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Periodico del Centro di Iniziativa Mezzogiorno Europa • Gennaio/Febbraio 2005 • Anno VI • Numero 1 • Direttore ANDREA GEREMICCA – Art director LUCIANO PENNINO

Riflessione sul futuro del Mezzogiorno UN NUOVO MERIDIONALISMO Mariano D’Antonio

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Biagio de Giovanni

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Giorgio Macciotta

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Gianni Pittella

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Umberto Ranieri

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Enrica Amaturo

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Giorgio Napolitano

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Atti del Convegno promosso dal Centro di Iniziativa Mezzogiorno Europa Napoli 17 dicembre 2004 A cura di Ivano Russo e Cetti Capuano

Andrea Geremicca

LE OPPORTUNITÀ DELL’EUROPA Antonio Polito

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Luigi Iavarone

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Giovanni Lettieri

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Guido Trombetti

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Francesco Nerli

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Anna Rea

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Massimo D’Alema

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APPENDICE Progetto Mezzogiorno

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Euronotes

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METTERSI IN GIOCO CON FIDUCIA Una

riflessione sul Mezzogiorno non può non partire dal riconoscimento della permanenza e per molti versi dell’aggravamento del divario Nord-Sud, e dei caratteri nuovi di questo divario, forse più inquietanti che nel passato: mi riferisco al ‘gap’ tecnologico, al differenziale di innovazione e di competitività, alla forbice relativa alla qualità della vita, specie nei grandi centro urbani – servizi, sicurezza, legalità – e al funzionamento e all’efficienza della pubblica amministrazione. Dal

momento tuttavia che stiamo riflettendo sui caratteri del ‘nuovo meridionalismo’, dobbiamo tener conto di posizioni che mettono in discussione l’esistenza stessa della ‘questione’. Biagio de Giovanni nel suo intervento osserva che “contraddizioni del Mezzogiorno e questione meridionale non sono coincidenti”: permangono le contraddizioni “ma assistiamo alla scomparsa della questione meridionale”, la cui percezione nella coscienza politica del paese è venuta inesorabilmente meno… >>

Registrazione al Tribunale di Napoli n. 5112 del 24/02/2000. Spedizione in abbonamento postale 70% – Direzione Commerciale Imprese Regione Campania

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ha fatto perdere al Sud, nell’ultimo anno, 40 mila posti di lavoro, mentre in soli 6 mesi in Campania è triplicato il numero delle aziende in crisi. La nostra opinione è che l’accento vada tuttavia posto: a) sulle novità e le trasformazioni in corso nelle regioni meridionali, da un lato, e sulle risorse e le potenzialità del Mezzogiorno, dall’altro, come luogo cruciale dei processi e dei conflitti in atto per la modernizzazione e la competitività del paese nel contesto europeo e mondiale; b) sulla necessità forte che, dentro questa realtà in movimento, il Mezzogiorno riesca ad avere fiducia nel suo futuro e ad acquistare stima di sé, delle sue forze, delle sue capacità di autogoverno mettendosi in gioco ‘di suo’. Solo così, a nostro avviso, potrà non solo superare i suoi problemi, ma porsi come ‘la soluzione’ delle grandi questioni aperte nel paese. Giuseppe Galasso, dopo avere sviluppato su questo numero della rivista un ampio ragionamento sul Mezzogiorno “come risorsa e come problema italiano ed europeo”, si chiede “cosa si possa

Andrea Geremicca / Direttore di Mezzogiorno Europa

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… “per i cambiamenti intervenuti nella cornice isitituzionale rappresentata dallo Stato, l’unica all’interno della quale la ‘questione meridionale’ potesse essere interpretata”. Giorgio Napolitano raccoglie questa riflessione e si domanda “se una volta venuta meno la cornice nazionale, la questione meridionale possa essere recepita da una ‘non retorica’ coscienza europea, intesa come consapevolezza della necessità di un’azione politica volta a cogliere le opportunità rese disponibili dal contesto europeo”. Mantenendo aperto su questa tematica il più ampio confronto, riteniamo che una seria e realistica riflessione sul Mezzogiorno non possa mettere tra parentesi gli aspetti più propriamente politici del problema. Cioè i limiti, gli errori, le responsabilità delle scelte politiche che hanno portato allo stato attuale delle cose, a cominciare, o per meglio dire a finire dall’ultima Legge Finanziaria. “La peggiore legge finanziaria degli ultimi anni – ha scritto Mariano D’Antonio nello scorso numero della rivista Mezzogiorno Europa – antimeridionalista e ostile alla ripresa dello sviluppo”, in un momento, peraltro, nel quale il paese attraversa “la più grave crisi dal dopoguerra”, che

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Andrea Geremicca / Direttore di Mezzogiorno Europa

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dire che facciano i meridionali per il Mezzogiorno”, e lascia sospeso l’interrogativo. Massimo D’Alema, nelle sue conclusioni, afferma di vedere con favore “la nascita di una ‘lobby meridionale all’interno del centrosinistra, per fare sentire con maggiore forza la voce e il peso del Mezzogiorno”. Quali sono le novità più rilevanti del Mezzogiorno oggi? Sono molte. Provo ad indicarne tre. Mettendo insieme per comodità di ragionamento questioni forse troppo diverse tra loro e a scala certamente diversa. Una prima novità sta nella interazione sempre più stretta e forte del Mezzogiorno con l’Europa ed il Mediterraneo. L’Europa, che è sempre stata nel pensiero meridionalista come una prospettiva, oggi è una realtà concreta e ineludibile. Fa parte della nostra quotidianità. Viviamo di Europa: nelle normative, nei modelli di produzione e di mercato, negli scambi. Si dirà che sono cose scontate, al limite della banalità. Può darsi. Ma può anche darsi di no. Riflettiamo su come si sta reagendo all’allargamento. Direi che in molti ambienti prevale la sindrome ‘dello scippo’, il timore esclusivo che i nuovi partners possano sottrarre risorse europee alle nostre regioni. E c’è già chi immagina una competizione al ribasso, sui prezzi e sul costo del lavoro, cioè sulla sconfitta certa, invece di collocarsi all’altezza della nuova sfida puntando sulla qualità dei prodotti, sull’ampliamento dei mercati e sulle opportunità che può offrire l’Europa in settori strategici: ricerca, Università, formazione, infrastrutture materiali e immateriali. Banalità? Non sarei così certo. Riflettiamo sulla tendenza (abbastanza diffusa, bisogna dirlo) a considerare i fondi strutturali come una riedizione, mutatis mutandis, dell’intervento straordinario ultima fase, anziché concepirli come importante volano di una politica complessiva di modernizzazione e di sviluppo. E riflettiamo sul fatto che sono certamente molti a sostenere, del tutto giustamente, che i finanziamenti europei devono essere aggiuntivi, non sostitutivi dell’intervento dello Stato nel Mezzogiorno, ma sono anche molti, troppi quelli che si chiudono a riccio quando si pone il

problema, oltre che della quantità, della qualità dei progetti e, più in generale, della capacità di spesa qualificata nel Mezzogiorno. Si pensi alla violenta reazione, di sapore antico, anche da sinistra, di fronte al recente intervento di Nicola Rossi che ha posto l’accento non tanto sulla quantità degli stanziamenti pubblici per il Mezzogiorno (50 miliardi di euro negli ultimi 6-7 anni), ma sui limiti, le lentezze e gli sprechi, anche, della spesa pubblica in queste regioni. Ad ogni buon conto, il Centro di iniziativa Mezzogiorno Europa attiverà un monitoraggio il più puntuale possibile sull’uso dei fondi europei nel Mezzogiorno, per capire e documentare i successi e gli insuccessi, i problemi e le responsabilità a tutti i livelli. E metteremo i risultati a disposizione delle istituzioni, delle imprese, delle forze sociali e politiche, e ci confronteremo con loro. Questo mi consente di svolgere qualche riflessione su un secondo fattore di novità presente nel Mezzogiorno. Mi riferisco alla interazione sul territorio tra istituzioni, sviluppo, imprese e mercato. Allo sviluppo locale, alla imprenditorialità diffusa, al capitale sociale, alla programmazione negoziata, ai patti territoriali, agli accordi di programma, insomma a tutto quell’insieme di politiche e di strumenti avviati negli anni dei governi di centrosinistra per promuovere anche per questa via l’autogoverno del Mezzogiorno, non senza limiti, problemi e contraddizioni, come tutte le cose nuove (e D’Alema nel suo intervento rivendica l’idea della ‘programmazione dal basso’ e della valorizzazione delle potenzialità locali come una delle più importanti novità introdotte dai governi di centrosinistra). Da parte mia mi limito a osservare che lo sviluppo locale, l’uso pieno delle potenzialità e delle risorse delle regioni meridionali va incentivato, sostenuto, accompagnato da profonde riforme e da precise politiche nazionali in campo industriale, del credito, delle infrastrutture, della pubblica amministrazione. E deve essere concepito come una delle risposte centrali per uscire dalla crisi del paese. Altrimenti con i coriandoli e i cambiamenti di indirizzi e di strumenti normativi e finanziari ogni quarto d’ora, le imprese e le istituzioni nel Mezzogiorno penano a darsi efficienza e competitività.

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si pongono oggi, nella specifica realtà meridionale, la crisi e i mutamenti della rappresentanza politica, dell’organizzazione del consenso, del ruolo dei partiti, la nuova delineazione istituzionale della partecipazione e della democrazia, i vecchi vizi e i nuovi compiti della pubblica amministrazione? Quali vuoti sono stati riempiti, in particolare nel Mezzogiorno? E come? E quali rimangono aperti, e per quanto tempo ancora? Ne riparleremo. Con una convinzione, da parte nostra. Che anche su questo fondamentale terreno il Mezzogiorno, può ‘fare la differenza’, può decidere: non solo del suo futuro, ma di quello dell’intero paese. Un particolare ringraziamento a Gaetano Cola, Presidente della Camera di Commercio di Napoli, e Alfredo Mazzei, Presidente della Confservizi Campania, per l’ospitalità e la cortese collaborazione all’organizzazione del Convegno.

Andrea Geremicca / Direttore di Mezzogiorno Europa

E il ‘fai da te’, il ‘piccole è bello’, le ‘vocazioni’ dei singoli territori abbandonati a se stessi sanno solo di retorica, di affabulazione. Non portano lontano. Non fanno sistema. Non diventano rete. Ecco, anche su questo: sui risultati, i limiti, le contraddizioni, i problemi, le esperienze eccellenti (perché di esperienze eccellenti ve ne sono) e le prospettive di questa nuova realtà del Mezzogiorno vale forse la pena di riflettere. Una terza novità, per molti aspetti peculiare della questione meridionale va individuata, a mio parere, nella lunga transizione politica iniziata nei primi anni Novanta e ancora in corso. Stanno cambiando i caratteri della ‘questione’, proprio perché da sempre ‘questione’ politica, istituzionale, ‘statuale’ (come diciamo agli inizi di questa nota), oltre che economica. E qui mi limito a indicare il tema, perché la materia richiede un particolare approfondimento e solleva una seria di interrogativi che riassumerei così: come

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Mariano D’Antonio

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ATTENZIONE AI GIUDIZI APOCALITTICI

l m o mento attuale, un rilancio del meridionalismo in termini credibili può avvenire solo se si tiene conto del contesto internazionale in cui oggi si colloca il Mezzogiorno. Un contesto caratterizzato dalla crescente integrazione dei mercati e da una competizione, sempre più accesa, sul terreno commerciale, finanziario e del capitale d’impresa. L’esame dei dati relativi al Mezzogiorno, considerato in un siffatto contesto, ci porta ad abbandonare o quanto meno ad attenuare i giudizi apocalittici, che spesso circolano a proposito dell’inevitabile emarginazione dell’area meridionale. Nella seconda metà degli anni ’90 le esportazioni dal Mezzogiorno sono cresciute sensibilmente; il saldo commerciale, e cioè la differenza tra esportazioni ed importazioni, è passato da meno di un miliardo di euro, all’inizio degli anni ’90, ad oltre quattro miliardi di euro, nella media degli anni 94/96; è salito ancora a 5,5 miliardi, negli anni 97/99; ed è arrivato a 7,5 miliardi di euro negli anni 2000/03. La causa di questo piccolo boom è stata attribuita al deprezzamento valutario che ha interessato la lira, fino a quando ad essa non è subentrato l’euro. Ma è un’ipotesi che non convince, poiché il deprezzamento è un fenomeno che ha interessato tutte le regioni italiane, e non solo il Mezzogiorno. Più verosimilmente il fenomeno è dovuto ad alcuni cambiamenti che si sono verificati nella struttura economica del Mezzogiorno. Dopo la fine dell’intervento straordinario le imprese meridionali si sono trovate prive di quella

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domanda locale che era sostenuta dalla spesa pubblica, pertanto sono state costrette a cercare nuove quote di mercato nel resto di Italia e in Europa. È quello che viene definito “sbocco delle eccedenze”: quando la produzione eccede la domanda locale, l’imprenditore tenta di trovare nuovi mercati e dare sbocco a questa eccedenza. Un altro dato di fatto è che la composizione delle esportazioni meridionali è nettamente migliorata. Ormai non si esportano più solo prodotti di bassa qualità, ma anzi, ci si concentra soprattutto, e più della media nazionale, su due classi di prodotti, e cioè sui prodotti delle economie di scala (chimica, siderurgia, autoveicoli ecc.) e sui prodotti cosiddetti basati sulla scienza, piuttosto che sui manufatti tradizionali (abbigliamento, calzature, cuoio, alimentari). Negli ultimi tempi il commercio meridionale subisce una crisi, dovuta alla concorrenza dei paesi di recente industrializzazione, tuttavia l’esperienza di questi anni lascia ben sperare in una ripresa. Un fenomeno, che invece appare inquietante, per la collocazione del Mezzogiorno sui mercati internazionali, è quello costituito dagli investimenti diretti esteri, e cioè dalla capacità di attrazione di imprese estere sul nostro territorio: nel Mezzogiorno lavora meno del 6% del totale nazionale degli occupati che le imprese straniere impiegano in Italia. Una recente statistica rileva un piccolo incremento tra il 2000 e il 2003, per cui si è passati al 7%, ma siamo comunque ben al di sot-

Mariano D’Antonio / Docente di Economia dello Sviluppo

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Mariano D’Antonio / Docente di Economia dello Sviluppo

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to della media nazionale, che è invece aumentata del 20%. Risultano invece in sensibile aumento, gli investimenti esteri in uscita: gli imprenditori meridionali hanno accresciuto l’occupazione in filiali estere delle loro imprese del 27%, mentre il dato nazionale è del 18%. Questi dati ci parlano di un Mezzogiorno che fa impresa e la esporta, ma che non è capace di attrarre investimenti sul proprio territorio. Da questa considerazione occorre partire, nello stilare l’agenda per il Mezzogiorno, evidenziando essenzialmente due priorità. La prima è quella di rafforzare la presenza sui mercati esteri delle imprese meridionali, attraverso la valorizzazione della qualità del prodotto e l’innovazione, e attraverso interventi selettivi, piuttosto che con la distribuzione a pioggia di risorse pubbliche. È infatti del tutto inutile immaginare di poter recuperare quote di mercato con prodotti obsoleti o tradizionali, a fronte di una concorrenza spietata da parte dai paesi asiatici. La seconda è costituita dalla messa a punto di politiche di attrazione specifiche per gli investimenti diretti esteri, mettendo al bando quella sorta di subcultura obsoleta che è nascosta in qualche parte della

sinistra, e che considera gli investimenti stranieri come una specie di rapina nei confronti del territorio. È importante vincere certe tendenze, perché gli investimenti da parte di imprese multinazionali dipendono dagli incentivi e dalle politiche di attrazione che le istituzioni mettono in campo. Gli investimenti stranieri fortificano il tessuto imprenditoriale locale, in virtù di quella che gli economisti chiamano “politica degli innesti”: innestare, piuttosto che subire passivamente gli investimenti internazionali. Un esempio positivo di innesto praticato nel Mezzogiorno è il cosiddetto modello della Etna Valley, cioè della valle di Catania, dove una grande impresa internazionale ha attivato una serie di connessioni con imprese locali, per una serie di sub-forniture qualificate, nonché una collaborazione con la facoltà di Ingegneria dell’Università di Catania, dove si forma personale che poi trova impiego sia nell’impresa in questione, sia nelle imprese ad essa connesse. Questo modello di riferimento la dice lunga su come gli enti locali e l’università possono interagire in maniera virtuosa con le intenzioni ed i progetti di imprese internazionali.

