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numero 45 - Anno 12 Sabato 9 Novembre 2013

settimanale d’informazione regionale

Voce ai giovani 4 novembre a Cerzeto Ricordati i deportati integrtai nelle nostre comunità www. mezzoeuro.it

Pino Masciari, quando è lo Stato a "strozzare"

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Il legno storto

La vecchia polemica tra le “due culture”

stucchevoli repliche Forse è il vecchio scontro tra le cosiddette “due culture” (si ricordino le accese discussioni generate dal noto libro di Ch.P. Snow, “The two cultures and a second look” (1963. Ora Jerom Kagam parla persino di “Tre culture”) il quadro generale entro cui avrebbe potuto trovare qualche motivazione la scalmanata ed urlata difesa delle “arti belle” da parte di chi, retoricizzandone Mezzoeuro un deprezzamento, ne rivendica il valore. Certo sono davvero Fondato da Franco Martelli maligne e prevenute le accuse che ripetutamente Ediratio e non da ora vengono rivolte a saperi ritenuti infecondi Direttore responsabile e improduttivi: le imputazioni sono di diverso tipo e natura Domenico Martelli ma convergono nel sottoscrivere uno stato di infecondità dei Registrazione Tribunale di Cosenza saperi umanistici. Se le “arti liberali” (in linguaggio n°639 del 30/09/1999 medioevale, del “trivio” e del “quadrivio”; i “saperi leggeri”, Redazione in linguaggio odierno) dovessero mettersi sulla difensiva e amministrazione via Strada Statale 19 bis, 72 87100 Cosenza a rivendicare spazi di vita e di presenza nella vita civile, Responsabile culturale e morale di una società, arroccandosi settore economia Oreste Parise sulle barricate di almanacchi di frasi celebri (come i “Detti Progetto memorabili” di Senofonte, letti magari nelle lingua originale, e realizzazione grafica Maurizio Noto il greco) raccolte alla rinfusa dal Senofonte odierno, c’è telefono 0984.408063 da chiedersi quali possibilità rimangano per vincere fax 0984.408063 una difficile battaglia. Il Senofonte contemporaneo dovrebbe e-mail: ediratio@tiscali.it discernere e saper valutare meglio il tipo di accuse che Stampa Stabilimento tipografico si muovono (contro le quali appunto si scomodano De Rose, Montalto (Cs) i “detti celebri”, le grandi frasi ad effetto) alle arti liberali Diffusione Media Service in contrapposizione ai “saperi forti , fertili”: di Francesco Arcidiaco telefono 0965.644464 una di queste accuse, è che oggi per come vengono coltivati fax 0965.630176 Internet relations quei saperi “deboli”, c’è quasi un loro decadimento, N2B Rende un loro distacco dalla sensibilità contemporanea, Iscritto a: Unione Stampa Periodica un loro rinchiudersi in linguaggi e forme sterili, Italiana in una rincorsa verso riconoscimenti e sovvenzionamenti. Verrebbe da chiedersi: cosa fanno i saperi cosiddetti infecondi e infruttuosi, per rinvigorirsi e farsi ascoltare dall’uomo n. 12427 di oggi e vincere un maligno pregiudizio verso di loro? editore

di Franco Crispini

Ricerca di onorificenze, di premi letterari, di sostegni editoriali, di pagine culturali di riviste e stampa nazionale, di strumentalizzazioni dei problemi dei musei, delle biblioteche, delle accademie: dappertutto questo è l’obiettivo verso cui ci si muove; tutto ciò svilisce il decantato disinteresse che ha sempre caratterizzato le arti liberali; c’è invece una giostra di cervelli in fiamme, di ricercatori di occasioni e di primi piani, dovunque un esaurimento della vena creativa. Occorrerebbe davvero che i paladini della fecondità dei “saperi leggeri” riuscissero a richiamare, con validi argomenti, alla necessità di stimolare le migliori energie intellettuali, di tutelare un patrimonio di valori artistici e culturali, di fornire più affinate nomenclature di vita pensante, libera, partecipativa, di una completezza di “humanitas” cui è difficile pervenire per le strade di una esistenza affaccendata e trafelata nei calcoli, nelle partite di giro, nelle spire di una mens aridamente volta ai guadagni,nella ridda degli affari, nella totale negazione dell’ homo ludens a tutto profitto dell’homo oeconomicus. Forse c’è solo da dire che un disincanto sempre più diffuso verso la sfera di una cultura del “non effettuale”, parzialmente tecnico-operativa, produce un impoverimento pari a quello materiale. Certo, i saperi “non pesanti” non possono servire solo a riempire i vuoti, a confortare gli “ozi” di una vita che si prende una pausa dai duri lavori,oppure a compensare le amarezze di una grama vita materiale, a consolare semplicemente per non riuscire a beneficiare dell’industria degli arricchimenti. Considerare quelle “arti pure”, rimarcandone una loro natura “ateleologica”, collocarle in una sfera inferiore del “poièin” di contro a quella più allettante del “pràttein”, potrebbe servire a creare uno scudo per sottrarle ad un giudizio poco favorevole dettato soprattutto da una loro supposta inadeguatezza alla contemporaneità: dire che quei saperi non “giovano” e che non “servono” può essere soltanto un lamentare una loro indisponibilità ad avere una reale egemonia per dissipare le nebbie della depressione. È poi vero che in tutta la parabola civile culturale, non si sono avuti benefici di civiltà come quelli che sono stati invece dati dagli sviluppi delle scienze e delle tecnologie? Per l’uomo di ogni tempo le arti ed i saperi che conservano, trasmettano alimentano la vena della creatività pura, non dovrebbero essere bisognose di retoricizzazioni dei vantaggi “per lo spirito” di quei doni che sanno dare filosofia, musica, pittura, poesia, geometria, scultura. Ora più che mai, ora che una logica del profitto ha finito per prevalere in tutte le forme di vivere e organizzarsi delle società contemporanee, è necessario saper vincere, sapere sottrarsi ai detrattori dei beni immateriali, sapere confutare il rischioso rifiuto che viene da tutti i cedimenti alle facili ragioni degli appagamenti ottenuti con “altri” strumenti, in forme alienanti che vedono soccombente il proprio dell’humanitas, vedono una preponderante e quasi vincente “ferinitas”. È come difendersi dagli attacchi di una cultura estraniante che è divenuto difficile; non basta enfatizzare l’argomento che ha goduto sempre di celebri sostenitori, degli effetti edificanti che possono discendere da una cultura dei saperi puri.


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La resa dei conti

La folle corsa di Galati

Il via libera definitivo alle sue ambizioni glielo ha poi fornito direttamente Denis Verdini che non ha mai visto di buon occhio Scopelliti, figurarsi poi oggi che può esibire al Cavaliere quando gli gira il nome del presidente calabrese nell’elenco dei “traditori” del 2 ottobre. Fiutando che prima o poi si sarebbe andati verso un differente posizionamento Galati ha aspettato l’unico momento possibile, politicamente parlando, per marcare una prima e pubblica differenza da Scopelliti senza per questo far parte di due partiti diversi (almeno per ora). Marcando a uomo tutte le mosse di Berlusconi Galati non ha avuto alcun dubbio che per lui, e per i suoi progetti, non avrebbe avuto senso alcuno seguire i governativi di Calabria nella loro adesione massiccia ad Alfano. E questo ben sapendo che per il Cavaliere potrebbe mettersi male da qui a breve ma tant’è. Per Galati l’importante era ed è spostarsi da cono d’ombra che gli fa Scopelliti a maggior ragione in considerazione del suo evidente e personale rapporto con Angelino Alfano. L’uso strumentale della diaspora del Pdl che deve diventare Forza Italia è così diventato il lancio definitivo del progetto di Galati che ormai si colloca come catalizzatore assoluto di chi non vuol stare per forza con Alfano (e con Scopelliti). Forse non si aspettava, Galati, che così facendo si sarebbe visto ridurre di un bel po’ la truppa in consiglio regionale che rispondeva al suo nome ma ormai la sfida è partita e non la fermerà. Non gli conviene e non lo può fare nemmeno. Dal basso, in senso antiorario: Tonino Gentile, Denis Verdini Peppe Scopelliti e Nino Foti In alto, Pino Galati

Ormai è chiaro, è il deputato lametino ad aver lanciato la sfida a Scopelliti e ai suoi. Dentro i numeri del Pdl che deve diventare Forza Italia c'è questa partita nella partita. Il ruolo chiave di Denis Verdini Certo ha saputo aspettare e ha fiutato l'unico momento possibile per dare tracciabilità al suo progetto, alla sua vera ambizione. Da questo punto di vista, Pino Galati, non ne ha sbagliata una di mossa nel senso che fino alla intifada nazionale del Pdl non aveva mai dato cenni in pubblico di volere fortissimamente la poltrona che oggi è di Scopelliti. Anzi, per certi aspetti, era proprio Pino Galati il più strenuo difensore dell’operato com-

plessivo del governatore specie poi quando iniziavano le periodiche e mai finite guerre fredde tra i fratelli Gentile e il vertice di Palazzo Alemanni. Spalle larghe nel rapporto anche personale con Berlusconi Pino Galati s’è persino messo più volte a disposizione di Scopelliti, ad inizio legislatura, per uscire da alcuni coni d’ombra in cui s’andava cacciando l’amministrazione regionale al cospetto della regnanza nazionale del partito. Sembrava un asse di ferro, quello costruito sui fatti tra Galati e Scopelliti fin quando qualcosa, che non deve essere necessariamente riconducibile alla sfera politica, s’è rotto. Da quel momento in poi e senza mai darlo a vedere né in pubblico né nelle segreterie politiche dei conterranei Galati s’è messo a lavorare in proprio. Forte di un robusto gruppo in consiglio regionale a lui facente capo (e ben consapevole che si sarebbe poi potuto anche dividere) s’è messo poi a riprendete il giro delle vecchie amicizie locali misurando sul campo la sua potenziale forza. Il test lo deve aver convinto se è vero come è vero che risale ad almeno un anno fa, se non di più, il progetto recondito del deputato lametino di prendere il posto che ora è di Peppe Scopelliti.

