germania, dagli anni quaranta del secolo scorso. In altre parole, le conquiste, gli istituti, le garanzie, che hanno caratterizza‑ to questo modello sociale, di cui, in senso non giuridico, penso si possa tranquillamente parlare. Ma anche a questo proposito, è sufficiente dire che il coordinamento delle politiche economiche e sociali deve mirare a salvaguardare le con‑ quiste del modello sociale europeo, pur rinnovando ciò che abbiamo costruito nel corso dei decenni, e che per vari aspetti e in modi diversi nei singoli paesi, si può considerare squi‑ librato, o non sostenibile, o non più adeguato all’evoluzione della realtà sociale e dei rapporti di lavoro? Que‑ sta mi sembra davvero una risposta troppo sommaria, troppo generica, e vediamo poi quando si entra nel me‑ rito delle modalità di salvaguardia, e soprattutto di trasformazione del modello economico e sociale, quante contraddizioni si incontrino. In ogni caso, vorrei mettere un po’ in guar‑ dia rispetto ad illusioni eccessive su quello che ci si può aspettare dall’Eu‑ ropa. La Convenzione ha discusso a lungo sul problema, posto da molti governi di Stati membri al centro del confronto, e cioè di come si debbano chiarificare e contenere le compe‑ tenze dell’Unione, per evitare che essa “faccia troppo”. Si è affermato molto enfaticamente il principio di sussidiarietà, che non è nuovo nella storia dei trattati dell’Unione, ma si è teso, da questo punto di vista, a renderlo più stringente, e dunque si è detto che l’Unione interviene solo laddove si tratta di problemi che non possano essere meglio risolti a livello locale, regionale o nazionale. Di qui una elencazione abbastanza restrit‑ tiva delle competenze dell’Unione, intese come competenze esclusive, fra le quali sicuramente non rien‑ trano competenze in materia di po‑ litica sociale. Poi c’è la categoria delle competenze condivise tra Unione e Stati membri, e qui effettivamente, all’art. 3 del progetto di trattato, si indica anche la politica sociale, ma solo per alcuni aspetti definiti nella Parte Terza. La Parte Terza del trattato è quella relativa alle politiche, e comprende 342 articoli;


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io invece, ritengo che la Costituzione sia fatta realmente di 113 articoli, e cioè i 54 articoli della Parte Prima (principi, diritti ecc.), ed i 59 articoli della Carta di Nizza. Il resto è una ricapitolazione delle disposizioni che si sono venute stratificando nel tempo, da un trattato all’altro, e che riguardano precisamente le politiche dell’Unione. Si tratta di un groviglio di norme, ed a questo proposito non sono in grado di dire quali delle vecchie disposizioni siano entrate nella terza parte. Non ci sono grandi possibilità che, in sede di Conferenza intergovernativa, si giunga ad alleggerire o razionaliz‑ zare questa parte. Aprendo una parentesi, ag‑ giungo che questo è il motivo per cui noi consideriamo molto grave il rischio che alla Conferenza inter‑ governativa si decida che tutta la Costituzione, compresa questa terza parte che non è propriamente costi‑ tuzionale, si posa rivedere soltanto all’unanimità. Questo è un problema estremamente serio, è una delle sfide maggiori che ci sono, in questo momento, per l’avvenire dell’Eu‑ ropa, perché l’idea che si “ingessi” anche la parte relativa alle politiche dell’Unione, è davvero incredibile. Però noi dobbiamo sapere che nella Convenzione si è sviluppata una for‑ te azione frenante. Da questo punto di vista, io sono stato sin dall’inizio molto critico e tendenzialmente pes‑ simista. Un’azione frenante, perché gli orientamenti che sono prevalsi, anche a seguito di certi rovescia‑ menti di risultati elettorali, nella maggior parte degli stati membri, e gli orientamenti che circolano nel‑ l’opinione pubblica, o almeno nella rappresentazione che di essa si da, sono stati rivolti a frenare lo svi‑ luppo delle competenze dell’Unione, e a ridurre il raggio d’azione delle istituzioni comunitarie. Un giurista inglese, considerando questo l’obiet‑ tivo fondamentale del nuovo trattato costituzionale, ha usato il termine “contenimento” dell’Unione. Al di là di ciò, ci troviamo di fronte a competenze condivise, in cui si fa un magro riferimento alla poli‑ tica sociale. Abbiamo poi il capitolo

relativo al coordinamento, che e già un’altra cosa, dove si parla di coordi‑ namento delle politiche economiche degli stati membri, e, cosa importan‑ te, si parla in modo specifico e molto impegnativo, di coordinamento delle politiche del lavoro. In particolar modo, si aggiunge, “adottando le linee direttrici di tali politiche”. Quindi qui abbiamo configurata una possibilità di coordinamento più stretto, e più significativo. E d’altra parte, poi, nella terza parte, in cui sono rimaste molte definizioni del passato, si parla di una strategia per l’occupazione, che viene elaborata dagli Stati membri, e non dall’Unio‑ ne soltanto. Si parla dunque di una questione di interesse comune e di un coordinamento delle azioni degli Stati membri a questo proposito. Si parla anche, introducendo una formula ulteriore rispetto a quelle costituite dalle competenze condivi‑ se e delle azioni di coordinamento, di “azioni di sostegno e completamento delle politiche degli Stati membri”. Troviamo poi, in materia di politica sociale, ancora un’altra formulazio‑ ne, e cioè quella delle “azioni di inco‑ raggiamento”, destinate a favorire la cooperazione tra gli Stati membri. Ora, non sembrino dei bizantinismi lessicali, non sono delle capziosità linguistiche, sono scelte che riflet‑ tono una tendenza frenante, che è prevalsa perfino nella Convenzione, figuriamoci come possa prevalere nella Conferenza intergovernativa. Vale la pena di aggiungere che, pur prevedendosi nel capitolo della politica sociale, all’art. 104, che la legge o legge quadro europea, possa stabilire misure destinate ad incoraggiare la cooperazione tra gli stati membri, ma anche a stabilire prescrizioni minime, applicabili progressivamente, si aggiunge che, tenuto conto delle condizioni e delle regolamentazioni tecniche esistenti in ciascuno stato membro, la legge quadro europea evita di imporre vincoli amministrativi, finanziari e giuridici. Vi è certo la preoccupazione di salvaguardare le condizioni di svi‑ luppo delle piccole e medie imprese, ma mi pare che anche questa formu‑

lazione sia molto significativa della tendenza generale di cui parlavo. Io credo che noi dobbiamo avere una visione realistica di quali siano le possibilità di intervento dell’Unione sul terreno delle politiche sociali. D’altronde, una personalità che ha avuto un ruolo fondamentale per dieci anni, nella vita dell’Unione, e prima ancora della Comunità, come Presidente della Commissione europea, parlo di Jacques Delors, ha anche in epoca recente ribadito il suo convincimento che la politica sociale debba restare competenza degli Stati nazionali. Io non credo che si possa sospettare Delors né di scarsa sensi‑ bilità sociale, né di ostilità verso l’in‑ tegrazione europea. Io credo che egli avesse in mente qual­cos’altro, e cioè una visione più realistica, secondo cui le politiche sociali sono la risul‑ tante di una dialettica sociale, di una lotta politica in ciascuno degli Stati membri, la risultante di rapporti di forza che si stabiliscono tra interessi e gruppi sociali in contrasto. Esse sono la risultante, dunque, anche della formazione di maggioranze politiche, e di fronte a questo dato di fatto, io concludo davvero. Non tocco la questione dell’allargamento, perché ovviamente quando parlia‑ mo di modello sociale europeo, ci riferiamo essenzialmente ai 15. È chiaro che passando all’Europa dei 25, i termini della questione cam‑ bieranno, però davvero credo che si debba concludere nei termini che indicava l’amico Rusciano: diventa fondamentale la capacità di azione dei soggetti sociali e politici porta‑ tori di istanze di progresso sociale, soggetti sociali e soggetti politici che riescano ad acquistare non a parole ma effettivamente una fisionomia europea. Solo se noi riusciamo a spostare a questo livello le lotte po‑ litiche e sociali che si sviluppano in ciascuno dei nostri paesi, possiamo fare avanzare la causa della politica sociale nell’Europa unita. Dirò di più: tutta la prospettiva della costruzione europea, in una fase storica in cui il tasso di europeismo delle leadership politiche e dei governi in Europa è estremamente scarso, è nelle mani di questi soggetti sociali. Grazie.


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Un’Europa politicamente forte o un’area di libero scambio?

È difficile sminuire la gravità di quel che è accaduto al Consiglio europeo del 12‑13 Dicembre e di quel che può accadere di conse‑ guenza nella vita dell’Unione. Gli argomenti rassicuranti – si tratta di un momento di crisi che sarà superato come non pochi altri nel passato – non possono rassicurare. La portata del man‑ dato che con la dichiarazione di Laeken del dicembre 2001 era stato affidato alla Convenzione, e quindi all’impegno portato avanti per sedici mesi da quell’assem‑ blea altamente rappresentativa fino all’adozione di un progetto di Costituzione, è stata tale che l’“impasse” in cui è caduta la Con‑ ferenza Intergovernativa a segui‑ to del fallimento del Consiglio di dicembre, l’incertezza e il rischio di un nulla di fatto che pesano sull’approvazione del progetto della Convenzione, costituiscono una minaccia senza precedenti per la credibilità e per la tenuta del processo di integrazione e unificazione europee. Se si andrà alle elezioni di giu‑ gno senza un risultato – una “legge fondamentale” europea – da sotto‑ porre al giudizio degli elettori, se ci si andrà in un clima di divisione e di impotenza, si renderà facile il giuoco di quanti mirano a semi‑ nare sfiducia nella causa e nella prospettiva dell’Europa unita. E soprattutto – essendo altamente improbabile il raggiungimento di un’intesa nella seconda metà del 2004 se nella prima metà non vi si riesce – sarà messo in forse lo stesso destino dell’allargamento dell’Unione e del suo concreto sviluppo. Come potrebbero rea‑ lizzarsi le politiche di crescita coordinata e competitiva delle economie europee, le misure per la giustizia e la sicurezza dei citta‑ dini, le scelte di governo comune

alla sfida dell’immigrazione, per non parlare della politica estera e della difesa, se si restasse fermi al Trattato di Nizza? Prendereb‑ bero corpo incognite dav vero fatali; una paralisi decisionale e una gestione sempre più asfittica delle istituzioni dell’Unione a 25 potrebbero determinare sia una reazione di rigetto di quella grande operazione che è stata l’unificazione tra le due Europe già divise dalla guerra fredda, sia la diluizione del processo di integrazione in quanto tale, ov‑ vero un ripiegamento su logiche e obbiettivi propri di un’area di libero scambio e di mercato relativamente comune. In questo scenario di rinuncia a un’Europa politica, a un’Europa più unita e più forte, di regressione rispetto all’evoluzione di un intero cin‑ quantennio, non tarderebbero a farsi sentire le volontà dei maggio‑ ri Stati nazionali di procedere da soli attraverso intese governative, fuori di un quadro istituzionale unico. Questi sono contraccolpi e sbocchi possibili da mettere nel conto, ben più gravidi di conse‑ guenze per Stati medi e piccoli, vecchi e nuovi membri dell’Unio‑ ne, di quanto non siano legittime e fisiologiche scelte – che alcuni a torto paventano – di integrazio‑ ne differenziata (“cooperazioni rafforzate” tra quanti vogliono e possono andare in alcuni campi più avanti, senza chiudere le porte a nessuno) nell’ambito di un insie‑ me di regole e politiche comuni, cioè di un assetto costituzionale valido e impegnativo per tutti. Il non vedere questi peri‑ coli, il negare la fondamentale esigenza che sembrava magari retoricamente condivisa non più di due anni fa – cioè il “bisogno di più Europa” – ha rappresentato,

rappresenta in questo momento, una terribile prova di miopia da parte dei gruppi dirigenti di diversi paesi. Dico “in questo momento”, perché non è da escludere che possa scattare un minimo di vo‑ lontà politica comune e di spirito europeo, dopo che si è fatta finire in un vicolo cieco la Conferenza In‑ tergovernativa, dopo che si è con‑ clusa senza alcuna conclusione la presidenza italiana del Consiglio europeo, e per responsabilità – c’è poco da dire – dello stesso governo italiano. Nell’attesa (non inerte: la pressione del Parlamento europeo e della Commissione europea si sta esprimendo con forza) del Consiglio di fine marzo, che indi‑ cherà l’esistenza o meno di una possibilità di intesa entro i primi di maggio, conviene riflettere a


