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Matteo Di Donato

Mario Liverini

Maria Federica Viscardi

Luca Giamattei

www.iistelese.it



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i t r a g u a r d i d e l l ’ I . I . S . Te l e s i @

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“Che sia l’inizio, non la fine.”


PRONTOACORRERE E questo è per mia madre e per mio padre A tutti coloro che credono che la luce esista

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accontare cinque anni in una dozzina di righe e un centinaio di parole è come sperare che qualcuno capisca la tua vita solo guardandoti negli occhi. La memoria fa fatica a dondolarsi tra i ricordi. Sono entrato in questa scuola senza riferimenti né certezze. Ne esco (credo, spero) consapevole e deciso. Ho sperimentato la paura di scegliere, l’ansia di sbagliare, il senso di inadeguatezza dei primi anni adolescenziali. La vertigine del vuoto. Sono inciampato tante volte, caduto tantissime. Ho vissuto in bilico tra la voglia di fare e l’impressione di non farcela. Ho pianto per la timidezza a rontando le prime delusioni. Guardavo dall’esterno una realtà che non mi apparteneva, lo specchio senza riconoscermi. Facevo della fragilità il mio cavallo di battaglia, cercando sempre di impegnarmi per non ferire le persone. Una ad una. Ad oggi non so dirvi se ci sono riuscito e se ce l’ho fatta no in fondo. Da qualche parte, ai tropici, vive una mosca che imita le vespe. Ha quattro ali come tutte quelle della sua specie, ma le tiene una sull’altra, così sembrano due. Ha l’addome a strisce gialle e nere, le antenne e gli occhi sporgenti e ha anche un pungiglione nto. Non fa niente, è buona. Ma, vestita come una vespa, gli uccelli, le lucertole, persino gli uomini la temono. Può entrare tranquilla nei vespai, uno dei luoghi più pericolosi e vigilati del mondo, e nessuno la riconosce. Ho pensato tante volte di seguire la mosca che imita le vespe. Mi mimetizzavo come un insetto stecco tra i rami secchi. Dovevo stare in disparte senza farmi notare. Gli stimoli e le spinte giuste mi hanno dato la forza di rompere l’involucro. Ho rubato la disciplina dell’esteriorità da Russell ed ho cominciato a giocare nel mondo degli adulti, acquisendo (forse) competenze e sicurezze. Non posso non ricordare tutte le persone che mi hanno dato ed insegna-

to tanto. Ringrazio tutti i professori che ho incontrato durante questi cinque anni di didattica, formazione e crescita emotiva. Coloro che hanno creduto in me n dall’inizio, sperando e cercando di capirmi, valorizzando i talenti individuali e rispettando ogni studente-adolescente-uomo. La valorizzazione della diversità, l’amore per l’altro, l’etica del merito e del sacri cio è il messaggio più bello che potevate comunicarmi. Ho apprezzato la vostra passione, la tenacia a non mollare, la voglia sempre continua di mettersi in discussione, cambiare metodologia, aiutare il gregge smarrito al di là della cattedra. Certi gesti si percepiscono anche quando non vengono detti. Non perdete mai la gioia e l’entusiasmo e la lungimiranza in quello che fate. Ringrazio la Preside per tutta la vitalità e l’energia e il senso del dovere che mi comunicato in questi anni. Per lo spirito di sacri cio e abnegazione che segue nella forte difesa dei suoi ideali e di una Scuola che ama e vuole migliorare. Mi ha aiutato a crescere da tantissimi punti di vista, abbattendo la pigrizia e proiettandomi oltre barriere ideologiche e dogmatiche. L’amore che ha per i suoi alunni è incommensurabile. Ed ha una grandissima forza nel non trascurare nessuno, nel permettere ad ogni tessera del puzzle di sentirsi importante e trovare la sua giusta collocazione. C’è bisogno di continuare a credere nei giovani. Il tempo ve ne darà ragione.. Ringrazio il Centro Studi Sociali Bachelet e Don Franco Piazza per le belle iniziative promosse nella Valle Telesina e per l’intensa opera di azione sociale a servizio della collettività e della dignità delle persone. Devo ringraziare la Fondazione Gerardino Romano per la pro cua collaborazione con la rivista (avviata ben tre anni fa) e per gli stimoli e gli spunti di ri essione che ha saputo far nascere durante gli amabili incontri culturali del Mercoledì. Mi avete regalato sincere emozioni ed importanti

percorsi di crescita. Ringrazio il professore Felice Casucci per le continue ispirazioni, la disponibilità, l’a etto mostrato e le lezioni di vita che mi ha silenziosamente impartito. Spero di portare con me (come direttrice del futuro) il suo forte senso civico e la profonda solidarietà sociale che gli appartiene e lo caratterizza. Ringrazio la Società Dante Alighieri per la ducia mostratami e la prof.ssa Ruggiero per avermi guidato e spronato ogni giorno in questa direzione. Ringrazio il vecchio direttore e fondatore del giornale Gianclaudio per aver creduto in me e per i suoi consigli; se oggi posso scrivere quello che penso senza paura è anche un po’ merito suo. Ringrazio VOI redazione per avermi scelto, supportato e seguito sempre e comunque, per il vostro impegno ed i vostri sacri ci, per il forte spirito di partecipazione che vi ha contraddistinto: meritate un mondo all’altezza dei sogni che avete. Non perdete mai la voglia di fare e continuate a guardare con sguardo critico ciò che vi circonda. La sensibilità è il miglior dono che si possa ricevere. Ringrazio chi c’è stato e chi ci sarà alla guida del giornale, tutti coloro che non ho nominato per dimenticanza; vogliate perdonarmi, ma questo è soprattutto ed anche per voi. Ringrazio chi mi è stato vicino e mi ha permesso di diventare la persona che sono oggi. Ringrazio i miei compagni di classe che in questi 5 anni, nel bene o nel male, hanno condiviso con me questo viaggio: Marco, Ornella, Gianluigi, Domenico, Rina, Roberta, Federica, Lucrezia, Giulia, Maddalena, Loris, Francesco, Anna N., Anna, Paride, Alberto, Ilario, Ferdinando e Teresa. Grazie. Di Matteo Di Donato

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Pronto Accorrere 3 Pronto a Correre . . . . . ............................................................................ ..........................................3 L’intervista impossibile.................................................................. 4

Scuola Un’inchiesta sull’Italia dei trasporti............................................. 6 Un altro anno al Telesi@. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 5 La Libertà è Donna..........................................................................7 L'intervista impossibile. ........................................6

Cinema

Politica PerchÊ vario significa vitaLe verità piÚ profonde sono difficili Un'inchiesta sull'Italia dei trasporti . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 8 da accettare ..................................................................................... 9 La Libertà è Donna . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 10

Cultura

Costume e societĂ Napolitano si o no? ...................................................................... 10 PerchĂŠ vario significa vita. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 12

Lezioni sul campo al Telesi@...................................................... 12 La giornata della memoria ......................................................... 13 Attualità Il fondamento della vita è l’uguaglianza ................................... 14 Napolitano si o no? . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 14 Lezioni sul campo al Telesi@ . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 15 Giovani Per un attimo di felicità . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 15

Ma lo sai che oh no! Aspetta! Te lo dico sotto voce ............... 15 Stop al cyber bullismo................................................................. 16 Giovani Cosa fate prima di decidere? ...................................................... 16 Una denunciadiper cambiare rotta . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 16 I giovani oggi ............................................................................17 Fanatismo religioso e terrorismo. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 17

Scienze e Benessere Sport La cannabis solo una droga o anche effetti benefici? .............. 18 Tempo di un crisi? Non per gli sportivi . . . . . . . . :. .Rita . . . . .Levi . . . . . Montalcini . . . . . . . . 18 . 18 PiĂš di secolo dedicato alla ricerca Un bicchiere tira l'altro . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 19

Politica Crisi economica o crisi di valori? .............................................. 19 Cinema Bianca come il latte rossa come il sangue . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 20

Scuola Per bravura o tutti insieme? ....................................................... 20 Scienze e Benessere Siamodel quelli che siamo I trucchi mestiere . . . . . . . .................................................................21 . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 21 Sport

Poesia MondialiMalinconica di sci ............................................................................. Canzonetta . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 22 24 Ho imparato . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 23

Spettacolo Il successo di X Factor................................................................. 25

Exclusive Mi apro alla chiusura . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 24

Costume e societĂ Quando la paura diventa follia .......................................... ........28



  


Un altro anno al TelesI@

La rivoluzione culturale inizia nei banchi della nostra scuola Per cambiare il mondo con una penna in mano e un sogno in testa Ogni mattina sempre la stessa routine: mi sveglio, faccio colazione, mi vesto, salgo in macchina, sento la musica, vado a scuola. Oggi però è diverso: la musica è sempre la stessa, ma oggi ascolto le parole. La playlist parte con una canzone su dei liceali: i liceali del Telesi@. I ragazzi del Telesi@ sono bravi, hanno vinto molti premi. I ragazzi del Telesi@ sono matematici: secondo e terzo posto alla “Coppa D’Ignazio” a Teramo, la studentessa del primo anno più brava in provincia e non solo, in un liceo che coltiva sempre quel sogno che non va mai pronunciato ad alta voce ma che in fondo si spera di avverare e che prende il nome di Cesenatico. I ragazzi del Telesi@ sono musicisti: le due band che hanno partecipato al concorso per licei indetto da Radioitalia sono arrivate nella top 20 nazionale. I ragazzi del Telesi@ conquistano il mondo: Spagna, Francia e Irlanda sono solo tre delle nuove colonie del nostro Istituto. I ragazzi del Telesi@ sono artisti: basta guardare il murales che hanno realizzato e che ci accoglie ogni mattina davanti alla sede di Via Caio Ponzio Telesino. I ragazzi del Telesi@ sono consapevoli del loro corpo che cambia: come dimostra il progetto Ben.Gio. portato avanti dalla classe 3aS3. I ragazzi del Telesi@ sono sportivi: ci sono alunni del nostro liceo convocati nelle rispettive nazionali e altri che scoprono il mondo girando per tornei. I ragazzi del Telesi@ sanno che dopo il “se” ci vuole il

congiuntivo: Matteo Di Donato e Jacopo Del Deo si sono classificati primi, rispettivamente per la sezione del triennio e del biennio, alla fase d’istituto delle Olimpiadi di Italiano. I ragazzi del Telesi@ sono scienziati: Antonio Cusano (già medaglia di bronzo alle Olimpiadi Internazionali di Scienze Naturali) si è classificato primo per la Campania nella gara interregionale delle Olimpiadi di Astronomia. Una volta qualcuno scrisse su queste pagine che “la rivoluzione che manca è una rivoluzione culturale” e guardando i ragazzi del nostro Istituto, che nel futuro dovranno rendere reali le parole scritte, mi viene da pensare che forse la rivoluzione sia già iniziata, e non ce ne siamo accorti. Controluce è uno dei mezzi per attuare la rivoluzione culturale e ha da sempre portato avanti l’idea di dare voce ad ogni singolo alunno del Telesi@, e nei prossimi anni sarà sempre quella la rotta da perseguire, cambiando capitani al timone e avvicinandosi sempre di più all’isola della cultura, ricordando sempre che “il bello di Itaca è il viaggio”. La musica è fi nita, scendo dalla macchina, mi ferma un uomo fuori dalla scuola e mi chiede “Credi di essere una brava persona?”, io ci penso un po’ e poi rispondo “Non sono una brava persona, io sono colpevole. Sono colpevole di essere arrivato tardi a scuola. Sono colpevoledi aver copiato un compito, e sono colpevole di non averlo fatto copiare ad un amico. Sono colpevole di aver usato il cellulare in classe.

