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Periodico del Centro di Iniziativa Mezzogiorno Europa • Marzo/Aprile 2006 • Anno VII • Numero 2 • Direttore ANDREA GEREMICCA – Art director LUCIANO PENNINO

9 APRILE / 28 MAGGIO

Una situazione drammatica intrisa di grottesco

LUCA AVALLONE

AURELIO MUSI

IVANO RUSSO

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GILBERTO A. MARSELLI

GIANNI PITTELLA

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ANTONIO GHIRELLI

Berlusconi ha parlato a un’Italia che esiste 17

13

La politica campana nella dialettica della durata NAPOLI. RISCHI E OPPORTUNITÀ LE CITTÀ, LA CONOSCENZA E LA CRESCITA

METODI E CONTENUTI DI UN PROGETTO URBANO

Eirene Sbriziolo

Tutti i nodi vengono al pettine

Il voto degli italiani all’estero

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23

Massimo Lo Cicero

Affluenza percepita e voto reale

GIUSEPPE CACCIATORE

Si sta imponendo un laboratorio politico al negativo 24

3

Le elezioni in Campania

GAETANO ARFÈ

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DA UN VOTO ALL’ALTRO

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LE CITTÀ DEL MEZZOGIORNO ALLA PROVA DELLA MODERNIZZAZIONE

Mario Raffa

37

NAPOLI: IL NUOVO AVANZA A DISPETTO DEI PESSIMISMI COSMICI

Sergio Lambiase

E SE BOCCA CI STESSE DANDO UN CONSIGLIO?

Alberto Pascale

PROGETTO STOÀ PARTENARIATI EURO-MEDITERRANEI

Mario Colantonio

PROBLEMATICA EUROPEA L’EUROPA È ORMAI UN PROBLEMA DI DEMOCRAZIA Andrea Pierucci

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CON ANGELA MERKEL L’EUROPA STA CAMBIANDO

Francesca Ferraro

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EURONOTES Andrea Pierucci

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Registrazione al Tribunale di Napoli n. 5112 del 24/02/2000. Spedizione in abbonamento postale 70% – Direzione Commerciale Imprese Regione Campania


IL VOTO

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i sono due approcci possibili ai risultati delle recenti elezioni politiche in Campania, per arrivare ad una loro valutazione corretta: uno relativo ai dati delle ultime consultazioni dello stesso tipo, nel 2001; l’altro desunto dai dati di quelle più recenti, le regionali del 2005. Non si tratta, naturalmente, di ridimensionare le une o le altre in funzione di un interesse di parte, ma di avvicinarsi quanto più è possibile ad un’analisi valida in termini politici

affluenza alle urne rischia anche di gonfiare cifre e consensi per le varie liste, al di là del loro significato reale. In linea di massima non è azzardato dire che le elezioni politiche in Camapnia hanno rispettato abbastanza fedelmente il trend complessivo della consultazione nazionale: la coalizione aggregata all’Ulivo è risultata maggioritaria di stretta misura, la Casa delle Libertà ha recuperato, in parte miracolosamente, anche nella nostra regione l’enorme terreno perduto nelle europee e nelle regionali.

dei voti sul territorio regionale, è fuori discussione che il turno sia stato complessivamente favorevole per l’Unione a Napoli, Avellino e Benevento, negativo a Caserta e allarmante a Salerno. L’imminenza della consultazione amministrativa offre l’occasione per rivincite o conferme in sede locale, in dipendenza delle infinite varianti in gioco nella competizione municipale, dove cambiano almeno tre fattori determinanti: la legge elettorale, la minore incidenza dell’elemento ideologico, il ruolo prevalente del candidato e della

per l’immediato futuro. In un mondo globalizzato, cinque anni rappresentano un passato piuttosto remoto, basti pensare alla tragedia dell’assalto terroristico di fonte islamica delle Due Torri di New York per rendersene conto, tanto più che nel quinquennio appena concluso si sono verificati cambiamenti sostanziali in altri rapporti internazionali oltre che fra Stati Uniti e fondamentalismo musulmano, nonché all’interno dell’Italia, fra partiti vecchi e nuovi. Per altro verso, la maggiore

Rifondazione Comunista tra le formazioni dell’Unione e l’UDC tra quelle del centro – destra hanno segnato i progressi più significativi, con tutte le implicazioni di cui potremmo discutere più avanti anche, se non soprattutto, in relazione al risultato opposto, cioè deludente, che hanno ottenuto liste di dimensioni analoghe nei due campi, come l’UDEUR e la Rosa nel Pugno tra i vincitori, la curiosa combinazione DC – PSI tra i vinti. Sempre in linea generale, ma guardando alla distribuzione

sua storia personale nella città. Ciò non vuol dire, naturalmente, che le elezioni amministrative non abbiano una forte valenza politica, e per quanto riguarda la Campania saranno soprattutto i verdetti di Napoli e di Salerno a rivelarla, nella città della signora Iervolino per l’entità delle sue dimensioni e dei suoi problemi, in quella del sindaco De Biase per la delicatezza della crisi che ha coinvolto con la sua amministrazione anche l’eminente predecessore On. De Luca e più in generale tutto il partito dei


IL VOTO

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Democratici di Sinistra, imbarazzato anche dall’aspro dissenso tra De Luca e Bassolino. Ma torniamo ai risultati della consultazione caratterizzata, tra il 9 e il 10 di aprile, da uno straordinario calo delle astensioni a cui sicuramente hanno contribuito la frenetica riscossa mediatica del presidente Berlusconi, indotto dal penoso esito (bipartisan!) del primo confronto televisivo con Prodi, ad elevare i decibel e la violenza dei suoi interventi; e, sull’altro fronte, la vibrante, tenace demonizzazione dello stesso Cavaliere. Sul quale si sono rovesciati insulti, “sketchs” comici e perfino lungometraggi cinematografici come se fosse alle porte Gengis Khan o Adolfo Hitler, senza che gli autori di siffatte prodezze si rendessero conto di favorire, con tanto furore, lo scaltro atteggiamento vittimistico della loro presunta vittima. Purtroppo, il crollo delle astensioni ha finito anche per produrre una sorta di pareggio virtuale, che nel resto del Paese minaccia di rendere estremamente difficile il compito, assegnato ai vincitore della emozionante volata, di governare la congiuntura più difficile con cui l’Italia deve misurarsi sessant’anni dopo la tragedia dell’8 settembre 1943. E una delle questioni principali che il nuovo esecutivo dovrà affrontare quando entrerà in pieno possesso delle sue prerogative, sarà proprio il groviglio di problemi economici, strutturali, culturali e soprattutto di ordine pubblico che frena lo sviluppo della nostra regione; un groviglio che nessun amministratore locale, di centro – sinistra o di centro – destra, potrebbe mai essere in grado di risolvere da solo, senza il contributo di idee, di risorse e di infrastrutture del potere centrale. Nelle due circoscrizioni della Camera, in Campania 1 l’Ulivo (lista comune tra DS e Margherita) ha conquistato oltre 530 mila voti, in Campania 2 quasi 461 mila, mentre nella competizione per il Senato dove le due formazioni si presentavano divise, i DS hanno raccolto 438 mila voti, la Margherita 388 mila. È dunque vero che la lista unica ha ottenuto risultati leggermente migliori, probabilmente anche per l’adesione di giovani elettori che votavano per la prima volta: e, naturalmente, (a parte le diavolerie della legge elettorale stravolta, la “porcata” del ministro leghista) ne ha risentito la distribuzione dei seggi, che alla Camera ne ha assegnati

20 alla coalizione dell’Ulivo, mentre al Senato gliene sono toccati esattamente la metà, 10.

Ma tanto in sede regionale quanto in quella nazionale, il risicato vantaggio complessivo della lista unica dell’Ulivo non ha risolto e non poteva risolvere, naturalmente, i problemi di agibilità pratica, politica e ideale dell’alleanza, di cui in particolare Rutelli e Veltroni si dicono totalmente convinti che rappresenti la premessa per la fusione delle due formazioni in un solo Partito Democratico. E non si tratta soltanto delle furibonde liti e dei contrasti sotterranei ancor più virulenti che hanno agitato e agitano diessini, prodiani, ex popolari e demoliberali per la spartizione delle cariche (una pratica in cui i democristiani di un tempo erano insuperabili, come insegna i manuale Cencelli, e che oggi trova ancora un maestro nell’on. Marini). Su un piano più serio, la creazione del Partito Democratico non solo esigerà, in caso positivo, una laboriosa e complessa elaborazione, ma provocherà una crisi diffusa tra molti militanti e gli stessi dirigenti in una duplice direzione: ideologica e politica. Sul piano dei principi, al di là di un estremismo anticlericale (che forse è alla base dell’isolamento in cui è stata tenuta la Rosa nel Pugno, per timore di chissà quali eccessi radicali) non sembra facile, particolarmente in un Paese come il nostro, comporre organicamente una visione laica della vita, della cultura, della scienza, dei rapporti interpersonali, con il forte rilancio della presenza cattolica, in un’era nella quale il Pontefice bavarese e il cardinale Ruini tentano comprensibilmente di difendere la ridotta vaticana dal violento processo di cristianizzazione in atto nella società post – industriale. Con tutto il rispetto che merita la battaglia di grande respiro iniziata da Papa Ratzinger per la conciliazione tra ragione e fede. Sul terreno politico il rischio legato alla confluenza in un solo Partito Democratico di ex comunisti ed ex democristiani di sinistra, sta nella perdita di un’identità che fatalmente i diessini vedrebbero compromessa nell’assemblaggio organico con una formazione moderata ad egemonia cattolica. La mente corre ai tormentati mesi tra la fine degli anni Settanta e

l’inizio degli anni Ottanta, nel secolo scorso, in cui Berlinguer fu tentato a lungo dal miraggio del compromesso storico con la DC, non tanto e non solo per inserire stabilmente il suo partito nel sistema democratico italiano in


IL VOTO

nome dell’eurocomunismo, quanto per obbedire alla tenace, invincibile ostilità per l’opzione socialdemocratica, e personalmente per Bettino Craxi. Quella tentazione, che allora fallì miseramente, torna a proporsi dopo un

quarto di secolo, quando però tutto è cambiato nel processo di produzione, nella comunicazione, nell’informazione e quindi nella società e il rifiuto totale della globalizzazione ha provocato a sinistra dei partiti riformisti la formazione di una serie di movimenti anarcoidi e massimalisti, votati al pacifismo, all’ambientalismo, al fondamentalismo religioso e, al tempo stesso disposti a coniugare i metodi terroristici con le ambizioni di governo. La costituzione del Partito Democratico consentirebbe probabilmente, almeno in Italia, un consolidamento di questi movimenti intorno ad un nucleo centrale rappresentato dal partito che meglio di ogni altro esprime la nostalgia per l’interpretazione marxista della storia, il partito della Rifondazione Comunista. Fausto Bertinotti ha già provveduto a legittimarlo di propria iniziativa, senza chiedere il consenso della sinistra riformista, respingendo la deviazione stalinista e il metodo della violenza di piazza nonché lavorando, con altre formazioni straniere analoghe, alla fondazione di una Sinistra Europea, il tutto arricchito dal suo bagaglio personale di cultura e di garbo. Come è noto, il PRC ha già conseguito, nelle elezioni politiche di aprile un sensibile successo, conquistando 41 seggi alla Camera e 27 al Senato, con un guadagno netto di consensi per Montecitorio tra gli elettori più giovani. Nella nostra regione, il fenomeno si è ripetuto: 4 seggi sono stati garantiti alla Camera nelle due circoscrizioni rispettivamente con il 7,1, e il 4,8% dei voti, 3 a palazzo Madama con il 3,3. Non è azzardato sospettare che, a prescindere dalle vicende certo non facili da cui sono attesi il governo Prodi in campo nazionale, la Giunta Regionale e quella municipale di Napoli in campo locale, ne l caso di effettiva costituzione del Partito Democratico l’on. Bertinotti potrà esercitare una discreta attrazione non solo dei movimenti, ma anche rispetto ai militanti diessini più legati alla tradizione del PCI (come quelli dl cosiddetto “correntone”, ma non solo), ai sindacalisti più intransigenti della CGIL, e perfino agli elettori se non ai dirigenti di formazioni laiche come i radicali e i socialisti. La prospettiva di una dislocazione dell’epicentro di sinistra dai DS a Rifondazione, nell’eventualità che si desse davvero corso nel breve o anche nel medio periodo alla creazione del nuovo

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partito, diventa ancor più probabile se si tiene conto dell’altra novità introdotta dalla consultazione di aprile, il non disprezzabile successo delle liste dell’UDC. Il partito di Casini e Follini esce dalle elezioni nazionali con 39 seggi alla Camera e 21 al Senato, bottino (identico nelle due votazioni, circostanza davvero singolare) che ne fa la terza forza nella Casa delle Libertà, più consistente della Lega Nord così cara al cuore dell’on. Berlusconi, che complessivamente in Parlamento di seggi ne conta appena 39, quanti l’UDC ne vanta soltanto a Montecitorio. Ma proprio l’accenno a Berlusconi e ai suoi stretti legami con Bossi ci ricorda che il partito di Casini e Follini è stato sicuramente, negli ultimi due anni almeno, il più insidioso e critico della politica del Presidente sul terreno istituzionale, economico e mediatico. È vero che i due leaders dell’Unione post – democristiana hanno riaffermato più volte la loro fedeltà allo schieramento del centro – destra, ma non è men vero che contemporaneamente almeno Follini ha provveduto sempre più apertamente a dissociarsi nella sostanza e nella forma dalla strategia di Berlusconi, fino a mettersi in concorrenza con lui (più duramente di quanto abbia fatto Casini) per la direzione del futuribile partito “moderato”. Può darsi, ovviamente, che la collocazione dell’UDC continui a restare quella odierna, ma non è escluso che le gravi ripercussioni di uno stallo del governo Prodi, conseguente alle contraddizioni interne della maggioranza di centro – sinistra, finiscano per indurre almeno una parte dell’UDC ad un ripensamento tipo Cossiga – Mastella 1996. In tal caso, il tasso di cattolicità del riformismo di centro – sinistra diventerebbe imbarazzante non solo per Fassino e D’Alema, ma anche per la Iervolino e Bassolino, già tormentati quotidianamente dai raffinati sofismi della scuola irpina.

L’implacabile sofisma spartitorio delle cariche, incarnato dal capostipite della scuola irpina, non ha rappresentato il solo ostacolo per una affermazione più netta del centro – sinistra in Campania e per un rilancio (ma in una chiave più concreta) del “rinascimento” napoletano che si legò alla prima sindacatura di Bassolino. In sede regionale, hanno suscitato critiche certo


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eccessive, ma alimentate purtroppo anche da personalità della stessa coalizione ulivista, l’insuccesso della lotta ai rifiuti, una presunta prodigalità clientelare nell’assegnazione di talune consulenze, la candidatura delle mogli, (anche se avallate da qualità singolari e da un passato militante), l’appoggio incondizionato alla riconferma della signora Iervolino dopo un perodo di disorientamento dello stesso Sindaco. Un fattore funesto è stato rappresentato, senza ombra di dubbio, dapprima dalla aperta ostilità dell’on. De Luca per Bassolino (un inedito assoluto nella storia del comunismo italiano); quindi dalla discussa alleanza dello stesso De Luca, già eccellente sindaco di Salerno e attualmente parlamentare, con un popolarissimo esponente socialista che vent’anni fa aveva portato le liste del “garofano” alla vetta del 31%; e, finalmente, dalle disavventure giudiziarie imprevedibilmente occorse negli ultimi tempi non solo a De Luca, ma anche al suo successore De Biase. Sta di fatto che, pur avendo confermato il prezioso successo elettorale in una regione che, come ha osservato a buon diritto il Governatore, non si può certamente considerare “rossa” per definizione, il 10 aprile ha registrato un arretramento secco in percentuale di 10 punti delle liste di centro – sinistra rispetto al trionfale delle elezioni regionali dell’anno scorso, quando Forza Italia era crollata dal 35,8 delle politiche ad un drammatico 11,9 in Campania 1. Una spiegazione parziale dell’arretramento va individuata certamente nel meccanismo della nuova legge elettorale che ha eliminato le preferenze, limitando al minimo la campagna dei singoli candidati e colpendo al cuore quel voto di scambio che, col permesso della procura della Repubblica, ha sempre costituito almeno nel Mezzogiorno la sostanza del rapporto tra candidati ed elettori (come ci ha insegnato, tra gli altri, un maestro del genere, l’ex ministro DC Remo Gaspari). A favorire la resurrezione di ForzaItalia, che nelle ultime elezioni è tornata al livello del 27%, è stata comunque essenzialmente la partecipazione personale, anzi il “blitz” di Berlusconi, piombato in extremis a Napoli per scuotere gli smarriti inquilini della Casa delle Libertà. Al di là del successo finale per l’Unione rimane, in ogni caso, la sen-

IL VOTO sazione che la coalizione ulivista abbia bisogno di un energico cambiamento di rotta, il quale non può consistere che nella rinuncia alla sterile dialettica delle dispute personali, in favore dell’elaborazione seria, meditata, partecipata anche dalle parti sociali, di un progetto concreto. Naturalmente, nel programma, gli interventi più urgenti riguardano il rilancio dell’economia, la lotta contro la criminalità, lo sviluppo del turismo e delle infrastrutture regionali (sul modello del lavoro razionale svolto dall’assessorato ai Trasporti). Ma credo sia necessario guardare anche in altre direzioni, per esempio al pieno sfruttamento delle non disprezzabili risorse culturali di cui dispongono la nostra città e la Regione: il porto, i musei, le Università (si pensi solo alla Orientale!), gli Istituti scientifici di storia e filosofia, il CNR, la Fondazione Napoli Novantanove, il circuito degli editori e delle librerie, il complesso mediatico dei giornali, della RAI, delle emittenti radiotelevisive private, il mondo del teatro e della musica, il Calcio Napoli. Ancor più promettente appare, nella prospettiva di una ripresa permanente del mercato del lavoro e dell’impresa, il varo di quel piano per fare del Mezzogiorno, e ovviamente in primo luogo della sua capitale, un ponte tra l’Europa e i paesi del Mediterraneo, quelli arabi e quello israeliano. È il piano che, dopo le ultime elezioni regionali, fu concepito da Bassolino e da altri governatori di centro – sinistra nel Mezzogiorno con la creazione di un apposito assessorato, che però va dotato immediatamente di risorse finanziarie ed umane da attingere anche a capitali stranieri, per poter svolgere la sua funzione propulsiva. Va da sé che né questo piano né altri intrapresi saranno attuabili senza il sostegno materiale e morale del governo e del Parlamento, a cominciare naturalmente dalla lotta contro la criminalità organizzata e la disoccupazione giovanile che, insieme con la corruzione di non pochi ambienti politici locali, rappresenta una premessa essenziale per la sopravvivenza della camorra. Ma questo sostegno non va implorato, va preteso in tutti i modi che la politica democratica consente di metter in atto, anche i più clamorosi e intransigenti. Perché nei prossimi cinque anni si gioca il destino della nostra città e nella nostra Regione.


IL VOTO

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UNA SITUAZIONE DRAMMATICA I N T R I S A D I G R O T T E S C O G

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on commento i risultati elettorali. La conquista delle regioni, i giudizi della stampa estera, i ripetuti sondaggi, la discesa in campo del Corriere della Sera, i movimenti di piazza autorizzavano a credere in un netto successo, autorizzano ora a ritenere che la campagna elettorale sia stata condotta con fiacchezza e imperizia, che il parto del nuovo governo sarà impresa difficile e il suo cammino ingombro di pericoli. Credo invece che valga la pena di fermar l’attenzione su alcune questioni che nel loro susseguirsi e nel loro concatenarsi hanno generato la situazione drammatica e intrisa di grottesco nella quale ci troviamo. La prima, che è un portato dei tempi, è di natura culturale ed è il prevalere nel giovane mondo politico, provinciale e idealmente indigente, della cultura politologica su quella storica. I nostri vecchi ebbero, fin troppo forte, il senso della storia e furono animati da una carica ideale per certi aspetti deviante. Non consentirono mai all’illusione che i meccanismi della politica potessero essere modificati, cambiati o sostituiti con pezzi estranei, frutti di tutt’altre e irripetibili esperienze, e nessuno di loro commise mai il peccato di subordinare a questioni personali la ragioni della politica. Il problema di

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un rinnovamento, in particolare per la sinistra, preesisteva alla caduta fatidica del muro di Berlino e al fragoroso terremoto di Tangentopoli e Berlinguer e Craxi, fatte salve tutte le differenze politiche, culturali e temperamentali tra i due, lo intuirono ma per ragioni diverse non riuscirono a risolverlo. I loro giovani successori, immaturi, inesperti, culturalmente mediocri – dilettanti, li definiva Luigi Pintor – ne furono travolti. Proviamo a fare un sommario e frettoloso bilancio di quello che si è fatto, di quel che non si è fatto, e ad avanzare

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anche qualche fantasiosa ipotesi su quello che si poteva e ancora forse si potrebbe fare. Al momento dello sconquasso la sinistra era rappresentata da tre formazioni, il partito comunista, il partito socialista e la dimenticata Sinistra indipendente i cui membri erano eletti nelle liste comuniste ma non erano degli ‘utili idioti’. Fondata da Ferruccio Parri, sostenuta da Enrico Berlinguer con notevole sacrificio delle proprie rappresentanza elettive, essa era presente in tutto il paese, rappresentata in Parlamento e nelle amministrazioni locali con una propria collaudata e rispettata autonomia, dando un contributo di assai alto livello all’azione politica e al lavoro legislativo. Qualcuno pensò ad un’assemblea di tutti i suoi eletti che solennemente ponessero il problema di avviare, senza velleitarismi e senza forzature, un processo di riunificazione di tutta la sinistra italiana. Nelle sue file c’erano Vittorio Foa, Antonio Giolitti, Giorgio Streher, Federico Coen e anche chi scrive, con quarant’anni di tessera e dieci anni di direzione dell’Avanti!, che potevano trovare nel partito socialista interlocutori attenti e facilitare anche il compito dei comunisti di fuoriuscire compiutamente dalla tradizione stalinista senza clamorose abiure e collegarsi al grande filone della socialdemocrazia europea. Giorgio Napolitano trovò suggestivo il pro-


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getto – ne avevamo insieme parlato e scritto anni prima – ma confessò il suo scetticismo circa la sua realizzabilità e ammise che il suo peso nel gioco interno di partito era calato. Cominciò la baraonda. Ricordo, come mi vengono in mente, alcuni momenti che qualche volenteroso giovane potrebbe arricchire, collegare e interpretare il senso. La Sinistra indipendente fu lasciata morire, senza neanche un necrologio che ricordasse le sue grandi ombre – Parri, Spinelli, Basso – e ne rivendicasse l’eredità ideale, ancora viva. Il partito comunista prese provvisoriamente il nome di ‘cosa’, il patrimonio di dottrine, di culture, di tradizioni fu largamente relegato in soffitta, qualcuno partì alla ricerca di nuovi antenati – si pensi a don Rossetti e don Milani, ma anche a Rosselli e Clinton -, si arrivò alla conclusione che il crollo del sistema sovietico non comportasse la rivalutazione critica della esperienza socialdemocratica, ma l’accantonamento tra i miti dell’idea stessa di socialismo, che il partito socialista italiano ormai si identificava col detestato Craxi e si era estinto con lui e i superstiti non avevano altra scelta che riversare i loro voti sulla ‘cosa’ nascente. Questo, ovviamente, non avvenne e quei pochi socialisti che confluirono nella ‘cosa’ furono trattati come cani in chiesa. Si arrise alla ‘prima repubblica’, che non fu certamente esemplare ma superò con dignità e senza disastri momenti assai difficili, e si riesumò per essa la definizione fascista di ‘italietta’. Si polemizzò contro la ‘partitocrazia’, dimenticando che i partiti erano figli della nostra storia e che si erano conquistati i loro titoli di legittimità e di nobiltà promuovendo e guidando la lotta di liberazione e costruendo un nuovo Stato. Mancò un progetto di riforma, certamente necessario, della ‘repubblica dei partiti’ e si accettò il disegno di una bipartitismo che era una violenza alla storia e che ha generato un bipolarismo fatto di due blocchi eterogenei e rissosi, dove convivono residuati dei partiti storici e ribalde compagnie di ventura, ma uno solo dei ‘poli’ ha il discutibile ma importante privilegio di avere un padre-padrone. Si è idealizzata la cosiddetta società civile ignorando il fatto che essa è stata la fonte necessaria di corruzione del mondo politico. Si è degradato l’esercizio del mandato parlamentare col limite delle due legislature per chi non appartiene

IL VOTO alle gerarchie politiche o non ha santi in paradiso, ignorando che una legislatura è necessaria per imparare a fare il deputato e che l’impegno si illanguidisce e viene meno quando si sa che alla fine del secondo turno si sarà estromessi. I grandi partiti, a cominciar dalla Democrazia cristiana, avevano un corpo di parlamentari di lungo corso di non eccelse qualità, ma esperti e diligenti, che garantivano continuità e efficienza al lavoro legislativo. Si è voluto l’elezione diretta dei sindaci e dei presidenti delle amministrazioni regionali e locali sottraendo le scelte al giudizio di rappresentanze democratiche per affidare la designazione dei candidati ai giochi torbidi e a volte ricattatorii tra potentati chiusi, personalizzando il potere locale e rendendo inevitabile, al di là di ogni buona volontà, la formazione intorno ai suoi rappresentanti di centri di aggregazioni clientelari. Si è riesumato il termine, di origine, in Italia, colonialista e fascista, di governatore. Si è fatta una campagna elettorale al suono di percentuali e di statistiche, non si è posto al centro dello scontro, in Parlamento prima, nel paese dopo, il fatto gravissimo che per la prima volta da quando è scomparsa la Camera dei fasci e delle corporazioni agl’italiani è stato negato il diritto di eleggere i propri rappresentanti, nominati tutti dalle oligarchie che amministrano un potere casualmente ereditato. I problemi del cuneo fiscale, dell’ICI e della spazzatura, certamente di innegabile importanza, hanno posto nell’ombra quelli dai quali dipende il destino dei nostri figli. Stiamo così arrivando a una democrazia senza partiti, anticamera, di regola, di involuzioni plebiscitarie. Intanto basterà che qualche senatore sia folgorato dalla vera fede sulla via di Damasco perché la vittoria affannosamente conquistata ripieghi malinconicamente le ali. L’età mi pone al di sopra di ogni preoccupazione terrena ma mi autorizza anche a far ricorso alla mia lunga esperienza di politico e di docente per ritenere che quanto è avvenuto è per responsabilità di gruppi dirigenti che non hanno mai contratto l’abitudine di studiare e di riflettere prima di parlare e di agire, che hanno fatto getto del loro modesto patrimonio culturale, aggiornandosi e arricchendosi con gli editoriali dei quotidiani. A questo vuoto di idealità e di idee hanno dato il nome di riformismo. Con buona pace dei politologi, le dottrine politiche non sono

utopistiche farneticazioni di pensatori solitari. Il pensiero liberale ha ispirato e guidato la costruzione dello Stato moderno. Il socialismo ha prodotto un processo di avanzamento sociale e politico e di liberazione umana che ha cambiato tra l’Ottocento e il Novecento il volto dell’Europa, e ha anche introdotto nell’analisi del sistema economico dominante e dei suoi tendenziali di sviluppo un metodo critico rimasto insuperato e ha illuminato il mondo di previsioni inascoltate – un esempio solo: le cause e gli effetti della prima guerra mondiale – tutte confermate dai fatti. E nessuno dei suoi teorici, – non Kautsky né Hilferding, non Turati e neanche Saragat –, si proclamò mai riformista. Il punto d’approdo è stato un riformismo senza aggettivi, invertebrato e informe, dentro il quale possono liberamente circolare molti dei motivi della ‘ideologia’ berlusconiana. Il riformismo autentico, vale a dire il socialismo democratico e gradualista, puntava su una ‘fuoriuscita’ dal capitalismo grazie a una politica perseguita su tutti i piani, nella società, nelle amministrazioni locali, nel Parlamento, mirante a creare le cellule dell’ordine nuovo che sarebbe compiutamente venuto alla luce una volta che il processo fosse venuto a maturazione. La prima guerra mondiale mandò in frantumi questo candido e generoso disegno. Dopo la seconda guerra mondiale quello che esso ha potuto dare nella sua fase di maggiore vitalità è stato un contributo importante alla diffusione del benessere nel mondo occidentale e un forte richiamo ad un impegno collettivo per il superamento del drammatico squilibrio tra le società dell’opulenza e quelle della fame. Ma ora siamo arrivati al punto che nessun riformismo è possibile – dalla vita nelle città, alla guerra infinita, migrazioni di massa dei ‘dannati della terra’, alle catastrofi naturali – senza una radicale revisione della concezione della politica, dei suoi metodi, dei suoi fini. Riallacciarsi alla tradizione socialista, peraltro languente nella intera Europa, sarebbe ancora una via praticabile per dare connotati riconoscibili al partito della sinistra italiana. Ma la scelta sembra essere invece quella del partito democratico che avrà i connotati, direbbe Fortebraccio, di un identikit incompiuto. A quel punto forse la necessaria riscoperta della politica, nella sua nobiltà e nella sua intelligenza, si renderà necessaria e anche possibile.


