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architecture

project

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To Live in a Wooden Crystal

In Sexten, Val Pusteria, Plasma Studio has designed a house far removed from traditional mountain architecture, and which has inspired a story by Mario Desiati

Un cristallo di legno da abitare

A Sesto, in Val Pusteria, Plasma Studio progetta una casa unifamiliare che, lontana dai canoni dell’architettura montana, ispira il racconto di Mario Desiati

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a cura di / edited by Maria Giulia Zunino foto di / photos by Cristobal Palma

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Mario Desiati

Mario Desiati (Italia, 1977). Vive a Roma, dove lavora come direttore editoriale della Fandango Libri. Ha curato le antologie “Voi siete qui” (2007), “Laboriosi Oroscopi” e “Il Lavoro e i giorni” (2007, 2008), e “Ad occhi aperti” (2008). Ha pubblicato “Neppure quando è notte” (2003), “Le luci gialle della contraerea” (2004), “Vita precaria e amore eterno” (2006, premio Paolo Volponi per l’impegno civile), e “Il paese delle spose infelici” (2008). (Italy, 1977). He lives in Rome, where he works as publishing director of Fandango Libri. He edited the anthologies “Voi siete qui” (2007), “Laboriosi Oroscopi” and “Il Lavoro e i giorni” (2007, 2008), and “Ad occhi aperti” (2008). He is the author of “Neppure quando è notte” (2003), “Le luci gialle della contraerea” (2004), “Vita precaria e amore eterno” (2006, winner of the Paolo Volponi Award for social commitment), and “Il paese delle spose infelici” (2008).

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Ho sempre odiato i tetti spioventi

I’ve always hated sloping roofs

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Fin those houses with sloping roofs, like the stables you see in

er le ragioni che voi conoscete sin da quando sono nato, non potrò vivere dentro una di quelle case che assomigliano alle capanne d’un presepe. Vengo da molto lontano, e fino a pochi mesi fa vivevo facendo quello che faccio più o meno adesso: colleziono pezzi di ghiaccio. Avevo una grande casa in mezzo agli ulivi. La mia terra si estendeva vicino alle piste d’atterraggio di un aeroporto militare. Ogni mattino con il cielo ancora livido come solo le aurore levantine sanno essere, attendevo i primi voli alzarsi. C’erano i caccia, c’erano gli F16, gli antichi Tornado e i bombardieri. Partivano in ricognizione e poi tornavano quando il cielo non era più livido, il sole era alto, la luce rischiarava a mezzogiorno. Un aereo da guerra quando atterra perde pezzi di ghiaccio, questo avviene grazie alle bassissime temperature del volo. Sono quelli che chiamo i “frantumi del cielo” e a ogni atterraggio quegli aerei da guerra seminavano i souvenir dei loro tragitti. Ho speso tutta la mia vita a conservare le forme più strane di cielo che perdevano quei mostri di lamiera, ogni giorno della mia vita a interpretare i suoni che rombavano sulla mia testa. Forse ero solo uno che cercava di radunare stelle in una casa di campagna, o probabilmente ero solo un collezionista di pezzi di ghiaccio; per tutti un pazzo, un pazzo non pericoloso, ma un pazzo che turba. A coloro che si fermavano anche solo per un attimo ai bordi della mia vigna leggevo gli occhi, e quegli occhi erano attraversati da un terremoto. Con i miei panieri pieni di ghiaccio avvolti da bende umide per non disperderne il gelo, vagavo fino alla mia casa piena di congelatori come quella d’un gelataio, ma a me piaceva pensare di essere un vecchio custode della neviera, quella in cui a Martina Franca veniva raccolta la neve durante i mesi invernali per usarla nell’estate sulle grattachecche. Oggi ho lasciato quella casa in mezzo agli ulivi. Sono circondato dagli abeti e dai pini. La casa è altrettanto grande, alle pendici di queste montagne c’è tanto di quel ghiaccio che non devo più aspettare gli aerei atterrare. Mi basta andare per il sentiero di ghiaia verso ovest, lì il paese non c’è più, solo stradine tortuose

