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Metropolitan

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DIVERSITÀ CULTURALE BLA

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Girls support girls Il filo della V E R I T À attraversa la C U L T U R A


Metropolita SOMMARIO N.2 MAGGIO 2021 Direttore responsabile ROSSELLA PAPA Editore ALESSIA SPENSIERATO

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CINEMA Le storie dimenticate di Hollywood: Anna May Wong di CHIARA COZZI

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MUSICA Dieci canzoni sulla diversità culturale: tra bellezza e riflessione di CHIARA COZZI

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MUSICA Viaggio nella musica balcanica, dall'Albania al Balkian di ILARIA CIPOLLETTA

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MUSICA Ermal Meta, un sognatore dallo spirito libero come un "Vento di montagna"

SERIE TV Dear White People, la serie cult che spiega il razzismo sistemico

di ILARIA CIPOLLETTA

di MARIANNA SORU


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BRAVE Diversità culturale: il valore delle subculture pop

LIBRI E poi saremo salvi, Alessandra Carati: un moderno archetipo del viaggio dell'eroe

di GIORGIA BONAMONETA

di STELLA GRILLO

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AMBIENTE Salma Okonkwo, la donna che darà energia verde all'Africa di EUGENIA GRECO

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MONDO Appropriazione culturale, comprenderla ed evitarla di MARIANNA SORU

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BRAVE Juana Azurduy, la donna che ispira il Sudamerica

ARTE Nessuno escluso: ecco come l'arte rinasce dall'inclusività

di SERENA REDA

di SERENA REDA


editoriale

Il filo della verità attraversa la cultura D I R O S S E L L A PA PA

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etropolitan Magazine presenta la sua seconda rivista digitale periodica. Ancora una volta, scegliamo la parola e l’immagine per raccontare una verità, per rappresentare la realtà e, in qualche modo, per provare a migliorarla. Il primo modo per cambiare le cose è chiamarle con il loro nome. Il giornalismo non è soltanto una voce, ma un coro. È per questo che la scrittura diventa una lente di ingrandimento per analizzare e riflettere le dinamiche che ci riguardano, inevitabilmente. Per il 21 maggio, Giornata mondiale della diversità culturale per il dialogo e lo sviluppo, Metropolitan dedica a questo tema la sua rivista. Ritroverete in questo numero articoli pubblicati sulla nostra testata giornalistica online: https://metropolitanmagazine.it e altri inediti e in esclusiva, approfondimenti di ricerca e riflessione sul tema della diversità culturale. Il filo che conduce alla verità tesse la cultura a cui apparteniamo. Se una sola voce non basta, noi vogliamo fare eco per riconoscere il diritto di essere se stessi. Metropolitan ha raccolto articoli e approfondimenti che non solo indagano la diversità culturale come fenomeno di resistenza, ma che dimostrano quanto il limite rappresenti per sé e per gli altri una minaccia all’esistenza. Dalla politica alla musica, dall’attualità all’arte, in questo numero rappresentiamo la diversità come condivisione, globalizzazione culturale e come una qualità: quella di riconoscersi per comprendersi, di accettarsi per migliorarsi. La paura è una cieca illusione di perdita. Ogni volta che ripetiamo: diverso dagli altri. Eppure, gli altri siamo noi. Mm

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CINEMA

L E S T O R I E D I M E N T I C AT E D I H O L LY W O O D

Anna May Wong DI CHIARA COZZI

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a vittoria agli Oscar di Chloé Zhao ha rappresentato una frattura nell’industria hollywoodiana, colpevole da sempre di discriminare etnie non caucasiche. Quella asiatica, specialmente, è un’etnia che passa “in sordina”, visto che il razzismo che le si riserva è infido, sottopelle e apparentemente invisibile.

origini cinesi e relegarle a degli echi lontani che richiamano il Sol Levante. Si sa, nei primi anni dell’industria Hollywood puntava i propri cavalli vincenti sull’esotismo, poiché faceva presa sugli spettatori. Ecco dunque che anche Wong Liu Tsong diventa una macchietta di discendenza esotica, proveniente da un paese lontano solo per stuzzicare le fantasie americanocentriche.

Tra le varie storie di discriminazione di Hollywood ai danni di asiatici, quella dell’attrice Anna May Wong è forse la più emblematica.

Ciononostante, l’attrice inizia la sua carriera nel cinema muto, che la fa diventare da subito famosa e conosciuta in tutto il mondo. I suoi ruoli, però, erano sempre relegati a personaggi stereotipati e secondari; a interpretare donne asiatiche protagoniste, invece, attrici caucasiche pesantemente truccate da orientali. Non si può dire diversamente del suo compenso, sempre inferiore rispetto a quello della controparte bianca.

ANNA MAY WONG, NATA WONG LIU TSONG

Nel raccontare questa storia, è importante soffermarsi da subito sul nome di Anna May Wong, nata Wong Liu Tsong. È importante, se non necessario e fondamentale, poiché in questo cambio, operato certamente dall’industria hollywoodiana, si può riscontrare un processo razzista che parte dal percepire come estraneo un nome in un’altra lingua che non sia quella inglese. Certo, tantissimi attori e attrici hanno avuto, e hanno tuttora, un nome d’arte, ma non si va ad alterare il suo significato e la sua discendenza. Norma Jean Baker, per esempio, aveva un nome americano e così il suo “alter ego” Marilyn Monroe. Per Anna May Wong, invece, si è deliberatamente scelto di rinnegare le

Questa situazione portò Anna May Wong ad abbandonare progressivamente il mondo del cinema, complice anche uno degli episodi più spiacevoli della sua carriera.

HOLLYWOOD, LA BUONA TERRA PER GLI ALTRI

Nel 1935, la casa di produzione cinematografica Metro-Goldwyn-Mayer rifiutò ad Anna May Wong la possibilità di ricoprire il ruolo da protagonista nel film La buona terra, tratto dal romanzo omonimo di Pearl S. Bruck. La storia è

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CINEMA

ambientata in Cina e vede una famiglia alle prese con l’emigrazione verso il sud del paese per sopravvivere alla siccità. Al posto della Wong, l’attrice tedesca Luise Rainer, che per il suo ruolo vinse il Premio Oscar come Miglior Attrice Protagonista. Ciò la portò ad allontanarsi da Hollywood, recandosi in Cina per studiare la propria cultura e storia e, durante gli anni della Seconda Guerra Mondiale, per sostenere la causa umanitaria cinese contro il Giappone. Tornò sotto i riflettori soltanto negli anni ’50, quando prese parte al primo programma televisivo statunitense

a conduzione asiatica. Volenterosa di tornare al cinema, un infarto sopraggiunto nel 1961 impedì il suo ritorno su un set. Per decenni, la sua carriera fu ricordata solo come “spalla” di attrici americane in film in cui gli asiatici erano rappresentati secondo stereotipi. Fu soltanto nel 2005, in occasione del centenario della sua nascita, che venne riscoperta come attrice a 360 gradi, restituendole la dignità di professionista ed essere umano; la sua storia e il suo destino sono stati recentemente riscritti nella serie di Ryan Murphy per Netflix Hollywood. Mm

Luise Rainer e Paul Muni in La buona terra ©Wikimedia.org 8 Metropolitanmagazine n. 2


MUSICA

Ermal Meta

Un sognatore dallo spirito libero come un vento di montagna D I I L A R I A C I P O L L E T TA

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MUSICA

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rmal Meta: occhi trasparenti, sguardo affascinante, sorriso luminoso e ammaliante. Una scura chioma riccia che incornicia un viso angelico. Parla 4 lingue più il dialetto barese, ed il suo nome in albanese significa vento di montagna.

1994, accompagnati da un traghetto; il quale ha trasportato le loro anime verso la salvezza dagli abusi di un padre assente da lui definito violento. E dalle ceneri di un paese che era purtroppo vessato dai soprusi di una delle dittature più feroci della storia. vediamo cosa accadde.

Attraverso la sua voce e la sua musica scava nel nostro presente, nel nostro passato. Nei suoi testi si può leggere un mondo a cui ha dato forma con le sue parole. Il suo stile ricorda molto il buon vecchio cantautorato di una volta. Ma vediamo nello specifico quale storia si cela dietro quello sguardo ridente e trasparente, che porta il peso di un passato difficile, ma dal quale ne è uscito più forte di prima.

