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Bello come un Adone Milano, mattina del 27 gennaio 1962. La città non si è ancora del tutto scossa dalla morsa del gelo notturno. È sabato, i milanesi sono liberi dalle attività di tutti i giorni e possono sfidare la nebbia per dedicarsi allo shopping, rimanere a letto fino a tardi, lasciarsi prendere dalle chiacchiere nei bar. I giornali strillano in prima pagina la notizia della partenza del Ranger 3 – il razzo spaziale americano che dovrà fotografare da vicino la luna – e dell’apertura del congresso della Democrazia cristiana guidata dal segretario Aldo Moro. Nei caffè, come al solito, l’argomento dominante è il calcio: tra otto giorni c’è il derby. L’Inter di Armando Picchi e il Milan di Dino Sani sono appaiate a 34 punti, ai vertici della classifica. L’attesa è grande, ce ne sono di cose da dire. Ma il sabato è anche giornata di divertimenti. E nella Milano del boom economico il cartellone è ricco: al Teatro Nuovo, Eduardo De Filippo porta in scena per la terza settimana consecutiva Il sindaco del rione sanità, al Nazionale e al Meravigli viene proiettato il recentissimo Don Camillo monsignore ma non troppo. Quel 27 gennaio, confuso nel via vai del centro della città, a metà mattina, c’è anche un uomo alto, magro, con i capelli bianchi, che si avvicina all’edicola di via Larga, compra quasi tutti i quotidiani e si allontana subito dopo, già assorto nella lettura. Salta le pagine in cui si parla di esperimenti spaziali, di politi23


ca italiana e cronaca locale. La notizia che gli interessa è una sola: la morte di Salvatore Lucania, detto Lucky Luciano, «il re del vizio», il capo plenipotenziario di Cosa nostra su entrambe le sponde dell’Atlantico, stroncato da un infarto alle cinque del pomeriggio precedente all’aeroporto napoletano di Capodichino. Chi è l’uomo di via Larga, così interessato a quella notizia? A vederlo potrebbe sembrare il classico distinto uomo d’affari, elegante, con un bel portamento. Il suo nome è Giuseppe Doto, ma gli amici (e anche i nemici) lo chiamano Joe Adonis. La polizia di due continenti, invece, lo conosce come «il più sinistro di tutti i gangster». «L’incarnazione della criminalità moderna», lo definisce il senatore statunitense Estes Kefauver, presidente della Commissione contro il crimine organizzato. Dal 1958 Joe Adonis abita in via Albricci 7, si muove con disinvoltura nei night club alla moda, gestisce – in effetti – molti affari e riesce a seminare scompiglio in questura. È lui, infatti, ad affondare le radici della mafia a Milano. La sua storia parte da lontano. Uno scugnizzo a New York Aprile 1903, molo di Santa Lucia a Napoli: insieme a molti altri emigranti, la famiglia Doto è sul piroscafo che sta prendendo il largo per gli Stati Uniti. A bordo c’è anche il piccolo Giuseppe, nato il 22 novembre dell’anno prima a Montemarano, un paesino in provincia di Avellino. In America, papà e mamma Doto si stabiliscono dapprima a Passaic, nel New Jersey, e successivamente a New York. Per le strade di Brooklyn, Giuseppe si dà presto da fare: lustrascarpe, strillone e, quando è più grandicello, abile bookmaker. È un ragazzo affascinante, molto sveglio. E nel mezzo di una notte brava a Broadway, una pin up che gli casca tra le braccia gli dice: «Sei bello come un Adone», tra le risate dei suoi compagni di baldorie. Da quel momento il nomignolo di Joe Adonis gli rimarrà appiccicato addosso per tutta la vita, sostituendosi al nome di battesimo. Tranne che nelle carte dei commissariati di polizia e dei tribunali americani e italiani. Negli anni ruggenti del proibizionismo Adonis si afferma come personaggio duro, astuto e spietato nel mondo delle scom24


