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Arginò la sua sete la bianca Nemesi, quando scorsi il palazzo schiudersi tra le dita perlacee dell’alba; ché ritenne forse sulla bilancia divina grevi abbastanza le mie lacrime. M’invase allora una dolcezza mite, stentorea, spettro quasi della gioia che un tempo riecheggiava fragorosa nei brindisi e nelle risate, e adesso giaceva pallida ed esangue, persa la sua dimora nei cuori colmi di amarezza. Scesi dal cocchio lentamente, con l’ansia soffocata dal timore di riscuotere in me belve scheletriche e rabbiose, dalle fauci gelide, che ancora una volta mi dilaniassero il cuore. Fu una speranza vana. L’antica reggia sembrava uno spirito, avvolta com’era in un sudario di silenzio. Ma custodiva ancora palpiti di calore, vivi nelle anime di chi strenuamente si rifugiava tra braccia candide delle sue mura, sempre più smagrite per la fame. Ad un tratto, una figura apparve in cima alla scalinata. Alta, i fianchi scarni, le braccia candide e sottili, il volto scavato, di un pallore mortale. Ma gli occhi neri ardevano ancora, pur velati dalla sofferenza e dalla vecchiaia. «Ecuba» mormorai in un soffio, e fu come se udissi la mia voce per la prima volta. Debole, stanca; spogliata di ogni fregio imperioso di rigore e risolutezza. Era quello il respiro di un vecchio: nessuno l’avrebbe mai detta voce di re. Ecuba non rispose: percorse lentamente i gradini di marmo, con fermezza dignitosa nei passi, ma un tremore doloroso negli occhi. Quando fu giunta di fronte a me, mi guardò a lungo, immobile; le iridi vitree, lo sguardo vacuo. Finché qualcosa in lei si incrinò. L’ebano ombroso degli occhi fu trafitto da un lampo di vivo fuoco, e un singhiozzo strappato alle labbra pallide scoppiò in un pianto incontrollabile, fiorendo in lacrime di dolore e di sollievo: per il suo sposo, vivo, ritto di fronte a lei, e per la bara che occhieggiava sul cocchio dorato. «Ecuba...» ripetei, stringendole con forza le mani. Lei alzò gli occhi, asciugandosi le lacrime; si ricompose, tirando su la schiena; e con un sussurro mesto mi invitò ad entrare. Nell’atrio spirava aria gelida. Del calore festoso di un tempo, non rimaneva che il cupo crepitio del fuoco. Dello strazio e del pianto, le braci che morivano in quell’angoscioso silenzio. Lo infranse la voce incrinata di Ecuba. «E così, Priamo, lassù, nei cieli di bronzo, c’è pur qualcuno che t’ama...»


Le mie labbra si schiusero in un sorriso amaro. «Più che a ogni altro, agli dei Inferi la mia discendenza fu cara; è segno di quanto poco m’amassero i Celesti! Ma Apollo saettatore ha avuto orrore della ferocia del Pelide, o forse pietà di un padre addolorato; ed Ermes alato mi condusse alla tenda. Lì, di fronte alla mensa imbandita, stava Achille, pasteggiando con Alcimo e Automedonte; e certo non ero io ospite atteso. Con grande stupore m’accolse, e fu forse per quello che non mi piantò fulmineo la spada nel petto: mi chinai allora io, a stringergli le ginocchia. Supplice Priamo, il rege! Priamo il vecchio. Priamo che accostò le labbra a quelle mani ancora calde del sangue dei propri figli. Lo sdegno, la vergogna, la rabbia ribollente nel petto; tutto quietai, empiendomi la bocca di parole miti; calpestai il mio onore e il mio orgoglio per amor tuo, Ecuba, e di Ettore dall’elmo lucente». Tremò la sposa, nel sentire il nome del figlio. Tremò di dolore e di rabbia. Ma nulla disse, affinché il marito potesse andare avanti. «Gli rammentai suo padre, che lo sapeva sì in guerra, ma vivo: cosicché pur nell’angoscia, non conosceva lo strazio del dolore, e sperava ogni giorno di vederlo tornare in patria, con il sangue ancor caldo nel corpo e la gloria splendente in palmo di mano. Gli rammentai i miei figli, squarciati dal fervido bronzo, i corpi che avevo pianto sulle rovine della mia terra; e nelle iridi giovani era brillato il riflesso del sangue dei propri morti. Vidi le lacrime ferirgli le guance: consumammo insieme i nostri lamenti. Ma presto svanì la malinconia, e gonfio d’orgoglio sollevò una mano, rivolgendomi belle ed illustri parole. Sembrava quasi cercasse di offrirmi consolazione, conscio delle mia disgrazie. Illuso! Fu certo un capriccio del suo cuore volubile, ammansito dalla certezza di sapersi superiore, perché implorato; e dai tristi ricordi che sbiadivano la furia. Io, sì, fui incauto: non riuscii a contenere l’ansia di riavere indietro la salma, ché potessi uscir vivo dalla tana del leone. Si adirò allora il Pelide, irritato dalla mia inquietudine: smorzò le lodi del mio coraggio, indovinando un intervento divino; minacciò di cacciarmi dalla sua tenda; e certo non avrebbe avuto timore nello sguainare la lama. Ma n’ebbi timore io, e non dissi oltre. Uscì Achille per attuare lo scambio: sentii il fragore e il tintinnio degli ori rovesciarsi sul suo carro. Lo udii prorompere in un lamento; piangeva a gran voce Patroclo Meneziade, morto sotto la lancia di Ettore massacratore. Fu in quel momento che m’assalì un pensiero indegno. Non saprei spiegare, donna, qual sentimento gemesse nel mio vecchio petto, o forse ne ho orrore, o vergogna; ma quando rientrò, per la


prima volta, lo guardai con pietà. Non se ne avvide. Mi disse che il corpo di mio figlio giaceva nella bara. Se nella gioia da tempo avevo smesso di credere, fu la commozione a togliermi quel peso dal cuore. Feci per alzarmi, ma mi fermò, invitandomi a sedere, perché trovassi respiro e conforto. Mi parlò di Niobe dalle belle chiome, madre infelice di tanti figli, stroncati dalla vendetta divina.» Il vecchio si fermò, levando alto lo sguardo. «E in lei, dolce Ecuba, vedevo i tuoi occhi bruciati dal pianto.»


Iliade Priamo e Achille