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“Morire di carcere”: dossier luglio 2009 Suicidi, assistenza sanitaria disastrata, morti per cause non chiare, episodi di overdose Continua il monitoraggio sulle “morti di carcere”, che nel mese di luglio registra 9 nuovi casi: 6 suicidi e 3 morti per cause ancora da accertare. Nome e cognome Detenuta italiana Dibe Rachid Salah Eugenio La Ferla Stefano Frapporti Detenuto tunisino Gerardo D’Argenzio Vincenzo Marino Emilio Angelini Antonio Virelli

Età 28 anni 35 anni 34 anni 50 anni 19 anni 42 anni 44 anni 45 anni 24 anni

Data morte 06 luglio 2009 12 luglio 2009 13 luglio 2009 21 luglio 2009 25 luglio 2009 27 luglio 2009 28 luglio 2009 31 luglio 2009 31 luglio 2009

Causa morte Da accertare Suicidio Suicidio Suicidio Suicidio Da accertare Da accertare Suicidio Suicidio

Istituto Sollicciano (FI) Imperia Alghero (SS) Rovereto (TN) I.P.M. di Bari Lecce Rebibbia (RM) Livorno Reggio Calabria

Morte per cause da accertare: 06 luglio 2009, Carcere di Sollicciano (FI) Firenze: morta donna di 28 anni, nuovo dramma a Sollicciano. Una giovane detenuta di Pistoia di 28 anni, è morta ieri sera per cause da accertare con precisione. Sono escluse cause di violenze o di aggressioni. La giovane era in carcere per piccoli reati legati alla tossicodipendenza. Questa tragedia conferma che il carcere non può essere la soluzione per coloro che hanno una condizione legata alla tossicodipendenza. Occorre un impegno straordinario per trovare soluzioni alternative per chi è recluso e potrebbe essere aiutato con pene diverse dalla detenzione e anche valutare l’accettabilità di una legge, quella sulle droghe, che risulta essere la causa principale del sovraffollamento nelle carceri italiane e in quelle di Firenze. A Sollicciano il sovraffollamento colpisce anche la sezione femminile (103 donne e 7 bambini) e incredibilmente l’Amministrazione Penitenziaria lascia vuoto l’istituto di Empoli. (Franco Corleone, Garante dei diritti dei detenuti del Comune di Firenze, Comunicato stampa, 7 luglio 2009) Suicidio: 12 luglio 2009, Carcere di Imperia Imperia: morto il detenuto algerino che s’era impiccato in cella. La notte scorsa è morto in ospedale il detenuto algerino Dibe Rachid Salah, 35 anni. Giovedì scorso aveva tentato il suicidio, cercando di impiccarsi con un lenzuolo. Era stato soccorso in extremis da alcuni agenti ma, ricoverato nel reparto di Rianimazione, le sue condizioni erano state considerate sin da subito disperate. I medici avevano cercato di mettersi in contatto con qualcuno della famiglia per chiedere l’autorizzazione all’espianto degli organi. Il pubblico ministero Maria Paola Marrali ha disposto l’autopsia, aprendo nello stesso tempo un’inchiesta. Il magistrato vuole capire se ci siano stati comportamenti omissivi da parte di chi doveva vigilare. La vittima aveva dato in passato alcuni segnali di insofferenza. Pare fosse un tipo dal carattere difficile, scontroso. Parlava solo francese. Era stato condannato a dieci mesi per questioni legate all’immigrazione. (Ansa, 14 luglio 2009) Imperia: detenuto suicida; la morte avvenuta per soffocamento. Pare sia stato il soffocamento, stando almeno ai primi provvisori rilievi, la causa della morte di Salah Rachid Dibe, 35 anni, di origine algerina, il detenuto che nei giorni scorsi ha tentato il suicidio in carcere. Ieri alle 12 il professor Francesco Ventura ha eseguito l’autopsia sul cadavere dell’uomo. Probabilmente è stato il laccio stretto attorno al collo a provocare l’arresto cardiaco, lo stato di coma e dopo due giorni il decesso dell’uomo. Altri accertamenti per stabilire l’eventuale ingestione di farmaci o altro saranno resi noti dai medici legali nei prossimi giorni. Rachid Salah Dibe, ricordiamo, era stato ricoverato


