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Rivista trimestrale - anno XCVIII

gennaio/marzo 2008

Educazione religiosa in famiglia Intervista a Mons. Grampa vescovo di Lugano Messaggio dalla Madonna del Sasso Le pagine dell’ordine francescano secolare


Sommario

È risorto ed è qui

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a cura della redazione

Educazione religiosa in famiglia

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fra Callisto Caldelari

Intervista a monsignor Grampa

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a cura della redazione

Messaggio dalla Madonna del Sasso

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fra Agostino Del-Pietro

Le pagine dell’OFS

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fra Michele Ravetta e Gabriella Modonesi

Conoscere Francesco

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fra Riccardo Quadri

Dieci minuti per te

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MESSAGGERO Rivista di cultura ed informazione religiosa fondata nel 1911 ed edita dai Frati Cappuccini della Svizzera Italiana - Lugano Comitato di Redazione fra Callisto Caldelari (dir. responsabile) fra Ugo Orelli fra Edy Rossi-Pedruzzi fra Michele Ravetta E-Mail redazione@messaggero.ch Hanno collaborato a questo numero fra Agostino Del-Pietro Gino Driussi Alberto Lepori Fernando Lepori Gabriella Modonesi fra Riccardo Quadri Redazione e Amministrazione Convento dei Cappuccini Salita dei Frati 4 CH - 6900 Lugano Tel +41 (91) 922.60.32 Fax +41 (91) 922.60.37 Internet www.messaggero.ch E-Mail segreteria@messaggero.ch

fra Andrea Schnöller

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Abbonamenti 2008 Per la Svizzera: ordinario CHF 30.sostenitore da CHF 50.CCP 65-901-8 Per l’Italia: ordinario € 20,00 sostenitore da € 40,00 IBAN CH41 0900 0000 6500 0901 8 BIC POFICHBEXXX E-Mail amministrazione@messaggero.ch

Messaggi dai conventi… ...e dalle loro adiacenze

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Copertina Particolare della vetrata realizzata da fra Roberto nella Chiesa dei Cappuccini a Bigorio

Stampa cattolica del Ticino

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Quel libro che si chiama “libro”

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fra Callisto Caldelari

Messaggi dal mondo della chiesa

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Alberto Lepori

Messaggio ecumenico Gino Driussi

Fotolito, stampa e spedizione Tipografia Rezzonico - Locarno

intervista con Enrico Morresi

Abbiamo letto... abbiamo visto…

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È risorto ed è qui a parola risurrezione la si usa a Pasqua, il Messaggero la usa per questo primo numero del 2008, perché sembrava morto ed è ritornato in vita, ed ora “è qui”, fra le vostre mani. La sospensione di oltre un anno è stata determinata da nuovi impegni del suo redattore, fra Martino Dotta. Di fronte all’impossibilità di uscire regolarmente con i numeri della rivista, il Capitolo Regionale dei Cappuccini della Svizzera Italiana si è posto seriamente l’interrogativo se continuare o meno la pubblicazione di un foglio che da anni entrava in molte case a portare l’annuncio francescano di “Pace e Bene” ed un saluto mariano che scende dal colle della Madonna del Sasso.

L

Preso atto delle dimissioni di fra Martino, un gruppo di Cappuccini ticinesi, i cui nomi leggete nella pagina accanto, ha chiesto al Capitolo un periodo di studio, dopo il quale si è dichiarato disposto ad assumersi il compito di continuare la pubblicazione della rivista. I motivi che hanno indotto la nuova redazione a prendere questa posizione sono i seguenti: –– 1

Il senso di responsabilità verso i cattolici ticinesi che, con la cessazione del Messaggero, sarebbero stati privati di una voce modesta, ma viva, di spiritualità e cultura.

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L’amore per oltre 2000 abbonati - in patria e all’estero – che da anni si dimostrano affezionati lettori di questo foglio.

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Il desiderio di diffondere il messaggio francescano, facendo un servizio all’Ordine Francescano Secolare della Svizzera Italiana che in questa rivista ha il suo organo ufficiale.

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La persuasione che detto messaggio francescano è di grande attualità per tutti coloro che vedono in Francesco e Chiara d’Assisi, un uomo e una donna moderni, esempi di quell’azione e contemplazione tanto necessaria ai nostri giorni.

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La ferma volontà di non spegnere quella voce che scende dal santuario più amato dai ticinesi, permettendo alla stessa di entrare nelle case con messaggi mariani seri e attuali.

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Contribuire allo sforzo che fa la diocesi di Lugano e il suo vescovo di aumentare nei cattolici l’istruzione e cultura religiosa, nella persuasione che il più grave peccato è l’ignoranza.

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Mantenere vivo un dialogo ecumenico in un periodo nel quale lo stesso sembra affievolito.

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Continuare l’offerta di pagine meditative che aiutino coloro che vogliono cercare momenti di silenzio alimentati con pensieri profondi e organizzati con tecniche appropriate.

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Segnalare libri utili per soddisfare a fonti diverse la propria sete di sapere attraverso diverse sorgenti.

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Interesse – dai prossimi numeri – per un dialogo con quegli abbonati che volessero scriverci. Vi esortiamo a farci conoscere le vostre opinioni sulla nostra rivista rinnovata, a proporci temi e ad interrogarci su problemi che vi interessano. Vi risponderemo!

Per noi della redazione “dieci comandamenti” o impegni, per voi lettori dieci indicazioni su come si strutturerà la rivista. Non ci resta che sperare nella tenuta degli abbonamenti, i 2000 ed oltre non sono pochi. Il prezzo di fr. 30.— per quattro numeri all’anno di una rivista con questo formato, con illustrazioni a colori, è modesto. Rimaneteci fedeli, rinnovando l’abbonamento. Sosteneteci, aiutandoci a trovare nuovi abbonati. Farete un’opera di apostolato, ci permetterete così di coprire le spese, e con noi salvate una rivista che si avvia con fiducia verso il secolo (1911-2011) di vita. La redazione

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Messaggio editoriale

Educazione religiosa in famiglia

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arlare di educazione è sempre attuale, perché un impegno al quale nessuno può rinunciare: genitori, docenti, datori di lavoro. Etimologicamente la parola “educazione” significa “tirare fuori”, per esempio dalla possessività dei genitori per rendere i figli sempre più autonomi, dalla dipendenza dei docenti in modo che gli allievi siano spronati a superare i maestri (soltanto così la scienza progredisce), dalla sollecitudine dei datori di lavoro così che gli apprendisti siano aiutati “a rubare” il mestiere ai datori di lavoro. Ma dobbiamo anche avere il coraggio di ammettere che l’opera educativa può e deve partire dal basso. Mi spiego: i genitori devono essere disposti a ricevere un’educazione da parte dei loro figli, i docenti dai loro allievi, i datori di lavoro da parte degli apprendisti. Viviamo in un tempo che corre veloce, mantenere gerarchicamente delle posizioni verticistiche non serve a nessuno, oggi l’educazione deve essere circolare, solo così si avranno ambienti educativi dove, pur nel rispetto dei ruoli, tutti sono impegnati a dare e a ricevere per il raggiungimento del bene comune. In questo senso l’educazione è arte dello scambio, è favorita dal colloquio, esige massima partecipazione. Si può parlare di educazione sotto diverse angolature. In una rivista che vuol essere veicolo di cultura religiosa, parlare di educazione vuol dire riflettere su un settore preciso: quello religioso appunto. La nostra diocesi, durante quest’anno pastorale, vuole impegnarsi nello studio di questo tema importante, indispensabile. Il vescovo lo ha fatto soggetto di una lettera pastorale (vedi pag. 8). Questo tema, dovrebbe interessare tutte le famiglia cristiane perciò domandiamoci:

Per i genitori da dove proviene l’impegno di educare religiosamente i propri figli e di chiedere la collaborazione della Comunità parrocchiale per realizzare questa educazione? Parlare di “Educazione religiosa in famiglia” vuol dire porsi preliminarmente un’altra domanda: I genitori cristiani hanno veramente l’obbligo di educare cristianamente i propri figli? Non sarebbe un obbligo delle Chiese? Parlare di obbligo, per un impegno come questo, è sempre antipatico, perché - obbligando – non ottieni frutti apprezzabili. Comunque, l’impegno morale da parte dei genitori cristiani esiste e appoggia su diversi cardini: – 1 Il proprio battesimo: se si ritiene che, essere battezzati, è godere di quella vita divina che Cristo ha portato sulla terra, i genitori, come hanno trasmesso la vita fisica ai propri figli, così dovrebbero

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sentirsi impegnati a trasmettere anche quella spirituale. È un dono ricevuto, che deve essere comunicato. – 2 La Cresima: questo sacramento poco conosciuto perciò poco stimato, dovrebbe essere il “segno” della maturazione cristiana e, in quanto tale, l’ufficiale deputazione all’apostolato. Una volta si diceva che con la cresima si diventava “soldati di Cristo”. Ora in clima antimilitarista, forse è meglio dire che con la Cresima si diventa “apostoli di Cristo”, da lui chiamati ed inviati testimoniare il suo messaggio e a diffonderlo. – 3 Il sacramento del Matrimonio: forse pochi genitori ricordano che quando hanno chiesto questo sacramento hanno promesso di non rifiutare la prole e d’impegnarsi ad educarla cristianamente. Se questa promessa fosse sempre mantenuta, anche fra le coppie cristiane rimaste (ormai la maggioranza delle coppie non chiede più questo sacramento) non ci sarebbero tanti divorzi, perché “educare cristianamente in famiglia”, vuol dire testimoniare l’amore di Dio attraverso il proprio amore in un concreto sforzo di mantenere l’unione anche in situazioni difficili, pensando – fra l’altro – che le prime vittime della disunione sono proprio i figli.

Concretamente cosa vuol dire “educare cristianamente i figli?” Vuol dire assumere quel programma educativo che Gesù ci ha lasciato (il vangelo); ma soprattutto vuol dire prendere lui come modello. Per far questo la cosa indispensabile è porsi la seguente domanda: ma chi è Gesù Cristo, affinché si possa assumerlo come modello? La risposta è triplice: Gesù è stato un maestro, un servitore del prossimo, un santificatore. – 1 Gesù maestro. Uno che fa questa professione non diventa modello solo per il modo di comportarsi della sua persona, ma anche per la validità dell’insegnamento che propone. Se i genitori vogliono seguire Gesù Maestro e proporre il suo insegnamento ai figli devono conoscere questa persona e quello che ha detto e fatto. Qui tocchiamo un tasto dolente. Noi sacerdoti ci accorgiamo subito, incontrando i bambini per il catechismo scolastico o parrocchiale, quando non hanno ricevuto nessuna formazione religiosa in famiglia, e sono la maggioranza dei casi! È logico,


non si può insegnare ciò che non si conosce. Per me, oggi, il più grave peccato dei cristiani è l’ignoranza, e dall’ignoranza nascono i pregiudizi, le critiche, la disistima, l’abbandono, ecc. ecc. Eppure quanti mezzi didattici oggi esistono per far conoscere Gesù ai bambini: libri ben fatti, album a colori anche per i più piccini, filmati. Bisogna avere la volontà di farli passare, leggere, vedere insieme, dando così anche la testimonianza che quello che la mamma e il papà stanno facendo per il proprio bambino è importante per tutti e due. – 2 Gesù servo. Se c’è un atteggiamento che stupisce nella vita di Cristo è la sua dedizione al servizio. Gli stessi miracoli, così numerosi e così misteriosi, sono “segni” di una duplice realtà; delle meraviglie che la fede può compiere quando accetta l’azione divina (Gesù guarisce un cieco perché prima di aprirgli gli occhi del corpo gli ha aperto quelli dell’anima). Inoltre, queste azioni sono un indice che Gesù si è messo al servizio di tanta umanità sofferente. Educare cristianamente vuol dire inculcare e allenare a questo servizio, che per i più piccoli si chiama condivisione, per i più grandicelli impegno, per i giovani e gli adulti, volontariato sociale. E il tutto dentro una comunità che aiuta, verifica, sprona ed incoraggia nei momenti più difficili. La comunità della condivisione sarà la famiglia, quella dell’impegno sarà il gruppo (parrocchia, scuola società di vario tipo), quella del volontariato la società civile o/e religiosa. E tutto questo va fatto non per filantropismo, ma per amore cristiano: la differenza fra i due sta nel fatto che il primo - nobilissimo – parte dall’uomo e all’uomo conduce, il secondo, l’amore forza divina, cerca di realizzare il comandamento di Cristo: “Amatevi come io ho amato voi!”. E noi sappiamo come ci ha amati; lo ha detto ancora Lui: “Nessuno ama più di colui che dà la vita per la persona amata”. – 3 Gesù è stato santificatore. Per noi che crediamo Gesù è il Figlio di Dio che ha portato la vita divina sulla terra. Per questo è stato sempre in unione

col Padre e quest’unione ha un nome preciso, preghiera, e ci ha insegnato a pregare. Per questo ha istituito dei “segni” che donano questa vita divina o la rafforzano, i sacramenti. Per questo è arrivato – con un pizzico di esagerazione – a dirci che dobbiamo essere perfetti come è perfetto il Padre nostro che è nei cieli. Ma anche questa opera di santificazione deve essere richiesta e accettata. Un anno un ragazzo della cresima, la vigilia di ricevere il sacramento, mi chiese: “Domani, quanto Spirito Santo riceverò?”. Pioveva a dirotto, i suoi compagni fecero

un risolino, risposi: Vedete ragazzi, piove. Immaginatevi di mettere fuori alla pioggia un recipiente, tu un vasetto, tu una brocca, tu un catino. Se piovesse tutta la notte, domani chi avrà più acqua nel suo recipiente?… Così sarà di voi, riceverà più Spirito Santo, chi avrà il cuore, lo spirito, più ampio, più aperto, più disponibile, più accogliente. Ma perché il nostro cuore sia capace di accogliere lo Spirito dobbiamo coltivare dei momenti spirituali. Quanti sono i genitori che pregano coi figli?… Che vanno a messa con loro?… Che s’interessano della loro crescita spirituale (almeno

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Messaggio deleditoriale Vescovo Messaggio segue

quanto della loro crescita fisica, intellettuale, sportiva, nell’ hobby scelto, ecc.

