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MAXAR T I S magazine

numero anno I autunno 2012

profili

bruno favaro francesca fascione selezione foto

macro

a cura di luca lascripa

rubriche di:

foto:

t. banci p. collini m. fagni s. miserini

storica selection

2


M A X A R T I S M A G A Z I N E

NUMERO settembre 2012

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Coordinamento immagini: Adolfo Fabbri Coordinamento testi: Mario Mencacci, Flavia Daneo Grafica: Mario Mencacci

Copertina: rosso campari (Lorenzo Linthout, 2009)

Le foto pubblicate sono di proprietĂ dei singoli autori. Chiunque copi testi o immagini di questa pubblicazione sarĂ  perseguibile legalmente.

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editoriale

B

di Massimo Fagni

entrovati! Stiamo entrando nella stagione che ogni fotoamatore ama particolarmente: l’autunno. L’autunno è un periodo dell’anno molto particolare; abbiamo alle nostre spalle un’estate che se ne è andata lasciando ricordi di giornate calde piene di sole e tanta luce. In effetti, almeno in natura, d’estate i colori non sono proprio così belli come un buon fotoamatore desidererebbe, per questo motivo il periodo che ci apprestiamo a vivere sarà sicuramente molto colorato, grazie ad un’aria più fresca e alle foglie che cadono dipingendo la terra di mille colori. Dopo questo bollettino meteo-stagionale veniamo a parlare di fotografia e del nuovo numero del magazine di autunno. Citavo la natura, foglie, ecc. ed ecco che il caro amico Luca Lascripa ci parlerà di fotografia macro con un bello e dettagliato articolo che non si esaurirà con questo numero ma è destinato a riprendere in primavera, stagione del risveglio macro-fotografico. Scopriremo qualcosa di più leggendo i profili di due personaggi, molto amati da tutti con una speciale biografia auto prodotta, Francesca Fascione e Bruno Favaro. Tiziano pettinerà i baffi esaminando una bella immagine della nostra amata Signora di Maxartis, Giovanna Griffo. Terminerà il racconto del reportage realizzato dal Doc. Collini sempre preciso ed interessante. In questo numero avremo l’onore di ospitare un altro Maxartista doc che spiegherà la procedura che impiega nella realizzazione dei suoi lavori molto belli e particolari, Stefano Miserini. Naturalmente non mancheranno le recenti immagini di alcuni Maxartisti insieme alla selezione storica dal sito. Non posso dimenticare di citare il nostro Maxraduno che si svolgerà a Lucca nel mese di Ottobre dove si incontreranno molti amici del sito, sia essi di vecchia data che nuovi partecipanti, ospitati dallo staff del sito al completo. Il programma è bello e ricco, cito solo la mostra, in un angolo molto bello di Lucca e un concorso a premi la cui realizzazione si esaurirà nel week-end del raduno. Augurandovi una buona lettura del Magazine 2, con tutte le prelibatezze citate, vi saluto augurandovi buona luce e molti scatti. ■


foto e bozzetto di stefano miserini

ss

ss

in questo numero:

autori

3 interpretare 5 profili: francesca fascione 8 profili: bruno favaro 10 il reportage 13 la fotografia concettuale 16 foto: maxartis storica 18 foto: maxartis selection 29 il safari nel prato 49 foto: maxartis macro 51 una foto coi baffi 61

adamo giannino 38 adolfo fabbri 5, 22 agostino toci 60 alessandro ferretti 38 alessandro mecantonio 59 alfredo caridi 46 angelo pavoncello 28 anis chebbi 7 antonino prestianni 33 antonio cotugno 42 antonio tabacchiera 53 bertilla casetta 58 bruno favaro 10, 11, 12 bruno tortarolo 34 clara ravaglia 46 claudia calà 21 daniele tattini 43 dino lupani 40 edmondo senatore 54 enrico lorenzetti 49 enzo casillo 35 fabio vitali 57 fabio vittorelli 45 flavia daneo 41 francesca fascione 8, 9 francesco fratto 28 gianni pezzotta 20 giovanna griffo 6, 61 graziano racchelli 39 ilario navone 37 ivo pandoli 59 lino sgaravizzi 53 lorenzo barzaghi 31 lorenzo linthout C luca lascripa 52 luca prato 35 marco calesso 37 marco carnevali 6, 45 mariano scano 31 mario lensi 33 mario mencacci 27 massimo cavalletti 32 massimo fagni 23 maurizio pittiglio 48 mauro maione 56 paolo bergamelli 32 paolo di falco 24 pier luigi trombi 25 pietro collini 13, 14 primo d’apote 26 raffaele lepore 19 robertino serfilippi 55 roberto carnevali 23 silvia baroni 36 simona rizzo 47 sonja franceschetti 30 stefano miserini 4, 16, 17 tiziano banci 25 tiziano banci 6 tore serra 54 vania bilanceri 44 ■

editoriale

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sul linguaggio della fotografia

di Tiziano Banci

interpretare

I

n questa nota - che inserisco volentieri nel percorso sul Linguaggio della fotografia - vorrei parlare di un argomento che mi sta molto a cuore e credo valga lo stesso per molti di voi, oramai fotografi amatori piuttosto evoluti. Ossia dell’arte o per lo meno della tecnica e la capacità dell’interpretare in fotografia. Nel percorso e nell’evoluzione di un fotografo, che lo faccia per passione o per professione, inizialmente è fondamentale imparare la tecnica di base necessaria per formulare correttamente un’ immagine. A mano a mano che ci si perfeziona, affiora però la voglia e il bisogno di cercare una chiave di lettura visiva che rappresenti il nostro modo di vedere e di sentire per immagini e quindi la necessità di affermare uno stile personale. E’ questo uno degli aspetti più importanti e complessi nell’evoluzione di chi fotografa e spesso occorrono molti anni per raggiungere un livello soddisfacente che possa rappresentare un proprio stile riconosciuto anche dagli altri che conoscono e osservano le nostre immagini. Spesso accade che dopo un excursus di 2-3 anni taluni abbandonino la fotografia perché, sebbene abbiano imparato

a fotografare correttamente, non riescono a compiere quel fatidico passo di cui si è parlato sinora. A coloro voglio dire che è sbagliato mollare perché la crescita avviene molto lentamente e spesso va di pari passo con la nostra maturità e la nostra conoscenza delle vita e delle cose attraverso lo studio e l’arricchimento culturale in generale oltre che del bagaglio tecnico relativo alla fotografia in senso stretto. Quindi l’invito è quello di proseguire fiduciosi. I risultati si vedono col tempo, e di tempo ne occorre parecchio. Oggi, e più che mai con l’avvento del digitale, spesso eseguiamo molti scatti senza davvero soffermarci a “sentire” e comprendere un luogo o una scena che intendiamo fotografare, senza riuscire a rapportare gli stessi al nostro sguardo della mente e del cuore e alla nostra esperienza. Spesso dunque ricaviamo una fotografia che è un multiplo di migliaia e migliaia di fotografie fatte nella stessa maniera da foto di adolfo fabbri tantissime persone. Se fate caso, impresse nella vostra mente rimangono quelle che avete sentito interiormente di più e che immancabilmente sono anche le più riuscite e sulle quali tornate spesso perché continuano a darvi piacere ripercorrendone le fasi dello scatto, le sensazioni provate e la formulazione di pensiero 5


che vi ha portato allo scatto finito. Con ciò voglio dire che, nel momento in cui siete riusciti a compiere questa azione preventiva allo scatto che rappresenta “l’atto fotografico”, quasi sicuramente siete riusciti ad affermare il vostro stile tanto ricercato e agognato. Da lì in poi la perpetuazione di tali momenti stratifica e solidifica la vostra matrice stilistica la quale, subendo progressivamente continui affinamenti, vi garantirà la realizzazione di immagine portatrici del vostro marchio di fabbrica riconoscibile e certo. E’ ovvio che ognuno sceglierà gli argomenti e i generi fotografici che più ama e che più sono consoni al proprio modo di essere; e per fortuna, perché altrimenti ci troveremo daccapo a fare tutti più o meno le stesse fotografie. L’interpretazione dunque è alla base di un modo di fotografare personale. Interpretare un luogo, una situazione, una scena di vita, un volto, una condizione di luce, un modo di fare il bianco e nero e/o il colore, inventare e costruire immagini a tavolino, progettare uno scatto sono tutti mezzi che concorrono al raggiungimento dello scopo finale, quello di avere un proprio “sentimento fotografico”.

