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Mediterranea è una rivista mensile che si occupa di cultura mediterranea. Si occupa di raccontare attraverso gli occhi dei nostri redattori la realtà dei diversi Paesi del Mediterraneo, ognuno con il suo punto di vista e la sua interpretazione della realtà. Diffondere i racconti di viaggio, la musica, la letteratura, i cibi del Mediterraneo a tutto il mondo del web. La rivista è online, la trovate all'indirizzo www.mediterraneaonline.eu


Editoriale I confini del Mediterraneo di Gianmarco Murru L’idea di questo mese è quella di raccontare il concetto di confine nei Paesi del Mediterraneo. L’idea si sviluppa dalla felice definizione della nostra contemporaneità, dalla serie di intuizioni che nascono dal fatto che viviamo in una "Società liquida". L’immagine, molto potente, è di Zigmunt Bauman, uno dei più apprezzati sociologi a livello mondiale. Ci descrive il modello di società occidentale in cui viviamo: un ambiente senza definizioni, dove tutto si mescola e si confonde con altro da se, producendo un unico brodo mediatico. I liquidi si dilatano, si mescolano, non hanno confini. La caratteristica principale della società moderna è quella di non avere più punti di riferimento a cui aggrapparsi, uno straccio di idea buona. Non ci sono definizioni che durano, non ci sono simboli, ma soprattutto non ci sono più i padri del pensiero del presente, quelli che indicavano una possibile strada da seguire, siamo in qualche modo persi in dei confini immaginari che si riproducono nei nostri “spazi” costruiti su internet. Sembrerebbe che dalla caduta dei muri, siano caduti tutti i paletti che ci indicavano una visione della realtà, dove potevamo condividere una visione generale che divedeva il mondo in due schieramenti principali. Oggi questa società si è disintegrata, non ci sono più resistenze o lotte contro una parte precisa. Non c’è più URSS contro USA, e tutto quello che comportava: le alleanze mondiali tra i due schieramenti, gli appoggi materiali e culturali, le giustificazioni ad atroci dittature da parte degli Stati Uniti come dell’URSS. Negli ultimi 20 anni, sembrerebbe non essere cambiato nulla. Invece al posto dei vecchi confini ideologici ne nascono altri economici, tecnologici. Il confine tra i ricchi, classe media, e povertà si sta allargando sempre di più. La forbice si è estesa, il divario è enorme tra chi vive bene e chi sopravvive. Forse, in questo caso la definizione di Bauman non vale più, nella realtà le differenze si sentono molto. Oggi forse, c’è un processo inverso nella considerazione delle classi sociali (perché le classi esistono ancora). Mentre 50 anni fa il borghese era quello che aveva un patrimonio proprio perché facevi parte di quella data classe sociale, oggi succede il contrario è il patrimonio a farti salire di “grado” nelle varie classi. I soldi fanno la differenza in un modo automatico, senza conquiste culturali o battaglie civili. I soldi possono quasi tutto. Ma i confini, se non li vediamo nella nostra società occidentale europea o americana, li vediamo benissimo nei Paesi del sud del Mediterraneo. I confini che insanguinano la questione palestinese, i confini della colonizzazione italiana in Libia e in Somalia, i confini dettati dalla Spagna in Marocco,


dall’Inghilterra nello stretto di Gibilterra, i confini turco-greco dell’isola di Cipro, i confini maledetti del Sahara occidentale. Questione quest’ultima che costringe un popolo intero ad essere clandestino a casa sua. E tremendo pensare che l’epoca delle colonizzazioni si porti dietro ancora diritti di qualche tipo, che le popolazioni di oggi devono sopportare, come il caso del popolo Sahawari, nel sud del Marocco. Il concetto di confine viene affrontato attraverso tutte le sezioni di mediterranea. In storie meridiane con “Quei maledetti confini minati…” di Tommaso Palmieri; un viaggio a Damasco con il racconto “Anonimi incontri” di Manuela Scebba, e il bel pezzo di Elisabetta Cozzi “La Mezquita di Cordova: dove la religione è “senza confini”. Ancora un pezzo ottimo di Paolo Sigura in Economia internazionale “L’Unione per il Mediterraneo tra crescita e diseguaglianze”, ma sono felice di accogliere tre nuovi redattori che sono entrati a far parte della famiglia mediterranea. Sara Palmas ci racconta la parte buona dell’economia sarda che superando i confini geografici arriva direttamente in America con i prodotti alimentari migliori della nostra isola in "La Sardegna raggiunge l'America"; nella sezione Arte troviamo il pezzo “Love Difference - Movimento Artistico per una Politica InterMediterranea” di Stefano Marchei, ragazzo che promette bene. Per la sezione Sapori la nostra nuova giornalista e Direttore responsabile di mediterranea Gioia Feliziani, propone una visita ai Mercati rionali di Milano, "rigogliose terre di nessuno e terre di tutti. " Per concludere questa lunga presentazione del numero di novembre, dobbiamo necessariamente spiegare quali sono effettivamente i confini del Mediterraneo. Quali sono le località del Mediterraneo? Quali regioni e quali città si affacciano sul mar mediterraneo? A volte bisogna essere precisi e fornire l’elenco dei posti fisici, e non meta-fisici, da visitare, conoscere e raccontare. Esiste una Spagna atlantica e una Spagna mediterranea, un Portogallo Atlantico ed uno mediterraneo. La geografia a volte determina un pensiero, un modo di vivere, di viaggiare. Il posto dove si vive ci condiziona, anche oggi che esiste internet e la possibilità di conoscere nuove culture e nuove possibilità. Anzi, più viaggiamo e più impariamo a conoscere quello che abbiamo subito al di fuori della nostra casa. Spagna: Andalucia, Catalunia, Comunidad Valenciana, Murcia, Ilas Baleares, Ceuta, Melilla Regno Unito: Gibralatar Portogallo: Algarve Francia: Corse, Languedoc-Roussillon, Provence-Alpes-Côte d’Azur Italia: Basilicata, Calabria, Campania, Lazio, Liguria, Puglia, Sardegna, Sicilia, Toscana Malta: tutto il territorio Grecia: Anatoliki Makedonia–Thranki, Kentriki Makedonia, Thessalia, Ipeiros, Ionia Nisia, Dytiki Ellada, Sterea Ellada, Peloponnisos, Attiki, Voreio Aigaio, Kitti Cipro: tutto il territorio Turchia: Tekirdag, Balikesir, Izmir, Aydin, Antalya, Adana, Hatay Marocco: Oriental, Taza-Al Hoceima-Taotunate, Tanger-Tetouan Algeria: Tlemcen, Ain Temouchent, Oran, Mostaganem, Chief, Tipaza, Alger, Boumerdes, Tizi Ouzou, Bejaia, Jijel, Skika, Annaba, El Tarf Tunisia: Madain, Qabis, Safaqis, Al Mahdiyah, Al Munastir, Susah, Nabul, Bin, Arous, Tunis, Al Arianah, Banzart, Bajah, Juridubah


Libia: Nuquat Al Kharms, Al Zawia, Al Aziziyah, Tarabulus, Tarunah, Al Khons, Zeletin, Misurata, Sawfajin, Surt, Ajdabiya, Banghazi, Al Fatah, Al Jabal, Al Akhdar, Damah, Tubruq Egitto: Marsa Matruh, Al Iskandanyah, Al Buhayrah, Dafr ash Shaykh, Ad Dagahiyah, Dumyat, Ash Sharquiyah, Al Isma’illyah, Bur Sai’idid, Shamal Sinà Gaza: Rafah, Khan , Yunis, Deir Al-Balah, Gaza, Gaza North Israele: Hadarom, Tel Aviv, Hamerkaz, Haifa, Hazafon Libano: Al Jabal Lunban, Bayrut, As-Samal Siria: Al Ladhiqiyan, Tartus Giordania: Madaba (Madaba); North-Shouna (Irbid); Karak (Karak); Balka (Balka); Tafileh (Tafileh); Wadi Araba (Akaba)


In viaggio La mezquita di cordova: dove la religione e’ “senza confini” Di: Elisabetta Cozzi Quando si pensa a un confine – naturale o artificiale che sia – la nostra mente è portata ad associare questo termine a una linea di demarcazione che delimita un territorio e lo separa da qualcosa che è “altro”, sia esso uno stato, una regione, una proprietà. In realtà l’etimologia di questa parola - dal latino “confine, is” sostantivo neutro dell’aggettivo confinis = ciò che confina, fig. ciò che è affine, simile – è in grado di suggerirci anche altro, indicandoci all’occorrenza una somiglianza, un elemento di coesione e di continuità rispetto a qualcosa che è vicino. Nel Mediterraneo esistono luoghi dove i “confini-limiti” passano in secondo piano per lasciare invece spazio, fra stupore e meraviglia, a “confini-affini”, tanto affini da non essere quasi più confini, all’interno dei quali si sono incontrate in passato – e continuano tuttora a dialogare e a mescolarsi culture, religioni ed espressioni artistiche apparentemente così diverse tra loro ma in realtà così sintoniche una volta compenetrate le une alle altre. Questa affermazione, che sulla carta potrebbe sembrare l’enunciazione di un ideale utopico in un’epoca in cui l’“altro da noi” genera solo sospetto e intolleranza, trova la sua indubbia traduzione nella pratica in Andalusia, in particolare nella Mezquita di Cordova. L’Andalusia è uno dei pochi territori al mondo che possono vantare una storia fatta di amalgamazione di culture, la cui stratificazione è ancora facilmente visibile agli occhi di qualsiasi turista. Infatti, questa affascinante regione situata nel sud della Spagna e scoperta in epoca fenicia, nel corso dei tre millenni successivi è stata poi colonizzata da numerose civiltà, ognuna delle quali ha contribuito a lasciare la propria impronta e le ha conferito lo spiccato carattere di tolleranza, che tuttora anima i suoi abitanti. Dopo la lunga parentesi che dal III secolo a.C. vide l’Andalusia essere una delle province più efficienti dell’Impero Romano e dopo l’occupazione dei Visigoti (VI sec. d.C.) fu quindi la volta, a partire dal 711, dell’invasione dei musulmani della dinastia Omayyde. Questi ultimi si espansero in breve tempo nella penisola iberica riuscendo anche a superare la catena pirenaica, salvo poi essere fermati a Poitiers dall’esercito franco di Carlo Martello. Nel Medioevo l’insieme delle terre spagnole in possesso dei