Quali sono i tempi dell’educazione cristiana? Senza pretendere di dare della regole valide per tutti nei distinguerei alcuni: Da 0 a 3 anni: tempo delle esperienze affettive e dei primi gesti religiosi. Ogni sera ripetere il segno della croce sulla fronte col quale il sacerdote ha salutato il bambino alla porta delle chiesa quando è stato portato per il Battesimo. Il bambino non comprende, ma vive. Un giorno domanderà: “Perché fai questo?”. E voi risponderete che è il saluto cristiano, dato la prima volta il giorno del suo Battesimo. Gli direte che quel saluto è dato nel nome di un Padre che è nei cieli, del suo Figlio Gesù che è stato uomo come noi, e dello Spirito di amore che vuol bene a te, bimbo mio. Dai 3 ai 7 anni: tempo in cui si aggiungono i racconti (prima catechesi) e le esperienze esplorative, come la visita alla chiesa, prima quando è vuota, lasciando scoprire gli spazi, poi per breve parte delle funzioni, affinché veda la comunità riunita, senta i canti. Dai 7 alla fine delle elementari: tempo della collaborazione con la catechesi parrocchiale ed istruzione scolastica. In questi anni vi è la preparazione alla prima Comunione che deve essere fatta prima in famiglia, poi in parrocchia. La prima Confessione distinguendo bene fra senso di colpa e sacramento della Penitenza, meglio detto “Festa del perdono”.

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Nell’età della scuola media o scuola superiore e apprendistato indispensabile preparare il giovane ad un incontro personale con Cristo, attraverso la rilettura del messaggio cristiano, per giungere alla solenne conferma del battesimo e al sacramento della cresima. In qualsiasi età ricordiamo che l’educazione religiosa passa attraverso due mezzi indispensabili: l’amore e la testimonianza.

L’amore: la ricordate la stupenda scena nel primo film del Decalogo di Kieslowski. Un nipotino, figlio di un ateo, chiede alla zia: “Chi è Dio?”. La zia lo prende fra le braccia e lo stringe forte, poi chiede al ragazzino: “Cosa senti?”. Risposta: “Che mi ami!”. E la zia: “Lui, Dio, è questo!”. Atto di amore e di testimonianza. Amare Dio nella certezza di essere rinati in Lui. Questa è la ricetta infallibile dell’educazione cristiana. Qualche genitore che ha letto fino a questo punto il presente articolo dirà: “Cose belle da scrivere, difficili da fare!” Ma chi ha detto che il cristianesimo è una cosa facile?… Siamo noi che lo abbiamo ridotto ad uno sciroppino dolciastro, allergici come siamo a solido cibo spirituale del vangelo. L’effetto di questa riduzione l’abbiamo sotto gli occhi; è terminata la generazione cristiana, stiamo entrando nell’era post-cristiana. I cristiani convinti e impegnati sono una minoranza, ma proprio per questo devono essere testimoni, forti, istruiti e coerenti.


Il presente numero della rivista ci accompagna da Natale a Pasqua passando per la Quaresima. Con questa pagina vogliamo invitarvi a un momento quotidiano (o settimanale) di meditazione. Contemplate il volto sofferente di Cristo (è il grande crocifisso quattrocentesco che si trova nella chiesa del Sacro Cuore di Bellinzona), leggete il testo di Ungaretti e riflettete. Un momento per te… una boccata d’aria per il tuo spirito.

Fa piaga nel tuo cuore la somma del dolore che va spargendo sulla terra l’uomo Cristo pensoso palpito, Astro incarnato nelle umane tenebre, Fratello che t’immoli Perennemente per riedificare Umanamente l’uomo, Santo, Santo che soffri, Maestro e fratello e Dio Che ci sai deboli, Santo, Santo che soffri Per liberare dalla morte i morti E sorreggere noi infelici vivi. D’un pianto mio solo non piango più. Ecco, Ti chiamo, Santo, Santo, Santo che soffrì


Messaggio del Vescovo

Intervista a Monsignor Grampa Quali sono i motivi che l’hanno spinta a scrivere una corposa Lettera pastorale sull’educazione? Il desiderio di completare le riflessioni su matrimonio e famiglia, che erano state oggetto di attenzione lo scorso anno pastorale con la lettera “Non hanno più vino”, e la costatazione che viviamo in un momento di emergenza educativa. A tutti i livelli: familiari, scolastici, sociali rileviamo una insoddisfazione e uno sbandamento delle nuove generazioni, che si concretizzano in gesti di violenza, di maleducazione, di mancanza di rispetto per la proprietà privata e per i beni pubblici, come i mezzi di trasporto. Da un punto di vista religioso non può lasciare indifferenti l’abbandono precoce di ogni pratica religiosa e di una coerente crescita secondo i valori cristiani con comportamenti sregolati che conoscono abuso di alcol, di spinelli, di evasioni, di sesso.

Il titolo della Lettera è provocatorio: “Figlio, perché ci hai fatto questo?”. Si tratta evidentemente della domanda-rimprovero che Maria, la Madre, fece a Gesù quando lo ha ritrovato nel tempio di Gerusalemme. Come mai questo titolo? Perché il dolore e la sofferenza di molti genitori, oggi, non è minore di quello provato da Maria e Giuseppe quando Gesù si smarrì, fermandosi nel tempio a discutere con i rabbini, per fare la volontà del Padre celeste. Nel caso dei genitori di oggi ci troviamo di fronte alla disperazione per un gesto che ha portato ad una morte precoce, nel tunnel nella droga, alla schiavitù dell’alcol, del sesso, del gioco, a comportamenti violenti, alla banalizzazione dell’esistenza, alla dispersione di talenti ricevuti, all’abbandono della fede e della tradizione dei padri. Sono molteplici gli atteggiamenti dei figli e le delusioni raccolte dai genitori oggi che li inducono a formulare la medesima domanda di Maria: “Figlio, perché ci hai fatto questo?”.

Lei insiste sulla comunità parrocchiale come luogo di educazione. Non le sembra che le comunità siano soprattutto e quasi soltanto luoghi di sacramentalizzazione? Che fare per renderle maggiormente luoghi educativi? Purtroppo le nostre comunità sono soprattutto e quasi luoghi di sacramentalizzazione ed è proprio per questo che insisto nel dire che il cristianesimo non è prevalentemente culto o dottrina, ma vita: esperienza di vita, un preciso modo di impostare e vivere la vita. Allora occorre essere vicini in tutte le tappe della vita in modo continuativo e completo, offrendo una visione globale, che non si limita al culto, ma suggerisce modi concreti di vita nella libertà, nella responsabilità, nella generosità, nella solidarietà e nella gioia.

Nella sua Lettera vi sono alcuni interessanti paragrafi sul sacramento della Cresima. Ritiene che questo sacramento abbia un rapporto particolare con la proposta educativa? Certamente! Dal momento che tra i sacramenti dell’iniziazione cristiana è quello più legato alla crescita, quindi all’inserimento dei ragazzi nella realtà totale. Il processo educativo è infatti una progressiva esperienza integrale di conoscenza ed assunzione di tutta la realtà, alla quale occorre introdurre gradualmente il ragazzo che cresce ed acquista sempre più autonomia nel dopo Cresima.

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Occorre garantire lo sviluppo di tutte le dimensioni di un individuo fino alla loro realizzazione integrale, affermando al tempo stesso tutte le possibilità di conversione attiva di quelle dimensioni con tutta la realtà. Questo richiede un contesto di pazienza, di dialogo, di libertà, di rischio anche, di testimonianza, di esperienza e di responsabilità. Tutte caratteristiche legate al momento del dopo Cresima, che per questo assume una importanza particolare.

Il decalogo del genitore 1. Non urlare (salvo una volta alla settimana) 2. Non strafare (la madre troppo valente fa il figlio buono a niente) 3. Ricordati di amare (solo l’amore persuade) 4. Fa il bene prima di parlarne (nell’educazione sono vietate le recite) 5. Impara a parlare (le armi possono vincere, le parole convincere) 6. Ricordati di essere ciò che vuoi insegnare (la parola è suono, l’esempio è tuono) 7. Non desiderare d’essere perfetto (gli specchi troppo lucidi danno fastidio agli occhi) 8. Non dimenticare di pregare (la preghiera non è un gargarismo di parole, ma un’energia) 9. Non perdere il sorriso (i genitori che non si divertono ad educare i figli hanno sbagliato mestiere) 10. Non desiderare un figlio diverso da quello che hai (ogni uomo è prezioso, ogni uomo è immenso)

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Obiettivo sulla Madonna del Sasso Messaggio dalla Madonna del Sasso

Quest’anno per la seconda volta il professor Hermann Dornhege, docente di design all’università di scienze applicate di Münster, ha organizzato un workshop estivo nel nostro cantone. Con lui un gruppo di studenti ha così soggiornato per due settimane a Vira. Durante il giorno, partendo dal Gambarogno, i fotografi in erba hanno esplorato la nostra regione alla ricerca di soggetti interessanti per i loro esercizi. Una giovane studentessa ha puntato l’obiettivo del suo apparecchio fotografico sul santuario della Madonna del Sasso. Ne è nata un’esperienza significativa. Ecco il suo racconto.

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utto ha inizio il mattino del 6 ottobre 2007. Quattordici studenti e un professore si incontrano al posteggio dell’alta scuola per design e lasciano poco dopo la città di Münster in direzione del Ticino. Eravamo tutti ancora molto stanchi. In ciascuno di noi affiorava però una domanda: chissà quali sorprese ci riserveranno le due settimane di pratica fotografica che trascorreremo nella Svizzera italiana? Avevamo dovuto informarci previamente sul paese e sui suoi abitanti. Eventualmente avremmo anche già potuto scegliere un tema fotografico al quale dedicarci giunti sul posto. Durante le mie ricerche sul cantone Ticino, mi ero imbattuta in una pagina su Locarno. In essa figuravano alcune informazioni su un convento di nome “Madonna del Sasso”. La mia curiosità era stata subito sollecitata, nonostante – o forse proprio perché – io non sono cresciuta in un ambiente cattolico e nemmeno particolarmente credente. Questo tema mi è sempre interessato. Che persone sono mai quelle che dedicano tutta la loro vita alla fede? Come si diventa frate? A chi fa questa scelta non viene poi a mancare una famiglia propria? Che cosa fa un frate tutto il giorno? Avevo così tante domande e speravo che il progetto potesse realizzarsi. Già il lunedì dopo il nostro arrivo in Ticino presi il battello dal Gambarogno a Locarno e salii al convento. La gentilissima e sollecita venditrice del negozio di oggetti devozionali mi diede un numero telefonico. Dopo un paio di chiamate avevo il desiderato permesso di fare delle fotografie e, già per l’indomani, un appuntamento con un frate di nome Nicolao. Il mattino seguente mi misi in viaggio per salire al convento. Ero un po’ nervosa e soprattutto curiosa di conoscere ciò che mi attendeva. Che cosa mi sarà dato di vedere? Che cosa sarà possibile fare? Saranno sufficienti le conoscenze fotografiche acquisite finora per svolgere un buon lavoro?

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Incontrai frate Nicolao puntuale alla porta del convento. Fui subito affascinata dal suo portamento calmo e dalla sua figura ispirante fiducia. Mi mostrò l’intero convento rispondendo fin nei minimi particolari alle mie mille domande. Lentamente mi calmai e iniziai a lavorare, a fotografare. Con una pazienza incredibile frate Nicolao assecondò tutte le mie richieste di posa e mi diede pure la possibilità di scattare delle foto molto particolari mostrandomi una raccolta di suoi dipinti. Con molta naturalezza a mezzogiorno venni invitata a pranzo. Fui nuovamente presa dal nervosismo. A tavola sarebbero venuti anche tutti gli altri frati e padri. Io temevo di commettere qualche sbaglio e di fare magari qualcosa di sconveniente. La mia era una paura inutile, come ebbi subito a constatare. L’atmosfera a tavola era distesa e amichevole. Il pranzo squisito e la conversazione fantastica. In modo particolare mi impressionava come, nonostante la continua presenza dell’apparecchio fotografico, tutti i commensali erano aperti e spontanei con me. Purtroppo il giorno trascorse in fretta. Verso le quattro del pomeriggio sia io sia l’ottantacinquenne frate Nicolao eravamo stanchi. E poi avevo davanti a me ancora due settimane durante le quali avrei avuto certamente sufficienti opportunità di lavorare. Ci demmo comunque appuntamento per l’indomani. Congedandomi frate Nicolao intinse un dito nell’ac-

quasantiera e poi mi benedisse. Fu per me qualcosa di nuovo e molto particolare. Commossa e impressionata lasciai il convento. I giorni seguenti trascorsero in fretta. Facevo la spola tra il Gambarogno e Locarno. Ogni mattina ero nuovamente felice di rivedere frate Nicolao e di lavorare con lui. Mentre lui svolgeva i suoi compiti quotidiani e io lo fotografavo, conversavamo a lungo della sua e anche della mia vita. Prevedevo che al termine delle due settimane il commiato sarebbe stato per me molto difficile. Ed in effetti fu così. Nel frattempo, da quattro settimane, sono di nuovo in Germania. Ripensando al tempo trascorso nel convento della Madonna del Sasso mi commuovo ancora adesso ricordando l’incondizionata cordialità con la quale sono stata accolta. Nessuno mi ha mai chiesto se anche io fossi credente e andassi regolarmente in chiesa. Sono stata accolta senza pregiudizi e ognuno in quel luogo ha fatto ciò che poteva per facilitare il mio lavoro e renderlo il più piacevole possibile. Queste due settimane hanno lasciato un segno durevole in me: mi hanno cambiata, hanno cambiato il mio lavoro e la mia vita. Spero vivamente di poter ancora tornare presto in Ticino accogliendo così anche l’amichevole invito a far di nuovo visita al convento della Madonna del Sasso. Karolin Seinsche