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Biagio de Giovanni

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E’ VENUTA MENO LA CORNICE ISTITUZIONALE

onostante il permanere delle profonde contraddizioni che distinguono il Mezzogiorno, come ogni domenica ci ricorda Giuseppe Galasso dalle pagine del Corriere del Mezzogiorno, assistiamo in misura crescente alla materiale scomparsa della “Questione meridionale”. Contraddizioni del Mezzogiorno e Questione meridionale non sono concetti coincidenti. Le prime costituiscono un dato sociale, economico, strutturale ed infrastrutturale; la seconda è una questione politica, ed esiste solo se e quando viene percepita come tale. La politica è percezione, e pertanto in politica una questione esiste solo se diventa contenuto. La mancanza di questa dimensione soggettiva, e cioè la mancanza della percezione della Questione meridionale, è il segno che essa non esiste più nella coscienza politica del Paese. In questi anni è emersa invece una Questione settentrionale, poi anch’essa è in una certa misura arretrata nella percezione. Sono state immaginate molte interpretazioni del Mezzogiorno che prescindevano la Questione meridionale. Molte ideologie e culture “meridionaliste”, alcune vere e altre meno vere. Nulla da obiettare, perché quando si parla del Mezzogiorno va tutto bene, ma la percezione del Mezzogiorno come Questione, è venuta inesorabilmente meno, e la ragione di fondo, secondo me, risiede nei cambiamenti intervenuti nella cornice istituzionale rappresentata dallo Stato, l’unica all’interno della quale la Questione meridionale potesse essere interpretata. Nell’ambito di quella cornice veniva chiaramente in-

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dicato cos’è la storia d’Italia, cosa significa il dualismo italiano, e perché la Questione meridionale è una questione dello Stato, così come è stato per tanto tempo. Ora, la tesi della cornice dello statonazione viene inesorabilmente meno, e il dualismo tra localismo e globalismo diviene l’elemento principale che rimette in discussione la stabilità politico-istituzionale, attraverso la quale il Mezzogiorno veniva pensato come Questione. In questo modo il Mezzogiorno resta senza un lettore che sia in grado di “pensarlo”. Non c’è più un lettore politico, e sostanzialmente non c’è neanche un lettore culturale. Ma c’è un’altra questione sulla quale vorrei porre l’attenzione, ed è la questione dell’Europa. Si tratta di una tematica che presenta aspetti che si prestano alla retorica, e giustamente Gaetano Cola ha messo in guardia dal pericolo di esaurire nella questione dei fondi strutturali l’intero problema del rapporto tra il Mezzogiorno e l’Europa. In realtà non è possibile giocarsi tutte le carte sull’idea che esista un mercato unico, perché esso sta diventando estremamente conflittuale e competitivo, all’interno dei suoi stessi confini. Aumentano le conflittualità e le competizioni intra-europee, emergono localismi, questioni nazionali e subnazionali. Si tratta di contrasti che nella mancanza di un quadro nazionale forte, possono verificarsi all’interno delle stesse economie di una singola nazione, tra nord e sud, e finanche all’interno del sud. È un elemento completamente inedito rispetto al passato, ed è un tratto che ci fa capire in quale direzione è cambiata la natura

Biagio de Giovanni / Docente di Storia e Politica dell’Integrazione europea

Biagio de Giovanni

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Biagio de Giovanni / Docente di Storia e Politica dell’Integrazione europea

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della Questione meridionale. Il tema principale, in questo nuovo contesto, è quello della capacità competitiva, concetto cui tutti facciamo spesso riferimento. Qualche giorno fa mi è successo di incontrare il Sindaco e alcuni industriali di Solofra, centro di un importante distretto industriale conciario, e loro mi riferivano che, per la prima volta, il loro settore soffre una crisi che non è di carattere congiunturale, ma strutturale, perché non regge più alla competizione extraeuropea. Qual è la risposta alla crisi di un settore che negli anni passati era così tanto capace di creare occupazione? Su questo piano la consapevolezza degli industriali è di gran lunga superiore a quella dei politici, infatti essi affermano che l’unica risposta è riuscire ad aumentare la qualità del prodotto e spostare in avanti la capacità di competizione. La parole qualità ed innovazione diventano pertanto decisive. Io non sono un economista e non parlo da tale, quindi rischio di essere impreciso, ma a me pare che, riguardo al settore manifatturiero, sia sempre più difficile immaginare una potenzialità di sviluppo occupazionale; e per l’appunto, qui nasce il tema della competitività e della qualità. Ma naturalmente qualità e competitività rischiano di restare solo parole. Intanto perché agiscono nel periodo medio-lungo; poi perché necessitano della creazione di premesse adeguate. Ma poiché i tempi dei meccanismi economico-politici sono estremamente accelerati, l’accompagnare questa analisi a delle proposte diviene oggetto di grande difficoltà. Quello che sicuramente va evitato, è immaginare l’Europa e il Mezzogiorno come due entità che si confrontano. Non è così, e proprio per questa competitività e conflittualità sempre più aspra, che si verifica all’interno dello spazio economico denominato Europa, dove il gioco delle autonomie,

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dei localismi, delle culture non-nazionali, assume un ruolo straordinario. È il Mezzogiorno capace di sprigionare da sé queste energie? Forse in parte si. I dati che citava Mariano D’Antonio sono assolutamente interessanti. Sappiamo però che intorno a questi pur interessanti dati, ci sono giganteschi problemi di infrastrutture, di formazione, di crisi della ricerca. È difficilissimo accompagnare una proposta, e tuttavia è necessario “problematizzare” il rapporto con l’Europa, altrimenti si rischia di farla diventare una sponda passiva, come prima era lo Stato. È un rischio che va scongiurato, perché il risveglio potrebbe essere assai brutto, soprattutto per la ragione che tutto si gioca in tempi assai più ristretti rispetto al passato, proprio per l’accelerazione che la competitività imprime ai processi. Infine, c’è un terzo punto sul quale vorrei soffermarmi, ed è l’azione della classe dirigente politica. Assistiamo ad una forte desertificazione della politica, la cui classe dirigente nel Mezzogiorno tende a diventare sempre più ceto. Un ceto politico, inteso come qualcosa di diverso da una classe dirigente, e il cui tratto distintivo è l’autoreferenzialità. La separazione del ceto politico dalla società civile, dalle sue articolazioni e dalle sue competenze, modelli e culture, è a mio avviso un elemento estremamente critico rispetto alla possibilità di dare risposte ai problemi che prima ho cercato di individuare sommariamente. Non è facile immaginare come rimettere in moto un processo che generi classe dirigente politica, ma anche amministrativa; e siccome le due cose sono collegate, è evidente che se la classe politica diventa ceto, allora le speranze che una società riesca dal proprio interno a trovare le energie necessarie per trasformarsi, diventano sempre più esigue.

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Giorgio Macciotta

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MEZZOGIORNO E FEDERALISMO SOLIDALE

ra le sfide più rilevanti che il Mezzogiorno dovrà affrontare nel prossimo quinquennio c’è, certamente, quella legata alla applicazione della riforma del Titolo V della Parte seconda della Costituzione. Occorre rovesciare la gestione che di tale riforma ha fatto l’attuale maggioranza di governo. Alle parole iperfederaliste si è collegata una pratica di neocentralismo nelle norme (basta pensare alla legge obiettivo) e, soprattutto, nella destinazione delle risorse. Se confrontiamo i trasferimenti dal bilancio dello Stato a quelli delle Regioni e degli Enti locali nel 2001 con quelli del consuntivo 2003 rileviamo come ci sia un’invarianza delle risorse destinate alle regioni (al netto di quelle relative alla sanità) e, addirittura, una riduzione del 4,8% in valore nominale (oltre il 10% in valore reale) delle risorse trasferite agli Enti Locali. Le cose non sono mutate nel 2004 e nel 2005. Se si considera che nello stesso periodo sono state bloccate le possibilità di una autonoma imposizione fiscale si comprende come si sia fortemente deteriorato il rapporto tra le istituzioni locali e i cittadini e come stia montando una tendenza contraria al decentramento non solo in relazione alle estemporanee dichiarazione di esponenti dell’attuale maggioranza, non solo leghisti, ma anche rispetto alla pratica quotidiana del governo locale alle prese con crescenti, e quasi insormontabili, difficoltà di bilancio. Il punto cui siamo giunti richiede, anche perché siamo alla vigilia del rinnovo

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della gran parte dei Consigli regionali e di una auspicabile mutazione della maggioranza politica nazionale, una decisione strategica sul cosa fare. Di fronte alla prospettiva federalista si aprono tre scenari: due catastrofici, interni alle politiche dichiarate o praticate dall’attuale maggioranza nazionale, ed uno che rappresenta il naturale sviluppo delle politiche promosse, nella passata legislatura, dal centro sinistra. Intendo riferirmi, da un lato, alle ipotesi radicali di dissoluzione dello Stato, tipiche della originaria posizione leghista, e alle pratiche neocentraliste che hanno sensibilmente limitato i poteri locali non solo rispetto alle potenzialità del nuovo titolo V ma anche rispetto alla pratica del previgente regime costituzionale, tendenzialmente puntando a confinare le autonomie locali entro un orizzonte di scelte marginali. Dall’altro penso alla sperimentazione di un federalismo cooperativo e solidale che, nella passata legislatura, attivò organismi e sedi per praticare il confronto e la codecisione tra i diversi livelli istituzionali: dalla Conferenza Stato-Regioni a quella Stato-Città ed a quella unificata, alla pratica delle Intese Stato-Regione, nel quadro più generale della programmazione negoziata, per la gestione delle politiche sul territorio. Ci si proponeva di coinvolgere i poteri locali non solo sul terreno delle scelte ma anche su quello della gestione. Ora, nella prospettiva del nuovo ciclo politico regionale e nazionale, si tratta di decidere se riprendere, con i dovuti

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adeguamenti, la vecchia strada o se ripensare complessivamente la politica istituzionale della seconda metà degli anni ’90. Occorre partire dal fatto che nel Mezzogiorno si è guardato a questo processo con la preoccupazione che una maggiore responsabilizzazione dei poteri locali significasse, insieme, la fine di ogni solidarietà. Se si esclude l’esperienza significativa dei patti territoriali le innovazioni istituzionali sono state subite più che cercate o accettate. Ha contribuito ad introdurre un simile sentimento più che la realtà delle norme il clima, ai limiti del razzismo, che ha contraddistinto la polemica politica su questi temi. Ora si tratta di decidere. La mia opinione è che valga la pena di insistere perché attraverso una equilibrata attuazione della riforma del Titolo V il Mezzogiorno può realizzare il superamento del principale limite al suo sviluppo: la sfiducia nella capacità

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di farcela facendo leva sulle energie e le qualità dei propri cittadini e della propria classe dirigente. Malgrado le scelte discutibili dell’attuale Governo non mancano le risorse finanziarie. L’essenziale del vecchio impianto, anche perché si trattava di una scelta obbligata per non perdere la quota dei fondi strutturali europei, è stato difeso. I vantaggi che derivano dalla generale riduzione dei tassi di interesse consentono di affrontare in condizioni di maggiore tranquillità gli investimenti, anche con operazioni di indebitamento. Cominciano ad emergere, in diverse aree del Mezzogiorno, isole d’eccellenza non solo rispetto al territorio circostante ma rispetto all’intero paese. Non si tratta soltanto della rivitalizzazione dello storico tessuto industriale dell’area napoletana o della discesa al sud, in Puglia, del modello adriatico. Da Benevento (accordo promosso dal centro sinistra con la scuola Sant’Anna di Pisa) a Matera (contratto di programma per il polo del salotto), da Catania (microelettronica) a Cagliari (CRS4

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Si tratta, invece, di ricordare, da un lato, che la dimensione della solidarietà è del tutto compatibile e, dall’altro, che sul terreno dell’efficienza nel Mezzogiorno sono stati compiuti passi rilevanti proprio dal sistema delle Amministrazioni Locali mentre non mancano, e sono spesso determinanti, disfunzioni, ritardi e sacche di clientelismo negli uffici periferici delle Amministrazioni centrali. Dislocare il sistema istituzionale del Mezzogiorno in una prospettiva di rivendicazione, e non di passiva attesa, dell’attuazione del Titolo V può consentire di partecipare da protagonisti alla discussione sui criteri di attuazione in particolare del cruciale articolo 119 in materia di federalismo fiscale. Non esistono sostanziali dissensi circa l’ammontare delle risorse che dovrebbero essere trasformate da trasferimenti a carico del Bilancio Statale in entrate proprie delle Regioni e degli Enti Locali con un mix di tributi propri, addizionali e compartecipazioni, fondo di solidarietà. Si tratta, oltre alle risorse che già affluiscono, di somme oscillanti tra i 15 ed i 20 miliardi di euro per le nuove competenze. Non esistono sostanziali dissensi, al fine di evitare aggravi al bilancio dello Stato o penalizzazioni per Regioni ed Enti Locali, neanche sull’ipotesi di lavoro di escludere dal fondo perequativo, a ciascun livello istituzionale, solo l’Ente con maggiore capacità fiscale. Il gruppo di costituzionalisti e di esperti di finanza pubblica raccolti da Astrid ha proposto di partire, in sede di prima applicazione, dalla individuazione, con il suindicato mix di entrate, di risorse corrispondenti alla spesa storica effettuata in ciascun territorio regionale per le funzioni già di competenza delle istituzioni subregionali nel previgente regime e per quelle da trasferire a norma del nuovo articolo 117. La simulazione compiuta in un primo tempo sui bilanci preventivi dal 2000 al 2003 e, successivamente, verificata sui consuntivi per i medesimi esercizi ha dimostrato la sostenibilità dell’ipotesi e ha fatto giustizia delle leggende metropolitane circa la quota di grandi tributi statali che sarebbe necessario utilizzare per tale operazione. Con il 42% dell’IVA si farebbe fronte alla

