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MAXAR T I S magazine

numero anno II inverno 2012 - primavera 2013

rubriche di:

foto:

selezione foto

t. banci d. baroni m. fagni u. verdoliva

storica selection

ritratto

profili

primo d’apote enrico lorenzetti

a cura di alfredo caridi

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M A X A R T I S M A G A Z I N E

NUMERO

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inverno 2012 - primavera 2013 Coordinamento immagini: Adolfo Fabbri Coordinamento testi: Mario Mencacci, Flavia Daneo Grafica: Mario Mencacci

Copertina: cosa resterà (Dino Lupani, 2011)

Le foto pubblicate sono di proprietà dei singoli autori. Chiunque copi testi o immagini di questa pubblicazione sarà perseguibile legalmente.

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editoriale

B

di Massimo Fagni

entrovati ragazzi! Vi definisco “ragazzi” perché sono certo che questo nostro hobby riesce a mantenerci belli giovani sia nel fisico che nello spirito! Siamo in inverno inoltrato, abbiamo lasciato alle spalle le festività iniziando il nuovo anno con rinnovata fiducia, nonostante i tempi molto difficili. Il periodo invernale è un momento dell’anno in cui la durata della luce in una giornata è molto limitata ma la qualità della luce che avremo, nuvole e pioggia permettendo, è alta, vuoi per la bassa temperatura che per l’angolazione che la luce del sole ha sulle cose, donando contrasti e colori forti alle nostre immagini. Divagazioni meteo-stagionali a parte, veniamo al succo della questione: quello che troverete in questo numero del Maxartis Magazine! Parleremo di una branca della fotografia che ha fatto e fa ancora la storia raccontando scorci di vita quotidiana grazie a nomi di fama internazionale: la street! Umberto Verdoliva, un maestro del genere, spiegherà in un bell’articolo cosa è la fotografia street. A dispetto di quanto da me asserito poco sopra, la fotografia non si fa solo ed esclusivamente di giorno con la luce: anche di notte si possono realizzare immagini suggestive. Tiziano Banci spiegherà come muoverci per realizzare belle immagini in notturna o con scarsissima presenza di luce. Avremo un bell’articolo curato, anche nella scelta delle immagini, dal carissimo amico Alfredo Caridi che ci parlerà di ritratti e ritrattistica. Alessandro Ferretti, appassionato autore molto apprezzato in Maxartis, passerà sotto la lente di Tiziano per la rubrica “Foto coi baffi” con una sua bella immagine mentre potremo sapere qualcosa di più intimo riguardo altre due colonne del portale con la pubblicazione dei profili fotografici di Primo D’Apote ed Enrico Lorenzetti. Chiude questa carrellata di “antipasti” un importante ed interessante articolo di Davide Baroni sulla “Fotografia come linguaggio”. Inoltre la consueta serie di bellissime attuali immagini di alcuni autori presenti sul sito insieme alla sezione storica del nostro data base. Come potete vedere, anche in questo numero invernale articoli e materiale interessanti non mancano. Per questo concludo qui questo terzo redazionale lasciandovi sfogliare la rivista alla scoperta dei gustosi articoli pubblicati. Un caro saluto di luce a tutti voi. ■


enrico lorenzetti

primo d’apote

ss

ss

in questo numero:

autori

3 fotografare di notte 5 profili: enrico lorenzetti 8 profili: primo d’apote 10 fotografia e concetti 13 street photography 16 foto: maxartis storica 19 foto: maxartis selection 27 il mito di Narciso 49 foto: maxartis rotratto 51 una foto coi baffi 61

alberto carati 25 alessandro ferretti 61 adolfo fabbri 42 alfredo caridi 6, 60 andrea bondioli 24 antonino prestianni 34 bruno favaro 7, 35 bruno tortarolo 32 caterina romeo 22 cecilia carli 44 clara ravaglia 33 dario alberton 43 david cacioli 44 davide baroni 13, 14, 15 dino lupani C enrico lorenzetti 8, 9 enrico maniscalco 48 enzo casillo 34 fabio villa 20 fabio vitali 6, 28 fabio vittorelli 57 federico moschietto 41 felicita russo 46 francesca fascione 23 francesco fratto 54 francesco scatena 21 giovanna griffo 58 ilario navone 37 ivan bordignon 39 ivan dutto 46 luca lascripa 7, 37 marco barchesi 55 marco calesso 38 marco carnevali 7, 47 marco morandotti 41 marco signorin 31 mariano scano 28 mario mencacci 30 marisa gelardi 43 massimo cavalletti 32 massimo fagni 26 maurizio berni 6 mauro maione 39 natale sottile 45 paola lorenzani 40 pietro collini 59 primo d’apote 10, 11, 12 robertino serfilippi 21 roberto carnevali 53 roberto lanza 36 roberto tavazzani 38 santo algieri 52 silvio catani 40 stefano miserini 54 tina fiorenza 58 tiziano banci 5, 29 umberto verdoliva 7, 16, 17, 18 vania bilanceri 33 yorosco (giuseppe tricarico) 56 â–

editoriale

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sul linguaggio della fotografia

di Tiziano Banci

fotografare di

T

utti sappiamo che la fotografia nasce dal convogliare la luce puntiforme che perviene nella camera fotografica tramite l’obiettivo e i suoi diaframmi sulla pellicola o, in tempi più recenti, sul sensore. E dunque è logico e naturale pensare di fotografare di giorno quando c’è molta luce e tutto diviene più agile e facile. Quasi mai, anche i fotografi più appassionati ed evoluti scelgono le luci della notte per fotografare. Eppure, per quanto possa sembrare più difficile e complicato, la captazione delle luci e delle atmosfere notturne possono tramutarsi davvero in grandi risultati e soddisfazioni visive fotografiche. Fotografare di notte richiede senz’altro uno sforzo ed un impegno maggiori, una progettazione e valutazione dello scatto o degli scatti molto più ragionata e specifica che nella foto diurna. Ma, allo stesso tempo, è un modo per riappropriarsi di un maggiore indugio e studio dell’atto fotografico che - specialmente oggi nella fotografia digitale - è così immediato da far sembrare quasi possibile registrare tutto ciò che osserviamo direttamente con l’occhio nella macchina fotografica, tanto sono automatizzati e perfetti i meccanismi degli apparecchi

notte moderni. Tutto ciò ovviamente va a discapito della ricercatezza e dello studio personale del fotografo che più difficilmente riesce a connotare le immagini con il suo gusto e il suo stile, spesso prevaricati dalla pigrizia imposta dagli automatismi. Dunque, fotografare di notte è anche un valido recupero dei dettami e dei fondamentali della fotografia e un recupero dei tempi necessari alla valutazione di uno scatto che poi, di conseguenza, ci restituirà sicuramente maggiore soddisfazione creativa. E’ un po’ come fumare in pace una sigaretta in un angolo rispetto al fumarla di fretta e in piedi costretti dalle contingenze del momento.