foto di giovanna griffo foto di marco carnevali

Per noi conoscitori della fotografia e dei grandi Maestri non sarò difficile riconoscere una foto di Franco Fontana piuttosto che di Mappletorphe e via e via. E questo avviene perché questi grandi autori hanno conseguito un proprio stile. In occasione di questo articolo vorrei fare un esempio utilizzando alcune fotografie di autori che frequentano il nostro portale relativamente ad uno stesso luogo. Mi pare l’argomento forse più facile e chiaro da analizzare in una sessione come questa. Partirei da qui. Per questa volta ho pensato ad un luogo strafotografato e preso di mira da tutti i fotografi prima o poi nel tempo della loro carriera, in modo che tutti abbiano presente il posto prescelto e le sue caratteristiche al punto che si possa facilmente fare un paragone fra le foto cogliendo al contempo il diverso stile degli autori. Fotografie che probabilmente rassomigliano al modo di essere e di sentire di chi le ha scattate e che siamo in grado di riconoscere piuttosto facilmente proprio perché contengono gli elementi contraddistinti degli autori prescelti. E’ curioso dunque vedere come la “Terrazza Mascagni” a Livorno cambi aspetto e chiave di lettura nelle diverse interpretazioni fotografiche sebbene il luogo sia sempre lo stesso e riconoscibile in ciascuna di esse. Si comincia con lo studio geometrico della caratteristica pavimentazione a scacchiera nella foto di Adolfo Fabbri, il quale ha voluto connotare come una firma l’immagine inserendo la presenza impersonale di un passante tagliato a metà con passo aperto, una delle caratteristiche

foto di tiziano banci 6


foto di anis chebbi

ricorrenti nelle sue immagine. Una foto essenziale e molto efficace. Giovanna Griffo invece ha focalizzato la sua attenzione in una visione estremamente grafica e geometrica, molto stretta, in un impeccabile bianco e nero, sfruttando le forme sinuose delle colonnette della spalliera della terrazza e del ritmo a scansione di luci e ombre proiettate dalle stesse sul pavimento. Nella foto di Marco Carnevali emerge tutta la forza dell’impatto visivo garantito dai suoi bianco e nero fortemente contrastati e dalla costruzione classica di un’ immagine in cui il fotogramma risulta molto pieno e nel quale colloca la figura umana con sentito trasporto emozionale e sentimentale. Anche in questa foto la pavimentazione scandita da bianchi e neri così netti diventa argomento essenziale.

Infine, nella foto da me scattata, nella forte compressione dei piani, la scacchiera della Terrazza sembra invece dileguarsi e attenuarsi per aprire lo sguardo verso le colonne in controluce che sembrano sostenere magicamente l’isola della Gorgona in una soluzione visiva di luce e colore che vuole rapportarsi più ad una rappresentazione onirica e fantastica del luogo che realistica. Insomma cinque modi profondamente e sostanzialmente diversi di vedere e sentire colonne, pavimento e spazi. E il luogo è sempre lo stesso. Interpretare dunque come via risolutiva delle nostre esigenze e delle nostre aspettative rispetto alla fotografia. ■

La foto di Anis Chebbi, apparentemente sembra restituirci la visione più naturale e meno interpretativa del luogo così come esso può apparire allo sguardo di un comune visitatore. In realtà la foto si avvale di una sofisticata e delicata tecnica di desaturazione parziale che regala all’immagine un gusto estetico a cui è difficile restare indifferenti. Anche la componente atmosferica e l’uso della luce giocano un ruolo importante nella riuscita e nello studio dell’immagine come affermazione stilistica. 7


profili/1

di Francesca Fascione

francesca

fascione

tempo, ovvero Ingegneria, ho cominciato a studiare e ad appassionarmi al mondo dell’architettura. Negli anni l’interesse si è progressivamente rivolto verso le questioni urbane, e in particolare alla ricerca di relazioni fra la forma della città e i fenomeni sociali. In poche parole, al rapporto fra l’uomo e la città. Non avevo però ancora scoperto quanto potente avrebbe potuto essere la fotografia come strumento per un tipo di ricerca come quello.

Inutilmente tenterò di descriverti la città dagli alti bastioni. Potrei dirti di quanti gradini sono le vie fatte a scale, di che sesto gli archi dei porticati, di quali lamine di zinco sono ricoperti i tetti; ma sarebbe come dirti nulla. Non di questo è fatta la città, ma di relazioni tra le misure dei suoi spazi e gli avvenimenti della sua storia.”

Mi piace usare le parole di Italo Calvino per introdurre l’indirizzo fotografico che più di tutti mi impegna e mi appassiona. Senza alcuna pretesa di restituire in maniera esaustiva l’estrema complessità della scena urbana, la ricerca che cerco di portare avanti da quando “pratico la fotografia” con assiduità si rivolge sostanzialmente alle situazioni quotidiane apparentemente insignificanti, alle scene e alle cose di tutti i giorni destinate a passare, a scivolare via e quindi ad essere dimenticate, spesso senza nemmeno essere viste. Cresciuta in una nikonista famiglia in cui ogni evento ed ogni fatto devono essere immortalati e ricordati, abituata quindi da sempre a portarmi dietro “una qualche macchinetta” con cui fissare momenti di vita con parenti e amici, ho iniziato ad allargare lo sguardo quando, iscritta ed entrata in quel luogo che ancora frequento ed occupa gran parte del mio

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Folgorata, in un caldissimo pomeriggio di un’estate torinese, da una lezione di Gabriele Basilico in occasione del Convegno Mondiale degli Architetti, sono uscita da quella sala affollata con l’intuizione di ciò che mi sarebbe piaciuto fare, sviluppare, realizzare. Era tutto allo stadio embrionale, ed ancora lo è vista la mia scarsa esperienza, ma lì ho per la prima volta capito che la fotografia sarebbe stata un mezzo indispensabile per il mio percorso. A confermare e rafforzare quell’intuizione è stato MaxArtis, oasi felice di scambio e condivisione, e dispensa dei migliori insegnamenti: il luogo, mi piace definirlo così, in cui ogni cosa ha trovato la sua collocazione, in cui sono stati ricomposti i miei dubbi di principiante e dove il mio incessante desiderio di spunti ha avuto finalmente risposte. Ormai la fotografia è indispensabile componente del mio lavoro. Non solo e non tanto per restituire lo stato della realtà, quanto per la possibilità di interpretare in maniera originale la realtà stessa, mostrando e portando in luce cose altrimenti invisibili. Quel che mi piace cercare di fare è dare significato alle scene semplici. Rintracciare nelle cose più scontate l’aspetto figurativo, il lato che si presta ad esserne la rappresentazione. Trovare situazioni inconsapevolmente grafiche, casualmente o spontaneamente dotate di una non ricercata geometria, per provarne una interpretazione e dar loro in qualche modo valore. Cercare l’elemento di unicità


in una scena apparentemente usuale, un nuovo punto di vista per i luoghi a cui siamo abituati, individuare relazioni tra cose apparentemente slegate, rapporti visivi tra elementi urbani fisicamente lontani, scorci inaspettati che aspettano solo di essere svelati. Questo si traduce nella ricerca, a seconda dei casi, di una misura, di una proporzione, di un modulo, di uno o più segni generatori, di una luce -o di un’ombra-, di una ripetizione, di un ritmo geometrico o cromatico; oppure, di un significato diverso da quello abituale o comune, un senso alternativo e perchè no, ironico. Tutto ciò nell’ottica di riuscire in qualche modo a dare una visione stra-ordinaria dell’ordinario, pur nella consapevolezza che per questo la strada da fare,

sebbene entusiasmante, è ancora infinitamente lunga. “Alle volte basta uno scorcio che s’apre nel bel mezzo d’un paesaggio incongruo, un affiorare di luci nella nebbia, il dialogo di due passanti che s’incontrano nel viavai, per pensare che da lì metterò assieme pezzo a pezzo la città perfetta, fatta di frammenti mescolati col resto, d’istanti separati da intervalli, di segnali che uno manda e non sa chi li raccoglie. Se ti dico che la città cui tende il mio viaggio è discontinua nello spazio e nel tempo, ora più rada ora più densa, tu non devi mai credere che si possa smettere di cercarla.” ■ foto dell’articolo di francesca fascione