L’ALBANIA AI TEMPI DEL COMUNISMO DI ENVER HOXHA

LIBERO COME UN VENTO DI MONTAGNA

Ermal Meta nasce a Fier, in Albania il 20 aprile 1981; figlio d’arte, la madre è una violinista professionista, è accompagnato dalla passione per la musica sin dalla tenera età. Sin da quando era un ragazzino Ermal è sempe stato uno spirito libero, un’anima ribelle. Cosa che lo ha portato poi ad interrompere successivamente gli studi delle discipline musicali in Albania troppo severi per un ragazzino vivace e “indisciplinato” come si definisce lui, e a continuare da autodidatta. Con sua madre, sua sorella e suo fratello minore giungono sulle coste baresi nel

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In Albania, nel periodo della seconda guerra mondiale si formò un nuovo governo con a capo il Partito Comunista, il cui leader era Enver Hoxha. Egli portava avanti la sua ideologia prettamente staliniana. Abolì la proprietà privata, nazionalizzò le industrie, effettuò la riforma agraria e si occupò dell’istruzione e della sanità. Tutto questo per fare in modo che l’Albania si avviasse ad essere una nazione socialista indipendente che fosse in grado di produrre a sufficienza le proprie risorse, in modo da ridurre al minimo le importazioni delle materie prime. Parallelamente diede inizio anche ad un meccanismo di repressione forzata che tolse ogni libertà di espressione e di pensiero alle persone. Enver Hoxha vietò il culto religioso, di qualsiasi forma o credo. In una recente intervista Ermal Meta, racconta infatti di come non fosse particolarmente legato alle feste religiose, questo perchè in Albania, ma in generale nei regimi


comunisti la religione era vietata, e le festività liturgiche come Natale, Capodanno e Pasqua li erano soppresse, e le ha conosciute in secondo momento in Italia.

del regime. I televisori dell’epoca erano costruiti con un pulsante solo. Tuttavia ben presto il popolo scoprì che girando l’antenna in un determinato modo, poteva prendere le emittenti televisive italiane. È per questo che molti albanesi parlano italiano.

LE CONDIZIONI DEL POPOLO DURANTE LA DITTATURA

Girare l’antenna verso l’Italia era un’operazione assolutamente vietata. Una cosa del genere, se scoperta dalla polizia o dal partito, poteva condurre un’intera famiglia in prigione o nei campi di lavoro. Tuttavia non sempre le emittenti italiane arrivavano in tutte le zone. Infatti Ermal racconta che nel luogo in cui ha vissuto da ragazzino, le tv non arrivavano, e per imparare l’italiano si procurava dei libri che leggeva, studiava e traduceva piano piano.

Il popolo viveva in condizioni spaventose, era povero, malnutrito, spaventato e non poteva esprimere i propri pensieri in nessun modo. Il cibo era razionato. Per quanto riguarda la politica tutti erano iscritti al partito, e ne dovevano elogiare le gesta. A scuola gli insegnanti propagavano false verità, dicendo ai bambini quanto fossero fortunati a vivere in un paese ricco e forte come l’Albania. Arte, musica, letteratura, spettacolo erano discipline controllate e pilotate dal regime. Tutte le forme di comunicazione erano manipolate, per propagare solo quello che il regime volesse far sapere.

L’OCCIDENTE, IL NEMICO NUMERO UNO

Hoxha infatti era ossessionato dall’occidente che considerava il nemico numero uno. Proprio per questa sua ossesione, durante quegli anni si poteva guardare solo ed esclusivamente la televisione di stato che trasmetteva programmi di propaganda a favore

Il popolo veniva “Rieducato”con la prigionia. Il numero di persone che furono imprigionate durante la dittatura di Hoxha è incommensurabile. Lo scopo ufficiale della detenzione era la “rieducazione e la riabilitazione” attraverso la sofferenza e il lavoro. I detenuti scontavano la pena eseguendo lavori forzati, in condizioni disumane. Moltissime furono le morti per maltrattamento, tortura, denutrizione e malattia.

IL SIGURIMI E LA PERDITA DI OGNI DIRITTO UMANO

Il Sigurimi, era l’organismo preposto alla difesa del potere e del comunismo. Si trattava di una sorta di Intelligence che

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MUSICA 12 Metropolitanmagazine n. 2


si occupava di attaccare gli avversari politici e di scovare i nemici del potere.Il Sigurimi era onnipresente. Questo terrificante meccanismo di controllo e di intercettazione si avvaleva di Microspie, microfoni e fotocamere nascoste piazzate dappertutto per controllare e intercettare chiunque. Chiunque era sospettato conseguenza veniva sottoposto a controllo e misure di sorveglianza da parte del Sigurimi per tutta la durata della sua permanenza in Albania. I turisti dovevano seguire delle regole rigidissime che prevedevano il taglio di capelli e basette e uno stile di abbigliamento conforme all’estetica socialista.

ALBANIA, PAESE DEI BUNKER

Il continuo fermento politico e militare dell’Europa tormentava Hoxha. La sua ossessione raggiunse livelli talmente assurdi che a partire dagli anni ’50, iniziò la bunkerizzazione del territorio. Fece costruire migliaia e migliaia di bunker antiatomici, se ne contano circa 35000. Essi facevano parte di una politica del terrore nata dalla  convinzione di vivere accerchiati con la possibilità di un costante imminente attacco straniero. Enver Hoxha morì nel 1985. Con la sua assenza il sistema che aveva creato iniziò ad apparire per quello che era, una follia che aveva portato il paese ad una situazione disperata. Tuttavia nel 92 stava iniziando l’ennesimo difficile periodo

politico, economico e sociale per l’Albania. Fu allora che una volta riaperti i confini, gli albanesi iniziarono a lasciare la loro madre terra per raggiungere le tanto desiderate coste italiane. L’episodio più significativo dell’ondata di immigrazione che si ebbe in Italia dal 1990 al 1992 è quello dell’ arrivo a Bari della Vlora. Esso rimane ancora oggi il più grande sbarco di migranti mai giunto in Italia con un’unica nave, con a bordo intorno alle 20000 persone. La nave attraccò al porto di Bari l’8 agosto 1991, con in estremo; tuttavia non tutti superarono il viaggio.

UNA FENICE RINATA DALLE CENERI DELLA PROPRIA TERRA

E cosi che il 16 giugno 2020 Ermal ci racconta del suo arrivo in Italia, con queste toccanti parole che esprimono tutta la dolcezza e la sensibilità di cui è dotato: «Oggi compio 26 anni. Ero già vivo quando nacqui, avevo 13 anni e il 16 giugno del 1994 persi la vita che avevo per viverne un’altra. Attraversai il mare e misi i piedi su una terra straniera. Italia la chiamavano, si chiama ancora così. Non ne sapevo nulla, ma lentamente ho iniziato a guardarla e poi a vederla. Poi mi sono lasciato guardare a mia volta. Non fu amore a prima vista, ma qualcosa da costruire con fatica, pazienza, lotta e infine pace. Adesso siamo totalmente in simbiosi anche se ogni tanto mi fa perdere le staffe. Succede quando vedo alcuni che non hanno dovuto fare fatica per farsi amare

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MUSICA

da lei, trattarla come se ci fosse un posto più bello o migliore in cui vivere, quando l’arroganza viene chiamata forza, quando ci dimentichiamo che non saremo qui per sempre mentre lei si. Ci vedrà passare e lasciare tracce più o meno profonde. Lei non si arrabbia, sorride e a guardare bene, ogni tanto, in quel sorriso c’è dell’amarezza. Quando sbaglio le dico “dai sono giovane, ho solo 26 anni”, sperando di cavarmela, ma lei lo sa che ho barato, glielo ha detto la mia terra d’origine che si trova di fronte. Quella terra era una madre troppo povera e troppo disperata per occuparsi di tutti i suoi figli, così alcuni di loro li mandò da sua sorella, di fronte. Sotto il mare le loro mani sono avvinghiate dalla notte dei tempi come quelle di giganti sdraiati e noi piccoli uomini crediamo di appartenere a mondi diversi solo perché non vediamo con gli occhi questo legame. Non ci accorgiamo che parliamo la stessa lingua quando amiamo, quando gioiamo, anche quando ci incazziamo, quando ridiamo, quando ci abbracciamo, e che parliamo lingue diverse solo quando parliamo. Sorrido quando penso a quel giorno, ricordo che tremavo costantemente, come se facesse freddo. Avevo la sensazione di andare lontanissimo. Se potessi incontrare quel bambino per pochi secondi gli direi:

Tribù urbana è l'album più recente di Ermal Meta, uscito il 12 marzo 2021.

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“ehi, non ti preoccupare, stai solo andando a casa di tua zia che ti tratterà come un figlio.» [Ermal Meta] “Parlando del concetto di tolleranza, che spesso viene impropriamente usato Ermal sostiene: “Ho sempre avuto un grosso problema con questa parola, la odio, significa accettare malvolentieri, sopportare… è una coperta di qualcosa che non si vuole guardare. Dentro la parola tolleranza c’è già un pregiudizio, sarebbe bello sostituirla con parole come cultura e conoscenza. E torniamo al destino universale: il destino universale vuole insegnare la normalità, noi siamo persone che condividono lo stesso tempo”.