La fotografia notturna impone intanto l’uso del cavalletto e uno studio più attento dell’inquadratura, che può essere effettuata con maggiore foto di tiziano banci calma e riflessione. Di conseguenza avremo immagini tecnicamente più precise e composte con una attenzione e un rigore formale compositivo che spesso fanno la differenza. Ovviamente bisogna disporre di una attrezzatura adeguata e di una conoscenza delle luci e delle dominanti relative che le 5


stesse rilasciano sulle scene che andiamo riprendendo. Eseguire dunque un adeguato bilanciamento dei bianchi è importante così come eventualmente, se scattiamo a pellicola, usare adeguati filtri di correzione o pellicole tarate per luci artificiali. Il mio consiglio è anche di portare con sé, nel proprio zainetto, un flessibile o un dispositivo per scatto remoto, una piccola lampada per vedere al buio le impostazioni sulla macchina fotografica e una buona torcia con vari gradi di potenza per introdurre illuminazioni mirate e aggiuntive sullo spazio della scena che intendiamo riprendere. Fotografare di notte dunque è un bellissimo esercizio fotografico e artistico ma è anche un modo per assaporare i caratteri e le atmosfere della notte con le sue peculiarità emotive e visive ben diverse da quelle del giorno. Fotografare la notte permette di scoprire certi aspetti della vita, delle città e degli spazi urbani che, nella condizione diurna, non potremo mai riscontrare o per lo meno vedere perché sussistono espressioni diverse, spesso molto estreme o agli antipodi. E’ dunque una rivelazione che spesso meraviglia l’autore delle immagini ma anche i loro osservatori.

foto di fabio vitali

Guardando le gallerie del nostro portale ho notato tante belle immagini dedicate alla notte capaci di restituirci sfumature preziose del vivere che altrimenti perderemo. Tanto per lasciare un ventaglio di esempi cito alcune foto che più mi hanno colpito. La fotografia di Fabio Vitali mostra una situazione attuale che solo fino a pochi anni fa non era riscontrabile. Il riconoscere la propria auto anche a distanza e in mezzo a tante altre, grazie ad un beep e ad un segnale luminoso può essere confortevole e rassicurante. E la foto mostra questo nuovo aspetto della notte.

foto di muurizio berni

Maurizio Berni dedica le sue attenzioni alle luci che si riflettono sul bagnato di un tratto della pavimentazione stradale rivelando colori e calori che spesso sfuggono all’occhio umano che non è attento a certe rivelazioni visive.

foto di alfredo caridi

Alfredo Caridi coglie, con grande immediatezza e aderenza alla realtà del momento, le luci della Festa di un fine anno che brilla nell’aria con la sua voglia di stordire e meravigliare gli astanti che si fanno ombre nella penombra della silhouette. Nella bellissima immagine di Umberto Verdoliva, in un perentorio bianco e nero si riesce a far pervenire all’osservatore il suono ritmato dei passi del viandante solitario che percorre le ore deserte della notte di una città.

sussurri della notte e non vorrebbe mai fare ritorno a casa, nello scenario compreso e caratteristico della spiaggetta a mare di Boccadasse.

Bruno Favaro riesce a farci sentire quel dolce indugio delle ultime chiacchiere di chi si ostina a respirare i

Nella foto di Marco Carnevali emerge il chiassoso e 6


foto di umberto verdoliva

foto di bruno favaro

foto di luca lascripa

luccicoso passeggio della gente lungo le strade bagnate da una pioggia fine che le irraggia di piacevoli e dinamici riflessi facendo vivere l’atmosfera serena di una provincia come Modena. Infine la fotografia astronomica di Luca Lascripa che ci mostra la bellezza della volta celeste nell’intento di entusiasmare l’occhio umano di fronte alla complessità del creato e di meravigliarsi ancora una volta di fronte a tale spettacolo spesso dimenticato nella chiusura del fardello di esistenze del quotidiano. Non da meno la presenza della coppia di alberi, mai soli, che sembra essere inconsapevolmente spiata e benedetta dall’orbita a spirale dell’occhio Divino.

foto di marco carnevali

Fotografare di notte, dunque, alla riscoperta del nostro essere fotografi e della “non luce” che ha riflessi quanto mai belli ed emozionanti come imprevisti e inattesi. ■

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profili/1

di Enrico Lorenzetti

enrico

lorenzetti mamma tornammo in Italia. Ho avuto parecchie difficoltà ad inserirmi nella nuova società, un po’ per la lingua, un po’ per le scuole, un po’ per la scarsa animosità che mi veniva a mancare. Potete immaginare: Marsiglia-Vinadio (che fa neanche 1000 abitanti). Qui mia madre gestì un ristorante, e qui la scelta della scuola alberghiera.

Q

uando Mario Mencacci ed Adolfo Fabbri mi hanno chiesto di mettere giù due righe per poter realizzare un mio profilo...sono andato quasi nel panico! Allora mi sono ricordato che ci sono già passati altri amici di MA e ho tirato fuori le due riviste per poter avere qualche spunto sul cosa scrivere... Non sono un bravo scrittore, preferisco esprimermi di più con un attrezzo come la macchina fotografica che con la penna! Incominciamo. Sono nato il 15.12.1960 a Marsiglia, da padre marsigliese e madre cuneese, ma ci tengo a dirvi che i nonni erano corsi (ogni tanto mi chiedo perchè non sono rimasti in Corsica, pensate un po’ dove potrei abitare ora!) La mia infanzia, fino ai tre anni, è stata stupenda. Ricordo poco, ma ho parecchie fotografie che testimoniano come fossi viziato dai nonni: pensate che prendevo già l’aereo con il nonno paterno che mi portava in Corsica! Poi la tragedia: mio padre morì fulminato, gestiva una pizzeria e, inavvertitamente, aggiustando un frigo-gelati, morì. Fino ai sette anni rimasi a Marsiglia, poi io, mia sorella e la

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Ora arriviamo all’assurdo dei miei 19 anni: arriva la cartolina per il militare dallo Stato Italiano, ma contemporaneamente arriva anche la cartolina dallo Stato Francese! Naturalmente in Italia nessuno sapeva che fossi francese...e, indovinate un po’ dove i cari francesi avevano deciso di spedirmi? Nella Legione Straniera!!!!! Panico! Tutti quelli con cui parlavo mi terrorizzavano... mi dicevano cose orrende sul quel posto... beh, mi sono fatto 3 mesi e vi assicuro che non era come lo descrivevano. Ho conosciuto personaggi davvero stravaganti, gente che si arruolava nella Legione per sparire dalla circolazione... Devo ammettere che mi ha lasciato un bel ricordo! Poi la nonna, che era la più preoccupata, è riuscita a farmi tornare a casa, tramite intrallazzi vari. Era tosta mia nonna! Ora passiamo a ciò che è più attinente alla rivista. Al contrario di tanti fotografi di MA, io non sono mai stato tanto appassionato alla fotografia, mi gestivo meglio con la telecamera, mio primo acquisto a 21 anni. Era una enorme Panasonic VHS che, dopo mezz’ora di gestualità, mi atrofizzava il braccio, era molto ingombrante ma il mercato quello passava! Però ricordo che ci tenevo a riprendere bene, possibilmente sempre in orizzontale, senza pendenze, mi divertivo con i vari filtri, cercavo riprese con paesaggi dove cercavo già di includere comunque anche dei soggetti umani, ma tutto questo ora è un bellissimo racconto in immagine per i miei figli perché, diciamo la verità, l’acquistai proprio per riprendere loro!


Il mio primo acquisto di macchina fotografica importante, dopo varie macchinette, è stato quello di una Panasonic Lumix F210 con la quale ho postato le mie prime foto su MA. All’inizio ero orientato sui paesaggi, che non disdegno neppure ora, ma poi ho scoperto la macrofotografia, sempre grazie a MA. E’ stato un colpo di fulmine a ciel sereno! Mi ricordo che le prime fotografie che mi avevano colpito parecchio erano state quelle di Agostino Toci, e fu sempre Agostino Toci a farmi la prima variazione su di una immagine (i tulipani). Lo ricordo ancora con grande emozione perchè, aver avuto l’onore dell’attenzione di un personaggio come Agostino, mi aveva quasi commosso! Ricordo che, come postavo una foto, passavo ore a vedere se qualcuno scriveva qualcosa... e quindi capisco benissimo quando Adolfo Fabbri sollecita noi vecchi iscritti a prestare attenzione ai nuovi iscritti, quanto questo piccolo gesto possa far piacere ed incentivare a continuare! Da qui inizia la mia avventura, cercando di osservare, imparare e, perchè no, “rubare” il più possibile da chi è bravissimo. Devo dire infatti che, nonostante mi abbiano regalato molti libri sulla fotografia, non ho la pazienza di leggere e che quindi tanti trucchi e nozioni che potrebbero servirmi non li ho acquisiti. Quel che invece posso dire è che guardo tantissime fotografie, le cerco ovunque, ne assorbo i particolari per poi sfruttarle a mio piacere ed inventiva. A forza di guardare, qualcosa si impara! Oggi come oggi, non potrei più fare a meno della fotografia, mi rilassa, mi distrae, mi fa star bene..quando sono a caccia, non esiste altro che l’obiettivo di raggiungere il posto o il soggetto da catturare, solo così torno a casa, dove non vedo l’ora di “sviluppare” il mio lavoro. Devo anche ringraziare la mia svariata fantasia, che mi permette di vedere un qualcosa fuori dall’ordinario...e di vederla già ancor prima di scattare.....ma qui, è solo grazie al mio DNA, ho sempre amato il disegno e questo inficia sicuramente sulla mia fantasia e creatività. Oggi fotografo con una D90, obiettivo macro Tamron 90 mm (avevo un 105 che mi dava grandi soddisfazioni... ma sono distratto, e l’ho rotto!), un sigma 10-20 con quale dovrei cimentarmi nei paesaggi, ma non è ancora scattata in me la “luce giusta”!! Ah, dimenticavo: cavalletto

