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Igiaba Scego

prestami le ali Storia di Clara la rinoceronte

Illustrazioni Fabio Visintin Introduzione Antonella Agnoli

Il Quaderno quadrone


Un grazie a Paola Zoffoli che ha colorato la copertina scegliendo bellissimi colori.


Igiaba Scego

prestami le ali Storia di Clara la rinoceronte

Illustrazioni Fabio Visintin Introduzione Antonella Agnoli


Clara, il ghetto, la nebbia e la libertà Bambini, sappiate che tutto ciò che ha scritto la mia amica Igiaba è vero. C’era una volta una rinoceronte chiamata Clara e questa rinoceronte fece il giro dell’Europa, passando anche da Venezia. Veniva da lontano, dall’India, e sicuramente aveva nostalgia di casa, del suo Paese, dove la natura è rigogliosa e i profumi della giungla fanno girare la testa. Lo sappiamo perché c’è un quadro di Pietro Longhi dov’è raffigurata Clara, in mezzo ad allegre maschere (a quell’epoca a Venezia si faceva festa praticamente tutto l’anno, non chiedetemi perché). C’era una volta anche il ghetto di Venezia, dove abitavano gli Ebrei come Ester e Sara, che nel Settecento non avevano una loro patria però in laguna si trovavano abbastanza bene perché nessuno li perseguitava, almeno fino a che producevano i dolci (che scoprirete più avanti in questo libro). Sono passati due secoli e mezzo e adesso gli Ebrei una patria ce l’hanno, un posto dove ci sono anche gli Arabi che chiamano Palestina quello che gli Ebrei chiamano Israele, e per questo ogni tanto c’è la guerra. Però il tempo passa, e un giorno anche gli Ebrei e i Palestinesi faranno amicizia, come Ester e Suleiman nel libro di Igiaba. C’era una volta la nebbia a Venezia, e c’è ancora, però di meno perché fa più caldo di quando Clara arrivò lì. Clara aveva sempre freddo, e anch’io sentivo freddo quando sono arrivata a Venezia, tanti anni fa. D’inverno mi si gelavano le mani e i piedi, non avevo mai abbastanza calze e guanti da mettermi, e avevo freddo anche in casa perché abitavo in un vecchio palazzo con delle scale segrete. E sapete una

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cosa? Sembra che il padrone di Clara, un olandese che si chiamava Van der Meer ed era un brutto personaggio, abbia perso al gioco tutti i soldi guadagnati mostrando la rinoceronte a Napoli, a Bologna e a Milano. E sono quasi sicura che era andato a giocare proprio nel mio palazzo, dove i riccastri arrivavano in gondola, salivano per la scaletta nascosta nel muro e si trovavano in una sala con gli affreschi e i velluti rossi per giocare a faraone e a zecchinetta. Quindi è tutto vero, anche quello che scrive Igiaba sul leone di San Marco e le sue ali (lo scoprirete alla fine della storia). L’ultima volta che sono passata davanti al Palazzo Ducale, il re della città le aveva ancora ben attaccate sulla schiena, le sue ali. Qualcuno mi ha detto, però, che tanti anni fa, in una notte di nebbia, il leone si allontanò quatto quatto. Però il Doge decise che nessuno doveva scoprirlo perché ne andava dell’onore della città e per questo sulla colonna in piazzetta, davanti al Palazzo Ducale, non c’è più lui ma quello che in realtà è un drago. Ma questa è un’altra storia che un giorno vi racconterò io, se verrete a trovarmi in biblioteca. Antonella Agnoli

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prestami le ali Venezia Carnevale 1751

