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Taranto tra storia, leggende e tradizioni ( quarta parte fino a Leonida di Taranto) a cura di nonna Serena


PIRRO

Nato nel 319 a.C., Pirro era figlio di Eacide, re dell’Epiro, che fu cacciato dal Regno per mano del popolo in rivolta. Alla morte del padre, a soli tredici anni, fu rimesso sul trono, dal quale venne però detronizzato, dopo poco tempo. Nel 297 a.C., sposò Antigone, figlia di Tolomeo d’Egitto e, con l’aiuto del suocero, si impossessò nuovamente del trono diventando re della parte meridionale dell’Epiro, di quella, cioè, vicina alla Macedonia.

Rimasto vedovo, si risposò con Lanassa, figlia di Agatocle di Siracusa, che gli portò in dote l’isola di Corcira. Alla morte di Alessandro Magno, approfittando del caos che si era creato nelle istituzioni, si impossessò di gran parte della Macedonia e della Tessaglia, ma una guerra contro Lisimaco, re di Tracia, gli costò la perdita di molti suoi possedimenti. Rivolse allora le sue attenzioni alla Magna Grecia, rispondendo alla richiesta di aiuto di Taranto contro Roma. Era il 281 a.C.


TARANTO CONTRO ROMA I Tarantini, quindi, avevano mandato degli ambasciatori in Epiro, per chiedere aiuto a Pirro. Questi, però, esitò, prima di accettare, un po’ perché temeva la forza ed il numero dell’esercito romano -per questo fu rassicurato dai Tarantini che gli promisero che anche i Sanniti, i Bruzi, i Lucani ed i Salentini sarebbero stati loro alleatima anche perché teneva in grande considerazione il giudizio di Cinea, filosofo della Tessaglia, discepolo del grande Demostene e suo consigliere.

Cinea era contrario alla guerra contro i Romani ed illustrò al re i pericoli cui sarebbe andato incontro, ma Pirro decise di accogliere la richiesta di aiuto dei Tarantini, anzi si fece precedere da una nutrita avanguardia guidata proprio da Cinea. Questi partì con una spedizione composta da tremila fanti e, giunto a Taranto, iniziò a predisporre gli accampamenti per accogliere un esercito molto numeroso. Pirro, infatti, nel frattempo, aveva reclutato ventimila fanti, ventitremila arcieri, quattromila cavalli e venti elefanti.


Cinea, dopo essere sbarcato a Taranto, rimandò le navi in Epiro, insieme con altre colà reperite, così Pirro approntò la flotta e si mise in viaggio verso la città bimare. Ma, proprio quando entrò nel golfo di Taranto, una furibonda tempesta lo assalì ed alcune navi furono trascinate in Africa, altre verso la Sicilia ed altre ancora andarono perdute. Il re si salvò, saltando dalla nave e raggiungendo a nuoto la riva, dove fu accolto dai Messapi che decisero immediatamente di allearsi con lui.

Appresa la notizia del naufragio, Cinea si affrettò ad andare a prelevare Pirro, mentre a Taranto si preparavano accoglienze trionfali, organizzando festeggiamenti con manifestazioni varie. Pirro, però, fece sentire subito la sua autorità vietando feste e giochi e ordinando di chiudere il teatro ed il ginnasio. Inasprì tasse e tributi in previsione delle spese belliche ed obbligò i giovani ad allenarsi duramente per tornare ad essere quei soldati valorosi e stimati da tutti negli anni precedenti.


Proprio riferendosi a questi avvenimenti il commediografo tarantino Bino Gargano, famoso per i suoi testi teatrali in vernacolo scrisse la commedia:”Arrivò Pirro…e spicciò ’a pacchie” ( intendendo il termine pacchie come vita comoda)in cui con toni farseschi raccontava della delusione dei Tarantini all’arrivo di Pirro che li privava di gran parte della loro libertà e dei divertimenti a cui erano ormai da tempo dediti. La commedia fu rappresentata al teatro Orfeo di Taranto nel 1973, ottenendo un grande successo.