Messaggio dall’Ordine Francescano Secolare

Saluto dell’Assistente Regionale... ...e della Ministra Regionale

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essaggero riparte! Grazie all’intuizione ed al coraggio di padre Callisto Caldelari, Messaggero riprende a volare. Noi dell’OFS della Svizzera italiana salutiamo positivamente questa nuova partenza, in quanto ci mancava uno strumento editoriale per far sentire la voce del Terzo Ordine Francescano. Questa nostra collaborazione con la rivista è stata pensata per dare voce alle comunità locali ed al Consiglio Regionale, attraverso la condivisione dei momenti che scandiscono la vita familiare delle fraternità: ammissioni, professioni, formazione, decessi. A tutte le fraternità OFS ma anche ai singoli lettori che vogliono condividere con noi il loro contributo, sono pregati di far pervenire a me o al segretario regionale Franchino Casoni il loro testo. Perché la voce dell’OFS si diffonda attraverso Messaggero, è necessario che tutti sosteniamo questa lodevole iniziativa editoriale, abbonandoci e facendo conoscere in Parrocchia questa rivista. Mettiamo sotto la protezione di s. Francesco e di s. Elisabetta tutti i nostri progetti, i membri delle fraternità, in particolari quelli ammalati ed anziani ed il nuovo anno formativo che inizieremo nel 2008 a Spazio Aperto. A tutti rivolgo il più cordiale e fraterno “Pace e Bene”. fra Michele Ravetta

S. Elisabetta d’Ungheria

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Che cos’è l’OFS? Parlare di Ordine Francescano Secolare (OFS) significa parlare del primo grande movimento laicale della storia della Chiesa, il movimento che, anticipando di otto secoli l’ecclesiologia del Vaticano II, ha promosso una vita più piena di Chiesa, promuovendo proprio la vita del laico. È un Ordine presente oggi in tutto il mondo con circa un milione di aderenti. La finalità dell’OFS è vivere da cristiani nel mondo seguendo le orme del Santo di Assisi. Quindi il suo programma non si identifica in qualche opera di assistenza, o di carità, o di devozione; tanto meno consiste nel coltivare una specie di “supercristianesimo”, cui accedono i cosiddetti “buoni cristiani“ per un ulteriore affinamento delle proprie virtù. L’OFS è un modo, una via per essere cristiani, perché in definitiva è questa l’avventura più grande e più ardua per ogni uomo. Un’avventura che è da vivere in un recupero continuo di fedeltà a Dio e, per un laico francescano, è un’avventura da vivere facendo del proprio quotidiano, della vita nel mondo, un terreno di rimando a Dio, di riconciliazione a Dio. L’OFS nasce per espressa volontà di Francesco d’Assisi sollecitato a dare una risposta alle tante persone che volevano condividere il suo cammino evangelico. Francesco risponde aprendo la possibilità della santità di vita anche allo stato laicale, e questo in un secolo, il 1200, in cui il rapporto profondo con Dio, il tendere alla perfezione della vita cristiana, sembrava essere appannaggio esclusivo dei chierici e di coloro che si ritiravano dal mondo, i monaci. Con intuizione profetica Francesco, attraverso la via della penitenza, propone ai laici, uomini e donne, sposati e non sposati, di ogni età e di ogni condizione, di vivere il Vangelo nella propria giornata, nella propria famiglia, nel proprio lavoro. La penitenza, intesa nel suo significato più profondo di conversione, di cambiamento di cuore e di mente, viene così unita alla quotidianità, al vivere nel mondo.


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untio vobis gaudium magnum! Sì vi annuncio una grande gioia : il Messaggero riprende il suo cammino, in salita forse, ma certo di portare a tutti coloro che fanno parte del seguito di San Francesco notizie, informazioni, comunicazioni per tenerci “vicini” l’un l’altro e darci la consapevolezza di essere una famiglia, una testimonianza evangelica nel mondo di oggi, nella quotidianità delle nostre piccole realtà di vita, come un seme gettato nella terra dura dell’inverno per poi maturare e portare frutti. Come le stagioni della vita che sono un susseguirsi di vita e morte. Che dirvi? Dopo un anno dal mandato di responsabile regionale per l’OFS, che a prima vista mi sente incapace di far fronte ad una missione di rinnovo delle nostre fraternità, questa rinascita colora dei colori dell’arcobaleno la speranza. Speranza per sentire lo spirito che soffia lasciando il Padre modellarci all’immagine del Figlio. Lodato sia tu, mio Signore per questo “inserto OFS” ! Certa che per tutti noi sia il legame, l’anello di giunzione tra le diverse fraternità. Mi viene da pensare alle radici, che significa avere un legame stabile con uno spazio preciso, la città, il paese, il quartiere come storia concreta fatta di persone ed eventi precisi, dove la nostra presenza sia una casa di comunione, un luogo di vera fraternità, capace di narrare la

speranza di una vita più forte della morte. In un momento in cui le frontiere si stanno dilatando, sapremo essere disponibili agli uomini e alle donne portando la profezia di una società in cui giustizia e perdono si abbracciano? In cui la pace viene perseguita, costi quel che costi? In cui sapranno riconoscerci fratelli al seguito di Francesco, povero ed umile, sorridente… e pellegrino senza sosta… Sono i miei sogni! Negli ultimi giorni di giugno, con Padre Michele, Annamaria Bertossa (del consiglio regionale) e Franca Humair, instancabile animatrice della fraternità bellinzonese, ci siamo recati a Poschiavo per incontrare le fraternità della regione. Presenza quanto mai numerosa, accogliente e calda. Accoglienza come primo passo verso la spiritualità che comincia sempre con un gesto d’accoglienza. Ne siamo ritornati la sera frastornati e felici. Bentornati dunque a tutti noi. Fraternamente. Gabriella Modonesi

Cronache dalle Fraternità La Fraternità di Mendrisio ha vissuto giovedì 22 novembre 2007 il proprio Capitolo elettivo. Presso la sede sociale, la Biblioteca San Damiano di Mendrisio, alla presenza di Gabriella Modonesi, Ministra Regionale, di fra Michele Ravetta, Assistente locale e regionale e del suo delegato fra Boris Muther, dopo una introduzione ed una spiegazione sulle modalità del voto, così come espressamente richiesto dalla nostra Regola, alla presenza di 17 membri aventi diritto di voto, si è proceduto alle votazioni che hanno sortito le seguenti nomine per il nuovo triennio 2008-2010: Aldo Bernaschina è stato eletto nuovo Ministro di Fraternità, alla prima votazione; Luigina Torti è stata nominata Vice-Ministra, alla seconda votazione; in seguito sono stati eletti o rieletti quali membri del Consiglio di fraternità: Francesca Gusberti, Katia Gabaglio e Chiara Corti. La votazione si è svolta nella massima serenità e comunione fraterna. L’esperienza di coloro che già da tempo svolgono questi servizi, l’umiltà e la disponibilità di coloro che per la prima volta sono stati chiamati a contribuire alla vita di Fraternità assumendo nuovi incarichi, possano portare frutti buoni e abbondanti, tutto a Gloria del Signore. In seguito tutti i fratelli e le sorelle si sono ritrovati per una breve agape fraterna, allietata da squisiti dolcetti e soprattutto “condita” dalla gioia di essere tutti uniti in Cristo Signore e nel nostro tanto amato Padre San Francesco. A loro affidiamo i nuovi eletti perché la Luce e la Sapienza dello Spirito Santo li illuminino nelle scelte, nelle decisioni e nel servizio ai fratelli che viene loro affidato. Chiara

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Messaggio francescano

Biografia o Agiografia?

È

San Francesco del Cimabue opera ritenuta la più autentica rappresentazione del Santo

noto che il capostipite dei numerosi biografi di Francesco d’Assisi sia stato il frate abruzzese Tommaso da Celano con la sua celebre trilogia della “Vita prima”, della “Vita seconda” e del “Trattato dei miracoli”. La prima opera risale al 1228/29, la seconda al 1246/47, la tera al 1252/53. Tommaso si era aggregato al gruppo di Francesco tra il 1214 e il 1215, e già nel 1221 – con un gruppetto di altri frati - era stato inviato in missione in Germania, dove rimarrà fin verso il 1224. Tornato in Italia, forse fu presente alla canonizzazione di Francesco, celebrata da papa Gregorio IX il 16 luglio 1228 nella chiesa di S.Giorgio di Assisi, dove nel 1226 erano deposte le spoglie del santo. Non è sicuro che abbia scritto la sua prima biografia “per ordine del glorioso signor papa Gregorio”, come egli attesta nel Prologo della sua prima fatica (cfr. FF 315). Ma a me interessa ora soltanto scoprire se il dettato di frate Tommaso rientri nella categoria delle ‘biografie’ come noi oggi le intendiamo, oppure se esso debba essere catalogato come una ‘agiografia’. Infatti se una biografia deve necessariamente essere un’opera scientifica o storica, una ‘agiografia’ può concedersi degli eccessi celebrativi o perfino degli errori, riconducibili allo schema narrativo prescelto. In quest’ottica, vorrei ora tentare di mettere a confronto gli inizi della ‘Vita prima’ e della ‘Vita seconda’ del nostro autore, per vedere se a Tommaso possiamo dare la patente di storico, o se egli sceglie veramente – come afferma nel suo Prologo – “sempre come maestra e guida la verità”.

Il giovane Francesco della ‘Vita prima’ I primi anni e la giovinezza di Francesco vengono così descritti da fra Tommaso da Celano. “Viveva ad Assisi, nella valle spoletana, un uomo di nome Francesco. Dai genitori ricevette fin dall’infanzia una cattiva educazione, ispirata alle vanità del mondo. Imitando i loro esempi, egli stesso divenne ancor più leggero e vanitoso. Questa pessima mentalità, infatti, si è diffusa tra coloro che si dicono cristiani: si è fatto strada il sistema funesto, quasi fosse una legge, di educare i propri figli fin dalla culla con eccessiva tolleranza e dissolutezza. Ancora fanciulli, appena cominciano a balbettare qualche sillaba, si insegnano loro con gesti e parole cose vergognose e deprecabili. Sopraggiunto il tempo dello svezzamento, sono spinti non solo a dire, ma anche a fare, ciò che è indecente. Nessuno di loro, a quell’età, osa comportarsi onestamente, per timore di essere severamente castigato. Ben a ragione, pertanto, afferma un poeta

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pagano [Seneca]: “Essendo cresciuti tra i cattivi esempi dei nostri genitori, tutti i mali ci accompagnano dalla fanciullezza”. E si tratta di una testimonianza vera: quanto più i desideri dei parenti sono dannosi ai figli, tanto più essi li seguono volentieri! Raggiunta un’età un po’ più matura, istintivamente passano a misfatti peggiori, perché da una radice guasta cresce un albero difettoso, e ciò che una volta è degenerato, a stento si può ricondurre al suo giusto stato. E quando varcano la soglia dell’adolescenza, che cosa pensi che diventino? Allora rompono i freni di ogni norma: poiché è permesso fare tutto quello che piace, si abbandonano senza riguardo ad una vita depravata… Ecco i tristi insegnamenti a cui fu iniziato quest’uomo che noi oggi veneriamo come santo, e che è veramente santo!”. E il nostro autore rincara ulteriormente la dose, dicendo che il giovane “sciupò miseramente il tempo, dall’infanzia fin quasi al suo venticinquesimo anno”…; “che cercava di eccellere sugli altri ovunque e con smisurata ambizione: nei giuochi, nelle raffinatezze, nei bei motti, nei canti, nelle vesti sfarzose e morbide…” (FF 317-320).

molto buone. Allontanava da sé tutto ciò potesse suonare offesa a qualcuno e, crescendo con animo gentile, non sembrava figlio di quelli che erano detti suoi genitori”. E conclude dicendo che: “Tra i nati donna non sorse alcuno maggiore di quello, e nessuno più perfetto di questo tra i fondatori di Ordini religiosi. È una coincidenza degna di essere sottolineata” (FF 583).

Il giovane Francesco della ‘Vita seconda’ A vent’anni di distanza, incaricato dal ministro generale fra Crescenzio da Jesi, Tommaso ritorna a scrivere su Francesco, asserendo (anche se ciò non corrisponde al vero) che “Noi l’abbiamo potuto conoscere meglio degli altri per lunga esperienza, frutto di assidua comunione di vita e di scambievole familiarità” (FF 578). Ecco la sua descrizione. “Il servo e amico dell’ Altissimo, Francesco, ebbe questo nome dalla divina Provvidenza, affinchè per la sua originalità e novità si diffondesse più facilmente in tutto il mondo la fama della sua missione. La madre lo aveva chiamato Giovanni, quando rinascendo dall’acqua e dallo Spirito Santo, da figlio d’ira era divenuto figlio della grazia. Specchio di rettitudine, quella donna presentava nella sua condotta, per così dire, un segno visibile della sua virtù. Infatti, fu resa partecipe, come privilegio, di una certa somiglianza con l’antica santa Elisabetta, sia per il nome imposto al figlio, sia anche per lo spirito profetico. Quando i vicini manifestavano la loro ammirazione per la generosità d’animo e l’integrità morale di Francesco, ripeteva, quasi divinamente ispirata: “Cosa pensate che diverrà questo mio figlio? Sappiate che per i suoi meriti diverrà figlio di Dio”. In realtà, era questa l’opinione anche di altri, che apprezzavano Francesco, già grandicello, per alcune sue inclinazioni

Cosa concludere? Mi pare che la risposta da dare sia abbastanza facile. Né la “Vita prima” né la “Vita seconda” possono essere censite come ‘biografia’, ma esse possono senz’altro essere catalogate come ‘agiografia’, Purtroppo del Francesco storico sappiamo po1 Seguo la traduzione di Abele Calufetti e Feliciano Olgiati, nelchissimo, e – proprio per questo – la via più diretta, l’edizione delle Fonti Francescane, edite dal Movimento Francemascano, più ardua per conoscere Francesco, resta quella Assisi 1977. dei suoi scritti autentici. È l’unica strada percorribile 2 Questo passaggio dellapriva ‘Vita seconda’ è stato tolto dalla traduzione oggi, anche se non di difficoltà. effettuata da Saverio Colombarini, nell’edizione delle “Fonti francescane”, edite dal Movimento Francescano ad Assisi nel 1977.

fra Riccardo Quadri

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Un testo di spiritualità Indù:

Dieci minuti per te

La Bhagavad Gita

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n questa rubrica dedicata alla spiritualità, intendo percorrere, attraverso una serie imprecisata d’incontri, un testo classico e fondamentale della spiritualità indù: la Bhagavad Gita. Da alcuni autori, la Bhagavad Gita viene considerata, alla stregua dei Veda e delle Upanishad, un testo rivelato e, quindi, incluso nella sruti, ossia nell’elenco dei testi che sono considerati di diretta rivelazione divina. Secondo Bede Griffiths, però, essa andrebbe piuttosto annoverata tra i testi della smrti, dalla radice smri, che significa «ricordare», ossia «tradizione». In effetti, la Bhagavad Gita è «un concentrato di dottrina indù». Essa nasce «in un momento cruciale» dell’esperienza religiosa indiana, quando cioè «diverse correnti di pensiero si trovano a convergere». Si può dire, quindi, che la Bhagavad Gita è «una sorta di sintesi dottrinale», ed è proprio questo che «le dà un carattere così universale. «Chi conosce la Gita – afferma Bede Griffiths – conosce l’essenza della spiritualità indù».

