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“spero nel signore l’anima mia brama la sua parola”

Sermoni ad edificazione del popolo

Pubblicamente esposti in Morken per grazia dell’Eccellentissima e Reverendissia Pave Gretchen Marvina Teologa Baum dei Baum di Hazlan ad opera di Mayla Galatea Baum dei Baum di Hazlan Teologo Anziano

Il materiale contenuto nella presente stesura è frutto di fantasia, utilizzabile esclusivamente all’interno del gioco virtuale Arshmork (www.arshmork.org), proprietario di tutti i diritti di riproduzione ed utilizzo ai sensi della legge sulla proprietà intellettuale e sul diritto d’autore. Ogni riferimento a fatti, persone e luoghi è puramente casuale. La riproduzione, anche parziale, dell’opera senza il presente avviso è vietata salvo esplicito consenso.


Sulla Mescolanza del Sangue Vi osservi Il Padre d’Acciaio sin nel fondo dell’anima. Le genti di poca saggezza credono di interpretare il pensiero di colui che è tutto e in tutto domina adattandone le leggi di metallo al fragile tessuto dell’esistenza, peccando di orgoglio e superbia quando - incuranti della voce giusta e severa della cattedrale che richiama all’unica possibile interpretazione - sollevano la testa con protervia affermando di poter mutare quello che è immutabile. Ma io vi dico, fedeli seguaci del Padre Nero, che sta giungendo il termine ultimo dell’esistenza, e che vi affacciate sul baratro fiammeggiante nel quale sarete precipitati urlando di terrore: i tempi si avvicinano, e il lento roteare della terra prosegue mentre il bocciolo della vostra esistenza viene disseccato dall’alito irato del Padre che tutto vede, tutto sa, tutto può. Mi giunge a conoscenza che anche nella città santa di Morken, doppiamente benedetta per la presenza del soglio pontificio e per il trono giusto e saggio di Sua Maestà, il peccato nella sua forma più turpe, abominevole, eretica, va lentamente strisciando fuori dalle fogne nelle quali ha lungamente bollito, per avvelenare i cuori e le menti dei semplici: state in guardia, soldati del Dio! Siate desti e vigili, siate fermi e rigorosi! Vi parlerò dunque oggi di una delle immutabili e sante leggi dell’Oscuro, il quale nella sua infinita saggezza ha stabilito che non deve esservi commistione tra sangue diverso, così che ogni uomo possa beatamente stare nello stato in cui egli l’ha posto senza avvelenare il proprio animo con l’abominevole ricerca della sovversione dell’ordine. Perchè noi tutti sappiamo che ordine e legge sono il fondamento stesso della civiltà, protezione dal caos e dal pericolo, suggello della civile convivenza, rigoroso rispetto dell’altro ed esatto elenco dei diritti e dei doveri di ognuno di noi. E’ avvenuto dunque, alcuni anni orsono, che disprezzando le leggi del Padre e gli ordini dello Stato, vi siano state unioni tra cittadini di diversa origine, di diverso stato e di sangue quindi diverso, che hanno condotto alla nascita di abomini: no, non saranno invenzioni per darvi il consolatorio insegnamento che impartiamo attraverso l’esempio, ma sanguinose storie reali, ancora grondanti dell’orrore della blasfemia. Prestate dunque animo ed orecchio all’insegnamento della cattedrale.


Quando parliamo di abominio, vedo nei vostri occhi l’orrore per il mostro, il diverso, il calibano orribile e sanguinario che racchiuso nel mantello della notte attende dietro l’angolo di mozzarvi la gola, o di violare la virtù delle vostre fanciulle. Ma questi sono abomini che tutti riconosciamo, dai quali è facile tenersi di lungi, e semplice difendersi: quanto i nostri sensi esperiscono è la repulsione immediata verso chi porta impresso nel volto e nel corpo il rifiuto di Nostro Signore, e la sua eterna condanna. Ma ben più pericolosi sono gli abomini dei quali non distinguiamo le fattezze, e che ci appaiono abbigliati della bellezza, della grazia e del buonsenso che li rende esattamente simili a noi tutti, non avessero, come è facile intuire, un buco nell’animo che si apre sul pozzo nero ed orribile della maledizione. Una donna di casata mercantile, dai modi casti e puri, si innamorò un giorno di un servo. Non contenta di questo primo peccato, certo ispirato nel suo animo dal nemico eterno del Padre, colui che abbacinando gli occhi di luce rende ciechi, dico l’essere che chiamano Morninglord e che io chiamo l’accecatore, si unì all’uomo trattandolo come uguale, ed ebbe dal servo due figli. Innumerevoli furono dunque i suoi peccati, tra cui anche quello d’esser venuta meno al proprio dovere: poichè era maggiore per stato, maggiore è la sua colpa rispetto all’uomo agli occhi implacabili ed insonni del Padre. I due crebbero i fanciulli come coppia: e per molti anni parve che l’ira del padre non avesse a sfiorarli, tanto che la sciocca donna rideva dei moniti dell’Ecclesia, osservando orgogliosa crescere la sua mala stirpe in forza e bellezza, che i due gemelli erano adornati di tutte le virtù fisiche che ci attendiamo da chi nasce nella benedizione del Dio. Ma l’orrore dell’eresia, celato agli occhi del mondo, non poteva sfuggire agli occhi che tutto vedono del Padre. Fu così che una notte l’ira del Padre spremette dall’animo dei due giovani il succo della putredine da cui erano nati, facendolo colare come pus infetto sino al cervello. In una sola notte, i due mostri dall’aspetto umano, precipitandosi nelle stanze del padre e della madre, usarono violenza a lei, con tanto aspro furore e con tale voglia bestiale e rabbiosa da lacerarla sino nel profondo, facendola morire urlando di dolore, immersa nella pozza del suo stesso sangue, costringendo il padre a vederne lo scempio perchè gli strapparono via le palpebre. Li trovarono il giorno dopo, follemente gioiosi e nudi, imbrattati del sangue delle vittime, drappeggiati delle loro interiora come di nastri, ubriachi di peccato: quando la legge del regno li appese per la gola nei loro occhi si lesse solamente lo sgomento idiota di chi non comprende il perchè. Ma noi sappiamo, noi tutti sappiamo, che lo stesso peccato, lo stesso reato, la stessa fine nel dolore e nel sangue si ripetono eterni, per tutti e quattro, ogni istante, nell’Inferno nel quale il Padre ne ha precipitato l’anima in un tormento senza fine.