Sono colpevole di aver perseguito un ideale, e sono colpevole di non averlo diffuso agli altri. Sono colpevole di non aver studiato e aver preso un buon voto ad un compito, e sono colpevole di aver studiato e aver preso un brutto voto ad un altro. Sono colpevole di aver abbassato la testa sul banco. Sono colpevole di aver aiutato un mio compagno prima di un compito, e sono colpevole di non aver aiutato gli altri 20 compagni della mia classe. Sono colpevole di essere andato ad un Mak π. Sono colpevole di far parte di un gruppo di ragazzi che nel futuro cambieranno il mondo con una penna in mano e un sogno in testa”. L’uomo va via, io entro e a scuola e guardo i ragazzi del Telesi@: le nuvole iniziano a scomparire e sotto uno strato bianco si intravede il cielo azzurro. di Andrea Burro Giugno 2013

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L'INTERVISTA IMPOSSIBILE Archimede dopo 2300 anni ad Archimedi@ Nonostante i suoi innumerevoli impegni siamo riusciti a strappare una breve intervista all’illustre matematico Archimede di Siracusa, in tournée nel mondo per festeggiare il suo 2300esimo compleanno. Tantissimi gli auguri ricevuti da tutte le epoche. Seneca parla di lui come “un grande navigatore che sa mandare l’imbarcazione anche con la vela rotta”, Cicerone nel suo telegramma lo definisce “luce della verità, vita della memoria, maestro di vita e nunzio dell’antichità.” Da gran pedagogista Archimede ha voluto lasciarci importanti spunti di riflessione, che continuano ad influenzare le idee della scienza...

do con il mio successore Galilei), un codice universale che spezza le distanze e le identità. Alle nuove generazioni dico di non fermarsi ai primi errori: la volontà, l’impegno e la dedizione sono essenziali per scoprire un mondo ancora tutto da esplorare. 3) Cosa ne pensa del Colossal Cabiria e della scenografia di D’Annunzio? Il personaggio descritto rispecchia fedelmente la sua personalità?

Abbastanza. Tra un popcorn e l’altro il film mi ha commosso ed emozionato. Ho rivisto me stesso in grandi linee, e sono contento del successo riscosso nella storia della cine1) Rompiamo il silenzio. Dopo 2300 anni matografia. E’ per me un onore essere così il suo pensiero è ancora alla base della ricordato, ringrazio gli addetti ai lavori che cultura contemporanea. A cosa deve tutto hanno voluto rendermi omaggio e l’attore questo successo? Enrico Gemelli per la sua interpretazione. Alla mia lungimiranza (sorride sotto i baffi). Tutto ciò che ho analizzato dimostra le infinite potenzialità della mente umana e la costanza con cui si ripetono i dilemmi dell’uomo. Sono contento di aver dato un contributo importante allo sviluppo del sistema conoscitivo della scienza. Mi sollazza notare che le mie soluzioni sono molto vicine alle applicazioni moderne. 2) Un monito alle nuove generazioni per confutare il tabù delle materie scientifiche. Ai giovani di oggi dico di accendere la testa e non soltanto le lampadine. La logica matematica è in ognuno di noi, non esistono difficoltà insormontabili. La Natura è scritta nel linguaggio scientifico (e qui concor-

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5) L’icosaedro troncato è l’antenato del pallone da calcio. C’è il suo zampino anche nello sport più famoso del mondo. Ne sono orgoglioso. Un esempio di come la matematica possa essere divulgata inconsapevolmente. La mia squadra del cuore, il Palermo, mi ha sempre dato grandi soddisfazioni. Quest’anno, nonostante le tante difficoltà, speriamo ancora di salvarci. Sono contento per il Catania e del suo campionato. C’è sempre stata grande sportività dalle nostre parti. 6) Quali generi musicali ascolta?

Sono un tipo classico, io. Ascolto pochissimo la musica moderna e odio quella commerciale; tanti vocalizzi e poca profondità. Amo le sinfonie di Mozart, Wagner e Schubert. Mi proiettano in un’altra dimensione, 4) Tra le sue innumerevoli e utilissime in- proprio come la matematica. venzioni, quale preferisce? La domanda è interessante e complessa. 7) La sua personalità è divenuta un’icoMi mette davvero in imbarazzo (arrossi- na che ha ispirato numerose caricature e sce e gli personaggi animati come Archimede Pitasi illuminano gli occhi ndr). gorico della Disney. Cosa ne pensa della nostra interpretazione? Credo lo studio di pi greco. Una conquista ancora irrisolta ma essenziale per allargare gli Devo dire che sono rimasto colpito dal voorizzonti dogmatici della matematica. Molti stro personaggio; la somiglianza è notevole, contestano il mio metodo iterativo, i tanti credo che mi rispecchi molto. Un vecchietto passaggi logici omessi nelle dimostrazioni, simpatico anche se un pò ossessionato dal l’aver ridotto la Geometria a semplice Arit- suo lavoro. metica. Ma dimenticano il mio obiettivo e che il fine giustifica i mezzi: per me era im- 8) Per l’elaborazione del metodo scientiportante fico sono stati necessari più di 1500 anni fornire un’approssimazione precisa e rea- di storia dalle sue scoperte. Qual era il suo le, ed i posteri mi hanno dato ragione. metodo e come spiega questo ritardo della scienza?


In realtà il mio metodo, se così si può chiamare, non era altro che un misto di osservazioni e intuizioni ma soprattutto di immaginazione: ero capace di creare nella mia mente l’immagine di ciò che volevo costruire; cosa che non tutti erano in grado di fare. Ritengo che, seppure i miei colleghi abbiano svolto un lavoro egregio nell’identificazione di un metodo, tuttavia esso resta una componente soggettiva. Non si diventa grandi scienziati semplicemente seguendo un metodo scientifico ma è necessaria una grande passione e soprattutto una forte attrazione per tutto ciò che ci circonda. 9) E cosa ne pensa delle nuove tecnologie? Progresso scientifico o progresso tecnologico?

10) Res publica et utilitatis communio, onestà intellettuale. Con una leva si potrebbe anche, ma la situazione non cambierebbe. quindi? Sì, senz’altro. Le mie scoperte belliche furono dettate da questa logica. Difendere Siracusa e i suoi cittadini, proteggere e conservare l’identità di un popolo, i costumi e le tradizioni delle persone. Oggi le grandi potenze economiche sembrano non interessarsi della vita quotidiana e delle reali condizioni di sopravvivenza. Bisognerebbe ritornare a mettere al centro l’uomo.

13) Cosa ne pensa dell’iniziativa del Telesi@? Stratosferica! Siete formidabili ragazzi. Mi congratulo con voi per l’idea e la sua messa in atto. Un museo virtuale fruibile da tutto il mondo è un qualcosa di eccezionale. Magari avessi progettato anche questo. E poi tutto il materiale che avete raccolto, i disegni, i fumetti, i video, davvero bravi. Sono orgoglioso di voi.

11) Partire dalla salvaguardia e promozio14) E noi di lei, per quello che ha fatto. ne della cultura, quindi. La ringraziamo della sua disponibilità e per Assolutamente sì. È indispensabile per lo l’intervista, con la promessa di rivederci presviluppo e la crescita di una nazione. La co- sto. È stato un piacere. Grazie a voi. scienza di un Paese si vede dal grado di istru- (Dal Museo virtuale dedicato ad Archimezione dei suoi cittadini. Abbiamo il dovere de, in occasione del 2300esimo anniversario etico di investire nella formazione dei nostri della sua nascita – www.iistelese.it) giovani.

Bella domanda. Sono sempre stato un promotore di entrambi, e sono convinto che non può esservi progresso senza applicazione scientifica. Però oggi la questione è di assoluta priorità: credo sia importante agire 12) Basterebbe una leva per sollevare il di Matteo Di Donato e con consapevolezza in tutti e due i casi, sen- mondo? Domenico Cusano za sottovalutare il benessere e l’etica di un popolo. Preferisco essere retorico. Voglio parlare di sacrifici, impegno, dedizione, sincerità ed

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UN’INCHIESTA SULL’IT Anche in tempo di crisi,

Reti di comunicazione: competizione ed efficienza al primo posto Quanto è importante il sistema dei trasporti in una Nazione? Se tale sistema andasse in crisi, quali potrebbero essere le conseguenze per la collettività? E dato che l’Italia è un Paese la cui economia si basa principalmente sul turismo e sull’industria, quanto inciderebbe sull’economia reale? Le vie di comunicazione sono state fin dal loro primo sviluppo un importantissimo indice di progresso di una Nazione, e i primi a comprenderlo furono gli antichi romani, i quali svilupparono un’ingente sistema viario che permetteva spostamenti agevolati tra le diverse regioni dell’Impero. Con l’arrivo dei Barbari tale aspetto fu molto trascurato e parallelamente diminuirono anche gli spostamenti e i commerci. A partire dal Cinquecento le vie di comunicazione hanno iniziato ad avere la loro importanza in quanto permettevano di trarre enormi profitti, ma è con la rivoluzione industriale che si comprende appieno ciò che i Romani oltre mille e duecento anni prima avevano iniziato a capire. L’avvento della ferrovia è stato di vitale importanza per lo sviluppo dell’economie moderne, in quanto il costo del trasporto è molto diminuito, permettendo così all’industrie di produrre e vendere prodotti a prezzi inferiori. Di lì a poco in gran parte dell’Europa e Nord America il treno è stato poi uno dei mezzi principali di trasporto e grande motore di sviluppo. Con l’applicazione della macchina a vapore alla navigazione anche il trasporto su acqua ha assunto un ruolo rilevante negli scambi commerciali. Negli Stati moderni il sistema di comunicazioni ha assunto una grandissima importanza, in quanto vivendo in un mondo globale dove