Discepoli della Gita o del Vangelo? Prima di accostarci al testo, però, sono necessarie almeno due premesse. La prima trae spunto da una dichiarazione di Gesù, riportata da Matteo al capitolo 13,5: «Ogni scriba divenuto discepolo del Regno dei cieli è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche». È come dire: Non trascurate nulla. Valorizzare ogni conquista dell’esperienza umana che porti a crescere e a migliorare. Non importa se recente o antica, se proviene dal Nord o dal Sud. Ciò che conta è che porti a conoscere e capire meglio voi stessi e la vita, a celebrare la vita crescendo in intelligenza, sa-

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pienza, amore e verità. È stato questo l’atteggiamento di Gesù e, forse, il testo riportato da Matteo è anche la risposta che Gesù dà a coloro che si scandalizzavano a motivo della sua grande apertura alla vita e all’uomo, capace di riconoscere la presenza di Dio in tutto ciò che fa fiorire la vita. Si dice che Gesù ha desacralizzato la religione. Infatti ha portato la religione, la ricerca e la celebrazione di Dio sul piano della vita concreta; ossia, sul piano delle relazioni quotidiane degli uomini tra di loro e degli uomini con tutte le altre realtà del creato. È noto che i primi cristiani salivano tutti i giorni al tempio per pregare. Questo significa che Gesù non ha sminuito l’importanza del tempio, del culto, delle tradizioni religiose, E tuttavia, egli ha portato la religione fuori dal tempio. Perché il terreno sul quale Dio incontra l’uomo e il tempio nel quale l’uomo celebra Dio è l’esistenza quotidiana, vissuta con amore, dedizione, fiduciosa apertura all’altro, attenzione, generosità, compassione e misericordia. Chinarci sulla Bhagavad Gita non significa, quindi, voltare le spalle al Vangelo. Significa semplicemente fare tesoro di un’esperienza umana che, riassunta e riproposta da questo Canto del Signore, ha aiutato generazioni e generazioni di persone a mantenersi aperte a Dio, alla sua azione creatrice nella storia, e ad assecondarne generosamente le indicazioni. Il sereno incontro con altre esperienze religiose, inoltre, ci aiuta a superare gli scogli dell’abitudine, delle formule stantie, dei luoghi comuni, del linguaggio e delle formule che hanno subito l’usura del tempo. È un aiuto a comprendere in termini nuovi e profondi i messaggi che ci provengono dalla nostra stessa tradizione.

Otto secoli di storia La seconda premessa riguarda più da vicino la Bhagavad Gita, ossia Il Canto del Signore. Come è noto, la Bhagavad Gita fa parte di un poema di dimensioni straordinarie, che superano di gran lunga quelle del testo che è oggetto della nostra riflessione.. Si tratta del Mahabharata, una composizione letteraria che è tre volte quella della Bibbia intera e che ha come tema o filo conduttore la guerra tra due rami nemici della dinastia dei Barata, «i discendenti di Bharata», l’antenato dei principi indù dell’alto Gange e della Yumna. Evidentemente il Mahabharata non contiene soltanto racconti di guerra. La lotta per l’affermazione di sé, il potere e la sopravvivenza occupa un posto fondamentale nella storia dei popoli e in tutte le vicende umane. Anche in questo, la Bibbia è un esempio lampante. Ma, non diversamente dalla Bibbia, così anche il Mahabharata si rivela essere soprattutto un «immenso serbatoio di leggende, di dissertazioni filosofiche e religiose, di istruzioni morali e di prescrizioni legali». Si può dire che è «lo specchio della vita indiana attraverso i secoli e continua a proporre agli indù un modello di vita centrata sul Dharma», cioè sulle regole che determinano l’ordine cosmico e fissano la condotta degli esseri. Anche da questo punto di vista, l’accostamento alla Bibbia è interessante. Infatti, anche la Bibbia riflette l’esperienza storica d’Israele, il suo cammino d’incontro con Dio attraverso tutte le contraddizioni che accompagnano le vicende umane. Si ritiene che la composizione del Mahabharata abbracci un periodo che va dal IV secolo a.C. al IV secolo d.C.


Il Canto del Signore All’interno di questa immensa composizione, la Bhagavad Gita – composta all’incirca agli inizi dell’era cristiana e il cui protagonista è Arjuna, un eroe guerriero – potrebbe essere interpretata come un incoraggiamento a non temere la guerra, il combattimento, la lotta armata, quando sono ispirati da motivazioni tese a promuovere la giustizia e liberazione dell’uomo. Sono soprattutto i primi due capitoli a suggerire una tale lettura. Questa possibilità non deve sorprenderci, perché anche nella Bibbia succede qualcosa di analogo. Infatti, la Bibbia è piena di racconti di guerra, e le battaglie e le vittorie d’Israele sono vissute e celebrate come battaglie e vittorie di Dio. Oltre tutto, se il Dio d’Israele è l’«unico», il «vivente», l’«insostituibile», è perché egli è il Dio che con mano forte e braccio potente ha fatto uscire Israele dall’Egitto, dalla terra di schiavitù, per condurlo verso terre dove scorre latte e miele. È noto che nell’antichità la professione del guerriero era una professione onorifica, riservata ai «nobili». Essa reca onore all’uomo, perché celebra il suo coraggio, la sua dedizione, la sua onestà, il suo senso di superiorità e di invulnerabilità inte-

riore anche di fronte agli eventi più drammatici della storia e della propria vita personale. Era così ancora ai tempi di san Francesco. Ma anche i libri di storia, alla fine, sono soprattutto una raccolta di eventi epici, dove i vincitori diventano anche eroi, cioè paladini della libertà, della verità e del bene. Letta in questa prospettiva, la Bhagavad Gita lancerebbe un messaggio alla casta degli kshatriya, la casta dei guerrieri, perché, in un momento di crisi ideologica, rinnovassero il loro senso del dovere e, di riflesso, lo slancio per la giustizia e la giusta guerra. È noto che il giovane Aurobindo, negli anni della sua militanza politico-rivoluzionaria, inter- pretava la Bhagavad Gita in questo senso.

Il messaggio perenne della Bhagavad Gita Sicuramente, la Bhagavad Gita non disprezza la casta dei guerrieri, né si pone in contrasto con le istituzioni sociali del tempo e dell’ambiente in cui nasce. Ciò nonostante, quando ci si accosta al testo nel complesso dei suoi insegnamenti, appare con convincente evidenza che il suo messaggio è di natura essenzialmente spirituale.

Il combattimento a cui essa invita l’uomo è quello che conduce alla realizzazione del proprio vero Sé e – non diversamente dagli Yoga Sutra di Patanjali – a «superare tutti gli ostacoli a quella conoscenza». È un combattimento difficile, perché suppone la messa al bando di ogni forma di ignoranza, desiderio, attaccamento e avversione. In altre parole, richiede l’acquisizione di una squisita capacità di consapevolezza e di discernimento, tali da intravedere con immediata chiarezza dove risiede la vera grandezza dell’uomo e quali sono i presupposti per pervenire a essa. L’iniziale smarrimento di Arjuna che, posto di fronte ai due schieramenti, decide di non combattere, è espressione di quello stato confusionale, d’indecisione e di smarrimento nel quale anche noi spesso cadiamo quando, dovendo scegliere, non sappiamo in quale direzione muoverci, perché condizionati da una molteplicità di prospettive e desideri che sono in contrasto tra di loro. Gesù accenna alla drammaticità di questa situazione quando, in Mt 10,34 dice: «Non sono venuto a portare la pace sulla terra, ma la spada»; e, ancora, in Lc 12,49: «Sono venuto a portare il fuoco sulla terra, e come vorrei che fosse già acceso». Sono affermazioni che non hanno niente a che vedere con la violenza perpetrata su di sé o nei confronti di altri. Esse rimandano piuttosto alla necessità di una profonda trasformazione interiore. Questa trasformazione comporta sempre anche una lotta e un combattimento. Lotta e combattimento tra tendenze opposte, che sono costantemente attive al nostro interno e nel nostro rapporto con gli altri e nella società. fra Andrea Schnöller

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Messaggio biblico

Quel libro che si chiama “LIBRO”

U

n rivista che vuol essere al servizio della formazione religiosa dei suoi lettori non può prescindere da quello che è il testo religioso per eccellenza. Ecco perché presenteremo a puntate una introduzione alla Bibbia togliendola dalla collana La Bibbia del dì di festa di P. Callisto Caldelari, esistente in due edizioni, una per il Ticino (Ed. Salvioni) ed una seconda per l’Italia (Ed. Messaggero di Padova). Iniziamo con una domanda Innanzi tutto chiediamoci perché questo Libro, o meglio, questi Libri si chiamano Bibbia? La parola stessa ce lo dice; Bibbia vuole dire libro, “il Libro” per eccellenza, quello che sembra ancora essere il più letto, il più commentato, il più tradotto di tutti i libri. Un Libro dunque eccezionale che ha servito e serve come programma di vita per tutte quelle persone che dentro le tre grandi religioni monoteistiche vogliono scoprire quella che loro chiamano la “Parola di Dio” . All’inizio di questi brevi commenti vorrei mettere la stessa frase che ho trovato in una bella edizione della Bibbia, quella della Civiltà Cattolica; nella presentazione di questo grosso e ben documentato volume il cardinale Carlo Maria Martini, arcivescovo di Milano, uno dei maggiori biblisti viventi, scrive: “ La Parola di Dio che risuona all’inizio della creazione del mondo dicendo < sia fatta la luce >, è la stessa Parola che ci fa essere e contiene quindi il segreto della nostra esistenza personale. Essa dice il nostro nome, dà un progetto alla nostra vita, ci rivela che siamo destinatari di una iniziativa di amore che supera ogni nostra resistenza”. Sia fatta la luce, sia fatta in me e in tutti coloro che leggono questa introduzione biblica” perché non si può leggere la Bibbia all’oscuro, c’è bisogno di una grande luce, la luce dell’intelligenza e la luce dell’amore. Non bastano le pur importanti luci dell’esegesi e di tutte le scienze storiche, è indispensabile soprattutto la luce della fede, non per accettare come storico tutto quello che dice la Bibbia - la prossima volta ci soffermeremo su questo punto - ma per comprendere dentro la Parola che essa ci trasmette il segreto della nostra esistenza personale, permettendo a questa esistenza di svilupparsi secondo la duplice linea che la Bibbia ci indica, la linea verticale verso Dio e la linea orizzontale verso il prossimo. E con questi “Pensieri biblici” vorrei condividere questa mia esperienza con tutti i miei lettori credenti e non credenti; ai primi vorrei dire di ascoltare sempre la Bibbia con un cuore aperto, facendo tacere le altre voci assordanti che nella vita tamburano e frastornano il nostro tempo. Ma anche i non credenti, ai non praticanti che mi leg-

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gono, vorrei che facessero crescere dentro di loro l’amore ed il rispetto per questo Libro. Consiglierei a tutti di avere una buona edizione in casa. Ne potrei suggerire diverse, ma rinuncio per non trasmettere a loro le mie simpatie; in qualsiasi seria casa editrice si possono trovare dei commenti biblici interessanti. Per non lasciare senza risposta chi leggendomi vorrebbe chiedermi: ci dica per favore almeno qualche edizione raccomandabile, segnalo la Bibbia in lingua corrente, edizione Elledici, e la già citata Bibbia edita dalla Civiltà Cattolica.