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enezia si era svegliata tutta grigia. Ma grigia che non si vedeva proprio niente. Non si vedevano i bei palazzi, le grandi statue, le gondole, le persone sui ponti. Tutto era nebbia. Anche la laguna sempre verde e luminosa era diventata triste con tutto quel grigio sparso un po' ovunque. «Un bel guaio, oggi» pensò il gabbiano. «Come farò a pescare se non vedo niente?». Mentre era perso in quei pensieri, passò di lì una strana carovana. C'erano cavalli, muli, asini, uomini. Sbuffavano e sudavano. Sudavano e sbuffavano. Al centro, un carro. «Chissà cosa trasportano» si chiese incuriosito il gabbiano. «Deve essere qualcosa di molto pesante». Ma non era qualcosa. Era qualcuno. Una buffa creatura con un corno sul muso che il gabbiano non aveva mai visto in vita sua. «E chissà come si chiama questa strana bestia» si chiese ancora il gabbiano. Poi, senza aspettare la risposta, se ne volò via. La notizia dell'arrivo della buffa creatura fece velocemente il giro della città. Anche perché il gabbiano era un gran pettegolo. Fu così che

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l'allodola lo disse all'anatra. Il tacchino alla tartaruga. La farfalla al coniglio. Il beccaccino all'ape. Il pavone al parrocchetto. Il polpo alla triglia. La volpe all'usignolo. La zanzara al topo. Il canarino al cane. Il gufo alla gru. Il bue alla cicogna. Lo vennero a sapere anche gli animali di marmo e di bronzo. Persino ai mostri marini arrivò la notizia. Draghi, grifoni, centauri e basilischi furono opportunamente avvertiti. Infine la notizia arrivò al leone, il re della città. Il leone di San Marco, Il leone alato. Da buon re ordinò subito che gli ambasciatori andassero a dare il benvenuto alla strana bestia. «Ci serve un interprete» fece notare qualcuno al leone. «Chissà che strana lingua parla quella creatura. Non certo la nostra». «Vero. Chiamate subito la rondinella. Lei conosce tutte le lingue del mondo» ordinò il leone. Ma della rondinella non c'era più traccia. La cercarono dappertutto. In ogni calle, campiello, salizada, angolo della città. Era come sparita. «Trovatela!» ordinò il leone.

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E subito i gatti, i polpi, le volpi, gli usignoli e tutti gli animali di Venezia si misero a cercarla. In realtà la povera rondinella stava poco bene. Ma nessuno ne aveva avuto notizia. La rondinella aveva perso un'ala e non volava più. Era stata ferita durante una battuta di caccia. Aveva sofferto molto la povera rondinella. Ma un bambino di nome Suleiman l'aveva trovata, raccolta e curata con tanto amore.


«Vedrai, anche se non puoi volare io ti darò tutto quello di cui hai bisogno. Non sarai mai più sola, rondinella mia». E per farle capire che faceva sul serio cominciò a studiare la lingua degli uccelli e di tutti gli altri animali, quelli del Sud e quelli del Nord, quelli dell'Est e quelli dell'Ovest. Suleiman faceva una montagna di errori. Ma per il resto si era sforzato così tanto che era diventato bravo quasi come una rondine a cinguettare. I due si facevano tante belle chiacchierate. E anche un milione di risate. Per il bambino era un incanto ascoltare le avventure della bella rondinella. Ah, quanto gli piacevano quei racconti! La rondinella aveva visto il lago Tana e il fiume Uebi Scebeli (che si trovano in Etiopia), la savana e le sue acacie, il deserto e i suoi scorpioni. La rondinella aveva visto l'Africa, proprio quell'Africa dove Suleiman era nato. «Ma io dell'Africa» diceva spesso il bambino «non ricordo proprio niente». «Niente davvero?». «Ogni tanto mi ricordo del profumo del mango. E dello zenzero e della cannella. Ma, a parte questo, dell'Africa non so proprio niente». Suleiman era un piccolo schiavo. Qualcuno lo aveva rapito quando era ancora in fasce. E lo aveva venduto alla padrona bionda da cui lavorava adesso. «Avevo una mamma in Africa» diceva Suleiman alla rondinella «e anche un papà». E piangeva. Anche se non si ricordava di loro, gli mancavano da morire. Come gli mancava la libertà! Suleiman non poteva mai fare le cose che gli piacevano. Era uno

