Issuu on Google+

Musica

Intervista ad Alessandro Bertozzi

“La musica è un istinto che si fa melodia” Alessandro Bertozzi nasce nel 1965 a Busseto. Fin da giovanissimo si interessa di musica frequentando, parallelamente alle scuole primarie, sia i corsi di teoria che di strumento (clarinetto e sassofono) organizzati dalla locale formazione bandistica, dando così inizio al suo percorso musicale. S’iscrive e frequenta la Scuola di Liuteria di Cremona dove diventa Maestro liutaio. Contemporaneamente agli studi inizia a frequentare sale di registrazione in qualità di compositore. Registra e compone sia la propria musica che la musica per altri artisti. Partecipa come turnista e presta la sua inconfondibile ”voce” all’incisione di numerosi Cd, oltre che suonare in vari live tour di artisti Italiani e stranieri. Grazie a questa lunga e profonda esperienza e alla sua esuberante musicalità, abbandona la liuteria dedicandosi completamente alla musica. Parallelamente alle varie collaborazioni, Alessandro realizza i suoi personali progetti musicali. Il suo primo Cd in veste di artista e compositore è “BIG CITY DREAMER”, registrato in Italia (1998) con la collaborazione di affermati musicisti italiani (Alberto Tafuri in testa). Una fusione di jazz, fusion e melodie accattivanti interpretate con intensità e profondità. Sempre alla ricerca di nuove esperienze e collaborazioni, si avvicina al panorama musicale latino americano studiando con Paquito D’Rivera. Parte da New York (2003) il suo secondo progetto discografico, "TALKIN' BACK" che si avvale della presenza di importanti ospiti americani (Bob James, Hiram Bullock). L’album include 2 brani vocali interpretati da Paola Folli ed e’completato da un brano realizzato a Los Angeles con la produzione del grande pianista e arrangiatore Joe Vannelli. Questo nuovo lavoro prosegue il percorso avviato nell'album d'esordio, basandosi su un'aggressiva ritmica funky-fusion temperata da struggenti spunti melodici, così da creare atmosfere variegate, sempre coinvolgenti ed evocative. Dal cd nasce, con la partecipazione

14

Nuova Gazzetta di Piacenza n. 8 - maggio 2011

Crystals si è tenuta a Berlino in occasione del JazzKomm 2010. Ogni suo progetto discografico è interamente autoprodotto, in collaborazione con l’etichetta discografica LEVEL49 di cui è direttore artistico. Quando nasce Alessandro Bertozzi artista? Nasce all’età di 6 anni quando cominciai a suonare nella banda del mio paese, Busseto. Suonavo il clarinetto più per amore della musica che dello strumento in sé, infatti poco dopo cominciai ad imparare il sax, lo strumento che suono tutt’oggi. Cominciai a suonare in una banda da ballo ma ben presto mi dedicai a progetti solisti, se si escludono le collaborazioni con altri artisti.

di Hiram Bullock, il “Talkin’back Tour” che vanta numerose performances live (dal 2004 al 2007) e porta Alessandro sul palco del Blue Note a NY. L’ultimo lavoro di Alessandro è “CRYSTALS” (2009), naturale evoluzione dell’artista che raccoglie tutte le esperienze musicali vissute in un progetto forte, emozionante e coinvolgente. Con la direzione artistica di Lorenzo Poli, Alessandro duetta con alcuni dei più grandi nomi della musica internazionale tra i quali John Patitucci, Randy Brecker, Andrea Braido e Hiram Bullock. L’anteprima live di

Come si studia uno strumento? Il consiglio, almeno all’inizio, è di studiare al conservatorio, là dove è possibile ovviamente. Io per esempio non ho avuto questa possibilità perché il sax non era incluso tra le materie di studio. Oggi sì ma all’epoca non era considerato uno strumento nobile. Poi col tempo sempre più persone cominciarono ad approcciarsi e divenne talmente comune da essere incluso. Per me però era troppo tardi! E come hai imparato? Da solo, sono autodidatta. I miei maestri sono stati i miei musicisti preferiti che ascoltavo cercando allo stesso tempo di carpire le loro tecniche. L’esperimento ha funzionato però… Sì ma 14 anni di studio autodidattico sono tanti e faticosi, non lo consiglio a nessuno. Il conservatorio invece è in grado di darti le basi di cui hai bisogno. La musica è sentimento ed emozione, ma è necessario conoscere anche i mezzi tecnici con i quali soltanto ci si può esprimere. L’essere autodidatta coincide con la scelta del genere che suoni, così libero e eterodosso?


