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Mezzoeuro numero 19 - Anno 13 - Sabato 10 Maggio 2014

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settimanale d’informazione del Mezzogiorno d’Europa

CALABRIA

Voce ai giovani Piccole donne in svendita e “uomini cloaca” www. mezzoeuro.it

Salute, contro l’epilessia avanzate cure tecnologiche

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Sabato 10 Maggio 2014

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Il legno storto

Con gli opifici del voto di scambio

una mala politica per la Calabria

Mezzoeuro Fondato da Franco Martelli

Ediratio editore

Direttore responsabile Domenico Martelli Registrazione Tribunale di Cosenza n°639 del 30/09/1999 Redazione e amministrazione via Strada Statale 19 bis, 72 87100 Cosenza Responsabile settore economia Oreste Parise Progetto e realizzazione grafica Maurizio Noto telefono 0984.408063 fax 0984.408063 e-mail: ediratio@tiscali.it Stampa Stabilimento tipografico De Rose, Montalto (Cs) Diffusione Media Service di Francesco Arcidiaco telefono 0965.644464 fax 0965.630176 Internet relations N2B Rende Iscritto a: Unione Stampa Periodica Italiana

n. 12427

Non si può essere per nulla certi che con le prossime occasioni di voto, le Europee e poi le elezioni regionali, ai calabresi verrà dalle forze politiche che sono poi sempre quelle nei loro modi di agire, una chiarezza di progetti e persone capaci di credervi e portarli ad una loro realizzazione. Così come si chiudono, in modo quasi sempre catastrofico, e perennemente sterili, i periodi in cui si è governato, così ci si avvia ad aprirne altri senza che la povera Calabria possa sperare che la musica cambi, che venga alla ribalta una classe politica di governo non reclutata tra vecchi arnesi. A vedere come ci si scuotano di dosso le responsabilità dei disastri in un grande Comune e del fallimento di una politica regionale, a ricordare gli osanna per le strade delle città ai “santi patroni”, ai caporioni di un nuovo corso per la regione, a sentire come ora si promette ai calabresi un profilo di governanti all’altezza del compito di imprimere una profonda svolta alla vita della regione, si resta davvero strabiliati e ci si chiede se è la stampa locale a gonfiare ed ingigantire quello che vanno dicendo i due spicchi della destra berlusconiana o “diversamente” tale, come anche dalla parte più confusionaria del Pd, oppure se è il solito trucco cui la stampa dà una mano, di gettare fumo per nascondere quello che nel frattempo si preparano a fare le “botteghe elettorali”. Sono queste ultime le vere occulte protagoniste a servizio dei “capobastone”: è lì che tanta parte dei calabresi lascia che il proprio voto venga assoggettato ad un prezzo, da una elezione ad una altra, è lì che la Calabria rinuncia a liberarsi di una politica che la tiene piegata e piagata

di Franco Crispini

Se si riuscisse a guardar meglio dentro queste “botteghe elettorali”, queste segreterie della compravendita del consenso, questi laboratori dell’affarismo, si capirebbe quale significato dare alle vittorie elettorali, ci spiegherebbe per quali vie passa buona parte della adesione calabrese ai programmi mirabolanti e vuoti di chi ha colto l’ultimo successo... In tanti anni, i metodi dei politicanti “scambisti” si sono affinati e non c’è da faticare a pesare lo scambio, a stabilire cioè cosa dare e come controllare il voto che si deve ricevere. È evidente che dallo scambio si vuole ricavare il maggior profitto: voti singoli ma soprattutto blocchi di voti di categorie sociali, di gruppi familiari. È facile pensare quanto il costume politico abbia subito e subisca in Calabria un grande deterioramento attraverso quelle “segreterie” dell’indecente asservimento delle coscienze; alla Calabria viene sottratto tutto quello che con la scelta di un voto libero può renderla padrona del proprio sviluppo. Questi “opifici” della mortificazione della coscienza, andrebbero seriamente individuati e deunciati, gli “scambisti” scoperti e condannati, la legge applicata severamente. Avviene invece che, mentre le maggiori forze politiche calabresi annunciano improbabili politiche di cambiamento e rinnovamento per questa regione che nell’avvicendarsi dei governi rimane sempre la stessa, mentre si inonda la stampa locale di dichiarazione degli eterni leader che promettono illusorie rivoluzioni riformatrici facendo credere che avrà inizio una epoca nuova, l’azione degli “sambisti” e dei laboratori degli affarismi si muovono con lena ad intercettare elettori e mercanteggiare il loro consensi. In buona parte, i successi ottenuti finora dal blocco della destra berlusconiana (l’area della Sinistra, del Pd, conosce molto meno quelle deleterie pratiche) discendono da un collaudato sistema di uno sperimentato clientelismo creato con il voto di scambio. La Calabria, quella socialmente più fragile, quella più toccata dai mali cronici di questa terra, non è ancora riuscita ad affrancarsi da una mala politica che ne blocca ogni anelito di crescita: sempre si cercano i fattori che storpiano la politica e tra questi ogni volta si deve mettere la sua incapacità di giocare con carte pulite, di chiudere un giudizio, non una complicità, sul proprio operato accettando un severo verdetto che può venire da voto elettorale. È il rapporto con l’elettore che deve avere profonde modifiche, e solo per questa via si può ridare senso alla politica e si può creare un terreno sul quale il maggiore rilievo lo assumono i valori della dignità e della libera espressione del voto.


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Sabato 10 Maggio 2014

Il vero ponte sullo Stretto Amedeo Matacena

Tutti libanesi Vincenzo Speziali junior è catanzarese purosangue sennò l’altra notte la Dia non avrebbe mandato a cercare immobili a suo nome da perquisire proprio nella città capoluogo. Poi qualcuno dice che di case il giovanotto quarantenne non ne aveva più da un pezzo nella città natale ma sono voci di popolo, la perquisizione andata a buon fine o meno pare proprio ci sia stata. È figlio a Peppe Speziali, fratello di Vincenzo Speziali, ex senatore dell’ex Pdl ma soprattutto il gran capo di una holding industriale del cemento che è la prima in Calabria e tra le prime nel Mezzogiorno. Tanto per capirci, se qualcuno passa da Taranto senza entrarci, è sua la prima e più imponente colonna di fumo tra le aziende che si sbirciano da lontano. Speziali zio, il gran capo e omonimo in progress del giovanotto indagato dall’altro giorno, è notoriamente e non da oggi molto legato a Marcello Dell’Utri e non solo perché così li aveva fotografati tutti e due Gigi de Magistris quanto perché sono non quantificabili i poster e i tratti a penna che certificano una frequentazione solida e recidiva. Vincenzo il quarantenne, indagato perché avrebbe fatto da tramite tra le aspirazioni di Matacena di fuggire in Libano e quelle pragmatiche di Scajola di portare a termine le operazioni, è stato candidato a sindaco di Catanzaro nel 2001 in quota Ccd (Casini) quando non aveva nemmeno 27 anni. Poco meno del 10% la percentuale dei consensi ma tanto gli bastarono per entrare in consiglio comunale che era poi il suo vero e unico obiettivo. Forse una o due apparizioni in aula, ricorda qualcuno. Poi il nulla, fine delle tracce catanzaresi, almeno sulla carta. Amore libanese e fuga dalla Calabria, da Roma e dall’Italia. E amore importante perché si accoppia con un cognome (irripetibile) del posto che è tra i più inseriti negli ambienti diplomatici e politici del Paese. Hai capito che ti gioca il destino, per chi ci crede. Speziali junior diventa figura centrale, ineludibile per quanti (non gratis immaginiamo) abbiano voglia di avere a che fare con il Libano sottobanco. Il procuratore De Raho lo dice chiaramente in conferenza stampa, Speziali junior ha avuto certamente un ruolo anche nella latitanza certificata di Marcello Dell’Utri, lui sì a Beirut a differenza di Amadeo Matacena. Cosa coinvolga davvero poi il marchio Speziali in questi traghettamenti in Libano e che carte egli possa giocarsi sia in Calabria che a Beirut lo scopriranno, se non lo immaginano già, gli inquirenti. Certo è che il personaggio, Vincenzo Speziali junior, non è secondario in tutta la faccenda Scajola. Per niente secondario se teniamo conto che De Raho lo intravede pure nell’affaire Dell’Utri. Ma è la calabresità d’appartenenza la chiave di lettura (potenziale) di tutta questa storia. Come quella, crotonese, di Marilina Intrieri oggi

