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FREE PRESS


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il primo FREE PRESS con realtà diminuita

Direttore Editoriale

Segretario di redazione

Disegnatori

Tommaso Ranchino

Andrea Pergola

Fumetto e illustrazioni : Stefano Bucci

Co-Direttore

In redazione:

Tipografia:

Nicola Liguori

Raffaele Saggio, Ernesto Ruscio, Fabio del Piano, Angelo

Tipografia Monti, Via Appia 52, Cisetrna di Latina

Gloriani, Sergio Scherillo, Alessadro Nolon, Fahad Faruqui, Caporedattori:

Enzo Mendolicchio, Davide Agostini, Heidi Fisher, Giacomo

Questo periodico è registrato come testata giornalistica

Edoardo Iervolino (musica)

Nervegna, Alessandro lo Russo, Sebastian Godart,

Meltin’Pot - testata giornalistica mensile.

Valentina Vivona (planet)

Saiyora Ismailova, Nunziata Messina, Carlo Mauro, Manuel

Autorizzazione tribunale civile di Roma n° 493/2006 del

Valerio Celletti (cultura)

Mauro, Valerio Pettinari, Giovanni Scolaro, Giulia Gip,

29/12/2006 - propietà ed editore: A.C. MELTIN’POT Sede

Tommaso Ranchino (cinema)

Francesco Ferrara, Marta Segoloni, Ilaria Porta, Stefano

legale: Via Taurinova, 64- 00178 Roma

Valentino Catricalà (underground)

Bucci, Angelo Sante Panico, Claudia Padoan, Luca

Pietro Salvatori (quella sporca dozzina)

Simone, Federico Bisozzi.

email: redazione.mp@gmail.com

INTERVISTA A MICHELE BOLDRIN.......................................................... 8 FIBONACCI E LA RIVOLUZIONE FINANZIARI.......................................... 12 UN MARE CHE NON C E’............................................................................ 14 ROBERT DOWNEY Jr. : LE CADUTE I SUCCESSI...................................... 16 JAMES CAMERON....................................................................................... 20 INCONTRO CON MICHA WALD.................................................................. 24 IL SEGRETO DI MARYL STREEP............................................................... 30 SILVIA JESSICA PARKER........................................................................... 32 CASILINO 900........................................................................................... 36

*MP magazines non sarà responasabile dell’uso improprio della rivista per atti di terrorismo, aeroplanini scadenti, o barchette titanic-che.

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CONTRIBUTORS

Giovanni Scolaro

Manuel Mauro

Ilaria Porta

In fuga dalla propria patria sicula , ora mi trovoa Milano per un master in Multimedia Design presso il NABA. Dopo tutte le ore passata a sperare di essere una rock strar piena di groopieho scoperto che la mai vera vocazione è essere nerd e sfigato. Per questo contribuisco a MP, è veramente trendy quanto i calzini di spugna.

Una persona non sceglie di essere un supereroe sono gli altri ad affidarli questo compito. Io ho fatto finta di nulla e ho cambiato nick. Ora vivo sotto false spoglie per essere me stesso, per bere birra in santa pace, godermi il divano e la playstation. Se svelate la mia identità a qualcuno vi sparticello con la forza del pensiero!

Non sono mai riuscita a metter due parole in fila di italiano su un pezzo di carta, fintanto che non ho scoperto l’esistenza di word. Ho capito che il mio problema non era la penna o la carta, ma la mia bruttissima calligrafia. Superato questo problema ho iniziato a premere tasti l’uno dopo l’altro e oggi lo faccio per lavoro. Ma mica mi pagano.

Lorenzo Koene

Federico Bisozzi

Andrea Pergola

Sono l’ultimo della stirpe dei Koene, ma nessuno ha fatto mai un film o un documentario su di me e la mia vita. Dato tutto questo disinteresse ho deciso di scrivere io degli altri, per ripicca, finchè Herzog non si deciderà a fare un documentario sull’estasi dei Koene.

Le miei ricerche sonore iniziano fin da piccolo e continuano con ogni strumento disponibile e immaginabile , digitale o analogico. Produco colonne sonore e suonerie per cellullari. Non ho mai preso una lezione di musica, credo più nel sentire che nel sapere. Amo Balzac, Flaubert e chatto con Robert Milles quando mi annoio.

Giornalista pubblicista, è Segretario Generale delle testate MP News e MP Magazine dal 2007. E’ stato Responsabile della Fotografia ed Art Director delle due testate. Attualmente è responsabile di Through the {Lens}, galleria fotografica di ricerca ed esposizione permanente e di Maybephoto, i photocontest di MP News.

Alfredo Chirizzi

Claudia Padoan

Stefano Bucci

Fino all’età di cinque anni ha impiegato tutte le sue forze per nascondere al mondo l’uomo pipistrello, il suo alter ego. E’ attualmente impegnato nel tentativo di toccare il cuore di qualcuno attraverso il visual merchandising. Per il futuro tra i buoni propositi c’è l’addestramento ninja di Carolina, la nipotina unenne.

Claudia Padoan nasce a Roma nel 1983. Nel 2002 si iscrive al corso di Scultura all’Accademia di Belle Arti di Firenze, nel 2003 prosegue i suoi studi in Scultura all’Accademia di Belle Arti di Roma. Nel 2006 frequenta la Facultad de Bellas Artes, Universidad Politecnico de San Carlo, Valencia (Spagna), approfondendo un percorso performativo già iniziato nel 2005.

Laureato in Economia dei Mercati Finanziari, sono uno studente attualmente impegnato in un Msc in Finance presso l’Università di Tor Vergata. Appassionato di economia, in particolare di finanza quantitativa. Tra le cose a cui non potrei mai rinunciare, la CocaCola light, i film di Verdone, l’A.S. Roma, il calciotto e gli Oasis. Non so perchè, ma MP mi ha chiesto di fare le illustrazioni per questo mese....

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Dialogo su una nazione in declino Intervista a Michele Boldrin Professore della Washington University in St. Louis, redattore di noiseFromAmeriKa.org Testo di Raffaele Saggio e Fabrizio Valenti La settimana scorsa siamo stati talmente fortunati da riuscire a berci un bicchiere di chinotto con il Prof. Boldrin, Professore alla Washington University in St. Louis e redattore del celebre sito noiseFromAmeriKa.org. Non ci siamo lasciati sfuggire l’occasione e abbiamo tempestato di domande il Prof. Boldrin, chiedendogli il suo punto di vista sui temi più attuali, e rilevanti, della politica Italiana. Questo il risultato della nostra, lunga, chiaccherata. Recentemente, in un suo intervento a “Ballarò”, ha definito la classe politica italiana come una “casta mediocre” . Secondo lei, dove sono da ricercare le cause di questa mediocrità? E’ il sistema politico attuale che impedisce alle menti più brillanti di emergere o forse queste

ultime preferiscono investire le loro capacità in carriere differenti? Se fosse vera quest’ultima opzione, che genere di incentivi bisognerebbe innescare per riportare i talenti in politica? Quando gli incentivi favoriscono la mediocrità in politica, la mente brillante, se c’è, va a fare qualcos’altro. Il sistema italiano non è mai stato meritocratico, è parassitico ed immobilizzato, sia oggi che negli anni 50 e 60, piuttosto, il problema, dopo la meta’ degli anni ‘70, è andato incancrenendosi. Tutto l’apparato dello Stato è affetto da questo male, come lo è la stessa cultura italiana, straordinariamente prona all’ipocrisia, estranea al concetto di responsabilità individuale, colpa e punizione, propria di un paese in cui si tende a giustificare e sminuire ogni

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comportamento scorretto. Con una struttura lassista come quella italiana, ogni forma di commitment viene meno, ma la meritocrazia si basa sul commitment: c’è una competizione che si basa su delle regole e vince il migliore, fine. Alla base di questo problema c’è una profonda radice culturale che si mischia ad un sistema di incentivi medievale. Quello medievale è un mondo profondamente antimeritocratico, in quanto attribuisce tutte le risorse e i poteri a dei soggetti che li acquisiscono per diritto divino (che siano vescovi o signorotti non fa differenza). Dunque, per gli altri individui, l’unico modo per emergere è quello del servilismo e del familismo. Quello che differenzia gli ultimi 20 o 30 anni dal resto della storia italiana è che un sistema come il nostro finché rimaneva chiuso riusciva a mantenere al suo


interno le élite intellettuali. Penso ai baroni con cui sono cresciuto io. Questi erano, per certi versi, orrendi, ma si vedeva che erano capaci e preparati. Oggi i baroni continuano ad esistere, ma sono mediocri. Questo perché ad un certo punto gli italiani hanno iniziato a spostarsi con più facilità ed è ovvio che scappino i migliori, non tutti i migliori, certo (tengo a precisarlo se no finisco sempre a fare la figura dell’emigrante arrogante), ma la maggior parte. Si tratta di una tendenza che col passare degli anni ho visto crescere sia in economia che in altre aree di studio. Rif lettete su questo fatto: ho incontrato top executives italiani della mia generazione alla guida di aziende sparse in tutto il globo, ma in Italia avete mai visto un indiano o un francese o un tedesco alla guida di un’impresa italiana? No. Diventa quindi una questione di bilancio di importazioni ed esportazioni: se solo esportiamo i talenti, senza importarli, che siano i mediocri ad arrivare al top diventa normale. Nel caso della classe politica, poi, questa mediocrità è palese, pensate alla soluzione che hanno dato alla proporzionalità dopo mani pulite: quel che hanno fatto è stato rendere il sistema molto più impermeabile alla contestabilità delle forze sociali e dei cittadini e, di conseguenza, molto più controllabile dai leader dei vari gruppi. Non mi riferisco solo all’attuale legge elettorale, era così anche prima, ora, però, è palese che i vari capi e capetti di partito hanno il potere di auto perpetuare il loro potere: nel momento in cui si sa, più o meno, quanti voti si prenderanno, basta mettersi d’accordo sulla lista ed il gioco è fatto. Aggiungeteci che, essendo il grosso dell’informazione completamente controllato dalla cosiddetta casta, il sistema è completamente isolato (nemmeno fosse la corte di un imperatore cinese) e quindi i più incompetenti hanno un ulteriore incentivo a venire a galla. Perché di questo si tratta, i nostri politici sono degli incompetenti. Pensate a Tremonti, intellettualmente è un mediocre. Certo, è molto abile retoricamente ed ha una serie di skills tattico-cinematografiche impressionanti, ma dice delle cose improbabili (certo, meno improbabili della sua controparte del Partito Democratico Stefano Fassina) e la sua mancanza di profondità spaventa. Parlando di Tremonti, la nuova manovra finanziaria sta per arrivare. Anche se non se ne conoscono ancora bene tutti i dettagli, Tremonti sembra voler puntare su un contenimento della spesa, andando anche, incredibilmente, a tagliare gli stipendi dei parlamentari e dei manager