Musica No, non credo. Il contemporary jazz è un genere che ho sempre amato a prescindere, è una mia passione che non dipende da una particolare formazione. E’ solo questione di gusti. Ho sempre trovato il jazz riduttivo e monolitico, ho sempre avvertito il bisogno di ricercare, mescolare, sperimentare. L’essere tradizionale, ortodosso, non fa per me, non mi viene proprio naturale! L’essere solista mi da la piena libertà creativa di cui ho bisogno. Ma nel processo di composizione l’essere solista prevede il conoscere più di uno strumento, soprattutto nel tuo genere in cui si mescolano influenze diverse tra loro… In realtà io so suonare solo il piano e ho qualche fondamento di chitarra, tutto qui. L’importante è avere in testa una melodia chiara, riuscire a selezionare e discernere le molte, troppe idee che ogni volta ho in testa per poi creare un progetto coerente. Una volta che ho individuato una linea guida immagino come potrebbe funzionare e se il risultato appare nitido e completo diventa facile plasmarlo con l’aiuto di musicisti in grado di capire profondamente quello che ho in testa. Quindi sei solista ma ti fai accompagnare da altri musicisti, i cosiddetti turnisti… Sì, esatto. I turnisti vengono sempre visti come musicisti che suonano musica scritta da un altro artista, ma non è assolutamente solo questo! E’ vero, le idee sono le mie, ma le persone da cui mi faccio affiancare devono essere dotate di un senso artistico tanto elevato da riuscire a comprendere il progetto generale, riconoscere il piano che sta nella mia testa e dargli forma. Un processo difficilissimo che richiede tanta capacità, talento e dedizione. Da cosa trai ispirazione per la tua musica? Ci sono artisti che sfoggiano conoscenze filosofiche e si abbelliscono con discorsi intimisti e profondi. Niente di tutto questo, non gioco a fare l’intellettuale. Per me la musica è un istinto che si fa melodia, è una sensazione involontaria che necessita ovviamente di essere organizzata. Un buon artista è quello in grado di trasmettere emozioni con la sola melodia. Io trovo siano molte le persone che giocano a fare gli intellettuali nel mondo della musica, e in questo ruolo rientra molto spesso anche un eccessivo purismo che spesso risulta essere un po’ affettato e ridondante… Non so a quale musica ti riferisci ma nel mondo del jazz questo è verissimo! Soprattutto in Italia il contemporary jazz viene considerato un genere troppo americano e moderno, poco tradizionale, e questo lo relega in una nicchia dalla quale è molto difficile uscire. Il controsenso è che però, quando viene in Italia un musicista di contemporary dagli Stati Uniti, fa il tutto esaurito. L’ospite straniero è sempre accettato, mentre il musicista italiano viene in un certo senso

molto dopo. Da questo punto di vista anche il jazz tradizionale subisce la stessa sorte del contemporary. Ma perché in Italia succede questo? Non saprei…sicuramente ci sono tradizioni musicali popolari molto forti che restringono il campo visivo su altri generi: prendi per esempio il liscio, la musica melodica napoletana, per non parlare della musica leggera italiana con mostri sacri come Vasco Rossi e Ligabue. Insomma ci sono generi molto forti che monopolizzano l’attenzione degli appassionati di musica. Niente di male, ci mancherebbe, se non fosse però che molto spesso le persone sembrano aver perso la voglia di ricercare, di indagare, per scoprire orizzonti alternativi a quelli che servono su un piatto d’argento i media.