messe clandestine. Va sempre in giro con la pistola sotto l’ascella e tra una bisca e una sala corse diventa rapidamente il braccio destro del potente boss Frank Costello. In breve i due si trovano a capo di una organizzazione capace di muovere volumi d’affari paragonabili a quelli di un colosso industriale come la General motors. I loro partner? Gente del calibro di Lucky Luciano, Albert Anastasia, Vito Genovese e Al Capone da Chicago. Ma possono contare anche su importanti amicizie politiche. Ben presto «Mister A», altro enigmatico nome con cui viene indicato, si ritrova a controllare una trentina tra bar, ristoranti e night club, oltre a essere direttore dell’Automotive conveying corporation, cioè la società che ha il monopolio della distribuzione delle auto Ford prodotte nello stabilimento di Edgewater, nel New Jersey. Negli anni Quaranta Adonis è ormai un gangster di primissimo piano. Ma non è facile incastrarlo, perché, da buon mafioso, cura molto la rispettabilità della sua facciata: agli occhi di tutti si qualifica come businessman, ma gli investigatori che gli stanno alle costole lo considerano alla stregua dei più pericolosi criminali del nuovo continente. «Se Albert Anastasia era il presidente dell’Anonima assassini, non c’è dubbio che Joe Adonis ne era il direttore generale», dice di lui il senatore Kefauver, «quest’uomo ha le mani che grondano di sangue come forse nessun altro gangster in America»1. Eppure sarà un’autentica sciocchezza a consentire l’incriminazione e la conseguente espulsione di Mister A dagli Stati Uniti. Proprio come era accaduto ad Al Capone, condannato soltanto per evasione fiscale. È il 1954. In aprile, davanti alla commissione senatoriale d’inchiesta presieduta da Kefauver, Giuseppe Doto detto Joe Adonis respinge decine di richieste di chiarimenti ripetendo la formula difensiva prevista dalla Costituzione americana: «Rifiuto di rispondere alla domanda perché potrebbe incriminarmi». Ma scivola su una buccia di banana: «Lei dove è nato e qual è la sua nazionalità, mister Doto?», gli chiedono. E lui, in buona fede, risponde: «Sono americano, sono nato a Passaic, nel New Jersey». 1. Corriere della Sera, 27 ottobre 1968

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È la sua fine: l’Fbi (la polizia federale) sa con certezza che è nato a Montemarano il 22 novembre del 1902 e che americano non è, anche se i genitori gli hanno fatto attraversare l’oceano Atlantico a soli sei mesi. A causa della falsa dichiarazione, per Adonis scatta la condanna a quattro anni di carcere. Non solo: per il gangster italoamericano «bello come un Adone» c’è anche l’espulsione dagli Stati Uniti. Kefauver ce l’ha fatta: si è liberato di lui. Ritorno alle origini Il Conte Biancamano è il transatlantico che porta – anzi riporta – Joe Adonis in Italia. La cabina è la numero 26, naturalmente di prima classe. Partenza da New York il 3 gennaio 1956 e sbarco a Genova 12 giorni dopo. Nelle settimane che seguono, il boss è segnalato in mezza Italia, gli inquirenti sanno che in quel periodo a Napoli si incontra proprio con Lucky Luciano, il mafioso che nel 1943 aveva aiutato gli americani in occasione dello sbarco in Sicilia, espulso dagli Stati Uniti nel 1946 perché ritenuto «indesiderabile». Mister A non ha nessuna intenzione di fare il turista, né di cambiare “mestiere”. Al contrario, ha ben chiari gli obiettivi della missione forzata nel paese di origine: stabilire più saldi rapporti tra le cosche delle due sponde dell’Atlantico per trasferire anche nella vecchia madrepatria il modello di business mafioso che Cosa nostra ha già avviato con successo negli States. I nuovi traffici, le pietre preziose, certo, ma anche la droga. Per sentirsi forte della sua nuova delega, Adonis, che pur essendo campano gode della fiducia dei padrini siciliani, deve attendere la conclusione del faccia a faccia tra le cupole dei capimafia americani e italiani, che si svolge all’hotel Des Palmes di Palermo nel 1957, grazie ai buoni uffici di Lucky Luciano. Nell’inverno 1958 Adonis si trasferisce a Milano, in un sontuoso appartamento in via Albricci 7, con due «gorilla» travestiti da maggiordomi. Fino al 1970 verrà considerato come un sessantenne che ha deciso di abitare a poche centinaia di metri dal Duomo. Eppure è il primo pezzo da novanta di Cosa nostra che sceglie di stabilirsi nel capoluogo lombardo. Nel 1962, dopo la 26