Manfrotto. Bene, spero di essermi fatto conoscere un po’ di più, anche perchè ai vari incontri di MA non si ha tutto quel tempo per parlare di noi stessi...ma come hanno detto gli amici di MA negli articoli precedenti, non è mai facile parlare di se stessi! ■ foto dell’articolo di enrico lorenzetti

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profili/2

di Primo D’Apote

primo

d’apote

contestare tutto e tutti a partire dai genitori, per finire alle istituzioni, a partecipare a cortei e riunioni, facendo passare in secondo piano l’impegno scolastico.

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nizio nella stesura di queste note autobiografiche premettendo che, per la mia naturale riservatezza, non amo parlare di me stesso. Sul web poi… Ad ogni buon conto, esercitando un minimo di violenza su me stesso cominciamo!

Sono nato il 03 luglio 1957 a Lesina un piccolo centro della provincia di Foggia, in una casa a 30 m dalle rive dell’omonimo lago. Terzo di quattro figli, mia madre faceva la casalinga e mio padre il pescatore. A Lesina ho vissuto serenamente la mia infanzia e la mia giovinezza. Erano anni in cui non si aveva molto e quel po’ che si aveva bastava. E ciò era soprattutto dato dai rapporti umani improntati alla genuinità, alla semplicità, alla spontaneità e alla generosità. Vi pare poco? Gli anni della mia gioventù erano quelli della contestazione giovanile. Erano gli anni delle lotte contro il sistema dei partiti e dei sindacati, della conquista dell’Università di massa, delle conquiste sociali quali il divorzio, l’emancipazione femminile. Erano gli anni della difesa dei diritti umani e civili, dei movimenti pacifisti e di tanto altro ancora che per brevità ometto. In questo contesto, mi nutrivo di ideali e di idealismi e coltivavo dentro di me l’utopia tutta giovanile e forse anche ingenua di riuscire a cambiare il mondo assieme a quelli della mia generazione. E tutto ciò si traduceva inevitabilmente in forme di lotta dura e senza paura, in una vita spesa a

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A 17 anni, però, ho capito che dovevo dare ascolto al mio istinto di sopravvivenza e così, per la cronica carenza di posti di lavoro del Sud Italia, sono stato costretto a lasciare la mia terra natia per trasferirmi al Nord in cerca di miglior fortuna. Entrando in conflitto con me stesso, sono diventato, (col senno di poi dico per mia fortuna), dipendente dello stato. Per temperamento e per adesione ad ideali di libertà, vivevo questa mia nuova condizione sociale come una vera e propria macchia sul mio status di anarchico incazzato e contestatore. Per natura ho sempre mal digerito la disciplina, gli ordini, e tutto quello che significa allinearsi. E anche adesso, nonostante la maturità dei miei anni, vivo queste cose con una sofferenza estrema. Ho un carattere difficile che talora mi ha creato qualche problema sia nel mondo del lavoro, sia nel mondo fotografico. Sono di indole irascibile, pigro, confusionario e sconclusionato per alcune cose, perfezionista e ispirato per la fotografia. La mia voglia di fotografare nasce in tenera età, per l’incapacità e per la poca voglia di applicarmi con pennelli e tele. Il primo input è stato guardare i grandi pittori, la loro magia… Accorgermi dell’incapacità di realizzare un qualcosa di vagamente decente mi ha sospinto verso la fotografia. Rubacchiavo la fotocamera a mia sorella nonostante quest’ultima la conservasse gelosamente e mi dedicavo alle mie prime uscite fotografiche. Avevo la fortuna di abitare in un luogo con luci e colori spettacolari. E proprio a Lesina, sulle rive del lago ho incominciato ad innamorarmi della fotografia. La magia si ripeteva continuamente. Ad ogni scatto provavo una fortissima emozione. Ancora oggi conservo le mie prime foto e le guardo con una certa tenerezza, intravedendo in esse, al di là della ingenuità compositiva, la stessa capacità di emozionarmi innanzi ad un momento di luce irripetibile.


La fotografia è per me il lasciarsi trasportare dalla bellezza del luogo, è lo scattare con il cuore, è l’avere – al tempo stesso – la parte razionale del Sé attenta ai dettami tecnici. Solo così facendo si può portare a casa un’immagine di alto livello. Personalmente mi emoziono davanti a certi scenari e al momento del click sono consapevole d’aver fermato un momento irripetibile. Sarà banale e ripetitivo ma la celeberrima frase del mitico Henry Cartier Bresson “Fotografare è mettere sulla stessa linea di mira la testa, l’occhio e il cuore” è davvero il mio modello ispiratore. Molte volte mi si chiede di svelare i miei segreti. Il fatto è che non ce ne sono. C’è solo tanto amore per la fotografia che si declina nelle sue forme variegate, ognuna delle quali ha la sua importanza. Comunque, almeno un segreto lo voglio condividere con tutti quelli che hanno a cuore il proprio cammino evolutivo in tale ambito. A volte mi capita di ritornare sullo stesso scorcio diverse volte. E in ciò sono guidato unicamente dalla ricerca dei presupposti ideali, dettati quasi unicamente dalle condizioni di luce. Non sempre si ha la possibilità di trovare situazioni e luce interessanti, non sempre si ha la mente preparata a cogliere quello che gli eventi contingenti ci mettono davanti. E allora bisogna avere la capacità di fare un passo indietro, di saper aspettare le condizioni che la nostra sensibilità e la nostra capacità tecnica giudicheranno ottimali. Quando dico momento magico mi riferisco alla luce e, magari, ad un evento atmosferico che possa rendere diversa ed interessante l’immagine. Se c’è un elemento, dunque, che ricerco spasmodicamente quello è la luce! Ritengo di poter affermare che, negli ultimi anni, il mio rapporto con essa è diventato quasi una sfida: da un lato la mia capacità interpretativa e dall’altro le sue mutevoli proposte, i suoi capricci e i suoi ammalianti inviti allo scatto. E sovente, questa disputa si conclude in una sintesi felice che mette in