La rincorsa alla conta delle firme in calce ai documenti da portare all’eventuale (se mai si terrà) consiglio nazionale del Pdl del 16 appassiona poco Galati, e siamo certi anche Scopelliti. Una soluzione per non spaccare tutto forse a Roma si troverà e se non si troverà se ne troverà un’altra che dividerà comunque ma più lentamente il partito, una sorta di eutanasia a gocce. Ma non è questo il punto, il punto che interessa Galati ovviamente. Certo potremmo dire che Nino Foti è al suo fianco. Così come Morrone, Pacenza, Magno. Forse se ne può aggiunger qualcun altro all’occorrenza. Gente che non vuole molto bene a Scoopelliti se si mette a girare la trova Galati ma se è per questo, è vero anche il contrario. Valga per tutti il caso dei fratelli Gentile che hanno seguito forzatamente le movenze di Scopelliti (nel senso che non avevano altra scelta) ma che Dio sa quanto vorrebbero che fosse un altro e non Galati a materializzarsi come possibile alternativa al governatore. Per loro sarebbe come passare dalla padella alla brace. Come la giri e la volti in una regione bastarda come la nostra amici e nemici te li fai in un giorno e questo lo sanno bene tanto Galati, quanto Scopelliti. Quel che interessa e che conta, per Galati, è stato marcare una linea differente rispetto a Scopelliti e questo a prescindere dalle fortune e dall’esito a breve scadenza del progetto di Berlusconi. Potrebbe interessargli relativamente. Ora contava soltanto fare da calamita “evidente” per quanti non sono appassionati di Scopelliti. O non lo sono più. Lui stesso era tra questi fino a che non è successo qualcosa...


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Sabato 9 Novembre 2013

La banda larga

Che non sia una Caposuvero... Che le cose in qualche modo le “menti illuminate” stiano cercando di aggiustarle, senza troppi morti e feriti sul campo, lo si evince chiaramente anche da quello che ha deciso la fantomatica commissione nazionale di garanzia del Pd. Doveva succedere il finimondo a proposito del congresso provinciale di Cosenza e a conti fatti invece, alla fin fine, “Roma” se l’è cavata con la più democristiana e modestamente misera delle soluzioni. La partita viene annullata e forse si ripeterà in pochissimi dei circoli inseriti nell’elenco tra quelli dove sono volate le botte, una soluzione che sulla carta non tocca nulla circa l’esito finale. Guglielmelli è segretario provinciale dopo aver corso da solo e dopo che Cosenza è finita sul Corriere della Sera per tessere quando esageratamente gonfiate, quando invece negate anche con la forza alla porta. Ma se davvero c’era qualcuno che sperava in cuor suo di ottenere solo per questo l’annullamento dell’intero congresso provinciale di Cosenza questi, va detto, è rimasto abbondantemente deluso perché nelle ultime ore è intervenuta una mediazione romana tra i blocchi a cambiare in senso positivo, calmierante, le cose. Una sorta di missione di pace tra i due blocchi (bersaniani e dalemiani da una parte e renziani dall’altra) peraltro corroborata, sempre nelle ultime ore, da un sindaco di Firenze che viene dato in raffreddamento nei confronti di Letta e Epifani. Quindi, se tanto mi dà tanto, non dev’essere stato impossibile trovare a Roma una mediazione sul congresso di Cosenza peraltro poi considerato un insetto di problema al cospetto della partita nazionale che deve giocarsi il Pd. E così si è arrivati alla soluzione mediana con l’annullamento di alcuni circoli (ininfluenti, così da far felice qualche fesso) nel mentre però si conferma la sostanza e cioè Guglielmelli segretario. Cosa rimanga poi di fatto in archivio di questo congresso non è dato sapere se è vero come è vero che nessuno degli attori principali, così come dei big che hanno soffiato con le tessere dietro al collo, ha gettato in piazza un argomento concreto che sia uno. Se andava misurato in questa fase congressuale l’appeal del partito nei confronti della sua gente va detto con largo anticipo che è meglio non farsi illusioni. Il calo generalizzato dei tesserati su scala nazionale è probabilmente niente rispetto a quello che si registrerebbe in Calabria se solo fosse indipendente la partecipazione. Mai come in questa fase il Pd ha mostrato di avere la mente rivolta da tutt’altra parte rispetto a quelle che sono le vere e proprie emergenze conterranee. Se si fa eccezione per qualche sparuto comunicato il resto della compagnia è costantemente impegnato nella conta e nella cooptazione di tessere e nominativi da esibire, offrendo un’immagine complessiva assai vicina ad un quadro decadente d’insieme. Ma tant’è, non è notizia di queste ore purtroppo. Quel che risalta più che in passato è semmai il tentativo estremo di spartizione che a maggior ragione, dopo la decisione di “Roma” sul caso Cosenza, ritorna prepotentemente alla ribalta. E così Franco Laratta, lo sfidante contro l’asse di ferro delle tessere, l’uomo che per protesta “renziana” s’è persino ritirato dalla competizione, potrebbe in realtà tentare e riuscire ad ottenere un

Da sinistra: Mario Oliverio, Mario Pirillo e Mimmo Bevacqua Sotto, in primo piano, Franco Laratta e Nicola Adamo

Ci sono manovre sotto il tavolo (anche fintamente rissoso) del Pd di Calabria per trovare la quadra Quella che avevamo anticipato come spartizione. Un posto al sole, in qualche modo, per tutti. Ma è il messaggio generale che rischia di risultare assai negativo tra la gente... aggancio con Mario Oliverio. Da messaggero di pace dovrebbe fungere Mimmo Bevacqua, amico personale di Laratta e pure lui impegnato a fianco dei renziani in questa fase pur rimanendo però ben stretto al fianco di Oliverio in Provincia. Poi qualche maligno c’ha pure ricamato su, ipotizzando che Bevacqua fosse in realtà il braccio nascosto di Oliverio tra i renziani, la protesi, l’ombra che ascolta e riporta in ottica di spartizione. Non si muoverebbe gratis, ovviamente, Bevacqua. Ambisce pure lui, perché no, ad un posto in consiglio regionale e ci sta lavorando su più fronti per arrivarci dopo la fregatura della volta scorsa (rimasto fuori a vantaggio di Maiolo per meno di duecento voti). Laratta che tende una mano tramite Bevacqua all’altro schieramento non smetterebbe però di rimarcare tutta la sua rabbia contro le decisioni romane al fine magari, perché no, di ottenere un sacrosanto risarcimento politico. Ci sta del resto. Forse nel suo caso ci sta più che in altri visto lo spessore e la qualità del personaggio. Il riferimento, ad altre “partite” da risar-

cire che invece lo meriterebbero un po’ meno, va a Mario Pirillo che dopo aver lottato contro l’asse cosentino s’è infine accomodato al tavolo sperando anche lui in un posto in consiglio regionale per il figlio. Non poteva rimanere fuori dalla contesa e ha scelto per il “bene della famiglia”. Gli si può dar torto? Ormai tutto, o quasi, sembra prefigurare gioco o forza uno scenario da spartizione e se Palma si dice convinto d’aver ricevuto mandato di portare la Bindi su Civati a Cosenza è solo perché qualcuno, la presidente dell’Antimafia, l’ha messa sotto pressione. L’ha fatta scegliere in fretta, ma l’ha fatta scegliere. Bindi voleva stare fuori dalle beghe di Calabria e la sua posizione rischiava persino di fare la differenza qualitativa in prospettiva. Poi qualcuno l’ha tirata per la giacca anche impropriamente e ha dovuto scegliere, gioco o forza. È l’aria conterranea che stritola logiche a ambizioni. E costringe agli errori. Come quello che potrebbe commettere infine Mario Oliverio in tutta questa vicenda. Il terminale di ogni operazione è lui, inutile nasconderlo. Negli ultimi tempi s’è scelto come amico del cuore Nicola Adamo, inutile star qui a specificare se nel frattempo ha un pochino allontanato qualcun altro. Chi conosce bene Adamo è persino convinto che non sia estraneo a tutte queste macchinazioni che dovrebbero poi concretamente portare Mario Oliverio alla corsa per la presidenza della Regione. Ma la domanda è questa, rivolta magari allo stesso Oliverio anche in considerazione della statura e dello spessore politico indubbiamente di assoluto rilievo di cui gode (è lui, obiettivamente, l’uomo forte): vale la pena arrivare a questa investitura rimettendo in campo tutte le pratiche spartitorie della vecchia e maleodorante politica che conosciamo? Ha senso farsi acclamare così? È proprio il caso di rispolverare una riedizione di Caposuvero, simbolo geografico dell’era Loiero al suo declino? La gente non capirebbe. O se dovesse capire, si metterebbe strane cose in testa... d.m.

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La salute vien mangiando

Salta il banco

a Cosenza e a Reggio? Potrebbero essere imminenti, magari anche in settimana, clamorosi eventi nelle aziende sanitarie provinciali più grandi della regione Con conseguenze inimmaginabili Pezzi e D’Elia non ci hanno più ripensato nel senso che si sono guardati bene dal tornare indietro rispetto alla decisione presa ma al loro posto, nell’ufficio del commissario straordinario per la sanità in Calabria, ne è arrivato un altro ancora di sub che come è noto risponde al nome di Andrea Urbani (proposto anche da Scopelliti di concerto con i ministeri della Sanità e dell’Economia). È ancora presto per stabilire con cognizione di causa se l’intera operazione di governo ne ha piazzato uno al posto di due ai fianchi di Scopelliti perché magari Urbani vale quanto gli altri due insieme ma un dato è quasi certo sin da ora. Coincidenza o meno, Urbani arriva al potere della sanità in Calabria (insieme a Scopelliti, ovviamente) proprio mentre sono imminenti un paio di provvedimenti clamorosi che riguardano le due

Grazia Rosanna Squillacioti direttore dell’Asp di Reggio Calabria

principali aziende provinciali della Calabria, Cosenza e Reggio. Già piuttosto inguaiate le due Asp per vicende che hanno a che fare con presunte infiltrazioni mafiose ora potrebbero ricevere una ulteriore mazzata che poi equivarrebbe al vero e proprio commissariamento amministrativo. Non è fuori dalla realtà infatti ritenere assai probabile che nella settimana che va ad aprirsi (forse proprio nei primi giorni) i due direttori generali delle due Asp più grandi e più importanti verranno fatti fuori. Defenestrati. Al loro posto, ovviamente, altri due commissari o comunque due figure in grado di mantenere la barra dritta in materia amministrativa. Un provvedimento che sarebbe clamoroso, dirompente, che andrebbe ad infilarsi in un clima torbido e per certi aspetti inquietante se teniamo conto anche dei guai che le due Asp hanno con gli accessi Antimafia. Contabilmente poi basta considerare, per farsi un’idea della posta in gioco, che l’Asp di Cosenza vale quasi un miliardo di euro all’anno di bilancio mentre quella di Reggio poco meno, circa 700 milioni. Un mare aperto dentro il quale probabilmente è andato annegando ogni criterio di liceità contabile se diamo per verosimile anche il dieci per cento di quello che via via è uscito sulla stampa locale (e non da oggi). Consulenze le-