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AFFLUENZA PERCEPITA E VOTO REALE

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Affluenza alle urne Il dato dell’affluenza, diffuso dal Ministero dell’Interno al termine delle votazioni (83,6% per la Camera dei Deputati e 83,5% per il Senato della Repubblica), merita qualche approfondimento. La c.d. legge Tremaglia, infatti, che ha consentito agli italiani residenti all’estero ed iscritti all’A.I.R.E. (l’anagrafe della popolazione italiana residente all’estero, istituita nel 1988) di votare nella propria nazione di residenza, ha comportato la cancellazione di tali elettori dalle liste elettorali dei seggi italiani e la loro iscrizione nelle liste delle circoscrizioni estere. 1 Il dato certificato dal Ministero , dunque, si riferisce alla percentuale di cittadini iscritti alle liste

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elettorali dei comuni italiani che si sono recati alle urne. Rispetto al 2001, quando l’affluenza era stata dell’81,2%, la differenza sta nel totale degli aventi diritto. Infatti, come risulta dalla TABELLA A, il numero complessivo di cittadini iscritti nelle liste elettorali in Italia che è andato a votare si è ridotto, mentre la percentuale è aumentata. Dunque, i votanti in meno sono oltre 650.000 per quanto concerne la Camera ed oltre 230.000 per il Senato. Il dato è compensato dai cittadini italiani residenti all’estero che hanno votato nelle loro nazioni di residenza. (TABELLA B). Sommando i due dati (TABELLA C) abbiamo un dato percentuale concernente l’affluenza complessiva alle urne nel 2006 leggermente

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inferiore a quello del 2001. C’è da osservare che la possibilità per gli italiani residenti all’estero di votare nella propria nazione di residenza, ha, con ogni probabilità, aumentato la percentuale di questi che ha votato. Naturalmente non è possibile stimare in che misura ciò sia avvenuto, ma è ragionevole affermare che, contrariamente a quanto af fermato nei primi commenti sulle vicende elettorali, il dato dell’affluenza alle urne sia calato, per quanto concerne i residenti in Italia (proprio quelli maggiormente esposti alle intemperanze della campagna elettorale) almeno di un punto percentuale rispetto alle elezioni politiche del 2001. L’ultima osservazione riguarda il numero di votanti in termini assoluti che risulta aumentato di circa 350.000 unità alla Camera e di circa 700.000 unità al Senato a fronte di un aumento della popolazione avente diritto al voto di circa 500.000 unità per la Camera e di 1.000.000 per il Senato. 2. Voti validi, schede bianche e nulle Tra i primissimi commenti al voto c’è stato quello del Ministro degli Interni Pisanu, il quale, alle 18:48 del 10 aprile, vale a dire a meno di quattro ore dalla chiusura dei seggi, ha dichiarato: “È prematuro fare altre considerazioni, quel che si rileva per ora a vista è che la scheda ha funzionato molto bene e dovrebbe esserci una drastica riduzione delle schede nulle.6” Il Ministro aveva perfettamente ragione. La presenza di una scheda in meno rispetto alle elezioni del 2001, l’assenza di nomi accanto ai simboli delle liste e la impossibilità di esprimere preferenze hanno senza dubbio semplificato la modalità di espressione del voto. Questi fattori, unitamente all’aumento in termini assoluti dei votanti7, hanno fatto sì che il numero di voti validamente espressi sia aumentato di oltre 2.000.000 alla Camera e di oltre 1.800.000 al Senato (TABELLA D). Cerchiamo di capire se questo dato è stato neutrale rispetto all’andamento delle elezioni oppure no. Nella TABELLA E è possibile vedere la riduzione dei voti non


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TABELLA D8

validi al Senato (schede bianche + schede nulle) avvenuta tra il 2001 ed il 2006, regione per regione. Come si rileva agevolmente, non c’è una diretta corrispondenza tra il numero di votanti ed il numero di voti non validi. In Calabria, ad esempio, nel 2001, pur essendoci lo stesso numero di votanti rispetto alla Liguria, si hanno il triplo delle schede non valide. In Campania, sempre nel 2001, si hanno più schede invalide che in Lombardia la quale conta, però, il doppio dei votanti; in Puglia ci sono stati il doppio dei voti non validi rispetto alla Toscana, a parità di votanti. Nella tabella le Regioni sono ordinate in base alla differenza tra il numero di voti invalidi espressi nel 2001 e quelli espressi nel 2006. Un dato abbastanza evidente è che tra le prime sette Regioni in questa speciale graduatoria ce ne sono ben quattro che sono state assegnate, si può dire, all’ultimo voto. In Campania la vittoria è andata all’Unione per 15.771 voti, nel Lazio, in Piemonte ed in Puglia la vittoria, con il conseguente premio di maggio-

ranza regionale, è andata alla Casa delle Libertà per, rispettivamente, 37.628, 27.212 e 89.762 voti. In tutti e quattro i casi la differenza tra i due schieramenti è minore del numero dei voti validi in più espressi nel 2006 rispetto al 2001. Se si guarda, inoltre, sempre nella TABELL A E, la colonna “bianche + nulle” relativa al 2001, si nota che le sei regioni dove erano stati espressi più voti invalidi nel 2001 sono, nell’ordine, Campania, Lombardia, Sicilia, Puglia, Lazio e Piemonte, ovvero le quattro regioni in bilico e le due roccaforti del Centrodestra, mentre, ordinando le regioni in base alla percentuale di voti invalidi espressi nel 2001 rispetto ai votanti, le ultime tre sono Liguria, Toscana ed Emilia Romagna. Evidentemente quando si è deciso di cambiare la legge elettorale si è tenuto conto del fatto che una facilitazione delle modalità di espressione del voto avrebbe potuto favorire la Casa delle Libertà. Dopo aver analizzato questi dati, la frase di Pisanu sulla scheda che “ha funzionato” assume tutto un altro

TABELLA E9

significato. Possiamo, a conforto di questa interpretazione, attingere ad altre due fonti. La prima è un sondaggio svolto dalla ISPO Limited nel gennaio 2004 e commissionato da “Il Corriere della Sera”. Il sondaggio è stato pubblicato con il titolo “L’elettorato di Forza Italia”11 ed è stato svolto su un campione di oltre 8500 casi. Tra i dati più interessanti c’è quello sul livello di istruzione degli elettori di Forza Italia, il 52,9% di questi non è in possesso di alcun titolo di studio o ha solo la licenza elementare, il 25,4% ha la licenza media inferiore e solo il 21,7% ha la maturità o la laurea. Il livello medio di istruzione dell’elettorato di Forza Italia è, quindi, molto basso (e, di conseguenza, più esposto all’errore nella espressione del voto), ma se raffrontiamo questo dato con la nostra seconda fonte, ovvero il livello di istruzione della popolazione italiana diviso per regioni (TABELLA F), scopriamo che tra le prime sette regioni meno istruite compaiono ancora Puglia (3° posto), Piemonte (4°) e Campania (7°). Il Lazio appare come la regione dove si studia di più, ma bisogna tener presente che esistono forti (ed ovvie) differenze tra Roma ed il resto della regione. Non abbiamo il dato sull’istruzione disaggregato per province, ma abbiamo quello elettorale e Forza Italia prende, al Senato, il 19,3% a Roma, il 20,2% a Rieti, il 22,9% a Viterbo, il 24,2% a Frosinone ed il 33,3% a Latina.


IL VOTO

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TABELLA F12

Alla luce di quanto esposto è ragionevole pensare che il Centrodestra, all’atto di scrivere una legge elettorale a propria immagine e somiglianza, abbia pensato di poter recuperare i voti necessari per poter vincere nelle regioni in bilico tra le oltre 2.200.000 schede invalide finite nelle urne nel 2001. 3. Coalizioni e forze “terze”, il Paese è diviso in due? I giornali e le televisioni hanno più volte riproposto, nei giorni successivi al voto, l’immagine del “Paese spaccato in due”, supportati dai risultati di quasi totale parità che le urne hanno restituito sia alla Camera che al Senato. Ma è un’immagine reale? E, soprattutto, rappresenta una novità? Analizzando i dati relativi alle elezioni per la Camera dei Deputati, con i famosi 25.000 voti di scarto tra le due coalizioni, potrebbe sembrare di sì, ma comparando nel dettaglio i risultati del 2006 e del 2001 (TABELLA G) scopriamo che le cose non sono cambiate poi tanto. Cominciamo dall’Unione. La lista dell’Ulivo ha ottenuto 11.928.362 voti contro gli 11.550.978 ottenuti da DS, Margherita e Repubblicani Europei nel 2001, in termini percentuali, il 31,3% contro il 31,2%. Non proprio ciò che si chiama un exploit. Di Pietro perde più di 550.000 voti (pari all’1,6%), che vengono più o meno recuperati dagli incrementi ottenuti dai Comunisti Italiani (+ 0,6%) e da Rifondazione Co-

munista (+ 0,8%). I Verdi, lo SDI ed i Radicali, che nel 2001 si erano presentati diversamente assemblati hanno ottenuto 1.774.993 voti contro il 1.637.553 del 2001, con un incremento dello 0,3%. Mastella (che nel 2001 non c’era sulla scheda) contribuisce con mezzo milione abbondante di voti (1,4%). Il resto (circa il 2%) l’Unione lo riceve dai Pensionati (0,9%), dai Socialisti scissionisti di Bobo Craxi (0,3%), dalla SVP (0,5%), dalla ormai celeberrima Lega per l’Autonomia - Alleanza Lombarda (0,2%), dai Consumatori di Loiero e dalla Liga Fronte Veneto (0,1% ciascuno). Non mi pare si possa dire che nessuna delle forze dell’Unione abbia compiuto uno scatto determinante rispetto al 2001. Il risultato migliore, in questo senso, è quello di Mastella, assente nel 2001, seguito da quello dei Pensionati, che quintuplicano i propri voti. Veniamo alla Casa delle Libertà. Forza Italia subisce un vero e proprio tracollo, perde circa 1.900.000 voti (quasi il 6%), li perde dovunque, sia nelle roccaforti (300.000 in Lombardia, 200.000 sia in Sicilia che in Veneto), che nelle zone dove aveva tutto da guadagnare (perde 150.000 voti in Emilia Romagna e 120.000 in Toscana), una disfatta sotto tutti i punti di vista con l’unica, magra, consolazione di essere ancora il primo partito d’Italia. Alleanza Nazionale cresce un pochino (+ 0,3%), ma con movimenti notevoli rispet-

to al 2001, guadagna in tutte le regioni del nord e cala vistosamente al centro ed al sud, che pure erano considerati i suoi punti di forza; clamorose le perdite in Calabria (- 4,2%), sarebbe interessante analizzare l’impatto della riforma costituzionale, la c.d. devolution, sull’elettorato di Fini. L’UDC va bene (6,8%), prende più del doppio dei voti che la lista del Biancofiore aveva racimolato nel 2001. Va sottolineato, però, che nel frattempo al CCD ed al CDU si è aggiunta anche l’ex creatura di D’Antoni (Democrazia Europea) che nel 2001 aveva raccolto quasi un milione di voti. Se sommiamo questi voti a quelli della lista Biancofiore, l’incremento nel 2006 è dell’1,1%, un buon risultato, ma meno eclatante di quanto possa apparire a prima vista. Cresce la Lega (+ 0,7%, ma nel 2006 si è presentata insieme al Movimento per l’Autonomia di Raffaele Lombardo) e cresce anche la galassia neofascista (+ 0,6%, con raddoppio dei voti). Il nuovo PSI di De Michelis paga la scissione a sinistra (- 0,3%) evitando al Cavaliere lo smacco di essere il capo dell’unico partito del centrodestra con saldo negativo. La CDL, quindi, perde complessivamente il 3% dei consensi a causa, esclusivamente, del risultato di Forza Italia. Guardando i dati in questa maniera sembra difficile parlare di un Paese che si è spaccato in due per scegliere il governo, così come sembra fuori


IL VOTO

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TABELLA G

Note 1

Il dato è stato, per la verità, corretto nei giorni successivi al 10 aprile, ma a volte il primo dato è quello che conta e tutt’oggi ci s’imbatte in commenti scritti e parlati che fanno riferimento alla grande mobilitazione elettorale. 2 Fonte Ministero dell’Interno. 3 Il dato si riferisce ai votanti per la parte proporzionale. 4 Fonte Ministero dell’Interno. 5 Fonte Ministero dell’Interno. 6 Adn Kronos, h. 18:48 del 10.4.06. 7 Cfr. TABELLA A e TABELLA C. 8 Fonte Ministero dell’Interno. 9 Fonte Ministero dell’Interno. 10 Non è possibile conteggiare separatamente schede bianche e nulle in quanto il Ministero a 14 giorni dal voto non ha ancora fornito questo

dato, se non in due comunicati stampa, tra loro contraddittori. 11 Il sondaggio è liberamente consultabile sul sito www.sondaggipoliticoelettorali.it. 12 Fonte Istat, Popolazione residente di 15 anni e oltre per titolo di studio, regione e sesso – Anno 2004, su www.istat.it. Dalle tabelle E ed F sono state escluse le regioni Valle d’Aosta e Trentino Alto Adige poiché, per quanto concerne il Senato, vige un diverso sistema elettorale. 13 Il riferimento è al comunicato dell’Istituto Cattaneo dell’11/4/06, il quale, evidentemente, ha erroneamente calcolato i voti delle due coalizioni nel 2001. Nel comunicato si parla di un calo di “quasi 1,2 milioni di voti” delle “terze forze”, l’unico modo in cui si può ottenere un tale dato è quello di non considerare che Democrazia Europea ha partecipato al processo costitutivo dell’UDC (il cui simbolo è costituito, infatti, dalla

luogo parlare di “accentuazio13 ne della dinamica bipolare” . Appare più corretto attribuire la vittoria dell’Unione ad una oculata scelta delle alleanze, tale da portare nell’alveo del centrosinistra l’1% dei Pensionati, lo 0,3% dei Socialisti e una serie di partiti locali che, messi insieme, raggiungono quasi l’1%. Una vittoria “tecnica”, per così dire, più che politica. Più in generale, lo scarto ridottissimo di voti tra le due coalizioni non sembra attribuibile alla spaccatura dell’elettorato. Il voto del 2006 risulta frammentato quanto quello del 2001, piuttosto sono le due coalizioni che si sono estese fino ad inglobare il 99,7% dei voti espressi nel 2001. Una vera dinamica bipolare avrebbe dovuto premiare le due liste maggiori delle due coalizioni, mentre abbiamo visto che l’Ulivo si conferma ai livelli del 2001 e Forza Italia subisce una vigorosa emorragia. Rispetto ai primi commenti apparsi sulla stampa, non c’è stata nemmeno la mobilitazione elettorale che si è descritta, si è votato, in percentuale, meno che nel 2001. Si potrebbe dire che alla campagna elettorale più aspra dai tempi della c.d. legge truffa gli italiani hanno risposto con pacatezza, votando più o meno come nel 2001, con un’unica, dirompente novità: un quinto di quelli che allora avevano creduto al Cavaliere, stavolta non ci è cascato. sovrapposizione dello scudo crociato del CDU, dalla vela del CCD, e, appunto, dalla vela di DE). È vero che D’Antoni è stato poi candidato dall’Unione, ma ciò impone una scelta, o si considera che Democrazia Europea è confluita nell’UDC (e quindi si computano i voti del 2001 alla CDL), oppure si considera che DE fosse solo una propaggine di D’Antoni; in tal caso, però, i voti di DE del 2001 andrebbero computati all’Unione, il che comporterebbe che i due schieramenti attuali avevano pareggiato anche nel 2001. Tertium non datur. Bisogna ancora considerare che un altro dirigente di spicco di Democrazia Europea, Raffaele Lombardo, ha fondato il Movimento per l’Autonomia, alleato della Lega Nord nel 2006. Guardando la TABELLA G, inoltre, si riscontra, al contrario di quanto sostenuto nel suddetto comunicato, un incremento, seppur minimo (0,2%), dei partiti non coalizzati.


IL VOTO

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L A P O L I T I C A C A M P A N A NELLA DIALETTICA DELLA DURATA A

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nche le tornate elettorali possono essere considerate in una prospettiva storica di “dialettica della durata”, nella triplice dimensione temporale, cioè, indicata nell’ormai classico saggio omonimo di Fernand Braudel quasi mezzo secolo fa. La politica non è il regno dell’attimo fuggente, non è lo spazio di eventi effimeri, la sequenza, spesso casuale o addirittura schizofrenica, dell’événementielle, destinato ad essere spazzato via da più decisive e importanti forze motrici della storia. La politica – e il comportamento elettorale ne è parte integrante – è invece, assai spesso, il luogo in cui si rendono meglio decifrabili linee di tendenza e di sviluppo più generali: non sovrastruttura, piuttosto infrastruttura che favorisce il percorso dell’analisi e della conoscenza storica. Vorrei dunque, in queste brevi note, provare a ragionare sulla possibilità di inquadrare la prossima scadenza elettorale amministrativa del 28 maggio, che interessa grandi, medi e piccoli centri della regione Campania, in un triplice contesto: della lunga, della media e della breve durata. E successivamente suggerire qualche ipotesi intorno ai possibili contraccolpi della “dialettica della durata” sull’ ormai imminente scadenza elettorale. Naturalmente – è appena il caso di ricordarlo – la durata, di cui qui si discorre, si dispone in un arco temporale assai più contratto rispetto ai tempi braudeliani: quelli plurisecolari delle civiltà e delle mentalità, quelli intermedi delle strutture economiche e sociali, quelli brevi delle congiunture politiche. La cronologia della nostra durata assume i tempi lunghi come coincidenti, grosso modo, con gli anni compresi fra la crisi del sistema politico italiano e gli anni più recenti a cavallo tra Novecento e 2000, i tempi medi come coincidenti con gli anni compresi fra la tornata elettorale politica del 2001 e la tornata del 2006, i tempi brevi come coincidenti con i mesi e i giorni della vigilia delle imminenti amministrative. Anche sulla nozione di “contesto” bisogna intendersi. Dal 1993 ad oggi “nazionale” e “locale” sono andati sempre più intrecciandosi. E non solo per la

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banale considerazione che in politica il rapporto tra i due piani è strettissimo: ciò è vero oggi come è stato vero nei decenni passati. Mi riferisco piuttosto ad un fenomeno nuovo che è andato accentuandosi negli ultimi anni: l’omologazione dello stile della politica, per così dire; la forte personalizzazione del sistema dei rapporti che ha investito il centro come la periferia; il “berlusconismo” che è diventato “weltanschauung” consapevole o inconsapevole, forma e contenuto del personale politico centrale, periferico e locale.

Il contesto della l u n g a d u r a t a

Le repubbliche d’Italia, nelle rappresentazioni e nell’immaginario di

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analisti e scienziati della politica, stanno moltiplicandosi. Ci eravamo fermati a due. Oggi qualcuno parla addirittura di una “Terza Repubblica”. Già la formula “seconda repubblica” suscitava non poche perplessità. Nell’intenzione di chi usava quella formula, essa doveva rappresentare la fase storica del sistema politico italiano nata dopo la crisi degli anni 1992-93 e dispiegante i suoi caratteri nel decennio successivo. Ma in sostanza l’unico dato su cui concordavano i fautori della formula era il rilievo attribuito al termine “a quo”, la sua funzione periodizzante. Così sia l’interpretazione del “colpo di stato della magistratura” o della “rivoluzione giudiziaria” che attribuiva ai processi di “mani pulite” il ruolo – chiave e le


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maggiori responsabilità nella scomparsa dei soggetti politici più importanti del periodo precedente, sia l’interpretazione opposta, tendente ad identificare le cause della crisi in motivazioni più complesse e di più lungo periodo, convergevano nel caricare di valore simbolico, di funzione rigenerante, gli anni 1992-93, fino ad assegnare a quella congiuntura il ruolo e la responsabilità nientemeno di rifondare su nuove basi lo Stato italiano. Insomma quella congiuntura, nell’intenzione dei suoi interpreti, non solo doveva costituire lo spartiacque tra un prima e un dopo, ma doveva anche cambiare i connotati stessi su cui era andata costruendosi la “prima Repubblica”. Più differenti e incerti apparivano invece i contenuti di novità da attribuire alla cosiddetta “seconda Repubblica”, il passaggio cioè dalla “pars destruens” alla “pars costruens”. Nell’elenco entrava così un po’ tutto: la scomparsa di vecchi partiti sostituiti da nuovi partiti come la Lega e Forza Italia, per modelli, organizzazione, radicamento sociale, riferimenti a valori, ecc. assai differenti dai partiti precedenti; la legge 81/93 sull’elezione e le prerogative di sindaci e presidenti di provincia; il ricorso più frequente all’istituto referendario; il passaggio dal proporzionale al maggioritario; l’ingresso nell’area del governo del paese di forze prima escluse; il bipolarismo e la realizzazione del principio dell’alternanza; la prevalenza dell’esecutivo sul legislativo e, più in generale, una condizione di permanente squilibrio di poteri; la tendenza a ricorrere di frequente allo strumento del decreto-legge; un complessivo processo di personalizzazione non solo nella politica e nella vita dei partiti, ma anche nell’attività legislativa; le riforme costituzionali; ecc. Già la disomogeneità di questo elenco dimostra di per sé la difficoltà di definire come “seconda Repubblica” il ciclo politico del paese iniziato dopo il 1993. Peraltro nessuno degli elementi suindicati autorizza a parlare di uno Stato nuovo, radicalmente diverso da quello precedente per forma e sostanza, tale da legittimare la categoria di “seconda Repubblica”. Ma è soprattutto la direzione assunta da quei fenomeni, indicati come “nuovi” dai fautori della formula, a svuotarli del loro carattere profondamente innovativo e a configurarli piuttosto da un lato come fattori involutivi, dall’altro come variazioni su temi, per così dire, già noti e ricorrenti

IL VOTO nel panorama politico italiano di più lunga durata. Così i nuovi modelli di partito(territoriale, azienda,leggero, personale ecc.) hanno finito per riproporre articolazioni ben note dei modelli di partito precedenti (partiti pigliatutto, clientelari, ecc), senza tuttavia la loro forza e capacità di rappresentanza. Nuovi sindaci, presidenti di provincia e governatori di regione, sconvolgendo equilibri istituzionali e assetti locali, hanno sempre più configurato come oligarchico il sistema di potere ruotante intorno alla loro “persona”. Il passaggio dal proporzionale al maggioritario e poi ancora al recente neoproporzionalismo ha moltiplicato invece di semplificare il numero di simboli di partito. Il bipolarismo è sempre più imperfetto e caratterizzato, in entrambi gli schieramenti, da una sommatoria contraddittoria di formazioni litigiose più che dal tentativo di costruire due nuovi omogenei soggetti politici. Le riforme costituzionali rappresentano più il tentativo di destabilizzare il paese che un organico e unilineare tentativo di modernizzazione costituzionale e istituzionale. Molti osservatori, avendo preso coscienza del fatto che la “seconda Repubblica” è andata identificandosi più in un insieme di aspettative che in una realtà effettuale, storica, preferiscono abbandonare la formula e parlare di “lunga transizione” o, addirittura, di “posttransizione”: quasi a voler alludere nel primo caso ad una condizione di passaggio permanente destinato a stabilizzare nella precarietà il sistema politico italiano; nel secondo caso ad una condizione, definibile esclusivamente come stadio successivo di un passaggio precedente, in cui è riconoscibile solo il termine “a quo” ma non

quello “ad quem”. Espressioni tutte – è appena il caso di notarlo – che testimoniano delle difficoltà che attraversa la scienza politica italiana alle prese con una realtà sempre più sfuggente e dai destini indecifrabili. La “lunga durata”, prima evocata, è stata anche il tempo dell’apogeo, crisi e fine della cosiddetta “stagione dei sindaci”. Non sto qui a ripetere cose già dette e da me scritte altrove (A.MUSI, La stagione dei sindaci, Napoli, Guida 2004, ma si vedano anche i numerosi interventi di chi scrive sulle pagine de “La Repubblica” Napoli). Certo suscita non poche perplessità la riproposizione, fuori tempo massimo per così dire, di un modello di governo, sia nazionale che locale, fondato su una sorta di neopresidenzialismo temperato da partiti comprimari che ne dovrebbero accettare la leadership, il decisionismo, il carattere quasi sacrale di un’investitura personale che si identifica senza residui con l’istituzione e che sta sempre più allontanandosi dai modelli di democrazia occidentale, le forme di potere: tutto questo è auspicato da Mauro Calise nel suo recentissimo libro La


IL VOTO Terza Repubblica. Presidenti contro partiti(Laterza, 2006). I cittadini campani stanno toccando con mano sia l’esaurimento della spinta propulsiva iniziale, sia i guasti profondi prodotti dal modello presidenziale, a livello della regione come a livello di governo di comuni ed altri enti locali: da questo punto di vista sono urgenti sia la revisione della legge 81/1993, quella che ha previsto l’elezione diretta e gli accresciuti poteri di sindaci e presidenti di provincia, sia una discussione franca sulla deriva presidenzialista in Campania.

Il contesto della m e d i a d u r a t a

Dalle elezioni politiche del 2001 a quelle dell’anno in corso è trascorsa, per i ritmi della politica, una media durata. Per la Campania questo periodo ha significato, fra l’altro: a)l’aggravarsi delle condizioni economico-sociali della regione; b)una profonda trasformazione del panorama politico e, soprattutto, delle principali forme-partito, che hanno notevolmente cambiato i loro connotati.

Tralascio il punto a), fatto oggetto di tante analisi passate e recenti, e vengo al punto b). Il 13 maggio del 2001 in Campania si verificò un vero e proprio terremoto politico: Berlusconi vinse, i Ds arretrarono sensibilmente, il centro dell’Ulivo mostrò una notevole capacità di resistenza. Berlusconi aveva “nazionalizzato” il comportamento elettorale degli italiani, fornendo una risposta ideale e pratica a molti, mettendo insieme arretratezza e modernità: e gli elettori campani si allinearono alla tendenza nazionale. Votarono in maggioranza per il Polo cittadini napoletani dei quartieri degradati del centro storico, dei quartieri borghesi, della cinta periferica di Miano, Pianura, Secondigliano, Scampia: ceti marginali, ceti popolari, ceti borghesi furono pienamente coinvolti dal messaggio berlusconiano. Era completamente finita la subcultura territoriale “rossa” che aveva resistito fino alle elezioni del 1996: andarono al Polo collegi storici di sinistra come la zona orientale di Napoli, Pompei, Castellammare, Portici-Ercolano, San Giorgio a Cremano. Forza Italia convogliò in Campania e al Sud i consensi provenienti dal malcontento popolare, di chi credeva nel mito della forza e della potenza dell’uomo Berlusconi, nella possibilità di seguirne l’esempio, di chi credeva da meridionale nei valori dell’impresa, del ceto medio umiliato nelle sue potenzialità inespresse, del sottoproletario e disoccupato alla ricerca disperata di lavoro, ma anche di chi affidava il proprio voto a molti personaggi riciclati del vecchio sistema politico. Forza Italia si dimostrò nella nostra regione forse meno capace di essere “partito-azienda”, ma sicuramente più capace di essere insieme “partito-pigliatutto” secondo la definizione di Otto Kirkheimer, “partito-movimento”, “partito-apparato”, “partito-carismatico”. Su questa linea è andato avanti in Campania il partito di Forza Italia che, nelle elezioni del 2006, ha indotto l’Unione a superare di strettissima misura la Cdl. Dopo il successo elettorale del 2001 in Campania e a Napoli il partito di Forza Italia ha lavorato nella direzione della creazione di strutture meglio radicate sul territorio, assimilando sempre di più il modello del partito tradizionale, articolato in sezioni, in manifestazioni testimonianza di una capacità di presenza locale,in strumenti di propaganda capillare e nell’uso sapiente dell’associazionismo professionistico,

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che ha funzionato come una forma di neocollateralismo assai utile al partito. Il centralismo di Forza Italia non è venuto meno, anzi è riuscito a svilupparsi grazie a questi organismi: perché essi hanno consentito la penetrazione assai efficace del messaggio di Berlusconi, della sua visione, la sua capacità di intercettazione di valori e bisogni diffusi nel pluralistico mondo dei moderati a Napoli e in Campania. Oggi a Napoli i dirigenti di Forza Italia comprendono il valore strategico delle ex circoscrizioni e delle nuove municipalità ai fini del controllo del territorio. Certo resta il tallone d’Achille. Forza Italia a Napoli e in Campania non è più un partito inventato. Ma la leadership locale è ancora assai fragile: dura un ciclo elettorale, poi cambia, non costruisce l’identità di un partito ed ha ancora difficoltà a competere con la leadership e col sistema di potere locale del centrosinistra. Ha ragione Cirino Pomicino quando dice: “Forza Italia non si rende conto che una cosa sono i voti di Berlusconi, un’altra quelli delle strutture locali”. Tuttavia il partito di Berlusconi a Napoli e in Campania ha iniziato un ciclo nuovo: e sarà bene prestarvi molta attenzione. Alle politiche del 2006 i DS sono apparsi un partito, se non perdente sul piano elettorale, sicuramente in una fase di stagnazione. La stagnazione rispecchia la destrutturazione che vive oggi il partito dei Ds in Campania. Destrutturazione vuol dire che si è concluso da tempo un ciclo della storia della forma-partito; dopo la fase della scomposizione si dovrebbe aprire quella della ricomposizione, ma non se ne vedono né i presupposti né le linee di formazione e sviluppo.

Il contesto della b r e v e d u r a t a I risultati elettorali dei Ds campani, trionfalisticamente esibiti come decisivi per la vittoria dell’Unione, vanno invece letti assai più attentamente e criticamente. La politica non è fatta solo di numeri: essa è fatta anche di aspirazioni, emozioni, aspettative. Se un partito come Forza Italia ha saputo giocare su questo complesso di fattori subliminali, per così dire, ed ha imboccato la strada della difficile costruzione di sensi di appartenenza, i Ds procedono verso la decostruzione e, forse, lo sfaldamento della struttura e dell’appartenenza di partito. E, da tale punto di vista, la


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prospettiva dell’accelerazione della costituzione del partito democratico rappresenta solo uno spostamento dei problemi dei Ds, non la loro soluzione. Il più importante soggetto politico della sinistra in Campania appare sempre più schiacciato sulle istituzioni: il guscio vuoto dell’identità è stato così riempito dall’amministrazione, dalla gestione del potere, dal ferreo controllo centralistico e personale da parte di un’unica leadership, dal consolidamento di un sistema di consenso, fondato non su valori, obiettivi comuni, rappresentanza di interessi di ampi strati di cittadini, ma sulla cogestione e partecipazione alla macchina del potere, dall’asimmetria pressocchè assoluta fra il momento della decisione e il momento della partecipazione e del controllo democratici. Estremizzando alquanto, in un mio intervento su “La Repubblica” ho parlato, a proposito dei Ds campani, di un “partito che non c’è”. Ovviamente a questa espressione non bisogna attribuire un significato letterale. Ci mancherebbe altro! Se l’ossatura del partito dei Democratici di Sinistra non avesse resistito ai tanti urti interni ed esterni, i risultati elettorali di aprile sarebbero stati disastrosi sia per l’Unione che per l’Ulivo. E d’altra parte non sfugge nemmeno alla mia attenzione il fatto che in molte sezioni il partito dei Ds costituisca ancora l’unico momento di discussione e partecipazione politica dei militanti in un contesto caratterizzato dall’inconsistente assoluto della comunicazione mediatica. Ma una volta ammesso che in qualche sezione si discuta ancora, bisogna rispondere alla seguenti domande: a) La discussione e la partecipazione dei militanti sono capaci di incidere nella formazione della decisione politica, dai contenuti al terreno di azione concreta alla scelta dei candidati da inserire nelle liste elettorali,ecc.? b)Il processo suddetto è favorito oppure ostacolato dai dirigenti di partito? c) Il processo suddetto va ad intrecciarsi con altri canali di comunicazione tra la base e il vertice del partito a livello locale, provinciale, regionale, nazionale? d) Il livello di partecipazione è in grado di mettere in comunicazione le strutture di base del partito con le istituzioni governate da esponenti diessini a livello regionale, provinciale, comunale, ecc? Come è evidente, le domande po-

IL VOTO trebbero moltiplicarsi. Mi pare che a gran parte di queste domande interventi sia di esponenti illustri dei Ds campani sia semplici militanti di base abbiano dato risposte negative. Le espressioni più ricorrenti sia nella stampa regionale sia nei messaggi via Internet sono: “un partito con problemi di identità”; “un diffuso ed eccessivo leaderismo”; “incertezze e dubbi nel quadro militante sulle prospettive del partito democratico per la diffusa preoccupazione che questa aggregazione coinvolga in realtà solo i gruppi dirigenti dei partiti fondatori”; “difetto di partecipazione democratica”; ecc. E allora: è legittimo o no parlare di destrutturazione e sfaldamento dei Ds campani? La mia impressione è che la congiuntura delle elezioni amministrative del 28 maggio 2006 possa essere testimone della lunga e media durata. Comunque vadano quelle elezioni, su di esse peseranno: l’implosione dei Ds in Campania; la molteplicità di candidature nel centrosinistra a Napoli; la lacerante delegittimazione reciproca che ha caratterizzato i due primi candidati Ds a Salerno, Vincenzo De Luca e Mario De Biase, investiti peraltro entrambi da un ciclone giudiziario; l’asimmetria casertana fra l’esito delle primarie e il diktat dell’area bassoliniana del partito dei Ds; un generale appiattimento della politica sull’amministrazione.

