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Arcidiocesi di Taranto Parrocchia San Carlo Borromeo - San Marzano di San Giuseppe Centro Ricerche Studi e Catalogazione dei Beni Culturali di Puglia

VINCENZA MUSARDO TALÒ

San Carlo Borromeo: la santità nel sociale

IV Centenario della Canonizzazione (1610-2010) TALMUS ARTE


Arcidiocesi di Taranto Parrocchia “San Carlo Borromeo” - San Marzano di San Giuseppe Centro Ricerche Studi e Catalogazione dei Beni Culturali di Puglia

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VINCENZA MUSARDO TALÒ

San Carlo Borromeo: la santità nel sociale Appunti storici e iconografici

Figli, il Signore vi conceda di abbondare nello Spirito, di produrre frutti dello Spirito: carità, gioia, pace, pazienza, benignità, longanimità, mansuetudine, fede, modestia, continenza, castità. Vivendo nello Spirito, possiate camminare nello Spirito. Possiate essere colmati,per suo dono, di grazie qui sulla terra e di gloria in cielo. (C. Borromeo, Omelia II Dom. di Pentecoste, 12 giugno 1583)

1610 - 2010 IV Centenario della Canonizzazione di San Carlo Borromeo


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Vincenza Musardo Talò

In copertina: GIUSEPPE BARBIERI, Preghiera di San Carlo Borromeo per S. Marzano, tecnica mista su carta telata, cm 30x40.

In quarta di copertina: S. Carlo Borromeo, canivet su pergamena leggera di produzione francese; prima metà ‘700, mm 85x120 (coll. C. Frison)

Il presente volume viene dato alle stampe, per nome e per conto della Parrocchia “San Carlo Borromeo”, a ricordo del IV Centenario della Canonizzazione di Carlo Borromeo (1610-2010), santo titolare della Chiesa Matrice di S. Marzano di S. Giuseppe, Arcidiocesi di Taranto. Stampato nel mese di Ottobre del 2010 a Manduria, TIEMME Industria Grafica. Cura editoriale: Giuseppe Talò, Centro Studi Talmus-Art, S. Marzano di S. G. © 2010 - Proprietà artistico-letteraria: Centro Studi Talmus-Art, S. Marzano di S. G.


San Carlo Borromeo: la santità nel sociale

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Sommario

Presentazione Premessa Accostarsi a un modello di santità moderna

Parte Prima San Marzano per S. Carlo Borromeo Spiritualità e magistero di S. Carlo Borromeo, riformatore del clero e restauratore sociale Una storia antica: Carlo Borromeo, feudatario del principato di Oria e prime forme di culto in Terra d’Otranto Carlo Borromeo, santo titolare della Matrice di S. Marzano I tempi e i luoghi di S. Carlo Borromeo Nota bibliografica

Parte Seconda S. Carlo Borromeo nella devozione dei santini Prefazione Dai quadroni del Duomo al minuscolo santino devozionale, dall’iconografia aulica all’agiografia carolina Catalogo


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Vincenza Musardo Talò

SAN

CARLO COMUNICA GLI APPESTATI – Siderografia francese

con cornice traforata a merletto, ed. Dopter, Parigi, sec. XIX prima metà; mm70x110 (coll. C. Frison)

L’Autrice ringrazia quanti, a vario titolo, hanno contribuito alla realizzazione dell’opera, in particolare: S.E. Mons. Benigno Luigi Papa, Arcivescovo Metropolita di Taranto, don Cosimo Rodia, parroco della Chiesa matrice di S. Marzano, Amministrazione Provinciale di Taranto (Presidenza del Consiglio), Amministrazione Comunale di S. Marzano, Banca di Credito Cooperativo di S. Marzano, don Franco Venneri, Giuseppe Talò, Carluccio Frison, don Francesco Castelli, Gennaro Colacicco, l’Accademia del Santino di Trepuzzi, Gregorio Talò, Paola Galanzi, Mariolina Alfonzetti, Giuseppe Barbieri, Giorgio Martucci, Monastero delle Benedettine di Manduria, Monastero delle Clarisse di Grottaglie, Elio Dimitri.


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Presentazione

Saluto con vivo compiacimento la pubblicazione del lavoro della prof. Vincenza Musardo Talò, San Carlo Borromeo: la santità nel sociale, edito in occasione del quarto centenario della canonizzazione del santo vescovo milanese. La comunità di San Marzano, che ha in San Carlo il titolare della Parrocchia, è lieta per questa iniziativa culturale. Essa consente ai fedeli cristiani di conoscere in una maniera più approfondita un santo che va annoverato tra le personalità più illustri della Controriforma e che ha inciso profondamente nell’opera di rinnovamento spirituale e culturale della vita della Chiesa. Ma non è soltanto la Chiesa o i cattolici a dovere gratitudine al Cardinale Borromeo. Il titolo del volume, parlando di santità nel sociale, evoca un aspetto dell’impegno del santo di Arona e grande Arcivescovo di Milano che fa riferimento a una molteplicità di iniziative sociali a favore dei poveri, e opere di misericordia realizzate con rara munificenza, di cui tutti hanno beneficiato. Carlo Borromeo è stato un uomo che ha saputo unire nella sua vita preghiere, ministero sacerdotale e promozione della società civile. La comunità di San Marzano, insieme ad altre comunità pugliesi, deve alla generosità della famiglia Borromeo l’origine dell’istituzione della Parrocchia, intorno alla quale si è sviluppata tutta la vita cristiana della stessa comunità. Mi auguro che la migliore conoscenza di San Carlo Borromeo induca i fedeli di San Marzano a sentirsi più seriamente coinvolti in un cammino di santificazione che trovi nella vita sociale gli sbocchi operativi dell’adesione al Vangelo. Saluto e benedico tutti di cuore. g BENIGNO LUIGI PAPA Arcivescovo Taranto, 4 ottobre 2010 Festa di San Francesco d’Assisi, Patrono d’Italia


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Vincenza Musardo Talò

Premessa

Ho accolto fin da subito il lavoro della prof. Musardo Talò, che narra in maniera agile e accessibile la vicenda storica del santo titolare della nostra Comunità parrocchiale, San Carlo Borromeo. Un lavoro che ben si armonizza con il clima di devozione e riconoscenza per San Carlo, che tutto il popolo sammarzanese nutre soprattutto in questo anno in cui ricorre il quarto centenario della sua canonizzazione. Certamente sarà un testo utile a tutto il popolo e gli appassionati di storia che vorranno conoscere meglio questa grande figura di santità, che nel XVI secolo ha messo a disposizione di tutti, soprattutto dei più poveri e ammalati, il suo carisma di vero pastore, a immagine di Gesù Cristo, Egli, vivendo in un periodo movimentato della storia della Chiesa, che vedeva nascere la confessione protestante ad opera di Martin Lutero, fece da contrappeso alle ambiguità di un certo tipo di Chiesa, di cui lo stesso Lutero si faceva accusatore. La passione per l’Eucaristia e per l’uomo fanno di San Carlo un autentico pastore, attento anche all’ultima delle pecore del gregge di Dio che gli erano affidate. Fu uomo che durante la peste di Milano del 1576 non esitò a sporcarsi le mani, per medicare anche le ferite più infette, facendosi prossimo ai sofferenti e amministrando loro i sacramenti. Abbiamo un san Carlo immerso nel popolo, dunque, ma anche un san Carlo che nel Concilio di Trento si impegna, in prima linea, nel dirigere tutte le pratiche burocratiche, occupandosi in particolar modo “del carteggio delle procedure seguite,delle misure prese per la libertà del Concilio e per la salvezza delle decisioni”(cfr. G.BORGONOVO, Profilo storico di san Carlo Borromeo tratteggiato al popolo cristiano, Varese 1937, p.29). Un santo impegnato, da un lato, a formare per la prima volta in maniera sistematica i giovani desiderosi di intraprendere la strada del presbiterato, dall’altra, un santo che, come l’apostolo Paolo, viaggiava instancabilmente per le parrocchie dell’Arcidiocesi di Milano, predicando, consolando, rimproverando, testimoniando quella Parola che viveva in prima persona. Questo attento lavoro della Musardo Talò ci pare pregevole anche per essere un volume in cui si accostano, in piena completezza di ricerca,


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due studi sul Borromeo, uno fondamentalmente di taglio storico e l’altro iconografico. La parte storica mostra, innanzitutto, come una figura vissuta nel XVI secolo possa essere un modello vivo di santità per noi, uomini di oggi; segue la trattazione del magistero e della spiritualità tipica di san Carlo, che mette in evidenza il suo carisma, la sua popolarità e soprattutto quello che fece per la Chiesa universale. In due successivi passaggi della ricerca, poi, l’Autrice studia e analizza la relazione stretta che san Carlo ha avuto con i nostri territori, con una particolare attenzione al principato di Oria, di cui il Santo fu feudatario e del perché e quando in S. Marzano nacque il culto carolino, presente anche in altri centri dell’antica Terra d’Otranto. Ancora, per una maggiore conoscenza della figura storica, si presentano i tempi e i luoghi toccati dal Borromeo. La seconda parte di questo volume è per noi straordinaria, perché presenta il nostro Santo titolare attraverso una serie di preziosi santini, che vanno dal Seicento al Novecento. Queste piccole immagini devozionali sono la testimonianza della subitanea diffusione del culto borromaico, ma sono anche espressione dell’arte popolare, tesa a esprimere il bisogno di vicinanza con il trascendente, attraverso il patrocinio di questo Santo. Per tutto questo, ringrazio di cuore la prof. Musardo Talò, apprezzando l’impegno e la passione con cui da sempre ella si occupa della memoria storica e delle tradizioni di un popolo come quello di San Marzano, e in special modo per la cura con cui ha condotto la ricerca per la stesura di questo prezioso volume; prezioso per noi, prezioso per i posteri che vorranno conoscere la figura del nostro Santo benefattore e protettore, che tanto ha fatto per la nostra Terra e la Comunità parrocchiale. Sac. COSIMO RODIA Parroco S. Marzano di S.G., 29 settembre 2010 – Festa dei Santi Arcangeli, Michele, Gabriele, Raffaele.


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Vincenza Musardo Talò

Accostarsi a un modello di santità moderna1

Roma, lunedì 1 novembre 1610, festa di Ognissanti. Proveniente dalla regione lombarda e da ogni dove della Penisola e delle nazioni cristiane, una folla straripante di devoti del cardinale Carlo Borromeo, grandissimo e umilissimo, riempie Piazza San Pietro, allietata dai colori di bandiere e stendardi e da un insistente e festoso vocio, inneggiante le virtù di un santo, che rifulse come la voce più autorevole della Chiesa postridentina. Non a caso, l’esempio di santa vita e l’esemplare magistero del vescovo di Milano, contornati da una nutrita ghirlanda taumaturgica di cui ben prestò egli si adornò, avevano convinto la rigida Commissione cardinalizia a iscriverlo nella lista dei santi, dopo la beatificazione del 1604. Per la prima volta, in questa piazza - ricca della voce dei secoli e di simboli carismatici per l’ecumene cattolico – quel giorno, si celebrava il rito di canonizzazione di un santo tra i fasti barocchi della nuova Basilica vaticana. L’interno mancava ancora del monumentale baldacchino del Bernini e di altre fascinose e preziose espressioni d’arte, che legittimeranno la Roma papale quale capitale culturale del Seicento italiano. Tuttavia, è attestato che, per la canonizzazione del Borromeo, arcivescovo di Milano (alter Ambrosius), principe della Chiesa e soprattutto protagonista di primo ordine tra i riformatori delle istituzioni ecclesiastiche postridentine, Paolo V (1605-1621) aveva incaricato un perito architetto romano, Gerolamo Rainaldi, di eseguire i disegni per gli ornamenti interni ed esterni di S. Pietro, da mostrarsi per 1

Il presente lavoro è dedicato alla bontà e alla benevolenza del Popolo parrocchiale di San Marzano, perché si accosti alla conoscenza della vita e delle virtù di S. Carlo Borromeo, nel cui solco fecondo si indirizzò la minuta Comunità albanese dei nostri Padri, negli anni difficili e dolorosi del passaggio dal rito greco a quello latino. L’esposizione, volutamente, esula dal rigore scientifico e dagli ambiti alti della ricerca, perché tutti possiamo cogliere il senso e la fortuna di essere sotto la paterna e potente protezione di un Santo, la cui opera si pose alle radici del nuovo Cattolicesimo, nato dopo la ferita inferta alla Chiesa dal fiore malefico del protestantesimo.


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la fausta celebrazione e la cui realizzazione, almeno alla vista, destò grande meraviglia in quanti furono presenti alle celebrazioni. Intanto, dopo il 22 settembre 1610, giorno del fatidico annuncio del pontefice, circa la data di canonizzazione del Borromeo, stabilita per il primo di novembre, a Milano e nelle terre della diocesi carolina, si respiravano un incontenibile entusiasmo e un’esultanza indicibile. Il popolo diocesano, le confraternite, i conventi e i monasteri, le istituzioni civili ed ecclesiastiche, tutti, universalmente, preparavano i solenni festeggiamenti per lo straordinario evento. Ogni chiesa, ogni luogo di culto e di civile aggregazione si adornarono di altari, cappelle, statue e opere che effigiavano il loro arcivescovo. Per l'occasione, auspice il cardinale-cugino, Federigo Borromeo, vengono esposti nel Duomo ventiquattro monumentali tele a tempera, con i miracoli carolini, eseguiti dal Cerano, Giulio Cesare Procaccini e altri artisti del tempo. Un evento trascinante, non usuale nella storia della Chiesa, che usciva dalla sua stagione più tormentata, il Cinquecento protestante. Oggi, a quattro secoli di distanza, a testimonianza di una fedele riconoscenza e di filiale devozione, il popolo di Dio è parimenti impegnato a celebrare la figura e l’opera di questo Santo, autentico apostolo della restaurazione cattolica, pastore dinamico e instancabile, per il quale possiamo ancora dire che il suo magistero spirituale ben si attaglia ai tempi nostri: egli è stato “il puro in un mondo corrotto, il rinnovatore in una società che stentava a riformarsi, il rettore energico e operoso della Chiesa, esempio e modello per il clero tutto”. Col suo magistero, egli offre ancora una lezione di santità, centrata sulla visione di una Chiesa, intesa come realtà presente, perennemente attiva sotto la guida dello Spirito, ma anche sul senso della sua storia e del suo scopo, che è quello di una redenzione universale che si avvererà nel tempo. Come una icona luminosa della carità e della solidarietà, come uomo di Dio che seppe tenere alte le ragioni della fede e della speranza, ancora, dopo quasi cinque secoli, egli mantiene viva l’immagine di grande evangelizzatore, mentre la sua influenza sulla devozione popolare si attesta nel numero straordinario di chiese e parrocchie a lui dedicate e sparse sull’ecumene. Il pensiero culturale e l’eredità spirituale di San Carlo Borromeo, oggi, corrono ancora tra i banchi dei seminari, nelle pieghe delle curie e delle parrocchie e ovunque è vivo il suo esempio di gran camminatore, di un pellegrino di Cristo, di un apostolo coraggioso, di un caparbio