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profili/2

di Bruno Favaro

bruno

favaro

Quando l’amico Mario Mencacci mi ha chiesto di scrivere qualcosa su di me quasi mi scappava da ridere: e cosa mai potrò scrivere, ho pensato? E dovrò raccontare tutti i difetti che so di avere...? Scherzi a parte non è proprio facile parlare di se stessi, ma mi son fatto coraggio e ho impostato la cosa come se stessi conversando con voi e qualcuno mi facesse delle domande, e per fortuna scrivere non mi spaventa (mentre come conversatore sono molto più scarso). Incominciamo! Chi è Bruno? Nasco nel 1954 a Genova, dove abito tuttora, ed ho una sorella gemella, Franca. Mia madre era casalinga e mio padre impiegato. Infanzia tranquilla e felice fatta di giochi all’aperto e di grande divertimento anche con niente. A 18 anni purtroppo manca mio padre. La perdita affettiva è enorme e dal punto di vista economico è un dramma, ma con l’aiuto di uno zio e di tutta la famiglia riusciamo ad andare avanti, continuo gli studi facendo qualche lavoretto durante le estati e mi laureo in Ingegneria Elettronica. Inizio subito a lavorare in una grande azienda, e mi butto a capofitto nel fantastico mondo dell’elettronica e dell’informatica, che stavano muovendo i primi passi proprio in quegli anni, ed ancora adesso lavoro nel settore.

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Mi sposo con Maria ed ho un figlio, Jacopo. Il lavoro mi piace moltissimo e mi “prende” parecchio (anche se ora con molto meno entusiasmo rispetto al passato) ma metto comunque sempre al primo posto gli affetti e la mia vita privata, che cerco sempre che sia il più tranquilla possibile. Insomma, la lotta per la carriera non fa proprio per me. Nel 2001 la cattiva sorte bussa alla porta: scopro di avere una malattia renale incurabile, l’unico rimedio è la dialisi a vita o il trapianto, inserendomi in una lunga lista di attesa. Da una tragedia può nascere però un fiore bellissimo, anzi due....perchè sia mia moglie che mia sorella gemella si offrono per donarmi un loro rene e poter fare subito il trapianto. I dottori scelgono mia sorella per maggiore compatibiltà, l’intervento riesce perfettamente per entrambi e la mia vita ritorna normale grazie a questo gesto d’amore immenso del quale non potrò mai ringraziare abbastanza. Ma nella mia vita precedente io devo essere stato proprio un cattivone perchè nel 2009 devo di nuovo pagare pegno, questa volta un infartino, comunque risolto senza grosse conseguenze previa “scovolinatura” delle coronarie. E questo “incidente” è stato anche la causa indiretta dell’acquisto della Nikon D90: dopo un ennesimo avviso circa la caducità delle cose, meglio farsi un bel regalo, no? Chissà perchè quanto si racconta della propria vita si parte subito dagli episodi che ci hanno veramente segnato, e che spesso purtroppo sono dolorosi. Ma per fortuna il mio quotidiano è fatto anche (e per fortuna soprattutto) di cose belle. Prima di tutto dal gran dono di avere una vita famigliare serena e felice, con un figlio super. E poi, se mi guardo indietro, vedo tutta una serie di momenti belli, dai viaggi con la famiglia a quelli con gli amici, dalle gite in bicicletta o in MTB alle escursioni a piedi sui monti dell’Appennino qui attorno a me ed alle passeggiate sulle spiagge in inverno. Ora magari sui monti ci arrivo in macchina, ma la Natura ed i panorami sono sempre lì ad aspettarmi, e la Nikon è sempre pronta a scattare. Attualmente mi definirei un tecnico obsoleto con ambizioni


da pensionato appena frantumate e rimandate a data da destinarsi, e con una brillante prospettiva di futuro “esodato”. Come nasce il Bruno fotografo? Nella mia famiglia nessuno era appassionato di fotografia, che era vista come semplice documentazione di una gita o di un avvenimento importante. A poco più di vent’anni mi fu regalata quasi per caso un semplice apparecchio a telemetro e scoccò la scintilla, iniziai a documentarmi sull’argomento, comperai qualche libro e riviste su riviste (cosa che faccio ancora adesso) e mi resi conto che oltre alla semplice tecnica nella fotografia si nascondeva soprattutto un modo per esprimersi. Con alti e bassi da allora essa è stata una mia costante compagna di vita. Quello che mi mancava veramente era l’esperienza in camera oscura, che forse per pigrizia non avevo mai affrontato. Il passaggio al digitale, quindi, è stato un momento importante per me perché, per la prima volta, mi sono trovato nella possibilità di dare il tocco finale alle mie immagini: quello che prima era lasciato ad altri, e cioè lo sviluppo del rullino e la eventuale “personalizzazione” in camera oscura, mi veniva fornito su di un piatto d’argento e finalmente ero io che potevo avere il controllo sul processo completo grazie alla camera chiara. Qual è il tuo genere preferito e cosa cerchi nella fotografia? Beh, sicuramente il paesaggio. E’ il genere che mi viene spontaneo e naturale, forse proprio perchè, rispondendo al secondo interrogativo, quello che cerco nella fotografia è di rappresentare il bello che vedono i miei occhi e, considerando il mio amore per la Natura, il bello per me si identifica spesso con un bel panorama, una bella marina, o genericamente tutto quello che mi emoziona e per cui vale la pena magari una levataccia od una lunga attesa per avere la luce giusta. E poi ho la grande fortuna di abitare in Liguria, una regione che mi consente di avere mare e monti a disposizione, insomma un vero Paradiso a portata di mano dove c’è tutto quello che serve. A dire il vero manca un 4000 con tanto di ghiacciaio, ed un po’ di collinette sinuose come in Toscana, ma spero che la prossima Era geologica mi faccia questo regalo. La foto paesaggistica a mio avviso è la più facile e la più difficile contemporaneamente. E’ facile perchè un bel panorama è lì a disposizione di

tutti, sempre e comunque. Ma è difficile perchè per avere qualcosa che distingua veramente lo scatto è necessario trovare la giusta condizione di luce, serve magari la nuvoletta messa proprio in quel punto oppure l’onda del mare che si frange in un certo modo. E c’è quasi sempre un lampione, un palo, un passante che disturba...Insomma, per ottenere un bel land spesso la difficoltà maggiore è quella di essere nel posto giusto al momento giusto! Ogni volta e’ un terno al lotto ed occorre ritornare parecchie volte prima di trovare quello che veramente si cerca, ed a volte si trovano invece cose inaspettate e magari ancora più valide. In ogni caso, qualunque cosa io fotografi, sia che sia un paesaggio o altro, quello che veramente cerco è di riuscire a catturare nello scatto l’emozione che io provo guardando la scena od il soggetto ripreso, cerco di riuscire a trasmettere un messaggio, che può essere anche solo di bellezza estetica. La maggior parte delle volte perdo la sfida, qualche volta pareggio, raramente la vinco...ma il bello è giocare, no? Oltre al paesaggio cosa ti piace fotografare? Mi piace molto fare macro ad esempio, perchè è un modo per stare in mezzo alla natura senza grosso sforzo fisico, visto che ormai viaggio molto vicino ai 60 (anni, e non velocità!) e purtroppo non sono più in garanzia. In estate è il mio genere preferito e ne scatto parecchie, anche se poi ne invio poche su MaxArtis perchè quasi nessuna è esente da difetti tecnici, e quelle poche che lo sono voglio anche che raccontino in qualche modo una storia o abbiano comunque una particolarità (lo sfondo, i colori, la luce) altrimenti mi sembrano solo un esercizio tecnico. Mi piace il ritratto, che però non pratico quasi mai in quanto non ho la “faccia” per rubarlo o chiederlo a sconosciuti, ed i “conosciuti” (moglie e figlio in testa) mi snobbano alla grande, anzi, scappano proprio! Ci sarà un motivo? Mi capita spesso anche di gironzolare in cerca di una buona street, ma qui i risultati arrivano molto di rado purtroppo. E mi capita anche di cercare spunti per foto di architettura o di particolari. E che dire poi del piacere di giocare un po’ con Photoshop ed inventarsi qualche elaborazione particolare... per fortuna un po’ di fantasia ce l’ho. Insomma, fotografo proprio di tutto, senza preclusione. La qual cosa vista sotto un certo punto di vista può essere un fatto positivo, ma può anche voler dire semplicemente che non sono specialista in niente.

