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Periodico d’informazione sulla comunicazione e dintorni N. 1 - ANNO IV GENNAIO 2015

© Marco Iazzetta

IN QUESTO NUMERO Un uomo blues Ebola: l’identikit del virus Il mito della mela colpisce ancora Selfie e pallone: risultati imprevedibili BLSD: una pratica che può salvare la vita Le nuove tecno-mamme Facebook at work L’ altra faccia della medaglia Slash, il ritorno di una leggenda


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Editoriale Buoni propositi per il nuovo anno “Impossible is just an opinion”

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Registrazione al Tribunale di Napoli N. 27 del 6/4/2012 Direttore Responsabile: Fabrizio Ponsiglione Direttore Editoriale: Stefania Buonavolontà Art Director: Marco Iazzetta Grafica & Impaginazione: Diego Vecchione Hanno collaborato in questo numero: Stefania Buonavolontà, Flaviano Cimmino, Sergio Lo Caputo, Federica Milano, Andrea Ponsiglione, Marco Quadretti, Loredana Romano, Antonella Salottolo. Menthalia srl direzione/amministrazione 80125 Napoli – 49, Piazzale V. Tecchio Ph. +39 081 621911 • Fax +39 081 622445 Sedi di rappresentanza: 20097 S. Donato M.se (MI) – 22, Via A. Moro 50126 Firenze – 20, Via Cardinal Latino Tutti i marchi riportati appartengono ai legittimi proprietari. La pubblicazione delle immagini all’interno dei “Servizi Speciali” è consentita ai fini dell’esercizio del diritto di cronaca.

icembre è il mese dei bilanci: si tirano le somme sull’anno che si sta chiudendo; gennaio è il periodo in cui si pianifica e si decidono gli obbiettivi da raggiungere nel prossimo futuro. Zuckerberg, ad esempio, ha chiesto consigli al web su quanto fare in questo 2015 che è appena cominciato. Più di 30mila persone hanno risposto al suo post. Tra i suggerimenti simpatici c’erano: il bottone “non mi piace” e piantare un albero per ogni nuovo utente del social network.

Cosa ci siamo ripromessi fare noi di Menthalia? Iniziare un nuovo anno facendo in modo che i nostri buoni propositi diventino desideri raggiungibili. Una bella sfida non trovate? La ricetta per farlo? Seguire il mantra di Kotler: “L’unica costante è il cambiamento”, cercare di anticipare i trend e le mode ed aggiungere un bel pizzico di auto-motivazione, di positività e di concretezza. Augurando a tutti di ottenere quanto desiderato vi lasciamo alla lettura del primo numero dell’anno del Magazine di Menthalia che: saluta il grande Pino Daniele appena scomparso; smaschera la micidiale Ebola; svela i segreti del logo della Apple ed aff ronta tematiche del mondo dell’attualità. Articoli leggeri, come quello sull’ormai celebre selfie di Totti, d’informazione, sui corsi BLSD, sulle nuove tecnologie, come le app dedicate alle future mamma e la sfida lanciata da Facebook a LinkedIn, sull’arte di Pawel Kuczynski e sul ritorno sulla scena del chitarrista SLASH compongono questo numero che, come tutti i numeri del Magazine Menthalia, ha l’intento di osservare e raccontare il mondo della comunicazione con un’apertura a 360°. Buona lettura e non dimenticate quanto afferma Paolo Coelho: “Impossible is just an opinion”.

Marco Iazzetta General Manager Menthalia


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Un uomo blues di Marco Iazzetta, Art Director

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sattamente un anno fa Menthalia Magazine aveva dedicato il cuore del numero di gennaio 2014 a Pino Daniele e agli eventi del “Napule è tutta n’ata storia” che si sono tenuti al Teatro Palapartenope di Napoli tra la fi ne di dicembre e l’inizio di gennaio. Il caso ha voluto che proprio al grande cantautore napoletano fosse dedicato anche il numero di apertura del Magazine di Menthalia del 2015, ma per dargli l’ultimo affettuoso saluto. I fatti: la sera del 4 gennaio 2015, Pino Daniele, già sofferente di problemi cardiaci, ha avuto un infarto ed ha lasciato un incommensurabile vuoto nel cuore dei suoi fan e di tutti i napoletani. La sua ultima apparizione pubblica è stata, appena qualche giorno prima, sul palco dello show di Capodanno di Raiuno “L’anno che verrà”. La reazione: la notizia della scomparsa del re del blues partenopeo ha avuto un fortissimo impatto su tutto il mondo della musica e non solo. I social sono impazziti: post di cantanti, personaggi famosi, autorità e fan si sono riversati sulla rete, creando un passaparola impetuoso che ha informato il mondo della tragica scomparsa e, soprattutto, del dolore provato da tutti. La morte del cantautore ha generato fortissime risposte emotive a Napoli e non solo, facendo comprendere, a quei pochi che non erano a conoscenza, che Pino Daniele era capace di arrivare al cuore di chiunque lo ascoltasse: Pino toccava le anime. 100.000 persone si sono riunite spontaneamente in Piazza del Plebiscito la sera del 6 gennaio per commemorare Pino Daniele cantando le sue canzoni: un flash mob partito da Facebook epocale. Ma chi era Pino e come arrivava al cuore della gente? Pino Daniele è e resterà un simbolo di Napoli, ma non solo: Pino è il protagonista di un’autentica rivoluzione musicale. Il cantautore napoletano ha creato un nuovo modo di fare musica che con una semplicità disarmante e malinconica racconta