pubblici. Ora, confrontando l’operato di Tremonti nella corrente legislatura con quello del 2001/2006, notiamo un cambiamento di rotta decisamente a favore di una politica economica più orientata al rigore dei conti. Come si spiega questo mutamento? C’è stata effettivamente un’evoluzione o è solo un mutamento di facciata, obbligato, magari, dallo sguardo severo della BCE? Io, francamente, non vedo nessun cambiamento. Tanto per cominciare, Tremonti non ha la capacità di capire come funziona il sistema economico, si tratta di un personaggio che si diverte a fare l’apprendista stregone, a far finta di saper prevedere le cose. Gli esempi di scelte fallimentari di Tremonti Ministro abbondano, non scordiamoci che questo è l’uomo che introdusse con la finanziaria 2002 o 2003 i derivati nei conti pubblici, cioè la ragione per cui gli enti locali in questo paese (e i giornali tacciono) hanno perduto, e stanno perdendo, centinaia di milioni (penso anche miliardi) di Euro. Pensate che l’anno scorso nel bilancio dello stato hanno dovuto mettere, per ripianare le perdite di questa operazione di cartolarizzazione del patrimonio immobiliare dello Stato, più di un miliardo di Euro. E ora, Giulio Tremonti si reinventa come anti-mercatista, quando era lui stesso a fare l’investment banker con il debito degli italiani, dato che la cartolarizzazione, in fin dei conti, non è altro che una mortgage backed security. Potremmo andare avanti, pensate a quello che ha fatto con la Cassa Depositi e Prestiti, il problema di fondo è che non ha una visione del sistema economico, come ben si vede dalle misure che ha messo in piedi ieri. Non si tratta, certo, del suo titolo di studio, anche Von Hayek era laureato in legge, il problema è che, a mio avviso, per la sua formazione o per il lavoro che ha svolto non ha né studiato, né cercato di capire come funzionano i sistemi economici. Ma non è necessario saper gestire equazioni complicate come fanno gli economisti, ci si può anche fidare di questi signori, leggere quello che scrivono cercando di capire l’intuizione che c’è dietro ad un modello e, quindi, costruirsi una comprensione di come funziona il sistema economico. Questo, Giulio Tremonti non lo ha fatto. Guardate i provvedimenti che ha preso: sono a metà tra il ridicolo e il dilettantesco, sono provvedimenti di una persona priva di visione strategica che, si è trovato improvvisamente davanti ad una Merkel ed ad un Fondo Monetario Internazionale che, in soldoni, dicono “noi vi teniamo a galla, ma voi, ora, iniziate a FARE”. Ma come si può pensare di fare una manovra

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strutturale sulla spesa pubblica cercando di fare cassa sui residui passivi degli ultimi tre anni? Facendo un taglio across the border di tutti gli stipendi, senza porsi nemmeno il problema di chi vale la pena pagare e chi no, che razza di riforma della pubblica amministrazione si sta facendo? Con tagli come questi si sa benissimo che incentivi si danno: i migliori se ne andranno e i mediocri resteranno, non ci vuole una laurea in economia. Tremonti non ci arriva, non perché sia limitato, ma perché lui e i suoi collaboratori sono arrivati ad affrontare questo problema impreparati, costruendo questa manovra in fretta e in furia, quando sarebbero sta ti necessari dei mesi per prepararla. Ma è l’improvvisazione che caratterizza questo intero governo, non c’è nessuna idea di cosa possa essere fatto per cercare di stimolare questo paese a crescere più del due percento, cosa che non abbiamo più fatto della svalutazione del 1994 (con l’eccezione di un breve periodo nel 2006). C’è chi dice “finiremo come il Giappone”, ma la verità è che noi SIAMO come il Giappone: da 12 anni il tasso di crescita del PIL reale del Giappone, in realtà, è superiore a quello italiano (NdR: si veda il grafico qui in basso). Siamo già come il Giappone e nessuno si pone il problema della crescita. Si sentono, invece, proposte come quella della Gelmini di posticipare l’inizio delle lezioni di un mese per incentivare il turismo. Una proposta del genere è una misura del dilettantismo di questi personaggi e, nel caso particolare, del Ministro dell’istruzione, il quale non si rende conto né della stupidità del progetto, né del fatto che così si violerebbe una direttiva europea. Insomma, abbiamo un Ministro che, platealmente, non ha idea di quello che sta facendo, il che è gravissimo. La cosa più tragica, però, è che gli italiani non sembrano accorgersene, sia perché non ricevono sufficiente informazione, sia perché c’è una fetta della popolazione, probabilmente la maggioranza, a cui questa situazione va benissimo. La settimana scorsa, finito Ballarò, un gruppo di persone mi ha avvicinato e mi ha detto che erano d’accordo con me, che erano stati in Spagna e secondo loro era un paese molto più civile del nostro. Personalmente, uso spesso la Spagna come esempio perché si tratta di un paese che fino a 30 anni fa era in una situazione disastrosa, bloccato da 50 anni in un medioevo di guerre e dittatura. Fino a 50 anni fa, insomma, la Spagna non era certo un posto dove si viveva meglio dell’Italia, mentre, invece, ora lo è. Come mai questo messaggio non sembra arrivare agli italiani a cui sembra piacere così tanto vivere male? Torniamo alla manovra finanziaria. Su


Qui, invece, tutto quello che si fa è gridare.

“Noise from Amerika” ha recentemente scritto un articolo, assieme a Lodovico Pizzati, su questo tema. Un punto importante della vostra analisi, se non sbaglio, è che, per risanare i conti pubblici italiani, una stretta sulla spesa non è sufficiente se non viene accompagnata da una diminuzione della pressione fiscale. Ci spiegherebbe dove bisognerebbe agire e perché? Il nostro ragionamento, in realtà, è banale. A parte il fatto che i tagli, così come sono stati concepiti non hanno nulla di strutturale e, anzi potrebbero anche peggiorare la situazione, quel che diciamo è: prima di tutto l’intervento avrebbe dovuto essere molto più profondo, di un punto e mezzo per anno, quindi il doppio di quello che stanno facendo (24 miliardi l’anno, per un totale di 48 miliardi), in secondo luogo, la strategia giusta e coraggiosa da seguire sarebbe stata quella di accompagnare al taglio della spesa una riduzione delle tasse dell’uno per cento. Tale riduzione potrebbe avvenire tramite una alleggerimento delle imposte sui redditi più bassi e dei contributi sociali, si potrebbe poi tranquillamente reintrodurre l’ICI sulla prima casa (la cui eliminazione è stata una cosa erronea), ma soprattutto bisognerebbe ridurre drasticamente l’IRAP, un fortissimo ostacolo alla crescita. Una mossa come questa, a mio avviso, avrebbe un effetto doppiamente positivo: recupereremmo, infatti, un mezzo punto di deficit, solo leggermente inferiore a quello che si dovrebbe ottenere da questa manovra, seguito da, finalmente, un effetto positivo di lungo periodo sulla crescita. Non è certo la soluzione a tutti i problemi dell’Italia, ma, semplicemente, un suggerimento per far capire come, avendo un minimo di visione d’insieme, si può approfittare anche delle situazioni più difficili. Invece, tagliando solo la spesa pubblica così come si vorrebbe fare ora, in un paese come l’Italia, significa darsi la zappa sui piedi, riducendo la domanda e verosimilmente il PIL. Sembra davvero, però, che non ci arrivi nessuno, né il Governo, né i sindacati, né l’opposizione. Pensate, invece, ai Repubblicani americani che, certo, fanno delle cose strane (pensate agli eccessi raggiunti dal Tea Party Movement della Palin), ma almeno dicono qualcosa

di concreto, descrivendo un modello alternativo a quello obamiano (estremo, a suo modo, anche quello). Qui, invece, tutto quello che si fa è gridare. Leggendo il dialogo con il Dott. Balanzone su NfA, ci si rende di un fatto semplice e al tempo stesso drammatico: l’ascesa, inevitabile, dei cosiddetti insiders. Persone che si laureano con il classico barone che gli fa vincere un dottorato di ricerca e poi via con la carriera interna: ricercatore, professore associato e infine ordinario. Le domando se questa caratteristica è il vero cancro dell’università Italiana e quale può essere l’origine di questa distorsione? Una possibile base di partenza per cercare di invertire la rotta può essere precludere ai dottori di ricerca la partecipazione ai concorsi di ricercatore nell’ateneo dove hanno conseguito il titolo? Direi che l’ascesa dei cosiddetti insiders rappresenta un semplice effetto più che una vera e propria causa. Per metterla in maniera piuttosto brutale, l’origine dei problemi dell’università Italiana è dovuta a due fattori principali: (1 gli studenti non pagano per l’università (2 le università non sono responsabili del loro budget, del loro status. Ma andiamo con ordine. La proposta cui tu accennavi c’è, esiste, in America ma occorre sottolineare un aspetto fondamentale. Negli Stati Uniti, coloro che conseguono il dottorato di Ricerca in una università X non diventato ricercatori presso la stessa università X non perchè la legge lo impedisca ma perchè si tratta di una semplicissima convenzione. Vedilo come un risultato di equilibrio: la gente fa così perchè sa che è la maniera giusta per proseguire la propria carriera. Ecco, situazione come quella da Lei appena descritta sono vere e proprie utopie qui da noi. Del resto meritocrazia e Università italiana sembrano essere due parole che non sono mai andate d’accordo. Ma come premiarla questa benedetta meritocrazia? Come coniugarla con il diritto allo studio che di anno in anno, di manovra in manovra, è sempre più sotto pressione colpa dei vari tagli ai finanziamenti alla ricerca e alla didattica? L’incentivo che deve essere alla base di qualsiasi riforma dell’università è semplice e spietato: bisogno dare alle università delle leggi di mercato in modo da farle competere tra loro. La cosa interessante è questo tipo di riforma può essere davvero molto più semplice di quello che si pensi, basta prendere come esempio il sistema universitario della California. La California ha una popolazione enorme, quasi 45