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gli scambi devono avvenire in poco tempo con grandi volumi ed a prezzi bassi. Avere quindi un sistema efficiente vuol dire per prima cosa essere competitivi a livello globale e chi non lo è rischia di essere tagliato fuori dalla competizione. Oltre che a livello globale l’efficienza di tale sistema permette di abbattere i costi che incidono sulle singole produzioni che sono consumate all’interno della Nazione dove sono prodotte. Da considerare che l’efficienza si paga anche in termini d’inquinamento e quantità d’energia che deve essere prodotta per poi essere consumata: maggiore è l’efficienza, minore è la necessità d’energia e di conseguenza ci sarà anche un inquinamento ridotto. Con la crisi economica in atto, il rallentamento dell’economia, soprattutto in Italia, ha portato con sé anche un drastico taglio alla viabilità interna, che ha assunto per comuni ed amministrazioni locali costi molto elevati e difficili da sostenere con le attuali entrate. Nella sola Napoli sono stati tagliati oltre 300 autobus e la situazione a meno di stanziamenti straordinari non migliorerà. Tra Benevento e Avellino vi è stato un drastico taglio della frequenza e tra Benevento e Napoli i treni accusano sempre un forte ritardo. Le conseguenze di tutto ciò sono state terribili per tutti gli utenti, in quanto hanno dovuto prendere mezzi il più delle volte strapieni di persone ed è stato calcolato che circa quattrocentomila persone sono rimaste a piedi. Tale problema non si è verificato solo in Campania, ma ha riguardato tutta l’Italia, e a confermarlo ci sono le parole di Roberto Alesse, presidente dell’Autorità di Garanzia sugli Scioperi nei Ser-

vizi Pubblici essenziali: ”Ci sono anche la Calabria e il Lazio. In generale, però, è tutta l’Italia che vive un momento di grave crisi nel trasporto pubblico locale”. Se per il trasporto locale su terra e gomma la situazione non è rosea, per quello su mare la situazione non cambia. Dall’inizio di gennaio sono state ridotte le corse che collegano Napoli e Pozzuoli con le tre isole del golfo. Attualmente solo otto corse giornaliere collegano Capri e Ischia con la terraferma e la situazione è ancora più disastrosa per i collegamenti con Procida. Da notare che la diminuzione del servizio non ha portato una riduzione del costo per l’utenza, anzi, questo è aumentato. Per quanto riguarda il trasporto aereo la situazione è un tantino migliore, questo perché la “Deregulation” ha evitato il monopolio da parte di una sola compagnia, creando così maggiore concorrenza e una diminuzione del prezzo dei biglietti oltre che ad un aumentò delle frequenze. Il vero problema del trasporto aereo sono gli alti costi che le compagnie devono affrontare, e il più delle volte per far fronte a questi sono costrette a licenziare un gran numero di dipendenti o ad affidare tratte che non offrono margini di guadagno a compagnie terze, le quali il più delle volte trascurano la sicurezza. Nell’incidente occorso alla Carptair (operatrice per conto di Alitalia nella tratta Roma-Pisa) lo scorso 3 febbraio, la mancanza di una corretta manutenzione è stata la principale causa dell’avvenimento. Per la compagnia però non si trattava di un caso isolato, poiché a gennaio vi erano già stati due incidenti più lievi dovuti sempre alla scarsa manutenzione. Il trasporto aereo riveste


TALIA DEI TRASPORTI la qualità prima di tutto

in Italia un ruolo importantissimo, in quanto è dagli aeroporti che passano la maggior parte dei turisti stranieri. Solo nel 2010 vi sono state oltre cento milioni di presenze straniere: è evidente che solo il turismo straniero incide per oltre il 10% sul P.I.L. Da considerare che tra non molto la maggior parte dei turisti proverrà da Nazioni come Cina, Emirati Arabi e Brasile, i quali si uniranno ai Russi che sono già da diverso tempo sempre più presenti. Di fronte a ciò la reazione della nostra compagnia di bandiera è stata quella di aumentare i collegamenti a lungo raggio con questi Paesi. L’aspetto ancora critico, che penalizza in parte l’Italia, sono gli aeroporti. L’aeroporto di Napoli sorge in punto in cui è difficile sviluppare nuove infrastrutture e così si è costretti a limitare gli spostamenti aerei, nonostante tutta l’area attiri moltissime persone. A Roma la situazione non è migliore, e spesso ai numerosi ritardi degli aerei e alle lunghe file ai varchi a cui sono sottoposti i passeggeri, si aggiunge il problema dei bagagli. Per quello che riguarda l’industria, il vero problema è il costo del trasporto. In Italia, il trasporto incide molto (circa il 10% più che

negli altri Paesi) perché da diverso tempo si è preferito puntare sul trasporto su gomma rispetto a quello su ferro. Tuttavia da un punto di vista strettamente economico, a parità di tonnellate, il treno consuma circa il 70% meno di energia rispetto ai camion e ha dei costi di esercizio nettamente inferiori. Da considerare, inoltre, che il trasporto ferroviario non è soggetto ai costanti andamenti del prezzo del gasolio, e ogni tonnellata per chilometro un treno emette circa 50 grammi di anidride carbonica mentre un camion oltre 200. Considerando che in Italia oltre l’80% dei trasporti avviene su gomma, e il restante su ferro o acqua, noi tutti ed in particolar modo le nostre imprese pagano un prezzo veramente alto per commercializzare e rendere i loro prodotti competitivi al livello globale. Con la globalizzazione in corso la differenza verrà fatta dal prezzo e dalla tecnologia, e se vogliamo essere competitivi come i nostri rivali europei dobbiamo per prima cosa ridurre il costo del trasporto che spesso frena le nostre aziende. Per prima cosa è necessario mettere gli interessi da parte, perché se è vero che l’Iveco o la Scania fanno lavorare un gran numero di persone, è

anche vero che tutti noi paghiamo di fatto queste aziende, alle quali importa per prima cosa il guadagno. Investire sul trasporto via ferro o acqua non vuol dire togliere il lavoro a metalmeccanici e lavoratori dell’indotto di suddette aziende, in quanto questi lavoratori possono essere reimpiegati da aziende che si occupano di produrre tutto cio che serve per lo sviluppo dei vari treni o navi cargo, ma vuol dire investire sulla salute e sull’ambiente. Per quanto riguarda il trasporto locale, è necessario che non sia trascurato, in quanto permette una migliore pulizia dell’aria e dell’ambiente, ed evita ai cittadini un quotidiano slalom.

di Francesco Artizzu

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LA LIBERTÀ È DONNA Una storia di emancipazione femminile, dal ‘45 ad oggi Si concludeva, il 25 Aprile 1945, il periodo della Resistenza, un fenomeno tanto importante quanto complesso nell’analisi della sua portata storica. La Resistenza fu anzitutto una grande lotta per la libertà dell’Italia e del popolo italiano nella sua interezza. Se è vero che – come si suol dire – la Storia la scrivono sempre i vincitori, allora si deve ammettere che quel 25 Aprile la Storia cominciarono a scriverla anche le donne, che in quegli anni rivendicavano con forza i propri diritti e, primo fra tutti, quello al voto. È alle donne soprattutto che furono dedicati gli sforzi intensi del fronte di resistenza partigiana, perché le stesse vi avevano aderito con militanza attiva e partecipe, confidando nell’adito che un grido di libertà può dare ad ogni istanza o diritto. Nacque così, dalle ceneri dell’autoritarismo, una società viva e moderna, che riconosceva e tutelava i diritti del sesso femminile, considerato come soggetto giuridico, nonché come una componente della società istituzionalmente e politicamente attiva. Il 2 giugno 1946 trovò in Italia concreta realizzazione un desiderio che numerosi movimenti femministi avevano fi no a quel momento auspicato, ovvero la proclamazione per le donne del diritto di voto. “Il corpo è mio e lo gestisco io” gridavano già da tempo le suffragette che manifestavano nei cortei in numerose piazze italiane e molte di queste continuarono a gridarlo anche dopo la concessione di tale diritto,


fino a quando sembrò che la rivoluzione fosse ormai riuscita e quell’immane fiume rosa, forte del proprio scorrere impetuoso, non riprese poi a fl uire tranquillo all’interno del proprio meandro. Si pensò allora, data la relativa “tranquillità” delle circostanze, che la lotta partigiana e la pacificazione che ne era scaturita potessero ormai considerarsi come l’emblema di una dignità riconquistata, soprattutto la dignità del mondo femminile. Come quasi spesso succede, però, ogni conquista rischia, dopo un periodo di massimo exploit ed efficacia, di essere fagocitata poco a poco dal mare calmo della normalità che appiana e confonde. Questo è accaduto, per certi versi, anche per il movimento femminista che, con il passare del tempo, ha finito per trasformare il vigore reazionario e militante dei primi anni in un qualcosa di contrario al pensiero ed allo scopo primo di quel movimento: rivalutare il corpo femminile non come oggetto del desiderio altrui ma come carattere peculiare di dignità della donna in quanto soggetto, oltre che giuridico, umano e pensante. Questa corrente di pensiero invitava in sostanza la donna a non considerare più come un tabù o un’aberrazione il rapporto che ognuna instaura con il proprio corpo, a coltivarne la giusta considerazione nella propria psiche, imparando a considerarlo come un aspetto naturale della femminilità. Il corpo, insomma, è importante perché una donna possa, per mezzo di esso, riconoscersi nella propria dignità senza lasciare che questo diventi uno strumento per esibirla ed ostentarla agli occhi degli altri. La dignità è tacita e silenziosa, modesta e mai esuberante, ed appartiene, più che alle donne che riempiono delle proprie forme il teleschermo, alle tante mogli e madri che rimangono spesso fuori dal coro, eppure appaiono tanto più grandi nella loro posizione e nel proprio ruolo di soliste, perché rispecchiano la vera essenza della femminilità, quella che non vacilla al primo chiudersi del sipario. È orribile pensare che oltre la forma non si è più nulla, o peggio che non esista l’essenza, oppure che questa sia tutt’uno con la maschera. Chi è abituato a pensare nei termini della normalità, formalmente dice ed afferma cose giuste, ma in sostanza parla di sé con parole dettate dalla normalità stessa. È come se la donna moderna oggettivi sé stessa, perché si sente volutamente e consapevolmente un prodotto, che può garantire sicurezze e sentirsi, a sua volta, garantito nel proprio successo e nella propria affermazione. Oltre quel successo, oltre quell’affermazione, non esiste più nulla: semplicemente qualcuno ci guadagna e la donna perde la sua essenza vera. Questo è il dazio che deve pagare chi, forte del proprio agio e di un’apparente sicurezza, finisce per perdere sé stesso, smarrendosi e confondendosi nelle trame del mondo, facendosi del male quando assolutamente non ce n’è bisogno e poi soffrendo quando si presenta quello vero e reale. Distinguere il bene dal male è diventata una fac-