È difficile leggere la Bibbia?... Abbiamo detto che per i cristiani la Bibbia, nelle sue due parti – Antico e Nuovo Testamento – è il “Libro per eccellenza”. Quando diciamo che la Bibbia è un Libro usiamo un’espressione impropria, sarebbe meglio definire la Bibbia una enciclopedia di settantatre libri, scritta su un lungo arco di tempo che pressappoco va dal 1200 prima di Cristo al 120 dopo Cristo. Evidentemente molti sono gli autori di questi settantatre libri, ma tutti possiamo definirli autori “speciali”, perché a differenza di un autore moderno che quando scrive un’opera si apparta, la firma, la pubblica, nessuno degli autori biblici si è messo a tavolino o si è isolato con l’intenzione di scrivere il suo libro, ma l’ha scritto in circostanze precise, quasi sempre spinto da avvenimenti che hanno contraddistinto la vita del popolo d’Israele o della giovane Chiesa cristiana. Quindi gli elementi che compongono la Bibbia hanno preso forma e sono cresciuti con la storia di questi popoli. E se gli autori furono numerosi e in gran parte rimangono sconosciuti, possiamo dire che la Bibbia, più che opera di autori, è l’opera di un popolo formato da diverse Comunità. Da tutto questo possiamo comprendere quanto sia difficile capire profondamente la Bibbia! Facciamo un esempio: se noi prendessimo settantatre testi scritti sull’arco di oltre mille anni e li mettessimo insieme formando una enciclopedia, certamente non potremmo leggerli tutti con la stessa chiave, senza approfondire molti elementi: l’occasione in cui furono scritti, l’autore di ciascun testo, il suo stile, il movente che lo spinse a scrivere, il contesto storico e culturale in cui ha scritto, il paese con le sue tradizioni, ma soprattutto i vari messaggi che attraverso i testi ogni singolo autore vuole comunicarci. Ecco perché ogni libro della Bibbia deve essere compreso dentro il suo contesto e tutti i libri di quel sacro


testo devono essere letti conoscendo le forme d’espressione che gli autori usano, o come si dice oggi, i vari generi letterari. Cosa sono i generi letterari biblici?... Abbiamo visto che la Bibbia è stata scritta da autori vari che hanno vissuto a fondo l’esperienza umana e spirituale di tutto un popolo nel corso di una lunga storia. Nella Bibbia - abbiamo detto - vi sono le forme più diverse: vi è dell’epopea, ci sono dei racconti, delle storie, delle preghiere, delle poesie, delle profezie, delle leggende, ci sono annali, cronache, censimenti, brani d’archivio, canti d’amore, professione di fede, ecc. Tutte queste modalità di scrittura sono generi letterari che vanno capiti ed applicati ai singoli testi. Anzi, testi di diverso tema e di diversa origine, possono talvolta trovarsi l’uno accanto all’altro sulla stessa pagina e i generi letterari possono variare a distanza di pochi versetti. Mi direte dunque: è difficile leggere la Bibbia! Vi rispondo: sì e no. Sì, è difficile per il lettore superficiale o per colui che vuole ricavare dalla Bibbia le soluzioni immediate del suo comportamento. No, non è difficile, per chi cerca nella Bibbia dei messaggi che lo aiutino a vivere, delle indicazioni di massima valide per tutti gli uomini di tutti i tempi e non si ferma alle regolette particolari che valevano per gli uomini di quel determinato tempo in cui l’autore scrisse. Prendiamo un esempio: l’apostolo Paolo scrive: “le donne in chiesa tacciano e si coprano il capo con un velo”. Colui che applicasse oggi alle assemblee cristiane queste parole di Paolo e pretendesse che le donne nelle nostre Comunità siano mute e ritornassero in chiesa con i “panet” delle nostre bisnonne, userebbe la Bibbia come colui che oggi prende in mano una carta geografica del medioevo per salpare i mari o attraversare i monti. Queste frasi di Paolo erano attuali dentro un certo tipo di Comunità cristiana primitiva, dove le donne che parlavano troppo e che partecipavano alle assemblee a capo scoperto erano giudicate male ed arrischiavano di essere prese come coloro che facevano il più antico mestiere del mondo. Se poi prendiamo altri brani dello stesso Paolo, vediamo la stima e l’affetto che egli ha per alcune donne che gli sono state compagne. E quando paragona la donna alla Chiesa, sposa di Cristo, comprendiamo che la sua visione del femminile era già rivoluzionaria per la mentalità del tempo. Ma ci sono altre pagine della Bibbia che non possono essere lette se non attraverso gli occhiali scientifici dei generi letterari; vedremo i primi capitoli della Genesi che non vogliono certamente dirci come scientifica-

mente è nato il mondo, ma vogliono essere un grande cantico al Dio Unico che ha creato il cielo e la terra. Vedremo la nascita dell’uomo e la creazione della donna, creatura che non proviene certamente da una costola ossea del corpo fisico di Adamo, ma - questa nascita - viene così espressa per sottolineare il messaggio di uguaglianza e di parità nell’interno dei componenti di una coppia. Io vorrei che nessuno di voi, miei cari lettori, si spaventi di fronte ad un discorso sui generi letterari della Bibbia. Cercheremo di leggerne alcuni brani insieme, in modo piano e facile, ma cercheremo soprattutto di ricavare degli insegnamenti pratici per la settimana che ci sta davanti. Il primo di questi insegnamenti potrebbe essere questo: abbi in grande stima questo Libro meraviglioso; se non lo possiedi ancora, procuratelo, e se ce l’hai, ma riposto nella tua biblioteca, riprendilo, spolveralo e preparati, lo leggeremo insieme. fra Callisto Caldelari

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Messaggi dal mondo della chiesa

Da cento anni si prega per l’unità

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a Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, che si svolgerà dal 18 al 25 gennaio prossimi, assume quest’anno una importanza eccezionale per due particolari motivi: si tratta di una “pratica centenaria” iniziata nel 1908, e segue di pochi mesi la Terza Assemblea Ecumenica Europea, svoltasi a Sibiu (Romania) all’inizio del settembre 2007.

Una settimana centenaria per l’unità dei cristiani Da cento anni infatti appartenenti a Chiese divise da secoli pregano in comune durante i giorni che vanno dalla Festa della Cattedra di San Pietro (18 gennaio) al giorno che ricorda la conversione di San Paolo (25 gennaio), date che ricordano i due Apostoli all’origine dell’unica Chiesa dei discepoli di Gesù. Lo scandalo della divisione tra le Chiese cristiane fu avvertito già nel Settecento, specialmente in ambienti anglicani e protestanti di lingua inglese e numerose furono le iniziative di vario tipo cui parteciparono anche i cattolici, come papa Leone XIII (che incoraggiò una “novena dello Spirito Santo” negli anni 1893-1897) e persino gli ortodossi (si ricorda un invito alla preghiera per l’unità del patriarca Joachim III nel 1903). Fu però il padre Paul Wattson, francescano episcopaliano, che scelse questo periodo da destinare alla preghiera per l’unità tra i cristiani “perché il mondo creda”: la prima celebrazione avvenne nel gennaio 1908 a Graymoor (New York) , dove padre Wattson aveva fondato la Società dell’Atonement, assieme a madre Lurana White, avente lo scopo di operare alla riconciliazione specialmente tra i cristiani; l’idea era quella del “ritorno” dei cristiani alla Chiesa di Roma. Paul Couturier (1881-1953), un prete di Lione, cambiò la finalità dell’Ottavario (poi chiamata Settimana), dedicandola a “l’unità voluta da Cristo, con i mezzi da lui voluti”(1933). La nuova formulazione aprì la partecipazione ai cristiani di tutte le confessioni, cui si unì il Movimento protestante (poi Commissione) “Fede e Costituzione” che nel 1941 stabilì di associarsi alla Settimana, facendola coincidere con quella dei cattolici. Nel 1964, il decreto papale Unitatis Redintegratio indicò nella preghiera l’anima del “movimento ecumenico” al quale, dopo le diffidenze iniziali, partecipò quindi ufficialmente la Chiesa romana. Oltre padre Couturier e poi il Gruppo di Dombes da lui fondato (1937), è da ricordare il contributo ecumenico dei teologi Congar e De Lubac e quindi del Concilio Vaticano II. Da decenni viene stabilito per la Settimana di preghiera un tema comune per tutti i cristiani: per il 2008, il tema scelto è “Pregate continuamente” (Tessalonicesi 5,17).

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Da Sibiu una conferma dell’ecumenismo La Settimana dell’Unità del 2008 riceve quest’anno rilievo anche dall’avvenimento eccezionale, dal profilo ecumenico, svoltosi dal 4 al 9 settembre scorsi a Sibiu (Romania) con la Terza Assemblea Ecumenica Europea, organizzata congiuntamente dalla Conferenza delle Conferenze episcopali europee (CCEE che rappresenta i cattolici) e dalla Consiglio delle Chiese europee (KEK che raccoglie Chiese protestanti, anglicane, ortodosse e altre comunità cristiane); l’ assemblea venne tenuta per la prima volta in terra ortodossa, dopo quelle nella protestante Basilea (1989) e nella cattolica Graz (1997). Il tema dell’incontro fu “La Luce di Cristo illumina tutti. Speranze di rinnovamento e unità in Europa” e la presenza di oltre 2000 delegati e centinaia di invitati ospiti e giornalisti, costituì una prova che il cammino ecumenico prosegue, anche se non mancano le difficoltà. La partecipazione significativa delle Chiese ortodosse dell’Europa orientale ha accentuato le diversità esistenti tra i cristiani, ma ha ugualmente permesso la proclamazione dell’unica fede in Cristo, specialmente testimoniata nelle preghiere comuni con le quali si aprivano le assemblee plenarie. L’assemblea voleva essere anche una continuazione del progresso verso l’unità, realizzato dalle Chiese europee in questi ultimi anni, attuando la “Carta ecumenica” di Strasburgo (2001). Per questo, con un messaggio finale sono state formulate dieci “raccomandazioni”, affinché “la luce di Cristo illumini la Chiesa, l’Europa, il mondo”. Esse indicano la “Carta ecumenica” come “guida capace di stimolare il nostro cammino ecumenico in Europa” (sesta raccomandazione), chiedono ai cristiani di trovare “il modo di sperimentare attività che ci uniscono” (terza raccomandazione), di operare per una maggiore accoglienza degli immigranti nelle Chiese (quinta raccomandazione), di impegnarsi nella vita sociale contro ogni discriminazione, per una Europa che garantisca la pace e collabori allo sviluppo di tutti i popoli, in particolare quelli africani (settima, ottava e nona raccomandazione). La decima invita le Chiese europee affinché “il periodo che va dal 1. settembre al 4 ottobre venga dedicato a pregare per la salvaguardia del creato e alla promozione di stili di vita sostenibili”. Questa raccomandazione riprende ed allarga una proposta del Patriarcato ecumenico ortodosso, e manifesta anche l’arricchimento spirituale che può venire a tutte le Chiese cristiane dal dialogo ecumenico.


A Ginevra e a Neuchâtel

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cattolici dei Cantoni di Ginevra e Neuchâtel, cantoni che avevano aderito alla Riforma protestante, nel 2007 hanno festeggiato gli anniversari dello loro chiese più significative, costruite quando la popolazione cattolica (in gran parte composta di immigrati dai Cantoni cattolici o dall’estero) divenne sufficientemente numerosa per richiedere un edificio di culto paragonabile, almeno per imponenza, a quelli di cui disponevano le comunità protestanti. Così a Ginevra i cattolici terminarono nel 1859 l’imponente chiesa dedicata a Nôtre Dame ( e che ognuno incontra all’uscita della stazione Cornavin), mentre cinquant’anni più tardi i cattolici di Neuchâtel inaugurarono nel 1906 la chiesa, lei pure dedicata a Notre-Dame de l’Assuncion: già le due dedicazioni alla Vergine segnalano lo spirito di “rivincita” che animava i cattolici dei due cantoni romandi, un tempo cittadelle della Riforma.

Una chiesa espropriata e riscattata Specialmente le vicende della chiesa ginevrina ricordano tempi non facili per i cattolici: l’edificio di Ginevra, iniziato nel 1852, si ispira alla cattedrale francese di Amiens, e con la sua imponenza voleva affermare le intenzioni di riconquista cattolica. Tra i suoi promotori il curato Gaspare Mermillod, che percorre la Francia alla ricerca dei finanziamenti, e si istallerà a Notre Dame come vicario apostolico, ciò che provoca una reazione anticattolica che sfocerà nell’espulsione, ad opera della Confederazione, di mons. Mermillod dalla Svizzera. Le tensioni tra cattolici e governo ginevrino si attenueranno, finché nel 1907 il popolo del Cantone, ad appianare ogni conflitto religioso, deciderà la fine del finanziamento statale per il culto riformato, in pratica la “separazione” tra la Chiesa protestante ginevrina e il Cantone. Nel frattempo tuttavia la bella chiesa cattolica aveva cambiato proprietà: infatti, nel clima teso del Kulturkampf, il governo ginevrino aveva appoggiato la nascita di una “Chiesa cattolica nazionale” , poi chiamati “Vecchi cattolici” ed affidato a loro la chiesa di Nôtre Dame. Con una... statua in meno: infatti, nel 1873, alla vigilia di cedere l’edificio ai Vecchi Cattolici, sconosciuti erano penetrati nel tempio e avevano sottratto la statua della Immacolata Concezione, regalata da Papa Pio IX ai Ginevrini. La bianca statua della Madonna è ritornata in seguito nella chiesa, e anche la chiesa ginevrina è tornata ai cattolici che tuttavia hanno dovuto riscattarla nel 1921. Queste vicende dolorose del passato non hanno impedito che il 150.mo fosse celebrato domenica 8 ottobre 2007 in clima ecumenico, con una messa solenne pre-

sieduta dal cardinale Geoges Cottier, cittadino di Carouge (Ginevra) e teologo papale, con discorsi della presidente della Confederazione Micheline CalmyRey, del Consigliere di Stato Robert Cramer e del sindaco di Ginevra Patrice Mugny, alla presenza del Nunzio e di parecchi vescovi, dei rappresentanti delle diverse comunità cristiane e religiose e di parecchie centinaia di persone festanti; non mancavano le Guardie svizzere accanto agli uscieri della Confederazione e del Cantone.