IL RITORNO DI ERMAL IN ALBANIA

Ermal ritorna in Albania,li ha portato una realtà a cui gli albanesi pare non siano molto abituati, cioè quella dei concerti con canti balli dove c’è un grande coinvolgimento del pubblico. Insomma c’è stato un bellissimo incontro tra due culture diverse come si evince anche dai commenti che sono stati fatti sotto ai video dei concerti che il Meta ha tenuto a Tirana. Mm


MUSICA

Dieci canzoni sulla diversità culturale TRA BELLEZZA E RIFLESSIONE DI CHIARA COZZI

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a cultura non è a senso unico o appannaggio di un solo schieramento: la cultura ha il grande pregio (e privilegio) di essere di tutti, di poter essere utilizzata come strumento di attacco e di difesa. Privilegio che si estende a tutte le arti, e quindi anche alla musica, permettendo ai propri pensieri di prendere forma

nel lirismo e in grado di portare altrove grazie alle sensazioni che provoca in chi la ascolta. Anche in un posto lontano da quello in cui ci troviamo. Ecco una selezione di 10 canzoni che portano lontano, perché celebrano la diversità culturale e l’unione tra le persone, denunciando i soprusi e le ingiustizie.

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MUSICA

Immigraniada GOGOL BORDELLO La band multiculturale per eccellenza dei Gogol Bordello, composta da membri di diverse etnie, parla in questo brano dal sound gipsy-punk della condizione degli immigrati negli Stati Uniti, rappresentando nel videoclip l’arrivo nel XIX secolo in America e tutte le discriminazioni e gli stereotipi che i migranti si trovano a subire nel tentativo di vivere “il sogno americano”.

Nessuna razza CAPAREZZA Il rapper pugliese si fa portavoce di tutte le etnie, utilizzando volutamente nel titolo della canzone il termine dispregiativo “razza”, preceduto da una negazione: non esistono razze superbe ma solo un grande popolo che quando fuori dal branco conosce con fermezza ogni insicurezza.

Black or White MICHAEL JACKSON Diversità culturale significa anche, per fortuna, amare persone appartenenti

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ad altre etnie e ad altri credo religiosi. Michael Jackson celebra nel brano dal lapalissiano titolo “Black or White” proprio l’amore tra due persone appartenenti a due etnie diverse ma con un cuore che segue gli stessi battiti.

Civil War GUNS N’ ROSES I Guns N’ Roses dedicano questa canzone alla inutile e senza senso guerra del Vietnam, che ha mietuto senza esclusione e distinzione migliaia di vittime innocenti. Axl Rose canta di come uno dei suoi primissimi ricordi di bambino sia l’assassinio di JFK, colpevole di aver incrementato le truppe americane in quel conflitto che si rivelò un pretesto politico per mostrare il proprio valore bellico ai paesi filosovietici.

Stelle delle notti lunghe ERMAL META Nei panni di un soldato, il cantautore di origini albanesi canta della libertà sognata da un partigiano albanese, che ha come unico riferimento il cielo e un foglio di carta per scrivere una lettera alla donna amata. Una poesia lieve che cela tutto l’orrore della guerra vista dagli occhi di chi è costretto a combattere contro i propri simili.


dagli Stati Uniti attraverso guerre e umiliazioni ai danni del diverso.

Fossi foco PIERO PELÙ Prendendo in prestito le rime con cui Cecco Angiolieri distruggeva il mondo, Piero Pelù costruisce invece ponti che uniscano le persone, poiché la diversità è da celebrare e non da evitare.

War BOB MARLEY Il cantautore giamaicano fa sue le parole dell’allora imperatore d’Etiopia Hailé Selassié pronunciate in un discorso contro il razzismo in cui veniva messo in luce come le guerre siano scatenate dalla mancanza di uguaglianza. Solo quando tutti verranno considerati e giudicati alla stessa maniera i conflitti potranno cessare per sempre.

What I’ve Done LINKIN PARK Un brano dal video emblematico: la band di Chester Bennington e Mike Shinoda avanza una riflessione metaforica sulle barbarie messe in atto

Penso positivo JOVANOTTI I versi dell’interlude di questo brano sono talmente emblematici che lasciamo parlare loro per noi: Io credo che a questo mondo / Esista solo una grande chiesa  / Che passa da Che Guevara  / E arriva fino a Madre Teresa / Passando da Malcom X  / Attraverso Gandhi e San Patrignano  / Arriva da un prete in periferia  / Che va avanti nonostante il Vaticano

Uguali e diversi GIANLUCA GRIGNANI Gianluca Grignani in questo brano del 2002 sogna di svegliarsi un giorno in un mondo utopistico dove non esistano più colori che diversifichino le persone, ma solo pace e fratellanza. Una riflessione che ha quasi vent’anni ma che risulta ancora oggi attuale. Se la nostra scelta di canzoni sulla diversità culturale vi è piaciuta, potete ascoltare la playlist anche su Spotify! Mm

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MUSICA

Viaggio nella musica balcanica Dall'Albania al Balkian D I I L A R I A C I P O L L E T TA

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Italia è un sistema multiculturale, in cui purtroppo le culture coesistono, spesso forzatamente a malapena si tollerano, e la tolleranza non è mai un termine positivo. Purtroppo le istituzioni sono assenti, e non si preoccupano di per evolverlo in interculturale ovvero in un paese dove

le culture possano interagire, dialogare e contaminarsi tra loro. Ma a parte questo aspetto generale sulla cultura, vediamo nello specifico cosa accade con la musica, come la musica albanese e dell’Est Europa si interfaccia e interagisce nel mondo. Partiamo proprio dall’ Albania, di cui abbiamo già parlato qualcosa precedentemente.Iniziamo partendo dall’immigrazione balcanica,

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MUSICA

quella albanese specialmente, che è stata generatrice di un genere adottato nel Salento, che opera sulla sintesi tra le melodie e gli elementi musicali d’oltre Adriatico e quelle occidentali. Come ben sapete appena 80 km separano le due sponde del canale d’Otranto e un’antica storia di migrazioni unisce la nostra penisola alla Shqipëria, o anche detto il (“Paese delle aquile”). Il “movimento” albanese comincia in realtà già a partire dal XV secolo, quando la comunità Arbëreshë si stanzia nel sud Italia, dove mantiene la sua lingua, la propria cultura e le proprie tradizioni di qualsiasi aspetto artistico; diverse sono le contaminazioni che il nostro paese ha acquisito attraverso la diffusione della cultura albanese di cui parleremo di seguito.

L’ALBANIA IN MUSICA

La musica albanese ha infatti origini molto antiche. Essa veniva tramandata da padre in figlio solo per tradizione orale, non vi erano spartiti dai quali i giovani potevano attingere per la formazione musicale. Negli anni del regime comunista di Enver Hoxha invece, si prestava molta attenzione alla formazione musicale; dal secondo dopo guerra fioriscono scuole di musica e danza, orchestre, cori, ensemble professionistici e amatoriali. La musica tradizionale era quella che più prediligevano. A differenza di altra veniva diffusa dai media e sostenuta dalle istituzioni per enfatizzare il nazionalismo comunista. L’isolamento economico-politico in cui Hoxha getta

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l’Albania, però, diviene anche culturale e a questo si aggiunge il divieto di ascoltare musica occidentale di qualsiasi genere. I compositori albanesi, non avendo altre fonti, attingono per le loro opere dal repertorio popolare e lo rielaborano. Così ogni genere è profondamente impregnato di tradizione. Una tradizione ricchissima tra l’altro. A partire dai canti epici e le musiche pastorali dei Gheghi del Nord, accompagnati da lahutë (liuto ad una corda), flauti e cornamuse. La musica urbana, specie al Nord, ha subìto l’influenza ottomana nelle melodie e nei ritmi che venivano eseguiti con llautë (liuto classico) o çifteli (liuto a manico lungo con due corde) – sostituiti oggi dalla fisarmonica –, o con il gërnetë (clarinetto), il violino e il def (tamburo a cornice). La musica folcloristica albanese si può dividere in tre gruppi stilistici, intorno alle città di Shkodër, Tirana e Korça; i gruppi sono i Gheg del nord e i meridionali Lab e Toschi. Le tradizioni contrastano nei toni “eroici e rudi” del nord e quelli “rilassati e raffinati” del sud. Questi stili disparati sono uniti “dall’intensità che entrambi danno alla loro musica come un mezzo di espressione patriottica e un veicolo portatore della storia orale. La musica albanese è caratterizzata dall’uso di ritmi improntati su tempi dispari come i 3/8, i 5/8 e 10/8. La prima raccolta di musica folcloristica albanese fu fatta da Pjetër Dungu nel 1940.