cenda seria, forse più seria di quando c’era la guerra perché almeno lì, in quella circostanza, il male risulta immediatamente riconoscibile, balza agli occhi in tutta la propria crudezza e serve a far crescere e maturare la consapevolezza che, se si vuole il bene, una determinata situazione va affrontata perché poi non si ripeta. Il male oggi, invece, si è travestito, ha abbandonato le proprie sembianze per acquistare quelle del bene, un bene che, seppur falso, non è facilmente distinguibile in quanto tale. Ciò che spalanca le porte ai disastri è, solitamente, la forza dell’abitudine, che induce a considerare con superficialità ogni cosa diluendola nel relativismo. Tutto questo dimostra che anche la pace, a volte più d’una guerra, può creare disagio e smarrimento, rendendo non facilmente intuibili e qualificabili i motivi di tale disagio, depistando ogni tentativo di soluzione ad un problema. È sempre possibile, tuttavia, trovare una via d’uscita dai problemi, anche se la strada da scegliere non è mai quella più corta, come il mondo e la società vorrebbero far credere, specialmente se questa non comporta la benché minima necessità di un sacrificio. Nulla si ottiene senza impegno e dedizione e, del resto, senza un tale presupposto, nemmeno la Resistenza sarebbe stata possibile. L’importante è, dopo aver finalmente ottenuto un determinato obiettivo, cercare di non vanificare un sacrificio, per esempio ritenendolo un traguardo già acquisito o il coronamento di un processo in sé compiuto che non necessita di ulteriori sviluppi ed approfondimenti, nonché un meccanismo destinato a conservarsi e a funzionare da solo, senza bisogno anche della più minima spinta o impulso. I successi, quelli veri, che si conseguono nella vita, rimangono tali solo se continuamente alimentati da un intento preciso e da un solido sistema valoriale di riferimento. Ripristinare i valori è la vera chiave per scoprire sé stessi, la propria individualità, sottraendola all’eterogeneità della massa che omologa ed uniforma. Si dovrebbe ripristinare in primo luogo la genuinità e la trasparenza dei canoni etici, che negli ultimi anni si sono ridotti a inutili formalità o a sentimenti di facciata, a ideali retorici o di pura circostanza, volti troppo spesso a ribadire e sottolineare un’integrità che poi non c’è. È al di là della pura spettacolarizzazione mediatica, nella concretezza del reale, che tutto ciò diventa possibile, a cominciare dai rapporti con le persone che vanno ormai annullandosi del tutto o limitandosi a forme di clientelismo ed utilitarismo. Far sentire quando, per esempio, stringiamo la mano a qualcuno che non conosciamo, oltre alla nostra formale educazione, anche un certo interessamento umano nei suoi confronti: questo è ciò che conta davvero, al di là di ogni cosa. L’ideale sarebbe poter ridurre lo spessore che esiste tra il “dire” e il “fare”, adottando misure concrete, che assumano come unico parametro di concretezza quello dell’umanità, della dedizione verso il prossimo. L’unico antidoto ai mali della vita è la vita stessa, e per liberarsene non bisogna uscire

dalla realtà, costruendo castelli in aria o mondi paralleli, decisamente più pericolosi del mondo stesso nel quale viviamo, che viene sempre più spesso distorto e turbato nella sua naturalezza. In queste dimensioni paradossali perdono la loro importanza anche gli aspetti dell’esistenza più etici e dignitosi, come per esempio il lavoro, che viene declassato e messo in ombra da meccanismi quali le raccomandazioni o il facile avanzamento di carriera a determinate condizioni, ponendo così ogni cosa nei termini di un puro scambio o di una mera convenienza senza bisogno di sacrificio, che diventa sempre più una parola costruita su misura per quanti – a dire della società – risultano sciocchi e disillusi. Attualmente nel nostro Paese sembra non esservi posto per gli eccellenti e per i meritevoli, ma solo per coloro che ambiscono a raggiungere un determinato obiettivo a qualsiasi prezzo e con ogni tipo di sotterfugi. L’obiettività nell’analisi dei comportamenti umani e delle dinamiche sociali, associata alla meritocrazia, rappresentano ad oggi le uniche risorse che possano permettere di restituire ai giovani la possibilità di un futuro, che per il momento si mostra loro incerto o, in alcune situazioni, non risulta neppure più ravvisabile. In forme di partecipazione ampia ed attiva al sociale come il lavoro si realizza la vera esaltazione della peculiarità dell’individuo che può, in maniera commisurata alle proprie attitudini e capacità, aiutare a costruire un qualcosa di utile e vantaggioso per l’intera comunità in cui vive.

Quello al lavoro è un diritto essenziale e fondamentale di ogni individuo, uomo o donna che sia, come afferma giustamente la nostra Costituzione, che vuole l’Italia una repubblica fondata sul lavoro. Il più sincero e più grande augurio è che una società moderna, nel dichiararsi tale, sia veramente aperta a tutti, e che tutte le divergenze di diritti che in Italia ancora esistono tra mondo maschile e femminile, possano appianarsi definitivamente.

di Carmine Cavaiuolo

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PERCHÉ VARIO SIGNIFICA VITA Lotta all’omologazione per un progresso delle diversità Omologazione: un termine a prima vista molto d’impatto, ma cosa sta a significare in realtà? Ovviamente ognuno ha la sua interpretazione a riguardo: alcuni credono sia un fenomeno alquanto positivo che rende giustizia a chi ha più “potere” o più “capacità e abilità”; altri sostengono la tesi opposta, convincendosi che è un fenomeno completamente negativo che comporta solo soccombenza. A mio parere, invece, non è altro che una morte figurata della società. Anche un grande poeta italiano, Pier Paolo Pasolini, era fermamente d’accordo al riguardo. Come ben sappiamo l’omologazione abbraccia diversi rami: dai fenomeni sociali a quelli culturali; Pasolini, tende a soffermarsi maggiormente sull’omologazione culturale. Sulla lingua italiana, ad esempio, fa alcune importanti osservazioni: prima fra tutte e senza dubbio più importante è quella riguardante il linguaggio dei media e quello tecnico-scientifico che presto avrebbe omologato i dialetti, massima espressione di diversità e prova infangabile della presenza di una particolare identità culturale. Ed è per questo che Pasolini si scaglia contro la società di massa, dà potere ai mass media per proporre un’estrema difesa ai dialetti. L’omologazione, come già detto, oltre ad essere culturale, può riguardare anche altri settori. Infatti, uno dei tanti lati oscuri di questo termine potrebbe essere la perdita d’identità delle diverse culture e l’annullamento delle diversità tra gli individui e le civiltà. Il fenomeno è tipico in particolare delle moderne società di massa, dove la diffusione di valori e modelli di comportamento è affidata soprattutto ai grandi mezzi di comunicazione e ad abitudini di vita fortemente standardizzate. Oltre ciò, il fenomeno dell’omolo-

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gazione, può essere in un certo senso legato anche alla nostra “pigrizia” perché molto frequentemente ci rifiutiamo di voler emergere e, di conseguenza, di far emergere con noi anche i nostri ideali. Lasciamo che gli altri decidano per il nostro futuro o presente e per di più al nostro posto; così, senza neanche accorgercene, ci ritroviamo ad essere succubi di chi, al contrario nostro, ha avuto il coraggio di imporsi su un qualcosa che gli impediva il raggiungimento dei suoi obiettivi. Spesso ci auto- convinciamo che tutti siano migliori di noi e che i nostri non sono altro che sogni irrealizzabili, campati in aria e privi di razionalità. Ma, a mio parere, per combattere l’omologazione c’è bisogno anche di un po’ di fantasia, originalità, aspettativa, imprudenza, forza d’animo, un pizzico di autostima e, ovviamente, una mentalità più aperta, diversa rispetto a quella della massa comune che non vuole distinguersi. È indispensabile mettere un po’ di cuore e di passione in ciò che si fa o in ciò che si progetta di fare, perché solo se ognuno di noi si comporterà in tal modo, seppur diversamente l’uno dall’altra, potremmo avere una società mondiale più ricca! Ma per inculcare questi concetti nella mentalità della massa, e di conseguenza dei media ci vuole qualcosa in più di qualche semplice ideale che per noi potrebbe sembrare essenziale mentre per altri assolutamente superfluo. Purtroppo non tutti, o meglio, quasi nessuno vuole accettare questo nuovo stile di vita, diverso sì, ma assolutamente migliore e di conseguenza più fruttuoso, perché, contrariamente all’omologazione, “diversità” vuol dire “progresso”. Sfortunatamente

nessuno cerca di trasformare questi ultimi in realtà perché troppo intenti ad acconsentire a ciò che gli altri impongono indirettamente portando così alla vera omologazione; ma rendere tutto omologato, omogeneo e privo di autenticità non vuol dire affatto migliorarlo. Forse potrebbe sembrare un’interpretazione al quanto esagerata quella di dire che l’omologazione porta a schiavizzare in modo figurato l’uomo, ma solo così si potrebbe meglio concepire il concetto di questo termine. In una realtà come la nostra, la lotta tra l’originalità e l’omologazione incide fortemente sulla nostra libertà sia di espressione che di pensiero: quante volte capita che la persona più “spigliata”, abituata a essere al centro dell’attenzione imponga, seppur involontariamente, le sue idee a tutti gli altri del gruppo solo perché, magari, li intimorisce un po’ per il suo modo di discutere vivacemente o per il suo gesticolare ininterrottamente. In realtà l’errore non lo commette chi cerca di far valere i propri valori e principi a voce alta, piuttosto tutti coloro di cui è circondato che, non avendo il coraggio di esternare ciò che veramente pensano, le loro vere opinioni, che potrebbero anche far cambiare idea al “capogruppo”, si chiudono in se stessi e annuiscono come fossero ipnotizzati dalle parole di quest’ultimo senza essere in grado nemmeno di essere spontanei. Ormai siamo tutti abituati a seguire ciò che qualcun altro ci dice, ad ignorare la voce che è dentro ognuno di noi e che ci incita a farci avanti e ad apprezzare il nostro pensiero critico esternandolo anche agli altri. Ma se non avviene nessun cambiamento, questa voce, con il trascorrere del tempo, rischia di diventare sempre più fioca fino a scomparire del


tutto e ad annullare la nostra vera personalità. Questo fenomeno accade soprattutto nelle nuove generazioni, negli adolescenti. Alcuni di loro sono fragili, deboli, in cerca di risposte, in cerca del loro vero “io”; altri invece sono già pronti al mondo esterno, alla realtà perché, essendo più aperti, più ambiziosi e avendo una personalità più marcata rispetto agli altri, sono in grado di essere i “capigruppo” del loro giro di amicizie. Ma non deve essere così, non deve esistere alcun capogruppo, ognuno deve decidere per se stesso perché ne è capace e ne ha la possibilità. I ragazzi più deboli spesso adeguano i propri comportamenti a quelli del gruppo o per essere accettati o perché hanno paura di essere se stessi o perché cercano una guida, una persona più forte che possa dargli l’esempio. Ecco perché la famiglia, durante l’adolescenza del ragazzo, deve essere presente più che mai, per evitare che si possano intraprendere strade sbagliate e poi non poter tornare più indietro per rimediare. Di solito in ogni gruppo c’è il ribelle, l’anticonformista che, guarda caso, è anche il più vivace, il più spigliato e ha tutte le caratteristiche per essere un “capogruppo”... Tutti lo seguono o perché lo temono o perché è l’unico a farsi valere in ogni situazione; beh deve arrivare il momento in cui, quando l’anticonformista, il ribelle, lo spigliato del gruppo si fa avanti, appaia qualcun altro pronto ad imporre le sue idee per poi trovare un punto d’incontro. È così che si combatte l’omologazione, serve solo una piccola dose di coraggio, fermezza, determinazione e sicurezza. L’antidoto?! Non esiste. Ognuno di noi potrebbe solo cercare di tirar fuori, nel modo più completo possibile, la propria personalità e poi bisogna affidarsi alla nostra autostima e al rispetto che abbiamo per noi stessi e per i nostri ideali.