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predicatore (predicava ovunque), di evangelizzatore-montanaro, che con la sua mula saliva e scendeva dai tanti borghi – fatti quasi sempre di un solo grappolo di case – ma preziosi al suo cuore di vescovo-sacerdote, preoccupato per l’anima e anche il corpo degli abitanti, perché la vita terrena, il vivere feriale non allontanano dalla fede, ma si fanno testimonianza dell’impegno cristiano nel sociale. Per tutto questo, la venerabile Parrocchia di San Marzano, che lo volle suo titolare proprio ai tempi della canonizzazione, oggi lo celebra come esempio provvidenziale di una santità sempre moderna, a cui attingere per risollevarsi dalla desolazione dello spirito, in cui versano la cultura e la civiltà del vivere presente. San Marzano, 12 settembre 2010 VINCENZA MUSARDO TALÒ Presidente del Centro Ricerche Studi e Catalogazione dei Beni Culturali di Puglia


Parte Prima San Marzano per San Carlo Borromeo


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o S. CARLO BORROMEO – Siderografia francese su canivet meccanico, ed. Bouasse-Lebel, Parigi, 1855 ca., mm 65x105 (coll. C. Frison)

 S. CAROLUS BORROMEUS CARD. Incisione tedesca su carta pesante, Norinberga, sec. XIX, prima metà, mm 90x140 (coll. C. Frison)


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Spiritualità e magistero di S. Carlo Borromeo, riformatore del clero e restauratore sociale

HUMILITAS. Una parola, un motto, un teorema che connotano la personalità spirituale e l’operato del Borromeo, negli anni del suo difficile ma provvidenziale presulato a Milano. Humilitas non è un termine scelto dal cardinale ambrosiano per la sua araldica o il suo sigillo diocesano, ma era già presente nel complesso dei simboli, che componevano lo stemma storico della casata dei conti Borromeo2. Salito alla cattedra di Sant’Ambrogio, nel 1565, di quel composito stemma di famiglia, san Carlo ritagliò per sé solo la parte di sezione superiore, che riportava l’emblematico sostantivo, voluto dai suoi antenati, ma per lui carico di suggestivi richiami a una generosa missione, a cui si votò integralmente, una volta giunto a Milano, dopo aver lasciato a Roma i fasti e la munificenza della corte pontificia. Il lungo servizio reso alla Chiesa, il patrimonio spirituale delle sue virtù, l’abnegazione totale verso il prossimo, l’apostolato massivo, fatto di una convivenza ravvicinata, anche con gli appestati e i malati, lo stile francescano della sua esistenza, trascorsa nell’esercizio perenne di penitenze nascoste, privazioni e umiliazioni note solo a Dio e, ancora, la protezione offerta agli umili e la sublime vocazione alla carità spirituale e materiale, tutto questo lo rese quanto mai degno di quel motto virtuoso, di cui volle adornarsi, ovvero HUMILITAS. Pur tuttavia, mai, un simile emblema lo piegò ad atteggiamenti tiepidi o di sottomissione verso chi ostacolava il farsi del suo magistero vescovile; quest’uomo è di ferro, diceva di lui l’amico san Filippo Neri. La sua fu l’esperienza nuova, rivoluzionaria, tutta moderna, di un pastore attivo sul campo, fuori dalle stanze dorate dei suoi appartamenti; una condizione 2

Lo stemma storico dei Borromeo è diviso in due sezioni oblunghe: da una parte è adorno di fasce diagonali ondulate, dall'altra, vi è l’incontro di tre fasce verdi in campo rosso, sormontate da una banda trasversale d'argento. Nel seguito, i diversi esponenti della famiglia vi si aggiunsero, a seconda dei rami, numerosi altri simboli, come l'unicorno, il cammello, il biscione, il ramo di cedro, i tre cerchi e il celebre motto - in caratteri gotici e sormontato da corona - Humilitas


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inusitata per quei tempi, in cui la residenza diocesana di un vescovo aveva le parvenze della tipica corte rinascimentale, con sfarzi e lussi che mal si attagliavano con le idee di un Borromeo, il quale si impose da subito, di fronte a tutta la Chiesa, quale modello del gregge e modello dei pastori, avendo a supporto una granitica fedeltà conciliare e una metodologia pastorale straordinariamente nuova ed efficace per quel secolo.

Araldica di san Carlo Borromeo vescovo

Eppure ebbe l’anima di un asceta, di un mistico; ma non visse nel timbro dell’ascetica medievale. Lo spirito più autentico della devotio moderna abitava in lui, perché non era solito esprimere fuori quelle sue movenze interiori, che accorciavano le distanze tra Dio e la sua anima. Erano soprattutto la contemplazione del Crocifisso e la meditazione dei misteri della Passione, in specie la notte, a levarlo ai vertici altissimi e sublimi di una spiritualità tutta intima, direi “privata”, fino all’estasi, la vera scienza dei santi. Nel pubblico esercizio della sua missione, non mostrava quei dolci abbandoni dell’anima, ma si presentava a tutti col fare severo e pronto di chi sa esprimere potere decisionale e imporre le virtù del buon governo, frutto di quel lungo servigio reso alla corte pontificia e di una solida cultura personale, maturata e affinatasi con gli anni. In tal senso, la personalità culturale e spirituale del santo milanese si era sostanziata, nel tempo, di una vasta e rigorosa erudizione sacra e profana, attraverso uno studio intenso e costante. La sua biblioteca personale era quanto mai ricca di testi multidisciplinari; il Giussano attesta che il vescovo Borromeo studiava almeno sei ore prima della Messa e usava la penna e i libri durante i pasti o quando era solo. Dotto in ogni aspetto della teologia e della filosofia, conosceva, senza incertezza alcuna, le Sacre Scritture (possedeva diciannove edizioni della Bibbia, in lingua ebraica, latina e greca), le opere della Patristica, gli scritti dei filosofi della Chiesa, che citava agilmente sia nelle sue quotidiane omelie, sia nel tenere corsi di dottrina teologica al clero e ai seminaristi o nel suo fitto


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carteggio con uomini della Chiesa e del secolo. Non di rado, mostrava la padronanza del principe del foro nel diritto canonico, di cui si servì ampiamente per difendere i diritti della Chiesa e dirimere le tante controversie, nate col potere civile e con alcune istituzioni ecclesiastiche della sua diocesi, riottose al governo del loro vescovo. Nel solco fecondo di questa consolidata formazione culturale, la sua impronta spirituale e pastorale rimase impressa soprattutto nelle fondazioni del seminario elvetico di Milano, del collegio universitario di Brera e dell’Almo Collegio di Pavia, oltre che nei suoi programmi di formazione del clero, canalizzati nei tanti seminari minori, di cui fu promotore e mecenate. I seminari, infatti, erano una priorità assoluta nel pensiero legislativo del Borromeo. Strumenti di risanamento della chiesa, erano stati espressamente invocati dal Concilio di Trento e il cardinale milanese ne impose l’erezione nelle diverse diocesi suffraganee, li dotò con grande generosità e li rese fertili e operativi nel più vasto progetto riformista. In tal senso, la sua notorietà come l’anti-Lutero, da subito varcò i confini diocesani; ovunque era nominato come l’attore principe, come la solida colonna della nuova Chiesa. Egli fece della sua diocesi la trincea, la cittadella contro il protestantesimo d’oltralpe e la sua pastorale diocesana fu modello vivente per tutti i vescovi e i parroci cattolici, già a partire dall’immediato postridentino. E così, Milano divenne la capitale morale di un cattolicesimo nuovo. Da qui partono i severi e rigidi teoremi della moralizzazione del clero, della inflessibile lotta contro il luteranesimo, la corruzione e l’ignoranza del clero; a tutti gli uomini consacrati, San Carlo offrì il dono dell’esempio di una vita casta e virtuosa, spesa con prudenza e fortezza in un contorno di fervore apostolico, che lo legittimava come il missionario autentico della Chiesa dell’età moderna. Nel ventennio del suo vescovado, il Borromeo sostanziò la sua pastorale con uno straordinario e diplomatico pragmatismo, volto a fare da barriera anche contro il dilagare delle eresie e di pratiche pagane nel popolo della sua diocesi. Capillare e massiccia fu, dunque, l’azione di alfabetizzare i laici secondo il nuovo Catechismo tridentino, di cui egli stesso, dalla Curia romana, era stato ispiratore presso i padri conciliari. In tal senso, la missione di restauratore del sociale divenne l’altro nucleo fondante della sua azione di riforma, che poneva Cristo al centro della società e della vita di ognuno. Per educare e risanare la spiritualità del


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popolo, bisognava però tutelare in primis la famiglia, intesa come una piccola Chiesa, come il luogo in cui si coltivano i valori e gli ideali del Vangelo. Non fu facile. Di indole e costumi spartani, ben presto la sua austera figura di vescovo si scontrò con una Milano gaudente e crapulona, malata di lassismo morale, festaiola oltre ogni dire, lontana dalla pratica sacramentale e dalle funzioni liturgiche. Ma egli era anche un grande conoscitore dell’animo umano e un esperto comunicatore; quindi, con fare da maestro, sia pure severo, attaccò il degrado dei costumi sociali e con metodi non di rado intransigenti, parlò e predicò ai padri e alle madri, il cui esempio di cristiani giusti e virtuosi sarebbe valso, presso i figli, più di ogni altra scuola. Istruì i parroci sull’uso di un’azione pastorale, tesa a porre un concreto rimedio all’ignoranza religiosa del popolo, confuso o perso in quella cultura sincretica, in cui era poco intelligibile il limes tra religione e credenze magiche, tra devozioni cultuali canoniche e superstizione o eresia. Per correggere un simile scenario, il Borromeo valorizzò i tradizionali rituali segnici della fede popolare, rinnovando, così come raccomandavano i decreti tridentini, le antiche pratiche devozionali, le processioni e i pellegrinaggi, le feste santorali, la devozione mariana, non trascurando l’educazione al canto polifonico e alla musica sacra. Istituì ovunque la pratica delle Quarantore, l’adorazione perpetua dell’Eucarestia e i riti del Venerdì Santo; incrementò i luoghi dello spirito con la costruzione di chiese, oratori e cappelle; si preoccupò di porvi sacre reliquie, legate alla storia religiosa del territorio, e adornò pareti e nicchie con suggestive opere pittoriche e artistiche statue; nelle terre delle valli, per suo decreto, sorsero ovunque santuari rurali, edicole votive e colonne con al sommo la croce monumentale. Un universo di segni e di opere del trascendente connotò, così, i paesaggi urbani e rurali dell’intera sua diocesi, la cui potenza comunicativa sull’umile popolo di Dio era veicolata dalle scuole domenicali, nelle quali lo stesso arcivescovo-parroco predicava e catechizzava costantemente, assicurando ovunque la sua benefica e autorevole presenza fisica. Nel valutare i risultati, tutti i suoi biografi concordano che il suo fu un apostolato attivo, straordinariamente dinamico, proprio del lavoratore instancabile nella vigna del Signore, sorretto da una forza prodigiosa di organizzatore.


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 Foglietto di calendario “ Venerdì 4 novembre”, distribuito a Roma dalla rivista religiosa “Vera Roma”, inizio sec. XX, mm. 145 x 100 (coll. C. Frison)

San Carlo fu anche il fondatore di istituzioni, capaci di fare da protesi alla sua riforma sociale, quali i sodalizi confraternali, i monti di pietà, gli ospedali e gli ospizi, scuole per laici, dove si apprendeva un mestiere, istituti di carità, educandati femminili, orfanatrofi, case di recupero per donne pentite e uomini usciti dalle galere. Di giorno non lo si trovava mai negli uffici della Curia, occupato com’era a “ispezionare” i tanti luoghi del vivere sociale; spesso faceva ritorno a casa a sera tardi o di notte, come nel tempo della peste. Oggi, di questo intenso ufficio di carità e di pastore zelante, rimane il suo celebre Libretto de i ricordi, al popolo della Città et Diocesi di Milano. Scritto qualche anno dopo l’epidemia di peste, questo libello è come una lunga e affettuosa lettera ai suoi figli, una sorta di eredità spirituale ai milanesi, nobili e plebei, laici e religiosi. In queste pagine, vi è la palpabile testimonianza di quel suo essere stato protagonista diretto dei bisogni spirituali del suo popolo nei giorni del dolore e della sofferenza. Tra le righe, si percepisce quel suo muoversi disinvolto nelle tante facce del sociale, col piglio di un padre affettuoso ma anche deciso, autorevole


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e non di rado autoritario, quel suo essere vissuto con le opere - e non con editti e decreti - a servizio degli umili e dei sofferenti, non curandosi della porpora cardinalizia (ecco un segno forte della sua humilitas), emblema di un principe della Chiesa. Scritto in facile volgare, il Libretto è da ritenersi il suo lavoro più moderno fra i tanti che la sua penna ha consegnato alla posterità, abilmente posizionato sui due binari (la teoria e la prassi) dell’educazione socio-religiosa del popolo di Dio. Gran parte del contenuto è proprio di un teorico del welfare state, cioè di un accorto legislatore dello stato sociale, sia pure lumeggiato, qua e là, di quella carica di paterna benevolenza, dote unica di un pastore che è convissuto col suo popolo, che ha sofferto, lottato e sperato insieme al suo popolo. A questi suoi figli, egli indirizza, in spirito di carità e di sapienza, i principi di una dottrina sociale, di una pedagogia che esce dalla Chiesa, per insegnare a ognuno di loro a coniugare i doveri del vivere civile con quelli del cristiano consapevole dei doni dello Spirito. E allora, il santo cardinale tuona contro la piaga malefica dell’usura, contro l’ingorda cupidigia e l’avarizia; bolla lo sfruttamento delle donne, il degrado dei costumi morali e la mancanza di amore verso il prossimo, sferza la pigrizia e l’aridità spirituale. E, a tutti, indica la strada nuova di una vita ordinaria, feriale, da improntare ai principi evangelici, attraverso l’affinamento della pietà interiore e attraverso la preghiera, l’arma che rende potente l’uomo cristiano dinanzi alla misericordia di Dio. La grande famiglia diocesana avrà grazie e benefici, se farà della Chiesa la sua àncora e il suo porto sicuro; perciò ognuno, raccomanda il Borromeo, viva secondo carità e discrezione, moralità sobria e austera, pietà ed esercizi di orazione, pazienza e docilità; eserciti il distacco nell’uso delle cose del mondo, sia vigile contro le vanità, metta in pratica la carità e le opere di misericordia spirituali e corporali, la conversione sincera del cuore, poiché l’occhio di Dio vigila sempre sulla storia dell’uomo. Tutti sappiano che “nessuna cosa viene senza sua volontà, et tutto per cavarne bene”. Il carisma di un simile magistero (che pure non fu immune da un certo rigorismo, ampiamente giustificato dagli eventi e dalla cultura del tempo) gli derivò dal convincimento di un cristianesimo militante, da una visione cristocentrica da trasferire nel sociale, dall’intuizione, propria di un santo, del dover educare il suo popolo a un Umanesimo nuovo, in cui il valore e la dignità della vita terrena trovassero compimento nell’adesione


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integrale ai principi del Vangelo e agli insegnamenti della Chiesa di Roma, riaffermati e legittimati dal più laborioso e sofferente concilio ecumenico della storia cristiana. Nel terzo centenario della canonizzazione, il 26 maggio 1910, papa Pio X - nell'enciclica Editae Saepe - celebrò la memoria, l'opera apostolica e dottrinale di san Carlo Borromeo, riprendendo proprio i tanti principi di questa sua robusta pedagogia, i cui precetti varcarono i limiti di quella seconda metà del Cinquecento, per divenire patrimonio dell’educazione del cristiano di ogni tempo. Una pedagogia, quella di San Carlo, che la voce dei secoli rimanda come sempre nuova e con valenze universali, che parlano anche agli uomini di buona volontà di questo terzo Millennio, pur nella pluralità delle culture altre, che affannano – con un vivace e a volte discutibile dibattito etico – soprattutto la vecchia Europa, le cui solide radici cristiane hanno generato uomini come san Carlo Borromeo. Uomini che oggi formano l’esercito dei santi, uomini mandati da Dio, dei prescelti, per raddrizzare il timone della Storia e rendere fertile l’opera della Chiesa universale.