Tornando al 281 a.C. ed alla storia di Taranto, gli storici raccontano che si era formato un movimento di protesta, composto soprattutto da giovani che non accettavano le restrizioni imposte da Pirro, ma che poi dovettero adattarsi, loro malgrado, soprattutto per dimostrare agli Epiroti che non avevano perso lo spirito battagliero per cui i Tarantini erano diventati famosi. Alcuni popoli vicini, fra cui i Reggini cominciarono a temere di venire aggrediti da Pirro, perciò chiesero aiuto a Roma.


Questa fu ben contenta di accorrere in aiuto di Reggio,ma invece di proteggerla, la saccheggiò, mentre le truppe si divisero il bottino. Il senato romano tentò di scusarsi e punì severamente i soldati colpevoli del saccheggio poi, però, ordinò all’esercito di accamparsi proprio in quella città. I Tarantini capirono che non era più il tempo di temporeggiare: dovevano, invece, prepararsi ad affrontare la guerra con i Romani, ormai molto vicini. Infatti un esercito, al comando del console Publio Valerio Levino aveva già attraversato la Lucania.

Con il nemico a poco più di cento chilometri da Taranto,Pirro, prima di iniziare la vera e propria guerra, pensò ad una mossa che potesse evitarla, così mandò una delegazione a parlamentare con Levino, spiegando che era venuto in Italia più per mediare la pace fra Taranto e Roma che come nemico dei Romani, proponendo anche un accordo economico per ripagare Roma dell’affondamento delle due navi. Secondo alcuni storici, il console romano avrebbe risposto con arroganza.” Riferite al vostro re che noi Romani non lo vogliamo come giudice e non lo temiamo come nemico”.


Dino Primo( pseudonimo del giornalista Clemente Salvaggio) nella sua rubrica quotidiana” Taranto,Taranto mia”sul Corriere del Giorno del 1980 racconta in maniera appassionante questo periodo storico che vede come protagonista Pirro.” La risposta arrogante del console Levino costrinse Pirro ad affrettare gli eventi, perciò, appena gli giunse la notizia che i Romani avevano attraversato il fiume Bradano, partì all’attacco, gettandosi egli stesso al centro della mischia, dando prova di grande valore , costituendo anche un esempio per i suoi soldati.

I Romani si resero conto che Pirro doveva essere messo subito fuori combattimento e dettero l’incarico ad Epaclo, un valoroso soldato romano, di uccidere il re, ma dopo averlo sfiorato con una lancia, Epaclo venne ucciso da Leonato, un cavaliere macedone fedele al re, che arrivò al punto di indossare l’armatura di Pirro per confondere i nemici, cosa che avvenne. Poi Leonato, accerchiato dai Romani, pur combattendo valorosamente, venne ucciso, facendo esultare i nemici che credettero di avere ucciso il re.


I soldati tarantini ed epiroti, a questa notizia, furono presi dallo sgomento, ma Pirro si fece subito riconoscere dai suoi uomini, incitandoli a seguirlo ed a combattere, poi decise che era giunto il momento di dare via libera agli elefanti”. Gli elefanti da guerra provenivano dall’India e venivano addestrati nelle cariche per spaventare i nemici.

Su ogni pachiderma c’era una torretta nella quale si trovavano alcuni soldati che scoccavano frecce e tutti gli animali erano ricoperti da una serie di scudi per evitare che potessero ferirsi. Alla vista di quegli animali sconosciuti spinti da Pirro, i Romani si diedero alla fuga, mentre iTarantini guidati da Manlio, un loro valoroso guerriero, fecero strage dei nemici rimasti sul campo. La battaglia si svolse ad Eraclea il 1° luglio del 280 a.C e comportò un gran numero di perdite in vite umane sia da parte


dei Romani che da quella dei Tarantini e degli Epiroti e a chi si congratulava con Pirro per la vittoria ottenuta, questi, secondo lo storico Paolo Orosio rispondeva:” Un’altra vittoria come questa e me ne torno in Epiro senza più nemmeno un soldato”. Probabilmente si deve proprio a questa frase l’origine del modo di dire” una vittoria di Pirro” cioè “ lo scopo è stato raggiunto pagando, però, un prezzo troppo alto”. Dopo la battaglia di Eraclea anche le popolazioni che avevano esitato a scendere in guerra al fianco di

Taranto, si unirono a Pirro che come segno di gratitudine fece sacrifici agli Dei, mentre i Tarantini, secondo alcuni storici, festeggiarono innalzando la Nike, la celebre statua alata della Vittoria, di cui si conoscono vari esemplari, la più famosa dei quali è la Nike di Samotracia, conservata al museo del Louvre di Parigi.