di Teresa Riccio


Napolitano si o no? Commenti e riflessioni all’indomani della rielezione del Presidente della Repubblica Quando la fiducia non è mai troppa Il giorno 20 Aprile 2013, Giorgio Napolitano è stato rieletto Presidente della Repubblica Italiana per la seconda volta con 738 voti contro i 217 di Stefano Rodotà, giurista e politico italiano. Napolitano, undicesimo e attuale Presidente successore di Carlo Azeglio Ciampi è in carica dal 15 Maggio 2006. Precedentemente era stato Presidente della Camera dei Deputati e membro del Partito Comunista Italiano. L’unico ad essere stato rieletto due volte con l’approvazione di tutte le forze politiche esclusi i Grillini, i quali hanno continuato a votare Rodotà, rafforzato dal partito di Vendola. Napolitano è, ed è stato, un grande esponente della Politica Italiana, ha operato e contribuito al meglio per rafforzare e tutelare il Paese; ma non sarebbe stato meglio cambiare personalità, introdurre un nuovo volto in politica che possa risollevare la Nazione da questo profondo e disastroso stato di crisi e arretratezza? Questa è la domanda che tutti ci poniamo e questo è il motivo per il quale molti sono scontenti e insoddisfatti. Alcuni puntavano alla discontinuità, al cambiamento che è giusto se aggiorna ma non se frantuma il patrimonio della nostra storia della Repubblica. Altri hanno preferito affidarsi completamente nelle mani di Napolitano e far sì che lui porti avanti lo Stato, rinnovi, sostenga i partiti e copri tutti gli scheletri nell’armadio.Noi vogliamo semplicemente un’Italia democratica, riformista ma allo stesso tempo conservatrice e aperta alle esigenze e ai bisogni di tutti i cittadini.

Forse sarebbe stato meglio scegliere un Presidente più giovane, vicino ai giovani, e non scegliere una persona tra molti candidati, come hanno definito alcuni, da “casa di riposo”. Eleggere un Presidente non è semplice e decidere di rinnovare il suo mandato per la seconda volta è ancora più complicato. Abbiamo avuto grandi personaggi nella storia repubblicana Italiana dal 1948 ad oggi, il primo presidente Enrico De Nicola, definito il fondatore, Luigi Einaudi, Giuseppe Sagarat, Giovanni Gronchi, Antonio Segni, Giovanni Leone, Oscar Scalfaro, Sandro Pertini, Francesco Cossiga, sino ad arrivare al predecessore di

di Maria Rosaria Arzano

Attualità 14

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Napolitano, Carlo Azeglio Ciampi. Sono stati coraggiosi liberalisti in periodi difficili e hanno dovuto affrontare istituzioni complesse, hanno speso la loro vita per la Patria con serena fiducia nel futuro: hanno tessuto la storia. Noi non vogliamo altro che un Presidente, che sia poi Napolitano o Rodotà, che svolga al meglio il suo compito, che rappresenti al meglio il suo ruolo, che guardi in avanti, che riformii partiti, che sostenga i lavoratori, i risparmiatori, i più bisognosi, che tuteli le imprese, che valorizzi l’Italia e la renda brillante in Europa e nel mondo. A volte abbiamo bisogno di avere fiducia, essere umili, ottimisti, poter guardare in alto senza girarsi dietro, essere meno egoisti (specialmente se si è a capo di un Paese) e affrontare le situazioni difficili senza paura. Speriamo che il nostro Presidente, di cui dobbiamo andare fieri, riesca al meglio nel suo compito e faccia ciò che è giusto. Il potere deve ritornare nelle mani del padrone, non deve rimanere nelle mani dei vassalli che l’uno contro l’altro ora “governano” l’Italia. Qual è la società che vogliamo e qual è l’interesse generale che dovremmo seguire? Abbiamo bisogno di qualcuno che sappia cosa fare, che guardi alla costruzione di una Europa che sia uno Stato federale. Quindi non rimane che fare tanti auguri al nostro Presidente Napolitano!Come diceva Einstein tanti uomini e una sola razza:la razza umana.


La scelta del nostro Istituto

Lezioni sul campo al Telesi@ Solidarietà e collaborazione a contatto col mondo di Giorgia Cusati

Alla fi ne dell’anno scolastico gli studenti del Telesi@ si sono finalmente abituati ad usare la l’espressione “Lezione sul campo” per indicare la fase conclusiva di un La.Pro.Di, a sua volta sigla di “Laboratorio di Progettazione Didattica”. I La.Pro.Di, come abbiamo potuto apprendere dai docenti e vedere sintetizzato nella Guida al Telesi@ sul nostro sito web, “sono laboratori che vedono protagonisti docenti e studenti in una logica pedagogica di tipo attivo ed esperienziale, volta a favorire modalità interattive tra le parti coinvolte, a dar luogo non a una formazione teorico-astratta, mirando a superare l’enciclopedismo e utilizzando strategie formative in cui lo studente diventa protagonista del sapere.” Tuttavia l’esperienza che meglio ha dato agli studenti l’idea di laboratorio è stata quella che

ha permesso l’uscita dalle mura dell’edificio scolastico per ricercare le tracce di studi negli spazi esterni e anche lontani dai luoghi più noti. In queste occasioni si sono sviluppati senso di solidarietà e collaborazione, si è gustato il piacere di stare insieme anche con i docenti più rigidi e si è avvertito un reale contatto col mondo. Quanto era utile il consiglio di portare bagagli essenziali! Come è divertente viaggiare in alta velocità insieme a chi si sposta per lavoro! Quanto è importante attraversare solo col verde, obliterare i biglietti dei mezzi pubblici, gettare carte e rifiuti negli appositi contenitori, mantenere un tono di voce moderato negli ambienti comuni e altre lezioni di vita e di senso civico... Basterebbe solo questo per dimostrare l’utilità di esperienze simili, senza dimenticare la parte culturale e quella del divertimento, che non guasta e non basta mai.

Riflessioni e confessioni

Per un attimo di felicità “Siamo tutti alla ricerca di qualcosa” di Rossella Grasso

Tutti sono alla ricerca della felicità, eppure sembra che nessuno riesca mai a trovarla, come se fosse qualcosa di così lontano e irraggiungibile... Allora mi chiedo: cos’è realmente la felicità? E soprattutto: è possibile misurarla? Se solo ci fermassimo un istante a pensare ciò che realmente ci rende felici, probabilmente smetteremmo di cercare l’irraggiungibile e potremmo capire quanto, in realtà, la nostra vita sia ricca di momenti felici. Sto parlando dei piccoli gesti, di quelli semplici che lasciano pensare o addirittura non fanno dormire. Uno sguardo ricambiato, parole inaspettate, un sorriso, una giornata di sole o un bel voto a scuola. E ancora, il circondarsi di persone che ci amano e ci fanno sentire bene, il sentirsi orgogliosi e fi eri delle proprie scelte, di ciò che ogni singolo giorno si è. Non è forse questa la felicità? Se solo pensassimo anche a tutti coloro che vivono alla giornata, a quelli che sanno apprezzare la vita giorno dopo giorno e che per un semplice gesto riescono a sorridere, ci renderemmo conto di quanto siamo fortunati. Siamo tutti alla ricerca di qualcosa senza accorgerci che, a volte, quel qualcosa l’abbiamo sempre posseduto.

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Una denuncia per cambiare rotta Dal 1889 ad oggi: esiste ancora il Primo Maggio? di Marco Formisano

“Nonostante ciò tutte le mattine mi sveglio felice di andare a lavoro, perché lo amo.” Il primo maggio 2013 si è celebrata in Italia la Festa dei Lavoratori. Fu ufficializzata a Parigi nel 1889 dalla Seconda Internazionale, in memoria delle numerose proteste dei lavoratori e dei loro attacchi subiti. Ma è ancora una festa, una giornata di gioia? La risposta appare chiara guardando la situazione che ci circonda. L’Italia sembra essere divisa in due: chi ha troppo, e chi troppo poco; chi si attacca alla poltrona, e chi lotta per lavorare. Questa lotta è divenuta estenuante: le imprese chiudono, gli operai sono costretti a tornare a casa e a causa della forte tassazione non è possibile riaprire le aziende, e infine la decisa insufficienza dei fi nanziamenti impedisce ai centri di ricerca di poter lavorare a pieno regime. Siamo una Repubblica fondata sul lavoro, animata da uomini che assicurano un futuro a quei giovani studenti che desiderano costruire e proiettarsi nel mondo del lavoro. Questo è un anno diverso, un anno che ha visto partecipi tutti, lavoratori e non, in ogni parte del nostro Bel Paese. Per la prima volta imprenditori e lavoratori sono scesi insieme in piazza per gli stessi diritti; per la prima volta essa è quasi diventata la “Festa dei Disoccupati”. È stato un gesto di grande importanza simbolica quello della Presidente della Camera dei Deputati Laura Boldrini, già commissario per

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i diritti dei rifugiati, che si è recata a Portella della Ginestra, in ricordo di una manifestazione di massa nel 1947 in cui una decina di lavoratori furono trucidati da esponenti della banda di Salvatore Giuliano. Non senza scalpore ci sono state irruenti proteste come presso la Città della Scienza da parte di giovani manifestanti nei confronti dei sindacati e delle istituzioni rei di non tutelarli adeguatamente. Se questo può essere considerato un anno di crisi, sarà allora un anno di cambiamento. E sarà di conseguenza di grande utilità e saggezza ascoltare le parole di chi ha la conoscenza e l’interesse di aiutarci. Papa Francesco si è espresso con fermezza contro “il lavoro che schiavizza” esortando non solo i responsabili della res publica a impegnarsi efficacemente a dare un rinnovato slancio alla nostra nazione, ma anche il popolo tutto affinché non rivolga la sua attenzione esclusivamente al compenso monetario. Cordiali e profonde sono state le parole di Roberto Saviano: “Il mio augurio oggi va a chi non trova lavoro, a chi lo ha perso, a chi non è garantito. Va a loro che, nonostante le enormi, insopportabili difficoltà, sanno che la vita propria e altrui ha un valore immenso. Il mio augurio oggi va a chi,

scoraggiato, chiede aiuto e non si lascia andare a gesti che provocano disperazione. Il mio pensiero e il mio augurio a chi per amore del proprio lavoro, in un momento in cui il lavoro è un bene prezioso, rischia quotidianamente la vita.” E infine la Voce che si è levata più forte da parte di una rappresentante della società civile e dell’intelligenza silenziosa è come se rispondesse alle parole dello scrittore. Si tratta di Allegra Via, laureata in Fisica e ora ricercatrice bioinformatica a tempo determinato, che è intervenuta nel Concerto del Primo Maggio a Roma – queste le sue parole: “[...] Diciassette anni passati con la preoccupazione: ‘Me lo rinnoveranno il contratto?’. Nonostante ciò tutte le mattine mi sveglio felice di andare a lavoro, perché lo amo. Mi porta a pensare in continuazione, a confrontarmi con persone in gamba, con gente piena di sogni e di speranze. Non si smette mai di studiare. Mi piace tutto di questo lavoro, anche pranzare ogni giorno con un panino davanti al computer. Il mio futuro? Io non so cosa farò tra cinque anni.” Questa è una denuncia forte che ci deve far riflettere e che deve far sì che tutti, a tutti i livelli, debbano cambiare rotta se vogliamo veramente bene al nostro Paese.


