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Dorin A quattordici smetto

Dorin era uno dei tanti ragazzi frequentatori di una piazza di Milano tristemente nota a tutti coloro che si occupano di giovani “persi”. Lì da anni si consumano gli squallidi riti della prostituzione minorile, soprattutto maschile. Per lui, invece, quella piazza non era affatto un luogo di abiezione. Anzi, quando lo conoscemmo - e non aveva ancora quattordici anni spiegò addirittura che quello era un posto dove si poteva lavorare bene, guadagnare, qualche volta anche divertirsi. Persino il tugurio in cui precariamente viveva rappresentava una buona “collocazione” per uno come lui che aveva trascorso l’intera infanzia nel sottosuolo di Bucarest con i topi, vivendo come i topi. Quell’ambiente, quella realtà quotidiana gli avevano, giorno dopo giorno, fatto crescere dentro la cattiveria, il cinismo, l’odio che adesso lui scaricava contro tutti, anche contro coloro che tentavano di aiutarlo. Fu davvero difficile resistere dall’arrabbiarsi dopo l’ennesima rispostaccia alle nostre domande e la miriade di insulti distribuiti a chiunque lo avvicinasse. Addirittura provocava gli uomini in divisa, offrendo gratuitamente prestazioni sessuali in cambio della libertà immediata. Prima di arrivare in Italia - raccontò Dorin - aveva trascorso le sue giornate di bambino, almeno quelle da quando aveva cominciato a ricordare, girovagando per le strade della capitale della Romania. Era sempre in branco con altri ragazzini 5


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abbandonati, soli e costretti ad arrangiarsi come lui per sopravvivere. A Bucarest, come sappiamo, ce ne sono tantissimi, purtroppo, di ragazzi senza famiglia. Nonostante gli sforzi delle autorità locali per porre un qualche rimedio al fenomeno, molti di loro campano solo grazie a qualche furto, un po’ di elemosina, prostituendosi. Al momento di andare a dormire, fino a qualche anno fa, si calavano, attraverso i tombini delle fogne, come se andassero a casa loro, nei sotterranei attorno alla stazione principale della città. Coloro che hanno potuto vedere quell’inferno di umanità dolente, hanno più volte raccontato che vi erano addirittura attrezzature di ricovero in quelle fogne: fornelletti a gas per cucinare, giacigli attrezzati e comunque una divisione in settori per ognuno dei gruppi di sbandati. Dorin era cresciuto in quell’ambiente, tra risse di ubriachi e ogni possibile squallore. Non si è mai saputo se fosse in tale condizione fin dalla nascita, con uno o entrambi i genitori, magari anche loro reietti. Ciò che si sa è stato raccontato solo da lui e parte dal momento in cui ne aveva acquisito ricordo e memoria. Costatammo peraltro, quando venimmo in contatto con lui, che aveva sviluppato una personalità dura e competitiva. Il suo bel visetto di ragazzino sfrontato, con la pelle un po’ olivastra, gli occhi nerissimi e quelle sfacciate meches bionde non veniva mai attraversato da un sorriso tenero o complice con qualcuno o per qualcosa. In fondo nessuno era mai stato affettuoso con lui. La sua storia famigliare ci era dunque ignota e i suoi ricordi partivano e ritornavano sempre a quei sotterranei puzzolenti di Bucarest. Abbiamo provato, cercando la collaborazione delle autorità rumene, a ricostruire qualcosa del suo passato. Chissà, magari proveniva da qualche sperduto villaggio di 6