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fondo su quel che le vicende della Conferenza Intergovernativa (e già, anche se in minor misura, della Convenzione) hanno fatto emergere: la pervicace resistenza di più governi (non due soltanto) a quei passi in avanti che il grande

allargamento e fondamentali esi‑ genze obbiettive richiedono, nel senso dell’affermazione dell’Euro‑ pa come entità politica capace di operare unitariamente e dunque nel senso di un efficace assetto istituzionale e meccanismo deci‑ sionale dell’Unione. Si ponga attenzione a quel che si è verificato anche nella confusa e non trasparente fase finale del semestre di presidenza italiana, quando – dopo il più positivo “con‑ clave” di Napoli – da alcune parti si è premuto con successo per ot‑ tenere tutta una serie di “strappi” alle pur limitate previsioni del progetto della Convenzione per un’estensione delle aree di deci‑ sione a maggioranza qualificata. Lo stesso significato ha d’altronde avuto il fuoco di sbarramento di Spagna e Polonia in difesa del sistema di ponderazione dei voti

infaustamente sancito nel tratta‑ to di Nizza. Sono tutte espressioni di una persistente incomprensione dei mutamenti che si sono verificati nella natura e nella dimensione dei problemi, delle minacce, delle sfide cui gli Stati sono oggi chia‑ mati a far fronte, senza potervi riuscire se non mettendo in co‑ mune sforzi, sovranità, risorse in alcuni campi essenziali. Col‑ piscono la ristrettezza di vedute, l’attenzione esclusiva per il “breve termine” politico ed elettorale, che caratterizzano una parte consistente delle classi dirigenti europee. Di fronte alle difficoltà del governare in questa fase storica, per mancanza di visione e talvolta per meschino calcolo di convenienza si raccolgono e alimentano nuove pulsioni nazio‑ nalistiche. Come reagire a questo sta‑ to di cose, a queste tendenze e pulsioni perverse? Le preoccu‑ pazioni maggiori, e le ragioni di pessimismo – per chi crede e non vede alternative a un conseguente sviluppo della costruzione euro‑ pea – nascono dalla constatazione della attuale debolezza delle forze politiche, sociali e culturali che potrebbero e dovrebbero animare una controffensiva europeistica. Le elezioni del prossimo giugno costituiscono tuttavia un’occasio‑ ne importante di chiarimento e di mobilitazione. E questo vale anche e in particolar modo per l’Italia. Per la prima volta, forse, da quan‑ do nel 1979 si passò all’elezione diretta del Parlamento europeo, le forze politiche del nostro pae‑ se si presenteranno divise su discriminanti fondamentali tra diversi modi di vedere il futuro dell’Europa, l’impegno e il ruolo dell’Italia in Europa. Si può perfi‑ no sostenere che se nel passato ai temi europei non veniva dedicata grande attenzione nel confronto, nella gara per il voto alle euro‑ pee, era anche perché le scelte di fondo della politica europea dell’Italia non erano più oggetto di contrapposizione o di radicale controversia.

Questa volta, la linea prevalsa nella maggioranza di governo è tale che è proprio sul da farsi per l’Europa e in Europa che le altre forze politiche – quelle di centrosinistra, oggi all’opposi‑ zione – dovranno caratterizzarsi e battersi. C’è, voglio aggiungere, da provocare innanzitutto un chia‑ rimento di fronte agli elettori. Perché tra quel che afferma il ministro degli esteri e il suo comportamento effettivo, tra le esternazioni del Presidente del Consiglio nei giorni pari e quelle nei giorni dispari, tra le sortite antieuropee del ministro Bossi o del ministro Tremonti e le pro‑ fessioni di europeismo di altre componenti della maggioranza, si è determinata una pesante coltre di ambiguità e di ipocrisia manovriera. E perciò a quanti si impe‑ gneranno nella lista unitaria dell’Ulivo, toccherà essere netti e incalzanti: sulla necessità di con‑ durre in porto l’impresa della Co‑ stituzione europea senza stravol‑ gere il progetto della Convenzione, sull’importanza cruciale delle po‑ litiche e delle azioni da definire a maggioranza in sede di Consiglio, sulle risorse da mettere a dispo‑ sizione dell’Unione per garantire il successo dell’allargamento, la coesione tra paesi e regioni a più alto livello di sviluppo e di vita e paesi e regioni – comprese quelle del Mezzogiorno d’Italia – in con‑ dizioni di ritardo e di disagio. È augurabile, è indispensabile che questa volta nella campagna elettorale per il Parlamento eu‑ ropeo “non si parli d’altro”, cioè solo dei motivi di aspro contrasto che la politica del governo su‑ scita nel Parlamento nazionale, ma ci si confronti sul nesso tra soluzione dei problemi italiani e rafforzamento delle politiche e delle istituzioni dell’Unione, sulla contraddizione tra indirizzi del‑ l’integrazione europea e indirizzi di governo in Italia. Rivolgersi agli elettori per parlare d’Euro‑ pa, sarà il solo modo per parlare seriamente d’Italia.


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Un saluto e un rinnovato impegno

Il mio mandato di parlamentare europeo, eletto nel 1999 nella lista dei DS per l’Italia meridionale, si è concluso, e ho scelto di non ricandi‑ darmi nelle elezioni del 12‑13 giugno 2004. Colgo anche l’occasione di questo intervento sulle pagine di Mezzogiorno Europa per rivolgere un grato saluto alle elettrici e agli elettori che cinque anni fa mi ono‑ rarono della loro fiducia. Credo di aver espletato il mio mandato con il massimo impegno, posso ben dire a pieno tempo, par‑ tecipando assiduamente, settimana dietro settimana, a tutte le attività, sia di Commissione, sia di sessione plenaria, sia di gruppo parlamen‑ tare, e anche a iniziative non del Parlamento europeo in senso stretto ma legate all’esercizio delle mie fun‑ zioni. Mi riferisco in particolare alla funzione di Presidente della Com‑ missione Affari Costituzionali, a cui sono stato chiamato due volte – a inizio e a metà legislatura – e che è risultata quanto mai assorbente e significativa. Infatti, negli ultimi cinque anni i temi istituzionali si sono posti al centro dell’attenzione dell’Unione europea, dell’elaborazio‑ ne e del dibattito nel Parlamento eu‑ ropeo. Le riforme necessarie – nelle più difficili condizioni di una Unione a 25 Stati membri – per garantire una rinnovata capacità di decisione e di azione dell’Europa unita dinanzi alle ardue sfide del nostro tempo, una accresciuta legittimità e demo‑ craticità dell’Unione, una maggior trasparenza dei suoi meccanismi decisionali e dunque una maggior vicinanza ai cittadini: è stato que‑ sto l’oggetto del nostro lavoro e delle nostre battaglie, riassumibili nell’obbiettivo di una Costituzione europea. Credo di poter dire che le preoc‑ cupazioni, le proposte, la pressione del Parlamento europeo, e innanzi‑ tutto della sua Commissione costi‑ tuzionale, hanno fortemente con‑

tribuito al cammino che ha condotto alla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione, alla Convenzione sul‑ l’avvenire dell’Europa e al progetto di Costituzione. Per me personalmente, si è trattato di un’esperienza impor‑ tante, assai intensa e gratificante anche se faticosa. Tanto più faticosa quanto meno ha trovato riscontro in Italia, nelle forze politiche (anche di centro‑sinistra) e nell’opinione pubblica (per responsabilità grave dell’informazione giornalistica e televisiva). Ho nello stesso tempo fatto del mio meglio per rendere conto della mia attività di parlamentare europeo e per associare a iniziative sui temi europei persone e gruppi rappresentativi di diversi ambienti sociali, culturali e politici. Ho natu‑ ralmente concentrato i miei sforzi nella Circoscrizione in cui ero stato eletto nel 1999 e segnatamente a Napoli e in Campania. Non c’è dubbio che è molto difficile per 87 (d’ora in poi, 78) italiani eletti al Parlamento europeo, tenere rapporti sistematici con l’elettorato di circoscrizioni vastissime: è questa una questione che merita di essere ancora appro‑ fondita, nella ricerca di soluzioni più efficaci. Sono stato comunque grandemente facilitato nel mio sforzo dall’impegno dell’Associazio‑ ne Mezzogiorno Europa che ho fin dall’inizio della legislatura voluto promuovere, e quindi di quanti vi hanno collaborato, di Andrea Gere‑ micca che ne ha assunto la direzione effettiva e che ha creato e fatto vivere, con eccezionale passione e professionalità, la rivista Mezzo‑ giorno Europa. Ma bisogna continuare. La con‑ tinuità dell’Associazione e della rivista potrà essere garantita da quanti ne hanno finora avuto la re‑ sponsabilità e vi hanno contribuito, e da più parlamentari, europei e nazionali. Io di certo non mancherò

di fare la mia parte, anche se in modi diversi da quelli del passato. Cercherò di farla, e di concorrere così a quella continuità di cui ho detto. Perché sono convinto che le gravi difficoltà e incognite che si profilano per l’Unione europea – e che potrebbero frustrarne le straor‑ dinarie potenzialità, e contraddirne la storica necessità – richiedano, oltre che un nuovo, qualificato impegno nel Parlamento europeo, una mobilitazione di forze e di idee, nel Mezzogiorno e in Italia, capace di avere ragione di una pericolosa ondata di indifferenza, di scettici‑ smo, di diffidenza verso il processo di costruzione europea.


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Verso un nuovo ‘motore’ dell’integrazione

L’intervento di Biagio de Gio‑ vanni (L’Europa difficile) ha messo l’accento sui “lati oscuri e problema‑ tici” che presenta oggi lo stato della costruzione europea: e ha avuto buone ragioni per farlo, scartando la più facile strada di indicare, di ogni questione, “la controfaccia positiva”. Non so più cosa s’intenda per “po‑ liticamente corretto”, espressione ormai abusata, e piegata agli usi più diversi; ma se dovesse significare, a proposito dell’Europa, cavarsela con la formula “siamo in una fase di transizione”, bisognerebbe parlare di “politicamente insensato”. Non è il momento di indulgere a banalità elusive e consolatorie.

Siamo in effetti in una fase critica per il carico di incognite che portano con se i fatti pur “grandio‑ si”, come li definisce de Giovanni, dell’allargamento‑unificazione e della Costituzione. La prima in‑ cognita è naturalmente quella dell’esito del processo di ratifica del Trattato‑Costituzione. Il fronte del no – da sinistra e da destra, so‑ prattutto in Francia – è agguerrito, e basta che vinca in uno solo dei 25 Stati membri per determinare una crisi, di maggiore o minore gravità (di massima gravità se ci fosse un no francese). Uno studio molto accura‑ to – anche sotto il più ampio profilo del diritto internazionale – redatto

dal professor Gian Luigi Tosato per l’Istituto Affari Internazionali mostra quanto ardue sarebbero le possibili vie d’uscita di fronte a una mancata unanime ratifica del Trat‑ tato costituzionale. Non si sarebbe costretti a subire una situazione fatalmente bloccata, ma si dovrebbe optare tra scelte molto impegnative e perfino dirompenti. Biagio de Giovanni ricorda i dubbi manifestati rispetto alla stessa decisione di elaborare la Costituzione, ancor prima che sul testo poi concordato e firmato. Ma è stata la “valenza costituzionale” attribuita al nuovo Trattato a far cadere maggiori problemi, o a getta‑ re ombre più pesanti, sul cammino della costruzione europea? Di certo non si poteva procedere al grande allargamento dell’Unione restando nell’asfittico quadro del Trattato di Nizza; non dimentichiamo come già al momento della firma del Trattato di Amsterdam tre paesi “fondatori” tra i quali l’Italia – che ancora tendeva ad assolvere a una funzione “motrice” – avessero sottoscritto una Dichiarazione per porre il rafforzamento delle istitu‑ zioni dell’Unione come “condizione indispensabile per la conclusione dei primi negoziati di adesione”. E se si giudicava il Trattato di Amster‑ dam non rispondente alla necessità “di progressi sostanziali” su quel terreno, ancor meno rispondente a tale necessità era risultato il Trat‑ tato di Nizza. È stato proprio con le decisioni del Consiglio di Laeken e della Convenzione che si è tardi‑ vamente corrisposto a esigenze, ormai non più solo di riforma degli assetti e delle regole istituzionali, ma di ridefinizione complessiva dei principi, degli obbiettivi e del‑ le missioni dell’Unione: il che ha comportato il conferimento di una valenza costituzionale al nuovo Trattato, l’avvio di un processo di costituzionalizzazione. Il rischio