FANATISMO RELIGIOSO E TERRORISMO Gli attentatori di Boston hanno messo in atto la loro jihad di Giuseppe Viscusi Il genere umano ha partorito un’altra strage, l’ennesima. Però non si ci abitua mai ad ascoltare certe notizie, a vedere certe immagini. Perciò quelle che ci sono giunte da Boston la mattina del 16 Aprile sconvolgono e inorridiscono come quando, per la prima volta, ci si avvicina a qualcosa di ripugnante. L’attacco che ha causato 3 morti e 180 feriti ha colpito la città nel giorno della tradizionale Maratona. Così un giorno di festa si è trasformato in un giorno di morte e terrore. Le indagini condotte dall’FBI e dalla polizia locale hanno portato alla cattura, dopo appena cinque giorni dall’accaduto, di uno dei due esecutori della strage; l’altro era stato ucciso dalla polizia in un conflitto a fuoco. La coppia di attentatori, due giovani fratelli di origine cecena, hanno quasi sicuramente agito autonomamente, senza appoggio da parte di cellule terroristiche di Al Qaeda. Gli ordigni, confezionati in casa, erano parte di un ricco arsenale che i due conservavano in casa. Quando ancora molti dubbi restano da chiarire riguardo all’organizzazione dei due immigrati ceceni, iniziano ad essere sempre più chiare quali siano le motivazioni che li hanno spinti a questo estremo gesto. Probabilmente agganciati via internet da qualche imam estremista i due hanno messo in atto la loro jihad, forse solo il primo attentato di una serie se la polizia non li avesse fermati. Il triste evento riaccende la luce sul fenomeno dei jihadisti interni negli Stati Uniti, su personaggi che autonomamente o, comunque, in piccoli gruppi decidono di attuare attacchi terroristici. Le motivazioni che spingono questi individui a perseguire nella loro lotta ad un nemico immaginario dell’Islam sono molto più semplici di quelle delle organizzazioni maggiori come Al Qaeda. Se nelle organizzazioni maggiori è l’interesse economico che spinge a compiere certi gesti i “lupi solitari” agiscono solo perché spinti dal loro fanatismo religioso. Fanatismo religioso, come non inorridire di fronte a questo concetto. È un concetto

cheva contro tutti i principi di libertà che dovrebbero caratterizzare la civiltà moderna. È un concetto tanto antico quanto stupido. È qualcosa che ha mietuto talmente tante vittime che l’uomo dovrebbe temerlo al pari della peste. E invece, continua ad essere in voga e a mietere vittime. Il fanatismo religioso incarna la natura primordiale dell’uomo, quella che tende ad annientare qualsiasi cosa vede come una minaccia. Se a questo aggiungiamo il fatto che se ad essere minacciato è il rapporto con la divinità si può capire quanto questo sentimento, nella testa delle persone sbagliate, sia paragonabile ad una bomba ad orologeria pronta a scoppiare, da un momento all’altro. Tra tutti i tipi di fanatismo, quello derivante dalla religione è il più grave e il più pericoloso. Questo perché si continua a sottovalutare la pericolosità della lucida follia che il fanatismo crea negli individui. La fede in una divinità implica il rispecchiare la propria essenza, la propria emotività nella divinità stessa. Tale rapporto, se vissuto nel modo sbagliato, può portare all’asservimento totale alla divinità, o meglio a quegli uomini che si fanno portatori del messaggio della divinità sulla Terra. È per questo che il fanatismo religioso è difficile da estirpare all’interno di un uomo. Perché chi agisce nell’asservimento alla propria ideologia non ha neanche il minimo dubbio di sbagliare. Non vede oltre quello che la stessa ideologia gli suggerisce. Il fanatismo religioso è qualcosa di sbagliato in sé, e di certo non dipende dalla religione di appartenenza. Troppo spesso, infatti, ci si riempie la bocca di luoghi comuni sull’Islam senza riflettere (o peggio ancora senza conoscere) sulle atrocità che anche i Cristiani hanno compiuto in nome di Dio. Il fanatismo religioso è quindi qualcosa che non coinvolge la religione in senso assoluto ma causata dall’interpretazione errata da parte di alcuni estremisti. Un esempio è proprio quello dei due fratelli ceceni che si sono rivoltati contro quelli che avrebbero dovuto considerare benefattori. I due, infatti, erano stati più volte

costretti nel corso della loro vita a fuggire. Prima dalla Cecenia, durante la guerra, poi dalla Russia, dove essere ceceni era divenuto troppo pericoloso e infine dalla Turchia. Solo in America avevano avuto l’opportunità di decidere liberamente del proprio futuro di studiare e di avere, quindi, una vita normale. I due invece di essere grati a chi gli ha dato questa possibilità, offuscati dal fanatismo di cui erano vittima, hanno trasformato gli amici in nemici. La speranza è che le varie comunità religiose riconoscano, alla luce di tutto il sangue innocente versato ingiustamente, di abbandonare la via della guerra e della prevaricazione. Che si inculchi in ognuno l’apertura mentale giusta per rispettare la diversità degli altri. In questo si potrà estirpare il fanatismo dal cuore dell’uomo perché stragi come quella di Boston non si ripeteranno.

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Il valore dei soldi non è un gioco

Tempo di crisi? Non per gli sportivi! Ricchi si diventa per un logo Di Francesco Artizzu

Sport e soldi sono fin dai tempi dello sport professionistico un perfetto connubio che ha reso gli atleti non solo uomini che spendono la loro vita nel superamento di limite o nel miglioramento dei loro risultati, ma li ha fatti diventare delle vere e proprie star. Lo sport professionistico è nato a partire dagli anni sessanta, quando alcuni atleti ricevevano piccole somme in cambio della sponsorizzazione di una marca. Questo fenomeno era però limitato dalle dure regole imposte allora dal CIO (Comitato Olimpico Internazionale), che squalificavano gli atleti che venivano sponsorizzati. Uno degli atleti che pagò con la squalifica a vita fu lo sciatore italiano Zeno Colò, il quale accusato di aver sponsorizzato una marca di scarponi, non poté partecipare alle Olimpiadi Invernali di Cortina del 1956. Già negli anni ‘70 lo sport iniziava ad essere un gigantesco business e importanti marche facevano a gare sponsorizzare i propri prodotti attraverso atleti famosi: basti pensare che ci fu una durissima lotta tra due aziende tedesche sorelle per

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fornire le scarpe da gioco a Pelé. Negli anni successivi le regole del CIO si ammorbidirono, e a partire dagli anni ‘90 gli atleti professionisti poterono partecipare ai Giochi Olimpici. Da allora in poi, le Olimpiadi sono diventate un grandissimo business, dove gli sponsor si contendono i migliori atleti. In questo modo le Olimpiadi hanno perso molto del loro spirito originale dove l’importante è partecipare, e sicuramente se fosse ancora in vita, De Coubertin non sarebbe molto felice. Ovviamente i guadagni degli atleti non dipendono ormai solo dalle Olimpiadi, ma sta di fatto che una vittoria olimpica sia in termini di popolarità che di denaro è superiore a qualsiasi altro evento. I guadagni degli atleti professionisti dipendono da diversi fattori, ma il principale è la popolarità dello sport nella Nazione dove questo viene praticato. Nel vecchio continente, dove lo sport più popolare è il calcio gli sportivi più pagati sono ovviamente i calciatori, i cui guadagni dipendono sia dai vari contratti che vengono stipulati loro dalle società ma, in misura mag-

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giore, dagli sponsor. In Europa i calciatori hanno gli incassi maggiori, e al primo posto di questa classifica troviamo Messi con 33 milioni di euro l’anno seguito da Beckham con 31 milioni e C. Ronaldo con “appena” 29 milioni; primo tra gli italiani Buffon con 11 milioni. Dall’altra parte dell’oceano, dove gli sport più seguiti sono il basket e il baseball, i tre sportivi più pagati sono i due cestisti Kobe Bryant con 41 milioni di euro e Lebron James con 37 milioni mentre il terzo posto è occupato dal giocatore di baseball Alex Rodriguez che porta a casa ogni anno 27 milioni. Se si guarda a livello globale gli sportivi che possono vantare i guadagni maggiori, secondo la rivista Forbes, sono: Tiger Woods (Golf ) con circa 60 milioni di dollari, preceduto da Manny Pacquiao (Boxe) con 62 milioni, preceduto a sua volta da Floyd Mayweather (Boxe) con 85 milioni. Per quanto riguarda la Formula 1 Alonso è il pilota meglio pagato con 30 milioni di euro, seguito da Button e Hamilton che prendono entrambi 16 milioni. Discorso a parte me-

ritano gli sport invernali, dove i guadagni sono notevolmente più bassi causati principalmente alla difficoltà che molte persone hanno a praticarli, e lo sportivo meglio pagato risulta essere lo snowboarder Shaun White con poco meno di 10 milioni di dollari seguito da Lindsay Vonn (Sci) con poco meno di due milioni e mezzo di euro. Il motivo di tanti soldi è uno solo: il prodotto pubblicizzato da un campione convince le persone ad acquistarlo. A tutti fa piacere

indossare la stessa attrezzatura del proprio idolo, in quanto da la sensazione di poterlo emulare. Tuttavia, visto il periodo di crisi, molti si chiedono se sia giusto pagare così tanto gli sportivi? La risposta a ciò può essere una sola: vengono pagati per quello che rendono alla società sponsorizzatrice. Difronte a questo connubio che, secondo molti, ha industrializzato lo sport privandolo delle sue radici non c’è molto da fare, in quanto ciò è figlio di un radicale cambiamento che a partire dal dopoguerra ha interessato questo settore. Quindi, a meno di scelte radicali da parte nostra, questo connubio resterà sempre in piedi.