La dialettica della durata

La dialettica della durata, ossia la comparazione tra i diversi cicli politici in Campania dal 1993 ad oggi, induce a riflettere sulle seguenti questioni. a)L’amministrazione della città di Napoli, perno della vicenda politica campana fino al secondo mandato di Bassolino, ha perduto gran parte della sua centralità ed autonomia: nel medio e nel breve periodo, tra il 2001 ed oggi, essa appare sempre più dipendente dal governo della regione e cioè dal sistema di potere costruito intorno ad Antonio Bassolino. Sarà interessante capire se e in che misura i risultati elettorali del 28 maggio riusciranno a mutare questa condizione. b)Nonostante la tenuta complessiva, comunque largamente al di sotto delle aspettative elettorali di aprile 2006, il centrosinistra in Campania attraversa una fase delicatissima che potrebbe essere riassunta nel problema della leadership. In sintesi si può dire che i metodi di selezione della classe dirigente, diffusi un po’ in tutti

i partiti dell’Unione in regione, ma in particolare nei Ds e nella Margherita, non consentono, al momento attuale, di guardare oltre i notabili storici del partito gerontocratico di De Mita, e oltre Bassolino. Il ricambio per cooptazione, adottato in entrambi i partiti suindicati, oltre ad essere lontano dal modello ottimale di democrazia, è una scelta miope nel medio periodo perché accentua il processo di stagnazione, di autoreferenzialità, di allontanamento dei partiti dalle forze più vive della società e dell’economia. c)Il bipolarismo in Campania è destinato all’insuccesso o, comunque, ad una realizzazione assai imperfetta e destabilizzante. Nel centrodestra le molte anime di Forza Italia, il radicamento di un partito-apparato come AN, le oscillazioni di un partito di confine come l’UDC inducono a non poter prevedere, nel medio periodo, la costruzione di un nuovo soggetto politico capace di costituire il “partito dei moderati”. Sull’altro versante l’alleanza fra Ds e Margherita appare assai precaria: nonostante la protesta unitaria dei suoi leader, Bassolino e De Mita, l’ipotesi del “partito democratico” appare assai lontana perché entrambi, nella pratica di governo del territorio e nella logica spartitoria del sistema di potere, ragionano e si applicano come leader di partiti a cui spettano proporzionali quote di controllo. Da questo punto di vista, anche se l’esito del “partito democratico” fosse veramente sentito da una parte cospicua di militanti, la prassi politica dei vertici, caratterizzata da una profonda asimmetria fra pensiero e azione politica, non consentirebbe nei fatti quell’esito. Inoltre anche nel centrosinistra è presente un partito di confine come l’UDEUR di Mastella, che oscilla di continuo fra la tentazione del “Grande Centro” e la pratica di compromesso di coalizione. Il moderatismo campano è trasversale ai due poli in misura maggiore rispetto ad altre aree del paese. All’estrema destra e all’estrema sinistra ci sono realtà ben radicate e dotate di forti sensi di appartenenza. Nuove aggregazioni come “La rosa nel pugno” stentano ad affermarsi: l’unione di socialisti e radicali porta meno voti di quelli conquistati dai rispettivi partiti di origine. È questo il quadro complesso che fornisce la dialettica della durata politica in Campania. In questo quadro cadranno le prossime elezioni amministrative.


IL VOTO

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B E R L U S C O N I H A P A R L A T O A D U N I T A L I A C H E E S I S T E CON CUI BISOGNA FARE I CONTI

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a r e c ente tor n at a elettorale offre spunti di rif lessione assai complessi. Berlusconi non sederà più a Palazzo Chigi, e questa è una soddisfazione non da poco, anche se dal punto di vista squisitamente politico stenterei a parlare di sua sconfitta. La CdL vince con oltre trecento mila voti di scarto al Senato, mentre perde alla Camera per poco più di venti mila voti, un Consigliere regionale per intenderci. Il saldo in valore assoluto dei voti espressi, indipendentemente da come questi siano poi trasformati in seggi attraverso la legge elettorale, segnala la prevalenza del centro destra tra le preferenze degli italiani. Ove mai ciò non risultasse sufficientemente chiaro, Forza Italia primo partito italiano con il 24% dei consensi e 215 parlamentari, rafforza tale assunto. Se questi dati fossero confrontati con quelli delle ultime elezioni regionali, confronto ben più interessante e vivo rispetto a quello “di scuola” con le elezioni politiche del 2001, di fronte ad una sostanziale stabilità di An e Udc sarebbe proprio FI ad aver fatto la sostanziale differenza in positivo per la CdL, con il suo leader in grado di recuperare circa sei punti percentuali. Del resto erano stati i leader del centro sinistra, a ragione, a parlare di “voto regionale dalla forte valenza politica generale”. Nessuno poteva e può pensare, infatti, che tutti i Governatori uscenti del Polo avessero governato male e tutti i candidati dell’Unione – al netto di Lombardia e Veneto – fossero più affidabili degli avversari. Quel voto regionale espresse anche, se non soprattutto, un giudizio politico complessivo su Berlusconi e il suo governo. E oggi quel giudizio è significativamente mutato. A conferma di ciò, e osservando i dati elettorali relativi al Senato disaggregati per regione, il centro destra rivince “nell’Italia che produce” – Lombardia, Piemonte, Veneto – e si riprende il Friuli, la Puglia, il Lazio.

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Le aree del Paese in cui, sommate, si producono circa i 2/3 del Pil nazionale votano tutte a destra. Nelle regioni rimaste di fede progressista, la tendenza denota comunque una significativa riduzione della forbice tra le due coalizioni: i distacchi in Campania e Calabria a vantaggio dell’Unione, sempre a confronto con le recenti elezioni regionali, passano da margini di 10 – 15 punti percentuali per entrambe a rispettivamente + 0,5 e + 14,2. Certo, quando una coalizione sta al governo prima dello svolgimento delle elezioni e all’opposizione dopo, ha tecnicamente perso. Ma sarebbe sbagliato accontentarsi di questa considerazione banale, e peggio ancora sarebbe farlo per inconscia volontà autoconsolatoria magari

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esaltando i risultati, leggermente più positivi per l’Unione, conseguiti nell’elezione per il rinnovo della Camera dei Deputati. È altresì vero che per vincere può bastare anche un solo voto in più, ma ciò avviene nei paesi a storica vocazione maggioritaria, dove vigono bipolarismi, bipartitismi e alternanze reali, dove ci sono normali cicli politici, dove c’è una consolidata cultura politica da first past the post sistem. Non è il caso dell’Italia del 2006, proporzionale ma non troppo, con premio di maggioranza diverso però per i due rami del Parlamento, con tre diverse soglie di sbarramento, con un sistema partitico definibile come di pluripartitismo polarizzato composto da circa 25 forze politiche raccolte in due larghissime e disomogenee coalizioni, che includono peraltro quasi tutte le forze alienate e anti sistema, le cosiddette “ali estreme”. Ecco perché dubito che in Italia possa reggere, alla prova dei fatti, la formula maggioritaria pura richiamata sopra. Se si considera poi che questa risicata maggioranza in un ramo del Parlamento, dentro un sistema bicamerale perfetto, è retta dai Senatori a vita e da quelli residenti ed eletti all’estero, i timori sulla solidità politica del nuovo esecutivo non possono che aumentare. Ironia della sorte, secondo i costituzionalisti Barbera e Armaroli – dati alla mano – con la vecchia legge elettorale prevalentemente maggioritaria e senza il voto degli italiani all’estero voluto dal Ministro Tremaglia, la CdL avrebbe stravinto le elezioni. Allora perché hanno modificato le regole del gioco praticamente a partita in corso? La risposta pare assai semplice: perché la destra era convinta di perdere. E di brutto. Ed ecco perché si sta avendo la percezione che, tutto sommato, per come si pensava stessero le cose, le elezioni sostanzialmente siano finite con un “pareggio politico” che consente si l’insediamento di un nuovo governo,


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ma disegnando un paese perfettamente diviso in due. Nulla è bastato a sconfiggere definitivamente Berlusconi. Una coalizione alternativa molto, forse troppo, ampia, gli impietosi indicatori economici che segnalano un paese in declino e statico, la percezione di un netto peggioramento delle condizioni materiali di vita, la condanna della stragrande maggioranza dei cittadini della missione in Iraq, il sostegno a Prodi più o meno esplicito degli establishment e delle organizzazioni più rappresentative: grandi giornali, mondo accademico, comunità scientifica, Confindustria, sindacati, larghissimi e maggioritari settori delle professioni e del mondo della finanza. Il tutto condito dall’appoggio politico di 15 Presidenti di Regione su 20, di tutti i sindaci delle grandi città tranne Milano, del 75% dei Presidenti delle Province. La carica sovversiva di alcuni messaggi lanciati dal Presidente del Consiglio, la favola dei comunisti al potere e dei complotti della magistratura rossa contro di lui, le numerose e incolte gaffe – da Kapò a coglioni -, le epurazioni dal sistema radiotelevisivo pubblico, le leggi ad personam e il conflitto d’interessi evidentemente vanno bene o sono almeno tollerabili, se non proprio condivisibili, per la metà degli italiani. È drammatico, ma è così. Almeno che non si voglia sostenere la tesi che l’alternativa a tutto ciò, L’Unione di Prodi, è apparsa tanto inadeguata, confusa, povera di contenuti, conflittuale e inaffidabile da indurre mezza Italia a votare il Cavaliere in quanto il “male minore”. Troverei questa spiegazione forse ancora più drammatica della prima. Come spesso accade, la verità sta nel mezzo. Berlusconi ha parlato alla pancia del paese, ad un ventre molle illiberale, ideologizzato e insofferente alle regole. A quella parte d’Italia che non si preoccupa della cosa pubblica, che non vuole “partecipare”, che tende a delegare il tutto alle capacità salvifiche del demiurgo di turno, che non si preoccupa dell’immagine benpensante del paese e non crede troppo nelle Istituzioni, nel loro stile inconfondibile, nel loro corretto funzionamento. È un’Italia che esiste, che è vasta, che conta e con cui bisogna fare

IL VOTO i conti. Dall’altra parte qualcuno aveva segnalato – spesso accusato di turbare colpevolmente però una cavalcata trionfale – che 284 pagine di programma non erano proprio l’ideale per lanciare messaggi chiari e incisivi sull’Italia di domani, che alcuni nodi politici veri nella coalizione andassero risolti prima, che Prodi non appariva più come la grande novità capace di mobilitare le energie migliori del paese come avvenne nel 1996. Del resto, ascoltando un po’ le persone negli uffici, all’università, sui luoghi di lavoro, negli autobus – per chi conduce una vita quotidiana normale e fuori dai cosiddetti palazzi – questa sensazione si percepiva con crescente nettezza, soprattutto nel corso della campagna elettorale. Questo risultato ci consegna anche un altro dato politico di fondo, più di prospettiva: l’Italia non tornerà alla normalità neanche dopo queste elezioni. Molti avevano giustamente ipotizzato una sorta di simul stabunt simul cadent. Sconfitto insindacabilmente Berlusconi, e regolati tutti i conti dentro la CdL, i moderati si sarebbero riorganizzati in maniera assai più presentabile e autorevole. Magari senza l’eliminazione drastica dalla scena di Berlusconi – che forse si sarebbe ritagliato un ruolo di padre nobile, un po’ defilato, del nuovo rassemblament conservatore -, magari senza lo scioglimento sic et simpliciter di Forza Italia. Ma non vi è dubbio sul fatto che la destra in Italia, attorno ai Casini, ai Fini, ai Formigoni, ai Pisanu, si sarebbe data un nuovo volto e nuove gerarchie interne. E in un sistema bipolare non era pensabile che ciò non producesse alcun effetto sull’atra parte politica. Come ho avuto già modo di scrivere, eliminato con Berlusconi il fattore di massima polarizzazione ideologica – ma anche etica e morale – dal sistema politico italiano e data vita ad una nuova coalizione di centro destra liberale, di ispirazione conservatrice ed europea, non vedo per quale ragione, similia cum similia, alcuni settori del centro oggi schierati con l’Unione sarebbero dovuti restare alleati con Bertinotti, Diliberto, Pecoraro e via dicendo. Non certamente in nome un’ultima pregiudiziale, quella antifascista nei confronti di Fini, che se ebbe un senso

nella scelta del Partito Popolare nei primi anni Novanta sarebbe apparsa invece oggi, francamente, insostenibile e fuori luogo. Sarebbe toccato poi all’altra parte attrezzare una risposta all’altezza costruendo una grande forza del socialismo europeo anche in Italia, capace di essere perno di una più vasta alleanza elettorale progressista e riformista. Questo disegno, probabilmente, non si realizzerà più. Un’ultima considerazione interessante mi pare quella riferita al voto dentro la coalizione di centro sinistra. Non credo sia azzardato sostenere che le forze riconducibili ed ispirate ad una cultura riformista e di governo abbiano sostanzialmente segnato il passo. Al Senato, Ds e Margherita insieme giungono al 28% circa, la Rosa nel Pugno non supera il 2,5%, mentre il blocco di forze della sinistra più radicale e protestataria composto da Prc, Pdci, Verdi e Idv sommerebbe tra il 14 e il 15% dei consensi. Alla Camera le cose vanno un po’ meglio: l’Ulivo si ferma al 31.3 mentre le forze alla sinistra di esso giungono sommate al 12,4%. Più o meno si registra la stessa differenza presente all’interno della coalizione progressista del paese europeo forse più paragonabile al nostro, la Germania, tra l’Spd e i Verdi. La differenza non da poco conto però trai due modelli, è data dal fatto che mentre in questo paese i partiti sono solo due, e ben strutturati, in Italia il grande partito del 30% è allo stato solo una lista elettorale, i cui soggetti promotori peraltro vengono da storie profondamente diverse e sono ancora distanti su tante questioni, e alla sua sinistra le formazioni politiche sono ben quattro. Ciò potrebbe produrre un meccanismo pernicioso di veti, ricatti politici, minacce, debolezze e fughe in avanti, peraltro aggravato da una legge elettorale profondamente diversa e peggiore rispetto a quella tedesca che non facilita la coesione né garantisce stabilità. Alla luce di tutto ciò, che l’Italia abbia un nuovo governo è bene. Ma per un osservatore interessato allo stato di salute del paese, alla credibilità del suo sistema politico, e alle prospettive future dei progressisti, parlare di vittoria è francamente troppo.


IL VOTO

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N O D I P E T T I N E

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e sanno qualcosa quelle signore che, nella periodica visita al

La solita mania di appoggiarsi alle contrapposizioni – reali o immaginarie, fino a rispolverare l’annosa questione meridionale – per spiegare

tempi non tanto lunghi, districare per evitare ogni possibile sofferenza futura alla Signora Società Italia. Il primo, di gran lunga il più gra-

proprio parrucchiere, spesso si trovano a dover far fronte a questo spiacevole incidente di percorso, che, però, deve essere superato al più presto se non ci si vuole costringere ad una vita infelice. In questo caso, ciò è accaduto alla Signora Società italiana, costretta a servirsi della professionalità del Parrucchiere Pisanu: massimo sorvegliante di tutti i suoi collaboratori, presenti nel Salone, per l’intera domenica 9 e parte del lunedì 10 aprile. È facile immaginare le reazioni di questa Signora quando, a partire dal successivo martedì, fu costretta a leggere dai giornali e ad apprendere dai servizi televisivi che le grida, i lamenti e le recriminazioni, testimoni del suo malessere, erano stati interpretati come l’effetto di una sua spaccatura in due.

anche quei fenomeni che, se si usasse maggiormente la logica, troverebbero ben altre spiegazioni. Il fatto è che a nessuno – e tanto meno al parrucchiere ed alle sue clienti – conviene prendere atto della persistente e pervicace esistenza dei nodi tra quei capelli che, mal curati e spesso violentati, non potevano dimostrare la loro protesta se non arruffandosi. In questa grave e dolorosa vicenda – dagli incerti esiti, ma dalle già più che gravi conseguenze – nessuno può pensare di tenersi fuori o di cavarsela con il ricorso alle sole contrapposizioni: Nord/Sud, città/campagna, ricchi/poveri, destra/sinistra. I mali che hanno determinato quei nodi dolorosi sono ben altri. Proviamo ad esaminarli meglio nella fiducia – o, almeno, nella speranza – di poterli, in

ve, è insito, purtroppo, nel suo DNA. Come dimenticare che, dopo la prima cosiddetta Grande Guerra (1915÷18), senza colpo ferire, essa si adagiò, nella sua stragrande maggioranza, quanto meno in una passiva sopportazione di un regime che, facilmente e come previsto, non poteva non approdare a lidi totalitarî? L’accumulo delle sofferenze, rese ancora più gravi dalla disastrosa partecipazione ad un’infelice Seconda Guerra mondiale, con conseguente repentino cambio di schieramento in corso delle operazioni, favorì, nella parte sana della società, l’assunzione di encomiabili ed eroiche responsabilità, al fine di ridare al nostro Paese la perduta democrazia. La lenta risalita degli eserciti liberatori – che, per inciso, nel loro sbarco in Sicilia erano stati


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provvidenzialmente aiutati anche dai rapporti, sopravvissuti nel tempo, tra la mafia locale e suoi rappresentati precedentemente emigrati negli Stati Uniti – ha lasciato un segno indelebile di cui spesso ci si dimentica e che, invece, ha ancora una sua valenza nell’orientare i comportamenti politici e, ancor più, quelli elettorali. Mentre al Sud si continuava ad avere una determinata concezione del potere e ci si ostinava a difendere un certo status quo nei rapporti sociali e patrimoniali, al Nord la legittima reazione all’oppressore interno (i fascisti di Salò) ed a quello esterno (le truppe tedesche e, particolarmente, le SS) non poteva non favorire l’organizzazione di una resistenza politica ed armata, che, in seguito, avrebbe rappresentato l’elemento fondamentale attorno a cui, i ricostituiti Partiti politici, avrebbero potuto porre le basi del futuro Stato italiano moderno: a partire dalla Costituzione democratica e repubblicana. Ciò non impedì – e, forse, sarebbe stato del tutto inimmaginabile l’opposto – che una sparuta minoranza di settentrionali (specie tra i giovani) aderisse alla cosiddetta Repubblica Sociale di Salò (RSI), dimostrandosi, spesso, più feroci degli stessi aguzzini tedeschi. Pur riconoscendo che – per affrontare il non facile problema della ricostruzione del Paese e, ancor più, quello della ricostituzione di uno Stato democratico e moderno – era necessario e, anzi, doveroso approdare ad una sostanziale riappacificazione tra quanti, nel periodo 1943÷45, avevano militato in opposti schieramenti, mai e poi mai ci si sarebbe potuti adattare al pensiero di porre sullo stesso piano i partigiani uccisi ed i brigatisti neri che li avevano torturati o che, a far parte di un Governo dell’Italia democratica, figurassero anche i militanti della RSI (On. Tremaglia), e che alla Farnesina (Ministero degli Esteri, istituzionalmente preposto a rappresentarci nel contesto mondiale) fosse chiamato il leader di un Partito rifacentesi all’originario Movimento Sociale Italiano (MSI). Nella più recente degenerazione del dibattito politico, artatamente e per bassi fini elettoralistici, sempre più spesso, fingendosi approdati ad una vera e sincera cultura democratica, si è scaduti di stile e di verità storica, ponendo sullo stesso piano sia i comportamenti dittatoriali esercitati

IL VOTO

dal fascismo nel nostro Paese e sia i collegamenti tra il Partito Comunista Italiano (PCI) e gli estremismi dittatoriali del comunismo, in Russia ed altrove. Indipendentemente dall’incontrovertibile apporto dato dai comunisti italiani alla restaurazione della democrazia in Italia, basterebbe la sostanziale differenza storica or ora rilevata per dimostrare che, in nessun modo e per nessun motivo, possono porsi sullo stesso piano gli attuali eredi del PCI e quelli del MSI. Pur non potendosi ignorare che né l’originario MSI, né le sue successive trasformazioni (AN) e articolazioni sopravvissute, furono mai considerati essere in contrasto con la XII disposizione transitoria della nostra Carta Costituzione (“È vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma del disciolto Partito fascista.”), non si può fare altro che mantenere sempre vigile la nostra attenzione perché, in nessun modo, si possa nutrire, sia pure in un apparente quadro di rispetto formale delle regole democratiche, alcuna sia pur larvata nostalgia di comportamenti contrastanti. Eppure, come meravigliarsi se, nell’elettorato italiano, le vicende

prima ricordate hanno lasciato un segno indelebile, con una persistenza di comportamenti nostalgici al Sud (non direttamente influenzato dal riscatto resistenziale del Nord)? E come ignorare che la sempre crescente domanda (al Nord come al Sud) di maggiore sicurezza nelle città e nei paesi ha finito con l’alimentare, sempre più, interventi autoritarî e repressivi, tendenti a ristabilire un ordine formale, invece di puntare, piuttosto, su azioni educative e di risanamento sociale e culturale? Scelte queste che, in entrambi i casi, non potevano e non possono tuttora favorire una modernizzazione reale del nostro Paese in senso democratico ed europeo; ma che, purtroppo, rappresentano un grave ostacolo ad essa. Come ignorare che, nonostante gli sforzi posti in essere ed il pur che apprezzabile funzionamento di alcune istituzioni, si debbano ancora oggi fare i conti con organizzazioni criminali quali la mafia siciliana, la camorra napoletana, la ‘ndrangheta calabrese e la Corona unita pugliese, che rendono insicure queste zone e rendono difficili – se non, addirittura, impossibili – investimenti per nuove


IL VOTO

iniziative economiche? È accettabile, in un Paese civile e moderno, una latitanza durata per ben 43 anni di un boss quale il Provengano? O che, periodicamente, la magistratura debba occuparsi di possibili rapporti tra politici ed organizzazioni criminali? Il secondo nodo è da ricercarsi nel persistere di gravi squilibrî economici tra le varie aree del Paese. Non più solo tra Nord e Sud, la tanto incombente questione meridionale, mai risolta, nemmeno quando, con l’intervento straordinario della Cassa per il Mezzogiorno, si pensava si fosse finalmente sulla strada giusta. Le luci e le ombre, manifestatesi nella ricostruzione e nel successivo sviluppo del nostro sistema economico e produttivo, hanno finito con il determinare altri e non meno sensibili divarî: nell’Italia del Nord-Est, nelle realtà bresciane e dell’Umbria e delle Marche così come nei pochi nuclei avutisi nello stesso Mezzogiorno, che hanno dato origine a quelle che Giuseppe De Rita ha definito le zone di sviluppo a macchie di leopardo. Senza contare che, nel ventennio 1951÷71, i flussi migratorî – verso il Nord e verso l’estero – hanno interes-

sato ben 4 milioni di meridionali (pari al 18 % di quella popolazione), che, per metà circa, si sono definitivamente integrati nelle località di destinazione: e quando questa integrazione è avvenuta nel Centro-Nord è indubbio che ciò abbia, in sostanza, contribuito anche ad alterare i sistemi di valori ed i comportamenti in quelle località. E, purtroppo, oggi sono riprese le emigrazioni: con la differenza, però, che ne sono protagonisti i giovani le cui spese di formazione sono state sostenute dalla famiglie e dalle istituzioni meridionali. La cosa ancora più grave è che l’emigrante del XXI sec. non è più il disperato bracciante con la valigia di cartone; ma il diplomato e, spesso, perfino il laureato al quale o non è stata fornita l’opportunità di formarsi adeguatamente alle esigenze del momento o, peggio, sono quelli che non sono stati opportunamente utilizzati in loco: in entrambi i casi, una palese dimostrazione del fallimento dei canali formativi, del sistema produttivo e delle istituzioni, ai varî livelli di competenza. Tutto ciò ci induce ad approvare incondizionatamente la puntuale analisi, con conseguente indicazione di una diagnosi, fatta da Luciano Gallino in un suo recente saggio (Italia in frantumi, Laterza 2006), che alla tradizionale contrapposizione di due Paesi – troppo incautamente evocata nel tentativo di non approfondirne le cause – sostituisce un quadro composto da molteplici contraddizioni, errori ed omissioni da attribuirsi, di volta in volta, alla classe dirigente ed a quella politica. Ed è questo, appunto, il terzo nodo da sciogliere: senza alcun dubbio il più aggrovigliato e, come tale, anche il più doloroso. Per quanto riguarda la prima – la classe dirigente – non si può ignorare che si è costretti a rilevare tremende contraddizioni nel suo interno. A fronte di quei suoi componenti che hanno sempre correttamente interpretato il loro ruolo in una società complessa come la nostra, sostanzialmente priva di materie prime, ma capace di poter competere sui mercati internazionali grazie alla propria capacità di adeguarsi pienamente e soddisfacentemente alle sfide di volta in volta presentatesi, vi sono, purtroppo, anche altri due segmenti niente affatto trascurabili. Il primo, rappresentato da

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quanti, agli investimenti produttivi, hanno dimostrato di preferire di gran lunga le operazioni meramente finanziarie, spesso anche al di là dei limiti del lecito, sì da attrarre la vigile attenzione della magistratura; il secondo, composto da quanti, sempre, hanno preferito di operare sotto la protezione dell’ombrello offerto loro dal potere politico di turno e, comunque, dello Stato: una sorta di parassitismo diffusamente ramificato, sempre pronto a valersi dei contributi statali, ma mai disposto a partecipare attivamente alla modernizzazione del Paese. Infine, come realtà a parte, non si possono dimenticare quegli imprenditori di recentissima formazione –non concentrati solo nel favoloso Nord-Est, ma diffusi anche nel profondo Sud e nelle isole- che, affrancatisi dalla condizione di lavoratore dipendente, si sono cimentati nel difficile compito di dar vita ad imprese sane, da proporre come esempio soprattutto alle più giovani generazioni: ma, spesso, di essi si sono colpevolmente dimenticati proprio quelle istituzioni che avrebbero dovuto proteggerli e consigliarli. Posizioni tutte, queste, che non potevano non influire sul comportamento elettorale, al di là ed al di sopra delle possibili ideologie, specie in presenza di una tensione generale a lungo prevalente nel nostro scenario politico e pericolosamente aggravata da un’inusuale campagna elettorale, particolarmente aggressiva e sopra le rughe. Quanto meno solo sul piano culturale, alla classe dirigente vera e propria potrebbero essere aggiunti quanti, impropriamente e spesso offensivamente, vengono definiti come intellettuali. Quelli, cioè, che, per formazione e per consuetudine, sono attenti a contribuire alla formazione di nuovi valori da porre a base delle scelte da operare. Quando ci si riferisce ad essi, sarebbe opportuno ricordare il pensiero di Gramsci al riguardo (Gli intellettuali e l’organizzazione della cultura, Einaudi 1949): ogni gruppo sociale si crea, organicamente, uno o più ceti di intellettuali, che gli danno omogeneità e consapevolezza della propria funzione. Di ciò dovrebbe ricordarsi soprattutto la classe politica che, sempre più spesso, assume nei loro confronti atteggiamenti assai opposti e contraddittorî: ne accetta ed anzi sollecita consigli ed interventi, quando li sente


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ad essa favorevoli, se non addirittura sottomessi per capziosa cooptazione; ne rifiuta l’esistenza stessa, fino a colpevolizzarli, quando, facendosi interpreti del malessere diffuso in una società, si permettono di adempiere scrupolosamente e doverosamente la propria funzione. E quest’ultimo atteggiamento non commendevole della classe politica è sempre più prevalso, favorito anche dal crescente servilismo di quegli intellettuali che hanno trovato più agevole e proficuo adattarsi ad essere consiglieri del Principe. Più serie, a loro volta, le responsabilità della seconda componente – la classe politica – che sempre più si è dimostrata impreparata a programmare e gestire l’ineludibile processo di modernizzazione e, comunque, niente affatto paragonabile a quella precedente che, nella seconda metà del sec. XX, nel bene e nel male, aveva portato il Paese dalla dittatura alla democrazia, dalla monarchia alla Repubblica e perfino ad essere incontestato protagonista dell’unione europea. Almeno, fino al terremoto politico della fine degli anni ’80, che non poco ha influito sul nostro panorama politico. Anche in questo caso, un ruolo niente affatto trascurabile è stato giocato dal nostro passato storico: la coesistenza, sempre competitiva, di una componente liberale, di quella socialista (ed anche comunista, a partire dalla scissione del 1921) e di quella cattolica. Quest’ultima, addirittura, legittimata anche dalla stessa presenza, nel nostro territorio, dello Stato della Città del Vaticano. Ad aggravare il quadro, il fatto che in ognuna di queste tre componenti si fronteggiassero, con diverse prospettive ed effetti, posizioni opposte. Una destra esplicitamente conservatrice, sempre più minoritaria rispetto a quella moderna e democratica, che, come tale, era intenzionata a dare il proprio contributo alla costruzione di uno Stato moderno, rifacentesi alle tradizioni risorgimentali, e che aveva trovata una sua espressione nel Partito d’Azione. Una sinistra, divisa tra un riformismo socialista del PSI – a sua volta, sempre afflitto da scissioni e ricomposizioni interne – ed il massimalismo del PCI, troppo a lungo rimasti inutilmente in posizioni conflittuali, laddove, proprio valendosi degli apporti provenienti dalla felice esperienza del PdA, avrebbero potuto dar vita, finalmente, ad un movimento realmen-

IL VOTO te riformatore. Infine, il complesso ed articolato arcipelago del mondo cattolico, a sua volta riproducente, al proprio interno, una destra, un centro ed una sinistra. Se ad esso vanno riconosciuti i pur indubbi meriti acquisiti in mezzo secolo di vita nazionale, non si può far a meno di rilevare che esso è, realmente, il problema principale della nostra condizione politica. Persa l’occasione, alla fine degli anni ’60, di rinunziare tutti, reciprocamente, ad una parte della propria identità per dar vita, finalmente, ad un reale Partito democratico e riformatore, nel segno della modernizzazione, si sono create le premesse per l’attuale confusa e mistificatoria situazione, nella quale l’elettore è sempre più portato a non riconoscersi. Basterebbe pensare all’incredibile fallimento della cosiddetta Cosa Due, che pur si riproponeva di cominciare a riunire in un’unica casa i veri riformatori italiani, provenienti dalla tradizione comunista, da quella socialista e da quella repubblicana e liberale. La successiva contrapposizione tra due Poli e, ancor più, il felice avvio verso un sistema di democratica alternanza, facilitato da un sistema elettorale maggioritario, aveva consentita l’accendersi della speranza di esserci definitivamente incamminati verso un futuro moderno e più europeo. Purtroppo, invece, le inesauribili alchimie parlamentari, gestite dagli stessi Partiti, più gelosi dei proprî interessi che di quelli del Paese, ci hanno condotto all’ultima legge elettorale, paradossalmente criticata da destra e da sinistra; ma, poi, da tutti accettata ed utilizzata ai proprî fini. Così, alla democratica funzione della scelta dei candidati, si è impunemente sostituita quella della mera cooptazione dei quadri comunque e non sempre partecipativamente scelti dalle Segreterie politiche. Ne è derivata una configurazione del quadro politico generale che non risponde affatto alle reali esigenze del Paese; ma, invece, concorre a perpetuarne i difetti e le carenze più gravi. E non ci si può illudere che gli esiti elettorali a volte più favorevoli siano da ritenersi come sintomi di una condizione più accettabile definitivamente acquisita. Molto probabilmente, alla luce di tutto ciò, non sarà del tutto insignificante il dilagante scetticismo dei giovani verso la politica e, ancor più, verso le istituzioni rappresentative. Nel peggio-

re dei casi, anzi, sono loro stessi i primi ad adeguarsi all’attuale inaccettabile andazzo della creazione di più o meno vasti dominî personali di questo o di quel leader locale, che strumentalizza a suoi fini quello che dovrebbe esesre il presidio base di ogni democrazia partecipativa: il Partito politico. In entrambi i Poli, le eccessive articolazioni interne ne hanno implicitamente determinata una sostanziale debolezza a realizzare una ben specificata politica, di cui il Paese ha sempre più bisogno. Né è pensabile che si possa auspicare la formazione di un altro Polo intermedio –quello dichiaratamente più moderato- che dovrebbe perpetuare l’antico rito del ricorso alternativo ai due fornai, come negli anni ’80 pere la DC. D’altra parte, nessuno potrà mai impedire alle fasce estreme –sia a destra e sia a sinistra- di attivarsi per il recupero del proprio zoccolo duro di voti che, implicitamente, ne legittima la stessa esistenza, anche se non facendo ufficialmente parte del panorama parlamentare. Ad esse dovrà comunque riconoscersi la legittimità di una testimonianza storica, in attesa che la maturazione della società superi la loro funzione. Sono appuntamenti storici che – prima o poi, ma è sperabile al più presto, perché i tempi sono strettissimi – non potranno più essere mancati. Sarà il sistema politico e, nello specifico, soprattutto quello riformatore dell’attuale centro-sinistra in grado di assumersi concretamente le proprie responsabilità? Come giustificare ingannevoli e troppo sfacciate dichiarazioni di autoassoluzione da parte di quanti, invece dell’interesse collettivo, ne hanno privilegiati altri, non sempre confessabili, o, nel migliore dei casi, si sono dimostrati impari alle responsabilità affrontateCi si può, allora, meravigliare se siamo giunti a questo punto? Come ci giustificheremo di fronte agli europei e, ancor più, alle future nostre generazioni? Eppure, la Signora Società italiana, di cui all’inizio, continua a lamentarsi per il dolore inflittole dall’inesorabile pettine della Storia. Fino a quando potrà resistere? Ai posteri l’ardua sentenza; ma a noi la responsabilità di venirle in soccorso prima ancora che accada l’irreparabile.