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milioni di abitanti e un PIL pressoché analogo a quello dell’Italia. Più del 90% degli studenti sono iscritti presso delle università pubbliche e il rimanente 10%, frequenta le università private dello Stato: Stanford, Caltech, Pepperdine, etc. Esistono due elementi fondamentali che caratterizzano il sistema universitario della California. Il primo è la diversificazione. L’offerta universitaria pubblica in California è infatti articolata in tre livelli: i Community College che offrono i primi due o tre anni di percorso universitario; il sistema della California State University focalizzato sulla formazione di primo livello, che offre talvolta master di secondo livello, ma non è abilitato, salvo rare eccezioni, al conferimento del dottorato di ricerca; infine i dieci campus della University of California che rappresentano, insieme alle università private, il sistema di ricerca avanzata e di alta formazione dello Stato. L’altro aspetto veramente fondamentale è che ognuno di questi campus è indipendente: si autofinanzia, definisce le tuitions che ogni studente deve pagare, fa raccolta di fondi e concorre, in maniera competitiva, per ottenere le risorse siano esse pubbliche o private. Insomma sono istituzioni autonome che competono tra di loro sulla base di scelte e politiche ben definite. E’ chiaro che in un sistema del genere bisogna necessariamente accettare il fatto che la laurea dell’università X ha un valore pari a 10 quando invece la laurea dell’università Y ha valore 5. Ma questo in Italia è un ragionamento che pochi sono disposti ad accettare. Insomma mi sembra di capire che un punto di partenza inevitabile per una, chiamiamola così, “nuova Università Italiana” debba passare, tra le altre cose, da un sistema di liberalizzazione delle tasse universitarie, come suggerito tra l’altro anche da Roberto Perotti. Sbaglio? Vedi, il discorso delle cosiddette “tuitions”, ovvero delle tasse universitarie, è un discorso che va assolutamente affrontato. Bisogna capire, infatti, che il sistema di finanziamento dell’università “all’Italiana”, oltre che essere palesemente inefficiente, è anche un sistema capace di creare forti distorsioni sociali. La ragione è semplicissima: oggi coloro che accedono all’università sono tendenzialmente i figli delle famiglie che hanno un reddito medio-alto. E’ raro infatti che i giovani provenienti dalle famiglie più povere si iscrivano ad un corso universitario. Ma siccome l’università Italiana è finanziata anche tramite la tassazione sul reddito dell’intera popolazione questo significa che le famiglie meno abbienti sono costrette a


pagare l’istruzione del classico figlio di papà iscritto nella Facoltà X della Università Y. E che cosa è questa se non una redistribuzione dai poveri ai ricchi? E’ incredibile vedere come la sinistra continui a difendere un sistema del genere senza notare o denunciare simili distorsioni. La soluzione è semplice: bisogna far pagare le tasse in maniera diretta solamente a chi utilizza il servizio e al tempo stesso permettere a questi servizi di differenziarsi. Ci saranno università che avranno corsi di laurea relativi solamente al triennio, altre che avranno come offerta formativa il 3+2 e infine poche università dove sarà possibile fare anche il dottorato. Sempre per tornare all’esempio della California, lì sono solamente 10 le università, le cosiddette Universities of California, che hanno un’offerta didattica completa di altissimo livello. Mentre in Italia continuiamo a prenderci in giro dicendo che Teramo è una università di eccellenza. E lasciami concludere con un’altra questione. Bisogna smettere di dare voce a tutti quei Professori Italiani che si lamentano dicendo che sono sottopagati. E’ una cosa assolutamente falsa! Sono strapagati per quello che fanno. Nel sistema della California State University, ovvero il sistema che racchiude più università in California, concentrato su quello che in Italia sarebbe l’offerta didattica del 3+2, un Professore medio insegna 9 corsi quadrimestrali all’anno. Un corso quadrimestrale è di 30 ore più esercitazioni. Questo professore medio prende, all’inizio della carriera, 60/50.000 dollari all’anno. A fine carriera lo stesso professore arriva 120.000 dollari. Una cifra modestissima comparata con quello che i professori prendono in università come Princeton, dove 120.000$ corrisponde allo stipendio di un professore di economia ad inizio carriera.

Bisogna smettere di dare voce a tutti quei Professori Italiani che si lamentano dicendo che sono sottopagati. E’ una cosa assolutamente falsa! Sono strapagati per quello che fanno. Lei, Perotti o Giavazzi interessino questi fatti? Rispetto alla prima domanda, credo che la risposta sia lampante e davanti agli occhi di tutti. E’ chiaro che a Roma Tre c’è stato un caso di concorso manipolato. Un aspetto grave che caratterizza tutte queste vicende e che non viene mai abbastanza sottolineato è il prezzo, altissimo, che sono costretti a pagare gli studenti. E questo si vede subito: i ragazzi che arrivano dall’Italia a fare il PhD sono infatti sempre meno preparati rispetto ad un tempo. E non perchè sono diventati più stupidi, gli IQ sempre quelli sono, ma perchè sono stati educati peggio, colpa della mediocrità che sta emergendo sempre più all’interno della università Italiana. Di nuovo: fare lezione con Sylos Labini era sicuramente molto meglio che andare ad un corso con Valeria Termini. Entrambi baroni, ma Sylos Labini era una persona di tutt’altro spessore.

Professore, le faccio vedere una cosa che avrebbe voluto vedere diciamo verso Febbraio 2010 (mostriamo a Boldrin il CV di Valeria Termini). Le faccio due domande. La prima, abbastanza scontata, è se, guardando il CV di Valeria Termini, adesso - finalmente disponibile online sul sito di Roma Tre, conferma tutti i suoi giudizi espressi sul Fatto riguardo al recente concorso di ordinario presso la facoltà di Economia dell’università degli Studi di Roma Tre. La seconda riguarda invece un fatto importante che ha accompagnato questa vicenda: il silenzio. Silenzio da parte degli ordinari, associati e ricercatori della facoltà di Economia a RM3 ma che in generale sembra sempre accompagnare questo tipo di vicende. Perchè da fuori appare che a soltanto a

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Per quanto riguarda il silenzio: è chiaro che è stata una cosa che mi ha dato molto fastidio. E sia chiaro che questo silenzio non c’è stato solo da parte dei professori di Roma Tre ma anche e soprattutto da parte di praticamente tutti i professori di economia presenti in Italia. Spesso mi sono sentito dire di lasciar perdere, che tanto casi di questo tipo si verificano anche 50 volte all’anno... E So What? Vorrà dire che occorre denunciare 50 volte all’anno vicende di questo tipo allora! O altrimenti si sceglie qualche battaglia simbolica e questa vicenda di Roma Tre aveva un alto valore simbolico. Un posto importante, una cattedra di Economia Politica in una università Romana e una distanza, in termini di criteri oggettivi di valutazione scientifica, talmente abissale (NdR: si veda il punto 3 di questo articolo) rispetto agli altri candidati che rendeva questo un caso veramente plateale di “mala università”.