Un unico filo conduttore potrebbe tenere legate le latitanze di Marcello dell'Utri con quella (desiderata) di Amedeo Matacena. Dietro l'arresto di Claudio Scajola le figure ombrose (e conterranee) di Vincenzo Speziali junior e di Bruno Mafrici A dirigere le operazioni una cupola a metà strada tra la 'ndrangheta vera e propria e gli affari della finanza non pulita

L’incontro tra Speziali e Scajola

al vertice dell’osservatorio regionale sui minori ma ieri prima con Mastella e poi nel Pdl. In una telefonata intercettata la Intreri viene coinvolta proprio da Vincenzo Speziali junior a prendere parte a una riunione urgente nello studio di Scajola in piazza di Spagna a Roma. Con loro, a chiudere il pokerissimo del summit, anche Luigi Bisignani vecchia anzi vecchissima conoscenza del potere sotterraneo e oscuro già noto alle cronache locali in Poseidone e Why not e Emo Danesi, massone e ex democristiano e iscritto negli elenchi della P2. Oggetto del contendere della riunione, immaginano gli inquirenti, proprio le fughe libanesi. Quale sia e quale sia stato poi il ruolo di Marilina Intrieri (assolutamente non indagata) nella faccenda che ha portato all’arresto di Scajola magari non lo chiariranno nemmeno gli inquirenti, potrebbe essere superfluo ai fini dell’inchiesta. Certo è che ve ne è di Calabria nel lungo ponte che porta in Libano.

Marcello Dell’Utri

Basta ricordare da dove parte poi l’inchiesta dell’altro giorno. Intercettando i vertici della Lega i magistrati sentono chiaramente che Bruno Mafrici, avvocato di Condofuri dal profilo che definire borderline è dire poco, parla di Matacena e della sua latitanza. Bruno Mafrici è protagonista assoluto nell’inchiesta sul presunto riciclaggio di denaro della ‘ndrangheta attraverso i conti della Lega Nord. La storia di Belsito il tesoriere è nota a tutti, più o meno. È tra i due che nasce il contatto per organizzare quella che gli inquirenti ipotizano come colossale fuga in Svizzera di capitali della cosca De Stefano. Mafrici fa parte dello studio legale milanese Mgim di cui è titolare l’altro avvocato, Lino Guaglianone. Ma è Mafrici la figura centrale del presunto riciclaggio. In passato ha cambiato nome, da Giovanni a Bruno così da camuffare il codice fiscale d’origine tentando di mascherare alcune operazioni finanziarie occulte ora al vaglio di diverse procure. È un profilo robusto il suo, in termini di opacità. «Con lui e a casa sua a Milano ho solo visto la partita Portogruaro-Reggina e poi l’ho visto a Reggio in occasione della campagna elettorale di Sergi» disse il governatore Scopelliti a proposito delle frequentazioni che i magistrati gli contesrarono e a proposito di amicizie trasversali con il potere che Mafrici vanta e ha sempre vantato. Il procuratore Lombardo non ha mai usato giri di parole quando s’è trattato di delineare un profilo che potesse fare al caso del gigantesco riciclaggio della cosca De Stefano di Reggio: Bruno Mafrici, appunto. ‘ndrangheta quindi. ‘ndrangheta di lusso in tutta questa intricata storia affiancata da una specie di sovrastruttura a metà strada tra le cosche e la finanza d’assalto. Dalle confessioni del pentito Bonaventura che apre di fatto l’inchiesta sui riciclaggio attraverso la Lega e con Bruno Mafrici al centro alla cosca De Stefano passando, questa sì conclamata in Cassazione, per quella Rosmini che ha fatto squadra unica con Amedeo Matacena, arrestato a Dubai e desideroso fino all’ultimo di arrivare a Beirut. Dove c’è Dell’Utri, giustappunto. E dove Vincenzo Speziali ha trovato l’amore...

Claudio Scajola

Marilina Intrieri

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Sabato 10 Maggio 2014

Avanti popolo, dov’è la riscossa? Doveva tenersi il 5, poi il 12. Ma niente, ora ci vuole il 27, il martedì dopo il voto europeo e dopo il lunedì dell’angelo e della riflessione. Parliamo dell’assemblea regionale del Pd di Calabria, per gli appassionati della materia una specie di messa al chiuso con rito evangelico. Senza preghiere e con bestemmie al seguito. Punto centrale, unico, ineludibile, guai a chi si permette a toccarlo, le primarie. Anzi, la data delle primarie perché nessuno s’azzarda a metterle in discussione.

Primarie in riva al mare Non c’è consigliere regionale che non dica di volerle, segretario di circolo, big nazionale, pezzo da novanta seppure andato. Nessuno. Tutti le vogliono (con l’alito della bocca) si aspetta solo di conoscere la data che deve venire fuori da questa benedetta assemblea regionale che di settimana in settimana è slittata fino a dopo il voto del 25 maggio. Un po’ di logica pure perversa ci sta sotto questa data, la data del 27. Infondo perché scannarsi proprio ora, perché prepararsi alla conclamata divisione che rischia di cogliere impreparato il partito. L’ha fatta passare Magorno la data del 27, certo, è roba conterranea lo slittamento. Ma non si odono grida far festa e un perché va rintracciato. Il blocco che le vuole fortissimamente e subito le primarie (Oliverio e chi con lui, tanto per intenderci) non può permettersi un preliminare e furente e soprattutto pubblico braccio di ferro con Magorno e con la segreteria renziana. Se lo facesse dovrebbe intestarsi la divisione netta del partito a ridosso delle amministrative e delle europee che è poi la tesi (strumentale, perché gli torna comodo) che sta portando avanti proprio Ernesto Magorno. Che suona più o meno così. Perché dobbiamo affrettarci a organizzare una conta proprio ora? Non è forse il caso di concentrarci sul voto di Rende, sulle europee? Il movente, come detto, è di plastica ma regge. Il dato vero è che Magorno non è pronto, gli trema il braccino come si dice nel gergo tennistico quando il punto si fa pesante. Non ha un nome da contrapporre a Oliverio, vorrebbe egli stesso gareggiare ma sa bene che l’azzardo è allo stato improponibile e traccheggia a centrocampo. Da un lato si augura che caschi il “papa nero” ma dall’altro però teme che questo possa significare una scomunica per la sua fresca segreteria. Nell’attesa palleggia. Il suo principale competitor, del resto, non può fare altro che prenderne atto. Molto di più non si può permettere. Se Oliverio infatti sbattesse i pugni contro Magorno per la mancata fissazione delle primarie sarebbe chiamato poi a rispondere se le cose non dovessero andare in modo brillante per quanto riguarda il voto amministrativo ed europeo. Della serie, chi ha voluto la divisione contabile del partito paga il conto, tana per tutti. Che è poi se vogliamo l’unico imperativo categorico della regnanza nazionale del partito. Pare che l’altra sera a Rende tra una frase di circostanza e l’intercapedine di un rito da consumare Guerini, il vicesegretario nazionale, si sia lasciato scappare una considerazione. Le primarie se si possono fare le facciamo, avrebbe detto. Ma non a discapito dell’unità la più ampia possibile. Niente intifada, quantomeno in pubblico. Poi contatevi lo stesso ma portate all’incasso il risultato, la prestazione.

Rinviata ancora una volta l'assemblea regionale del Pd, quella che deve comunicare soprattutto la data della conta per la candidatura a presidente. Se ne parla il 27, dopo le europee salvo complicazioni Se tutto andrà bene in costume da bagno si potrà cominciare...