Le canzoni folkloristiche albanesi si possono dividere in grandi gruppi, le epiche eroiche del nord, le dolci melodie come le ninna nanne, le canzoni d’amore, la musica da matrimonio, le canzoni da lavoro ecc... La musica dei vari festival e delle festività è molto importante, specialmente per quelli che celebrano il Giorno dell’Estate, (Dita e Veres) per inaugurare la primavera

DALL’ALTRA PARTE DEL MARE

Dopo la caduta del regime, nel ’91 cominciano le grandi emigrazioni e sulle rotte verso le coste pugliesi ci sono molti musicisti. Alcuni ripartono, altri rimangono e determinano l’incontro diretto tra le due culture. Ritornando al precedente articolo su Ermal Meta, possiamo vedere che infatti sua madre è giunta a Bari come musicista, in Albania era una violinista professionista. In Italia tuttavia ha continuato ad insegnare musica, applicando quello che era un metodo nuovo, proveniente direttamente sua madre terra, dove vigeva una grande rigidità nello studio e nell’insegnamento della musica. Uno musicista albanese di rilevante importanza è il fisarmonicista Admir Shkurtaj, oggi anche affermato compositore contemporaneo, che a Lecce scopre il jazz, ne rimane affascinato, lo studia, lo suona e infine lo “tradisce” per la sua grande passione di sempre: la musica classica e del ‘900. Dal 2002 compone per la fondazione Ico “Tito Schipa” e per il

Conservatorio. Shkurtaj diventa anche un tramite perfetto per l’apprendimento della musica balcanica da parte dei musicisti e del pubblico salentini. In realtà già dai primi anni ’90 anche altri artisti, questa volta locali, si interessano ai suoni che c’erano dall’altra parte del mare. Antongiulio Galeandro, fisarmonicista di Ostuni, punta l’antenna della sua radio sulle frequenze albanesi. È grazie a lui che il trombettista leccese Cesare Dell’Anna scopre il balkan, la sua varietà stilistica, i tempi dispari e irregolari, le melodie fiorite e microtonali. Viene “sedotto” dalla dolcezza dei clarinetti d’Epiro, la bellezza dei suoni della lingua albanese, i fiati bulgari, le fanfare bosniache e macedoni. I due colleghii esplorano quel nuovo mondo musicale e sperimentano i primi connubi. Nasce così l’idea originaria di un progetto che nel ’98 diverrà Opa Cupa, oggi band di successo nella scena balkan jazz internazionale.

LA POLIEDRICITÀ DEL BALKAN FOLK

La musica folk ha molte sfaccettature. La musica dei Balcani abbraccia così tanti tipi di musica autoctona tra i quali ci sono quelli che si mescolano anche con la voglia di sperimentare della musica moderna. È musica figlia di culture diversissime tra di loro che ha radici sia occidentali sia orientali. La musica è ad esempio è quella che viaggia sulle roulotte e si basa su violini, fisarmoniche e tamburelli che

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MUSICA

vanno a ritmi trascinanti, quella che identifichiamo con i gitani. Li vediamo di notte ballare al chiaro di luna, col ritmo frenetico che li aiuta molte volte a superare il freddo grazie anche a un po’ di vino. ’Sono dotati di un senso musicale di grande profondità, sconosciuto a qualsiasi altro popolo. Si tratta di un popolo strano, dove non esiste il concetto di eredità , ogni zingaro deve costruirsi il suo patrimonio da solo, senza patria. Si può dire che sia l’unico popolo al mondo che non abbia mai combattuto una guerra. Nonostante tutto però, hanno costruito una musica che si basa su due elementi di fondo: l’apprendimento di arie e melodie catturate nei posti dove passano o soggiornano e l’estro basato

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sull’improvvisazione. Tradizionalmente esiste una profonda differenza tra il canto e l’esecuzione strumentale. Il primo è strettamente riservato all’ambito ristretto della comunità ed è sentimentale, mentre l’esecuzione di motivi strumentali avviene per professione e quindi a pagamento. Per l’è al giorno d’oggi possiamo dire che ci sono molte formazioni giovani che cercano di combinare gli elementi, con echi arabi, turchi e mediorientali in un turbinio di ritmi che la rendono comunque molto riconoscibile; nonostante la contaminazione riesce a non perdere la sua identità, conservando quelle che sono le sue caratteristiche tradizionali.  Mm


SERIE TV

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White People

La serie cult che spiega il razzismo sistemico DI MARIANNA SORU

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ear White People spiega bene il razzismo, raccontato attraverso gli occhi di chi lo vede davvero. Attraverso infatti una radio universitaria, la rivoluzionaria Sam White da voce a chi la voce, da sempre, non l’ha mai avuta. Tra le mura della confraternita Armstrong-Parker, da sempre popolata da studenti neri, si sviluppano diverse vicende personali e non, che spiegano bene, attraverso la voce dei personaggi, cosa vuol dire studiare in una prestigiosa scuola della Ivy League, la Winchester. La serie nasce nel 2017, dopo il film del 2014, ed è composta di 3 stagioni (la quarta in arrivo). I personaggi sono vari e rappresentano diverse classi sociali, o diversi caratteri. Ci sono i più abbienti, i meno abbienti, chi deve ancora trovare sè stesso e chi vuole alzare la voce.

IL RAZZISMO SISTEMICO, COS’È E COSA COMPORTA

Il razzismo sistemico è una teoria, sviluppata dal sociologo Joe Feagin, ma anche una realtà ben radicata. Teoricamente si basa sull’affermazione supportata dalla ricerca, che gli Stati Uniti, in questo caso, sono stati fondati come società razzista, e il razzismo è quindi radicato in tutte le istituzioni, strutture e relazioni sociali all’interno

della nostra società. Essendo radicato dunque in una società razzista, il razzismo sistemico oggi è composto da istituzioni, politiche, pratiche, idee e comportamenti che si intersecano, si sovrappongono e dipendono da un sistema ingiusto. Questo sistema infatti da una quantità ingiusta di risorse, diritti e potere ai bianchi mentre li negano a persone di colore. La teoria di Feagin abbraccia ogni aspetto della vita sociale, economica, giuridica, individuale e di gruppo. Infatti, si tratta di una differenza talmente esplicita da rendere scontati comportamenti che sviluppano l’oppressione, nascondendosi talvolta dietro l’affermazione “è sempre stato così”. È fondamentale, in questo senso, comprendere dove sono le criticità di un sistema che non può certamente cambiare nel giro di pochi anni, ma che ha bisogno di capirne le criticità, per poter essere annientato con coscienza.

DEAR WHITE PEOPLE: SVISCERARE IL RAZZISMO SISTEMICO

La serie comincia con una frase, che accompagna tutti gli episodi: “miei carissimi bianchi” (dear white people). E l’intento è proprio quello di spiegare come il razzismo sistemico si sia insediato nella società da talmente tanto tempo, da non permettere di distinguere l’oppressione e la violenza che genera.

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SERIE TV

Nonostante la serie esista dal 2017, Netflix l’ha promossa al massimo esattamente un anno fa, sull’onda delle proteste del movimento Black Lives Matter. Segue le vicende della giovane studentessa Sam White, che, attraverso la radio universitaria, promuove la consapevolezza dell’oppressione. Sam non si riferisce solo all’ambiente scolastico, ma cerca di sviscerare il fenomeno del razzismo sistemico, concentrando l’attenzione su aspetti della vita quotidiana, che molte volte sono talmente scontati e radicati, che non ci facciamo neanche più di tanto caso. Ovviamente le vicende non riguardano solo l’attivismo. Tutti i personaggi coinvolti, a partire dalla stessa Sam, che nasconde il suo amore per il ragazzo bianco Gabe, un assistente del professore; Tony, che vive il peso di essere il figlio del preside, ed è diviso tra apparenza sociale e attivismo; Reggie, aggredito dalla polizia a una festa, solo perché nero. Poi troviamo Coco, l’antagonista di Sam, con cui però scoprirà di avere molte più cose in comune di quello che pensava; o Lionel, che scopre la sua omosessualità grazie a Tony, e da ragazzo timido si espone come giornalista per denunciare i soprusi della famiglia Hancock sulle politiche dell’università.

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IL RAZZISMO E L’OPPRESSIONE VISTI DA CHI LI VIVE OGNI GIORNO

Ciò che colpisce della serie, è l’estrema empatia che si sviluppa con i personaggi. Con una modalità quasi da documentario, e un utilizzo magistrale di montaggio e fotografia, inserisce perfettamente l’attivismo nei drama che coinvolgono i ragazzi. Certo, si tratta di finzione, ma il bello di questa serie è proprio questo: è una trama reale, dove di inventato ci sono solo i nomi dei personaggi. Mostra un punto di vista alternativo, rispetto al quale non siamo abituati: la realtà vista con gli occhi dei ragazzi afroamericani, senza particolari eroismi, né senza sminuire le vicende. Temi, come quello delle armi, o delle aggressioni ingiustificate ai ragazzi neri da parte delle forze dell’ordine, di estrema attualità. E se qualche uscita può infastidire, facendoci pensare il solito “adesso non si può più dire niente”, significa che la serie è pienamente riuscita nel suo intento. L’unico modo per capire un popolo oppresso è mettersi nei suoi panni. E se non tutti sono disposti ad ascoltare la loro voce, non resta che urlare più forte. L’onda delle proteste non si fermerà, e non lo farà nel giro di pochi anni, dopo secoli di oppressione. Ma se questa è anche solo una piccola crepa che contribuirà a far crollare questo muro, dobbiamo continuare a lanciare quante più pietre (simboliche) possibili. Mm


Quando ci deridete rafforzate un sistema già esistente... perché quando un poliziotto punta il suo fucile contro un uomo di colore, non vede mai un essere umano, ma una caricatura o un criminale. SA M

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Diversità culturale: il valore delle subculture pop D I G I O R G I A B O N A M O N E TA

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l termine diversità culturale si può declinare nell’aspetto più concreto di una cultura, la sua manifestazione: la produzione artistica. Il 21 maggio sarà la Giornata Mondiale per la diversità culturale, il dialogo e lo sviluppo. In questo articolo parleremo di come le sottoculture siano penetrate nella produzione artistica di massa, garantendosi pubblico riconoscimento.