Fibonacci e la rivoluzione finanziaria Il contributo del grande matematico del XIII Secolo alla matematica finanziaria testo di Francesco Formica

Leonardo da Pisa, meglio conosciuto come Fibonacci, è un matematico del XIII secolo che deve la sua notorietà alla famosa serie numerica di cui porta il nome, la cosiddetta “serie di Fibonacci”. Questa non è altro che una successione numerica in cui ciascun numero della serie è esattamente uguale alla somma dei due numeri che lo precedono: 1, 1, 2, 5, 8, 13, 21...e così via. In realtà la sistematica associazione che si fa tra Fibonacci e la famosa sequenza rischia di sminuire la figura del matematico pisano. Sebbene la serie numerica abbia suscitato notevole interesse in molteplici ambiti scientifici e non, essa rimane comunque marginale rispetto al grande contributo che Fibonacci ha dato alla matematica finanziaria e allo sviluppo del commercio e dei mercati finanziari in tutto l’Occidente nei secoli a venire. Riguardo la serie di Fibonacci, ciò che nel corso dei secoli ne ha decretato il successo e l’attenzione di studiosi di ogni disciplina, da matematici ad astronomi e biologi, è il suo collegamento con il più misterioso numero dell’Antica Grecia, la “sezione aurea”. Questo è un numero irrazionale (cioè ad infinite cifre decimali) pari a circa 1,618 che rappresenta il rapporto tra due grandezze diseguali, in cui la maggiore è medio proporzionale tra la somma delle due e la minore. Ma in che modo sono collegate le due cose? La curiosa scoperta risale all’ epoca rinascimentale: venne scoperto infatti, che il rapporto tra due numeri adiacenti della serie approssima la sezione aurea con precisione sempre maggiore a mano a mano che si va avanti nella successione. Sebbene la sezione aurea fosse

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una relazione già nota ai tempi dell’Antica Grecia, è dal Rinascimento in poi che acquista una connotazione particolarmente misteriosa, quasi esoterica, tanto che le viene dedicato anche un libro, il “De divina proportione” scritto dal veneziano Luca Pacioli nel 1509. L’accezione divina scaturisce dalla inspiegabile ricorrenza di questo rapporto nel mondo naturale. Negli esseri umani sembra esserci la stessa identica proporzione tra, ad esempio, l’altezza di una persona e la misura della distanza tra i piedi e l’ombelico; oppure tra la lunghezza del braccio e la lunghezza del tratto che va dalla punta delle dita al gomito; nel mondo vegetale si trova lo stesso rapporto nella struttura di molti fiori, nel mondo animale ancora, il numero di api femmine in rapporto a quello dei maschi in un alveare corrisponde a circa 1,618. In seguito a queste e numerosissime altre analogie, il numero “aureo” venne visto come una sorta di canone estetico presente in tutto il “creato”, e perciò degno di rango divino. Non a caso, la componente esoterica della serie di Fibonacci è stata più volte ripresa in ambito letterario, cinematografico (π - Il teorema del delirio) ma anche musicale, si veda ad esempio l’album dei TOOL Lateralus dove la band Americana è stata in grado di applicare la serie di Fibonacci a livello strumentale rendendola, ancora una volta, veicolo di significati esoterici. Il rapporto tra un numero della serie e il suo antecedente abbiamo detto tendere a circa 1,618. Una proprietà piuttosto curiosa è che il rapporto tra un numero della serie e il successivo è invece pari a 0,618, che è oltretutto l’inverso di 1,618. I rapporti “magici” di Fibonacci hanno incredibilmente trovato applicazione anche nella predizione dei mercati finanziari. Appare difficile pensare che una sorta di “estetica”, o meglio, di “principio regolatore” sia insito in un contesto come quello dei mercati finanziari, in cui il mondo naturale c’entra ben poco...almeno a prima vista. In realtà, la psicologia degli operatori è determinante nei movimenti di mercato, tant’è che uno dei principi cardine dell’ analisi tecnica è che i movimenti dei mercati finanziari sono inf luenzati fortemente dal comportamento “storico” degli operatori, che tendono a comportarsi in modo simile rispetto ad eventi o situazioni simili (principio sintetizzato nell’espressione “la storia si ripete”). Numerosi sono gli strumenti di analisi tecnica utilizzati attualmente dai treder sui mercati finanziari che hanno a che fare con i rapporti di Fibonacci, quali: i rintracciamenti, gli archi, i Fans e i Times Zones.

Ad esempio il metodo dei rintracciamenti di Fibonacci utilizza una serie di linee orizzontali tracciate sul grafico dell’andamento del prezzo dell’asset che vanno ad indicare (anticipandone la formazione) possibili aree di supporto o resistenza. Come prima cosa vanno localizzati il massimo e il minimo del trend, dopodichè vengono tracciate cinque linee orizzontali a livelli corrispondenti a quello del rapporto aureo e suoi sottomultipli: la prima al 100%, che corrisponde al massimo individuato, la seconda al 61,8%, la terza al 50%, la quarta al 38,2% e l’ultima allo 0% (il minimo individuato). Dopo significativi movimenti di prezzo, sia a salire che a scendere, si riscontra che spesso i nuovi livelli di supporto e resistenza che si vengono a creare sono nelle aree indicate dalle linee di Fibonacci (il grafico 1 ne è un ottimo esempio).

di strumenti matematici in grado di semplificare le trattative, gli investimenti e gli scambi di moneta. Leonardo, probabilmente facente parte egli stesso di una famiglia di mercanti, fece numerosi viaggi in Oriente e in tutto il Mediterraneo, venendo a conoscenza di tutti i concetti e le tecniche matematiche di cui arabi ed indiani erano grandi conoscitori, primo fra tutti, il sistema numerico decimale, molto più pratico e potente rispetto a quello romano. Fece non solo da ponte tra Oriente e Occidente, ma seppe reinterpretare la matematica in termini assolutamente più pragmatici rendendola fruibile da un più vasto pubblico di utilizzatori. Si deve a lui, inoltre, uno dei più importanti concetti di matematica finanziaria, pietra angolare di tutta la Corporate Finance moderna: il concetto di “valore attuale” di un investimento.

La fama di Fibonacci in ambito scientifico e non, è dunque indubbiamente legata a doppio filo alla serie numerica a cui conferisce il nome ed ai segreti e le analogie col mondo naturale che ne hanno alimentato il fascino per secoli. Ben pochi sanno però che questa è forse il minor contributo scientifico dato dal matematico italiano. In realtà il suo lavoro principale, il “Liber Abaci”, scritto nel 1202, ha avuto un ruolo chiave nella storia dello sviluppo economico e finanziario del mondo occidentale. Questo libro ha infatti posto le basi della moderna matematica finanziaria, dimostrandosi anche come il primo trattato di matematica applicata della storia. In quell’epoca, l’area Mediterranea era sicuramente la più attiva in Europa in termini di commercio e scambi internazionali. Fibonacci seppe comprendere la necessità, avvertita soprattutto dai mercanti dell’epoca,

La possibilità di poter valutare, e quindi comparare, investimenti dai rendimenti diversamente scadenzati nel tempo attraverso l’uso di un apposito tasso di sconto fu un’idea che rivoluzionò completamente la finanza. Fibonacci, che sicuramente non poteva immaginare che avrebbe guadagnato fama eterna per una serie numerica di cui, tra l’altro, fece solo un breve accenno nel suo libro, in realtà dovrebbe essere ricordato come colui che ha acceso la miccia a ciò che sarebbe esploso pochi secoli più tardi: la rivoluzione finanziaria. Chissà se la crescita economica e il sorpasso tecnologico dell’Occidente sulle civiltà orientali sarebbe avvenuto nella stessa misura senza il suo importante contributo. Di certo la serie non è stata determinante in alcunchè di rilevante. Però, si sa, quando il fascino dei numeri si unisce a quello della natura, del mondo e dei suoi perchè, diventa davvero difficile resistergli.

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Un mare che non c’è La tragedia del lago di Aral, in Uzbekistan Testo di Saiyora Ismailova

I paesi dell’Asia Centrale non sono molto conosciuti al A partire dal 1969 il lago iniziò a prosciugarsi, portando con mondo. Hanno una storia straordinaria, stravolgente, ma sé le conseguenze più drammatiche che si potessero mai poco conosciuta. Una volta essi facevano parte del grande immaginare. L’estensione del lago è diminuita fino a oggi del Impero dei Soviet, e nella percezione di tanti sono sempre le 50 per cento, il suo volume del 75 per cento, il livello è sceso di repubbliche della Russia. Invece questi paesi si trovano nel 20 metri e le coste sono arretrate di 80 km. cuore dell’Asia. Sono i famosi STAN: Uzbekistan, Kazakhstan, Le città come Muynaq in Uzbekistan e Aralsk in Kazakhstan Tajikistan, Kirghyzstan e Turkmenistan. Questi paesi, che tempo fa vivevano della pesca, adesso sono costretti strategicamente importanti da punto di vista geopolitico, a cambiare completamente le attività economiche per rimangono ancora terra incognita per il resto del mondo. sopravvivere. Inoltre l’uso incontrollato dei pesticidi e Rimangono sconosciuti tanti fatti importanti su queste terre. fitofarmaci nella coltivazione di cotone inizia a dare i suoi Uno di questi è il disastro ecologico di scala globale del Mare effetti. Sono diffusissime le malattie alle vie respiratorie, di Aral. Il cosiddetto Mare di Aral in realtà è il quarto lago anemie gravi, cancro, tubercolosi, tifo, paratifo ed è elevata la salato più grande del mondo, o lo era una volta. Questo lago mortalità infantile. Il prosciugamento del lago ha provocato si trova tra due grandi paesi centroasiatici - l’Uzbekistan e il un processo di desertificazione. Sono scomparse numerose Kazakhstan. specie ittiche, animali, vegetali. Un f lorido ecosistema è stato L’Uzbekistan si trova nel centro del continente Euroasiatico devastato. - nel cuore dell’Asia Centrale. Il territorio dell’Uzbekistan Ai tempi della Russia Imperiale il caviale proveniente dall’Aral è circa 450 mila km quadrati: tanto per fare un paragone, è veniva servito al tavolo dello Zar. Ma oggi del quarto lago grande 1,5 volte il territorio italiano. Il Kazakhstan, il nono più esteso del mondo rimane una sola pozzanghera. Anzi paese più grande del mondo, è circa 2.7 milioni km quadrati, due. Il lago è diviso ormai in due parti- quella del nord, che si pari al territorio dell’intera Europa trova in Kazakhstan, e quella meridionale Occidentale- si trova a nord dell’Uzbekistan Aral è destinato a morire che si trova in Uzbekistan. La parte e a sud della Russia. Questo paese, noto meravigliosamente settentrionale del lago, grazie agli sforzi ultimamente per le fantasie di Sasha Cohen uniti della comunità internazionale, sta nel suo fantasmagorico Borat, è anche una delle nuove potenze rinascendo poco a poco. Grazie alla diga costruita con l’aiuto petrolifere. Questi due paesi condividono non solo la storia, della Banca Mondiale si è ripristinato fino al 40 per cento le ricchezze delle risorse naturali, ma anche il dolore di una della parte settentrionale del lago. La situazione è molto meno tragedia ecologica sconosciuta e dimenticata da tutti. f lorida nella parte meridionale purtroppo. Negli anni sessanta il governo sovietico prese la decisione Un altro aspetto da menzionare di questa tragedia sono i drammatica, che ha conseguenze ancora più drammatiche laboratori segreti che si trovavano sull’Isola di Vozrozhdenije per l’intera regione, di deviare i corsi dei fiumi-emissari del (Rinascimento), ormai diventata penisola. In questi laboratori Lago di Aral- l’Amu Darya e il Syr Darya per aumentare le gli scienziati sovietici elaboravano virus mortali, armi piantagioni di cotone in Uzbekistan e in Kazakhstan. Così biologiche come l’antrace, per sconfiggere il solito nemico l’Uzbekistan diventò la regione di monocultura agricola -il capitalista. cotone- cosiddetta ‘appendice delle materie prime’. Con il crollo dell’Unione Sovietica questa base fu abbandonata Nazhmadin Musabayev, il capo della regione Qyzylorda in e, una volta scoperta la vera ragione degli esperimenti tenuti Kazakhstan. ricorda vividamente questo evento. Alla fine nei laboratori, i governi dell’Uzbekistan e del Kazakhstan del 1960 il governo sovietico tenne una riunione plenaria hanno chiesto l’aiuto internazionale per sorvegliare e nella capitale uzbeka di Tashkent. Nel corso della riunione, il seppellire in modo sicuro questa base. Questa installazione Vice Ministro per l’irrigazione e le risorse idriche dell’URSS è stata bonificata definitivamente nel 2002 con uno sforzo Grigoriy Voropaev dichiarò che il governo intendeva congiunto delle autorità del Kazakhstan e dell’Uzbekistan aumentare la produzione di cotone nella regione. I corsi coadiuvate dai consulenti statunitensi. Periodici sopralluoghi di due grandi fiumi dell’Asia centrale - l’Amu Darya e Syr vengono via via effettuati nella zona per accertare l’eventuale Darya, - disse - sarebbero stati modificati al fine di garantire persistenza di agenti tossici. l’irrigazione dei campi di cotone in Kazakistan e Uzbekistan. Questa è una tragedia provocata dall’uomo, che avrà “E che cosa accadrà al lago di Aral?” - gridò qualcuno da parte conseguenze e ripercussioni per generazioni e generazioni. del pubblico. Aral, - ha detto il Vice Ministro - è destinato a Probabilmente non c’è niente più da fare per salvare il Lago morire meravigliosamente.” di Aral, ma credo che questa storia triste, ci può insegnare Si, è vero, il Lago di Aral non è semplicemente morto, ma è qualcosa per evitare di fare gli stessi errori in futuro. stato intenzionalmente ucciso.