musulmani veniva chiamato “Al Andalus”, nome che venne poi ereditato dalla regione in cui essi rimasero per più tempo (poco meno di otto secoli), mentre il resto della Spagna veniva gradualmente riconquistata dall’avanzata cristiana. Durante l’era musulmana l’Andalusia divenne famosa per la libertà religiosa che permise alle sue tre culture, quella islamica, quella ebraica e quella cristiana, di convivere pacificamente, raggiungendo un livello di civiltà tra i più avanzati d’Europa. Questa breve premessa storica può aiutare il visitatore a non stupirsi quando, camminando per le strade di Cordova gli capiterà di imbattersi - vicino al quartiere ebraico della città – in un monumento che, oltre ad essere una delle principali testimonianze artistiche islamiche in Europa, è anche un esempio significativo dell’architettura gotica e rinascimentale dell’Andalusia cristiana: la Mezquita, oggi Cattedrale di Santa Maria di Cordova. L’edificio venne costruito dove in precedenza si trovava la chiesa visigota (cristiana) di San Vincenzo che, all’arrivo dei musulmani in Spagna, in un primo momento venne suddivisa e utilizzata contemporaneamente da entrambi i culti. Più tardi l’edificio cristiano venne fatto demolire per far spazio alla Grande Moschea che, dopo numerosi ampliamenti e modifiche, arrivò ad avere un’estensione di 23.000 metri quadrati, tale da renderla una delle moschee più grandi del mondo. Nel 1236, quando i cristiani riconquistarono Cordova, la Mezquita fu convertita a cattedrale e questo comportò, inevitabilmente, una sua grande trasformazione. L’impatto visivo che si ha quando si varca l’ingresso è fortissimo per via della spettacolare moltitudine di colonne in fila - circa 850 (si pensi che dopo l’ultimo ampliamento e prima della riconquista dei cristiani le colonne erano addirittura 1293) - di marmo e granito che si ergono di fronte allo sguardo esterrefatto del visitatore, formando una serie di archi di pietra bianca e rossa che ricordano degli alberi di palme. Inoltre, elemento di grande importanza all'interno della moschea è la qibla, il muro che sarebbe orientato verso la Mecca e che indicava il luogo verso cui pregare, e di suggestiva bellezza è anche il mihrab, la nicchia che custodisce il corano. Ma lo stupore del turista è destinato a crescere appena giunge alla consapevolezza che proprio nel cuore della Mezquita oggi si erge la Cattedrale di Santa Maria, realizzata nel XVI secolo su decisione del Vescovo di Cordova che desiderava per gli abitanti della città un santuario più sontuoso. Il progetto di Hernán Ruiz il Vecchio comportò la demolizione di una parte importante del centro della moschea, rompendo così la prospettiva della foresta di colonne, per far spazio ad una chiesa a pianta a croce latina, di per sé una meraviglia architettonica che fonde pregevolmente numerosi stili, da quello fiammingo, al rinascimentale, fino al barocco. Una Cattedrale in una Moschea: incredulità e compiacimento, solennità e magnificenza, stupore e riverenza, tolleranza e rispetto si mescolano mentre si passeggia - tra la selva di colonne rosse e bianche, tra crocifissi e simboli musulmani ancora intatti – in un luogo dove il tempo sembra essersi fermato e dove non sembrano esistere confini culturali e religiosi.


Indian summer in Ljubljana di Sonja Merljak Zdovc Slovenia is a country of many borders. It is the place where the Mediterranean Sea through its appendix, the Adriatic, meets the now extinct Pannonian Sea which left behind a beautiful landscape and rich farmlands of the Pannonian Plain; and where the Alps diminish into the hills of Dolenjsko. It borders four different states, Italy, Austria, Hungary adn Croatia, and maintains good relationship with all of them – at least on the level of people who live on the either side of the border and who often travel across these borders. Ljubljana, it's capital, lies at the heart of all this borders. As a Central European metropolis, it is also a place which connects the Slovenes and many foreigners who either chose the country as their new home or who wandered in as visitors. And at its open-air market the borders disappear. *** "Figs, try some figs". An older man at the open-air market in Ljubljana, Slovenia, is calling at the the passers-by. "Sweet figs, ripe figs, try them out, buy them and let us all go home". His voice is coarse; it is one o'clock in the afternoon and he has been standing there since early in the morning. He came to Ljubljana from the Litoral, the Mediterranean part of Slovenia, where some farmers grow figs, and the rest of the fields are full of olive groves and vineyards. The other vegetable men and fruit sellers came from other parts. Their stands are colourful: blue with blueberries, red with strawberries, yellow with apples, green with grapes. Those from Vipavska Valley on the West sell peaches, and those from Stajersko on the East sell carrots and potatoes, tomatoes and pumpkins ‌ They all came to Ljubljana this Saturday, because Saturday morning trips to the open air market in the heart of the Slovenian capital are something that Ljubljanians look forward to for the whole week. On those days Ljubljana has the charm of Paris and Vienna mixed together in an area small enough to fit in a palm of a giant's hand. The foreigners easily fall into the steps of Ljubljanians and they claim that the market is Ljubljana's most interesting part. It is a place to unobtrusively observe the Slovenian national character. The market is the agora of Ljubljana where the famous are equal to their fans; the place to meet and talk, to gossip and to praise.


Having bought the figs and other things, the Ljubljanians go past flower and fish markets and across the Three Bridges over Ljubljanica, the river that cuts through the town; this landmark was created by the famous Slovenian architect Joze Plecnik. They walk on Quay d' Cankar where they either indulge in the stalls with books and handicrafts on one side of the street or sit down for a chat with friends in one of the coffee places on the other. Meanwhile the tourists stroll along the Ljubljanica river admiring the enchanting houses that remind them of lifesize doll houses. The old buildings are being restored and new layers of colour are put on their fronts. Those who turn left (instead of right across the Shoemaker's Bridge) continue their walk on the Stari or Novi Sqaure where they can see the back side of the old artisan houses. They have three windows on each floor. That is because in the Middle Ages the owners were taxed according to the number of windows they had. It is three o'clock in the afternoon on the last sunny and warm weekend of this Autumn. The Ljubljanians don't notice such details. They only pay attention when they are trying to show the beauties of their hometown to the visitors. Instead, they are trodding home, their hands full with bags and baskets. Many are carrying a bunch of sunflowers. The Indian summer has ended. Next weekend they will be buying lillies.

Anonimi incontri a Damasco di Manuela Scebba

O tu che sei morto nella ricerca di Colui che scioglie i nodi, O tu che sei nato nell'unione e morto nella separazione, O tu che rimani assetato ai bordi dell'oceano, O tu che sei morto di miseria sopra un tesoro, Un tesoro che non è con noi, e non è senza di noi. Dov'è? Dove si trova il Sovrano che non risiede in nessun luogo? Non dire "qui", non dire "lì", dì la Verità. L'intero Mondo è Lui, ma chi trova chi Lo veda? Nel dolore, sempre intravvedo il rimedio. Nella contrizione e nella tirannia, trovo la grazia e l'amicizia fedele.


Sulla faccia della terra, sotto la volta del cielo, Ovunque posi il mio sguardo, è Te solo che vedo. Sultan Valad, Kitab al-Ma'arif (1207-1273) Sharia al Thaura era sempre stata, per me, una zona opaca di Damasco, non la percorrevo molto a piedi, seppur fosse così tanto importante per quel ponte della Rivoluzione, che collegava a punti strategici della città: Sahat al baherat, Sharia Baghdad, Suq Saruja … L’appuntamento era proprio a Suq Saruja, nell’unico caffè in cui si potesse andare a Suq Saruja, gremito di stranieri a cavallo di rossi cuscini orientali. Lì fiorivano alloggi, ostelli, pensioni e antiche case damascene. Il quartiere si affacciava su uno dei mercati più rumorosi della città, in ginocchio alle porte del centro storico damasceno, quasi a riprodurre a sfumature, l’ingresso al passato…quello rappresentava il centro storico per me. Dovevo percorrere a piedi, in breve tempo, sharia al - Thaura, sull’arteria veloce del suo ponte, mentre sentivo volare i miei capelli sul fruscio di una pashmina verde che portavo sul capo. Artisti siriani si mischiavano ai frequentatori stranieri, accovacciati allo sguardo serio del proprietario del locale e gestore di quasi tutta la zona suqsarujana. Lo cercavo con lo sguardo, ma incontravo solo facce conosciute, quale era la sua? I ragazzi del gruppo erano lì, e ad esclusione, puntai lo sguardo, su di lui. Conoscevo il suo nome da qualche mese oramai, ma meglio, conoscevo il suo anonimato. Dopo qualche caffè turco ci trovammo all’Hammam al-Warda, sulle panchine, tra il poco verde e le rovine di antiche civiltà. - “Lo stanno restaurando“– dissi - mentre non riuscivo a capire se il termine ristrutturando, fosse appropriato o meno di ‘restaurare ‘– “ma forse lo distruggeranno…le rovine sotto il bagno turco sono assai più antiche…una volta ci stava un bazaar qui...” Camminavamo lentamente, giostrandoci in mezzo alla folla del mercato, cercavo di percepire cosa stesse provando: se quel traffico di gente che si incrociava lo turbasse, se fosse curioso, se fosse impaurito. Parlammo di quello in cui ci trovavamo: Damasco, il Medo Oriente, l’esotismo, i viaggi, i non viaggi, gli israeliani e la loro intolleranza a far varcare la soglia della Palestina… disavventure, cognizione del tempo. Aspettammo il resto del gruppo, non ricordo se fumò una sigaretta…mi aveva detto piuttosto di aver smesso da un anno o poco più. Avevo voglia di chiedergli tante cose, ma non lo conoscevo, o meglio lo conoscevo… Ero entrata in contatto con parte del suo mondo, quello che trasmetteva insieme a un’unità collettiva di scrittura. Adesso era lui che veniva fisicamente in contatto con parte del mio mondo. Lui era lì per presentare colui che non aveva mai incontrato, Lawrence, io ero lì da più di due anni ormai. Sembrava triste, o stanco, o pensieroso ... Lo re incontrai in un altro hammam, al Malik al Zaher. Uomini con asciugamani alla vita servivano shay e zuhurat mentre si premuravano di tenere calda la fiamma dell’arghilea. Il mito di Lawence incombeva tra di noi, attraverso una lingua diversa ma perfettamente trasmessa. Gesta di eroi abbattevano le barriere che si imposero a Babele, per aver costruito una torre, per l’ambizione di varcare le porte dei cieli …( bab ele… porta di allah?) Perfettamente la sua immagine si è scolpita nella mia memoria. Era parte di loro, una unità inscindibile senza volto.