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schiavo. Doveva fare solo quello che voleva la padrona bionda. Doveva tenere in ordine i vestiti della padrona. Pulire la stanza della padrona. Riordinare la scrivania della padrona. Portare fuori i cani della padrona. Uffa! Sempre cose della padrona. Mai cose sue... Mai! E poi doveva andare al ghetto a comprare, dalla pasticcera ebrea, i biscotti a forma di S che alla padrona piacevano tantissimo. Suleiman sapeva che se faceva bene il suo dovere ci scappava un bel biscottino anche per lui. Ah, quanto erano buoni quei biscottini! Li faceva Sara, una signora dalle guance paffute e dai capelli color fieno. Il suo negozio si trovava nella stretta calle del ghetto vecchio. Ogni volta che ci andava, Suleiman aveva la sensazione di entrare in un mondo magico. Lo incantavano quelle case ravvicinate a più piani, così alte da toccare il cielo. «Che bello sarebbe» pensava Suleiman «vivere all'ultimo piano, lassù, e poi da lì volare via». Suleiman sognava ad occhi aperti. E spesso sognava di volare. Sara, che ormai gli voleva bene come ad un figlio, gli diceva «Suleiman, noi esseri umani non possiamo volare». Era dolce con lui, Sara. Molto dolce. E gli faceva pensare alla sua mamma laggiù in Africa. «Chissà se mi pensa mai la mia mamma. Se sente la mia mancanza». Dopo questi pensieri si rattristava sempre un po'. Sara sapeva come farlo sorridere di nuovo. Gli regalava una impada e tutta la tristezza spariva lontana. L'impada piaceva da matti a Suleiman. Era un biscotto pieno di morbida pasta di mandorle. E se non era una impada erano le azzime, un po' dolci e un po' salate o le bisse o gli zuccherini o le orecchie di Amman. Tutti una gran bontà. E poi non c'erano solo i dolci a consolarlo. C’era anche il sorriso di Ester a renderlo felice. Ester era una bambina davvero tanto buona ed era la sua migliore amica. Era la figlia di Sara la pasticcera e da grande


avrebbe continuato il lavoro di sua madre. Perché nel ghetto non potevano mancare le impade, le bisse, gli zuccherini e le orecchie di Amman. Anche Ester sognava di volare. Volare lontano, vedere Venezia. «Qui al ghetto non si vede Venezia» disse una volta a Suleiman. «I palazzi sono troppo alti e coprono tutto». Ester era tanto dispiaciuta di non poter vedere la sua città. Ma le donne ebree non potevano uscire dal ghetto. Era severamente proibito. Gli uomini e i ragazzi potevano uscire qualche volta, ma anche loro dovevano tornare prima del tramonto, prima che si chiudessero le grandi porte. E poi, zac, tutti dentro. Nessuno, per nessun motivo, poteva mettere il naso fuori, almeno fino all'alba. Sennò guai, guai a non finire. «Siamo ebrei. Non ci è permesso di fare ciò che vogliamo» sospirava Ester. «Nemmeno a me è permesso di fare tutto, sono uno schiavo» sospirava a sua volta Suleiman. E i due bambini diventavano improvvisamente tristi. Che cattivo era il mondo con loro. Ma poi Ester toglieva da un saccoccetto una bella impada piena zeppa di mandorle e il mondo ritornava per un attimo ad essere migliore. Era proprio in quei momenti, con il gusto di mandorla ancora in bocca, che Suleiman prometteva ad Ester: «un giorno sarò io a farti vedere Venezia». Il bello è che nemmeno lui l'aveva mai vista. Di Venezia Suleiman conosceva solo il ghetto e la casa della padrona a Cannaregio. Le grandi piazze, le belle chiese, le gondole sontuose gli erano totalmente sconosciute.