Un bicchiere tira l’altro L’alcolismo, una piaga sociale L'alcol è farmacologicamente la droga più utilizzata che, secondo le dosi, ha effetti euforizzanti, disinibitori, stimolanti o calmanti e provoca dipendenza. Costa poco, è reperibile ovunque, in qualsiasi momento, ed è socialmente accettato. Spesso, dove le persone si incontrano, si beve e, talvolta, dove si festeggia ci si ubriaca. La legge italiana vieta la somministrazione di alcolici ai minori di sedici anni, ma i ragazzi aggirano i divieti portandosi le bottiglie da casa, o comprandole nei supermercati. Infatti, mentre negli altri paesi si inizia a bere a tredici anni, in Italia il dato è inquietante perché già a undici anni si beve. Si comincia con gli happy hour, si continua con birra, superalcolici e beveroni, nei quale si mette di tutto per dare il colpo finale. Nelle discoteche avviene il superconsumo delle bevande alcoliche under 15. Diffuso è anche l'uso delle cosiddette bevande alcopop, ossia bevande con gradazione alcolica compresa tra 5-6 gradi, travestite da innocui succhi di frutta. L'alcol viene spesso unito all'uso di altre droghe creando combinazioni micidiali e spesso mortali. Bere tanto per bere è motivo di vanto, come fosse una moda, un po' come apparire in televisione, per dare un gusto diverso alla vita. Sono ragazzi apparentemente normali che frequentano la scuola (anche con risultati soddisfacenti): se non si ha l’occasione di vederli “sbronzi”, è difficile distinguerli dagli altri. Spesso i ragazzi, anche avendo molti modi per divertirsi, attendono il sabato per divertirsi e liberarsi di tutte le tensioni, le noie e le fatiche accumulate nel corso della settimana: è proprio questo il giorno in cui accadono le peggiori stragi dell'intera settimana. Gli incidenti stradali legati all'alcol sono in aumento soprattutto tra chi ha meno di trenta anni. Il sabato sera al pronto soccorso è sempre la stessa storia: arrivano genitori inconsapevoli e disperati, ai quali verrebbe da chiedere se conoscono un po' i propri figli, che sono lì, vittime d'incidenti perché ubriachi. Spesso l'alcol è usato come mezzo per socializzare, e i giovani alcolisti sono terrorizzati di non far parte del gruppo, di essere considerati sfigati, e bevono anche senza averne voglia. Gli incidenti stradali del sabato notte, infatti, sono spesso la prova di alcune bravate fatte dai giovani per mostrare al gruppo di amici il proprio coraggio, per non farsi emarginare dagli altri. Tante sono anche le ragazze che fanno uso di alcol. Queste sono più deboli e vulnerabili, e più sensibili ai suoi effetti negativi,

poiché hanno una massa corporea inferiore rispetto ai ragazzi, e di conseguenza si ubriacano molto velocemente e impiegano molto più tempo a tornare lucide. Le più magre impiegano anche un'ora in più rispetto alle coetanee con le forme tonde a riprendere lucidità. Sarebbe necessario, invece, che le giovani si mantenessero lucide per proteggersi dal rischio di subire violenze da parte dei ragazzi, spesso anche conosciuti, che, gonfi di alcol, possono trasformarsi in inaspettati aggressori. L'abuso di alcol tra i minori sta diventando una piaga sociale, spesso sottovalutata; essa ha costi sociali enormi per le patologie legate ai vari organi, tra cui il fegato, e quelle psichi-

che. Fare il pieno di alcol, come fanno sempre più adolescenti nelle uscite serali, nuoce al cervello, causando danni irreversibili a livello di un'area essenziale per le funzioni cognitive: l'ippocampo. Il motivo degli effetti devastanti e irreversibili dell'alcol sta nel fatto che prima dei 18- 20 anni l'organismo non è capace di metabolizzarlo. Le abbuffate sono particolarmente dannose ma anche piccole quantità possono esporre un organismo immaturo a rischi. Così come chi inizia a fumare a 15 anni, a 40 anni rischia di ritrovarsi con un tumore ai polmoni, allo stesso modo chi inizia a bere alcolici in giovane età è destinato ad avere prematuramente problemi correlati a questa cattiva abitudine, da tumori a disturbi cognitivi. Come riconoscere una persona ubriaca? Molto evidente è la difficoltà a parlare, spesso da soli; la lentezza dei riflessi è un altro indicatore come la mancata coordinazione dei movimenti, aggressività, perdita dell'equilibrio, tremore alle mani... Per risolvere questo problema bisognerebbe adottare misure che limitino queste stragi, cominciando ad apportare una serie di modifiche all'interno delle discoteche. Bisogna far capire ai giovani che è sbagliato dare all'alcol un valore d'uso e quindi avvalersene per essere più brillanti, o ancora come spesso accade nelle ragazze, per richiamare l'attenzione degli adulti o della famiglia. Il vero problema è che mancano controlli e in alcuni locali vige l'anarchia più assoluta in fatto di vendita di alcolici ai minori. I proprietari dei locali di divertimento, inoltre, contribuirebbero a salvare, anche se in modo indiretto, molte vite di giovani nel chiuderli in casa a un'ora più ragionevole. Credo che la cosa più importante sia una buona educazione da parte di esperti all'interno delle scuole, maggiore controllo da parte delle famiglie, maggiore consapevolezza personale nel mantenere il proprio corpo in buona salute. Un bicchiere tira l'altro, e si è felici, si è dimenticato per un momento l'evento indesiderato, ma un attimo dopo lui è là a “trapanarti” il cervello nel mentre il fisico ha subito un danno in più. A che serve rischiare? Non è meglio prendere il coraggio con le mani e affrontare la realtà?

di Elena Maria Gambuti

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“Bianca come il latte, rossa come il sangue” Un grande successo cinematografico, la rottura di un tabù di Sabrina R. Cusano Alessandro D’Avenia, insegnante trentaseienne di lettere al liceo, nel 2010 scrive di getto un romanzo dopo aver fatto supplenza in una classe dove da poco è venuta a mancare una ragazza per un tumore. “Bianca come il latte rossa come il sangue”, infatti, parla proprio di questa tematica difficile e commovente contorniandola di noi ragazzi, dei problemi che affrontiamo ff durante l’adolescenza: la scuola, i primi amori, l’amicizia, il rapporto con i genitori. Il protagonista è Leo, un sedicenne con un’amica a cui confida tutto, Silvia, che è innamorato di Beatrice e che non ha ottimi rapporti né con i genitori, né con i professori. La sua paura più grande è il bianco che rappresenta il silenzio, il vuoto assoluto. Il rosso invece è l’opposto, è l’amore, il sangue, il colore dei capelli di Beatrice. Quest’ultima, purtroppo, ha la leucemia, così il ragazzo decide di starle vicino. Tra una partita di calcetto e un brutto voto da recuperare a scuola, infatti, Leo instaura un’amicizia profonda e sincera con Beatrice.In poco tempo, però, la sua vita deve subire una svolta. Accadono eventi che lo cambiano radicalmente: a partire dall’arrivo de “il sognatore”, il supplente di storia e filosofia, colui che riesce a spronarlo a lottare per i propri ideali, per i propri sogni, fino alla morte di Beatrice. Ed è proprio questo lutto che lo farà maturare e crescere, seppur con dolore e fatica.Dal grande successo che questo libro ha avuto tra il pubblico, tradotto in numerose lingue, si è tratto un film dall’omonimo titolo, diretto da

Giacomo Compiotti e con grandi attori quali Filippo Scicchitano nei panni del protagonista Leo, Luca Argentero nei panni del professore, Aurora Ruffino nei panni di Silvia e Gaia Weiss nei panni di Beatrice. Questa non è una delle tante storie piene di fantasia, ma una storia reale, coinvolgente, che tocca i principali temi della vita: l’amicizia, la scuola, l’amore, la malattia, la morte e che li raccoglie tutti nella vita del protagonista, resa intensa da tutte queste circostanze. L’autore riesce a far rispecchiare ogni persona nel testo, facendogli ripercorrere i momenti dell’adolescenza, ma allo stesso tempo aggiunge una nota di commozione per la triste malattia che colpisce Beatrice, storia che sfortunatamente sembra essere sempre più comune nella società odierna.Forse, è proprio questo il punto di forza del romanzo: rompere un tabù, parlando di uno dei mali piùforti del nostro secolo, la leucemia ed i tumori in generale. E’ uno sguardo su debolezze, attimi di vitae coraggio di chi sopporta in prima persona o accanto queste malattie. Mi ha colpito una frase del protagonista che racchiude proprio l’insicurezza di chi accompagna un malato: “Non so se devo farfinta di non sapere, se devo far finta che stai bene “. Così è forte il momento in cui Beatrice afferma ff di essere stanca di aver “paura di usare le parole”, di volersi sfogare. Colpisce proprio il carattere di questa ragazza, a tratti vigorosa, audace, quando rivela di indossare una parrucca, dato che i suoi capelli sono caduti a cau-

UN POPOLO CHE NON ESPLODE MA IMPLODE

sa della malattia, ma anche debole e perplessa riguardo alla sua vita, lei che voleva imparare le lingue, suonare la chitarra, viaggiare, lei che ora non ha neppure la forza di ridere perché il suo sangue sta diventando “troppo bianco”. Può essere un libro e, perché no, un film che dà coraggio, che insegna a non scoraggiarsi di fronte a battaglie dure come quella che Beatrice sta combattendo. Si va a toccare qualcosa di radicale e profondo che c’è in ognu-

no di noi e che è il bisogno di speranze. E, anche nella triste sorte a cui la ragazza va incontro, trasmette gioia di vivere perché si focalizza su un adolescente che non consuma la propria vita ma che la dona, stando accanto, ridendo e piangendo assieme alla sua Beatrice, con un riferimento non troppo velato a Dante e al suo amore per la sua donna angelicata.

EXTRA

di Fabiola Masotta Noi giovani siamo la generazione del “cotto e mangiato”: pretendiamo qualcosa senza conquistarla e ci lamentiamo se non riusciamo ad averla; dal video-gioco per la PlayStation alla nostra libertà. Sto parlando del nostro libero arbitrio che spesso non sappiamo sfruttare o che non utilizziamo per semplice pigrizia, perché, diciamo la verità, un “piatto” è più comodo trovarlo già a tavola fumante che doverlo preparare. E se un giorno non dovessimo trovare nessun pranzo? Siate certi, che noi ragazzi, pur di non “affaticar ff ci”, rimarremmo digiuni! Siamo i primi a lamentarci di questa Italia ormai stagnata nel fango della vergogna, ma siamo gli ultimi a reagire! Siamo “una generazione che non genera-azione”, canta il rapper Fabri Fibra; una gioventù che guarda al passato e lo considera roba d’antiquariato. Per noi è troppo faticoso scatenare una sana



  

persevera nel votarli. ribellione perché siamo convinti che possa farlo qualcun altro al posto nostro e dopotutto, perché Sto parlando di tutti coloro a cui non piace il “vestancarci quando potrebbero inventare un App stito” da cittadino e se ne liberano facendo si che il “beneficio lasci spazio al benestare”. Mi riferianche per questo? Cullati da questa erronea concezione tacciamo sco, appunto, a tutti coloro che hanno una grande senza pensare che in realtà siamo noi la forza che arma di difesa tra le mani e non la usano o forse non sanno come utilizzarla: il voto! può prosciugare questo “fango”. Con ciò, però, non voglio fare di tutta l’erba un Una volta compiuti 18 anni, infatti, ognuno di fascio perché ci sono i ragazzi che danno voce ai noi non dovrebbe perdere occasione per espripropri ideali, ma sono così pochi che da soli non mere la mia voce e dimostrare quanto sia fortupossono farcela. nata a godere di questa libertà tanto agognata nel Ci lamentiamo spesso dei nostri politici senza passato e tanto minimizzata oggi. capire che siamo stati noi a permettere loro di A mio avviso è questo il momento di parlare, comportarsi così. anche perché se questa Italia non risponde alle nostre aspettative è perché non gliele abbiamo Siamo in un Paese dove quasi 50.000.000 di italiani votanti si sente del tutto inutile di fronte mai chieste, non credete? a 630 poltroni in giacca e cravatta o, nel peggiore Articolo pubblicato anche su ilquotidianoinclasdei casi, è ancora affezionato ff a stereotipate conce- se.it zioni che si legano ad alcuni ex leader politici e