foto dell’articolo di bruno favaro

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Quale aspetto curi maggiormente nella fotografia? In uno scatto riuscito bene tutto deve essere corretto (esposizione, messa a fuoco etc) ma quello a cui bado principalmente è la composizione, intesa sia come bilanciamento delle masse che come pulizia formale: se c’è qualcosa che disturba rinuncio a scattare, così come rinuncio se non trovo l’inquadratura che mi soddisfi. Posso anche chiudere un occhio su una luce non perfetta o cercare di rimediare ad una difficile situazione espositiva, ma non transigo su una composizione che non mi piace. L’attenzione all’inquadratura è una costante di ogni mio momento, anche quando non ho con me la macchina fotografica. Quando cammino, quando guido, anche quando sono al lavoro, insomma ogni volta che un particolare mi attira io gli scatto una fotografia immaginaria con gli occhi, ed anche se è una foto solo virtuale cerco comunque di trovare la giusta composizione. Scatto decine di foto tutti i giorni con gli occhi, e mi capita pure di arrabbiarmi se c’è qualcosa che mi “rovina” l’inquadratura immaginaria. Se poi la scena è riproducibile, spesso torno sul luogo del delitto per fotografarla veramente, ma la maggior parte delle volte la situazione è cambiata e la foto resta solo nel mio pensiero! Che importanza ha avuto MaxArtis per te? Dire “fondamentale” è riduttivo! Se ho iniziato a rivolgermi ad altri generi oltre che al paesaggio è proprio grazie all’esperienza vissuta quasi giornalmente sul Sito, con la visione quotidiana di decine di immagini di ogni tipo e con la lettura dei commenti e dei suggerimenti sotto le immagini e dalle discussioni sul Forum. Se un’immagine mi “prende” cerco di studiarla nei minimi particolari, di capire le scelte dell’autore e di imparare sempre qualcosa. Io non sono mai stato iscritto ad un Circolo Fotografico, quindi questa e’ la mia prima esperienza di condivisione fotografica e, considerando la mia età, direi che ho cominciato un po’ tardi.... ma sicuramente ho cominciato con il meglio. Senza contare che anche dal punto di vista strettamente umano ho conosciuto, sia virtualmente che fisicamente, delle persone splendide e questo forse è l’aspetto più importante. Cosa ti rimproveri fotograficamente parlando? Di carattere sono molto abitudinario, quindi questo si traduce in una poca attitudine a sperimentare cose nuove, e questo è sicuramente un male. Il bello è che quando riesco invece a vincere la mia ritrosia e mi butto in qualcosa di inesplorato vengo preso poi dal sacro furore e mi butto a capofitto nella novità, chiedendomi sempre perchè non l’abbia fatto prima. Un altro mio difetto credo sia quello di accontentarmi del 90 per 100 senza arrivare al massimo. Mi spiego meglio: per ottenere una foto davvero super (a meno di un colpo di fortuna che può capitare poche volte nella vita) è necessario curare quasi maniacalmente ogni dettaglio, ed a me manca proprio questo aspetto: arrivo al 90 per cento, il risultato mi soddisfa magari già così, ho sempre l’ansia di arrivare il più presto possibile al risultato 12

finale (magari per condividerlo su MaxArtis) e non faccio quell’ultimo sforzo di controllo e verifica che spesso può fare la differenza Ed infine un mio limite è quello di non aver mai portato in fondo un “progetto” ad ampio respiro, un lavoro a tema organizzato. Forse sono troppo pigro per farlo, forse mi spaventa l’impegno o forse non ne sono proprio capace! Una frase per concludere? ... confermo che è proprio difficile scrivere di se stessi, ma mi ha fatto davvero molto piacere raccontarvi qualcosa di me! ■


reportage

il

di Pietro Collini

reportage

(seconda parte)

PROBLEMATICHE NELLA LETTURA E DIFFICOLTA’ SEMANTICHE

LA CONTESTUALIZZAZIONE

I

l problema più evidente che affligge la lettura di un’immagine di reportage è la decontestualizzazione, ovvero quando l’immagine viene visionata singolarmente, al di fuori del contesto del reportage. Questa eventualità l’incontro quotidianamente quando carico una fotografia su qualunque sito web. a singola immagine viene vista da molte persone che non conoscono il percorso logico del reportage e leggono la foto sulla base della loro esperienza personale, se non addirittura solo in base a sensazioni epidermiche. a loro esperienza può poggiare su solide basi di preparazione culturale, oppure no, ma quello che più traspare evidente è che ognuno di noi legge l’immagine filtrandola attraverso il suo vissuto, la sua emotività, le sue convinzioni culturali e il suo gusto estetico: è sufficiente? Purtroppo no. Non è abbastanza per leggere in modo corretto una fotografia di reportage, così, isolatamente: occorre contestualizzarla. Da qui parte la raccomandazione di prendere sempre visione delle altre fotografie dell’album proposto.

L L

E

cco che una fotografia come questa:

A

pparentemente non racconta molto, ma se la contestualizziamo, cioè la vediamo nel contesto del capitolo relativo allo sfruttamento, insieme alle altre immagini, allora ci riesce immediato leggere nell’uomo in piedi a destra colui che fa il “caporale” e decide chi può lavorare e chi no. Analogamente negli volti delle altre persone percepiamo preoccupazione se non addirittura angoscia.

BN o COLORE?

N M

ella parte precedente ho asserito che la mia scelta di linguaggio è il BN. Qui facciamo un’analisi semantica. olti miei amici sostengono, a mio avviso a torto, che esistono fotografie che vanno bene a colori e fotografie che vanno bene in BN; altri pongono in risalto come il colore sia molto più reale (o realistico) del BN, ma è veramente così? eggiamo cosa scrive Pio Tarantini in un suo saggio: “…Così anche in fotografia l’uso del bianconero o del