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Vincenza Musardo Talò

Cartolina commemorativa dei 450 anni della nascita di s. Carlo Borromeo, emessa a Milano, il 4.XI.1988 (coll. Gi. Talò)

 S. CARLO CONTEMPLA IL CROCIFISSO – Francavilla F. (BR), Chiesa matrice. Olio su tela, sec. XVIII, seconda metà (foto G. Martucci)

 S. CARLO IN GLORIA – Francavilla F. (BR), Chiesa matrice. Olio su tela, probabile fine sec. XVIII (foto G. Martucci)


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Una storia antica: S. Carlo Borromeo, feudatario del principato di Oria e prime forme di culto in Terra d’Otranto

Il marchesato di Oria dell’antica Provincia di Terra d’Otranto, nel 1560 pervenne nelle mani dei conti Borromeo, allora dimoranti nelle terre del Milanese. Il re di Spagna, Filippo II – favorendo la politica nepotista di Pio IV, zio materno di Federico e del cardinale Carlo – lo elevò a grado di principato e lo assegnò a Federico, il primogenito; ma, questi morì prematuramente nel novembre del 1563. La giovane moglie, Virginia della Rovere, figlia del duca di Urbino, non gli aveva dato un erede e così, per legale successione, il re spagnolo, con privilegio del 21 agosto del 1563, lo confermò a Carlo, secondo in linea di successione. Ma l’arcivescovo Borromeo non scese mai in Puglia3, nonostante abbia avuto con questa Terra stretti e solidali rapporti, sia di natura economica, che attraverso carteggi epistolari con vescovi e uomini della Chiesa dell’intera regione. Ad accreditare tale assunto, oltre alle carte d’archivio milanesi, di Napoli e di Francavilla, vi è la nota biografia del Giussano (1610)4, in cui è dato leggere che, nel 1562, morto Federico, capitano di Santa Romana Chiesa e primogenito di casa Borromeo, “il potentissimo Filippo II, re cattolico di Spagna”, in segno della sua stima e ammirazione, non solo volle offrire a Carlo una pensione di novemila scudi sull’arcivescovado di Toledo, ma lo rese intestatario della signoria dell’esteso principato di Oria. Tale possedimento era comprensivo anche di altri due ricchi feudi: Casalnuovo-Manduria e Francavilla Fontana; l’insieme di simili beni 3

Gianbattista Pacichelli,, nel 1690, fu a Francavilla Fontana. Dopo aver visitato l’antico Palazzo orsiniano, abitato in quel tempo dagli Imperiali, nel suo diario di viaggio, Memorie e Novelle e Viaggi, parte II, Napoli 1700, riferiva che Carlo Borromeo, venuto a visitare le terre del suo Principato, si era fermato in quella dimora per alcuni giorni. L’autore attesta che, entrato nel Castello, egli giunse alla “scala scoverta nel cortile, dove ascesi alla scala ed al Quarto, che si chiama di S. Carlo. Qui dicono ch’è gli abitasse per pochi giorni, e si serban delle sue vesti venute da Milano e diverse firme e di pugno di Memoriali”. 4 GIUSSANO G.P., Vita di S. Carlo Borromeo Prete Cardinale del titolo di Santa Prassede Arcivescovo di Milano, Roma 1610 (v. anche l’edizione anastatica in due volumi, con tavole in b/n f.t. del 1937, a cura di C. Romanò, Varese 1937)


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patrimoniali avrebbero fruttato all’allora cardinale di Santa Prassede, come rendita annua, quasi diecimila ducati. Fin dal 1560, tesoriere e unico amministratore del principato oritano era stato Ortensio Pagano, che - dopo l’investitura al Borromeo, nuovo feudatario - subito si recò a Roma per informare il cardinale circa lo stato di fatto del principato di Oria. Per alcune controversie presso la corte di Napoli, Carlo Borromeo entrò in solido nel legale possesso del principato, solo il 21 aprile del 1565, con rogito del notaio Antonio Minioti di Lecce.

Araldica della nobile casata dei conti Borromeo

Dal settembre 1565, egli è a Milano a reggere la diocesi e, per la regolare amministrazione patrimoniale, invia a Oria, in sua vece, alcuni familiari (che presero dimora a Manduria) e il fidato Nicola Daneo, quindi, l’accorto procuratore Geronimo Maggiolino, che si stabilì nel fastoso castello federiciano della vicina Francavilla e vi stette sino al 1568. e con il quale tenne stretti contatti epistolari, consigliandolo e inviando provvedimenti, decreti e privilegi per i sudditi. Tra l’altro, si preoccupò dell’educazione e della formazione del clero e si impegnò, con il vescovo Giovanni Carlo Bovio (1564-1570), metropolita di Brindisi, a erigere un seminario nella città di Oria (a lui intitolato), in ottemperanza ai nuovi dettami del concilio di Trento (1545-1563)5. 5

Alcuni di questi documenti e notizie afferenti il governo del cardinale Borromeo sul Principato di Oria, sono riportati da autori come P. PALUMBO, Storia di Francavilla città in Terra d’Otranto, voll.2, Fasano 1994 (r.a. della II edizione, Lecce 1901), pp. I, pp.98-102; P. COCO, Francavilla Fontana nella luce della storia, Lecce 1941, pp. 86-88


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Il governo del Borromeo sul principato di Oria ebbe termine nel giugno1569, quando egli, per volontaria rinuncia, lo cede alla Corona napoletana per quarantamila ducati, poi distribuiti in un solo giorno, ai poveri di Milano, come attestano le biografie storiche e la celebre tela di G.B. Crespi, che si conserva nel duomo di Milano. Dopo la sua canonizzazione (1610), nel principato si diffonde un culto strepitoso: Oria e Francavilla lo vollero come patrono e come compatrono la città di Casalnuovo; gli furono intitolati altari, chiese e cappelle, il monastero di S. Chiara di Francavilla e il seminario vescovile di Oria; valenti artisti lo effigiarono in vario modo e si commissionarono, presso le botteghe napoletane e leccesi, busti e statue in cartapesta, mentre, alcune sue reliquie vennero inviate da Milano, alle tre comunità del principato dal cardinale-cugino, Federico Borromeo. A Casalnuovo6, sul finire del ‘600, la sua statua fu issata, insieme a quella dell’Immacolata e di S. Gregorio Magno, sul monumentale arco di Porta Sant’Angelo. Ma in tutta la Puglia e in specie in Terra d’Otranto, la devozione e il culto a S. Carlo si irradiarono in maniera straordinaria. Si edificarono chiese, cappelle e altari a lui dedicati in numerosi centri dell’area ionicosalentina, mentre il suo dies natalis (4 novembre) veniva festeggiato con cerimonie solenni, precedute da tridui e novene. Tanto è dato osservare a Oria, Francavilla Fontana, Brindisi, Torre S. Susanna, Lecce, Alezio, Campi Salentina, Cavallino, Gallipoli, Monteroni, Novoli, Poggiardo, S. Pietro in Lama, Squinzano, Surbo, Trepuzzi, Tricase, Vernole e Acquarica del Capo. In quest’ultima cittadina, il Borromeo è venerato come patrono principale fin dalla prima metà del sec. XVII, a seguito della prodigiosa guarigione del suo feudatario, il barone Fabrizio Guarino, attestata anche nel verbale di S. Visita del 1711, di mons. Tommaso de Rossi, vescovo di Ugento. Anche nel Tarantino, non mancano esempi di devozione al santo cardinale ambrosiano, specie nei centri di San Marzano e Manduria e nella città di Taranto, in cui venne istituito uno dei primi seminari dell’Occidente postridentino, poi intitolato al Borromeo. Nella diocesi e 193-202; C. MARCORA, San Carlo e il Salento, “Brundisium Res”, VII (1975), pp. 145-202; E. DIMITRI, S. Carlo Borromeo e Manduria. Un compatrono quasi dimenticato, “Storia” I (2006-2007), n.7, pp. 12-14. 6 E. DIMITRI, San Carlo Borromeo e Manduria. Un compatrono quasi dimenticato, “Storia” I (2007), n. 7, pp. 12-14.


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tarantina, invece, all’indomani dell’assise tridentina, almeno due furono gli arcivescovi che ebbero a modello di pastore cattolico e a guida del loro agire il pensiero riformista del Borromeo, i cardinali Marc’Antonio Colonna (1560-1568) e l’austriaco Girolamo di Corrigio (1569-1573). E’ dato sapere, infatti, dai documenti conservati negli archivi della Biblioteca Ambrosiana7, che già al tempo in cui il Borromeo esercitava la carica di segretario di Stato sotto Pio IV, era in corso un carteggio tra lui e i due cardinali, che si infittisce tra gli anni 1566 e il 1569. In particolare, il Colonna, che aveva preso parte ai lavori del concilio a Trento nel 1562, era legato da solida amicizia al vescovo milanese e da questi, direttamente da Milano, sarebbe stato sollecito ad alcune riforme nella Chiesa di Taranto. Nel Concistoro del 12 marzo 1565, Pio IV lo insignì del titolo di cardinale, “col favore del severo Carlo Borromeo nipote di quel pontefice”8. E non a caso, sarà proprio l’arc. Colonna a portare a Taranto i primi venti benefici della restaurazione cattolica, attraverso il Concilio provinciale del 15689, i cui decreti faranno da battistrada ai suoi successori, insieme alla fondazione del Seminario, inaugurato il primo giugno 1568, ma il cui progetto era partito nel 1561, quando egli si preoccupa di acquistare un fabbrico, di proprietà dei Muscettola, feudatari di Leporano e adiacente l’Episcopio. Tanto, perché la formazione e il rinnovamento del clero furono due dei nuclei fondanti dei nuovi teoremi della Riforma e un simile bisogno era stato avvertito dal Colonna, ancor prima della chiusura dei lavori di Trento. A partire dal presulato di mons Lelio Brancaccio (1574-1599), legislatore riformista molto vicino al pensiero e l’opera del vescovo milanese, il Seminario diocesano di Taranto (poi intitolato a S. Carlo Borromeo) divenne il più rinomato di Terra d’Otranto, uno dei primi in tutto il regno di Napoli. La sua scuola valse d’esempio per il farsi di una Chiesa nuova, informata ai dettami e alla legislazione della Riforma, che invocavano una pedagogia e una dottrina, indirizzate a un severo e rigido disciplinamento del clero, secolare e religioso, per il quale, lo stesso

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R. IURLARO, Corrispondenze di vescovi pugliesi per san Carlo Borromeo all’Ambrosiana e relazioni del 1565 sulla diocesi di Castro, “Sallentum” XI (1988), nn.1-2, pp.53-61. 8 F. UGHELLI, Italia sacra, IX, Roma 1644, p. 199 9 V. DE MARCO, Il Concilio provinciale di Taranto del 1568, “Archivio Storico Pugliese” XXXVIII (1985), pp. 121-142.


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Borromeo, in vita e nei suoi scritti, spese le energie di gran parte del suo luminoso magistero. Ma, ai primordi del sec. XVII, sarà soprattutto il casale albanese di San Marzano, una volta abbracciato il rito latino, a invocarlo come suo primo patrono, a venerarlo come fulgido esempio di santità e a mettere la propria Parrocchia sotto la sua speciale protezione, rimanendo per quattro secoli nel cuore dei suoi devoti.

Parrocchia S. C. Borromeo: santino celebrativo del 25° di sacerdozio del parroco emerito Don Franco Venneri (04-10-1986)


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S. Marzano, Chiesa matrice: avvio della processione di S. Giuseppe (foto Gr.Talò)


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Carlo Borromeo, santo titolare della Matrice di S. Marzano

Perché la comunità italo-albanese di S. Marzano10 ha voluto offrire – nell’immediato indomani della sua canonizzazione - la dedicatio della sua nuova Chiesa matrice di rito latino a san Carlo Borromeo, a un santo così lontano dalle dolorose vicende, che i figli dei primi esuli avevano affrontato fin dal 1578, con la visita pastorale di Lelio Brancaccio, e il cui epilogo fu il 1622, con la soppressione del natio rito greco, in ottemperanza ai decreti degli arcivescovi di Taranto? Per gli esuli levantini, tutti cattolici fedeli alla Chiesa di Roma, la liturgia more graeco, così come si celebrava nella originaria chiesa di Santa Venera Parasceva, da quasi un secolo (cioè dal 1530, quando la comunità

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Dal 1530 al 1622, ossia dall’arrivo della colonia albanese a S. Marzano sino alla soppressione del rito greco per mano degli arcivescovi di Taranto, la comunità locale professò la propria religione nella povera parrocchia, edificata secondo il modello delle chiese orientali. Questa andava sotto il titolo di Santa Venera Parasceva vergine, presente nel calendario di Costantinopoli. La chiesa era “coverta a lamia, distinta con due archi, senza iconostasi” e l’altare maggiore era situato su tre gradini; le pareti erano affrescate con icone di santi orientali e in una nicchia laterale era custodito il “Sacro Crisma”. Così è descritta nel verbale di S. Visita dell’arcivescovo di Taranto, mons. Lelio Brancaccio, che il 4 maggio del 1578 venne a S. Marzano per la visita pastorale. Era parroco della comunità albanese il papas Demetrio Cabascia, che a soli vent’anni era stato ordinato reggente della parrocchia. Egli seguiva la liturgia orientale e somministrava i sacramenti secondo quel rituale. Celebrava la messa tutte le domeniche e nei giorni festivi stabiliti; benediceva l’acqua battesimale la vigilia dell’Epifania e l’olio per i catecumeni per l’estrema unzione quando gli occorreva. I parrocchiani erano assidui nelle pratiche religiose, vivevano conformi al rito della madrepatria e offrivano alla chiesa il frumento per l’Eucarestia, l’olio per la lampada al SS.mo e le elemosine per la cera e il decoro di quel luogo sacro. Qui, le fanciulle si sposavano con lo scambio delle corone e non degli anelli; tutti, anche i bambini e gli anziani, osservavano il digiuno nella lunga Quaresima, che vietava l’uso della carne, dei latticini e dell’olio sino al Sabato Santo e mai si denunciarono comportamenti fuorvianti dagli insegnamenti della loro religione. Dopo i perentori decreti dei vescovi di Taranto a tutte le parrocchie di rito greco del Tarantino, e per quel lento processo di latinizzazione che investì tutti i casali dell’Albania Tarantina tra la fine del XVI secolo e l’inizio del Seicento, anche a San Marzano tramontò il rito greco (cfr. V. MUSARDO TALÒ, Tracce storiche su San Marzano di San Giuseppe, Taranto 1987, pp. 77-87).