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di una non unanime ratifica nasce peraltro non dall’eccessiva audacia dell’annuncio di una Costituzione, ma dal persistere, e in qualche caso dall’acuirsi, di vecchie remore “souverainistes”, e dall’insorgere di velleitarie pretese di radicalizzazio‑ ne degli indirizzi della costruzione europea, che mascherano sostanzia‑ li ripiegamenti su ottiche nazionali e financo nazionalistiche. La questione è allora essenzial‑ mente politica, e de Giovanni l’ha col‑ ta lucidamente. Quali forze possono guidare l’Unione – confrontandosi combattivamente con euroscetti‑ cismi e pseudo‑oltranzismi – sulla via così difficile del superamento degli scogli della ratifica della Co‑ stituzione, del pieno dispiegamento delle potenzialità di quest’ultima, della maturazione di un approccio comune ai grandi temi del rilancio dell’economia europea e della cresci‑ ta dell’Europa come soggetto politico sulla scena mondiale? Nel passato un ruolo di guida – o almeno di impulso in momenti decisivi – è stato assolto dal nucleo (o “asse”) franco‑tedesco. Tutto ci dice che ciò non è più possibile; non solo l’ipotesi di un’egemonia tedesca sull’Europa dell’Est è caduta per ragioni tanto politiche quanto econo‑ miche; ma la coppia franco‑tedesca nel suo insieme è apparsa non più portatrice di un disegno coerente e ha dovuto misurarsi con la nuo‑ va configurazione di una grande Europa attraversata da dialettiche assai più complesse. Sono aperti, in effetti, problemi seri di linea politica sia in Francia che in Germania. In Francia, dove oggi si confrontano gli strumentalismi e le fughe in avanti di un’ampia area del Partito sociali‑ sta (schieratasi per il no alla Costi‑ tuzione) e la “politica senza visione” che Chirac sostiene sull’Europa. In Germania, dove all’indebolimento dell’antica potenza dell’economia del marco, si accompagna la tendenza a privilegiare obbiettivi di interesse nazionale: da quello di una gestio‑ ne meno rigorosa dei parametri di Maastricht, a quello – di cui de Giovanni giustamente sottolinea la pericolosità – della rivendicazione di un seggio nel Consiglio di Sicurezza

dell’ONU. Non resta che auspicare chiarificazioni ed evoluzioni più positive, dal punto di vista europeo, nel quadro politico francese e in quello tedesco. Ma al di là della crisi di quel‑ l’antica “avanguardia”, ci si può chiedere se ne sia possibile al‑ cun’altra, “non sembrando” – scrive de Giovanni – “l’Europa a 25 go‑ vernabile da un nucleo politico ristretto”. A me pare che si debba guardare con grande realismo e misura alla possibilità di un nuovo “motore” dell’integrazione europea, che non si riduca alla stanca coppia franco‑tedesca pur confidando in un apporto nuovo dell’uno e dell’altro di quei due attori comunque fondamen‑ tali, che si configuri in termini più ampi, abbracciando gli altri paesi fondatori (se si aprirà in Italia una nuova stagione politica), aprendosi in diverse direzioni (verso la Spagna da un lato, verso la Polonia, possi‑ bilmente, dall’altro). Il terreno di queste nuove aggregazioni, capaci di spingere più avanti il processo di integrazione europea, non può che essere quello delle “cooperazioni rafforzate” (“non ucciderle prima di averle sperimentate”, ha detto di recente Jacques Delors). Quel che comunque va ribadito è che la crisi dell’avanguardia franco‑tedesca e la rete degli interessi nazionali, delle suscettibilità e delle diffidenze, che si fanno sentire in special modo tra i nuovi Stati membri, non possono indurre ad abbandonare la strada obbligata della “differenziazione” nel percorso dell’integrazione. Quella che bisogna scongiurare è una crisi – per effetto della non rati‑ fica del Trattato costituzionale – che provochi una “differenziazione bru‑ tale” (rispetto alla quale ha messo in guardia ancora Delors, nella stessa intervista del 24 novembre a Le Monde). Com’è chiaro, anche le mie ri‑ sposte alla problematicità di de Giovanni sono problematiche. È in definitiva sulla capacità della sinistra europea di contribuire allo scioglimento di nodi così complessi che ci si deve interrogare. Una sinistra che dovrebbe innanzitutto ritrovare in se stessa quella saldez‑

za di convinzioni europeistiche e quell’ampiezza di orizzonti politici comuni che è venuta smarrendo negli ultimi tempi. L’impegno per la ratifica e poi per la più conseguente attuazione della Costituzione è la premessa per poter efficacemente combattere – all’interno di nuove regole del gioco – nuove battaglie per un riequilibrio tra unione monetaria e unione economica, per una cresci‑ ta affidata a un effettivo coordina‑ mento tra le politiche economiche, per un potenziamento, che il nuovo Trattato di certo non rende più difficile, delle politiche sociali. Bat‑ taglie da condurre in ciascun Paese e su scala europea da posizioni di governo e attraverso l’azione politica e sociale. Perché gli indirizzi della politica interna e della politica inter‑ nazionale dell’Unione non potranno che essere la risultante di rapporti di forza – tra posizioni conservatrici e prive di slancio europeistico, e posizioni progressiste decisamente “pro‑europee” – augurabilmente meno sfavorevoli di quelli attuali. Ringrazio Biagio per lo stimolo e il contributo alla riflessione; mi ri‑ servo di rispondergli sul tema della democrazia postnazionale (o “sovra‑ nazionale”) in altra occasione.


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Il Mezzogiorno nella nuova cornice europea

La prima impressione circa le cose che sono state dette, riguarda la difficoltà di suscitare un nuovo meridionalismo, inteso come visione storica, pensiero politico ed elabora‑ zione strategica. Biagio de Giovanni ha fatto riferimento alla mancata percezione delle contraddizioni del Mezzogiorno da parte della classe dirigente politica del Paese, ed ha aggiunto che è venuta meno la corni‑ ce dello Stato nazionale, all’interno della quale la questione ha sempre trovato la propria collocazione. Quest’ultima osservazione mi ha ricordato uno scritto molto impegna‑ tivo, e per molti aspetti drammatico, del grande meridionalista Salvatore Cafiero, il quale quarant’anni fa sostenne che, ad un secolo dalla sua unificazione politica, lo Stato italiano aveva fallito nella missione storica dell’unificazione reale del paese. Ai giorni nostri, nel persi‑ stente quadro di mancata unifica‑ zione reale con il resto dell’Italia,

le contraddizioni del Mezzogiorno sono state proiettate nel contesto sovranazionale europeo, ed in quello del mondo globalizzato. Tutto questo pone ulteriori quesiti e implica sfide complesse. Mi chiedo se, una volta venuta meno la cornice nazionale nella quale tradizionalmente si collocava, la questione meridionale possa essere recepita da una “non retorica” coscienza europea, intesa come consapevolezza della necessità di un’azione politica volta a cogliere le opportunità rese disponibili dal contesto europeo, e non come un passivo affidamento del Mez‑ zogiorno alle istituzioni europee, come già era avvenuto con lo Stato nazionale. Una coscienza europea “non retorica”, quindi, che sappia cogliere tutte le opportunità offerte dall’integrazione, comprese quelle rappresentate dalla dimensione eu‑ romediterranea, e le sappia mettere a frutto senza darle per scontate. Come Gianni Pittella ha spiegato

molto chiaramente, per cogliere al‑ cune di queste opportunità, saranno necessarie scelte politiche precise, rispetto alle quali occorrerà condur‑ re delle battaglie politiche a livello nazionale e a livello europeo. Sul fronte delle strategie di sviluppo per il Mezzogiorno, Mariano D’Antonio, sulla scorta di dati precisi, ha messo in guardia da giudizi apocalittici, che diano per fatale una emargina‑ zione del Sud. Anch’io ritengo che ci si debba guardare dall’esprimere giudizi di quel genere, ma credo che ci si debba guardare anche dal ricadere nelle formule semplifica‑ torie che ricorrono ogni tanto nella sinistra, e che non producono e non produrranno mai alcun passo in avanti. Occorre invece entrare nel merito di quale possa essere una strategia di sviluppo per il Mezzo‑ giorno, oggi. Opportunamente, Ma‑ riano D’Antonio ha indicato alcune direttrici di politica economica, e Giorgio Macciotta ha sottolineato alcune implicazio‑ ni di politica istitu‑ zionale. Per quanto mi riguarda devo dire che sono ri‑ masto molto colpi‑ to dal documento intitolato “Progetto Mezzogiorno”, che è stato sottoscritto da tutte le orga‑ nizzazioni degli imprenditori e dei lavoratori. È un documento impor‑ tante, che indica tutti i punti di ri‑ ferimento di una strategia di svilup‑ po. Naturalmente qualche aspetto può prestarsi ad essere discusso. Io ad esempio mi do‑ mando se esistano effettivamente in


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sede europea margini per una nuova fiscalità di vantaggio per le impre‑ se meridionali. Tuttavia, in linea generale, si tratta di un documento molto appropriato. A proposito delle risorse del Mezzogiorno, esso fa riferimento ad “una accresciuta vitalità imprenditoriale, frenata tuttavia dal peso eccessivo dei costi e dei tempi amministrativi e dalle carenze della strumentazione di sostegno”; e quindi anche al “po‑ sizionamento strategico al centro del bacino del Mediterraneo, non valorizzato dalla insufficiente do‑ tazione infrastrutturale e logistica”. Dunque molte di queste risorse sono solo potenziali, e per essere effetti‑ vamente trasformate in fattori di sviluppo, richiedono delle politiche specifiche, nonché la rimozione di ostacoli non lievi. Enrica Amaturo ha sollevato il problema di quali possano essere gli attori sociali che si facciano pro‑ motori di una strategia di sviluppo del Mezzogiorno. Nell’ipotesi in cui questo documento molto accurato, dovesse realmente costituire un car‑ tello per un’azione, non potrebbero

essere proprio le forze sociali che lo hanno promosso, ad imprimere un impulso decisivo nei confronti delle forze politiche? Non vorrei che si leggesse questa mia domanda come una manifestazione di sfiducia nelle forze politiche, anche se devo ammettere che in questo momento la mia fiducia non è elevatissima. Lo stimolo da parte delle forze so‑ ciali che si sono aggregate, e si sono mostrate capaci di trovare un punto d’incontro, potrebbe risultare molto importante affinché le forze poli‑ tiche riescano a mettersi in moto, ed è naturalmente augurabile che ciò si traduca in azioni e iniziative convergenti ed efficaci. L���altro elemento che alimenta una relativa fiducia nella possibilità di una ripresa dell’impegno delle forze politiche, o di una parte di esse, è rappresentato dal confronto elettorale del 2005/06. Si tratta però di vedere se nel confronto delle ele‑ zioni regionali, e successivamente delle elezioni politiche, si riuscirà a riportare al centro del dibattito le questioni del Mezzogiorno. Questa è una responsabilità precisa del

centrosinistra, la cui azione politi‑ ca negli anni di governo, sebbene dimostrasse un’attenzione che nel successivo governo di centrodestra è mancata, ha presentato comun‑ que dei limiti. Io credo che se ci si adopera, almeno da parte di uno degli schieramenti politici, a porre con forza queste questioni al centro della sfida, si condizionerà l’altro schieramento, e soprattutto, mi auguro, si condizionerà anche il voto degli elettori italiani. Dalle conclusioni della “Riflessione sul futuro del Mezzogiorno” promossa dal Centro di Iniziativa Mezzogiorno Eu­ ropa. Dicembre 2004.