la realtà. Con la sua voce inconfondibile, la sua chitarra e la sua ironia ha fuso la canzone napoletana, i ritmi mediterranei con il blues, il jazz, il soul e il funky incarnando, nello stesso tempo, il vero cosmopolita e il vero napoletano. La sua ricerca continua di spunti e influenze di culture diverse rappresenta, infatti, un prezioso modello di apertura mentale e tolleranza. Pino Daniele è stato uno di quei personaggi che con la passione è riuscito a conquistare persone di ogni età. Intere generazioni sono cresciute ascoltando le sue parole, spesso, manifesto del pensiero di tutti. Si discute oggi sulla scelta della famosissima canzone Napul’è come inno del Napoli, sul fatto che ci si sia lasciati prendere dall’onda emotiva che ha generato la tragica notizia. Aldilà di quel che si deciderà ciò che resterà sedimentato nella memoria collettiva sono i testi di molte delle canzoni di Pino Daniele che rappresentano e rappresenteranno, per sempre, Napoli ed il manifesto di emozioni vere e sincere. Foto di Marco Iazzetta

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Eric Clapton e Pino Daniele: fusioni magiche di Marco Iazzetta, Art Director

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ino Daniele era unico ed Eric Clapton lo aveva capito. Il cantautore napoletano, infatti, fu l’unico italiano invitato dal grande musicista inglese  al Crossroads Guitar Festival nel 2010. In quell’occasione i due artisti furono accompagnati da una band internazionale: dal batterista Steve Gadd, dal bassista Willie Weeks, dai pianisti Christopher Stainton e Gianluca Podio, dal sassofonista  Mel Collins; interpretarono brani come Boogie Boogie Man e Napul’è, ma non solo: fu qualcosa di irripetibile. Solo un altro concerto fece toccare il cielo con un dito tutti i fan che ebbero la fortuna di vederlo: era il 24 giugno del 2011, data storica, in cui i due musicisti salirono insieme sul palco nello Stadio di Cava de’ Tirreni.Uno stadio gremito (sedicimila persone), entusiasta: un live indimenticabile con intento benefico: la

serata, Concert For Open Onlus - In Aid Of Children, era finalizzata, infatti, alla raccolta di fondi in favore del  centro di Oncologia Pediatrica dell’Ospedale Pausilipon di Napoli. In quelle due occasioni nacque qualcosa di magico: una fusione di stili, un incontro tra due anime d’artista che in entrambi lasciò il segno. L’improvvisa morte di  Pino Daniele che  ha sconvolto tutto il mondo della musica, addetti ai lavori e semplici appassionati, non poteva che colpire  Eric Clapton, che appresa la notizia, ha scritto una canzone per Pino. L’omaggio di Eric Clapton a Pino Daniele passa da Facebook: il cantante ha postato sul suo profi lo una foto che lo ritrae insieme al cantautore napoletano con lo stato “For Pino” e a un brano strumentale (Chitarra e voce accennata) dal titolo “Pino 5”. Foto di Marco Iazzetta


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PINO DANIELE 1955 - 2015


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Una carriera ricca di successi ALBUM IN STUDIO 1977 – Terra mia  1979 – Pino Daniele  1980 – Nero a metà  1981 – Vai mò  1982 – Bella 'mbriana  1984 – Musicante  1985 – Ferryboat  1987 – Bonne soirée  1988 – Schizzechea with Love  1989 – Mascalzone latino  1991 – Un uomo in blues  1991 – Sotto 'o sole  1993 – Che Dio ti benedica  1995 – Non calpestare i fiori nel deserto  1997 – Dimmi cosa succede sulla terra  1999 – Come un gelato all'equatore  2001 – Medina  2004 – Passi d'autore  2005 – Iguana cafè - Latin blues e melodie  2007 – Il mio nome è Pino Daniele e vivo qui  2009 – Electric Jam  2010 – Boogie Boogie Man  2012 – La grande madre 