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riparò a S. Marzano), rappresentava il segno più prezioso della propria identità etnica e un solido legame con la madrepatria lontana, l’Albania. Emanato nel 1622, dall’arcivescovo Antonio d’Aquino, il decreto ufficiale di soppressione del rito greco, da subito divenne operativo nelle dodici parrocchie dei casali albanesi del Tarantino, e quindi anche in quella di S. Marzano. Per amor di verità, tuttavia, non va taciuto che, a partire dai primi anni del Seicento, la lenta agonia del rito orientale in tutta l’Albania tarantina era una realtà; a S. Marzano (come a Faggiano o Carosino), venendo a mancare il papas, per officiare secondo il rito dei padri, già nel 1617, è attestata la presenza di un parroco di rito latino le stesse autorità civili avevano inoltrato richiesta all’ordinario tarantino, l’arciv. Bonifacio Caetani, di concedere l’ordinazione sacerdotale a un chierico del luogo, certo Donato Caloiro, essendo insufficiente la presenza del solo parroco nella cura delle anime11. Tanto, dunque, porta a credere che fosse già in atto il processo di latinizzazione della chiesa locale. Si era, allora, in piena atmosfera postridentina. Non meravigli, perciò, la scelta dei parrocchiani di San Marzano, una volta passati al rito latino, di mettersi sotto la protezione di S. Carlo Borromeo, il cui esempio di santità riformista, il suo zelo di pastore e la modernità della sua icona di uomo di Dio dedito alla salute delle anime, erano già noti anche in queste contrade, per l’evento recente della canonizzazione e non solo. Vi è, infatti, una memoria popolare che collega la richiesta di protezione a questo santo al fatto risaputo che il 11

V. MUSARDO TALÒ, San Marzano di S. Giuseppe. Un’isola culturale in Terra di Puglia, Lecce 1997, pp. 68-70.


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Borromeo signore del principato di Oria, feudo limitrofo a S. Marzano dopo aver venduto i beni oritani - in spirito di carità, aveva elargito gran parte del ricavato al casale di S. Marzano. Questo dato, però, non è legittimato da alcuna fonte storica, anzi è pienamente contraddetto dai diversi biografi del Borromeo, che dicono come il santo cardinale, una volta rientrato nella somma ricavata dalla vendita del principato di Oria, quarantamila ducati, la distribuisse in un solo giorno ai poveri di Milano. Vero è, invece, che per il tramite dei suoi procuratori presenti a Oria e Francavilla, San Carlo avesse concesso generosi benefici su alcune sue terre ai contadini del Principato e, pare, anche a quelli sammarzanesi, le cui terre cadevano nel feudo oritano. A questi, fu consentito, senza particolari aggravi fiscali, di disboscare e mettere a coltura ampi appezzamenti della Foresta e piantare chiuse di olivi e alberi da frutto, seminare grano e orzo, raccogliere legna e pascolare nella selva, i cui confini erano limitrofi alle terre dell’incolto e povero neocasale albanese. Tra l’altro, il primo barone di S. Marzano, il capitano Demetrio Capuzzimati aveva dimorato in Oria, prima di acquistare dalla regia corte napoletana l’antico feudo di S. Marzano, unito poi al feudo Rizzo, avuto in enfiteusi perpetua dalla Mensa arcivescovile di Taranto, il 27 luglio del 1530. All’indomani della canonizzazione del Borromeo (1610), la comunità parrocchiale, già rassegnata dell’agonia del rito greco - memore della generosa carità del Santo e trascinata dall’eco del culto e della devozione, straordinariamente diffusi a Oria e Francavilla - si legò al culto borromaico. Dunque, sarebbero di origine popolare le più antiche attestazioni di devozione a Carlo Borromeo, il primo Santo della Riforma cattolica, a cui seguì la volontà di dedicatio della Parrocchia. Invece, negli atti della Curia diocesana e nei verbali di Santa Visita, fino ai primordi del sec. XIX, giuridicamente la Chiesa matrice ha mantenuto la denominazione di parrocchia Sanctus Martialis, determinata dal presule tarantino al momento della sua consacrazione. San Marziale, però, era un santo estraneo alla aurorale catechizzazione al rito latino della laboriosa comunità arbëreshë, la quale - con spirito unanime – si affidò alla protezione di San Carlo, percepito come un santo più vicino, come il santo della carità e della provvidenza. Ad attestare quanto sopra, già nel 1630, ad appena vent’anni dalla canonizzazione del cardinale milanese, in un documento dell’Archivio di Stato di Napoli si legge dell’esistenza della Chiesa matrice di San


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Marzano dedicata a S. Carlo Borromeo, segno evidente che il passaggio dall’antico rito dei padri a quello latino si era concluso da tempo. Per la storia di San Marzano, si tratta della prima certificazione in tal senso. Il prezioso documento descrive l’Apprezzo dei beni del feudo di San Marzano, eseguito il 3 dicembre del 1630 dal tavolario napoletano, Salvatore Pinto, il quale trascriveva in maniera puntuale, che: “… E’ nel mezzo del Casal predetto la madre Chiesa sotto il titolo di San Carlo Borromeo, portata con buon disegno et ad una nave covert’a tetti; è in essa il fonte battesimale, e campana di comoda grandezza; nel suo altare maggiore si assiste di continuo il SSmo Sagramento, et a diverso di esso altare è Cappella sfondata con cona di comoda grandezza e buona pittura con l’immagine di S. Carlo Borromeo; et all’incontro di essa Cappella ne è un’altra simile con icona del SSmo Rosario di buona pittura e grande. E’ detta Chiesa comoda d’apparati, e conforme il luogo secondo il rito di S.a Chiesa, con sfera per esporre il SS.mo Sagramento, et altro. Viene essa Chiesa officiata dall’Arciprete et un Clerico, vivendo d’alcuna poca provisione che li vien data dalla detta Università et alcun poco di suo ”12. In quell’anno, il paese era abitato da cinquantatre fuochi (famiglie), poco più di duecentocinquanta anime. Nessuna menzione della primigenia parrocchia greca, intitolata a S. Venera Parasceva, che doveva essere stata in parte o del tutto abbattuta. La stessa facies architettonica della nuova parrocchia è tipica degli edifici sacri di rito latino; infatti, l’edificio di culto si presentava con pianta a croce latina, a navata unica e con due cappelle laterali. Interessante la notazione circa l’esistenza di un altare, dedicato a S. Carlo Borromeo e ornato di un dipinto che effigia il santo milanese. Si testimonia anche una tela di certa grandezza e di dichiarato valore artistico, sicuramente commissionata di recente, ma di cui si tace sulla firma e la provenienza. Nei superstiti verbali di santa Visita degli arcivescovi tarantini del Seicento, Tommaso Caracciolo (1637-1663), Tommaso Sarria (1665-1682) e Francesco Pignatelli (1683-1703), non vi sono riferimenti a questo corredo artistico della Parrocchia. 12

F. OCCHINEGRO, S. Marzano di S. Giuseppe in Terra d’Otranto e i suoi demani, Taranto 1898, II, pp. 57-58.


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 S. Marzano (TA), Chiesa matrice: prospetto con maiolica di San Carlo Borromeo (foto Gr. Talò, 2010)  S. Marzano (TA), Chiesa matrice: prospetto con maiolica di San Carlo Borromeo (foto Gr. Talò, 2010)

Oggi, non vi è traccia di questa “cona di comoda grandezza e buona fattura”. Quasi certamente (senza, tuttavia, nulla escludere), la sua presenza al tempo della Relazione tecnica dell’agrimensore napoletano, potrebbe giustificarsi con una di queste tre possibili ipotesi: a) che fosse stata commissionata dalla Parrocchia a spese della comunità, b) che si trattasse di un dono del locale feudatario, Demetrio Capuzzimati j. (15951630), c) oppure, il pregevole dipinto stava a significare il gesto della generosa benevolenza di qualche arcivescovo tarantino, anche lo stesso Antonio d’Aquino (1618-1626), autore del decreto di soppressione del


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rito greco. Nessuna carta dell’Archivio parrocchiale riferisce notizie circa il tempo o il modo della sparizione di un così prezioso cimelio storico. Nei locali della parrocchia, fino alla fine degli anni Cinquanta, pare esistesse pure un antico frammento lapideo di altare, su cui si leggeva parte di una epigrafe, “… sub divo Carolo”, con l’inizio di una data; non è azzardato supporre che si trattasse, quasi certamente, di un pezzo superstite di quell’altare, di cui si parla nell’Apprezzo del 1630. Nel tempo, sia pure con l’avvento di altre devozioni e culti santorali, in particolare quello della Madonna delle Grazie e poi di S. Giuseppe, la denominazione borromaica della parrocchia è rimasta caparbiamente invariata. Oggi, la Chiesa matrice mantiene alcuni segni visibili di questa antica storia di devozione filiale a S. Carlo Borromeo: all’interno si conserva una tela (cm.180x150), di fine Settecento e di autore ignoto, che effigia la Madonna del Carmine con san Carlo Borromeo e che, per ovvie ragioni non è il dipinto che viene citato nell’Apprezzo del 1630; all’esterno, si ammira il bel tondo maiolicato dei primi anni Settanta, una creazione di Orazio Del Monaco, che sovrasta l’ingresso centrale. Tuttavia, il segno più prezioso è la presenza di una reliquia del Santo, un frammento osseo dell’omero destro. Questo devoto reperto fu portato a S. Marzano nel secolo passato, sul finire degli anni Sessanta, non direttamente dal duomo di Milano, dove riposano le venerate spoglie del Borromeo, ma da Taranto. La reliquia era giunta nella Città bimare nel 1912, sotto il presulato di mons. Carlo Cecchini, che l’aveva ricevuto in dono dall’arcivescovo di Milano, mons. Carlo Andrea Ferrari (18941921), e poi affidata e privatamente custodita dal suo ottimo cancelliere, mons. Carlo Presicci, sino al 1968, anno in cui giungerà a S. Marzano, durante il parrocato di don Franco Venneri (1966-2006) 13. 13

E’ stato il parroco emerito, don Franco Venneri - al quale presentiamo il nostro più vivo ringraziamento - a chiarirci i termini della questione, con la sua testimonianza. In occasione della ricognizione della tomba di San Carlo Borromeo, il cardinale Carlo Andrea Ferrari, arcivescovo di Milano, nel 1912, inviò all’amico mons. Carlo G. Cecchini, arcivescovo di Taranto (1909-1916), una reliquia ex oxibus, un frammento dell’omero destro, della sacra spoglia borromaica. Custodita e venerata personalmente, mons. Cecchini volle poi donarla al suo cancelliere, don Carlo Presicci. Questi, stante la frequentazione amicale con don Franco Venneri, nel 1968, a devozione del suo Santo onomastico e perché non cadesse in mani profane, decise di consegnarla alla Parrocchia di S. Carlo Borromeo di S. Marzano, l’unica dell’intera Arcidiocesi a portare il nome del vescovo milanese. Incastonata e custodita in un artistico portareliquie in fine stile barocco, realizzato su disegno di Annunziata Piccirillo, oggi, è esposta alla devozione


San Carlo Borromeo: la santità nel sociale

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Non va taciuta, infine, nel solco fecondo della pedagogia carolina, l’opera altamente formativa del Centro Pastorale “S. Carlo Borromeo” e quella civile e culturale, svolto dalla Biblioteca parrocchiale “San Carlo Borromeo”, la cui intitolazione si volle nel 1989, quando un gruppo benemerito di cittadini deliberò di offrire, soprattutto alle giovani generazioni, una biblioteca come luogo eletto di sana aggregazione e di fertile acculturazione.

S. Marzano (TA), Chiesa matrice: interno; cartolina del 1971 (coll. Don F. Venneri)

dei fedeli. E’ inutile annotare che il sacro reperto è corredato da regolare certificato di autentica del cardinale Carlo Andrea Ferrari (proclamato beato, nel 1987, da Giovanni Paolo II) e delle dovute credenziali di mons. Cecchini, oltre che dell’atto di donazione del cancelliere Presicci; simili documenti si conservano nell’Archivio Parrocchiale.


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o San Marzano Arbëreshe: antichi costumi albanesi (foto Gr.Talò)

Festa patronale: processione della legna “Ass.ne Carrettieri di San Giuseppe” (18-03-2010)

Centro storico: fumaiolo di architettura balcanica (foto Gr.Talò)




San Carlo Borromeo: la santità nel sociale

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o San Marzano Arbëreshe: antichi costumi albanesi (foto Pro Loco)

San Marzano Arbëreshe: antichi costumi albanesi (foto Pro Loco)



S.Marzano: santuario rupestre, Madonna delle Grazie; affresco bizantino, sec. XIII (foto Gr. Talò)


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 S.T CHARLES BORROMÉE Siderografia acquerellata francese dal bordo traforato, Parigi, sec. XIX, prima metà (coll. C. Frison)

 S. CAROLUS BORROMÄUS Siderografia francese dal bordo traforato, ed. F. Sanguinetti, Parigi, sec. XIX, mm 80x120 (coll. C. Frison)


San Carlo Borromeo: la santità nel sociale

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I tempi e i luoghi di S. Carlo Borromeo (1538-1584)

1538 – 1559: Arona-Milano-Pavia Nel Cinquecento, quando - sullo scenario della storia tormentata della Chiesa, impigliatasi nella rete malefica del protestantesimo - apparve l’autorevole figura del cardinale Carlo Borromeo, uno dei più grandi vescovi della storia della Chiesa, la sua presenza e il carisma del suo magistero furono provvidenziali ad arginare l’avanzare delle dottrine scissionistiche del Cattolicesimo. Il suo servizio come uomo di Dio, dispiegatosi prima nei fasti della Curia romana e poi nel ventennio del suo vescovado milanese, condotto con la forza e la ferrea determinazione dei santi, gli valse l’onore degli altari e il diffondersi precoce di un clima devozionale senza frontiere e di un culto sorprendente, in ogni angolo dell’ecumene cattolica. Era discendente della nobile casata dei conti Borromeo, originari di S. Miniato al Tedesco, un borgo nei pressi di Firenze. Trasferitisi a Milano per controversie politiche, i Borromeo divennero una delle famiglie più facoltose e più in vista della locale aristocrazia, già al tempo di Filippo M. Visconti. Da Federico (1492-1529), comandante in capo della Cavalleria ducale e uno dei più stimati governatori di Milano, nel 1511 nasceva Girberto II, che nel 1529, sposa Margherita Medici, sorella del noto generale Gian Giacomo e del cardinale Gian Angelo, il futuro papa Pio IV. Da questo matrimonio, il 2 ottobre del 1538, nell’antica rocca di Arona sul lago Maggiore, veniva alla luce Carlo, maschio terzogenito. Già a dodici anni, quale figlio cadetto, viene destinato allo stato ecclesiastico, ricevendo la tonsura e la veste talare. Va a studiare a Milano, sotto la cura di dotti precettori, da cui apprende il greco, il latino e l’amore per la poesia e la musica. Nel 1559, presso l’università di Pavia consegue la laurea in utroque iure. Il 25 dicembre di quello stesso anno, sale al soglio pontificio lo zio materno, il cardinale Gian Angelo Medici, col nome di Pio IV (15591565). Da questo momento, per il giovane Borromeo si aprono orizzonti di vita, tali da collocarlo (certamente col favore del papa-zio, ma degnamente) nei ruoli e nei ranghi più ambiti dai principi della Chiesa, carico di privilegi, onori e ricchezze, prima presso la corte pontificia, in