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Dal no francese alla presidenza britannica

Parlando a Napoli il 1° giu‑ gno – nell’aula Spinelli della Facoltà di Scienze Politiche dell’Università Federico II – ho avuto modo di reagi‑ re “a caldo” all’annuncio, di qualche giorno prima, del risultato del refe‑ rendum francese sulla Costituzione europea. E il mio primo impulso è stato quello di denunciare le molte mistificazioni che hanno segnato la campagna referendaria in Francia e si sono diffuse, in varia misura, in tutti i paesi membri dell’Unione, compresa l’Italia.Non ci si può, naturalmente, fermare a questa de‑ nuncia, e cercherò anch’io in questo mio intervento di guardare avanti. Non si può tuttavia non rilevare come le settimane che sono seguite a quel voto abbiano visto il crescere di una campagna tendente ad accredi‑ tare versioni di comodo della storia dell’europeismo e del processo di integrazione europea, a metterne in questione principi e valori fondanti, e in definitiva a deviare l’attenzione dagli effettivi punti di crisi del‑ l’Unione, quali si possono e debbono leggere nell’esito traumatico delle consultazioni referendarie in due dei sei paesi fondatori dell’Europa comunitaria. Si impone dunque un serio sforzo di chiarificazione e riflessione, alla luce anche del fallimento del Consiglio europeo del 16‑17 giugno e del discorso di Tony Blair con cui ha preso l’avvio – il 23 giugno a Bruxelles – il semestre di presidenza inglese dell’Unione. È ormai opinione piuttosto con‑ solidata – anche Blair ha mostrato di condividerla – che il no francese sia stato motivato assai poco da un rigetto, fondato sulla conoscenza, del testo della Costituzione firmato a Roma nell’ottobre 2003. Il voto sulla Costituzione ha piuttosto espresso una profonda insoddisfazione per lo stato delle cose in Europa, per le insufficienze e contraddizioni della leadership politica, delle for‑ ze che guidano un paese come la

Francia (aspetto su cui ha messo in particolar modo l’accento Giscard d’Estaing) e guidano l’Europa nel suo insieme. Ma ciò non toglie che sia neces‑ sario sbarazzare il campo dagli ar‑ gomenti pretestuosi e falsi (Jacques Delors ha accusato i corifei del no in Francia di “mentire”) messi in cam‑ po contro la Costituzione europea. È necessario farlo anche perché occor‑ re dovunque recuperare consensi su un testo che dovrà essere sottoposto a ratifica nei paesi in cui ancora non lo sia stato e su cui – sia pure non a fine 2006 ma a fine 2007 – si dovrà fare il punto nel Consiglio europeo, non potendosi accettare l’idea che il frutto di due anni e mezzo di im‑ pegnativo confronto venga buttato nel cestino. E allora, diciamolo ancora, e chiaramente: è stato messo in cir­ co­lazione un insieme di falsità a proposito del Trattato costituzionale adottato dalla Convenzione, modifi‑ cato e approvato dalla Conferenza Intergovernativa, sottoscritto da 25 capi di Stato e di governo. È falso che il testo non presentasse i tratti peculiari di una Costituzione, non avesse la necessaria stringatezza e comprensibilità: non si può con‑ fondere la prima e la seconda parte del Trattato con la terza, che non la Convenzione ma i governi nazionali hanno voluto “appiccicarvi” e che per la sua pletoricità, contraddit‑ torietà, tecnicità si è prestata a un attacco mistificatoriamente esteso alla Costituzione nel suo complesso. Quella terza parte, che raccoglie un coacervo di disposizioni sulle politiche dell’Unione e sulle relative procedure, rappresenta la risultante di una dialettica politica – sempre aperta – sulle scelte e sulle azioni da portare avanti, e non avrebbe dunque dovuto essere irrigidita entro la logica di un trattato costi‑ tuzionale. Di qui anche l’equivoco che le politiche dell’Unione potessero

essere definite una volta per tutte in Costituzione e magari nei termini più graditi alle forze di sinistra. È falso, comunque, che il Tratta‑ to costituzionale abbia sancito uno spostamento dell’asse dell’Unione verso il liberismo o il neo‑liberismo e non rappresenti invece una riaffer‑ mazione, anzi un’affermazione più netta, della dimensione sociale della costruzione europea, ovvero degli obbiettivi di una “Europa sociale”. È falso, egualmente, che la Costi‑ tuzione non abbia raccolto l’esigenza di evitare dilatazioni striscianti ed invasive degli interventi della Commissione di Bruxelles: si è anzi come non mai garantito il principio di sussidiarietà. E si sono come mai prima aperte possibilità di coinvolgimento, di sistematica consultazione della società civile nel corso del processo di formazione delle decisioni comunitarie. Infine, si è portato più avanti lo sforzo di democratizzazione dell’assetto isti‑ tuzionale attribuendo al Parlamento europeo ulteriori poteri legislativi e di investitura e controllo dell’Ese‑ cutivo dell’Unione. È davvero un po’ presto per affermare – come ha fatto Blair a Bruxelles – che la Costituzio‑ ne (ancora lontana dall’entrata in vigore) non è riuscita ad “avvicinare l’Unione ai popoli”. La verità è che nel no francese e olandese, nel disincanto espressosi altrove, ha prevalso la contesta‑ zione dell’apparente incapacità dell’Unione a dare risposte efficaci a problemi di crescita economica e di equità sociale, di governo del pro‑ cesso di globalizzazione, di gestione dei flussi migratori, di tutela della sicurezza dei cittadini. Ma in quale misura queste rispo‑ ste sono mancate per responsabilità dei governi nazionali, delle loro politiche interne e soprattutto delle resistenze da essi opposte a uno svi‑ luppo conseguente di nuove politiche comuni da parte dell’Unione? È su


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questo punto che dovrebbe concen‑ trarsi il discorso, per ricavare dalla crisi che si è aperta conclusioni non distruttive, né ambigue, né vaghe e sfuggenti, ma seriamente proiettate in avanti. E se nel suo discorso di Bruxel‑ les il primo ministro britannico ha rifiutato la rappresentazione di quanti vogliono il cambiamento come anti‑europei, traditori del‑ l’ideale europeo, sarà pur permesso di rifiutare l’etichetta di cultori dell’”inerzia”, sordi alla necessità di un rinnovamento, affibbiata a quanti sono convinti che ci si debba muovere sulla via dell’integrazione, non tornare indietro, non ripiegare su visioni che non sono né più mo‑ derne né più efficaci. Tanto più che quando in quel discorso Blair ha voluto indicare più concretamente il “da farsi” per rendere competitiva l’economia europea, per modernizzare il nostro modello sociale, per “cogliere le op‑ portunità ed evitare i pericoli” della globalizzazione, ha citato il rapporto Kok (2004) e l’agenda di Lisbona. E circa la necessità e il modo di rinno‑ vare il bilancio dell’Unione – su cui nel recente Consiglio di Bruxelles ci si è scontrati ciecamente tra chiusu‑ re conservatrici francesi e rigidità britanniche – Blair ha citato il rap‑ porto Sapir (2003). È questo che si deve far presente all’On. Tremonti, che tenta di strumentalizzare po‑ liticamente le posizioni del primo ministro britannico: dal discorso di Blair emerge come le vie del cambiamento sino state tracciate negli ultimi anni da elaborazioni e iniziative promosse proprio da quella Commissione Prodi contro la quale il Tremonti insolentisce quotidianamente. Ma perché l’agenda di Lisbona, le scelte suggerite dal rapporto Kok e dal rapporto Sapir, non si sono tradotte e stentano a tradursi in decisioni reali e risultati tangibili? E perché non hanno preso corpo una più incisiva politica di lotta contro il terrorismo e contro la criminalità organizzata, nonché una politica dell’asilo e un’azione contro l’immi‑ grazione illegale (anche di questo ha parlato Blair)? E perché fa fatica a

decollare una politica estera, di sicurezza e di difesa, capace di fare forte l’Europa come soggetto attivo sulla scena internazionale? La risposta, secondo il primo ministro britannico, sta in sostanza in una crisi di “leadership politica”. Il che è assolutamente vero, ma sorge allora la domanda sul come superare una tale crisi. Ci si può augurare, certo, che una nuova leadership europea scaturisca dai confronti politici e dalle prove elettorali del prossi‑ mo futuro; si può anche contare sull’impulso al cambiamento che oggi viene dal governo laburista britannico, ma senza cadere nel‑ l’ingenuità di non vederne i limiti e le duplicità. Penso che si debbano – senza chiudersi nella nostalgia del vecchio asse franco‑tedesco – apprezzare e prendere in parola le forti af‑ fermazioni di Blair relative al suo “appassionato” europeismo, al suo credere nell’Europa “come soggetto politico”, contro l’idea di una regressione dell’Europa a sem‑ plice mercato comune. Penso che si debba prendere in parola anche la sua disponibilità a rinunciare alle vecchie concessioni ottenute dalla signora Thatcher purché si riveda e si proietti verso il futuro il bilancio dell’Unione. È importante anche quel che egli ha detto sulla necessità di contrastare le mistificazioni e le paure a proposito dell’allargamento dell’Unione, le tendenze naziona‑ listiche e xenofobe, le posizioni ostili a un’apertura dell’economia europea. Non c’è dubbio, in effetti, che se prevalessero simili tendenze e posizioni (presenti nel governo italiano), l’Europa non sarebbe in grado di far fronte a sfide che sfug‑ gono a una dimensione nazionale, che esigono sempre più coese e dina‑ miche politiche europee. Ma come le si possono concepire e attuare senza le istituzioni, e al di fuori della logica dell’integrazione europea? Ebbene, credo di aver letto attentamente il discorso di Blair a Bruxelles, senza trovare una sola volta la parola integrazione. E d’altra parte, la Gran Bretagna è rimasta fuori sia dall’integrazione dell’Euro per la moneta sia dall’in‑

tegrazione di Schengen per la libera circolazione dei cittadini e per la sicurezza. E dunque, si ha in mente di puntare solo su forme di coope‑ razione intergovernativa, tra pochi (magari per la difesa) o tra tutti, sot‑ tostando al vincolo dell’unanimità? Al discorso sulle istituzioni non ci si può sottrarre. C’è “una crisi di lea‑ dership politica”, ma c’è anche “una crisi delle istituzioni politiche”: e bisogna sforzarsi di darvi delle soluzioni come quelle formulate dal Trattato costituzionale, se non più avanzate, di certo non regredendo al Trattato di Nizza. L’attuale lea‑ dership britannica può contribuire al rinnovamento di cui l’Europa ha bisogno: ma solo se non resterà prigioniera del passato, di quella storica ostilità all’integrazione che iniziò nel 1950 col rifiuto, opposto a Jean Monnet dal Cancelliere dello Scacchiere, il laburista Stafford Cripps, di aderire alla nascente, grande impresa comunitaria. L’intervento del 1 giugno al quale ci si riferisce in questa nota è stato pronun­ ciato da Giorgio Napolitano in occasione della sua nomina a Professore per chiara fama, Associato al Collegio di Docenti del Dottorato di Ricerca in Scienza politica e Istituzioni europee della Facoltà di Scienze politiche dell’Università Federico II di Napoli.


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Non bisogna temere il confronto

La rivista Mezzogiorno Europa, che Andrea Geremicca anima con fervore ineguagliabile, ha dimostra‑ to già in altre occasioni di svolgere una funzione a mio avviso necessa‑ ria ed importante, volta ad incana‑ lare critiche, ma anche sollecitazioni e riflessioni, in modo da costituire un ponte, per usare la terminologia di Biagio de Giovanni, tra il potere pubblico e lo spazio esterno ad esso. Sappiamo che questo a Napoli è stato molto difficile negli ultimi tempi, e ciò rende veramente meritoria l’iniziativa di oggi, la quale spero possa lasciare una traccia, anche sotto il profilo dei comportamenti effettivi, in tutti gli interlocutori che abbiamo ospitato in questo incontro. Vorrei iniziare il mio intervento sot‑ tolineando essenzialmente come un punto di particolare e inedita diffi‑ coltà sia oggi costituito dal fatto che i problemi dello sviluppo, per Napoli e per il Mezzogiorno, devono essere affrontati non in un’Italia e in un’Eu‑ ropa che crescono, ma in un’Italia che non cresce, e in un’Europa che stenta a crescere. Ciò rende il con‑ testo generale più arduo, però apre anche una finestra di opportunità. Io credo che se noi vogliamo uscire dalla crisi che attanaglia l’Unione Europea, dobbiamo pensare anche a nuove politiche e a nuove soluzioni istituzionali. Se vogliamo far uscire l’Italia da un giudizio di declino, che al di là di ogni retorica si tocca con mano ed è reale, dobbiamo pensare a nuove strategie di sviluppo. È sullo sfondo di tali strategie che va collocato il problema di Napoli, e per altri aspetti anche quello del Mezzo‑ giorno. Credo inoltre che dobbiamo riuscire a far valere, in una prospet‑ tiva politica che ci auguriamo sia più favorevole, certe priorità, una delle quali è la cosiddetta “questione Napoli”. In Italia non c’è nessun’altra conurbazione simile alla nostra, nes‑ sun’altra area urbana in condizioni così ardue, così critiche. Questo è un tema che deve diventare essenziale

nella ricerca di nuove strategie per lo sviluppo del paese. Coloro che governeranno l’Italia a partire dalle prossime elezioni dovranno riuscire a collocare questo tema come prioritario nella loro agenda, oppure la situazione è destinata ad aggravarsi in modo difficilmente recuperabile, qualunque sforzo si faccia al livello locale. Ogni contributo da parte di chi governa la Campania, e più in generale da parte di chi governa nel Mezzogiorno, deve dunque in‑ quadrarsi in un contesto nazionale ed europeo. In questo senso, mi pare che Antonio Bassolino abbia raccolto lo spunto offertogli dalla relazione di Gravagnuolo, affermando l’idea che il Coordinamento delle regioni meridionali debba assumere in ma‑ niera crescente un ruolo propositivo, enucleando proposte e progetti, con quel tanto di interrelazione tra le regioni meridionali che è necessario e possibile. Per quel che riguarda la città di Napoli, come opportunamente osservava Umberto Ranieri, la caduta di ogni sviluppo industriale degno di questo nome è un assillo, nonostante negli ultimi anni si sia manifestata una certa fertilità sul fronte della nascita delle imprese e della creazione di un certo tessuto imprenditoriale. Le nuove imprese sorte negli ultimi tempi ancora non costituiscono una “massa critica” che spinga a considerare Napoli come una città che produca e non si limiti ad essere luogo di infrastrut‑ ture e servizi, o una meta turistica. Questa grossa questione non può essere affrontata se non in una prospettiva di politiche nazionali ed europee. Su questo terreno le paro‑ le‑chiave sembrano essere ricerca e innovazione. A livello nazionale ed europeo non c’è nessuno che manchi di sottolineare la necessità della ricerca e dell’innovazione, per re‑ cuperare posizioni sul terreno della competitività. Però, poiché a questo