L 13


colore deve rispondere a precise esigenze espressive e non essere mai gratuito: precisato che il primo secolo di vita della fotografia è stato scritto solo in bianconero e quindi con questa, per adesso, più lunga parte di storia ci si deve confrontare, oggi che abbiamo la possibilità di utilizzare indifferentemente e a parità qualitativa l’uno o l’altro mezzo, si deve anche sgombrare il campo da alcuni banali pregiudizi. Il primo di questi vuole che la fotografia a colori sia più realistica di quella in bianconero in quanto quest’ultima tende a trasfigurare, ad astrarre, mentre la prima riproduce più fedelmente la realtà così come la percepiscono i nostri occhi. Invece anche la riproduzione fotografica a colori fornisce sempre un’immagine i cui colori sono alterati da una serie di variabili - la luce e la sua temperatura cromatica, la pellicola o il sensore, l’esposizione - e inoltre c’è da aggiungere che una fotografia a colori, anche se eseguita il più correttamente possibile da un punto di vista tecnico (ma esiste una modalità che si possa considerare corretta?) risponde sempre alle esigenze, alla sensibilità e alla cultura del fotografo in merito al colore. Si tratta dunque di una questione complessa alla quale si può rispondere solo in modo complesso: parafrasando una celebre frase di Man Ray’ - «Dipingo ciò che non posso fotografare e fotografo ciò che non posso dipingere» - potremmo azzardare che si dovrebbe fotografare in bianconero ciò che non si può fotografare a colori e si dovrebbe fotografare a colori ciò che non si può fotografare in bianconero. Stabilire i termini di questa scelta è compito del fotografo che dovrebbe escludere i luoghi comuni sul maggiore o minore realismo dell’una o dell’altra forma d’espressione. A sostegno di questa tesi citiamo l’esempio dei reportage in bianconero di stampo neorealistico degli anni cinquanta che appaiono molto più aderenti alla realtà visibile di altri successivi reportage a colori in cui la realtà viene piegata o a mere esigenze editoriali, con colori quindi accentuatamente vistosi, o alle esigenze iperrealiste o di una lettura ironica del mondo.” 9 ersonalmente mi trovo in perfetta sintonia con quanto egli esprime. Oggi vanno “di moda” reportage dai colori innaturali dai volti draganizzati o alla Dave Hill, ma a mio parere sono, appunto, mode. Già la draganizzazione si vede sempre meno e anche Dave Hill sta esaurendo il suo tempo. Come dicono i saggi: “panta rei”, ma le immagini che ti parlano veramente al profondo del cuore come quelle di Salgado non tramonteranno mai.

P

È

palese che si tratti di una scena altamente drammatica, ma io l’ho vissuta (e francamente la rivivo ogni volta che la osservo) portando nel cuore tutta l’angoscia, il dolore e la fiera dignità di quell’uomo. Avrei potuto non scattare, ma lui e la sua storia sarebbero svanite nel nulla. Invece sono dentro la fotografia che parla a voi, a molti, di una persona perbene, che ci trasmette emozioni forti, ma che ci obbliga anche a meditare, a metterci a nudo. cco il motivo per cui, anche in occasioni dolorose, sento il dovere di proporre agli altri ciò che sto vivendo, pur nel rispetto della persona che ho di fronte.

E

IL LINGUAGGIO CONTEMPORANEO

L

ESTETIZZAZIONE DEL DOLORE

E

cco un termine che mi ha particolarmente colpito. Lo ha scritto il bravissimo Umberto Verdoliva commentando una mia fotografia, quando rimase perplesso sulla possibilità di rendere da un punto di vista di estetica fotografica, un’immagine che racconta una tragedia. Facciamo l’esempio di questa: 14

’invasione di internet, il passaggio dalla parola scritta all’immagine, le scelte editoriali il cui scopo, anche esplicitamente dichiarato, consiste nell’enfatizzare ogni pretesa novità a fini puramente commerciali e speculativi sono alla base di quelle che potremmo definire “avanguardie” (anche se non intendo generalizzare). ggi ogni fotografo che si rispetti, che voglia farsi un nome, deve prima di tutto inventarsi un nuovo linguaggio, un diverso modo di fotografare, al fine di attirare l’attenzione: il contenitore a spese del contenuto. er questo motivo siamo bombardati da immagini dai colori sgargianti, quasi violenti, che s’impongono spesso solo per i loro cromi, ma non per il contenuto, a scapito di

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immagini profondamente evocative e in BN, tanto per rifarmi a quanto accennato all’inizio citando Emanuele Costanzo. tale proposito mi permetto di riportare ancora un passo del libro di Tarantini: “… Non è il luogo questo per poter approfondire questi esempi espositivi che avrebbero bisogno di uno spazio redazionale esclusivo ma li ho segnalati perché mi paiono sintomatici del serio problema, di cui si accennava all’inizio, dell’ambiguità del linguaggio dove ogni immagine può significare una cosa e un’altra ancora e il suo opposto. Il tutto avviene quando questa ambiguità, semantica e propositiva, va a innestarsi dentro un mercato dell’arte in crescita esponenziale che accoglie finalmente la fotografia tra le arti maggiori e un secolo e passa dopo le antiche diatribe otto-novecentesche può accadere, forse è accaduto, che si formi una “bolla speculativa” Una bolla importante non tanto da un punto di vista economicofinanziario: chi non ha interesse tra fotografi, galleristi, critici, giornalisti e operatori vari a che una fetta (piccola, in verità) del denaro che gira intorno al mercato dell’arte sia deviato verso l’opera squisitamente fotografica? E su questa apparente, per certi aspetti, distinzione occorrerà poi spendere qualche parola. La bolla risulta invece più interessante e importante per l’apparato storico-critico di cui ha bisogno per autolegittimarsi: ecco allora che scatta il meccanismo del “tutto è possibile’: Siamo lontani, molto lontani, dall’analisi critica di Iean Clair” che già nel 1983 scriveva della sua meraviglia e disincanto nei confronti di un’Arte snaturata, genuflessa ai miti moderni delle avanguardie. Le famose, importanti, decisive Avanguardie Storiche del Novecento che, per Clair, diventano, in poco tempo, accademia, conformismo. Scrive al proposito, tra l’altro, Clair: “L’avanguardia, esasperando ed esagerando la modernità, tende a negarla: si nutre di essa, ma la divora. ( ... ) La parola importante è “conformità”: l’avanguardia non è il moderno poiché, esattamente come l’estetica neoclassica di Winckelmann, essa si conforma ad un modello. La modernità, il senso moderno, è al contrario il senso dell’unico, del fuggitivo, del transitorio.”

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Pochi sono i critici e operatori che possono permettersi il lusso di esprimere contrarietà o almeno perplessità attorno alle operazioni artistiche in voga e si tratta di alcuni protetti da uno status ormai talmente consolidato da non temere cadute oppure, viceversa, sono voci inascoltate di operatori del tutto emarginati… Questa situazione di una critica omogeneizzata sulla “tendenza” investe dunque il mondo dell’arte in generale e si riversa, accentuandone forse alcuni aspetti, in quella fetta del mondo dell’arte che riguarda la fotografia. Non è difficile così, per una critica pronta a tutto pur di cavalcare l’onda, riempire di significati opere di una banalità sconcertante ed è ormai diventato purtroppo sempre più consueto leggere dei testi di presentazione e di analisi critica che sono dei vuoti esercizi retorici, autoreferenziali, che nulla dicono e che quando dicono qualcosa di comprensibile ha poca o nessuna attinenza con le immagini cui si fa riferimento.” 10.

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ono giunto alla conclusione.

o ritengo, anche a costo di apparire banale, che è sempre opportuno porsi la fatidica domanda: “Cosa vuole trasmettermi l’autore?” n apparenza appare di un’ovvietà disarmante, ma se ci pensiamo a fondo sottintende che ci dobbiamo spogliare di tutte le nostre convinzioni, dobbiamo andare oltre una lettura euristica e liberarci dalle profonde radici ontologiche delle nostre categorie per aprirci a un’analisi semiologica asettica, disinibita, che sappia fruire della testualità dell’immagine in modo da decriptarne il senso più intimo. e alla fine di questa “seduta psicanalitica” non riusciamo a trovare un senso compiuto e l’immagine rimane muta ai nostri sensi, allora questo “vuoto” è evidente significazione che la fotografia in esame è priva di contenuti e quindi futile (“brutta” nell’accezione più letterale del termine). ■