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qualità di segretario di stato, e poi con la nomina a vescovo di Milano, una diocesi grande quanto un regno. 1560 – 1565: Roma Il complesso e laborioso periodo del soggiorno romano di Carlo Borromeo ha il suo incipit il 13 gennaio del 1560, quando, su insistente invito del pontefice suo zio, egli giunge a Roma, già preceduto con buon anticipo dal fratello Federico. Da quell’anno, ad appena ventidue anni, protetto dal favore e soprattutto dall’affetto di Pio IV, egli intraprende con lo spirito di una incondizionata obbedienza al papa e un impegno incrollabile e determinato, una serie di attività, che lo renderanno prezioso e insostituibile nelle alte sfere della diplomazia della Chiesa, tanto da sentire Pio IV che parlava di lui come del suo “occhio destro”. Da subito, infatti, il pontefice aveva insignito il nipote della porpora cardinalizia, avviandolo, nel contempo alla carica di Segretario di Stato, il grado più alto della gerarchia ecclesiastica, secondo solo al papa. Lo nomina membro effettivo nella Commissione cardinalizia, istituita per la ripresa del Concilio di Trento, quindi lo ricopre di pensioni, ricche prebende e benefici. A dicembre del 1560, riceve gli ordini del diaconato; l’anno successivo, è nominato amministratore dell’arcidiocesi di Milano e poi “cardinale protettore” di nazioni e ordini religiosi. La politica nepotista di Pio IV non trascura di beneficiare anche il fratello Federico - facendolo sposare con Virginia della Rovere, figlia del duca di Urbino - e le cinque sorelle, procurando a una di loro il badessato in un monastero milanese e, alle altre, un matrimonio con membri di famiglie di alto lignaggio. Da parte sua, il giovane cardinale, pur nella rigorosa ed esemplare conduzione degli obblighi, conseguenti le tante pregiate cariche, non trascurò di condurre un’esistenza pari al suo rango e, pur con morigeratezza di costumi, non disdegnò il lusso e la mondanità. Seguendo una moda culturale del tempo, fondò l’Accademia delle Notti Vaticane, un cenacolo di dotti umanisti e artisti, che per tre anni, dal ’62 al ’65, amavano confrontarsi su questioni laiche e religiose. Poi, improvvisa e prematura, nel novembre del 1562, giunge la morte del fratello Federico, che lo lascia erede universale del patrimonio di famiglia.


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S. CAROLUS BORROM. - Incisione con elaborata cornice, di probabile produzione tedesca, sec. XIX, mm 85x125 (coll. C. Frison)

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E’ l’anno della conversione. Carlo, avesse voluto, avrebbe avuto facoltà piena a lasciare lo stato ecclesiastico, magari a sposare anche la vedova del fratello (come da ogni parte si auspicava) e dare continuità alla casata dei Borromeo. Così non fu. Nel gennaio del ’62, si era aperta la penultima sessione dell’assise tridentina e il solerte “cardinal nepote”, senza mai muoversi da Roma, si impegnò con ogni arte per la buona riuscita del Concilio: teneva abilmente i carteggi epistolari tra Roma e i padri conciliari, istruiva i legati papali, riceveva con fine diplomazia i messi che facevano la spola tra Roma e Trento e soprintendeva con perizia quanti erano stati incaricati di scrivere già i decreti finali delle sessioni conciliari precedenti e dare corpo al nuovo Catechismo per il popolo. Sollecitò la conclusione dei lavori, stante anche l’infermità sopraggiunta di Pio IV, e pose mano alla stesura definitiva dei decreti conciliari da sottoporre alla firma dei vescovi tridentini. Finalmente, il 4 dicembre del ’63, da Trento partirono le ultime conclusioni. Si chiudeva, così, una delle più critiche fasi storiche della Chiesa di Roma. Il cattolicesimo ne usciva frustrato e non indenne dalla ferita del protestantesimo, ma il Concilio aveva legittimato il primato della sua dottrina e sancì il principio dell’autorità del papa in ogni ambito dottrinario. Nel contempo, il 17 giugno del ’63, dopo una rigorosa e lunga preparazione spirituale, riceve l’ordinazione sacerdotale, mentre il 7 dicembre – festa di Sant’Ambrogio - viene consacrato vescovo, col titolo di Santa Prassede e l’anno dopo, titolare della cattedra arcivescovile di Milano. E questo è anche il tempo in cui il Borromeo intensifica con rara munificenza le sue opere di misericordia, non trascurando di andare per Roma, nei luoghi della miseria materiale e spirituale, a portare la consolazione della sua carità. Coadiuvato dall’apostolato dell’amico S. Filippo Neri, egli beneficò ospedali, alloggi per pellegrini, orfanatrofi, ricoveri e ospizi per mendicanti, case di rieducazione per dementi, prostitute e malviventi. Si fece generoso mecenate per l’istituzione di un Sacro Monte di Pietà e del Collegio per studenti universitari, mentre non trascurò di avviare il progetto per l’erezione di un Seminario nella Roma papale. La formazione di un clero nuovo, riformato, era stata una delle massime priorità nelle conclusioni del concilio di Trento e l’apertura dei seminari divenne un obbligo in tutte le diocesi cattoliche. Finalmente, dopo reiterate richieste, nell’estate del ’65, il papa gli concede di recarsi in visita a Milano, sia pure per soli due mesi, in qualità


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di legato pontificio, per presiedere il concilio dei vescovi lombardi. All’alba del primo settembre, il cardinale lascia Roma, accompagnato da un seguito principesco. In verità, si era già preoccupato di inviare nella città ambrosiana un degno e fidato vicario, al fine di rilevare i bisogni della diocesi e attuare le riforme più urgenti. Finalmente, domenica 23 settembre, giunse a Milano, accolto dal popolo festante, dal clero e dalle autorità. 1565-1584: Milano Nei laboriosi diciannove anni di episcopato virtuoso, vissuto all’insegna delle risultanze tridentine, il Borromeo dispiega l’opera di un radicale e titanico risanamento della diocesi di Milano, “sparsa per molte valli e montagne aspre e selvagge”. Il territorio ecclesiastico, infatti, di cui era vescovo metropolita, era abitato da oltre cinquecentomila anime e comprendeva quindici vescovadi, situati nel Milanese, in Piemonte e nella Liguria, con sconfinamenti nelle terre della Repubblica di Venezia e della Svizzera. Il degrado spirituale, che il giovane arcivescovo registrò con occhio attento, denunciava il fatto che, per ottant’anni, non un vescovo aveva onorato Milano della sua residenza in Curia. Nell’agenda del Borromeo, il programma delle attività pastorali più urgenti si fece interminabile, ma l’opera a cui egli attese, senza indugio, fu l’istituzione dei seminari per la formazione del clero. Da subito, infatti, gli erano stati chiari gli abusi gravi, la condizione di una diffusa prostrazione morale e l’ignoranza religiosa del clero religioso e secolare che, nel suo disegno riformista, rappresentava lo strumento più potente, per operare il disciplinamento tridentino del popolo di Dio. Lo preoccupavano anche i Grigioni protestanti, la gente delle valli, situate in territorio svizzero, ma che cadevano sotto la giurisdizione della diocesi milanese. Questa complessa porzione della diocesi, era una sorta di terra di confine, inselvatichita nei costumi, aperta e negata a tutti, ma il Borromeo compì una strenua battaglia per la moralizzazione di quei villegiani, curati e considerati come un gregge prezioso, da ricondurre all’ovile della Santa Romana Chiesa. Un primo provvedimento amministrativo fu quello di dividere la diocesi in dodici circoscrizioni ecclesiastiche, sei urbane e sei rurali. Tenne sei concili provinciali e undici sinodi diocesani e, in quasi vent’anni, egli riuscì a portare a compimento, in maniera integrale, solo due visite pastorali, tanto queste furono lunghe, puntuali e capillari. Accompagnato


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dalla sua mula e da un seguito privo di ogni fasto, percorse - palmo a palmo e da un confine all’altro - l’intero territorio diocesano, non temendo stagione alcuna, passando per luoghi impervi e desolati, albergando in posti di fortuna e rifiutando ospitalità nelle dimore signorili. E ovunque, i suoi attuari verbalizzarono con scrupolo e rigorosa pignoleria ogni annotazione del vescovo: dalle descrizioni dei luoghi e degli edifici di culto, fossero basiliche urbane o umili cappelle rurali, agli inventari di arredi e corredi sacri, si trattasse di suppellettili in vile materia o esemplari della più bella arte colta. Ascoltò i parroci e tutto il clero secolare, interrogò i diocesani e le autorità locali, visitò tutte le case religiose, monasteri, conventi e abbazie, celebrò ovunque, unse folle di cresimandi e con zelo di pastore paterno, lasciò il conforto della sua benedizione e, non di rado, anche il segno della sua carità. Consegnò in ogni luogo i decreti da far osservare e particolare cura ebbe per quelle comunità particolarmente esposte all’eresia, all’azione dei protestanti, al fascino della magia e della superstizione. Inaugurò chiese nuove, altari, cappelle, rianimò culti mariani e santorali, istruì tutti a nuove e devote pratiche di pietà popolare; incentivò ovunque le scuole di catechismo, gli oratori, le fondazioni confraternali e quant’altro potesse rinverdire la religiosità dei fedeli o risanare le tante situazioni critiche dei suoi diocesani. In ogni parrocchia, poi, rese obbligatoria la tenuta dei diversi libri canonici in un apposito e ordinato archivio, fra cui i Libri dei Battezzati, dei Matrimoni e dei Morti. Deliberò con puntuali istruzioni, l’uso del Libro sullo stato delle anime, una sorta di registro, atto a censire, in ogni sua forma, la condizione anagrafica della popolazione, sia in termini civili che religiosi. In tal modo, ancora una volta, la Chiesa suppliva egregiamente a una carenza dell’amministrazione civile; in pratica, veniva istituito una sorta di ufficio-anagrafe in ogni comunità parrocchiale. Fuor di dubbio, la sua fu un’attività incessante, titanica, volta a un unico obiettivo: porre in essere, sine glossa, la Riforma cattolica secondo i dettami tridentini. Intanto, ai primi di dicembre del 1565, era tornato a Roma per assistere il papa-zio, che si spegne il 9 dicembre. Resterà nella città santa sino alle elezioni del nuovo pontefice, Pio V (1566-1572), per poi tornare definitivamente a Milano. Da più parti, negli anni difficili del suo presulato, non gli vennero risparmiati proteste e rifiuti per i rigidi provvedimenti e gli editti fermi


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che numerosi uscivano dalla cancelleria arcivescovile; protestarono le monache e le badesse di alcuni monasteri del milanese; i Canonici di S. Maria della Scala rifiutarono l’autorità del cardinale-vescovo e giunsero alle intimidazioni e alle calunnie. L’Ordine degli Umiliati, divenuto potente per il controllo di interi patrimoni di nobili casate e ormai lontano dallo spirito severo delle origini e dall’osservanza della Regola, rifiutò ogni tentativo di riforma da parte del Borromeo, venendo meno all’obbedienza canonica verso il vescovo diocesano e, in aggiunta, anche al loro cardinale-protettore dell’Ordine, titolo di cui era insignito il Borromeo. E’ attestato, addirittura, che l’impudenza e la ribellione degli Umiliati giungessero a osare l’attentato al Borromeo (un colpo d’archibugio del Farina), il quale, prodigiosamente, ne uscì incolume. Parimenti, si osservarono contrasti con le autorità civili e con i governatori spagnoli a Milano, che denunciarono a più riprese il Borromeo, sia presso la Santa Sede che alla corte di Spagna, per una sua presunta ingerenza nelle questioni politiche; ma il vescovo, pur agendo con atteggiamenti definiti rigidi e inoppugnabili, pur mostrando prudenza e ferreo raziocino, rivendicò senza alcun compromesso i giusti diritti della Chiesa. Incurante di tali e tanti ostacoli, egli proseguì con la forza di un gigante la sua opera pastorale, che si aprì in ogni versante della vita spirituale dell’intera diocesi. Ma gli anni più intensi e anche i più drammatici del suo mandato di presule nella città ambrosiana furono quelli relativi al periodo della carestia (1560-’70) e quelli della peste (1576-’77). Il servizio di carità e di abnegazione che in quelle stagioni egli rese alla Chiesa e all’umile popolo di Dio rimarrà nella storia di Milano e in quella della Chiesa. Cosciente dei bisogni e delle attese di tanta gente sofferente, dispiegò con magnificenza e principesca generosità quanto aveva di suo. E allora, egli impose agli elemosinieri della Curia di elargire denaro, prelevandolo dal suo patrimonio, di procurare alimenti e vestiario senza remora alcuna. Per porre un qualche rimedio alla fame dei poveri, che si erano riversati in massa nella città, ordinò l’acquisto di farina, legumi e riso e fece attivare una cucina presso la sua residenza, dove, per mesi, trovarono un pasto quotidiano oltre tremila persone. Vendette le preziose suppellettili della sua casa e chiese prestiti ed elemosine ai nobili; restò memorabile il gesto altissimo di utilizzare in elemosine l’ingente somma di quarantamila scudi d’oro – il ricavato della vendita del Principato di Oria – distribuita in un solo giorno. Fece la cessione di molti dei suo benefici,


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degli incarichi e delle prebende di cui godeva, sia per alleggerirsi di quegli incarichi che limitavano la sua azione pastorale, sia per ricavare denaro per i suoi poveri. Fu tutto per tutti. Poi arrivò la peste, “la mano di Dio”, il giusto castigo divino per una città corrotta e sorda alla conversione. Fu una stagione drammatica, in cui Milano, prostrata e sofferente, fece affidamento sul suo Pastore. I primi segni della peste in città si osservarono nell’agosto del ’76, ma già a settembre, entro le mura si contavano seimila morti. Il panico e la paura avevano messo in fuga i notabili della città e molti responsabili del governo cittadino. Rimase solo il vescovo, che assunse su di sé la responsabilità di ogni provvedimento, da porre in essere per controllare e contenere la pestilenza. Il cardinale Borromeo, scrive il Manzoni, fu “in quell’infortunio generale … guida, soccorso, vittima volontaria”. Non a caso, cosciente dei rischi che correva, nel pensiero di un contagio letale, egli fece regolare testamento e restò caparbiamente a Milano, impavido, in fervente attività, sempre occupato a sovrintendere ai servizi sanitari e civili, oltre che religiosi. Quando il lazzaretto di S. Gregorio, capace di ospitare appena mille appestati, risultò insufficiente, il Borromeo ordinò la costruzione di duecento capanne fuori ogni porta della città e ingiunse la chiusura delle chiese. Dall’alba al tramonto, coadiuvato dai frati cappuccini, percorreva la città da una strada all’altra; era presente ovunque, da autentico missionario, a portare di persona il conforto evangelico, medicine, viveri e aiuti materiali. Confessava, comunicava, predicava, nutriva e consolava gli appestati, che morivano “sino a cento al giorno”. Tamponava con sacrificio, sollecitudine e tante umiliazioni personali la diffusa miseria, amplificata dalla generale disoccupazione, essendosi chiusi tutte le botteghe e i luoghi della produzione, per frenare il contagio. Si privava fin del suo pane quotidiano, anche se il digiuno caratterizzò sempre gli anni milanesi del Santo e parimenti lo aveva consigliato al clero, ai religiosi e all’intera sua diocesi; e nel periodo della peste, lo impose non solo come atto di penitenza, ma come una sorta di solidarietà con gli indigenti, soprattutto i bambini, gli anziani e i malati. Il Giussano riferisce che “venendo poi il verno, non trovandosi provisione alcuna per vestire i malati e difenderli dal freddo, gli venne in mente di pigliar tutti i panni di casa sua e tagliarli in tanti vestiti”. Esemplare fu soprattutto il conforto spirituale, che egli quotidianamente offrì all’intera popolazione di Milano: aveva trasformato la città in