Era Wu Ming “Ritengo davvero fortunati coloro ai quali gli dei concedono di fare cose degne di essere narrate o di scrivere cose degne di essere lette. Fortunati oltremodo coloro ai quali sono concesse entrambe le cose.” Plinio, lettere. Wu Ming 4, Stella del mattino

Sapori I mercati rionali di Milano: un viaggio che attraversa i confini dei sensi di Gioia Feliziani

Una babele di cibi, spezie, colori, odori, culture ed etnie... per assaggiare una fetta di Mediterraneo o vederlo infrangersi nelle coste del Sud America, dell'India o della Cina basta inoltrarsi nelle grigie vie della metropoli meneghina fino ai sobborghi più sperduti alla ricerca dei colorati banchi dei mercati rionali. In questi luoghi senza coordinate, è possibile ricercare ed amalgamare ingredienti di diverse provenienze e culture in pasti dove i confini geografici si fondono in una mescolanza di sapori per la delizia del palato e della socialità. In Piazza San Agostino per il mercato di San Papiniano, uno dei più rinomati, ogni martedì mattina dalle 7.30 alle 13.0, e tutti i sabati sempre dalle 7.30 ma questa volta fino alle 18, gli accenti dei commercianti calabresi, campani, sardi, liguri, lombardi, siciliani e via su e giù per il bel Paese, si scontrano, si sovrappongono, si mescolano, si amalgamano con i colori e gli odori delle loro mercanzie, proveniente da terre e mari vicini e lontani. Mozzarelle, trecce, vini, tartufi... ricotte... peperoni ripieni, olive di tutte le specie e grandezze... cacio cavalli... pecorini... e poi pomodori secchi... capperi... Numerosi i banchi che vendono poi cibi e spezie straniere, presenti un po' in tutti i mercati anche se forse quello più conosciuto per il "melting pot" di risi, datteri, frutti, spezie ed odori di terre lontane è il mercato di Viale Monza. Per gli appassionati di cucina araba, l'appuntamento è la domenica mattina a San Donato... una mecca di cibi ma anche di oggetti svariati, un vero mercato delle pulci. E sapete dove si trova la capitale del pesce del sud Europa... dove tutte le mattine si incontrano i sette mari con i loro frutti per poi ripartire per le più svariate destinazioni? Eh sì, in un luogo che il mare non l'ha visto mai, nel mercato ittico di via Cesare Lombroso 95 a Milano, aperto anche al pubblico tutti i giorni dalle 9.30 alle 11.30 del mattino.


Scomodo da raggiungere? Lo stesso pesce si trova i tutte le pescherie, ingrossi e ristoranti della città... e non solo. Per avere pesce in tavola il venerdì al miglior prezzo però, meglio spostarsi verso i mercati tra Bonola, Gratosoglio e Via Crema. I mercati rionali, infatti, non solo offrono non solo varietà nell’offerta di prodotti di tutti i tipi e provenienze, ma anche convenienza rispetto ai fruttivendoli, pescherie o botteghe tradizionali, documentata anche da una ricerca di Altroconsumo. Convenienza che aumenta duranti i periodi festivi, come quello pasquale e natalizio, quando il Comune di Milano annuncia degli sconti che possono variare dal 20% al 40% su alcuni prodotti alimentari. Importante è però usare delle accortezze come controllare sempre che il prezzo coincida con quello esposto, fare un confronto di tutte le offerte prima dell’acquisto e buttare un occhio alla bilancia, visto che il commerciante tende sempre ad essere più abbondante rispetto alla richiesta. L’arte araba del mercanteggiare non ha confini, dunque, ed è valida in ogni luogo come nei mercati rionali di Milano, la cui mancanza di delimitazioni spaziali e culturali li rende degli affascinantissimi “non luoghi”… rigogliose terre di nessuno e terre di tutti.

Arte Love Difference - Movimento Artistico per una Politica InterMediterranea di Stefano Marchei Love Difference Movimento Artistico per una Politica InterMediterranea nasce a Biella nella primavera del 2002 all’interno dell’Ufficio Politica di Cittadellarte Fondazione Pistoletto. Il suo scopo è quello di raccogliere attorno alle regioni che si affacciano sul Mar Mediterraneo. Persone e istituzioni interessate a creare nuove prospettive che portino al di là del tragico conflitto tra le diversità, sviluppando progetti creativi al fine di stimolare il dialogo tra le persone che appartengono a diversi background culturali, politici o religiosi e di costruire una solida rete fra individui che intendono confrontarsi e risolvere questioni sociali attraverso l’arte e la creatività.


Attualmente annovera circa 650 soci. Il sito www.lovedifference.org è facilmente navigabile e spiega piuttosto bene le intenzioni del progetto, che racchiude in sé diversi artisti nonché istituzioni e singole persone che condividono un’idea e ci permette di stare in costante aggiornamento con le numerose iniziative che promuove. Nel tempo ha dato vita a progetti, eventi e laboratori in tutto il Mediterraneo, coinvolgendo un grande numero di persone in ogni ambito artistico, con performers, scultori, registi, fotografi, scrittori, etc. Una nota particolare è inoltre da addebitare all’area della ricerca: Love Difference sviluppa studi e ricerche dedicati soprattutto al tema della relazione tra creatività e dialogo interculturale, come Methods, un progetto di ricerca sulle relazioni arte-società. Per un maggiore approfondimento, spinto da un’estrema curiosità per l’argomento, ho posto alcune domande a Emanuela Baldi, project coordinator di LoveDifference: Il tema di questo mese di Mediterraneaonline è "I Confini Del Mediterraneo", in ogni sua accezione; cosa le viene in mente a proposito di questo? Per prima cosa, i confini non sono solo geografici, ed in ogni caso ogni limite è tale per essere varcato. Il limite geografico è sovente quello meno problematico, a parte in casi di conflitti; quello socioculturale è spesso assai più arduo da oltrepassare, quello mentale a volte invalicabile. Fortunatamente tutto ciò ha una reversibilità positiva, attraverso la quale i confini di stati e nazioni, così come quelli individuali si dissolvono, permettendo fruttuosi scambi umani e culturali. L'arte è un buon mezzo di comunicazione con cui molti limiti possono essere superati, soprattutto laddove applicata a processi per il bene comune. Questa la base fondante di Love Difference. LoveDifference fin dove allarga i propri confini? LD si colloca nel bacino del Mediterraneo, mare che accoglie 23 stati, 3 continenti e numerose culture. Considerando che da un punto di vista concettuale ci sono diversi "mediterranei" nel mondo, cioè mari che accolgono scambi e culture diverse, storicamente ricettacolo di significativi momenti storici nel cammino dell'umanità (Mar Rosso, Mar Caspio, Mar dei Caraibi, Mar Nero...), direi che al di là del suo effettivo raggio d'azione mediterraneo, LD si può espandere ovunque, come l'arte d'altronde. Quali criteri deve avere un artista per entrare a far parte di LoveDifference? LD collabora con artisti, gruppi, istituzioni, associazioni, etc. che lavorano con ed attraverso l'arte per favorire il miglioramento sociale, lo scambio tra individui, la conoscenza reciproca. Ci rivolgiamo a coloro che fanno dell'arte uno strumento, non un fine. Questo in qualsiasi disciplina artistica ed ambito interdisciplinare in generale. Quali sono i vostri progetti futuri a breve scadenza? Durante l'ultimo anno ci siamo dedicati a due progetti "principe":Love Difference Pastriese Parlamento Culturale Mediterraneo. Il primo una costola del secondo. Si tratta di due progetti a lungo termine, che assorbiranno le nostre energie fin dall'immediato futuro. LDP ha come fine la creazione di nuovi luoghi d'incontro per gusti, culture, pratiche, persone, al centro il dialogo, lo scambio dei saperi, la creatività. PCM (lanciato a Strasburgo lo scorso Giugno) ha un intento politico-culturale, politico nell'accezione quotidiana del termine, per lo meno per il momento; lo scopo primario è la costituzione di una rete attiva tra strutture istituzionali e non, e singoli individui (artisti, politici, operatori culturali) per incentivare le sinergie tra le stesse e creare un vero e proprio organo operativo e mobile. Oltre a questi


LD sta curando le fasi laboratoriali di un progetto di paternariato europeo di nome As-Tide, che ci vedrà impegnati fino alla primavera 2009. Come ogni buon movimento avete un manifesto; il vostro esprime molto a livello di contenuti, tralasciando completamente quelle che sono le tecniche artistiche. Immagino sia una vostra precisa scelta, visto che vi avvalete di qualsiasi tipo di arte e di tecnica. Avete comunque intenzione di creare qualche nuovo tipo di sperimentazione artistica a livello di linguaggio? Un qualcosa che vi contraddistingua, oltre che idealmente, anche "tecnicamente"? Come le dicevo, consideriamo l'arte in tutte le sue forme, ogni disciplina ha caratteristiche sue proprie, scambiandone le caratteristiche si crea una ricchezza impareggiabile, oltre che uno stimolo continuo alla ricerca. Nel progetto LDP, è il cibo che fa da protagonista, ma va detto che non si comunica solo col gusto, poiché l'approccio di un ballerino o di uno scultore, piuttosto che di un esperto in comunicazione, sarà diverso nei confronti di uno stesso argomento, ed ognuno porterà un contributo diverso: in quella differenza sta per noi il valore. Ogni progetto può utilizzare strumenti di comunicazione diversi, a seconda del contesto in cui si opera (fattore fondamentale) e delle persone coinvolte. Conoscere un territorio indagandolo, una comunità con le sue forze e problematiche, è primario; da queste caratteristiche peculiari (che non possono non venire definite che insieme agli attori locali) si elaborano strategie per nuovi linguaggi. Per ricevere la newsletter quindicinale, iscriversi all’associazione o semplicemente richiedere maggiori informazioni sull’attività di LD potete visitare il sitowww.lovedifference.org o scrivere a info@lovedifference.org

Musica Patrizia Laquidara, musica senza confini di Gianmarco Murru Ho incontrato Patrizia Laquidara il giorno dopo il bellissimo concerto a cui ha partecipato come ospite nel gruppo S’Ard, nell’ambito del Festival Jazz Expo 2008 a Cagliari. L’ho incontrata nella hall dell’albergo, purtroppo per troppo poco tempo. Ma l’impressione è stata di una persona molto disponibile e sensibile, intelligente e passionale, distaccata e coinvolta dalle domande che hanno toccato diversi aspetti del suo lavoro e della sua vita. Per cominciare a parlare di Patrizia Laquidara bisogna lasciar perdere le definizioni e lasciarsi trasportare dalle note delle sue composizioni musicali. Sì, perché le sue canzoni somigliano a molte atmosfere: dalle canzoni di Caetano Veloso, alla canzone popolare portoghese e italiana soprattutto. C’è