Le relazioni tra le culture non sono viste sempre di buon occhio. C’è chi parla di impoverimento (ma anche imbastardimento) dell’identità culturale, e chi parla di appropriazione culturale.

L’altra faccia della medaglia di un fenomeno di condivisione di arte, idee e sentimenti è quella che viene definita globalizzazione culturale. Questa è vista come un fenomeno di appropriazione da parte di gruppi dominanti.

La paura del diverso è un meccanismo naturale che ci permette di riconoscere il nostro gruppo grazie a caratteristiche simili. Tutto ciò che differisce è considerato una minaccia.

Ovunque esiste della resistenza all’ingresso di altre culture nel proprio ristretto panorama, ma questa presunta aurea di impermeabilità non è altro che una costruzione ben difesa da certi partiti politici. Si sente ancora usare il “piano Kalergi” di sostituzione della popolazione (bufala cospirazionista, vedi Wikipedia) per giustificare politiche anti-migratorie o di “teoria gender“, costruita come nemico dell’eterosessualità e plagiatrice delle menti infantili (vedi polemica SalviniFedez). Piani, teorie e cospirazioni che non hanno nessun valore reale, se non quello di impedire lo scambio culturale.

METICCIO UNIVERSALE: LA PAURA DELL’ALTRO

In entrambi i casi la soluzione sembra essere quella di non entrare affatto in contatto con le altre culture ed evitare di creare il “meticcio”.

Ma se la sensazione di pericolo è comprensibile nei gruppi storicamente sottomessi, per i gruppi dominanti la paura dell’altro è spesso artificiale. La sensazione di pericolo si costruisce a partire da un narrazione allarmistica, pensiamo ad esempio alle migrazioni e a come vengono raccontate da una parte del paese razzista (sì, in Italia esiste il razzismo). Ed è interessante notare come il “nemico” si trovi anche all’interno della nostra società, negli individui che per sesso biologico, identità di genere, ruolo di genere e orientamento sessuale differiscono dalla normalità definita dalla maggioranza.

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LA DIVERSITÀ CULTURALE COME RICETTA CONTRO L’ODIO

Che cos’è la diversità culturale? Il termine diversità culturale può apparire ambiguo, sembra infatti sottolineare una sorta di differenza incolmabile tra due culture, ma non è così.

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Per diversità culturale si intende la pluralità come fonte di scambio e arricchimento. Lo conferma anche la comunità scientifica: la “diversità umana” è la chiave del nostro successo evolutivo come specie. Allo stesso modo potremmo dire che la diversità culturale è necessaria per la sopravvivenza. ‘Diversità’ non come minaccia bensì come opportunità, come potenziale di arricchimento del nostro modo di vivere, questa ci pone di fronte a modelli culturali alternativi di esistenza, offrendoci soluzioni che probabilmente non avremmo mai immaginato. – Paul Valéry La diversità è spesso accostata alla devianza, infatti il diverso è considerato tale perché non si adatta alle norme sociali. Così la diversità culturale, invece di essere un arricchimento, diventa un elemento da censurare. La deviazione culturale assume le sembianze del nemico da allontanare, con le buone o con le cattive maniere. Conoscere la cultura di un gruppo sociale vuol dire riconoscere l’individuo; così come accettare il significato positivo

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di “diverso” ci apre alla possibilità di arricchire la nostra identità.

IL VALORE DELLA DIVERSITÀ DELLE SOTTOCULTURE (SUBCULTURE)

Per usare le parole presenti nel documento dell’UNESCO “Dichiarazione universale sulla diversità culturale” (Parigi 02.12.2001 [1]): “La diversità culturale […] è una delle fonti di sviluppo, inteso non soltanto in termini di crescita economica, ma anche come possibilità di accesso ad un’esistenza intellettuale, affettiva, morale e spirituale soddisfacente“. L’aspetto creativo non è affatto da sottovalutare. Grazie alla produzione artistica conosciamo meglio storia, geografia, culti e comportamenti di luoghi lontani. Il valore di una serie tv, di


un film, di un album, di un opera d’arte è misurabile sulla base di come e quanto ha influenzato la nostra cultura.

loro migliori idee e dei loro migliori valori” si legge in rete ed è l’esempio perfetto per descrivere la diversità culturale.

La richiesta di rappresentatività in questo caso è sempre legittima: immortalare una realtà in un prodotto/ creazione vuol dire essere riconosciuti, accettati e normalizzati. Parliamo per esempio di due fenomeni culturali che hanno cambiato il nostro modo di approcciarsi al “diverso”: la cultura Hip Hop e la cultura LGBTQIA.

La cultura Hip Hop nasce negli anni Settanta nel Bronx, quartiere decadente e impoverito da scelte politiche controverse. Nel Bronx non entrava neanche la polizia e non vigeva nessuna regola, tranne quelle delle gang.

DAL BRONX ALLA CONQUISTA DEL MONDO

“L’Hip Hop è da considerarsi come una consapevole cultura internazionale che fornisce a ogni razza, tribù, religione e popolo una base per la comunicazione delle

Con centinaia di morti sulle spalle, le gang optarono per una tregua e nel nuovo clima di pace e scambio culturale si posero le basi per la nascita di un vero e proprio movimento culturale: l’Hip Hop, denominato così da Lance Taylor, in arte Afrika Bambaataa e fondatore della Universal Zulu Nation (dal film Zulu, 1964) che si proponeva di fermare la violenza nel Bronx grazie alla cultura Hip Hop. La cultura Hip Hop oggi ci circonda, partita da un quartiere è arrivata a conquistare il mondo. Basta fare riferimento a discipline come la breakdance, i graffiti (o writing) e tutto ciò che è collegato all’aspetto musicale. L’Hip Hop parla ai giovani di razzismo e diritti civili, di emarginazione e abusi di potere tanto ieri quanto oggi. Sono concetti universali, che ogni cultura ha potuto fare propri e usare per fare rumore, per protestare, in perfetto stile Zulu Nation.

DRAG, PRIDE E ICONE GAY

Ci ha pensato RuPaul Andre Charles con la sua Drag Race a far arrivare la cultura LGBTQIA in tutto il mondo. Il programma è famoso tanto per

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l’intrattenimento, quanto per la capacità di far vivere allo spettatore la cultura drag e gay a tutto tondo (quasi). Niente è è perfetto, soprattutto la Drag Race è stata criticata per non essere inclusiva e di essere fautrice del cosiddetto capitalismo rosa (mercato specifico focalizzato sulla comunità gay, definizione qui).

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L’aspetto positivo, come abbiamo detto, è quello dell’interazione culturale: la Drag Race, o prodotti con lo stesso pubblico di riferimento, hanno portato a un arricchimento culturale.

per ottenere diritti ed eliminare la discriminazione. Anche la produzione culturale è ricca e sfaccettata ed ha un elevato impatto sulle culture nelle quali approda. Viene acclamata come “il cambiamento” o temuta come deriva del politicamente corretto. Possiamo definire il Pride (il mese dell’orgoglio) un evento culturale della comunità LGBTQIA, un mese di incontri, campagne di sensibilizzazione e attenzione mediatica come spazio di rappresentazione per una realtà non più invisibile.