Già, la prestazione. Gironzola sulla scrivania del premier un sondaggio che conterebbe due pecorelle nere del Pd su scala nazionale. Campania e Calabria si accreditano per portare all’incasso del 25 il risultato peggiore del Pd fra tutte le regioni d’Italia, sotto Grillo e soprattutto sotto la media complessiva del Paese. Molto al di sotto. Renzi al momento non pare curarsene più di tanto ma ci sarebbe una cartellina lasciata in sospeso con approfondimenti sulla materia. Se fosse così, se andassero così davvero le cose, chi e quanti del Pd di Calabria potrebbero dire dal 26 che non è successo niente? Si continuerà ad andare avanti così? E Renzi lascerà che la debacle rimanga senza feriti né prigionieri? Chi ha ruoli nel partito, pretese e ambizioni proceda con gli scongiuri. Non vorremmo essere al suo posto se le “pecore nere” sulla scrivania di Renzi venissero confermate dai fatti. In quel caso, con la “prestazione” deludente sul groppone, non è difficile immaginare che dopo il lunedì di riflessione Renzi apra il fascicolo Calabria provocando di riflesso un rinvio senza condizioni dell’assemblea regionale, proprio quella. E le primarie? Magari il premier le farà organizzare in una colonia per i “nostri”, in costume da bagno ma in castigo. Per il momento però, fintanto che di ipotesi si tratta, si procede con l’attesa del voto del 25 e dell’assemblea del 27. Con il primo che inevitabilmente finirà per influenzare la seconda e non è difficile immaginare cosa potrebbe accadere se il Pd perdesse Rende e non mandasse (cosa assai probabile) nemmeno un deputato in Europa. L’assemblea diventerebbe funebre e la messa per tutti la canterebbe Sandro Principe. Per intanto però, come detto, si procede. Con la fiducia a mezz’asta, ma si procede. Con il rinnovamento nel cassetto, ma si procede. Magorno a palleggiare a centrocampo, sperando che non cadano fulmini dopo il 25. E Oliverio ad abbracciare Massimo D’Alema con Nicola Adamo in prima fila nel giorno in cui viene Guerini a Rende. Che bella suggestione. Dieci o quindici anni fa un abbraccio del genere ti spediva in paradiso solo a immaginarlo. Oggi non è dato sapere se fa più danni all’immagine, o alle urne. Chissà cosa ne pensano gli elettori e votanti under 30 di quell’abbraccio. Magari chiudono gli occhi e si mettono a sognare e la foto la salvano sul display del cellulare. O magari si “svegliano” e prenotano il primo treno utile...

Dall’alto: Nicola Adamo, Ernesto Magorno e Sandro Principe Accanto al titolo, Mario Oliverio e Massimo D’Alema


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Sabato 10 Maggio 2014

Il condimento deve “salire” Chissà perché quando c’è di mezzo la Calabria non basta nemmeno la giurisprudenza applicata per venirne a capo. L’esperienza diventa un’opinione, la prassi consolidata una devianza, persino la logica finisce per fare a pugni con se stessa. Anche lo sdoppiamento d’identità, alla calabrese, diventa così sottile e inafferrabile da mandare in default il pensiero di Freud o Heidegger.

Fuoco lento Guardate un po’ cosa si è capaci (collettivamente) di mettere in piedi. Scopelliti, in qualità di soggetto autonomo e pensante e pienamente proprietario della propria coscienza, decide di dimettersi dalla carica di presidente. Lo fa per la verità in modo grottesco e parcellizzato, diciamo a puntate mediatiche. Ma lo fa. Lo fa a ridosso, giustappunto come fosse una gara al rischia tutto, dell’arrivo della sospensione della Severino che infatti arriva sia pure dopo le velenose sollecitazioni del ministro Lanzetta e dei deputati pentastellati. Il gioco e cioè il destino personale e politico e istituzionale del presidente dimissionario prima e sospeso poi sembra fatto e invece niente, si apre il dibattito alla calabrese sulla giurisprudenza applicata. C’è chi dice (i grillini soprattutto) che in realtà Peppe vuole fottere tutti perché dimettendosi vuole congelare la sospensione così da rimanere di fatto presidente fino alle prossime elezioni. Come dire che trovando un presidente che non c’è, dimesso, la Severino bussa alla porta ma poi se ne deve andare, non può aprire nessuno. Così facendo, secondo questa scuola di pensiero, Scopelliti tiene al guinzaglio consiglieri e assessori fino alle europee e soprattutto è l’unico a rimanere di fatto in carica fino al rinnovo della Regione. E poi c’è chi invece (da dentro Palazzo Campanella) s’è messo a rintracciare pareri tecnici e forse nemmeno gratuiti che dimostrino esattamente il contrario e cioè che Scopelliti non poteva dimettersi e non poteva mandare a casa il consiglio per la semplice ragione che anche se intervenuta post la sospensione in realtà è retroattiva nella pratica e quindi risalente al momento della notifica della condanna. Scopelliti, secondo quest’altra scuola di pensiero, rimane un presidente sospeso e incapace di agire e influenzare sul piano del rapporto l’aula, quindi incapace anche di dimettersi nel senso tecnico del termine. Dunque essere o non essere? Scopelliti è uno e trino con se stesso quando si dimette o lo è quando, impotente perché sospeso retroattivamente, prova a farlo? Chi è Scopelliti in questo momento e soprattutto cosa rappresenta e cosa può rappresentare? Apriti cielo perché il tutto tradotto alla calabrese, dove non recitano un ruolo secondario diarie da portare all’incasso e mensilità da completare nonché un assestamento di bilancio che vale quanto pesa, diventa piccante e grottesco. Al limite del ridicolo. Un giorno qualcuno tira fuori un comma, il giorno appresso un altro. Si convoca la conferenza dei capigruppo per calendarizzare in aula le dimissioni del governatore poi si sconvoca, poi si tiene ma non si parla di questo. Il caos, ma un caos a metà tra subito e cercato. In mezzo ci finisce il presidente del consiglio Franco Talarico che è l’unico tecnicamente e anche legalmente a rischiare qualcosa di certo in questa faccenda. È sua la responsabilità se si procede in modo illegittimo e infatti i passaggi per mettersi con le spalle in qualche modo al sicuro

Senza fretta, nessuno davvero ne ha, neanche chi sbraita. Franco Talarico tiene in piedi con regole scritte sulla sabbia un consiglio che è fantasma nelle sue funzioni politiche Prossima adunata il 3 giugno con quattro punti all'ordine del giorno tra cui le dimissioni di Scopelliti ma si fa presto a dire che la partita finisce qui. Il voto in autunno, però, arriverà prova a compierli. Da qualche parte sta scritto che dieci giorni dopo le dimissioni del presidente si deve convocare una seduta dell’aula e allo scadere dell’ultimo giorno, del decimo appunto, Talarico organizza e comunica la data della seduta ad hoc e questo a prescindere se poi la giurisprudenza applicata alla calabrese chiarirà se Scopelliti poteva o no dimettersi. Ci si vede tutti il 3 giugno, dice Talarico. Con quattro punti all’ordine del giorno e anche l’ordine dei punti stessi non è secondario. Prima mettiamo in salvo in quella seduta le cose concrete e ineludibili, dice Talarico. Poi procediamo con la discussione (ma nessun voto) su Scopelliti. Questi i quattro punti all’ordine del giorno della seduta: la proposta di legge statutaria recante: "Modifiche ed integrazioni alla legge regionale 19 ottobre 2004, n. 25 (Statuto della Regione Calabria)" (seconda lettura); l’assestamento del bilancio di previsione della Regione Calabria per l’esercizio finanziario 2014 e del bilancio pluriennale 2014-2016; la modifica della legge elettorale e l’articolo 60, comma 1, del regolamento interno del consiglio regionale (dimissioni del presidente della giunta regionale).

Peppe Scopelliti (a destra) e Franco Talarico Sullo sfondo, l’aula del consiglio regionale

«È la prima volta nella storia della nostra regione - ha detto Talarico che ha incontrato i giornalisti insieme al segretario questore Giovanni Nucera e al segretario generale Nicola Lopez - che abbiamo le dimissioni del presidente della giunta regionale e una sentenza che prevede la sospensione secondo la legge Severino. Quindi - ha proseguito - abbiamo avuto bisogno di pareri, ho letto a tal proposito varie illazioni sui giornali, che alla regione non sono costati un euro, pareri dati da Lopez e dal collegio dei consulenti giuridici, che non è un organismo creato ad hoc, all’inizio della legislatura, con cinque componenti espressione sia della maggioranza che della minoranza». «Qui - ha puntualizzato - non ci troviamo di fronte a persone che si inventano sotterfugi o strategie, ma persone oneste che rispettano legge regolamento e statuto di questa regione». Dieci giorni fa le dimissioni di Scopelliti, giunte alle ore 19,07 del 30 aprile all’ufficio di presidenza del consiglio regionale. Entro 10 giorni, come prevede il regolamento interno del consiglio, Talarico ha convocato l’assise. «Non possiamo lasciare la nostra regione priva di importo finanziato enorme, quasi 90 milioni di euro» ha detto Talarico che ha voluto inoltre sgombrare il campo da interpretazioni maliziose circa l’attaccamento alla poltrona dei consiglieri: «La legge regionale prevede che la giunta e il consiglio regionale rimangano in carica, e quindi ricevono l’indennità, fino alla proclamazione dei nuovi eletti, non stiamo qui per 10 giorni in più per prendere indennità». E già, che vuoi che siano dieci giorni in più o in meno. Però intanto sul quarto punto e cioè sulle dimissioni sarà chiesto nel frattempo un parere al ministero e al Consiglio dei ministri, hai visto mai si possa andare avanti un altro po’. Non tanto, ma un altro po’. Poi quello che non mettono a posto le regole di plastica lo farà la ragion politica e di sopravvivenza che consiglierà a tutti, a partire dai consiglieri di maggioranza, di dimettersi prima dei pomodori e dei calci nel di dietro. Loro sì che possono incidere e decidere, al di là delle coreografiche messe in scena del Pd che non sa mai che pesci prendere quando c’è da tirare la rete. E 27 consiglieri che se ne vanno, e per davvero, potrebbero essere la pallottola in canna che farà tornare i calabresi al voto dopo il mare. Converrà a tutti se il film procederà così, dietro il sipario c’è solo vergogna.