Giorgio Macciotta / Consigliere del CNEL

e Tiscali) il nuovo emerge nel Mezzogiorno, riconverte il tessuto produttivo locale e comincia a trovare fecondi rapporti con l’Università. Rispetto a nuovi bisogni, come il turismo, il Mezzogiorno può giocare la carta di un ambiente ancora, per la gran parte, integro. Quella che manca è la fiducia di portercela fare con le proprie forze. Da qui la ripresa di vecchie pratiche. Da un lato la tentazione, per le classi dirigenti (non solo politiche), di ricercare riferimenti romani, il potente di turno. Dall’altro il ribellismo impotente, base di massa di reclutamento per la malavita organizzata. Dal federalismo può derivare la rottura di un simile, complesso, viluppo di clientele, di parassitismo, di violazione della legge, che ha penalizzato, e continua a penalizzare, il Mezzogiorno. Non si tratta di un astratto richiamo all’ottimismo della volontà. Non mancano, ormai, gli studi e le riflessioni che consentono di affermare che anche sul piano concreto, delle risorse e dei poteri, quella della piena attuazione del titolo V della Costituzione è una strada praticabile ed è la migliore per il Mezzogiorno. In primo luogo occorre affrontare, a viso aperto, la polemica sui dati reali della finanza pubblica italiana. Le recenti elaborazioni dei dati di finanza pubblica territoriale, messe in rete dal Dipartimento per le Politiche di Sviluppo del Ministero dell’Economia, confermano che i flussi finanziari verso il Mezzogiorno corrispondono a poco più di un punto e mezzo di PIL e, soprattutto, che la quota di prelievo fiscale effettuata nel Mezzogiorno è crescente ed è sempre superiore alla quota di ricchezza prodotta nel Mezzogiorno. Si tratta di un dato che la dice lunga sulla adeguatezza del nostro sistema fiscale al precetto costituzionale dell’articolo 53, 2° comma: “Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”. Malgrado i fondi straordinari la percentuale della spesa pubblica nell’area è inferiore di circa 8 punti rispetto a quella della popolazione. Non si tratta, dunque, di nascondere il contributo di solidarietà e neanche di evitare di fare i conti con i ritardi e le inefficienze del sistema della Pubblica Amministrazione del Mezzogiorno.

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Giorgio Macciotta / Consigliere del CNEL

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commutazione in entrate proprie degli attuali trasferimenti statali nonché al costo totale delle nuove funzioni. Il valore aggiunto dell’esercizio di Astrid è costituito dall’emergere di un crescente surplus di risorse negli esercizi successivi a quello iniziale di equilibrio. Tali risorse dovrebbero essere finalizzate alla progressiva transizione dal finanziamento sulla base dei costi storici a quello sulla base dei costi più efficienti. Insieme tali risorse dovrebbero essere finalizzate al finanziamento di nuovi servizi al fine di determinare il riequilibrio tra le diverse aree del paese. Dovrebbero, quindi, affluire per la gran parte nel Mezzogiorno. Malgrado le politiche del centrodestra abbiano consentito una vigorosa ripresa della evasione fiscale il surplus che emerge dall’esercizio di Astrid è pari a 4,536 miliardi per le Regioni, a 79 milioni per le Province, a 992 milioni per i Comuni. Si tratta di cifre apparentemente modeste che peraltro rappresentano circa il 10% delle risorse necessarie, sulla base della simulazione, per consentire, a norma di Costituzione, alle Regioni, alle Province ed ai Comuni di far fronte integralmente alle funzioni loro assegnate. Niente impedisce che tra i criteri per la ripartizione di tale fondo ci sia spazio

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per attribuire priorità agli enti in relazione non solo ai bisogni ma anche alla realizzazione di pratiche più efficienti. L’individuazione di simili criteri andrebbe rivendicata per consentire, anche nel Mezzogiorno, il confronto tra le diverse pratiche amministrative e per consentire, anche attraverso tale confronto, il superamento di vizi che non vanno ignorati. Questa ipotesi prevede, inoltre, che resti integra, in applicazione del 5° comma dell’articolo 119, la possibilità di interventi straordinari per “promuovere lo sviluppo economico, la coesione e la solidarietà sociale, per rimuovere gli squilibri economici e sociali, per favorire l’effettivo esercizio dei diritti della persona”. Se stiamo ai valori attuali l’ipotesi formulata da Astrid consentirebbe, dunque, di porre a disposizione, in funzione del riequilibrio, ulteriori risorse pari a circa il 50% di quelle attualmente rese disponibili dai fondi strutturali europei e dal fondo per le aree sottoutilizzate. Per i motivi che ho succintamente esposto continuo a pensare che la scommessa sull’autogoverno del Mezzogiorno, quella cui ci chiamavano Guido Dorso, Emilio Lussu, Renzo Laconi, meriti di essere giocata.

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Gianni Pittella

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POLITICA DI COESIONE E MEDITERRANEO

ell’ambito di una discussione come questa, è d’uopo domandarsi che cosa può fare l’Europa per il Mezzogiorno. La risposta, a mio avviso, si riassume essenzialmente in tre punti: politica di coesione; ottimizzazione dell’impiego dei fondi strutturali; rilancio della politica euromediterranea. Partiamo dal primo punto. L’art.158 della Convenzione indica nella politica di coesione sociale, territoriale ed economica, una delle missioni fondamentali dell’UE. È un dato di fatto che oggi si registri un aumento della competizione dentro e fuori dell’Europa, ma analogamente a quanto avviene in una gara sportiva, nella quale i concorrenti gareggiano su una base paritaria, allo stesso modo la politica di coesione è indirizzata a rendere il più possibile paritarie le posizioni dei singoli paesi sul terreno di gioco europeo. Proprio in questi giorni è in atto una delicata trattativa, all’interno dell’Unione, volta ad aumentare il contributo dei paesi membri al bilancio comunitario. Se passa la linea dei sei governi che non sono favorevoli a quest’aumento, le politiche di coesione non potranno essere garantite. Il secondo punto rispetto al quale l’Unione Europea può intervenire, è rappresentato dall’ottimizzazione dei fondi strutturali, finalizzando la spesa. Non basta infatti rendere disponibili le risorse, bisogna garantire la qualità, ancorando la spesa agli obiettivi della formazione, della ricerca, dell’innovazione, e del sostegno all’internazio-

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nalizzazione. È infatti necessario eliminare le aree di polverizzazione assistenziale, e imporre i principi della concentrazione e della funzionalità. Anche per l’attuazione di una politica che persegua questi obiettivi, occorre vincere la sfida per l’aumento del contributo dei governi al bilancio comunitario. Ma dovremmo parallelamente sviluppare ed affinare la capacità di utilizzo di quelle stesse risorse. A questo scopo, come i dirigenti della Camera di Commercio ricorderanno, proprio in questa sede abbiamo lanciato l’idea di realizzare a Napoli un Master sull’europrogettazione, per formare progettisti capaci di guidare il nostro territorio nella sfida della qualità progettuale, che si impone alla classe dirigente non soltanto politica ma anche economica ed imprenditoriale. Infine, il terzo punto: occorre riprendere il discorso sul Mediterraneo. Anzitutto, occorre rivedere l’impianto del partenariato europeo, che così com’è, non funziona. Il MEDA, che è il principale programma europeo per il Mediterraneo, ha un ottimo budget finanziario, ma ogni anno circa la metà non viene spesa, e pertanto diviene oggetto dei tentativi di “riduzione” da parte della “lobby del nord”. In secondo luogo, occorre dar vita al Parlamento Euromediterraneo. È un’idea la cui valenza è puramente politica, ma vale la pena perseguirla. Oltre a ciò, a mio avviso, bisognerebbe dare campo alle condizioni per il dialogo interreligioso. Bisognerebbe poi ripensare la logistica. A tale riguardo una grande possibilità

Gianni Pittella / Segretario della Delegazione italiana nel Gruppo socialista al Parlamento europeo

Gianni Pittella

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è rappresentata dalle reti transeuropee. Attualmente esiste un elenco degli interventi transeuropei approvato dal Parlamento europeo nell’aprile 2004, che prevede per l’Italia interventi per l’asse ferroviario da nord a sud, BerlinoNapoli, articolati in 29 progetti; interventi programmabili nella filiera delle autostrade del mare, miranti a favorire l’acceso ai porti; e infine, il discusso ponte sullo stretto di Messina. In questo elenco manca completamente, ed è una lacuna gravissima la cui responsabilità ricade interamente sull’attuale governo, il cosiddetto “corridoio 8”, ovvero l’asse ovest-est che, una volta appron-

Umberto Ranieri

Umberto Ranieri / Vicepresidente della Commissione Affari Esteri della Camera dei Deputati

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tato, garantirebbe i collegamenti tra l’Italia e l’est europeo. Il collegamento nord- sud è assicurato, e va senz’altro esteso fino a Reggio Calabria; ma più che al ponte sullo Stretto, sarebbe meglio pensare ad un “allungamento” dell’alta velocità, dopodiché la priorità andrebbe data al finanziamento del corridoio 8. Infine, io credo che, nell’ottica dell’affermazione del Mezzogiorno nel contesto Mediterraneo, e per un generale rilancio della politica euromediterranea, bisognerebbe dar vita ad un raccordo tra la BEI, le Regioni e le organizzazioni imprenditoriali al fine di istituire una Banca d’affari per il Mediterraneo.

Umberto Ranieri

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SI SPOSTA IL BARICENTRO DELL’EUROPA

ssistiamo ormai da qualche tempo ad una crisi della cultura meridionalistica, che pure ha costituito un tratto costante della cultura nazionale ed un elemento proprio della storia italiana. In questi anni ci si è interrogati spesso sulle ragioni di un tale declino. A questo proposito, qualcuno ha sostenuto che il meridionalismo si sia culturalmente e politicamente indebolito perché la realtà del Mezzogiorno è talmente mutata da renderne impossibile una considerazione unitaria. Personalmente non ho mai ritenuto questa una valutazione convincente. Non sottovaluto le articolazioni interne al Mezzogiorno, ma i dati sono eloquenti su questo punto. Tutti i grandi indicatori, sia economici che civili, non fanno che confermare il persistere di un ritardo nello sviluppo. Certo, non è il caso di recriminare: mezzo secolo non è trascorso invano, e c’è stato un progresso

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tutto sommato incontestabile. Tuttavia, il dualismo esistente negli anni ’40 e ’50, sebbene in un quadro locale, nazionale ed internazionale molto differente, persiste ancora oggi. Nella seconda metà degli anni ’90 l’economia italiana nel suo complesso ha portato a compimento il processo di convergenza con il resto dell’Unione Europea, ma l’economia meridionale ha mancato questo importante obiettivo. Il dato di fatto a prima vista paradossale, è che il meridionalismo si è indebolito in un momento nel quale il Mezzogiorno continuava a rappresentare una questione cruciale per il Paese. È di questo fenomeno, a mio avviso, che bisogna comprendere le ragioni. In realtà ciò è avvenuto perché la rappresentazione “classica” del problema, non era più adeguata all’evoluzione del problema stesso. Per decenni il Mezzogiorno ha incarnato

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so est, occorre avere consapevolezza dell’esistenza di un rischio di marginalizzazione delle regioni del Sud, e di accentuazione dell’esistenza di un’area di cronico ritardo. Questo è il vero banco di prova per un nuovo meridionalismo, che voglia dirsi “efficace”. La mia riflessione mi induce ad esprimere una forte preoccupazione, perché non mi pare che vi sia la consapevolezza che il Mezzogiorno non potrà giocare alcun ruolo nel Mediterraneo e nell’Europa balcanica, fino a quando non si saranno create nuove condizioni infrastrutturali, civili, produttive; e perché nulla di operativo è stato fatto per affermare questa priorità. Come ha rilevato Gianni Pittella, l’Italia non è riuscita a farsi carico di una seria progettazione del Corridoio 8, una direttrice-sud capace di non emarginarci da una politica europea che, in misura evidente, è orientata verso est. Anche in tema di politica euromediterranea, l’Italia non ha saputo andare al di là della retorica della vicinanza, nonostante a ben riflettere il sud rappresenti una realtà cospicua, nel contesto della nuova Europa a 25 membri. Malgrado i suoi problemi, il Mezzogiorno supera per superficie ben 17 dei paesi dell’Unione; la sua popolazione è superiore a quella di ben 20 paesi; il PIL è più elevato rispetto a quello di 20 altri paesi. Pur in questo quadro di difficoltà tuttavia, un cambiamento è possibile. Una svolta si può produrre, se si avviano per il sud politiche per la competitività, piuttosto che politiche compensative, di trasferimento e di redistribuzione. Politiche quindi, miranti a potenziare i contesti, la dotazione di infrastrutture materiali ed immateriali, la qualità del capitale umano, le tecnologie. Certamente le politiche per la competitività sono difficili e di lungo periodo. I governi di centrosinistra avviarono il Mezzogiorno ad una politica di sviluppo improntata in questo modo; il cambio di governo ha determinato una variazione di indirizzo. In ogni caso alcuni obiettivi sono stati mancati da entrambi gli schieramenti. Il passo decisivo, a mio avviso, è quello di utilizzare le risorse europee concentrandole per realizzare reti di infrastrutture strategiche, ineludibile condizione per promuovere un ambiente

Umberto Ranieri / Vicepresidente della Commissione Affari Esteri della Camera dei Deputati

la “questione decisiva” dello stato nazionale italiano. Dagli anni ’80 le cose hanno cominciato a cambiare: il Mezzogiorno non è più solo parte dell’Italia, ma anche dell’Europa, e di quel progetto alla cui nascita e realizzazione tanti meridionalisti hanno creduto e contribuito. Nel ’92, la fine dell’intervento straordinario ha segnato la fine dei flussi di risorse che si aggiungevano al normale bilancio statale. Da quel momento in poi, l’unica vera risorsa aggiuntiva è rappresentata dai fondi europei. Si è stabilito pertanto un rapporto diretto, e l’ Europa è entrata nel Mezzogiorno come mai era successo prima. Nel contempo e in misura crescente, il Sud è entrato a far parte di quel mondo globalizzato, i cui cambiamenti sono percettibili ovunque, anche in quelli che costituiscono i due versanti geopolitici del Mezzogiorno, e cioè il Mediterraneo e la sponda balcanica. È questo il contesto nel quale bisogna ritrovare gli strumenti politico-intellettuali per indagare la situazione del Mezzogiorno, e rilanciare una cultura meridionalistica adeguata. Da un punto di vista storico, probabilmente occorre chiedersi, come già fa qualcuno, perché non vi sia stata la capacità di ottenere che l’Europa, particolarmente quando il nostro Paese ne rappresentava demograficamente il 25%, e pesava per il 40% in quanto ad esigenze di sviluppo delle sue aree di ritardo, imboccasse percorsi tecnico-politici capaci di accrescere strutturalmente il Mezzogiorno. Oggi è tutto più difficile. Il peso demografico del Mezzogiorno è sceso dal 9,2 dell’Europa a sei Paesi, al 4,6 di quella a venticinque. Anche il nostro peso, in quanto ad esigenze di sviluppo delle aree più deboli, è di gran lunga diminuito. Ho ritrovato uno scritto del ’75 di Pasquale Saraceno, protagonista degli anni migliori del meridionalismo, nel quale si esprimeva preoccupazione riguardo al grado di omogeneità dell’Europa. “La comunità”, scrive Saraceno, “non è una associazione culturale, che in genere meglio raggiunge i suoi fini quanto più numerosi sono i suoi soci”. Sia chiaro che noi siamo europeisti convinti, persuasi che i destini dell’Italia e del Mezzogiorno siano tutelati meglio nella dimensione sovranazionale. Tuttavia, in un’Europa che sposta il proprio baricentro ver-

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Umberto Ranieri / Vicepresidente della Commissione Affari Esteri della Camera dei Deputati

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favorevole all’innovazione, e attrattivo per gli investimenti. Se in quanto meridionali non saremo in grado di fare questo, saremo causa del nostro stesso male. Dovremmo pensare

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a qualcosa di profondamente innovativo, per riuscire ad individuare e creare gli strumenti, le competenze, le capacitĂ  per utilizzare appieno le risorse di cui il Mezzogiorno dispone.

