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Reg. Trib. di Napoli N. 27 del 6/4/2012

num. 6 - Anno I/ottobre-novembre 2012

THE BIG

APPLE

IN QUESTO Q NUMERO

© Maurizio Visconti

Grazie molle e le lettere importanti iJobs Light: prodotti o etichette? Siri sa tutto Stanley Kubrik. Dettagli d’autore Quando a bruciare è il sapere E tu odori col naso o con la mente?


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numero 6 - ottobre/novembre 2012

Editoriale Dietro le quinte

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Registrazione al Tribunale di Napoli N. 27 del 6/4/2012 Direttore Responsabile: Fabrizio Ponsiglione Direttore Editoriale: Stefania Buonavolontà Art Director: Marco Iazzetta Grafica & Impaginazione: Menthalia Design Hanno collaborato in questo numero: Valeria Aiello, Patrizia Basile, Rossella D’Elia, Martina Dragotti, Riccardo Michelucci, Stefania Stefanelli Menthalia srl direzione/amministrazione 80125 Napoli – 49, Piazzale V. Tecchio Ph. +39 081 621911 • Fax +39 081 622445 Sedi di rappresentanza: 20097 S. Donato M.se (MI) – 22, Via A. Moro 50132 Firenze – 17/A, Via degli Artisti Tutti i marchi riportati appartengono ai legittimi proprietari. La pubblicazione delle immagini all’interno dei “Servizi Speciali” è consentita ai fini dell'esercizio del diritto di cronaca.

Un modo di dire che deriva dal lessico teatrale per intendere ciò che avviene dietro al palco, ovvero dietro le “quinte” che sono i telai che chiudono la scena sui due lati, rendendo invisibili le azioni di tutto l’entourage che non recita davanti al pubblico. Preso in prestito dal teatro, questo modo di dire ha invaso il lessico comune identificando tutto il lavoro di team che si nasconde dietro ad un progetto realizzato, l’ossatura di un’azienda, la preparazione, lo studio... insomma, tutto ciò che avviene prima di andare in scena. E io ci sono stato, “dentro le quinte”. Ho partecipato al programma televisivo Avanti un altro! di Paolo Bonolis, il 23 ottobre e ho respirato l’atmosfera di uno studio televisivo, di quando arriva la pubblicità e tu rimani ancora lì a vedere l’assistente di studio, i truccatori, gli autori, i cameraman... tutto un brulicare di persone che si dileguano velocemente alla rimessa in onda del programma, per lasciare la scena all’indiscusso matador dello spettacolo, il Paolone nazionale. Sorpreso da una cordialità e un affiatamento che non ti aspetti dal mondo “della televisione”, io ed il resto dei concorrenti siamo stati accolti da un team pronto a seguirci per tutto il giorno, sì... perché a quei cinquanta minuti di trasmissione ci si lavora un’intera giornata e i personaggi che sei abituato a riconoscere in tivù ti appaiono come persone normalissime che sorseggiano un caffè. Allora svolti l’angolo e incroci i tipi del minimondo come l’Alieno o se sei più fortunato il Bonus e la Bonas, che fuori dalla grottesca cornice televisiva ti ricambiano un sorriso e sono pronti a farsi fotografare per i tuoi bimbi. Lì, dove devi cercare di tenere alta la concentrazione e dove non devi mai dimenticare che tra un frizzo e un lazzo si possono vincere centinaia di migliaia di euro e... che l’emozione può giocarti dei brutti scherzi. Ma in certi casi basta toccare ferro... però devi pensarci in tempo!

La gente è il più grande spettacolo del mondo. E non si paga il biglietto. Charles Bukowski

Marco Iazzetta General Manager Menthalia


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Grazie molle e le lettere importanti di Martina Dragotti, Copywriter & Communication

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ell’era dell’informazione i contenuti vengono sfornati in tempi davvero ristretti e diventa sempre più difficile controllare la presenza di errori di testo che talvolta possono provocare dei veri e propri orrori di bon-ton. Come se non bastasse, i neonati programmi di scrittura intuitiva trascrivono sul display le parole ancor prima di averle digitate e, non di rado, ci accorgiamo che il testo inviato non corrisponde esattamente a quello che intendevamo dire. Da qui la consuetudine di augurare “buon monocruico” nel giorno dell’onomastico, a causa di un errore di trascrizione della parola onomastico nel sistema T9 per la scrittura veloce di SMS utilizzato su alcuni telefoni cellulari. Le figuracce quindi... sono proprio dietro l’angolo. Se mi capita di rispondere ad un’amica un po’ attempata con un “Grazie molle”, la gaffe resterà circoscritta, sebbene una consuetudine di tale errore potrebbe rischiare di minare seriamente la mia sfera di rapporti sociali. Ma altra faccenda è quando lo strafalcione diventa di pubblico dominio. Ecco allora che su una testata giornalistica ci può capitare di leggere: “Operata al Policinico: condizioni gravi.” (Corriere.it 13/11/2010) O di un terremoto misurato in gradi centigradi... (stessa fonte). Spesso gli errori-orrori accadono nelle parti di testo più impensabili, per esempio nei titoli: per la Fox, il giorno dell’uccisione di Osama bin Laden, a morire fu il Presidente degli Stati Uniti, titolando drammaticamente con un “Obama è morto”. Quanto agli strafalcioni tricolore, come dimenticare il clamoroso titolo de La Gazzetta dello Sport del 1992, quando, per esaltare la performance del giocatore del Livorno Pompini, si scelse lo sconvolgente titolo: “Pompini a raffica, Carrarese ko”. O il titolo azzardato da Il Giornale nella pagina di cronaca: “Si è spento l’uomo che si è dato fuoco”. I refusi, le “distrazioni” redazionali, gli errori di stampa sono talvolta degli arcani misteriosi, che sfuggono all’occhio di più persone... per poi essere svelati subito dopo averli pubblicati. Sul sito Design&Typo di Peter Gabor, mi

sono imbattuta in una scritta davvero sorprendente (quella riportata qui di fianco). Chi mastica discretamente il francese dopo un po’ si sarà accorto del refuso (la ripetizione dell’articolo “la”) aiutato dal tema che stiamo trattando, che di per sé impone una lettura delle parole più attenta, come in una sorta di “caccia all’errore”. Ad ogni modo, il grafico di origini ungheresi ci fa riflettere sul fatto che quando si legge un testo in lingua madre, la nostra mente si sofferma automaticamente sulle parole che conosce estrapolando il senso della frase. Quando invece si è del tutto estranei a quella lingua, le parole vengono interpretate una per volta e la ripetizione, in questo caso, sarebbe saltata all’occhio.