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Sabato 10 Maggio 2014

Mezzoeuro In punta di diritto

Il Tar sospende Calvetta Il Tar Calabria - Catanzaro (presidente Schillaci, relatore Anastasi), con ordinanza n. 227 del 9 maggio 2014, accogliendo integralmente le tesi difensive svolte dall’avvocato Oreste Morcavallo nell’interesse di Francesco Monaco, ha sospeso la nomina del dirigente generale della Formazione professionale della Regione Calabria Bruno Calvetta. Con deliberazione n° 220 del 18.06.2013 la giunta regionale a seguito di conforme parere del presidente nominava quale dirigente generale del dipartimento Lavoro, politiche della famiglia, formazione professionale, cooperazione e volontariato l’avvocato Bruno Calvetta. Sul sito web della Regione Calabria veniva pubblicato l’elenco delle candidature escluse, tra le quali compariva il nominativo appunto di Monaco. La motiOreste Morcavallo vazione posta a fonSopra, il Tar della Calabria damento dell’esclusione della candidatura è stata la seguente: «Non ammesso per raggiunti limiti d’età». All’udienza in Camera di consiglio del 1.10.2013 il Tar con ordinanza n°510/2013 depositata l’11.10.2013 dichiarava inammissibile l’istanza cautelare ritenuto che nella specie la giurisprudenza appartenesse al giudice ordinario. Contro questa ordinanza l’avvocato Morcavallo proponeva appello al Consiglio di Stato con ricorso del 4.11.2013. Il Consiglio di Stato - Sez. V con ordinanza n° 5042/2013 depositata il 18.12.2013 accoglieva l’appello e, per l’effetto, in riforma dell’ordinanza impugnata, accoglieva l’istanza cautelare di primo grado. Nella motivazione della succitata ordinanza venivano specificamente rilevati i profili di fondatezza del ricorso per la illegittima pretermissione del ricorrente dal conferimento dell’incarico dirigenziale sull’erroneo presupposto dei raggiunti limiti di età, oltre che, in via preliminare, confermata la giurisdizione del giudice amministrativo vertendosi in tema di esclusione dall’incarico dirigenziale, relativo, quindi, a fase preliminare della procedura di assunzione. Con delibera n° 79 del 28.2.2014 la giunta regionale prendeva atto della ordinanza del Consiglio di Stato e del parere reso dal presidente della giun-

Illegittima la nomina del dirigente generale della Formazione professionale della Regione. Accolta la tesi di un ricorrente (Monaco) escluso dalla graduatoria. Ancora un successo per l’avvocato Oreste Morcavallo

ta regionale e confermava la precedente nomina di Bruno Calvetta, quale dirigente generale del dipartimento Lavoro, politiche della famiglia, formazione professionale, cooperazione e volontariato. Anche contro tale provvedimento Monaco proponeva ricorso - con l’avvocato Oreste Morcavallo - rilevando come la Regione Calabria aveva scelto Calvetta senza alcuna motivazione e senza alcuna comparazione con gli altri partecipanti alla selezione. Con ordinanza del 9.05, il Tar accogliendo in toto i motivi di ricorso, proposti dall’avvocato Oreste Morcavallo, sospendeva la nomina di Calvetta rilevando come il provvedimento di conferimento dell’incarico dirigenziale non era sorretto da specifica motivazione e non dava conto della scelta effettuata in relazione ai curricula degli atri partecipanti alla procedura concorsuale.

Ancora un’ordinanza del Tar

Confermati i vertici del consorzio Vallecrati Il Tar Calabria - Catanzaro (presidente Schillaci, relatore Anastasi), con ordinanza n° 225 del 9.05.2014, accogliendo integralmente le tesi difensive svolte dagli avvocati Oreste Morcavallo e Gregorio Barba nell’interesse del Consorzio Valle Crati, degli avvocati Oreste Morcavallo e Lucio Sconza nell’interesse del Comune di Cosenza, dell’avvocato Albino Domanico nell’interesse del Comune di Marano Marchesato, dell’avvocato Antonio Filippelli nell’interesse del Comune di Mendicino ha respinto il ricorso proposto dai Comuni di Marano Principato, di Castiglione Cosentino, di Castrolibero, di Spezzano Piccolo, di Trenta, di Lappano avverso la trasformazione del consorzio in azienda speciale e l’elezione del presidente, del vice presidente, l’approvazione del bilancio e la riduzione delle spese di finanziamento e funzionamento dell’ente. Con delibera n° 8 del 23.12.2008 il consorzio Valle Crati stabiliva di adeguarsi alla normativa vigente e di trasformare il consorzio in azienda speciale ai sensi della l. 95/2012. In conseguenza di tale delibera venivano approvati tutti gli atti successivi, quali la riduzione del numero dei Comuni e la elezione del presidente e del vice presidente e la trasformazione del consorzio in azienda speciale. Avverso tali provvedimenti proponevano ricorso al Tar i Comuni di Marano Principato, di Castiglione Cosentino, di Castrolibero, di Spezzano Piccolo, di Trenta, di Lappano deducendo la illegittimità degli atti adottati e contestando l’elezione degli organi di vertice del Consorzio. Si costituivano in giudizio il Consorzio Valle Crati, il Comune di Cosenza, il Comune di Marano Marchesato, il Comune di Mendicino che rilevavano la legittimità di tutte le deliberazioni del Consorzio e l’obbligatorietà della costituzione dell’azienda speciale per la gestione del ciclo dei rifiuti nella Provincia di Cosenza. Il Tar nella Camera di Consiglio dell’8.5 dopo ampia discussione respingeva il ricorso accogliendo in pieno le tesi difensive degli avvocati Morcavallo, Barba, Sconza, Domanico e Filippelli. Con questa decisione viene, quindi, confermata la piena legittimità delle procedure attuate dal consorzio e la validità della costituzione dell’azienda speciale.


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Sabato 10 Maggio 2014

Mezzoeuro Le eccellenze per sperare

Tre livelli di intervento, avanzate tecnologie di indagine e cure personalizzate: lo sforzo che il Neuromed mette in campo contro l'epilessia