COLONNE SONORE (1978) – La mazzetta, regia di Sergio Corbucci (1981) – Ricomincio da tre, regia di Massimo Troisi (1983) – Mi manda Picone, regia di Nanni Loy (1985) – Blues metropolitano, regia di Salvatore Piscicelli (1987) – Le vie del Signore sono finite, regia di Massimo Troisi (1988) – Se lo scopre Gargiulo, regia di Elio Porta (1991) – Pensavo fosse amore... invece era un calesse, regia di Massimo Troisi (1999) – Amore a prima vista, regia di Vincenzo Salemme ALBUM DAL VIVO 1984 – Sció live  1994 – E sona mo'  2002 – Concerto Medina Tour 2001  2003 – In tour (con Francesco De Gregori, Fiorella Mannoia e Ron) 2006 – Pino Daniele Live @ RTSI 2013 – Tutta n'ata storia - Vai mo' - Live in Napoli

(2003) – Opopomoz, regia di Enzo D'Alò (2003) – Fame chimica, regia di Antonio Bocola e Paolo Vari (2006) – Maradona - La mano de Dios, regia di Marco Risi (2008) – La seconda volta non si scorda mai, regia di Alessandro Siani (2009) – Negli occhi, regia di Daniele Anzellotti & Francesco Del Grosso, co-prodotto da Giovanna Mezzogiorno (2010) – Passione, regia di John Turturro


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Ebola: l’identikit del virus di Sergio Lo Caputo, Infettivologo

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l virus Ebola è responsabile di una malattia severa con un tasso di letalità che può arrivare al 90% dei casi. Le prime segnalazioni risalgono al 1976 con casi riscontrati in un piccolo villaggio presso il fiume Ebola nella Repubblica Democratica del Congo ed in una regione del Sudan. Nel corso degli anni si sono osservate piccole epidemie in molti Paesi dell’Africa Centrale caratterizzate da elevata mortalità e coinvolgimento di piccoli villaggi. L’attuale epidemia, invece, ha visto il coinvolgimento di 3 Paesi con diff usione della malattia dalle zone rurali verso le città. Ritardi nella segnalazione dei primi casi, reticenza ed ostacoli culturali da parte di alcune etnie, assenza di una rete sanitaria efficiente e di un’organizzazione statale sono tra i principali fattori che hanno portato alla prima grande epidemia da virus Ebola con oltre 17.000 casi e 6.000 decessi.

Come si trasmette? L’origine del virus è sconosciuta ma diverse evidenze indicano alcune specie di pipistrelli della frutta come l’animale che ospita il virus. L’infezione è stata documentata attraverso il trattamento di carni di animali infetti (pipistrelli, scimmie, antilopi, ecc.). Nell’attuale epidemia dell’Africa Occidentale il maggior numero dei casi è avvenuto per trasmissione da uomo a uomo. L’infezione avviene attraverso il contatto diretto di cute lesa o mucose (congiuntive, mucosa orale, ecc.) con sangue, fluidi corporei e secrezioni (urine, saliva e feci) di soggetti infetti. Il soggetto con infezione da virus Ebola è infettante da quando insorgono i primi sintomi caratterizzati da febbre, astenia e dolori muscolari.

Come si combatte? Non vi è al momento una terapia efficace ed un vaccino preventivo. La terapia spesso consiste in una adeguata reidratazione. Sono in corso sperimentazioni iniziali con diversi farmaci antivirali. La misura più efficace per contenere l’epidemia è quella di isolare il più presto possibile i soggetti infetti, porre in quarantena i soggetti conviventi e sanificare gli ambienti dove ha soggiornato il soggetto infetto.

Che rischi ci sono in Italia Il rischio di diff usione del virus Ebola nel nostro Paese è estremamente basso. Come già accaduto in altri Paesi Occidentali, operatori sanitari infettatisi in Africa sono stati trasportati nei propri Paesi di origine per ricevere cure adeguate. In questo caso particolare attenzione deve essere prestata dal personale sanitario che assiste i soggetti infetti al fine di evitare il contagio. Inoltre la popolazione immigrata che giunge nel nostro Paese attraverso il nord Africa non può essere considerata a rischio di diff usione del virus sia per la provenienza geografica che per la durata degli spostamenti superiore a quella del periodo di incubazione della malattia che va da 2 a 21 giorni.