La “chiesa rossa” diventa basilica La vicenda della chiesa di Nôtre Dame di Neuchâtel, pur non essendo altrettanto avventurosa, non è meno significativa. Il nuovo edificio sostituì una precedente cappella , detta della Maladière, diventata troppo piccola per la comunità cattolica che, tra il 1850 e il 1900 si era triplicata, specialmente per l’apporto degli immigrati occupati nell’industria orologiera. L’inaugurazione avvenne nel 1906, e fu interpretata dalla comunità cattolica come un riconoscimento della propria esistenza in una città riformata. L’edificio venne costruito in stile gotico con una pietra rossa proveniente dall’Alsazia, e perciò è comunemente chiamata “la chiesa rossa” e si differenzia nettamente dal colore giallo, prevalente nelle circostanti costruzioni cittadine. Neuchâtel non è sede vescovile e non ha quindi una cattedrale (appartiene alla diocesi di Losanna Ginevra Friburgo) e la chiesa di Nôtre Dame dell’Assunta è stata punto di riferimento per i cattolici del Cantone; questo ruolo venne recentemente confermato con il riconoscimento ad essa del titolo di “basilica minore” da parte della Santa Sede. Purtroppo le pratiche relative, iniziate già nel 2005, si sono concluse solo lo scorso agosto, per cui l’assegnazione del titolo sarà solennemente celebrata il prossimo 29 giugno 2008, ricorrendo la festa liturgica dei Santi Pietro e Paolo. Per sottolineare il particolare rapporto con la Santa Sede, conseguente dal titolo di “basilica minore”, una delle dieci ora riconosciute in Svizzera, nella “chiesa rossa” ogni anno dovranno essere solennizzate la festa della Cattedra di San Pietro, quella dei santi apostoli Pietro e Paolo e il giorno anniversario dell’elezione del Pontefice romano. Alberto Lepori

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Messaggio ecumenico

Pregare incessantemente per l’unità dei cristiani

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gni anno, dal 18 al 25 gennaio, ricorre la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. Dal 1968, essa viene promossa congiuntamente dall’allora Segretariato (ora Pontificio Consiglio) vaticano per la promozione dell’unità dei cristiani e dalla Commissione “Fede e Costituzione” del Consiglio ecumenico delle Chiese. I due organismi affidano la ricerca di un tema e l’elaborazione dei testi a un gruppo ecumenico nazionale, regionale o locale – ogni anno diverso – poi rivedono e adattano il tutto per pubblicare il libretto della Settimana, che contiene tutte le indicazioni (liturgie, letture, preghiere, spiegazioni, ecc.) per le varie celebrazioni e viene tradotto in moltissime lingue per essere diffuso nel mondo intero.

Il tema della Settimana 2008, tratto dalla Prima Lettera di Paolo ai Tessalonicesi, è “Pregate incessantemente”, ed è stato preparato da un gruppo ecumenico degli Stati Uniti. La Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani ha visto confluire, con il passare degli anni, diverse iniziative promosse dalle varie Chiese o da loro esponenti. Una data importante rimane comunque il 1908, quando negli Stati Uniti Paul Wattson (un sacerdote che da episcopaliano era diventato cattolico), fondatore a Graymoor (nello Stato di New York) dei frati francescani dell’Atonement (cioè della riconciliazione), indette un “Ottavario per l’unità della Chiesa”, tra il 18 gennaio, che all’epoca nel calendario cattolico era la festa della Cattedra di Pietro, e il 25 dello stesso mese, data in cui si celebra tuttora la conversione di Paolo. Anche se per Wattson l’unità signi-

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ficava chiaramente il ritorno delle varie Chiese in seno alla Chiesa cattolica romana, il Pontificio Consiglio per l’unità dei cristiani e il Consiglio ecumenico delle Chiese considerano, partendo da questo anniversario, che in questo 2008 la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani compie un secolo. Un’occasione, dunque, per dare ampio risalto alla Settimana di quest’anno, ma l’invito a “pregare incessantemente” per l’unità deve essere colto anche perché lo slancio e la preghiera della base sono piu’ che mai necessari in un periodo nel quale ai vertici delle Chiese, checchè se ne dica, il dialogo ecumenico sta attraversando una fase di stallo, per non dire di crisi, estremamente preoccupante. E a questo proposito ha destato sorpresa e scalpore – soprattutto in seno alle Chiese non cattoliche e agli organismi ecumenici – il documento emanato il 29 giugno 2007 dalla Congregazione per la dottrina della fede intitolato “Risposte a quesiti riguardanti alcuni aspetti circa la dottrina sulla Chiesa”, nel quale si afferma tra l’altro che l’unica chiesa di Cristo sussiste esclusivamente nella Chiesa cattolica e che le comunità cristiane nate dalla Riforma non possono essere riconosciute come Chiese in senso proprio. Certo è bello, come ha fatto il Papa lo scorso 23 novembre, riunire i cardinali di tutto il mondo per affrontare il tema dell’ecumenismo e ribadire – parole di Benedetto XVI – che per la Chiesa cattolica l’ecumenismo non è una scelta opzionale, ma un obbligo sacro. Ma i margini di manovra, se si tiene presente il già citato documento della Congregazione per la dottrina della fede, sembrano veramente limitati. Infatti ci si puo’ chiedere che senso abbia, per la Chiesa di Roma, continuare ad impegnarsi nell’ecumenismo se è con-

vinta di possedere tutta la verità se non quello di far ritornare all’ovile tutti coloro che se ne sono allontanati. Torna in mente, a questo proposito, l’enciclica di Pio XI “Mortalium animos” del 1928, che ha avuto perlomeno il pregio della chiarezza nell’affermare che “l’unico modo possibile di favorire l’unità dei cristiani si è di agevolare il ritorno dei dissidenti alla unica vera Chiesa di Cristo”.

Il testo della Congregazione per la dottrina della fede ha peraltro avuto ripercussioni negative anche in Svizzera, in particolare con un vivace scambio di lettere, reso di dominio pubblico, tra il presidente della Conferenza dei vescovi svizzeri, mons. Kurt Koch, e quello della Federazione delle Chiese evangeliche della Svizzera, pastore Thomas Wipf.

Il vescovo di Basilea aveva peraltro subito diffuso una nota per spiegare il “background” teologico del documento vaticano, da cui traspariva la sua condivisione dei contenuti. E Wipf non ha mancato di accennare ai contrasti con la visione cattolica dell’ecumenismo nel discorso programmatico da lui pronunciato all’assemblea dei delegati della Federazione evangelica lo scorso novembre a Berna, quando ha dichiarato: “Noi siamo Chiesa. Per i riformati, la Chiesa è laddove il Vangelo viene annunciato, dove i sacramenti vengono celebrati conformemente alla Scrittura e dove la comunità si investe nella testimonianza e nel servizio al mondo”. Ma c’è un altro problema che a nostro avviso sta non poco ostacolando il dialogo ecumenico, cioè le tensioni e i dissapori che regnano all’interno delle singole Chiese. A


questo proposito vorremmo soffermarci su due esempi particolarmente significativi. Il primo riguarda il mondo ortodosso e il riferimento è a quanto è successo all’inizio della decima sessione plenaria della Commissione mista internazionale per il dialogo teologico fra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa nel suo insieme, tenutasi dall’8 al 14 ottobre 2007 a Ravenna. In quell’occasione la delegazione della Chiesa ortodossa russa ha abbandonato i lavori a causa della presenza di rappresentanti della Chiesa autonoma di Estonia, che fa capo al Patriarcato ecumenico di Costantinopoli e non è riconosciuta da Mosca. Una nuova dimostrazione, questa, dei profondi contrasti che percorrono l’ortodossia al suo interno.

In particolare la Chiesa ortodossa russa, la piu’ grande tra le 15 Chiese autocefale o autonome in comunione tra di loro, sopporta sempre meno il primato d’onore e il ruolo di guida da secoli riconosciuto al patriarca ecumenico di Costantinopoli. Già nel 2006 a Belgrado, nella precedente sessione della Commissione teologica mista, c’era stato un litigio quando un delegato russo aveva contestato che tra i criteri per definire la conciliarità tra ortodossi

vi fosse quello di essere in comunione con la sede di Costantinopoli. A Ravenna è stato elaborato un documento che segna un piccolo passo avanti nel dialogo tra cattolici e ortodossi poiché c’è accordo sul fatto che, in una Chiesa unita, il vescovo di Roma dovrebbe essere il “protos”, cioè il primo, tra i patriarchi, ma c’è ancora disaccordo sulle prerogative che egli dovrebbe avere. È chiaro che gli ortodossi non accetterebbero mai un papato come viene esercitato nella Chiesa cattolica dopo il Concilio Vaticano I, che comprenda cioè l’infallibilità e la giurisdizione universale. In ogni caso, il documento di Ravenna è indebolito dal fatto che manca la firma della Chiesa ortodossa piu’ importante, quella russa, che si è riservata di prendere posizione sui suoi contenuti. L’altro esempio di una situazione che sta ostacolando il dialogo ecumenico è quello della Comunione anglicana, che comprende 34 province, 4 Chiese unite e 6 altre Chiese nel mondo intero, per un totale di quasi 80 milioni di fedeli. Ebbene, quanto avvenuto nella Chiesa episcopale americana (il ramo statunitense della Chiesa anglicana), cioè l’ordinazione di un omosessuale dichiarato e convivente con un uomo, Gene Robinson , a vescovo del New Hampshire nel novembre 2003, ha avuto effetti devastanti: accompagnata dalle piu’ ampie questioni dell’ammissione o

no di omosessuali (uomini o donne che siano) al sacerdozio e della benedizione di coppie gay, ha creato una vera e propria spaccatura in seno all’episcopato anglicano. Diversi vescovi, in particolare africani ma non solo, si sono distanziati dalla Chiesa episcopale americana, non riconoscendosi piu’ in comunione con essa e – cosa del tutto contraria ai canoni della Chiesa anglicana – hanno creato vere e proprie missioni, ordinando vescovi negli Stati Uniti, e quindi in pratica diocesi parallele, per tutti quegli anglicani che non accettano l’orientamento assunto dalla Chiesa episcopale. L’impresa dell’arcivescovo di Canterbury Rowan Williams di mantenere a tutti i costi l’unità e di evitare una scissione in seno alla Comunione anglicana sembra quanto mai disperata. Per lui, la cartina di tornasole sarà la prossima Conferenza di Lambeth, cioè l’incontro decennale di tutti i vescovi anglicani del mondo (circa 800, con una piccola minoranza di donne), in programma dal 20 luglio al 3 agosto di quest’anno. Williams non ha invitato all’assise il vescovo Robinson, ma questo potrebbe non bastare per evitare assenze di peso. Alcuni vescovi africani hanno infatti già minacciato di boicottare la Conferenza a causa dell’atteggiamento della Chiesa episcopale statunitense. Staremo a vedere. Gino Driussi

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Messaggi dai conventi

I frati cappuccini: da 400 anni a Faido

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ra il lontano 3 giugno 1607, quando venne solennemente posata la prima pietra per l’edificazione del futuro convento e chiesa dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini sul territorio faidese. Furono i Signori Svizzeri che nel 1600 chiesero alla provincia religiosa di Milano di voler provvedere ad edificare un convento in Valle Leventina, allora sotto il dominio di Uri. Questo desiderio fu espresso anche dagli stessi frati che, dovendosi recare oltr’Alpe per raggiungere il convento di Altdorf (fondato nel 1581), non avevano un luogo dove sostare una volta partiti da Milano. Le cose non parvero facili fin da subito; così le autorità leventinesi ricorsero immediatamente alla Santa Sede affinché intercedesse presso i superiori dell’Ordine. Con la sua lettera del 30 luglio 1602, il superiore generale dell’Ordine, padre Lorenzo da Brindisi (dichiarato santo l’8.12.1881), ordinò al ministro provinciale di Milano, padre Amedeo da Gallarate, di recarsi a Faido per scegliere il luogo dove far sorgere il convento e piantare la croce ad indicarne il luogo prestabilito. Qualcosa andò storto e la croce non venne piantata, con la conseguenza che il convento non venne edificato in quell’anno ed il provinciale tornò a Milano a mani vuote; a questo punto i Signori Svizzeri che a tutti i costi volevano la presenza cappuccina in Valle, scrissero al papa Paolo V che ordinò al capitolo dei frati di Milano di procedere all’edificazione del convento a Faido. Con decisione dell’11 maggio 1607, i frati milanesi si decisero a procedere secondo il volere del Sommo Pontefice. Nel frattempo anche Airolo e Giornico fecero sentire la loro voce, per avere il convento sul loro territorio; il primo per la maggiore popolazione, il secondo per il clima più mite, ma la scelta cadde su Faido, scelta dettata dall’importanza geografica ed amministrativa della Valle. Così, il nuovo Provinciale di Milano, padre Pietro da Lodi, con la benedizione del cardinale arcivescovo di Milano, Federico Borromeo, si recò sul terreno donato dalla generosità dei faidesi, per innalzare la croce e posare la prima pietra: era la domenica di Pentecoste, 3 giugno, 1607. L’edificazione del complesso ebbe fine nel 1612; in questo periodo di tempo, due soli frati vissero a Faido, padre Cleto da Castelletto e padre Bernardino da Desio, in qualità di supervisori ai lavori. Sullo stipite della porta della chiesa, visibile dall’esterno, vi si legge l’anno 1608 ma in realtà la chiesa è stata consacrata il 19 settembre 1621 per mano del Vescovo di Bobbio, Francesco Maria Abbiati. Chiesa e convento sono dedicati a san Francesco di Assisi. Se in un primo tempo il convento sopravvisse alle leggi di soppressione del 1848 e del 1852, il 7 giugno 1874 il medico in capo

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della IX divisione chiese al Governo di istallarsi in convento, con relativo spostamento dei Cappuccini, per evitare conversazioni pericolose con i soldati. Il Governo accettò in data 12 giugno dello stesso anno, ordinando ai frati di recarsi “provvisoriamente” al convento di Lugano. La municipalità di Faido e tutta la cittadinanza insorse e, accorrendo in grande numero all’assemblea convocata, offrì in data 22 giugno al Governo il proprio palazzo comunale quale luogo più idoneo alle milizie che non il convento. Il guardiano del convento, padre Giacomo De-Angelis da Calonico, mise a disposizione del Governo il convento, chiedendo di poter comunque restare in loco con la sua comunità. Le due petizioni non meritarono né attenzione, né risposta da parte del sordo ed ostile Governo che ne ordinò l’evacuazione per il 1° agosto 1874. I frati, a malincuore obbedirono, lasciando il convento non per dirigersi a Lugano come stabilito, ma grazie ad un buon cittadino di Faido, Paolo Bullo, vennero ospitati in casa sua per otto mesi fino al 16 marzo 1875, quando poterono tornare ad abitare la loro casa legittima: il convento. Gli sforzi del lodevole Municipio di Faido, la popolazione tutta, così anche il colonnello Wieland (contrario alla disposizione governativa), e l’obbedienza dei frati videro i loro sforzi coronati.