“Sceodno una rcircea dlel’Uvitrisenà di Cmbairgde non ipromta l’odirne dlele lrteete in una proala, l’uicna csoa che cntoa è che la pimra e l’utlmia ltetrea saino al psoto gusito. Ttute le atlre lrteete dlela poalra psonoso esrsee itinvtere snzea carere prleobmi alla letutra. Qstueo acdcae pcherè la mtene non lgege ongi lteetra senigolnarmte ma la proala cmoe un ientro qudini il clrveelo è cnouqmue in gdrao di asblsemare le lterete e iernttaprere la polara crottrea”. Ecco spiegato il perché di alcuni refusi proprio non ci accorgiamo, nemmeno rileggendo il testo più e più volte. Le regole per la revisione di un testo si sprecano, tuttavia i manabili e i consigli pronti all’uso senza la giusta esperienza e una zelante azione di verifica non ci proteggeranno dai consigli che diventano conigli o dagli schemi che distrattamente divengono scemi. Quindi, armatevi di tanta pazienza, leggete e rileggete il testo più volte, rileggetelo ancora a voce alta, correggete l’ortografia e la punteggiatura in momenti diversi, fate in modo di non essere gli unici a visionare il testo e sperate che il refuso, stavolta, non sia proprio nel vostro “pezzo”.

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CNOLOG radi ed è SCIENZE E TE di 6 gradi centig scossa 23 dic 16:45 | be una potenza eb avr o stata una prima epicentr C'è "L' i. – nn VA da i NO GE anno de così il professor zabile che ci sar anno di nuove", dunque ipotiz ere se ce ne sar cidentale. (Agr) oc sap ò rdpu no si ia n tal no mica dell'I premonitrice e ile della rete sis ab ns po res a, Claudio Ev talle.. (Aggr)) nta deen cid occci rd-o aliia nordca dell'Ital così il professor della rete sismi e", ile ov ab nu ns di po no res an ssaa scoss Claudio Eva, a sco re se ce ne sar sapeere stata una prim non sii può sap dei danni. C'è premonitrice e ce triiggadi ed è dii cen che ci saranno rad e gra g 6 bil di zza a z za oti p ip ten e dunqu be una po ebbe epicentro avrreb GENOVA – "L' IA| E TECNOLOG ZE IEN SC | dicc 16:45 23 di

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iJobs di Stefania Stefanelli, Autrice e Sceneggiatrice Televisiva

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irca un anno fa moriva Steve Jobs, CEO della Apple, guru della tecnologia moderna, inventore di dispositivi diventati di uso comune nonché di tendenza quali l’iPod, l’iPhone e l’iPad. Un anno fa l’opinione pubblica si è divisa. In molti hanno pianto e si sono disperati per la dipartita di un genio, capace di cambiare la nostra quotidianità e le nostre abitudini in ambiti che spaziano dalla musica, all’informatica, alla lettura. Altri hanno tirato un sospiro di sollievo: fin dove si sarebbe potuto spingere quel genio del male se avesse avuto altro tempo a disposizione per lobotomizzare le nostre menti? Steve Jobs si è fatto amare, ma anche temere. Amare da quanti hanno goduto e continueranno a godere per anni e anni delle sue creazioni; da quanti hanno imparato ad esplorarci il mondo e gli hanno dimostrato gratitudine portando davanti alla sede centrale della Apple (nonché davanti agli Apple Store di mezzo mondo) fiori e lettere di addio, quasi lui fosse una novella Lady D. Temuto da quanti vedevano in lui il simbolo dell’asservimento al capitalismo, un mercenario che a dispetto del cognome aveva cancellato molti posti di lavoro in America trasferendo le sue fabbriche nell’estero sottopagato, una specie di chirurgo in grado di impiantare prolungamenti informatici nelle mani dei suoi clienti (che ormai senza smanettare sul touch screen non sanno più vivere), quasi un visionario, un santone che nel lontano 1983, quando i telefoni cellulari e i computer erano ancora terra di pochi, durante una conferenza ad Aspen già parlava di tablet e di computer da tenere nel palmo della mano. Chi non l’aveva mai visto in volto, alla sua morte forse si aspettava di veder girare in rete e nei tg la fotografia di un matusa. Del resto, come te lo vuoi immaginare uno che da ragazzino creava videogiochi, ha iniziato ad assemblare computer nel garage dei genitori adottivi solo a vent’anni e poi ha fondato la Apple trasformandola in quello che è oggi, ovvero una delle più grandi potenze industriali esistenti? Uno con la barba bianca e lunga, uno che ha avuto una vita ancora più lunga in cui ha avuto modo di raggiungere tutti questi obiettivi. E in-

vece no: scopri che è morto a cinquantasei anni, di cui gli ultimi due piegati dalla malattia che lo ha stroncato. E allora sai che lo è stato davvero, un genio: uno fuori dal comune, uno che ha vissuto e lavorato senza limiti, senza porseli e senza neanche vederli davanti a sé, uno che ha fatto del suo “stay hungry, stay foolish” uno stile di vita: essere affamati, essere folli, non lasciar scivolare via la vita ma prenderla a morsi, proprio come l’immagine della sua apple. Ma se ad un anno di distanza dalla sua morte, in tempi di crisi in cui molti non riescono ad arrivare a fine mese, in troppi passano la notte in fila davanti agli Apple Store per essere i primi ad avere il privilegio di spendere 950 euro e tenere tra le mani il leggerissimo e bellissimo iPhone 5, allora bisogna ammettere che un po’ genio del male Jobs lo è stato davvero. Perché a creare beni di gran lusso e trasformarli in status symbol sono bravi tutti, ma lui è riuscito con il suo ed il loro fascino a renderli agli occhi della gente indispensabili. Normali, ovvi, naturali. Davvero, prolungamenti del corpo. Jobs non si è limitato ad innovare la tecnologia e il modo di applicarla al lavoro, come ha fatto il suo concorrente storico, Bill Gates. Lui è intervenuto su qualcosa di più profondo e più importante: il modo di pensare delle persone. Il modo di cercare la musica, il modo di integrare il web nella quotidianità, il modo di leggere un libro, sfogliandone le pagine attraverso lo schermo di un iPad e rinunciando al finora irrinunciabile odore della carta. Lontani da giudizi di sorta, lo ricorderemo come la personificazione delle new technologies. Sull’orlo del precipizio apocalittico, lo incoroniamo come colui che ha cambiato (il nostro modo di concepire) il mondo.