CURIOSITÀ Per sdrammatizzare segnaliamo il sito in cui sono in vendita i peluche dei virus. Giantmicrobes realizza simpatici pupazzi che possono essere utili ai genitori per spiegare ai loro figli le malattie e le best practices per evitare di ammalarsi. http://www.giantmicrobes.com/it/

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Il mito della mela colpisce ancora di Antonella Salottolo, Web & Social Developer

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in dall’antichità la mela è stata protagonista di tanti miti e leggende: tra i più famosi primeggiano la mela colta da Eva e quella regalata da Paride ad Afrodite. Ciò che colpisce è che anche al giorno d’oggi questo semplice frutto rotondo continua a far parlare di sé: cambia veste, come d’altronde cambiano i tempi, e diventa un’immagine stilizzata, una tra le immagini stilizzate più famose al mondo.

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Qual è la verità? Il primo logo dell’azienda, inizialmente, fu uno schizzo che raffigurava Isaac Newton seduto sotto a un albero di mele realizzato da Ronald Wayne con la china. Constatata la difficoltà di riprodurre l’illustrazione e l’impossibilità di ridurre la sua grandezza Jobs si rivolse ad un’agenzia.

Qual è il segreto nascosto che Rob Janoff, creatore del logo, ha voluto trasmettere? Come e perché il logo di Apple è diventato così famoso? Tante storie girano sul suo conto della ormai celebre mela imperfetta della Apple: il mistero è parte integrante del suo fascino. Semplice, essenziale, pulita, senza fronzoli e, allo stesso tempo, ricca di fascino e mistero, simbolo della conoscenza e del peccato, della perfezione dell’imperfezione, è l’esempio perfetto di quanto può e deve rappresentare un logo con una “semplice” immagine. La sfida degli addetti ai lavori, infatti, si gioca sempre sul fi lo del rasoio, è la ricerca tra la semplicità di un’immagine che deve rievocare in chi la guarda emozioni forti e la complessità dei concetti che deve racchiudere. Solo l’equilibrio di complessità e semplicità può far nascere un logo come quello della Apple che resta impresso nella mente di chiunque. Si racconta che Jobs avesse pensato di rendere omaggio all’etichetta musicale “Apple Records” dei Beatles o ad una piantagione di mele di una fattoria dove aveva lavorato in gioventù o, addirittura, ad Alan Turing, il pioniere dell’informatica che si suicidò mordendo una mela avvelenata con il cianuro. Tutte le leggende legate alla creazione di questo logo così semplice da far credere a chiunque che debba nascondere qualcosa di profondo hanno contribuito a conferire un’aurea di fascino alla mela, icona dei nostri tempi.

Mordere una mela è un gesto familiare compiuto da tutti, istintivo e naturale: l’immagine giusta per rappresentare i valori di un’azienda che punta al design minimalista, sull’intuitività e sull’essenzialità pura e semplice, naturalmente al passo con i tempi e con le ultime tecnologie. Il segreto e la forza della Apple non sono altro, si fa per dire, la semplicità e la genuinità. C’è qualcosa di più difficile e stimolante da imitare ed individuare?

CARTA D’IDENTITÀ DELLA APPLE Stato: Stati Uniti Stati Uniti Fondazione: 1º aprile 1976 a Cupertino Fondata da: Steve Jobs, Steve Wozniak e Ronald Wayne Sede principale: 1 Infinite Loop, Cupertino, USA Settore: Elettronica e informatica Prodotti: Computer, Tablet, Smartphone, Smartwatch, Lettori multimediali, etc. Fatturato: 182,79 miliardi $ (2014) Dipendenti: 80.300 (2013) Slogan: «Think different» Sito web: www.apple.com/it/


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Selfie e pallone: risultati imprevedibili di Andrea Ponsiglione, Events Management

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candali, partite truccate, imbrogli, comportamenti sopra le righe, eccessi di ogni tipo, nulla fa calare l’interesse per il pallone o forse esistono delle eccezioni? Il mondo cambia, le abitudini dei tifosi mutano, ma il loro interesse per il calcio no. Oggi sui social network e nelle community si commentano l’andamento e i risultati delle partite, o meglio, si devono commentare. È nato, infatti, una sorta di nuovo obbligo morale per il tifoso: dire la propria opinione non solo al bar agli amici, ma alla rete intera. Cosa può mai far calare l’attenzione e il sipario sulle performance dei campioni sul prato verde di domenica pomeriggio durante uno dei derby più delicati del campionato? Il selfie di un campione che non ama i social. I Derby, per definizione non sono partite come le altre ed alcuni sono molto caldi, tra questi naturalmente vi sono quelli della Capitale e, sempre al bar e in rete, in queste occasioni i tifosi si scatenano: parlano, commentano e criticano, ma stavolta qualcosa è cambiato. Non si è parlato del risultato, ma dell’ultima trovata di Totti. L’autoscatto, per dirla alla vecchia maniera, è diventato immediatamente l’argomento più discusso della domenica e non solo. Il mondo dei social si è praticamente diviso in tre: critici, sostenitori e analisti della comunicazione.