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quella Romania agricola, povera ma dolce, che espelle i suoi figli solo perché l’unico futuro che può loro offrire, ancora oggi, è la miseria. O forse era il figlio di uno dei tanti disperati minatori rimasti senza lavoro dopo le chiusure degli impianti di estrazione non più produttivi. Sapevamo che migliaia di lavoratori erano stati ridotti sul lastrico e tutti con famiglie numerose da mantenere. Ho provato mille volte a immaginarlo, il padre di Dorin, in uno di quei cortei rabbiosi che, in un mio viaggio a Bucarest, ho visto attraversare le strade negli anni successivi alla caduta del regime di Ceausescu. Fu in quel momento di transizione che i ragazzi, abbandonati e soli, figli di quella disgregazione sociale ed economica, iniziarono a utilizzare il sottosuolo intorno alla stazione come ricovero e punto di riferimento. Questo oggi non succede più, perché il governo ha deciso di far piombare i tombini per impedire che quella città clandestina continui ad aumentare il numero dei suoi giovani e disperati abitanti. Se ci si aggira però nei dintorni della stazione, anche adesso, al tramonto, non è difficile incontrare gruppi di ragazzi, alcuni ancora molto piccoli, che, come falene attorno alla luce, si aggregano e si disaggregano nella loro incessante caccia a qualcosa da mangiare o da rubare, di un posto per dormire al caldo. Fa impressione vedere la violenza che riescono a far esplodere quando si azzuffano tra loro fino a ferirsi a sangue, per contendersi magari un sacchetto con qualche avanzo maleodorante trovato in un bidone della spazzatura. Ed è agghiacciante vedere - ho assistito, finché ho resistito, a una di queste scene tremende - i gruppi che si dividono nel sostenere uno o l’altro dei due contendenti, nella speranza di ottenere, a conclusione 7


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del conflitto, qualche piccolo beneficio dal vincitore. Comunque la lotta e la competizione sono lo sfogo della violenza repressa che per loro è l’unica risposta a quella vita miserabile. Oggi, rispetto a queste realtà desolanti e diffuse, le istituzioni laiche e religiose del paese hanno scelto la strada della riduzione del danno. Cercano di accogliere, senza costringerli, i ragazzi che lo vogliono, offrendo loro un letto in vari dormitori sparsi per la città. Qui li sfamano e, se ci riescono, li fanno lavare, senza prediche e senza aspettative. Sono tutti consapevoli che già l’indomani ritorneranno per strada e che alla sera non saranno gli stessi a tornare in quei ricoveri. Quando arrivano, vestiti di stracci sporchi e spesso inadeguati ai rigori dell’inverno, provvedono anche a coprirli, ma loro, i ragazzi, chiedono soltanto il necessario per la notte, insofferenti a qualsiasi regola. I pochi che si riesce a convincere a fermarsi nelle comunità raccontano che anche per loro è difficile sfuggire al richiamo della strada e dell’avventura randagia. Soprattutto sentono il fascino della libertà anarchica e selvaggia sulla quale, in fondo, hanno precocemente costruito il loro modo di vivere. Dorin era dunque figlio di questa realtà e si era formato così, al di fuori di ogni possibile programma di aiuti, che pure sono numerosi, per i ragazzi di strada rumeni. Quel tanto che conosceva del mondo era l’arte di sopravvivere quotidianamente senza farsi troppo fregare da quelli più furbi. Il ragazzo era arrivato in Italia su suggerimento di altri coetanei conosciuti appunto nel suo vagabondare, qualcuno un po’ più grande di lui e ancor più smaliziato. Con loro, già a Bucarest, aveva imparato che prostituendosi si poteva guadagnare di più e correre meno rischi che rubando. 8