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un’unica grande chiesa; sette volte al giorno suonavano le campane del Duomo e delle chiese, per dare il segno della preghiera collettiva; eresse diciotto altari, sormontati da croci, agli incroci di ogni piazza, sui quali si celebrava la messa, a cui tutti potevano assistere, senza uscire di casa, per evitare il contagio. Indisse tre pubbliche processioni col Sacro Chiodo14, per implorare la fine della peste. Il cardinale vi compariva in testa, scalzo, cosparso di cenere, vestito con un saio e la corda penitenziale al collo, portando egli stesso la Croce con la reliquia della Crocifissione. In simili vesti, per tutti, valse più l’esempio delle parole di questo vescovo, che da più parti era già considerato santo. Finalmente, nel maggio del 1577, la città fu libera dalla peste, anche se il tributo pagato fu pesante: quasi ventimila decessi si ebbero nella sola Milano. Stremato e minato nel fisico dall’austera abitudine al digiuno e alla veglia, piegato dai tanti uffici di pastore, ridotto alla miseria, gli ultimi anni di vita di Carlo Borromeo trascorsero carichi di sofferenze e di malattie. Nel 1584, sul finire di ottobre, tornando pellegrino da Torino – dove era stato a venerare la Sacra Sindone per la quarta volta - si era fermato per gli esercizi spirituali al Sacro Monte di Varallo; ma qui, venne colto da febbre improvvisa, che lo ridusse in fin di vita. Condotto a Milano, vi giunse quasi agonizzante la sera di sabato 2 novembre. Il giorno dopo, prima di notte, all’età di quarantasei anni, lo colse la morte. I funerali, celebrati il 7 novembre, videro la commozione e la partecipazione corale del mondo della Chiesa e dell’intera sua diocesi. Per tutti, era morto un santo, un secondo sant’Ambrogio, il padre consolatore dei poveri e degli infelici, il maestro della carità, un pastore di anime che, con la ricchezza dei tanti suoi carismi, si imporrà da subito come modello sacerdotale in una Chiesa, che ancora sofferente, usciva tuttavia alla ricerca di orizzonti più luminosi, rialzandosi dai colpi del protestantesimo. Nel 1601, considerati i tanti prodigi, operati per intercessione del cardinale Borromeo, la Chiesa di Milano e le diocesi suffraganee, 14

Il Santo Chiodo era la reliquia più preziosa del Duomo; si trattava di uno dei chiodi, usati nella crocifissione di Cristo, che l’imperatore Teodosio aveva donato a Sant’Abrogio, primo vescovo di Milano. Quando il Borromeo era salito alla cattedra vescovile, aveva provveduto a esporlo alla devozione dei milanesi, sistemandolo, con preziosi ornamenti, sopra il capo altare del Duomo. Infatti, il Sacro Chiodo pendeva, all’altezza di 40 metri e da oltre 25 anni, dimenticato da tutti, sulla sommità del coro. Già nel 1566, il Borromeo aveva provveduto a un puntuale restauro


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deliberarono la costituzione di idonee commissioni, al fine di aprire il processo informativo sulle sue virtù eroiche, per avviarlo agli onori dell’altare. Nel 1604, venne proclamato beato. Infine, a Roma, il primo novembre 1610, festa di Tutti i Santi, nella Basilica di San Pietro, cum magno gaudio di tutta la Chiesa, il pontefice Paolo V Borghese celebrò, con proverbiale solennità, la cerimonia di canonizzazione di S. Carlo Borromeo, la cui memoria, “segnata colle orme di tante istituzioni utili alla Chiesa ed al popolo, doveva passare benedetta di generazione in generazione”15. o S. CARLO BORROMEO E LA VERGINE – Cromolitografia anonima di scuola italiana, emessa nel 1910 a ricordo del III centenario della canonizzazione del Santo (coll. C. Frison)

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C. LOCATELLI, Vita di S. Carlo, Milano 1884, p. 8.


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o S.T CHARLES BORROMAEUS – Anonima cromolitografia francese oblunga, dai bordi lisci; fine sec. XIX (coll. V. Musardo Talò)

 S. CAROLUS BORROMÄUS – Siderografia francese dal bordo traforato, ed. Sanguinetti, Parigi, sec. XIX, mm 80x120 (coll. C. Frison)

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Nota bibliografica

Nel variegato e vasto universo della letteratura storico-agiografica, non si contano le biografie e le opere di ricerca e di studio su Carlo Borromeo, pubblicate già a partire da subito dopo la sua scomparsa, come la somma biografia del Bascapè, collaboratore e testimone accreditato del santo vivere del cardinale milanese, come pure l’altra, edita nel 1610 (l’anno della canonizzazione), composta da G. P. Giussano. Qui di seguito, si riportano solo alcuni titoli, utili a quanti volessero accostarsi a un primo studio sulla vita e le opere di S. Carlo Borromeo e che mai scadono nella sterile e ampollosa genericità agiografica.

D. ZARDIN, La vita e i miracoli di san Carlo Borromeo. Tra arte e devozione: il racconto per immagini di Cesare Bonino, Milano 2010 G. PICASSO, Carlo dai mille volti, “L’Osservatore Romano”, 12 agosto 2010 A. ALBUZZI, “Per compire l'apparato che suole farsi ogn'anno nel duomo di Milano”. I più tardi teleri sulla vita di san Carlo: dal progetto alla realizzazione, Perugia 2009. E. DIMITRI, San Carlo Borromeo e Manduria. Un compatrono quasi dimenticato, “Storia” I (2007), n. 7, pp. 12-14. A. MAJO, San Carlo Borromeo. Vita e azione pastorale, Cinisello B. (MI), 2004 G. MOTOLESE, La Riforma tridentina e la sua attuazione nell’Archidiocesi di Taranto per opera dell’arcivescovo Lelio Brancaccio (1576-1578), Manduria 2002 G. FRINZI, C. FRINZI, Carlo Borromeo. Uno spirito francescano, un cuore per la Chiesa, Rivoli (TO), 1995 X. TOSCANI, Scuole e alfabetismo nello Stato di Milano da Carlo Borromeo alla rivoluzione, Brescia, 1993 R. IURLARO, Corrispondenze di vescovi pugliesi per san Carlo Borromeo all’Ambrosiana e relazioni del 1565 sulla diocesi di Castro, “Sallentum” XI (1988), nn.1-2, pp.53-61 AA.VV., San Carlo Borromeo in Italia. Studi offerti a Carlo Marcora Dottore


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dell’Ambrosiana, Brindisi 1986 P. ZOVATTO, S. Carlo Borromeo nei santini, in AA.VV.,Carlo Borromeo e il suo tempo, Roma 1986, II, pp. 1208-1225 V. DE MARCO, Il Concilio provinciale di Taranto del 1568, “Archivio Storico Pugliese”, XXXVIII (1985), pp. 121-142 L. TETTAMANZI, Farsi prossimi in San Carlo, Milano 1985 M. PARABIAGHI (a cura di), San Carlo Borromeo, Omelie sull’Eucaristia e sul sacerdozio, Roma 1984 D. ZARDIN, Riforma cattolica e resistenze nobiliari nella diocesi di Carlo Borromeo, Milano 1984 A. GUIDETTI, San Carlo Borromeo. La vita nell’iconografia e nei documenti, Milano 1983 A. MAJO, Il Sacro Chiodo e il Crocifisso di San Carlo, Milano 1983 B.CRIVELLI L., Con S. Carlo Borromeo per le vie di Milano, Milano 1982 C. MARCORA, San Carlo e il Salento, “Brundisium Res”, VII (1975), pp. 145-202 H. JEDIN, Carlo Borromeo, Roma 1971 G. SORANZO, San Carlo Borromeo, voll.2, Milano 1945 P. MAURI, Discorsi tenuti da San Carlo alle persone religiose, Milano 1902 C. LOCATELLI, Vita di S. Carlo, Milano 1884 F. UGHELLI, Italia sacra, Roma 1644 G. P. GIUSSANO G.P., Vita di S. Carlo Borromeo Prete Cardinale del titolo di Santa Prassede Arcivescovo di Milano, Roma 1610 (v. anche l’edizione anastatica in due volumi, con tavole in b/n f.t. del 1937, a cura di C. ROMANÒ, Varese 1937)


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 S.T CHARLES BORROMEUS – Incisione francese con cornice decorata, inizio sec. XIX, ed. Maison Gangel, Metz, mm 75x120 (coll. C. Frison)

 S.T CHARLES BORROMÉE – Siderografia francese con cornice litografata in oro, ed..Turgis, Parigi, 1860 ca., mm 75x115 (coll. C. Frison)


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Parte Seconda S. Carlo nella devozione dei santini

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 A’ L’IMITATION DE S.T CHARLES BORROMÉE – Siderografia fran-cese, dai bordi traforati, ed. Bouasse-Lebel, Parigi, 1855 ca., mm 70x100 (coll. C. Frison)

S.T CHARLES BORROMÉE - Siderografia francese, con bordi merlettati ed. Maison Basset, Parigi, 1800 ca., mm 80x120 (coll. C. Frison).



 S. CARLO BORROMEO IN PREGHIERA Siderografia fran-cese, con bordi merlettati ed. Maison Basset, Parigi, sec. XIX., mm 80x120 (coll. C. Frison)


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Prefazione

Il primo novembre di quest’anno – come ben sanno tutti coloro che leggeranno queste pagine – ricorre un importantissimo anniversario per la Storia della Chiesa: sono, infatti, 400 anni che S. Carlo Borromeo (15381584), vescovo di Milano, grande teologo e personalità di eccezionale rigore morale, nonché uno dei massimi interpreti dello spirito della Controriforma cattolica, è stato innalzato agli onori degli altari. E’ da molti anni che colleziono, con particolare interesse e devozione e ricercandoli in ogni dove, i santini del Santo Vescovo milanese, tanto da poter dire (senza peccare, credo, di falsa modestia) di avere messo insieme una ricca e abbastanza completa collezione su S. Carlo Borromeo, che va dalle produzioni più antiche: qualche stampa del ‘600, poche miniature settecentesche, i cosiddetti santjes fiamminghi, fino alle numerose siderografie, ai “merlettati” francesi dell’Ottocento e, per finire, alle più moderne calcografie tedesche, italiane, svizzere, ecc., per un insieme complessivo di oltre un migliaio di pezzi (non ho mai pensato di contarli uno per uno e credo mai lo farò!), tutti raffiguranti S. Carlo Borromeo, da solo o insieme ad altri santi (invito chi volesse ammirare un’ampia galleria dei miei santini più “antichi” a consultare on line il bellissimo sito della cara amica Paola Galanzi, ricercandolo direttamente in rete: Le monde ravissant des images pieuses). Non sto ovviamente a soffermarmi più di tanto sui motivi di questa mia scelta collezionistica; credo sia sufficiente ricordare che seppur il mio nome all’anagrafe sia Carluccio, da sempre (anche perché Carlo è il mio nome di battessimo) celebro il mio onomastico il 4 novembre, il giorno in cui sul calendario si commemora S. Carlo Borromeo. Premessa necessaria mi sembrava questa, al fine di comprendere la presenza delle mie immaginette “borromee” in questa ricerca: con vivissimo entusiasmo ho aderito, infatti, all’invito della curatrice di questo splendido lavoro, quando mi chiese di metterle a disposizione alcuni dei miei santini, che Lei stessa aveva avuto occasione di vedere pubblicate in rete. Ho pensato di inviare alcuni dei santini più rappresentativi della mia Collezione: dalle più antiche e preziose (come il mio unico canivet) a quelle che io più


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preferisco (i santjes fiamminghi e un’ampia scelta di santini dei numerosi produttori che operarono a Praga nei primi decenni dell’Ottocento), fino alle realizzazioni più recenti: i santini con il pizzo, i cosiddetti “merlettati”, soprattutto di area francese, ma non solo, e le multi-colorate calcografie del XX secolo, ovviamente tralasciando tutta la produzione più recente, sia di serie sia rappresentativa di culti locali. Non potendo inviare tutto, ho dovuto giocoforza operare delle scelte, lasciando poi alla curatrice stessa di questo catalogo la facoltà di inserire quello che più riteneva opportuno. Non è ovviamente mia intenzione fare qui un elenco di ciò che manca, bensì ricordare soltanto i due criteri che, in linea con le esplicite intenzioni di questo Catalogo, ho tenuto presente nello scegliere le immaginette: il primo storico e l’altro iconografico. Criterio storico: tentare di ripercorrere con pochi esempi, incentrati solo sulla figura di S. Carlo Borromeo, la plurisecolare storia del santino, prendendo avvio dalle produzioni più antiche, databili alla seconda metà del sec. XVI e cercando, nel contempo, di offrire “pezzi” che fossero anche diversi per caratteristiche tecniche e tipografiche. Criterio iconografico: presentare alcune delle tematiche figurative che più ricorrono nei santini di S. Carlo Borromeo, che altro non sono che un riflesso della sua più nota rappresentazione pittorica: quasi non c’è chiesa, dalle mie parti, che non abbia un quadro, un altare a Lui dedicato. S. Carlo Borromeo, come magistralmente ci spiega la prof. Vincenza Musardo Talò, nelle immaginette sacre, a partire già dal sec. XVII, viene raffigurato secondo canoni ben definiti: il solo ritratto a mezzo busto sempre rivestito con la mantellina cardinalizia; mentre distribuisce la comunione e la cresima ad ammalati ed appestati, ma anche al giovane S. Luigi Gonzaga (1580) oppure mentre è intento a consumare un pasto frugale o quando è genuflesso in preghiera dinnanzi al Crocifisso. La fisionomia di S. Carlo è quasi sempre caratterizzata dal naso aquilino assai pronunciato e i suoi attributi, quali la genuflessione, l’adorazione, gli appestati, un’arma da fuoco. Questi i temi che ritroverete nelle immaginette presentate in queste pagine, sperando vivamente che la loro consultazione possa offrire, anche a tutti voi che sfoglierete il Catalogo, le stesse sensazioni da me provate, nello scegliere i santini che vi sono raffigurati. CARLUCCIO FRISON


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Dai quadroni del Duomo al minuscolo santino devozionale, dall’iconografia aulica all’agiografia carolina