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Enrica Amaturo

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LE DONNE ELEMENTO DI NOVITA’

a discuss i o n e odierna ha evidenziato molti punti di grande importanza, tuttavia mi pare che un elemento in particolare sia stato trascurato, e su di esso vorrei richiamare l’attenzione. È stata ricordata da più parti l’assenza del tema del Mezzogiorno dall’agenda politica e dal dibattito politico nazionale. A me piace ricordare, a questo proposito, una citazione di Donolo, che con molta icasticità ha detto che la discussione sul Mezzogiorno si è ridotta ad essere un argomento “da scompartimento ferroviario”, nel senso che non c’è più un attore sociale interessato al tema, e capace di tradurre le istanze meridionaliste in un cambiamento dell’azione politica. La mia idea è che tra i soggetti potenzialmente interessati al discorso sul Mezzogiorno, debbano essere considerate le donne. È un aspetto spesso trascurato, tuttavia io non intendo fare nessuna analisi di genere, in questa sede. Vorrei invece segnalare come le donne abbiano costituito un attore privilegiato tra quegli elementi di cambiamento e di novità nel Mezzogiorno negli ultimi anni, e soprattutto nel periodo tra il ’96 e il 2002. Dai i dati del CNEL relativi al mercato del lavoro, emerge che l’elemento più notevole è costituito dall’ingresso massiccio delle donne. L’incremento delle forze-lavoro del periodo ’96-2001 è stato più o meno del 5%. Se disaggreghiamo questo dato in termini di genere, vediamo che esso ha interessato per l’11% le donne, e solo per il 2% gli uomini. Se poi guardiamo ai dati dell’occupazione, sia tra i soggetti in cerca di lavoro che tra gli occupati, questo elemen-

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to è eclatante e colpisce molto. Ovviamente va chiarito, sebbene sia persino superfluo farlo in questa sede, che i dati sono positivi finché il ragionamento avviene in termini relativi e non assoluti, altrimenti i dati che riguardano l’occupazione femminile restano drammatici. È però a mio avviso molto importante considerarlo, perché segna un cambiamento culturale di grande rilievo per il Mezzogiorno, e ne costituisce un possibile fattore di sviluppo, da non trascurare. Vale allora la pena di chiedersi perché questo ingresso massiccio di donne, per lo più giovani e con titoli di studio elevati, non si traduca poi in occupazione femminile. È incredibile che proprio nel Mezzogiorno, dove si registra un tale balzo in avanti, la forbice col resto del paese e con l’Europa, piuttosto che diminuire, si allarghi. La quota di donne occupate nel Mezzogiorno, pur essendo cresciuta, è inferiore di 27 punti percentuali rispetto a quella del nord-est, ed è inferiore di 15 punti rispetto alla media italiana. Questo a mio avviso non è più imputabile, come lo era in passato, alla carenza di istruzione. Oggi al sud la percentuale di donne iscritte all’università e laureate è in linea con le medie nazionali, ed è in costante aumento. Tutti gli studi recenti sull’istruzione e sul sistema formativo, in Italia come nel resto d’Europa, dimostrano che le donne conseguono risultati scolastici in tempi minori e con esiti migliori rispetto agli uomini. C’è da chiedersi pertanto come mai tutto ciò non si traduca in occupazione. Il motivo principale va ricercato ed individuato all’interno della tematica delle politiche sociali, che non a caso rappresentano un

Enrica Amaturo / Preside della Facoltà di Sociologia Università Federico II di Napoli

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Enrica Amaturo / Preside della Facoltà di Sociologia Università Federico II di Napoli

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altro settore drammaticamente colpito dalle politiche del governo attuale. I dati ci confermano che l’abbandono del mercato del lavoro da parte delle donne avviene il larga parte al momento delle scelte riproduttive e familiari, dunque tra i 25 e i 30 anni. Ciò significa che il sistema del welfare è in larga parte “scaricato” sulle spalle delle donne, e questo è un fattore di ritardo nello sviluppo, che si avverte soprattutto nel sud. Le donne costituiscono una risorsa, non solo nel campo del lavoro, ma anche nel campo della rappresentanza politica. Poco fa Biagio de Giovanni ha fatto riferimento alle carenze della classe dirigente attuale, ma a tale proposito va aggiunto che recenti studi effettuati in Campania e a Napoli, hanno evidenziato come le donne rappresentino un vero elemento di novità. Anche in questo caso parliamo di dati relativi all’incremento, perché i dati assoluti sono drammatici, e al sud, anche per quanto riguarda gli enti locali, sono peggiori rispetto al nord. Tuttavia, il quadro generale evidenzia che lad-

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dove è data alle donne la possibilità di mettersi in gioco, esse dimostrano una capacità maggiore di azione coordinata, di fare rete al loro interno e di metter in comune le risorse, in modo da produrre benefici per la collettività. Considerato tutto questo, mi sembrava importante in questo contesto sottolineare questi aspetti, proprio per dire che forse uno degli elementi delle politiche per il Mezzogiorno deve essere rappresentato dal sostegno all’occupazione femminile e alle pari opportunità, oltre che naturalmente alle politiche sociali in generale. Il riconoscimento dei diritti di cittadinanza attraverso lo sviluppo e la promozione del capitale umano e la valorizzazione delle persone è forse uno dei campi nei quali la sinistra dovrebbe distinguersi dalla destra. Sono questi gli elementi capaci di qualificare un’azione di governo che abbia come obiettivo il potenziamento del capitale umano, che è la base delle possibilità di sviluppo e di progresso e rinascita del nostro Mezzogiorno.

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Giorgio Napolitano

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IL MEZZOGIORNO NELLA NUOVA CORNICE EUROPEA

a prima impress i o n e circa le cose che sono state dette, riguarda la difficoltà di suscitare un nuovo meridionalismo, inteso come visione storica, pensiero politico ed elaborazione strategica. Biagio de Giovanni ha fatto riferimento alla mancata percezione delle contraddizioni del Mezzogiorno da parte della classe dirigente politica del Paese, ed ha aggiunto che è venuta meno la cornice dello Stato nazionale, all’interno della quale la questione ha sempre trovato la propria collocazione. Quest’ultima osservazione mi ha ricordato uno scritto molto impegnativo, e per molti aspetti drammatico, del grande meridionalista Salvatore Cafiero, il quale quarant’anni fa sostenne che, ad un secolo dalla sua unificazione politica, lo Stato italiano aveva fallito nella missione storica dell’unificazione reale del paese. Ai giorni nostri, nel persistente quadro di mancata unificazione reale con il resto dell’Italia, le contraddizioni del Mezzogiorno sono state proiettate nel contesto sovranazionale europeo, ed in quello del mondo globalizzato. Tutto questo pone ulteriori quesiti e implica sfide complesse. Mi chiedo se, una volta venuta meno la cornice nazionale nella quale tradizionalmente si collocava, la Questione meridionale possa essere recepita da una “non retorica” coscienza europea, intesa come consapevolezza della necessità di un’azione politica volta a cogliere le opportunità rese disponibili dal contesto europeo, e non come un passivo affidamento del Mezzogiorno alle istituzioni europee, come già era avvenuto con lo Stato nazionale. Una coscienza

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europea “non retorica”, quindi, che sappia cogliere tutte le opportunità offerte dall’integrazione, comprese quelle rappresentate dalla dimensione euromediterranea, e le sappia mettere a frutto senza darle per scontate. Come Gianni Pittella ha spiegato molto chiaramente, per cogliere alcune di queste opportunità, saranno necessarie scelte politiche precise, rispetto alle quali occorrerà condurre delle battaglie politiche a livello nazionale e a livello europeo. Sul fronte delle strategie di sviluppo per il Mezzogiorno, Mariano D’Antonio, sulla scorta di dati precisi, ha messo in guardia da giudizi apocalittici, che diano per fatale una emarginazione del Sud. Anch’io ritengo che ci si debba guardare dall’esprimere giudizi di quel genere, ma credo che ci si debba guardare anche dal ricadere nelle formule semplificatorie che ricorrono ogni tanto nella sinistra, e che non producono e non produrranno mai alcun passo in avanti.Occorre invece entrare nel merito di quale possa essere una strategia di sviluppo per il Mezzogiorno, oggi. Opportunamente, Mariano D’Antonio ha indicato alcune direttrici di politica economica, e Giorgio Macciotta ha sottolineato alcune implicazioni di politica istituzionale. Per quanto mi riguarda, invece, devo dire che sono rimasto molto colpito dal documento intitolato “Progetto Mezzogiorno”, che è stato sottoscritto da tutte le organizzazioni degli imprenditori e dei lavoratori. È un documento importante, che indica tutti i punti di riferimento di una strategia di sviluppo. Naturalmente qualche aspetto

Giorgio Napolitano / Presidente del Centro di Iniziativa Mezzogiorno Europa

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Giorgio Napolitano / Presidente del Centro di Iniziativa Mezzogiorno Europa

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può prestarsi ad essere discusso. Io ad esempio mi domando se esistano effettivamente in sede europea margini per una nuova fiscalità di vantaggio per le imprese meridionali. Tuttavia, in linea generale, si tratta di un documento molto appropriato. A proposito delle risorse del Mezzogiorno, esso fa riferimento ad “una accresciuta vitalità imprenditoriale, frenata tuttavia dal peso eccessivo dei costi e dei tempi amministrativi e dalle carenze della strumentazione di sostegno”; e quindi anche al “posizionamento strategico al centro del bacino del Mediterraneo, non valorizzato dalla insufficiente dotazione infrastrutturale e logistica”. Dunque molte di queste risorse sono solo potenziali, e per essere effettivamente trasformate in fattori di sviluppo, richiedono delle politiche specifiche, nonché la rimozione di ostacoli non lievi. Enrica Amaturo ha sollevato il problema di quali possano essere gli attori sociali che si facciano promotori di una strategia di sviluppo del Mezzogiorno. Nell’ipotesi in cui questo documento molto accurato, dovesse realmente costituire un cartello per un’azione, non potrebbero essere proprio le forze sociali che lo hanno promosso, ad imprimere un impulso decisivo nei confronti delle forze politiche? Non vorrei che si leggesse questa mia domanda come una manifestazione

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di sfiducia nelle forze politiche, anche se devo ammettere che in questo momento la mia fiducia non è elevatissima. Lo stimolo da parte delle forze sociali che si sono aggregate, e si sono mostrate capaci di trovare un punto d’incontro, potrebbe risultare molto importante affinché le forze politiche riescano a mettersi in moto, ed è naturalmente augurabile che ciò si traduca in azioni e iniziative convergenti ed efficaci. L’altro elemento che alimenta una relativa fiducia nella possibilità di una ripresa dell’impegno delle forze politiche, o di una parte di esse, è rappresentato dal confronto elettorale del 2005/06. Si tratta però di vedere se nel confronto delle elezioni regionali, e successivamente delle elezioni politiche, si riuscirà a riportare al centro del dibattito le questioni del Mezzogiorno. Questa è una responsabilità precisa del centrosinistra, la cui azione politica negli anni di governo, sebbene dimostrasse un’attenzione che nel successivo governo di centrodestra è mancata, ha presentato comunque dei limiti. Io credo che se ci si adopera, almeno da parte di uno degli schieramenti politici, a porre con forza queste questioni al centro della sfida, si condizionerà l’altro schieramento, e soprattutto, mi auguro, si condizionerà anche il voto degli elettori italiani.

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Antonio Polito

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PERCHE’ L’EUROPA NON HA AVUTO UN EFFETTO TRAINANTE?

e g l i ultimi decenni il processo di integrazione europea ha prodotto grandi trasformazioni nei diversi “sud” dell’Europa, intesi come aree che presentavano ritardi nello sviluppo. Il grande elemento di novità risiede nel fatto che l’Europa, a dispetto di quanti immaginavano un ripiegamento in senso “continentale”, che avrebbe privilegiato in qualche modo le regioni centrali, ha invece puntato molto sullo sviluppo delle aree svantaggiate. Ciò pone però una questione, e cioè come mai il pure indiscutibile progresso che l’Europa ha determinato

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nel Mezzogiorno, non abbai assunto in questa zona l’effetto trainante e deciso che ha assunto nelle altre aree depresse. Sarebbe altresì interessante discutere del ruolo dell’Europa per il Mezzogiorno, nel nuovo quadro dell’allargamento, che ci priva di alcune importanti risorse proprio mentre siamo guidati da un governo che si fonda su un sistema di alleanze politico sociali facenti riferimento al nord, e che ha in qualche modo “picconato” quell’idea di Mezzogiorno come opportunità per l’intero paese che da qualche anno si era faticosamente affermata.