morte di Lucky Luciano, è il più autorevole rappresentante delle famiglie mafiose di New York in Italia. Perché la scelta ricade proprio sulla piazza di Milano? Che cosa fa in questo periodo Joe Adonis? «Una vita da pensionato», dirà lui stesso al questore Giuseppe Parlato, che alla fine del 1968 gli presenterà un provvedimento di diffida. In realtà, nell’esilio milanese il boss vive giornate intense, bazzica i night club, sua antica passione, e incontra molti personaggi di spicco della criminalità organizzata, soprattutto siciliani. Sono diversi, infatti, gli episodi che attirano l’attenzione della questura su di lui, a partire dal violento scontro a fuoco del 23 maggio 1963 in viale Regina Giovanna, dove rimane gravemente ferito Angelo La Barbera, uno dei mafiosi protagonisti del sacco edilizio di Palermo. Secondo gli inquirenti, La Barbera è uno di quelli che all’inizio degli anni Sessanta frequenta assiduamente Joe Adonis, spesso nella penombra di un locale notturno. Ma quando qualcuno gli chiede spiegazioni circa questa conoscenza, Mister A risponde nel suo marcato accento campano: «Io devo essere proprio simpatico, figlio mio, perché tutti mi conoscono o dicono di conoscermi e così finisce che io tengo Milano piena di amici». Sospetti sulle sue presunte attività illecite? Lui replica secco, mostrando sorpresa: «Ma che vanno a dicere! Io songo in pensione e mi faccio li fatti miei». Ma ormai è evidente che la presenza del padrino agisce da calamita per un sinistro via vai di soldati e generali dell’esercito mafioso. Come Tommaso Buscetta, che a Milano costituisce in quegli anni una società che importa burro e con Adonis divide qualche notte nei night club della città2. Intanto la polizia mette sotto controllo il telefono e segue da vicino Giuseppe Doto anche nell’ambito delle indagini su scommesse ippiche, bische e contrabbando di preziosi. Presto qualcosa viene a galla: Mister A si incontra regolarmente con personaggi come Samuel Lewin, che l’Fbi segnala come pluripregiudicato molto vicino ai vertici di Cosa nostra americana. Frequenta anche trafficanti di droga, noti in Europa e negli Stati Uniti, come John 2. Pino Arlacchi, Addio Cosa nostra, Rizzoli 1994

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Salvo, e il braccio destro di Joe Bonanno, Carmine Galante detto Lilo. È da Milano che Adonis e i suoi coordinano il contrabbando e il commercio di stupefacenti lungo la rotta che dagli Usa porta in tutto il nord del vecchio continente. Nel giro appaiono (e puntualmente scompaiono) anche protagonisti delle future cronache di mafia come Tommaso Buscetta e i fratelli Alfredo e Giuseppe Bono, oltre a gangster alla milanese come il giovane Francis Turatello. Insomma Joe Adonis, quel vecchietto dagli occhi da furetto che si spaccia per pensionato, si dà parecchio da fare nel capoluogo lombardo. Come attività di copertura e riciclaggio di denaro, acquisisce la proprietà occulta della catena di supermercati Stella e fonda l’immobiliare Milbeton, aprendo la strada che nei decenni a venire sarà percorsa da generazioni di mafiosi trapiantati a Milano. Riesce anche a diventare socio di qualche bisca clandestina. Il 21 ottobre 1968 il boss riceve un’altra diffida dalla polizia, ma non per questo rinuncia a dirigere i propri traffici. In un rapporto del 1969, il questore di Milano Ferruccio Allitto Bonanno scrive di lui: «Non vi è attività lucrativa che non sia in un modo o nell’altro controllata dall’Adonis sulla base di una potente organizzazione internazionale, articolata in attività di copertura tese a frustrare ogni eventuale indagine di polizia». Tenendo d’occhio il vecchio padrino, gli investigatori scoprono anche un sottobosco di relazioni sociali fino a quel momento sconosciute su questa sponda dell’Atlantico. Oltre agli uomini d’affari, infatti, bussano alle porte dei mafiosi anche personaggi dello spettacolo. Come, per esempio, Tony Renis, che proprio a Joe Adonis si rivolge, nel 1971, per chiedere un favore. È con una certa sorpresa che, il 19 e il 20 febbraio, in questura vengono accolte le registrazioni delle sue telefonate al sorvegliatissimo gangster. «Il noto cantante Tony Renis – recita il rapporto di polizia – avendo saputo che una troupe cinematografica americana era in cerca di attori per il film tratto dal romanzo Il Padrino, chiese al Doto di pregare il regista del film, Francis Ford Coppola, affinché gli affidasse una parte, anche se secondaria, essendo il ruolo principale già coperto da Marlon Brando». Insomma, sperando di conquistare una scrittura per il kolossal sulla ma28