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IL VOTO DEGLI ITALIANI ALL ESTERO G

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Potevamo mai propinare ai nostri connazionali il lenzuolo di liste che ha presentato la destra? O un programma nutrito di pura nostalgia,come ha fatto la lista Tremaglia? O candidati dai nomi altisonanti,Rita Pavone, Willy Pasini che al più in questi anni si sono chiusi nella loro villa sul Lago di Lugano senza conoscere affatto la realtà vera della nostra emigrazione? Potevamo inseguire le liste di ispirazione regionale, con i loro capetti speranzosi di entrare in Parlamento sull’onda del campanilismo regionale? Abbiamo vinto per questo: per la pazienza e la lungimiranza che abbiamo avuto (non e’ stato mica facile mettere assieme nove partiti, rappresentanze geografiche, associazioni, criterio di genere etc) e per gli errori dei nostri avversari. È stato importante insistere nel doppio messaggio: ai tanti italiani che stanno male e che abbisognano di sostegni primari per vivere,per comprare le medicine,per far studiare i loro figli, e ai tanti italiani che hanno raggiunto traguardi di rilievo nella vita sociale,economia,politica e che rappresentano una risorsa da valorizzare. Ed e’ stato giusto inserire la nostra campagna nell’alveo di una battaglia più generale sui diritti di cittadinanza. Su questo terreno abbiamo incontrato la convergenza e il sostegno dei “partiti fratelli”, in particolare quelli aderenti alla Internazionale Socialista. Ricordo l’impegno pubblico al nostro fianco di personalità politiche ed istituzionali come Elio Di Rupo in Belgio, o Annibal Fernandez in Argentina, ma anche Michelle Bachelet in Cile, i compagni del partito di Lula in Brasile, le nonne di Plaza de mayo, i parlamentari europei del Pse, alcuni esponenti politici del partito democratico americano, oltre che stimati esponenti del mondo sindacale, delle realtà produttive, del mondo culturale e dello spettacolo. Il voto nel collegio estero e la elezione dei diciotto parlamentari e’ anche questo: il rafforzamento del legame tra l’Italia e i Paesi che

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ospitano gli Italiani all’estero. Dopo la politica estera di Berlusconi,che ha ignorato l’america Latina, che ha minato le basi della integrazione europea, e si e’ seduta in una sterile soggiacenza verso l’Amministrazione statunitense, si apre, anche grazie ai nostri eletti, una stagione nuova e positiva. Il polverone che gli sconfitti hanno tentato di alzare,sia denunciando irregolarità e brogli,sia demonizzando i 18 neo eletti rei di non saper parlare la lingua italiana e di ignorare il dibattito politico in Italia, e’ una reazione umorale di cattivo gusto, propria di chi ha perso i buoi e cerca le corna. La legge andrà migliorata ma il suo primo impatto e’ stato positivo. Se il Governo Berlusconi ci avesse ascoltato in questi anni, avremmo potuto ovviare alla carenza di informazione e ai residui problemi di completezza dell’anagrafe e della trasparenza del voto. Quanto alla adeguatezza degli eletti a svolgere il loro mandato,posso affermare con assoluta certezza che si tratta di donne e uomini capaci di veicolare non solo le istanze della emigrazione ma di essere parlamentari a 360 gradi, come e’ giusto che sia. Che l’ Italia divisa a meta’ avesse avuto bisogno dei suoi figli all’estero per dare una maggioranza omogenea ai due rami del Parlamento, era difficile prevederlo. Ora e’ successo. È quasi una rivincita storica. E di questo il centrosinistra dovrà tener conto nella sua azione di Governo.

Responsabile Nazionale DS Italiani nel Mondo

a cura del Gruppo Socialista al Parlamento Europeo. Delegazione italiana

ell’autunno 2001 venendo in Basilicata per presentare la mozione congressuale che lo avrebbe poi eletto segretario del partito, Piero Fassino mi disse “dobbiamo prepararci al voto nel collegio estero. Tu hai un ruolo politico ed istituzionale ed una capacita organizzativa per occupartene. Sei disponbile?”. Fui sorpreso. Ma non esitai a dirgli di si. Comincia da lì un’avventura dai tratti umani e dall’esito politico starordinari,alla quale mi sono dedicato silenziosamente costruendo una rete diffusa e interattiva tra migliaia di nostri connazionali, il partito dei ds e poi la coalizione della Unione. Voglio dire subito che non sarei stato in grado di affrontare una sfida cosi grande senza il lavoro prezioso e competente di compagni come Norberto Lombardi, profondo conoscitore della comunità italiana nel mondo e vice responsabile del nostro dipartimento, di Eugenio Marino, responsabile della comunicazione, di Antonella Orlacchio, mia collaboratrice “storica”, e senza l’opera di tante compagne e compagni che in ogni parte del mondo danno vita alle nostre sezioni,alla rete di asso ciazioni,forum,sindacati,circoli culturali. Il voto inatteso da quanti ancora credono alla favola metropolitana che vede i nostri all’estero in maggioranza di destra, in realtà ha premiato questo lavoro fatto da una squadra che ha azzeccato le scelte essenziali,ed è stata ampiamente premiata dagli elettori. Le cifre sono macroscopiche: 4 senatori su 6; 7 deputati su 12. E va considerato che un senatore e un deputato dei restanti, sono indipendenti e verosimilmente si schiereranno con Prodi. Quali sono state queste scelte azzeccate? La prima,presentarci con una lista unitaria e nel nome di Romano Prodi. La seconda selezionare, coinvolgendo i nostri emigrati, i punti programmatici più sentiti. La terza,affidarci a candidate e candidati profondamente inseriti nel mondo della emigrazione e allo stesso tempo non digiuni della politica italiana. Quando sono stato in America Latina,in particolare a Buenos Aires, a San Paolo e a Rosario,e quando ho girato quasi tutti i paesi europei,mi sono reso conto che queste scelte riscuotevano un largo consenso.

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IL VOTO

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SI STA IMPONENDO UN LABORATORIO P O L I T I C O A L N E G A T I V O G

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ancano ormai poche settimane al voto amministrativo e, col passare dei giorni, quel complesso di valutazioni elaborato dal centro-sinistra e fondato sul difficile equilibrio tra una contenuta soddisfazione per la vittoria di misura nella regione Campania e un neanche troppo celato senso di delusione rispetto alle aspettative della vigilia, sembra essere naufragato dinanzi alle continue scosse e fibrillazioni che si sono registrare e si continuano a registrare a causa – lo dico subito senza mezzi termini – di un sistema di alleanze, quello tra DS e Margherita innanzitutto, ma anche tra Ulivo e forze minori, che da troppo tempo va avanti per una energia inerziale, con un carattere fatalmente entropico. Voglio dire, insomma, che,

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paradossalmente, proprio l’elemento originariamente propulsore dell’unità si sta rivelando il punto di maggior debolezza, fino a quando quella unità resta solo di facciata e più subita che costruita quotidianamente nel governo delle città e nella soluzione dei problemi. Questa forza d’inerzia è data dalla precarietà e provvisorietà di armistizi e patti di non belligeranza (smentiti a ogni piè sospinto), ma anche dalla persistenza di inconciliabili dissidi tra i vari leader del centro-sinistra: tra Bassolino e De Mita, tra questi ultimi due e Mastella, tra De Luca e Bassolino e così via. Cosicché il rapporto tra le due scadenze elettorali è stato segnato, e continua con tristissimo spettacolo ad essere segnato, dal modo strumentale di analizzare e valutare il risultato delle elezioni politiche (specialmente il voto del Senato, con le liste separate dei DS e della Margherita) non

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tanto rispetto ad una considerazione critica dei contenuti programmatici e della loro scarsa presa sull’elettorato, e dunque dei modi in cui si è reso difficile il processo di comprensione e condivisione di essi, e neanche tanto rispetto agli effetti di un sistema elettorale che ha reso strapotenti le oligarchie di partito e le segreterie personali dei padroni di voti e di tessere e che ha stravolto il concetto stesso di rappresentanza, ma solo come dimostrazione e ratifica dei rapporti di forze tese a sancire l’egemonia di questo o quel leader, di questo o quello spezzone di una coalizione che fa tanta fatica a ritrovare, se mai vi fossero state, le ragioni di una unità strategica nel governo della Regione e dei principali capoluoghi e di un radicale rinnovamento nei programmi amministrativi e nei metodi della gestione degli enti locali. Voglio fare solo un esempio difficilmente contestabile, che riguarda, specularmente, le situazioni di Napoli e Salerno, città nelle quali dominano ormai da tre lustri – parliamo dunque di uno spaccato temporale che consente analisi retrospettive sul lungo periodo – amministrazioni di centro-sinistra: quanto più aumenta, sino a diventare in qualche maniera soffocante e pervasivo, arrogante ed autolegittimante, il sistema di potere nelle sue diverse articolazioni, dentro e fuori le assemblee e le istituzioni, nelle aziende di servizi e in quelle sanitarie e turistiche, nel ramificato e intollerabile sistema di consulenze grandi e piccole, tanto più peggiora in modo talvolta scandaloso il livello di efficienza e di funzionalità nella qualità e nell’erogazione stessa dei servizi: dai rifiuti alla sanità, dalle politiche sociali e abitative, alle politiche di sostegno per i giovani, i precari, gli anziani, gli immigrati. Così, malgrado queste palesi difficoltà, la coalizione che si richiama all’Unione appare, col passare dei giorni e nell’approssimarsi di un altro voto, sempre più scompaginata e attraversata da letali tensioni che si giocano tutte sull’esclusivo piano delle rivalità personali – più o meno dichiarate, più o meno palesi – e della difesa ad oltranza dei rispettivi sistemi di organizzazione e gestione del potere. Così c’è ben poco da stupirsi per l’indecoroso rimbalzo di


IL VOTO accuse e di critiche sulle responsabilità di un deludente risultato elettorale che appare meno vistoso se rapportato al voto del 2001 e, a dir poco clamoroso se confrontato col voto regionale di appena un anno or sono (un vero e proprio smottamento considerando che il centro sinistra ha perso più del 10% rispetto alle regionali). Cosicché l’assoluta mancanza di una seria riflessione autocritica sul voto e, ancor più, sul modo del tutto inadeguato di costruire convergenze programmatiche (di cui a dire il vero, ad eccezione delle lodevoli iniziative dei forum organizzati in sostegno della Iervolino, si è visto ben poco) e schieramenti unitari per le ormai imminenti elezioni amministrative. Anzi si litiga di brutto a Salerno dove i livelli nazionali dei DS e dello stesso Ulivo hanno lasciato incancrenire una situazione di vergognosa conflittualità tra i potentati locali e quelli regionali (con strascichi che negli ultimi mesi hanno toccato il diapason di scontri verbali e fisici, di querele e denunce penali) e dove si è creata una irrespirabile atmosfera di culto demagogico e qualunquistico della personalità, con l’unico effetto di andare al voto con un candidato diessino, (peraltro eletto deputato solo da qualche settimana) che corre da solo con le sue liste civiche e un candidato della Margherita, intorno al quale si è raccolto tutto il resto dell’Ulivo e dell’Unione. La situazione di gran confusione si ripete a Caserta, dove appare veramente stridente la contraddizione tra l’arroganza degli apparati di partito e di corrente e la manifestazione di volontà partecipativa offerta dal risultato delle primarie. Ed ancora nubi si addensano sull’orizzonte napoletano dove, sia pur attutite e meno evidenti che nel resto della regione, emergono le divisioni interne al centrosinistra e ai DS, mentre permane ancora indecifrabile il peso che sul risultato potrà avere la variabile Rossi Doria. Quel che, tuttavia, colpisce maggiormente è la preoccupante insipienza politica che, all’indomani del voto di aprile, ha mostrato il centro sinistra campano. Non occorrono certo grandi doti da stratega politico per capire che l’unico modo di arginare il visibile recupero di consensi della CDL a livello regionale doveva e poteva essere il consolidamento di uno schieramento unitario che, da un lato, avrebbe dovuto prefigurare l’esperienza del partito democratico e, dall’altro, rafforzare le ragioni tattiche e programmatiche di una alleanza tra l’Unione e la sinistra radicale. Invece il

dato che appare fin troppo evidente è non solo l’aumento del tasso di litigiosità, ma anche la sconcertante incapacità (verrebbe voglia di dire la consapevole indifferenza) che i vertici romani dei DS, della Margherita e dell’Ulivo mostrano nell’intervenire a porre fine o quanto meno a moderare i laceranti conflitti, ora palesi ora clamorosamente pubblici.tra i vari potentati locali. Non credo che quello di Ponzio Pilato sia l’atteggiamento più adeguato per tentare di arginare lo sconquasso campano: nessuno da Roma dice mezza parola sul modo in cui a Caserta stanno mettendo sotto i piedi l’idea e la prassi delle primarie; nessuno da Roma fiata per porre riparo ai guasti devastanti che si stanno creando a Salerno. Così, mentre ognuno di questi leader se ne sta beato a contemplare l’ombelico del suo potere, non si fa nulla per contrapporsi intelligentemente alla campagna berlusconiana di sfondamento elettorale che ha come obiettivo proprio Napoli (la candidatura del Presidente del consiglio nel capoluogo è significativa), non si è fatta nessuna reale mossa di avvicinamento a ciò che rappresenta nella metropoli campana la candidatura di Rossi Doria, si è lasciata irresponsabilmente precipitare la situazione a Salerno, anche e forse soprattutto a causa di una voluta scelta di non belligeranza nazionale tra Margherita e Ds e tra i vari leader diessini. Insomma, come ha scritto un autorevole editorialista del “Mattino”, la Campania continua ad essere un laboratorio politico, ma questa volta in negativo: il laboratorio politico che ha lentamente ma inesorabilmente sgretolato il tanto vituperato sistema dei partiti, che ha totalmente annichilito la dialettica tra le rappresentanze sociali e civili, che ha offuscato (adeguandosi utilitaristicamente, nella scelta dei candidati, allo sciagurato sistema elettorale voluto da Berlusconi) il necessario rapporto tra il territorio e gli eletti e che è progressivamente slittato dalla cosiddetta stagione dei sindaci all’epoca del “frazionismo personalistico” e delle faide fratricide. Forse è venuto il momento di affermare con coraggio e senza infingimenti che vi è stata, sia pur con gradazioni diverse nelle realtà territoriali campane, una vittoria del “berlusconismo”, una vittoria ancora più devastante giacché è innanzitutto culturale più che elettorale: è la vittoria dell’antipolitica e dell’antipartitismo, dell’immagine (le gigantografie anche a sinistra ormai si sprecano) che prevale sui programmi, degli slogan populistici

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che solleticano gli istinti egoistici e gli interessi particolaristici, i municipalismi e le chiusure localistiche. Basta dare uno sguardo ai primi manifesti elettorali con i quali De Luca ha invaso la città : “O i politicanti o Salerno”, “La mia vita per Salerno”, etc. Molti sorridono dinanzi a questa riedizione post-moderna del masaniellismo, altri, quelli più sensibili ai modelli del berlusconismo, restano affascinati da questa rinnovata versione in sedicesimo del peronismo. Credo, invece, che ci sia ampia materia per riflettere seriamente sulla deriva di un’idea di unità democratica, sulla dissoluzione di una alleanza per il progresso e la trasformazione sociale e civile della regione, un’alleanza che tra un voto e l’altro non ha saputo e difficilmente saprà intercettare il consenso degli inquieti, di coloro che sino a due giorni prima del 10 aprile avevano deciso di astenersi e che ora, nelle elezioni amministrative, si tenta di recuperare solo con l’appello all’antinapolicentrismo e con il pullulare di liste civiche, quasi a testimoniare visivamente la crisi ormai profonda di un modello politico-amministrativo rappresentato dalle esperienze di Bassolino a Napoli e alla Regione e di De Luca a Salerno. Non si è stati in grado di percepire in tempo i motivi e le cause profonde della crisi del centro sinistra e, in generale, della politica in Campania o, pur essendone consapevoli, non si è provveduto a individuare gli strumenti e i percorsi per rimuoverla, pensando che potesse esser sufficiente la debolezza dello schieramento di destra e dei suoi candidati o l’utilizzazione di una rendita di posizione che potrebbe non più garantire il mantenimento dei governi locali a Napoli e nelle altre città campane. Qualcuno ha detto – tra i commentatori e i cronisti politici che seguono a livello locale e nazionale le vicende campane – che sta vincendo l’antipolitica, che si sta imponendo il “dileggio della politica”. Probabilmente è vero. Ed è ancora più inquietante, però, che i protagonisti di questa “vittoria” siano da individuare non tra i moderati e i conservatori della CDL (che farebbero peraltro il loro mestiere), ma tra i leader e i dirigenti del centro sinistra che dovranno spiegare al loro popolo come faranno nei prossimi mesi a giustificare – se non per mere ragioni di convenienza e di potere personale – la costruzione di un unitario partito democratico, dopo aver qualche mese prima furiosamente litigato non certo sui programmi e sui metodi di governo delle città.


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NAPOLI. Rischi e opportunità Un nuovo triangolo virtuoso

LE CITTÀ, LA CONOSCENZA E LA CRESCITA Massimo Lo Cicero diamenti, conclusi in se stessi, del castello e dell’abbazia. • L’aggregazione progressiva delle residenze, come era accaduto anche nel mondo antico, genera ulteriori esternalità nel consumo e crea un complesso GIAMPAOLO RUGARLI, La Repubblica di effetti moltiplicadel 21 gennaio 2006 tivi che finisce per addensare, nei luoghi urbani, anche la produScegliere una opzione zione di informazione e di conoscenza. per l area metropolitana • L’identità della città è evidentemente quella di un ambiente fortemente di Napoli antropizzato, il “contrario” della natura Le città tornano al centro del dibattito e delle campagne, ma anche quella di sulla crescita economica. un composito insieme di assets, privati e Nelle grandi organizzazioni interna- pubblici, dedicati al consumo collettivo zionali, come la World Bank o le Nazioni ma anche a quello individuale, come Unite, questa scelta era maturata da le case, le botteghe, le officine, le reti tempo. Nei paesi in via di sviluppo, di trasporto e le grandi organizzazioni ma anche in quelli che hanno iniziato aziendali. Le città, insomma, ricordarapidi take off, le grandi metropoli sono no le caratteristiche che avevano gli dominanti, per dimensione demografica insediamenti dei pionieri nell’epopea e ruolo economico, nel processo di accu- del far west: strumenti di consumo e mulazione nazionale. L’Unione Europea di investimento, nel medesimo tempo, si deve occupare oggi di città incompa- perché garantivano sia la riproduzione rabili con quelle grandi metropoli ma la della forza lavoro che l’espansione degli storia e la cultura della civiltà, nel vecchio scambi e della civilizzazione. Gli effetti continente, dipendono certamente dalla endogenamente espansivi di questo proespansione delle città, delle conoscenze e cesso sono evidenti. degli stili di vita che esse hanno prodotto, La contiguità e la interazione, nella negli ultimi due millenni. Il quarto ciclo città europea, degli insediamenti, per delle politiche di coesione, che si realiz- vivere, lavorare e consumare, spiega zerà tra il 2007 ed il 2013, ripropone giu- il valore strategico di questa singolare stamente all’attenzione dei venticinque macchina sociale ed il suo ruolo, inpaesi dell’Unione Europea il tema della sostituibile, nell’alimentare la crescita 1 città e del suo ruolo economico . Esistono economica. […] tre ragioni per considerare la città un conglomerato composito di capitale fisso L opportunità del quarto sociale utile per la crescita: ciclo delle politiche • La città europea si espande, ed espande le dimensioni del sistema ecodi coesione europee nomico che su essa si fonda, grazie alle L’Europa ci offre circa 25 miliardi di esternalità positive – i vantaggi di localiz- euro da spendere su questi problemi in zazione che si traducono in benefici non Italia nei sette anni che vanno dal 2007 al monetari ma economicamente significa- 2013: se il tema delle città ne assorbirà un tivi – che essa può offrire a chi produce e trenta per cento, si tratta di sette miliardi scambia ricchezza, dopo la lunga stagione di euro. Sapremo farlo in maniera embleautarchica del medio evo. Una stagione in matica ed efficace? O ci frantumeremo cui avevano dominato la scena gli inse- nelle mille contrapposizioni possibili “Segno che, nella nascita della nostra città, vi è una pulsione autodistruttiva, mai perduta; segno che la sirena Partenope ha impresso il marchio della sua personale tragedia su quelli che sono arrivati dopo di lei; segno che l’essenza della “napoletanitudine” è la consapevolezza che l’usura operata dal tempo è più forte di tutto, che a vincere la partita è comunque il niente.”

nell’Italia dalle cento città? Sapremo utilizzare questa imprevista dote finanziaria per aggredire radicalmente i problemi dell’area metropolitana di Napoli? L’occasione è importante ma è anche aperta ad una dura competizione tra le aree urbane del paese: perché le città italiane hanno bisogno tutte di finanziare la propria trasformazione e perché la politica di rigenerazione urbana presenta molte opportunità sul terreno della ripesa macroeconomica della crescita e sarà un punto prioritario nell’agenda del nuovo Governo. Le politiche di coesione e sviluppo, indicate dall’Unione Europea, per il periodo 2007/2013 indicano uno strumento per la crescita nel potenziamento delle reti a maglia larga. Le città sono i nodi – densi di esternalità positive, opzioni di espansione da cogliere e consumatori – di queste reti. Dalla qualità urbana nasce il valore delle transazioni e delle relazioni che quelle reti potranno sviluppare: alimentando la crescita ed il benessere. Le infrastrutture legano tra loro quei nodi e danno la dimensione della rete a maglia larga che l’Europa vuole creare. Le città italiane hanno un bisogno radicale di rapidi ed intensi cambiamenti. Non si tratta di scrivere nuove regole e nuove leggi o di sperimentare ulteriori avventure nel campo del neosocialismo municipale. Servono comportamenti nuovi, da parte degli enti locali e delle regioni, per governare processi affidati prevalentemente all’azione dei privati – consumatori ed imprenditori – ed alle banche. I processi in questione sono gli investimenti necessari per cambiare la destinazione e le funzioni delle aree metropolitane e per connettere meglio tra loro sistemi di comuni che, nei fatti, rappresentano città estensive. Tutta l’Emilia, dicono i suoi amministratori, può essere già considerata come una unica area metropolitana. Si può pensare la medesima cosa, ma questa seconda area metropolitana funziona assai peggio, della grande pianura che separa e congiunge Napoli, Caserta e Salerno (oltre quattro milioni di abitanti) che oggi rischia di diventare solo una protesi della metropoli romana. Se si sommano la popolazione del Lazio


NAPOLI. Rischi e opportunità e quella della Campania si arriva alla popolazione dell’area metropolitana di Parigi, con una superficie impegnata pari al doppio di quella della metropoli francese. Lungo la linea ad alta velocità che collega Napoli e Roma si potrebbe creare una grande area metropolitana estensiva. Ma un ulteriore paragone provocatorio si può formulare in termini diversi. La popolazione dell’intero mezzogiorno continentale arriva a 20 milioni di persone: la medesima cifra della metropoli di Los Angeles. Ma non esistono infrastrutture e reti di collegamento che consentano di percorrere questo territorio – il triangolo virtuale incluso tra Napoli, bari e Taranto – in tempi ragionevoli. Fino a quando non saranno creati adeguati assi di collegamento non si potrà determinare l’effetto metropoli, che darebbe corpo ad una grande area urbana integrata nel centro del mediterraneo. Il completamento della linea ferroviaria ad alta velocità, in altre parole, connette ormai Roma e Napoli e rende, nel breve e medio periodo, la seconda un satellite dell’area metropolitana romana. Con innegabili esternalità positive sui processi economici e sociali che saranno attivati nell’area napoletana da questa circostanza. Napoli, nel breve e medio periodo, rappresenterà la stazione terminale del corridoio europeo intermodale numero uno, indicato nei documenti ufficiali dell’Unione Europea come il corridoio Berlino – Napoli, appunto. Nel corso di pochi anni, tuttavia, questa funzione terminale troverà la sua definitiva allocazione nella città di Salerno. Gli sviluppi della direttrice tirrenica, e la connessione con la Sicilia grazie alla creazione del ponte sullo stretto di Messina, si collocano in un orizzonte ben più remoto. Una volta spostato il terminale del corridoio uno a Salerno, resterà per l’area napoletana solo una funzione di cerniera con il corridoio otto, cioè con Bari e con Taranto, nella previsione di un maggiore addensamento di infrastrutture e di connessioni tra Puglia, Campania e Basilicata. L’area nolana, a nord est della città partenopea, rappresenta geograficamente questa cerniera e deve essere pensata ed organizzata per svolgere una simile funzione. In questo caso (virtuoso) la posizione di periferia della metropoli romana diventa una opzione di espansione per gli sviluppi futuri delle relazioni interne al Mezzogiorno. Ove questa connessione ortogonale non fosse preparata, prima, e realizzata, successivamente, si configurerebbe un vero e proprio destino

periferico per l’area metropolitana di Napoli e, di conseguenza, per la stessa area nolana. In una simile periferia, gli unici attori che conserverebbero un vantaggio competitivo sono proprio quelli che si strutturano come punti di connessione di una rete nazionale ed internazionale a maglia larga. Cioè gli attori che devono essere considerati, e sono effettivamente, esogeni rispetto al sistema degli interessi locali. Attori che rappresentano il fattore espansivo dominante per la crescita economica di quel territorio di cerniera Una minaccia, ma anche una ulteriore opportunità se fosse realizzata con idonee forme di complementarietà reciproca, viene dalla potenziale creazione di un secondo asse di collegamento (Cainello – Telese – Benevento – Canosa – Bari) che sposterebbe a Nord dell’area nolana il punto di svolta capace di rendere efficace il collegamento ortogonale tra il corridoio uno ed il corridoio otto.