E vi fu un uomo d’alta stirpe che volle unirsi ad una contadina, sedotto, nel declino dell’età, dalle freschezza delle forme e dal demone meridiano che spesso afferra l’uomo quando sente calare la propria virilità e anzichè volgersi a piaceri mercenari e leciti baratta la propria anima con l’illusione della giovinezza. Si unì quindi l’anziano alla contadinotta, che gli generò una figlia. E tanto era reso imbelle dal proprio stesso peccato che adornandole di abiti e nastri quasi fossero state di alta schiatta, le conduceva con se nei ritrovi eleganti, e in tutto le imponeva presenti, senza comprendere lo schifo e l’imbarazzo, e le risate celate che nascevano all’apparire dei tre, il vecchio e le due asine travestite da corsieri. La figlia si rivelò in poco ciò che era nell’animo: pigra, viziosa, avara, negligente, sporca e neghittosa. In tutto attirava biasimo e tale era la sua pochezza che pur di essere ammirata lasciava che di lei godessero liberamente tutti coloro che ne facevan richiesta, liberandosi ogni poco dell’incomodo fardello che qualche sconosciuto le aveva deposto in grembo senza che di lui sapesse neppure il nome. L’anziano genitore era ricco, e tale ricchezza era esibita sguaiatamente dalla bastarda, così che in breve attirò le attenzioni di un malvivente. Ributtante nell’animo, ma di grazioso apparire, questi sedusse la sciocca finchè non si introdusse in casa in una notte cupa con la scusa di un convegno amoroso, facendosi aprire la porta dalla sua druda. Non ebbe alcuna pietà. Le fiamme che si levavano dalla casa resero avvertiti tutti coloro che ne scorgevano il riverbero contro il cielo notturno di quanto avveniva, ma tardi, troppo tardi per salvare i tre miserabili, arsi vivi lentamente sinchè non videro il loro stesso grasso corporeo friggere nel calore, e non videro, con l’ultimo sguardo attraverso ciglia bruciate, la carne cadere a brandelli dalle ossa levando il medesimo odore del porco arrosto. Se vi recherete lungo la strada che mena a D’Kennan, vedrete i resti bruciati di quella che fu una grande villa padronale: è ciò che resta della stirpe funesta di chi ha voluto fingere che il peccato non lo riguardasse. Mura come dita scheletriche ancora si tendono al cielo chiedendo perdono, un perdono che non verrà mai, per l’immutabile giustizia del padre.


Siate dunque accorti, fedeli, ora che i tempi vanno giungendo, e ricordate che il Padre offre con una mano la bilancia immutabile della sua Legge, con l’altra la temperanza della sua benevolente pazienza. Egli vi concede - conoscendo l’umana debolezza - che possiate indulgere ai piaceri della carne. Vi concede di generare figli senza guardare al contratto matrimoniale o a rapporti precedenti. Vi concede di essere lussuriosi, golosi, impudichi, lascivi. Ma non vi concede di mutare le sue leggi, e queste sono scritte nel marmo eterno dell’empireo. Non mescolerete il sangue trattando come uguale chi uguale non è. Non genererete abomini dell’animo a seguito di questo peccato. Non peccherete contro la legge, contro l’ordine, contro la responsabilità senza incorrere nella punizione immediata su questa terra, ed eterna nell’inferno che attende i peccatori. Vi osservi e vagli il vostro animo. Potete andare.


Sulla mescolanza