evidenza la tipicità e le varie sfumature del luogo da me ritratto. Da qualche anno sono in pensione e quindi adesso più di prima posso dedicarmi anima e corpo alla fotografia. Vivo in un centro del basso Piemonte, a Ceva (CN), ad un tiro di schioppo dalle Langhe, una terra bellissima che, oltre ad avermi accolto, ha rappresentato e rappresenta per me una inesauribile fucina per le mie foto paesaggistiche. Qui ho conosciuto mia moglie che mi ha dato due figlie che adesso sono adulte ed indipendenti. E solo a mia moglie consento critiche spietate alle mie foto; solo del suo spiccato senso estetico mi fido ciecamente. E d’altro canto a lei, alla sua pazienza, devo la possibilità di coltivare questo hobby che assorbe tantissimo tempo e che adesso comincia anche a darmi qualche soddisfazione economica. Negli ultimi 4 anni, infatti, ho trovato la possibilità di vendere alcune mie “land” – devo dire ad onta di apparire ruffiano – grazie anche alla visibilità che mi ha dato Maxartis, portale al quale riconosco altresì il merito di avermi fatto migliorare tantissimo. Non sono geloso del mio sapere in ambito fotografico e dunque mi piace condividere con gli amici quanto ho imparato in fatto di tecnica fotografica e quanto ho imparato, non senza fatica data l’età avanzata, in fatto di postproduzione. Un altro importante veicolo di crescita per me è stata ed è anche la frequentazione di circoli fotografici ove ho l’opportunità di confrontarmi con altri che come me condividono la passione per la fotografia. Non riesco invece a trarre stimoli dai concorsi fotografici tant’è che non amo parteciparvi. Ultimamente un genere fotografico che mi sta incuriosendo è la macro mentre proprio non riesco ad appassionarmi alla ritrattistica. Forse per via del mio carattere scontroso che talora si pone come ostacolo tra me e chi ho di fronte. Ma, credetemi, questa mia scorza ruvida e dura è forse solo una foto dell’articolo di primo d’apote

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necessaria forma di difesa per preservare il “fanciullino” di pascoliana memoria che alberga in me e concorre a realizzare le mie opere fotografiche che – ho notato – qualcuno apprezza. Colgo l’occasione per ringraziare tutti gli amministratori e gli amici di Maxartis, che spesso apprezzano le mie foto. ■

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fotografia e concetti

la

di Davide Baroni

fotografia come linguaggio

C

he cos’è la Fotografia? Ovvero, a cosa pensiamo, quando utilizziamo, o ascoltiamo, questa parola? “Fotografia” è un sostantivo, ma cosa indica, esattamente? Forse la domanda da farsi è un’altra. “Fotografia” è davvero un sostantivo? Indica una cosa reale, concreta, che potremmo misurare e pesare? La risposta è “No”. La “Fotografia” è, prima di tutto, un processo. E un processo, essendo qualcosa di dinamico, complesso, interpretabile, soggettivo, non può essere realmente definita da un sostantivo. Non è un oggetto. Un oggetto è unico, concreto, materiale, “esclusivo”, nel senso che “esclude” ogni cosa che quell’oggetto “non è”. Ma la Fotografia può essere definita in molteplici modi: in un certo senso, quella parola “contiene” ogni diverso possibile “significato” del termine, tanto che per capire di cosa si stia parlando occorre appunto definirla ulteriormente… “Fotografia”, quindi, è un concetto. E questo concetto di Fotografia è qualcosa di diverso per ognuno, perché ognuno se lo rappresenta a modo proprio. La “rappresentazione” è qualcosa di molto più esclusivo del “concetto”: esclude, infatti, tutto ciò che non corrisponde a quella rappresentazione. E il modo in cui ci rappresentiamo qualcosa influenza, o per meglio dire determina, il modo in cui approcciamo quel qualcosa… Chi ha della Fotografia una certa rappresentazione vi si approccia in modo completamente diverso da chi ne ha un’altra con caratteristiche diverse e contrastanti. Quando si parla di qualcosa, non ci si riferisce veramente a quella cosa. La si trasforma in una rappresentazione: l’idea che di quella cosa si ha. È così che funziona il linguaggio. Questo processo è talmente comune che non ci accorgiamo nemmeno più di farlo. Eppure le sue conseguenze sono notevoli, sia in ambito personale che in ambito relazionale: quando usiamo la parola che definisce quel qualcosa, ci riferiamo alla rappresentazione che ne abbiamo NOI, ma chi l’ascolta la associa alla SUA rappresentazione, che può essere molto diversa.

Parlando di Fotografia, la sento definire come “Arte”, come “rappresentazione della realtà”, come “creatività”, come decine di altre cose. Ma di tutte queste rappresentazioni, la più efficace mi appare quella di “linguaggio”, perché il linguaggio fa parte di tutte le altre, anzi, ne costituisce la base. E quindi voglio esplorare con voi le analogie fra la Fotografia come linguaggio e il linguaggio parlato che normalmente usiamo per comunicare. Di cosa è fatto un linguaggio? Prendiamo un linguaggio parlato, ad esempio l’italiano. Abbiamo degli elementi basilari, elementari, che sono i fonemi (o, nel linguaggio scritto, le lettere). Questi si combinano a formare parole, le quali hanno, per convenzione, una certa gamma di significati, a seconda del contesto in cui sono inserite e del modo in cui vengono pronunciate (il “linguaggio non verbale”, fatto di tono, modulazione, volume, timbro, ritmo, pause, eccetera, e di linguaggio del corpo). Queste parole vengono combinate in frasi, nelle quali assumono una relazione reciproca determinata dalla sintassi e dalla grammatica. E tutto ciò viene utilizzato per comunicare, a se stessi e agli altri, fornendo una rappresentazione di una qualche “realtà”. Possiamo trovare questi stessi elementi costitutivi del linguaggio nella Fotografia? Certamente. 13


I fonemi sono i segni elementari. E questi si combinano a formare “forme”, per così dire “oggetti”, che sono analoghi alle parole. Se noi fotografiamo, ad esempio, una scarpa, riuniamo una serie di segni elementari in una forma, quella della scarpa, che è una “parola” riconoscibile e fornita di significato. Questo significato cambia a seconda del contesto in cui lo inseriamo? Sicuro! Qualsiasi sia la scarpa che vi è venuta in mente, immaginatela collocata, ad esempio, su un pavimento raffinato, in un ambiente lussuoso… E poi, la stessa scarpa, immaginatela collocata al bordo di un campetto di basket nel Bronx. E poi ancora sull’argine di un fiume tumultuoso, in piena. Vi “racconta” la stessa “storia”? Non credo. Vero? Le varie “parole”, ovvero i vari elementi visivi della fotografia, i segni e le forme, sono messi in relazione dall’equivalente della grammatica e della sintassi: la composizione. Il modo in cui essi sono distribuiti nello spazio della scena, la prospettiva, i rapporti spaziali e dimensionali, determinano la relazione fra i vari elementi, che a sua volta “costruisce” la storia che la fotografia racconta, la sequenza in cui i vari elementi vengono percepiti e la loro importanza… esattamente come, nel linguaggio parlato, la relazione fra le parole determinata da grammatica e sintassi determina la sequenza in cui si svolge la “storia” che quella frase racconta e l’importanza relativa di ogni parte. E il linguaggio non verbale? Beh, così come nel linguaggio parlato, anche nella Fotografia questa è la parte più ricca. Qual è la sua analogia? Tutto ciò che ricade comunemente sotto la voce “tecnica”: esposizione, contrasto, luminosità, prospettiva, profondità di campo, nitidezza, punto di messa a fuoco, diversificazione dell’illuminazione, colore/BN, viraggi/dominanti, eccetera. C’è un altro aspetto che accomuna strutturalmente i due linguaggi, anche se può apparire diverso ad un primo sguardo. Per rimanere nell’esempio precedente, “scarpa” è una parola sola, ma non ha un significato univoco, perché non è più un oggetto, ma è diventata un “concetto”. Di scarpe ce ne sono tante, e nel linguaggio parlato o si lascia che l’ascoltatore “proietti” la propria idea di scarpa su quella parola, oppure la si definisce aggiungendo altre parole, e trasformandola in una rappresentazione. Nella Fotografia, è l’immagine stessa a definire di che scarpa stiamo parlando, anche se ci sono mezzi per lasciare il “segno”, la “forma” che costituisce la parola “scarpa” in vari modi indefinita. In Fotografia, lavoriamo direttamente con le rappresentazioni, e dobbiamo operare per “concettualizzarle”, specularmente a come nel linguaggio parlato dobbiamo operare per “rappresentare” un concetto. In entrambi i casi, quindi, la “parola” può essere più o meno precisamente specificata, e questo cambia decisamente il “messaggio”, la storia che viene raccontata, anche in forza delle associazioni che spontaneamente si presentano alla mente. Se io avessi specificato che la scarpa in questione era “femminile, elegante, lussuosa, con tacco alto” avrei specificato dettagli che, a parità di collocazione, avrebbero cambiato completamente il significato complessivo della scena rispetto a una scarpa “da lavoro, logora, coperta di fango secco, vissuta, e con la tomaia sull’orlo di lacerarsi per il troppo uso”. Vi è chiaro l’esempio? Vi accorgete dell’influenza di questo aspetto? Beh, la sua grande 14