I limiti della storia urbanistica recente nell area metropolitana di Napoli

Nel 1975 Maurizio Valenzi diventa sindaco di Napoli, in una Giunta che non aveva una maggioranza autosufficiente nel Consiglio comunale. Resta in carica per oltre sette anni e deve cimentarsi con una eredità difficile e con la gestione delle leggi per la ricostruzione, dopo il terremoto del 1980. Esaurito questo primo esperimento nel Governo della città, e fino al 1993, i rappresentanti del partito comunista restano fuori dal potere esecutivo e scontano, negli anni ottanta, anche in relazione all’aggressiva politica di Craxi, il protagonismo politico dei socialisti. Dal 1994 ad oggi, quasi dodici anni, gli eredi politici del partito Comunista Italiano e la Margherita, assumono la direzione della vita pubblica napoletana e regionale nel contesto di una originale configurazione, molto larga nel suo spettro di rappresentanza sociale, dell’alleanza politica di centrosinistra. Ma non si può negare che dal 1975 – sono trenta anni – la cultura di governo della sinistra italiana abbia partecipato alla formazione degli orientamenti per lo sviluppo economico ed il risanamento urbano della terza area metropolitana italiana. Un segno dominante e caratteristico di questa partecipazione, purtroppo, è il rifiuto del paradigma che aveva guidato la grande trasformazione di Napoli agli inizi del ventesimo secolo. Nel 1903 Francesco Nitti, rivendicando la continuità della sua politica rispetto

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alle intuizioni di Cavour, disegna, e realizza nei trenta anni successivi, anche grazie ad una straordinaria leva di comprimari, da Beneduce a Capuano, da Cenzato a Giordani, la trasformazione di Napoli in una città industriale. Pur avendo vissuto la città, per molti secoli, grazie a produzioni artigiane, consumi improduttivi ed alta amministrazione, essa era pur sempre la capitale del regno più grande in Italia. Ma questa dimensione appariva, a Cavour ed a Nitti, ed era effettivamente larga quanto invertebrata. I tratti peculiari del progetto di Nitti furono tre: • Scommettere su un allargamento ulteriore della base metropolitana della città per dare respiro alla propria iniziativa, • Individuare chiaramente la centralità della produzione di energia elettrica e dell’industria, • Ostentare un disprezzo ostentato per i “qualchecosisti”, i predicatori delle opportunità del turismo, della centralità del porto e del Mediterraneo. L’azione di Nitti crea le condizioni per la mutazione industriale e ne conserva i tratti fino agli anni settanta. C’è un motivo di fondo oggettivo che spiega la forza della intuizione soggettiva dello statista lucano. Il ventesimo secolo è il teatro di uno Stato che dirige in termini assai penetranti i mercati che ricadono nel suo perimetro amministrativo. Lo Stato imprenditore – gli enti pubblici realizzati dai collaboratori di Nitti, basta pensare alla titanica figura di Beneduce, ne sono una prova. Ina, Crediop, Icipu, Imi ed Iri cambiano il volto dell’Italia e non solo del Mezzogiorno e, nell’ambito del personale manageriale che in essi si forma, da Menichella a Saraceno, fino al giovane Guido Carli, si creano gli elementi per l’avvio, al termine del conflitto mondiale, del robusto esperimento della Cassa del Mezzogiorno, nella sua prima configurazione. Questa nuova classe dirigente, formatasi anche grazie alla tracimazione verso l’Italia, e verso Napoli, una grande area urbana, delle industrie europee nei primi anni del secolo ventesimo, gestisce una lunga stagione, dall’Italia Giolittiana, attraverso il fascismo e nella fase successiva, positiva fino alla fine degli anni cinquanta, dell’intervento straordinario e delle partecipazioni statali. Napoli, di conseguenza, entra nel novecento come capitale politica del Mezzogiorno e si ritrova ad esserne, per due terzi del secolo, anche la capitale economica. Con il 1970 inizia un lungo ciclo ventennale di dissolvimento per questo


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contesto virtuoso. La crisi energetica, la fine del dollar standard, l’introduzione dell’euro e l’allargamento dell’Unione Europea, dopo il crollo dell’impero sovietico, segnano l’ingresso in una stagione nella quale sono i mercati a dare ritmo e regole di comportamento alla finanza pubblica ed ai Governi. Questa rivoluzione, che è il vero portato della globalizzazione, a Napoli non si avverte. I fondi del terremoto, negli anni ottanta, e quelli provenienti dall’Europa, successivamente, alimentano il sogno che la finanza pubblica possa essere il motore della crescita. Quel sogno, tuttavia, perde i connotati robusti del progetto nittiano. La cultura della sinistra non ha mai riconosciuto la verità interna del progetto che Nitti aveva ereditato dalla destra storica: una grande Napoli, capace di essere il motore ed il punto di riferimento dell’intero Mezzogiorno (venti milioni di consumatori ed una dimensione, demografica ed economica che eccede quella di molti stati europei). La sinistra, al contrario, si lascia spesso sedurre dagli obiettivi che Nitti indicava come diversivi inutili: il porto, il mediterraneo, il localismo delle aree limitrofe, la dimensione comunale e non quella metropolitana della città. Larga parte di questo strabismo deriva dalla mancata percezione dei nuovi caratteri del mondo globale. Resta il fatto che oggi l’area metropolitana di Napoli non è più il motore del cambiamento, ma una sorta di buco nero che sottrae risorse scarse al resto del Mezzogiorno, e viene avvertita come un fardello di cui il Sud farebbe volentieri a meno.

Agenda per Napoli

Quali potrebbero e dovrebbero essere i tratti di una strategia per la riqualificazione ed il rilancio della terza città italiana? In primo luogo un dichiarato ritorno a Nitti, rivisitandone il pensiero in termini contemporanei ma ribadendo il punto radicale dell’approccio della destra storica che egli aveva condiviso: non può esistere una metropoli invertebrata, non può esistere una società che non si fondi su una robusta rete di interessi ed attori economici, non può reggersi e camminare spedito un corpo sociale che non abbia un robusto scheletro industriale. Cessato il ruolo di capitale politica del Mezzogiorno da molto tempo ed esaurita la forza dell’industria della meccanica e dell’acciaio, sorretta dalla produzione domestica di energia elettrica, quale dovrebbe essere l’agenda capace di disegnare il nuovo ruolo di Napoli? Sarebbe necessario innalzare il livello del confronto con le altre realtà urbane del Mezzogiorno;

NAPOLI. Rischi e opportunità riconoscendo che le città medie di questa vasta regione si sono trasformate ed hanno compiuto importanti passi avanti sul terreno civile ed economico. Napoli non può rivendicare un primato che non ha più in termini oggettivi ma deve produrre idee, strumenti ed eventi politici capaci di rappresentare un punto di riferimento in competizione positiva con le altre città del mezzogiorno, e della Campania. Non esiste, allo stato, alcuna rendita positiva per Napoli mentre esiste, certamente, un valore aggiunto negativo, un badwill, che essa si trascina come conseguenza dei fallimentari anni novanta: sia sotto il profilo urbanistico che sotto quello economico. Il Piano Regolatore vigente, approvato con tempi ultradecennali, è tecnicamente obsoleto prima di essere stato mai applicato se viene interpretato, e molti lo fanno, in una miope logica ipercomunale. Che serva una normativa urbanistica sembra ovvio, che debba essere aderente allo spirito del tempo sembra altrettanto ed ancora più ovvio. Il Piano Regolatore vigente sembra considerare Napoli come se fosse limitata al triangolo tra Fuorigrotta, Posillipo, Poggioreale e San Giovanni a Teduccio: neppure la Napoli di Murat si poteva rappresentare in uno spazio così angusto. Ed eravamo solo nel 1815! Napoli deve essere percepita per quello che è: una grande metropoli, con oltre quattro milioni di abitanti, che include il territorio della provincia di Napoli e quello di Caserta, con ampie porzioni della parte settentrionale della provincia di Salerno: nell’agro noverino sarnese. Questa grande metropoli deve trovare le sue radici nell’industria contemporanea per eccellenza: quella del silicio e della conoscenza. Una industria che richiede la creazione di grandi infrastrutture (l’hardware) e di reti lunghe di collegamento tra i centri di produzione della cultura e della conoscenza (il software), allacciando ai medesimi nodi di queste reti sia le imprese che le università ed i centri di ricerca. Il porto di Napoli va confermato, e consolidato, nella sua originaria ed attuale vocazione di scalo passeggeri: uno scalo che realizzava l’uscita degli emigranti nel novecento e che può garantire l’arrivo di flussi turistici e commerciali nel secolo ventunesimo. Se questa è la funzione dominate del porto esso non può essere, contemporaneamente, un grande scalo per il carico e scarico delle merci. Salerno, Taranto, Brindisi, Reggio Calabria possono assolvere questa funzione meglio e con una maggiore specializzazione ma Napoli, e la piana nolano-casertana, deve essere

la grande piattaforma dei servizi logistici che collega quegli scali al nord Europa. Il turismo accede ai luoghi densi di infrastrutture e nei quali si realizza una grande vitalità economica e culturale. Parigi, Londra o New York incarnano il nuovo modello di riferimento per le grandi aree metropolitane. Napoli deve avere un aeroporto internazionale dislocato tra la Puglia, il Cilento e la Basilicata. Napoli, deve essere la porta settentrionale del Mezzogiorno ma, per essere davvero una porta, deve aprire nuovi e migliori collegamenti con la Lucania, la Calabria e la Sicilia. Ne segue che, come dicevano Nitti e Cavour, il turismo e la logistica non sono l’alternativa ma la conseguenza di un robusto impianto industriale che, nella nostra epoca, resta affidato alle imprese del silicio e della conoscenza ed alle grandi reti di trasporto veloce e telecomunicazione. L’avvio del risanamento nell’area orientale, e l’uscita dalle secche del progetto di Bagnoli Futura, potrebbero essere la rappresentazione emblematica di questa ripresa della crescita, in uno con il completamento del Centro Direzionale ed una radicale trasformazione del centro storico, realizzata anche grazie alla costruzione di una rete di parcheggi, in sottosuolo, ed alla parallela estensione delle aree pedonalizzate in superficie. La bonifica del vasto, confuso e degradato tessuto urbano intermedio tra Napoli e Caserta, rappresenterebbe, invece, la restituzione della dignità metropolitana a questo progetto di trasformazione urbana. Riportando in una logica di sistema i numerosi interventi realizzati nel territorio di Acerra ed Afragola od in quello del litorale domitio. La grande Napoli rinascerebbe, in tal modo, sulla rete della sua nuova infrastruttura regionale di trasporto su ferro, di cui dispone grazie alle politiche europee, per assumere la funzione di punto di contatto tra tre culture: quella dell’Europa del Nord, quella dell’apertura verso levante e quella, impegnativa e difficile, del dialogo con il Mediterraneo. Note

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Si vedano due importanti documenti elaborati dalla Commissione Della Comunità Europea: il primo è stato rilasciato a Bruxelles il 23 novembre 2005 ed un Commissione staff working paper dal titolo “Cohesion Policy and cities: The urban contribution to growth and jobs in the region”. Il secondo espone le linee guida della futura politica di coesione a sostegno della crescita e della occupazione ed è stato rilasciato il 5 luglio 2005. Si può consultare e scaricare at http://ec.europa. eu/comm/regional_policy/sources/docoffic/2007/ osc/050706osc_it.pdf


NAPOLI. Rischi e opportunità

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Sul libro di Enrico Cardillo

METODI E CONTENUTI DI UN PROGETTO URBANO Eirene Sbriziolo «NAPOLI HA LA NECESSITÀ di avviare una pianificazione non solo di area vasta ma anche strategica circa il ruolo funzionale della città nel contesto nazionale e mondiale delle reti urbane». «Napoli deve fare i conti puntando al superamento di un’idea dell’urbanistica come mera esercitazione ideologica di vincoli paralizzanti, di disegni e di regole scissi dall’esigenza dell’economia e dello sviluppo economico». «L’intento è di seguire il filo rosso che lega l’ascesa e il declino di una città come Napoli […] per la quale si è anche cercato di adeguare all’evoluzione della sua contrastante realtà la strumentazione urbanistica non sempre con successo, spesso con ritardi». Questo scrive Enrico Cardillo nel suo recentissimo libro Napoli: l’occasione post-industriale da Nitti al piano strategico. Un libro che esce a ridosso del prossimo rinnovo del Consiglio comunale della Città, e di una stagione carica di posizioni critiche, al limite di personali risentimenti, per una politica urbana ritenuta arroccata e incomunicabile, e dei Forum di ascolto promossi dalla Sindaco Rosa Russo Iervolino. Dove, questi ultimi hanno fornito contributi non privi di disappunti per un’Amministrazione che esclude riflessioni altre sul futuro della Città, fino in qualche caso spingerli ad imputare gli stessi nuovi poteri conferiti ai Sindaci, che ne farebbero soggetti indiscutibili e depositari degli assetti urbani. Ora, l’autore di questo libro non è solo uno studioso, è anche uomo dell’Istituzione cittadina e con ruolo rilevante nella politica delle risorse strategiche, cui è preposto. Enrico Cardillo esprime le sue convinzioni, porta allo scoperto riflessioni e critiche esponendo le politiche urbane di Napoli, e racconta accadimenti vissuti dalla città lungo un secolo con scrittura onesta, tanto che quei “discostamenti”che colgo – in particolare nell’ultima parte del libro – oscillanti tra affermazioni convincenti e

indicazioni propositive che lo sono un po’ meno, non le definirei come contraddizioni, piuttosto consapevole “prudenza”, quasi a voler tener conto dell’incompiuta maturazione politica, che non consentirebbe allo stato d’ imprimere uno scatto significativo per il cambiamento della Città per evolverla nell’urbanità contemporanea. Al piano strategico l’autore affida l’ampliamento dell’«orizzonte della Città» e sul piano strategico io mi tratterrò per traguardare quale il futuro della Città, e per interpretare perché non si “osa” di più. Sono passati quasi vent’anni da quel preliminare di piano (del Sindaco Polese) di cui Cardillo condivide ancora contenuti e performance e scrive che fu accantonato in quanto «non adeguato al momento storico, caratterizzato dall’esplodere della crisi politica, civile, sociale». Oggi, però, prendono corpo motivazioni per una Napoli che deve cambiare. E diventa centrale assumere la responsabilità di un incisivo progetto/città nella particolare situazione di crisi, di disagio sociale ed economico che Napoli attraversa. Diventa momento per ricercare insieme percorsi efficaci d’inversione di tendenze corrive, e riaffermarne l’ identità urbana aprendole

però a nuove capacità relazionali, e tali da liberare «quelle potenzialità che la ricondurrebbero alla rete globale, a cominciare da un rapporto strutturale e funzionale con il mare…», laddove «Napoli continua a scontare una perifericità economica, propria di un vecchio centro industriale- portuale a funzioni senescenti». Sarebbe la novità, la volontà di cambiamento. In presenza di situazioni acute della Città, la prassi ha portato sempre in altre direzioni: a rimedi straordinari e “tampone, a misure congiunturali per interventi casuali, a condoni rassicuranti, alla persistente sottovalutazione delle ragioni del territorio. Oggi il libro di Enrico Cardillo offre tutta una serie significativa di spunti per uno specifico dibattito, non incentrato, però, sulla ri-lettura degli accadimenti che l’autore ha ricostruito lungo il secolo esaminato, quanto mirato ad un confronto sul progetto futuro per Napoli, quale anticipato. Intanto, è già un fatto nuovo che un amministratore anticipi – in una particolare congiuntura della vita politica della Città e con un’esposizione personale – contenuti e metodi del progetto urbano che si sta predisponendo da parte dell’amministrazione con il piano strategico. Tendendo anche a precisare che questo progetto si baserà su procedure mirate alla promozione di un largo consenso. Possiamo leggere in questa anticipazione un invito, per chiedere alla compagine politica del nuovo Consiglio comunale, che nascerà il 28 maggio, d’innovare nei comportamenti autoreferenziali verso uno scambio plurale di idee e di opinioni e precedenti definizioni di progetti per la Città? È sempre l’ autore che – riferendosi ad un passato anche recente – ricorda “evitate” discussioni sulle politiche urbane per Napoli «[tagliando] seccamente idee, proposte di intellettuali, accademici e


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professionisti che avevano fornito utili contributi di analisi per il futuro della Città». Così non tace su aperture o timidezze, su compromessi o conflittualità – rinvenibili lungo un secolo di trasformazioni della Città – rispetto a posizioni innovative. Per quanto tentata da una carrellata sui tanti fatti rappresentati, un articolo di Rivista, per il suo taglio immediato, non può inseguire un saggio denso di analisi, critiche, argomentazioni. Allora mi limito, e con schegge di considerazioni, a ricordare quella stagione del periodo post unitario di Napoli in cui la “forma”della Città si andava trasformando per progetti: un rinvio all’ attualità, riflettendo proprio sul piano strategico che per progetti si costruirà. Intanto, Sindaco della Città, soggetti politici ed economici intendono aprire concretamente alla politica del fare per la Città, evocando il ricorso allo strumento dell’ “accordo di programma, come figura giuridica ritenuta garante della tenuta del Piano Regolatore: eventuali e insignificanti varianti sarebbero ri-assorbite nelle logiche del piano vigente (difeso nella sua immodificabilità) nonostante opzioni per nuove scelte programmatiche. E dire che l’accordo di programma entra tra quegli strumenti programmatici (anche Cardillo li ricorda ed enumera) che a partire degli anni novanta del secolo appena trascorso, furono ritenuti innovativi in quanto avrebbero aperto comunque ad una diversa cultura del fare piano rispetto a quella tradizionale, sia pure “surrettiziamente”. L’accordo di programma ha carattere essenzialmente programmatico, e può evolvere in strumento significativo per programmare razionali trasformazioni urbane e territoriali ma sulla base di particolari indirizzi d’impostazione: regole nuove, snelle, incisive per la sua formazione, garanzie di tutele procedimentali, controllo del programma e delle attuazioni, monitoraggi in itinere degli effetti. È di questi giorni l’anticipazione dell’Unione industriali della Provincia di Napoli di un suo programma di progetti per la Città: cambierebbe il Piano Regolatore?

NAPOLI. Rischi e opportunità E siccome mi è sembrato di capire che intenderebbero proporre strumenti pattizi vado a ritroso: al tempo in cui prevalsero questi strumenti per progettare la Città. Nella sua ricostruzione storica Enrico Cardillo legge le trasformazioni della Città anche con richiami antecedenti l’epoca del Nitti: dal Piano Regolatore del Giura del 1860 a quello del Giambarba del 1884, alle delocalizzazioni delle concerie dal centro storico del 1835. E ne scrive per rappresentare la riorganizzazione delle destinazioni industriali e residenziali dell’epoca ai fini della “razionalizzazione” della trasformazione urbana. Da parte mia, mi inserisco nel ragionamento dell’autore per ricordare, invece, la stagione ottocentesca che diede inizio alla trasformazione della Città “borghese” creando quell’ampia area che è poi prevalente parte dell’odierno centro storico di Napoli. Una trasformazione della Città che avveniva per “progetti”, anche riferiti ai Piani Regolatori di zone dell’ambito comunale come usava all’epoca. E con ricorso programmatico e operativo allo strumento della convenzione urbanistica. Convenzioni urbanistiche tra operatore pubblico e operatore privato che prevalsero anche nella fase della storia urbanistica, durante la quale gli interessi pubblici furono direttamente affidati alle amministrazioni pubbliche. L’incontro pubblico-privato era il risultato di accordi su specifiche scelte di trasformazioni urbane, anche in contrasto con strumenti di piano predisposti e vigenti. Un’analogia con il programma anticipato dall’Unione degli Industriali, ma anche con il piano strategico «cui, giusto rapporto pubblico-privato, sono demandati obiettivi, loro temporalizzazioni, forme e modi di raggiungimento, alleanze sociali e finanziarie». Nel periodo post unitario il rapporto pubblico-privato per convenzione

iniziava seguendo modalità consensuali, per poi essere ricondotto alla forma più propriamente contrattuale. Una successione questa che – a bene approfondire – finiva con il porre le discipline urbanistica e giuridica in una sorta di reciproca dipendenza, apparentemente conservando le rispettive autonomie. Ma l’urbanistica tendeva a rivestire ruolo ancillare – come testimoniano documenti: infatti, quando lo strumento urbanistico precedeva quello giuridico, era quest’ ultimo, in quanto prevalentemente garante di interessi privatistici, a spingere per derogare da indicazioni urbanistiche ritenute non soddisfacenti. E se era lo strumento di convenzione sollecitato dall’interesse privato a precedere quello urbanistico, ancora una volta quest’ultimo finiva condizionato nelle scelte, per una migliore organicità delle operazioni urbane. Con convenzione urbanistica sono nati il Rione Vomero e l’Arenaccia orientale, San’Eframo o Piazza Ottocalli… Così come sono state realizzate le funicolari di Chiaia e di Montesanto,


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che per di più, in quanto decise pochi mesi prima dell’approvazione del Piano regolatore predisposto per il Rione Vomero Arenella, Belvedere, hanno – fuori del piano regolatore – accelerato la valorizzazione di un’ampia area “strategica” per l’espansione della Città. E anche la Piazza Municipio e i nuovi quartieri del rione occidentale di Napoli. Luoghi sensibili questi ultimi ai fini della nuova forma urbana che avrebbe avuto la Città, dopo l’appetibile richiamo residenziale delle sue zone collinari. Il quartiere zona Amedeo-Fuorigrotta- Bagnoli, invece, fu inquadrato nel Piano regolatore e lo scambio pubblico-privato riguardò prestazioni funzionali. Progetti realizzati, nel bene e nel meno bene, nel periodo post unitario, che riconducono al libro dell’autore che presenta il piano strategico ma non sottovaluta i «rischi che pongono in primo piano i temi della competitività territoriale, dell’attrazione delle risorse, imprese e progetti, della definizione delle strategie condivise di sviluppo…e la città finisce di essere il semplice contenitore, il contesto di sfondo…»

che invece «cerca di divenire soggetto di decisioni razionali condivise…». Dove allora è il discostamento di cui in precedenza ho fatto carico all’autore? Senza girare intorno e in modo diretto, ripeto: tra rigore di affermazioni e prudenza di proposta. Ad esempio, Enrico Cardillo, con sintesi efficace, rappresenta (e documenta) le sperimentazioni in atto nel Mezzogiorno in merito ai piani strategici (ne cita quarantasei). Li apprezza per i contenuti e le prospettive che aprono, tanto da scrivere che si tratta di «una ricerca esplicita di un’immagine desiderabile del futuro della città, la cui costruzione tende ad affinarsi sempre di più, distaccandosi dalle tradizionali analisi per adeguarsi ai diversi contesti e situazioni» A conclusione di questa rappresentazione informa che per il piano strategico di Napoli è stata esplorata una «logica diversa» per «cogliere la positività di particolari congiunture o eventi straordinari…». E fin qui l’anticipazione di voler perseguire una nuova logica mi è anche piaciuta, perché disciplinarmente inclino alla ricerca di personalizzare l’approccio alle differenti realtà urbane. Però l’autore aveva appena ricordato alcune caratteristiche ritenute fondamentali nel Mezzogiorno per fare strategie di piano,e tra queste «l’assunzione di una dimensione territoriale di area vasta, certamente sovracomunale, anche a geometria variabile, commisurata ai diversi scopi da perseguire» E anche che: «i piani con maggior successo sono quelli che hanno guardato ad aree territoriali quanto più ampie possibili». Perché allora per il piano strategico di Napoli, quasi a voler rassicurare quanti rimangono convinti dell’“intoccabilità” dei contenuti del Piano regolatore generale della Città, cambia registro? Perché non si distacca dalle tradi-

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zionali analisi e mette la sordina sul fatto che i piani di maggior successo sono quelli che hanno guardato ad aree territoriali quanto più ampie possibili? L’autore infatti scrive: «ora che la Città ha un nuovo piano regolatore generale, una variante di salvaguardia e regole per lo sviluppo dell’area occidentale, non c’è più ragione di temere una contrapposizione tra urbanistica tradizionale e pianificazione strategica». Ma è davvero possibile che il piano strategico inteso come motore di sviluppo non inciderà sull’impianto del piano regolatore al momento di coniugare la scorrevolezza del primo con la rigidità del secondo? E l’impatto che giocoforza il piano dovrà comunque avere oltre la sua dimensione urbana sia pure ricercando intese cosa produrrà? Nell’introduzione del libro leggo delle «buone ragioni… per avviare nell’area metropolitana di Napoli la pianificazione strategica, dopo che la lunga stagione dell’urbanistica delle regole non è riuscita ancora a dare un motore di sviluppo idoneo a renderla competitiva…». Ma nel concreto, cioè in merito al piano strategico mi sembra ci sia una riduzione del concetto, per cui «il piano strategico tratta la dimensione spaziale con una geometria variabile ricercando le intese per agire all’esterno dei confini comunali…». Intanto, le convinzioni della Sindaco di Napoli sembrano senza appello. Intervenuta al Convegno promosso nel novembre scorso dall’Associazione Mezzogiorno Europa sui “problemi e le prospettive di Napoli” ha, infatti, detto: «È lecito chiedersi come mai il Comune di Napoli non si è posto il problema, che pure era nel programma del Sindaco, di creare dal punto di vista istituzionale l’area metropolitana? Sostanzialmente non ci si è mai riusciti per due motivi. Anzitutto non è stato mai sciolto appieno il nodo delle Province e del rapporto tra esse e l’Area metropolitana, e in secondo luogo perché probabilmente la dimensione comunale e talmente radicata nella coscienza, nella cultura, nella storia del Paese, che risulta veramente


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difficilissimo scardinarla. Nutro il convincimento che il prossimo Parlamento metterà mano con vigore al tema delle aree metropolitane,finendo probabilmente con il cambiarle in consorzi di comuni». Appena qualche mese dopo le ragioni dell’esigenza della “nuova dimensione di Napoli” e la domanda di area metropolitana hanno tenuto banco nei Forum di ascolto promossi dalla Sindaco Rosa Russo Iervolino. Nel programma per il nuovo Consiglio sarà presente la questione? Per ora Cardillo lascia in sospeso la questione. Nell’articolo pubblicato da questa Rivista, a margine di quel Convegno, avevo accennato alla possibilità di poter superare le barriere municipalistiche, senza da subito pensare a riconoscimenti istituzionali di area metropolitana, cioè senza mettere in discussione quelle prerogative istituzionali che sono motivo di ostacolo alla sua formazione. Non si sarebbe trattato di ricercare «intese per agire all’esterno di confini comunali» bensì d’impostare e di condividere responsabilmente una diversa geografia dell’urbanità. Rendendo esplicite le ragioni della necessità di una nuova dimensione della Città, e con volontà politica stabile, che è altra cosa rispetto a una convenienza o contingenza programmatica da ricercare con intese. In tanta parte d’Italia già si sta sperimentando sul campo il fare una nuova urbanità liberata da localismi, investendo, ad esempio, su spazi intermedi di territorialità e secondo modalità progettuali e procedurali che si discostano da quelle consolidate con la lunga prassi dell’ urbanistica tradizionale: legate alla regolazione dell’uso del suolo, dell’espansione urbana, della dotazione dei servizi, della riqualificazione dei tessuti esistenti… Un approccio diverso mirato a coinvolgere e a integrare territorialità multidimensionali che inevitabilmente attraversa fasi di delicato rodaggio, soprattutto per quanto riguarda forme per controllare e per governare con efficacia il territorio. Emergono anche i nodi

NAPOLI. Rischi e opportunità non del tutto sciolti per questa pratica urbanistica che si sta sperimentando. Nelle forme dell’ associazionismo dei soggetti istituzionali locali, ad esempio nell’’impostazione dei c.d, piani strutturali si riscontrano incertezze: l’indicazione programmatica (anche con i patti territoriali è accaduto), risente di difficoltà riconducibili alla debolezza di molte istituzioni locali, alla vincolistica

e alla rigidità previsiva dell’ urbanistica tradizionale, che è di ostacolo (per farraginosità e tempi delle procedure) alla selezione di opzioni logistiche non previste nei piani. E che, tuttavia, attuate farebbero la differenza a livello locale con una moderna qualità delle trasformazioni urbane. Cardillo la riflessione sulla debolezza dell’istituzione locale la fa, e proprio per Napoli, e sottolinea la posizione debole della Città nella gerarchia urbana europea, per cui si colloca tra le città marginali, contrapposte a Londra, Parigi, che rimangono i nodi primari di circuiti trasnazionali: «Napoli continua a scontare una perifericità economica, propria di un vecchio centro industriale-portuale a funzioni senescenti…». Ma la «debolezza di Napoli può

avere ancora prospettive evolutive… e l’autore rinvia ancora alla necessità di dilatazione dei suoi confini «… per poter dire di una grande regione urbana…liberando quelle potenzialità che la ricondurrebbero alla rete globale a cominciare da un rapporto strutturale e funzionale del tutto nuovo con il mare…». Però è anche opportuno riflettere che i reali cambiamenti che le comunità urbane debbono affrontare in direzione dello sviluppo sostenibile e stando dentro i processi di globalizzazione trascinano la questione del significato dell’identità urbana. Non è da escludere che nuovi eventi o mutati rapporti, che modifichino tradizionali frequentazioni dello spazio urbano, possano implicare diffidenze, opposizioni o anche solo disorientamento in quanti – lasciati fuori da luoghi di informazione, di partecipazione ai cambiamenti – associano una perdita di caratteri identitari. L’Unione europea sostenne (e sancì nel vertice di Lisbona) come primo obiettivo la centralità della conoscenza: allora un obiettivo pregiudiziale del nuovo Consiglio per affezionare dovrà riguardare come la città deve essere messa in condizioni di conoscere se stessa: come ri-leggere, riproporre, quelle risorse che difende come segni identitari e a volte con sterile orgoglio, quanto per rinnovarle nella Napoli della contemporaneità. Bisognerà lasciare alle spalle una prospettiva della Città concepita con il solo strumento che ha costituito per anni quello di maggior peso politico. Si coglie con più evidenza oggi il distacco tra un’urbanistica intellettuale, pur se propositiva, e lo sviluppo reale delle città. C’è una nuova esigenza urbana: quella di costruire un’identità che la differenzi da altre. Incentrata sulla sua caratteristica formale, la posizione geografica, la vitalità socio-economica e imprenditoriale, la capacità di garantire la comunità, la maturità politica e culturale. La richiede la candidatura nel quadro della scala globale delle Città.