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Invece la rondine la conosceva bene, Venezia. Prima che i cacciatori le facessero del male, l'aveva girata in lungo e in largo. Aveva visto il Canal Grande, l'Arsenale con i suoi leoni di marmo, Punta della Dogana, la chiesa dei Frari, il Palazzo Ducale e l'immensa piazza San Marco, con quella basilica che sembrava una torta ripiena di cioccolata. Ora però non aveva più un’ala. Non poteva volare. E quando Suleiman non era lì a rallegrarla, la rondinella piangeva tutte le sue lacrime. Ma ora tutto stava cambiando. Tutto. Era arrivata quella strana creatura in città. C'era da dare il benvenuto all'ospite che veniva da lontano. Serviva quindi un interprete. E il leone stava cercando proprio lei, la rondinella. Alla fine furono i piccioni a scovarla. A loro non sfuggiva mai nulla. Li vedevi sempre tubare impettiti e controllare la città dai più alti cornicioni. Erano dei grandi guastafeste, soprattutto quando gli innamorati si tenevano mano nella mano. Ai piccioni piaceva da matti fare i dispetti. Le loro sagome arruffate erano sempre alla ricerca di qualche chicco di granoturco da sgranocchiare o di qualche testa da beccare. Non era raro vederli zampettare orgogliosi fin dentro la grande basilica di San Marco o sfiorare con le loro piume le acque del Canal Grande. «Siamo noi i veri padroni della città» dicevano a gran voce, stando però bene attenti a non farsi sentire dal leone. I piccioni erano vanitosi, ma sapevano che con il leone era meglio non litigare. «Devi venire con noi» dissero alla rondinella quando la trovarono. «Io non me ne vado senza Suleiman» rispose lei risoluta.

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E fu così che la rondinella e il bambino furono portati davanti ad una stalla.


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Ad aspettarli c’erano tutti gli animali della città. «Devi entrare lì dentro e dirci chi è questa creatura» ordinò il leone. La rondinella tutta impaurita disse di sì. Ma confessò a Suleiman «Ho paura di entrare lì dentro. E se la creatura mi mangia? Non è detto che sia buona». «Non ti preoccupare, rondinella mia» disse il bambino. «Non ti lascerò sola, entrerò con te».

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Così entrarono a passo spedito nella stalla. Un passo. Due passi. Tre passi. Non si vedeva niente. Il bambino e la sua amica rondinella si muovevano a tentoni dentro quel buio intenso. Quattro passi. Cinque passi. Sei passi. Continuavano a non vedere niente. Quel buio era anche peggio della nebbia che si era mangiata Venezia quella mattina. Ah, cosa avrebbero dato per un po' di luce! Dietro di loro, non vista, camminava Ester, la figlia della pasticcera del ghetto. Aveva seguito Suleiman in silenzio. Anche lei voleva vedere la strana creatura, quell'animale fantastico di cui parlava ormai tutta la città. Alle donne (e alle bambine) ebree era proibito lasciare il quartiere. Era proibito passeggiare per Venezia. Era proibito persino vederla, immaginarla, Venezia. Che ingiustizia! Ma quel giorno Ester era uscita, eccome. Era la prima volta che usciva dal ghetto. Che emozione! Che bello superare le porte proibite del ghetto, che bello uscire fuori dalla sua prigione. Per poterlo fare, si era vestita da maschio. Aveva rubato i vestiti di suo fratello Shaul. Le stavano un po' grandi, ma con una corda ben stretta in vita, Ester aveva reso meno enormi quei vestiti grandissimi. Ora nessuno avrebbe


sospettato di lei. Nessuno l'avrebbe fermata sulla soglia della porta proibita. Sembrava un bel maschietto biondo con un berretto color pepe calcato in testa. Chiunque l'avrebbe scambiata per suo fratello Shaul. Si assomigliavano tantissimo, avevano gli stessi occhi verdi, la stessa bocca a cuore, le stesse mani minuscole. Solo che lui era un maschio e poteva fare tutto. Vedere Venezia. Passeggiarci dentro. Ogni volta che Shaul tornava dalle sue passeggiate veneziane Ester si faceva raccontare tutte le storie meravigliose che il fratello incrociava per strada. «Dimmi, Shaul, come sono le gondole? Di che colore è la Laguna? Le cupole di San Marco si possono anche mangiare?». Il fratello le raccontava delle sirene, dei leoni, dei centauri, dei grifoni e persino dei cammelli. Ogni tanto spuntava un cammello in città, portato lì da qualche nobile o da qualche barbuto ambasciatore. Ester provava una grande invidia delle avventure del fratello. Un cammello l'avrebbe visto volentieri pure lei. «Ma questa volta sarà diverso, vedrò la strana creatura prima di Shaul». Seguire Suleiman non fu per niente difficile. La casa della padrona non era tanto lontana dal ghetto. Da lì seguire l'amico sarebbe stato un gioco da ragazzi. Era un piano perfetto. Ester aveva portato con sé una bella e splendente lanterna verde. L'aveva presa, in gran segreto, nella stanza della sua mamma. E se la teneva stretta stretta vicino al cuore. «Mi sarà utile» diceva a se stessa. E aveva ragione. 14