che si intrecciano come un intestino, salgono fino ai rifugi, e i rifugi hanno tutti i tetti spioventi, come le case del paese. Ma non posso vivere sotto un tetto spiovente. Tutto scivolerebbe verso il basso, tutto sparirebbe inghiottito dalle viscere del sottosuolo. Avete mai pensato a quello che significa una casa senza tetto spiovente in un paese di montagna? È semplicemente un atto di superbia, la sfida, l’ennesima, come se ce ne dovesse essere ancora un’altra dell’uomo a quella natura. La natura delle Dolomiti ha tre armi: la luce, una lingua che pochi conoscono, infine la neve. Nessuno ha mai pensato di sconfiggere il colore che riempie le pareti verticali di quelle montagne brillanti come granite, nessuno crede che oltre quel cielo rosa ci siano i fantastici troll che l’epica di queste altitudini ruba alle leggende degli emisferi lontani. Nessuno può conoscere quelle persone che hanno occupato le pareti di questo ufo nel centro della città. Quando arriva primavera finalmente appaiono le cime piene di bianco. Per giorni si è rimasti dentro la tana e nessuno può vivere con un desiderio represso, nessuno può raccogliere il ghiaccio con un tetto spiovente. Così ho preso questa casa, parallelepipedi che si intersecano in modo irregolare, puntati verso il cielo; qui all’arrivo della bella stagione non si sentono i tonfi della neve che scende a tocchi, quel rumore come un pomo che si sgrana. In paese la chiamano “carillon”, forse perché ricorda lo scrigno da cui venivano emesse note metalliche. A tutti pare che da un momento all’altro possa iniziare magicamente a suonare. Ma invece della cassa armonica c’è la casa di un collezionista di ghiaccio: il pazzo di paese che metteva nel paniere il ghiaccio perduto dagli aerei, oggi aspetta solo di salire sul terrazzo per raccogliere il ghiaccio. Quella casa è stata pensata per lui, per uno che vive di una piccola, minuziosissima utopia personale. Si tratta di una mania soltanto, innocua, e come tutte le manie innocue ha serbato dentro di sé un tratto insondabile di verità, inevitabilmente un tratto di umanità. Attendo che la bufera finisca e cerco le forme di ghiaccio più

or reasons you’ve known about since my birth, I just can’t live

Italian cribs at Christmas time. I come from far away. Until a few months ago, I spent my life doing more or less what I do now: I collect pieces of ice. I had a big house set in olive groves. My land was near the runway of a military airport. Every morning, when the sky was still black and blue, as only dawns on the Eastern Riviera can be, I would wait for the first planes to take off. There were fighters, F16s, old Tornados, bombers. They set off on reconnaissance flights and returned when the sky was no longer grey, the sun was high, and the light was midday bright. When a warplane lands, pieces of ice fall off it, formed by the freezing temperatures at high altitude. They are what I call “sky chips”. The planes scattered souvenirs of their journeys whenever they landed. I’ve spent my entire life preserving the weirdly-shaped pieces of sky shed by those iron birds, every day of my life trying to make sense of the roaring above my head. Maybe I was just a guy who lived in a house in the country and tried to collect fallen stars. More likely I was just collecting pieces of ice. Everyone thought I was mad. Not dangerous mad, but spooky mad. When I looked at the people who stopped even just for a moment at the edge of my vineyard, I could see from their eyes that they were freaked out. Laden with baskets of ice wrapped in wet cloth to keep them cold, I would wander towards my house which was full of freezers like an ice-cream shop. To tell the truth, I liked to imagine I was the old man who used to be in charge of the icehouse in Martina Franca, collecting snow during the winter for water ices in the summer. Now I’ve left that house in the olive groves. I’m surrounded by firs and pines. The house is as big as the previous one. There’s so much ice on the slopes of these mountains that I don’t have to wait for planes to land anymore. All I have to do is take the gravel path to the west, out beyond the village where the narrow roads twist and turn like intestines. I walk as far as the huts. They all have sloping roofs, like the houses