Verso una vita normale Sono almeno tremila anni che l’epilessia viene analizzata e studiata. A partire dai testi del Charaka Samhita (libro appartenente alla medicina Ayurvedica) ad una tavoletta babilonese oggi custodita a Londra, gli antichi medici e guaritori hanno cercato di spiegare e capire una malattia che spesso veniva vista solo come espressione dell’azione di spiriti malvagi. E nonostante Ippocrate nel 400 avanti Cristo già la classificava come una malattia di origine naturale, si è dovuto aspettare il diciannovesimo secolo perché cominciassero seriamente a sparire i preconcetti su questa condizione. Una curiosità: Galeno, altro grande padre della medicina antica, vedeva collegati gli attacchi epilettici con le fasi della Luna, e da qui arriva il termine “lunatico”, usato sia dai Greci che dai Romani. Oggi la medicina classifica circa 50 tipi diversi di epilessia. Per ognuno c’è un percorso diagnostico ed una serie di opzioni terapeutiche, e in generale, per la maggioranza dei pazienti con epilessia oggi vi è la speranza di una vita normale. E, cosa altrettanto importante, la razionalità scientifica ha fatto piazza pulita delle superstizioni varie. «È vero - dice Giancarlo Di Gennaro, responsabile del Centro per lo studio e la cura dell’epilessia e dei disordini di movimento dell’Irccs Neuromed di Pozzilli (Is)- Ma non possiamo certo nascondere un dato importante: la diagnosi di epilessia ha sempre un impatto pesante sulla vita del paziente. La cosa che forse pesa di più di questa malattia è l’imprevedibilità delle crisi, sapere che nella propria vita ci possano essere dei momenti che sfuggono completamente al proprio controllo». E naturalmente arrivano anche i limiti nel condurre una vita piena. La guida dell’automobile, ad esempio, oppure restrizioni sul tipo di lavoro che si può fare, o ancora limitazioni per quanto riguarda lo sport agonistico. Pezzi di esistenza che vengono rosicchiati. «Ma non dobbiamo dimenticare che si può fare veramente molto - commenta Di Gennaro - I numeri parlano chiaro: i farmaci da soli sono in grado di curare circa i due terzi delle persone colpite da epilessia. Abbiamo infatti a disposizione sempre nuove possibilità farmacologiche, e questo vuol dire che in moltissimi casi la persona adeguatamente seguita può tornare a condurre una vita normale, anche con la caduta delle restrizioni di legge. In questo ci aiuta molto anche la legislazione italiana. Se infatti il paziente non ha cri-

Giancarlo Di Gennaro, responsabile del Centro per lo Studio e la cura dell’epilessia e dei disordini di movimento dell’Irccs

si epilettiche da almeno un anno può tornare a guidare la macchina. In sintesi, dobbiamo avere una visione più positiva di questa malattia: fino a poche decadi fa c’era ancora lo stigma della perso-

na con epilessia (anche se non possiamo negare che esista ancora in alcune fasce culturali). Oggi deve essere considerata una malattia assolutamente uguale alle altre che, se ben diagnosticata e cura-


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Le eccellenze per sperare

Fronti aperti

E la ricerca non si ferma Anche se le opportunità terapeutiche oggi offerte ai pazienti con epilessia sono diventate un vero arsenale, la ricerca non si è mai fermata. Gli studi in corso puntano su vari fronti. Ad esempio individuare le basi genetiche delle epilessie, nei casi in cui si sospetti un’origine legata ad alterazioni del Dna. Oppure scavare più a fondo nella biologia molecolare e nella neurofisiologia di base, alla ricerca di quei meccanismi molecolari e neuronali cellulari che danno origine alle scariche epilettiche. Ed anche nel campo diagnostico si affacciano le Risonanze magnetiche (Rm) ad altissima risoluzione (fino a 7 Tesla), accompagnate da sempre più sofisticate tecniche di Rm funzionale e dall’uso della tomografia ad emissione di positroni (Pet). Sono tutti sforzi per capire meglio le cause ed individuare con maggiore precisione il problema dell’epilessia in modo da centrare ancora di più le scelte farmacologiche o chirurgiche per intervenire.

trica del cervello. Questo ci permette di affinare la diagnosi e di sciogliere gli eventuali dubbi, soprattutto quando siamo di fronte ad eventi improvvisi e di breve durata spesso non chiari».

ta, può accompagnarsi ad una qualità della vita che si avvicina molto a quella delle persone non affette». Si calcola che in Italia vi sia quasi mezzo milione di persone colpite da epilessia, il che ne fa una delle malattie neurologiche più diffuse. Colpisce tutte le fasce di età, anche se la frequenza è più alta nell’infanzia, minore nell’età adulta, poi torna a salire negli anziani, anche per via dell’allungamento della vita. Il Neuromed mette in campo una batteria di competenze e professionalità per accompagnare il paziente, dal momento della diagnosi fino allo studio della migliore terapia per lui. «Qui - spiega il responsabile del Centro - abbiamo vari livelli di intervento. Si parte da quello ambulatoriale, dove arrivano sia i pazienti di nuova diagnosi sia quelli già seguiti in altri centri. A loro offriamo prima di tutto una diagnostica precisa che si avvale di esami ambulatoriali neurofisiologici (elettroencefalogramma standard e dinamico) e di neuroimaging (Risonamnza magnetica ad alto campo, Pet cerebrale). Nel nostro Centro vi sono 4 epilettologi (3 neurologi e un neuropsichiatra infantile) che garantiscono l’esecuzione di circa 80-100 visite ambulatoriali a settimana, tra controlli e prime visite. Successivamente il paziente, secondo la decisione del nostro specialista, potrà continuare ad essere seguito ambulatorialmente, oppure passerà al secondo livello di intervento, con il ricovero nella nostra unità per un approfondimento diagnostico». Qui per i circa 650 pazienti epilettici che vengono ricoverati ogni anno al Neuromed le indagini si fanno più complesse: «La nostra unità permette l’esecuzione di un esame molto importante in epilettologia clinica che è la Video-elettroencefalografia. Il paziente viene monitorizzato sia attraverso il video sia mediante una registrazione 24 ore su 24 dell’elettroencefalogramma, il tutto sincronizzato. Questo esame consente, vista la lunga durata, tra le altre cose, di poter registrare gli episodi di cui abitualmente soffre il paziente. Quando compare una crisi, possiamo analizzare le manifestazioni cliniche registrate e correlarle con l’attività elet-

A questo punto la strada è pronta per avviare una terapia mirata, che negli ultimi decenni è andata migliorando continuamente. «Direi di più - continua Di Gennaro - abbiamo fatto passi da gigante. Basti pensare che negli Anni ‘70 esistevano tre o quattro farmaci per l’epilessia, mentre negli anni successivi abbiamo assistito ad una vera e propria esplosione di opportunità terapeutiche. Non è tanto l’efficacia che è migliorata, ma la tollerabilità: oggi abbiamo farmaci efficaci ma con effetti collaterali decisamente inferiori». Purtroppo per qualcuno i farmaci non sono sufficienti. Si parla allora di epilessia farmacoresistente, che colpisce il 20-30% dei pazienti con epilessia. È il momento in cui, per alcuni casi molto specifici, entra in campo la chirurgia. È riservata alle cosiddette epilessie focali in cui è possibile individuare una precisa e unica zona della corteccia cerebrale da cui originano gli attacchi epilettici , a differenza delle epilessie generalizzate in cui le scariche coinvolgono fin dall’inizio tutta la corteccia cerebrale e per tale motivo sono escluse dal percorso chirurgico.

zione, quando almeno due farmaci specifici e al massimo dosaggio tollerato non abbiano funzionato adeguatamente. Allora parte un percorso basato sulla meticolosa ricostruzione della storia clinica del paziente con una particolare attenzione all’analisi delle manifestazioni soggettive e obiettive in corso di crisi, sulla registrazione Video-Eeg delle crisi (dove possiamo esaminare “alla moviola” e in sequenza tutti i sintomi e i segni che a volte paziente o i suoi familiari possono non notare e correlarle con l’elettroencefalogramma in corso), e sulla risonanza magnetica, che ci consente di vedere se nella parte di cervello che pensiamo essere la responsabile delle crisi di quel paziente vi sia o meno una lesione. Altrettanto importanti in questo percorso sono le valutazioni neuropsicologiche e psichiatriche che tutti i pazienti eseguono durante il ricovero cosiddetto “prechirurgico”. Tutto alla fine deve convergere nel trovare il punto esatto in cui nasce la crisi. A volte queste indagini sono sufficienti, altre volte no. Ad esempio, soprattutto quando alla risonanza magnetica non è evidente una chiara lesione cerebrale, è necessario passare ad esami più invasivi, con l’impianto di elettrodi direttamente sulla superficie della corteccia cerebrale o addirittura all’interno del cervello in modo da poter registrare in maniera più precisa ed individuare il punto esatto».