Antonio Polito / Direttore del “Riformista”

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Luigi Iavarone

Luigi Iavarone / Vice Presidente della Camera di Commercio di Napoli

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Luigi Iavarone

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OCCORRE UNA SERIA POLITICA INDUSTRIALE

o credo che il riferimento al Mezzogiorno, contenuto nel titolo di questo incontro, sarebbe più corretto se fosse usato al plurale: i Mezzogiorni. Chi si trova ad andare in giro per le diverse zone del nostro Mezzogiorno, si rende conto che non ci si trova più in una realtà socioeconomica omogenea, così come era nella visione del meridionalismo “classico”. Coloro che tra gli imprenditori hanno imprese dislocate in aree diverse della Campania e del Mezzogiorno, sanno bene che i problemi sono differenti a seconda della zona. La realtà è molto cambiata, e sono cambiate anche le priorità. Per fare un esempio, oggi non esiste più il problema del riequilibrio tra aree costiere ed aree interne, che pure ha tenuto banco per anni nelle discussioni di storici e sociologi. La realtà economica e produttiva che oggi rappresenta la vera frontiera e il terreno della sfida per lo sviluppo del Mezzogiorno, è rappresentata dalle grandi aree metropolitane, prima tra tutte quella di Napoli. La distinzione tra i diversi Mezzogiorni è fondamentale a mio avviso, per un approccio corretto allo sviluppo del sud. Oltre a ciò, è necessario il passaggio da una politica del lavoro ad una politica dell’economia. Ricordo che ero presente alla Fiera del Levante, quando si individuò l’asse Campania-Puglia come la principale direttrice di sviluppo del sud. Nei fatti l’importanza di quell’asse è venuta fuori, ma in maniera non concertata e senza una convinzione di fondo, scatenando una guerra tra poveri tra le due Regioni. Non ragionare in termini di sistema, di comparto,di settore, di coin-

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volgimento al di là dei confini amministrativi, che non esistono più, o esistono solo sotto il profilo delle analisi demografiche, è un errore fondamentale. Allora che fare in Campania? Noi abbiamo un comparto aerospaziale che è il terzo per importanza in Italia, dopo Torino e Roma: dobbiamo rafforzarlo. Abbiamo una portualità, e un settore nautico nel senso più ampio possibile, che include cantieristica, logistica e quant’altro, e che ci vede collocati in un trend estremamente positivo. Abbiamo un settore ferroviario estremamente qualificato, che può competere in maniera efficace. Tutte queste preesistenze vanno sfruttate, ma anzitutto va corretta una contraddizione di base, e cioè il fatto che questi i settori strategici sono ancora oggi sostanzialmente in mano allo Stato. Al sud necessitiamo di una politica di sviluppo in questi settori, che però non c’è. L’attuale governo non riesce ad individuare, non riesce ad indirizzare, non riesce ad orientare in questo senso una politica per il sud. Le cosiddette privatizzazioni hanno avuto luogo per lo più in alcuni settori non strategici, che non sono potenziali produttori di sviluppo, mentre nei settori strategici il pallino è ancora in mano allo Stato. Lo Stato allora deve mettere in campo una politica industriale che sia in grado di sviluppare questi settori, al di là dei confini amministrativi, laddove essi sono presenti, e secondo un criterio unitario che può far crescere bene alcune aree come Campania e Puglia, dove si trovano preesistenze come quelle che abbiamo elencato Infine, occorre una

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di PIL, il Belgio, la Danimarca, la Germania, la Grecia, la Spagna, l’Austria, il Portogallo e la Francia. Di fronte ad una situazione reale nella quale non c’è cassa, l’attuale governo millanta la mancanza di cassa con una serie di bugie. Queste pertanto le direttrici che occorre seguire per uno sviluppo del Mezzogiorno: investimenti nei settori strategici e una adeguata politica di incentivazioni, cui dovrebbe aggiungersi a mio avviso, un atteggiamento di indipendenza da parte della classe imprenditoriale, dalla politica e dal ceto intellettuale.

Giovanni Lettieri

Giovanni Lettieri

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GLI “ALTRI SUD” IN EUROPA

ell’affrontare una riflessione sul Mezzogiorno e sulle sue prospettive, la prima cosa che viene da chiedersi è come mai gli “altri” sud d’Europa, e cioè le altre aree di sottosviluppo, una su tutte l’Irlanda, siano riuscite ad emergere, mentre ciò non è successo per il nostro sud. La risposta è semplice: in quei paesi sono state fatte delle politiche atte ad attrarre investimenti. Ad esempio, in Irlanda una delle misure prese per il perseguimento degli obiettivi di sviluppo, è stata la creazione della WDA, una sorta di sportello unico che accoglie ed indirizza l’imprenditore. Qualcosa di simile esiste anche nel Galles, mentre da noi non esiste neanche uno sportello unico comunale, che sia a disposizione di chi vuole intraprendere. Finché non vi sarà coscienza che questo nostro Mezzogiorno è la vera risorsa del Paese, e finché non saranno perseguite politiche rivolte a rendere il sud attrattivo per gli investimenti, non sarà solo il sud a perderci, ma tutto il Paese. In questo momento l’Italia è il paese europeo che cresce di meno; l’allargamento ad est sta portando in Europa comunità

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nazionali che hanno il peso economico della regione Campania, le quali però possono applicare politiche di incentivazione senza incorrere nelle sanzioni dell’UE, perché si tratta di misure applicate su scala nazionale. Noi invece non possiamo applicare quegli stessi criteri perché la Comunità non ce lo consente. Un altro problema è rappresentato dal fatto che l’Italia è demograficamente ferma. Se vogliamo che il PIL incrementi, dobbiamo aumentare la produttività; ma se non abbiamo manodopera da impegnare, perché demograficamente il Paese non cresce, è difficile che il PIL possa crescere in misura maggiore di quanto sia previsto per i prossimi anni. Quando l’economia ancora tirava, gli imprenditori settentrionali lamentavano di non poter aumentare la produzione perché non trovavano manodopera da impiegare negli stabilimenti. Noi invece abbiamo questa risorsa, perché nel Mezzogiorno la manodopera esiste; abbiamo uno zoccolo del 20-22% di disoccupazione che può essere impiegato, a patto che ci siano le politiche giuste. Se

Giovanni Lettieri / Presidente dell’Unione Industriali di Napoli

adeguata politica di incentivazione. Qualche giorno fa un articolo sul Corriere della Sera conteneva una serie di dati dai quali emergeva che l’attuale governo, col pretesto che gli altri paesi non hanno livelli di incentivazione alle imprese pari al nostro, sta mettendo su un sistema di incentivazioni che non servirà a nulla. Solo per citare qualche esempio, la quota di contributo a fondo perduto, che in Italia è stata fissata al 2%, scende addirittura allo 0,56% in alcuni settori come agricoltura e pesca, mentre la Finlandia dà l’1,28%. Ben più dell’Italia fanno, in termini

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consideriamo il fatto che per aumentare il PIL occorre aumentare la produttività; che per aumentare la produttività occorre gente che lavori; e che in Italia

Guido Trombetti

Guido Trombetti / Rettore dell’Università di Napoli Federico II

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Guido Trombetti

l capitale umano è una grande risorsa, in particolare il capitale umano giovanile. Occorre tuttavia intendersi bene sul modo in cui questa risorsa possa essere utilizzata. Metterla sul mercato a basso costo è una scelta che comporta un elevato costo sociale. L’idea, invece, che tutti indicano come strada maestra, sembra essere quella di creare sul territorio una ricchezza di insediamento umano, tale da essere un attrattore per nuovi investimenti. Se si dà per buona questa idea, allora occorre gettare la maschera e dire che la posizione non esaltante che l’Italia fa registrare nei rapporti economici è direttamente correlata alla scarsità dei finanziamenti nel settore della formazione. Poi si può discutere tutto, dalla necessità di introdurre nuovi meccanismi di valutazione all’opportunità di evitare i finanziamenti a pioggia; ma occorre partire dall’assunto che la media dei finanziamenti in ricerca scientifica e in alta formazione in questo paese è troppo bassa. Naturalmente questo non è l’unico problema, ma rispetto al capitale umano giovanile, noi non abbiamo altra scelta. Dobbiamo competere attraverso la qualità e l’alta formazione. A questo proposito, va riconosciuto che la Regione Campania utilizza bene i finanziamenti europei, ed effettua scelte di qualità. Gli interventi realizzati in accordo con il polo aerospaziale e in collaborazione con la nostra Facoltà di ingegneria, dimostrano

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la gente che lavora si trova al sud, la conclusione logica è che investire nello sviluppo del sud equivale ad investire per lo sviluppo del paese.

che dove si immettono risorse in maniera oculata e con una politica di qualità, i risultati non tardano ad arrivare. Vado oltre e dico che un territorio attrae perché ha qualità di capitale umano: giovani preparati, alta formazione, tecnologicamente avveduti; ma anche perché c’è qualità dell’ambiente, e soprattutto sicurezza. Perché mai si dovrebbe investire mettendo a rischio se stessi, i propri cari e i propri interessi? Ma anche sul tema della sicurezza occorre fare dei distinguo. Certamente la repressione è importante, anche per i suoi aspetti dimostrativi, tuttavia l’intera questione va considerata sotto un profilo strategico. E sotto questo profilo, ancora una volta, la formazione può rivestire un ruolo fondamentale, a partire dai livelli formativi più bassi. Il tema della formazione è strategico, perché è determinante per la qualità della coscienza civile, e non può essere assente dalla lista delle priorità, anzi, deve diventare La Priorità. Non è possibile che i rettori ogni anno si debbano dimettere per ottenere i finanziamenti per i loro atenei. Un grande economista americano ha rilevato come gli USA abbiano nel loro sistema universitario la garanzia per fronteggiare e vincere anche la crisi più nera. L’università è non solo il luogo della scienza e dello sviluppo della tecnologia. È anche la fucina della crescita civile e democratica del Paese.

RICERCA E ALTA FORMAZIONE

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er affrontare un discorso sulla logistica e le infrastrutture, occorre avere presente l’esigenza di sviluppo e di coerenza delle politiche di coesione a livello europeo. Sono processi che possiamo definire di definitiva costruzione di un quadro normativo di liberalizzazione del settore a livello europeo. L’Italia si è posta in questo quadro con la legge 84/94, mentre ad esempio nel nord Europa vi è tuttora commistione tra pubblico e privato nelle operazioni commerciali portuali. Allo stato attuale, a mio avviso, occorre che il Parlamento europeo riprenda in mano al più presto la proposta di Ana De Palacio, relativa alla direttiva comunitaria sull’accesso ai servizi portuali. C’è bisogno, infatti, di realizzare l’unificazione delle normative per riportare la competitività interregionale all’interno dell’Europa. Abbiamo bisogno, in altre parole, che gli altri liberalizzino le strutture portuali quanto le abbiamo liberalizzate noi. Io concordo con quanto ha affermato Luigi Iavarone, soprattutto su un punto: la liberalizzazione dei servizi è avvenuta solo in alcuni comparti, anche se ormai da alcuni anni è venuta meno una politica nazionale di sostegno, non solo a livello di finanziamenti, ma anche a livello di strategia, intesa come costruzione di alleanze tra i vari soggetti che consentono alla liberalizzazione di produrre gli effetti positivi che potenzialmente essa porta con sé. In questo contesto, però, un caso a parte è rappresentato dalla vicenda Fincantieri, che è più delicata. In una situazione nella quale le navi si vanno a costruire in Corea e in Cina, dove costano il 40-50% in meno, e dove la manodopera non incide per il 50%, allora l’UE deve porsi il problema del sostegno alla cantieristica, a livello comunitario e a livello di G8.

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Un altro punto sul quale credo valga la pena concentrare l’attenzione, è quello che riguarda la MED. Si è detto, da parte dei rappresentanti di Confindustria, che per quanto essa rappresenti un mercato composto da 100 milioni di persone, si tratta però di persone dal basso reddito, e pertanto conviene di nuovo concentrarsi sulla competitività intraregionale. Io invece sarei molto attento su questo punto, perché l’intera faccenda non può essere ridotta alla capacità di reddito complessiva. Ciò che si sta movendo è molto importante, anche perché lo sviluppo del Mediterraneo sarà condizionato dalle infrastrutture e dalle alleanze, ma anche dagli scenari di pace o di guerra. È un problema che io non attivo, ma che non può essere ignorato. Certo, non possiamo rinchiuderci dentro l’Europa, ci mancherebbe altro. Occorre allora sia puntare a sviluppare elementi di competitività, sia guardare al nostro scenario interno, il tutto con un occhio attento al 2010, data in cui diverrà effettiva l’area di libero scambio. Proprio rispetto a questo importante obiettivo, vorrei fornire alcuni dati, una piccola iniezione di realismo sulla reale situazione del Mezzogiorno. Noi abbiamo tanto. I porti di Taranto, Gioia Tauro, Salerno, Napoli e Cagliari rappresentano la maggiore quantità di attrazione e di capacità di movimentazione di container, nel nostro paese. E sono cinque porti del Mezzogiorno. Abbiamo in Campania il sistema interportuale più forte del paese, con due interporti, Nola e Marcianise, più uno in costruzione a Battipaglia, ed uno dei più grandi snodi ferroviari d’Italia. Tutto ciò, in qualche misura, ha prodotto risultati. Il porto di Napoli è il sesto in Italia per container, e Salerno e Napoli sono i soli porti italiani

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COMPETITIVITA’ E CAPACITA’ D’ATTRAZIONE

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ad essere inclusi tra i primi dieci in Europa per produttività e capacità di attrazione. Il porto di Napoli è primo nel settore delle crociere, terzo per tonnellaggio di merci varie, costituisce un importante polo per le riparazioni e costruzioni navali, ed è il primo porto d’Italia, insieme a Salerno, per quanto riguarda le cosiddette “autostrade del mare”, detenendo il 54% dei traffici, con un incremento del 188% dal 2001 al 2004. Allo stato attuale, possiamo ben affermare di avere una serie di potenzialità già espresse. Le movimentazioni dei porti di Napoli e Salerno sono cresciute spaventosamente, e costituiscono ormai dietro Gioia Tauro e Genova, il terzo polo italiano. Abbiamo questa straordinaria ricchezza, ma per farla rendere al meglio, occorre imparare a fare logistica, a fare sistema, a fare alleanze strategiche. Tutto questo non si fa solo con le infrastrutture, ma si persegue anche attraverso il finanziamento di nuovi investimenti, e attraverso la realizzazione di quelle autonomie che servono al territorio per autofinanziare gli investimenti stessi. Se si concertano tutti questi elementi, credo che la situazione sia tale da non doverci piangere sopra. Il problema nasce sulle infrastrutture e la logistica, nella prospettiva del 2010. I cinque porti del Mezzogiorno, la loro

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evoluzione, e il sistema del credito italiano nel suo complesso, possono costituire la piattaforma dell’Europa mediterranea solo se si riprendono gli investimenti nei porti e se cresce una cultura urbanistica che coniughi territorio e logistica. L’ambiente e il paesaggio vanno tutelati, ma occorre fare delle scelte che non paralizzino lo sviluppo. I porti servono e in qualche caso bisogna poter scavare fondali; i tempi di realizzazione sono troppo lunghi e mancano i finanziamenti. La legge obiettivo prevede lo stanziamento di 120 milioni di euro per la dotazione infrastrutturale dei porti di Napoli e Salerno, ma in realtà questi soldi non ci sono. Quel circuito virtuoso che era stato messo in moto tra il ’96 e il 2000, e che appare sospeso, va riavviato al più presto, altrimenti non saremo in grado di far fronte a quella domanda di circa 10 milioni di utenti, e faremo un passo indietro, perché un porto che non è in grado di seguire l’evoluzione dei traffici, finisce per non riuscire a mantenere i traffici che ha, e compie passi indietro. Se non cresce la capacità di fare alleanze e la volontà di fare investimenti, che da quattro anni è ferma, noi non potremo essere la piattaforma logistica dell’Europa nel Mediterraneo, e avremo un ulteriore danno in termini di crescita del Mezzogiorno.