proposito tanti parlano di progetti, e anche Bassolino lo ha fatto poc’anzi, io credo che bisognerebbe prestare un po’ di attenzione al modo in cui questi progetti vengono avanti. Più volte si è fatto riferimento a Napoli est ed a Bagnoli come luoghi di incubazione per nuove iniziative nel campo della ricerca e dell’inno‑ vazione. A questo proposito però sareb‑ be opportuno domandarsi se quei progetti, visto che è passato un certo tempo dalla loro elaborazione, abbiano ancora una loro validità e vitalità. È stato più volte affermato che i progetti volti a fare crescere un nuovo tessuto imprenditoriale e una nuova presenza produttiva nell’area napoletana, sono legati alla questione urbanistica. Non dobbiamo allora nasconderci che i dieci anni che sono trascorsi per l’approvazione del Piano, hanno rappresentato un costo. La lentezza è un costo. Naturalmente il discorso sulle responsabilità va fatto: non va dimenticato che c’è stato uno stillici‑ dio dei finanziamenti promessi dal Governo nazionale, e addirittura formalmente impegnati per Ba‑ gnoli. Tuttavia, più che discutere sulle colpe di ciascuno, sarebbe più opportuno parlare di come recupe‑ rare il ritardo e uscire da questa situazione, anche nell’aspettativa di un Parlamento nazionale e di un Governo più sensibili all’esigenza di sorreggere questi progetti, e più in generale ad una priorità della “questione napoletana”. Si possono concentrare energie politiche ed istituzionali su questi progetti? Io credo che sia indispen‑ sabile ottenere questo risultato, e che a tal fine sia necessario evitare, da parte del governo locale, e regio‑ nale in particolare, ripiegamenti sull’amministrazione del consenso. Nessuno deve gridare allo scandalo per il fatto che si coltivino, da parte di chi governa, reti di influenza e di potere, come le ha chiamate Macry.


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Questo ovviamente fa parte dei diritti inderogabili della politica. Tuttavia, se l’allargamento del consenso diviene assillo prevalente in chi governa, e se in questo sforzo non si garantisce la trasparenza della gestione, allora diventa altra cosa, e ne va di mezzo la qualità della democrazia. Su questo punto bisogna ragionare, evitando di chiudersi nella difesa zelante di tutto quello che è gestione attuale del potere e del governo da parte delle forze politiche che ne hanno la responsabilità, e nel rifiuto della critica, talvolta condotta con molta asprezza. Credo che questi temi debbano interessare anche la riflessione istituzionale. Molta parte delle ener‑ gie rischia di essere assorbita dalle tensioni tra gli organi di governo e gli organi rappresentativi. Nel corso degli anni ’90 abbiamo portato avan‑ ti riforme nell’ordinamento degli enti locali, che io difendo nella loro ispirazione; colgo tuttavia alcuni nodi che sono rimasti irrisolti, e richiedono una riflessione. Se non troviamo il modo di coordinare il rafforzamento del‑ l’esecutivo con la valorizzazione delle assemblee rappresentative, corriamo il rischio di assistere a “compensazioni” improprie della caduta di ruolo dei Consigli, delle assemblee rappresentative e legi‑ slative. Credo sia importante, a distanza di alcuni anni, tentare di fare il punto sull’applicazione della legge 241/1990, e di tutti i decreti attua‑ tivi che ad essa hanno fatto seguito negli anni successivi, con impegni molto stringenti, volti a garantire la semplificazione dei provvedimenti amministrativi e la trasparenza nella gestione delle nomine. È una questione di fondamentale impor‑ tanza, che deve accompagnare l’individuazione di progetti per lo sviluppo. Naturalmente questo tipo di que‑ stioni riguarda da vicino i partiti. Sono d’accordo con Biagio de Gio‑ vanni nell’affermare il ruolo essen‑ ziale dei partiti nella formazione dei quadri dirigenti: è un ruolo, questo, che non può in alcun modo essere

sostituito da una “onnipotenza” delle istituzioni e delle loro espressioni di governo, ed è un ruolo che i partiti stessi devono ritrovare. Non si tratta di un sentimento di nostalgia verso i partiti di una volta. Io credo, in ge‑ nerale, che la nostalgia possa anche essere un sentimento non indegno, se non diventa velleitaria attesa del riprodursi del passato. Ma se da un lato è bene procedere senza guardarsi indietro, dall’altro è necessario rifuggire da chiusure nel conformismo e nell’uniformità, altrimenti i partiti non riusciranno a dare un contributo alla definizione d uno spazio pubblico più largo del semplice potere pubblico. Discutere di queste cose è im‑ portante, e non bisogna temere il confronto neanche quando esso diventa conflitto e contrapposizione dura tra posizioni differenti. Infine vorrei soffermarmi su un altro punto, sollevato da Paolo Macry nella sua relazione. Noi non abbiamo, in questa fase, e già da alcuni anni, una dialettica di alternanza nella città e nella regione. Naturalmente io non credo che ci si possa tutti far carico dell’inadeguatezza dello schieramento politico di centrode‑ stra ad assolvere al proprio ruolo di opposizione per l’alternanza. Credo però che occorra fare attenzione a non concepire quella che Macry ha definito una “visione coalizionale” del governo locale e regionale come tentativo di assorbimento dell’op‑ posizione. Credo altresì opportuno richiamare l’opposizione alle sue responsabilità e a fronteggiare con convinzione le sfide che essa è capace di produrre, sfuggendo alla tentazione di perseguire l’obbiettivo di rassicuranti e ambigue forme di unanimismo. Credo che oggi si sia fatto un buon lavoro, e si sia avuta una buona discussione. Oggi c’è stato dialogo. L’auspicio è di continuare su questa strada per determinare prospettive valide, per Napoli e per la Campania. Dalle conclusioni del Convegno Napoli, problemi e prospettive, promosso da Mez­ zogiorno Europa in collaborazione con L’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici.

Novembre 2005.


Dalla prima pagina

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Le ragioni del ‘no’ al referendum

COSTITUZIONE SOTTO ATTACCO LA CONTRORIFORMA DEL CENTRO‑DESTRA

ministro dotato di po‑ teri enormi, una tanto confusa quanto deleteria trasformazione del Sena‑ to della Repubblica in un finto Senato federale e, infine, la famigerata devolu‑ tion voluta dalla Lega Nord. I cittadini italiani non possono permettere che una simile revisione entri in vigore. Sfigurare la nostra Costituzione signi‑ ficherebbe minare le fondamenta della nostra convivenza. In questo scritto abbiamo voluto approfondire i motivi per i quali le mo‑ difiche alla Costituzione deliberate dal centro‑destra devono essere respinte, cosicché chi legge queste pagine possa a sua volta spiegare al maggior numero di cittadini possibile perché al prossi‑ mo referendum costituzionale è di vi‑ tale importanza che vincano i NO.

Le origini della Costituzione e della modifica del centro‑destra: due storie diverse

La Costituzione del 1948 simboleg‑ gia la vittoria della democrazia contro la dittatura, la sconfitta della monar‑ chia e l’avvento della Repubblica, la fine della guerra e la stipulazione di un grande patto condiviso tra le forze politiche della resistenza e della libe‑ razione. È proprio la sua essenza di patto condiviso che ha consentito alla Carta fondamentale di porre le basi per l’uscita dell’Italia dalle macerie della guerra e di avviare la ricostru‑ zione non solo economica, ma anche morale e culturale del Paese. I demo‑ cristiani, i comunisti, i socialisti, i li‑ berali riuscirono a trovare, nel corso della redazione del testo costituziona‑ le, un vero e proprio spirito costituen‑ te, che consentì loro di elaborare una

Costituzione con alla base principi e valori comuni: l’eguaglianza sostan‑ ziale e i diritti sociali, la tutela dei diritti di libertà, la laicità dello Sta‑ to, l’equilibrio e il bilanciamento tra i poteri. È per questo che quando si

note leggi ad personam, Berlusconi non ha esitato a concedere, sotto for‑ ma di modifiche al testo costituziona‑ le, una sorta di dittatura del premier ad Alleanza nazionale e la devolution alla Lega Nord. Il testo della riforma, scritto nel chiuso di una baita alpina dai cosid‑ detti saggi di Lorenzago (alcuni pre‑ tesi esperti di diritto costituzionale del centro‑destra), è stato presentato in Parlamento sotto forma di disegno di legge del Governo e approvato coi soli voti della maggioranza. Esattamente il contrario di un patto condiviso, anzi un modo per trasformare la Costitu‑ zione di tutti nella Costituzione di pochi, un modo per distruggere l’idea stessa di Costituzione. È nata così questa riforma con‑ fusa, pasticciata, di difficile lettura e incredibile complessità. Intendiamo metterne in evidenza gli aspetti più contraddittori e pericolosi, destinati a creare indesiderabili concentrazioni di potere, ma so‑ leggono gli articoli prattutto una de‑ Dietro ogni articolo di questa della Costituzione vastante paralisi Costituzione, o giovani, voi dovete italiana si prova istituzionale. vedere giovani come voi, che hanno dato un sentimento di Il progetto del la vita perché la libertà e la giustizia identificazione, di testo di revisio‑ potessero essere scritte su questa Carta riconoscimento, la ne nasce, dunque, Piero Calamandrei, agli studenti milanesi, 1955 percezione che si è fuori dal Parla‑ di fronte non al te‑ mento, senza un sto di una parte politica contro le altre, reale confronto tra la maggioranza e ma alla Costituzione di tutti. l’opposizione, perseguendo una logica La revisione costituzionale del cen‑ di emarginazione delle assemblee par‑ tro‑destra non ha nulla dello spirito co‑ lamentari e con esse, inevitabilmente, stituente descritto. La sua origine non dell’opposizione e delle autonomie è il frutto di un accordo tra la maggio‑ territoriali. Certamente, vi è sempre il ranza e l’opposizione, ma l’esito di un momento dell’iniziativa: nell’Assem‑ baratto tra i partiti della maggioranza blea Costituente ad Egidio Tosato fu nell’ambito del quale la Costituzione affidato il compito di redigere lo sche‑ è stata letteralmente venduta a pezzi. ma generale della Costituzione, ma in Per potersi garantire la Presidenza del quanto mandatario sia della maggio‑ Consiglio fino alla fine della passata ranza che dell’opposizione. Sia dalla legislatura e l’approvazione delle ben sua genesi politica che dal metodo,

Pietro Ciarlo


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dunque, l’attuale revisione si caratte‑ rizza per una sua vocazione extrapar‑ lamentare, per la sua nascita fuori dal Parlamento. La riforma del Titolo V della Costituzione, approvata nel 2001, sul finire della XIII legislatura, viene richiamata da alcuni quale preceden‑ te che giustifica il modo di procedere della destra, ma le due situazioni sono radicalmente diverse. Anche nel 2001, infatti, vi fu una votazione finale da parte della sola maggioranza di cen‑ trosinistra, ma tale votazione aveva ad oggetto un testo che rappresenta‑ va il risultato di un lungo lavoro di colloquio tra la maggioranza stessa e l’opposizione, già a partire dalla Com‑ missione bicamerale D’Alema. Solo al momento dell’approvazione finale, in vista delle imminenti elezioni politi‑ che, il centro‑destra, allora opposizio‑ ne, si chiamò strumentalmente fuori. Peraltro, non si possono dimenticare i rapporti intessuti con le Regioni e gli enti locali che si espressero unanime‑

mente a favore della riforma, mentre a questa di oggi sono nettamente contra‑ ri: quasi tutti i Consigli regionali han‑ no richiesto l’indizione del referendum perché si possa dire NO.