importanza non sta tanto in “ciò che è”, quanto in “ciò che implica”, ciò che non è detto esplicitamente ma che associamo, più o meno inevitabilmente, a ciò che è esplicito. La storia che immaginiamo, che associamo a quella scena con il primo tipo di scarpa è molto diversa da quella che vi associamo quando è presente il secondo tipo. Ciò che cambia non è il “concetto” di scarpa, ma la sua “rappresentazione”, che l’avvicina all’”oggetto” corrispondente. Le parole aggiunte, che limitano i possibili significati, “oggettivizzano” il concetto. Nel caso della fotografia, noi possiamo vedere l’oggetto, e sapere di che tipo di scarpa si tratti. Se volete comprendere l’effetto di tutti questi elementi, la cosa più semplice è usare l’immaginazione. Facciamo un semplice esercizio, sempre utilizzando l’esempio della scarpa. Scegliete una, una sola, delle possibili scene che abbiamo ipotizzato. E poi cominciate a “giocare”, nella vostra immaginazione, con quella scena. Cosa succede se, ad esempio, cambiate la prospettiva, pur lasciando invariate le proporzioni fra gli elementi della scena? Tradotto in parole più semplici, cosa succede se “inquadrate” mentalmente con un 14mm, o con un 50mm, o un 100mm, o un 200mm, o un 400mm, mantenendo inalterata la dimensione relativa della scarpa all’interno del fotogramma? Cosa cambia nella vostra “risposta emotiva”, nelle vostre sensazioni, nel modo in cui “mettete insieme” gli elementi dell’immagine, nel “significato” che attribuite loro, nella “storia” che la fotografia vi racconta?


Poi scegliete una di queste immagini, e cominciate a giocare con la luminosità… Cosa cambia rendendola più luminosa, un terzo di stop per volta? E rendendola più scura? È diverso se modificate l’esposizione? Che influenza ha un cambiamento nel contrasto? E nella saturazione dei colori? Se aprite di più o di meno le ombre? Se spostate il punto di messa a fuoco, se cambiate la profondità di campo, se… Esplorate. Esplorate più varianti che potete, una alla volta. E poi combinatene diverse insieme… Scoprite l’effetto che fanno. Qualcuno dirà che è un lavoro lungo. Lo è, ma meno di quanto possa sembrare. È la pratica a renderlo efficace, e più pratica si fa, più “automatico” diventa il processo. E una volta “automatizzato”, può diventare talmente veloce da darvi l’impressione di “scattare d’istinto”… oppure arricchirsi di dettagli e parametri sempre più complessi e sempre meglio equilibrati. L’immaginazione è uno strumento potente per migliorare nella propria comprensione di queste cose, per esplorare le varie possibilità espressive di una fotografia. Usatela. Ma non dimenticate di scattare… Con l’avvento del digitale, possiamo esplorare nella pratica molto più di quanto non si facesse con la pellicola, che costava un botto: nessuno che io conosca avrebbe stampato 20 foto solo per vedere l’effetto del cambiamento di 1/3 di stop di esposizione alla volta da -3 a +3 stop. Oggi si può fare praticamente a costo zero. Per non parlare di tutto il lavoro di studio sugli effetti della composizione: cosa cambia nella storia raccontata dalla fotografia che stiamo scattando, se modifichiamo i rapporti spaziali e dimensionali dei vari elementi? Se li disponiamo diversamente? Se usiamo un formato quadrato, rettangolare, orizzontale, verticale…? Vi accorgerete di quante diverse sfumature può assumere il “racconto” che narrate con la vostra foto. D’altra parte, se non fosse così, faremmo tutti le stesse foto… e a volte succede. Capita che facciamo foto uguali, o molto simili, a quelle di qualcun altro. Possiamo perfino farlo volontariamente, per

capire come sono state realizzate: è un buon modo di imparare la “tecnica”, così come rifare gli assoli dei grandi chitarristi è un buon modo di imparare a suonare la chitarra. Ma non basta. Prima o poi, dobbiamo fare un passo fondamentale, e scoprire cosa abbiamo da dire noi, di nostro, da dentro. é per questo che dico sempre che “dalle foto che uno fa, si può leggere la sua anima”. Buon viaggio e buona esplorazione.

PS

: a proposito di scarpe… questo è ciò che Heidegger scrive di un paio di scarpe, che si trovano in un quadro di van Gogh: “Grumi di terra dei solchi o dei viottoli non vi sono appiccicati, denunciandone almeno l’impiego. Un paio di scarpe da contadino e null’altro. Tuttavia ... nell’orifizio oscuro dell’interno logoro si palesa la fatica del cammino percorso lavorando. Nel massiccio pesantore della calzatura è concentrata la durezza del lento procedere lungo i distesi e uniformi solchi del campo, battuti dal vento ostile. Il cuoio è impregnato dell’umidore e dal turgore del terreno. Sotto le suole trascorre la solitudine del sentiero campestre nella sera che cala. Per le scarpe passa il silenzioso richiamo della terra, il suo tacito dono di messe mature e il suo oscuro rifiuto nell’abbandono invernale. Dalle scarpe promana il silenzioso timore per la sicurezza del pane, la tacita gioia della sopravvivenza al bisogno, il tremore dell’annuncio della nascita, l’angoscia della prossimità alla morte. Questo mezzo appartiene alla terra e il mondo della contadina lo custodisce. Da questo appartenere custodito, il mezzo si immedesima nel suo riposare in se stesso”. Ecco il processo di “lettura” all’opera. Ma questo ci indica anche un altro aspetto fondamentale del linguaggio: ciò che lo rende ricco, in fondo, sono l’attenzione, l’osservazione, e l’esperienza. ■

foto dell’articolo di davide baroni

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street photography

di Umberto Verdoliva

ma questa foto è street?

Ma questa foto è una street?” Ecco una delle domande più frequenti che mi rivolgono nei vari “incontri/confronti” sul web o nei circoli fotografici da parte di appassionati fotografi che vogliono avvicinarsi alla fotografia di strada.

Per chi ama il genere, e ha consolidato il suo modo di vedere, sembra una domanda probabilmente superflua, ma pienamente comprensibile soprattutto da parte di chi si avvicina per la prima volta a questo tipo di fotografia e quindi ha difficoltà nell’ individuare tutti quei requisiti fondamentali di cui la “street” necessita. Capita infatti anche ad autori molto bravi ed esperti etichettare a volte come “street” immagini che nulla hanno a che vedere con questo genere. In generale non è importante classificare esattamente le foto che si realizzano, l’esercizio ha poca importanza, ma è necessario, secondo me, capire bene cosa vuol dire fare “street photography”, quale sia la forza intrinseca o quali siano gli elementi che caratterizzano un’immagine che può essere inserita in questo filone.