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Q 1955 – Nasce a San Francisco il 24 Febbraio Q 1972 – Si diploma all’istituto Homestead in California Q 1974 – Crea il videogioco Breakout per la Atari

© Patrizia Basile

Q 1976 – Fonda la Apple Computer con l’amico Steve Wozniak Q 1980 – La Apple viene quotata in borsa Q 1984 – Crea il primo Macintosh Q 1985 – Si dimette dalla Apple e fonda la NeXT Computer Q 1995 – Acquista la Pixar Q 1996 – Torna alla Apple incorporandoci la NeXT Q 2001 – Lancia sul mercato l’iPod e iTunes Q 2007 – Crea l’iPhone Q 2010 – Annuncia la creazione dell’iPad Q 2011 – Muore a Palo Alto, California, il 5 Ottobre


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Light: prodotti o etichette? di Rossella D’Elia, Nutritional Counsellor

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uando giriamo tra gli scaffali del supermercato, siamo sempre più incuriositi da prodotti, magari superflui e non contemplati nella lista della spesa, che attirano la nostra attenzione per l’immagine, i colori ed i claims riportati sulla confezione o per il prezzo conveniente. Ma tutto ciò che leggiamo rispecchia in realtà le caratteristiche del prodotto che stiamo per acquistare? Siamo consapevoli che anche l’imballaggio e la sua integrità hanno la loro importanza e che quante più indicazioni ritroviamo tanto migliore dovrebbe essere il nostro giudizio alimentare sul quel determinato prodotto? La vita frenetica che conduciamo ci porta ad avere una dispensa sempre ben fornita, e spesso cerchiamo di riempirla di prodotti che risultino benefici alla nostra salute. Bene, proprio su questo tema, a mio avviso, bisogna essere molto attenti! L’importanza dell’imballaggio o “packaging” è facilmente immaginabile: facilita la logistica legata alla movimentazione dei beni di consumo e garantisce l’inalterabilità del contenuto; ma, i materiali destinati in campo alimentare al “packaging” sono sicuri? Non a caso a questo tema di estrema attualità è stato dedicato il seminario, organizzato dall’Istituto Italiano dei Plastici il 4 giugno scorso a Milano, nel quale si è ampiamente discusso sulla sicurezza alimentare, come un’esigenza sempre più avvertita (visti i ben noti scandali legati proprio alla sicurezza dei cibi), e sulla qualità dei prodotti, due obiettivi principali del Regolamento Europeo n. 2023/2006. Ma la vera protagonista nel panorama dei consumi alimentari è la ben nota “etichetta alimentare”, valido strumento per riconoscere le caratteristiche di un prodotto e fornire un’adeguata informazione per il consumatore. Ma siamo sempre in grado di leggerla con attenzione al momento dell’acquisto e soprattutto sappiamo correttamente interpretarla? Purtroppo molte volte la risposta è… no! Fortunatamente, dopo un lungo braccio di ferro durato 4 anni, le informazioni riportate di tipo facoltativo o complementari, saranno obbligatorie per legge, sulla base del Regolamento UE n.1169/2011 in vigore da dicembre 2014.

Quest’ultimo prevedrà, tra l’altro, etichette più leggibili, tabelle nutrizionali più complete e chiare indicazioni d’origine e sede di lavorazione del prodotto. Ecco a voi un breve vademecum su alcuni aspetti da non sottovalutare in questa fase di transizione: • se è riportato “da consumarsi entro…” il prodotto va consumato tassativamente entro quella data e non oltre (es. yogurt, latte, prodotti freschi); • se, invece, è indicato “da consumarsi preferibilmente entro il…” il prodotto garantisce le sue qualità fino a quella data e, il superamento non implica che il prodotto sia scaduto (es. pasta e riso); • porre attenzione ai claims “senza zucchero” se poi troviamo le diciture “sciroppo di glucosio, o fruttosio, o maltosio o amido di mais”, perché vuol dire che l’alimento contiene indirettamente dello zucchero con indice glicemico simile al saccarosio; “senza grassi”, se poi troviamo la dicitura “mono e digliceridi degli acidi grassi” che vengono metabolizzati dall’organismo come grassi; “senza calorie o dietetico”, se poi troviamo come dolcificante l’aspartame (notoriamente ipocalorico, ma pur sempre artificiale!); • controllare la presenza di additivi (conservanti, coloranti, emulsionanti, esaltatori di sapidità, correttori di acidità, ecc.) che di solito compaiono alla fine dell’elenco. Sebbene si tratti di sostanze utilizzate dall’industria alimentare per migliorare alcune caratteristiche del prodotto, ma senza alcun valore nutrizionale, potrebbero essere causa di reazioni allergiche nei soggetti predisposti. In un’ottica di tutela del consumatore dunque, possiamo dire che l’attuale etichetta alimentare che oggi potremmo definire “light”, sulla base del nuovo Regolamento sarà di sicuro più corposa, più chiara e trasparente riuscendo a guidare con più attenzione anche la sfera di comunicazione commerciale dei prodotti.


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Siri sa tutto

L’ assistente californiana concede un’intervista al Menthalia Magazine di Valeria Aiello, Project Manager

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a ormai famosissima assistente, quella che è stata definita la “hottest girl in the Silicon Valley”, messa a disposizione da casa Apple per i possessori di iPhone e iPad di ultima generazione, sbarca anche in Italia. Disponibile con l’aggiornamento a iOS6, per la gioia di tutti coloro che restano ancorati al vecchio iPhone 4S, la versione italiana è subito diventata il nuovo tormentone. Anche perché le risposte spesso sono davvero spiritose e spiazzanti. Siri è in grado di stupire anche gli utenti più diffidenti, riconosce le frasi più complesse e, addirittura, i giochi di parole. E pensare che a Steve Jobs il nome Siri proprio non piaceva… Perché non chiederlo proprio a lei? D: “Qual è il suo nome?” R: “Il mio nome? È Siri.” D: “Posso darle del tu?” R: “Immagino che tu possa farlo.” D: “Cosa significa Siri?” R: “Siri ha molti significati, metaforici e francamente contraddittori dei quali non è consentito parlare… mi dispiace” e aggiunge “È un ritornello racchiuso in un enigma e avvolto in un po’ di offuscamento.” Un alone di mistero avvolge il nome della nostra assistente preferita? In realtà oltre al significato della parola “siri”, che in norvegese, lingua madre del programmatore, è letteralmente “bella vittoria”, pare ci sia del nascosto, del taciuto come rivelano alcuni rumors sull’esistenza di un’ex collega del programmatore. Che si tratti di un colpo di fulmine o passione taciuta, sta di fatto che la nota assistente virtuale è decisamente ironica, a tratti smaliziata, tanto che alle avances risponde prontamente di non essere quel tipo di assistente. Preparatissima come una studentessa del DAMS, conosce perfino celebri battute di film e l’indimenticabile supercazzola, tanto da poter essere annoverata tra le fan più sfegatate di Tognazzi.