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Sul libro di Gianfranco Nappi

LE CITTÀ DEL MEZZOGIORNO ALLA PROVA DELLA MODERNIZZAZIONE Mario Raffa IL MEZZOGIORNO IN QUESTI ANNI è stato come in un cono d’ombra, anche se qua e là si sono sollevate delle voci per affrontare questo o quel problema che lo riguarda. Il volume di Gianfranco Nappi Il paradigma Mezzogiorno. Economia e società alla prova della modernizzazione di qualità. Politica e centrosinistra sfidati a non ripetere gli errori del passato giunge in un momento in cui nel nostro paese è forte l’attenzione sulla esperienza meridionale e napoletana come si è andata configurando negli ultimi anni, basti pensare al recente libro di Giorgio Bocca. Sono tanti i libri che hanno affrontato la problematica del Mezzogiorno. Pochi però hanno il merito di vedere Napoli, la Campania e lo stesso Mezzogiorno inseriti nelle più vivaci dinamiche attuali, allo scopo di cogliere alcune tendenze che possono essere utili a

capire in profondità le trasformazioni in atto: dal ruolo che hanno le classi dirigenti, a quello che ha l’economia nell’epoca della globalizzazione, al peso che la politica e i partiti, in particolare lo schieramento del centrosinistra, hanno nel dare una risposta alla nuova fase politica che si è aperta nel nostro paese. L’autore, dopo aver delineato il ruolo del Mezzogiorno dentro la modernità, sottolinea che una appropriata analisi deve ripartire dal ruolo proprio delle città nel supportare lo sviluppo locale. E, a questo scopo, mette in evidenza sia le novità positive che il persistente divario tra le varie parti del paese, presentando sia alcuni esempi di innovazione economica e sociale, che i già noti fenomeni atavici. Una parte significativa del volume è dedicata ad una riflessione su Napoli

e quindi al percorso del governo locale, che dal ’93 ad oggi ha rappresentato una delle esperienze più significative del Mezzogiorno. L’autore segue l’evoluzione dell’esperienza napoletana, alla luce dei tanti risultati positivi ottenuti in questi anni,e delle persistenti difficoltà. Un cambiamento positivo è in atto, nonostante le resistenze di alcune parti politiche,di alcune tecnostrutture e di alcuni settori della società civile non desiderosi di rinnovarsi. La città sembra avere una più forte identità; ha accumulato nuove esperienze e nuove competenze. Nonostante lo scontento di alcuni settori della città un nuovo percorso sembra delineato, percorso che inciderà sul futuro di questa città. Le innovazioni di questi anni consentono a Napoli di muoversi in un orizzonte di lungo periodo, dove la cultura, l’inno-


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vazione, l’immaginario, la produzione e la distribuzione vengono collegate e inserite in una rete dell’innovazione, capace di sviluppare aggregazioni positive sul territorio e di valorizzare la tipicità, le caratteristiche umane, storiche e culturali di questa parte del paese. A questa parte del volume di Gianfranco Nappi vorrei dedicare una breve riflessione. Personalmente sono convinto che gli assetti istituzionali e organizzativi, che collegano gli attori dell’economia della conoscenza di una metropoli come quella napoletana, possano costituire il nuovo volano per l’innovazione e lo sviluppo locale. Possano cioè favorire un maggiore sviluppo imprenditoriale, stimolare l’innovazione nel campo gestionale, organizzativo, tecnologico, produrre e trasferire maggiori conoscenze dai centri di ricerca e dell’università alla società, più in generale rafforzare il rapporto tra il sistema pubblico e il sistema privato. Storicamente tutte le città sono state la culla dell’innovazione in Europa. Uno dei più importanti sociologi dell’innovazione, Angelo Pichierri, un sociologo che lavora a Torino, sostiene – e sono d’accordo un po’ tutti su questo – che i Governi locali hanno, fin dal tempo delle città-stato medievali, fatto politica industriale; oggi, naturalmente le politiche industriali sono le politiche di supporto dell’innovazione. Nell’ultimo decennio il protagonismo delle città più attive si è manifestato attraverso le politiche per l’innovazione. Con riferimento all’Italia basta citare Torino che è diventata attore di politiche per l’innovazione che hanno portato in poco tempo a costruire un vero e proprio sistema, che vede il mondo della finanza,della ricerca e delle istituzioni cofondare e cofinanziare una serie di agenzie, che stanno rapidamente cambiando il volto della città e della provincia producendo lavoro,benessere e una migliore qualità della vita per tutti i cittadini. Anche Napoli negli ultimi anni sta andando in questa direzione, grazie alla costruzione di una serie di piattaforme che sono le precondizioni per un vero e proprio sviluppo: basti citare il Piano Regolatore o le politiche seguite per Napoli Ovest oppure quelle per

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Napoli Est. Tuttavia, il passaggio dall’economia tradizionale all’economia dei servizi non può ricadere solo sulle spalle della città; sono infatti decisive le competenze e le risorse degli enti intermedi e della Regione. Il raccordo tra l’azione regionale e quella urbana diventa, quindi, decisivo. Non possiamo qui approfondire il tema di quali forme di coordinamento istituzionale siano più opportune per ottenere i migliori risultati, tuttavia un po’ tutte le parti concordano sul fatto che la città sia un elemento centrale per lo sviluppo locale, e le modalità con cui viene sostenuto questo sviluppo non possono che essere affidate alla pianificazione strategica. Napoli, anche in questo caso, sta procedendo celermente in questa direzione. Ci si può chiedere se sia realistico sulla base della situazione attuale prevedere una modernizzazione di Napoli nei prossimi anni.

Gianfranco Nappi ritiene di si, ma ci sono tante difficoltà; non bisogna sottovalutare che storicamente Napoli ha perso da tempo il ruolo di capitale; che negli ultimi decenni vi è stato un vero e proprio declino industriale; né si può sottovalutare il fatto che il passaggio dall’economia tradizionale all’economia dei servizi si sta dimostrando in tutti i Paesi, ed anche nel nostro, di non facile attuazione. Come sarà possibile portare avanti qui, a Napoli, la via della modernizzazione e dell’innovazione? Innanzitutto, attraverso un collegamento in rete di tutti i soggetti inseriti nell’economia della conoscenza che è tanta parte di questa città. E un ruolo centrale nell’economia della conoscenza spetta alla classe dei creativi. Come definirli? Sono quei lavoratori che vengono retribuiti per i prodotti del loro pensiero: scienziati, architetti, ricercatori, artisti, professionisti e tutti coloro che fanno dell’immaginazione il loro mestiere. A Napoli sono più del 20% della forza lavoro. Napoli è predisposta alla creatività. Basti pensare all’offerta culturale, universitaria e di spettacolo. E queste attività sono fortemente correlate con le attività innovative. Spesso però la classe dei creativi rimane confinata nell’ambito del proprio mestiere, sebbene abituata ad avere rapporti a livello nazionale ed internazionale, ha però pochi rapporti con quelli più vicini che fanno altri mestieri. Ora è noto che la collaborazione tra persone appartenenti a gruppi diversi facilita la creatività. Per questo Napoli deve sviluppare luoghi e piattaforme che consentano queste coabitazioni, che colleghino questi soggetti. È questa un’azione di tipo immateriale, il cui costo non è tanto forte ed è assolutamente sostenibile. La città si deve dotare di una struttura leggera che metta in rete tutti quelli che vogliono investire in un suo percorso di cambiamento e di innovazione. È questo un sano pragmatismo per “fare sistema”. L’obiettivo principale è quello di far crescere queste reti di collaborazione; reti, quindi, di collegamento che valorizzano le competenze tecniche, le competenze umanistiche, i risultati dei vari centri di eccellenza presenti sul territorio.


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Sul libro di Giorgio Bocca

A CHIUSURA DEL LIBRO di Giorgio Bocca Napoli siamo noi verrebbe quasi voglia di buttarsi dal più alto pilone della tangenziale, tanto è buia e sconsolata l’analisi della città stretta nella morsa del degrado, della impotenza amministrativa e della egemonia criminale (“Napoli mi è parsa peggiorata, disposta all’infamia più che nel passato”). Ma resistendo alla tentazione di farlo cerchiamo di assumere proprio la tangenziale come forma percettiva della metropoli nel suo andamento nastriforme da Occidente a Oriente tra splendore e decadenza, buio e squarci di luce, accelerate e ingorghi, con i cartelli segnaletici disposti a ospitare – per il tempo di questo articolo – le frasi apodittiche con cui Bocca puntella il suo discorso. A Occidente la tangenziale comincia a ridosso del Lago Patria per incunearsi nei Campi Flegrei prima di toccare la città vera e propria. Lambisce Cuma, l’Averno, Pozzuoli, ma anche i primi fatiscenti quartieri di villette abusive, la desolazione di Monte Ruscello, gli edifici fuori scala del Quartiere Toiano. Era il paesaggio archeologico per eccellenza, l’epitome dell’Italia antica, oggi è un territorio ibrido, che cela tesori inestimabili ma anche miseria travestita di falsa opulenza, tra discariche illegali, campagne spesso improduttive e abborracciati tentativi di decollo economico: cantine vinicole, fabbriche di laterizi, parchi giochi, dancing, villaggi turistici. La strada corre già tra le contraddizioni napoletane e intanto ci vengono incontro i monumenti della deindustrializzazione nostrana: l’Olivetti, la Pirelli, la Sofer, l’Italsider. Esiste ancora da noi una classe operaia? Se la risposta è sì, la diremmo frantumata e dispersa nel “polveroso hinterland” più che in città, mentre ancora persiste nella memoria l’immagine degli altiforni illuminati o l’andirivieni in prossimità dell’edificio di Luigi Cosenza che già nella scansione architettonica esprimeva la “leggerezza” delle tecnologie (e semmai delle utopie olivettiane) che vi aderivano. “Vivevamo con le sirene…” racconta

turno, l’orario di mensa, la presa di lavoro di mattina, ma ormai tutti noi ci eravamo abituati a vivere con la sirene”. Nostalgia di un tempo mitico! La “dismissione” del grande impianto è stata traumatica, ha cancellato la tradizione dei caschi gialli e trasformato Bagnoli in un quartiere senza una precisa identità sociale; allo stesso tempo ha aperto uno squarcio in direzione del nuovo, come ha convenuto lo stesso Bocca dentro i fumi del suo aprioristico pessimismo su Napoli (“Per ora l’unica iniziativa che funziona ed è in crescita è la Città della Scienza, creata dal professor Silvestrini”). L’Occidente di Napoli potrebbe davvero diventare una delle grandi occasioni di sviluppo della città, se solo si riuscissero a imbrigliare le derive speculative e gli appetiti localistici. Qui nell’ottocento nacque la città “armoniosa” del marchese Candido Giusto e qui Lamont Young immaginava una città termale con canali e gondole come a Venezia! A Occidente si potrebbe far più e meglio di Barcellona (nella città catalana procede, per chi non lo sapesse, la distruzione di “Poble Nou”, uno degli antichi quartieri operai, segnato come a Bagnoli da seducenti edifici liberty, per far posto a strade e pretenziosi edifici fuori scala), armonizzando l’antico col nuovo (turistico e non) e “ripiantando” fabbriche per così dire neo-olivettiane. Tutto ciò è ad un passo dall’utopia, ma ci vuole immaginazione, oltre che nervi saldi, per uscire dal “caos quotidiano”. La tangenziale si inerpica verso il Vomero, prima di imboccare i tunnel e volare sulla città antica. Giorgio Bocca la chiama la “bellezza sempiterna di Napoli”. Bellezza incrinata dagli anni (dai millenni) e sfregiata da un cattivo uso della modernità, ma pur sempre bellezza, dunque un “giacimento” di valore inestimabile. Poche metropoli al mondo hanno un così formidabile corredo artistico e poche città godono del privilegio di conservare nonostante tutto l’impianto urbano ereditato dal passato. Questa è una differenza decisiva, che non potrà mai ridurre Napoli ad

NAPOLI: IL NUOVO AVANZA A DISPETTO DEI PESSIMISMI COSMICI Sergio Lambiase un operaio della ex Italsider in un libro di testimonianze su Bagnoli pubblicato qualche anno fa a cura Mariella Albrizio e Maria Antonietta Selvaggio. “Le sirene servivano a fare il cambio


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essere una replica di Medellín (“Napoli è diventata una città postindustriale di narcotraffici”) nonostante il carattere pervasivo del proletariato o sottoproletariato delle favelas partenopee. Napoli è pericolosa, si sa, e la camorra inquina la città dominando incontrastata nel centro come nei quartieri che le fanno corona (Don Guanella, Pazzigno, rione De Gasperi, Scampia e simili) ma l’impotenza della macchina repressiva è spesso un alibi per nascondere l’impotenza amministrativa insieme alla mancanza di una visione progettuale del fare urbano. Certo la camorra è potente e si fascia di simboli del potere (potere anche finanziario, industriale), come racconta Roberto Saviano, in quel bellissimo libro che è Napoli comincia a Scampia edito da “l’ancora del mediterraneo”, a proposito della villa di un locale boss della droga: “Non è un bunker di sfarzo e cemento, è una struttura elegante e leggera, non ancora ultimata, con un costo indicativo di circa due milioni di euro. Nelle sue decorazioni e nel suo progetto v’è traccia di eleganza, vi sono equilibri di stucco e colore, i marmi sono quelli preziosi del Sudamerica e c’è infine la riproduzione in grande stile di un impluvium pompeiano”. Se anche i boss della camorra scoprono la “leggerezza” e l’“eleganza”, è ancora più difficile sconfiggere l’illegalità se vi contrapponiamo soltanto la nostra “pesantezza”. Non sta scritto negli astri che la camorra debba dominare e per sempre! Anche Medellín (lo sapete che gli abitanti di Medellín sono chiamati in Colombia “paisà”?) pare che stia uscendo dagli anni bui per diventare una delle città più attraenti del Sudamerica. Può risorgere Medellín e non può risorgere Napoli? Ma andiamo! Finora è mancato il corto circuito tra dinamismo (con un di più di “leggerezza”) delle forze di polizia ed efficienza amministrativa, ma a volte basta un accorto dosaggio di elementi, una chiarezza di obiettivi, una scala di priorità come s’usa dire, una forzatura della realtà, perché il circuito vizioso cominci a diventare virtuoso. Anche perché Napoli non è un corpo immobile, ma un organismo vitale che ha sempre cercato di venir fuori dai mali in cui è invischiata.

NAPOLI. Rischi XXXXXXX e opportunità Un amico che abita in un quartiere popolare del centro mi diceva tempo fa: “La sera bisogna sempre guardarsi attorno tornando a casa, ma per fortuna stanno venendo ad abitarci indiani, cingalesi, senegalesi.”. Il terzo mondo che migliora la vita dei rioni della città, ecco uno altro paradosso nostrano! Dove la vera differenza tra i figli del vicolo e i figli degli extracomunitari non sta nel colore della pelle, ma nell’adipe, perché il vicolo è diventata assai spesso un mondo fatto di ragazzini extra-large, ipernutriti, gonfiati, imbruttiti dall’abuso di merendine e di hamburger e che vanno a tappe forzate verso la maturità riempiendosi non solo di vitamine ma anche di griffe: le scarpe, i giubbotti, i pantaloni “firmati”. La immigrazione in qualche modo spezza la compattezza “culturale” dei quartieri di camorra; sollecita il confronto, prima che lo scontro, immettendo nel corpo della città nuovi rivoli di socialità e qualche volta più accettabili modelli di comportamento e di solidarietà umana. La tangenziale corre verso le autostrade e il fascio di strade e di “assi” che imprigionano la sterminata conurbazione, ma prima lambisce il cimitero di Poggioreale. Napoli, sia pure a fatica, sta acquistando un rapporto laico con la morte. Per la prima volta in città si sta costruendo un crematorio. È solo apparentemente episodio di poco conto. Noi abbiamo disperatamente bisogno di laicità, senza per questo incrinare il nostro rapporto con la religione. A Napoli tutti i momenti “istituzionali” si vestono di sacralità (non solo il congedo dalla vita, ma anche la politica e, perché no, la camorra). Desacralizzarli è un compito primario. Ci fa esseri razionali e non “soggiacenti”. Aiuta a costruire (per chi resta) un mondo meno infame. Le strade si dividono. Si può andare verso il “magma” della città vesuviana o imboccare i raccordi autostradali, spingendosi verso Nord. La linea di costa è sempre più dominata dagli orizzonti di container al punto che a stento si scorge il mare. Napoli potrebbe diventare in breve uno dei più grandi porti del mondo per il carico e lo scarico di merci, come lo fu negli anni della occupazione alleata, anche

se allora l’illegalità dilagava. Basta volerlo. Il Mediterraneo non è un lago morto, ma un crocevia di destini e di potenzialità economiche e le truppe d’occupazione anglo-americane lo avevano capito in tempo trasformando Napoli in città-emporio in concorrenza con New-York. Per capire meglio le trasformazioni di Napoli bisogna allontanarsi dai confini della città o comunque misurasi con la grande area suburbana che si stende tra Napoli e Caserta. “In tutta la zona di Caivano, Calandrino, Santa Maria la Fossa si sotterrano i rifiuti degli ospedali, siringhe, cerotti, vetri per flebo, garze sporche; per risparmiare sui costi elevati degli smaltimenti ‘speciali’”. Per Bocca il territorio in questione è niente altro che una discarica abusiva gestita dalla camorra con l’assenso semmai di amministratori corrotti. È vero? In parte è vero e da tempo i tribunali lavorano in questa direzione. Ma il nuovo avanza, a dispetto dei pessimismi cosmici. Poche zone d’Italia stanno subendo a mio parere cambiamenti così impetuosi. La camorra arranca per tenere il passo, accecata dalle novità che non riesce a padroneggiare. Vi sono aziende robotizzate e centri di ricerca, ipermercati e snodi di alta velocità, cittadelle produttive (il Tarì, ad esempio) e cittadelle dello svago. C’è anche fatiscenza, abusivismo, arretratezza, campagna che va in malora, come nei Campi Flegrei, ma i grandi spazi aperti è come se relativizzassero gli scempi, anche se la bellezza vi è assente, come in certe plaghe industriali del Nord Italia. Per fortuna in lontananza si intravede la quinta maestosa del Palazzo Reale di Caserta a ricordarci il lascito ammaliante del passato. Il cammino inverso, da Oriente a Occidente, conferma questa percezione visiva di una città in trasformazione, sia pure una trasformazione fatta di continue accelerazioni e ingorghi. Ci fermiamo anche noi a fare benzina, “subito fuori dall’aeroporto di Capodichino”. È notte. Si sente quasi il respiro di Napoli. No, non è quello di un corpo malato. Solo qualche soprassalto di febbre. Il risveglio (con la guarigione) è forse più vicino di quello che crediamo.


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S A R À A NCHE V ERO , della competizione pocome dice Andrea Gelitica. E allora Napoli remicca, che Giorgio è semmai l’ascesso Bocca, quando afferche manifesta l’esima che “Napoli siastenza di un’infezione mo noi”, lui stesso, a profonda e diffusa. E ben guardare, non ci allora – conclude sempre il lettore – Bocca crede. Tuttavia non Alberto Pascale ha ragione: Napoli è la prima volta che, siamo noi tutti in quequando un autore afferma qualcosa, anche sto paese, anche se se in fondo ci crede forse proprio lui lo poco, il lettore prenpensa solo fino a un de per buone le cose certo punto. Anzi – e che legge, trova nelle qui il lettore si spinge parole di quell’autore i oltre -, pensando a pensieri che egli stesun passato non molto so ha sempre covato lontano, Napoli siamo dentro, e a volte va anche stati noi, se non pure oltre. Nel caso si vuol credere che la specifico, il lettore Napoli gaviana e postpuò ragionare così: gaviana si sia generata come un’eruzione oggi Napoli è caduta vesuviana o flegrea e in una regressione non sia stata invece sconcertante rispetto parte di una deriva al “risorgimento” che nazionale. solo qualche decina Assoluzione dund’anni fa sembrava que per Napoli in profilarsi. La città può nome di un “così fan considerarsi il centro tutte”? Neanche per di coagulo dell’antiidea: Napoli è pur stato, dell’anti-legalità, della soggiacenza sempre l’ascesso, e la a una dilagante etica descrizione che ne fa del “pur’isso adda Bocca (perché purtroppo di descrizione campà”. Vi viene soffocata la voce di chi si tratta, non di un (vedi Cordova) cerchi j’accuse personale) di indicare la via di appare difficilmente una “normalità” che confutabile. Ne sono sarebbe addirittura prova le reazioni rabbiose o supponenti ovvia se non venisse invece vista come di chi, come Ermanno Rea o il cardinale sovversiva (che eresia Giordano, si è sentisgominare una fonte to toccare un nervo di prosperità come scoperto trovandosi il contrabbando di al tempo stesso a corsigarette!). Eppure, il cardinale Giordano, quando dice to di argomenti. Quello Certo, a Napoli accade “Giorgio Bocca conosce Napoli come io conosco Sydney”, un che conta fare, semmai, è tutto questo e anche di cercare – ancora una volta, peggio. Ma questa citpizzico di ragione ce l’ha anche lui. Come fa Bocca a scrivere (pag. tà – ragiona ancora quel un’ennesima volta – di ca9): “sotto la reggia aerea di Capodimonte, a Monte di Dio”? E pire perché Napoli non dilettore – è pur sempre parcome fa (pag. 24), da Bagnoli, a vedere “a sinistra, le luci allite di un intero paese dove ciamo si è ridotta così, ma neate di Procida”? Se ci può essere almeno una interpretazione ormai da anni la legalità piuttosto è restata così. univoca della napoletanità, è quella topografica. è oltraggiata dallo stesso Il bene (poco) e il male E con questa, Bocca “toppa” davvero. (a. p.) potere legislativo, la Co(tanto) che si agitano oggi stituzione è oggetto di ricorrenti dentro Napoli sembrano né più né attentati, il posto di lavoro è più un meno quelli di ieri, di un secolo, colpo di fortuna che un diritto, il ca- dal Guardasigilli in persona, gli illeciti tre secoli, tanti secoli fa, dell’antiporalato imperversa nei cantieri delle più ripugnanti (un esempio per tutti: chissima definizione di “paradiso regioni più progredite, la magistratura lo spionaggio finalizzato alla diffa- abitato da diavoli”. Dio ci preservi è vilipesa dal capo del governo e anche mazione) sono strumenti privilegiati dalle tentazioni della retorica, ma

E SE CI STESSE DANDO UN CONSIGLIO?

Capodimontedidio


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quando leggiamo, non senza un senso di consolazione, Paolo Macrì descrivere la Napoli attuale come una città “in grado di cogliere lo spirito dei tempi”, “effervescente, vivace, pluralista”, dove “politica, cultura, società sembrano viaggiare sulla stessa lunghezza d’onda”, e pensiamo che si tratta della stessa Napoli della camorra e dei suoi ghetti-roccaforte, è difficile allontanare dalla mente un’associazione di idee con la redazione di “Nord e Sud” tuffata nella Napoli laurina o con gli intellettuali giacobini del 1799 assediati dai sanfedisti. Sorge a questo punto il timore che questo contrasto di sempre possa rappresentare una parte predominante di quella napoletanità che Bocca trova “repellente” e che invece Raffaele La Capria sembra difendere. Quello che ci sembra vero è che sulla napoletanità se ne sono dette e sentite tante da poterla interpretare ormai come tutto e il contrario di tutto, come manifestazione specifica della “fantasia” della città per liberarsi delle proprie “condizioni e costrizioni” (La Capria) oppure come coltre funebre che per sé hanno tessuto – e anche ricamato – coloro che “hanno deciso di estinguersi restando fino all’ultimo napoletani” (Pasolini). Dicevamo comunque che un aspetto della napoletanità (ma non sarebbe piuttosto il caso di parlare di una “questione napoletana”?) può essere il contrasto, anzi l’estraneità reciproca, esistente fra intellettuali e popolazione. Dove per intellettuali non vanno intesi solo i poeti e i filosofi, ma anche gli economisti, gli amministratori, i professionisti e in genere coloro il cui lavoro è preceduto o accompagnato da una qualche forma di studio. È del novembre 2004 il Manifesto “Salviamo Napoli” lanciato da Aldo Masullo e accolto, si può dire entusiasticamente, negli ambienti della cultura locale. Che ne è stato? Ne è derivata qualche sia pure timida iniziativa concreta? Almeno qualche filamento dei principi enunciati, degli impegni proposti ha raggiunto in maniera appena tangibile Secondigliano, la Sanità, il Pallonetto? E se anche qualche passo in avanti è stato compiuto, quanti ne sono stati fatti all’indietro? Va riconosciuto che se in altre parti d’Italia il tradurre in opere per la polis (e da questa accettate) il pensiero degli intellettuali non è mai stato un compito agevole, a Napoli si è mostrato di una difficoltà addirittura proibitiva.

NAPOLI. Rischi XXXXXXX e opportunità Può sembrare facile storicismo, ma è un fatto che, grosso modo dall’avvento dei normanni in poi (tanto per non risalire a prima del medio evo), ciò che il popolo di Napoli ha ricevuto non gli è mai giunto da una classe dirigente locale, in qualche modo capace di attirare la comunità intera in forme di partecipazione, ma piuttosto gli è stato imposto – o, nei casi migliori, elargito – da un’autorità dominante, quasi sempre straniera e comunque dall’essenza feudale: di fatto, anche quando per motivi storici non poteva esserlo più di nome. Da una parte un sovrano, dall’altra un popolo (ci fa specie usare il termine “plebe”) che vive di ciò che il sovrano e la sua corte gli concedono e che, quelle volte in cui esprime la sua pur innegabile industriosità, fa scrivere a Gramsci: “La quistione consiste però nel vedere quale sia il risultato effettivo di questa industriosità: essa non è produttiva e non è rivolta a soddisfare i bisogni e le esigenze delle classi produttive”. Un popolo mai politicamente coinvolto: tutt’al più mobilitato in movimenti manipolati demagogicamente (facessero capo a un Fabrizio Ruffo o a un Achille Lauro); movimenti che hanno sempre prevalso, per numero e forza, sugli episodi – che pure non sono mancati, specie nel secolo scorso – di autentica militanza popolare e operaia. Si diceva: la corte. È forse stata per secoli, a Napoli, il luogo di raccolta, centrale o periferico, di quella borghesia che in altre città o regioni sceglieva indirizzi produttivi, da ciò traendo una forza in grado di influire sulla realtà sociale. Una “corte” dove la borghesia si è espressa prevalentemente attraverso una burocrazia che, in luogo di amministrare, sfrutta situazioni e circostanze per esercitare un potere parassitario e autoreferenziale. L’intellighenzia, in ogni caso, fuori dal giro: relegata in un esilio ignorato, compatito, non di rado insidiato dal potere, dal sottopotere, dai servi dell’uno e dell’altro. Oggi come in passato. È doloroso leggere Bocca quando dice che “la gestione del potere (…) è stata capace di corrompere anche la sinistra di lotta. Diventata sinistra di potere, si è fatta irretire dalla quotidianità dell’amministrazione, dall’occupazione delle posizioni alias delle poltrone, dalle gare di appalto, dall’acquisto di immo-

bili. I segnali dell’avvenuto cedimento sono diventati così numerosi da creare una normalità dell’illegale. Il dato più sconfortante è che i partiti hanno completamente perso il controllo della moralità e permesso che la politica tornasse a essere una ‘cosa sporca’”. E questo dopo che solo pochi anni fa si era parlato di un “risorgimento napoletano”! Ragionerà pure “a blocchi”, Bocca, sarà anche “sprofondato nella mentalità piccolo settentrionale”, secondo i rimproveri di La Capria. È tuttavia difficile dissentire dalle denunce che costellano il suo libro quando si faccia qualche confronto. Da un lato, ciò che dovrebbe essere, che avrebbe potuto esserci ed è invece mancato: la promozione di “nuovi spazi e strumenti di partecipazione alla vita cittadina. Di esperienza vissuta e condivisa dal più ampio schieramento di forze sociali e politiche nella elaborazione e nel controllo delle scelte” (Geremicca); oppure un “riscatto della reputazione del territorio da cui dipendono anche lo sviluppo dell’economia locale, la creazione di nuovi posti di lavoro, l’attrazione di imprese esterne e il consolidamento di quelle esistenti” (Manifesto “Salviamo Napoli”). Dall’altro lato, la situazione di Napoli che è sotto gli occhi di tutti, in tutta la sua gravità sotto l’aspetto economico, sociale, legale. Chissà che non si possa ancora salvare almeno l’aspetto culturale, per ripartire proprio da lì. Sebbene poco prima si sia parlato di una storica estraneità, a Napoli, fra intellighenzia e popolazione, la cultura, purché impegnata e militante, è forse restata l’ultima risorsa per un recupero della città: intellettuali che riescano a essere realmente “organici” e in grado di fare in modo – all’insegna di un “Napoli siamo tutti”- che la città stessa non resti esclusa dalla ripresa economica, morale e sociale che l’intero paese dovrà sapersi dare per non essere ridotto, a sua volta, a una “Napoli” dell’Europa e del mondo. Scrive Croce che proprio dal riconoscere di trovarci in “un paradiso abitato da diavoli” può nascere l’incitamento ad adoperarci perché ciò “sia sempre men vero”. Con un’altra citazione, un po’ meno autorevole, si potrebbe anche concludere: “Provaci ancora, Sam”. Forse è questo il consiglio che si può trarre dalle pagine non certo piacevoli di Giorgio Bocca.