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Robert Downey Jr.: le cadute e i successi Testo di Francesco Manca

Figlio del regista e attore Robert Downey Sr., Robert John Downey Jr. nasce a New York il 4 aprile 1965. Solo pochi anni dopo, dà inizio alla sua carriera nel mondo dello spettacolo, quando il padre lo dirige per la prima volta nella sua pellicola dal titolo “Pound” (1970), a cui seguiranno altri piccoli ruoli in film come “Greaser’s Palace” (1972), “Moment to Moment” (1975) e uno più rilevante nella commedia fantascientifica di John Hughes “La donna esplosiva” (1985).

L’anno successivo recita insieme a una giovanissima Uma Thurman nella commedia sportiva “La grande promessa” e lo vediamo di nuovo protagonista in un dramma ambientato durante la guerra del Vietnam dal titolo “1969 - I giorni della rabbia”, con Kiefer Sutherland e Winona Ryder, a cui segue anche una partecipazione di rilievo nel thriller di Joseph Ruben “Verdetto finale”, con James Woods. Del 1989 è invece l’apprezzata commedia di Emile Ardolino “Uno strano caso”, dove lo vediamo duettare con la bellissima Cybill Shepherd e con il grande Ryan O’Neal. Per Downey Jr., il nuovo decennio si apre con il film d’azione “Air America”, dove lo vediamo fare da spalla a Mel Gibson, mentre l’anno successivo torna a lavorare con il padre ricoprendo il ruolo di protagonista nella commedia “Eredità con il morto”, passata purtroppo in sordina. Recupera però subito terreno con “Bolle di sapone”, commedia diretta da Michael Hoffman e interpretata da attori del calibro di Kevin Kline, Sally Field, Cathy Moriarty e Woopy Goldberg, concepita come una brillante critica al mondo delle soap-opera americane.

Ruoli più importanti arrivano negli anni seguenti con “A scuola con papà” (1986) e con “Ehi...ci stai?” (1987), commedia frizzante in cui è co-protagonista insieme a Molly Ringwald e dove ha l’occasione di recitare accanto a mostri sacri come Harvey Keitel e Danny Aiello. Nello stesso anno, recita nel film drammatico “Al di là di tutti i limiti - Less Than Zero”, tratto dall’omonimo romanzo di Bret Easton Ellis e interpretato anche da James Spader e Andrei McCarthy. La pellicola, diretta da Marek Kanievska, lo vede interpretare un ragazzo della Los Angeles bene che cade vittima della droga, un ruolo non a caso molto vicino a quelle che saranno le sue future abitudini, grazie al quale si fa notare sia dal pubblico che dalla critica, divenendo subito molto apprezzato in patria.

Dopo aver dimostrato di essere un attore versatile su tutti i fronti, accostando ruoli stravaganti ad altri di forte intensità drammatica, nel 1992 arriva finalmente la sua

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consacrazione. Richard Attenborough gli affida infatti la grande responsabilità di riportare in vita il mito di Charlie Chaplin nel biopic “Charlot”, dedicato alla vita, ai retroscena, alla carriera e agli amori di uno dei più importanti artisti della storia del cinema. La sua interpretazione è unanimemente considerata strepitosa, e lo confermano rispettivamente la candidatura ai Golden Globe e la nomination agli Oscar come miglior attore protagonista. In nessuno dei casi riuscirà a vincere, ma il suo nome è ormai inserito tra i più grandi di Hollywood.

Una leggera ripresa si intravede nel 1998, quando decide di disintossicarsi e di tornare a recitare in importanti produzioni quali “U.S. Marshall - Caccia senza tregua”, con Tommy Lee Jones e ancora Wesley Snipes, e soprattutto “Conf litto di interessi”, che segna la sua seconda collaborazione con Robert Altman. Positive sono anche le sue partecipazioni dell’anno successivo al thriller “In dreams” di Neil Jordan, con Annette Bening, alla stravagante commedia “Bowfinger” di Frank Oz, con Steve Martin e Eddie Murphy e al drammatico “Black and White”.

L’anno successivo diventa padre del piccolo Indio, avuto dalla sua prima moglie, l’attrice Deborah Falconer, da cui si separa dopo poco più di un mese dal matrimonio, e torna al genere commedia con “4 fantasmi per un sogno” di Ron Underwood, dove lo vediamo in coppia con Charles Grodin, per poi prendere parte al memorabile “America oggi” di Robert Altman, film corale premiato con il Leone d’oro al Festival di Venezia che vede tra i suoi interpreti nomi come Jack Lemmon, Matthew Modine, Julianne Moore, Andie MacDowell, Tim Robbins e Tom Waits.

Nel 2000 lo troviamo nel cast di “Wonder Boys”, commedia diretta da Curtis Hanson e interpretata da Michael Douglas e Tobey Maguire, ma di quell’anno si ricorda purtroppo anche la sua ricaduta nella tossicodipendenza e i suoi nuovi problemi legali. Uscito dai guai, torna al successo interpretando il ruolo dell’avvocato Larry Paul nella 4a stagione della fortunata serie televisiva “Ally McBeal”, che gli regalerà un Golden Globe e uno Screen Actors Guild come miglior attore non protagonista in una serie tv. Il 2003 segna il suo ritorno al cinema con la commedia “The Singing Detective”, in cui lo vediamo nuovamente al fianco di Mel Gibson, e recita inoltre nell’horror “Gothika” di Mathieu Kassovitz, con Halle Berry e Penelope Cruz. Susan Levin, una delle produttrici del film, diventerà la sua seconda moglie.

Nel 1994 è la volta di un’altra tappa fondamentale per il suo percorso artistico, quando Oliver Stone lo sceglie per interpretare il viscido giornalista Wayne Gale nel suo “Assassini nati - Natural Born Killers”. Criticato ampiamente da parte di pubblico e critica a livello internazionale per l’eccesso di violenza, il film si pone come una dura critica al mondo dei massmedia, e vede come protagonisti due spietati serial killer che, con i loro numerosi omicidi, sono divenuti delle vere e proprie celebrità. Lo stesso anno lo ritroviamo anche in un ruolo più leggero nella commedia “Only You - Amore a prima vista” di Norman Jewison, in cui fa coppia con la bellissima Marisa Tomei, e nel 1995 prosegue la sua ascesa prendendo parte a pellicole importanti come “Riccardo III” di Richard Loncraine, tratto da una celebre tragedia di William Shakespeare, torna a lavorare con Michael Hoffman nello storico “Restoration -Il peccato e il castigo” e recita per Jodie Foster nella commedia “A casa per le vacanze”, affiancando Holly Hunter e Anne Bancroft.