La diversità culturale è una delle fonti di sviluppo, inteso non soltanto in termini di crescita economica, ma anche come possibilità di accesso ad un’esistenza intellettuale, affettiva, morale e spirituale soddisfacente U N E S CO Storicamente la sottocultura gaylesbica-bi-trans ha avuto alti e bassi di riconoscimento, con un segno negativo nel periodo del “cancro dei gay” (titolo del New York Times del 3.07.1981 sulla scoperta dell’AIDS: «Raro cancro osservato in 41 omosessuali»[2]) e un segno positivo proprio in questo ultimo decennio. La comunità LGBTQIA ha una propria cultura fatta di storia, moda, musica, cinema e personaggi (icone gay, attivisti ed esponenti) che si sono battuti

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IN CONCLUSIONE, LA DIVERSITÀ CULTURALE…

In conclusione, la diversità culturale, nella sua pluralità di forme e categorie, è un processo naturale. Un arricchimento per l’umanità che dovrebbe essere favorito dalle politiche nazionali, invece che osteggiato. Pensare internet come strumento per veicolare la diversità culturale è il primo passo verso un concetto di umanità che si riconosca nel messaggio “diversi ma uguali. Mm


AMBIENTE

Salma Okonkwo

la donna che darà energia verde all’Africa DI EUGENIA GRECO Metropolitanmagazine n. 2

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AMBIENTE

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alma Okonkwo, donna, africana e nera, è riuscita ad abbattere i pregiudizi. Con dedizione ma anche molto coraggio è diventata la prima donna CEO di Sahara Energy e ha fondato la propria società energetica, la UBI Energy, con oltre 150 milioni di dollari di fatturato annuale. Oggi, l’imprenditrice sta costruendo il più grande parco solare dell’Africa occidentale. Salma Okonkwo è nata ad Accra, in Ghana. Cresciuta in una grande famiglia, circondata da 13 fratelli e sorelle, fin da piccola ha avuto chiara la sua idea di vita: far rispettare i principi morali ed etici alle persone. Figlia di un commerciante di bestiame e di una tipica donna laboriosa del clan Aka, Salma non ha mai conosciuto né la pigrizia né il fallimento. «Tutti noi eravamo chiamati a dare il nostro contributo. Io poi, come succede a molti ragazzini, ho iniziato a sognare di viaggiare all’estero. Alcuni miei fratelli erano andati a Los Angeles e così pure io sono andata là e mi sono iscritta alla Loyola Marymount University. Se mi volto indietro, vedo quanto quel periodo sia stato arricchente, quanto sia stato costitutivo della persona che sono oggi. Anche se mi mancava la vita comunitaria del Ghana, ero in grado di navigare e prosperare nella natura più individualistica del mondo occidentale.»

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SALMA OKONKWO: “VIAGGIARE MI HA APERTO LA MENTE”

Viaggiare è stata la chiave del suo successo. Le ha permesso di guardare il mondo da diverse prospettive, ma soprattutto di capire quali cambiamenti necessita il nostro pianeta. Da anni infatti, Salma lavora nel campo delle risorse energetiche, e si impegna a promuovere in Africa fonti di energia più rispettose per l’ambiente. «L’onlus Carbon Brief ha sottolineato che l’Africa, come altri continenti, fa ancora troppo affidamento su centrali elettriche che funzionano a carbone. Cosa assurda per un Paese come il nostro che ha la fortuna di avere la luce di un bel sole tutto l’anno. Credo che per noi sia vantaggioso investire nel nostro Paese per l’economia, per ridurre l’inquinamento e mitigare quel cambiamento climatico che rischia di metterci in ginocchio. Dobbiamo puntare a un futuro più green.» Salma sta infatti costruendo un parco solare, un progetto importantissimo pensato per un futuro più verde. «L’energia prodotta consentirà alle imprese di essere efficienti e produrre i servizi che offrono senza soluzione di continuità e con elettricità affidabile. L’idea è quello di creare questo grande parco solare entro un anno e mezzo. Speriamo di ottenere i finanziamenti necessari a completare il progetto nei prossimi 18 mesi.»


IL PREGIUDIZIO SULLE DONNE NON BADA AL COLORE DI PELLE

Salma Okonkwo è anche la fondatrice di Mother’s Heart, associazione nata con l’intenzione di aiutare i bambini bisognosi. Inizialmente era infatti un orfanotrofio che ne ospitava circa cinquanta, successivamente è diventata una realtà più grande con l’intento di togliere dalla povertà 2000 persone ogni cinque anni. Per fare questo, Mother’s Heart propone percorsi di formazione, tutoraggio e apprendistato, così da insegnare a gestire correttamente il denaro. Oggi Salma è una donna di successo, ma continua a scontrarsi con il pregiudizio che grava su tutto il mondo femminile. Specialmente in alcuni specifici campi lavorativi, come quello del mondo degli affari, le donne sono penalizzate perché considerate meno capaci degli uomini e “a rischio” maternità. Sì, perché la maternità è un difetto, un inconveniente, qualcosa che le realtà lavorative tendono ad esorcizzare. «Credo che il pregiudizio che le donne devono affrontare nel mondo degli affari non sia specifico per le donne nere, ma per le donne di tutto il mondo, di qualsiasi colore sia la loro pelle. Ci vengono fatte un sacco di domande su come crediamo di gestire il lavoro e la famiglia e, per essere considerate, dobbiamo sempre mostrare più dei nostri colleghi uomini.» Mm

A noi donne ci domandano come gestiamo il lavoro e la famiglia e, per essere considerate, dobbiamo mostrare più dei nostri colleghi uomini. SA L M A O KO N KWO C E O D I SA H A RA E N E R G Y E F O N DAT R I C E D I U B I E N E R G Y

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Juana Azurduy

La donna che ispira il Sudamerica D I S E R E N A R E DA

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e Simon Bolivar ha dato nome alla Bolivia, Juana Azurduy le ha regalato la libertà. Infatti questa donna, nata per farsi suora ma diventata guerrigliera in nome dell’indipendenza, ha cambiato la storia del suo Paese. Dopo due secoli continua ad ispirare le giovani che, nell’America del Sud, vogliono fare la differenza. Quando un’altra donna, Mercedes Sosa, nel ‘69 cantava in onore della Azurduy l’omonima canzone, forse non immaginava che le donne ancora a lungo avrebbero dovuto continuare a fare la differenza per sé e per il proprio Paese.  «Lo spagnolo non passerà – diceva il canto – con le donne dovrà combattere, fiore dell’Alto Perù, non c’è nessun altro capitano più coraggioso di te». Oggi, nel 2021, sono proprio le donne a dover scendere in piazza e cantare bendate il canto “Un violador en tu camino”. Un verso dell’inno femminista recita infatti «El estado opresor es un macho violador» (Lo Stato oppressore è un macho stupratore).

COSA CHIEDONO LE DONNE

L’inno è una denuncia e una preghiera. Dalle piazze di tutta l’America Latina, infatti, si leva alta la richiesta di redistribuzione della ricchezza, equità e progresso. Un grido che si espande come un profumo in tutto il mondo: il progresso deve passare attraverso il riconoscimento dell’uguaglianza dei diritti per tutti. Come insegna la vita della Azurduy, ogni passo in avanti è frutto di battaglie politico-culturali che affondano le radici nella nostra storia.

L’obiettivo resta quello di affermare i diritti individuali e collettivi, questo obiettivo passa anche e soprattutto dal ruolo attivo delle donne nella vita politica e sociale.

LA BATTAGLIA DI OGGI IN AMERICA LATINA

Le donne dell’America del sud, nel segno di Juana Azurduy, vanno avanti. Hanno infatti da poco ottenuto la legge sull’aborto grazie al movimento di “Non una di meno”. Spetta alla studentessa Altea Vaccaro nel saggio “La sinfonia della protesta” il ruolo di spiegare come sia stata straordinaria la partecipazione delle donne tra i 14 e i 24 anni nelle manifestazioni a favore della legge. Chiarisce la Vaccaro: «Hanno dimostrato la realizzazione dell’interesse pubblico per il diritto all’aborto, sicuramente accresciuto dall’usare la musica in funzione della politicizzazione delle giovani generazioni». Tutto da definire invece il quadro politico ancora frammentato consegnato al Perù dopo il primo turno elettorale di domenica. Nessun partito o coalizione omogenea è capace di rappresentare una maggioranza parlamentare. Inoltre i due candidati alla presidenza sono due personalità controverse: Fujimori e Castillo. Da un lato la Fujimori è candidata di una destra liberista e corrotta. Dall’altro Castillo, uomo di estrema sinistra populista e reazionaria contraria a diritti civili quali il matrimonio tra omosessuali e l’aborto. Macigni non da poco in un’America latina dove le donne, devono continuare la battaglia iniziata da Juana Azurduy due secoli fa e mai sedata: la battaglia per l’uguaglianza. Mm

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LIBRI

E poi saremo salvi

di Alessandra Carati

Un moderno archetipo del viaggio dell'eroe D I ST E L L A G R I L LO

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poi saremo salvi è il romanzo d’esordio di Alessandra Carati. Protagonista è Aida, una bambina bosniaca costretta a fuggire dal suo paese. La storia è ambientata nel 1992, durante una delle guerre più cruente degli ultimi anni che distruggerà completamente l’ ex-Jugoslavia. Un romanzo di formazione attuale, una saga familiare, un moderno archetipo del viaggio dell’eroe che descrive una piccola e struggente storia densa di emozioni, in una cornice storica ben più grande e feroce.