L’iconografia e il magistero di S. Carlo Borromeo sono stati celebrati, in ogni dove, da valenti e accreditati pittori e scultori italiani e stranieri, che nel tempo hanno portato lontano il nome e il culto di questo santo. Sarebbe veramente lungo e manchevole un censimento degli edifici di culto che gli sono stati dedicati, le statue e i dipinti che lo effigiano nei modelli iconografici più vari e con gli attributi che connotano la sua santità. Già in vita, alcuni artisti, tra cui Ambrogio Figini (1548-1600), autore del ritratto più attendibile di S. Carlo, avevano ripreso le sue fattezze; ma a dare l’incipit di una fiorente stagione pittorica, celebrativa della vita e delle opere del vescovo taumaturgo di Milano, sarà l’occasione della sua beatificazione (1604). In quell’anno, nel Duomo, venne allestito un primo grandioso ciclo di “teleri” (venti tele a tempera forte, di inusitata grandezza, mt. 6x5ca.), che narrava gli episodi più rimarchevoli del presulato carolino, fissati nella memoria del popolo ambrosiano, perchè già trasferiti nella sfera devozionale, sia pubblica che privata. A un tale capolavoro, concorse la più bella scuola manierista lombarda, i cui esponenti seppero esprimere, in una coralità pittorica di certo spessore, i momenti e i narrati salienti del farsi di un modello di santità nuovo e moderno del vescovo-vate, del vescovo-parroco e padre spirituale di tutti e di ognuno. Infatti, nella memoria popolare dei milanesi del Seicento, era ancora vivo il ricordo di quell’austero e perenne incedere del suo vescovo tra le vie della città, incurante dele stagioni inclementi, del contagio e delle maldicenze. Il popolo discorreva ancora della pietà e in specie della sua carità (il teorema carolino per eccellenza, mutuato dal Vangelo); e, certamente, artisti come il Procaccini o il Crespi si avvalsero di simili testimonianze per ideare quel ciclo pittorico, capace più di altre fonti documentarie di ispirare loro fotografici scenari della Milano spagnola postridentina, su cui erano dominanti la personalità e il carisma del cardinale Carlo Borromeo. E’ a questo realismo, a questa stretta aderenza alla verità storica e all’autentico vissuto del santo vescovo, che si innesta, con la pittura dei


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Quadroni del Duomo, l’aurorale incontro fecondo e interscambievole, tra agiografia e devozione per san Carlo. La Venerabile Fabbrica del Duomo, committente di simile apoteosi figurativa (a cui aveva dato un forte impulso ideativo e normativo il cardinale-cugino Federico Borromeo), intese offrire a tutti uno strumento di conoscenza e di grande efficacia persuasiva, corroborato da un verismo figurativo d’eccezione, capace di sollecitare e promuovere la memoria storica collettiva di uno dei massimi protagonisti della Chiesa di tutti i tempi e fissarne le sembianze e l’opera anche in quanti, forestieri, entravano nel monumentale complesso del Duomo. Più tardi, per celebrare la canonizzazione (1610), Milano volle ancora offrire a S. Carlo un altro ciclo di ventiquattro tele monumentali, che esaltavano i suoi miracoli; poi, sul finire del Seicento, furono realizzati altri otto quadroni. Nel complesso, una puntuale antologia pittorica, impaginata in 52 capolavori, che ogni anno, dal 4 novembre al giorno dell’Epifania, esposti lungo i colonnati del Duomo, narravano e predicavano – con la voce fascinosa ed emozionale dei colori – di un Santo, il quale aveva ben compreso che l’anima della riforma della Chiesa era l’umile popolo di Dio, da indirizzare e guidare alla sequela evangelica. Oltre alla monumentale quadreria del Duomo, fin dai primi anni del ‘600, anche nelle terre lombarde, a Roma e in quei luoghi dove era venerato il nome del cardinale Borromeo, si andava accostando una straordinaria produzione agiografica, ricalcante i precetti e i fatti esemplati nei teleri milanesi. E’ lungo l’elenco degli artisti impegnati, che niente concessero alla sterile fantasia dell’ideazione, stante la loro fedeltà e l’aderenza iconografica alla vita e all’effigie del santo. Nel complesso, la loro arte è simile a una storia scritta per immagini; in particolare, tra il Sei e il Settecento, così fu per Gian Battista Crespi, Orazio Borgianni, Tanzio da Varallo, Giulio Cesare Procaccini, Camillo Landriani, P. Francesco Mazzucchelli Andrea Lanzani, Giovanni Lanfranco, Daniele Crespi, Antonio e Annibale Carracci, Gianbattista della Rovere, Guido Reni, Simon Vouet, Pierre Puget, J. M. Rottmayr e altri artisti stranieri, seguiti da una folla di anonimi. Tuttavia, non é questa la specie di iconografia, tratta dall'arte colta e ufficiale, che qui si intende rivisitare, bensì quella più umile dei santini, delle piccole carte devozionali, su cui si ammirano belle icone e riproduzioni di san Carlo, così come suggerite


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dall'immaginario popolare e la stigmatizzazione dei simboli cultuali, che i devoti di questo Santo si portano dentro16. Da alcuni decenni, agli occhi degli studiosi di scienze umane, quella dei santini é apparsa una tematica culturale affascinante e preziosa per comprendere alcuni aspetti della storia della pietà popolare. A partire dall’età moderna, il santino é stato il più umile e diffuso strumento pietistico che la Chiesa abbia usato per catechizzare il popolo e alimentare la preghiera e la pratica delle virtù, stante il suo connaturato ruolo didattico, di antropomorfizzare e fissare in termini visivi l'idea del divino. Succedeva, così, che attraverso la "figurina", un soggetto di culto collettivo (un santo o una santa, la Madonna, il Cristo o gli Angeli) si privatizzava ed entrava in relazione col devoto, instaurandosi tra protetto e protettore un legame inscindibile, empatico, che durava anche tutta la vita. Il devoto si strutturava su misura, personalizzandola, la devozione a quella particolare immagine sacra, caricandola di valenze carismatiche, che - non di rado - scadevano nella superstizione e nel senso del magico, deviando dai canoni ortodossi, nel suo modo di sentire il sacro17. 16

I santini, piccole carte di devozione, da secoli accompagnano l’opera pedagogica della Chiesa; nella pietà popolare, essi sono avvertiti come prototipo visibile dell’immagine invisibile. Oramai storicizzato, il santino è un documento accreditato per quanto si accingono a studiare la religiosità popolare. Quando gli imagiers, gli artisti impegnati nelle stamperie di piccole immagini sacre, ideavano un santino, erano attenti a cogliere non già le connotazioni espresse dall'arte colta, ufficiale o l'icona suggerita dalla Chiesa, ma riproducevano sembianze e simboli santorali così come la devozione popolare li desiderava o, meglio, li comprendeva. Quest'arte devota, dai moduli iconografici inconfondibili, trasferiva sulla carta pezzi di Paradiso, senza preoccupazione circa la rispondenza iconografica di un santo o di una santa agli stilemi canonici. E così, il prototipo iconico del Santo, il cui culto veniva veicolato col santino popolare, presentava a volte varianti sconcertanti, attuate secondo interpretazioni e convinzioni, proprie delle masse nell'appropriarsi del sacro. 17 Esiste, oggi, una corposa e qualificata letteratura sull’iconografia sacra popolare di piccolo formato, che sta rivisitando il documento-santino con attenzione e rispetto, perché in esso é possibile leggere oltre tre secoli di storia della religiosità popolare e della cultura devozionale, distinta - quest'ultima - anche per classi sociali. Infatti, più elementari (ma non meno suggestivi) e scadenti nel materiale erano i santini destinati al popolo; preziosa, invece, appariva la produzione di santini colti, autentici miracoli di carta, come i manufatti nei monasteri di clausura del Sei-Settecento (i canivet) o la produzione a stampa dei santini di pizzo dell'Ottocento, destinate all'alto clero e a ricchi benefattori. Una lettura diacronica del santino consente anche un'analisi statistica dei culti santorali, di quelli sempre vivi e di altri che sono nati e passati come mode. Non va trascurata un'altra interessante fonte sulla devozione delle folle; una fonte che viene


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Le pagine di Catalogo che seguono, valgono a esemplare le diverse tipologie figurative, che più si sono stratificate nella storia devozionale e cultuale del santo cardinale Borromeo. Si va, già dagli anni della beatificazione, dai primi rari santini miniati, alle preziose 53 incisioni del camilliano Cesare Bonino, dai raffinati canivet e altri esemplari manufatti o a stampa, provenienti dalle tante tipografie di piccole carte devozionali dell’intera Europa, attive nel Settecento illuminista, ai preziosi e multiformi santini del secolo XIX. Tra Romanticismo ed età del Realismo, questo secolo assiste al ruolo di primo piano che ebbero i paesi dell’Est, dove i santini austriaci e quelli di area ceca, firmati da Joseph Koppe o le piccole carte di devozione, nate dall’uso perito della punzonatura meccanica, raggiunsero un’utenza geograficamente ampia. Parimenti accade nell’Occidente cattolico; qui, insuperabili furono soprattutto alcuni esemplari di santini, usciti dalle celebri scuole di incisori fiamminghi o i santini spagnoli e svizzeri (san Carlo era oltremodo venerato in Spagna e in Svizzera, due terre legate alla sua esistenza terrena), mentre le più note botteghe francesi gareggiavano ne creare pezzi merlettati di rara preziosità, su cui si adagiavano i diversi stilemi iconografici, propri del culto carolino. La prima ed essenziale connotazione del santino borromaico – a differenza di tanti altri - è l’essere rigorosamente in linea con gli stilemi iconografici canonici, così come progettati dal cardinale-cugino Federico Borromeo (che fu l’ispiratore principale dei teleri del Duomo) e, nel tempo veicolati e legittimati dalla Chiesa ufficiale. In virtù di tanto, i tipi iconografici più comuni nel santino di san Carlo, lo raffigurano nell’abbigliamento vescovile, semplice o fastoso, o con i paramenti liturgici. Il volto, ruotato quasi sempre a tre quarti o posto di profilo, mette in risalto il naso aristocratico e lo sguardo, a volte severo, a volte dolcissimo. A questa prima caratteristica iconografica, si accostano altri offerta dall'altra faccia del santino, quella testuale, che contiene – manoscritto o a stampa - un ricco patrimonio di orazioni popolari, presentate nelle forme più varie: dalla preghiera alle giaculatorie, litanie, note biografiche del santo, versetti tratti da testi sacri, orazioni colte e altro. Nell'insieme, dunque, questo strumento pietistico si presta come il topos di una presenza del distante, sia in termini di spazio, quale può essere un santuario, che in termini temporali, quale può essere un avvenimento sacro come il Natale o le altre feste dell’anno liturgico.


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essenziali attributi, che si sono poi standardizzati nel tempo, divenendo quasi una sorta di carta di identità figurativa della personalità episcopale di san Carlo. Onnipresente è il Crocifisso, a cui si unisce il Vangelo, due attributi che, insieme, parlano della sua evangelica sequela Christi; altro attributo è la Vergine col divino Infante, presente in quei santini, tesi a commemorare soprattutto le numerose fondazioni caroline di santuari mariani e a esaltarne il culto. Diffusi e di provenienza soprattutto francese e italiana, sono i preziosi santini merlettati dal tema eucaristico, spiegato nella prima comunione di san Luigi Gonzaga, somministratagli da san Carlo, in visita a Brescia, nel 1580. Qui, la fantasia dei disegnatori offre una varietà di contesti e di figure (san Carlo e il piccolo Gonzaga, i due santi e la madre di Luigi o il padre, il marchese Ferrante Gonzaga, i fratelli, ecc.); il tutto abbellito da simboli e decori, utili a leggere anche la cultura e le mode del tempo. Ma é il complesso narrato del dramma della carestia e della peste - che la pietà popolare ha enfatizzato e caricato di significati simbolici e devozionali – a caratterizzare la maggiore produzione di immaginette borromaiche. “La peste di san Carlo” è la tipologia iconografica più comune nei santini di tutti i tempi, puntualizzata in minute scene di una Milano fosca e sofferente, piegata dal morbo, che vede il suo vescovo passare per il lazzaretto e i luoghi del dolore e della morte, a curare e sfamare gli appestati, portare loro il conforto dei sacramenti, confessarli, cresimarli e comunicarli. Interessante, poi, perché raro come tipologia iconografica, è un bel santino di scuola francese, in cui san Carlo è effigiato insieme a san Rocco, l’altro santo protettore degli appestati. Se inizialmente la produzione iconografica borromaica trova la patria d'elezione nelle terre della sua estesa diocesi, da dove partivano santini per tutta Italia, da subito, anche altre stamperie di immaginette devozionali non trascurarono belle tirature sul Santo milanese, specie a Roma e nel regno di Napoli, un’altra terra della peste. Sempre in età barocca, i santini carolini fanno la loro apparizione oltralpe, presso le stamperie dei maestri incisori, sparsi in tutta Europa, in particolare ad Aversa, nelle Fiandre, dove la tradizione dell’immaginetta di produzione industriale venne avviata dai fratelli Wierix e continuata da altri incisori, come Raphael Sadler il Vecchio, i Van Mallery, i Van Merlen, le case tipografiche Van de Sande, De Man, Huberti, Jan Collaert o il Galle. A partire poi, dalla fine del XVIII secolo, i santini di produzione meccanica mutano volto. L’incisione si arricchisce di


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tecniche più avanzate, ma è soprattutto la cornice che racchiude l’immagine a essere rivoluzionata. Ora, si tenta di ripetere meccanicamente quello che le mani esperte e devote delle claustrali erano riuscite a creare con i canivet, ossia produrre meccanicamente l’immagine di pizzo. Quanto mai ricercata nel formato, come in un ricamo di trine e intagli a rete, simile tipologia di santino offre immagini di san Carlo nelle diverse facce iconografiche. La Polonia, la Cecoslovacchia e l’Austria concorrono ad offrire gli esemplari più belli, in pezzi di purissimo rococò. L’uso della carta, più morbida della pergamena, rendeva quanto mai leggeri i trafori, che mostrano linee ondulate e figure floreali minutissime, dando all’insieme un’armonia simmetrica di rara perizia. Espressione delicata e gentile della devozione a san Carlo - rinverdita, nel 1810, dai festeggiamenti del II centenario della canonizzazione - il santino, con i diversi attributi già storicizzati, trova nell’Ottocento un momento di larga diffusione. E così, in ogni stamperia si avvia su larga scala la produzione di piccole immagini, su cui compaiono tutti quei temi cultuali, enfatizzati dalla cultura romantica, fortemente spiritualista. In effetti, in questa fascia epocale, un rinnovato senso del religioso (con la spinta della Chiesa, uscita da una corrosiva cultura anticurialista) sollecita i popoli ad accostarsi alle pratiche devozionali, anche attraverso lo strumento pietistico del santino. Questo è anche il tempo in cui il santino esce dai fasti nobiliari, diviene un simbolo di democrazia cultuale e va a diffondersi negli ambienti borghesi e del clero, mentre le tipografie ne hanno ben compreso anche la mera funzione commerciale. Tutti gli editori lo presentano sui loro mercati, pubblicizzandolo con ricchi cataloghi, che fanno il giro delle chiese, dei conventi e delle istituzioni ecclesiastiche dell’intera Europa, che divengono i loro maggiori committenti. Tra le numerose stamperie europee di santini, sono soprattutto quelle dell’Europa dell’Est a presentare nel loro catalogo preziose e suggestive immagini del santo ambrosiano. I più bei santini dedicati al tema ascetico e contemplativo di san Carlo vengono stampati in Austria, in Polonia e soprattutto a Praga, per tutto la prima metà del sec. XIX, presso l’editore J. Koppe. Si tratta di artistiche incisioni xilografiche, colorate a mano, a tempera forte e rifinite a lucido, con pellicole di vernice in chiara d’uovo e polvere dorata. Inizialmente distribuiti nelle regioni della Boemia e della Moravia, si diffusero poi nelle altre nazioni cattoliche.