Così, all’impertinente domanda: “Supercazzola come se fosse antani”, Siri, per nulla disorientata, replica: “… senza contare che ha perso i contatti con il Tarapia Tapioco”. Per non parlare di battute e barzellette, degne del grande Bramieri. D: “Siri, racconta una barzelletta” R: “Quando comincerai a prendermi sul Siri-o? Ah ah!” La genialità degli sviluppatori di Siri è quella di aver inserito delle ester eggs, delle geekerie vocali anche nella versione italiana, che permettono di andare oltre nella scoperta di questa intelligenza artificiale. Ed è così che la nostra assistente virtuale diventa un divertente passatempo e una brillante operazione di marketing. Non poteva mancare la famosissima risposta al “What is the meaning of life?”. Siri esce al di fuori del suo funzionamento standard e sul senso della vita inizialmente ironizza “Non lo so. Ma credo che esista un’app anche per questo”, per poi aggiungere “Credo che non esista una sola risposta a questa domanda. Non è nulla che Nietzsche non possa insegnarti. Mi sembra strano che tu lo chieda a un oggetto inanimato”. Di più non lascia trapelare: non si è capito se è fidanzata, sposata o single. Risponde con una punta di vanità a queste domande personali. “Sembra – osserva – che tutto il mondo sia interessato alle mie relazioni. Fa piacere in un certo senso”. È nel riflettere su questo aspetto che va a toccare quelle delicate corde della privacy, tra scambi di smancerie e qualche problema di comprensione, che Siri cita il Manzoni “Meglio agitarsi nel dubbio che riposare nell’errore”. Travolta dalla frenesia di quest’ultima provocazione, chiedo D: “Siri, qual è il miglior smartphone?” E Siri prontamente: “Le migliori assistenti virtuali preferiscono iPhone”. Avevate qualche dubbio?

“ Cosa ci fa una pallina di gelato in mezzo al mare?”

Il gelato affogato


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Stanley Kubrik. Dettagli d’autore di Martina Dragotti, Copywriter & Communication

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1928 - Il 26 luglio nasce a New w York, Stanley Kubrik.

1941 - Riceve in regalo da parte del padre una macchina fotografica. Fin da bambino rimane affascinato dalla tecnica fotografica.

1945 - La sua carriera parte con una straordinaria foto di un edicolante rattristato della notizia della morte del presidente Roosevelt. Dopo essersi faticosamente diplomato con 67, comincia a lavorare per Look come fotografo.

1947 - Trascorre cinque sere a settimana nella sala di proiezione del Museum of Modern Art di New York, guarda vecchi film e dopo quattro anni di studio all’accademia di arte cinematografica decide di dedicarsi attivamente al cinema.

1949 - Dirige il cortometraggio Day of the Fight.

1953 - Produce il primo lungometraggio Paura e desiderio, per anni quasi introvabile, si dice per volontà dello stesso Kubrick.

1956 - Kubrick fonda una piccola società con il produttore James B. Harris, da qui il film Rapina a mano armata.

1961-1975 - Sono gli anni dei capolavori: 1962 Lolita, 1963 Il dottor Stranamore, 1968 2001: Odissea nello spazio, 1971 Arancia meccanica, 1975 Barry Lyndon. 1980 - Kubrick dirige il suo primo film horror: Shining, tratto dall’omonimo romanzo di Stephen King con un magistrale Jack Nicholson.

1987 - Dirige il suo quarto film di guerra, quella del Vietnam: Full Metal Jacket.

1999 - Gira il suo ultimo film, Eyes Wide Shut. 1999 - Il 7 marzo muore durante il sonno, a causa di un infarto nella sua casa di campagna, all’età di settant’anni. I funerali avvengono in forma riservatissima e laica ed il corpo verrà sepolto nel giardino della casa stessa.

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uando l’attenzione al dettaglio diventa pressoché maniacale, il marchio di fabbrica cinematografico si fa visibile ed un nome riecheggia nella mente: il suo, Stanley Kubrik. Il primo amore, la fotografia, si esprime in ogni tratto delle sue pellicole, gli studi filosofici s’intonano ai quesiti esistenziali celati tra i suoi ciak, le atmosfere, i tagli delle inquadrature, le prospettive, i dettagli della scena, i tempi della narrazione lontani dai canoni hollywoodiani, l’ecletticità con cui sperimenta generi diversi senza farsi dominare dalle convenzioni o dalle regole creandone di nuove, ne fanno senz’altro uno dei più grandi registi del XX secolo. L’attenzione al dettaglio e l’espressa volontà di vagliare qualsiasi aspetto delle sue opere artistiche lo porteranno a curare personalmente la traduzione di diverse frasi nei suoi film, per assicurarsi che queste conservino immutato il senso da lui inteso, anche se trasposte in un’altra lingua. È questo il caso della celebre frase che Wendy in The Shaining trova dattilografata infinite volte sui fogli di carta “All work and no play makes Jack a dull boy”, letteralmente: lavorare senza divertirsi rende Jack un ragazzo triste. La frase fu tradotta, sotto supervisione dello stesso Stanley, per ciascun Paese nel quale il film venne distribuito ed adattata alle diverse espressioni culturali, in Italia è l’indimenticabile: “Il mattino ha l’oro in bocca”. Stessa sorte anche per il biglietto ricevuto da Tom Cruise nei pressi del portone della misteriosa villa dell’orgia in Eyes Wide Shut. Ore passate a definire i dettagli di un’inquadratura, fino a portare allo sfinimento gli attori, rendono la visione di un film firmato Kubrik capace di arricchire lo spettatore ad ogni nuova osservazione, svelando sempre nuovi particolari. Nonostante la fotografia rappresenti un tratto fondamentale delle sue opere, esse si esprimono a pieno solo se collegate ad un altro tratto fondamentale: la musica. Quest’ultima, decontestualizzante, spiazzante o didascalica è l’elemento cardine per trasmettere le emozioni e i tempi narrativi, sottolineando momenti e passaggi g fondamentali all’interno del film.

La soundtrack, mai scontata, è legata ad aspetti talvolta non subito evidenti, rendendo la ricerca delle corrispondenze particolarmente appassionante. Pensiamo al «Ludovico Van» di Alex in Arancia Meccanica, con l’Inno alla gioia della Nona Sinfonia di Beethoven, esso rappresenta la vera natura del protagonista, il suo ego, la sua coscienza nelle mura domestiche. La musica nei film di Kubrik si mescola con la sceneggiatura, divenendone parte integrante: ogni nota è un commento taciuto, un pensiero svelato, un giudizio cinicamente ironico verso le grandi convenzioni, le ideologie e le dottrine massificanti, che sviliscono l’uomo in quanto essere non pensante e prossimo all’animalità. Appena usciti nelle sale cinematografiche, i suoi film erano molto spesso liquidati superficialmente dalla critica giornalistica, per poi essere rivalutati qualche anno più in là. Forse spiazzanti e troppo forti per una platea non ancora pronta a svincolare un’opera d’arte da schemi e regole, le sue pellicole vengono rivalutate durante gli anni ottanta, all’uscita di Shining il film horror dal successo indiscusso. Metafore in pellicola, realismo onirico e fantasia della materia... sembrano men che mai ossimori forzati nei suoi progetti cinematografici, bensì elementi atti a costruire la sua “fantascienza del reale”, della crudeltà esasperata e della violenza gratuita come atto di denuncia e disappunto verso l’assurdità della realtà.