fia, il cantante di Quando, quando, quando sceglie di chiedere una parola buona proprio a un uomo da tutti considerato vicino alla cupola italoamericana. L’operazione, però, non va a buon fine, come apprendono gli investigatori, qualche giorno dopo, da un’altra telefonata di Renis ad Adonis, nella quale l’aspirante attore ringrazia e spiega che «Sam», cioè il mafioso americano Sam Lewin (con il quale, evidentemente, il cantante ha un contatto diretto), ha fatto «di tutto» per aiutarlo con Coppola, ma senza successo. Dalle conversazioni intercettate emerge anche l’intenzione, da parte di Mister A, di organizzare una sorta di controfestival da opporre a quello di Sanremo – per riparare lo smacco di alcuni amici bocciati per il concorso dell’Ariston – magari facendo intervenire nientemeno che Mina. Ma anche questo progetto finisce nel nulla3. Il primo boss Nel 1969 Milano viene sconvolta dalla strage di piazza Fontana. La lotta al terrorismo attira così le maggiori attenzioni dell’opinione pubblica e degli investigatori. Ma c’è chi continua a sorvegliare da vicino quell’anziano signore di via Albricci. Nel 1971 una nota riservata segnala al questore «l’ingerenza del noto Joe Adonis in loschi affari di droga, racket, gioco d’azzardo e altro». Ma il codice usato nelle telefonate registrate mette a dura prova gli inquirenti. Lo sorvegliano, ma non riescono a controllarlo veramente. Rimane un solo modo per agire nei suoi confronti: far ricorso alla legge sulle misure di prevenzione. Il 19 giugno 1971 arriva il verdetto dei giudici: il questore ha ragione, Giuseppe Doto è «persona particolarmente pericolosa» e la sua permanenza a Milano «appare sconsigliabile». Al boss è stato fatale un rapporto investigativo arrivato dagli Stati Uniti, in cui viene ancora indicato come il numero due dopo don Vito Genovese, il capo di Cosa nostra oltreoceano. Per questo ora Adonis 3. La ricostruzione dei rapporti tra Tony Renis e Joe Adonis è tratta da Nando dalla Chiesa, l’Unità, 30 gennaio 2004. È l’anno in cui il cantante ricopre l’incarico di direttore artistico del Festival di Sanremo

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deve andare al confino per almeno quattro anni, con il divieto di usare il telefono: andrà a Serra de’ Conti, un paesino di 3 mila abitanti in provincia di Ancona. Gli avvocati difensori ricorrono in appello, ma il padrino deve partire comunque: nell’ordinanza, i giudici hanno inserito la clausola «immediatamente esecutiva». Il 14 luglio Adonis si sistema nella nuova residenza a Serra de’ Conti, in compagnia di un’avvenente governante tedesca. Nel borgo marchigiano conduce una vita tranquilla, integrandosi anche piuttosto bene con la gente del posto e ricevendo la visita della moglie e di due figlie. In autunno, però, le sue condizioni di salute peggiorano. Il 26 novembre 1971, sfiancato da quattro giorni di agonia, Giuseppe Doto muore a 69 anni, per insufficienza cardiorespiratoria. Tre giorni dopo, sua figlia Maria farà imbalsamare la salma e se la porterà negli Stati Uniti, aiutata da alcuni «amici» che – a loro volta – dieci anni più tardi troveranno spazio nelle cronache sulla cosiddetta mafia dei colletti bianchi. Riunioni, riunioni In città Joe Adonis lascia in eredità una nutrita rappresentanza di uomini d’onore, che nel rispetto dei suoi insegnamenti si occupano di traffici di ogni tipo e di riciclaggio. Proprio per l’importanza che ha assunto la piazza milanese, gli inquirenti riescono anche a raccogliere le prove che nel capoluogo lombardo si siano tenute diverse riunioni tra i massimi esponenti del potere mafioso siciliano. Lo stesso Adonis, del resto, aveva buoni motivi per incontrare i personaggi di spicco di tutte le cosche e di tutte le famiglie. Tant’è vero che nel periodo del suo soggiorno in Italia, gli storici della mafia ricostruiscono una serie di nove summit transoceanici di Cosa nostra; e a quanto pare gli ultimi due della serie si sarebbero svolti a Milano. Agli inizi di giugno del 1970, infatti, è addirittura il vertice del mondo mafioso a radunarsi in un appartamento di via Generale Govone, in zona cimitero Monumentale. Tra i presenti (alcuni dei quali latitanti rientrati appositamente dagli Stati Uniti) figurano Giuseppe Calderone, Tommaso Buscetta, Gaetano Badalamenti, Salvatore Greco, Gerlando Alberti e Salvatore Riina, 30