Comprendere ciò serve a “guidare” consapevolmente la propria ricerca visiva; ed è tale consapevolezza che porterà ad un visibile miglioramento del proprio vedere e alla trasmissione diretta dei concetti che si vogliono comunicare con lo scatto. Per chiarire il pensiero vorrei iniziare con una precisazione: definire una categoria “urban street” già mette in condizioni l’autore di inserire immagini dove l’urbano - intendo la città e tutto quello che essa contiene - spesso si scontra con l’elemento ritenuto insostituibile della foto di strada cioè il cogliere l’attimo decisivo. Inoltre non sempre, nelle foto di strada, l’attore principale è l’uomo; può esserlo un animale, un oggetto, una situazione particolare o dai contorni sfumati e indefiniti. Sono infinite le varianti che possono presentarsi ai nostri occhi quotidianamente, basta saperle vedere. Richiamo quanto ho già scritto nel mio primo articolo (vedi numero zero): “La street photography, come oggi è internazionalmente chiamata, è uno sguardo puntato sull’ordinario, sulla

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vita semplice che ogni giorno va in scena in un qualsiasi luogo urbano e non. Una visione forse disincantata il cui interesse principale è essenzialmente la cattura di attimi e di situazioni quotidiane che, filtrati attraverso la propria sensibilità, cultura e idee, sono capaci di rendere sensazioni ed emozioni agli osservatori. Gli attimi possono essere tanti e di diversi tipi: ironici, tristi, malinconici, surreali, beffardi, simpatici, destabilizzanti, poetici, documentativi e così via, tutti insieme mostrano aspetti di una vita a cui spesso nessuno fa caso, quella scontata, quella di tutti i giorni. L’invisibile scorrere dei momenti può trasformarsi in “indelebile memoria” o ancora in “finestre” per capire la vita intorno a noi, soprattutto se colto con intelligenza e tatto. Un “giornaliero banale” che può improvvisamente diventare interessante se reinterpretato dagli occhi di chi sa vedere, di chi sa capire, di chi sa fare poesia o meravigliare con le proprie immagini. Gli attori di questa normale quotidianità che ci circonda sono la gente comune che con il loro inconsapevole fare scrive piccole e semplici storie. Racconti di vita che solo un occhio, un cuore e una mente attenta e sensibile possono scorgere, qualità essenziali non solo per chi scatta la fotografia ma quasi certamente necessarie anche per chi la osserva; infatti, credo che la sensibilità e la capacità di meravigliarsi siano aspetti molto importanti per chi “riceve” le immagini di strada. La scenografia è l’urbano, e tutto quello che esso contiene: strade, muri, cartelloni pubblicitari, ma anche centri commerciali, negozi, paesaggi naturali e rurali, spiagge, uffici, case e via così. L’urbano è dove l’uomo vive, lavora, interagisce con gli altri”. Questo significa che uno scatto deve avere tutti quegli elementi necessari affinché quell’immagine acquisisca forza comunicativa. Illustrerò il concetto con degli esempi tangibili analizzando le prime due foto: Sono scorci di paesaggi urbani e potrebbero diventare, se incanalati in un discorso progettuale, anche interessanti e di senso compiuto, ma se riferiti alla pura “street photography” mancano completamente di tutti quegli elementi di cui parlavo prima. Guardando attentamente è chiaro che manca quell’attimo decisivo e di rilievo che rende forte l’immagine, non c’è una evidente e personale reinterpretazione dell’autore, è difficile meravigliarsi e stupirsi del momento perché semplicemente il momento non c’è, manca l’uomo o è molto defilato o, ancora, è colto in un momento in cui non si intravede nessuna storia, nessun pensiero, manca il suo fare o un qualsiasi richiamo ad esso. Sembrano scatti che si avvicinano a cartoline il cui unico scopo è quello di rappresentare la realtà solo paesaggisticamente.

La “street photography” è un’altra cosa, ma le gallerie sul web di urban street sono piene di queste immagini. Probabilmente, quando fotografie di questo tipo vengono etichettate come “street” si ha una idea poco chiara su cosa il genere rappresenta. Anche immagini di questo tipo vengono spesso classificate come “street”: Qui l’uomo è presente, c’è l’urbano, la strada, non manca una bella luce e una buona composizione, ma sicuramente non c’è l’attimo decisivo, il momento che fa stupire, che si fissa nella memoria di chi l’osserva, allo stesso tempo racconta poco, non c’è una adeguata forza che possa far capire cosa l’autore ha visto di particolare e cosa ci vuole trasmettere. Solo un progetto fotografico formato da un corpo di scene ed elementi simili, collegati tra loro da un filo conduttore immediatamente capibile da chi guarda, può cambiare e ridonare la forza a questo tipo di immagini che, prese singolarmente, invece non hanno. Seguendo quest’analisi, mi capita anche di vedere immagini di questo tipo: 17


Qui la reinterpretazione e l’originalità diventano decisamente più forti ed evidenti. In questo caso non c’è un attimo colto improvvisamente grazie alla rapidità del fotografo nel riuscire a cogliere una situazione particolare, ma solo ad un’attenta e paziente osservazione di ciò che lo circonda, comunque sempre in un ambiente pubblico. Immagini così rientrano nella “street photography” proprio perché, in misura minore o maggiore, possiedono gli elementi di cui parlavo. Il rimando all’uomo, il trasmettere lo stupore di aver visto qualcosa che non tutti riescono a vedere, la visualizzazione di quel particolare che rende creativa e unica la fotografia. Immagini di questo tipo, spesso possono parlare dell’autore più di quanto non si pensi. Infatti, proprio la composizione, i particolari e i soggetti scelti ci trasmettono il modo di vedere e pensare la realtà che circonda l’autore, il suo humus culturale e la sua sensibilità. Lo spirito d’osservazione è chiaramente la principale attitudine che un buon fotografo deve possedere per avvicinarsi alla “street photography”, nell’intento di cogliere aspetti che ad un primo colpo d’occhio non si riesce a vedere. L’esercizio continuo sicuramente aiuta, ma soprattutto la convinzione che ogni oggetto, ogni situazione o qualsiasi momento possono essere colti in maniera interessante ed originale soprattutto se ci si immerge in essi con tutto il proprio essere.

foto dell’articolo di umberto verdoliva

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Con gli esempi mi fermo qui, sta a voi ora individuare quante delle vostre immagini possiedono le caratteristiche necessarie per essere delle buone “street”. Analizzatele attentamente e cercate di eliminare l’emozione o l’affettività che vi lega a quel determinato scatto per lasciare il posto ad una sana e efficace obiettività che vi aiuterà a selezionare al meglio la vostra raccolta ma soprattutto a percorrere con personalità questo affascinante cammino fatto di scoperte e di attimi. ■


maxartis

storica

alberto carati

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andrea bondioli

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caterina romeo

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fabio villa

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francesca fascione

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francesco scatena

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massimo fagni

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robertino serfilippi

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autore: fabio villa titolo: momento cruciale pubblicazione: 16 settembre 2008 20


autore: robertino serfilippi titolo: rifornimento in volo pubblicazione: 1 luglio 2010

autore: francesco scatena titolo: galleria nazionale berlino pubblicazione: 15 febbraio 2010

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autore: caterina romeo titolo:( ) pubblicazione: 7 dicembre 2011

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autore: francesca fascione titolo: architettura interiore pubblicazione: 18 febbraio 2011 23


autore: andrea bondioli titolo: la foce pubblicazione: 17 dicembre 2011 24


autore: alberto carati titolo: quasi uno scontro frontale pubblicazione: 29 marzo 2010

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autore: massimo fagni titolo: a lucca lasciano piove pubblicazione: 13 maggio 2012

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maxartis

selection selezione delle foto pubblicate fra il 23/8 e il 21/11/2012

adolfo fabbri 42 antonino prestianni 34 bruno favaro 35 bruno tortarolo 32 cecilia carli 44 clara ravaglia 33 dario alberton 43 david cacioli 44 enrico maniscalco 48 enzo casillo 34 fabio vitali 28 federico moschietto 41 felicita russo 46 ilario navone 37 ivan bordignon 39 ivan dutto 46 luca lascripa 37 marco calesso 38 marco carnevali 47 marco morandotti 41 marco signorin 31 mariano scano 28 mario mencacci 30 marisa gelardi 43 massimo cavalletti 32 mauro maione 39 natale sottile 45 paola lorenzani 40 roberto lanza 36 roberto tavazzani 38 silvio catani 40 tiziano banci 29 vania bilanceri 33 27


autore: fabio vitali titolo: sabato a lucca pubblicazione: 23 ottobre 2012

autore: mariano scano titolo: mi stai cambiando la vita pubblicazione: 12 novembre 2012