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SERVE ANCORA L’INTERVENTO PUBBLICO NELL’ECONOMIA

a molte parti, ed in questa stessa sede, si è indicato nella flessibilità il principale strumento per il recupero della competitività. In tema di flessibilità, io ritengo che il sindacato abbia fatto la sua parte senza tirarsi indietro, a livello nazionale come nel Mezzogiorno. Ma di per se stessa, la flessibilità non ha rappresentato e non rappresenta un fattore di incremento dell’occupazione, come dimostra il fallimento delle aspettative maturate rispetto ad operazioni, come quella di Terra di Lavoro e di Marcianise, che speravamo diventasse la nostra Etna Valley, e la sostanziale improduttività della legge 30. Oggi il Mezzogiorno non può essere più considerato come una questione a parte, separata dai contesti nazionale ed europeo. Tuttavia non credo che si possa parlare di una pluralità di “questioni meridionali”. La Questione Meridionale è e rimane una sola, sebbene oggi presenti nuove problematiche e nuovi strumenti per affrontarle. Una Questione unica, dunque, per un Mezzogiorno che oggi non rappresenta più un peso per il Governo, visto che ormai da quattro anni viene sistematicamente “tagliato”. I forestali calabresi non li ha certo pagati il nord, ma noi stessi, con i proventi dei tagli a cassa integrazione e LSU, praticati col maxiemendamento! Il divario tra il Mezzogiorno ed il resto del Paese è andato aumentando negli ultimi anni, e nella situazione attuale ci sentiamo di concordare con Montezemolo, quando afferma che l’Italia, e non solo il Mezzogiorno, si trova a vivere la situazione più grave dal dopoguerra. Il

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fatto che nel Mezzogiorno la gravità della situazione si avverta di più, è dovuto all’assenza, in tutti questi anni, di una strategia economica che puntasse allo sviluppo. Sotto questo aspetto, come Mezzogiorno possiamo fare la differenza, e costituire la vera risorsa per il paese e per l’Europa. Se guardiamo al resto d’Europa vediamo che la Francia e la Germania hanno puntato sulle loro regioni meno sviluppate, promovendo politiche di sviluppo. Su questo punto, consentitemi una piccola provocazione “di sinistra”. Io penso che, nonostante le privatizzazioni, nel nostro paese serva ancora, anzi, urge perché è mancato, un intervento pubblico nell’ economia, soprattutto in alcuni settori strategici. Vi è necessità di varare politiche non solo di sviluppo, ma anche di accompagnamento, e di investimenti. La Germania e la Francia hanno fatto questo, e non certo allo scopo di perseguire una politica protezionista. Mentre la Francia “protegge” ad oltranza il distretto aerospaziale di Toulose, in Italia, invece, è stata abbandonata la politica che con fatica si stava facendo in questo settore, ottenendo anche buoni risultati. Nel settore dei trasporti, l’Italia vantava una vera e propria vocazione, tra l’altro specifica del Mezzogiorno, ma in definitiva l’accordo Ansaldo Breda ci ha penalizzati. Quello che è rimasto è importante, ma non è quello che avevamo prima. Per tornare ai livelli precedenti all’avvento di questo governo, io credo sia necessario da parte dello Stato, ristabilire una politica nei settori industriali e strategici, perché questo fa la differenza per stare in Europa. Il Mezzogiorno deve

Anna Rea / Segretaria dell’UIL Campania

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rappresentare in termini positivi quella differenza. Le due direttrici politiche sulle quali si è proceduto in questi anni, sono quella dello sviluppo delle aree e quella delle risorse umane. Io condivido questa impostazione, e penso che su questo duplice fronte il sud rappresenti un valore aggiunto. La realizzazione di aree attrezzate include le politiche per la sicurezza, per la formazione, per le infrastrutture materiali ed immateriali, da realizzarsi con il concorso di tutti i soggetti, e quindi anche con quello degli imprenditori, che negli ultimi anni forse non sempre si sono spinti a rischiare più di tanto. E probabilmente anche noi, come sindacato abbiamo evidenziato dei limiti. Il sud a differenza del nord, ha gli spazi adatti alla realizzazione di progetti industriali, ma si tratta di aree non attrezzate, che non attirano, e che devono essere

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rese attrattive. Poi c’è la questione delle risorse umane. Il Mezzogiorno fa registrare una disoccupazione giovanile del 50%, che è un dato drammatico, e che al suo interno è composto in larga parte da disoccupazione femminile. Questo dato indica che le politiche di sviluppo della competitività devono essere accompagnate da politiche per la famiglia, in modo che queste risorse composte da donne e giovani possano immettersi nel mercato. A questo proposito l’accordo siglato il 2 novembre da tutte le parti sociali, e cioè il “Progetto per il Mezzogiorno”, costituisce un elemento molto importante, perché stimola ad uno sforzo sul “cosa fare”, senza chiedere l’intervento dello stato centrale. Certo, c’è bisogno di politiche nazionali ed europee di accompagnamento, ma il coinvolgimento di tutti i soggetti rappresenta il vero grande valore di questo accordo.

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a Finanziaria varata dal governo presenta un tratto marcatamente antimeridionalista, non contiene né risorse, né idee per il rilancio del Mezzogiorno. Quello che c’è è solo il parziale trascinarsi delle politiche avviate dal centrosinistra, politiche che oggi meritano comunque un bilancio critico da parte nostra, in vista della definizione di un nuovo programma di governo. Assistiamo dunque all’estinguersi di qualsiasi politica per il Mezzogiorno e ad un drammatico vuoto di rappresentanza da parte del centrodestra nei confronti di quest’area del Paese. È mancata completamente, ad esempio, una valutazione della manovra fiscale sotto il profilo degli interessi del Mezzogiorno. La manovra in atto si presenta come una mera operazione di redistribuzione del carico fiscale, affiancata da una riduzione della spesa pubblica in alcuni settori; si tratta di un’operazione che ha un “saldo” antimeridionalista impressionante, se è vero che i redditi che la manovra favorisce si collocano per un buon 85% al nord. Ulteriore motivo di allarme è il “tema europeo”: la totalità di quello che oggi viene speso per il Mezzogiorno, è finanziato dai fondi dell’UE negoziati dai governi di centrosinistra della passata legislatura. A tutt’oggi essi rappresentano l’unico volano di sviluppo, ma è in corso un negoziato che include la possibilità di introdurre il reddito nazionale tra i parametri in base ai quali stabilire l’allocazione dei fondi strutturali: se passasse un criterio del genere, le conseguenze per il nostro Paese sarebbero nefaste, eppure in questa fase negoziale il governo italiano appare assente, irrilevante. Vista dall’estero, la favola che racconta Berlusconi di un Paese più in-

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fluente sullo scenario internazionale da quando lui è al governo appare ancora di più un’amara bugia. La condizione attuale dell’Italia è quella di un paese alla ricerca di alleati per far saltare il patto di stabilità, allo scopo di poter tornare a finanziare il deficit e le politiche di tipo clientelare. E proprio in questo consiste la redistribuzione del carico fiscale che il governo si appresta a fare attraverso la riforma fiscale. Altra cosa sarebbe invece una politica di sviluppo fondata sulla riduzione della spesa, con una diminuzione della pressione fiscale. Deficit e pressione fiscale dovrebbero procedere di pari passo, mentre Berlusconi pretende che si intervenga sul patto di stabilità. Personalmente credo sia necessaria una certa flessibilità del patto di stabilità. Non esiste una sinistra monetarista prigioniera dell’ortodossia di Maastricht. Tuttavia occorre distinguere: un conto è perseguire l’allentamento dei vincoli europei per “rinazionalizzare” le politiche economiche; altra cosa è concepire grandi investimenti strategici, fuori dai vincoli del patto, ma decisi nella dimensione europea. Questa seconda visione si ispira ad una logica che intende mobilitare grandi risorse intorno ad obiettivi condivisi, con una concertazione di intenti capace di produrre effetti. Al contrario, restituire ai governi nazionali margini per politiche assistenzialistiche e clientelari non sortirebbe effetti sulla congiuntura economica e non avrebbe alcun significativo impatto sulla crescita. L’Italia, proprio perché caratterizzata da forti squilibri al suo interno, è penalizzata dai criteri europei che prevedono che le politiche di vantaggio fiscale si debbano applicare su scala nazionale. Se volessimo eliminare l’IRPEG nel Mez-

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NON VEDREI MALE UNA LOBBY MERIDIONALE

Massimo D’Alema / Presidente dei DS

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zogiorno, ci troveremmo a doverlo fare anche in Veneto, e sarebbe evidentemente un’assurdità. Su questo punto, il centrosinistra aveva avviato un negoziato a livello europeo, tant’è vero che nel documento conclusivo del Consiglio Europeo di Lisbona, è richiamata la necessità di adeguare la normativa allo scopo di consentire politiche fiscali su base regionale o macro-regionale. Successivamente, il governo italiano ha abbandonato questo tema. Alcuni temono che siffatte politiche possano scatenare una concorrenza fiscale all’interno dell’Unione, ma io credo che se si perseguono criteri oggettivi, un’armonizzazione delle politiche fiscali, soprattutto per quanto attiene al trattamento fiscale delle imprese e dei redditi da capitale, costituisca una necessità in un’area di moneta unica. E ritengo altresì che, nel rispetto di criteri armonici, debba essere prevista l’eccezione nelle aree che abbiano necessità di sviluppare una particolare capacità di attrazione degli investimenti. Su questo tema il governo italiano è semplicemente assente. Naturalmente lo stesso centrosinistra deve tornare a riflettere sul ruolo del Mezzogiorno nell’ambito di una visione complessiva del Paese. Io vedo con favore la nascita di una “lobby meridionale” all’interno del centrosinistra, e credo che dobbiamo far sentire con forza la nostra voce, sulla scorta di un’esperienza che ha avuto un grosso spessore culturale e politico, e che ha avuto tra i suoi principali fautori l’attuale Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi. Io ritengo che abbiamo avuto il merito di introdurre alcune novità importanti. L’idea della “programmazione dal basso” e della valorizzazione delle potenzialità locali, sebbene abbia presentato anche qualche aspetto non proprio positivo, ha avuto l’innegabile vantaggio di stimolare le capacità progettuali e di creare sinergie tra le forze presenti sul territorio (università, imprenditori ecc. ecc.). Altrettanto significativa è stata l’introduzione degli automatismi, quale il credito d’imposta, e il criterio di attuazione della legge 488. Poi c’è stata l’operazione Agenda 2000, che dal ’98 al 2003 ha mobilitato qualcosa come 120 miliardi di euro, di cui circa 50 come quota aggiuntiva per il Mezzogiorno, molto più di quanto abbia fatto la

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Cassa per il Mezzogiorno in trent’anni di intervento straordinario. Impressiona tuttavia il fatto che a fronte di questa mole di risorse, il Mezzogiorno abbia fatto registrare una crescita piuttosto esigua. Mentre la quota di PIL del Mezzogiorno si è accresciuta rispetto al PIL nazionale in maniera considerevole, il PIL pro capite degli abitanti del sud è cresciuto molto poco, passando dal 66% al 69% dal ’96 al 2001. Una delle cause risiede nel fatto che, nonostante i tassi di natalità relativamente alti, la popolazione del Mezzogiorno non cresce. I giovani meridionali, comunemente considerati “una risorsa del sud”, in realtà sono una risorsa che sempre più spesso si trasferisce al nord. In Italia il rapporto tra crescita degli investimenti e crescita del PIL si aggira intorno a cifre per le quali i cinesi, che di competitività se ne intendono, non ritengono vantaggioso investire; al sud la situazione è ben peggiore. Abbiamo un impatto delle politiche pubbliche che mette in evidenza un divario spaventoso tra investimenti e crescita, ma anche tra investimenti ed occupazione. La crescita dell’occupazione infatti deriva in gran parte dalla ripartizione e dalla precarizzazione del lavoro già esistente: ed è per questo che si registra una crescita dell’occupazione senza crescita economica. Occorre dunque una riflessione seria su quale siano stati i difetti della pur coraggiosa politica avviata nel Mezzogiorno. A mio avviso, uno dei difetti è stato senz’altro quello della frammentazione delle risorse. L’attuale sistema dell’allocazione delle risorse favorisce la frantumazione regionalistica, perché è la Regione il centro dello “snodo”. E le Regioni, purtroppo, hanno dovuto frazionare le risorse in POR, PIT, ecc., e poi hanno distribuito fondi alle province, mentre quegli stessi fondi si potevano usare, ad esempio, per trasferire innovazione alle piccole imprese. Io non propongo certo la creazione di una grande agenzia nazionale, ma non vi è dubbio che senza un coordinamento della spesa tra le grandi regioni, i risultati resteranno sempre di modesta entità. Ed è un problema che il governo dovrebbe porsi: non si può da un lato chiedere il coordinamento della politica economica

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ottimizzare il rapporto tra formazione e ricerca, che al momento non sono affatto rispondenti, tant’è che la ricerca svolta nelle università non necessariamente si traduce in un fattore di sviluppo economico. Occorre lavorare alla creazione di un “anello di congiunzione” che permetta alla ricerca di creare uno sviluppo qualitativamente nuovo. Un’altra importante opportunità per il Mezzogiorno è costituita dal fatto che il nostro Paese si colloca nuovamente al centro dei grandi traffici commerciali mondiali. I cinesi affermano che le loro navi impiegano sei giorni in meno a raggiungere i nostri porti di quanto non facciano per raggiungere Rotterdam. Ma noi siamo in grado di soddisfare la loro domanda di infrastrutture? La questione ha una certa rilevanza, considerando il fatto che essi intendono decuplicare il loro traffico di merci nei prossimi anni. Di fronte ad opportunità enormi, com’è appunto questa, non mi sembra vi sia una politica del governo rivolta a coglierle o quantomeno ad individuarle. Individuare e perseguire queste opportunità è doveroso da parte del governo, ma è una responsabilità che riguarda anche il centrosinistra che, a partire già dalla prossima stagione di elezioni regionali, dovrà impegnarsi a presentare non singole candidature, ma una squadra di candidati, che si collochi all’interno della “cornice” di un progetto strategico per il Mezzogiorno. Il Mezzogiorno è costituito di tante realtà, ma oggi più che mai, per determinarne il rilancio, è necessario il recupero di una visione collettiva di esso.