La demolizione della forma di governo parlamentare

Il costituzionalismo democratico esprime l’idea di Costituzione come un patto condiviso, patto che tutela le minoranze contro gli eventuali abusi della maggioranza e garantisce il bi‑ lanciamento dei poteri. Viceversa la controriforma del centro‑destra si rial‑ laccia a ideologie del tutto opposte. Il suo intento generale è quello di potenziare a dismisura il dominio della maggioranza e in particolare del premier che ne sarebbe il padro‑ ne assoluto: per esserne consapevoli basta guardare alla disciplina dello

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scioglimento anticipato della Camera, crocevia qualificante per qualsiasi for‑ ma di governo. Lo scioglimento anticipato delle Camere è oggi un potere che la Co‑ stituzione assegna al Presidente della Repubblica in funzione di garanzia. È il Capo dello Stato che, tenuto conto delle istanze provenienti dal Parla‑ mento, valuta la possibilità di uno scioglimento anticipato. Detto in altri termini, il delicato potere di sciogliere le Camere normalmente viene utiliz‑ zato dal Presidente della Repubblica perché i partiti e il Parlamento non rie‑ scono ad esprimere una maggioranza che sostenga il Governo. L’articolo 88 è stato riscritto dal cen‑ tro‑destra stravolgendo questo istituto: il Presidente della Repubblica dovreb‑ be necessariamente sciogliere la Came‑ ra quando richiesto dal Primo mini‑ stro. Il Presidente della Repubblica non emana il decreto di scioglimento solo ove venga presentata e approvata dalla Camera dei deputati una mozione, sot‑ toscritta dai deputati appartenenti alla maggioranza espressa dalle elezioni in numero non inferiore alla maggioran‑ za dei componenti della Camera, nella quale si dichiari di voler continuare nell’attuazione del programma e si indichi il nome di un nuovo Primo ministro. L’articolo 94 dal canto suo prevede che, votando a maggioranza assoluta una mozione di sfiducia al Primo ministro, lo scioglimento della Camera sia automatico, a meno che tale mozione non contenga altresì la desi‑ gnazione di un nuovo Primo ministro e sempre però a condizione che venga approvata dalla maggioranza espressa dalle elezioni in numero non inferiore alla maggioranza dei componenti del‑ la Camera. Si tratta di previsioni per alcuni aspetti bizzarre ed astruse, per altri preoccupanti. A norma dell’articolo 88 il Primo ministro che richiede lo scio‑ glimento non avrebbe neanche l’one‑ re di andare a riferire in Parlamento. Dunque, nell’ipotesi in discorso, un procedimento delicato come quello dello scioglimento anticipato, che per sua natura segna una fase di sofferen‑ za istituzionale, viene di fatto reso ex‑


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traparlamentare e talmente complesso da apparire incerto nei suoi tratti di fondo. Oggi, con uno scioglimento che da un punto di vista sostanziale trae origine dal Parlamento, il Presidente del consiglio è solo uno dei protago‑ nisti della vicenda. Inoltre, a seconda delle circostanze di fatto, un ruolo più o meno rilevante può essere svolto dai poteri di influenza del Presidente della Repubblica. La proposta in discorso prefigura invece un ruolo meramente notarile per il Capo dello Stato e, so‑ prattutto, una posizione assolutamen‑ te preponderante del Primo ministro che ha la possibilità di determinare lo scioglimento sulla base di valutazioni o interessi del tutto personali, anche prescindendo dagli orientamenti della stessa maggioranza che lo sostiene. Altro indizio della inaccettabile cultura politica che sostiene questo testo è ravvisabile nel secondo comma dell’articolo 88, dove si ipotizza che la mozione con la quale viene indicato il nome del nuovo Primo ministro deve essere accompagnata dalla dichiara‑ zione di voler continuare nell’attua‑ zione del programma: si tratta di una previsione tra l’ingenuo e il minac‑ cioso. È sicuramente ingenuo ritenere che un programma di governo possa rimanere sempre uguale a se stesso nonostante tutto quello che può acca‑ dere nel mondo e in casa nostra; d’al‑ tra parte, una simile visione evidenzia ulteriormente quella concezione iper‑ normativa dell’indirizzo politico che pervade tutto il testo e non può non suscitare apprensione. Il Primo ministro è eletto, in pra‑ tica, direttamente: la nomina da parte del Presidente della Repubblica è un atto dovuto in base ai risultati elettorali e il Primo ministro stesso deve presen‑ tarsi alle Camere semplicemente ad esporre il suo programma. Il secondo comma dell’articolo 92, però, non solo dispone un collegamento necessario tra il candidato Primo ministro e i can‑ didati alla Camera, ma prefigura altre‑ sì un premio di maggioranza quando afferma che la “legge disciplina l’ele‑ zione dei deputati in modo da favori‑ re la formazione di una maggioranza, collegata al candidato alla carica di Primo ministro”. Il Primo ministro è

Dalla prima pagina in sostanza inamovibile per la legisla‑ tura e il sistema viene chiuso da uno scioglimento della Camera in pratica disposto dal Primo ministro stesso. Infatti, anche la previsione della sfi‑ ducia costruttiva non pare sufficiente per evitare uno scioglimento dell’As‑ semblea, in quanto essa presuppone per la sua validità l’approvazione da parte della stessa maggioranza uscita dalle elezioni. Non è difficile immagi‑ nare come si possa neutralizzare una simile previsione: è sufficiente che il Primo ministro “controlli” anche un piccolo gruppo di deputati per evitare il raggiungimento della maggioranza dei voti necessari alla approvazione della sfiducia costruttiva e per deter‑ minare quindi, comunque, lo sciogli‑ mento della Camera. Siamo di fronte ad una revisione che costruisce un Premier in pratica inamovibile, con un Governo ai suoi ordini e un Parlamento del tutto suc‑ cube delle sue volontà. Un’ulteriore dimostrazione di ciò che si afferma ri‑ siede nel quinto comma dell’art. 72, che rimette nelle mani del Governo la de‑ cisione sull’ordine del giorno della Ca‑ mera e del Senato. Nessuna assemblea legislativa può accettare che la propria agenda sia decisa dall’esecutivo: l’auto‑ nomia della fissazione dell’ordine del giorno fu tra le prime rivendicazioni dei Parlamenti moderni contro l’asso‑ lutismo regio. Dunque, è il Parlamento nel suo complesso che viene posto in una condizione di minorità rispetto al Governo e per esso al Primo ministro, facendo così seriamente dubitare che la forma di governo inventata dal cen‑ tro‑destra possa definirsi democratica. È chiaro come né il presidenzialismo americano, né la forma di governo britannica contemplino una simile concentrazione di potere nelle mani dell’esecutivo o, per dir meglio, di una carica monocratica, di un uomo solo. Sia chiaro: non nutriamo nessuna dif‑ fidenza nei confronti di una forma di governo presidenziale nella quale l’ese‑ cutivo fosse eletto direttamente per un periodo predeterminato e fosse altresì dotato di forti poteri; in questa ipotesi però il Parlamento dovrebbe essere attentamente salvaguardato nelle sue prerogative legislative. Del resto an‑

che il Presidente degli Stati Uniti gode soltanto di un potere negativo di veto sulla legislazione, peraltro superabile a maggioranza qualificata, ma non può certamente sciogliere le Camere. Tra quelle che si potevano im‑ maginare, le ipotesi formulate dalla proposta in oggetto sono forse le più eccentriche rispetto ai principi del costituzionalismo. Riprova che l’ispi‑ razione complessiva della proposta appare volta al conferimento al Primo ministro di un potere privo di qual‑ siasi efficace bilanciamento, pratica‑ mente illimitato. Viceversa, l’essenza del costituzionalismo va individuata proprio nel bilanciamento del potere: questa riforma è “incostituzionale” nel senso più profondo del termine. Essa, infatti, contrasta con lo scopo stesso del costituzionalismo: limitare e bilanciare il potere. Si vuole instaurare una “dit‑ tatura” del Primo ministro.

La riduzione di ruolo degli organi di garanzia

L’assenza di bilanciamento tra i poteri è confermata da un altro grave elemento previsto dalla revisione: la compressione del ruolo del Presidente della Repubblica e della Corte costi‑ tuzionale, gli organi di garanzia della nostra Costituzione. Per quanto riguarda il Presidente della Repubblica, la proposta del cen‑ tro‑destra è volta a fare in modo che i suoi poteri siano ridotti a vantaggio del Governo e del Primo ministro. Uno dei poteri tradizionali affidato al Capo del‑ lo Stato consiste nella autorizzazione alla presentazione dei disegni di legge del Governo in Parlamento. Un potere non determinante, si potrà osservare, ma in realtà significativo perché volto a impedire la presentazione alle Came‑ re di disegni di legge manifestamente incostituzionali. Per i costituenti era fondamentale rispettare la “dignità” del Parlamento e della Costituzione contro atteggiamenti in un certo qual modo “arroganti” manifestati dal Go‑ verno attraverso disegni di legge in palese conflitto col testo costituziona‑ le stesso. Se le modifiche proposte en‑ trassero in vigore anche questo potere del Capo dello Stato – come quello di


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vi sarebbe il serio pericolo che la Corte costituzionale si trasformi in una cassa di risonanza delle polemiche politiche. Sarebbe la fine della Corte costituzio‑ nale, la fine quindi del nostro giudice delle leggi, ultimo garante del rispetto della Costituzione.

Il falso Senato federale, la devolution e l’impossibile esercizio della funzione legislativa

scioglimento delle Camere – verrebbe meno, nel segno di un ulteriore del raf‑ forzamento del Primo ministro. Ciò che però, se possibile, lascia an‑ cora più perplessi, è la modifica della composizione della Corte costituzio‑ nale, che nel nostro ordinamento ha il fondamentale compito di annullare quelle leggi che si pongono in contra‑ sto con la Costituzione. Attualmente, l’art. 135 Cost. stabilisce che dei 15 giudici che la compongono, 5 sono nominati dal Presidente della Repub‑ blica, 5 sono eletti dalle supreme ma‑ gistrature ordinaria e amministrativa, 5 sono eletti dal Parlamento in seduta comune. Ne segue che i giudici più “vicini” alla politica, ovvero quelli di nomina parlamentare, sono solo un terzo: questo ha consentito alla Corte

costituzionale, nel corso degli anni, di non farsi trascinare quasi mai nelle polemiche politiche contingenti, ma anzi di guadagnarsi una posizione di grande autorevolezza e di autonomia dalla politica. Tutto ciò è seriamente messo in pericolo dalla riforma costi‑ tuzionale, che sembra spingere verso una sorta di politicizzazione della Corte facendo saltare l’equilibrio delle nomine. È infatti previsto che i giudici rimangano 15, ma sia il Presidente del‑ la Repubblica che le magistrature ne eleggerebbero non più 5, ma 4 ciascu‑ no. Gli altri sette giudici costituzionali sarebbero tutti eletti dal Parlamento: 3 dalla Camera e 4 dal Senato. In tal modo i giudici di più diretta deriva‑ zione politica e partitica aumentereb‑ bero di numero: come si può intuire,

Se le osservazioni sin qui svolte suscitano allarme per il corretto fun‑ zionamento della forma di governo, non minori perplessità la revisione del centro‑destra fa nascere per quanto concerne i rapporti tra Stato e Regioni e l’effettivo esercizio della funzione legislativa. Viene ipotizzato un Senato fe‑ derale, ma basterebbe ricordare lo sferzante giudizio del Presidente (di centro‑destra!) della Regione Lom‑ bardia secondo il quale questo Senato avrebbe di federale solo il nome, per svelare un altro pasticcio. Infatti esso non è in grado, per la sua stessa strut‑ tura, di assolvere una seppur minima funzione di coordinamento preventivo della legislazione statale e regionale, né di proiettare le regioni al centro. A norma dell’art. 57 i duecentocinquan‑ tadue senatori dovranno essere eletti a suffragio universale e diretto su base regionale. Il Senato non sarà dunque costi‑ tuito da rappresentanti delle Regioni, ma da eletti che non si differenziano in modo significativo da quelli odierni. Veramente poca cosa è la previsione dell’elezione dei senatori contestual‑ mente a quella dei Consigli regionali. Addirittura beffardo suona l’ultimo comma dell’art. 57, secondo cui par‑ tecipano all’attività del Senato, per ciascuna Regione, un rappresentante eletto dal Consiglio regionale ed uno eletto dai Consigli delle autonomie lo‑ cali, tutti senza diritto di voto. Proprio così, senza diritto di voto. In questo contesto già ambiguo ed incoerente viene ampliata la potestà legislativa esclusiva delle Regioni in


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materia sanitaria, scolastica e di polizia locale – la cosiddetta devolution – ag‑ gravando ulteriormente i problemi di coordinamento con la legislazione statale. Basti pensare alla ancora più difficile conciliabilità con la previsio‑ ne della lettera m) del secondo comma dell’art. 117, secondo la quale allo Stato spetta la determinazione dei livelli es‑ senziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali. La devolution esprime, inoltre, una cultura politica in palese contrasto col principio costituzionale di eguaglian‑ za. Alla base dell’eguaglianza vi è in‑ fatti l’idea che i diritti civili e sociali debbano essere goduti in modo uni‑ forme su tutto il territorio nazionale, senza che vi possano essere differenze significative tra una Regione e un’altra. In un Paese come l’Italia, nel quale il divario economico tra Nord e Sud è fortissimo, il principio di eguaglian‑ za è uno degli elementi che ha tenuto unite le differenti realtà territoriali. La devolution del centro‑destra, al contra‑ rio, è ispirata ad un etno‑federalismo fondato su un principio di inimicizia non privo di connotazioni razzistiche piuttosto che sul principio della solida‑ rietà nazionale. Trasferire alle Regioni tutta la competenza in materia sani‑ taria significa, semplicemente, che le Regioni più ricche potranno garantire servizi sanitari di eccellenza; viceversa le Regioni più povere non potranno fare altrettanto. Ancora, con la devo‑ lution oltre le prestazioni sanitarie, an‑ che la scuola, tendenzialmente, potrà essere gratuita solo nelle Regioni che potranno finanziarla. È questa l’Italia che vogliamo? Votare NO al referendum significa difendere diritti sociali fondamentali come la salute e l’istruzione. Come se ciò non bastasse, anche altre norme della revisione del centro‑ destra contribuiscono a instaurare un federalismo confuso e contraddittorio, praticamente ingovernabile. Accanto a quel paradossale Senato di cui ab‑ baimo già parlato, l’art. 118 costituzio‑ nalizza la Conferenza Stato‑Regioni, organo volto a realizzare la collabo‑ razione tra il Governo e le Regioni. Senza voler negare l’importanza di quest’organo di raccordo, è veramente