snobbato se non rientra nell’ortodossia musicale. Problemi che negli altri stati non si fanno assolutamente: tutti sono disposti ad ascoltare di tutto senza pregiudizi, soprattutto negli Stati Uniti dove regna un grande rispetto per la creatività individuale e la sperimentazione. Una piccola provocazione: e perché non vai negli Stati Uniti? Ormai sono troppi anni che suono, al massimo era un’esperienza da fare fin da subito, in giovane età, per imparare, conoscere e formarsi… Ma almeno hai sperimentato l’ebbrezza di suonare negli States? Sì e ho ricevuto grandi soddisfazioni. Dirò di più, la mia agenzia, la Level 49, si affida per la vendita dei miei dischi al circuito on line Cd Baby. E gli acquisti maggiori giungono proprio dagli USA! Ma non potrebbe essere sufficiente farsi conoscere di più, attraverso concerti e promozioni per combattere questa xenofilia artistica? Non è così facile…non basta avere un buon agente di marketing per farsi conoscere e soprattutto accettare. Come dicevo prima, è un discorso culturale che riguarda molto da vicino l’Italia. Qui il musicista non è considerato un mestiere, chiunque lo può fare e chiunque può proporre la propria musica. Da un certo punto di vista dare la possibilità a tutti di suonare è positivo, ma questa libertà rischia di trasformare la musica in un semplice passatempo in cui quindi la qualità passa in secondo piano. E’ per questo che oggi assistiamo al successo di artisti forti solo della loro immagine, perché il talento conta sempre meno. La musica è diventata spettacolo da eseguire anche in playback se necessario, comunque senza troppi sacrifici. Prima un produttore individuava un artista in base alle sue qualità e poi lo promuoveva, ora lo si promuove in base al successo che può riscuotere la sua immagine e le qualità vengono

Io frequento i locali di Piacenza e sentendoti dire queste cose non posso che pensare alle migliaia di cover band che propongono costantemente gli stessi brani storici triti e ritriti… Esatto. Questo avviene proprio perché da una parte il pubblico non ha voglia di ascoltare cose nuove, dall’altra i giovani musicisti non se la sentono di rischiare. Negli altri paesi, in Germania soprattutto, questo non succede. Addirittura ci sono locali apposta solo per le cover band, altrimenti se si vuole suonare in un locale qualunque si deve disporre di un repertorio proprio. Per essere considerato musicista c’è uno specifico albo a cui è necessario appartenere. Mai avuto momenti di sconforto in cui hai pensato di dedicarti a generi con cui avresti maggiori gratificazioni? La situazione italiana non è delle migliori, ma io sono soddisfatto. Ora ho il mio progetto Alessandro Bertozzi Quintet col quale stiamo organizzando un tour che toccherà anche l’estero, sono stato ospite in passato di importanti artisti per i quali ho anche lavorato come autore, ho suonato in locali del calibro del Blue Note di New York e del Frannzklub di Berlino e ora sono riuscito, nonostante le difficoltà, a creare alcune iniziative anche a Piacenza: trovo sia importante collaborare con altri musicisti, confrontarsi e scambiarsi idee e influenze, ed è quello che cerco di fare anche nella nostra città. Un artista dedito alle sperimentazioni e tre dischi in un arco di nove anni: quanto può cambiare un artista poliedrico come te in così tanto tempo? Molto, ed è giusto che sia così, non potrei farne a meno. La mia musica cambia costantemente. Ho un estremo bisogno di ricercare, approfondire conoscenze, input, lasciarmi coinvolgere dalle influenze. E’ una continua evoluzione. Solo così posso permettermi di emozionarmi e dare emozioni. Ed è bello quando suoni dal vivo e ricevi l’immediato consenso di un pubblico che dimostra di apprezzare il tuo coraggio di rischiare e allontanarti dal sicuro sentiero della tradizione.

Federico Gazzola

Nuova Gazzetta di Piacenza n. 8 - maggio 2011

15


Intervista ad Alessandro Bertozzi 2011