Massimo D’Alema / Presidente dei DS

dell’Europa, e dall’altro essere incapaci di praticare un coordinamento della spesa tra le grandi Regioni. Se non è in grado di farlo il governo, perlomeno lo facciano le Regioni. I grandi assi infrastrutturali, per loro stessa natura, travalicano la dimensione regionale, e così anche i grandi progetti di sviluppo che uniscono aree contigue. Occorre una visione dello sviluppo meridionale, nell’ambito di una più generale visione del rilancio dell’economia italiana, che ponga al primo posto il problema della competitività del Paese, altrimenti la crisi attuale rischia di avere ricadute spaventose. Lo sviluppo meridionale che si era fondato sui bassi salari e sulla competitività del lavoro, ha ormai dei competitori imbattibili sul mercato internazionale. Non illudiamoci che ci possa essere un processo di delocalizzazione delle industrie del nord verso il sud, perché il nord si sta già delocalizzando all’estero. Nella migliore delle ipotesi, da noi resterà il design, e la “testa” di una filiera produttiva che si colloca altrove. Occorre pertanto che il Mezzogiorno punti allo sviluppo di imprese legate all’alta tecnologia e all’innovazione, unici settori nei quali è possibile recuperare competitività internazionale. È impossibile pensare di pagare il lavoro scarsamente qualificato, meno di quanto lo si paghi oggigiorno, mentre può essere conveniente prendere un ingegnere di Catania piuttosto che uno di Chicago. Se proiettiamo il tema del costo del lavoro nei settori altamente qualificati, ecco che viene fuori la competitività del Mezzogiorno. Per questo bisogna concentrare risorse su uno sviluppo di alta qualità, ma occorre anche lavorare per

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Progetto Mezzogiorno

Progetto Mezzogiorno I protagonisti dell’economia e del lavoro per lo sviluppo del Mezzogiorno Roma, 2 novembre 2004

1. GLI OBIETTIVI DEL PROGETTO

Questo

documento vuole modificare, in termini innovativi, la logica sin qui seguita nell’impostare i programmi di intervento nel Mezzogiorno; intendiamo infatti partire dai punti di forza di cui il Sud è dotato per: • elaborare proposte condivise dalle organizzazioni imprenditoriali e sindacali, anche al fine di contribuire alla definizione di impegni pubblici (dello Stato, delle Regioni e degli Enti locali) compatibili con i vincoli di finanza pubblica; • individuare gli strumenti e le modalità di intervento più adatti; • suggerire gli intervento di contesto indispensabili; • proporre i sei interventi chiave da realizzare nell’immediato; • approfondire gli esempi di progettualità, le buone prassi, le priorità di intervento e il ruolo che ciascuna delle parti coinvolte può svolgere; • promuovere il consolidamento del capitale sociale, ovvero delle relazioni tra i protagonisti dell’economia, come condizione per lo sviluppo economico; • individuare interventi per garantire condizioni di sicurezza del territorio e dell’esercizio delle attività economiche; • promuovere tutte le iniziative economiche e contrattuali che eliminino ogni fenomeno di concorrenza sleale e rafforzino il collegamento tra sostegni alle imprese e rispetto degli obblighi contributivi e contrattuali; • attuare politiche di sviluppo che contrastino il lavoro nero irregolare, che nel Sud rappresenta un fenomeno molto diffuso, attraverso un rinnovato impegno nella elaborazione e nella definizione di idonee strategie.

Le risorse disponibili

Il presupposto da cui si intende partire è che le regioni meridionali, nonostante l’indubbio percorso di crescita conosciuto negli ultimi anni, sono ancora caratterizzate da un utilizzo insufficiente delle risorse più importanti: • quelle naturali, ambientali e storico-culturali, che rappresentano potenziali fattori di attrazione di flussi turistici, di creazione d’impresa e di nuovi posti di lavoro, e, non da ultimo, di miglioramento della qualità della vita per la popolazione; • le produzioni tipiche del territorio meridionale, prime fra tutte quelle dell’agricoltura, dell’industria agroalimentare e dell’artigianato, ancora poco presenti sui mercati nazionali ed internazionali: l’agricoltura meridionale rappresenta oltre il 40% della produzione agricola nazionale, ma il Mezzogiorno copre appena il 15% dell’export dell’industria alimentare; • le risorse umane, caratterizzate da una rilevante presenza di profili professionali ad alto livello di scolarizzazione, ma anche da un tasso di occupazione tra i più bassi d’Europa (46,2% nel 2003), ben lontano dagli obiettivi di Lisbona (70% nel 2010), interessate da una consistente emigrazione verso il Centro Nord (circa 70 mila unità all’anno, con una forte presenza di giovani scolarizzati) che sottrae capitale umano al territorio meridionale; • una maggiore vitalità imprenditoriale (nel 2003 il saldo tra le nuove imprese e quelle cessate è pari al 2,3% delle imprese esistenti al Sud, rispetto all’ 1,8% nel

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Centro Nord), frenata tuttavia dal peso eccessivo dei costi e dei tempi amministrativi e dalle carenze della strumentazione di sostegno; • il posizionamento strategico al centro del bacino del Mediterraneo, non valorizzato dalla insufficiente dotazione infrastrutturale e logistica; • la crescita di una rete di relazioni cooperative tra attori pubblici, privati, associazionismo diffuso (231 Patti territoriali siglati, 11 contratti d’Area, oltre 130 PIT) che raramente si è tradotta in una reale partecipazione ai meccanismi decisionali; • le opportunità offerte dalle nuove tecnologie e dalla società dell’informazione, potenzialmente in grado di annullare l’handicap della perifericità geografica, ma relativamente meno diffuse nel Mezzogiorno: se l’Italia investe appena l’1,11% del Pil nella ricerca, la percentuale scende allo 0,75% nel Mezzogiorno; accedono ad internet appena un quarto delle famiglie meridionali, un terzo di quelle del Centro Nord; • la disponibilità nel territorio meridionale di aree da destinare a nuovi insediamenti produttivi, vantaggio localizzativo che viene limitato dai problemi burocratici, autorizzativi e gestionali, in particolare delle ASI.

2. GLI AMBITI DI INTERVENTO

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su queste risorse che il Mezzogiorno può e deve contare al fine di raggiungere quegli obiettivi di crescita della ricchezza, dell’occupazione, di sviluppo sostenibile che i protagonisti dell’economia (le Associazioni imprenditoriali e le Organizzazioni sindacali) ritengono non solo possibili ma al tempo stesso necessari per la crescita economica dell’intero Paese. Tre sono le priorità strategiche che appaiono maggiormente in grado di utilizzare al meglio queste risorse per il raggiungimento degli obiettivi di crescita: il consolidamento di un tessuto imprenditoriale aperto alla innovazione e alla competizione; l’attrazione di nuovi investimenti nazionali ed esteri; la valorizzazione delle specificità produttive, culturali, ambientali del Mezzogiorno.

Una impresa competitiva

La principale priorità di intervento va individuata nel consolidamento di una industria manifatturiera e di un sistema dei servizi aperti ai valori della competizione e dell’innovazione a partire dalle proprie specificità produttive. Una industria di qualità, radicata nel territorio, è condizione fondamentale per lo sviluppo duraturo del Mezzogiorno. A fianco di una forte specificità territoriale in alcuni settori, prima di tutto nell’agroalimentare, l’industria meridionale risulta, infatti, penalizzata dalla forte incidenza di produzioni a basso livello tecnologico, sempre meno richieste dal mercato nazionale e internazionale. A ciò si aggiunge la prevalenza della dimensione d’impresa medio-piccola, accompagnata da una bassa remunerazione dei diversi fattori produttivi impiegati. L’altra faccia della forte natalità imprenditoriale, punto di forza indiscusso dell’industria meridionale, è infatti la difficoltà a crescere: non ci si può solo compiacere del fatto che tante imprese nascano nel Mezzogiorno, occorre che esse riescano a sopravvivere e a crescere. Sempre più diffusi sono stati infatti i fenomeni di crisi industriale, soprattutto nei comparti tradizionali. Per di più, le piccole imprese del Mezzogiorno non hanno ancora attivato – se non in un limitato numero di casi – quei sistemi di rete o di distretto che consentono alle imprese di dimensioni similari del Centro Nord di ottenere significativi vantaggi di produttività ed “economie di agglomerazione”. Un pacchetto di interventi per la competitività L’obiettivo prioritario deve essere pertanto quello di puntare al consolidamento e al rafforzamento, quantitativo e qualitativo dell’impresa meridionale, con l’obiettivo dell’incremento di competitività delle industrie tradizionali, della nascita di nuove imprese nei settori a più alta tecnologia e del superamento dei fenomeni di crisi. Le imprese del terziario, analogamente, vanno accompagnate verso gli obiettivi dell’innovazione e della

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competitività, che si perseguono con maggiore difficoltà a causa di pesanti vincoli esterni alle imprese. Per fare questo, è necessario un pacchetto di interventi per favorire la crescita dimensionale media delle imprese meridionali, per la creazione di reti e distretti d’impresa (agroalimentare, hi tech, terziario, ecc), per la diffusione di consorzi per la ricerca e l’export, per favorire l’innovazione di prodotto, di processo e organizzativa, per il rafforzamento della sinergia tra imprese, Università e centri di eccellenza sul territorio, per la valorizzazione di brevetti, marchi, licenze e, in generale, dei contenuti protetti dalle norme sulla proprietà intellettuale in relazione alle singole specificità produttive meridionali. […] Questi interventi devono essere contenuti in un provvedimento sulla competitività che accompagni la Legge finanziaria, per attivare nel breve periodo alcuni degli strumenti necessari, fra i quali: • un premio fiscale per la crescita dimensionale delle imprese tramite processi di concentrazione, e la loro aggregazione; • un credito d’imposta per i progetti di ricerca affidati dalle imprese alle Università ed ai Centri di ricerca e per l’innovazione diffusa. • la deduzione fiscale delle spese sostenute dalle imprese per l’attività di promozione all’estero.

L’attrazione degli investimenti

Secondo gli ultimi dati disponibili (Fonte: banca Mondiale) i flussi di Investimenti Diretti Esteri (IDE) in entrata in Italia in % del PIL hanno a malapena superato l’1%, confrontandosi con il 17,16% dell’Irlanda, il 3,06% della Spagna, il 2,76% della Francia. Questi dati sottolineano la necessità di dare corpo ad una robusta politica di attrazione di investimenti nazionali ed esteri nel Mezzogiorno, che abbiano funzione di volano rispetto al consolidamento del tessuto imprenditoriale meridionale e che offrano nuove opportunità occupazionali. Tale politica va realizzata attraverso un quadro organico di interventi di sistema: le agevolazioni alle imprese, da sole, non sono infatti sufficienti ad assicurarne l’efficacia, se non si affiancano ad esse disponibilità di aree di insediamento, una fiscalità di vantaggio, procedure autorizzative rapide e semplificate, azioni di promozione e di scouting dei potenziali investitori, azioni di miglioramento del contesto insediativo. A tal fine, è necessario avviare da subito il Piano di attrazione degli investimenti articolato in 4 tappe: • definizione dell’offerta territoriale attraverso la mappatura dei fattori localizzativi per l’attrazione e la individuazione dei diversi sistemi territoriali e della loro posizione competitiva; • marketing territoriale basato sull’analisi del mercato, sulla comunicazione e sulla promozione delle opportunità; • individuazione dei potenziali investitori; • formalizzazione dell’investimento attraverso il Contratto di localizzazione. Rispetto all’obiettivo del consolidamento del tessuto imprenditoriale meridionale, Sviluppo Italia potrebbe rafforzare le azioni indirizzate alla valorizzazione e al sostegno delle reti imprenditoriali locali. Su obiettivi, strumenti e risultati di Sviluppo Italia le parti ritengono utile promuovere uno specifico confronto.

La valorizzazione delle risorse meridionali

Il deludente risultato dell’ultima stagione turistica si è concentrato sulle componenti più tradizionali, ma ancora maggioritarie, del turismo (il mare soprattutto), ma ha meno interessato le città d’arte e i turismi “nuovi”, legati alla fruizione dei beni culturali e ambientali, turismi che però rappresentano ancora una quota minoritaria del settore. Si tratta quindi di assecondare un riorientamento del settore in direzione delle preferenze già espresse dalla domanda, specie straniera. L’obiettivo di fondo dovrà essere quello della desta-

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gionalizzazione dell’offerta e di un rafforzamento delle reti turistiche meridionali, migliorando gli accordi con tour operator internazionali e promuovendo l’immagine delle diverse regioni del Mezzogiorno. Progettazione integrata e promozione turistica A tale scopo occorre puntare su progetti integrati, come i Sistemi Turistici Locali, finalizzati al recupero e alla valorizzazione dei beni culturali, storici, ambientali, attraverso l’innalzamento degli standard qualitativi dell’offerta turistica complessiva, il potenziamento dell’infrastrutturazione a supporto, la creazione di itinerari di interesse turistico, tali da rendere più sinergiche le iniziative di comunicazione e le politiche di promozione, il rafforzamento di servizi per il tempo libero organizzati secondo schemi a rete, attrazione di grandi investimenti dall’estero. Particolare importanza dovrà avere il coordinamento della politica turistica, superando la parcellizazione della promozione. È necessario perciò assicurare una sede di coordinamento della politica del turismo, da individuare a livello nazionale con tutti i soggetti istituzionali e socio economici interessati. Particolare rilievo dovrà assumere la realizzazione di un progetto di promozione e di sostegno alla commercializzazione, specificamente dedicato al Mezzogiorno. Per il rilancio del settore turistico è fondamentale l’utilizzo della leva fiscale, con priorità per la riduzione dell’IVA sulle imprese turistico-alberghiere ai livelli medi europei, e per le misure atte a favorire il processo di crescita dimensionale delle imprese anche nel settore turistico. È opportuno inoltre prevedere misure premianti per le imprese che ottengono la certificazione di qualità secondo gli standard internazionali e promuovere una più ampia tutela, normativa e contrattuale in tutte le fasi del processo produttivo, del lavoro regolare per gli addetti del settore. Ma occorrono anche interventi che perseguano maggiore efficienza ad ogni livello della scala dimensionale d’impresa. I centri urbani meridionali Nell’ambito della creazione di una rete di interesse turistico potranno assumere grande importanza progetti di riqualificazione urbana, sia dei centri storici sia dei quartieri maggiormente degradati, promossi dalle Associazioni di rappresentanza, contenenti interventi di recupero urbano, di ottimizzazione della mobilità passeggeri e merci, di integrazione tra produzioni locali, commercio e turismo, di creazione di opportunità di investimento e di occupazione nel settore dei servizi, della cultura, del turismo, degli interventi a finalità sociale. […] A tal fine, è opportuna la predisposizione di una legislazione mirata per la ristrutturazione urbana, una sorta di corsia preferenziale capace di garantire la certezza delle risorse e l’accelerazione procedurale necessaria, attraverso procedure e tempi vincolanti nei rapporti tra Comune, Provincia e Regione, nonché la partecipazione finanziaria dei privati.