Individuare l’area precisa è però solo il primo passo. «Successivamente c’è la decisione finale: possiamo agire senza provocare danni? Dobbiamo sapere se, operando in quel punto del cervello, potremmo causare la perdita di una funzione importante. L’anatomia ci aiuta, ma useremo anche esami più avanzati, come la risonanza magnetica funzionale, che ci permette di vedere il cervello “al lavoro” e quindi di sapere cosa c’è nel punto che vogliamo operare. Gli stessi elettrodi che usiamo per registrare gli impulsi, poi, possono agire al contrario, inviando scariche elettriche su quella zona. In questo modo si disattivano per qualche attimo i neuroni e di fatto simuliamo temporaneamente l’intervento chirurgico, osservando se il paziente perde qualche funzione. Una volta terminato questo ciclo di indagini, si procede, se risulta possibile, con l’asportazione di quella Illustrazione per l’epilettico di Dabereth (Mc 9,14-27) piccola parte da cui originano le scariche». Il punto di forza del nostro Centro è il lavoro di equipe, un lavoro che si basa sulle competenze di neurologi epilettologi, neurochirurghi, La terapia chirurgica dell’epilessia farmacoresineuropsicologici, psichiatra, tecnici di neurofistente è un campo di nicchia: nel Neuromed, uno siopatologia e, non ultimi, infermieri specializzadei pochi centri italiani in cui viene praticata queti nell’assistenza a pazienti con epilessia in monista tecnica, si eseguono 35-40 interventi l’anno. torizzazione video-Eeg, figure tutte necessarie al «È quello che chiamerei terzo livello di intervenfine di garantire un percorso terapeutico personato - spiega il responsabile - Ci si arriva con attenlizzato e di alta specializzazione.

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Tagliando tagliando...

L'Esecutivo ha avanzato l'ipotesi di eliminazione dell'obbligo per le imprese di iscrizione alle Camere di commercio. Così facendo si determinerebbe una sostanziale scomparsa del sistema camerale Altro che abolizione, le imprese chiedono al Governo Camere di Commercio più forti, per fare di più e con minori costi Il nuovo governo ha impresso una forte accelerazione sulla strada delle riforme di cui il Paese ha estremo bisogno. Riforme che anche le Camere di commercio hanno richiesto da tempo e che dunque sostengono. Tuttavia, in queste settimane il Governo ha avanzato l’ipotesi di eliminazione dell’obbligo per le imprese di iscrizione alle Camere di commercio. Sarebbe un pericoloso errore. Perché così facendo si determinerebbe una sostanziale scomparsa del sistema camerale, con un grave danno per lo sviluppo delle nostre imprese, dei nostri territori e del Paese. Le Camere di commercio, grazie al Registro delle imprese, sono uno strumento indispensabile per assicurare la trasparenza del mercato e la conoscenza immediata di tutte le attività economiche sul territorio. Sono un presidio di legalità irrinunciabile, come provano le reiterate e numerose minacce giunte ai loro presidenti in ogni angolo d’Italia. Sono le uniche istituzioni, svincolate dalla politica, interamente dedicate a promuovere e sostenere le imprese nell’interesse delle economie locali e dei territori. Abolire il contributo annuale delle imprese alle Camere di commercio - come il governo ha proposto di fare - minaccia di togliere al sistema economico, proprio quando ne ha più bisogno, gli strumenti per garantire la legalità, assicurare il sostegno al credito e la spinta all’export oggi garantiti in maniera efficiente dalle Camere di commercio. L’ipotesi di trasferire compiti e funzioni delle Camere di commercio ad altri enti pubblici, poi, scaricherebbe su tutti i contribuenti i costi dei servizi camerali. Lo smantellamento delle Camere di commercio non sarebbe dunque un favore, ma un danno alle imprese. Soprattutto a quelle più piccole - la grandissima maggioranza - che hanno estremo bisogno di istituzioni che le sostengano. Alle imprese servono Camere di commercio più forti, più efficienti, meglio organizzate. Una proposta organica di riforma del sistema delle Camere di commercio è già all’attenzione del

Le imprese non stanno a guardare Governo. Per evitare inutili dispersioni di energia e improduttive sovrapposizioni di ruoli, prevede: che le competenze del sistema camerale si in·dirizzino su alcune funzioni fondamentali (regolazione del mercato e semplificazione amministrativa; informazione economica; supporto Pmi per l’accesso al credito; servizi per promuovere l’internazionalizzazione; promozione e assistenza delle nuove imprese; servizi per l’alternanza scuola-lavoro e l’orientamento); una razionalizzazione del numero delle Camere di commercio attraverso una ridefinizione delle circoscrizioni in base alle caratteristiche geo-economiche dei territori; una redistribuzione delle competenze delle Camere di commercio tra i diversi livelli di governo territoriale; una sensibile riduzione del numero delle Aziende speciali e una razionalizzazione delle partecipazioni societarie delle Camere di commercio l’introduzione di costi standard per la qualità dei servizi da erogare alle imprese dei diversi territori e dei relativi costi; la definizione del diritto annuale sulla base dei costi standard e alle priorità strategiche fissati con governo e associazioni, nel rispetto del principio di autofinanziamento dell’ente camerale; una governance rinnovata con una forte riduzione dei componenti delle Giunte e dei Consigli camerali.

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Le Camere di commercio vogliono “fare di più e meglio, con minori costi”. Per questo il nostro processo di ottimizzazione delle risorse intende produrre una spending review mirata ma tangibile. Che ci renda più solidi e pronti anche a gestire - se si rendesse necessario - nuove funzioni delegate di interesse per le imprese, derivanti dalla riforma Delrio sulle Province e città metropolitane. «Una vera modernizzazione dell’Italia» - ha detto Pasquale Monea commissario straordinario della Camera di Commercio di Cosenza - «Non può che ripartire dal rafforzamento dei territori e delle loro eccellenze, perché è su di loro che il Paese si è retto in questi anni di crisi. Senza il supporto diffuso delle Camere di commercio, questa tenuta non ci sarebbe stata e il sistema delle imprese avrebbe pagato un prezzo ancora più alto alla crisi. Ecco perché l’Italia di domani non può prescindere da una riforma delle Camere di commercio, le istituzioni dei territori, che sappia rilanciarle più forti e più efficienti nel futuro».

L’appuntamento dell’11 maggio

Assemblea dei soci della Bcc Mediocrati I soci della Bcc Mediocrati si riuniranno domenica 11 maggio 2014 al Centro distribuzione Malizia di Montalto Uffugo per svolgere l'assemblea ordinaria dell'istituto. I lavori saranno aperti dal presidente del cda, Nicola Paldino, alle ore 9,00. All'ordine del giorno, l'approvazione del bilancio 2013 che, per la prima volta, viene certificato dalla società di revisione esterna Kpmg. L'assemblea annuale, abitualmente molto partecipata, riunisce gli oltre 5500 soci della banca e rappresenta il momento di più alta condivisione e di concreta realizzazione del principio della democrazia cooperativa (una testa, un voto). Al 31.12.2013 la Bcc Mediocrati operava con 21 filiali e 139 dipendenti, a seguito della fusione per incorporazione della ex Bcc Banca dello Jonio di Albidona. Il valore aggiunto prodotto nell'anno, compreso un utile di euro 1.000.493, è stato di euro 14.462.961 (13.337.361,50 nel 2012). Per una cooperativa a responsabilità sociale, come la Bcc Mediocrati, è questo il risultato di riferimento poiché non è solo un indicatore della ricchezza economica prodotta per l'azienda ma è, soprattutto, un modo per rilevare i vantaggi prodotti dalla Banca in relazione ai suoi diversi portatori di interesse (i cosiddetti stakeholder, che la Mediocrati ha identificato in: soci, clienti, dipendenti, fornitori, istituzioni, comunità locale; sistema del credito cooperativo; ambiente e generazioni future). Ai soci della Bcc Mediocrati sono attribuiti vantaggi bancari ed extrabancari, tra i quali è incluso anche il ristorno, cioè la quota degli utili che la Banca, in quanto cooperativa a mutualità prevalente, distribuisce ai propri soci in proporzione ai rapporti intrattenuti con l'Istituto. La quota di ristorno relativa al bilancio 2013 è pari ad euro 109.365,63.