nella notte mercoledì e giovedì scorsi nel reparto di cure intensive dell’ospedale e, in coma profondo irreversibile, mantenuto in vita dalle macchine. L’altra mattina il suo cuore non ha retto. Il ministero Maria Paola Marrali aveva disposto l’autopsia a completamento dell’indagine avviata per stabilire le esatte cause del decesso. L’uomo era stato condannato a 10 mesi per aver contravvenuto ad un decreto di espulsione. In cella si è stretto intorno al collo il cavo della tv. (Secolo XIX, 15 luglio 2009) Suicidio: 13 luglio 2009, Carcere di Alghero (SS) Alghero: muore suicida in cella un detenuto calabrese di 34 anni. È stato trovato morto questa mattina nella sua cella del carcere di Alghero, Eugenio La Ferla, calabrese di Vibo Valentia, 34 anni, detenuto perché coinvolto in un traffico di droga tra la Sardegna, l’Olanda e la Calabria. Secondo quanto si è appreso, l’uomo si è impiccato alle sbarre della cella nella prima mattina di oggi ed è stato trovato morto da una guardia carceraria. La direzione del carcere ha avviato un’indagine interna per fare piena luce sull’accaduto. Eugenio La Ferla era stato arrestato alla fine dello scorso maggio mentre, secondo quanto emerso dalle indagini, portava a termine il trasporto di un carico di droga, col fratello Salvatore, in carcere a Sassari per la stessa vicenda. Secondo gli inquirenti rappresentava il canale calabrese di approvvigionamento di droga di un’organizzazione guidata dal sassarese Leonardo Ibba e dal turco con passaporto olandese Seyfettin Tuzer. (Ansa, 14 luglio 2009) Suicidio: 21 luglio 2009, Carcere di Rovereto (TN) Rovereto (Tn): 50enne, arrestato per possesso di hascisc, s’impicca in cella. Aveva 50 anni e faceva l’artigiano. Stefano Frapporti era un muratore provetto e stimato, malgrado la sorte disgraziata gli avesse riservato una menomazione ad una mano, massacrata anni fa da un terribile incidente sul lavoro. Con la legge non aveva mai avuto particolari problemi, fino a martedì scorso, quando una pattuglia di Carabinieri lo ha fermato mentre percorreva in bici viale Vittoria contestandogli una manovra errata. Perquisito, i militari gli avevano trovato dell’hashish e per andare a fondo della questione lo avevano sottoposto a perquisizione domiciliare. Dai verbali dei carabinieri emerge che a Frapporti sarebbe stato sequestrato oltre un etto di stupefacente. Da qua, l’arresto. Ineccepibile, sotto il profilo del codice di procedura penale: la soglia per sostenere l’uso personale è superata di gran lunga, per la legge. L’artigiano viene dunque accompagnato in carcere. Al mattino viene ritrovato morto dalle guardie, impiccato con le lenzuola in una delle tre celle del reparto Osservazione, dove vengono alloggiati i detenuti in arrivo per dare loro un impatto meno duro con la realtà del carcere. “Sono cose che non dovrebbero mai succedere - commenta Giampaolo Mastrogiuseppe, delegato della Cgil funzione pubblica -. La sera in cui è arrivato in via Prati, il detenuto pareva tranquillo, ha anche scherzato con le guardie. Nulla lasciava presagire ciò che avrebbe fatto. È una storia molto triste, ma era difficile da evitare”. È sempre complicato, per non dire impossibile, capire quali pensieri si agitano nella testa di un’altra persona, anche conoscendola bene. Richiede conoscenza profonda, e anche una dote naturale di empatia. Figurarsi quando si tratta di estranei. Ma non è questo il compito della polizia penitenziaria. “Purtroppo, anche per le note carenze di personale, la vigilanza di notte è affidata a pochissime persone, e fare il giro delle celle significa controllarle ogni ora e mezza, facendo in fretta. Poi, per chi non ha mai vissuto l’esperienza del carcere, l’impatto è duro. La prima notte è molto triste, può essere terribile. E la guardia carceraria non è uno psicologo, non le si può nemmeno chiedere una professionalità di questo genere. Per questo, prima di entrare in cella, ogni detenuto dovrebbe avere un incontro con lo psicologo. È previsto dalla legge, ma nell’arco delle 24-48 ore. Troppo tardi, perché lo choc è immediato per chi è stato appena arrestato. Chi soffre in modo intollerabile deve almeno poterlo dire a qualcuno che possa valutarne la capacità di sostenere questo momento difficile”. I suicidi in carcere,