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Nei discorsi notturni, i ragazzi, cui l’abiezione dell’atto di prostituirsi non appariva tale, ma anzi solo un buon mezzo per procurarsi di che sopravvivere, favoleggiavano di come poteva essere interessante trasferirsi in un altro paese, ad esempio l’Italia, dove si sapeva che la clientela era assicurata e pagava molto meglio di quei pidocchiosi pedofili rumeni. Era loro anche ben noto che, per avviarsi senza esitazioni a quella “professione”, soprattutto in un paese straniero, si poteva anche essere liberi, ma per arrivarci e lavorare in tranquillità era pur sempre necessario l’appoggio delle organizzazioni criminali finalizzate a simili traffici. Dorin e altri due compagni, svegli quanto lui, riuscirono, in quel sottobosco di delinquenti che frequentavano, a trovare gli appoggi giusti per arrivare in Italia e, come disse lo stesso Dorin, non fu per niente difficile farsi organizzare il viaggio. Del resto, come sanno bene coloro che si occupano di immigrazione clandestina, ormai la maggior parte della cosiddetta “merce umana” non arriva per mezzo dei barconi dei disperati, che spesso si trasformano, come dicono le cronache quotidiane, in trappole mortali. In realtà, per ogni clandestino che arriva sulle nostre coste dopo un pericoloso viaggio per mare, almeno cinque ne entrano, tra permessi di soggiorno fasulli, altri escamotage e innumerevoli buchi nei controlli, dalle frontiere del nord, soprattutto dai paesi dell’est europeo. Quando arrivò a Milano il nostro Dorin, benché appena tredicenne, era dunque già molto avanti nella costruzione della sua carriera e aveva preparato alla perfezione il suo piano di “lavoro”. Sapeva benissimo come difendersi e come muoversi negli ambienti malavitosi metropolitani. Aveva i punti di riferimento giusti, tutti già forniti dai trafficanti del suo paese. Aveva 9


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preso infatti contatti e accordi precisi non soltanto con l’organizzazione che gli avrebbe consentito il passaggio in Italia, ma anche con un gruppo, dagli stessi trafficanti suggerito, che controllava e proteggeva proprio l’attività notturna in piazza Trento. Anche i ragazzi svegli e scaltri come lui avevano bisogno di protettori e di una rete che li tutelasse. Con queste certezze, dunque, Dorin avviò la sua attività di giovane prostituto. Quel lavoro gli dette subito grande soddisfazione per i guadagni rapidi che conseguì, peraltro senza essere particolarmente pressato dai cosiddetti “capi”, cui pagava solo una tangente di protezione. Ad alcune regole fondamentali dovette però sottostare: a sua tutela, almeno così gli dissero, gli portarono via il passaporto. Così come gli fecero ben presenti i rischi che avrebbe corso se, una volta fermato, si fosse lasciato convincere a spifferare anche quel poco che sapeva sull’organizzazione che gli consentiva di lavorare serenamente in quella piazza. Per lui, comunque, le serate trascorse al bordo del marciapiede a invogliare i clienti italiani, con mossette ben studiate, occhiolini ed altre esibizioni che li spingessero a rimorchiarlo, erano un lavoro come un altro. Non avendo mai conosciuto sentimenti di rispetto per il proprio corpo e soprattutto di affettività era, in fondo, in pace con sé stesso. Il suo aspetto piacevole e l’allegria che lo accompagnava sempre gli consentirono anche di farsi in fretta una buona clientela. Aveva imparato velocemente ad assumere le pose giuste e accattivanti ma, soprattutto, a contrattare con disinvoltura e, se necessario, con una certa durezza con gli automobilisti che si fermavano accanto a lui. Tra i suoi accompagnatori vi erano ormai anche clienti assidui e fedeli. 10