comunque una ricerca della bellezza estetica del testo, ricerca che è interiore ed esteriore, del corpo e dell’anima. L’aspetto umano esperienziale e quello filosofico esistenziale convivono e si aiutano a vicenda. Non si vedono confini netti tra l’esperienza personale e quella professionale, la professione di cantautrice diventa la parte esterna della sua vita. Esplorare i confini per gli abitanti del Mediterraneo è un’attività che risale a molti secoli fa, pare che anche le popolazioni sarde pre-nuragiche fossero arrivate in Marocco ad esplorare i confini del “Mare nostrum”, una curiosità e volontà di conoscere nuovi mercati, ma anche nuove culture. Questa qualità è innata in tutti i popoli del Mediterraneo, anche in chi non si è mai mosso da casa. Ci sono persone che esplorano molti Paesi con la fantasia, senza aver varcato mai la soglia di casa, questo a dimostrazioni che l’indole mediterranea è quella del varcare i confini, della conoscenza, di andare oltre la visione diretta della realtà quotidiana. Si potrebbe parlare per giorni del carattere degli italiani o dei portoghesi, anzi dei sardi e dei portoghesi. Abbiamo già individuato la cantante algherese Franca Masu che riprende un registro musicale che è molto simile al Fado portoghese contemporaneo, riprende anche il carattere forte delle donne come Amalia, mai dimenticata artista “nacional”. La musica e i testi delle sue canzoni riprendono l’abitudine alla mescolanza, quella tendenza contemporanea ad unire molti stili e culture. Questo è il carattere mediterraneo, come leggiamo in una sua intervista, "Amo la musica latina, anche se io mi sento, ancora più che italiana ed europea, profondamente mediterranea: i suoni del mediterraneo, le sue voci, il suo sentire sono ciò in cui mi riconosco di più”. Partiamo proprio da qui. In che modo conosci la cultura mediterranea: attraverso la musica, la letteratura, i viaggi, i sapori, gli amori? Sì, in realtà c’è un po’ tutto questo. L’amore per il Portogallo e per Lisbona derivano da una storia importante che ho vissuto, e che conserva in me sensazioni bellissime. La città portoghese mi ha ispirato la musica soprattutto, ma anche il benessere di passeggiare per strada ad Alfama, sentire il fado per ore ed ore, un posto magico per me. Anche tu provieni da un’isola mediterranea. I confini geografici ti hanno mai limitato nella tua professione, oppure anche l’isolamento e il silenzio ti hanno aiutato nella composizione dei testi delle musiche? Sicuramente per creare i testi e le musiche ho bisogno di isolamento, di concentrazione, di mollare il computer o il telefono. Per questo mi sono spostata a Berlino per scrivere il mio nuovo album. Una città dove non posso avere distrazioni, dove non conosco la lingua, dove sono completamente sola nel mio lavoro. E contemporaneamente posso approfittare di molti eventi, concerti e spettacoli di cui la città è ricca. A proposito del mescolamento di suoni e culture, ho provato a fare un esperimento sul sito lastfm, in cui ci si può programmare la propria radio personale. Si può decidere di ascoltare le tue canzoni e chiedere al sistema di lanciare la radio “Patrizia Laquidara”, il risultato è molto curioso. Insieme a te, la radio mi propone Cristina Donà, Fabrizio De Andrè, Sergio Endrigo, Battiato, Antonella Ruggiero, Fiorella Mannoia, Mario Venuti ma anche Jovanotti. Aggiungo io le influenza portoghesi di Amalia, Zeca Afonso, Madredeus e molte cose nell’uso della voce, di Maria João. Quali sono i confini tra la tua musica personale e quella di altri grandi artisti della scena mediterranea? Beh ci sono tanti artisti che ammiro, della tradizione italiana del passato ma anche artisti contemporanei come il gruppo Hotel Rif, mi piace moltissimo la collaborazione con Toni Canto. Purtroppo viviamo tutti un po’ lontani per poter lavorare bene insieme, mi piace molto partecipare a più progetti, vorrei farne molti di più!


Come ti sei trovata a cantare in Sardegna con Elena Ledda e il gruppo dei S'Ard? La possibilità di cantare insieme ad Elena Ledda, la voce della Sardegna, è stata una bell'incontro umano e professionale. L’equilibrio è un risultato da raggiungere molto complicato in un mondo che ti obbliga ad essere molte “persone” contemporaneamente. Da una parte, credo che sia più bello per un’artista non essere più etichettato in un genere musicale particolare, e quindi sentire quasi l’obbligo per tutta la vita di ripetere sempre le stesse canzoni. D’altro lato c’è un pericolo di non trovare più l’equilibrio tra la vita artistica (multiforme) e la vita privata. Qual’ per te il confine tra questi due aspetti nella tua esperienza? Non credo che le scelte artistiche influiscano così tanto nella sfera privata. Invece per quanto riguarda i miei diversi progetti, è vero che cambio molto spesso registro artistico e a volte il pubblico rimane spiazzato, ma è un istinto naturale. E’ normale per cercare nuovi suoni, nuove atmosfere: dal pop, alla musica etnica, alla musica tradizionale regionale italiana. Parlando di confini mediterranei, si potrebbe sottolineare quello linguistico. Il vero confine tra uno stato e l’altro è, a volte, solamente la lingua, che rappresenta però tutta la cultura di un popolo. A differenza della sponda sud del Mediterraneo dove esiste un arabo comune in tutti i Paesi della costa. Le canzoni vengono ascoltate e capite in più Paesi, così come per i giornali o i libri. Un bacino enorme di ascoltatori e lettori senza confini. La parte nord del Mediterraneo invece si differenzia non soltanto tra Stati ma anche all’interno degli stessi. L’unica eccezione in Europa è il Portogallo. Il portoghese è una lingua che si parla uguale in tutto il paese, non esistono dialetti, cancellati dal regime di Salazar. Come nasce il tuo amore per la lingua lusitana? Cosa ti piace di più della loro cultura in generale? Mi piacciono molte cose, tanto da essere in dubbio se andarci a vivere definitivamente dopo aver già vissuto a Lisbona tre anni. Certo c’è la passione per la lingua e di conseguenza della cultura lusitana, tanto da scrivere direttamente in portoghese, ma penso anche che io sono un’artista italiana, e mi sento di dover cantare la nostra lingua, con il nostro straordinario patrimonio culturale. Chiudiamo parlando dei libri. Cosa ti stuzzica di più, in quale poeta o scrittore ti senti a casa tua? Ti ricordi di qualche testo che ti abbia ispirato particolarmente della letteratura mediterranea? Mi sento sempre in imbarazzo quando devo parlare di scrittori a me cari. Ce ne sono tantissimi, e non mi dedico ad uno scrittore in particolare, mi piace leggere cose diverse contemporaneamente. Per questa trasferta a Berlino ho riempito una valigia di libri, da Quasimodo a Massimo Carlotto, scrittore con cui collaboro per la presentazione del suo libro “I cristiani di Allah”, e molta poesia: Silvia Plath e Pessoa, Montale.. Prossimi progetti artistici? È in preparazione il mio nuovo disco, ma è tutto ancora da definire. Mi sto isolando per poter creare qualcosa che mi soddisfi pienamente, posso dire che sarà diverso dai miei due dischi precedenti. Per maggiori info: http://www.patrizialaquidara.it


Intervista ad un musicista Trasversale di Gianmarco Murru Abbiamo intervistato Alessandro Olla, un'artista sardo che ama definire la sua musica "Trasversale", ossia che spazia in diverse discipline artistiche, le attraversa e le sconvolge. Leggendo la tua storia artistica ho visto che hai sempre voluto sperimentare diverse discipline. I limiti tra la musica, il teatro, la regia si annullano in un lavoro di sperimentazione continua. L’argomento di mediterranea di questo mese è “I confini”, un tema che sembra fatto apposta per essere superato. I confini nel campo delle arti sono molto labili, soprattutto oggi. Anzi il concetto generale di confine è, a mio parere, superato. La tendenza generale della società moderna è invece quella di recuperare qualche confine, che possa definire una cultura o un modello di vita possibile. Ci troviamo nella condizione di una “società liquida”, per riprendere la definizione di un sociologo francese. Una società in cui i confini non esistono, ci si ritrova immersi in un ambiente unico, in cui non ci sono limiti di definizione. Ci puoi raccontare come è iniziata, e come procede la tua esperienza lavorativa? È iniziata a Roma (dove ho vissuto 12 anni) a metà degli anni 80, iniziai a lavorare scrivendo musiche di scena per il teatro, la danza, realizzando laboratori musicali per attori e lavorando per la radio. Rapidamente l’esperienza si è allargata verso la musica per le immagini che mi ha portato a realizzare progetti di video art e per la televisione. Ho sempre collaborato con altri artisti che sperimentavano in altre discipline come la pittura, la video art, la poesia. Queste esperienze hanno amplificato l’esigenza ancora attuale di lavorare trasversalmente su vari fronti linguistici e di ricercare nelle implicazioni e sinestesie linguistiche. A metà degli anni 90 sono rientrato a Cagliari dove ho aperto una associazione culturale attualmente molto attiva che si occupa di produzione e ricerca in campo prevalentemente musicale. L’associazione (ticonzero) mi ha permesso di realizzare mie produzioni e di coinvolgere artisti di spicco internazionale. Attualmente sto organizzando un festival (giunto alla terza edizione) che si occupa di musica d’avanguardia e linguaggi collaterali. La tua passione per la musica elettronica ha qualche legame con la musica classica, o esiste un confine netto tra i due generi musicali? Ho iniziato a studiare musica elettronica dopo oltre 10 anni di studi classici al conservatorio; sentivo quindi il limite di possedere solo un linguaggio cristallizzato nella tradizione e invece avevo necessità di inventare, progettare, manipolare il materiale sonoro, e non di usare suoni preconfezionati. Diciamo quindi che la musica elettronica è stata una sorta di reazione ai miei studi classici. Uso spesso i suoni elettronici integrati a quelli acustici; lavoro sulla poetica del confine. Attualmente sto realizzando un progetto per pianoforte e live electronics dove il suono del piano è manipolato e reinventato in tempo reale. Il rapporto con le altre arti, come il teatro o la video arte, ha prodotto nuove strade o è una collaborazione occasionale?