Gianfranco Scarpelli direttore dell’Asp di Cosenza

gali da capogiro e sempre alle stesse persone, si sospetta addirittura con assegnazione diretta (anche se la materia è contorta e non è detto che si sia violata la legge). Appalti considerevoli (e in qualche modo sospetti) in materia di parcheggi, impianti di aria condizionata, pulizie. Forniture le più varie che oltre ad aver seguito un iter procedurale quantomeno borderline hanno finito per pesare e non poco nei bilanci. Il provvedimento di eventuale defenestrazione dei due direttori generali non ha certo nulla a che vedere (per ora) con iniziative della magistratura ma si andrebbe inserendo in quella prassi di governo attuale che vuole vederci più chiaro nelle regioni che non riescono a fare grandi passi in materia di piano di rientro. Se così andranno le cose rimane poi da capire il ruolo che avrebbe giocato il commisAndrea sario Scopelliti in tutto queUrbani sto. Vale a dire, tanto per parlar chiaro, se subirà senza colpo ferire una decisione del genere o se non la ha addirittura concertata in origine. Si vedrà. Quel che è certo è che le indiscrezioni di stampa uscite in modo seriale fin qui a proposito di appalti e consulenze delle due Asp non devono essere risultate sufficienti per mandare a casa i due direttori generali. Se ciò accadrà come pare probabile, se cioè Scarpelli e Squillacioti verranno fatti fuori, vuol dire che altri dossier stanno circolando sulle scrivanie più importanti in materia di sanità. Ben più corposi. Non resta che aspettare, forse davvero pochi giorni.

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Mezzoeuro Caos urbano

Lotta dura senza paura Nel comunicato diffuso dalle organizzazioni, si esprime una viva soddisfazione per la riuscita della manifestazione che il quattro novembre scorso ha paralizzato l’intera area urbana. Secondo le fonti sindacali erano circa 1500 Lsu-Lpu provenienti da tutta la provincia di Cosenza, che hanno prima invaso la rotonda dell’ingresso autostradale di Rende impedendo alle auto di entrare nella importante arteria. Si è creato un caos indescrivibile per tutta la giornata e si è stati costretti a chiudere le uscite di Cosenza e di Rende per poi chiudere addirittura l’intera autostrada nei due sensi da Montalto fino a Rogliano. Erano molti anni che nella provincia di Cosenza non si era registrata una paralisi così generalizzata. Le conseguenze del blocco si sono sentite a decine di chilometri dall’area urbana provocando una irritazione nell’intera popolazione. L’Italia si è spezzata in due, essendo quasi impossibile la circolazione mettendo chiaramente in evidenza la frattura che già esiste sotto il profilo economico e sociale. Il numero dei manifestanti era probabilmente molto minore, ma il disagio che si è determinato è stato considerato sproporzionato e interamente ricadente sulla incolpevole popolazione ignara di quanto stava accadendo e dei motivi della protesta. Questo è una caratteristiche peculiare di ogni manifestazione, ma nel caso specifico il danno provocato è apparso francamente eccessivo. Nei commenti raccolti per strada si registravano molte lamentele, tanto per il tipo di protesta che per la scarsa informazione. Molti si sono ritrovati in un ingorgo mentre cercavano di raggiungere il posto di lavoro o partecipare alle varie manifestazioni per la commemorazione dei caduti in guerra. In molti hanno osservato che la protesta doveva svolgersi nei dintorni dei centri del potere regionale per responsabilizzare i governanti locali a prendere le decisioni adeguate e limitare le ricadute negative sulla vita di tanti cittadini. A questo bisogna aggiungere che una protesta così devastante doveva essere pubblicizzata adeguatamente poiché nel grande ingorgo sono rimasti coinvolti bambini, malati e lavoratori di comparti sanitari. Solo per caso si è evitato che non si verificasse qualche tragedia. La protesta è stata preceduta dai circa 150 lavoratori in mobilità di Catanzaro che avevano in manifestato a lungo davanti alla sede dell’assessorato regionale al Lavoro, in via Lucrezia della Valle, bloccando la circolazione stradale. Per rimuovere il blocco intervenuta la Digos. La condizione dei precari è certamente molto delicata e riguarda un bacino di migliaia di persone che svolgono la loro attività negli enti locali e in varia altri istituzioni. I tagli indiscriminati ai bilanci dei comuni ha reso impossibile il normale ricambio dei dipendenti, e molti enti riescono a funzionare solo grazie la loro opera. In questa maniera completamente anomala si è riusciti a comprimere il costo del lavoro negli enti locali addossando sulle spalle dei lavoratori la crisi con una condizione di precarietà assoluta e retribuzioni dimezzate. La protesta dei lavoratori nasce dal mancato pagamento della retribuzione, che non a caso viene indicato come sussidio, poiché il pagamento avviene con una assoluta erraticità e con ritardi che spesso raggiungono molti mesi. Gli ultimi compensi risalgono al mese di agosto, e dopo questa vibrata protesta hanno avuto una generica assicurazione che verranno corrisposte due mensilità arretrate. Non si ha alcuna garanzia per il pagamento dei successivi mesi, poiché bisognerà attendere

È stato sufficiente qualche centinaio di precari per provocare il finimondo mettendo a dura prova i nervi dell'intera città di Cosenza. Un disagio che ha interessato un'area vastissima, con molti cittadini a chiedersi se una protesta pur legittima può farsi ricadere su tutta la popolazione l’approvazione del bilancio. Tra un adempimento e l’altro se ne riparlerà dopo le festività natalizie. La questione più spinosa riguarda però la stabilizzazione, poiché l’incertezza sul futuro rende ancora più angosciante la mancata corresponsione

dei compensi per le prestazioni già effettuate. Come lamentato dai sindacati vi sono casi di precariato che durano da più di quindici anni. La precarizzazione del lavoro ha provocato una rivoluzione demografica nella regione, poiché il tasso di natalità è sceso ai minimi storici: il numero dei nati è ormai costantemente inferiore al numero dei morti, poiché nella condizione di incertezza in cui sono costretti a vivere una parte sempre più importante e significative dei giovani, rifiutano di creare delle famiglie e dei figli ai quali non potrebbero garantire un futuro accettabile. Secondo valutazioni di molti esponenti democratici, il costo economico e sociale della precarietà è molto maggiore del costo occorrente per la loro stabilizzazione, per cui si sta creando un fronte sempre più ampio e variegato che chiede a gran voce una soluzione a questo annoso e angoscioso problema. Nel comunicato diffuso dai sindacati si legge: «I lavoratori, supportati da Cgil, Cisl e Uil, chiedono un impegno alla Regione Calabria affinché siano pagati gli arretrati, l’ultimo sussidio erogato risale al mese di agosto, e venga assicurata la copertura necessaria a garantire i compensi sino a fine anno. I precari - che sono più di cinquemila in tutta la regione, circa 2400 solo in provincia di Cosenza - si rivolgono inoltre al Governo, rivendicando una stabilizzazione che in certi casi è attesa da quindici anni. Per dare forza alle loro ri-


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Caos urbano

diatamente la situazione dei precari calabresi, anche in considerazione del grave momento di crisi che sta attraversando la regione come è evidenziato in tutti gli studi recenti degli istituti di ricerca economica. La stabilizzazione dei precari rappresenterebbe una boccata di ossigeno per la regione, e il pagamento regolare degli emolumenti consentirebbe loro di poter dare un sostegno ai consumi e consentire loro una programmazione del loro futuro. La condizione di disagio sociale della Calabria è acuito dalla presenza di migliaia di altri lavoratori posti in mobilità per la crisi di molte aziende. Una situazione ancora più drammatica e precaria di quella degli Lsu-Lpu, poiché in questo caso l’unica risposta possibile è il ritorno all’attività produttiva delle aziende, che appare una chimera, o la predisposizione di politiche attive per il lavoro, che la regione non è stata in grado di predisporre. La giustificazione addotta è l’assenza di fondi per l’attuazione dei progetti. La conseguenza è l’assoluta incertezza di migliaia lavoratori (o sarebbe meglio dire ex-lavoratori) che non hanno alcuna prospettiva di riavere una occupazione.

chiesta, gli Lsu-Lpu sono anche pronti a presidiare la sede del Consiglio regionale in occasione della seduta del prossimo 12 novembre». Nello stesso comunicato viene preannunciato un incontro presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri per mercoledì tredici. «Il tavolo romano sulla stabilizzazione degli LsuLpu calabresi rappresenta un successo per i precari e per il sindacato - hanno commentato Giovanni Donato, segretario della Cgil di Cosenza, e Angelo Sposato, segretario della Cgil PollinoSibaritide-Tirreno -. I lavoratori mantengono però lo stato di agitazione, dalla Regione infatti non sono giunte le necessarie garanzie relative alla copertura finanziaria dei pagamenti sino al 31 dicembre». Sulla vicenda sono intervenuti i consiglieri regionali del Partito Democratico, Demetrio Naccari Carlizzi e Mario Franchino, che ricordano di aver presentato giù a giugno scorso in una lettera al presidente del Consiglio regionale, rammentano che il 28 giugno 2013, assieme al gruppo del Pd, hanno depositato presso il consiglio regionale una proposta di provvedimento amministrativo che impegnerebbe il Parlamento affinché discuta della stabilizzazione dei lavoratori Lsu-Lpu della Calabria. «La soluzione della vertenza dei lavoratori LsuLpu e legge 15/2008 calabresi non può essere ulteriormente procrastinata e si deve passare ai fat-

ti, lasciando da parte i proclami. Non basta un tavolo tecnico permanente al quale la Regione Calabria si presenta senza soluzioni» affermano i due consiglieri Pd che precisano il senso della loro proposta. Per la stabilizzazione dei precari è necessario «un contributo di 54 milioni di euro da ripartire con decreto del ministero dell’Economia e delle Finanze previa stipula di apposita convenzione con il ministero del Lavoro e della Previdenza sociale, a valere sul Fondo per l’occupazione». Inoltre essi chiedono di poter superare il blocco delle assunzioni disposto nella legge finanziaria negli enti locali, e consentire per il solo 2013, ai Comuni della Calabria che hanno vuoti in organico di procedere ad assunzioni di soggetti collocati in attività socialmente utili, con spesa a carico dello Stato che dovrebbe prevedere con un apposito fondo annuale. La questione dei precari sarà discussa lunedì alle ore 10.30 presso la sede regionale del Pd, in una conferenza stampa sul tema “Fuoriuscire dall’emergenza: stabilizzare i lavoratori socialmente utili e di pubblica utilità e prosciugare le aree del precariato della pubblica amministrazione”. È annunciata la presenza dei parlamentari Enza Bruno Bossio, Ferdinando Aiello e Brunello Censore, ed i consiglieri regionali Carlo Guccione, Antonino De Gaetano e Pietro Giamborino. Insieme chiedono che il governo affronti imme-