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Una sera di novembre, di quelle buie e umide sere che arrugginiscono non solo le lamiere delle auto ma anche gli animi delle persone, neanche il nostro scaltrissimo rumeno riuscì a sfuggire a una retata della polizia nella zona. Era in un’auto, un po’ distante dalla piazza, seminudo, appartato con un cliente e si accorse troppo tardi di quanto stava accadendo. Gli agenti lo individuarono, fermarono anche il suo compagno occasionale e, dopo averlo fatto sommariamente rivestire, lo condussero in questura. Nel cuore della notte iniziò anche per lui la penosa trafila che, inevitabilmente, accompagna il fermo di un minorenne. Una sequenza di telefonate alla ricerca di una comunità disposta ad accoglierlo, complicata dalla resistenza di quel moccioso con lo sguardo da adulto che provocava e insultava pesantemente tutti e continuava a ripetere con aria di sfida che non potevano trattenerlo e comunque non voleva andare da nessuna parte, che voleva tornarsene a casa sua. Abitava con un paio di altri ragazzi in un sottoscala abusivo di cui non rivelò ovviamente l’indirizzo. Come un ritornello, diceva a tutti quelli che erano presenti che gli avevano già fatto perdere un sacco di tempo in quel «posto di merda». In realtà Dorin opponeva tanta resistenza perché, sin dal suo arrivo in Italia, gli avevano raccontato che quei posti, le comunità per “minori non accompagnati” non erano come i dormitori di Bucarest, dai quali si poteva uscire tranquillamente al mattino dopo aver dormito e mangiato, senza che nessuno facesse domande o cercasse di trattenerti. Qui in Italia, gli avevano spiegato, c’era sì qualche direttore o qualche educatore che tendevano ad agevolare le fughe - perché tanto le comunità vengono finanziate vuoto per pieno - ma era 11


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un’incognita. Altri, infatti, erano molto più severi nella custodia e poi allontanarsi comportava l’immediato rischio di essere schedato, quindi ricercato e quasi subito riacciuffato. Non ebbe fortuna. Tanto fecero quegli accidenti di poliziotti che riuscirono a trovargli un posto in una comunità addirittura fuori Milano. Gli toccò dunque di doversi rimettere in macchina, insieme ad altri due ragazzi più grandi di lui che aveva visto più volte in piazza Trento ma con i quali non aveva mai scambiato più di un cenno di saluto. Fu accompagnato, non senza qualche comprensibile sgarbo da parte degli altrettanto insofferenti agenti, in una località in campagna, su un lago. Arrivarono a notte inoltrata, la nebbia si era trasformata in una pioggia battente e sgradevole. Dopo aver sbrigato rapidamente le formalità di ingresso, cioè dopo essere stato consegnato ad una specie di portiere-educatore, Dorin venne accompagnato nella sua stanza. Qui era già sistemato un altro giovane ospite della comunità, evidentemente beccato in un’altra retata. All’ingresso del nuovo arrivato, il ragazzo si svegliò. Bastò uno sguardo tra i due per intendersi. L’altro era, come lui, un giovane delinquente di strada, un “minore non accompagnato”, ben consapevole dei suoi diritti e delle sue pretese. Si capiva subito che anche lui aveva fatto un percorso analogo a quello di Dorin, avendo come unico patrimonio di conoscenza le regole dell’illecito. Insomma si riconobbero all’istante e dal suo letto, parlando sottovoce per non farsi sentire dagli educatori, sempre in agguato, il ragazzo lo informò della situazione all’interno dell’istituto dove lui si trovava già da un paio di giorni. Quel giovane gli rivelò anche di essere miracolosamente riuscito a «salvare» da tutti i controlli il suo telefono cellula12


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re, mentre Dorin ancora malediceva l’agente che, a suo dire, glielo aveva sottratto. Quel prezioso oggetto aveva consentito al nuovo amico di Dorin di mantenere i contatti con l’esterno, in particolare con la sua organizzazione. Approfittando dell’insperata complicità, il nostro prostituto ottenne subito la cortesia di poter usare quel telefonino. Voleva chiamare il compagno di lavoro con cui divideva il sottoscala alla periferia di Milano che lui considerava la sua casa. Questi, impegnato con un cliente che lo aveva reclutato per telefono a casa sua, era sfuggito alla retata. Dorin voleva avvertirlo di quello che gli era capitato, dirgli che lui adesso si trovava fuori città e voleva anche che informasse chi di dovere. Avrebbe fatto di tutto, disse, per scappare e tornare in piazza Trento al più presto, non poteva perdere preziose giornate di lavoro. Quello che l’astutissimo Dorin non poteva neanche lontanamente immaginare era che quel cellulare non solo non era stato affatto ignorato dalla polizia al momento del fermo del suo giovane proprietario, ma era costantemente intercettato. Infatti gli investigatori stavano indagando da tempo su una delle organizzazioni criminali che sfruttava i ragazzi avviati alla prostituzione o alla commissione di altri delitti. L’ipotesi di reato che aveva fatto scattare l’inchiesta era addirittura quella di riduzione in schiavitù. Gli agenti che avevano fermato il compagno di stanza di Dorin avevano dunque fatto semplicemente finta di non trovargli addosso quel telefono. Speravano infatti che il ragazzo si mettesse in contatto con qualcuno, cosa che era puntualmente accaduta. Era l’unico modo per individuare gli squallidi adulti che sfruttavano i giovani, avviandoli non solo alla prostituzione, ma anche allo spaccio di droga e alle rapine. È noto agli inquirenti che nor13