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autore: tiziano banci titolo: in attesa pubblicazione: 16 novembre 2012

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autore: mario mencacci titolo: in and out pubblicazione: 3 ottobre 2012

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autore: marco signorin titolo: bed time pubblicazione: 21 novembre 2012

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autore: bruno tortarolo titolo: hosok tere pubblicazione: 20 novembre 2012

autore: massimo cavalletti titolo: la vita è fatta a scale pubblicazione: 1 ottobre 2012 32


autore: vania bilanceri titolo: ritratto di famiglia pubblicazione: 24 settembre 2012

autore: clara ravaglia titolo: il trampolino dei gabbiani pubblicazione: 13 novembre 2012

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autore: antonino prestianni titolo: un nuovo giorno pubblicazione: 15 ottobre 2012

autore: enzo casillo titolo: arravugliat pubblicazione: 8 ottobre 2012

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autore: bruno favaro titolo: in manutenzione pubblicazione: 10 novembre 2012

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autore: roberto lanza titolo: tranquillizzante presenza pubblicazione: 6 settembre 2012

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autore: ilario navone titolo: al pasto pubblicazione: 14 ottobre 2012

autore: luca lascripa titolo: la damigella pubblicazione: 19 ottobre 2012

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autore: marco calesso titolo: voracitĂ pubblicazione: 26 novembre 2012

autore: roberto tavazzani titolo: legami forti pubblicazione: 6 ottobre 2012

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autore: ivan bordignon, titolo: piccole donne, pubblicazione: 5 novembre 2012 autore: mauro maione, titolo: tranquillitĂ , pubblicazione: 19 novembre 2012

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autore: paola lorenzani titolo: ...fresco d’autunno pubblicazione: 16 novembre 2012

autore: silvio catani titolo: 12otto12 pubblicazione: 12 agosto 2012

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autore: federico moschietto titolo: one pubblicazione: 12 ottobre 2012 autore: marco morandotti titolo: ...and nothing else pubblicazione: 4 novembre 2012

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autore: adolfo fabbri titolo: la catena pubblicazione: 21 novembre 2012

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autore: marisa gelardi titolo: verso il giardino dell’eden pubblicazione: 24 ottobre 2012

autore: dario alberton titolo: via col vento pubblicazione: 9 ottobre 2012

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autore: david cacioli titolo: nuova vita pubblicazione: 27 ottobre 2012

autore: cecilia carli titolo: voli... pubblicazione: 20 novembre 2012 44


autore: natale sottile titolo: compagni di gioco pubblicazione: 7 otttobre 2012

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autore: felicita russo titolo: antonietta pubblicazione: 30 ottobre 2012

autore: ivan dutto titolo: paused pubblicazione: 18 novembre 2012

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autore: marco carnevali titolo: lo sguardo degli dei pubblicazione: 13 novembre 2012

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autore: enrico maniscalco titolo: nordfjord pubblicazione: 10 novembre 2012

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ritratto

il

di Alfredo Caridi

mito di Narciso

I

Tecnica, sensibilità e talento. La tecnica si può imparare mentre sensibilità e talento sono come il coraggio di don Abbondio...se mancano non te li puoi dare. Naturalmente, se il talento c’è è una dote che ti consente di trasgredire molte regole.

l mito racconta di Narciso, un giovane di bellissimo aspetto che, specchiandosi in una fonte, si innamora follemente della sua immagine tanto da morire di dolore nel momento in cui si accorge che non potrà mai possederla. Ovviamente, il mito si presta a innumerevoli interpretazioni. A me piace associarlo all’idea del ritratto come immagine del lato bello di noi che cerchiamo di possedere e che il fotografo si ingegna a realizzare.

Il soggetto Il soggetto più fotogenico è quello che riesce a trasmettere le sensazioni più con lo sguardo foto di marco barchesi, vedere pag. 55 che con la mimica facciale. Lo sguardo è solo un aspetto di cui il fotografo può scoprire il potenziale attraverso un contatto Cosa è il ritratto fotografico? emotivo che lo porta ad instaurare un rapporto di fiducia con Un tema su cui non si finirà mai di dibattere per come è il soggetto. multiforme e infinito. Il soggetto fotogenico, comunque, non ci dà garanzia di un Il ritratto è una immagine che rappresenta un individuo buon ritratto se questo non è poi supportato da una buona nelle sue fattezze fisiognomiche il più possibile aderenti alla tecnica. Tutti abbiamo avuto esperienze di come sia facile realtà. rendere sgradevole anche un bel viso. Parlando di ritratto, non si può non parlare di fotogenia. I ritratti si dividono in : ritratto in studio, ritratto in interni, La fotogenia non ha nulla a vedere con il bello o brutto, ritratto in esterni, ritratto ambientato. è la qualità naturale di mantenere in fotografia la stessa naturalezza che si riscontra dal vivo. I piani del ritratto E’ luogo comune definire un buon ritratto quello in cui il Figura intera: la figura è inserita in un’area superiore allo fotografo coglie l’anima del soggetto. Ma come si fa a spazio occupato dal soggetto. fotografare l’anima quando non si sa se un’anima esiste? Piano americano: la figura viene tagliata a metà coscia (il nome deriva da una tecnica del cinema americano). Come si fa un buon ritratto Mezza figura: inquadratura del soggetto dalla vita in su. Ci sono delle regole, che se rispettate, portano a un buon Mezzo busto: inquadratura del soggetto dal torace in su. ritratto tenendo sempre presente che nel ritratto possiamo Primo piano: inquadratura della testa della persona. contare solo sul nostro soggetto e la luce. Primissimo piano: inquadratura del solo volto. Elementi scenografici troppo evidenti e/o fortemente Dettaglio: inquadratura di una parte del volto. emozionali portano a una distrazione dal soggetto principale. La scelta dei piani ovviamente dipende dalla sensibilità artistica del fotografo. 49


Il ritratto ambientato Si considera un ritratto ambientato quando c’è l’intenzione di aggiungere informazioni sul soggetto attraverso segni che possono ricondurre al suo ambiente di vita. Se fotografo il dott. Brambilla in una pasticceria o mentre scia a S. Moritz non posso chiamarlo ritratto ambientato mentre sono ritratti ambientati quello della casalinga in cucina o quello del contadino in un campo arato o quello di un artista di strada in ambiente urbano. Ritratto in esterni Con l’illuminazione artificiale in studio il fotografo può gestire gli effetti a proprio piacimento. In esterno invece va sfruttata al massimo la possibilità della luce esistente. Anche se ci si può aiutare in parte con flash o pannelli riflettenti, il risultato finale dovrà essere improntato alla semplicità e naturalezza. Certe pose o effetti che in studio possono essere efficaci, in esterno diventano forzate e innaturali. Di positivo c’è la possibilità di una vasta scelta di sfondi e infinite possibilità di attività in cui il soggetto può essere impegnato guadagnando in naturalezza. Il ritratto in esterni, pur avendo le caratteristiche di una istantanea, non deve trascurare i principi fondamentali del ritratto: mai avvicinarsi al soggetto più di quanto consentirebbe un medio tele per una ripresa del volto. Per evitare evidenti deformazioni prospettiche braccia e gambe non devono puntare verso l’obiettivo mentre le mani dovrebbero mantenere quasi la stessa importanza del viso. Le mani vanno tenute sempre impegnate, magari anche solo appoggiate su qualcosa o intente a reggere un libro. Insomma, evitate che ciondolino in modo sgraziato. Queste sono regole di base da seguire sempre. A meno che non si possieda quel pizzico di talento che consente la trasgressione fermo restando il risultato finale armonico, coerente e funzionale. Ritratto in studio o interni In queste situazioni si ha il vantaggio del controllo totale di una o più luci. Il ritratto può spaziare dall’ambientato al concettuale lasciando ampio margine all’interpretazione creativa del fotografo. Lo sfondo Se lo sfondo non è parte integrante della foto, come ad esempio in una foto fatta sulla barca o all’interno di un’auto, ricordate che uno sfondo sbagliato può rovinare irrimediabilmente un ritratto. Uno sfondo deve essere composto dal minor numero possibile di elementi che possono distrarre, e non deve essere antiestetico: una pompa della benzina o un contenitore dei rifiuti non sono certo il massimo dietro una bella donna. Sfondi costituiti da cespugli, alberi e rami devono essere in ombra e compatti in modo da non lasciare passare chiazze di cielo che appariranno come chiazze luminose molto fastidiose. Si può giocare molto con la scelta di uno sfondo uniforme o sfocato che stacchi il soggetto dallo sfondo. 50