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(le foto dell’articolo sono di pietro collini) Note bibliografiche 9. Pierluigi Basso Fossali & Maria Giulia Dondero “Semiotica della fotografia” Guaraldi Editore 2006 10. Pio Tarantini “Fotografia. Elementi fondamentali di linguaggio, storia, stile” Edito in proprio reperibile presso libreria Hoepli di Milano, 20103. David Levi Strauss “Politica della fotografia” Editrice Postmedia 2007 Altra bibliografia utile: - Arturo Carlo Quintavalle “Messa a fuoco” Feltrinelli Editore 1994 - Pier Francesco Frillici “Sulle strade del reportage” Editrice Quinlan 2007 - Michael Freeman “L’occhio del fotografo” Logos Editore 2008 15


modi di fotografare

la fotografia

concettuale

P

er fotografia concettuale si intende quel tipo di fotografia che esprime un concetto, un idea, un messaggio, più o meno diretto, attraverso la suggestione di una o più immagini (serie o portfolio). La veicolazione del concetto, dall’autore all’osservatore, risulterà tanto più efficace quanto più l’autore riesca ad utilizzare le tecniche fotografiche (sintassi) in modo funzionale a trasferire, appunto, il contenuto (semantica). Ci sono ovviamente molti modi diversi per esprimere il medesimo concetto in fotografia, nessuno dei quali può essere considerato a priori migliore o più efficace di altri. Questo infatti dipende dalla creatività dell’autore, dalla capacità tecnica che possiede e, ultimo ma fondamentale, dall’originalità e stile personale dell’autore stesso, dal suo modo di esprimersi attraverso la fotografia, dal suo personale linguaggio. Dal proprio ed unico, atto creativo. Il processo creativo

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di Stefano Miserini

’atto creativo parte dall’intenzione ed arriva alla realizzazione attraverso una catena di reazioni che 16

sono completamente soggettive. La sua lotta verso la realizzazione è una serie di sforzi, dolori, soddisfazioni, rifiuti, decisioni, che non possono e non devono essere completamente coscienti, almeno sul piano estetico. Il risultato di questa lotta è una differenza fra l’intenzione e la relativa realizzazione, una differenza di cui l’autore non è pienamente cosciente. Fasi del processo creativo La ricerca l’intenzione

e

E

’ difficile dire esattamente quando questa fase inizi, poiché essa fa parte dell’osservare, riflettere, assorbire, del vivere quotidiano. Alcune idee nascono per pura casualità, all’improvviso, quando meno te l’aspetti, altre sono frutto della ricerca e dell’ascoltare. E’ in questa fase che nasce l’intenzione. L’incubazione e l’elaborazione

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ra l’intenzione e la realizzazione può esserci una fase di attesa, che chiameremo incubazione, in cui l’idea ha bisogno di essere elaborata, assorbita, “messa a fuoco”.


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uesta fase può durare pochi minuti oppure giorni, mesi, anni. In questo periodo il processo che governa l’elaborazione può essere anche non completamente cosciente. L’illuminazione e la realizzazione

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o scoppio della febbre fulminante e dirompente è il terzo momento, quello dell’illuminazione: dove poco prima vigeva la confusione e l’oscurità, ora le soluzioni e le idee appaiono e affluiscono con chiarezza, può essere un’intuizione improvvisa, o una visione chiara, o una sensazione, qualcosa tra un’impressione e una soluzione. Altre volte invece è il risultato di uno sforzo prolungato.

La verifica

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’ultima fase del processo creativo è quella della verifica. Come abbiamo detto in precedenza, nella catena delle reazioni che accompagnano l’atto creativo, un collegamento manca. Questo stacco, rappresentante l’incapacità dell’autore di esprimere completamente la sua intenzione, la differenza fra cosa ha inteso realizzare ed ha realizzato, è come un rapporto aritmetico fra il non espresso ma inteso e l’espresso involontario. Risulta fondamentale, quindi, che la personale espressione allo stato “grezzo” necessiti di “essere raffinata” dall’osservatore. Tutto l’atto creativo, infatti, non è effettuato dall’autore da solo; l’osservatore porta l’opera in contatto con il mondo esterno decifrando ed interpretando le connessioni relative ed aggiunge così il suo contributo all’atto creativo stesso. Conclusioni

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er concludere, la fotografia concettuale “da studio” è forse tra tutti i generi fotografici quello che esprime il nostro io nel modo più profondo e viscerale.

Questa è la fase più importante, perché è quella che ci permetterà di esprimere attraverso l’immagine quello che nelle fasi precedenti è nato e maturato dentro di noi. Anche questa fase può durare poche ore - il tempo dello scatto e della post-produzione - oppure mesi o addirittura anni, La realizzazione infatti può essere complessa e richiede, ad esempio, la ricerca di location specifiche, particolari condizioni di illuminazione artificiale o naturale, modelle/i (o meglio, “attori”), in grado di interpretare il pensiero dell’autore, l’acquisizione e il perfezionamento di specifiche tecniche di ripresa o di post produzione.

Se in altri generi fotografici, infatti, come la fotografia di strada, il fotografo è sempre alla ricerca di un istante unico ed irripetibile del mondo che lo circonda (da fermare per sempre in un immagine), nella fotografia concettuale di studio l’istante è già presente dentro di noi. Nasce, vive e prende luce, mediante l’atto creativo e attraverso esso, dunque, esiste. ■

foto dell’articolo di stefano miserini 17


maxartis

storica

adolfo fabbri

22

angelo pavoncello

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claudia calĂ

21

francesco fratto

28

gianni pezzotta

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mario mencacci

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massimo fagni

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paolo di falco

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pier luigi trombi

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primo d’apote

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raffaele lepore

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roberto carnevali

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tiziano banci

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autore: raffaele lepore titolo: inside pubblicazione: 19 febbraio 2007 19


autore: gianni pezzotta titolo: il vecchio e il bambino pubblicazione: 21 giugno 2011

20


autore: claudia calĂ titolo: plenitud pubblicazione: 23 novembre 2011 21


22


autore: massimo fagni titolo: autoscontro pubblicazione: 6 ottobre 2008

pag. 22: autore: adolfo fabbri titolo: 9 lampioni spenti pubblicazione: 20 settembre 2011

autore: roberto carnevali titolo: provinciali pubblicazione: 1 febbraio 2007 23


autore: paolo di falco titolo: il futuro nel passato pubblicazione: 10 dicembre 2010 24


autore: tiziano banci titolo: cold and warm pubblicazione:6 novembre 2010

autore: pier luigi trombi titolo: la grotta azzurra pubblicazione: 21 gennaio 2011

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autore: primo d’apote titolo: inverno pubblicazione: 15 luglio 2011

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autore: mario mencacci titolo: in mezzo al blu pubblicazione: 1 aprile 2009

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autore: francesco fratto titolo: alla finestra pubblicazione: 17 luglio 2011

autore: angelo pavoncello titolo: rossa sport special pubblicazione: 5 maggio 2009

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maxartis

selection selezione delle foto pubblicate fra il 21/5 e il 22/8/2012

adamo giannino 38 alessandro ferretti 38 alfredo caridi 46 antonino prestianni 33 antonio cotugno 42 bruno tortarolo 34 clara ravaglia 46 daniele tattini 43 dino lupani 40 enzo casillo 35 fabio vittorelli 45 flavia daneo 41 graziano racchelli 39 ilario navone 37 lorenzo barzaghi 31 luca prato 35 marco calesso 37 marco carnevali 45 mariano scano 31 mario lensi 33 massimo cavalletti 32 maurizio pittiglio 48 paolo bergamelli 32 silvia baroni 36 simona rizzo 47 sonja franceschetti 30 vania bilanceri 44

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autore: sonja franceschetti titolo: lost in bucuresti pubblicazione: 27 giugno 2012

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autore: lorenzo barzaghi titolo: lite territoriale pubblicazione: 15 giugno 2012

autore: mariano scano titolo: scatto di nicchia pubblicazione: 21 maggio 2012 31


autore: massimo cavalletti titolo: i miei bimbi pubblicazione: 8 giugno 2012 autore: paolo bergamelli titolo: s.t. pubblicazione: 14 agosto 2012

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autore: antonino prestianni titolo: visione numero uno pubblicazione: 13 agosto 2012

autore: mario lensi titolo: bassa marea pubblicazione: 8 giugno 2012

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autore: bruno tortarolo titolo: bagni augustus pubblicazione: 11 giugno 2012

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autore:luca prato titolo: a spasso pubblicazione: 4 agosto 2012

autore: enzo casillo titolo: metaphysical sky pubblicazione: 9 luglio 2012

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autore: silvia baroni titolo: dentro il cuore di perugia pubblicazione: 27 giugno 2012