I sindaci del Savuto sono intervenuti con una lettera indirizzata al ministro del Lavoro e delle Politiche sociali, al presidente della Giunta e all’assessore regionale al Lavoro annunciata nel corso dell’ultima Conferenza dei sindaci che si era svolta nei giorno scorsi a Rogliano. «Gentilissimi onorevoli, nei giorni scorsi la situazione di disagio e di difficoltà vissuta dai Lavoratori del bacino degli ammortizzatori sociali in deroga e dei Lsu-Lpu residenti nel territorio del Savuto è sfociata in azioni forti di protesta e di mobilitazione con presidi ed occupazioni attuate in diversi Comuni del nostro territorio. Molti di questi lavoratori, appartenenti complessivamente ad un bacino che coinvolge circa 25 mila famiglie calabresi, non ricevono da diversi mesi le mensilità loro spettanti e previste dai fondi loro destinati. I lavoratori, coscienti del fatto che tali fondi saranno presto destinati ad esaurirsi, oltre al saldo di quanto loro dovuto, chiedono e rivendicano con forza l’attivazione di strumenti utili a mettere in campo politiche attive al fine di costruire condizioni lavorative che superino definitivamente le situazioni di precarietà e di disagio vissute sinora, soprattutto con il coinvolgimento delle esperienze e professionalità che possa mettere in campo l’Università della Calabria. Il giorno 31 ottobre 2013, su richiesta dei lavoratori si è tenuta, presso la Sala consiliare del Comune di Rogliano, una partecipatissima assemblea alla quale diversi di noi hanno presenziato; dopo un dibattito teso e complesso ma, allo stesso tempo, costruttivo, si è arrivati alla consapevolezza della necessità di mettere in campo tutte le forze e tutte le risorse presenti e future per affrontare un problema cosi delicato che coinvolge in modo determinante il futuro delle nostre comunità. Pertanto, Vi rivolgiamo un invito pressante, per ridare dignità a tanti padri e madri di famiglia che ormai non hanno la possibilità di rispondere delle proprie responsabilità sia come persone che come cittadini, vista la situazione di disagio materiale estremo che vivono, di attivarVi, in tempi rapidissimi, per sbloccare le risorse finanziarie necessarie a coprire le spettanze loro dovute. In attesa di risposte fattive, Vi comunichiamo che come amministratori ci sentiamo coinvolti attivamente restando al fianco delle mobilitazioni dei lavoratori e sostenendo le loro rivendicazioni presso le istituzioni competenti, in primis Regione e Ministero». I sindaci di Aprigliano, Belsito, Carpanzano, Cellara, Figline Vegliaturo, Grimaldi, Malito, Mangone, Marzi, Parenti, Piane Crati, Rogliano e Santo Stefano di Rogliano. O.p.

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Una Rosy tra le spine «Ricorderete che sono stata eletta in Calabria A quella regione dovremmo dedicare particolare attenzione, perché al momento la 'ndrangheta è più forte, perché la reazione della società è stata più debole che in altre regioni Penso che questa debba essere la priorità per la commissione Antimafia» Lo ha detto la presidente della commissione Antimafia, Rosy Bindi, intervenendo alla presentazione de “il circuito delle mafie” «C’è bisogno di affrontare il tema dell’aggiornamento della legislazione antimafia, che è un modello per tutto il mondo, ma che va rivisitata anche per dotarla di strumenti in grado di combattere il grande tema del rapporto mafia-economia». Lo ha detto la presidente della commissione Antimafia, Rosy Bindi, intervenendo, con il presidente del Senato, Pietro Grasso, alla presentazione del numero “Il circuito delle mafie” della rivista di geopolitica Limes. Dalla confisca dei beni alla riforma della giustizia, ha aggiunto, serve una riforma da fare «con mente libera da qualunque condizionamento». «Credo che la commissione antimafia debba avere visioni ambiziose e una capacità di lavoro» legata agli obiettivi, «alle emergenze, alle urgenze che vanno affrontate e aggredite arrivando a una qualche conclusione». «Questa non è la prima commissione Antimafia, non si parte da zero e si ha disposizione un tesoro di conoscenze da cui non si può prescindere. Si comincia là dove è stato lasciato il lavoro. Non c’è da riscriverlo. Non so quanto tempo avremo davanti, io auspico una legislatura che duri cinque anni», ma “la prudenza” porta anche a «programmi di medio termine. Accolgo volentieri la sfida». «La politica che non fa il suo mestiere, che non è libera ed autorevole, è forse la prima anticamera dei poteri mafiosi. Credo che debba esserci un’autoriforma profonda della politica».

Piero Grasso, presidente Senato

È la toga che parla Oggi come politico e come presidente del Senato sono fermamente convinto che il futuro delle mafie dipende dall’impegno della politica. Sono convinto che il futuro del Paese dipende dalla capacità che avremo di sanare un vuoto profondo di cui la politica soffre verso i cittadini, di comprensione, rappresentatività e di legittimazione etica. Questo il mio impegno, questa la mia speranza. Per parte mia non posso dimenticare 43 anni di vita professionale dedicati alla lotta contro la mafia, alla tutela della legalità, alla difesa dei diritti fondamentali dei cittadini. La lotta alla mafia non può essere solo una battaglia di ideali; dobbiamo intervenire sulle condizioni di sviluppo, sulla capacità dei territori locali di attrarre investimenti e risorse professionali. Alla globalizzazione del crimine dobbiamo opporre quella della legalità. È compito delle istituzioni riaffermare il ruolo e la forza della decisione politica, perseguendo politiche pubbliche capaci di operare su quelle condizioni sociali, economiche e culturali che maggiormente favoriscono il radicamento delle mafie.

L’allarme di Ance Reggio Calabria

Torna la strategia della tensione «La brillante attività condotta in questi giorni da forze dell’ordine e magistratura costituisce un segnale estremamente incoraggiante per il territorio reggino. Il nostro, infatti, è un contesto che ha bisogno di una costante e profonda azione di bonifica in grado di liberarlo dal cancro del malaffare. Un cancro che oggi condiziona pesantemente molti dei settori chiave della società». Con queste parole Ance Reggio Calabria analizza l’attuale momento che sta attraversando la città anche alla luce della recente operazione “Araba fenice” che ha riguardato alcune società del settore delle costruzioni. «Stiamo vivendo una fase molto delicata in cui accanto ai ben noti effetti della crisi economica si aggiunge, per quel che riguarda la nostra realtà, un clima caratterizzato da una preoccupante ripresa della cosiddetta strategia della tensione. Le cronache delle ultime settimane, purtroppo, hanno fatto registrare in rapida sequenza una serie di atti intimidatori ai danni di esponenti del mondo istituzionale, associazionistico e del tessuto produttivo. Gesti inquietanti che, inevitabilmente, contribuiscono a destabilizzare e indebolire un assetto socio-economico come quello reggino già alle prese con innumerevoli e gravi criticità. All’interno di questo scenario riteniamo sia indispensabile rinsaldare quel fronte comune a sostegno della legalità e del rispetto della legge che in questa città può ancora avvalersi di tantissime risorse. Ogni settore della comunità è chiamato a svolgere il proprio ruolo. In tal senso, il lavoro che stanno conducendo la magistratura e le forze dell’ordine ne è una testimonianza esemplare. Colpire in maniera netta e capillare la presenza della ‘ndrangheta all’interno del sistema economico locale, è il primo passo per realizzare la svolta indispensabile di cui Reggio Calabria ha urgente bisogno per il suo sviluppo civile ed economico. Il tessuto imprenditoriale di questa provincia sostiene e incoraggia questo percorso. Il settore dell’edilizia, in modo particolare, ha tutto l’interesse nel veder mettere in atto interventi di pulizia che producono l’effetto essenziale di sostenere l’economia regolare e gli imprenditori onesti e, con essi, ogni altra ipotesi di sviluppo. Il nostro è un comparto che per la stragrande maggioranza è composto da operatori che svolgono ogni giorno il loro lavoro, nel più assoluto e rigoroso rispetto della legge. Il settore edile, storicamente, costituisce uno dei pilastri su cui l’economia reggina ha basato per lungo tempo gran parte delle strategie di rilancio socio-economico e di crescita dei livelli occupazionali. Alla luce di tutto ciò, è motivo di soddisfazione l’individuazione e l’emarginazione di quelle frange minoritarie che operano nell’illegalità intessendo rapporti con la criminalità organizzata. Da questo punto bisogna ripartire tralasciando la pratica fin troppo facile, specie in questi casi, della generalizzazione a tutti i costi. Assegnare etichette in modo generico rappresenta, per qualsiasi settore, la via peggiore per ripristinare un quadro sociale finalmente libero da qualsiasi condizionamento mafioso. Per troppo tempo in passato questo approccio verso i problemi della città ha finito per svilire il già complesso tentativo di inversione di tendenza che oggi è in atto. Ance Reggio Calabria - concludono i costruttori - intende proseguire lungo un cammino già intrapreso con grande convinzione in questi anni. Un cammino che vedrà i soggetti che fanno campo alla nostra associazione operare anche come garanti della legalità, della trasparenza e del pieno rispetto delle regole».