Dopo la battaglia di Eraclea, Pirro non volle perdere tempo perché,anche se in ritardo, erano arrivati gli eserciti alleati dei popoli lucani, bruzi e sanniti. Così attaccò alcune città devote ai Romani ed avanzò fino ad arrivare ad Anagni, località molto vicina a Roma. Il Senato della città ripensò amaramente al rifiuto delle offerte di pace avanzate da Pirro e decise di inviare il console Gaio Fabrizio Luscino a trattare un accordo con il re epirota. Pirro ascoltò con molta attenzione le proposte

del console promettendo di rifletterci bene. Poco dopo decise di mandare a Roma il fido consigliere Cinea. Questi, grande oratore, propose delle eque condizioni e sbalordì il Senato con la sua eloquenza e gentilezza, riuscendo a ricordare il nome dei numerosi senatori di Roma. Tutto, perciò, sembrava avviarsi per il meglio fino a quando prese la parola il vecchio censore cieco Appio Claudio che insorse con parole di fuoco contro coloro che volevano patteggiare con il nemico.


Lo scrittore Appiano di Alessandria nella Storia di Roma riporta le parole conclusive del discorso di Appio Claudio:”Se Pirro vuole la pace e l’amicizia dei Romani, si ritiri prima dall’Italia e poi mandi i suoi ambasciatori. Fintanto che rimarrà non sarà considerato né amico, né alleato, né giudice arbitro dei Romani.” Grande fu l’imbarazzo dei senatori che presero un’altra decisione e dissero a Cinea di riferire a Pirro che se voleva la pace doveva lasciare

l’Italia. Per la verità non furono solo le parole di Appio Claudio a far cambiare parere ai senatori, ma anche la notizia che una flotta di navi dei Cartaginesi ( ostili al re dell’Epiro) aveva gettato le ancore alla foce del Tevere e che la pace con Pirro avrebbe reso ancora più delicati i rapporti con quel popolo africano. Pirro, infuriato, tornò a Taranto per preparare le proprie forze. Nella primavera del 279 a.C. i Romani, arruolate due nuove legioni al comando dei consoli Publio Sulpicio e Publio Decio Mure, partirono all’attacco dell’esercito epirota e tarantino.


Lo scontro avvenne alle foci del fiume Aufido ( oggi Ofanto) nei pressi di Ausculum (l’odierna Ascoli Satriano). Il combattimento si svolse in due fasi: nella prima, Pirro non poté usare gli elefanti, perché il terreno era aspro e paludoso e, avendo gli eserciti una forza quasi uguale, la battaglia non ebbe né vincitori né vinti e fu interrotta temporaneamente. Dopo tre giorni Pirro, avendo scelto un terreno pianeggiante per i combattimenti, poté impiegare gli elefanti. I Romani, però, si erano organizzati con carri pesanti sui quali avevano sistemato degli ordigni adatti a

colpire i pachidermi. Ma a nulla valse questo stratagemma, perché, oltre agli elefanti, Pirro schierò due poderose schiere di cavalieri abituati al combattimento corpo a corpo e fra questi si fecero notare, con i loro scudi bianchi, i coraggiosi soldati tarantini. Ancora una volta la vittoria arrise a Pirro ma costò un gran numero di morti, feriti e prigionieri da ambo le parti. A questo punto fu proprio Roma a proporre lo scambio dei prigionieri, inviando come ambasciatore Gaio Fabrizio Luscino, conosciuto come uomo saggio, onesto, integerrimo, ma povero.


Pirro accolse Gaio Fabrizio con grandi onori e gli offrì ricchi doni che, sia pure con cortesia, il console rifiutò. Poi chiese al re quale riscatto volesse per liberare i prigionieri romani e questa volta fu Pirro a prendersi la rivincita. Quinto Ennio nel libro V degli Annali riporta la sua orgogliosa risposta” non chiedo oro per me, non voglio compensi da voi; non come mercanti di guerra, ma come guerrieri, col ferro non con l’oro decideremo della nostra vita e della vostra. Che cosa riservi la sorte sovrana, se voglia me sul trono oppure voi,