Da quattro secoli con voi Con un titolo così familiare, vorremmo condividere con i lettori, parrocchiani ed amici, la gioia che abbiamo vissuto domenica 3 giugno scorso. Alla presenza della nostra comunità cappuccina al completo, con la preziosa ed amichevole partecipazione di mons. Ernesto Togni,


Pergamena di consacrazione 19 settembre 1621

Vescovo emerito di Lugano e di Padre Callisto Caldelari, abbiamo dato il via all’anno commemorativo per il quarto centenario del convento di Faido. Molte persone hanno preso parte alla S. Messa solenne celebrata nella chiesa conventuale, posta sotto la protezione di S. Francesco di Assisi. Accompagnati dalle note del Coro Glory, diretto dal maestro Raimondo Peduzzi, con all’organo Franz Enderle, abbiamo ringraziato il Signore per questa presenza religiosa a Faido che, attraverso i mutamenti sociali e culturali, si mantiene fedele al mandato

della Chiesa, quello cioè di annunciare Cristo nelle situazioni opportune e meno opportune. Diciamo grazie a tutti coloro che con il servizio, anche spontaneo, hanno permesso la buona riuscita della celebrazione e dell’aperitivo offerto ai presenti. Il calendario dei prossimi appuntamenti, che marcheranno il quarto centenario, è in via di allestimento. Ricordiamo che il prof. Fabrizio Viscontini sta preparando una pubblicazione che prende in considerazione gli antichi documenti pergamenacei conservati dell’archivio conventuale. Nel saluto iniziale alla celebrazione della S. Messa, Padre Angelo ha detto: “In quattro secoli molte cose sono cambiate dentro e fuori le mura di questo convento. Rimane stabile la fede nel Signore che, attraverso i suoi figli e figlie, ci ricorda che il suo amore per noi rimane nei secoli. I frati cappuccini si sono messi fin dalla loro fondazione, nel 1528, a servire i piccoli, i poveri, gli ultimi di una società esigente ed esclusivista. Noi, figli del povero di Assisi, ribadiamo anche oggi la nostra totale adesione a questo progetto, malgrado l’avanzare degli anni e la diminuzione delle persone che scelgono la vita religiosa”. Il Signore ci faccia crescere in questa gratitudine che matura nell’incontro con l’altro e nei vari ambiti della vita, certi che Egli non lascerà la sua vigna senza provvedere agli operai. Pace e bene! fra Michele Ravetta


egli anni ’60 i cappuccini ticinesi sono stati chiamati ad interrogarsi sul senso della loro presenza e sul rapporto tra il convento e una società che per molti versi andava frantumandosi.

N

Ed é interessante constatare che uno dei conventi francescani più antichi della Svizzera sia diventato un luogo che ha saputo accogliere le ansie della società di allora aprendosi a tutti coloro che intendevano chiarire il loro impegno sia come uomini che come cristiani. Nel mese di giugno 1967, l’allora vescovo di Lugano Mons. Jelmini, benediva la cappella all’interno del convento e in questa ricorrenza si dava ufficialmente inizio alla nuova attività del Bigorio che, con questo primo restauro, era stato adattato alle esigenze di un centro aperto nello spirito francescano dell’accoglienza. Da quel momento Bigorio diventa un luogo con una sua particolare attività: quella di ospitare persone e gruppi desiderosi di ricevere una formazione religiosa, spirituale e culturale. Ancora oggi noi possiamo verificare un’affluenza continua di persone, stimate in circa 4500 presenze all’anno. E questa è una grossa soddisfazione dopo quarant’anni di lavoro continuo, non sempre facile. Purtroppo bisogna rammentare la notte del 7 febbraio 1987, quando un incendio distrusse parte del convento provocando danni ingenti, e che costrinse alla sospensione di ogni attività per un anno. E qui viene spontaneo ricordare persone ed enti che si unirono in gara per impegno e solidarietà per rendere possibile il lavoro di ricostruzione, in modo che il convento potè riprendere la sua

attività con il 1° ottobre 1988. I programmi per l’immediato futuro sono pronti, e il principio di apertura vuole essere mantenuto integro anche dopo quarant’anni di attività, cercando sempre di organizzare corsi che si inseriscano in modo particolare nell’ambiente del convento: corsi di formazione per giovani che scelgono la vocazione del matrimonio, giornate di meditazione, di deserto e di ritiro spirituale, pur accettando gruppi di studio che arrivano da tutta la Svizzera e dall’estero e che di Bigorio fanno un punto di riferimento importante per risolvere i loro problemi. Noi cappuccini, pur essendo in pochi, ci auguriamo che la nostra attività possa continuare nel

tempo e che possa dare a tutte le persone l’opportunità di vivere dei momenti di tranquillità e di riflessione tanto difficili da trovare nel ritmo frenetico del quotidiano. Mi piace riportare il testo che P. Giovanni Pozzi scrisse a suo tempo sul libretto dedicato alla storia del convento del Bigorio nel 1977: “ la volontà di Dio, della Madonna, delle rondini e della Capriasca, assieme, costituiscono un nodo tenace che ci obbliga ancora oggi, depositari di una lunga tradizione, a restare fuori del mondo e insieme a trovare delle forme di volta in volta adatte al mondo il quale, pur restando una cosa di Dio e delle rondini, tuttavia muta continuamente”. Fra Roberto Pasotti

Programma dei corsi 2008 Fine settimana per coppie e famiglie Fra Callisto Caldelari

Meditazione cristiana Fra Andrea Schnöller

Deserto: in preparazione alla Pasqua

19-20 16-17 7-8 27-28 25-26

gennaio febbraio giugno settembre ottobre

26-27 5-6 18-19 6-7

gennaio aprile ottobre dicembre

20-22 marzo

Fra Roberto Pasotti

Ritiro Spirituale

6-7 settembre

Fra Riccardo Quadri

Deserto: incontro con Dio

14-16 novembre

Fra Roberto Pasotti

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Messaggio dai conventi

BIGORIO: un convento che vive nel tempo


Messaggi dalle adiacenze

Spazio aperto: che cos’è

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il nome di un Centro e di una Associazione che lo gestisce. Quando nel 1983 fu eretta la parrocchia del Sacro Cuore nel quartiere nord di Bellinzona, i frati cappuccini – già presenti fin dal 1939 – a cui fu affidata aprirono il loro convento per ospitare i vari gruppi che animano la vita parrocchiale. Ben presto i locali del convento si dimostrarono insufficienti, allora in unione con la Fraternità Cantonale dell’Ordine secolare di San Francesco decisero di costruire un centro sociale nei terreni adiacenti. Nè i frati, né i terziari vollero gestire questa struttura, ma fondarono un’associazione con un nome programmatico, chiamato appunto “Spazio Aperto”. Su disegno dell’architetto Demarta fu costruito questo edificio. Nel suo interno vi è un grande salone (200 posti), quattro salette per gruppi, una sala capiente nel seminterrato, un ostello per gruppi che volessero fermarsi a dormire. Vi è una cucina in quanto Spazio Aperto funge quotidianamente da ristorante.

due scuole cittadine. Il mercoledì pomeriggio vi è uno “Spazio Giochi” per i bambini delle scuole elementari, animato da una docente. D’estate dà vita a due colonie diurne. Fra le attività principali segnaliamo le seguenti:

Corso Bibbia Spazi di educazione sociale Sono momenti di formazione etica e sociale per aiutare i giovani dai 14 ai 18 anni, quindi dalla IV media alla IV superiore o apprendisti, ad affrontare le tematiche esistenziali che loro stessi proporranno, perché suscitano interesse e pongono problemi. Gli appuntamenti sono fissati mensilmente, la domenica sera, presso il centro Spazio Aperto e verranno coordinati da: Sig.ra Franca Biasca, Dir. Carlo Bizzozzero, Padre Callisto Caldelari, Psic. Marco Noi, Prof. Mauro Tettamanti. Tema per l’anno scolastico 2007/08 LA RESPONSABILITÀ VERSO SE STESSI E GLI ALTRI

Chi ospita questo Centro? Tutti coloro che lo chiedono: gruppi, associazioni, scuole, assemblee per seminari di studio, conferenze, concerti, giornate di appro- fondimento. Unica eccezione i partiti politici, ma solo per manifestazione di propaganda elettorale. L’associazione che lo gestisce tramite il suo comitato e un gruppo gestione, formato da soci che versano un’autotassazione di fr. 100.all’anno o a fr. 1000.- “una tantum”. Questa associazione è l’ente principale che anima Spazio Aperto; due volte la settimana (martedì e venerdì) vi è un pranzo per anziani, mentre tutti i giorni si serve un pranzo per gli apprendisti di

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Aspettiamo molti genitori, il loro gruppo sarà coordinato da P. Callisto. Questa attività è fatta in collaborazione con il Dicastero Attività giovanile del Municipio di Bellinzona.

Date degli incontri: Domenica 16 dicembre 2007 Domenica 13 gennaio 2008 Domenica 24 febbraio 2008 (marzo sospeso) Domenica 6 aprile 2008 Domenica 18 maggio 2008 Domenica 8 giugno 2008 Programma delle serate: ore 19.45 Presentazione del tema, lavoro nei gruppi di discussione. Un gruppo sarà formato dai genitori. Si concluderà con una discussione generale. ore 21.30 Termine degli incontri

Organizzato dalla Comunità del Sacro Cuore questo corso viene tenuto a blocchi, uno invernale (gennaio-febbraio), uno primaverile (aprile-maggio), uno autunnale, (ottobre-novembre). Si legge e studia la Bibbia sotto la guida di P. Callisto. Ogni blocco comprende 3 o 4 martedì: gli incontri – di un’ora – avvengono dalle 09.30 alle 10.30 con ripetizione la sera dalle 20.30 alle 21.30. Entrata libera. I prossimi tre blocchi avranno luogo: martedì 8-15-22-29 gennaio 2008 martedì 8-15-22 aprile 2008 martedì 6-13 maggio 2008

Scuola genitori È in preparazione una “Scuola per i genitori” che diverse associazioni di Bellinzona e dintorni stanno organizzando a Spazio Aperto. Si tratta di serate con relatori e gruppi di studio per discutere sul “più bello”, ma anche “il più difficile“ mestiere del mondo. Diverse associazioni si sono impegnate a sostenere questa iniziativa sussidiata dal Municipio di Bellinzona. Nel prossimo numero del “Messaggero” vi daremo un programma più particolareggiato. Chi volesse maggiori informazioni, chi volesse usufruire dello Spazio Aperto per conferenze o assemblee, chi volesse servirsi del suo ristorante per feste, compleanni, matrimoni ecc telefoni al nr. 091 826 47 76 o mandi un e-mail all’indirizzo: spazioaperto@ticino.com


Biblioteca Salita dei Frati di Lugano

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a Biblioteca Salita dei Frati di Lugano, nata nel 1980 col trasferimento dell’antica biblioteca dei Cappuccini dal convento al nuovo edificio di Mario Botta, custodisce un patrimonio bibliografico che, nel contesto ticinese, riveste una notevole importanza storico-culturale: essa è, per numero di volumi, la seconda del Cantone dopo la Cantonale di Lugano, la più antica del Cantone fra quelle aperte al pubblico e l’unica biblioteca conventuale del Ticino che sia rimasta integra, non avendo subito spoliazioni. Essa ha avuto inizio nel secolo XVI sviluppandosi soprattutto nel secolo XVIII e si caratterizza in particolare per il ricco fondo di edizioni ticinesi dei secoli XVIII-XIX, per la storia locale, la predicazione, la devozione popolare, l’ascetica, la letteratura; ragguardevole il fondo delle edizioni antiche (secoli XVXVI), fra le quali si conservano esemplari anche rarissimi. In tempi recenti si è aggiunto il cospicuo fondo di p. Giovanni Pozzi, che comprende importanti opere di metodologia letteraria, semiotica, iconologia e teoria del linguaggio mistico. Dal 1980 la gestione della biblioteca è affidata all’Associazione “Biblioteca Salita dei Frati”, che ha innanzi tutto provveduto a rendere fruibile al pubblico degli studiosi e dei lettori il patrimonio librario, riordinandolo secondo moderni criteri di catalogazione e promuovendo studi e censimenti su alcuni fondi. La biblioteca è aperta al pubblico i pomeriggi di mercoledì, giovedì e venerdì dalle 14 alle 18 e il sabato mattina dalle 9 alle 12; vi sono impiegate due persone. Dal 2001 essa fa parte del Sistema bibliotecario ticinese come biblioteca associata e le notizie bibliografiche delle nuove acquisizioni librarie

vengono inserite nel catalogo del Sistema; la ricatalogazione informatizzata del pregresso è in corso di attuazione. L’Associazione cura l’accrescimento bibliografico della biblioteca, avendo definito con chiarezza la propria posizione nel contesto bibliotecario ticinese. I nuovi acquisti librari sono orientati coerentemente, anche se non in modo esclusivo, nella direzione di opere funzionali alla conoscenza del fondo antico e in certo senso omogenee alla sua fisionomia culturale: strumenti per lo studio del libro antico; studi su Francesco d’Assisi e il francescanesimo; opere sulla ‘religione praticata’ (in particolare: spiritualità, ascetica, mistica, storia della mentalità e dei comportamenti religiosi, devozione e pietà popolare). Quest’ultimo filone, coerentemente perseguito negli acquisti librari degli ultimi vent’anni, è destinato ad un pubblico laico: lo scopo è quello di offrire alla persona colta, di qualunque fede, i mezzi per soddisfare le proprie aspirazioni in ordine alla conoscenza del fenomeno religioso in termini storici e culturali. Questo intendimento conferisce alla Biblioteca Salita dei Frati un carattere esclusivo nel Cantone: nessuna biblioteca cantonale persegue infatti questo indirizzo (quanto alla biblioteca della Facoltà di teologia, essa ha per sua natura un carattere confessionale, ed è destinata ad accogliere in misura preminente il libro riguardante la ricerca teologica in senso dottrinale - teoretico, morale ecc. - , al servizio dei professori e degli studenti). L’Associazione svolge pure una regolare attività culturale, che si sviluppa in tre distinte direzioni: organizzazione di conferenze e convegni di studio su tematiche di cultura religiosa (in particolare bi-

blica e francescana), filosofica, storica, letteraria e bibliografica (in alcuni casi viene curata la pubblicazione degli atti); organizzazione di mostre con particolare attenzione al ‘libro d’artista’; pubblicazione, con ritmo annuale, del periodico «Fogli», che ospita contributi su temi riguardanti la storia del libro e della lettura e su problemi politico-culturali della Svizzera italiana e, nella rubrica Rara et curiosa, descrive opere di particolare pregio ed interesse bibliografico conservate nei vari fondi della biblioteca. Nel prossimo mese di febbraio la Biblioteca Salita dei Frati parteciperà ad una iniziativa promossa dalla Città di Lugano e dall’Istituto svizzero di Roma sul tema Editoria tra Svizzera e Italia. Gli Agnelli nel Settecento a Lugano; gli Hoepli dall’Ottocento a Milano. Nel portico d’ingresso verranno esposti, dal 1o febbraio al 1o marzo, 20 fogli volanti stampati dagli Agnelli, contenenti poesie d’occasione per cerimonie religiose o civili e avvisi, leggi e gride, e una ventina dei celebri Manuali Hoepli; il 12 febbraio alle 18.00 Ugo Rozzo dell’Università di Udine terrà una lezione sul tema I fogli volanti a stampa: da Gutenberg alla “Dichiarazione d’indipendenza” americana; il 26 febbraio alle 18.00 Giovanni Orelli presenterà il saggio di p. Callisto Caldelari L’arte della stampa da Milano a Lugano. La tipografia Agnelli specchio di un’epoca, la cui pubblicazione è imminente. Fernando Lepori

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Messaggio amico

Stampa cattolica del Ticino Per esplorare la situazione delle riviste cattoliche nel Ticino abbiamo intervistato un “esperto” in materia, il giornalista ed amico Enrico Morresi.