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Dove c’è Fiera del Gusto non c’è perdenza Il direttore di Oceania Fiere Massimo Mauro ci racconta quattro anni di lavoro e successi Ritorna dal 14 al 17 novembre, presso l’area fieristica del Parco commerciale “Le Fontane” di Catanzaro Lido, Mediterranea Food & Beverage, la Fiera del Gusto giunta quest’anno alla IV edizione. «Siamo partiti nel 2010 tuffandoci a capofitto in questo nuovo progetto, forti dell’esperienza maturata con una manifestazione di alto livello come Calabria Sposi La Fiera, ma consapevoli delle difficoltà di un settore, quello dell’enogastronomia, fatto spesso di piccole aziende produttrici che devono ovviare alla concorrenza di potenti multinazionali» ci racconta il direttore di Oceania Fiere, Massimo Mauro.

Ritorna la Fiera Mediterranea “Food & beverage” «Anzi, il progetto di Mediterranea Food & Beverage è nato proprio dalla volontà di dare un’occasione alle aziende di rilanciare i nostri tanti prodotti culinari di qualità, tra Doc, Dop e Igt; dunque, quello che abbiamo cercato di realizzare in questi anni, è dare alla gente di Calabria la possibilità di trovare in un’unica location le molte eccellenze della propria terra, che spesso sono fuori dai circuiti della grande distribuzione». Possibilità che date non solo ai calabresi, in quanto Mediterranea F&B ha sempre rivolto una sguardo anche all’estero, non è vero? «Sin dalla prima edizione abbiamo voluto mettere in contatto i nostri espositori con la realtà di un commercio più ampio; ogni anno portiamo in fiera e, cosa ancora più importante, direttamente nelle aziende, decine di buyers europei, compratori interessati ai mercati enogastronomici che hanno avuto la possibilità di conoscere da vicino i prodotti e i modi di produzione». Una kermesse, la Fiera del Gusto, che vedrà anche in questo 2013 la partecipazione attiva della Camera di Commercio di Catanzaro, partner istituzionale della manifestazione, e della Regione Calabria, che sarà presente in fiera con un’area ad essa dedicata e si prodigherà nell’organizzazione di convegni, corsi e tavole rotonde istituzionali. «Di più, proporremo per il secondo anno consecutivo un progetto a cui teniamo molto e per il quale siamo stati subito supportati dalla Camera di Commercio e dall’Ufficio Scolastico regionale. Un’intera giornata, precisamente quella di venerdì 15, sarà dedicata ad un Concorso gastronomico tra gli Istituti alberghieri della Regione, i cui allievi si sfideranno nella realizzazione del piatto migliore, ovviamente a base di prodotti provenienti dalla nostra terra». Amanti del buon cibo, calabresi tutti, la Fiera del Gusto vi attende, dal 14 al 17 novembre, al Parco commerciale “Le Fontane”!


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“Cravatte” istituzionali

Quando è lo Stato a strozzare

In una antica incisione alcuni frati rifiutano le offerte degli usurai

Denuncia di Dalila Nesci

Pino Masciari, l’imprenditore calabrese che denunciò gli usurai facendoli arrestare e condannare, rischia di dover vendere la sua casa per pagare un vecchio debito al quale non aveva potuto fare fronte a causa del tasso spropositato impostogli. La magistratura gli ha dato ragione, attestando che si trattava di un debito usurario e lo Stato avrebbe dovuto farsene carico, essendo stato Masciari, dal 1997 al 2010, inserito nel programma di protezione per i testimoni di giustizia. Le sue denunce sono costate il carcere a diversi boss della ‘ndrangheta. Dal 2010 è fuori dal programma, ma vive tuttora sotto scorta in una località segreta. «Ancora nell’agosto scorso - dice - le autorità mi hanno consigliato di rientrare in Calabria. Vivo da esiliato per aver denunciato le mafie. Le mie denunce hanno coinvolto mafiosi e uomini delle istituzioni loro complici e ne sto pagando le conseguenze. Ho perso tutto». Oggi Masciari, originario di Catanzaro, trapiantato nel Vibonese, in passato titolare di diverse imprese di costruzioni in Italia e all’estero che davano lavoro a centinaia di persone, si sente tradito dallo Stato. Lo insegue quel vecchio debito nei confronti di un fornitore. «Un decreto prefettizio - dichiara - e diverse sentenze hanno attestato che si trattava di vera e propria usura, perché il debito è sei volte l’ importo iniziale. Oggi, dopo 20 anni e dopo essere diventato un’icona della legalità, continuo a pagare un debito usurario di cui avrebbe dovuto farsi carico lo Stato. Non so se per un disguido o per altro, questo debito - dichiara - è rimasto escluso dall’intervento statale. Per venti anni hanno provato

Pino Masciari, l’imprenditore calabrese che denunciò gli usurai facendoli arrestare e condannare, rischia di dover vendere la sua casa per pagare un vecchio debito al quale non aveva potuto fare fronte a causa del tasso spropositato impostogli. Lo Stato avrebbe dovuto farsene carico a logorarmi con il fallimento, che, come è stato accertato da sentenze, da documenti istituzionali e dalle relazioni della Commissione parlamentare antimafia, è conseguenza alla ribellione contro il potere mafioso. Ora sono costretto a pagare una pendenza relativa al fallimento stesso ad un tasso usurario che potrebbe costringermi a vendere la casa. Le istituzioni preposte - spiega - non intervengono barricandosi dietro questioni formali. Hanno vinto loro, i mafiosi - dice - non contro Pino Masciari ma contro chi ha confidato nella legalità e nella giustizia dello Stato».

La deputata M5S Dalila Nesci ha illustrato un’interpellanza parlamentare urgente contro i crimini delle banche, con richiesta al governo di revocare l’autorizzazione all’attività in caso di reati penali e garantire l’immediato risarcimento dei clienti. La parlamentare Cinque Stelle ha contestato la risposta all’interpellanza fornita dal governo, per il quale i controlli sulle banche funzionano, grazie all’autonomia di Banca d’Italia. Secondo Nesci, invece, con l’ultima versione «l’esecutivo non tiene conto delle tante persone truffate, usurate e costrette a subire abusi dalle banche», lasciando «aperto il libro bianco delle vittime, che da oggi hanno più certezza che lo Stato è forte con i deboli ed è debole con i forti». Durissima Nesci, che al sottosegretario alla Salute Paolo Fadda (Pd), stranamente delegato a rispondere, ha obiettato che il governo «non considera a modo l’impunità di chi ha rubato denaro sfruttando commissioni bancarie equivoche, tassi da usura ben nascosti, giochi sulla data delle valute e altri raggiri d’alta scuola». Per la deputata M5S la vigilanza sulle banche è da rivedere, a partire dalla Banca d’Italia, «le cui quote sono prevalentemente di banche e assicurazioni private». Sul punto, Fadda non ha trovato argomenti per ribattere. Nesci ha chiesto inoltre una commissione parlamentare d’inchiesta sui crimini delle banche e ribadito «l’urgenza di bloccare quelle che truffino i clienti e la necessità di avere un meccanismo di risarcimento rapido», assicurando che il Movimento Cinque Stelle proseguirà «la battaglia, perché l’Italia non può crescere, se il governo non vuole intervenire a tutela del risparmio privato».

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Il sacchetto è cosa nostra

Cumuli di ‘ndrangheta

di Francesco Molinari*

Ancora una volta l’attuale classe politica al governo della Calabria si distingue per la sua arroganza oltre che per la sua inettitudine; ancora una volta la Piana di Gioia Tauro ed i suoi abitanti vengono venduti per togliere le castagne dal fuoco dell’inefficienza amministrativa di una Regione equamente divisa tra favoritismi personali e bieco clientelismo. Il costante stupro del nostro ambiente, del territorio in cui noi calabresi viviamo, non conosce vergogna in Calabria, dove la gestione dei rifiuti, per circa 15 anni, è stata affidata a dei commissari di nomina governativa, ed ha puntato in modo fallimentare sulla realizzazione di discariche (neanche a norma) anziché promuovere una raccolta differenziata finalizzata al riutilizzo e riciclo dei rifiuti. Proprio recentemente, non paga di tale fallimento, la Regione Calabria, ha disposto nel maggio di quest’anno, con ordinanza, che le discariche pubbliche e private potessero essere autorizzate a ricevere la quantità eccedente i limiti nominali autorizzati alla lavorazione presso gli impianti di Trattamento meccanico biologico (Tmb) regionali dei rifiuti urbani indifferenziati prodotti nel territorio della regionale, senza il preventivo trattamento previsto dalla normativa interna e comunitaria, implicando il conferimento dei rifiuti “tal quale” (cioè in modo indifferenziato) in discarica. Ma non sono paghi di tale scempio, i responsabili del settore regionale, la geniale banda di scavatori di fosse dove seppellire rifiuti e, insieme, la salute dei calabresi: rimangono fuori dal loro misero quanto casareccio piano - vogliamo esagerare... - di rifiuti ben 800 tonnellate di indifferenziata, non assorbibili dalle discariche ormai sature. Nelle more della preparazione di altre discariche - mediante le quali continuare a distruggere il territorio calabrese - quale