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autore: marco calesso titolo: in bocca al lupo pubblicazione: 22 agosto 2012

autore: ilario navone titolo: la rondine pubblicazione: 19 giugno 2012

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autore: adamo giannino, titolo: un nuovo giorno, pubblicazione: 3 agosto 2012 autore: alessandro ferretti, titolo: uno scorcio della mia umbria, pubblicazione: 18 luglio 2012

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autore: graziano racchelli titolo: only with my thoughts pubblicazione: 31 maggio 2012 39


autore: dino lupani titolo: l’isola del tesoro pubblicazione: 6 luglio 2012

40


autore: flavia daneo titolo: solo sabbia, acqua, vento... pubblicazione: 23 agosto 2012

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autore: antonio cotugno titolo: un gambo, dei petali... pubblicazione: 28 luglio 2012

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autore: daniele tattini titolo: elisabeth taylor pubblicazione: 10 giugno 2012

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autore: vania bilanceri titolo: pensavo fosse amore... pubblicazione: 6 luglio 2012

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autore: fabio vittorelli titolo: passato, presente e futuro pubblicazione: 15 giugno 2012

autore: marco carnevali titolo: geometrie pubblicazione: 17 agosto 2012

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autore: alfredo caridi titolo: il fascino discreto delle curve pubblicazione: 28 luglio 2012

pag. 47 : autore: simona rizzo titolo: here comes the sun pubblicazione: 21 giugno 2012

autore: clara ravaglia titolo: il giuoco... delle parti pubblicazione: 7 agosto 2012 46


47


autore: maurizio pittiglio titolo: benedetta pubblicazione: 16 giugno 2012

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macrofotografia

il safari nel

di Luca Lascripa

prato

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particolari, e ancora, voglia di restare sorpresi.

uante volte si rincorre una farfalla o una libellula per ammirarne i particolari e i colori: si posano un attimo ma senza concedersi troppo e poi riprendono il vento, leggere. Meravigliarsi di quanto sia bella una mosca fastidiosa o un ragno peloso, di come siano eleganti certi insetti quando si posano su un fiore. Scoprire che anche loro hanno espressioni e atteggiamenti propri, a volte quasi umani. Forse meritano un’anima.

P

er fare macrofotografia non servono attrezzature particolarmente costose o professionali, è utile avere una reflex e un’ottica specialistica macro con focale 90, 150 o anche 180, tuttavia si possono ottenere interessanti risultati anche con compatte o ottiche grandangolari o tele. Una lente con focale 90 o 100 è leggera e maneggevole per scatti al volo, mentre un tele più spinto necessita quasi sempre del cavalletto.

G

li insetti sono ovunque, a macrofotografia di insetti anche in città. è un genere strettamente I luoghi migliori per le macro agli legato all’amore per la natura insetti sono le radure e i prati e per quanto essa propone di incolti possibilmente lontani da piccolo, di nascosto e imprevisto. colture o piantagioni per via dei È il desiderio di restare trattamenti anticrittogamici a meravigliati che stimola coloro cui queste vengono sottoposte, che, con lo sguardo attento trattamenti che per la diffusione a pochi centimetri da terra, enrico lorenzetti, just singing in the rain, 2 maggio 2010 aerea riescono a “devastare” frugano con gli occhi un prato alla ampie zone circostanti. Molto ricerca di una piccola creatura da interessanti anche le zone poter fotografare. La meraviglia di trovare ancora qualcosa umide del sottobosco e quelle in prossimità di ruscelli, stagni di mai visto. o laghetti. Alcune piante fiorite hanno un’attrattiva particolare per gli insetti, per esempio la Buddleia per le farfalle. lla macrofotografia non si approda direttamente, essa richiede spirito di osservazione, sacrifici e pazienza, olti osservatori di una foto macro si meravigliano dei pratica nell’utilizzo delle attrezzature, tecniche a volte colori e dei dettagli. A volte quasi dubitano della loro poco convenzionali, modi di approccio ai soggetti molto autenticità, solo perché non hanno mai avuto l’occasione di

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A

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vedere coi propri occhi quel particolare insetto fermo, magari a succhiare il nettare di un fiore. La domanda che spesso fanno al fotografo è: dove lo hai trovato e come hai fatto ad avvicinarti così tanto senza farlo scappare?

G

li insetti sono meglio fotografabili al mattino presto e alla sera. Sono soggetti a sangue freddo, le temperature più basse e l’umidità della notte li fanno trovare al mattino intorpiditi e immobili, aggrappati a qualche stelo in attesa che i primi raggi diretti del sole li riscaldino riattivando il metabolismo. Inoltre al mattino, dalle prime luci fino a mezz’ora dopo l’alba, la luce è indiretta, morbida e diffusa, la migliore per questo genere fotografico. Anche la luce della sera è altrettanto valida avendo sostanzialmente le stesse caratteristiche, gli insetti però saranno svegli, riscaldati e più difficilmente avvicinabili. Inoltre alla sera spesso c’è vento, il che ostacola le riprese. Il mattino è bene recarsi sul luogo con un certo anticipo per trovare gli insetti e preparare lo scatto con calma. Con poca luce trovarli diventa ancora più difficile perché i loro colori non sono enfatizzati dalla luce brillante che c’è durante il resto del giorno. Il periodo migliore va da metà aprile fino a settembre, in prossimità del solstizio d’estate (21 giugno) essere sul posto prima dell’alba significa dover alzarsi anche alle 4 del mattino. In compenso alle 7.30 si può già essere al bar, belli svegli, a fare colazione magari visionando nella fotocamera le “prede catturate”.

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bbiamo parlato del perché, del dove e del quando, ora parleremo del cosa e del come.

li elementi variabili di una fotografia macro di insetti sono: il soggetto, il posatoio (fiore, erba, stelo ecc.), lo sfondo (inteso anche come ambientazione) e l’eventuale azione (volo, salto, accoppiamento ecc.) . In base a queste variabili di possono avere innumerevoli combinazioni fra le quali: soggetto isolato / ambientato; sfondo leggibile che crea anche ambientazione / sfondo neutro sfumato che fa da mero supporto; soggetto tutto a fuoco / utilizzo di sfocature selettive; soggetto fermo o in azione, e i vari intrecci di queste combinazioni. Per la composizione valgono le regole canoniche: pochi e chiari elementi, abbinamenti cromatici e bilanciamento delle zone chiare e scure, regola dei terzi, proporzione aurea e utilizzo delle diagonali. Per la messa a fuoco, che generalmente è manuale, occorre tener presente che la profondità di campo (pdc) è molto limitata: l’ingrandimento spinto che generalmente va da 1:3 a 1:1, la tipica focale medio/tele delle ottiche macro, la vicinanza al soggetto, il diaframma non chiusissimo (da f/8 a f/16) per avere uno sfondo sufficientemente sfocato, portano ad una pdc di alcuni decimi di millimetro. Ogni soggetto viene quindi sempre ripreso parzialmente a fuoco. A volte una leggera brezza, poco più del respiro del fotografo, può far oscillare il soggetto fuori dalla pdc o generare del micromosso. Sta al fotografo allocare la pdc a piacimento: se vuole il soggetto tutto a fuoco lo riprenderà preferibilmente di profilo 50

e si disporrà col piano focale (sensore) parallelo al corpo dell’insetto o al suo piano alare. Dipende anche dal tipo di soggetto e dal suo sviluppo tridimensionale: una sottile farfalla ad ali chiuse, di profilo, ci starà in un millimetro di pdc, invece la stessa farfalla ad ali spiegate può essere composta nel mm di pdc solo se inquadrata da sopra, col sensore parallelo piano alare. Un voluminoso scarafaggio verrà presumibilmente focheggiato selettivamente sulla testa e le zampe anteriori, oppure si sceglierà di contrapporlo ad uno sfondo più lontano per poter chiudere il diaframma, aumentare così la pdc per “avvolgerlo” tutto. Soggetti perfettamente a fuoco spesso vengono abbinati a sfondi sfocati: è il genere di macro più tecnico, occorre spesso il cavalletto, il live-view per la precisa messa a fuoco manuale, lo scatto remoto o con cavetto. I più evoluti estremizzano la tecnica utilizzano teste per il cavalletto a cremagliera e slitte di messa a fuoco micrometriche, supporti snodabili per i soggetti su posatoio scelto a piacimento, luci addizionali a mezzo di flash o pannelli riflettenti, oltre che a pannelli colorati per sfondi pseudo-naturali. A volte c’è poca differenza con uno studio fotografico. Si potrebbe chiamare macro supertecnica.