Dalla prima pagina inaccettabile che la sua costituzionaliz‑ zazione avvenga senza prevederne il ruolo e le funzioni. Ma i guasti non si fermano qui. Forse il danno più grave da un punto di vista generale è ravvi‑ sabile nel fatto che la proposta rende di fatto impossibile l’esercizio della fun‑ zione legislativa da parte dello Stato. Il sistema delineato da un lato non è efficace nel rappresentare le Regioni al centro, dall’altro spinge all’estremo la maggiore complessità che i sistemi federali comunque comportano nel‑ l’esercizio della funzione legislativa. L’attuale articolo 70 della Costituzio‑ ne stabilisce: “La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere”. Esso verrebbe sostituito da un articolo lungo un’intera pagina di Gazzetta Ufficiale, che detta una di‑ sciplina oscura e tanto complessa da rendere pressoché impossibile l’ado‑ zione delle leggi. Proviamo a leggerlo questo nuovo art. 70: «Art. 70. – La Camera dei deputati esamina i disegni di legge concernenti le materie di cui all’articolo 117, secon‑ do comma, fatto salvo quanto previsto dal terzo comma del presente articolo. Dopo l’approvazione da parte della Ca‑ mera, a tali disegni di legge il Senato federale della Repubblica, entro trenta giorni, può proporre modifiche, sulle quali la Camera decide in via definiti‑ va. I termini sono ridotti alla metà per i disegni di legge di conversione dei decreti‑legge. Il Senato federale della Repubblica esamina i disegni di leg‑ ge concernenti la determinazione dei princìpi fondamentali nelle materie di cui all’articolo 117, terzo comma, fatto salvo quanto previsto dal terzo com‑ ma del presente articolo. Dopo l’ap‑ provazione da parte del Senato, a tali disegni di legge la Camera dei depu‑ tati, entro trenta giorni, può proporre modifiche, sulle quali il Senato decide in via definitiva. I termini sono ridot‑ ti alla metà per i disegni di legge di conversione dei decreti‑legge. La fun‑ zione legislativa dello Stato è esercitata collettivamente dalle due Camere per l’esame dei disegni di legge concer‑ nenti le materie di cui all’articolo 117, secondo comma, lettere m) e p), e 119, l’esercizio delle funzioni di cui all’ar‑ ticolo 120, secondo comma, il sistema

di elezione della Camera dei deputati e per il Senato federale della Repubblica, nonché nei casi in cui la Costituzione rinvia espressamente alla legge dello Stato o alla legge della Repubblica, di cui agli articoli 117, commi quinto e nono, 118, commi secondo e quinto, 122, primo comma, 125, 132, secondo comma, e 133, secondo comma. Se un disegno di legge non è approvato dal‑ le due Camere nel medesimo testo i Presidenti delle due Camere possono convocare, d’intesa tra di loro, una commissione, composta da trenta de‑ putati e da trenta senatori, secondo il criterio di proporzionalità rispetto alla composizione delle due Camere, inca‑ ricata di proporre un testo unificato da sottoporre al voto finale delle due Assemblee. I Presidenti delle Camere stabiliscono i termini per l’elaborazio‑ ne del testo e per le votazioni delle due Assemblee. Qualora il Governo ritenga che proprie modifiche a un disegno di legge, sottoposto all’esame del Senato federale della Repubblica ai sensi del secondo comma, siano essenziali per l’attuazione del suo programma ap‑ provato dalla Camera dei deputati, ovvero per la tutela delle finalità di cui all’articolo 120, secondo comma, il Presidente della Repubblica, verificati i presupposti costituzionali, può auto‑ rizzare il Primo ministro ad esporne le motivazioni al Senato, che decide entro trenta giorni. Se tali modifiche non sono accolte dal Senato, il disegno di legge è trasmesso alla Camera che decide in via definitiva a maggioranza assoluta dei suoi componenti sulle mo‑ difiche proposte. L’autorizzazione da parte del Presidente della Repubblica di cui al quarto comma può avere ad oggetto esclusivamente le modifiche proposte dal Governo ed approvate dalla Camera dei deputati ai sensi del secondo periodo del secondo comma. I Presidenti del Senato federale della Repubblica e della Camera dei de‑ putati, d’intesa tra di loro, decidono le eventuali questioni di competenza tra le due Camere, sollevate secondo le norme dei rispettivi regolamenti, in ordine all’esercizio della funzione legislativa. I Presidenti possono defe‑ rire la decisione ad un comitato pari‑ tetico, composto da quattro deputati


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e da quattro senatori, designati dai rispettivi Presidenti. La decisione dei Presidenti o del comitato non è sinda‑ cabile in alcuna sede. I Presidenti delle Camere, d’intesa tra di loro, su propo‑ sta del comitato, stabiliscono sulla base di norme previste dai rispettivi regola‑ menti i criteri generali secondo i quali un disegno di legge non può contenere disposizioni relative a materie per cui si dovrebbero applicare procedimenti diversi». Anche se qualcuno fosse riu‑ scito a leggere per intero questo art. 70 della proposta, dubito che ne abbia compreso il contenuto normativo, di difficilissima interpretazione anche per gli esperti di diritto costituziona‑ le. Il danno che una norma di questo tipo produce è duplice. Da un lato pa‑ ralizza, o comunque rende lentissima e farraginosa, la procedura legislativa; dall’altro fa perdere alla Costituzione quella funzione pedagogica che essa esprime grazie a formulazioni semplici, di immediata comprensione e leggibili‑ tà, che devono consentire anche ai non addetti ai lavori di capire il significato di una norma costituzionale e di iden‑ tificarsi con essa. Forse, la stessa mag‑ gioranza che l’ha approvato prova un po’ di vergogna per questo testo. Le norme transitorie della riforma pre‑ vedono infatti un’entrata in vigore per scaglioni. Le parti relative alla devo‑

lution, sulle quali la Lega ha tanto insistito, entrerebbero in vigore subito. Viceversa, le parti relative alla forma di governo e alla forma di Stato – e in particolare quelle che concernono la riduzione del numero dei deputati e dei senatori – entrerebbero in vigore tra dieci anni, ovvero nel 2016! In realtà, la ragione di questo pasticcio non risiede in un sentimento di vergogna, ma nel fatto che il centro‑de‑ stra ha avuto difficoltà nel far digerire ai suoi stessi parla‑ mentari la riduzione del loro numero. Il compromesso è stato trovato, perciò, rinvian‑ do ad un lontano futuro l’ entrata in vigore delle norme costituzionali più scomode. Altro che spirito costituente! Ancora una volta, se mai ce ne fosse stato bisogno, si ha la prova della ven‑ dita sottobanco della Costituzione: la modifica è stata costruita su misura per i deputati del centro‑destra, non certo per il bene del nostro Paese.

Una controriforma eversiva che getta le istituzioni nel caos La domanda sul come sia possibile che in Italia, dopo mezzo secolo di Re‑ pubblica, Costituzione e democrazia, possano trovare spazio impostazioni che, al di là delle diverse preferenze politiche, porterebbero ad un sicuro blocco delle istituzioni è angosciante. Su questo aspetto bisogna insistere: la proposta del centrodestra porta al caos istituzionale. È chiaro, purtroppo, che in questa fase della nostra storia si sommano una serie di fattori che, interagendo tra di loro, formano una miscela dav‑ vero minacciosa. Emerge, innanzitutto, un iperdecisionismo senza freni che, estraneo alla cultura della democrazia, percepisce ogni bilanciamento come un impaccio. Ciò si è saldato con la radicata tendenza a considerare la sfera pubbli‑

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ca come il campo dell’ opportunismo. Potere arrogante, servilismo diffuso, pseudo‑federalisti, uniti in un patto populistico, hanno dato l’assalto alla Costituzione. In un sistema privo di bilanciamen‑ ti, con una Camera dei deputati debole e un Senato che di federale ha solo il nome, con le Regioni povere sempre più marginali, la legge e la riserva di legge da istituti di garanzia si trasfor‑ merebbero nel braccio armato del com‑ plesso Capo del governo‑maggioranza per colpire le garanzie dei diritti. Qui forse, al di là di notazioni ascrivibili alla psicologia politica si palesa il vero obiettivo finale e materiale di questa devastazione del costituzionalismo: l’abbattimento dei diritti. La riduzione della rappresentanza politica, si accompagnerebbe alla com‑ pressione della funzione redistributiva dei diritti sociali. Contro il bilancia‑ mento dei poteri vi sarebbe l’afferma‑ zione di una sorta di integralismo di maggioranza, in palese contrasto con il vivificante spirito dell’alternanza. In una democrazia ben organizzata intor‑ no alla possibilità che le parti politiche si alternino al governo c’è bisogno di una maggioranza tollerante, capace di ragionevoli composizioni delle sue ra‑ gioni con quelle degli altri, e di un’op‑ posizione paziente, in grado di attende‑ re scadenze previste dall’ordinamento per rigiocare la partita elettorale. La revisione costituzionale che stiamo analizzando è l’esatto contrario di tutto ciò. Essa, abbassando i livelli del bilanciamento, costruendo il comando di un uomo solo, nega i presupposti della democrazia dell’alternanza. Chi la propone sembra pensare che l’ eletto sia destinato a governare per sempre e che incarni necessariamente il migliore dei governi possibili. Non possiamo permettere che que‑ sta modifica entri in vigore. È necessario rispondere compatti votando NO al prossimo referendum costituzionale: dire NO a questa mo‑ difica significa avere fiducia nel futuro del nostro Paese. Ordinario di Diritto Costituzionale


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Dalla prima pagina Le amministrative

assurta a ruolo di ‘spazio critico’ esemplare, tassel‑ lo decisivo di una strate‑ gia più ampia. Secondo autorevoli commentatori, Berlusconi avrebbe sbagliato tutte le mosse, oscu‑ rato i candidati locali, politicizzato e nazionalizzato lo scontro, equivocato circa la portata e la tipologia di un voto amministrativo e non, appunto, politico. “Destra fluida”, o instabile, si è pure detto, non particolarmente capace di governare localmente, per assenza di radici e per sovrabbondanza di an‑ tenne; e però, se la diagnosi è esatta, a Berlusconi non si presentavano molte alternative diverse da quelle di iperpo‑ liticizzare un voto amministrativo e

un premio e un pegno Guido D’Agostino portarsi così su un terreno più favo‑ revole e familiare. Se non gli è andata bene, occorre – crediamo – tirare fuori anche altre ragioni e argomenti. Intanto, ribadire che la stessa strategia non paga in due occasioni ripetute e diverse, tra l’altro ravvicinatissime: l’elettorato, con‑ trariamente a quel che pensano i politici e i loro strapagati guru‑consiglieri, di‑ stingue con palmare nettezza una com‑ petizione dall’altra, persino se e quando abbiano luogo simultaneamente. In più, quando sono in ballo i governi locali, le logiche di comportamento sono condi‑ zionate non dai grandi temi ideologici o politico‑sociali, e neppure dal richiamo alla protezione del portafoglio (tasse, vantaggi fiscali, condoni et similia),

quanto, in prima istanza, dal legame con il territorio e dalla rete di relazioni personali attivate dai singoli candidati talora in ambiti assai ristretti e specifi‑ ci. Questo, spiega, tra l’altro come non vi sia stato rientro dall’astensionismo anzi quest’ultimo sia aumentato, e come abbia influito il diverso meccanismo elettorale per la sua parte, questa volta rispetto all’aprile scorso. Aggiungeremmo, la fortissima per‑ sistenza del fattore “genius loci” in ele‑ zioni che esaltano le specificità territo‑ riali locali, e ancor più una disposizione generale degli elettori a rifuggire, nella circostanza, dal continuare a impegnar‑ si in un “corpo a corpo” con avversari politici che sul piano amministrativo