3. I FATTORI DELLO SVILUPPO

Una

politica di attrazione di investimenti nazionali ed esteri, così come una azione di consolidamento della base produttiva meridionale e di valorizzazione delle specificità e del patrimonio storico, culturale e ambientale del Mezzogiorno, devono poter contare su una serie di condizioni che ne facilitano, ne consentono e ne rendono possibile la realizzazione Tali condizioni possono essere individuate in : • una fiscalità di vantaggio per il Mezzogiorno; • la riforma degli incentivi; • il completamento e l’adeguamento della dotazione infrastrutturale; • un positivo rapporto tra banche ed imprese; • una stretta cooperazione tra università, ricerca e innovazione d’impresa;

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• il consolidamento di normali condizioni di esercizio dell’attività d’impresa, dal punto di vista della sicurezza, del funzionamento della giustizia civile, della semplificazione amministrativa; • la disponibilità di risorse finanziarie adeguate. […]

4. LE RISORSE FINANZIARIE

La

Legge Finanziaria per il 2005 Per la concreta attuazione degli interventi definiti, è necessario assicurare la continuità, la disponibilità e soprattutto la certezza di un flusso di risorse pubbliche adeguato al raggiungimento degli obiettivi (di sviluppo, di crescita occupazionale, di incremento della spesa per investimenti, definiti anche nel recente DPEF e negli impegni assunti con la Commissione Europea). Da questo punto di vista, la Finanziaria appena varata, presenta rilevanti elementi di criticità, a causa della introduzione di un tetto alla spesa per investimenti nelle aree sottoutilizzate (6.550 Milioni di € per il 2005, di cui 1.750 per gli incentivi), che rischia di limitare fortemente il percorso di crescita delineato, e dello spostamento in avanti nel tempo dell’utilizzo delle risorse e, conseguentemente, del raggiungimento degli obiettivi programmatici. Lo stesso rifinanziamento del Fondo, che pure è in linea con quello degli anni precedenti (8 Miliardi di €), è infatti collocato quasi interamente alla fine del triennio (7.800 Milioni di € nel 2007). I Fondi strutturali europei Accanto alle risorse nazionali, priorità assoluta assumono le risorse dei fondi strutturali europei, sotto il duplice profilo dell’utilizzo efficace delle attuali risorse del QCS Obiettivo 1 (che ha a disposizione 50 Miliardi di € tra Fondi strutturali e cofinanziamento nazionale per il periodo 2000-2006) e della preparazione del periodo di programmazione 2007-2013. Anche se si sono registrati apprezzabili miglioramenti nella capacità di spesa dei fondi strutturali comunitari (a marzo 2004 la percentuale di spesa è pari al 25,1%), la cosiddetta “verifica di metà percorso” del QCS ob.1 ha riproposto alcuni tradizionali ritardi nella qualità degli interventi e nella loro adeguatezza rispetto agli obiettivi di crescita, in buona parte dovuti all’allentamento dei legami della programmazione con il territorio e il partenariato che il territorio esprime. La programmazione dei fondi strutturali deve dunque tornare ad essere, nel prossimo biennio, terreno di confronto politico, economico ed istituzionale, con il fine ultimo di migliorare la qualità degli interventi e l’impatto sui principali indicatori di divario: condizione essenziale ne dovrà essere il coinvolgimento delle parti economiche e sociali. Nel 2005 prende inoltre il via il negoziato sulle proposte di regolamento per i nuovi fondi strutturali post 2006 e sulle prossime “prospettive” finanziarie dell’UE. Per quanto riguarda il Mezzogiorno in particolare, la programmazione dei fondi per il periodo 2007-2013 dovrà tenere conto, fra le altre, delle seguenti priorità: • rafforzamento della priorità per le regioni Obiettivo 1 in ritardo di sviluppo, dei vecchi come dei nuovi Stati membri, mantenendo fermo il parametro del PIL pro capite perché è quello in grado di tutelare meglio le regioni meridionali anche dopo l’allargamento; • priorità, nell’ambito delle regioni in ritardo, per gli interventi rivolti all’innalzamento della competitività europea ed al conseguimento degli Obiettivi di Lisbona e Goteborg: grandi reti europee di comunicazione, sostegno a ricerca ed innovazione tecnologica, società dell’informazione; • sostegno transitorio rafforzato per quelle regioni che dovessero uscire dall’Obiettivo 1; • tutela delle regioni e zone interessate da handicap strutturali connessi con l’insularità, la montagna e la scarsa densità della popolazione; • maggiore peso dell’indicatore di prosperità regionale rispetto a quello di prosperità nazionale nella ripartizione pro capite delle risorse per l’ob. 1. Per quanto riguarda le nuove prospettive finanziarie e il futuro bilancio dell’Unione, è opportuno che l’Italia confermi il proprio orientamento favorevole ad un tetto per le risorse

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proprie pari all’1,24% del PNL, in quanto tale soglia appare quella meglio in grado di tutelare le esigenze di rigore di bilancio con quelle dell’intervento nelle regioni più svantaggiate, dei nuovi come dei vecchi Stati membri.

5. LE PRIORITA’ DI AZIONE NEL BREVE PERIODO

Alcune

azioni possono essere avviate già nell’immediato, al fine di costruire da Sud il clima di fiducia capace di far ripartire l’economia e la società italiana. I sei interventi chiave per il rilancio del Mezzogiorno, da attivare nel breve periodo, a partire dal collegato alla Finanziaria, sono: 1) introduzione di una fiscalità di vantaggio per il Mezzogiorno; le parti firmatarie invitano il Governo ad aprire nel più breve tempo possibile il confronto con la Commissione Europea; 2) semplificazione amministrativa per l’attività d’impresa: tutti gli atti amministrativi necessari per l’esercizio di attività economiche possono essere sostituiti con una Dichiarazione di Inizio Attività (DIA) e con autocertificazione dei requisiti necessari. Sono fatte salve le norme a tutela di rilevanti interessi nazionali, quelle relative all’urbanistica e all’ambiente e quelle concernenti strumenti di programmazione di settore; 3) pacchetto di interventi sul turismo contenente: riduzione dell’IVA ai livelli medi europei sulle imprese turistiche; coordinamento della politica del turismo, che potrebbe essere assicurato dall’Istituzione di una sede di coordinamento di livello nazionale per l’indirizzo delle politiche di settore, facendo naturalmente salve le prerogative delle Regioni in materia; realizzazione di un progetto di promozione turistica mirata del Mezzogiorno; 4) accelerazione procedurale per gli interventi di ristrutturazione urbana: formulazione di una legislazione mirata per le città, con l’obiettivo di semplificare le procedure e fissare tempi certi nei rapporti tra le Istituzioni coinvolte. Creazione di un fondo pilota per la ristrutturazione urbana, con una quota di interventi destinata al Sud; 5) pacchetto di interventi per favorire la ricerca l’innovazione e la collaborazione tra imprese e centri di eccellenza universitari:: • credito d’imposta pari al 10% delle spese totali di ricerca ed innovazione digitale per un periodo di 10 anni; • eliminazione del costo del personale delle imprese addetto alla ricerca dalla base imponibile IRAP; • fiscalizzazione degli oneri sociali per gli addetti alla ricerca per le imprese in start-up; • stimolo alla collaborazione tra imprese, Università e Centri di ricerca attraverso l’introduzione di un credito d’imposta per le commesse di ricerca affidate dalle imprese alle università; 6) promozione delle produzioni e dei servizi del Mezzogiorno attraverso una deduzione fiscale delle spese sostenute dalle imprese meridionali per attività di promozione all’estero, sul modello delle spese di pubblicità.

6. RILANCIARE LA CONCERTAZIONE

Condizione

essenziale per il rilancio del Mezzogiorno deve essere la ripresa e il consolidamento del principio della concertazione, vale a dire che ciascun soggetto interessato, all’interno di regole chiare e condivise, deve fare la sua parte per contribuire all’attuazione delle azioni delineate. In particolare: • le imprese dei diversi settori produttivi si impegnano a cogliere tutte le opportunità di investimento che verranno determinate dall’azione congiunta; • le organizzazioni di rappresentanza (delle imprese e dei lavoratori) promuovono la crescita della cultura dello sviluppo concertato e si impegnano ad affrontare, attraverso la concertazione,

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le scelte strategiche di priorità, di localizzazione e di attuazione dei progetti di sviluppo e di valorizzazione del lavoro; • le amministrazioni pubbliche (centrali, regionali e locali) potranno favorire la piena attuazione del progetto, rendendo possibili o migliorando le condizioni di contesto delineate. Al fine della implementazione del proprio impegno per il Mezzogiorno, le organizzazioni firmatarie della presente intesa promuovono l’adozione del metodo concertativo anche a livello decentrato, attraverso accordi tra le parti sociali e con le Amministrazioni regionali e locali.

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EURONOTES

di Andrea Pierucci

Appuntamenti impegnativi La quiete dopo la tempesta Fra dicembre e gennaio si è un po’ abbassata la tensione politica creatasi al momento della nomina della nuova Commissione. Il fenomeno è corrente dopo ogni cambiamento seguito alle elezioni del Parlamento europeo ed al rinnovo della Commissione. In particolare, per alcuni mesi, le istituzioni si studiano e non si creano ancora le necessarie complicità o le normali contraddizioni. In particolare, non vi è ancora la tradizionale (divenuta tale soprattutto con la Commissione Prodi) complicità fra Parlamento europeo e Commissione in materia legislativa.. Bisogna pensare che la complicità legislativa all’epoca della Commissione Prodi ha superato il tetto del 90% di convergenza sostanziale fra le due istituzioni. Questo risultato si può ottenere, ovviamente, su proposte che la Commissione in carica ha presentato o che sostiene decisamente. Attualmente, com’è ovvio, non vi è quasi nessuna proposta legislativa della nuova Commissione sul tavolo. D’altra parte, lo stesso Parlamento europeo, pur avendo dato, in occasione della nomina della nuova Commissione, un’indubbia prova di efficienza, è pur sempre rinnovato del 75% rispetto al Parlamento 1999-2004. Toccherà seguire l’evoluzione di quest’istituzione, per verificare il grado di continuità rispetto al passato.

L’adesione della Turchia e dell’Ucraina? Anche la sostanziale e, secondo me, lungimirante decisione del Consiglio europeo di avviare, a partire dal prossimo 3 ottobre, i negoziati di adesione della Turchia ha catalizzato l’azione politica di questo periodo; la positiva reazione del Parlamento europeo di dicembre, che non era nient’affatto scontata, ha dato un segnale forte circa la volontà di ampliamento della costruzione europea, nel solco di una certa continuità. Non si tratta di un segnale di facciata o di un semplice “cedimento” alle pres-

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sioni per l’adesione della Turchia, ma dell’apertura di una nuova riflessione sulle “frontiere” dell’Unione. Questo è provato dal fatto che il Parlamento europeo, in gennaio, nonostante le rimostranze del Presidente del Consiglio (ed una posizione meno netta della Commissione, perché il Commissario Potocnik ha chiarito che il tema non è all’ordine del giorno, ma non ha avanzato nessuna preclusione), ha aperto ben più di uno spiraglio alla possibile integrazione dell’Ucraina. Non si tratta certo di decisioni a breve scadenza, che, come tali, rasenterebbero la follia, ma di aperture di credito importantissime per un futuro che, per quanto lontano, va preparato fin da ora. L’Unione non sopporta le frontiere e lo conferma; giova ricordare la “politica di vicinato” lanciata da Prodi in vista di un “mercato unico da Casablanca a Vladivostok”. La concretizzazione di queste prospettive rientra però manifestamente nell’ordine dei decenni. Ma, se ce ne fosse bisogno, una conferma dell’importanza della questione viene dal Comitato economico e sociale europeo che si è affrettato ad organizzare per il 19 gennaio un’iniziativa di discussione sulle relazioni con i paesi dell’ex Unione sovietica.

Un voto per la Costituzione Una prova ulteriore d’impegno politico e di continuità è data dall’approvazione da parte del Parlamento europeo con 500 voti a favore, pari al 74% dei Parlamentari, di una risoluzione di approvazione del progetto costituzionale. La risoluzione, presentata dal laburista Richard Corbett e dal popolare spagnolo Iñigo Mendes de Vigo (due parlamentari ormai tradizionalmente, ed efficacemente, implicati nel dibattito sulla Costituzione), ha anche integrato un emendamento del gruppo verde che annuncia un’iniziativa di riforma di alcuni aspetti della costituzione subito dopo la sua ratifica. Il risultato, che è difficile non definire eccellente, è la conseguenza di un voto con alcune particolari caratteristiche.

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Innanzitutto si è ripetuta la (quasi) unanimità del gruppo socialista avutasi al momento della “crisi” della Commissione Barroso (rientrata, come si ricorderà, dopo un piccolo rimpasto), poiché tutti hanno votato a favore, salvo una deputata svedese contraria e dodici astenuti, in particolare alcuni francesi irriducibili sostenitori di Fabius,. Il gruppo popolare non ha creato sorprese, poiché i conservatori britannici hanno votato contro ed i polacchi si sono astenuti. Contro si sono schierate anche le destre, eccetto l’UEN (almeno in maggioranza) ed i comunisti, con qualche eccezione. A favore si sono espressi maggioritariamente i verdi che, peraltro, si sono dimostrati parte importante del dibattito proprio con la presentazione del loro emendamento vincente. Più preoccupanti si sono rivelate le difficoltà nazionali (polacche, ceche e britanniche, in particolare), ma, anche qui, il panorama risulta molto frastagliato grazie al gioco delle astensioni.. La nuova presidenza lussemburghese, entrata in servizio per sei mesi a partire dal 1° gennaio ha annunciato, questa volta, tutto il suo entusiasmo sul voto.

Tsunami È notizia corrente l’impegno dell’UE e dei suoi Stati membri per riparare i danni della tragedia; come al solito, l’Unione mostra sempre una generosità (ed un’efficacia) che non hanno pari quando s’impone la solidarietà. Giusto per non dimenticare, val la pena di segnalare che il Parlamento europeo e la Commissione hanno sottolineato che gli sforzi di solidarietà non devono andare a discapito degli altri aiuti ai paesi

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poveri, con particolare riguardo all’Africa. C’è da sperare che, questa volta, sia vero.

Bush a Bruxelles il 22 febbraio La decisione è stata accolta con un favore quasi unanime dal Parlamento europeo, che, tuttavia, come la presidenza del Consiglio e la Commissione, non ha mancato di sottolineare le divergenze. Un patto transatlantico sembra, in questo momento, auspicato da tutti; certamente l’avvio a soluzione del contenzioso miliardario sulla concorrenza fra Airbus e Boeing ha contribuito a questo sostanziale miglioramento del clima transatlantico. Vedremo i risultati dell’incontro del 22 febbraio.

Esordio di Frattini La prima uscita pubblica del Commissario italiano è stata abbastanza rumorosa, con la presentazione di un “Libro verde su un approccio comunitario della gestione delle migrazioni economiche”. Una prima direttiva aveva trovato la secca ostilità (in una questione che resta ancora da decidere all’unanimità degli Stati membri) di Germania e Austria. Il Commissario ha così inteso, attraverso una consultazione della società civile, aperta dal Libro verde, smuovere le acque che stavano diventando stagnanti. In sostanza, il Libro verde apre la strada ad una scelta fra una normativa globale ed una normativa “a carciofo”, cioè con l’adozione via via di direttive settoriali per regolare i diversi aspetti dell’immigrazione economica.

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LA RIVISTA [46]

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Periodico del Centro di Iniziativa Mezzogiorno Europa N. 1 – Anno VI – Gennaio/Febbraio 2005 Registrazione al Tribunale di Napoli n. 5112 del 24/02/2000

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Le opere che illustrano questo numero sono di Lorenza Magliano.

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Numero 1/2005  

Rivista Mezzogiorno Europa

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