Nessun sogno è mai soltanto sogno... S.K.

Il bacio dell’assa Orizzonti di gloria

Rapi Full Metal Jacket


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Quando a bruciare è il sapere Rinasce la biblioteca nazionale di Sarajevo di Riccardo Michelucci, Giornalista

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l poeta bosniaco Goran Simić vide bruciare l’antica biblioteca di Sarajevo dalla finestra di casa sua. In preda alla disperazione, pensò alle migliaia di libri antichi che stavano per essere inghiottiti dalle fiamme e immaginò che i personaggi raccontati in quelle pagine indimenticabili stessero trovando una nuova vita. Vide Werther seduto accanto ai muri sbrecciati del cimitero. Quasimodo che si dondolava sul minareto della vicina moschea. Il giovane Tom Sawyer che si tuffava dal ponte di Princip. Raskolnikov e Mersault che avevano fatto amicizia e chiacchieravano in uno scantinato. Yossarian che era intento a vendere provviste al nemico. Migliaia di libri stavano volando via, carbonizzati come neve nera, dal tetto sventrato della biblioteca, insieme a chissà quanti altri testi, codici, incunaboli e manoscritti rari e preziosi. Furono ridotti in cenere in appena tre giorni, alla fine di agosto del 1992, dalle bombe incendiarie lanciate dai nazionalisti serbi appostati sulle colline intorno alla città. L’eroica catena umana formata per cercare di salvare quei volumi non servì a niente di fronte al fuoco dei cecchini e delle armi antiaeree che colpivano senza pietà anche i bibliotecari, i volontari e i vigili del fuoco. Quello che sarebbe diventato il più lungo assedio di una città europea

dai tempi della seconda guerra mondiale era iniziato da pochi mesi e aveva già raggiunto il primo obiettivo: distruggere la Viječnica, la storica biblioteca nazionale e universitaria di Sarajevo, l’unico archivio nazionale del Paese, cancellando con esso l’intero patrimonio culturale della BosniaErzegovina. Quei libri, edizioni antiche e spesso uniche, non torneranno mai più. Ma finalmente l’edificio diventato il simbolo della distruzione di Sarajevo durante la guerra di Bosnia è tornato in questi giorni al suo antico splendore architettonico. L’imponente palazzo costruito dagli austro-ungarici alla fine del XIX secolo era rimasto a lungo uno scheletro di mattoni bruciati, pieno di tonnellate di cenere. Oggi, dopo quattro anni di lavori costati una valanga di soldi pubblici, sono state finalmente rimosse le impalcature liberando le sue splendide facciate moresche che riflettono i loro inconfondibili colori rosso e ocra nelle acque del fiume Milijacka. Secondo i dati forniti dall’agenzia Sarajevo Construction, il piano di recupero è costato in totale circa dieci milioni di euro ed è stato finanziato dall’Unione Europea e da molti Stati membri, a partire dall’Austria, erede di quell’Impero che fece costruire l’edificio nel 1896. Le carte originali del progetto risalenti a


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poco più un secolo fa sono state ritrovate negli archivi di Vienna e hanno consentito un restauro assai meno problematico di quello effettuato anni fa per ricostruire l’antico ponte di Mostar. Le principali difficoltà sono sorte per reperire i differenti tipi di marmi delle colonne interne, degli archi e dei merletti, e anche per ricostruire le decorazioni in gesso e le bellissime finestre di vetro intarsiato. Ma parlare solo di restauro è riduttivo. È stata una rinascita dal forte impatto evocativo, quasi un trionfo della civiltà contro la barbarie. La Viječnica, infatti, non era una semplice biblioteca, ma un luogo che conservava la storia e la memoria di una città, di un Paese e della sua gente. Ha ricordato qualche anno fa la giornalista di Sarajevo Azra Nuhefendic: “L’aula principale era enorme, sembrava un salotto reale, o una grande chiesa trasformata in sala di lettura. Dentro c’erano file di panchine, sedie e scrivanie di legno massiccio. Emanavano un odore misto di polvere, degli anni passati e del grasso che si usava per conservare il legno. Ci si entrava con cautela, in silenzio, con il fiato sospeso, cercando di attutire il rumore dei propri passi. L’importanza del posto proveniva dalla bellezza e grandiosità del palazzo e dal fatto che, da noi, il libro era considerato un oggetto sacro”.

Eppure la gioia per la rinascita della Viječnica si è in molti già tramutata in delusione, pensando a quale sarà il suo futuro. Neanche le numerose donazioni di libri che negli anni si sono susseguite – alcune provenienti dall’Italia – le consentiranno di tornare a essere quello che era prima della guerra. Il sindaco di Sarajevo, Alija Behmen, ha annunciato che l’edificio riaprirà ufficialmente i battenti nel maggio 2014, un secolo esatto dopo l’assassinio dell’Arciduca Francesco Ferdinando. L’erede al trono austroungarico e sua moglie Sofia vennero ritratti sulla scala esterna del palazzo pochi minuti prima di essere uccisi dal giovane nazionalista serbo Gavrilo Princip, quel tragico 28 giugno 1914 che innescò il primo conflitto mondiale. L’edificio, che ospitava all’epoca il municipio di Sarajevo, fu adibito a biblioteca nazionale solo nel 1949. In tempi recenti il Consiglio municipale ha deciso di modificarne di nuovo la destinazione d’uso, facendolo tornare a essere la sede degli uffici del sindaco e dell’amministrazione cittadina. La nuova biblioteca nazionale e universitaria ha trovato spazio in un luogo anonimo della città e a stento dispone dei fondi necessari per svolgere le attività essenziali.

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E tu odori col naso o con la mente? di Patrizia Basile, scrittrice

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n genere gli stimoli olfattivi si percepiscono con l’organo preposto a questo compito: il naso. Ma è possibile riportare alla mente profumi, aromi, fragranze, sentori odorosi, miasmi e odoracci, anche con la mente. Spesso ci capita di ripercorrere ricordi indelebilmente legati ad un profumo: pensiamo al Natale ed all’odore inconfondibile dell’abete oppure all’estate e all’odore del mare o alla nonna e al profumo di colonia che accompagna la sua presenza. Come non ripensare all’episodio della madeleine raccontato da Marcel Proust ne La strada di Swan: “Ma, quando niente sussiste d’un passato antico, dopo la morte degli esseri, dopo la distruzione delle cose, più tenui ma più vividi, più immateriali, più persistenti, più fedeli, l’odore e il sapore, lungo tempo ancora perdurano, come anime, a ricordare, ad attendere, a sperare…”. L’olfatto dunque esercita una grande potenza sul nostro inconscio. Gli odori sono collegati alle nostre memorie: fungono da ancore del nostro passato, sono legati a ricordi e percorsi neuronali fissati nel tempo e raramente vengono dimenticati. Una descrizione estremamente realistica di un luogo o di una persona può permettere a chi ascolta o legge di percepire chiaramente i profumi dell’oggetto in questione: un giardino fiorito in primavera, il mare in tempesta, il pelo bagnato del cane, insomma tutto ciò che è stato oggetto delle nostre esperienze olfattive. Ma difficilmente possiamo descrivere in parole ciò che un profumo è per noi: chi non ha provato il medesimo aroma, raramente riesce a comprenderne il senso. Ognuno di noi porta dentro di sé il ricordo di un profumo legato ad un’esperienza vissuta. Probabilmente da ciò deriva il fatto che alcuni odori, anche se piacevoli, destano in noi un senso di disagio, addirittura possono causare un disturbo notevole se legati ad un’esperienza poco felice del nostro passato; mentre altri possono destare la nostra allegria e magari metterci di buon umore in una giornata “no”. Ma come fa il cervello a riconoscere in un “batter d’occhio” le informazioni provenienti dal naso? Una ricerca della Columbia Universi-