Un passo. Due passi. Tre passi. Non si vedeva niente. Quattro passi. Cinque passi. Sei passi. Continuavano a non vedere niente. Il buio si mangiava ogni cosa. «Ah, quanto darei per un po' di luce» sospirò Suleiman. Allora Ester, che l'aveva sentito, accese la sua lanterna verde. «Anche tu qui?» chiese stupito il bambino quando vide la sua migliore amica. «Ero tanto curiosa. Muoio dalla voglia di vederla anch'io, la creatura». E, grazie alla luce, la videro. Era lì, luminosa, abbagliata dalla lanterna verde di Ester. Dapprima apparve una corazza grigia. Poi una testa a trapezio. Infine una coda a spirale. D'improvviso poi un luccichio, un'esplosione. Era un corno, un bel corno, e sembrava una mezzaluna quando cresce. «Mio Dio, quanto sei bella» disse Ester. Poi si avvicinò a lei, a quella corazza, a quel corno così luminoso. Accarezzò la creatura. Lentamente. Dolcemente. Anche Suleiman la imitò. «Sei fantastica» le sussurrò in un orecchio. E prese dal suo saccoccetto una impada, una di quelle squisitezze fatte da Sara la pasticcera. Ester guardò con orgoglio quella impada che il suo amico Suleiman stava dando alla creatura. Anche lei un giorno, da grande, sarebbe stata brava a fare quei dolcetti. Brava come sua madre Sara.

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«Ti piacerà. Mangiala» le disse Ester in veneziano. L'unica lingua che sapeva parlare.


La creatura da principio guardò l'impada con sospetto. Ma fu poi rapita da quell'odore di mandorle e di impasto burroso. Avvicinò la bocca e in un solo boccone – gnam – la fece sparire. Uhhh, era la cosa più buona che avesse mai assaggiato in vita sua. I due bambini provarono a fare amicizia con la creatura. La rondinella le parlò nella lingua del Nord. Poi provò con quella del Sud. Infine tentò con le lingue dell'Est e dell'Ovest. Niente! Lei rimaneva muta. Li guardava senza espressione. Anche se, a dire la verità, ogni tanto i suoi occhi sembravano sorridere. Ma solo ogni tanto. Per la maggior parte del tempo sembravano chiusi o addirittura ostili. «Che facciamo?» chiese Ester a Suleiman. «Che facciamo?» chiese Suleiman alla rondinella. Nessuno dei tre sapeva bene come andare avanti. E avevano ormai finito le impade. La creatura ne aveva mangiate ben dodici. «Se solo potessimo parlarci» sospirò Suleiman. «Clara non parla» disse una voce che veniva dal fondo della stalla. La voce era quella di un gatto arancione con uno strano capello vermiglio in testa. «Piacere. Sono Gigi, il gatto pittore. Disegno fiori rossi e sono il miglior amico di Clara» disse in dialetto veneziano. «Chi è Clara?». «Il rinoceronte, anzi la rinoceronte, è una femmina». «Piacere, gatto» gli dissero i bambini (e la rondinella) in coro. Poi Ester chiese «Cos'è un rinoceronte?». «È quello che vedete davanti a voi. È Clara. La creatura che stavate

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PRESTAMI LE ALI di Igiaba Scego  

La storia di Clara, una rinoceronte indiana, è una storia vera. Il suo padrone l’ha mostrata nelle principali città d’Europa come un fenomen...