purtroppo, fanno parte di una triste consuetudine per chi vive “dentro”. “Sono decine all’anno, per la realtà trentina, e centinaia i casi in Italia - spiega Massimiliano Rosa, segretario provinciale del Sappe, il sindacato della polizia penitenziaria -. Ma sono molti anche i casi in cui i nostri colleghi salvano il detenuto da morte certa, strappandolo in extremis al tentativo di togliersi la vita in cella. Di questo non si dice mai nulla, forse fa poco notizia, ma le cose stanno così”. Chi ha seri propositi suicidi si guarda bene dal manifestarli. Tanto meno li confiderebbe alla guardia. Il caso di Frapporti fa riflettere, perché non si tratta di un “abituale”, come vengono indicati in gergo i delinquenti veri, ma di un artigiano che ha sempre lavorato, conducendo un esistenza piuttosto semplice, fatta di lavoro e di serate al bar con gli amici di sempre. Amici e conoscenti lo tratteggiano come un’ottima persona, taciturno ma di cuore. Chi lo ha conosciuto sul lavoro ne ha apprezzato l’abilità, la precisione e la serietà. La tenacia con cui aveva ripreso a lavorare dopo il grave infortunio gli aveva dato soddisfazione e si era costruito una solida professionalità, riconosciuta da tutto l’ambiente dell’edilizia. Nessuno lo crede un “pusher”, uno che vende droga. Semmai, dicono, un semplice consumatore. Ma la Procura è di diverso avviso, alla luce del quantitativo di hashish sequestrato. Forse non sarà stata la grave accusa di spaccio a fargli prendere una decisione così tremenda e definitiva, nella notte tra martedì e mercoledì. Forse altre inquietudini si addensavano nella sua mente, benché nessuno dei suoi amici se ne fosse accorto. Ma è un’evidenza che quell’atroce scelta sia maturata nell’ambito di una cella della casa circondariale di via Prati, senza che nessuno riuscisse ad accorgersene in tempo per salvargli la vita. (Il Trentino, 27 luglio 2009) Suicidio: 25 luglio 2009, Ipm “Fornelli”, di Bari Bari: detenuto tunisino di 19 anni, si impicca all’Ipm “Fornelli”. Quando tre mesi fa è stato arrestato perché addosso nascondeva tre dosi di cocaina, aveva detto di avere 16 anni. E per questo da Perugia, dove era stato fermato, era stato portato al carcere minorile di Bari “Fornelli”. Ed è lì che lui ha deciso di togliersi la vita. Lo ha fatto impiccandosi con un lenzuolo. Il protagonista di questa brutta storia è un ragazzo di 19 anni di origini tunisine. È stato il fratello, giunto a Bari all’indomani della tragedia, a svelare la vera età. Un particolare non di poco conto: se al momento dell’arresto, il ragazzino avesse detto di avere 19 anni e non sedici, forse il periodo di detenzione sarebbe stato più breve e lui, incensurato e senza guai con la giustizia, avrebbe già lasciato il carcere. Sabato mattina, invece, il giovane tunisino era nella stanza che al “Fornelli” condivideva con un altro immigrato. L’idea di uccidersi, di porre fine così al periodo di detenzione, è maturata forse durante la notte. Il ragazzino ha appeso il lenzuolo al soffitto e si è impiccato. È stato il giovane che era con lui, il primo ad accorgersi della tragedia. Quando ha visto il corpo del suo compagno ha cominciato a gridare e a piangere. Il diciannovenne era ancora vivo. Respirava e gli agenti della polizia penitenziaria hanno anche cercato di soccorrerlo. Inutilmente. È morto poco dopo. Una tragedia che ha lasciato sgomenti gli operatori dell’istituto penitenziario “Fornelli” dove mai, negli ultimi quindici anni, si erano verificati suicidi. E poi il giovane, compatibilmente alle restrizioni di una vita trascorsa in un carcere minorile, appariva tranquillo, sereno, non si era mai sfogato, non aveva dato segni di escandescenza. Anche con il ragazzo con il quale divideva la stanza non si era mai confidato. Il giorno prima della tragedia aveva parlato con la sua famiglia al telefono e neanche in questo caso aveva manifestato insofferenza per la sue condizioni. Sul caso, ora, il sostituto procuratore Emanuele De Maria ha aperto un’inchiesta, affidando al medico legale Francesco Introna l’incarico di eseguire l’autopsia sul corpo della vittima. Un atto dovuto per chiarire la dinamica della tragedia. E infatti l’esame necroscopico ha confermato che quello del giovane tunisino è stato un suicidio. (La Repubblica, 28 luglio 2009) Morte per cause da accertare: 27 luglio 2009, Carcere di Lecce