in the village. But I can’t live under a sloping roof. Everything would slide down and be swallowed up by the bowels of the earth. Have you ever thought what a house without a sloping roof would mean in a mountain village? It would be nothing short of arrogance, yet another of Man’s challenges to Nature, as if we needed one. In the Dolomites, nature has three weapons: the light, a language which few people can speak, and, of course, the snow. No one has ever thought it would be possible to obliterate the colour that blocks in the vertical walls of those shiny, grated-ice drinks. No one believes that, beyond that pink sky, there might be grotesque trolls, borrowed by these epic altitudes from the legends of other, distant climes. No one has ever met the inhabitants of this UFO in the centre of the village. When spring comes at last, the snow-capped peaks suddenly appear. For days people have been confined to their dens, but no one can live with a repressed desire, no one can gather ice from a sloping roof. That’s why I took this house, a set of skywardpointing parallelepipeds intersecting at different angles. When spring comes here, you don’t hear the thump the snow makes when it slides off a roof and hits the ground, like the noise an apple makes when you tread on it. In the village they call it “the musical box”, perhaps because it looks like one. They all think that suddenly, magically, it might start playing. But this is no soundbox. It’s an ice-gatherer’s house, the home of the village idiot who once filled his basket with lumps of ice that dropped off warplanes but now longs for the day when he can go up to the terrace to get his ice. The house was designed specially for its owner, a man who lives in a small minutely organized utopia all of his own. It’s only a harmless obsession, but like all harmless obsessions, it harbours an unfathomable truth and, inevitably, a hint of what it means to be human. I wait for the storm to pass and sally forth in search of weirdlyshaped ice that has rained down from the sky. I’m much more discerning than I used to be. Even the smallest variation in the curvature of the ice is important to me now.

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curiose che il cielo ha fatto piovere, ho gusti sempre più sofisticati rispetto a quelli di un tempo, do un peso importante a ogni minima curvatura del ghiaccio. Li metto in fila, creo una lunga schiera di soldatini. La mia armata di ghiaccio è una sfilata di briciole di montagna che hanno il colore dell’acqua e della spuma. In inverno non ho bisogno dei congelatori, li tengo sulla veranda, mi incanto a osservarli, hanno forme ovali, cerco, leggo i tratti e i solchi che si modellano su quelle forme di gelo, anche i segni simili a dorsi, fenditure orizzontali, regolari, a volte mi paiono umani. Altre volte li metto sulle finestre, come numi tutelari, antichi lari a cui far proteggere questa casa, la casa del pazzo. Il ghiaccio si modella d’inverno, ma qui non si scioglie mai. Credo che un’armata di pezzi di neve possa difendermi dagli spiriti. Quelli che a Martina Franca erano i “monachicchi”, e qui sono spiritelli senza nome, quelli che si ostinano a chiamare Troll… no, è solo ghiaccio. Seguo le orme, inizio a parlarci, ultimamente ho circondato l’enorme carillon, la mia casa, una fortezza inespugnabile dalle forze del male, con le forme più curiose che mi erano capitate a tiro. Il cielo continua a perdere pezzi, ogni giorno che passa un pezzo di ghiaccio finisce nel mio congelatore oppure sul bordo della mia finestra, sulle falde d’un confine. La casa da lontano adesso si presenta come un castello difeso da un esercito di pupazzi di neve. Il collezionista di ghiaccio non si chiama più così, è un matto e basta. Qualcuno verrà a portarselo via, mi chiederò perché proprio io, perché!!! Ma non ci saranno risposte soddisfacenti, a qualcuno verrà in mente che come in tutti i carillon, c’è un meccanismo che può funzionare anche senza chiave di volta, basta trovare la corda giusta, il piccolo lembo di budello che fa partire il meccanismo. Il signore del ghiaccio inizia a congedarsi, dopo aver schierato il proprio esercito, passato in rassegna le truppe si è messo nudo davanti alla neve, il corpo caldo faceva fumo, il ghiaccio sceso dal cielo non avrebbe avuto più il suo piccolo curatore, iniziava la discesa, lenta, verso il calore, attraversando l’umido, il gelo e il freddo. Domattina verrete alla casa a forma di carillon dove viveva un pazzo, un maniaco collezionista di ghiaccio… troverete solo delle orme che vi porteranno fino in fondo a una strada dove la neve è sciolta. Vi resterà soltanto una voglia, una voglia trascinante come quella che ha spinto quell’uomo a scavare nella neve, come un topo dentro la terra bruna di humus. L’aria sa di amaro, il sapore del peperone verde, un sentore d’inverno, di decotti contro il freddo, non perderti d’animo verrebbe da dire. Cadi, togli i piedi da terra come gli aerei da guerra, come la neve di montagna.