Il rapporto della musica con le immagini ha avuto un ruolo centrale nella mia esperienza e ha stimolato nuove ricerche sinestetiche. L’ultima mia produzione “Sophien Strasse è gravitata intorno al rapporto tra musica immagine e danza. In questo spettacolo- performance le implicazioni tra movimento, suono e immagine vengono reinventate attraverso il mezzo informatico pilotato dalla danzatrice. Cosa sono per te i confini? Esistono i confini spazio temporali? Alcuni dicono che sono scomparsi anche quelli grazie ad internet, cosa ne pensi? I confini spazio temporali sono legati al nostro essere terreni, al nostro stare nel mondo con questo corpo che è un mezzo e un limite. Si può percepire il tempo e lo spazio con dimensioni mentali differenti. Internet aiuta a capire come lo spazio e il tempo siano sono delle idee. Internet può dare delle illusioni, può modificare l’approccio percettivo al tempo e allo spazio. Qual è il tuo rapporto con la Sardegna? Il vivere in un’isola ha favorito oppure ostacolato la tua esperienza di lavoro? Il rapporto con la Sardegna è conflittuale da una parte il mare ti protegge e ti consola dall’altra ti relega dentro un recinto dove vigono dinamiche autoreferenziali. Dopo 17 anni trascorsi nella penisola mi sono ritrovato quasi per caso a lavorare in Sardegna. Inizialmente la guardavo con occhi da turista e l’entusiasmo e la facilità di organizzare progetti, di vivere una buona qualità di vita, mi hanno fatto rimanere a Cagliari. Adesso cerco un equilibrio tra lo stare e il fuggire trascorrendo almeno 4 mesi all’anno fuori dall’Italia e viaggiando il più possibile per concerti. Quali sono, se ci sono, i confini culturali in cui ritieni di poterti collocare? I miei confini sono dettati dai miei interessi: mi occupo esclusivamente di ricerca e sperimentazione non solo in campo musicale e video ma anche in campo didattico. La mia ambizione è quella di allargare sempre più questi confini frequentando e interessandomi a mondi culturali extraoccidentali. Vedo il mio percorso come una scalata in montagna: man mano che sali gli orizzonti si allargano. Esiste una definizione della tua arte? È sempre difficile etichettare ma mi piacerebbe definirla “trasversale”. Quali influenze ricevi dal mondo artistico di altri Paesi del Mediterraneo? Negli ultimi anni ho frequentato molto la Spagna in particolare Barcellona dove ho delle collaborazioni con altri artisti ma non trovo una specificità mediterranea se non quella legata alla tradizione. Mi apro ad influenze con mondi culturali diversi anche se quelle da cui attingo maggiori stimoli sono le culture nord europee. Negli ultimi anni mi sono interessato molto alla musica araba e a quella centroafricana. Quali saranno gli sviluppi futuri della musica contemporanea, tenendo conto dello strumento fondamentale di internet? Penso che il futuro sarà dettato sempre più dallo sviluppo e dall’ utilizzo delle nuove tecnologie applicate all’arte. Internet già da tempo permette di realizzare progetti collettivi in differita e in tempo reale, ma la cosa più interessante è che si è allargata una comunità di musicisti sperimentatori che stanno in contatto tramite internet. Lo scambio dei materiali, delle idee, dei progetti stimola e accelera la ricerca di nuovi confini. Quale rapporto c’è tra internet e la tua arte? Utilizzo internet varie ore al giorno; per divulgare la mia musica, per stare in contatto con altri mondi culturali, per avere una panoramica delle tendenze artistiche e per comunicare con gli amici sparsi per il mondo. Info. http://www.ticonzero.org/


Libri Il confine...racconto a metà di Redazione Mediterranea Questo mese presentiamo un esperimento che spero possa avere un seguito anche in altri numeri o in una rubrica apposita. L’esperimento è quello di pubblicare l’incipit, l’inizio di un racconto dal titolo “Il confine”. Questo racconto ha bisogno di un seguito, cerca nuovi autori che si vogliano cimentare in un possibile svolgimento della storia. Prendiamo esempio da Italo Calvino e da tutti quelli che hanno un giorno immaginato diverse e infinite possibilità di scrittura.. "Era un pomeriggio di martedì. Nessuno in giro, caldo e polvere nell’unica strada che portava al mare. La macchina, trovata all’ultimo momento dal mio amico Sebastiano, andava alla velocità costante di ottanta all’ora. Il vento caldo entrava dai finestrini come vapore secco. Due sigarette accese, poche parole e di fronte un pezzo d’asfalto dritto. Ognuno seguiva la strada con lo sguardo, e con la mente un ricordo diverso. La strada principale era interrotta da un incrocio, perfettamente a metà dalla nostra meta. Divideva anche due generi di paesaggi: sulla sinistra era verde e rigoglioso; sulla destra, polvere e cespugli d’erba secca rotolavano lenti. Sembravano due mondi separati. A sinistra vedevo un’andatura sicura della vita, con uomini e macchine, lavoro organizzato, storie e realtà visibili, pacifiche nel loro quotidiano ottimismo. A destra, oltre “il confine” dell’incrocio, la visione opposta delle cose. La mancanza di iniziativa l’inerzia di fronte al passare delle cose, delle persone: apparentemente semplici spettatori di ciò che accadeva all’altra parte della strada. La prima impressione fu quella di considerare gli uomini e le donne che vivevano negli stazzi della parte destra, come disadattati come sconfitti dal mondo. Capaci di accettare qualsiasi evento, capaci di qualsiasi dolore. È strano, ma la seconda impressione confermò la prima. Il problema non erano loro ma il mio sguardo nei loro confronti. Di fronte alla diversità avevo perso la sicurezza dei limiti conosciuti. Avevo sempre sostenuto la necessità di dover oltrepassare i limiti del nostro piccolo mondo. Mi trovavo a smentire me stesso, mi spaventava l’idea di avere anche una minima somiglianza con loro. Ero convinto di poter apprendere e insegnare loro qualcosa senza dover condividerci nulla, come parlare attraverso un vetro: ognuno al suo posto. Eravamo in macchina da mezz’ora e non facevo che pensare alle mie considerazioni, e perché la gente cambia opinione e modi di pensare per poter essere sempre la stessa... “per poter cambiare l’esterno bisogna cambiare all’interno”. Questo pensiero arrivò come un fulmine, una certezza assoluta. Che delusione! Era tutto molto più semplice del previsto, bastava agire come facevo da piccolo, combattendo contro l’autorità in generale.


Ora bisognava combattere contro i propri pregiudizi, un’altra battaglia. Più difficile dell’altra e, una volta scoperta questa verità, il lavoro andava fatto per tutta la vita. Avevo concluso in dieci minuti che la mia vita sarebbe cambiata con questi ragionamenti. Le premesse della nuova consapevolezza erano di solitudine a abbandono, di aridità della terra e forse dell’anima. Ci fermammo sulla strada che portava in campagna alla nostra destra. C’era un bar che dava sui due lati dell’incrocio: da una parte la strada principale, dall’altra la campagna desolata. Anche idealmente il locale rappresentava la divisione tra questi due mondi." Per spedire il proprio finale di racconto scrivere alla redazione:redazione@mediterraneaonline.eu

Storie meridiane Quando la terra cura di Claudia Zedda E’ un viaggio, che ci condurrà in compagnia d Iolao, Herakles e deiTespiadi ad attraversare i feroci mari per giungere fin sulle rive della desolata Ichnusa. Come spesso accade, oltre a protagonisti e comparse, le navi in viaggio trasportano idee, usi, abitudini e costumi. E dallo scontro nacque incontro, che vide in Sardegna fiorire un metodo di cura, l’incubatio, similare a quello che dovette essere dei Greci in origine. Cura che prevedeva l’impiego della Terra e non è improbabile che da allora i Sardi abbiano dato all’elemento un’importanza di rilievo in quelle terapie che consentono la cura di quei mali causati da altro, rispetto a ciò che vediamo. Con l’incubatio si curarono le visiones, con s’imbrusciadura si curò lo spavento e la possessione da parte di quegli spiriti, che dovettero abbandonare la vita improvvisamente, e con s’imbrussinadura si potè curare quella creatura che si dice di fantasia, che tutte le notti inquietava i paesi con il suo muggire sordo, s’erkitu, o su boe muliache. Senza dimenticare che era dormendo a contatto con il suolo riparati nelle cumbessias, che i pellegrini stringevano un legame più intimo con la divinità. In comune, tutti questi rituali terapeutici possiedono la terra, perché vige l’idea sull’isola, che solo restituendo alla terra ciò che dalla stessa s’è raccolto, si possa guarire. Una disamina breve che racconta di legami antichi, che nacquero nel momento preciso in cui degli uomini s’imbarcarono, e si diressero verso un’altra terra, baciata dal medesimo mare. Il mediterraneo. La leggenda racconta che Iolao in compagnia di quarantuno tespiadi, su richiesta dello zio Herakles, prese il mare alla volta della Sardegna. Giunti presso le coste sarde il manipolo di guerrieri si dovette scontrare contro gli autoctoni. Le vittorie si susseguirono e permisero al gruppo di fondare alcune grandi città quali Olbia, che vennero adornate di grandi edifici alla maniera greca. A questo punto la


leggenda si fa duplice. Una racconta che Iolao morto di vecchiaia sull’isola prese ad essere adorato dagli abitanti stessi che fondarono in suo onore un tempio, altra storia invece racconta che l’eroe, conquistata la terra sarda, affrontò ancora il mare e nuove avventure, lasciando l’isola ai tespiadi, che si mescolarono alla gente del luogo, e si impegnarono con questi nella lotta contro i cartaginesi. Aristotele stesso ci racconterà di questi eroi, sottolineando come dopo la loro naturale morte, non vennero dalla stessa oltraggiati nel corpo, ma assunsero la parvenza di dormienti. E ancora racconta che non solo vennero fatti assurgere al ruolo di eroi ed antenati dalla genia sarda, ma che gli abitanti di Ichnusa si recassero presso le loro eterne dimore per curare mali quali l’ossessione, le visioni, o le possessioni d’anime maligne. Il rito era alquanto semplice da ciò che ci viene tramandato. Per cinque giorni i malati riposavano a contatto con la terra, dormendo, cosi come i loro eroi. Nel sonno e grazie al contatto con quella mitica terra che ospitava i tespiadi, il male sarebbe stato curato. Possiamo immaginare che lo stesso fosse assimilabile all’epilessia, e che con ogni probabilità le tombe di questi eroi possano essere oggi indicate nelle tombe dei giganti. Queste in effetti erano dotate nella parte frontale, che ricorda una mezza luna, o ancora le corna di un toro, di panchine che avrebbero avuto senso d’esistere solo nel caso in cui, anticamente qualcuno avesse avuto la necessità di riposarvi. Di dormirvi magari, per curare i propri mali, sotto la supervisione di chi, i rituali e la valenza degli antenati conosceva. Scarterei l’opzione d’un sacerdote e sarei più favorevole per una presenza femminea, vista la forte connotazione matriarcale della società sarda, sacerdotessa che avrebbe vegliato sul sonno dei malati, garantendone la durata per cinque giorni. Nella vicinanza della struttura veniva inoltre issato un obelisco che in Sardegna prese il nome di betile, il quale secondo diversi archeologi, simboleggiava gli spiriti degli antenati. Questi avrebbero vegliato sui defunti. Il rito è ricordato da Aristotele con il nome di incubatio, e questo stesso ha una insolita somiglianza con riti che pure in Grecia avevano luogo. Anche qui, a contatto con la terra, nel delicato momento del sonno, si poteva entrare in contatto e comunicazione con gli dei. Con uno nello specifico del quale ancora ricordiamo il nome, Amphiaraos. Il sonno in prossimità della casa del Dio, consentiva in una sola notte, ai suoi fedeli, di ricevere sogni veridici. Il principio che accomuna i due riti è in toto similare. Nello status di sonno l’anima del dormiente abbandona il proprio corpo, gli spiriti degli avi, o la mano degli dei in quella condizione, hanno la possibilità di curare i mali o di apportare sogni benefici. E’ filosofia e tradizione che i sardi hanno mantenuto strettamente nella propria cultura. Con ogni probabilità potremmo vedere, nell’uso in auge fino a non troppi decenni fa in Sardegna di festeggiare il santo dormendo nei pressi della chiesa eretta in suo onore, a contatto con la terra e ospitati dalle cumbessias, una sorta di prosecuzione del rito della incubatio. Ma la similitudine che vorrei porre in luce è la presenza sull’isola di un altro rito, che si avvale del contatto con la terra per la cura di mali che sono causati dalla possessione ad opera di anime dannate. Mi riferisco nello specifico alla imbrussinadura o imbrusciadura. Chi, in un determinato luogo aveva avuto la sfortuna di “raccogliere ombra”, per dirla in lingua “buddi umbra” doveva recarsi nello stesso preciso punto e rotolarsi a terra secondo movenze ritualmente previste. Normalmente si trattava di tre giri su se stesso. Il rito veniva ripetuto per tre volte e gli orari dovevano essere sempre differenti. In genere si trattava di praticare il rito una volta alla mattina presto, la seguente volta a mezzogiorno, ed infine la sera. Perche non si poteva essere certi dell’ora in cui l’anima dannata era stata incontrata. Ci si allontanava infine dal luogo senza mai voltarsi, a ricordare quasi un antico tabù, e ripromettendosi di non calcare più quel medesimo terreno. Il rito potrebbe essere giustificabile con la logica dell’inversione. Rotolandosi si invertirebbe la situazione che da negativa potrebbe divenire di nuovo positiva, o con la logica della restituzione del male alla terra, terra dalla quale il male si era raccolto, con l’aiuto magari d’antiche forze che avrebbero presieduto al rito, per garantirne il buon


successo. Che poi il medesimo rito dovesse essere praticato dal toro uomo, s’erkitu, per acquisire ancora una volta la sua parvenza umana.. bhè questa è un’altra storia..