dobbiamo sperimentarlo col valore. Ecco la mia risposta: poiché la fortuna di guerra ha rispettato il loro valore, anch’io rispetterò la loro libertà: così è deciso. Io li offro a voi: conduceteli via; ve li do col favore degli dèi.” Lo scambio dei prigionieri avvenne quindi con le modalità in uso a quel tempo. Tornato a Roma, grazie al buon lavoro svolto nello scambio dei prigionieri, nel 278 a.C. Gaio Fabrizio fu nominato per la seconda volta console e a lui si rivolse Nicia, medico personale di Pirro. Questi, istigato


da alcuni stretti collaboratori del re andò a proporre al console Fabrizio di uccidere Pirro, in cambio di una grossa somma di denaro, poiché lui, come suo medico personale, avrebbe potuto tranquillamente avvelenarlo. Fabrizio si adirò ed ordinò ai soldati di incatenare Nicia e di consegnarlo a Pirro insieme con una sua dettagliata relazione. Il re epirota rimase sconvolto nell’apprendere la notizia e commosso dalla generosità di Fabrizio e, secondo quanto riportato dallo storico Eutropio nel libro II del suo Breviario,

avrebbe esclamato:” …esser più facile mutare il Sole dal suo corso che Fabrizio dal sentiero dell’onesto”. Detto questo, il re fece giustiziare Nicia e liberò gli altri prigionieri mandandoli a Roma con i suoi ringraziamenti. Durante questo periodo di tregua, Pirro si ritirò a Taranto, dove gli giunsero due richieste di aiuto: da parte dei Macedoni che lo invitavano ad unirsi a loro per combattere i popoli dei Galli, che tentavano di invadere i loro territori e da parte delle città siciliane della Magna Grecia che tentavano di arginare l’aggressione dei Cartaginesi.


una località fortificata amica dei Pirro prese la decisione di andare in Cartaginesi e altre città controllate dai Sicilia, anche perché nel frattempo Punici( altro nome dei Cartaginesi) si era morto il re di Siracusa,Agatocle, posero sotto il suo comando. Pirro suo suocero e sperava di assicurare era convinto di avere ormai al figlio Alessandro la successione al conquistata tutta la Sicilia, ma, a trono. I Tarantini protestarono: in fin questo punto la sua marcia trionfale si dei conti erano stati loro a chiamarlo interruppe: la città di Lilibeo( odierna in Italia, ma il re li rassicurò facendo Marsala)non cedette all’attacco del fortificare la città e lasciando il potere suo esercito, perché i Cartaginesi si in mano al figlio Eleno ed al suo erano asserragliati su quel lembo di luogotenente Milone. A Siracusa fu terra, così vicino alla loro patria dalla accolto trionfalmente-tutti sapevano quale pervenivano continui rifornimenti che aveva sconfitto i Romani- e via mare. nominato re. Tutti i signori della Sicilia gli misero a disposizione uomini ed armi con i quali conquistò Erice,


Pirro, inoltre, era diventato troppo arrogante ed autoritario, arrivando ad umiliare proprio coloro che lo avevano chiamato in Sicilia e che cominciarono ad abbandonarlo, alcuni unendosi ai Cartaginesi, altri ai Mamertini.Questi erano dei soldati mercenari, di origine campana, arruolati da Agatocle, re di Siracusa. Alla morte del sovrano si erano impadroniti di Messina, città posta sullo stretto e di grande importanza strategica. A questo punto Pirro decise di tornare a Taranto, dove lo attendevano a braccia aperte, ma trovò la strada sbarrata dai Mamertini ed a Messina si svolse

una tremenda battaglia, durante la quale lo stesso Pirro venne ferito, ma continuò a combattere trascinando alla vittoria i suoi uomini. Nel viaggio verso Taranto, le truppe epirote si fermarono a Crotone, città che si era rifiutata di aiutarle nella spedizione in Sicilia e la misero a ferro e a fuoco, rubando tutto quello che trovarono, poi ritornarono a Taranto nel 276 a.C. Gli anni che Pirro aveva trascorso in Sicilia avevano permesso ai Romani di rafforzarsi ed organizzarsi e anche di sottomettere i Lucani ed i Bruzi, isolando così la città di Taranto.