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I line up the pieces like toy soldiers. My ice army is a parade of crumbled mountain fragments. Their colours are those of spindrift and water. In winter I have no need of freezers. I keep them on the terrace. I study them rapturously. They are oval-shaped. I try to read their features, the grooves carved into their surfaces, the mounds that look like backs, the splits in their sides. Sometimes they seem almost human. Occasionally I place them on my windowsills like tutelary deities, ancient Lares watching over a madman’s house, my house. Though sculpted in winter, the ice never melts here. I think an army of snow warriors should be able to protect me against evil spirits – the ones which the people of Martina Franca call “monachicchi”, the spirits of dead unbaptised children, and here are unnamed sprites, the ones people insist on calling Trolls. But rest assured, it’s only ice. I follow their tracks, start talking to them. Recently, I surrounded my huge musical box, my home, my impregnable fortress against the powers of evil, with the weirdest shapes I could find. Pieces keep on falling from the sky. With every day that passes, a piece of ice ends up in my freezer or on my windowsill or on the boundary slopes. From a distance, the house now looks like a castle defended by an army of snow figures. The ice collector no longer goes by that name. He’s mad. There’s no more to say. Someone will come to take him away, and I’ll ask myself why me, why me? But no satisfactory answer will be forthcoming. It will cross someone’s mind that, as with all musical boxes, there’s a mechanism that can work even without a keystone. All you have to do is find the right string, the small strip of catgut that will set it going. The Lord of the Ice made ready to take his leave after marshalling his army. Having reviewed his troops, he stood naked before the snow, his body steaming in the cold. The ice from the sky would be bereft of its insignificant guardian. From wetness, through freezing cold to icy chill, it began its slow descent towards the warmth. Tomorrow morning you will see the musical-box house where a madman, a maniac ice collector once lived … All you will find is tracks leading down to a road where the snow has melted. You will have just one desire, a desire as overwhelming as the one that drove the man to burrow in the snow, like a mouse in the rich brown earth. The air has a bitter tang like a green pepper, a wintry smell like warming tea that keeps the cold at bay. Don’t lose heart, it seems to be saying. You fall, you lift your feet from the ground like those warplanes, like the mountain snow.

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Plasma Studio

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(Regno Unito, 1999) studio di architettura. Fondato a Londra (ma oggi con un secondo studio a Sesto, Bolzano, Italia) da Eva Castro (Argentina, 1969) e Holger Kehne (Germania, 1970), ai quali si è associata Ulla Hell (Italia, 1973), affronta il progetto con approccio multidisciplinare e multiculturale. Ha ottenuto tra gli altri, il Corus / Building Design “Young Architect of the Year Award” (2002) e il “Next Generation Architects Award” (2008) dell’Architecture Foundation. Tra i progetti in cantiere, un piccolo edificio per uffici e la sede di un’azienda legata alle costruzioni, entrambi a San Candido (Bolzano), e un albergo per gli sport invernali in Slovacchia.

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Pianta del secondo piano / Second-floor plan

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(United Kingdom, 1999). A London-based architecture firm, now with an office in Sexten near Bolzano, Italy. The founders, Eva Castro (Argentina, 1969) and Holger Kehne (Germany, 1970), were later joined by Ulla Hell (Italy, 1973). Their multidisciplinary, multicultural approach has won them, among others, the Corus / Building Design “Young Architect of the Year Award” (2002) and the Architecture Foundation’s “Next Generation Architects Award” (2008). Work in progress includes a small office building and a construction company headquarters in San Candido (Bolzano), and a winter sports hotel in Slovakia.