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o sfondo è molto importante. Spesso alle prime esperienze si è concentrati sul soggetto e si perde lo sfondo, ci si accorge solo al computer che, per esempio, le eventuali spighe dietro alla farfalla sono tutte inclinate oppure competono sovrastando il soggetto ecc. Lo sfondo, nonostante siamo noi a sceglierlo per gusto e necessità tecniche, rimane pur sempre fornito dalla natura, così come i soggetti e i colori. La natura è la vera artista e noi dobbiamo limitarci a coglierne lo spirito senza stravolgerla con artifizi tecnici. Uno sfondo leggibile crea la giusta ambientazione, certi sfondi possono anche essere elemento contestualizzante di un racconto. Un consiglio importante è di non cercare sempre il massimo ingrandimento fornito dalla lente, altrimenti significa che si è troppo concentrati sul soggetto a discapito dello sfondo. E’ importante tener presente che soggetti chiari e soggetti scuri si comportano in maniera diversa e sfondi chiari e scuri consentiranno di esaltare o impoverire particolari come i peli bianchi o le gocce di rugiada. Le macro “supertecniche” citate sopra tendono ad essere più piatte e meno originali, tuttavia quell’approccio alla macrofotografia è quello che ci spinge di più a capire come utilizzare al meglio la nostra attrezzatura. Acquisita la tecnica ci si può sbizzarrire in sfocature coinvolgenti e composizioni di soggetti-posatoi-sfondi illimitate, anche artistiche.

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opo numerose levatacce e sacrifici si impareranno a conoscere le varie specie di insetti, si apprenderanno le loro abitudini e habitat. Per ogni insetto si saprà qual è la distanza minima per approcciarlo senza spaventarlo, su quale fiore attendere che si posi e quanto tempo ti concederà per scattare. Si entrerà quasi in sintonia con gli insetti fino al punto di riuscire a prevederli, e allora lo scatto fotografico non sarà più il fine ma diventerà il mezzo per questo dialogo con la natura. ■


maxartis

macro a cura di luca lascripa

agostino toci

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alessandro mecantonio

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antonio tabacchiera

53

bertilla casetta

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edmondo senatore

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enrico lorenzetti

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fabio vitali

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ivo pandoli

59

lino sgaravizzi

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luca lascripa

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mauro maione

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robertino serfilippi

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tore serra

54

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autore: luca lascripa titolo: asilide pubblicazione: 30 giugno 2011

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autore: lino sgaravizzi titolo: formichina pubblicazione: 23 giugno 2012

autore: antonio tabacchiera titolo: anthomya sp., ditteri pubblicazione: 21 ottobre 2011 53


autore: edmondo senatore titolo: from darkness to light pubblicazione: 8 aprile 2011

autore: tore serra titolo: abbiamo detto le bugie pubblicazione: 30 novembre 2011

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autore: robertino serfilippi titolo: oggi vedo tutto giallo pubblicazione: 20 giugno 2010

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autore: mauro maione titolo: posizione pericolosa pubblicazione: 12 ottobre 2011

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autore: fabio vitali titolo: volando tra i colori pubblicazione: 31 maggio 2010

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autore: bertilla casetta titolo: tre anni pubblicazione: 18 febbraio 2012

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autore: ivo pandoli titolo: ragno granchio pubblicazione: 18 maggio 2012 autore: alessandro mecantonio titolo: xxx pubblicazione: 22 settembre 2010

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autore: agostino toci titolo: mini mosca pubblicazione: 17 maggio 2011

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una foto coi baffi

di Tiziano Banci

“peccati di fraGOLA” di Giovanna Griffo

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entisette fragole. Così disposte: tredici nel bicchiere, come per augurare subito, con un numero scaramantico, buona fortuna a chi potesse avere la fortuna di assaporarle; tre, al centro dell’immagine, con un richiamo al numero che identifica da sempre la perfezione; infine cinque in basso

foto pubblicata il 10 maggio 2012

a sinistra e altre sei nell’ultimo gruppetto a destra. In tutto ventisette che è un multiplo di nove e di tre. Un inno alla perfezione, alla bellezza e alla seduttività di questo frutto goloso. Non so se Giovanna abbia disposto le fragole con questa consapevolezza, se ci abbia fatto caso, 61


anche se mi fa piacere pensarlo come nelle sue attitudini, ma sta di fatto che la sua composizione di still life rispecchia questa quasi esoterica costruzione. Scegliere fra le tante belle foto di still life presenti nella galleria di Giovanna non è stato facile. Colpisce in tutte la ricercata formalità compositiva e la bellezza della disposizione degli elementi sul set del piano di lavoro. Un bellissimo e preciso, armonico uso dei fondali, dei drappi di tessuto su cui Giovanna immerge le sue nature morte come per accoglierle dentro uno scrigno prezioso. Ma colpisce anche il sapiente uso della luce, mai sopra le righe, mai con cadute di tono, sempre costante ed uniforme su tutte le zone del fotogramma, con una sparizione della stessa per lasciare posto all’oscurità attraverso una delicata progressione degradante che dà molta profondità e tridimensionalità ai suoi chiaroscuri. Luce, che guardate bene, proviene da piccole sorgenti, come quella di una candela o una torcettina distribuita sui soggetti con padronanza di tecnica. Tecnica questa ormai nota che si lascia chiamare col nome di Light painting. Luce pittorica dunque. Luce che ovviamente è il primo ingrediente della fotografia e della pittura, quello che quasi sempre decreta la bellezza e la riuscita di uno scatto come di un quadro. E’ fin troppo facile riferirsi al fatto che l’etimologia della parola “fotografia” trova origine nel concetto di “scrittura con la luce”. Così come è fin troppo scontato forse riferirsi alle immagini di Giovanna paragonandole a certe pitture di natura morta dei grandi pittori fiamminghi come Jan van Eyck per esempio, ma pure di altri grandi artisti anche italiani. Un genere fotografico che si motiva nella ricerca della bellezza visiva da gustare con uno sguardo rilassato e prolungato che si nutre dei piacevoli accostamenti cromatici, delle trasparenze e dei riflessi di luce che spesso si fanno carezza sulle superfici della frutta e dei soggetti ripresi. Questa foto in particolare, a mio avviso si distingue inoltre per la sua costruzione risolta sul piano verticale, rara da riscontrare nelle composizioni di natura morta che prediligono quasi sempre lo sviluppo in orizzontale con un solido piano d’appoggio e una staticità solenne che deriva dall’ampiezza del piano compositivo. Una composizione che, grazie ad un sostegno nascosto sotto il fondale, trova il suo apice per discendere a scaletta verso il basso in una progressione estremamente armonica e funzionale. Il fotogramma appare pieno e solido nonché dinamico nel percorso che suggerisce allo sguardo dell’osservatore. Apprezzabile infine appare la ricchezza dei dettagli che si esplica nella pregevole sensazione di nitore visivo dato dall’incisione delle foglie ben visibili in tutta la loro ramificata struttura naturale. Una “foto coi baffi” dunque, possibilmente da stampare e appendere nel proprio soggiorno o tinello. Ma anche una foto da condividere per il suo peccaminoso messaggio visivo intrinseco al titolo prescelto divertendosi a smontare l’ensemble piluccando e gustando una per una una le 62

ventisette intriganti fragole che certo vorrebbero restare a far bella mostra di sé nell’immagine così aggraziata di Giovanna. ■


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Maxartis Magazine n. 2 Autunno 2012

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