Quei maledetti confini minati… di Tommaso Palmieri La regione libica orientale, la Cirenaica, in arabo si chiama “Barqa” e deriva dalla radice trilittera primaria costituita dai tre segni alfabetici ba’, ra’ e qaf che, legatisi, formano l’infinito del verbo che significa luccicare, brillare, splendere. Ma questa terra desertica e in parte montuosa teatro della leggendaria resistenza senussita guidata da Omar Al Mukhtar presenta ancora oggi, nella linea di confine con l’Egitto, il segno pesante di una guerra che si è combattuta tra eserciti europei per motivi di dominio estranei alle tradizioni, ai luoghi e ai modi di vita delle popolazioni della zona, che si sono trovate all’improvviso depredate, sfruttate, sottomesse con la forza e private delle loro risorse. Italianizzare e civilizzare la colonia, si diceva appunto negli anni della “riconquista” fascista nell’epoca della “mente” Badoglio e del “braccio” Graziani e per fare ciò si raggruppavano in maniera coatta i “civilizzanti” in campi di concentramento fatti costruire più a nord, nella Sirtica; per arrestare i rifornimenti alla guerriglia, il generale a capo dei suoi “arditissimi” fece costruire un reticolato di filo spinato lungo diversi chilometri che attraversava tutto il lungo confine libico egiziano, un malvagio isolamento che aggiungeva crudeltà ferrate alle arrugginite ed inventate frontiere d’Africa, decise a tavolino in funzione eurocentrica. La “regione lucente”, la “regione brillante”, la “regione splendente”…Di fuochi, di esplosioni, di morti e di feriti, mai risarciti. Durante la II guerra mondiale furono poi Germania, Francia e Gran Bretagna, oltre all’Italia naturalmente, a disseminare di mine detta linea di demarcazione. Un conflitto estenuante ed impegnativo, fatto di azioni di avanzamento e ripiegamento, di passaggio, scaricamento sotterraneo fugace e lampante, in attesa che il nemico cadesse nella trappola esplosiva. Rommel e Montgomery, troppo impegnati nella loro ottusa strategia di guerra e distruzione manco si accorgevano del territorio che andavano impregnando di presenti e future sciagure, una zona a loro congeniale solo in funzione del compito assegnatogli, mentre il luccichio dei carri armati procedeva inarrestabile avanti e indietro, nel disilluso presente dei pastori nomadi che avevano cercato di rioccupare quelle terre rialzandosi dalle ferite ancora aperte della dominazione italiana che stava per finire, almeno da un punto di vista governativo. Sono loro, donne e uomini del deserto che vivevano di sussistenza e nomadismo, in attesa del wadi tanto agognato, che si troveranno ancora una volta loro malgrado nel vortice della tragedia, da Tobruq e Bardiyah giù fino a Jaghbub e Kufrah, oppure da Sidi El Barrani a Siwah fino ad inoltrarsi nelle linee disegnate con geometrica precisione e che nella realtà quotidiana appaiono nelle dune e nelle distese infinite di sabbia sollevata dal caldo ghibli.


Nella storia essi sono ancora una volta relegati ai margini di una ben definita scala di avvenimenti secondari, ignare vittime della guerra oppure mutilati di braccia e gambe; il resoconto di queste nullità storiche, consuetudine dell’Africa contemporanea, la voce di questi abitanti, non ci è mai giunta e gli affanni per ottenere almeno un risarcimento sono ancora oggi materia di approfondimento perché non sappiamo se gli accordi recentemente stipulati contengano un riferimento alla bonifica di queste zone di frontiera. Già, oggi: si può facilmente pensare che oggi, nella “regione splendente”, emergano nuovi cadaveri, quelli di chi fugge dalla miseria e dalla disperazione affidandosi a trafficanti senza scrupoli o caduti nella rete delle autorità decise a fermare l’invasione con la costruzione di nuove forme di tortura, come ad esempio a Kufrah, oppure si può malignamente teorizzare che quei soldi donati anche per bonificare siano andati invece solo a finanziare i barbari strumenti che la storia coloniale ha consegnato ai nuovi insediati per reprimere il “diverso”. Fatto sta che buona parte di quelle stime realizzate in passato (tra i due ed i dodici milioni di mine in Libia, circa ventitre milioni in Egitto) potrebbero rappresentare ancora una valida mappatura dell’area e per questa gente che si dirige verso nord in cerca di un futuro migliore costituirebbe un’ulteriore minaccia, aggiungendo una nuova drammatica pagina nera nella storia di questa martoriata frontiera.

Storia del popolo Saharawi: prigionieri di confini imposti di Redazione Mediterranea La storia del popolo Saharawi ci porta indietro al medioevo nordafricano. L’origine delle tribù Saharawi si può ricondurre all’immigrazione degli arabi Maquil, provenienti dallo Yemen. Un lento processo di fusioni ha dato origine alle tribù di cui ancora oggi i Saharawi conservano la memoria e a cui fanno risalire la propria origine. L’arabizzazione, molto intensa in alcune tribù, ha lasciato una traccia profonda nella lingua hassaniya, comune a tutte, molto vicina all’arabo classico. La religione è l’Islam sunnita, come nella maggior parte del Maghreb. Questo popolo inizialmente nomade, attraversava i deserti e si fermava per brevi o lunghi periodi in territori liberi, o meglio, dove i confini non volevano dire nulla. Le tribù nomadi sono necessariamente sempre in movimento, e per loro i confini cambiano sempre. Non corrispondono come nel pensiero occidentale, e ancora più profondamente nella Filosofia occidentale, a dei limiti assoluti. Si potrebbe azzardare un paragone concettuale tra il nomadismo, con le esigenza materiali che porta, ma anche con le esigenze culturali che nel viaggiare trova la sua assoluta soddisfazione, e il nostro modello di pensiero. Ma questo sarà un argomento di un altro numero di mediterranea.


Il Sahara Occidentale è un territorio che misura circa 266000 Kmq, si affaccia sull’Atlantico per circa mille chilometri, confina con il Marocco a nord, l’Algeria e la Mauritania. Il Sahara occidentale è un territorio per lo più desertico, ma ricchissimo di risorse minerarie (soprattutto fosfati). Le coste sono pescosissime. (Da qui si capisce perché da più di 100 anni questo territorio fa gola a tanti). I suoi confini sono convenzionali, poiché seguono in parte l’andamento dei paralleli e dei meridiani, tracciati dalle diplomazie europee in seguito alle decisioni della Conferenza di Berlino del 1884/85. Dopo 15 anni da questa data, la Spagna si dichiara molto interessata al territorio, che intende occupare e sfruttare. Di fatto il Sahara occidentale diviene colonia spagnola solo con le convenzioni di Parigi del 1900 e 1904 e di Madrid del 1912. Nel 1934 l’amministrazione spagnola attribuì alla popolazione uno stato civile e un documento di identità con l’introduzione di un visto obbligatorio per la transumanza in territori francesi. Si consolida così nel tempo l’autoidentificazione della popolazione autoctona ed il sentimento dell’appartenenza territoriale al “Sahara spagnolo”, che termina con i confini al di là dei quali occorre il " visto". Un confine imposto, ovviamente. Nessun coinvolgimento delle popolazioni locali, nessuno studio sulla cultura di un popolo, nessun accordo, un imposizione dall’alto. Contemporaneamente inizia la formazione di una resistenza Saharawi contro lo sfruttamento e i soprusi coloniali. In Spagna in quel periodo si preparava la guerra civile: i franchisti si organizzavano per prendere il potere, partendo proprio dalle enclavi spagnole in Marocco. L’impero coloniale, la mentalità di dominio da parte della Spagna supera le divisioni politiche interne. La supremazia coloniale non si tocca! Le popolazioni del Sahara occidentale si ribellano a questo stato di fatto, e organizzano il primo movimento di liberazione. Il primo nucleo nazionalista si crea intorno al giornalista Mohamed Bassiri. Nel 1967 diventa un punto di riferimento di quello che prenderà il nome di Movimento di Liberazione del Sahara (MLS). Nel 1970, usciti dalla clandestinità, diventano oggetto di una durissima repressione con morti e centinaia di arresti tra cui lo stesso Bassiri, che sparirà nel nulla dopo un raid delle forze spagnole, di lui non si avranno più notizie. Nel maggio del 1973 un piccolo nucleo di nazionalisti Saharawi costituisce il Fronte Polisario (Fronte di Liberazione di Saguiat - Al - Hamra e Rio de Oro). Anche questo movimento subisce una violenta repressione, ma fortunatamente resiste fino ai giorni nostri. Dall’altra parte del mondo, nel 1960 1’Assemblea Generale dell’ONU riconosce il diritto dei popoli all’autodeterminazione. Un principio generale che mette in chiaro un concetto molto importante, si definiscono le condizioni per cui un popolo si dichiara tale. Tralasciamo le varie modifiche che la risoluzione ONU ha subito negli anni, ma la sostanza è che le nazioni unite decretano la libertà di autoderminazione del popolo Saharawi a governare sul proprio territorio. L’ ONU spinge nelle sedi diplomatiche affinché la Spagna rinunci alle pretese di colonizzazione della zona, e riesce ad ottenere la dichiarazione del governo spagnolo nell’agosto 1974, a voler indire un referendum sotto gli auspici delle Nazioni Unite, entro i primi sei mesi dell’anno successivo, e nell’autunno del 1974 procede al primo censimento della popolazione. Ma la reazione del re del Marocco Hassan II è di diverso avviso, in quanto, con all’annuncio del referendum vede vanificati i suoi disegni di estensione della sua sovranità anche sul Sahara. Il governo marocchino, per bloccare le iniziative di indipendenza del popolo Saharawi, organizza una marcia popolare di occupazione, a loro detta “pacifica” di 350.000 persone. Si tratta in realtà di una vera invasione nel territorio Saharawi con forze di polizia e militari. La Spagna nel mentre, in cambio di una sostanziosa buona uscita si ritira, cedendo i territori a Marocco e Mauritania. (Accordo di Madrid l975).