Sezione est - ovest / East - West section

www.plasmastudio.com

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Pianta del primo piano / First-floor plan

Fronte est / East front

Il sito

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Un piccolo paese montano in una delle più belle valli del Trentino Alto Adige e un lotto in forte pendenza che, compresso tra gli edifici esistenti, non avrebbe permesso di costruire niente di più che una casa di dimensioni estremamente ridotte. Parte da questa constatazione, unita alla volontà di dimostrare come non sia indispensabile farsi condizionare dalla tradizione, la scelta di una forma architettonica articolata che con attenta precisione genera un rapporto dinamico tra vuoti e pieni e che, soprattutto, permette sia di raggiungere maggiori dimensioni (il piano della zona giorno si sviluppa su circa 150 mq) sia di offrire grande varietà di spazi privati all’aperto, da cui godere il panorama.  (mgz)

The lot, in a small mountain village in one of the Trentino Alto Adige’s most beautiful valleys, is on a steep slope surrounded by existing buildings, so there was no chance of building anything other than a very small house. This, plus the will to demonstrate that tradition can sometimes be dispensed with, has produced a carefully calibrated structure of dynamically interrelated solids and voids whose principal merit is that it generates not only a lot more indoor space (the living areas total 150 sqm approx.) but also a wide variety of private outdoor areas with mountain views.  (mgz)

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Progetto / Architects Plasma Studio: Eva Castro, Holger Kehne, Ulla Hell Collaboratori / Collaborators Angelika Mair, David Preindl, Daniela Walder Progetto strutturale / Structural engeneering Stefan Marcher: Team 4 Progetto impianti / Service engeneering Ekon Bruneck

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Pianta del piano terra / Ground-floor plan

1. Parcheggio / Parking 2. Ingresso / Entrance 3. Cantina / Cellar 4. Ripostiglio / Storage 5. Bagno / Bathroom 6. Scale-corridoio / Stairs-corridor 7. Soggiorno / Living room 8. Cucina / Kitchen 9. Zona pranzo / Dining room 10. Ufficio / Office 11. Balcone / Balcony 12. Terrazzo / Terrace 13. Camera da letto / Bedroom

Fronte sul parcheggio / Front on the parking

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La distribuzione La casa si sviluppa su tre livelli e si innesta nel terreno con due posti macchina coperti, ubicati davanti all’ingresso da cui parte la scala di accesso alla residenza. Concepita come forma compatta per ridurne l’ingombro, la scala è il cuore distributivo degli spazi interni, elemento di comunicazione tra le diverse aree funzionali della zona giorno al primo piano e di massima separazione nella zona notte al secondo. Per privilegiare la vista delle Dolomiti e aumentare ancora gli spazi godibili, l’edificio si apre sul fronte sud in ampi balconi e terrazzi, che diventano luogo protetto per il gioco dei bambini, spazio di incontro e di riposo all’aperto. I materiali sono ridotti al minimo, i colori sono neutri. La scelta del legno sulle facciate verso il paese è al tempo stesso un omaggio alle caratteristiche dell’architettura montana e uno strumento per garantire la privacy degli abitanti: i listelli di larice avvolgono i fronti con le grandi aperture panoramiche, che vengono protette dagli sguardi dei passanti con pannelli di forme e dimensioni diverse, posizionati in punti strategici. In un disegno che dà unità all’intero edificio e nello stesso tempo ne esplicita la dimensione dinamica che nasce sia dalle pieghe e dagli slittamenti del rivestimento sia dai legami tra interno ed esterno, costruito e/o naturale. (mgz)

Layout The three-storey house sits on two covered car ports in front of the ground-level entrance, where the stairs to the house above are situated. The compact, space-saving staircase is the key to the internal layout, acting as a hub between the functional and recreational day areas on the first floor while also keeping the sleeping quarters on the second floor as private as possible. To make the most of the Dolomite views and create another set of usable spaces, the building’s south front has spacious balconies and terraces providing sheltered places for relaxation, socialising and children’s play. The materials are few and the colours neutral. Using wood for the village-facing walls is both a tribute to mountain architecture and a way to make the house as private as possible: the fronts with long panoramic windows are fitted with wrap-around larch-board panels of varying sizes, positioned to make the indoor spaces nearly invisible. The total design unifies the structure while also revealing the interactive dynamics of the cladding folds and offsets, and the relationships between interior and exterior, built and/or natural landscape.  (mgz)

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plasma studio  

Magazine Abitare - cube house