Rifiuti nella Piana di Gioia Tauro. Molinari (M5S): «Ormai siamo oltre l’inefficienza politica: siamo al razzismo nei confronti dei cittadini calabresi» migliore posto della Piana per continuare a devastare un luogo ormai allo stremo ambientale? In una logica morbidamente intimidatoria, i sindaci di Gioia Tauro, San Ferdinando e Rosarno sono stati convenuti per essere messi a conoscenza che la Regione vuole allestire (probabilmente in qualche capannone della zona industriale di San Ferdinando, dove vige la libertà di stabilimento per gli impianti di pirolisi) un’area dove organizzare la preparazione (mediante incellofanamento sicuro: sic!) di balle (come quelle che raccontano da anni ai calabresi questi personaggi) da trasferire in una banchina nel porto di Gioia Tauro da dove imbarcarle per chissà quali destinazioni di fantasia (a spese dei contribuenti calabresi). La cosa grave è che tutto ciò è avvenuto fuori da ogni formale procedura, solo per mettere di fronte al fatto compiuto gli esponenti di quelle comunità calabresi che saranno interessate da quest’ultimo scippo di democrazia; una condotta giustificata, d’altronde, per il Pdl, per il quale i calabresi sono antropologicamente inquinati dalla ‘ndrangheta e, quindi, possono essere trattati secondo questa logica. Una visione razzista dei ca-

labresi verso altri calabresi, non diversa da quella che ci vede come poveri selvaggi da ammannire con le collanine e la chincagliera varia dello sviluppo e dell’occupazione millantata. È questo il futuro di sviluppo ed occupazione che vuole costruire per la Piana il Consiglio regionale della Calabria con il ddl N.894, presentato il 27 giugno, diretto ad istituire una Zona economica speciale (Zes) nel distretto logistico-industriale della Piana di Gioia Tauro? Eppure all’art. 3, comma 3 del medesimo disegno di legge viene espressamente detto che «all’interno della Zes non possono essere comunque consentiti insediamenti o unità produttive o di trasformazione delle merci il cui ciclo di lavorazione sia in contrasto con le disposizioni vigenti in materia di tutela ambientale o di salvaguardia del territorio». Ma si sa che le leggi, per la classe politica calabrese - e non solo, vero ministro Orlando? - sono carta straccia e d’altronde i calabresi sono antropologicamente inquinati dalla ‘ndrangheta e meritano, dunque, di essere trattati come gli ultimi manovali della criminalità politico-mafiosa. Questo Movimento offrirà il più largo appoggio a tutti i calabresi che si sono stancati di essere trattati come complici e che hanno deciso di non sottostare servilmente ai voleri ignobili di questa classe politica. Siccome non è mai troppo tardi, invitiamo tutti i sindaci delle comunità interessate a indire una manifestazione per ribellarsi alla progettazione di quest’ennesimo sopruso e a non dimenticare gli altri ignobili progetti - come il rigassificatore di san Ferdinando - che i razzisti di Calabria con i loro complici nordici vogliono portare a termine nella Piana: il M5S, al pari di tutti gli altri cittadini, parteciperà. * Movimento 5 Stelle


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Intanto economia e turismo ci rimettono

Solo la tragedia va in porto

L’Italia sta diventando un Paese dove si attende la tragedia e poi si interviene perché, evidentemente, a qualcuno conviene lavorare in emergenza. E la Calabria, purtroppo, non è da meno: il porto di Corigliano che doveva essere la porta d’accesso verso l’Oriente rappresenta l’esempio più concreto e tangibile. Si è dovuto aspettare, infatti, che l’ennesima imbarcazione attraccata in banchina affondasse per far salire a galla le innumerevoli carenze della struttura, immagine e testimonianzadelle promesse non mantenute da parte delle istituzioni competenti. La struttura di Corigliano vive uno stato di eterno abbandono. Una struttura che per dimensioni e posizionamento dovrebbe portare solo degli utili e invece offre esclusivamente perdite, disagi e malfunzionamenti. In lista d’attesa ci sono progetti di rilancio sia commerciale che turistico - chi si ricorda delle “autostrade del mare”? ovvero i collegamenti con la Sicilia - o i tanti annunciati traghetti da crociera di cui nessuno ha più notizia. Tutte idee di rilancio che però restano attraccate a un molo che cade a pezzi e vengono portate via dal vento come le parole dei vari politicanti. Ma come si può pensare di pianificareprogetti di sviluppo se al porto di Corigliano mancano i servizi essenziali utili allo svolgimento delle attività di base? L’esempio più clamoroso sono proprio i numerosi locali vuoti presenti all’interno del por-

Si è dovuto aspettare che l’ennesima imbarcazione attraccata in banchina affondasse per fare salire a galla le innumerevoli carenze del porto di Corigliano to predisposti da tempo ad ospitare il distaccamento dei vigili del fuoco che però tarda ad arrivare. Ci piacerebbe anche sapere il perché. ? Anche per Francesco Sapia, capogruppo consiliare M5S di Corigliano Calabro «lo scalo di Corigliano è abbandonatoa se stesso invece di essere nodo di scambio integrato nel sistema portuale del Mediterraneo, dove accessibilità e connessione costituiscono una condizione di base per intraprendere innovativi processi di sviluppo locale. Bisognerebbe utilizzare il Porto come luogo di commercio (mercato portuale), di svago (manifestazioni di massa) e approdo culturale (museo del Mare), per poi integrarlo nel tempo in un progetto più ampio che comprenda altre località ma-

rittime collegate da una ‘Metropolitana del mare’, come già avviene sulle coste turistiche di tutto il mondo». Ad oggi sono troppe le carenzestrutturali e quel che è peggio troppo alto è il disinteressamento delle istituzioni che non fanno altro che piangersi addosso. Non è la prima volta infatti che all’interno del porto di Corigliano accadono fatti simili a quello di due giorni fa. E quel che è peggio è che molto probabilmente non saranno gli ultimi. ? Solo davanti a episodi come questi ilsindaco e le imprese portuali si riuniscono per fare il punto della situazione. Peccato per ò che questo non è che un copione gi à visto. Ci auguriamo per ò che questa volta le istituzioni coinvolte prendano coscienza della gravità della situazione e intervengano una volta per tutte per cambiare il finale di questa storia già sentita. Non sta a noi sottolineare l’importanza strategica del porto di Corigliano. A noi preme rimarcare con forza che non accettiamo più ennesimi rinvii. La rinascita della Calabria deve partire dai suoi punti di forza e lo scalo di Corigliano deve essere uno di questi. Sebastiano Barbanti - M5S cittadino eletto alla Camera Francesco Sapia, capogruppoconsiliare M5S Corigliano Calabro

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Pericolo scampato

Il Movimento 5 Stelle Reggio Calabria apprende con piacere che il segretario generale del ministero dei Beni e delle Attività culturali architetto Antonia Recchia, mediante una comunicazione ufficiale indirizzata al direttore regionale per i Beni culturali e paesaggistici della Calabria Francesco Prosperetti, ha richiesto la sospensione immediata della gara bandita in relazione ai lavori di ampliamento del Museo di Reggio Calabria che andavano ad incidere pesantemente sul tessuto urbano e sull’aspetto paesaggistico con la messa a rischio dell’assetto idrogeologico, dei beni archeologici e delle attività commerciali incidenti sull’area di piazza De Nava.

Il segretario generale del ministero dei Beni e delle Attività culturali Recchia, ha richiesto la sospensione immediata della gara bandita in relazione ai lavori di ampliamento del Museo di Reggio Calabria

Le ruspe tornano indietro Dalla missiva si evince che fra l’architetto Antonia Recchia e il dottor Francesco Prosperetti era in atto un carteggio, o comunque un fitto dialogo con il quale la prima manifestava le sue preoccupazioni per l’efficacia del progetto e per il suo impatto negativo sulla città di Reggio Calabria e sull’intera regione, mentre il secondo invece mirava a tranquillizzare palesando una «situazione oramai normalizzata», riferendosi ovviamente alle numerose proteste provenienti dal M5S e dalle associazioni culturali cittadine. Sempre dalla missiva emerge che le criticità dell’intervento erano ben note e anzitempo più volte manifestate al dottor Prosperetti, da molto tempo prima che giungesse la missiva del governatore Scopelliti indirizzata ai ministri Bray e Trigilia.

Istanze quindi che non possono che essere venute dal territorio, visto che il nostro governatore solo da poco si è interessato della vicenda. Dato che, come afferma il governatore, «le istituzioni hanno peso quando esercitano le loro funzioni» ci chiediamo perché le amministrazioni “scopellitiane” non abbiano esercitato le loro funzioni in

Ferite al cuore L’incendio doloso del Museo dello Strumento musicale non è un incendio “qualsiasi” perché colpisce l’anima della città; i suoi luoghi di cultura ed aggregazione. È successo con il centro sociale “Cartella”, poi con la Chiesa ortodossa di Sbarre, adesso con un’altra struttura che in piccolo “era”, purtroppo, un patrimonio collettivo di cruciale importanza. A Reggio sono i “piccoli” operatori culturali che tengono in vita, con un lavoro meticoloso e costante, quel poco di socialità “intelligente” che è ormai divenuta merce rara. La struttura del dottor Demetrio Spagna ormai da oltre un decennio ci aveva abituati ad iniziative di ogni genere a favore dell’incremento e dello sviluppo della cultura musicale. Condividiamo lo sdegno e la rabbia della società civile ma in qualità di Movimento 5 Stelle di Reggio Calabria, abbiamo avvertito immediatamente l’esigenza di intervenire a più livelli oltre che sul piano umano e sociale. Abbiamo avuto notizia dai nostri deputati che vi sarà un’iniziativa parlamentare in aula per chiedere interventi sulla questione per porre fine all’isolamento cui spesso sono costrette queste realtà. Convinti che la risposta migliore al crimine ed alle mafie sia il sostegno fattivo ad ogni fermento culturale che è portatore sano di civiltà, democrazia e libertà, oggi come non mai prendiamo una posizione netta e decisa accanto a chi subisce ma anche nei confronti di quelle Istituzioni che per anni hanno lasciato Reggio nel buio; in quella condizione naturale in cui opera la malavita. Abbiamo il dovere di accendere la luce e di agire in modo determinante ed efficace contro chi sta affossando questa città ma non ancora la nostra coscienza e la nostra volontà di reagire. gruppo Stampa e Comunicazione Movimento 5 Stelle Reggio Calabria

passato ed hanno anzi sospinto il dottor Prosperetti e il suo folle progetto di ampliamento. Come al solito il governatore Scopelliti recepisce le istanze dei cittadini, solo in ottica di perdita di consenso. Inoltre, dimostrandosi ancora una volta incurante della volontà dei reggini definisce «urla e ma-

Cenere e carbone sui piccoli operatori culturali L’interno del Museo prima dell’incendio

Strumenti del Museo incendiato accatastati all’esterno

Un momento dell-assemblea cittadina di solidarietà al Museo


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Mezzoeuro Pericolo scampato

Il Museo Nazionale di Reggio Calabria

nifestazioni di piazza» dagli esiti sterili, le stesse istanze dei cittadini che hanno portato l’architetto Antonia Recchia a chiedere al dottor Prosperetti di sospendere il bando e a lui stesso a rendersi portavoce delle stesse istanze. Se non ci fossero state quelle «urla e manifestazioni di piazza» che sono state tutt’altro che urla-

te, ma che si sono civilmente e pacificamente svolte e che hanno visto anche l’intervento in prima persona del parlamentare M5S Federica Dieni e che sono culminate in una petizione popolare che in pochissimi giorni ha raccolto le firme necessarie e se non ci fosse stato il grido, questa volta sì grido, di allarme delle associazioni di cittadini,

oggi ci sarebbero le ruspe a piazza De Nava a sventrare uno dei pochi gioielli di questa città. Il governatore Scopelliti sia più rispettoso verso i cittadini di Reggio Calabria. Movimento 5 stelle Reggio Calabria