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malmente le organizzazioni criminali che sfruttano i ragazzi diversificano le attività per ridurre i rischi e minimizzare le perdite. Così, quella notte, anche la conversazione di Dorin con il suo coinquilino venne ascoltata dagli investigatori. Il tredicenne rumeno non era coinvolto nell’indagine in corso e si ignorava il suo ruolo. Come si scoprì dopo, lui non era direttamente sfruttato da qualcuno, era una sorta di “padroncino” nella cessione a pagamento del proprio corpo. Il contenuto di quella telefonata finì ovviamente negli atti del Tribunale per i minorenni e rappresentò uno sconvolgente elemento di valutazione della personalità del ragazzo. Parlando con Kostantin, così si chiamava il suo collega e compagno di casa, Dorin si sfogò rabbiosamente al telefono per la disgrazia che gli era capitata quella notte. Quella disavventura rischiava di sottrargli appunto preziose occasioni di lavoro e di guadagni in piazza Trento. L’altro cercava di tranquillizzarlo, di minimizzare l’accaduto: «Vedrai che uscirai presto da lì - gli disse - e poi hai un sacco di tempo davanti a te». A quel punto Dorin esplose letteralmente: «Allora non hai capito niente! Sei proprio un cretino. Non è vero che ho tanto tempo, perché io a quattordici smetto! Quindi devo fare più soldi possibile adesso, subito, poi quando avrò messo insieme una bella cifra vedrai che cosa farò io in Italia… ». Una frase da brividi: in sostanza quel piccolo “ragioniere” del sesso a pagamento aveva fatto tutti i suoi calcoli con freddezza. Aveva considerato anche che fino all’età di quattordici anni nessuno avrebbe mai potuto incastrarlo per il mercimonio che faceva del suo corpo, essendo ancora un “minorenne non imputabile”. Era stato informato soltanto sommariamente. 14


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Non sapeva che, anche dopo quell’età, sarebbe stato difficile ipotizzare a suo carico reati come l’adescamento e la prostituzione. La speranza per gli inquirenti in questo tipo di reati resta sempre e solo quella di ottenere le prove dello sfruttamento. Dorin, dopo la telefonata, trascorse quel che restava della notte nel letto che gli era stato assegnato, ma senza dormire, con l’obiettivo della fuga immediata in testa. Al mattino dopo, guardandosi intorno con la frenesia di un leone in gabbia, si rese conto che la comunità si trovava in una zona del tutto isolata, «in montagna» diceva lui, anche se in realtà si trattava di una bassa collina vicino ad un lago lombardo. Era sempre più rabbioso, perché pensava che, se anche fosse riuscito a fuggire, non sarebbe stato facile per lui raggiungere il posto di lavoro quella sera stessa. Oltre tutto «quegli stronzi» gli avevano trattenuto anche i soldi che aveva in tasca. Gli avevano detto che li avrebbe custoditi la comunità. Figurarsi, pensò lui, li avrebbero sicuramente incamerati. Le cose andarono però meglio del previsto. Girando per l’istituto avvicinò un altro giovane connazionale che quella mattina si stava occupando della manutenzione di un generatore di energia collocato vicino alla stanza della direzione. Approfittando della momentanea assenza della segretaria e, con l’involontaria complicità di quel ragazzo, Dorin riuscì a impadronirsi in un istante di una banconota da cinquanta euro che si trovava sulla scrivania. Per mettere a segno il suo fulmineo colpo distrasse il compagno dai suoi compiti e quello sbagliò un collegamento. Istantaneamente saltò la corrente in tutto l’edificio. Accorse immediatamente il direttore che, furibondo, si sfogò rabbiosamente con loro: «I soliti rumeni, guarda che 15