Lecce: morto un detenuto di 42 anni (forse) disposta l’autopsia. Un detenuto napoletano di 42 anni, Gerardo D’Argenzio, è morto nel carcere di Lecce. Era in infermeria perché si sentiva male, quando si accasciato ed è morto. La Procura potrebbe disporre accertamenti per chiarire le cause. (Ansa, 28 luglio 2009) Morte per cause da accertare: 28 luglio 2009, Carcere di Rebibbia (Rm) Marino Vincenzo, di 44 anni, muore nel carcere di Rebibbia. Ne dà notizia un suo compagno di detenzione, con questa lettera inviata a “La Repubblica”. Sono Pasquino, del G11 del carcere di Rebibbia. Vorrei raccontarvi alcuni particolari sulla malasanità qui in carcere. Giorni fa, precisamente il 28 luglio 2009 alle 7 del mattino, il detenuto Marino Vincenzo, di 44 anni, che si trovava anch’egli nel mio stesso reparto (G11, piano terra, sezione B) ha iniziato a chiamare l’agente di sezione, comunicandogli che aveva difficoltà respiratorie e, per tutta risposta, si è sentito dire: “Alle ore 8 passerà l’infermiera per il controllo sanitario e la terapia”. Alle 7.45 il detenuto Marino Vincenzo è deceduto. Appena avvisati gli agenti sono subito accorsi, portando via i restanti detenuti della medesima cella, interrogandoli per eventuali informazioni sull’accaduto. Solo alle 12 il corpo senza vita del detenuto è stato portato via da una barella. Antecedentemente, per motivi di trasferimento non aveva più il “piantone” quindi per lui era diventata una vera e propria tragedia essere costretto, per problemi di salute, su una sedia a rotelle mal funzionante. Questo è solo uno degli eventi più tragici della malasanità in cui ci troviamo, senza poi aggiungere tutti i vari episodi che quotidianamente tutti noi detenuti siamo costretti a vivere: tutte le volte che ci prescrivono una terapia siamo costretti a deglutire medicinali non sterilizzati, poiché ci vengono portati avvolti in piccoli pezzi di carta igienica, invece che in involucri di garze idrofile sterilizzate. I detenuti invalidi vivono le loro intere giornate su sedie a rotelle inutilizzabili. Le visite mediche sono un optional, vengono effettuate solamente in giorni alterni, quando è il turno del proprio piano e sezione. E questi sono solo piccoli e brevi episodi. Confidiamo con questa lettera, a scopo informativo esterno, che vengano passate in futuro più visite e che magari per il prossimo inverno sia possibile avere il vaccino per l’influenza suina. Vorremmo essere considerati un po’di più anche a livello umano, visto che, anche se siamo qui, siamo esseri umani con i nostri diritti (che qui valgono veramente pochissimo). Con la speranza che qualcosa possa migliorare. (La Repubblica, 8 agosto 2009) Suicidio: 31 luglio 2009, Carcere di Livorno Stamattina è stato rinvenuto, all’interno della sua cella, il corpo di Emilio Angelini, 45 anni di Ascoli Piceno. Il detenuto era arrivato ieri mattina al carcere delle Sughere dall’istituto di Pesaro. L’uomo doveva scontare due anni per spaccio di sostanza stupefacente. Il detenuto ha approfittato del poco tempo in cui è stato lasciato solo per legare una maglia alla finestra e togliersi la vita con l’impiccagione. Sulla tragedia la Procura della Repubblica di Livorno ha aperto un’inchiesta. Ad indagare è il pm di turno Luca Masini, arrivato da due settimane dalla Procura di Lecco. L’ultimo episodio analogo risale al novembre del 2008, quando Angelo Mascaro, 28 anni, si tolse la vita sniffando gas da un fornellino con una busta di plastica in testa. Sono tre i morti tra le sbarre della prigione livornese nel 2005 (tra cui il caso di Marcello Lonzi sul quale la Procura ha ancora un fascicolo aperti). Altrettanti nel 2007 e uno nel 2008. Con Angelini il conto arriva a otto nel giro di quattro anni e mezzo. Dalla direzione casa circondariale di Livorno puntano ancora il dito sul problema del sovraffollamento: ben 100 detenuti sopra il numero massimo consentito. (Agi, 1 agosto 2009) Emergenza carceri: un altro suicidio a Livorno (Avvenire)