il futuro «capo dei capi». All’ordine del giorno c’è l’assetto dei nuovi commerci internazionali di droga. E un paio di settimane dopo, il 17 giugno, si replica. Alla seconda riunione partecipano Salvatore Greco (che viaggia sotto il falso nome di Renato Martinez Caruso, residente a San Paolo in Brasile), di nuovo Gerlando Alberti, Gaetano Badalamenti, Tommaso Buscetta (sotto il nome di Adalberto Barbieri) e Giuseppe Calderone. Al termine del summit, tutti e cinque si allontanano da Milano a bordo di un’unica auto. Prima di varcare il confine con la Svizzera la vettura dei mafiosi, un’Alfa Romeo 1750 targata MiK38291, fa un lungo giro in città e viene anche fermata dai carabinieri per un controllo di routine che avrebbe potuto trasformarsi nella più clamorosa retata ai danni di Cosa nostra e che invece passa alla storia soltanto come una beffa della mafia alle forze dell’ordine. Consacrata dal verbale redatto durante la verifica dei documenti, veri e falsi, dei cinque boss. «Dopo un superficiale accertamento ci lasciarono andare facendosi così sfuggire uno dei più bei “colpi” dell’epoca», racconterà Buscetta molti anni più tardi, quando diventerà collaboratore di giustizia. Di che cosa si è discusso in quel vertice? «Si era stabilito che il golpe Borghese (un progetto di colpo di Stato, nda) non si sarebbe fatto. In quella riunione era presente anche Salvatore Riina: veniva a sentire come membro della commissione per la provincia di Palermo. La casa ci era stata offerta da Gaetano Fidanzati, da Ugo Martello e da altre persone residenti a Milano», spiegherà ancora Buscetta durante un confronto con lo stesso Riina, il 19 novembre 1993. A quel punto c’è almeno una certezza: anche se pochi sembrano rendersi conto della gravità del problema, nelle mani degli inquirenti ci sono le prove di una massiccia presenza mafiosa al nord. Ormai è inutile illudersi: Cosa nostra c’è ed è attivissima nel gestire una florida economia, legale e illegale allo stesso tempo. E a Milano fischiano le pallottole. Quasi un decennio prima del tiro al bersaglio su Angelo La Barbera in viale Regina Giovanna, le cronache avevano già segnalato, tra l’indifferenza generale, altri due omicidi di mafia sui quali non è mai stata fatta piena luce: quello di Ignazio Norrito, 31


crivellato al Campo dei Fiori, sopra Varese, nel 1954, e quello di Salvatore Licandro, ucciso con due colpi alla nuca a Como nel 1955. Uomini delle cosche eliminati per uno sgarro mal digerito dai loro capi nell’ambito del traffico di diamanti, primo amore di Cosa nostra al nord. Si spara anche il 29 aprile 1971, in via Avezzano, al quartiere Corvetto: tre proiettili calibro 38 alla schiena fulminano Antonino Matranga, palermitano di 66 anni che da otto viveva nell’ombra a Milano (dove anche suo figlio Gioacchino farà strada), dopo un’assoluzione per insufficienza di prove a un processo di mafia in Sicilia. Si spara, ancora, a Varese, il 15 novembre dell’anno successivo: questa volta a cadere è Giovanni Macaluso, contrabbandiere di Partinico in soggiorno obbligato a Voghera (Pavia). Quello stesso giorno è ucciso a Palermo Giuseppe Rizzo, anch’egli implicato in attività di contrabbando. Mentre il 23 luglio 1971 viene arrestato insieme a quattro complici Armando Bonanno, un altro palermitano in soggiorno obbligato a Trezzano sul Naviglio, proprietario di una macelleria nel capoluogo lombardo. Dunque l’asse Milano-Palermo si delinea con sufficiente chiarezza già a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta. Indagando sullo scontro a fuoco del 23 maggio 1963, quello in cui La Barbera se la cava per miracolo, gli inquirenti si convincono della presenza inquietante di un grande capo della mafia siciliana, oltre a quella di Joe Adonis. Scoprono che in città è in circolazione un altro astro nascente di Cosa nostra: Gerlando Alberti, detto zu’ Paccarè. Lo stesso che il 15 luglio 1970 sarà protagonista di un’ennesima sparatoria, degna di un film western, in piazza Martini, a Porta Vittoria, in uno scontro tra siciliani e napoletani. Le due bande lasciano sul campo un ferito per parte: Benedetto La Cara e Massimo Calfagna. In una città ancora inconsapevole, don Gerlando offre l’ennesima prova della sua ingombrante presenza, a quel punto – secondo le ricostruzioni investigative – quasi decennale.

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Mafia a Milano  

La mafia non esiste, dicono i governanti padani, come i loro colleghi del sud nel secolo scorso. Con poche eccezioni, anche le associazioni...

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