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La guerra delle frequenze La seconda repubblica è stata costruita sulle tv, sulla onnipotenza della loro voce, che entra in ogni casa, si intrufola nei discorsi quotidiani della gente, impone cultura e comportamenti sociali. Senza il proliferare delle voci nell’etere questi vent’anni che ci siamo dolorosamente lasciati alle spalle sarebbero stati molto diversi. I morsi della crisi hanno mostrato in maniera impietosa quanto il monito dell’Economist fosse da prendere in considerazione. Unfit to govern Italy, aveva definito il cavaliere. Forse, a distanza di tanti anni, dovremmo estendere quel giudizio all’intera classe politica, perché se da un lato c’era il nulla, dall’altra una allegra compagnia che non è stata in grado di combattere il nulla. Almeno in campo televisivo, però, ci si aspettava che la famosa “legge Gasparri” avrebbe provocato una vera e propria rivoluzione nel campo dei media, con un aumento del pluralismo, un aumento esponenziale delle emittenti, una offerta televisiva varia e di qualità in grado di coprire qualsiasi esigenza informativa del territorio e offrire uno strumento critico per la democratizzazione della vita politica. In un paese abituato ai segreti, alle camarille, alle P2, P3 e P4 si annunciava una vera e propria nuova era di giustizia e verità. Glasnost’ e perestrojka. Non sono state queste le parole magiche che hanno consentito la rivoluzione di Gorbaciov, e il conseguente crollo del regime sovietico? Era quello che prometteva il switch-off: chiuso il vecchio mondo dei misteri e via a una nuova era di legalità e giustizia sotto la spinta di una rivoluzionaria stampa radio-televisiva libera, in un mercato dell’etere altamente competitivo che assicurava di poter costruire realmente il “Quarto potere”, preconizzato già da Orson Wells fin dal 1941 con la forza dirompente di un solo giornale. Figuriamoci cosa ci si sarebbe dovuto aspettare da migliaia di tv pronte stimolare il potere con la forza delle loro inchieste, con il disvelamento dei segreti, con la denuncia dei comportamenti illegali. Una rivoluzione che tutti stiamo ancora aspettando. Perché sono passati ormai degli anni, ma la situazione non solo non è migliorata, ma rischia di peggiorare ulteriormente. Cosa non ha funzionato nell’applicazione di quel meccanismo? Cosa ha determinato il fallimento dell’intero piano delle frequenze? Stranamente sono argomenti che non hanno destato grande interesse nell’opinione pubblica, non hanno provocato grandi dibattiti, non sono entrati nell’agenda politica. Eppure si tratta, come ricordato prima, della vera causa del grave conflitto di interesse che ha destato tanto scalpore quanto incapacità di dare una risposta legislativa chiara e convincente, basata sugli standard vigenti negli altri paesi europei. Volendo azzardare qualche ipotesi, che qualche Solone potrebbe approfondire, si potrebbe cominciare con il dire che la famosa liberalizzazione in realtà non ha fatto altro che rafforzare il duopolio televisivo. Quanti sono i canali Rai? E quelli Mediaset? Ciascuno dei due grandi gruppi ha avuto un numero enorme di frequenze, e per giunta nazionali. Questo significa che possono saturare l’offerta con quello che vogliono, film, inchieste, giochi (tanti giochi, tanti giochi), sesso, violenza, calcio, birilli e rock’n roll. Cultura e s-kultura! Ce n’è per tutti i gusti, tanto che lo spazio riservato alle emittenti locali è diventata veramente una nicchia, anzi per dirla alla calabrese una

Mobilitazione nazionale delle emittenti televisive locali "contro i governi delle chiacchiere e dello sfascio" Ma non se n’è accorto nessuno. La grande rivoluzione del digitale ha provocato la morte di migliaia di emittenti locali, ridotte a una marginalità che le ha di fatto silenziate ‘nticchia da dividere tra centinaia di emittenti generando un circolo vizioso. La risposta non può che venire da una offerta di programma di qualità che richiedono investimenti da finanziare con la pubblicità, ma la pubblicità affluisce a condizione di assicurare la visibilità dello spot. Senza share niente pubblicità, senza pubblicità niente share. Come se ne esce da questo circolo vizioso? Intanto con una sfida coraggiosa: creare un vero pluralismo televisivo, uccidere i due mostri sacri della s-kultura eterea commettendo un delitto di lesa maestà, poiché è questo il vero potere che domina prima le menti e poi le tasche degli italiani, costringendoli a uno sfrenato consumismo. Si potrebbe obiettare che abbiamo anche La7 e qualche altra emittente minore (ma non locale). Ma questo non fa che peggiorare la situazione perché riduce ulteriormente l’interesse verso l’etere locale. A questa macroscopica ingiustizia si aggiunge la beffa dell’assegnazione delle frequenze. La maggior parte di quelle locali, almeno quelle che hanno un po’ di share, sono andati a finire nelle mani di “grandi” gruppi, che con manovre più o meno subdole si sono presentati in molte regioni contemporaneamente. Le solite voci maligne suggeriscono che vi siano inchieste in atto per far luce su alcune stranezze, come ad esempio atti notarili necessari per la partecipazione al bando redatti in data successiva alla scadenza. Investimenti milionari realizzati solo sulla carta, ma con l’attribuzione di generosi punteggi. Miracoli italiani. Come spiegare la serie di fallimenti di tv locali intervenuti dopo la liberalizzazione dell’etere? Ce ne erano anche prima, ovviamente, ma in misura molto minore e diluiti in un arco di tempo molto lungo. Quello che non si capisce è l’interesse dei grandi gruppi nei confronti di affari di nicchia come sono diventate le emittenti locali. Beh, forse non è del tutto così. Intanto hanno goduto dei pingui contributi concessi generosamente per la ristrutturazione degli impianti e la predisposizione per adeguarli al nuovo sistema di trasmissione. E poi vi sono i contributi annuali, che possono essere utilizzati per tutt’altro scopo che quello di aiutare le piccole tv locali. Un sistema lungamente collaudato nella stagione delle agevolazione per il Mezzogiorno. Gran parte di quei contributi sono

andati a finire nei bilanci delle aziende (per non dire nelle tasche degli industriali...) del Nord, che hanno aggiornato i propri impianti, mandando al Sud i rottami delle vecchie e obsolete macchine che oggi arrugginiscono nei cimiteri industriali. Il meccanismo è simile. Si inventano gruppi formati da più emittenti che fingono di trasmettere e intercettano i fondi, che destinano ai loro nobili scopi, mentre le vere emittenti locali languano e piangono. Piangono? Ma non le sente nessuno. È questo il vero paradosso. Se non riescono a fare la voce grossa per difendere i propri interessi, come possono sperare di convincere i pochi residui industriali (parlando del Sud) ad investire nelle loro aziende? La Rea ha indetto una protesta nazionale di tutte le emittenti locali e le web/radio-tv, che manderanno in onda “messaggi audio e video fino alla convocazione del richiesto tavolo di lavoro per la soluzione concreta delle questioni esposte”. Provate a chiedere a qualcuno quanti sono a conoscenza dell’iniziativa e risulta subito evidente, che il risultato è prossimo allo zero assoluto. Ancor peggio se cercate di capire quali sono i motivi della protesta. Eppure la Rea è stata fondata da editori radiotelevisivi, da note aziende di consulenza e assistenza operanti nel settore e da imprese di installazione e manutenzione di impianti radiotelevisivi, da imprese di pubblicità, da imprese di produzione e distribuzione di programmi radiotelevisivi. Questo a dimostrazione di come il pluralismo televisivo sia una chimera, poiché è stato sapientemente predisposto tutto in modo da favorire e consolidare il duopolio nazionale.


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La protesta che nessuno ha visto

Qualche delucidazione è necessaria per capire di cosa stiamo parlando. La Rea, come si legge sul loro sito, è l’associazione delle emittenti televisive e radiofoniche locali dei Paesi dell’Unione europea, cui fanno parte più di 420 emittenti radiotelevisive. Il suo scopo è di dar vita ad una vera organizzazione sindacale del settore radiotelevisivo capace di elaborare progetti per lo sviluppo delle imprese. Il loro scopo è quella di organizzare una politica di lobbying “nelle istituzioni e nel Parlamento, per profondamente riformare l’ingiusta legislazione del settore”. Il motivo che ha scatenato la protesta è la prossima attuazione di una direttiva comunitaria che sottrae all’emittenza locale radio-televisive per limitare le interferenze transfrontaliere. Una questione tecnica complicata, che in pratica significa il restringimento delle bande di frequenze con conseguente revoca di autorizzazioni che già all’atto del rilascio contenevano una clausola risolutoria in ogni momento. “Dall’Europa, cioè dalla centrale della lobby delle Telecoms, è in arrivo la disposizione al governo italiano di requisire la banda 700 tv e la banda L radio (1435-1492 mhz), destinata al dab/dmb e ai ponti radio fm”. Queste parole “di colore oscuro” le trascriviamo per coloro che hanno, nel loro armamentario di saperi, il codice richiesto per la decriptazione. Le emittenti locali, attraverso la loro organizzazione più significativa, chiedono al governo di convocare un tavolo di confronto per discutere di tutte le tematiche sul tappeto, che sono tante perché nel frattempo stanno maturando tante situazioni rimaste irrisolte, a cominciare dal bando di assegnazione delle frequenze. Una vicenda che non ha ancora trovato una soluzione definitiva,