Un detenuto ascolano di 45 anni si è suicidato nel carcere di Livorno, dove era stato trasferito da Pesaro. L’uomo doveva scontare una condanna definitiva per reati legati agli stupefacenti. Da tempo soffriva di crisi depressive e per questo era stato trasferito a Livorno, struttura ritenuta più idonea ad accogliere persone con problemi psicologici. Il detenuto si è ucciso ieri intorno alle 21 impiccandosi con la sua felpa alla finestra della cella approfittando di un momento di disattenzione degli infermieri e degli agenti di custodia del carcere le Sughere. La sezione nella quale si è ucciso è a capienza ridotta e non si esclude che abbia atteso il momento della terapia per mettere in pratica le sue intenzioni suicide. “Era giunto ieri nella tarda mattinata - ha spiegato Anna Carnimeo, direttore della casa circondariale Le Sughere - e non c’erano nei suoi confronti particolari prescrizioni di sorveglianza. Evidentemente aveva maturato la sua decisione già da tempo”. “Ospitiamo in questo momento non meno di 430 detenuti, a fronte di una capienza di 265 posti. È evidente che in queste condizioni siamo costretti a lavorare in condizioni particolarmente difficili”: lo sottolinea la direttrice del carcere le Sughere di Livorno, Anna Carnimeo, evidenziando il problema del sovraffollamento delle carceri italiane dopo il suicidio del detenuto. Suicidio: 31 luglio 2009, Carcere di Reggio Calabria Antonio Virelli, 24enne, detenuto in attesa di giudizio presso la Casa Circondariale di San Pietro, è morto venerdì sera. Per la Casa Circondariale non vi sono dubbi, il giovane si sarebbe suicidato impiccandosi. La madre e i parenti del giovane, che non accettano l’ipotesi che il loro congiunto possa aver deciso di togliersi la vita, assistiti dall’avvocato Piero Pitari (che ha delegato l’avvocato Gianfranco Giustra) hanno dato incarico al medico-legale Aldo Barbaro di presenziare all’autopsia. Esame autoptico che il sostituto pm di turno, Carmela Squicciarini, ha disposto sulla salma del giovane, e che è stato eseguita ieri pomeriggio presso la sala mortuaria degli Ospedali Riuniti dal medico legale della polizia, Mario Matarazzo. Brevissimi momenti di tensione si sono registrati fino all’arrivo del consulente di parte. Dalle prime risultanze dell’autopsia, che ad ogni modo dovranno essere corroborate dai risultati degli esami clinici, sembrerebbe confermata la dinamica del suicidio mediante impiccagione. Ad un primo esame, infatti, non vi sarebbe nulla che possa far propendere per una diversa dinamica, come invece paventato dalla famiglia del giovane. Antonio Virelli, già noto alle forze dell’ordine, era stato arrestato nel luglio dello scorso anno per stupefacenti, e il mese successivo per tentato omicidio. Nella frazione Steccato di Cutro, dove abitava, aveva chiesto a un vicino di caricare la batteria scarica della propria automobile collegandola alla sua. Al garbato rifiuto del vicino, un giovane 28enne che temeva che la centralina elettrica della sua autovettura potesse rimanere danneggiata, Virelli era rientrato in casa e subito ne era riuscito armato di coltello. Dopo aver scagliato un sasso contro l’autovettura del vicino, quando questi era sceso per strada gli aveva sferrato una coltellata alla gola, che solo per miracolo non l’ha ucciso. Con questa ipotesi accusatoria i carabinieri lo avevano tratto in arresto. A ottobre sarebbe dovuta celebrarsi l’udienza. Il giovane, appassionato di body building, come racconta lo zio, recentemente soffriva di stati d’ansia (www.newz.it, 5 agosto 2009).

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