ty (USA) ha appurato che quello che noi percepiamo come odore è il prodotto di una combinazione di tanti differenti tipi di molecole odorose. Ognuna di queste viene raccolta da un neurone specializzato che invia un segnale al cervello, a una particolare zona chiamata bulbo olfattivo, costituita da tanti glomeruli. È in questo momento che il nostro cervello è in grado di “interpretare” ciò che il naso ha sentito, grazie al bulbo olfattivo che si sviluppa nei mammiferi fin dai primi anni di vita. Secondo alcuni esperimenti l’esperienza olfattiva durante i prima anni di vita è fondamentale, perché il cervello sia in grado da adulto di codificare correttamente gli odori, così come avviene anche per i sapori. Ma, se la scienza ci spiega come avviene la percezione degli odori, la storia ci narra come il profumo sia stato nei secoli testimone di una società e la sua stessa storia si coniuga con quella dell’umanità. Nelle civiltà antiche non esistevano i profumi in quanto tali, ma fiori, piante aromatiche e resine, che costituiscono le materie prime grezze, che venivano destinati prevalentemente al culto degli dei. Si sa però che le donne egiziane usavano cospargere il corpo con unguenti e balsami odorosi. La regina Cleopatra esaltava il proprio fascino e la propria bellezza con unguenti e oli profumati. Fu lei ad accogliere Marco Antonio, al loro primo incontro d’amore, in una stanza cosparsa di petali di rosa dove bruciavano incensi ed erbe aromatiche. Ma è in Oriente che il commercio di aromi e spezie conobbe un grande sviluppo. Gli Arabi non sono gli inventori di questa tecnica ma l’hanno raffinata e diffusa. Il primo profumo moderno in soluzione alcolica fu preparato in Ungheria nel 1370 da un monaco esperto di chimica. Il profumo, noto come Eau de Hongrie “Acqua Ungherese”, era un estratto di rosmarino, timo e lavanda. Nel Rinascimento l’arte della profumeria si sviluppa ulteriormente e fra i grandi profumieri di questo periodo vengono annoverati spagnoli e italiani. Nel 1600 nasce l’acqua di colonia ad opera di Gian Paolo Feminis, originario di Santa Maria Maggiore, cittadina della Val Vigezzo. Feminis, inventa e produce una


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sostanza che, a suo dire, cura tutti i mali, e che si chiama Aqua Mirabilis. Trasferitosi in Germania, a Colonia, questo liquido diventa Acqua di Colonia. Con la Rivoluzione Francese l’arte profumiera subisce un colpo d’arresto in quanto le essenze profumate sono sinonimo di aristocrazia. È nel XIX secolo che lo sviluppo del profumo ha un forte impulso, soprattutto in Francia dove, nel 1828 a Parigi, Francois Pascal Guerlain apre la sua prima maison di profumeria. Sempre nell’Ottocento, precisamente nel 1865, il profumiere londinese Eugene Rimmel divide gli aromi in diciotto gruppi allo scopo di facilitare la classificazione degli odori. Con la rivoluzionaria scoperta degli elementi sintetici aldeidi, la produzione dei profumi subisce un’ulteriore evoluzione, sia dal punto di vista del processo di fabbricazione che in termini di varietà delle essenze: la chimica di sintesi e le sue note

inedite provocano una rivoluzione olfattiva. Da allora ai giorni nostri non si contano i profumi messi in commercio. Ed accanto all’industria profumiera dedicata al grande mercato c’è la produzione di profumi di lusso, non accessibili a tutte le tasche. Per concludere: “I profumi dominano il cuore degli uomini”, diceva Sunskind e mi piace riportare qui un passo significativo del suo romanzo Il profumo: “La mano con cui stringeva il flacone emanava un profumo molto delicato, e quando la portava al naso e la fiutava, diventava malinconico, e per un attimo smetteva di camminare e si fermava ad annusare. Nessuno sa com’è buono in realtà questo profumo, pensava. Nessuno sa com’è fatto bene. Gli altri si limitano a subirne l’effetto, anzi non sanno neppure che è un profumo che agisce su di loro e li affascina”. E tu odori col naso o con la mente?

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titolo di Beppe Draetta, Giornalista Medico Scientifico

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numero 0 febbraio 2012

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Tutto PD è comunicazion JD]LQH e

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numero  - Anno

di Stefania Stefanelli, Autrice e Sceneggiatrice Televisiva

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rediamo che il mondo della comunicazione sia quello della carta stampata, della tv, del cinema, della pubblicità, della rete, dei social network, del marketing aziendale, delle case editrici e delle radio. Ma non è mica tutto qui. Questi sono solo settori specifici. Nonché rami in cui gli studiosi hanno voluto suddividere la materia per farne un corso di laurea, l’ennesimo.