L’azione politica principale del fronte Polisario diventa la protezione della popolazione civile dagli attacchi dell’esercito marocchino. Migliaia di persone si danno alla fuga attraverso il deserto fino al confine algerino, dove, nei pressi di Tindouf, viene allestita una prima tendopoli di accoglienza. I bombardamenti dell’aviazione marocchina non cessano neanche di fronte alla fuga di migliaia di profughi che cercano la salvezza nei confini algerini. Inizia così una guerra che nel l976 porta il Fronte Polisario a proclamare comunque l’indipendenza e la nascita della Repubblica Araba Saharawi Democratica (RASD). In un altro confine caldo la Mauritania ratifica invece con il Fronte Polisario nel l979 un accordo di pace. Il Marocco, unico attaccante in quel momento, aumenta lo sforzo bellico per occupare tutto il territorio dell’ex Sahara Spagnolo. La resistenza si organizza e combatte, e nel 1980 il Polisario ha già recuperato una parte di territorio anche ai marocchini, ma Hassan II inizia la strategia dei muri di sabbia: 6 muri, costruiti in tempi successivi dal 1981 al 1986 si snodavano per un percorso di 2.500 km, dal sud del Marocco fino alla costa atlantica al confine della Mauritania racchiudendo circa 200.000 kmq. I muri sono di sabbia e pietrame, preceduti da campi di mine (molte delle quali sono italiane) e controllati da sistemi elettronici di sorveglianza e da punti di guardia armati a distanze regolari. Al riparo dai muri, i marocchini hanno colonizzato il Sahara occidentale come mai gli spagnoli avevano saputo fare. Nel 1988 la risoluzione ONU 621/88 istituisce la MINURSO (missione delle nazioni unite per il referendum del Sahara occidentale) e un piano di pace. Questa è la storia molto sintetica del Sahara occidentale, di quella zona del mondo che ancora oggi lancia un grido di dolore per trovare l’indipendenza. Si cercano firme per appelli internazionali, si chiede allo stesso governo spagnolo di fare qualcosa per questo popolo oggi. Sono molte le associazioni di volontari nel mondo che aiutano la lotta per la liberazione del popolo Saharawi. Le lotte di questo popolo affrontano ancora oggi violenza e repressioni contro le persone inermi. Pubblichiamo le foto del carcere di El Aaiun, un posto disumano dove vengono rinchiusi i dissidenti politici e i delinquenti comuni. Un trattamento che ricorda quello di tutti i clandestini del Mediterraneo, di tutti quelli che cercano la libertà, una vita migliore, un futuro possibile. Un futuro che per noi è un passato non troppo remoto, e sarebbe molto utile non dimenticarlo. Ci sono molte associazioni e gruppi politici che aiutano la causa del popolo Saharawi, molte persone nel mondo che credono alla causa che da quasi un secolo chiede giustizia per questa terra: http://www.saharaindependiente.org http://saharawi.tsnet.it/ http://www.saharawi.it/index1.htm http://www.saharawi.org/ http://www.saharawi.net/ http://www.todosconelsahara.com/


L’Unione per il Mediterraneo tra crescita e diseguaglianze. Di Paolo Sigura Dopo una lunga e travagliata gestazione, il progetto lanciato dal presidente francese Nicolas Sarkozy di avvicinare le due sponde del Mediterraneo in una unione economica e politica ha preso vita lo scorso luglio con la creazione dell’Unione per il Mediterraneo (Upm). La questione al centro del dibattito tra diplomatici ed uomini d’affari è se questo organismo riuscirà a superare le contraddizioni e i temi fonte di discordia che il processo di Barcellona è stato incapace di risolvere[1]. L’interesse dell’Unione Europea di associarsi alla riva sud del Mediterraneo è sempre stato molteplice: innanzitutto per la gestione dei flussi migratori, per tentare di diversificare il suo approvvigionamento di idrocarburi, per cercare di sviluppare i suoi mercati ed infine per cercare di stabilizzare le sue frontiere. L’UpM approvata a Parigi è ben diversa dal progetto avanzato originariamente da Sarkozy. Quella proposta riguardava solamente il Mediterraneo, ma ciò ha suscitato nell’Unione europea preoccupazioni circa la coesione comunitaria ed ha indotto la Germania a promuovere l’inglobamento dell’iniziativa francese nel processo di Barcellona, facendo in modo che al progetto potessero partecipare tutti i paesi dell’Unione Europea. Il vertice di Parigi del 13 luglio ha visto riuniti i capi di stato di 43 paesi delle due sponde del Mare Nostrum (i 27 dell'Ue, più Algeria, Egitto, Israele, Giordania, Libano, Marocco, Mauritania, Siria, Tunisia, Turchia, Autorità palestinese, Albania, Croazia, Bosnia-Erzegovina, Montenegro e Monaco), ad eccezione della sola Libia che ha preferito partecipare come semplice osservatore. L’Upm è un partenariato ‘basato su progetti concreti’, si legge nella dichiarazione finale, e tra quelli che saranno avviati, quando ci saranno i fondi nelle casse, due riguardano l’ambiente: ripulire il Mediterraneo entro il 2020, già previsto dal processo di Barcellona ma che si arenò per mancanza di fondi, e l’ambizioso progetto di ricoprire il deserto del Maghreb di pannelli solari. Inoltre verrà creata una protezione civile comune in grado di affrontare le emergenze, tra le quali i barconi degli immigrati clandestini, ed infine la realizzazione delle ‘autostrade del mare’, che dovrebbero assicurare un collegamento più efficiente tra i porti delle due sponde del Mediterraneo[2].


Sebbene l’iniziativa del presidente francese in larga parte sia stata accolta positivamente dagli stati della sponda sud, alcuni uomini d’affari, funzionari e leaders politici rimangono scettici sul modo in cui si possano realizzare questi obiettivi ed in particolare su chi debba finanziare questi programmi[3]. Nonostante le ventilate intenzioni di avvicinare i paesi delle due sponde molti analisti avanzano dubbi sulla reale capacità dell’Upm di fornire una risposta reale allo squilibrio economico esistente tra i diversi stati del Mediterraneo. Al contrario alcuni avanzano l’ipotesi che il piano francese sia un mezzo per facilitare le esportazioni europee di prodotti agricoli ed industriali verso paesi a bassa specializzazione commerciale ed industriale[4]. Uno dei limiti che ha causato il fallimento del Processo di Barcellona e delle sue politiche di libero scambio è stato l’incapacità di affrontare il nodo della disuguaglianza esistente tra le due sponde del Mediterraneo. Il gap economico esistente tra i paesi della sponda nord e quelli della sponda sud infatti è pari al doppio di quello esistente tra Stati Uniti e Messico ed è aumentato negli ultimi 13 anni, nonostante gli stanziamenti economici previsti dallo stesso processo[5]. Il fatto che, nonostante l’aumento degli stanziamenti e l’aumento delle risorse energetiche, in tali paesi non si sia assistito ad un miglioramento delle condizioni di vita, dell’istruzione ed a un riequilibrio delle disparità economiche, la dice lunga sulla validità delle politiche attuate dall’Europa nei riguardi del Mediterraneo in questi ultimi dieci anni. L’inefficacia delle politiche di libero scambio, della libera circolazione dei capitali (ma non degli esseri umani), della gestione rigorosa della finanza pubblica e l’ortodossia della gestione monetaria è esemplificata dalla crescente disuguaglianza e dal fatto che il PIL per abitante dei paesi della sponda sud è 12 volte inferiore a quello dei popoli del Nord[6]. Nell’area mediterranea i livelli di sviluppo relativi consentono di delineare due grandi aree geoeconomiche. Della prima fanno parte nazioni ad alto reddito, oggi appartenenti all’Unione Europea: Francia, Italia, Spagna, Grecia, Portogallo, che insieme a Malta e Cipro hanno livelli di reddito pro capite superiori al resto degli altri paesi del Mediterraneo. La seconda area include paesi che la Banca Mondiale classifica tra quelli a medio reddito: ci si riferisce cioè alle economie dei paesi del Medio Oriente, del Nord Africa e di quelle balcaniche. Israele costituisce un eccezione in quanto, pur non essendo un paese europeo, appartiene alle economie ad alto reddito. I valori del Pil pro capite ci segnalano l’enorme disparità di sviluppo esistente oggi tra i paesi mediterranei. In Egitto, Siria, Marocco e Tunisia, come mostrano le stime per il 2008 del Fondo Monetario Internazionale (figura 1), il Pil pro capite è addirittura inferiore al 10% di quello dell’ Italia. In Algeria e Libano è meno del 20% di quello italiano. Questi dati ci mostrano un aumento delle disuguaglianze tra i paesi delle due sponde del Mediterraneo rispetto al 2005, quando il Pil pro capite dell’Egitto era pari al 17% rispetto a quello italiano, quello della Siria al 37% e quello del Marocco al 16%. Tra i paesi della sponda sud in questi ultimi tre anni solamente la Libia, grazie alla fine dell’embargo e alle crescenti esportazioni di petrolio e gas, è riuscita in parte a colmare la disparità di ricchezza con i vicini della sponda nord (figura 2). Ne deriva una crescente disparità di crescita e di ricchezza che genera uno scostamento sempre più forte tra i paesi ricchi da una parte ( membri dell’UE più Israele) e quelli con reddito pro capite medio-basso dall’altra. Uno studio di Ecomed, un gruppo guidato dai direttori esecutivi di alcune compagnie come Orascom, Royal Air Maroc e Telefonica, afferma che una delle strade che permetterebbe di colmare il gap di ricchezza tra l’Europa e i suoi partners del Mediterraneo sarebbe quello di migliorare le competenze e le conoscenze delle giovani generazioni. Tra i limiti di questi paesi vi è infatti quello dell’enorme mancanza di competenze ad ogni livello, dovuta anche al fatto che solamente una delle migliori 500 università al mondo si trova in Nord Africa [7].


Proprio tentare di risolvere tali squilibri sarà il compito più arduo che l’Upm si troverà a dover affrontare, considerando il fatto che i paesi affacciati nella sponda sud del Mediterraneo nel 2025 toccheranno i 325 milioni di abitanti a fronte dei 200 milioni circa dei paesi del nord. L’esperienza di cooperazione euro-mediterranea degli ultimi quindici anni indica chiaramente che le modernizzazioni di facciata e le politiche neo-liberiste non fanno necessariamente da traino alla crescita delle economie del Sud e soprattutto non sopprimono le immense sacche di povertà, di disoccupazione e, in alcuni paesi, di analfabetismo.