Il Movimento 5 stelle di Reggio sdegnato dopo l’incendio al Museo dello Strumento musicale Cultura in fumo

La musica è finita Dovrebbe essere la cultura a muovere i popoli e stimolare i giovani a desiderare un mondo migliore e, purtroppo, è proprio la cultura che viene colpita e mortificata nella città di Reggio Calabria. “Il Museo dello Strumento Musicale” frutto della passione di un medico reggino Demetrio Spagna, luogo di incontri musicali, di riflessioni culturali, di aggregazione per appassionati di buona musica e soprattutto sede dove fino a qualche ora fa erano conservati ed esposti oltre ottocento strumenti provenienti da ogni parte del mondo ed una biblioteca, è stato dato alle fiamme. Incendio doloso che non può non indignare! Un vile gesto perpetrato ai danni di chi cerca di far emergere i lati positivi della propria città, di chi cerca di creare spazi propositivi per una comunità che vuole solo il meglio per la propria terra e per le giovani generazioni. Confidiamo, pertanto, nel lavoro degli inquirenti affinché vengano affidati alla giustizia i colpevoli e siamo sinceramente solidali al Dottor Spagna ed all’associazione “Museo dello Strumento Musicale”. Teresa Libri socio fondatore associazione Risveglio ideale

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Mezzoeuro Per recuperare la memoria storica

di Giuseppe Aprile

Un Museo nazionale della civiltà contadina, come strumento di recupero della memoria storica del progresso e della civiltà dell’uomo e come chiave di lettura di un mondo, dove trovare risposte certe rispetto alla drammatica crisi occupazionale di oggi che ha impoverito l’economia e disumanizzato l’uomo, costituirebbe una svolta storico-culturale di notevole importanza. Il nostro pensare al mondo rurale e alla nostra campagna, dove viveva gente che traeva dal proprio lavoro e dalle proprie tradizioni ogni bene e ogni mezzo per tirare avanti la vita, ci pone oggi il dovere di proporre uno strumento di notevole rilevanza che riguarda le iniziative per scoraggiare l’abbandono ulteriore delle campagne e una nuova valorizzazione della terra e dei suoi misteri, su cui s’è fondata gran parte della civiltà non solo del nostro Paese, ma con carattere sicuramente mondiale.

Ma ricominciamo dalla terra È uno sforzo che ci sentiamo di fare in quanto sviluppa le nostre proposte che tendono, immancabilmente, a valorizzare tutto quanto costituisce ricchezza e creatività umana come via certa per l’unico nostro futuro possibile. Più volte, oseremmo dire sempre, abbiamo spremuto le nostre meningi per riflettere sulle crisi economiche e sociali che di tanto in tanto, ma ora forse in modo sin troppo organico, colpiscono le società in maniera drammatica. Quali più e quali meno, ma sicuramente tutte. E, nel quadro dei nostri riferimenti mentali e intellettivi, oggi siamo a proporre una iniziativa, che riteniamo decisamente indispensabile, per rilanciare il valore della terra e per ricordare che non esiste civiltà superiore e più vera rispetto a quella del mondo agricolo. E’ stata nella terra del contadino che è nata e si è sviluppata ogni forma di civiltà, la quale non ha sfidato solo i secoli, ma tutto il percorso che ha caratterizzato la storia dell’uomo e della società di cui è stato ed è protagonista unico e totale.

Che vuol dire

un Museo nazionale della Civiltà contadina? Sappiamo, intanto, che ne esistono a livello locale o regionale e conosciamo iniziative in regioni e in zone caratteristiche dove la passione per il mondo rurale ha maggiormente coinvolto le popolazioni. Conosciamo tante validissime iniziative per protrarre nel tempo la storia umana della nostra gente. Ma abbiamo la pretesa di indicare una novità che riteniamo di estrema importanza. Nel passato, ferme restando le eccezioni, almeno nel campo degli studi, abbiamo dominante l’dea che la civiltà contadina e delle tradizioni popolari sia stata solamente una questione che abbia riguardato singolarmente la tradizione di un ambiente locale. Tutte le iniziative, quindi, sono improntate a riproporre e a rivisitare una memoria storica di squisito rilievo locale. E invece va detto che proprio le tradizioni popolari, anche se hanno la caratterizzazione di usi e costumi sostanzialmente maturati in territori specifici, in mancanza di quelli che oggi sono i mezzi che rendono di più largo valore le attività umane, hanno carattere nazionale. Un passato delle regioni padane o emiliane ha quasi una specie di corrispettivo

Con un Museo nazionale della Civiltà contadina per trovare risposte certe rispetto a un Paese affogato dalla crisi occupazionale in quelle meridionali, in Calabria, in Sicilia, Puglia, Basilicata, Campania, perché sempre si tratta del bisogno dell’uomo di procurasi da vivere. Questo bisogno è sempre la ragione di fondo su cui si costruisce ogni forma di attività creativa. Ed è di questo che intendiamo parlare. Cosa era il mondo nei fatti, nella volontà e nel lavoro di coloro che sono stati e saranno sempre i protagonisti della vita vera, senza aggettivi: i contadini, la gente dei campi. Costoro vivevano al naturale, si potrebbe dire senza forzature o alchimie letterarie. Una volta non c’erano i medici a disposizione, le medicine prodotte nelle fabbriche, strumenti di guarigione controllate dal Ministero della Sanità, metodi guaritori con terapie studiate nelle università da persone che avevano passato anni ed anni nelle aule universitarie e poi messe a disposizione della società dal potere pubblico. Una volta esistevano le erbe medicinali, per fortuna oggi più che mai ri-

tornate a nuova vita, i metodi conosciuti per esperienza degli avi per guarire dal mal di denti, di pancia, di stomaco, di ossa, di reni, di febbre, di ferite varie. Una volta, anticamente cioè, quelli che oggi sono i pronto-soccorso ospedalieri, certe operazioni con anestesia parziale o totale, non avevano asilo. Tutto si verificava a furia di sopportazioni che oggi sarebbero insopportabili, e ci si curava con erbe e metodi medicinali ricavabili dalla natura e dall’ esperienza. Il mal di denti, ad esempio, si curava con una spremuta di limone o uno sciacquo di aceto; un dolore di pancia con un sorso di brodo, magari ricavato da una certa combinazione tra acqua ed erbe aromatiche. Quando si avevano difficoltà di digestione, era pronta una combinazione tra erbe ed olio che facilitava la soluzione del problema. Vogliamo dire che, anche nelle campagne lontane dai centri abitati e senza università e senza medici laureati, ovunque ci fossero agglomerati urbani in attività vitale, la natura ci pensava alla vita di ognuno ed ai rimedi necessari per superare le difficoltà e andare avanti. E si mangiava quel che si produceva. Non c’erano le attuali ricette per la cucina. Le ricette erano il prodotto naturale. E tutto si risolveva in maniera semplice e genuina. Il carro dei buoi e il carrozzino per il trasporto, gli asini, i cavalli i buoi per la trebbiatura nell’aia, il cavallo per trainare la ruota del mulino, o del frantoio; la stalla per la custodia degli animali da trasporto; il fienile per conservare la biada di cavalli e somari; la ghianda, il grano-


Sabato 9 Novembre 2013

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ne e valorizzazione della cultura e della civiltà contadina perché venga studiata, meglio capita, meglio intesa come guida autentica per la nostra vita che ci concentra, come uomini, a impostare le nostre azioni e a risolvere i problemi, senza pensare che il giusto sia fuori da noi. Guardando in noi, nella nostra vita da persone dedite al lavoro, possiamo trovare forza e metodi per rinascere e per aprire una via libera dagli ostacoli che quotidianamente la rendono irta e buia.

Il Museo

che sto proponendo non si forma in un fabbricato solamente, per quanto antico e grande possa essere. Il fabbricato antico è stupendo, assai adeguato. Ma penso ad un ambiente che tocchi gli interessi di tutta la nostra terra di Calabria, che si estenda in un grande appezzamento caratteristico di queste meravigliose, panoramiche e centrali rispetto a tanta storia calabrese -penso, per esempio, all’antica Locri con le zone e le colline a Janchina, Marasà, Petti, Rombolella, Condojanni, Castello Uria; a Portigliola, Centocamere, Abbadessa, Castellane, Bruzzano Zeffirio, fiume la Verde di Samo e le montagne soprastanti che in fatto di antiche tradizione di mondo rurale non sono seconde aa alcuno. E tutta la zona da bonificare con i centri abitati di Mammola, Caulonia, Platì. Molochio. S. Luca. È solo una delle zone che più si presterebbero ad una itinerari di antichità contadine dove si potrebbe individuare il territorio per far nascere, appunto, questa testimonianza del mondo contadino con tutte le sue tradizioni, il suo mondo ricco e di sicuro impatto colturale con il mondo d’oggi che non può vivere guardando al domani e dimenticando il suo glorioso passato.