Nel 2004 si presta invece allo sperimentalismo di Steven Soderbergh, che lo dirige nel film a episodi “Eros”, co-diretto insieme a due maestri del calibro di Michelangelo Antonioni e Wong Kar-Wai. Downey Jr. interpreta insieme ad Alan Arkin il segmento “Equilibrium”. La terza collaborazione con Michael Hoffman dà vita, nel 2005, al film drammatico indipendente “Game 6”, presentato al Sundance Film Festival, e nello stesso anno lo vediamo anche protagonista insieme a Val Kilmer dell’apprezzata black comedy “Kiss Kiss Bang Bang”, oltre che interprete secondario della seconda fatica registica di George Clooney, “Good Night, and Good Luck”.

Accanto al successo sul grande schermo, però, Downey Jr. diviene noto nell’ambiente Hollywoodiano anche per la sua ‘passione’ verso alcool e droghe, collezionando diversi arresti per guida in stato di ebbrezza e possesso illegale di armi da fuoco.

Lasciatosi definitivamente alle spalle i problemi legali e le dipendenze da alcool e stupefacenti, concentra tutto il suo talento nella recitazione. Nel 2006 è nel cast di ben 4 pellicole: “Guida per riconoscere i tuoi santi” di Dito Montiel, dove offre una grande performance drammatica, “A Scanner Darkly - Un oscuro scrutare” di Richard Linklater, girato con la tecnica dell’interpolated rotoscoping , “Fur - Un ritratto immaginario di Diane Arbus” di Steven Schainberg e la commedia per famiglie “Shaggy Dog - Papà che abbaia...non morde” di Brian Robbins. Gli impegni professionali non finiscono mai, e nel 2007 viene scelto da David Fincher per interpretare il ruolo del giornalista

I due anni che seguono sono per lui molto difficili; viene allontanato da diversi set perché ritenuto intrattabile e i vari eccessi e i problemi con la legge offuscano non poco la sua carriera e la sua immagine pubblica. Il suo unico film degno di nota esce nel 1997 ed è un cupo dramma psicologico dal titolo “Complice la notte”, diretto da Mike Figgis e interpretato da Wesley Snipes e Nastassja Kinski.

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Paul Avery nel robusto “Zodiac”, basato sulla vera storia del serial killer che terrorizzò l’intera Los Angeles tra la fine degli anni ‘60 e l’inizio degli anni ‘70. Sempre nello stesso anno, torna a lavorare con Curtis Hanson, che gli ritaglia un piccolo ruolo nel suo “Le regole del gioco - Lucky You” e affianca inoltre il giovane Anton Yelchin nella commedia adolescenziale “Charlie Bartlett”.

Downey Jr. interpreta un attore pluripremiato di nome Kirk Lazarus che decide di sottoporsi a varie operazioni chirurgiche per cambiare la pigmentazione della sua pelle al fine di calarsi pienamente nei panni di un soldato afroamericano. Il caso ha voluto proprio che, per questo ruolo, Downey Jr. venisse nominato ai Golden Globe e agli Oscar come miglior attore non protagonista, che però, purtroppo, non vincerà.

E’ però nel 2008 che Downey Jr. raggiunge finalmente il successo planetario, vestendo i panni del gagliardo Tony Stark in “Iron Man”. Il film, diretto da Jon Favreau e tratto dall’omonimo fumetto della Marvel creato da Stan Lee, Jack Kirby, Larry Lieber e Don Heck, è un’incredibile successo commerciale, e consente a Downey Jr. di imporsi come uno degli attori più richiesti e seguiti del momento. Lo stesso ruolo verrà ripreso da lui stesso ne “L’incredibile Hulk” di Louis Leterrier, in cui compare in un cameo.

Il trionfo arriva però nel 2009 con “Sherlock Holmes”, rivisitazione del regista britannico Guy Ritchie dell’omonimo personaggio ideato da Sir Arthur Conan Doyle. La sua personale caratterizzazione cinematografica del più famoso investigatore cartaceo gli vale infatti il Golden Globe come miglior attore in una commedia o musical. Imminente è l’uscita di “Iron Man 2”, sequel del film che lo ha reso celebre in tutto il mondo, in cui se la dovrà vedere con il ruvido Mickey Rourke, e lo attendiamo per i prossimi mesi con la commedia di Todd Phillips “Due date”, in cui affiancherà Zack Galifianakis, Jamie Foxx e Juliette Lewis e con il drammatico “Il solista” di Joe Wright, di nuovo con Jamie Foxx, girato addirittura agli inizi del 2008 ma non ancora distribuito nelle sale.

La sua ascesa prosegue con “Tropic Thunder”, che testimonia una volta di più la sua incredibile capacità di rendere, con la sua interpretazione, un semplice blockbuster come questo qualcosa di molto più profondo e particolare. Diretto da Ben Stiller e interpretato, oltre che da quest’ultimo, anche da star del calibro di Jack Black, Nick Nolte e soprattutto un Tom Cruise davvero inedito, il film si propone come una parodia dei più celebri film bellici della storia del cinema e ha al centro di sé la vicenda di alcune star Hollywoodiane che si trovano in Vietnam per girare un film di guerra, e che verranno, a loro insaputa, catapultati in una guerra vera e propria.

Tra i progetti solo annunciati, il sequel di “Sherlock Holmes” e il terzo capitolo di “Iron Man”.

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SLASH TRASH & FISH illustration

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James Cameron

L’uomo che fece affondare il Titanic Testo di Francesco Manca

James Francis Cameron nasce il 16 agosto del 1954 a Kapuskasing, una piccola cittadina dell’Ontario, Canada. Dopo la laurea in fisica, entra nel mondo del cinema come tecnico degli effetti speciali, da sempre la sua più grande passione, grazie all’aiuto del mitico regista e produttore Roger Corman. Nel 1978 realizza il cortometraggio “Xenogenesis”, della durata di 12’, girato interamente in 35mm e costato circa 20.000 $. Per questo suo primo lavoro ufficiale (nonostante non sia mai stato distribuito), Cameron ricopre il ruolo di regista, co-sceneggiatore insieme a Randall Frakes e co-produttore insieme allo stesso Frakes e ad Alvin J. Weinberg, oltre che direttore della fotografia, montatore, scenografo, supervisore degli effetti speciali e autore dei modellini. Dopo questa esperienza, nel 1981 Cameron dirige il suo primo lungometraggio dal titolo “Piraña paura”; si tratta di un autentico b-movie girato con un budget limitatissimo, che vede al centro di sé la vicenda di alcuni ferocissimi pesci con le ali che seminano terrore e morte in un’isola dei Caraibi. Il suo esordio dietro la macchina da presa non è dei più eclatanti, ed è ricordato oggi solamente dagli appassionati del genere e dai più accaniti fan del regista.

incassati in tutto il mondo circa 78 milioni, rivelandosi un sorprendente successo sia a livello di pubblico che di critica, guadagnandosi un posto tra le pellicole più significative dell’intero genere sci-fi. Nel 1985 partecipa solo come sceneggiatore insieme a Sylvester Stallone del secondo capitolo, diretto da George P. Cosmatos, della saga di “Rambo” e l’anno successivo arriva per lui la prima vera occasione di lavorare ad un progetto ambizioso e, indubbiamente molto più costoso rispetto alle sue prime due fatiche. Viene chiamato infatti a dirigere “Aliens – Scontro finale”, secondo capitolo dell’immortale quadrilogia fantascientifica iniziata nel 1979 da Ridley Scott e proseguita, dopo questo secondo episodio, da David Fincher nel 1992 e ultimata da Jean-Pierre Jeunet nel 1996.

Tuttavia, nel 1984, Cameron da vita ad un piccolo film di fantascienza divenuto in breve tempo un vero e proprio cult; parliamo di “Terminator”, probabilmente il primo lavoro del regista canadese, dopo la breve parentesi del corto “Xenogenesis”, che dedica particolare attenzione al confronto tra uomo e macchina, tra la tecnologia e l’ambiente che ci circonda. Non a caso, il protagonista è niente meno che un androide di nome T-1 dalle sembianze umane inviato sulla Terra per uccidere Sarah Connor, una giovane donna destinata a dare vita a John Connor, il futuro capo della resistenza contro un network di computer creato per autodifesa che, in seguito, si ribellerà al controllo dell’uomo.

Il film riparte esattamente da dove le vicende del prequel si erano concluse. Ellen Ripley, l’unica superstite della tragedia dell’astronave Nostromo avvenuta 57 anni prima, viene estratta dalla cabina di ibernazione e le viene chiesto di recarsi insieme a una squadra di marines spaziali sul pianeta

Interpretato da un Arnold Schwarzenegger allora non ancora conosciutissimo, il film, costato 6,5 milioni di dollari, ne ha

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La storia è ambientata al largo delle Isole Cayman, nei Caraibi, dove un gruppo di sommozzatori deve recuperare un sottomarino nucleare in avaria. Questa rischiosa missione, li porterà a scoprire sul fondo degli abissi strane entità extraterrestri.

LV426, dove è stata installata una colonia umana con la quale, da qualche giorno, si è perso ogni contatto. Per questa sua terza opera, Cameron si occupa, oltre che della regia, anche della sceneggiatura, e dirige un cast di attori assortito con presenze del calibro di Sigourney Weaver, già protagonista del primo “Alien”, Michael Biehn, che aveva già recitato per lui in “Terminator”, Lance Henriksen e Bill Paxton, riuscendo a far incassare alla pellicola una cifra complessiva che si avvicina ai 200 milioni di dollari, e portandosi a casa, oltre a diversi consensi da parte della critica che, in molti casi, considera questo “Aliens” addirittura superiore al prequel di Scott, anche due Oscar per i migliori effetti speciali e per il miglior montaggio sonoro.