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cosa avete combinato! E vi ci siete messi in due per fare questo bel lavoro … ma perché non scappate come fanno tutti, chi vi trattiene? Prendete i vostri quattro stracci, andate fuori dalle palle, e in fretta anche». Dorin non se lo fece ripetere due volte. Lasciato l’altro ragazzo, spaventato e in lacrime a chiedere perdono, non rischiò nemmeno di perdere tempo passando per la sua stanza, infilò la porta di corsa. Il direttore, immobile e beffardo, lo osservava da lontano mentre attraversava il cortile come una lepre inseguita dai cani. Raggiunse con il fiatone il paese più vicino - distava circa due chilometri dalla comunità - e individuò subito una fermata di autobus. Si trattava di un mezzo di collegamento proprio con Milano. Il furbo giovane aveva anche i soldi per pagarsi il biglietto, l’unico problema fu cambiare quel pezzo da cinquanta euro. Salì da signore sull’autobus e sprofondò su un sedile. Dormì profondamente fino a quando il pullman non si fermò davanti alla stazione di Porta Garibaldi, a Milano. Era già pronto a riprendere, nella stessa serata, la sua remunerativa attività. Qualche giorno dopo, il giudice delegato a occuparsi del caso di quel ragazzo fuggito dalla comunità arrivò nel mio ufficio con aria sconsolata e mi riversò sul tavolo, ancora una volta, il suo disagio per sentirsi assolutamente impotente rispetto alla situazione. Mi ricordò, ove ve ne fosse stato bisogno, che noi - la polizia, il pubblico ministero, gli psicologi e gli educatori - sprecavamo il nostro tempo tra scartoffie e documenti in entrata e in uscita per ragazzi che, una volta acciuffati, regolarmente scappavano e rientravano senza indugio nella clandestinità. Aggiunse: «Siamo impotenti proprio con questi ragazzi che sono le vittime del più sporco dei sistemi criminali, quel16


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lo legato all’abuso sessuale dei giovani». Sottolineò il giudice che quella storia, simile a tante altre, rappresentava in fin dei conti soltanto il numero 322/MN nella galleria dei casi a lui affidati. Era insomma uno di quei tanti fantasmi di vite perdute per i quali non eravamo in grado di fare alcunché, tantomeno di spezzare la spirale negativa che li avvolgeva. Ci ripetemmo le solite cose, un po’ ciniche e un po’ amareggiate, sulla necessità di non dover coltivare alcun delirio di onnipotenza nei confronti di una società amara, volgare e crudele. Non avremmo comunque potuto cambiare nulla con i nostri comportamenti o con le nostre decisioni. Quando, a mo’ di consolazione, scherzando - perché anche questo è necessario, a volte, per ritrovare il coraggio di continuare il nostro lavoro - ci dicemmo che in fondo, come aveva detto lui stesso, Dorin era vicino al compimento del quattordicesimo anno di età e forse, per non correre rischi maggiori, avrebbe smesso davvero «quella vita di merda», in realtà ci rattristammo di più. Era chiaro a entrambi che quel ragazzo si era perso molti anni prima e forse non avrebbe mai più conquistato una dignità vera. In fondo aveva trascorso la sua infanzia vivendo con i topi, come i topi.

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