Cosa ha rappresentato di tanto speciale questo scatto? La prima domanda che tutti si sono posti è stata: celebrazione speciale o mera pubblicità pianificata? Per molti si è trattato di un gesto mirato a pubblicizzare un nuovo modello di smartphone appena messo in circolazione. Non è facile prendere una posizione sul comportamento tenuto da Totti, ma non deve essere sottovalutato l’immenso valore comunicativo di quanto accaduto. Il selfie di Totti rappresenta un tassello fondamentale per comprendere i tifosi e la società. Totti in passato aveva già regalato ai tifosi gesti fuori dagli schemi: si è sostituito ad un cameraman, ha simulato il parto di suo figlio con i compagni di squadra, ma in altri tempi, non era ancora l’era dei social e dei selfie ed il successo non è stato così dirompente. Ciò che è rilevante, questa volta, aldilà dei tecnicismi, delle correttezza o meno del gesto o della sua spontaneità è la portata “epocale” e l’impatto che ha avuto sugli utenti. Questo successo virale, infatti, non può che far riflettere. Si tratta di un fenomeno particolare: ad essere oggetto dell’interesse degli utenti non sono i goal, ma l’esultanza di uno dei protagonisti del mondo del calcio che ha permesso ai tifosi di vivere in diretta con lui il momento di gioia, regalandogli un vissuto esperenziale ad altissimo impatto: un momento indimenticabile.

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BLSD: una pratica che può salvare la vita di Loredana Romano, Copywriter

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nche nel nostro Paese sembra finalmente stiano diventando frequenti le iniziative per sensibilizzare la cittadinanza sull’importanza del primo soccorso, diffondere la cultura del “saper soccorrere” e addestrare alla rianimazione e all’uso del defribillatore. Secondo l’ultimo rapporto ISTAT (0312-2014), in Italia le principali cause di morte nel 2012 sono stati gli eventi cerebro-cardio-vascolari: su un totale di 613.520 decessi ben 184.737 (circa il 30%) sono dovuti a ischemie ed altre patologie del cuore o vascolari. Questi eventi, per loro natura, spesso non sono prevedibili, pertanto risulta particolarmente difficile fornire un soccorso medico avanzato in tempi rapidi. I tempi sono, invece, fondamentali per aumentare la possibilità di sopravvivenza e ridurre i danni gravi permanenti, soprattutto in soggetti che non hanno mai avuto eventi che costituiscono un fattore di rischio cerebro-cardio-vascolare. Un importante aiuto può venire appunto da persone adeguatamente formate che, pur non essendo medici o infermieri, e per questo denominate “laici”, possono praticare alcune manovre che riducono enormemente la possibilità di un epilogo infausto. Diverse norme hanno introdotto da alcuni anni la possibilità di formare i laici al BLSD (Basic Life Support and Defibrillation), cioè a praticare la Rianimazione Cardio-Polmonare (RCP) con l’uso, quando sia disponibile, del Defibrillatore semiAutomatico Esterno (DAE) e con questa fi nalità sono stati individuati gli enti e i soggetti autorizzati alla certificazione, che attraverso corsi abilitanti, posso rilasciare il cosiddetto “patentino”. Tale certificazione, che va rinnovata ogni due anni, tutela sia l’esecutore, che l’infortunato. Queste manovre sono estremamente efficaci: si pensi che, in caso di arresto cardiaco, la sopravvivenza diminuisce del 10% ogni minuto che passa, mentre le persone a cui viene praticato rapidamente il BLSD hanno un tasso di sopravvivenza fino all’85-90% e un’incidenza ridottissima di danni gravi e per-