Il re epirota, quindi,nella primavera del 275 a.C. decise che era giunto il momento di riprendere la guerra contro Roma, perciò con un esercito più numeroso attraversò la Puglia e giunse nel Sannio. Nel villaggio di Maleventum lo attendeva il console Manlio Curio Dentato con i suoi uomini, mentre le legioni del console Cornelio Lentulo accorrevano in aiuto. La battaglia fu spaventosa per il gran numero di morti lasciati sul campo, Pirro dovette soccombere mettendosi in salvo con pochi uomini e lasciando ai Romani l’accampamento con numerosi prigionieri.

Curio Dentato tornò a Roma da trionfatore con molti prigionieri ed un ricco bottino ed, in ricordo della vittoria, i Romani chiamarono Beneventum ( oggi Benevento) la località dove era avvenuto lo scontro. Per Pirro proseguire la guerra era impossibile, non aveva uomini, né mezzi, perciò decise di tornare in Epiro, promettendo ai Tarantini che sarebbe tornato con i rinforzi e lasciò a Taranto i l figlio Eleno ed il suo luogotenente Milone a capo di una piccola guarnigione. Ma Pirro non mantenne la promessa e a Taranto non tornò più.


Finì così la campagna in Italia del re dell’Epiro che aveva sognato di diventare il re della Magna Grecia.

Tornato in Grecia, Pirro dovette combattere contro Antigono Gonata che si era impossessato della Macedonia e contro Areo, re di Sparta per il possesso del Peloponneso. Il suo esercito

trovò una forte resistenza e, nonostante il figlio Eleno fosse tornato da Taranto in suo aiuto, venne sconfitto e, nel 272 a.C. morì ad Argo, dove si era ritrovato confuso in mezzo ad una guerriglia, durante la quale una donna lo colpì al capo con una tegola, permettendo così ad un soldato nemico di ucciderlo. Abbandonati da Pirro, i Tarantini capirono che dovevano decidere da soli del loro futuro, ma c’erano molti contrasti: alcuni volevano stringere un accordo con i Romani, altri volevano continuare a combattere. Inoltre una flotta di navi cartaginesi si ancorò nel mare di Taranto


La città assediata via mare dai Cartaginesi e via terra dai Romani decise di affidare a Milone, il generale epirota lasciato da Pirro a difesa della città, il delicato incarico di trattare con i Romani affinché togliessero l’assedio. Milone, però, si fece corrompere dal console romano Lucio Papirio e consegnò Taranto al nemico, aprendogli nottetempo le porte della città. Milone riuscì a fuggire con il prezzo del tradimento e le truppe romane, entrate nella città, ne smantellarono le mura, imposero un tributo di guerra e mandarono a Roma tutto ciò che

faceva parte del tesoro di Taranto - statue, oggetti preziosi e perfino gli uomini di cultura, fra cui il poeta Livio Andronico-. I Romani festeggiarono per giorni la vittoria tanto attesa con giochi e banchetti pubblici. LIVIO ANDRONICO

Nato a Taranto nel 280 a.C., Livio Andronico fu portato a Roma come schiavo dopo l’occupazione di Taranto da parte dei Romani nel 272 a.C.


Insegnò latino e greco ai figli di Livio Salinatore che lo rese libero. Fu poeta, drammaturgo e attore teatrale e, per avvicinare i giovani romani allo studio tradusse in latino l’Odissea di Omero. Morì nel 200 a.C.

LEONIDA di TARANTO Leonida nacque a Taranto nel 320 a.C. e quando i Romani occuparono la città nel 272 a.C. per evitare di assistere alla fine della sua città ed un futuro da schiavo, preferì andare in volontario esilio. Lontano dalla patria, errò a lungo, prima in Epiro,

poi in Macedonia e quindi in Grecia dove morì nel 260 a.C. Leonida fu grande poeta epigrammista imitato da poeti latini come Properzio ed Ovidio. Bello è il suo epigramma:” Vivo una vita che non è” i n cui descrive la sua vita misera ed errabonda, ma resa più lieve dal dono della poesia. ” Molto lontano dalla terra d’Italia io giaccio, e da Taranto mia patria: e questo per me è più amaro della morte. Tale la vita invivibile dei mortali; ma me le Muse amarono, ed ho miele anziché sventure. Non è caduto il nome di Leonida: questi doni delle Muse mi annunceranno in ogni tempo”.


storia di taranto n.°4