Le luci Le luci sono di due tipi: luci principali e luci accessorie. La luce principale è quella che dà il tono e caratterizza il ritratto e può essere: piena: quando illumina la parte del viso verso l’obiettivo; di taglio: quando illumina lateralmente la parte non rivolta all’obiettivo; a farfalla: così detta per la forma dell’ombra sotto il naso creata da una luce frontale e dall’alto; Rembrant: di ispirazione pittorica e drammatica si ottiene con una illuminazione laterale e dall’alto. L’effetto si crea quando l’ombra del naso si lega con l’ombra della guancia creando il classico triangolo di luce sotto l’occhio della parte in ombra. La luce accessoria è: complementare: chiaramente più debole della principale, serve ad attenuare le ombre e abbassare il contrasto; di sfondo: stacca il soggetto mettendo in risalto lo sfondo e attenua il contrasto generale; d’effetto: posizionata in contro luce stacca maggiormente il soggetto disegnandone il contorno. Come correggere le imperfezioni più comuni del viso la pelle: le imperfezioni della pelle vengono attenuate da una luce morbida e diffusa; un naso evidente: per minimizzarlo è preferibile eseguire una ripresa frontale, mentre è da evitare una ripresa di profilo; un naso piccolo: viene esaltato da una ripresa di ¾ e una illuminazione laterale o a farfalla; orecchie a sventola: si notano meno con una ripresa di ¾ o di profilo. Da evitare il controluce; doppio mento: è preferibile alzare il punto di ripresa e illuminare dall’alto; viso magro: meglio illuminare e riprendere frontalmente; viso tondo: è opportuna una ripresa di ¾ e luce laterale. Come si è visto ci sono regole che aiutano a realizzare un ottimo ritratto tecnicamente accettabile anche se per ottenere un ritratto con una spiccata personalità resta indispensabile la sensibilità del fotografo. E’ il fotografo che deve individuare i tratti caratteristici del viso e, ancor di più, i tratti caratteristici interiori che sono propri a ciascun individuo. Si può partire dai tratti del viso e allargare via via l’inquadratura aggiungendo informazioni attraverso il linguaggio del corpo, l’ambiente e l’abbigliamento. Questi ultimi, in modo particolare, vanno curati con attenzione poiché, tramite la posa e gli abiti, si può descrivere anche uno status sociale. A tutto ciò si può arrivare attraverso una breve conoscenza con il soggetto, quel tanto che è sufficiente a ricavarne un’ impressione personale osservando con attenzione l’espressione degli occhi, della bocca e osservando il linguaggio del corpo. Scoprire le caratteristiche interiori ci porta a fare la differenza tra un ritratto e “il ritratto”. L’articolo non ha la pretesa di trattare in modo compiuto un tema tanto complesso e vario: l’intento è solo quello di suggerire spunti di riflessione e stimoli di ricerca personale.


maxartis

ritratto a cura di alfredo caridi

alfredo caridi

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fabio vittorelli

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francesco fratto

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giovanna griffo

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marco barchesi

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pietro collini

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roberto carnevali

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santo algieri

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stefano miserini

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tina fiorenza

58

yorosco (giuseppe tricarico)

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autore: santo algieri titolo: valeria pubblicazione: 6 aprile 2012

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autore: roberto carnevali titolo: luca marchini pubblicazione: 27 settembre 2012

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autore: stefano miserini titolo: glances pubblicazione: 23 giugno 2012

autore: francesco fratto titolo: respirando la vita pubblicazione: 2 maggio 2012

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autore: marco barchesi titolo: self&daughter pubblicazione: 12 marzo 2011

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autore: yorosco (giuseppe tricarico) titolo: away pubblicazione: 4 gennaio 2012

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autore: fabio vittorelli titolo: irene pubblicazione: 4 settembre 2011

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autore: giovanna griffo titolo: vita d’artista pubblicazione: 27 settembre 2009

autore: tina fiorenza titolo: il tabacco è finito pubblicazione: 28 maggio 2011 58


autore: pietro collini titolo: angoli e triangoli pubblicazione: 5 aprile 2012

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autore: alfredo caridi titolo: a.f. pubblicazione: 26 agosto 2009 60


una foto coi baffi

di Tiziano Banci

“sculture di luce ” di Alessandro Ferretti n. 15

F

ra le tante immagini della nutrita galleria di Alessandro Ferretti - ben 44 pagine che ho guardato con attenzione prima di scegliere questa immagine - sicuramente la serie più interessante e forse qualitativamente più omogenea è quella delle “Sculture di Luce”, che si compone di un certo numero di foto in bianco e nero che riprendono scorci di spazi architettonici urbani frammisti a sculture in essi inserite. Il bianco e nero è molto sostenuto come contrasto tonale ma allo stesso tempo anche molto pulito, e la sua connotazione visiva ci proietta nell’atteggiamento dello sguardo di un individuo che vede le cose con grande nitore, anche psicologico oltre che visivo, e lo sguardo un po’ algido e severo si fa molto obiettivo e distaccato in una dimensione

foto pubblicata il 17 aprile 2011

lievemente “metafisica” grazie anche all’inserimento di cieli estremamente pesanti e neri che esaltano i bianchi delle strutture architettoniche e dell’arredo scultoreo degli spazi prescelti. Alessandro usa molto bene l’obiettivo grandangolare presentandoci quasi sempre una visione chiusa e completa dello spazio fotografato in modo da rendere costantemente la composizione formalmente ben equilibrata e solenne. Nella foto in esame la forte chiusura del diaframma e l’estensione della profondità di campo del grandangolo hanno permesso la realizzazione di un “tutto a fuoco” necessario a supportare un accento visivo del genere sopra spiegato. 61


Gli edifici classicheggianti con ampi colonnati sembrano voler circoscrivere uno spazio urbano che rivendica le origini e la provenienza storica e romana della città capitolina. Nello scenario l’autore, evidentemente e con chiarezza, pone l’attenzione sul soggetto primario che è questo uomo che iconograficamente richiama il volto di Cristo, una sorta di Ecce Homo, mezzo sepolto e interrato che sembra arrendersi al peso della terra e al destino ad esso riservato. Allo stesso tempo la sua posizione può essere anche intesa come tentativo di resuscitare e uscire dal gravame sotto il quale è stato posto. Da ciò scaturisce una bella ed importante tensione artistica e visiva. Conclude con una chicca l’immagine, sottolineandone la dovizia di particolari: la presenza minuta e discreta del piccolo cespuglio di margherite cresciute nel prato dell’aiuola vicino alla mano dell’uomo, quasi a sottolineare una generale sensazione di risveglio e di rinascita annunciata dalla stagione primaverile. Una foto dunque piuttosto complessa che invita a conoscere più da vicino questo autore e la sua apprezzabile galleria di immagini presenti nel nostro amato portale. ■

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Maxartis Magazine n° 3 inverno 2012 - primavera 2013

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