E POI SAREMO SALVI, ALESSANDRA CARATI: UN ATTUALE ROMANZO DI FORMAZIONE

Una saga familiare, un romanzo di formazione che si articola in un periodo storico molto vicino al mondo di oggi. La protagonista della storia è Aida una bambina che, all’inizio del racconto, ha appena sei anni. Aida sarà la voce narrante di tutta la vicenda; dal contesto storico spiegato al lettore, alle vicende familiari, al bagaglio di emozioni che investirà colui che legge, pagina per pagina. E poi saremo salvi di Alessandra Carati è una vera e propria narrazione che dà voce a tutti gli esuli destinati a fuggire: consumati dalla ricerca imperterrita della loro identità e logorati dalla nostalgia della propria terra natia.

Aida fugge via perché, il presagio di distruzione, è sempre più vicino. La guerra in Bosnia ed Erzegovina fu un conflitto svoltosi fra il marzo del 1992 e il dicembre del 1995, fino alla stipula dell’accordo di Dayton il quale mise fine alle avversioni. Una guerra che si inserisce, di seguito, all’interno delle sanguinose lotte jugoslave protratte fino al 2001. Furono tre, principalmente, i popoli che si scontrarono: serbi, croati e bosniaci musulmani. Tali conflitti civili causarono la dissoluzione della Jugoslavia.

FUGA, NOSTALGIA, TIMORE E NAFAKA: LA CONDIZIONE DI ESULE

Già dal primo capitolo di E poi saremo salvi, il lettore sarà investito da un fermento emotivo particolare: un turbinio di emozioni che virerà fra la paura della fuga, il timore di non rivedere più i luoghi cari, e l’angoscia dell’inaspettato. Aida fugge con la madre incinta dal suo piccolo villaggio in Bosnia: è il nonno che aiuta la madre e la bambina ad attraversare il bosco per giungere al confine. La descrizione del mondo visto dagli occhi di una bambina in fuga è nitido e fa addentrare perfettamente chi legge in un clima di sospensione e inquietudine. Il viaggio sarà pericoloso e colmo di ostacoli: ma grazie all’aiuto di personaggi inattesi arriveranno al confine dove incontreranno Damir, il padre di Aida. Le descrizioni sull’arrivo al confine sono intense: Alessandra Carati descrive

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LIBRI

gli autobus traboccanti di persone che si fermano a ridosso della dogana; file enormi che attendono, un’attesa per non si sa quale vita. La delineazione di questo momento non è solo fisico o geografico: è palpabile, riga per riga, la sensazione emotiva di incertezza di quelle persone incastrate nell’attesa. L’attendere logorante non spegne la speranza: la madre di Aida rinfranca la bambina trepidante, dopo il lungo viaggio, pronunciando un termine: Nafaka. Un aiuto che arriva, insperato, quando tutto sembra perduto: ” Era fatalista, come tutti i bosniaci. Nella vita può capitare che hai pochissimo, ma tu resisti, ti arrangi, e poi arriva il momento che anche il pochissimo finisce […] allora da qualche parte ti arriva qualcosa. Quando succede noi diciamo che è nafaka”

E POI SAREMO SALVI, ALESSANDRA CARATI: EMIGRAZIONE, INCLUSIONE E HEIMAT

Dopo esser giunti a Milano, inizialmente, vivono insieme ad altre cinque famiglie. Ogni pagina è fortemente pervasa dal concetto di Heimat che diventa, a tratti, invalidante. Non si percepisce inclusione da parte dei genitori di Aida. La vita, adesso, è divisa da un prima e un dopo; i genitori della bambina sono travolti da una nostalgia che li consuma e fa credere loro che, il trasferimento in Italia, sia un qualcosa di temporaneo. Intanto, le notizie sulla guerra in Bosnia giungono anche a Milano e, Fatima e Damir,

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vivono la loro condizione corrosi dai sensi di colpa su ciò che accade a chi è rimasto. Saranno fondamentali i personaggi di Emilia e Franco; due volontari a cui, Aida, si legherà al punto di abbandonare per un periodo la famiglia di origine. Lo struggersi nostalgico si abbatterà fortemente sui genitori della bambina rendendoli incapaci di mostrare l’affetto alla figlia. Il padre è deteriorato da una rabbia tacita che lo lacera; la madre, dopo la nascita del fratello Ibro, sprofonda in un vortice di tristezza che la immobilizza. Lo stesso Ibro è contaminato da una strana frenesia. Aida è l’unica che prova a integrasi nella sua nuova vita; capisce che, per sopravvivere, deve recidere quelle radici che le sono connaturali. È una lotta solitaria e interiore quella di Aida che, nella narrazione, procede in base alle progressive età della protagonista.

UNA STORIA FRA EPICA E MODERNITÀ: UNO SGUARDO ALL’INCLUSIONE DI OGGI

Aida scorge in Emilia e Franco l’unico mezzo per sottrarsi al legame con la sua terra e integrarsi in Italia. Nonostante questa sua scelta le causi un profondo senso di vergogna e senso di colpa, decide di proseguire per non farsi travolgere da quell’ Heimat sempre più incombente. Ci riuscirà: diventerà un medico e si sposerà. Tuttavia, il richiamo


alle origini sarà più forte: in E poi saremo salvi, la maestria di Alessandra Carati fa esplodere situazioni diverse che rivelano ogni personaggio: la malattia mentale, il rapporto madre-figlia, il suicidio, la vergogna, il senso di colpa, la caparbietà anche se, a volte, vivere fa rima con recidere senza dimenticare da dove si proviene. È un vortice di emozioni che investe il lettore e lo lascia tramortito, incastonato in una narrazione che sembra quasi un poema epico. Un archetipo moderno del viaggio dell’eroe: Aida, infatti, raggiungerà la sua piena autorealizzazione. Ancora oggi le sfide che gli immigrati devono affrontare sono copiose: sono chiamati a confrontarsi con una serie di difficoltà che si trasformano in lotte quotidiane. Integrazione, inclusione e coesione sociale sono un dovere che una società civile deve garantire. In E poi saremo salvi di Alessandra Carati, c’è una frase che è l’emblema della condizione dell’ esule di ogni tempo: ”Forse dovevo abituarmi, la nostra vita sarebbe stata sempre così, un salutarsi senza sapere se ci saremmo rivisti”. Diverso non è sinonimo di escluso. Spesso, grazie ai contesti, si è abituati a classificare un immigrato come un soggetto che non fugge ma irrompe per pretendere qualcosa che non gli spetta in una terra che non è la sua. Poco si pensa alla recisione o al perenne senso di incertezza di chi non sceglie di scappare ma è costretto. I verbi fanno la differenza. Mm

E poi saremo salvi Alessandra Carati Mondadori, 2021 276 pagine 18€

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MONDO

Appropriazione

culturale

Comprenderla ed evitarla DI MARIANNA SORU

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MONDO

i parla tantissimo di appropriazione culturale, un concetto applicabile a qualsiasi cultura, costume o gesto. Ma cosa si intende con questa espressione, in inglese “cultural appropriation“? Letteralmente si tratta dell’utilizzo e adozione di strumenti, simboli e immagini di una cultura non propria. L’appropriazione culturale vede infatti una cultura dominante impossessarsi in maniera impropria di un simbolo di una cultura più debole, privandolo del proprio significato originario, per avere un vantaggio economico. È un comportamento di epoca coloniale, che reintroduce i rapporti di dominio e di controllo. Ovviamente l’utilizzo di simboli e strumenti di una cultura non propria non determina sempre l’appropriazione culturale. Infatti, è lecito parlarne nel momento in cui questo utilizzo diventa sinonimo di poco rispetto nei confronti di una determinata cultura. Tanto che, il confine tra ammirazione e appropriazione, è veramente sottile. Questo fenomeno poi si manifesta, ed è ancora più evidente, nel campo della moda, quindi dei costumi. Complice tante volte la visione eurocentrica del mondo, che considera popoli distanti come mero spettacolo, riducendo un’intera cultura a un costume, o un accessorio.

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APPROPRIAZIONE CULTURALE NEL MONDO DELLA MODA

La prima finestra su questo fenomeno, soprattutto per partecipazione visiva, è sicuramente la moda. Abbiamo dato per scontate tantissime cose, che ritenevamo un avvicinamento a una cultura diversa, ma che in realtà non la rispettavano. Gli esempi pratici di ciò che è stato definito cultural appropriation sono veramente tantissimi. Il primo, tra i più famosi, sono le treccine, utilizzate dalle donne africane per poter mantenere i capelli lunghi. Esiste un grande dibattito, che da una parte vede in maniera positiva questo fenomeno. Dall’altra, esistono persone attiviste che lo ritengono appropriazione, nell’accezione negativa del termine. Un altro esempio è la campagna di DSquared del 2015. Per presentare la nuova collezione, ha utilizzato il termine “squaw” che, in lingua Algonquin, è un riferimento altamente dispregiativo nei confronti delle donne. Così come lo smodato utilizzo del termine “eschimese”, fortunatamente caduto in disuso (è infatti un termine offensivo con cui i coloni di riferivano alla popolazione Inuit), ha reso la collezione una “glamourizzazione della colonizzazione”, come affermato da Lisa Charleyboy, direttrice del magazine Urban Native Girl. Questo è solo uno dei tantissimi esempi, che porta l’attenzione anche a termini che hanno sempre fatto parte del


linguaggio comune, ma di cui non si conosceva la natura (come “eschimese”). Tuttavia, esistono anche campagne e collezioni che non si sono appropriate, ma sono state influenzate da una cultura. Come detto prima, si tratta di non sforare il confine del rispetto, tanto che, grazie all’influenza, entrambe le culture non possono che giovare del reciproco scambio culturale.