Lei che conosce bene il giornalismo ticinese, ritiene che sia giustificabile una “rinascita” del nostro Messaggero in un paese notoriamente ricco di stampa cattolica, oltre al Giornale del Popolo e ai Bollettini parrocchiali, anche la Rivista della Diocesi, Dialoghi, Carta Bianca? Il mio principio è che un giornale è meglio di niente, due giornali sono meglio di uno, tre giornali sono meglio di due… e via di seguito. Questo perché i difetti del giornalismo si combattono non con la censura ma proponendo… un altro giornalismo, che sia migliore, che serva a informare, e che sia letto. Mi sarebbe dispiaciuto che “Messaggero”, che ha ancora un discreto numero di abbonati, chiudesse bottega senza verificare, modificando la formula, se il declino degli ultimi anni era dovuto a mancanza di interesse del lettore o a propri difetti. Per questo saluto con piacere il tentativo di rilancio. Di eterno c’è solo la Parola di Dio, e perciò non escludo che, a conti fatti, si debba per finire rinunciare alla pubblicazione. Però solo a conti fatti, cioè facendo un altro tentativo. Lo spazio si trova se si cerca…

Secondo Lei quale potrebbe essere la specificità di questo Messaggero? Quali le rubriche che dovrebbe privilegiare? Con che stile? Le notizie vanno lasciate ai quotidiani e ai settimanali. “Messaggero” non deve rincorrere le notizie. È vero che il pubblico si interessa alle novità, ma è vero anche che in Ticino di giornali che pubblicano novità ce ne sono abbastanza. Ci sarebbe, è vero, un tipo di informazione che chiamerei alternativa rispetto a quella fornita dalla stampa dipendente dalla gerarchia ecclesiastica, dunque costretta a una certa prudenza e ufficialità. Per quanto lo consentono le sue piccole forze, in Ticino c’è “Dialoghi” che fa spazio alle notizie che “Catholica” non pubblica. Nella linea editoriale di “Messaggero” vedrei piuttosto la cura del primo approfondimento. Perché “primo”? Perché non di un approfondimento vero e proprio si tratterebbe, che esige articoli e tempi di lettura lunghi, e dunque autori e lettori già abituati ai lunghi ragionamenti. Di“primo approfondimento” si tratterebbe, cioè a un livello situato tra la notizia pura e semplice fornita dalla stampa quotidiana, dalla radio o dalla televisione, e il saggio specialistico. Faccio un esempio.

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Il “motu proprio” di papa Benedetto XVI sulla “Messa tridentina” è stato annunciato dalla stampa quotidiana come “il ritorno della Messa in latino”, lasciando in ombra che si tratta di due riti diversi, non per cattiva volontà ma perché era troppo difficile da spiegare. Chi lo spiega, allora, ai cristiani cattolici? “Dialoghi” lo farà con il numero di dicembre, cercando di dimostrare che la questione non è linguistica ma ecclesiologica, cioè di comprensione della natura della Chiesa. La Chiesa del post-Concilio non è esattamente la stessa di prima, ma è una spiegazione che esige spazio per essere documentata. Tra questi due livelli (la notizia data dai giornali e un approfondimento piuttosto impegnativo) potrebbe situarsi una spiegazione delle differenze fra i due riti, con una tabella, magari con delle foto: sarebbe un modo per spiegarlo a chi, avendo meno di sessant’anni, la “Messa tridentina” non l’ha mai vista celebrare. Questa potrebbe essere la funzione di “Messaggero”.

Compito di una rivista è formare e informare, quindi articoli culturalmente arricchenti e notizie aggiornate e precise. Per la nostra rivista, di queste due parti, quale privilegerebbe? Mi ripeto, ma forse è necessario che mi ripeta, così si capisce meglio! Attenzione agli articoli “culturalmente arricchenti”! La cultura è una cosa seria. Se si vuol partecipare a una discussione ad alto livello bisogna essere preparati e avere da proporre articoli e saggi di un certo spessore. Io non credo che in Ticino sia possibile farlo con una sufficiente regolarità, salvo forse alla rivista della Facoltà teologica, che però è letta solo dagli studiosi. Questo perché l’impegno e la spesa, in quella direzione, si giustificano solo se la diffusione raggiunge un’area culturale vasta almeno quanto tutta quella italiana (dalle Alpi alla Sicilia, e fuori d’Italia tutti quelli che sono in grado di leggere l’italiano). Così si fa cultura, così vale la pena di fare cultura. Ripeto: in Ticino non lo fa nessuno, nemmeno “Dialoghi”, e tanto meno potrebbe farlo “Messaggero“. Ma è cultura anche la divulgazione ben fatta,


perché aiuta le persone che non hanno interessi specialistici a farsi almeno un’idea corretta di certe cose. Stando al “Messaggero”, con pazienza e con regolarità, io batterei continuamente su. pochi chiodi: una spiegazione non superficiale, né mitica né fantasiosa, di certe pagine della Scrittura; una descrizione dei valori in gioco quando si discute di questioni morali d’attualità (per esempio: il testamento biologico, i test in provetta del prodotto del concepimento quando si può temere l’insorgenza di una tara ereditaria, e la differenza che va fatta con l’eugenismo (i giornali cattolici, su questo punto, sono di una superficialità spaventosa!); oppure ancora, se l’omosessualità dipende dalla natura o è un vizio che si contrae, o c’è qualche altra spiegazione. Attenzione, però! Queste sono cose delicate, anche volendo fare della divulgazione ben fatta occorre avere a disposizione dei competenti. Importante è che questi competenti siano in grado di spiegarsi in termini accessibili a un pubblico vasto. “Dialoghi” può accontentarsi di avere 400 abbonati, “Messaggero” no!

Ritiene che le notizie del mondo cristiano abbiano sufficiente spazio e approfondimento nei mezzi di comunicazione laici: Radio, TSI, Corriere del Ticino, laRegione Ticino? I mezzi d’informazione “laici” sono necessari. Direi anzi che se ci fossero solo giornali cattolici, bisognerebbe fondare dei giornali “laici” per sottrarsi al condizionamento dell’ufficialità, che è pesantissima. Abbiamo spesso dovuto rivolgerci alle fonti d’informazione “laiche” per capire che cosa succedeva nella nostra Chiesa. È così! Ricordo la mia esperienza alla prima sessione del Concilio. Per ragioni linguistiche, all’inizio frequentavo le conferenze stampa in lingua italiana. Ma subito capii che l’informazione da lì non usciva. Feci perciò amicizia con i colleghi francesi: non solo dei bravi sacerdoti e religiosi (allora, nel 1962, gli esperti di informazione religiosa erano quasi tutti preti e frati…) ma anche dei laici formati, che conoscevano

e frequentavano i vescovi del loro Paese non solo per baciargli l’anello e perciò da loro ricevevano le notizie che non filtravano dalle fonti ufficiali, e in più avevano (come nel caso di Henri Fesquet di “le Monde” che rimase un mio caro amico) la libertà di esprimersi in una testata che non dipendeva dalla Chiesa. È dunque utile che il “Corriere del Ticino”, o “laRegione”, o la RSI o la TSI facciano dell’informazione religiosa. Ma non si può pretendere da questi organi (che servono un pubblico al limite poco interessato alle faccende di Chiesa…) la soddisfazione di tutte le nostre necessità. Faccio un altro esempio. Non possiamo certo obbligare questi organi a nascondere le notizie che riguardano i preti pedofili. Sono notizie che ci fanno male, come cristiani: ma le notizie si devono dare, facciano piacere o no a chi legge. Però non possiamo fermarci alle spiegazioni che vengono date dalla stampa “laica” a ridosso della notizia. È nella” nostra” stampa che il problema andrebbe approfondito senza falsi pudori, ospitando testimonianze vere, umane, il ritratto di situazioni di sofferenza che facciano capire come il problema sia molto più profondo di quel che pareva leggendo la notizia sul quotidiano o ascoltando la radio e la televisione. Per concludere, io non cercherei in “Messaggero” né le ultime novità né gli approfondimenti importanti. La scommessa per “Messaggero” è di riuscire a coprire uno spazio scoperto. Non è vero che la gente non legge! È sbagliato anche dire che i giovani non leggono! Lasciamo in giro, nelle nostre case, un mezzo che non esaurisca il suo compito nell’informazione quotidiana ma si proponga come un amico che ti aiuta a capire in termini facili le cose difficili. Sincero, non ipocrita, senza falsi pudori, rispettoso delle gerarchie ma senza timore reverenziale. So di domandare molto. Ma se “Messaggero” intende uscire dalla crisi raggiungendo nuovi traguardi è necessario che l’asticella non sia posta troppo in basso, con la scusa che la gente… eccetera eccetera.

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Abbiamo letto... abbiamo visto... Su questa ultima pagina della rivista segnaleremo dei libri da leggere e dei filmati da vedere. È un servizio che vogliamo offrire ai nostri lettori nell’ambito culturale-religioso e sociale in cui ci muoviamo. Le opere segnalate possono essere richieste alla redazione, saranno spedite al prezzo di copertina con aggiunte le spese postali.

La mia prima Bibbia puzzle Milano (Ed. Paoline), 2006, fr. 21.Libro che riproduce sei racconti della Bibbia e fra i più conosciuti. Il bambino è invitato a comporre i sei puzzle contenuti nel volume e constaterà come si sviluppano le scene che la mamma gli andrà spiegando. Così s’impara giocando. Le scene sono: Dio ha creato il mondo – Mosè conduce il popoli fuori dall’Egitto – Dio donò a Sansone la forza – Davide il pastorello – È nato Gesù – Gesù ama i bambini.

Messale delle domeniche e feste 2008, Padova (Ed. Messaggero), 2007, fr. 12.Questo messalino ha il privilegio della praticità, della semplicità e s soprattutto dell’estrema facilità d’uso. Contiene tutti i testi liturgici del messale e del Lezionario. Ogni domenica e festa è indicata con la data in cui cade (dal 1 gennaio al 31 dicembre 2008). Per ogni domenica presenta: - Un ampio approfondimento liturgico-pastorale per chi vuole continuare la riflessione della Parola; - Una sobria presentazione biblica-pastorale delle letture e del salmo adatte per un utilizzo catechetico-celebrativo, - Una proposta di intenzione per la preghiera universale.

Ortensio da Spinetoli, Gesù di Nazaret Molfetta (Ed. la Meridiana), 2005, fr. 22.L’autore stesso – il nostro biblista cappuccino – presenta la sua opera: “Si può parlare di Gesù partendo dall’alto dei titoli onorifici (“figlio di Davide”, “messia”, “signore”, “figlio di Dio”) oppure dal basso di quelli comuni (“figlio di Maria”, “figlio di Giuseppe”, “carpentiere”, “figlio del carpentiere”, “figlio dell’uomo”). Tutte presenti nelle fonti evangeliche, ma alcune designazioni sono ribadite, altre sottaciute, se non proprio dimenticate. La predicazione cristiana, infatti, è elogiativa. Il posto riservato a Gesù è su un trono o un altare. È disceso in questo mondo ma non si è trovato a condividere il limite, la debolezza, meno ancora la fallibilità. È vissuto con tutti, ma non era come gli altri. Nato in una stalla ma non mandriano. Poverissimo fino a non avere nemmeno una culla dove giacere e, da grande, un luogo dove posare il capo, ma in fasce stringe in pugno lo scettro di tutti i regni della terra. Finito sulla croce ma da “re” più che da “malfattore”. Queste pagine, rovesciando coraggiosamente l’approccio, invitano a incontrare in Gesù un uomo che, senza il vantaggio di posizioni privilegiate, soffre il prezzo delle sue convinzioni, fatica per tenere fede ai suoi ideali, vive l’intima lotta tra la chiamata dello Spirito e le voci della vanità e dell’orgoglio. Gesù senza questa dimensione viva, diventa astratto, freddo. E poi, se ha goduto della chiaroveggenza e potenza di un Dio, mentre i comuni uomini si trovano costantemente intralciati da carenze e difetti creaturali, che senso ha invitare all’imitazione di Cristo?

Messaggero 2008-01 Gen-Mar  

Trimestrale di formazione e spiritualità francescana

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