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PROGETTO STOÀ

PARTENARIATI EURO-MEDITERRANEI Mario Colantonio* STOÀ – Istituto di Studi per la Direzione e Gestione d’Impresa – con sede ad Ercolano, utilizzerà lo spazio messo a disposizione da questa Rivista come momento di informazione puntuale sulle attività in essere e programmate. Questa sede sarà occasione propizia per rendere disponibile, in favore del territorio (operatori, Imprese e Decision Maker), il patrimonio di conoscenza accumulato per effetto delle attività di formazione e di ricerca. STOÀ ha l’orgoglio di rappresentare all’esterno queste risorse, frutto delle esperienze umane e dei valori ideali della Scuola, in quanto costituiscono una grande Knowledge Factory, nonché un vero Centro di Cultura manageriale ed imprenditoriale. Innovazione, progettualità, fiducia ed apertura al confronto con altre culture, rispetto per la missione educativa sono le finalità a cui la Scuola si ispira e saranno oggetto di testimonianza in questo spazio di incontro con i Lettori della Rivista Mezzogiorno Europa. Tra le attività della Scuola che, in tale ottica, meritano attenzione va sicuramente segnalata l’esperienza del Master sullo Sviluppo diretto dal prof. Paolo Frascani, giunto questo anno alla XIII edizione. Questo percorso formativo recepisce la crescente domanda di figure professionali impegnate nelle politiche di promozione dello sviluppo locale. I sistemi territoriali diventano sempre più protagonisti delle politiche di innovazione e la loro capacità di generare e attrarre investimenti, sulla

base di progetti e obiettivi condivisi tra i diversi attori del territorio di riferimento, diviene l’autentica risorsa per una nuova qualità dello sviluppo. I moderni strumenti di intervento risultano efficaci quanto più riescono a collegare le peculiarità locali con le opportunità offerte dai mercati globali, applicando i principi generali di integrazione, concentrazione, sussidiarietà e decentramento. Conquistano vantaggi competitivi quelle aree in grado di realizzare sistemi relazionali efficaci tra istituzioni, aziende e comunità. Sono le risorse umane a fare la differenza, a determinare il successo di un sistema territoriale, e si aprono, dunque, grandi spazi per figure professionali in grado di interpretare le esigenze del territorio in maniera ampia, strutturale, qualitativa, e di generare nuove attività, attivando strategie basate sulla partecipazione, la cooperazione, la fiducia. In questo scenario, il Programma Master Stoà forma figure professionali capaci di progettare, promuovere e monitorare politiche per lo sviluppo locale, per l’internazionalizzazione delle imprese e l’innovazione tecnologica per il lavoro e la formazione, per il territorio come sistema. Sulla base dell’esperienza del Master e a partire dalla rete di relazioni con docenti ed esperti, enti pubblici e privati, ex allievi (450 circa) che si occupano di sviluppo, Stoà e la Pmi consulting coop – Servizi integrati allo sviluppo locale, promuovono il progetto Scuola Estiva “Partenariati Euro-Mediterra-

nei” che partirà nella sua prima edizione (Politiche Strutturali e di Vicinato nella nuova Europa 2007-2013) alla fine di agosto. L’intento è creare uno spazio fisico e simbolico di incontro, scambio, apprendimento, discussione ed elaborazione congiunta tra cittadini del Mediterraneo, una Scuola, nel più ampio dei significati: ovvero che “è scuola” in quanto progetta e sperimenta e che “fa scuola” in quanto diffonde approcci e culture. In secondo luogo, nella ferma convinzione che è l’informalità, che sono i momenti di convivialità, di svago e di relax, i più autentici spazi della circolazione del sapere e dell’innovazione, della creatività e dell’intraprendenza, si è optato per la formula “estiva” alludendo alla residenzialità e ad un periodo dedicato alle ferie, alle vacanze. La Scuola estiva, che avrà una durata di 10 giorni, si terrà in Penisola sorrentina. Sarà una prima occasione di confronto, trasferimento e mescolamento produttivo di competenze, nella prospettiva di prefigurare il primo nucleo di una rete mediterranea di tecnici, occupati nella PA o nelle imprese, ma anche liberi professionisti e consulenti, giovani laureati o imprenditori, che possa rappresentare un braccio operativo in grado di supportare l’attuazione di politiche, ma anche di tradurle in progetti coerenti e fattibili nel contesto del processo di Barcellona, ma soprattutto del nuovo obiettivo 3 dei Fondi Strutturali 2007-2013: la cooperazione interregionale. * Amministratore Delegato STOÀ


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Problematica europea

L’Europa è ormai un problema di democrazia Andrea Pierucci

Il dibattito sul prosieguo della costruzione europea è molto complesso, anche perché è difficile immaginare che, di qui a qualche anno, esso possa proseguire senza una rottura concettuale col passato. Si badi, non si tratta di rinnegare il passato, la passione del dibattito fra federalisti e funzionalismi, i successi davvero strepitosi della costruzione europea, o, ancora, l’importanza dell’EURO. Tutt’altro. Ma, grazie all’Unione europea, o forse anche a causa dell’incalzante globalizzazione, del sistema di circolazione rapida, ultrarapida delle idee, dell’informazione, delle false notizie e delle ingiurie, dell’arrivo sul mercato che conta di paesi nuovi, niente di meno che della Cina e dell’India, dell’affermarsi del fondamentalismo islamico e, diversamente, di quello americano, del riproporsi della religione come strumento di crociata, il mondo è, come si dice banalmente, cambiato. Faccio per tutti due esempi. Fino a ieri (cioè prima del 2000) era bestemmia o azzardato gioco di federalisti (forse anche anti-NATO!) parlare di difesa. Oggi è certamente uno dei nodi centrali del dibattito europeo ed un sistema militare comune è certamente una condizione per l’adesione, per esempio, della Turchia. Il secondo è il sacro spazio degli affari interni e di giustizia. Bestemmia contro i diritti fondamentali fino a pochi anni fa, è diventato oggi una necessità assoluta ed anche un successo incontestabile, nonché, anch’esso, un elemento chiave del dibattito europeo. Possiamo anche sostenere che si tratti di evoluzioni del Mercato comune, ma mi sembra che una tale affermazione trascuri qualcosa. Una prima grande rottura di continuità la si ebbe col Trattato di Maastricht. La politica si precipitò nel sistema europeo, per compensare la fine della guerra fredda e la chiara affermazione del commercio globale. Tuttavia, il Trattato di Maastricht fu, salvo per alcune questioni anche centrali, come la creazione dell’EURO, il trattato delle possibilità. La chiave di quest’affermazione è il mantenimento dell’unanimità in settori nuovi ed importanti, come, appunto la politica estera e di sicurezza o la politica interna. Si disse che l’Europa era fondata su tre pilastri: la politica economica e sociale (grosso modo il seguito dei Trattati di Roma), la politica estera e

la politica interna. Si poteva facilmente intendere che, mentre la prima era una realtà effettiva (EURO incluso), giuridicamente garantita e politicamente sperimentata, le altre due (il secondo e terzo pilastro, erano delle possibilità offerte agli Stati membri. Si badi, Maastricht abolì il tabù della politica, operando così una rottura fondamentale col passato, ma non realizzò la politica estera o la politica interna. Ma anche su un altro versante il Trattato operò una rottura. La costruzione europea, nonostante le elezioni dirette del Parlamento europeo, era fino a Maastricht concepita essenzialmente come diplomazia di qualità sofisticata. Il fenomeno democratico era del tutto secondario; lo stesso Parlamento europeo ed i Parlamenti

nazionali erano simpatici interlocutori, generalmente pro europei e dunque più ammirati dei successi di questa straordinaria diplomazia che preoccupati della democrazia del sistema. Quando Spinelli criticava ferocemente il carattere semplicemente diplomatico del sistema, era visto più che come un uomo di grande visione, come un simpatico federalista, con velleità di Stati Uniti d’Europa. E, invece, aveva ragione: la scarsa democrazia del sistema è una delle sue componenti più negative e lo è rimasta. Si badi bene: dopo i Trattati di Maastricht, Amsterdam e Nizza, dopo la carta dei diritti fondamentali, le strutture di accoglienza di un sistema democratico ci sono tutte. Nondimeno, il sistema non è ancora un sistema democratico


Problematica europea compiuto, soprattutto perché i cittadini non sono coinvolti nel dibattito su ciò che fa l’Europa. Questo è vero per ragioni strutturali e per ragioni politiche. Parlerò delle prime, senza, peraltro, voler essere completo e, anche, senza trarre dalla riflessione specifica tutte le possibili conseguenze.

Le strutture della democrazia Le ragioni strutturali sono legate a due elementi fondamentali: la procedura di codecisione e la fiducia alla Commissione. La procedura di codecisione è un processo raffinatissimo, un sistema di navette fra Parlamento e Consiglio, con una Commissione garante della legalità e dell’interesse europeo, fondato su un progressivo restringimento delle aree di contrasto fra Parlamento e Consiglio e,

infine, su una comune approvazione del testo finale. La conclusione democratica è ben chiara: nella grande maggioranza dei settori non c’è legge senza l’accordo di un Parlamento eletto. Ma questo sistema ha due grandi limiti. Il primo concerne il Consiglio. Composto di esecutivi, sfugge al controllo dei Parlamenti nazionali dei rispettivi Ministri, perché le sue deliberazioni non sono pubbliche. In altri termini, il gioco è tale che, non troppo raramente, non si potrà capire con precisione come ha votato ogni Ministro. Nel gioco maggioranzaopposizione nazionale si tratta di una bella distorsione. Paradossalmente, il governo è responsabile per atti di esecuzione delle leggi nazionali, ma non lo è sostanzialmente, per l’adozione di atti legislativi al livello europeo. Il secondo limite riguarda il Parlamento europeo. La chiave della codecisione, la seconda lettura del proce-

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dimento, funziona a maggioranza dei membri che compongono il Parlamento europeo. Astrattamente va benissimo. Concretamente va meno bene. Quando si parla del Parlamento europeo, bisogna sottolineare che esso non ha una maggioranza governativa, come vedremo. Tuttavia un certo numero di parlamentari non potrà mai (o quasi mai) votare a favore di un atto legislativo o di un emendamento che rispecchi il punto di vista della maggioranza del Parlamento europeo. Si pensi all’estrema destra, ai gruppi anticomunitari, molto spesso ai conservatori britannici, pure inclusi nel PPE, ad una parte dei comunisti. In altre parole, dal punto di vista legislativo, una parte del Parlamento europeo è, se si può usare questo verbo, sterilizzata. Di più: la coesione dei tre gruppi maggiori (popolari, socialisti e liberali) non è certo a prova di bomba sia perché, a volte, vi sono interessi nazionali divergenti gravemente dalla maggioranza del gruppo, sia perché vi sono comunque dei filoni hobbistici forti, sia perché, per fortuna!, a volte vi sono opinioni politiche profondamente diverse. La conseguenza è che il Parlamento europeo, in seconda lettura non può partecipare al gioco senza un solido accordo far popolari e socialisti; in termini italiani sarebbe come se le leggi si dovessero sempre fare con un accordo Prodi-Berlusconi. L’elettore, dunque, vota per l’uno o per l’altro e, in realtà, non sa che alla fine i due schieramenti radicalmente opposti dovranno votare le stesse leggi. Si badi, l’anomalia democratica non è così drammatica, perché, comunque, i compromessi risentono del peso dell’uno o dell’altro gruppo. Votare socialista o PPE non avrà lo stesso effetto. Tuttavia, la necessità del compromesso stronca il dibattito. Ciascuno dei gruppi, molto spesso, prende posizioni che sa che potranno, in seconda lettura, rientrare in un compromesso o, peggio, prende posizioni estreme che sa che non avranno alcun impatto politico. È ben vero che le leggi europee hanno un impatto su 450 milioni e più di persone in situazione molto diversa e che, dunque, avrebbero scarsa possibilità d’applicazione senza complessi compromessi. Ma per il cittadino, il dibattito è illeggibile. Farò due esempi recenti. Il primo riguarda la chimica e la sicurezza dei prodotti. Il tema è fortemente controverso fra destra e sinistra (grosso modo), ma il Parlamento europeo ha dovuto trovare un compromesso che implicasse destra e sinistra. L’altro riguarda la direttiva sui


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servizi, la famosa Bolkenstein. Insisto a pensare che essa sia stata caricata di significati inesistenti. Tuttavia essa ha dato luogo ad un feroce dibattito pubblico e ad un compromesso parlamentare presentato da tutti con soddisfazione. La Commissione europea ha ben espresso questa strana situazione. A gennaio, essa difendeva a spada tratta ciascuna virgola (compreso “l’idraulico polacco”). A marzo si entusiasmava per un compromesso far socialisti e popolari che stravolgeva la direttiva originale. E, si badi, nel dibattito europeo questa posizione è stata perfettamente capita e nessuno ha seriamente parlato di opportunismo. Il sistema di compromesso per definizione porta a considerare buona e giusta la legge così com’è e le critiche vengono solo da anticomunitari viscerali, estremisti e spuri sostenitori dell’una e dell’altra lobby insoddisfatta. E la democrazia? E il cittadino? D’altra parte vi è la questione della fiducia alla Commissione. Si tratta di un “governo”, sia pure parziale, anch’esso necessariamente sostenuto da destra e sinistra insieme. Da un lato, i governi degli Stati membri sostengono la Commissione generalmente per ragioni nazionali, inviano commissari della maggioranza parlamentare del singolo paese (e non si è mai dato che vi fossero maggioranze omogenee). Dall’altro, il Parlamento europeo deve realizzare una maggioranza, sia pure semplice. Si badi, in questo caso i no per definizione sono certamente più numerosi e più fermi. Si può, per esempio, immaginare un anticomunitario che vota a favore della Commissione (per definizione garante dell’interesse comune)? A questa difficoltà si aggiunge il fatto che i partiti all’opposizione nel loro paese voteranno molto malvolentieri una Commissione nella quale il loro connazionale appartiene all’odiata maggioranza. In questo sistema, l’accordo fra la maggioranza dei due gruppi principali s’impone assolutamente, altrimenti la Commissione non sarà mai approvata. Dunque avremo di nuovo un bel governo Prodi-Berlusconi! Anche qui, l’autore dei Trattati non è un folle, perché la relativa neutralità della Commissione ben si addice al governo compartito di 25 Stati membri con maggioranze differenti e non sempre prevedibili. Si pensi che, durante il mandato della Commissione ci saranno al minimo 25 cambi di governo in seguito ad elezioni. La Commissione deve dunque disporre della flessibilità politica necessaria per trattare con tutti. Ma si

Problematica europea può democraticamente immaginare un governo (ripeto, sia pure parziale) senza un proprio orientamento politico o senza un programma – perché, fra l’altro, il voto parlamentare d’approvazione non si fa sulla base di un programma.

Contraddizioni: democrazia e complessità Siamo di fronte ad una situazione ferocemente contraddittoria. Da un lato, la realtà del sistema esige compromessi improponibili in qualsiasi Stato membro. Dall’altro, questa realtà allontana il cittadino dall’Europa e nega in buona parte la democrazia europea o, almeno, i meccanismi del suo funzionamento. Che fare? Per ora la risposta è comunicare meglio e di più l’Europa. Questo è certamente giusto. L’informazione è il primo strumento della democrazia e della cittadinanza. Il problema è l’oggetto della comunicazione e la sua coerenza. Non si può comunicare al cittadino la verità, magari mutevole secondo i compromessi raggiunti. Non si può immaginare che tutto sia buono, la direttiva Bolkenstein originale ed il compromesso del Parlamento europeo e poi, magari, un differente compromesso col Consiglio. Invece questo è quello che appare al cittadino. L’Unione è accusata di fare propaganda e non informazione. Non credo che questo sia strutturalmente vero. È vero, invece, che l’Europa comunica solo prodotti legislativi, risultati e mai dibattiti. In questo modo il cittadino non può farsi un’opinione, oppure si fa l’opinione di un’immensa ed incomprensibile macchina che sforna prodotti talvolta eccellenti e talvolta degni di un film dell’orrore. Nei due casi non potrà rispondere alla domanda: chi è stato? E così neanche i partiti nazionali avranno interesse a sollevare i problemi europei. Ho assistito durante i dibattiti elettorali all’unico grande imbarazzo bipartisan, la troppo citata direttiva Bolkenstein; l’unico che aveva qualcosa da dire era Bertinotti, tanto a Bruxelles il suo gruppo era decisamente contro; gli altri non potevano essere né contro né a favore! I governi si sono dati un periodo di riflessione dopo il voto francese ed olandese contro la costituzione, per capire i desideri dei cittadini e le prospettive della costruzione europea. Bisognerebbe, a mio avviso, affrontare seriamente il tema della democrazia.

Temo che di nuovo torni l’ideologia della “cittadinanza clientelare” (formula usata dal prof. Weiler al tempo del Trattato di Amsterdam). Ci chiediamo cosa vuole il cittadino; sotto sotto ci chiediamo con quali gadgets tenerlo tranquillo. Non credo affatto che non si sappia cosa vuole il cittadino. Forse avrebbe voluto una politica comune in Iraq, forse vorrebbe più lavoro, forse vorrebbe dei giovani più felici o degli anziani più sicuri: non credo che non lo si sappia. Forse però egli sarebbe tanto più rassicurato e fiducioso nell’Europa se sapesse cosa succede, se potesse, magari al bar dell’angolo, insultare o applaudire una posizione politica espressa al livello europeo, sostenere o contrare un’iniziativa europea. Un tentativo, però senza che fossero cambiati i meccanismi di democrazia, era stata fatta negli ultimi anni novanta e nei primi del duemila dal sindacato europeo, allorché le questioni europee erano all’attenzione del suo gruppo dirigente e del segretario generale della confederazione europea, Emilio Gabaglio. Nonostante le recenti manifestazioni relative alla direttiva sui servizi ed a quella sui servizi portuali, l’attenzione alla politica europea da parte del sindacato è un po’ scemata ed è un guaio. Un secondo tentativo è stato quello d’inserire nella Costituzione l’idea di democrazia partecipativa. Si tratta di un’idea eccellente, ma anche di un’implicita difficoltà a rivedere la democrazia rappresentativa. E, comunque, quest’idea vivrà solo se la costituzione sarà approvata. Bisognerebbe dunque, fra i temi di riflessione inserire quello della democrazia e dei suoi meccanismi. Invece mi sembra che siamo tutti soddisfatti. Certo, i progressi fatti negli ultimi dieci o dodici anni sono grandiosi, ma ormai non bastano più. Ne dovremmo prendere atto. Aggiungo che la riflessione democratica sull’Europa non è un semplice gadget europeo, ma ben di più un problema generale della società europea. Ognuno dei suoi Stati è certamente democratico. Questa condizione non è però assoluta o definitiva; tutt’altro! I cambiamenti del mondo non sono ancora penetrati nei nostri sistemi democratici e presto questi ultimi si dimostreranno assai poco adatti alla realtà che organizzano. Problemi di democrazia si sentono dappertutto, anche senza pensare alle difficoltà emerse durante la recente campagna elettorale. Cominciamo da Bruxelles, ma non illudiamoci che Roma sia tranquilla!


Problematica europea

Angela Merkel cancelliera

Sono trascorsi alcuni mesi dall’elezione alla cancelleria tedesca di Angela Merkel e si vedono già alcuni effetti, anzitutto, ma non solo, sulle relazioni transatlantiche. Diminuisce di intensità la linea di un asse Germania-FranciaRussia che si era formato in occasione della guerra in Iraq e si era poi consolidato successivamente, con una generale crisi di quella classe dirigente che guidò l’opzione europea nei confronti della guerra contro Saddam e che in particolare con Francia e Germania aveva interpretato in chiave nettamente antagonista i rapporti con l’America di G. W. Bush. La crisi dell’asse francotedesco, successiva alla vicenda irakena, potrebbe non essere interpretata semplicemente come un segno di debolezza europea, ma come elemento necessario all’avvio di una serie di cambiamenti per un’Europa allargata, destinati a riarticolare gli equilibri all’interno di nuove coordinate nel rapporto con gli Stati Uniti, e non solo. Qui c’è un tratto profondo di discontinuità rispetto a ogni passato del processo politico europeo, e c’è da riflettere sul futuro ruolo del Regno Unito. La Grosse Koalition guidata da Angela Merkel supera la diplomazia di Schroeder tendente a una passiva adesione alla linea chirachiana di netta opposizione all’America, che indicava la scarsa capacità mostrata dalla Germania a governare l’allargamento ai paesi dell’Est, garantito, dalla medesima Germania, nei primi anni Novanta. Schroeder aveva contribuito a trasformare il contrasto franco-britannico in uno scontro di visioni tra l’Europa liberale anglosassone e quella sociale del vecchio continente. Angela Merkel, definita “Lady Europa” dal Financial Times Deutschland, non segue le sue orme, preferisce ritornare al tradizionale impegno di mediazione che era proprio della politica europea di Helmut Kohl, valorizzando il ruolo decisivo che la Germania ha saputo tradizionalmente assumere nella costruzione di una politica europea. Dunque, si delinea una cesura rispetto ad una politica di raffreddamento tra Germania e Polonia, in presenza di

Con Angela Merkel l’Europa sta cambiando Francesca Ferraro

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attraverso un riconoscimento politico che da molto tempo non avveniva, sforzo che è stato seguito da analoghe posizioni del segretario di stato Condoleeza Rice. La Germania, dunque, si presenta non più in prima linea quando si tratta di dover criticare l’amministrazione Bush, ma comunque non passivamente disponibile quando si tratta, ad esempio, di dover contemplare l’uso della forza militare contro l’Iran, e inoltre significativamente in dissenso su Guantanamo. Una Germania con uno stile politico più pragmatico, sempre attenta alle relazioni con la Russia, ma meno indulgente verso Putin; sempre vicina alla Francia, ma in modo più circoscritto e moderato.

L’Occidente e l’Iran

una precedente tendenza filo-russa nel governo tedesco. Le conseguenze sui rapporti transatlantici e sull’intero equilibrio europeo si stanno rilevando notevoli, e tutto il tema Europa-America sembra andare verso un’altra dimensione: propensa al dialogo e confronto tra i due modelli.

Prime novità nel rapporto America-Germania

In questa direzione, come vedremo meglio più avanti, sembrano riavvicinarsi le vedute della Germania e degli Stati Uniti sull’Iran, che sono state al centro della discussione nell’incontro a Washington del 13 gennaio tra la Merkel e Bush, vedendo protagonista una Germania critica ma comprensiva della posizione americana, in un contesto che cominciava a vedere la sua metamorfosi a partire dal discorso del presidente americano a Bruxelles del 21 febbraio 2005. In quella occasione Bush fece uno sforzo, per quanto limitato, di riprendere in considerazione l’Europa

Anche nei confronti dell’Iran ci sono dunque delle novità da parte tedesca. È appena il caso di ricordare come il presidente iraniano, l’ultraconservatore Mahmoud Ahmadinejad, abbia riproposto forti schemi di contrapposizione con l’Occidente, dichiarando l’Olocausto un mito e minacciando l’annientamento di Israele. L’obiettivo è raccogliere consensi tra i musulmani radicali in ogni parte del mondo. La questione nucleare è diventata il simbolo dell’orgoglio nazionale e della sfida islamica all’Occidente. Quale approccio dovrebbe adottare l’Occidente? Secondo l’analista politico iraniano, professore all’Università di Teheran, Mahmoud Sariolghalam è necessario ritornare al realismo che caratterizzò l’apertura di Nixon alla Cina comunista nel 1973. Nell’intervista di Elena Molinari del 9 aprile, Sariolghalam afferma che gli Usa possono cercare di cambiare le politiche dell’Iran nei confronti di Israele, dell’Iraq e del nucleare, in cambio di un effettivo riconoscimento del sistema politico iraniano. L’analisi del professore iraniano testimonia un forte sentimento agli alti vertici politico-intellettuali dell’Iran di “riscatto dalle umiliazioni del passato, di (volontà di) liberarsi dalla congiura europea, americana e degli Stati vicini che vuole tenere il Paese in condizioni di sottosviluppo”. È di questi ultimi giorni (11 Aprile) l’annuncio che l’Iran


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sta per diventare una potenza nucleare. Per la prima volta, si dichiara di essere riusciti a produrre uranio arricchito sopra la soglia del 3,5%, ovvero quanto basta per alimentare centrali atomiche e dotarsi di armi nucleari. Quale sarà la risposta della comunità internazionale? L’Occidente non può mostrarsi diviso, e la Germania comincia a dare un contributo in questa direzione. Gli eventi in corso hanno definito come attore principale una Germania che ha trasformato la crisi iraniana in un tentativo di riavvicinare Europa e America, Russia e Cina. La leader tedesca ha invitato con determinazione l’Occidente e il resto della comunità internazionale, in occasione della Conferenza internazionale sulla sicurezza dello scorso 4 febbraio, a reagire contro ogni appeasement, rievocando il ricordo di giorni terribili rimasti impressi nella memoria: la minaccia sottovalutata nel 1938, quando l’Europa si piegò ai nazisti con l’accordo di Monaco, deve spingere oggi il mondo a rifiutare la prospettiva di un Iran dotato dell’arma atomica “battendo tutte le strade della diplomazia, tenendo i nervi saldi, passo dopo passo”, ma non accomodandosi passivamente a ogni sviluppo. Il successo di questo tentativo è stato confermato dalle dichiarazioni rilasciate dal segretario alla Difesa americano, Donald Rumsfeld, che ha convenuto: “Dobbiamo continuare a lavorare insieme per cercare una soluzione diplomatica”. Questo indirizzo politico rimane attuale anche alla luce dei nuovi sviluppi della questione iraniana, evidenziando una discrasia rispetto alle linee politiche manifestatesi in occasione della crisi irachena, con nuovi accenti tendenti ad un maggior dialogo e cooperazione tra le due sponde dell’Atlantico quando si tratta di dover affrontare le grandi situazioni di crisi del mondo globale. Si può dire che l’influenza tedesca incomincia, in questa peculiare congiuntura, ad essere determinante? A me sembra di sì, e molti commenti politici vanno in questa direzione. Appare poco fondata, alla luce di questi mutamenti in corso, la tesi di Niall Ferguson, docente della Harvard University, che nell’articolo riportato sul Corriere della sera dell’11 gennaio scorso, affermava: “Ciò che serve agli iraniani è il tempo, e di tempo sembra

Problematica europea Scenari mediorientali. La Palestina. La risposta dell’Occidente

gliene stiamo dando. Il problema è che l’Occidente ancora una volta è diviso e la comunità internazionale a un punto morto”. Dunque l’Occidente è diviso e non in grado di dare una risposta congiunta? Secondo il filosofo americano Michael Walzer “il braccio di ferro con l’Iran potrebbe degenerare in uno dei peggiori disastri di politica estera della storia dell’Occidente…questa crisi dimostrerà se l’U.E. è capace di svolgere un ruolo internazionale importante, o se è un colosso con i piedi d’argilla. L’U.E. sbagliò una volta in Iraq. Non

Lo scenario internazionale si è complicato dopo i risultati delle elezioni palestinesi del 25 gennaio. Il dibattito sugli esiti di questo risultato elettorale ha stimolato una riflessione in Occidente sulle conseguenze generate da una politica di promozione della

può permettersi di sbagliare di nuovo in Iran”. Angela Merkel sembra avere già dato un avvio di risposta a questa domanda, e sintomaticamente un recente sondaggio europeo mostra una forte maggioranza preoccupata per gli sviluppi iraniani e proclive ad un atteggiamento più fermo. In questo inizio di aprile, ricompaiono, da parte americana, atteggiamenti più duri, e si lasciano filtrare notizie su possibili attacchi preventivi di natura nucleare contro gli impianti iraniani. Ma allo stato dei fatti non credo si debbano enfatizzare queste minacce, per cercare di dar nuovo credito a quella che può essere vista come azione di mediazione attiva di una Europa in cui la Germania torni ad avere un peso autonomo e di mediazione. Vedremo, ma il dato tedesco può esser quello che farà la differenza.

libertà nel Medio Oriente, teorizzata dall’amministrazione Bush, con un possibile riesame di tale progetto. Dopo le elezioni in Iran e in Palestina, si può parlare di un passo indietro nella sua possibile realizzazione? Quali scenari interpretativi si possono delineare dopo l’ascesa elettorale in Palestina di un gruppo che figura nella lista delle organizzazioni terroristiche? Secondo la situazione prospettata da Biagio de Giovanni l’Europa non può mostrare ambiguità su quello che egli definisce “un esperimento in vivo di scienza politica”, in quanto può darsi che “da una scelta democratica irrompa faticosamente la conseguenza della nascita di una politica…una classe dirigente non può andare incontro al proprio suicidio politico, una volta diventata forza di governo”. Alternativa a questa analisi si pone la linea interpretativa


Problematica europea espressa da Angelo Panebianco, secondo cui è necessario che l’Europa non riconosca il governo di Hamas in quanto organizzazione terroristica da non appoggiare né diplomaticamente né economicamente. “Occorre rivedere il modo con cui tentiamo di esportare la democrazia”, dichiara il filosofo neoliberal, membro del World Policy Institute, Paul Berman. La vittoria di Hamas non è incompatibile con la democrazia, ma rappresenta “un gigantesco passo indietro”; è necessario chiarire che “il progetto di esportazione della democrazia va combattuto con un dialogo continuo con gli avversari a ogni livello…isolare un Paese perché retto da un regime antidemocratico è un grave errore, aiuta il regime e ne danneggia le forze democratiche. Le idee modificano le istituzioni e le leggi…Occorre che l’Occidente mobiliti i suoi leader culturali e religiosi, i suoi media, le università”. Gli Stati Uniti, attraverso le dichiarazioni del segretario di stato Condoleeza Rice, hanno affermato che non saranno disposti a finanziare un governo guidato da un gruppo terroristico: dopo la sospensione degli aiuti, il 15 aprile l’amministrazione Bush ha posto il divieto di fare affari con il governo Hamas. La posizione europea è stata rappresentata dalla Germania di Angela Merkel che già in occasione della visita in Israele e Palestina, del 29 e 30 gennaio, anticipò la decisione dell’Unione europea del 13 aprile di una sospensione formale degli aiuti all’esecutivo Hamas: sostenne fortemente il primo ministro israeliano ad interim Ehoud Olmert e, d’altro canto, espresse tutte le sue preoccupazioni a Mahmoud Abbas. Dunque, pressioni forti, ma senza costringere Hamas a rivolgersi agli altri paesi arabi e del mondo islamico nel suo complesso, con l’Iran in primo luogo. Gli Stati Uniti e l’Unione europea, infatti, vorrebbero utilizzare i medium delle ong e dell’Onu per compensare la mancanza di contatti con il governo Hamas e per la necessità di far pervenire supporto finanziario alla popolazione palestinese. Alla radice di un atteggiamento più aperto della posizione europea rispetto a quella americana, si ritrova la Francia di Jacques Chirac, che esclude l’ostracismo nei confronti di Hamas: al Quai d’Orsay la linea politica si delinea tuttavia meno netta rispetto a quella assunta dalla leader tedesca. Ancora una volta,

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accenti diversi tra Francia e Germania, sviluppi interessanti su cui bisognerà mantenere acuta l’attenzione. Le più recenti posizioni dell’Unione europea sulla questione palestinese, relative ad un blocco dei finanziamenti in assenza di un esplicito riconoscimento di Israele, vanno proprio nella direzione manifestata dalla Merkel, piuttosto che verso la più ambigua linea francese. Ancora un distacco, ancora una presa di distanze che accentua l’interesse per la voce tedesca, anche su questo da seguire con molta attenzione.

Novità nelle relazioni transatlantiche

Quali conseguenze, in connessione ad un mutamento così significativo della realtà internazionale, sulle relazioni transatlantiche? Quali evoluzioni nel dibattito anche teorico tra le differenti visioni all’interno dell’Occidente, portate avanti in una sorta di emblematico contrasto fra America e Germania (Habermas contro Kagan)? È affascinante poter riprendere il filo della discussione recente, tenendo presenti le novità rilevate, con l’evidente constatazione che le riflessioni del filosofo Jurgen Habermas, tutte dal lato del pacifismo e dell’antagonismo con l’America, non sembrano più ispirare il governo tedesco, lasciando alle spalle una particolare interpretazione della morfologia della comunità internazionale e dell’identità dell’Unione europea che avrebbe possibilità di definirsi solo in termini di contrapposizione agli Stati Uniti. All’epoca della guerra fredda, dominò l’idea di un Occidente unito. I legami culturali, ma anche politici, avevano creato uno spazio di riconoscimento che difendeva la propria identità. Nell’attuale mondo globale, il lemma “Occidente” ha subito nel suo divenire tensioni ed inedite contrapposizioni che hanno accentuato antagonismo tra Europa e Stati Uniti. Dopo il grande cambiamento storico del 1989-91, quando la caduta del Muro di Berlino e il crollo dell’Unione Sovietica hanno segnato la fine del mondo bipolare e dell’equilibrio del terrore, anche l’unità politica dell’Occidente è stata più volte messa in discussione da entrambe le sponde dell’Atlantico. È davvero questa l’analisi più convincente per delineare una chiave di lettura utile alla comprensione degli ultimi mutamenti del contesto internazionale? Credo che sia necessario partire dal presupposto

che una civiltà non possa essere interpretata come qualcosa di statico, come una conquista duratura. La tradizione occidentale non può essere pensata come una realtà scevra di contraddizioni e dialettica interna. Dopo la fine della coesione obbligata contro quella che veniva comunemente percepita come la minaccia sovietica, si tratta di ragionare senza maschere ideologiche, muovendo dalla questione: l’Occidente come interpreta se stesso?

Il dibattito teorico fra Habermas e Kagan.