LE AMMINISTRATIVE magari si fatica persino ad individuare come tali. Si è venuta insomma materializzan‑ dosi, su queste basi, il successo delle amministrazioni uscenti di centro‑si‑ nistra, collaudate, rassicuranti, favorito dal ritrarsi, talora per autentico riflesso di difesa, dell’elettorato tutt’altro che propenso a strappi, cambi traumatici, inversioni di rotta. Buon senso elettora‑ le, se si potesse richiamare una categoria ‘artigianale’ siffatta, che si è sposato al‑ l’apprezzamento per il lavoro svolto (casi da manuale: Torino, Roma ed altri meno ‘reclamizzati’ nel centro d’Italia) o allo scarso ‘appeal’ dei competitori rispetto al sindaco uscente, accoppiato a una buona tenuta della coalizione, tenuta in tensione dagli stessi candidati o da personaggi‑chiave nel contesto regiona‑ le o provinciale di riferimento (potrebbe essere questo il caso Napoli?). Personalmente riteniamo che i meri‑ ti e il profilo complessivo di Rosa Russo Iervolino siamo stati sottovalutati dal sistema mediatico‑informativo, ed ap‑ prezzati invece secondo il giusto dalla

comunità che l’ha riportata a Palazzo San Giacomo, nella posizione difficile di chi al secondo mandato è attesa a prove più soddisfacenti e sicure, senza se e senza ma. Ma i problemi su cui dovrà appli‑ carsi la sindaca confermata vengono da altre situazioni e circostanze. Intanto, perché la marea astensionista riduce l’effettivo consenso al sindaco‑Rosa ad un terzo del corpo elettorale di partenza (il ‘monte’ degli iscritti a votare). In se‑ condo luogo, dall’impatto poco esaltante con certi ambienti intellettuali cittadini e coi quartieri di medio‑alta borghesia (in cui si è affermato l’ex‑questore Mal‑ vano), accanto ad alcuni ‘ridotti’ di poco malleabile sottoproletariato. Infine, per il rischio – umanamente comprensibile, ma in ogni caso pericoloso – di leggere il risultato come approvazione incondi‑ zionata, disco verde per qualsiasi futuro, e insomma, come espressione di una società appagata e soddisfatta. E se fosse stato decisivo il ruolo di quello che senza mezzi termini è stato indicato come “il potere elevato a siste‑

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ma” alludendo alla miscela di consen‑ so‑controllo cui un quasi quindicennio di egemonia a livello di capoluogo, pro‑ vincia e regione avrebbe ‘condannato’ il centro‑sinistra? È una domanda inquietante, ma ineludibile e non la si esorcizza certo dipingendo come una nefasta Trimurti il terzetto Bassolino‑De Mita‑Mastella, ma certo deve indurre tutti a interrogar‑ si sui processi profondi in cui è immersa e da cui è attraversata Napoli. La città è in bilico, tra normalità e tutela, tra bisogno di protezione e istinto di libertà, tra antagonismo progettuale, omologazione, contrarietà corriva ed estraneità rancorosa: le quattro Napoli che convivono in un solo spazio hanno bisogno di parlarsi, stemperarsi, con‑ taminarsi. È più che mai tempo di dialogo e di ascolto, ma non per finta o per condi‑ scendenza, come padroni verso sudditi, ma in termini convinti e sostanziali, nel nome di una vera partecipazione e del protagonismo della comunità, senza più alibi e senza ulteriori ritardi.


INFO

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Euronote

di Andrea Pierucci

Nuova relazione fra la Commissione europea ed i Parlamenti nazionali L’Unione europea va avanti, nonostante tutto. Se quest’affermazione era vera qualche settimana fa, adesso lo è ancora di più. Paradossalmente, però, i termini non cambiano. I Ministri degli esteri non hanno fatto alcun serio passo in avanti per decidere sul futuro della Costituzione, nondimeno sono sta­ te prese o annunciate decisioni importanti in ma­ teria istituzionale in altre sedi. Non certo per com­ piacere alla redazione di questa rivista, alcuni dei principali argomenti di questi sviluppi sono stati trattati con passione e intelligenza dal Presidente Napolitano durante il suo mandato al Parlamento europeo. In particolare, Giorgio Napolitano è stato autore di un’importante risoluzione del Parlamen­ to europeo sulla questione dei Parlamenti nazio­ nali nel sistema dell’Unione europea, che aveva consentito un accordo in seno alla Convenzione sulle disposizioni da introdurre nella Costituzione. Il merito della proposta fu quello di presentare il ruolo dei Parlamenti nazionali non in opposizione a quello del Parlamento europeo e di trovare un orientamento incentrato, soprattutto, sullo svilup­ po complessivo della democrazia europea. La prima novità di queste settimane consiste, ap­ punto, nella decisione della Commissione europea di trasmettere direttamente ai Parlamenti nazio­ nali le proprie proposte legislative, indicando loro che la Commissione è pronta a rispondere ai loro rilievi ed alle loro richieste di chiarimenti. Si badi: in sé la decisione è banale. Già oggi, tutte le pro­ poste della Commissione sono su internet dal mo­ mento della loro adozione nelle tre lingue di lavoro (francese, inglese e tedesco) e, appena possibile, in tutte le altre lingue. Già oggi, le regole interne della Commissione la obbligano a rispondere entro 15 giorni a qualsiasi lettera ricevuta (a maggior ra­ gione, ovviamente, se la lettera arriva da un’istitu­ zione parlamentare). La novità significativa sta nel fatto che la Commissione prende una sorta d’im­ pegno a dialogare con i parlamenti nazionali che lo desiderano e che, nonostante qualche malumore di quattro Stati membri e di parlamentari europei, la questione sembra essere assolutamente ben ac­ colta da tutti. In particolare, l’hanno accolta favo­

revolmente anche i Parlamenti che, grazie ad una forte collaborazione con i rispettivi governi, erano già largamente implicati nella vicenda legislati­ va europea. Bisogna ricordare che la Costituzione (che, si ricorda non è entrata in vigore) prevedeva una misura analoga, assortita da due altri elemen­ ti. Il primo era che se un terzo o un quarto (secon­ do la materia) dei parlamenti avesse espresso delle riserve su una proposta, la Commissione avrebbe dovuto riesaminare la proposta stessa. Il secondo era che la ragione dell’opposizione poteva attenere solo al rispetto del principio di sussidiarietà. Ora, nessuna di queste regole compare nella decisione presa dalla Commissione, che conferma così la sua decisione di non anticipare la Costituzione. Sembrerebbe una decisione minore, in attuazione, sia pure estensiva, del Trattato in vigore. Invece essa contiene elementi d’innovazione sostanzia­ li e, probabilmente, dei passi avanti rispetto alla stessa Costituzione. Secondo il sistema che si do­ vrebbe creare, ogni Parlamento potrà criticare una proposta da qualsiasi punto di vista (sussidiarietà, ma anche orientamento politico o qualità dei sin­ goli articoli) e obbligare la Commissione a discu­ terne – anche perché non saranno certo i servizi a rispondere, ma la Commissione stessa. Certo, non v’è l’obbligo della revisione della proposta critica­ ta, ma una reazione comune di un certo numero di Parlamenti porterà necessariamente ad una va­ lutazione dell’opportunità di mantenere, ritirare o modificare una proposta. Vorrei, inoltre, attirare l’attenzione sul valore isti­ tuzionale della decisione. Si può immaginare che i Parlamenti, generalmente costituiti intorno ad una maggioranza che sostiene il governo, segua­ no l’indirizzo dell’esecutivo anche nelle questioni inerenti alla legislazione europea. Non credo che le cose andranno necessariamente in questo senso. In primo luogo, se un Parlamento si sente, nel caso specifico, rappresentato dal proprio governo non sarà particolarmente spinto a rivolgersi alla Com­ missione, se non, eventualmente, per sostenere il governo stesso; ma questo è il caso meno interes­ sante e politicamente meno complesso per la Com­ missione. La questione diventa politicamente più sensibile se il governo non accetta di seguire l’in­ dirizzo parlamentare – che è cosa possibilissima in materia legislativa. Addirittura in certi casi si può verificare che due camere di un Parlamento bica­


INFO merale esprimano posizioni diverse (è già successo per altri versi per quel che riguarda la Germania, la Gran Bretagna, il Belgio – ove esistono sette came­ re con competenze anche in materia europea – o la Francia). In questo caso, il dibattito nazionale e quello europeo s’intersecano decisamente. Nel primo caso, la Commissione sarà tenuta ad inter­ venire nella divergenza fra un governo nazionale e la sua maggioranza. Nel secondo, addirittura, la Commissione dovrà dirimere la controversia fra due camere di uno stesso Parlamento. Viceversa, ogni Parlamento nazionale potrà, in ogni momen­ to, mettere in difficoltà la Commissione al suo in­ terno, facendo pendere la bilancia di una decisione da una parte o dall’altra, o nelle sue relazioni inte­ ristituzionali. La separazione fra sistema nazionale ed europeo si avvia, così, ad andare nella soffitta delle vecchie idee! Può trattarsi di un ottimo risultato per la costru­ zione europea; è presto per dirlo. Bisogna, però, sapere almeno cosa accadrà di conseguenza nel sistema istituzionale europeo. In primo luogo, il Parlamento europeo può uscirne enormemente rafforzato, se riesce a fare “rete” con i Parlamenti nazionali, senza pretendere di essere “superiore”, ma riuscendo comunque a sintetizzare la posizio­ ne della “democrazia europea”. Il Consiglio, inve­ ce, non può che uscirne indebolito, perché aumen­ ta la concorrenza nel campo delle decisioni che, fino a 15 anni fa erano di sua esclusiva pertinenza. Gli stessi governi si troveranno a fronteggiare non solo i rispettivi partners, il Parlamento europeo ed un consistente sistema hobbistico, ma anche i rispettivi Parlamenti, non necessariamente pron­ ti a correre al suo soccorso, ma, eventualmente, schierati con gli “avversari”. In secondo luogo, lo stesso principio di sussidiarietà, invocato sovente per indebolire il potere dell’Unione o per evocare l’importanza europea delle istituzioni nazionali, cambia di natura e diventa soltanto uno degli ele­ menti che determinano la separazione di compe­ tenze fra livelli. Non è un caso se il presidente del Comitato delle Regioni, Michel Delebarre innova nella tradizione del Comitato stesso, preferendo alla sottolineatura del principio di sussidiarietà, il ricorso alle reti e la partecipazione diretta alla formulazione delle norme dell’Unione. Già, a pro­ posito: a questo punto, come si fa ad evitare che le autorità regionali, governi e parlamenti, perlome­ no nel quadro delle loro competenze costituzio­ nali (ma, perché no, anche nel quadro di semplici interessi regionali) svolgano un’azione analoga? Certo, la Commissione non ha ancora riconosciu­ to questo ruolo, ma bisognerà vedere il prosieguo dell’operazione e la politica svolta dal Comitato

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delle Regioni e dalle regioni più forti. In altri ter­ mini, la Commissione ha rispettato la decisione di evitare di applicare qua e là alcune norme della futura (?) Costituzione: è andata ben al di essa! Più precisamente, ha messo in moto un meccani­ smo che, sul piano istituzionale, apre prospettive innovative più ampie di quelle aperte dalla stessa Costituzione. Se si continua così, quando fra un anno i governi si troveranno a decidere che fare della Costituzione, non rischieranno di trovarsi davanti ad un “ferrovecchio”?

Verhofstat al Parlamento europeo Il Parlamento europeo ha intrapreso un’azione interessante per approfondire la riflessione sul futuro (costituzionale) dell’Unione, iniziando una serie d’inviti di capi di governo per discutere con ciascuno di loro di questo tema. Mi sembra che nella poca riflessione del “periodo di riflessione” in corso, sia una buona iniziativa che, forse, permet­ terà d’individuare qualche pista operativa. Due ne propone lo stesso primo ministro belga: andare aventi con le ratifiche, perché, se si arriva al fati­ dico numero di venti, si crea un momento politico di eccezionale importanza che, sotto la pressione degli altri, potrebbe far cambiare avviso ai francesi ed agli olandesi e lanciare iniziative, in particolare per quel che riguarda il modello socio‑economico, a partire dai paesi che hanno adottato l’EURO.

Anche la Commissione ha lanciato il 10 maggio la sua proposta politica per i mesi a venire Niente di nuovo sotto il sole. La Commissione, coerentemente col suo orientamento, ha confer­ mato l’impegno a realizzare politiche che avvici­ nino i cittadini all’Europa, annunciando proposte in materia di politica estera, interna, economica ed energetica in particolare. La sua proposta risulta nettamente rafforzata da due elementi. Il primo riguarda l’adozione delle prospettive finanziarie per il periodo 2007/2013. Il secondo riguarda il ritardo che prende la riflessione degli Stati mem­ bri e dello stesso Parlamento europeo in materia di futuro dell’Unione. Avremo modo di ritornare su questo documento che sarà presentato al Consiglio europeo di metà giugno.


LA RIVISTA

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Le opere che illustrano questo numero sono del Senatore Maurizio Valenzi.



Numero 3/2006