Il film può contare, oltre che su un cast eccellente, dove spiccano nomi del calibro di Ed Harris, Mary Elizabeth Mastrantonio e Michael Biehn, giunto alla terza collaborazione con il regista, anche e soprattutto su una superba realizzazione tecnica, che si aggiudica l’Oscar per i migliori effetti speciali. Solo due anni più tardi, Cameron si rimette al lavoro sfornando il sequel del prototipo che aveva rivelato al grande pubblico il suo straordinario talento registico. Arriva così nelle sale “Terminator 2: il giorno del giudizio”.

Il 1989 è l’anno di “The Abyss”, considerato da molti l’apice creativo del regista, che, ancora una volta, cura sia la regia che lo script, realizzando un film incredibilmente visionario, che seppur non convinca gran parte del pubblico a livello internazionale (lo confermano i tiepidi incassi), rimane comunque l’opera più personale e più sentita di Cameron.

Ambientato esattamente dieci anni dopo i fatti narrati nel primo film, “Terminator 2” vede nuovamente protagonista Arnold Schwarzenegger nei panni, o meglio, negli ingranaggi

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del cyborg T-800 (dalle sembianze analoghe a quello del primo film), che viene spedito ancora una volta sulla Terra, questa volta per proteggere John Connor, il figlio di Sarah Connor, rinchiusa in un manicomio criminale, dalle minacce di un altro Terminator.Oltre a Schwarzenegger, nel cast troviamo di nuovo Linda Hamilton nel ruolo di Sarah Connor, più Robert Patrick e un giovanissimo e sorprendente Edward Furlong.

mai costruito, che affondò a causa di una forte collisione con un iceberg nella notte tra il 14 e il 15 aprile 1912, il film è una delle più epiche avventure che siano state realizzate al cinema, oltre che una romantica e appassionante storia d’amore tra i due protagonisti, Jack Dawson e Rose DeWitt Bukater, interpretati rispettivamente dagli allora giovanissimi Leonardo DiCaprio e Kate Winslet.

Il film, apprezzato sia dal pubblico che dalla critica, registra un incasso mondiale di oltre 500 milioni di dollari su un budget di 94 milioni, e si aggiudica 4 premi Oscar per i migliori effetti speciali, curati, tra gli altri, anche dal geniale Stan Winston, oltre che quelli per il miglior trucco, miglior sonoro e miglior montaggio sonoro.

La pellicola di Cameron può vantare un assortito campionario di strabilianti record, a cominciare dal budget, pari a 285 milioni di dollari, che ne fa in assoluto il film più costoso mai realizzato, e lo stesso vale per l’incasso mondiale, che corrisponde a 1.837.340.000 $, sufficienti purchè sia, ancora oggi, il maggiore della storia del cinema.

Tre anni dopo, torna dietro la macchina da presa dirigendo un divertente e movimentato spy-movie dal titolo “True Lies”, del quale firma anche la sceneggiatura (prendendo spunto dal film francese “La Totale!” (1991) di Claude Zidi) e con cui consolida il sodalizio artistico con Schwarzenegger, affiancato da Jamie Lee Curtis (inedita protagonista di una scintillante lap dance) e da un mostro sacro come Charlton Heston.

La notte degli Oscar del 1998 non è stata molto diversa, infatti, in quell’occasione, “Titanic” si portò a casa, su un totale di 14 nomination, ben 11 statuette (film, regia, fotografia, montaggio, scenografia, costumi, effetti speciali, colonna sonora, canzone, sonoro, montaggio sonoro), eguagliando il record, fino ad allora imbattuto, di pellicole del calibro di “Eva contro Eva”, per quanto riguarda le nomination, e “Ben-Hur”, per quanto riguarda i premi vinti. Dopo questo epico trionfo, a Cameron spetta di diritto una meritata pausa, almeno fino al 2000, anno in cui è l’ideatore insieme a Charles E. Eglee della celebre serie TV “Dark Angel”, interpretata da Jessica Alba e andata in onda per due stagioni dal 2000 al 2002. Negli anni seguenti, Cameron si dedica soprattutto alla realizzazione di documentari, quali “Ghost

Il film prende in esame la vicenda di Harry Tasker, che seppur agli occhi della sua famiglia appaia come un semplice rappresentante di computer, è in realtà un esperto agente segreto spesso dedito a rischiose missioni per conto di un agenzia della sicurezza del governo degli Stati Uniti.

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dicembre ha ricevuto, tra l’altro, la stella sulla prestigiosa Hollywood Walk of Fame, potrebbe essere l’adattamento del manga “Battle Angel Alita”, anche se, presumibilmente, dovremo aspettare un bel po’ prima di vederlo realizzato, dal momento che, il successo di “Avatar”, oltre che al botteghino potrebbe estendersi non difficilmente anche agli imminenti Golden Globe, dove si presenta già con 4 nomination (tra cui miglior film e miglior regista), e ancor più alla notte degli Oscar, e questo successo, Cameron potrebbe (e dovrebbe) goderselo a lungo.

of the Abyss” (2003), riguardante ancora la tragedia del Titanic e “Aliens of the Deep” (2005), girato in collaborazione con la NASA e dedicato all’esplorazione di una catena montuosa sotto marina dove sono presenti particolari forme di vita. Per rivedere nelle nostre sale un film di James Cameron dobbiamo attendere fino al 15 gennaio 2010, data in cui avverrà ufficialmente la distribuzione italiana dell’attesissimo kolossal “Avatar”, un vero e proprio sogno ad occhi aperti del regista canadese, che porta finalmente a compimento un progetto già in cantiere dal 1995, ma che ha potuto realizzare solo in seguito, con l’evoluzione della tecnologia, e che si preannuncia essere una delle pellicole più rivoluzionarie e innovative della storia della Settima Arte. Girato interamente in 3D, il film può già vantare il record di incasso mondiale, stimato a 1.162.361.307 $ (a fronte di un budget di 387 milioni), secondo solo all’ormai leggendario “Titanic”, facendo così di Cameron l’unico regista nella storia del cinema ad aver realizzato due film che vantano rispettivamente il 1° e il 2° posto nella classifica dei maggiori incassi di sempre. Il prossimo progetto cinematografico di Cameron, che lo scorso

il film può già vantare il record di incasso mondiale, stimato a 1.162.361.307 $

Con un budget di 110 milioni di dollari, il film ne incassa in tutto il mondo più di 364 milioni, la Curtis vince il Golden Globe come miglior attrice in un ruolo da protagonista e il film riceve una nomination all’Oscar per i migliori effetti speciali, creati tra l’altro dalla Digital Domain, società fondata dallo stesso Cameron insieme a Stan Winston e Scott Ross. Nel 1995 scrive insieme a Jay Cocks il copione di “Strange Days”, film di fantascienza diretto dalla sua ex-moglie Kathryn Bigelow e interpretato da Ralph Fiennes e Angela Bassett. Ma è solo nel 1997 che avverrà la definitiva consacrazione di James Cameron come cineasta, con l’avvento di una delle più importanti pellicole della storia del cinema: “Titanic”. Basato sulla vera storia della tragedia del Titanic, il più grande transatlantico

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Incontro con Micha Wald Il Regista di Simon Konianski Testo di Ramona De Luca

entre si aspetta l’uscita nele sale di “Simon Konianski”, secondo lungometraggio di Micha Wald dopo la fortunata e applauditissima presentazione al Festival di Roma, incontriamo il regista.

L’incontro è cominciato con una domanda sulle sue affinità con Woody Allen e Roberto Benigni, ma Wald ha chiarito che se queste inf luenze emergono non sono il frutto di scelte consapevoli, a causa anche “delle differenze di contesto e d’origine” che lo differenziano dai due grandi registri, (oltre che a quella generazionale) e precisando con aria divertita che “se si fa questo parallelismo sono contento, ma non vorrei assomigliare ad Allen, così bruttino, piccolino e malaticcio”. Le altre domande hanno interessato la cultura ebraica, la rielaborazione della trama rispetto a questa e al suo vissuto personale e quindi all’inf luenza che la sua famiglia ha avuto per la realizzazione del film. Il regista ha raccontato della sua famiglia, accennando ad un suo zio “nano e gobbo” e ad un altro segnato dalle esperienze di guerra, che lo costringeva da bambino “a fare il giro del palazzo per vedere se ci fosse qualcuno ad inseguirlo”. Molte parti del film hanno radici nei suoi ricordi e viaggi

Si è svolta ieri 7 aprile alla Casa del Cinema di Roma la proiezione in anteprima, seguita dalla conferenza stampa con il regista belga, che ha intrattenuto i giornalisti con la stessa genuina ironia che caratterizza il suo film e ne rappresenta il tratto saliente. Dopo essere stato presentato ha esordito infatti con “non voglio domande, ma ancora complimenti”, conscio del fatto che il suo piccolo capolavoro - un road movie energico e irriverente con protagonista una famiglia ebrea -incanta il pubblico e convince la critica.

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Non voglio domande, ma ancora complimenti.

ricorre “piuttosto allo psicologo, ma ebreo”.

d’infanzia (come quella nel campo di concentramento o del viaggio in Ucraina); ci tiene però ad evidenziare che per quanto surreali alcune scene possano sembrare “sono anche al di sotto della realtà” e che “l’umorismo ebreo è caratterizzato dal saper ridere delle tragedie”. Ed è sfruttando questo tipo di umorismo che è riuscito a trattare in modo comico temi tanto scottanti come l’olocausto, i campi di concentramento, la questione israelo-palestinese, di cui “si parla spesso troppo e male, soprattutto in Francia”.

Quando qualcuno gli fa notare la somiglianza con il romanzo “Ogni cosa è illuminata”di Safran Foer, Wald ammette di averlo ricevuto in regalo dal padre durante le riprese, ma di non averne posticipato la lettura per non esserne inf luenzato. Conclude affermando che non chiuderà mai i conti con l’ebraismo e la sua famiglia, ma che per non essere monotematico sente la necessità di creare alternanza tra un film e l’altro, annunciando che il suo prossimo film (le riprese stanno avvenendo nel nord del Canada), verterà su temi assai diversi.