I trucchi del mestiere

Da blogger a star, un sogno che diventa realtà di Natalia Salomone Riuscire a realizzare i propri sogni al giorno d’oggi sembra impossibile, ma non bisogna mai arrendersi; anzi: dedizione, perseveranza e determinazione sono le chiavi del successo. Ciò ci insegna “l’eroina del make-up” Clio Zammatteo, nota truccatrice italiana, diventata ormai un’icona della televisione grazie al successo dei suoi programmi “Clio make-up” e “Make-up Time con Clio”, entrambi trasmessi sul canale Real Time. Nata e cresciuta tra le montagne, giovanissima si trasferisce a Milano, dove ha frequentato l’Istituto Europeo di Design, e successivamente a New York dove ora frequenta la scuola professionale Make- up Designory. Avendo in seguito deciso di condividere la sua esperienza di truccatrice con tutte, nel Luglio del 2008 apre un canale su You Tube: “Cliomakeup”. La fama del suo canale, con milioni di iscritti, la rende una delle più famose e amate video blogger, e le assegna il “titolo” di regina del web. Da questo successo ne conseguono importanti contratti di lavoro con Vogue e Pupa, ed in ne diviene truccatrice per l’importante evento di moda “New York fashion week”. Per molte il trucco aiuta a piacersi e a conferire più sicurezza. Non a caso infatti nei suoi video tutorial sul web e in televisione, la make-up artist dà molti consigli per renderci più belle: suoi trucchi colorati e vivaci hanno infatti sempre un enorme successo.

Clio, che oggi vive e lavora a New York, è l’esempio di come si possano raggiungere i propri obbiettivi con costante impegno e passione. Quindi, non è impossibile realizzare i propri sogni - anche se si tratta del mondo dello spettacolo, l’importante è lottare e soprattutto, come ci insegna Clio, imparare a conoscere i trucchi del mestiere.

In ogni puntata, due donne, giovani o mature che siano, si rivolgono a lei per “correggere” piccoli difetti con un trucco speci co o per creare un abbinamento in una determinata circostanza. Alla ne non può non mancare la sua famosa “ rma”, la fatidica domanda “Ma ti ricordi com’eri prima?”, considerata da molti una critica, quasi un insulto all’aspetto naturale delle donne, nonostante la bizzarra truccatrice non abbia mai condannato la bellezza autentica, quella “acqua e sapone”.

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N.C

Canzonetta malinconica

Ora che le campane, singhiozzando il loro mesto Ave, avvolgono il mio povero cuore con fasce odorate di incensoe ritornano nella mia mente cappelle di campagna ove piangono ceri, e le loro lacrime coprono i candelabri...devo farti sentire le parole che per te ho cercato. Queste parole sanno di tristezza, mia piccola compagna, come quelle ariette di ghironde che ascoltai un giorno. Queste parole sono tanti morti sepolti nella lugubre Certosa del mio povero cuore. Dolcezza, mi comprendi? Tu non sorridi e diventi pallida... Ma io t’amo, come una rondine ama il limitare e le vele lontane, nell’immenso mare, reliquario di tante navi serbanti oro e perle. E quella tua mano sembra un fano vaso sul comodino. Tu piangi... Oh, lascia ch’io beva questi tuoi lunghi e amari pianti, come il vino eucaristico. Silenzio intorno...Una ventarola gira lentamente, arruginita. Una fontana mormora il suo madrigale alla Sera. Dolcezza, sto morendo, e tu sarai il mio confessore...


Ho Imparato

Ho imparato a non mettere le mani sul fuoco, perché spesso mi sono scottato ho imparato che non si raggiunge mai un obiettivo perché si può sempre migliorare ho preferito fare le cose in due poichè così si divide il tempo e raddoppiano le forze ho imparato a non voler essere il più forte in modo tale che gli altri abbiano bisogno di me, ma a diventare il più umile così che io, abbia bisogno degli altri ho capito che bisogna guardare a quello che c’è non a ciò che manca ho imparato che i soldi non sono poi la cosa più preziosa che c’è ho saputo che le persone un giorno ci sono un altro no preferisco un dolore vero ad una falsa gioia so che il solo fatto che un sogno accade nella mia testa non vuol dire che non è vero so che tante gocce formano l’oceano ho imparato a non guardare con occhi umani sino all’orizzonte ma con occhi del animo cercare so di certo che “essere” è più importante che avere-

Vincenzo Nocera

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MI APRO ALLA CHIUSURA Ciò che ha reso magici ed indimenticabili cinque lunghi anni

“ETERNI ATTIMI, UNO PER UNO”

È

stato un attimo. È stato come chiudere un occhio e riaprirlo all’improvviso, il secondo necessario ad un cuore per battere o al sangue per pulsare nelle vene. Ed è stato l’istante più bello e più brutto insieme. È stato un istante della mia vita, senza troppi giri di parole, ma in quell’istante c’è stata più passione di una vita intera. Già, passione. Perché è la passione la chiave di tutto, anche quando ricordi. Mentre scrivo piove a dirotto. Sembra quasi che la fine di maggio stia aprendo all’autunno, piuttosto che all’estate: lo interpreto come un piccolo segno, un regalo a chi, come me, si accinge a mettere un punto fermo al capitolo più importante dell’adolescenza e vuole farlo nel pieno della lucidità, al riparo della propria stanza, senza distrazioni e senza sole. Perché questo punto è troppo importante per essere messo su con leggerezza. Perché questo punto è tempo che passa. Bergson ci ha insegnato che esiste il tempo della scienza, quello omogeneo, discontinuo e irreversibile come una collana di perle, ma ci ha detto pure che esiste un tempo della vita, eterogeneo e continuo come un gomitolo o un vortice. Ed è proprio quel vortice che mi travolge quando penso all’insieme di attimi che si compenetrano e si sommano tra loro, nel rivivere i cinque anni appena trascorsi. Ho contato i giorni, messo crocette sui numeri del calendario, aspettando che venisse la fine, desiderando un domani diverso in una realtà nuova, ma poi ho capito: ho capito che il nuovo è quello che mi porterò, quello che questi pochi anni di vita


vissuta mi hanno dato, i momenti insignificanti e inosservati che mi hanno attraversato a poco a poco. È lì la novità, lì dentro. Solo adesso capisco cosa intendono quando dicono “Vi lasciamo entrare che siete ancora bambini e ne uscite più adulti di noi…”: è questo microcosmo che insegna la vita, è qui che capisci cosa c’è che non va in te ed è qui che ti giochi il tutto per tutto, è qui che scegli cosa essere e soprattutto è qui che scegli SE vuoi essere.

che mi ha insegnato a vedere il bicchiere mezzo pieno, augurandole di avere sempre la grande forza che ha trasmesso a me; a coloro che ho incontrato lungo il mio cammino, esempi positivi e negativi su cui costruire la mia vita; a quelli che hanno condiviso con me giorni e ore, con una pazienza indescrivibile e a quelli che non hanno avuto paura del confronto; a chi ha permesso che dessi tutta me stessa alle pagine di questo giornale e a chi è stato con me lungo la strada, ad aspettare che la bimba nascesse di nuovo, Non dimenticherò mai il mio primo giorno, la mia prima aula, il ogni tre mesi. Ma devo soprattutto qualcosa a chi mi ha fatto esmio primo banco, il primo sorriso e la prima parola che ho scam- sere eternamente folle, perché mi ha fatto vivere davvero. biato: mi sembra ieri. E invece sto con gli occhi chiusi a ripensare al mio tempo andato, a fare un bilancio poco veritiero del mio Però il mio “devo tanto” non è un semplice grazie, ma un APPASmodo di averlo vissuto, delle mie scelte e del mio oggi, felice o SIONATEVI: senza passione è tutto perso. A costo di combattere triste che sia. da soli, di aizzarvi contro i mulini a vento e di essere considerati E credo che non dimenticherò mai neppure il mio ultimo giorno, folli, di rincorrere utopie. Il segreto è tutto lì, nel perseverare nelle la mia ultima aula, il mio ultimo banco, il mio ultimo sorriso e la vostre passioni. mia ultima parola, i punti che chiudono il cerchio. Ora posso scriverlo. Resteranno impresse nella memoria le immagini di hotel e città lontane, del cielo terso del centro Europa e della fitta pioggia du- Fine. blinese, di mani che si prendono e si stringono per caso, di frasi troppo dette e di altre lasciate a metà, di spettacoli, di concorsi, di O quasi… amicizie cominciate e finite, di piccole fughe dalla realtà. Crescere è questo, è lasciare che ci capiti di tutto mentre cerchiamo di rin- Di Maria Federica Viscardi correre un sogno, mentre diventiamo quello che saremo. E cinque anni, inevitabilmente, insegnano ad essere. Io, in cinque anni, ho imparato che i viaggi di ritorno sono sempre più brevi di quelli di andata, ho imparato a tenere strette le persone, ma anche a lasciarle andare al momento giusto, ho imparato ad ammettere e a correggere gli errori, a restare umile, ma a testa alta, ho imparato che la meraviglia è un diritto, che lo spaesamento è una condizione di vita e che la paura non è che una scelta, che i problemi si chiamano così perché possono essere risolti, che si può sempre dire di sì, guardare oltre la propria ombra, leggere gli occhi della gente. Ho imparato a guardare lontano, adesso, a non fare rumore al mattino e a coltivare in silenzio una passione. Sto imparando quanto sia dura cavarsela davvero da soli, quanto sia difficile riporre tutto al posto giusto, perché ogni angolo può accogliere qualcosa. Ho imparato ad aspettare, nella mia penombra, e a dare un senso al disordine. E imparerò a spiccare il volo come gli albatri. Cinque anni mi hanno insegnato che là fuori le cose non sono facili, ma è affrontando imprese ardue che si diventa qualcuno. Cinque anni mi hanno insegnato a tenere un microfono tra le mani e mi hanno fatto capire quanto più bello sia stare dietro le quinte, a guardare uno spettacolo bellissimo che prende forma, a sentire l’empatia. Cinque anni mi hanno insegnato che non serve avere un tetto solido sulla testa per fare cultura, perché il tetto vero È la cultura e che non è necessario essere geni per essere geniali. Cinque anni mi hanno insegnato l’amicizia, la collaborazione, il credere in un’idea e il portarla a termine con tutte le proprie forze, l’essere se stessi sempre e il non avere paura degli altri, il non temere la diversità ma, anzi, il cercarla incessantemente. Tutto questo esiste e continuerà nel tempo, nelle vite di ognuno, finché ci sarà qualcuno pronto a credere nei piccoli grandi progetti che nascono dalle giovani menti. E questa, credetemi, è una grande fortuna, è la linfa vitale del Telesi@, il punto di forza che non lo farà crollare mai definitivamente. A questa scuola devo tanto, dal principio: devo tanto alla persona

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