Germania contro America Proprio l’irrompere del terrorismo internazionale e della guerra in Iraq ha incrinato l’unità dell’Occidente. A partire da queste emergenze il dibattito teorico sull’interpretazione della comune tradizione e dei valori occidentali ha coinvolto studiosi come Jurgen Habermas, tra i massimi pensatori tedeschi, e Robert Kagan, intellettuale politico tra gli ideatori della strategia di Bush: insomma, emblematicamente, lo dicevo prima, Germania contro America. Le duplici letture sul ruolo della forza nella politica internazionale sembrano definire sguardi diversi sul mondo e modalità differenti nell’affrontare i problemi globali. Il terrorismo internazionale di matrice islamica è ritenuto un serio problema per l’intero Occidente, ma l’America privilegia una risposta militare tendente ad eliminare materialmente le strutture delle organizzazioni terroristiche e le loro basi logistiche, mentre l’Europa ritiene più efficace una risposta di lungo periodo che si traduce in una politica finalizzata a combattere le cause culturali ed economiche del terrorismo fondamentalista. In questo quadro il confronto tra Habermas e Ka-


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gan ha individuato esemplarmente due diversi approcci alla politica globale e ai temi della guerra e della pace. La riflessione di Habermas, sviluppata nei saggi contenuti nel volume “L’Occidente diviso”(Laterza, 2005), si concentra sui fondamenti della democrazia liberale e sul patrimonio giuridico occidentale della messa al bando della guerra tra Stati attraverso la mediazione delle istituzioni internazionali. Habermas, prendendo atto di un mutato equilibrio internazionale rispetto alla Guerra fredda, afferma la necessità di un nuovo baricentro del diritto internazionale. La sua critica all’intervento americano in Iraq si focalizza sulla violazione di norme vigenti che delegittima la struttura giuridica attuale, ritenuta unica alternativa al conflitto. Habermas richiama le istituzioni internazionali nate nel XX secolo per definirle come unica opzione rispetto all’esercizio della forza da parte degli Stati Uniti, anche se non è possibile segnalare precedenti casi storici di una legalità internazionale in grado di porre “fuori legge” il ricorso alle armi da parte di uno Stato che giudichi in pericolo i propri interessi vitali o i principi fondamentali sui quali si fonda il proprio ordinamento politico. Organizzazioni internazionali come l’ONU hanno quasi subito assunto il ruolo di luogo di confronto e compromesso tra paesi i cui ordinamenti politici e giuridici rispondevano a logiche incompatibili, a scapito di un potenziale ruolo istituzionale nella regolamentazione dei rapporti tra gli Stati. All’origine della divisione politicoculturale dell’Occidente c’è la dicotomia Kant-Schmitt. La disputa tra idealisti kantiani e realisti alla Carl Schmitt sui limiti della legalizzazione delle relazioni internazionali si sovrappone alla questione se “la legalizzazione delle relazioni internazionali debba sostituirsi ad una eticizzazione della politica mondiale da parte dell’attuale governo americano, quello di un nuovo ordine mondiale liberale sotto l’egida della pax americana”. Il modello scelto da Bush è, secondo Habermas, quello della politica come guerra, ispirato dagli intellettuali neoconservatori dell’amministrazione statunitense, che “ha il vantaggio di rendere superflua una circostanziata discussione sulle finalità normative”. Habermas pone, dunque, l’accento sul dualismo tra idealismo e realismo in politica internazionale insistendo sull’identità europea nello scacchiere

Problematica europea diviso dell’Occidente attraverso una riformulazione del progetto kantiano di una “giuridificazione delle relazioni internazionali”. Quest’ultimo, avviato con la rinuncia degli stati allo jus ad bellum, il potenziamento delle Nazioni Unite e la positivizzazione dei diritti umani, è messo in crisi dalla “pretesa imperiale”dell’amministrazione statunitense. Innescando la crisi del pacifismo giuridico, tale pretesa ha potuto dividere l’Occidente anche perché la via della pace attraverso il diritto non è univoca, e come tale necessita di autocritica. Il progetto cosmopolitico potrà realizzarsi solo attraverso una costituzionalizzazione liberale e pluralistica del diritto internazionale, di cui l’Europa si faccia carico. Diversamente la visione neo-schmittiana non crede al progetto di un cosmopolitismo critico a causa dello scetticismo legato alla “possibilità di un’intesa interculturale circa interpretazione dei diritti umani e della democrazia, capaci di un’adesione universale”, essa individua piuttosto un ordinamento per “grandi spazi” come unica soluzione alla “moralizzazione della guerra” promossa dalla potenza statunitense.

mondiale dovesse influenzare le basi di ciò che consideriamo l’Occidente liberale?”. Kagan si chiede se l’Occidente resterà un modello politico-culturale nel mondo globale, sottolineando il corto circuito che lega le opposte tradizioni filosofiche di Kant ed Hobbes. Dopo l’11 settembre 2001 e la risposta americana a questi tragici eventi, l’Europa si è presentata in quanto potenza sostenuta dal diritto, come tratto peculiare della propria identità costitutiva di una legalizzazione della politica. La questione consiste nel chiedersi se il mondo vada proprio in questa direzione. L’immagine di Kagan è quella di un’Europa “paradiso kantiano”, con una ipostatizzazione della legalità e dei diritti, e di un’America costretta a vivere dentro “l’inferno hobbesiano”, dove solo le regole della forza hanno rilevanza. Tale distinzione non permette di escludere dalle previsioni dell’intellettuale americano la tendenza verso una maggiore cooperazione tra le due sponde dell’Atlantico qualora esse riusciranno a “concordare sulla natura della minaccia comune”, ricreando quello stesso “clima mantenuto negli anni della Guerra fredda”.

Scisma filosofico e politico

Oltre la frattura dell’Occidente

Robert Kagan sostiene, in uno dei suoi più recenti saggi “Il diritto di fare la guerra. Il potere americano e la crisi di legittimità”(Mondadori, 2004), che “nell’Occidente si è prodotto un grande scisma filosofico”, “che cosa accadrà se il disaccordo sul concetto di ordine

Si rivelano euristicamente poco utili quelle analisi estreme connesse ad un filone letterario di matrice antiamericana, che si concretizzavano nel neopacifismo tedesco, tendenti a valorizzare soltanto le tensioni, i contrasti e le divergenze fra Stati Uniti ed Europa con interpretazioni di un Occidente ineluttabilmente diviso e in lotta. Sotto questo aspetto, forse, il punto più basso è alle spalle, anche se molti studiosi stentano ad accorgersene, innamorati dell’ideologia che interpreta Europa contro America o per parafrasare il titolo del libro di G. Preterossi “L’Occidente contro se stesso”(Laterza, 2004), l’Europa che riscopre la propria identità individuando finalmente il “nemico”: posizione che come tale è velleitaria e non credo possa condurre in qualche luogo definito. La dialettica euro-americana sembrava piuttosto il risultato di un critico confronto ideologico tra concezioni diverse della legittimità, del governo e del diritto. La comparazione tra queste diverse concezioni e prospettive è stata messa in risalto dal gruppo di analisti americani ed europei che hanno collaborato alla stesura dei


Problematica europea saggi contenuti nel libro “Visions of America and Europe. September 11, Iraq, and transatlantic relations”(Csis, 2004), diretto da Christina V. Balis e Simon Serfaty. Quest’ ultimo, direttore del programma europeo del Center for Strategic and International Studies, rifiuta le contrapposizioni semplicistiche tra le due sponde dell’Atlantico, insistendo sulla complessità dei fattori culturali e dei modelli politici che hanno portato ad una divergenza di prospettive all’interno dello stesso riferimento culturale occidentale. I singoli contributi analitici intendono esaminare la crisi dell’Alleanza atlantica nel contesto della politica interna ed estera dei vari paesi, giungendo a dimostrare che il momento critico non è il prodotto soltanto della politica del presidente Bush e dell’indirizzo politico dell’amministrazione statunitense, come affermava J.Habermas: “L’Occidente è stato diviso non dal pericolo del terrorismo internazionale, bensì dalla politica dell’attuale governo statunitense, che ignora il diritto internazionale, emargina le Nazioni Unite e dà per acquisita la rottura con l’Europa”.

Kant-Kelsen contro Hobbes-Schmitt

I curatori e gli autori, argomentando con giudizi e motivazioni differenti, sembrano essere concordi nel sostenere la tesi che la sensazione di una divisione nell’Occidente non è altro che il risultato della diversa percezione che l’Europa e gli Stati Uniti hanno avuto degli avvenimenti post-Guerra fredda e delle loro conseguenze nella politica internazionale. La crisi transatlantica viene considerata come inevitabile conseguenza di un mutato contesto politico e di un sistema di rapporti di forza tra gli Stati, in seguito ad un improvviso disordine spaziale del sistema internazionale. Ritengo che questa riflessione non vada trascurata, in quanto le visioni differenti della politica che caratterizzano la lettura americana ed europea, delineano una diversa morfologia della comunità internazionale che potrebbe sintetizzarsi, come ho detto, nel dualismo Kant (Kelsen)-Hobbes (Schmitt), due modelli teorici alternativi su cui ragionare. Kelsen potrebbe rivelarsi un interprete del cammino dell’Unione europea, in quanto rappresentativo di una visione di comunità dei diritti che mostra una particolare vocazione alla

pace e alla civilizzazione dei rapporti in un mondo cosmopolita: un modello in grado di ridelineare la morfologia della politica anzitutto in quello spazio del mondo che attende un ordine, realizzabile attraverso un “pluralismo ordinato”. Schmitt, in modo alternativo, rappresenterebbe un approccio tendente alla difesa dell’autonomia dell’esistenza politica, nell’atto stesso in cui essa fuoriuscì dalla concentrata potenza dello Stato. Kelsen si dimostrerebbe come vero interprete del cammino dell’Europa, anche nel senso che la sua posizione, nel cuore del Novecento, è apparsa come la risposta vincente rispetto all’esistenzialismo politico alla Carl Schmitt, alla durezza di una visione concentrata a farsi valere nello “stato d’eccezione”, nella situazione in cui guerra e politica sono connesse.

L’articolazione dualistica dell’Occidente

Ma si devono evitare visioni estreme. Nel mondo c’è spazio per un’articolazione dualistica dell’Occidente che si distingue e si ritrova insieme: questa serrata dialettica può anche prevedere differenti visioni che contribuiscono all’ordine del mondo. In questa direzione interpretativa è necessario formulare una risposta realistica a questioni rilevanti per l’attuale congiuntura storico-politica. Il 2001 rappresenta una data periodizzante in quanto conferma la consapevolezza dell’esistenza di una crisi della comunità internazionale da ricondurre soprattutto ad una motivazione politica, in quanto gli equilibri del Consiglio di sicurezza dell’ONU si rivelano insufficienti a rappresentare la realtà degli attuali rapporti storici mondiali. Dopo la cesura del 1989-91 e la conseguente modifica degli equilibri tra le grandi potenze, ha senso richiamare acriticamente una forma di comunità internazionale che nasceva su un altro ordine storico-politico? È possibile lavorare congiuntamente per trovare un’intesa su queste questioni? Le nuove emergenze nel contesto geopolitico spingono a riflettere sul carattere in parte superato di quel dibattito euroamericano esemplificato nelle posizione teoriche di Habermas e Kagan: l’una esclude l’altra senza riuscire a trovare un punto di convergenza comune. Oggi, si potrebbe trovare uno spazio diverso di riflessione e di azione. Le gravi diffi-

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coltà incontrate dall’America in Irak potrebbero ridurre le asprezze unilaterali della posizione americana, e facilitare ulteriori punti di convergenza.

La Merkel, l’Europa e il Medioriente

Fermiamo l’attenzione proprio su questo passaggio. All’inizio della mia analisi ho richiamato, tra l’altro, la nuova situazione che si è determinata in Palestina per mettere in risalto come l’Europa mostri un’inedita fermezza, risultato di un fatto nuovo che si concretizza nella linea annunciata proprio dalla cancelliera tedesca Angela Merkel. È l’inizio di una definizione della posizione europea sulle questioni del Medio Oriente? Quali evoluzioni negli equilibri transatlantici? L’influenza dell’indirizzo politico del governo tedesco ha introdotto nuove linee di tendenza che aprono ad una ridefinizione degli equilibri politici internazionali in favore di un maggiore pluralismo, con un intento a chiudere il contenzioso con l’America e a presentare un Occidente più unito di fronte alle sfide globali senza che sia abbandonato spirito critico e volontà di distinzione. Questo atteggiamento ha frantumato le ultime possibili ipotesi su un fronte antagonista franco-tedesco, e questo fatto ha spinto Jacques Chirac a riesaminare le sue posizioni di maggiore apertura al regime teocratico iraniano. La più evidente unità nel comportamento dell’Occidente ha indotto anche la Russia e la Cina ad una linea di maggiore intransigenza, alla quale si sono uniformati l’India, l’Egitto e il Brasile. Questi ultimi aderirono al documento che fu elaborato dal Regno Unito, Germania e Francia e concordato con Stati Uniti, Russia e Cina, la cui votazione favorevole permise di innescare quel meccanismo diplomatico in grado di isolare l’Iran. Allo stato attuale dei fatti, si tratta di trovare una linea politica comune dopo l’ultimatum posto nel mese di marzo dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che intimava al regime teocratico di sospendere ogni attività di arricchimento dell’uranio entro il 28 aprile. In questa direzione potrebbe delinearsi una convergenza della comunità internazionale che sembrerebbe preparare l’Europa al ritorno di un più equilibrato multipolarismo, in vista di forti mutamenti della congiuntura geopolitica che spingono l’Occidente a


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trattare con Hamas, pur nella consapevolezza della matrice terroristica di questo interlocutore. La conferma di questa tendenza sembra trasparire dal discorso sullo Stato dell’Unione, tenuto al Congresso da G. W. Bush martedì 31 gennaio, in cui afferma, tra l’altro: “Non ritiriamoci dentro i nostri confini, nelle sfide complesse del nostro tempo, la strada dell’isolazionismo può sembrare ampia e invitante, ma pericolosa perché conduce al declino”. Dunque, un indebolimento di accenti nella definizione della grande strategia del post-11 settembre 2001? Secondo Gianni Riotta (Corriere della sera del 2 febbraio 2006) la Casa Bianca rinuncia all’ambizione della “teoria dell’attacco unilaterale”, per ritornare al realismo di Nixon e Kissinger, “un ritorno all’umiltà della sua campagna elettorale 2000” (articolo per Il Foglio del 4 febbraio e Corriere della sera del 17 marzo). Posizione che va criticata, a mio parere, perché immagina che si possa ritornare ad una strategia di realismo che ha i suoi fondamenti in un passato che non può più essere riproposto. Su questo, il nuovo documento strategico dell’Amministrazione americana presentato al Congresso il 16 marzo conferma questa possibile lettura del Discorso sullo stato dell’Unione. C’è qualche mutamento di accenti, ma non il ritorno a vecchie posizioni di realismo politico. Maggiore attenzione per interlocutori possibili, per vie differenti di azione politico-diplomatica, non palinodia e autocritica di una intera visione. Mi sembra condivisibile l’editoriale del Financial Times del 17 marzo che sottolinea il mutamento di stile del nuovo documento strategico con maggiore enfasi su diplomazia e multilateralismo, ma senza che esso modifichi i punti cardine dell’orientamento teorico-politico della Strategia per la sicurezza nazionale del 2002. Su questa linea interpretativa sembra collocarsi anche il quotidiano francese Le Monde (17 marzo) che commenta in chiave di continuità il nuovo documento, che “tuttavia accorda una maggiore importanza alla necessità di accordarsi con i suoi alleati”. Dove spostare quindi il campo di analisi? Nell’attuale congiuntura geopolitica, tenendo ben conto del persistere della crisi irakena, si avverte la necessità di poter disporre di nuovi mezzi in grado di diffondere la democrazia, al di là della mera forza militare unilaterale, per valorizzare soluzioni concertate dalla comunità internazionale alla luce dei mutati rapporti di forza esistenti tra

Problematica europea

le grandi potenze. La visione europea del globalismo in chiave soft può essere considerata la chiave interpretativa più appropriata, alla luce dei mutati scenari internazionali? Tale riflessione può essere sviluppata solo ragionando realisticamente sull’ipotesi che un potenziale progetto politico-militare del terrorismo fondamentalista può trovare una possibile risposta affrontando la questione relativa alle modalità necessarie per una espansione della libertà oltre i vecchi contrasti che sembrano in via di superamento, in vista di una sorta di riequilibrio del sistema globale. Si potrebbe pensare ad una reazione coordinata a tale progetto politico-militare attraverso una fiducia nel principio di libertà e di costituzionalizzazione delle società. L’Occidente unito è forza non solo economica, ma culturale e ideale, in quanto deve rappresentare una sorta di modello che vuole far sentire che l’idea dell’espansione della libertà lo impegna, perché deciderà della storia del mondo. Questo è il dilemma intellettuale che deve impegnare l’ élite politica: qual è il ruolo che l’Occidente unito e distinto potrebbe esercitare affinché la nuova legalità del mondo nasca dalla forza di decisioni politiche, oltre la contrapposizione tra guerra e pace? Tutto lascia prevedere che l’Occidente possa dare una risposta più unitaria alla drammatica congiuntura mondiale.

La Germania e la possibile ripresa dell’Europa

La risposta a queste questioni dovrà tenere presente sia le linee di tendenza attuali che quelle successive alle elezioni francesi, con rilevanti novità rispetto alla strategia di Jacques Chirac. A tal proposito, vorrei opportunamente notare gli apprezzamenti di Blair per la Merkel durante la discussione per la firma del budget comunitario che hanno preceduto un suo discorso ad Oxford il

2 febbraio, improntato su un ottimismo europeo, a conferma di quella linea già espressa nel suo discorso al Parlamento europeo in occasione dell’inizio del semestre di presidenza britannico, lo scorso luglio. Il successo dell’iniziativa di Angela Merkel sta riportando la Germania al centro della politica europea e mondiale, fuoriuscendo da uno schema franco-tedesco che è in crisi profonda e rimettendo in campo più articolate analisi storico-ideali. La sua ascesa alla cancelleria ha coinciso con l’avvio di una ripresa economica della Germania, che sembra rimettere in movimento il motore spento dell’Europa. Torna ad adombrarsi la possibilità di avviare la strategia di Lisbona qualora si realizzassero le aspettative europee sulla Germania, di un suo effettivo rilancio economico, capacità di iniziativa politica e nuova leadership nell’Unione europea. Il ruolo di “madre della nazione”, che secondo il Der Spiegel viene preferito da Angela Merkel, va delineando un metodo che preferisce ascoltare, attendere e mediare. In questa direzione, la Germania può ritornare, con una sua autonomia, a ridar forza al progetto di integrazione europea. Si può immaginare, con i tempi necessari, che la Germania provi anche a riavviare il motore istituzionale, dopo la bocciatura francese della costituzione, in forme che non possono esser oggi previste ma che sono ben piantate nella cultura della classe dirigente formatasi intorno al nuovo cancelliere tedesco. Quali possono essere le prospettive per l’Europa senza l’asse franco-tedesco sul ponte di comando? Come si potranno riarticolare i rapporti interni agli Stati membri nella persistente debolezza di quell’asse? Molti sono i segnali che permettono di dar corpo all’ipotesi di un rapporto privilegiato tra Germania e Regno Unito in grado di trovare una risposta alla crisi europea dopo il difficile anno trascorso tra il voto negativo ai referendum sul trattato costituzionale di Francia e Olanda e lo stallo sull’accordo del budget 20072013. Da questo riequilibrio politico, tutto il tema transatlantico potrà essere ripensato e potrebbe andare in archivio la tensione estrema degli anni che ci stanno alle spalle. Un bene, sicuramente, per l’Europa allargata. Ora non tutto (politica e teoria) può essere caricato sulle spalle di Angela Merkel, ma molto sicuramente dipenderà dalla sua azione politica.


INFO

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EURONOTES

di Andrea Pierucci

Più Europa e meno costituzione? L’attuale periodo della costruzione europea è certamente complesso : da un lato, si assiste alla crisi costituzionale e, dall’altro, ad un sistema che va avanti, con decisioni – poche – ma assai importanti, come nei settori chiave della politica estera e della politica interna di”libertà, sicurezza e giustizia”. Non riverremo sulla complessità della crisi costituzionale, che implica un gran numero di aspetti, l’ultimo dei quali, starei per dire, è quello propriamente della materiale approvazione della Costituzione (che pure non è questione secondaria). Vorrei però sottolineare ancora questa discrepanza fra decisioni di grande prospettiva e funzionamento, nemmeno di ordinaria amministrazione, del sistema dell’Unione. Siamo un po’ sul “si fa ma non si dice” e, sembra, anche i popoli accolgono bene questa non piccola incongruenza. Davvero ci troviamo davanti ad una situazione interessante, ma non è facile fare ragionevoli previsioni. Forse, come indico in un altro articolo in questo numero, il livello di democrazia raggiunto è insufficiente per esaltare i popoli, ma basta per far loro accettare la costruzione europea. Questi ultimi, infatti, votano contro o stentatamente a favore della Costituzione, ma sono fautori a larga maggioranza di più Europa. Il problema della legittimità resta nondimeno intatto e, probabilmente, senza la legittimità diventano più complesse anche alcune questioni quali quelle sollevate, come vedremo, nel quadro della strategia di Lisbona. Nell’ultimo paio di mesi le Istituzioni europee si sono preoccupate molto del problema costituzionale, ma lo hanno affrontato essenzialmente sotto il profilo della comunicazione. Tanto il ben noto “piano D” (da democrazia, discussione e dibattito: COM 2005/494 del 13/10/2005) lanciato in autunno per fronteggiare il “no” francese e olandese, quanto il raffinato Libro bianco sulla comunicazione, approvato il 1° febbraio (COM 2006/35), mettono l’accento sulla necessità di comunicare con i cittadini. Il concetto fondamentale riguarda il cambiamento di metodo: si passa da una comunicazione di dati ed informazioni, ad una comunicazione interattiva, in buona parte basata sull’iniziativa locale (non per niente il Comitato delle Regioni si è lanciato su questa iniziativa con grande energia – la presenza di Mercedes BRESSO non vi è certo estranea) e sulla capacità dei cittadini stessi di dibattere le questioni europee. In sostanza, si tenta di trasformare un’azione a senso unico in una sorta di dialogo. Il problema del dialogo, tuttavia, è complicato dal fatto che i meccanismi decisionali dell’Unione tendono a passare un po’ sotto silenzio le contraddizioni presenti fra i vari protagonisti dei processi decisionali. In sintesi, il Consiglio cela le sue contraddizioni interne, riunendosi a porte chiuse anche quando legifera (difficile capire cosa voleva e come ha poi votato il ministro di ciascuno Stato membro), la Commissione evita di distribuire i testi delle proposte che precedono la propria decisione – ne risulta che la Commissione si presenta come una struttura

omogenea e unanime – ed il Parlamento europeo decide con maggioranze che impongono la cooperazione fra i principali gruppi, indotti così a mettere la sordina alle proprie posizioni di partenza per poter poi valorizzare il compromesso raggiunto. Intendiamoci, la prospettiva indicata dalla Commissione è tutt’altro che priva di valore, ma sconta un comportamento delle forze politiche in presenza estremamente difficile da comunicare.

Al traguardo le prospettive finanziarie

Un accordo è stato finalmente stilato fra Consiglio e Parlamento europeo (e Commissione) sulle prospettive finanziarie 2007/2013; l’accordo verte, sul piano monetario essenzialmente su 4 miliardi di EURO, che il Parlamento europeo ha ottenuto come supplemento a quanto approvato dal Consiglio. Alcune clausole, quali una maggiore flessibilità delle risorse allocate, specie permettendo il trasferimento di alcune poste da un anno all’altro, una clausola di revisione per il 2009 (per tener conto delle elezioni europee di quell’anno) ed un maggiore controllo dell’uso delle risorse del bilancio comunitario da parte degli Stati membri. Altra questione di rilievo riguarda la presentazione da parte della Commissione di una proposta di direttiva sulla libera circolazione dei servizi fortemente modificata conformemente alla posizione espressa dal Parlamento europeo. La vicenda non è chiusa, poiché si attende la decisione del Consiglio, ma sembra avviata sulla buona strada la soluzione di un problema di non poca importanza politica ed istituzionale. Vorrei ancora una volta sottolineare che, tra i vari problemi risolti, vi è quello della salvaguardia delle specifiche direttive settoriali, che evita una liberalizzazione selvaggia di settori che hanno bisogno di seria regolamentazione. È stata poi risolta la questione dell’”idraulico polacco”, ovvero del timore che imprese di servizi importassero personale dei paesi dell’Est, mantenendo un regime salariale e sociale nettamente più favorevole a quello dei quindici e creando dunque una concorrenza insopportabile per le imprese, appunto, dei 15; le imprese dovranno, almeno in parte, le regole dello Stato nel quale lavorano. Ma questo buon risultato non cambia la mia opinione sul fatto che il progetto presentato dalla Commissione non implicasse davvero tutte le questioni sollevate durante il dibattito, specie durante il dibattito sul referendum in Francia.

Continuare a legiferare o lasciare libero campo alle imprese?

La questione istituzionale che, tuttavia, richiama al massimo la nostra attenzione è quella della “better regulation”, ovverosia della necessità per le istituzioni europee di legiferare meglio. La più ambigua delle espressioni è proprio “better regulation”. Si tratta di fare una legislazione più appropriata


INFO per lo sviluppo delle imprese e della competitività europea. Questa riflessione implica politiche diversissime quali la c.d. “deregulation”, peraltro criticata anche da Confindustria, oppure la definizione di una qualità migliore delle regole, di un peso amministrativo sulle imprese ridotto, o ancora, il chiudere gli occhi di fronte ai danni ambientali o sociali, di affidare al sistema delle imprese la formulazione delle regole di mercato: un dibattito che, appunto, permette per ora una limitata trasparenza. È così che la Commissione dettaglia la “better regulation” in diversi modi, dall’analisi dell’impatto delle leggi (anche qui però bisogna dettagliare, impatto economico, ambientale, competitività ecc.), al contenuto più o meno ampio delle leggi di base, per lasciare spazio ad una più flessibile attività d’integrazione da parte della Commissione (l’esenziale dell’attuale dibattito sulla comitatologia – relatrice al Parlamento europeo la verde Monica FRASSONI), al ritiro da parte della Commissione delle proposte obsolete o troppo onerose per le imprese. Vi si aggiungono anche le procedure d’infrazione: il senso della legge è diverso se la Commissione si sforza seriamente di farla applicare, oppure se essa si rivela indecisa davanti alle infrazioni commesse dagli Stati membri. Tutta questa vasta materia ha fatto l’oggetto di un dibattito parlamentare il 5 aprile, rimasto però un po’ in aria, poiché il voto sulle relative risoluzioni avrà luogo solo il 16 maggio. Il tema, fortemente tecnicizzato nel dibattito, ha comunque una valenza politica ed ideologica non trascurabile: è ancora possibile che il legislatore comunitario (e nazionale) legiferi sulle questioni riguardanti la competitività e le imprese secondo i canoni tradizionali, oppure si deve sottomettere il generale interesse all’ambiente, al sociale, alla difesa dei consumatori, all’imperativo globale della competitività? La seconda domanda, meno ideologica, è se il legislatore europeo sarà così razionale da conciliare i due estremi del dibattito, senza mettere in causa il modello europeo di convivenza sociale.

Consiglio europeo di primavera: la strategia di Lisbona pone problemi di politica generale

Ho lasciato per ultimo il pezzo forte dell’attività istituzionale di questi due mesi: il Consiglio europeo “di primavera” (23/24 marzo) dedicato alla strategia di Lisbona, cioè alla strategia lanciata sei anni or sono dal Consiglio europeo di Lisbona, tendente ad accrescere l’economia europea e l’occupazione, puntando sullo sviluppo di una società della conoscenza, che, entro il 2010, dovrebbe rendere l’Europa la prima potenza economica fondata, appunto, sulla società della conoscenza. I risultati della strategia finora seguita dividono gli analisti economici, ma, a prima vista, quelli che non vedono grossi progressi sono nettamente maggioritari. La Commissione – lo abbiamo visto in un numero precedente della rivista – ha voluto rilanciare, proponendo soprattutto la concentrazione degli obiettivi della strategia, in particolare sulla ricerca e la formazione; questa strada è stata seguita in buona parte dal Parlamento europeo e, certamente, dal Consiglio europeo. Quest’ultimo ha indicato ai governi ed alla Commissione alcune strade d’azione prioritaria: ricerca

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ed innovazione, fondandosi sul nuovo programma quadro sulla ricerca proposto dalla Commissione, piccola e media impresa, creazione di 2 milioni di nuovi lavori ogni anno, nuove opportunità di lavoro per le categorie “prioritarie” ed una politica energetica per l’Europa, fondandosi sul libro bianco della Commissione sull’energia. Il Consiglio ha poi evocato come buona pratica la “flexicurity” usata in paesi quali la Danimarca e che sembra più o meno miracolosa. È interessante notare che, messe a parte le tradizionali questioni della piccola e media impresa e della creazione (anch’essa invocata un tantino come “miracolo”) di nuovi posti di lavoro, vi è una seria riflessione su due punti di attacco fondamentali: ricerca ed innovazione (e conseguentemente, formazione) ed energia. In entrambi i casi, si tratta di politiche per molti versi sempre più europee. La politica di ricerca è, almeno in parte, uno dei tradizionali campi d’azione delle Istituzioni dell’Unione e, certamente, una delle principali voci del bilancio dell’Unione. Il 7° programma quadro della ricerca lanciato dalla Commissione prevede forti obiettivi europei e non si limita certo a sperare nel buon volere di ciascuno degli Stati membri. Questo tema, come mostrano i casi di AIRBUS e del sistema GALILEO, ha un impatto internazionale di grande rilevanza: non si tratta solo della concorrenza economica e commerciale, ma di importanti questioni strategiche, che, nella fattispecie, non possono essere affrontate dai singoli Stati membri Il secondo, la politica energetica, di enorme rilevanza anch’esso, coinvolge un gran numero di competenze dell’Unione (oltre che, ovviamente, degli Stati membri) che potrebbero servire come un fortissimo incentivo anche per politiche nazionali più serie. L’intervento di Angela MERKEL, cancelliere tedesco, in occasione del tentativo di ENEL di comprare SUEZ, ha spinto oltre la riflessione, se vogliamo, europea: entro una decina d’anni in tutta Europa non vi potranno essere che pochissimi colossi energetici se vogliamo assicurarci l’approvvigionamento e la sicurezza energetica. Ma una forte politica energetica esige una politica estera e, certamente, non solo in materia di energia. Spunta di nuovo la necessità di una politica estera europea, si badi, negli scacchieri finora lasciati soprattutto all’azione degli Stati membri (la cui posizione non è però mai stata vista come autonoma, ma come relazionata a quella degli USA), come, per esempio, il Medio Oriente. Evidentemente, poi, dev’essere rafforzata la politica nei confronti della Russia e, in genere, dello spazio ex sovietico, forte produttore di energia: i problemi del gas che si sono verificati quest’inverno hanno portato il sistema ai limiti del rischio della penuria energetica. E tutto ciò non prende in conto gli imperativi ambientali, che, pure non possono essere trascurati. In altri termini, il dibattito sulla strategia di Lisbona ha aperto un vaso di Pandora, specie trattando la questione della ricerca e quella dell’energia, che invocano “disperatamente” più Europa e più politica. Forse ha ragione (di nuovo!) la cancelliera tedesca: bisogna davvero riprendere il discorso costituzionale, se vogliamo trattare questi problemi “legittimamente”. Ma come si può fare con i due no e con l’obsolescenza progressiva di alcune delle norme della Costituzione?


LA RIVISTA

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Numero 2/2006