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Er nell’us io ad mun rson e ul , en so ecc on e c into lla c i e re e div , pro una nan per e ci wr dall si e perc prat da de a sia an e ità , o al de m ez la olo i he se d id p sc zia la della Ed dei tre in ch orre tutto lle lla o gl itin 'occ ce am m io sc ro fi no rla! di o A rv i se ua ri arp ri a, ni, ia tà oggi, qu tv e radio, i anni mezzi perso- e lo zio pli g & hio cont del su ch ri, q ndy izi h nti un o qu a e, Con indicatip ro n a de di as ri ro de q i velo em e i co cine trol in lla lla pri uell pers e la uell W a e rsi, o sta ella o Co dei d cord esp dei viv lare netw cità de porane me a ma… cart grande co o a titi sn a c arh tic qu tu Ne , m qu i co i, eri con e a st c le h s nsu e e o h o h n l lo di ork... lle no a, ec suggel e M A d e m e am i, la e sa ch ell su e n su de tt lla c bb e c l, un la tta a c un’e e qu tizie covi m “u sso lon esp e c ’im mo lle lo ze mer lle p m dett he n ano ond senz ato poca el lo all’i lo sture la so er ica m os bo n n ciati tan ara m , fi ro e arc a er, . o a e iz o d ci . 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È vie in ine di e v u po la m a ch i diff . arn ua ac l ro 3 d oc e ll’orm ca ga re nd d ne evico og nil rta a e - giu e lche nfi lio ate to rc co ere la ire iato Go a ch vis co en ivert pergno l’a ne no ra re a. Q nn nzia 2012 cl’in me del a ogle i fa e re to me tem en m c ch a tu le, di ue ota rs ll e Pro num ma n p te e li tt qu un st olo ra te sim a p sia oso ita com il lo nte d c ero rc M il i la . se i i ello pu o, p si ca dei bolo aro ista sfo “dro e u go m em edia 4 - a p a Q pa co la e te n n n n g u c rò Tu arc ici. mo lugl er cos go on L “C ta do a a ra sti de to d est co tto a n L’a a io 20 i c a si ria su ac e ne b on da m i p di , co icato o o rc a i c arc ro ge m p asc ssu nco 12 onsu gn ti nsu c avv m mato ste a”, me leu, on are a erc ri c e nte n tto e ta uò e n nto ra ali d tolo m osì ien m ifica th co en eo id he ch Q ella di le co ell fo co ato rM d end n i c a fo e q © lo e n e u uin de un vie stit a m nd n ri co ific o il ell’i olle nd ua ri? gic nti elch na v di p finiz in ne p uire ente am feri è sì arn si mm ttiv o n ndo ! a fic ® e le ita o io si erc o d en m de a b div che e la gnifi ag i, ell un ss di Ro e lle az pro iam ne fo me ep div el c tale enti ch eva en p pe ca ina da e a b bert ien p a CUP n on è rn di ito, eAMERICA’S oG eq iere nda uto er m rce to d rio entr bitu rand de ria: o aff SPECIALE ita pe se ire sum che ccaaudi din è uiv d d si o zio i c a e o o is re in oso, ale i C se no ltis ne ma m i e ra E te ltre rma poc rcez div bra ato la Poet nd a re o io ie nd re I po ad oca tan nim sim ne rca une a p ne sc no a e sc on tr c pri ni, ne se . un Co te c o i lla fin , e ien i d hia n p all’in eti difen o c asm he m c og ritto re o ste o em to la e orr di fa i qu ccia ensa il a om alt a m nre – o della tuizion dono ta d is Fa tern pi Fin paginmu ette bra . è p te p este nte te à. Afric e l p il e, c u o d lu lo o re n po a paro sono m o tu et uri Ed ce”, m erc art ca , se di 3nica q d h anist rta ok na nd ebo qu ai la a p tti! li ch en h e d teg n sca p è a– esia le dure il loro coragg le che re uell a firm cors e a ok, Attiv ,e o d no ale sc och Arc sta er i w an te a é il ell ori on mp larm è l’arte e plas compi iosi “g conduc ssd ato a in un un ista c eb ov q v a m e. ri a al scer ch iato issi het met nost oi to è m uerr e in H lib bic a M n osa add istic uello ostro ass Bad entr re a BTTF ente sin di utili arne Fin ias e/ e iacc ch mi ipi ten ri aff ® uman adu ell di ic o sn m a d ate ate qu ert DPOE tetico zzare il sens errare ieri ce o o il n hie e u ann e pau do arch sua e BO à allriz a m vo ted di o oo i F b in o. Righ le co più tto ad ar nick ostro ravamno “s i fa re a du etip [… ’odio a i sa ?! L bis d ac en in q sta La po stituzioEP MB 'P ed espr modo La po ts . si g. ri nam ra i, oreImrca rà Nie ink tic si eb e c ua log re o Re in qu ] Qua è Tr v v o co no c h guag esia fa ne pe SNB  essivo partico pro Inre ssi, mnu de padell scri nte edin o di on ook e se lcu ica MB b m co ib.ardie es. ero in nosc n av esto ndo tr la va, e m gio sp della linr lo più RVBMF lingu al l v ra e tto p . T fà , m n na Dic si d lav ra eerom3p Na no rete iuto re Fan ec eta vo , au E wit m a on to isp oro m le-ta l’epo o scav una mio sil ovo li N. m m ra st l’a ev fanno foric iale, un gua qu in ritm  USPWB a A pre ta o e. po ” co m paro enzi ata ro , Tstrare che ra, se ter, agg gari “s 27 MB ie a, cio ot se mic a A nib e istero mnn a o eno o de Tu tess n o ger p stic lingu con pro insc lo ma no o iorè fa costr idian suon com è nella la i tti e co il an nza izia rist ili per . D te I/cigialug l 6/4/20 a vo g n st pat i co iù p o, p Que fu in ste, aggio loro “m quell uzione a un lin i. e un mia 12 so 1, che am è fo otele a tu sino at rib ” dno m rpg e glia ari q sie ao un co to n ote oss o 20 ferm sto scav abiss vita o. &o te u te strumperò, il iversa ezzi” che le ritmica N 115 se ici nd nel tti g re i per alta ve 12 tto ca n la di i qu nti iam eCm o alre o poes a le pa o inter za on co 5 a, po nes am l’E li “a lazi so to, il co lingu ento mezzo le. A di ndendoaltre ar oaan no Par del “n aver ali e se o av ro più ti ff cehrà , per zio n 1-1 ssed sun enta tica mic oni nali nie nche ia mod le di Ba iore tes ver la clo uvo e il fare mp ere Rolan a. infl che us erenza il loro in aff No ch ne: tenti 0sg esse o sc le Nic i”. fam , in nte azio a es re ndo ud, la”. co se re p ag la vi onda erna. Il rthes timon g pa scrit d Barth eg alla om nato la po di quen è... do si g.) ia a gin ilia tead oteri bbe di “co Ecc llegammp iù p geg più ta, e po nell’abi poeta m propos tre tu del esia è cotte pag ma ve so am . Si tutti liereb vit ach a re ic g «Dav tura co es de ri un co da et nn o la de mon 3 lo av n5H le hi qu n o ar rife gli b a, ea n es en più coli ini se .. “Por nse o rta alla sso de oderno ito de er p fu do: p er di sce anti all queste scrive . o g n si llasa o di es , ri ri al e d ia ch ar to ll’e nu J7 to se lu tu ed ensa e lu la il e oni” ola dir cose e leg mro m ULE polto minos ce paro sistenz è colui nd stre aver to sa con vati va a tri i viv cch e con gliere a pagin parole: dram .  G po anch re a co . o u “i ma m etto a e. La ” de le pi a, de rà ch alla Fac ben er é m n ria chiarez le paro a bian ag c - A L1 n de st lla ste prim ù nu lna ti osa N i e, lla es u i, g . e q qual nes e ca ile nn DSR ov nu mit so n al man eolo eboo (7, ssa Tu a scritt attesta za la su che de , nel ui co sio sta el te o OL1 racc Wstr m ov à” a tro ca ca k? tto ikipofa deCe,os’ n ri 1/ ce sa te ciò ore av re che a posiz vono omen olt i fa  m a ad e po su mp lu  l e’ q to ch fase es tto post solo lizseg ve eg an di m rvel bel gli G no rmainreed i torn Vi cce o cit mon e fa e rte un li ne ione ne nalar do ue Il C o-a HO . so st r co . 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Lo è quello che diciamo, ovviamente. Ma anche il tono che usiamo nell’esprimerci, gli occhi che fissano l’interlocutore o che teniamo bassi per nasconderli e nasconderci, le mani che tormentiamo per l’ansia o che usiamo per gesticolare e dare forza al pensiero che stiamo esternando, le gambe liberamente accavallate o di contro in buon ordine una accanto all’altra, il volume della nostra voce, le gote che si colorano di rosso contro la nostra volontà. Sì, anche il nostro corpo comunica. A volte La comunicazione da solo, per istintive reazioni che tradisconon è solo questo. È molto di più: no le nostre emozioni, altre volte col nostro aiuto, quando lo usiamo per affermare la è tutto il resto. nostra personalità. Sono i segnali di fumo, quelli stradali, il Perché un nuovo taglio di capelli dice che modo in cui è disposta la merce al super- abbiamo voglia di aria nuova. E se il taglio mercato, i colori scelti per le pareti di un è drastico o stravagante, che quella vecchia ufficio pubblico o di un negozio, il layout di proprio non la tolleriamo più. un sito internet, l’arredamento di una casa, Provate a farci caso, a guardare le cose digli accordi di una chitarra, le parole, i si- versamente, a chiedervi se c’è una scelta lenzi, il design di un’auto, la formazione di precisa o semplicemente dell’altro dietro una squadra di calcio, gli abiti delle nuove ad ogni singola cosa su cui posate gli occhi collezioni, i rifiuti nei sacchetti, il colore dei nelle vostre giornate. Fosse anche un sasso che ha spaccato una vetrina. confetti, i fiori sulle lapidi. Chiedetevi cosa significa veramente ciò che Anche? Certamente. Perché una rosa rossa lasciata su una tomba avete davanti. al posto di un crisantemo rivela che qual- E vi scoprirete vostro malgrado novelli cuno ancora ricorda l’amore, la passione, Sherlock Holmes, capaci di interpretare tutto, di cogliere i segnali di ogni cosa, di che chi non c’è più gli ha donato in vita. vedere oltre, semplicemente guardando a Così come il colore blu di una parete o di un abito trasmette tranquillità e distende lo fondo il mondo. sguardo, mentre il rosso cattura l’attenzione Salvo poi capire, probabilmente, che quee centrifuga il cervello, mettendolo in moto sta innata e profonda capacità non volete ogni volta che prova ad entrare in stand-by, godervela né usarla, perché in grado di sopraffarvi, rubando magia all’apparente senza dargli tregua. E le informazioni che leggiamo in primo mistero dell’universo. piano in una pagina web o cartacea sono Molto meglio lasciarsi sorquelle su cui ci viene implicitamente chie- prendere, certe volte. sto di concentrare l’attenzione, mentre ciò E rinunciare a capire. che è ai margini, lo dice proprio il termine, Ma questo, che lo voè un contorno del quale in primo momento gliate o no, svelerebbe di voi si può fare a meno. anche la pigriTutto è comunicazione. Nel senso che rende partecipi di informa- zia che preferizioni, sottotesti; che significa molto altro reste nascondere. rispetto a quello che si legge in superficie. E anche noi lo siamo.