manenti. Visto che questi eventi possono accadere in ogni momento, l’ideale sarebbe che tutti fossimo in grado di intervenire e che i DAE fossero uniformemente distribuiti sul territorio o almeno nei luoghi di aggregazione o che, per vari motivi sono molto frequentati (come aeroporti, stadi, cinema, aziende, ecc.). Il Decreto Balduzzi, ad esempio, obbliga le Società Sportive a dotarsi di questi presidi. In questo periodo dell’anno molti praticano lo sci, e alcuni impianti sono già “cardioprotetti”. Queste iniziative sono sicuramente estremamente valide in quanto in condizioni di maggiore stress fisico, temperature ambientali basse e consumo di cibi o bevande non adeguati allo sforzo a cui è sottoposto il corpo, soggetti predisposti possono andare incontro ad un evento cerebro-cardio-vascolare. Considerando le effettive difficoltà logistiche della montagna, che ritardano l’intervento del soccorso avanzato, la presenza di operatori in grado di praticare il BLSD (maestri di sci, addetti agli impianti di risalita, gestori di posti di ristoro, ecc.) e di DAE direttamente in loco, permette di intervenire immediatamente, nell’attesa dei medici. OBIETTIVI DEI CORSI BLSD: 1) Sfruttare efficacemente i tempi di attesa del soccorso avanzato per ridurre i rischi di aggravamento dello stato clinico; 2) Prevenire il rischio di decesso legato ad eventi sanitari acuti gravi e improvvisi; 3) Favorire il miglioramento delle condizioni cliniche delle vittime di eventi sanitari critici; 4) Far acquisire ai partecipanti la capacità di: a. Valutare l'assenza dello stato di coscienza; b. Ottenere la pervietà delle vie aeree con il sollevamento del mento; c. Esplorare il cavo orale e asportare corpi estranei visibili; d. Eseguire la posizione laterale di sicurezza; e. Valutare la presenza di attività respiratoria; f. Eseguire le tecniche di respirazione bocca-bocca e bocca-maschera; g. Riconoscere i segni della presenza di circolo; h. Ricercare il punto per eseguire il massaggio cardiaco esterno; i. Acquisire abilità e capacità necessarie per l'utilizzo precoce del defibrillatore semiautomatico (DAE); j. Eseguire la manovra di Heimlich e i colpi dorsali nel soggetto cosciente con ostruzione delle vie aeree da corpo estraneo.


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Le nuove tecno-mamme di Flavia Cimmino, Account Office

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a tecnologia, si sa, ci sta circondando sempre più. Ogni passo che facciamo attraversa qualcosa che diventa sempre più tecnologico, basti pensare alle telecamere a riconoscimento visivo attive, ad esempio, ai confini tra il Messico e gli Stati Uniti d’America. Le potenzialità, quindi, della tecnologia spesso sono impensabili e non ne abbiamo la piena percezione. Gli stessi smartphone interagiscono sempre di più con la quotidianità e la realtà diventa ogni secondo che passa più virtuale, spostandosi verso una realtà “aumentata”, “potenziata” che permette e crea nuovi bisogni e stili di vita. Un team di scienziati, utilizzando proprio gli smartphone di nuova generazione, ha studiato come utilizzare questi device per controllare i parametri vitali delle loro pazienti in dolce attesa. Quest’idea è stata “partorita”, è il caso di dire, alla Temple University di Philadelphia in Pennsylvania da un gruppo di informatici, ginecologi e ostetrici. Questo nuovo sistema, utilizzando una serie di sensori già in commercio, permettono di comunicare in tempo reale con lo smartphone. La domanda che ci si può porre riguarda il cosa fanno questi sensori e quali parametri vitali monitorano. Possono tener traccia, ad esempio, del battito del feto o misurare le contrazioni della pancia della madre. Un’altra domanda è in che modo lo fanno. I sensori rilevano i dati e li inviano via bluetooth ad uno smartphone Android che è capace di rielaborare queste misurazioni che verranno, poi, inviate al database dell’ospedale di riferimento della paziente. Il team leader del progetto Dimitrios Mastrogiannis afferma che a breve sarà possibile anche utilizzare questa nuova applicazione degli apparecchi smartphone per la misurazione di altri parametri come il livello di saturazione dell’ossigeno materno o la presenza di glucosio nel sangue.