[1] Il Processo di Barcellona, varato nel 1995 con l’obiettivo di creare un mercato di libero scambio, è stato fin dall’inizio lo strumento centrale delle relazioni euro-mediterranee, con un partenariato di 39 governi e oltre 750 milioni di cittadini. [2] Nasce l’Unione del Mediterraneo. Sarkozy: ‘Momento Storico’ in ‘Il Sole 24 Ore’ del 14 Luglio 2008. [3] Greatest challenge lies beyond southern shores di Heba Saleh in ‘Financial Times’, 10 July 2008. [4] Mediterraneo senza Unione, Zaki Laidi, in http://www.la voce.info. [5] Greatest challenge lies beyond southern shores di Heba Saleh in ‘Financial Times’, 10 July 2008. [6] Mediterraneo senza Unione, Zaki Laidi, in http://www.la voce.info. [7] Greatest challenge lies beyond southern shores di Heba Saleh in ‘Financial Times’, 10 July 2008.

La Sardegna raggiunge l'America di Sara Palmas

I confini, intesi in senso geografico, non hanno mai impensierito le civiltà storiche del bacino mediterraneo. Il mare infatti, da solco di confine, si trasformò ben presto in via preferenziale dei traffici mercantili consentendo scambi di prodotti di ogni tipo e creando un sostrato culturale comune alle civiltà mediterranee. Dopo la scoperta dell’America anche l’oceano divenne una via mercantile e grazie ai suoi traffici in Europa si diffusero prodotti come ad esempio la patata o il pomodoro che ben presto divennero presenze fisse sulle tavole. Da allora, grazie allo sviluppo dei mezzi di trasporto che hanno consentito di superare qualsiasi confine o barriera geografica, il mercato ha preso la via della globalizzazione ed oggi sulle nostre tavole arrivano


prodotti provenienti da ogni angolo del globo. Ma per consentire che un bene di importazione possa incontrare il favore dei nuovi paesi a cui è proposto non basta che li raggiunga fisicamente, occorre che sia accompagnato da un’azione di promozione e di presentazione. Questo è il caso ad esempio dell’enogastronomia di qualità: dietro ogni prodotto c’è un territorio, delle materie prime e un processo produttivo ben preciso. In una sola parola una “filosofia” che merita di essere spiegata e di accompagnare la commercializzazione in una sorta di apertura dei confini culturali. È questo il senso di un'importante iniziativa promossa dalla Camera di Commercio di Sassari, in collaborazione con il GRI (Gruppo Ristoratori Italiani), finalizzata alla promozione dell'enogastronomia sarda negli Stati Uniti. Il progetto si articola in due fasi di cui la prima, svoltasi durante la prima metà di ottobre, è stata finalizzata a fornire alle imprese selezionate un quadro esaustivo delle caratteristiche del mercato americano e alcune informazioni pratiche sulle procedure da seguire per l'introduzione dei propri prodotti nel paese. Non basta infatti decidere di provare ad esportare i propri prodotti oltre oceano, ma occorre conoscere le caratteristiche del mercato in cui ci si vuole inserire e le normative vigenti in tema di beni alimentari di importazione. La seconda fase dell'iniziativa, la cosiddetta missione economica, si realizzerà a New York, centro nevralgico del mercato statunitense che ha accolto fin dai primi del Novecento immigrati di ogni nazionalità tra cui tantissimi italiani, che qui hanno impiantato il seme della propria cultura e immancabilmente il gusto per la propria cucina. Il programma della missione, prevista tra il 19 e il 25 novembre, prevede incontri con un target specializzato costituito principalmente da operatori del settore, stampa ed istituzioni locali. Saranno inoltre organizzate degustazioni, visite presso i principali negozi gourmet di New York e serate in cui i grandi chef della metropoli si scateneranno utilizzando come ingredienti base delle loro ricette i prodotti sardi promossi. Occasioni preziose per far assaggiare le proprie specialità agli americani e allo stesso tempo per spiegare la loro storia ed il posto che occupano nella cultura e nelle tradizioni sarde. I contatti tra gli imprenditori sardi e gli operatori americani del settore saranno curati dal GRI, la più prestigiosa organizzazione di ristoratori italiani negli Stati Uniti. Al GRI fanno capo circa mille ristoranti italiani in quasi ogni stato americano e numerosi soci tra gli operatori del settore dell’importazione e distribuzione. L’obiettivo del GRI è appunto la promozione dell’autentica e raffinata cucina italiana attraverso una fitta rete di contatti che mette in comunicazione i ristoratori, la stampa americana, le scuole culinarie, gli importatori, i distributori e i consumatori in genere. Il GRI si configura dunque come partner ideale in questa avventura americana, lo dimostra l'importante selezione di esperti e raffinati cultori della cucina italiana realizzata per l'occasione. La missione economica, oltre agli incontri con gli operatori del settore, prevede un seminario a carattere più tecnico rispetto a quello svoltosi in Sardegna. Saranno coinvolti esperti locali che forniranno informazioni sul marketing e nozioni pratiche relative ad esempio alle normative dei prodotti agroalimentari e vitivinicoli destinati alla commercializzazione negli USA, oppure informazioni sulla registrazione delle etichette per i produttori di vino ed infine indicazioni sui canali di distribuzione. Luigi Chessa, responsabile dell'Enterprise Europe Network e dell'Area Internazionalizzazione per la Camera di Commercio di Sassari, si è detto molto soddisfatto per l'andamento del progetto.


Le aziende, principalmente del Nord Sardegna, hanno risposto bene all'iniziativa: saranno una quindicina quelle che partiranno alla volta di New York per presentare i propri prodotti. Nella Grande Mela si potranno dunque assaggiare vini, liquori e distillati sardi, ma anche formaggi, pasta e dolci tipici e perfino l'acqua delle sorgenti isolane. Luigi Chessa spiega che l'iniziativa, fortemente voluta dal segretario generale Giuliano Mannu e dall'intera Giunta Camerale, nasce dalla constatazione del grande interesse che il mercato nordamericano ha dimostrato verso i prodotti enogastronomici sardi. È infatti un settore, quello dell'enogastronomia di qualità, che non conosce crisi negli Stati Uniti, nonostante la situazione generale sul piano dei mercati mondiali. La Camera di Commercio di Sassari ha dunque deciso di dedicare un grande impegno alla buona riuscita del progetto al fine di fare da apripista e individuare nuove opportunità di mercato per gli imprenditori sardi.

I confini biologici del Mediterraneo di Ivano Steri I confini biologici del Mediterraneo: brevi cenni sul fenomeno della tropicalizzazione del Mare Nostrum. Da qualche anno a questa parte si sente sovente parlare del fenomeno della “tropicalizzazione del Mediterraneo”. Se ne parla su riviste specializzate, su Internet, in televisione, e a qualcuno potrà pure sembrare una formula arcana celante chissà quale segreto. Di cosa si tratta, dunque? Detto in soldoni, con il concetto di “tropicalizzazione” del Mediterraneo s’intende quel fenomeno per cui, a causa del riscaldamento globale, la temperatura del Mare Nostrum è aumentata al punto da raggiungere le temperature ben più calde dei mari dei Tropici, con la conseguenza della trasformazione della fauna e flora acquatica autoctona: difatti molte specie aliene si sono introdotte nell’accogliente Mediterraneo provenienti o dall’Atlantico (attraverso lo stretti di Gibilterra) o dal Mar Rosso (attraverso il Canale di Suez: le cosiddette specie lessepsiane, il cui nome deriva da quello dell'ingegnere francese Ferdinand-Marie de Lesseps responsabile dell’apertura del Canale di Suez). Per saperne di più, basta digitare su Google “tropicalizzazione del Mediterraneo” : si apre un universo di siti che trattano l’argomento. Sul sito del Centro di educazione e formazione ambientale si trovano notizie molto interessanti. Per esempio si scopre che sono addirittura 85 le specie che hanno invaso il Mediterraneo: fra queste, la Ricciola fasciata (pescate in migliaia di esemplari attorno alla Sicilia!), il Pesce Palla, il Barracuda del Mar Rosso. Inoltre pare stia crescendo la biomassa, ovvero la quantità di pesci per ogni singola specie. Per contro, molte specie endemiche si spostano verso i Mari del Nord. Un documento messo a disposizione dal sito www.scubadivingschool.it ci fa scoprire che uno studio condotto dall’Icram, l’Istituto Centrale per la ricerca scientifica e tecnologica applicata al mare, sostiene che la prima specie proveniente dal Mar Rosso sia stata trovata ad Haifa addirittura nel lontano 1902. Il problema grosso di questa invasione è che i pesci alieni sono in grado talvolta di soppiantare le specie “nostrane”, con ripercussioni estremamente negative sull’equilibrio biologico dei nostri mari. Secondo Roberto Nistri fotografo naturalista e biologo, a rappresentare un grosso problema sarebbero soprattutto alcune specie di alghe. La Caulerpa taxifolia prospera tranquillamente anche per la


mancanza di organismi in grado di nutrirsene; La Caulerpa racemosa sta sostituendo la Posidonia Oceanica che rappresenta una fonte di cibo e un rifugio per molti tipi di pesci. Una delle cause è da ricercare proprio nell’apertura del Canale di Suez e nella costruzione della diga di Awan, che hanno portato alla diminuzione della differenza di salinità fra il Mar Rosso e il Mar Mediterraneo permettendo così un ambientamento più comodo alla specie originari del primo (vedihttp://www.scienzeonline.org/ ambiente/tropicalizzazione_mediterraneo.htm). Le cause sono quindi da ricercarsi sempre e comunque nell’intervento dell’uomo? Secondo molti studiosi, sì: l’industrializzazione eccessiva, la pesca intensiva e scriteriata (che ha creato nicchie ecologiche, dei vuoti nei quali si sono accomodate le specie allogene), il turismo di massa, l’inquinamento ambientale. Ma ovviamente anche qui il dibattito è aperto e le voci contrastanti. Così come quando si parla di Riscaldamento Globale, anche qui esistono delle diatribe fra scienziati, fra”ambientalisti” e chi invece crede che le cause non siano da ricercare nel solo intervento dell’uomo. Per esempio, esistono due studiosi, Riccardo Cascioli e Antonio Gaspari, da anni si battono contro quelle che definiscono mistificazioni e falsi allarmismi degli ultras ambientalisti. Per saperne di più, si può visitare l’agenzia on-line creata da Cascioli, www.svipop.org. Per intanto, in attesa di sapere di chi dobbiamo fidarci, possiamo dire che non sappiamo quali sono alla gli effetti della tropicalizzazione del Mediterraneo e del riscaldamento delle sue acque. Certo è che, se tutti facessimo un passettino, anche solo uno, senza fondamentalismi eccessivi, in direzione ambientalista, seguendo un principio di buon senso e di precauzione, probabilmente anche il nostro meraviglioso mare potrebbe giovarsene.

I confini del Mediterraneo  

Mediterranea è una rivista mensile che si occupa di cultura mediterranea. Si occupa di raccontare attraverso gli occhi dei nostri redattori...

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