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Con la nascita della cromolitografia, dalla seconda metà del secolo XIX, sino alla prima guerra mondiale e al tramonto dell’Art nouveau, grazie pure a una cultura popolare profondamente attenta a certe espressioni di moda e conformismo socio-religioso, il santino vive il suo periodo aureo. La produzione meccanica predilige le cromolitografie merlettate; i santi di pizzo dagli eleganti bordi centinati o magistralmente elaborati in forme artistiche, secondo la nuova tecnica della punzonatura, nata a Praga, permette - a quanti si cimentano con disegni di trine e volute retiformi di grande effetto visivo ed estetico - di veder nascere autentici pezzi d’arte. Nel presente Catalogo, sia pure in maniera limitata, sono in mostra alcuni santini di rara bellezza, che rimandano soprattutto la figura e il volto di san Carlo, colti in estatica contemplazione. Una concorrenza sempre più agguerrita e specialistica, anche se la tecnica di produzione é praticamente simile ovunque, fa sì che in Francia, Italia, Svizzera, Spagna, Germania, Polonia o Austria, si trovino, non di rado, le medesime immagini caroline, secondo una fattura “internazionale”, nel senso che il disegnatore è - magari - di area fiamminga, l’incisore è francese e l’editore italiano, con luogo di diffusione del santino ancora diverso. Solo in Italia la produzione appare più lenta; molto forte è l’importazione dei santini esteri sino ai primi decenni del XIX secolo, poi, a partire dalle botteghe di Bassano, Vicenza e Venezia, si registra un proliferare locale dell’industria del santino. In particolare, furono rinomate le stamperie venete Zatta e Romandini, Bertarelli e De Maria a Torino, la Litoleografia S. Giuseppe di Modena, la Sacra Lega Eucaristica dei Carmelitani milanesi, mentre al sud erano note le fiurelle degli Scafa e Apicella, stampasanti di Napoli. Ogni bottega, va detto, esibisce cataloghi di santini, i cui temi iconografici ricalcano la cultura locale del sacro, pur accostandosi alle mode artistiche del momento, in specie il neogotico, lo stile classicheggiante, il liberty o il nostalgico e raffinato rococò; ma nella produzione italiana di santini borromaici, i temi iconografici presentati prediligono raffigurazioni fortemente legate ai temi iconografici, proposti nei seicenteschi teleri milanesi. Sul finire dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, il santino carolino vive la sua ultima grande stagione con l’accostarsi al liberty, un movimento d’arte, anzi una moda che investì tutta la carta stampata in fantasiose volute floreali e motivi geometrici, con l’uso di un sapiente cromatismo. In questo contesto, appaiono le serie di piccole immagini che - allentando la predilezione per la tecnica della punzonatura - si mostrano impreziosite da delicati bouquets di fiori dal cromatismo a pastello, contornati da fantasiose volute geometriche dorate o argentate, sovente con l’immagine in rilievo o a fotografia. Sono santini solari,


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in cui compare tutto il giardino della natura: fasci e ghirlande contornano e avvolgono l’immagine di san Carlo con la corda penitenziale o in adorazione del Crocifisso. Altre immaginette, dai bordi lisci, si abbelliscono di teneri mazzolini di nontiscordardime dai toni castellati dello zaffiro o il giallo delle pratoline e le rose di varie tinte, il candore dei mughetti o l’azzurro di campanule e fiordalisi. Coeve sono alcune serie di santini in stile neogotico, che simulano ricercate architetture dorate, entro cui, anche a rilievo, spicca il volto intenso o ascetico del Santo, in preghiera dinanzi al Crocifisso.

Infine, nei santini editi nel Novecento, a partire dal primo dopoguerra (quando l'industria delle piccole carte devozionali si allontana dai decori neogotici e dalle elegie cromatiche del liberty), l'ideazione figurativa si fa scarna ed essenziale; la brillante sintassi cromatica si spegne e S. Carlo vi appare spoglio di qualsiasi abbellimento o attributi iconografici, che tanto riccamente avevano impreziosito i santini del secolo prima. L'intento dell’agile Catalogo, di seguito proposto, è quello di illustrare la lettura del processo storico di questo minuscolo pezzo di carta, capace di esprimere e documentare l'itinerario del culto di un santo, sentito - nella devozione popolare, ieri come oggi - quale modello di comportamento cristiano da seguire, quale provvidenziale mediatore tra l'immanente e il trascendente, quale rifugio dalle paure e dalle angosce esistenziali e quale segno di una cultura del sacro oramai tramontata. In sintesi, quel che si testimonia nei santini borromaici, è la fede di un popolo di devoti, che ha amato S. Carlo non solo per l’opera dell’austero riformatore e del rigido legislatore ecclesiastico, ma soprattutto per la forza e la potenza di un doppio legame del cuore, tradotto in una pastorale partecipativa. Un legame, cioè, biunivoco: vescovo-popolo, che fece incontrare, in un afflato corale, un vescovo-parroco e il suo popolo più bisognoso, fatto di deboli e di umili, di illetterati, di poveri e di malati e, perciò, caro al santo milanese, perché ancora più prezioso agli occhi dell’Altissimo.


Catalogo iconografico


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Vincenza Musardo Talò

o S. CAROLUS BORROMEUS – Incisione di produzione tedesca; sec XVII, mm 75x120 (coll. C. Frison)

 S. CARLO BORROMEO – Litografia su carta, firmata Ioh. Kravogl, Innsbruck; sec. XIX, mm 95x160 (coll. C. Frison)

Corre l’obbligo, ma ci è anche tanto gradito, porgere un pubblico ringraziamento al prof. CARLUCCIO FRISON, cultore e devoto di San Carlo Borromeo, ma anche sorprendente collezionista di santini e iconografia cartacea di vario genere, che abbia a tema il santo cardinale milanese. Appartengono alla sua Collezione quasi tutti i pezzi qui di seguito pubblicati e credo di essere nel giusto, se affermo che quella di Carluccio Frison sia la più ricca e preziosa raccolta di carte devozionali di piccolo formato su San Carlo Borromeo, oggi presente in Italia. Una Collezione che certamente meriterebbe una pubblica e reiterata esposizione, perché tutti possano comprendere la valenza storica e pedagogica del santino carolino e apprezzare gli esiti di un’arte, immeritatamente definita “minore”. (V.M.T.)


San Carlo Borromeo: la santitĂ nel sociale

O.BORGIANNI: S. Carlo Borromeo (olio su tela, 1611-12) Roma, Chiesa di S. Carlo alle Quattro Fontane


Vincenza Musardo Talò

ST. KARL BOR.- Incisione su carta, colorata a mano. Produzione Koppe, Praga, sec. XIX, prima metĂ , mm 85x125 (coll. C. Frison)


ST. KARL BOR.- Incisione su carta, colorata a mano. Produzione Koppe, Praga, sec. XIX, prima metĂ , mm 85x125 (coll. C. Frison)


Vincenza Musardo Talò

ST. KARL BOR.- Incisione su carta, colorata a mano. Produzione Koppe, Praga, sec. XIX, prima metĂ , mm 85x125 (coll. C. Frison)


 S. CAROLUS BOROMEUS - Incisione a bulino su carta, coloritura a mano d’epoca; firmato Theodor Van Merlen (1609-1659), Anversa, mm 75x95 (coll. C. Frison)

 S. CAROLUS BORROMEUS – Bulino su carta di J. Callot, Parigi 1636, ed Jsrael (coll. C. Fornaro)


Vincenza Musardo Talò

S. CARLO COMUNICA S. LUIGI GONZAGA - Incisione su carta, colorata a mano; probabile produzione belga, sec. XVIII, mm.80x125 (coll. C. Frison)


S. CARLO BORROMEO - Incisione su carta e ricami sul bordo, ed. Maison Hocquart di Parigi (1833-36), mm 75x110 (coll. C. Frison)

o

 SANCTUS CAROLUS BORROMAEUS Siderografia francese con il bordo traforato, ed. Maison Basset di Parigi, metĂ sec. XIX, mm 65x110 (coll. C. Frison)


Vincenza Musardo Talテイ

S.T CHARLES BORROMテ右 - Incisione su carta e ricami al bordo, ed. Maison Hocquart, Parigi (1833-36), mm 75x110 (coll. C. Frison)


S. JOHAN N., S.KARL B. – Incisione su carta colorata a mano e fondo in oro; ed. Hoffmann, Praga, sec. XIX, prima metà, mm 85x125 (coll. C. Frison)

o

SAN CARLO E LA MADDALENA Incisione su carta, colorata a mano; ed. S. Rudl, Praga, sec. XIX, prima metà, mm 85x125 (coll. C. Frison)




Vincenza Musardo Talò

S. C. BORROMEO – Cromolito francese su pizzo traforato ed elementi decorativi; primo ‘900 (?), mm 70x105 (coll. C. Frison)



SAINT CHARLES B. – Incisione ovale al tratto e al puntinato, acquerellata a mano, ed. Maison Hocquart, Parigi, 1830 ca., mm 65x90 (coll. C. Frison)



S. C. BORROMEO – Cromolito boemo applicato su fondo in oro punzonato; fine sec. XIX, mm 55x75 (coll. C. Frison)




S. CAROLUS BORROMAEUS – Incisione al tratto su carta, coloritura d’epoca a mano, firmata Joseph Kempter, Amburgo, sec. XVIII (coll. C. Frison)


Vincenza Musardo Talò

S. CAROLUS BORROMAEUS – Incisione al tratto su carta, coloritura d’epoca a mano, firmata Joseph Kempter, Amburgo, sec. XVIII (coll. C. Frison)


ST KARL BOR. – Incisione su carta, colorata a mano; ed. Koppe, Praga, sec. XIX, prima metà , mm 85x125 (coll. C. Frison)


Vincenza Musardo Talò

S.T CHARLES BORROMÉE – Ricamo su carta pesante, produzione conventuale francese, probabile sec. XVIII, mm 165x210 (coll. C. Frison)


o SAINT CHARLES – Cromolitografia su pizzo a punzone, ed. Letaille, Parigi, metà sec. XIX, mm 70x115 (coll. C. Frison)

 SAN CARLO COMUNICA S. LUIGI GONZAGA Cromolitografia su pizzo, ed. Bouasse-Lebel, Parigi, fine sec. XIX, mm 70x115 (coll. C. Frison)


Vincenza Musardo Talò S. CARLO BORROMEO – Cromolito dorato su carta traforata ad ago; produzione boema, fine sec. XIX,  mm 60x100 (coll. C. Frison)

 S. KAROLO B. – Incisione su carta, colorata a mano; firmato Maulini, Praga, sec.XIX, prima metà, mm 85x120 (coll. C. Frison)

 S. CAROLUS – Siderografia con bordo traforato e coloritura in oro, ed. Benziger, Einsiedeln, sec. XIX, mm 85x115 (coll. C. Frison)


S. CARLO BORROMEO – Cromolito su pizzo, arricchito di polvere metallica; probabile produzione spagnola, mm 70x105 (coll. C. Frison)

o

SV. KAREL – Cromolito su supporto traforato e bordi dorati; produzione boema; fine sec. XIX, mm 60x80 (coll. C.  Frison)

S. CARLO BORROMEO – Cromolito su pizzo traforato e dorato; produzione boema; fine sec. XIX, mm 55x75 (coll. C. Frison)

o


Vincenza Musardo Talò

S. CARLO BORROMEO – Cromolito italiano su supporto con decori in oro; fine sec.XIX, mm 70x105 (coll. C. Frison)

o

 ZUM ANDENKEN – Cromolito su fondo traforato con decori in oro; produzione tedesca, metà sec. XIX, mm 70x100 (coll. C. Frison)


St Carl Borromaeus – Anonima cromolitografia dai bordi lisci; fine sec. XIX, mm 80x120 (coll. C. Fornaro)


Vincenza Musardo Talò

S. CARLO BORROMEO – Cromolito spagnolo (?)con fregi dorati e bordi lisci; sec. XIX mm 65x95 (coll. C. Fornaro)


ST. CAROLUS BORROM. Cromolito tedesco, ed. Külhen, Monaco, sec.XIX, seconda metà, mm 80x120 (coll. C. Fornaro)

o

 S. CARLO BORROMEO – Anonima cromolitografia; primo ‘900, mm 60x11 (coll. C. Fornaro)


Vincenza Musardo Talò

S. CARL BORROMEUS – Incisione al tratto con coloritura d’epoca, ed. Pachmayer, Praga, sec. XIX, prima metà, mm 75x120 (coll. C. Frison)


o S. CARLO BORROMEO – Santino vestito in carta di riso ripiegata e sovrapposta a mò di drappeggio, su supporto in pizzo e altri decori materiali; produzione francese sec. XIX, mm 70x 110 (coll. C. Frison)

 S. CARLO BORROMEO – Olegrafia ovale su pizzo fustellato colorato e rilievi in oro; produzione europea fine ‘800, mm 65x 95 (coll. C. Frison)


Vincenza Musardo Talò

ST. CHARLES BOROME Siderografia acquerellata con bordo traforato, ed. Maison Bouasse-Lebel, Parigi 1855 ca., mm 65x95 (coll. C. Frison)

o

SAN CARLO BORROMEO Cromolito francese su fondo con bordo a traforo; fine sec.XIX, mm 70x105 (coll. C. Frison)




SAINT CHARLES BORROMÉE Xilografie di tipo popolare, coloritura d’epoca eseguita a mano, ed. Pellerin, Epinal, 1835 ca., mm 70x95 (coll. C. Frison)


Vincenza Musardo Talò

SAN CARLO BORROMEO – Cromolitografia italiana dai bordi fustellati, edita nel 1910 per il III centenario della canonizzazione del santo, mm 70x110 (coll. C. Fornaro)


o S. CARLO COMUNICA S. LUIGI GONZAGA Cromolitografia italiana, Ricordo della Comunione pasquale, Piacenza 1903, mm 70x110 (coll. C. Frison)

 S. CARLO COMUNICA S. LUIGI GONZAGA Cromolitografia francese, Souvenir de la Premiere Communion de Marie Martin 31 Mai 1888”, ed. P. Blanchard, Orlèans, mm 70x110 (coll. C. Frison)


Vincenza Musardo Talò

o S. CARLO BORROMEO Cromolitografia italiana dai bordi fustellati, edita nel 1910 per il III centenario della canonizzazione del santo, mm 70x110 (coll. C. Fornaro)

 S. CARLO BORROMEO – Cromolitografia ovale in cornice punzonata dorata, di probabile produzione tedesca, metà sec. XIX (coll. C. Fornaro)


SV. KAREL BOR. – Anonima cromolitografia di produzione slava, fine sec. XIX (coll. C. Fornaro)


Vincenza Musardo Talò

S.T CHARLES BORROMÉE – Cromolitografia francese con bordo a ricamo, ed. J Langlumé, Parigi; sec. XIX (coll. C. Frison)


S. CARLO BORROMEO – Santini di varie scuole europee, sec. XX (coll. C. Fornaro)


Vincenza Musardo Talò

ST. KARL BOR. - Incisione su carta colorata a mano; ed. Koppe, Praga, sec. XIX, prima metĂ , mm 85x125 (coll. C. Frison)


San Carlo Borromeo  

Vincenza Musardo Talò San Carlo Borromeo: La santità nel sociale. Appunti storici e iconografici. Manduria, Tiemme, 2010 1. San Marzano per...

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