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Facebook at work di Marco Quadretti, Web Development

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’uso dei social network è ormai parte integrante della nostra vita quotidiana in particolare con l’avvento degli smartphone. Usarli sul luogo di lavoro può costituire una perdita di tempo soprattutto quando ci si perde tra centinaia di notizie video e immagini che compaiono sulla propria bacheca. È per questo che in molti uffici è vietato attraverso fi ltri al firewall. Allo stesso tempo evitare di usarli può rappresentare un limite considerando il loro potenziale produttivo. La comunicazione in un ufficio è essenziale, molte aziende utilizzano caselle di posta elettronica oppure piattaforme a pagamento dedicate allo scopo. L’utilizzo di un social network può semplificare notevolmente il processo di comunicazione tra i dipendenti e, quindi, aumentare la produttività di un’azienda. Un team guidato da Lars Rasmussen sta lavorando proprio su una nuova piattaforma che possa rispondere prontamente a questo tipo di esigenze. Si chiamerà Facebook at Work ed è, al momento, disponibile su App Store e

Play Store per i soli partner che stanno partecipando alla fase di test. Sarà completamente separato da Facebook e si potrà accedere attraverso un indirizzo web dedicato e un App separata. Le aziende dovranno iscriversi alla piattaforma e i dipendenti successivamente avranno la possibilità di creare il proprio profi lo aziendale. Si potranno utilizzare una serie di tools per interagire con i propri colleghi ed il suo funzionamento sarà identico alla piattaforma che già conosciamo, con un’unica differenza: al posto del classico blu, l’interfaccia sarà di colore bianco in modo da distinguere immediatamente se i dipendenti sono su Facebook per scopi lavorativi o personali. Alcune voci dicono che potrebbe essere a pagamento come tutte le suite enterprise, un’ipotesi nata dal fatto che potrebbe essere libero da pubblicità. In alternativa potrebbe essere gratuito, ma con la presenza di pubblicità. Facebook at work è uno strumento che funziona e lo stesso Rasmussen ha dichiarato che si tratta della piattaforma utilizzata per comunicare all’interno di Facebook stessa.


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L’altra faccia della medaglia L’ ARTE DI PAWEL KUCZYNSKI

di Stefania Buonavolontà, Marketing & Communications

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biettivo della comunicazione è rendere noto, far sapere, rendere partecipi altri di un sentimento, di una passione, mettere in comune, condividere con l’altro. Incredibile è il suo valore. La comunicazione è, infatti, un’espressione sociale che mette un valore al servizio di qualcuno per far diventare quel messaggio patrimonio comune per la costruzione di una discussione, di un sapere, di una cultura. Fatte queste premesse non è possibile non parlare dell’arte di Pawel Kuczynski. Pawel Kuczynski ci mostra l’altra faccia della nostra società, ci fa conoscere, ci comunica tutte le contraddizioni del nostro stile di vita e della nostra quotidianità, fa comunicazione scuotendo l’opinione pubblica nel profondo. Il suo modo di comunicare lascia il segno. Nato nel 1976 in Polonia, laureato presso l’Accademia di Belle Arti di Poznan, finora ha vinto più di 102 premi in vari concorsi nazionali e internazionali per le sue illustrazioni satiriche che evocano pensieri e domande sulle questioni della vita di tutti giorni. Le sue opere girano il mondo e sono state esposte in numerose mostre. Guardando le sue illustrazioni si prova un senso di disagio, talvolta persino di colpevolezza. Pawel Kuczynski riesce a sintetizzare le contraddizioni della nostra società e far riflettere su temi delicati come la religione, la politica, la povertà, la guerra, fino ad arrivare alla comunicazione e ai social. A prima vista, le sue illustrazioni, possono sembrare divertenti, familiari, ma dopo un’attenta analisi rivelano agli occhi dello spettatore i grandi problemi della nostra società. Con uno stile semplice e disarmante mostra l’altra faccia della medaglia del nostro mondo. Ogni sua creazione, infatti, nasconde un significato ben preciso, mirato a “denunciare” aspetti sociali o politici dell’era contemporanea. Pawel Kuczynski sovverte, in ogni sua

opera i canoni tradizionali, mette in discussione le abitudini quotidiane di tutti e di ognuno e il comune modo di pensare, creando così immagini tanto provocatorie e surreali quanto paradossalmente reali. Il suo obiettivo è far riflettere, rendere noto, far sapere, rendere partecipi gli altri, condividere cosa nascondono le azioni che quotidianamente compiamo senza comprendere fino in fondo il loro valore. L’artista polacco riflette sulla vita mostrando i limiti di tutta la specie umana, riuscendo a colpire, però, una parte di ognuno di noi. Vedere le sue illustrazioni e riflettere sui messaggi che vuole trasmettere significa comprendere tutti i meccanismi che regolano la società contemporanea. Pawel Kuczynski ci permette di mettere in luce certi aspetti del mondo che ci circonda di cui abbiamo “sentore”, ma che aff rontiamo solo quando ci viene messo, di fatto, davanti agli occhi. La sua arte ci fa e ci deve far riflettere, per comprendere a pieno il mondo e le regole della comunicazione e della stessa società, ma ciò che ci deve colpire ancor di più è che questo talentuoso artista, anche lui, fa parte del gioco. Pawel Kuczynski, infatti, ha dedicato una serie di illustrazioni allo spietato mondo dei social, ma, anche lui, ha una fan page su Facebook che riscuote un grande successo. Del resto ogni moneta ha due facce! Per conoscere le opere di Pawel Kuczynski visita il sito dell’artista www.pawelkuczynski.com