mentre nel frattempo è stato sollevato un contenzioso che da giudiziario rischia di trasformarsi in amministrativo e risarcitorio per le numerose anomalie che vengono denunciate. È del tutto evidente che bisognerà attendere che l’organo competente, giudiziario o amministrativo, si pronunci prima di esprimere qualsiasi tipo di valutazione o fornire informazioni dettagliate. Tuttavia, la condizione delle tv locali appare sempre più precaria e questo crea grandi disagi, poiché l’effetto occupazionale non è affatto trascurabile. Ogni fetta di etere che viene occupato da emittenti nazionali ha un immediato impatto negativo sull’occupazione locale, ma anche complessiva. Le grandi emittenti, infatti, “fabbricano” il loro prodotto in serie, con uno scarso utilizzo di personale, mentre le emittenti locali sono costrette a lavorazioni più artigianali con una maggiore densità occupazionale. A puro titolo informativo si elencano i punti principali che costituiscono il “cahier des doléances” delle emittenti locali: - predisposizione di un progetto operativo per l’utilizzo della capacità trasmissiva ovunque disponibile in modo da salvare 350 imprese, 2800 posti di lavoro; - revisione del piano delle frequenze locali con assegnazione alle soli emittenti che operano storicamente sul territorio; - sblocco della pianificazione lcn con l’assegnazione, dei primi 40 numeri del telecomando digitale, alle emittenti storiche. L’intesa raggiunta è di riservare alle tv nazionali i canali da uno a nove, alle locali quelli da dieci a diciannove, alle nazionali quelli tra venti e 49, alle locali tra 50 e 90 e alle nazionali tra 90 e 99. Dal canale 100, co-

minciano i canali a pagamento. Il tempo gioca a sfavore delle piccole emittenti che si vedono di fatto oscurate e faranno molta fatica a riconquistare la loro visibilità. Un danno quantificato in via approssimativa in 700milioni di euro; - l’immediata revisione del riassetto radiotelevisivo e, in particolare, del piano di assegnazione delle frequenze digitali radiofoniche e televisive su base nazionale e locale nella prospettiva dell’introduzione del dvb-t2. Non abbiamo ancora digerito il passaggio al digitale e già si prepara una nuova rivoluzione tecnologica, che provocherà scosse ancora più radicali nel sistema. Resta da aggiungere che la condizione della Calabria sotto questo profilo è semplicemente disastrosa, poiché alle debolezze denunciate per il resto d’Italia si aggiungono delle specificità quali l’assenza di un mercato pubblicitario significativo, la debolezza del sistema industriale, la crisi della stampa e del sistema dell’informazione regionale, il clientelismo che ha portato a favorire “gli amici degli amici” secondo la prassi consolidata che non valgono competenze, capacità e storicità, ma conoscenze e servilismo ossequioso. La particolare condizione di sfavore della regione è accentuata dalla inerzia degli stessi interessati che per timore di colpire il timoniere restano prudentemente ad aspettare sulla riva del fiume, come la procura di Reggio Calabria che è in attesa che qualcuno gli dica ufficialmente il segreto di Pulcinella. Insomma, per dirla con Gino Bartali: nel settore radio-tv è tutto sbagliato, è tutto da rifare. O.P.

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Tutto passa da lì

Più presenti a Bruxelles “L’Europa costituisce una formidabile opportunità a condizione di saperle cogliere ed incidere efficacemente sui suoi meccanismi decisionali”. Con queste parole, nella sede di Confindustria Cosenza, il direttore della delegazione di Confindustria all’Unione europea, Gianfranco Dell’Alba, ha salutato i partecipanti all’incontro promosso dalle associazioni degli Industriali di Cosenza e Vibo Valentia. Nel corso della riunione, aperta a tutti i candidati calabresi al Parlamento europeo alle prossime elezioni del 25 maggio, è stato presentato il documento “Le dieci priorità di Confindustria per un’Europa della crescita”. «Un elenco di priorità - ha sottolineato il direttore Dell’Alba - per i futuri deputati europei e per gli amministratori pubblici dei nostri territori affinché abbiano un approccio più attento alle questioni europee, dalle quali passa il cammino della crescita e della lotta alla disoccupazione». I lavori sono stati aperti dal direttore degli Industriali cosentini Rosario Branda che ha posto l’accento sulla necessità di avvicinare le regioni marginali all’Europa, «subendo meno i processi con un atteggiamento più attivo e propositivo, in grado di far ottenere risultati migliori in termini di crescita dei sistemi economici territoriali», ed hanno registrato gli interventi dei presidenti di Confindustria Cosenza Natale Mazzuca e di Confindustria Vibo Valentia Antonio Gentile che hanno testimoniato la difficoltà del momento ed auspicato «un’inversione di tendenza con un’Europa più vicina al sistema delle imprese, che sappia operare con meno burocrazia, facendo cogliere in pieno tutte le opportunità di cui è portatrice».

Nella sede di Confindustria Cosenza incontro con il direttore della delegazione all’Unione europea Dell’Alba che esorta ad incidere efficacemente sui meccanismi decisionali di Palazzo Alla presenza dei candidati Mario Maiolo e Mario Pirillo (gli unici ad aver accolto l’invito degli Industriali) e dei dirigenti calabresi del sistema Confindustria, tra cui il presidente regionale della Piccola Industria Aldo Ferrara, il numero uno di Confindustria Cosenza Natale Mazzuca ha dichiarato che «dopo il fiscal compact dobbiamo ottenere un industrial compact che metta al centro delle politiche l’industria. Essa deve raggiungere la quota del 20% del Pil europeo entro il 2020 ma l’attuale politica di rigore non lo permette, anzi ha ingessato tutti gli investimenti. È obbligatorio pensare ad una integrazione economica, finanziaria e politica che sia da stimolo alla crescita degli Stati membri. Ad oggi il total tax rate ha raggiunto il 65%, circa il 20% in più dei competitor europei e noi paghiamo il denaro il 5-10% in più. Insieme dobbiamo creare le condizioni affinché la nuova programmazione dei fondi comunitari, forse l’ultima, possa essere veramente funzionale alla rinascita di un nuovo tessuto economico e sociale, più di quanto lo siano state le precedenti». «Auspichiamo - ha sottolineato il presidente di Confindustria Vibo Valentia Antonio Gentile- che

i parlamentari eletti sappiano fare rete tra di loro, al di là degli schieramenti politici di appartenenza, per dare risposte concrete ai territori. Dopo la politica di austerità serve un forte rilancio del manifatturiero ed un utilizzo ottimale dei fondi europei. E’ in Europa che si tracciano le direttrici lungo le quali si muoverà lo sviluppo dei territori, dove si tutelano e si promuovono le vocazioni, le tradizioni, i giacimenti culturali e produttivi». Le dieci priorità “per un’Europa della crescita” si muovono nella direzione di andare oltre l’austerità con efficaci politiche industriali, economiche e fiscali, con realistiche e coerenti politiche energetiche, climatiche e ambientali, puntando sulla ricerca ed innovazione. Per gli Industriali bisogna promuovere la competitività delle piccole e medie imprese, “pensando in piccolo per fare in grande”. La ricetta degli Industriali è quella di riportare il manifatturiero al centro della programmazione dei fondi strutturali, rafforzare il mercato unico per competere a livello globale, investire nelle reti per collegare merci, dati e consumatori e dare rapida attuazione all’agenda digitale. Confindustria pensa ad una politica commerciale a sostegno del tessuto industriale europeo e ad un’Europa in grado di giocare un ruolo decisivo nello sviluppo di un modello sociale moderno. Per il candidato Mario Maiolo «con le ultime programmazioni di fondi europei il divario dei nostri territori rispetto a quelli più sviluppati non è diminuito. Le programmazioni sono diventate liste della spesa. Serve una qualificata rappresentanza politica che sappia fare quadrato intorno alle reali esigenze del territorio. È necessario rafforzare la cultura europeista e sollecitare la collettività sull’importanza del voto per incidere sul futuro dell’economia». «Il governo regionale deve prestare maggiore attenzione al lavoro che si realizza in Europa - ha dichiarato il candidato e parlamentare uscente Mario Pirillo - indicando come usare le risorse e riuscendo a trasformare i programmi in progetti reali. A Bruxelles abbiamo fatto tanto anche se è stato comunicato poco».

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