turco per la farina e dar da mangiare ai polli, la zucca, di vario tipo, per sfamare i maiali; le balle di paglia per le mucche, l’erba dei campi e di collina utile agli animali da gregge. Il resto, sulla terra piana, ma anche su terra da strappare alle pietre, era ricavabile dall’uso della zappa, del piccone, della pala, della falce, del tridente, dell’aratro tirato da buoi e cavalli, dalle braccia dell’uomo, dalle mani delle donne di casa e di campagna. Tutto si otteneva attraverso la sapiente conoscenza derivata dalla tradizione; conoscenza di fatto maturata nella vita dei campi. Perfino le stesse strade venivano ricavate da terra battuta, mai da bitume o cemento. Magari da selciati che si facevano a mano. Tanto per dire le poche cose al solo scopo di ricordare, senza meraviglia alcuna, che le grandi attività produttive, e di vitale importanza per la gente contadina, erano ricavate da lavoro manuale, tradizionale dei contadini con i mezzi che si creavano e che usavano con grande esperienza e maestria. Nella civiltà contadina tutto si faceva e tutto si imparava per tradizione, da famiglia a famiglia, da padre in figlio. Riteniamo importantissimo ricordare quei valori non per mero passatempo, per pseudo cultura episodica o, peggio ancora, per arida proposizione di cose del passato, non più utili e non più utilizzabili. Parlando un linguaggio assai chiaro, da uomini vissuti, il mondo non può e non deve dimenticare. E quello che stiamo maggiormente imparando in questi giorni è che possiamo non perderci

nelle difficoltà di produrre, guadagnare una vita leale, civile, davvero bella a viversi. I contadini, nonostante le notevoli difficoltà, vivevano bene. I sacrifici che facevano era ripagati da una vita di massacrante lavoro ma di eguale serena quotidianità; non si soffriva senza ragione. Non c’era ragione che non veniva seguita dal ricavato, non si disperdeva il lavoro, non si perdeva tempo. Anzi, il tempo perso non era nel vocabolario della vita di tutti i giorni; non era del contadino, il cui orologio era la vita. Per questo, proprio in questa fase della società di questo nostro Stato, dove si sta disperdendo il senso del consumo giusto e qualificato dei beni per vivere, di difficoltà a capire come e perchè si produce, si ritiene giusto guardare alla vera società che ha sfidato i secoli a favore dell’uomo che ha sempre saputo rinascere, ricostruirsi una vita, rapportarsi con la natura. Lo studio, quindi, della vita vera, quella campestre, rurale della gente dei campi merita tutto il nostro rispetto e la nostra attenzione sicuri che essa può darci molto, e ci possa aiutare a trovare un’alternativa all’aridità della società attuale, fortemente disumanizzata. Ecco perché, e non lo riteniamo un paradosso né uno sterile ritorno al passato, nell’epoca in cui domina internet e la globalizzazione che sta ricacciando i popoli di tutto il mondo in una condizione di miseria già vista molti secoli fa, prima che il progresso, quello vero, a misura d’uomo avesse il sopravvento, proponiamo la rivisitazio-

Un Museo di questo genere, che richiederebbe muri a terre aperte, villaggi e strutture turistiche, consentirebbe una testimonianze di presenza di ogni tipo di attività e vita contadina e paese, su cui anticamente si reggeva tutta una vita che fondava sul sapere reale, sulle conoscenze tradizionali, su storia e passaggi di vita ad ampio regime di etnia e valori popolari. Va detto che non solo non è abbondantemente conosciuto il mondo antico delle nostre campagne, ma col passare del tempo la gente dimenticherà ed ai giovani si presenterà, come si sta presentando, un mondo di computer, di radio e televisione dove il vecchio mondo e la vecchia gente, la nostra scuola di tradizioni e di vita rurale, non avrebbero alcuna funzione. E, noi, che non disprezziamo nulla della vita moderna, ma che vogliamo collocata un una cornice che dal mondo antico prenda ragione di esistenza e di vita, auspichiamo come testimonianza di valorizzazione e offrire alla future generazioni come esempio e prova di vita, autentico insegnamento per costruire il nuovo sulle orme del vecchio e dell’antico. Altro che la politica di oggi, affidata a politicanti senza radici, tesi solo a ricavi economici e di potere, soprattutto affidandosi e affidando le sorti totali, al potere della criminalità e della legge senza costrutto e senza finalità etiche, al posto della giustizia e dei diritti. È tutto il contrario di quelle sciagurate concezioni politico-mafiose, che proprio l’altro giorno hanno distrutto una vita lunga trenta anni, che il mio amico Demetrio Spagna, da dedicato per valorizzare, far restare vivo il mondo musicale delle tradizioni popolari di questo paese. Un ambiente di enorme valore socio culturale e storico, della vita della nostra gente migliore, bruciati dalle fiamme provocate da mano criminale e politica legata al potere distruttivo di chi ama la guerra e costringe alla miseria ed alla povertà.

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Mezzoeuro Domenica 10 si sceglie il migliore

Il Sud punta ancora sul Novello Inaugurato il 7° salone del vino novello del Meridione. Venti le cantine partecipanti I tini di San Martino hanno aperto i rubinetti (è il caso di dirlo!) a Cosenza e Castrovillari. Aperitivo inaugurale della kermesse di enogastronomia dedicata ai vini novello del Meridione, ideata da Tommaso Caporale, giovedì 7 in un locale del centro città e venerdì 8 la cerimonia di inaugurazione del 7° Salone del Vino novello a Castrovillari (Cosenza) all’interno del centro commerciale Le Vigne. Esposizione e degustazione gratuita per 20 cantine di Calabria, Puglia, Basilicata, Campania e Sicilia, produttrici di vino novello, imperterrite realtà vitivinicole che, nonostante il trend nazionale e meridionale in deciso calo, puntano ancora sul primo prodotto dell’ultima vendemmia: per la Calabria, Spadafora, Statti, Lento, Ippolito1845, Enotria, Zito, De Luca, Criserà, Tramontana e Malaspina; per la Puglia, Coppi e Torre Quarto; per la Basilicata, Cervino; per la Campania, Astroni e Solopaca; per la Sicilia, Nicosia, Duca di Salaparuta, Rapitalà, Ruggeri e Paone. L’apertura del Salone, organizzato grazie alla collaborazione dell’associazione Città Futura di Altomonte (Cosenza) e il network 20 di..vini, è stata preceduta dal brindisi inaugurale tra gli organizzatori e la direzione del centro, nella persona del Dott. Innocenzo Russo, con il vino novello detentore del titolo “miglior novello del meridione 2012”, quello della Cervino Vini di Roccanova (Potenza). Quest’anno il concorso si terrà durante l’ultima giornata del Salone, domenica 10 novembre alle ore 17, quando la giuria nominata dall’organizzazione, composta dai sommelier Fisar Vincenzo Pingitore e Ais Mario Ferraro, oltre che dal rappresentante del mondo della ristorazione, Gaetano Alia, decreterà i migliori vini novello del meridione. I premi ai rappresentanti delle cantine risultate vincitrici saranno consegnati alla presenza del Presidente dell’associazione “Città futura”, Francesco Capano, il sindaco di Castrovillari, Mimmo Lo Polito, l’assessore comunale all’Ambiente, Angelo Loiacono e il presidente del Parco nazionale del Pollino, Mimmo Pappaterra. Infine sarà assegnato anche il premio al novello più apprezzato dal pubblico, che durante questi giorni, tramite la compilazione di un tagliando, potrà assegnare i voti ai 3 migliori vini. Nella settimana di San Martino i novelli premiati saranno degustati in abbinamento a piatti tipici e non, nei ristoranti partner della rassegna. Il 17 novembre sarà la volta di un altro centro commerciale, “I Portali” a Corigliano Calabro per la passerella degustativa dei vini novello del Sud. Tommaso Caporale Ufficio Stampa e organizzativo "I tini di San Martino" Mob. 393.6287001 - info@ventidivini.it savutambiente@gmail.com

Il brindisi di apertura: Caporale, Qose e Russo


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Sabato 9 Novembre 2013

Agricoltura non solo per fare cassa

La qualità integrata si suda Produttori e consumatori avvertono la necessità che siano attuate e portate avanti le nuove misure di orientamento dell’Ue che non puntano più solo sulla funzione produttiva di Giovanni Perri

L’attuazione dei principi attivi e della metodologie contemplate dalla normativa Cee riguardante le misure agro-ambientali e la lotta integrata in agricoltura, è ormai un fatto acquisito da tutti gli agricoltori che intendono ottenere prodotti di qualità e senza residui di sostanze chimiche. Ormai tutti i produttori e consumatori di derrate agricole avvertono la necessità che siano attuate

e portate avanti le nuove misure di orientamento dell’Unione europea che assegna all’agricoltura non più il ruolo di privilegiare la funzione produttiva per ottenere derrate, ma anche quella importantissima di. regolatrice degli ecosistemi e degli agro-ecosistemi, anche perché l’attività agricola a seconda del tipo di pratiche agronomiche impiegate, può agire come fattore depauperante, come elemento rigeneratore della fertilità dei suoli, salvaguardia del territorio e dell’ambiente. Tra i metodi di lotta integrata c’è quello riguardante il “funzionamento delle trappole e dei feromoni”, ai fini della riduzione delle sostanze chimiche per l’ottenimento della produzione vegetale agraria di “qualità”, che consentono l’impiego razionale dei trattamenti fito-sanitari e antiparassitari. Questi metodi, che si basano sul concetto di “monitoraggio, cattura e controllo” degli insetti dannosi alle colture, costituiscono aspetti importanti dei sistemi produttivi dell’agricoltura “moderna” perché consentono di stabilire se e quando si deve effettuare un determinato trattamento, abbandonando così la vecchia logica cosiddetta a “calendario fisso”, basata sull’impiego di sostanze chimiche di sintesi che danneggiano spesso la sa-

lute dei cittadini e che rappresentano il retaggio dell’agricoltura tradizionale. La lotta “biologica o integrata”, è basata sull’impiego di tecniche innovative rispettose dell’ambiente, coincidenti con le moderne esigenze avvertite da tutte le persone che operano sul territorio, dotate di una forte “sensibilità ambientale”, capaci quindi di apprezzare la qualità dei prodotti “genuini e puliti”, ottenuti con sistemi produttivi altamente rispettosi dell’ambiente, dell’ecologia e del paesaggio. Le misure agro-ambientali connentono alle aziende agricole di ottenere prodotti di qualità e migliorare, nel contempo, le problematiche ambientali ricorrendo alla conversione e all’utilizzo virtuoso dei processi produttivi. L’agricoltura innovativa rappresenta il tentativo di limitare razionalmente l’uso dei prodotti chimici, rispondendo alle richieste del consumatore sempre più orientato verso l’utilizzo di prodotti agricoli “puliti”, in sinergia con le politiche legate alla sostenibilità alimentare. In tale direzione le nuove conoscenze scientifiche dovranno essere sufficientemente diffuse, affinché i protagonisti dello sviluppo, tecnici, produttori ecc., abbandonino le tecniche tradizionali ricorrendo a modelli produttivi innovativi rispettosi dell’ambiente, del territorio, dell’ecologia, del paesaggio e soprattutto della salute dell’uomo e degli animali. agronomogperri@virgilio.it

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