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Slash, il ritorno di una leggenda di Federica Milano, Marketing & Communications

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ue anni di attesa e finalmente il chitarrista più sfrenato della scena hard rock degli anni ’80 è tornato, insieme a Myles Kennedy and the Conspirators, con il tour europeo più atteso di tutta la stagione e ben due date italiane, subito dopo l’uscita del nuovo album, World on fire, già anticipato dall’omonimo singolo. Partito il 10 novembre da Dublino, per toccare le principali città europee, tra cui Torino e Firenze, lo strepitoso tour invernale che si è concluso il 4 dicembre a Glasgow, UK. Slash e Myles Kennedy, insieme con Brent Fitz alla batteria, Todd Kerns al basso e Frank Sidoris alla chitarra ritmica, hanno messo in piedi uno spettacolo fuori dal comune e fuori dal tempo, un vero concentrato di energia rock e creatività che fonde personalità e carisma con virtuosismi ed emozioni. Al Pala Alpitour di Torino, il 16 novembre scorso, energia e partecipazione veramente contagiose: un inizio improvviso,

con il palco che si illumina dopo il buio pieno di pathos lasciato dai Monster Truck, la band di apertura. Ed è subito rock. Una setlist di 20 pezzi stratosferici, prima in scaletta è “You’re a lie” , uno dei singoli tratti dal precedente album, seguita dalla gloriosa “Nightrain” dei Guns n’ Roses. Si alternano senza un attimo di pausa e in perfetto equilibrio canzoni dei due album con Kennedy, e pezzi dei tempi con i Guns, mentre i fans si scatenano sui riff del chitarrista con la tuba più famosa del rock e scoprono in Kennedy una delle più potenti ed estese voci che il rock degli ultimi anni possa vantare. Entusiasmante la trovata di lasciare “Dr Alibi” e “You’re crazy” alla voce di Todd Kerns, che oltre ad essere un eccellente bassista si dimostra un fenomenale vocalist e non sbaglia una nota neanche quando imita gli acuti estremi di Axl Rose. Si prosegue poi con “Rocket queen” in cui Slash si lancia con la sua solita natura-


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numero 1 - gennaio 2015

lezza in un assolo pieno di virtuosismi impossibili durato più di un quarto d’ora, un assolo quasi infi nito che lascia a bocca aperta tutti i presenti, compreso Myles Kennedy che, nonostante stia collaborando da più di tre anni con Slash, ancora rimane estasiato dalle sue prodezze musicali. La serata va avanti a colpi di rock, in una combinazione magica tra il nuovo e quello che si potrebbe definire vecchio, ma che vecchio non diventerà mai: ben 7 le cover dei Guns e, apoteosi finale, i due brani-simbolo della vecchia band: Sweet Child O’ Mine, posta alla fine della prima parte dello show, e in ultimo Paradise City. E’ sorprendente vedere come tra il pubblico in delirio si uniscano due generazioni, una che non vede l’ora di riascoltare le canzoni su cui si scatenava da giovane e l’altra che ha già imparato a memoria gli ultimi album ed è pronta a scoprire i grandi classici degli anni ’80. Un concerto indimenticabile, che per un giorno ha fatto respirare ad una Torino

ormai sempre più dedita all’electromusic, un po’ di sano rock ‘n roll, replicato la sera successiva a Firenze con la stessa euforia e lo stesso ritmo frenetico. Il tour ha portato l’artista poi in giro per tutta Europa, fino alla chiusura del 6 dicembre al Laugardallsholl di Reykjavik, Islanda per un totale di venticinque paesi. La presentazione del suo ultimo lavoro ha conosciuto, però, solo una breve sosta tanto che già dal prossimo 9 febbraio sarà la volta di Giappone, Malesia, Nuova Zelanda e Australia per poi passare al Sud America, ancora fino a metà maggio con altre date americane e via di nuovo verso l’Europa del nord fi no a giugno inoltrato, per un totale di ottantasette show. Finita la kermesse, potrà fi nalmente concedersi di festeggiare i suoi cinquanta anni… Foto di @laurie

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Periodico d'informazione sulla comunicazione e dintorni.

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