APPROPRIAZIONE CULTURALE NELLO SPETTACOLO

Non è solo la moda a essere coinvolta in questo fenomeno. Infatti, anche nello spettacolo ci sono stati diversi casi oggetto di dibattito. Per esempio, nel video ufficiale della canzone Dark Horse di Katy Perry, si nota un’iperbole nei confronti della cultura egizia. Infatti, la cantante utilizza dei costumi e delle scenografie stereotipate, ma non solo: c’è un momento in cui il personaggio “cattivo” viene eliminato, e porta una collana con scritto Allah (Dio), che viene zoommata apposta sul nome. Questo fenomeno è stato considerato ai limiti della blasfemia, oltre che irrispettoso nei confronti della cultura egizia. Anche Rihanna è stata accusata di appropriazione culturale: durante un fashion show per Fenty Lingerie, nell’ottobre del 2020, avrebbe utilizzato dei versi del brano Doom, di Coucou Chloe, che conteneva alcuni versi del Corano, conosciuti come Hadith. La cantante si è scusata, dicendo che non era al corrente del contenuto. Allora

viene spontaneo chiedersi: quando è appropriazione, e quando è ingenuità? È perdonabile la mancata conoscenza di un popolo, o di una cultura, nel nome della buona fede?

COME EVITARE L’APPROPRIAZIONE CULTURALE?

Il dibattito sulla questione è molto ampio e ancora in evoluzione. Chiaramente, ci sono moltissime scuole di pensiero, alcune più moderate, alcune più estremiste. Evitare l’appropriazione, e favorire dunque l’oppressione delle minoranze, ha alla base il rispetto. Il twerking, le treccine, l’utilizzo di un velo sul capo, sono gesti che ormai fanno parte del nostro quotidiano. Il primo passaggio, fondamentale, è quello di informarsi. Infatti, se un comportamento, o un accessorio, o un simbolo, non suonano familiari alla nostra cultura, sarebbe bene informarsi e capire cosa si sta comprando, o facendo. Appurato ciò, viene spontaneo chiedersi: sto arricchendo il mio bagaglio personale, o sto semplicemente seguendo una moda che non capisco? Il bello della diversità è proprio il riuscire a imparare qualcosa di nuovo, andare oltre gli stereotipi e abbattere le barriere del pregiudizio. Tanto che si mantiene il rispetto per il diverso, che siano accessori, o simboli religiosi, può fare solo del bene alla nostra società, imparando a conoscere anche ciò di cui si ha paura. Mm

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ARTE

Nessuno escluso

Ecco come l'arte rinasce dall'inclusività D I S E R E N A R E DA

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inalmente Arte. Poter parlare dell’apertura di una mostra ha un aspetto delizioso dopo l’ultimo anno. Il sapore è anche migliore, visto il livello dell’esposizione che avrà il via a Milano nella Sala delle Colonne della Fabbrica del Vapore. Nonostante l’entrata contingentata e l’obbligo di prenotazione online e mascherina, la mostra aperta al pubblico dal 5 al 28 maggio dal titolo “Nessuno escluso” è di quelle di cui sentivamo il bisogno. L’artista Christian Tasso propone, infatti, una serie di fotografie sul tema della diversità come risorsa per la società. La mostra è curata da Adelina von Fürstenberg e prodotta da ART for The World. I lavori fotografici di grande e medio formato sono tutti realizzati in pellicola sviluppata manualmente in camera oscura. Gli scatti dell’artista maceratese sono stati ispirati da persone differenti tra loro e in condizioni variegate in ogni parte del mondo. Unico grande elemento in comune: abbracciare la propria diversità come risorsa. Pur vivendo nei contesti più disparati ogni individuo ritratto riesce infatti ad integrare il proprio modo di essere nel contesto da cui proviene.

IL PROGETTO

Oggi più che mai, dopo un anno di solitudine forzata, possiamo capire la necessità oltre che il valore del

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potente messaggio dell’inclusività. A voler dire di cosa tratti la mostra si potrebbe spiegare che Christian Tasso fa emergere storie, situazioni e aspirazioni di persone con disabilità in varie parti del mondo tra cui Ecuador, Nepal, Cuba, Mongolia, India e Paraguay. In realtà le immagini di questo giovane artista fanno molto di più. Smettono di sottolineare la diversità per far emergere il suo stesso contributo nella società. Il progetto prende piede dapprima come libro. La ricerca comporta tempo ed infatti il progetto parte nel 2009 per rappresentare la disabilità senza stereotipi. Ogni scatto indaga il soggetto come individuo con una storia e con ambizioni personali. La serie fotografica cerca di liberare lo sguardo dell’osservatore da disinformazione e preconcetti sulle persone con disabilità. Diversamente dalle fotografie estreme della grande fotografa americana Diane Arbus (New York, 1923-1971) sul mondo della diversità, Tasso porta alla luce l’aspetto sensibile e umano dei soggetti che fotografa, facendoci scoprire la vita quotidiana, il lavoro, il piacere di stare in famiglia e il piacere della vita.

L’OBBIETTIVO

Se i dati riportano che la popolazione mondiale è composta per il 15% da persone che vivono con una disabilità è altrettanto vero che la percentuale di chi riesce ad abbattere il muro delle differenze è ancora troppo basso. L’obiettivo delle foto presentate in


“Nessuno escluso” è quindi far luce sulle storie di questi esseri umani. Storie incredibili perché, finalmente, normali. Lo sguardo di Tasso è davvero sottile e permette di portare a galla passione, delicatezza ed umanità di queste storie. Ogni ritratto è prima di tutto, appunto, un ritratto e pertanto si concentra sul soggetto. Dopo l’individuo, arriva la sua identità di cui la disabilità è solo una delle peculiarità. “Nessuno escluso” si propone dunque di accrescere la consapevolezza che le nostre comunità sono sempre arricchite dalla diversità dei suoi membri. Perché ogni società può essere più forte e ricca solo se e quando abbraccia la diversità includendo ognuno dei suoi membri. Quando nessuno è escluso, appunto.

CHRISTIAN TASSO

Classe 1986, marchigiano. Vive e lavora tra l’Italia e la Svizzera. È un fotografo indipendente e regista con lo sguardo attento e peculiare dell’artista. La sua introspezione, caratterizzata da progetti a medio e lungo termine, tocca tematiche sociali e antropologiche. Nel 2011 il suo progetto fotografico sul popolo Saharawi ha vinto il premio internazionale “The Aftermath Project”. Nel 2013 il MUSINF (Museo d’arte moderna, dell’informazione e della fotografia) gli ha conferito il premio “fotoreporter dell’anno”. Con i suoi lavori è stato finalista in numerosi

concorsi internazionali tra cui il premio Ponchielli in Italia e Ojo de Pez in Spagna. Pubblica i suoi servizi collaborando con numerosi periodici e case italiane. Proprio per le sue caratteristiche, la sua arte non poteva che sposarsi felicemente con l’opera di Adelina Von Fürstenberg.

ADELINA VON FÜRSTENBERG

La curatrice d’arte negli anni ha riunito i linguaggi di tutte le discipline. Fürstenberg, durante la sua carriera, ha lavorato con molti artisti innovativi. Nessuno meglio di lei, che ha tanto parlato di donne, salute ed inquinamento poteva dunque curare la mostra di Tasso. I musei e le istituzioni culturali di Europa, Asia ed Americhe hanno ospitato mostre e grandi eventi della curatrice. Membro dal 2020 del World Academy of Art and Science, nel 2016 ha ricevuto lo Swiss Grand Prix des Arts “Meret Oppenheim” conferito dall’Ufficio Federale della Cultura e nel 2015 il Leone d’Oro della 56esima Biennale di Venezia per la “Migliore Partecipazione Nazionale” con il Padiglione Nazionale dell’Armenia. Nel 2008 la sua produzione di ventidue cortometraggi “Stories on Human Rights” ha ricevuto il riconoscimento per “Miglior Evento Culturale in Europa nel 2008” dal Consiglio d’Europa. Mm

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Metropolitan Magazine N. 02  

Secondo appuntamento con la rivista digitale di Metropolitan Magazine. Il numero di maggio raccoglie una serie di articoli dedicati alla div...

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