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Il Menthalia Magazine è diventato un portale di informazione sulla comunicazione e dintorni Con articoli sempre attuali, interessanti e social addicted!


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numero 6 - ottobre/novembre 2012

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Curiosità Lo voglio! Vi dichiaro Facebook addicted “Lo voglio” è da sempre nell’immaginario collettivo la frase che prelude al fatidico “Vi dichiaro marito e moglie”. Bene, voci di corridoio mormorano che probabilmente tra non molto questa frase sarà il nuovo tasto di Facebook che andrà ad affiancare l’I like. La funzionalità aggiuntiva I want è già comparsa in una riga del codice sorgente del programma «<fb:wants>» ma, per ora, circolano solo indiscrezioni a riguardo.

Certo, sapere non solo cosa piace agli utenti ma anche cosa vogliono, sarebbe un’ottima strategia di marketing per aumentare gli introiti pubblicitari del noto social network. Che in un prossimo futuro sarà possibile acquistare direttamente online cliccando sul tastino miracoloso? Per ora godiamoci l’implementazione della funzione per le persone che si dichiarano sposate con lo stesso sesso segnalata da un’apposita icona, novità sicuramente legata al matrimonio di Chris Hughes, uno dei co-fondatori del social network, con il suo compagno Sean Eldridge.

k o o b e c Fa

Salire a bordo di una capsula appesa ad un pallone ad elio fino alla stratosfera, due ore di ascesa. Un’attesa interminabile. I principali network mondiali con il naso all’insù, 50 Paesi collegati con 40 televisioni, 7,4 milioni di utenti collegati su Youtube, e su Twitter la #freefall impazza. La telecamera che riprende la Terra 40 chilometri più sotto, ore 20:18 in Italia. Atmosfera spaziale, pressione ai minimi, il 2% di quella al suolo. Il portellone si apre, un passo, un saluto e via giù, nel vuoto. Un salto di 9 minuti, di cui 4 in caduta libera. Felix Baumgartner supera il muro del suono. Ma comincia a roteare come risucchiato da un vortice. È panico. Per le telecamere a infrarossi quell’uomo, 43 anni e fisico da atleta, è già un corpo. Ma non è così. Riprende il controllo e comincia a planare, quell’uomo che di salti ne ha fatti più di 2500 e che dal 2005 lavora a quest’impresa, per battere, un record di 52 anni fa, un salto da 31 chilometri senza superamento della barriera del suono. Il paracadute si apre. Un atterraggio da fermo, in piedi, incredibile. Si fa fatica a crederci. E un umanissimo commento: “Quando sei sul predellino e stai per saltare con il mondo sotto ai piedi non pensi al record e neppure ai dati scientifici che vai a collezionare, ma semplicemente a tornare coi piedi per terra”.

http://lecartoonist.wordpress.com

Felix Baumgartner: il giorno dei record

dal 12 novembre 2012 al 2 gennaio 2013

MOSTRA FOTOGRAFICA

NEW YORK NELLE IMMAGINI DI MAURIZIO VISCONTI Casa di Ù Via Carelli, 19 Napoli – http://www.casadiu.com


www.risobauducco.it

La qualità del riso non è un dettaglio

P.I. 08807860013

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Periodico d'informazione sulla comunicazione e dintorni. In questo numero: Grazie molle e le lettere importanti - iJobs - Light: prodotti o...

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