Ironizza sulla figura del rabbino come “consulente familiare”, spiegando che tale archetipo (presente anche in “A serious man”, ultimo lavoro dei fratelli Coen) è una tradizione degli anni Sessanta ed è stata da lui introdotta per creare comicità, poiché oggi si

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Il segreto di Meryl Streep Intervista a Maria Pia Di Meo Testo di Simonetta Caminiti Foto di Guido Gambardella

Nelle edizioni che tutti conosciamo, alcune protagoniste di classici del cinema hanno qualcosa in comune, anche se apparentemente sono delle più trasversali. Qual è il filo rosso che lega la Julie Andrews di Mary Poppins, la sensuale e indimenticabile, controversa, Julie Christie de Il Dottor Zivago, le Meryl Streep de La mia Africa, o Il diavolo veste Prada? È il

sonoro: l’interpretazione dell’attrice Maria Pia di Meo. «Io adoro la Streep...» racconta la signora Di Meo nel corso del nostro incontro «E, avendola conosciuta, credo che il suo talento rispecchi ciò che lei è: una persona piena di valori, di sentimenti, di vita vissuta. Quando hai la possibilità di conoscere

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con Visconti (grandissimi registi)... E poi, però... quanto tempo abbiamo? (ride, ndr) Dovrei raccontare davvero un sacco di cose. Mi sono sposata giovanissima, avevo vent’anni, e ho avuto due figli subito: conciliare il teatro con la famiglia è molto difficile. Il doppiaggio mi ha assorbita totalmente, anche perché ho cominciato con ruoli importanti da piccola: a dodici anni doppiavo attrici molto più adulte di me.... Non mi sono mai fermata: sono un po’ stanca, forse, ma continuo. Doppio Meryl Streep: attrice che io adoro e che mi è stata presentata quando ha ritirato il premio alla carriera».

e doppiare personaggi del genere, allora trovi le “delizie” del mio mestiere.Se siamo di fronte a un film mal doppiato, il film è rovinato. Chi fa questo bene questo lavoro dà valore al film: e non è vero che il pubblico non recepisce. Il pubblico recepisce eccome. Intanto, ci piacerebbe ascoltare qualche nota sui suoi esordi. Gli esordi? (ride, ndr) Dobbiamo andare proprio ai tempi dei tempi, nel senso che io ho iniziato da bambina - avevo cinque anni, ero figlia di attori - e non sapevo ancora leggere: dovevo imparare le battute a memoria. Ho cominciato per caso, con mia madre che si occupava di doppiaggio. Sono stata una di quei “bambini-mostri”... E non mi sono mai fermata, ahimè! Ho cominciato a cinque anni, sono andata avanti, poi è arrivato il teatro: ho debuttato con Gassman a dieci anni , ho lavorato con un sacco di compagnie, con Strehler,

E che esperienza è stata? Meravigliosa! Ci siamo incontrate all’Auditorium... Intanto, come tutti i grandi, ha la sensibilità per mettere gli altri a proprio agio: è stata deliziosa e mi ha ringraziato per alcuni miei lavori in

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particolare. Insomma, incantevole. In effetti, ci sono casi eccezionali in cui il tributo dell’attore americano arriva...

tradurre quello su cui altri hanno lavorato per mesi e mesi per un altro pubblico, per noi. Il che è diverso nelle intonazioni, e bisogna trovare delle vie di mezzo. Il “doppiaggese” è proprio questo, per me: ripetere, anche benissimo, ma in modo un po’ pappagallesco. Per me ci sono attrici che doppio come Barbra Streisand, o Susan Sarandon (tante...), ma la Streep è la migliore perché riesce a cambiare i personaggi in modo totale: passa dalla monaca terribilmente dura e tormentata dalle sue angosce alla psicanalista di Prime, un carattere divertente. Si fa brutta, arriva a una gamma di personaggi incredibile. Oggi c’è una buona scuola anche in Australia, ma i migliori vengono sempre dal teatro. E magari non sono bellissimi, ma fanno gli attori nel pieno senso. (Da noi avviene l’opposto, il che è la follia). E così è il doppiaggio: la capacità di aggiungere. Rinaldi mutava da un personaggio all’altro in modo straordinario: “Uno, Nessuno e Centomila”. Non dobbiamo stare rinchiusi in questa parola: “doppiatore”: il doppiatore deve anzitutto essere un attore.

In alcuni casi no, nel suo sì... Devono esserci stati dei film che l’hanno convinta di più. Per esempio, Il Dubbio, questo carattere duro, di una monaca appunto piena di dubbi e molto distaccata dal mondo che la circonda e tutta presa dal suo conf litto interiore... Questa è stata un’interpretazione difficile che ho fatto con grande gioia. È chiaro che quando si doppiano attrici così straordinarie, in qualche modo, non solo si impara, ma ti piace moltissimo farlo. Elementi dibattuti. Una sua dichiarazione che ho sentito, già parametro di chiarimenti con alcuni suoi colleghi, riguarda la libertà, l’aspetto creativo del doppiaggio... Ah sì! (la signora Di Meo assume un tono molto risoluto, ndr, e bissa l’esclamazione) Ah sì! E su questo proprio non ho dubbi. Nel senso che... oggi soprattutto, ci sono tantissimi giovani, anche bravi doppiatori che però non hanno alle spalle un passato di teatro o cose del genere; dunque sono molto bravi ma hanno uno stile molto “doppiaggese”, non saprei come altro definirlo. In realtà, questo mestiere così come lo faceva, ad esempio, il grandissimo Peppino Rinaldi, o Amendola... era un campo nel quale si riusciva ad apportare la propria creatività: ad aggiungere qualcosa. Guardiamo Lionello su Woody Allen: in originale Woody Allen non è così divertente e non c’è dubbio, su questo! Se ognuno di noi fa bene questo mestiere deve portarci la propria sensibilità, il proprio vissuto...»

A livello mediatico, il settore sta emergendo, e soprattutto si ribadisce questo concetto: la personalità in tutto e per tutto attoriale. «Ora sì. Da qualche anno. Per moltissimi anni, nei titoli di coda figuravano magari anche sarti, chi curava le acconciature eccetera ma non noi. Adesso l’edizione italiana comincia ad essere inserita dalle società cinematografiche; ma purtroppo quasi sempre tardi rispetto alla fine dello spettacolo». Ha visto evolvere il suo campo. Come lo ha visto cambiare?

Il timore in casi simili è “tradire un po’” un lavoro già svolto da altre mani.

Devo dire che non l’ho visto cambiare in bene. Sarà che ho lavorato con grandi

No. No, perché devi - come posso dire? -

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Come sarebbe se anche in Italia passassero i film in originale e basta? Qualcuno si sta impegnando a sensibilizzare il pubblico in questo senso. Che ne pensa lei?

attori... Gazzolo padre (Lauro Gazzolo, padre di Nando, ndr), o Carletto Romano, Rinaldi, Locchi. Ripeto, grandi doti di creatività. Oggi li trovo tutti più o meno “simili”, i doppiatori, anche quando sono bravi. Non dico certo che si debba essere se stessi: Amendola, bravissimo, era sempre un po’ troppo se stesso, e doppiando tanti personaggi era riconoscibile. La bravura di un doppiatore è anche quella: la Streep ne Il Dubbio ha bisogno di un timbro tutto suo. Cambiare, cambiare anche la vocalità. In Lemony Snicket, Meryl Streep era una zitella pazza; o in Julie and Julia, interpreta un personaggio noto in America (la nostra Clerici de “La prova del cuoco”, per intenderci), in chiave comica...»

Penso sia una cosa molto sbagliata. Non che non sarebbe magnifico vedere ogni cosa con le voci originali degli attori. Ma in Italia, per la scarsa conoscenza delle lingue che c’è, avremmo bisogno dei sottotitoli, che rendono i film impossibili da seguire. Fra i due “mali”, io preferisco vedere un film doppiato. Non conosco il tedesco: non riuscirei mai a guardare un film tedesco leggendo i sottotitoli. E poi si potrebbe risolvere la questione destinando il film in originale ad alcune sale, e dando la possibilità di scegliere.

Quale sarà stato il personaggio che le rese più popolarità?

Che le pare, invece, del cinema italiano?

«Beh, credo la Streisand. Da Come eravamo a Funny Girl... Anche la Julie Christie di Zivago».

Mi pare che ultimamente che ci siano dei

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Col teatro che rapporto le è rimasto?

registi con delle idee valide. Ma forse io sono un po’ “educata male” (un po’ viziata) dal cinema americano: è impossibile fare dei paragoni col cinema americano. E non parlo di cose tipo Avatar, fuori dalla nostra portata, e poi anche discutibili. Un tempo avevamo Fellini, Antonioni, Visconti, Pasolini, De Sica, Rossellini: una cultura diversa. Oggi c’è un cinema ristretto ai “fatti nostri”, anche quand’è ai massimi livelli: non è universale. In Fellini, ciascuno poteva riconoscersi.

«Amore e odio, direi. Intanto sono tornata al teatro tre anni fa. Io non sono affatto frustrata dalla totale dedizione al doppiaggio: se emergi molto nel tuo campo, non puoi essere frustrato. Al massimo può dispiacerti non esprimere il tuo talento in altri spazi. In molti mi hanno chiesto perché non mi sia data al teatro. La stessa Anna Magnani - ero bambina e doppiavo con lei La rosa tatuata, era una scena molto difficile - mi disse che sarei dovuta andare a fare l’attrice. Poi si sono messe di mezzo o tante cose... ».

Nel senso che non è più un cinema transculturale? «Esatto. Non è transculturale. Anche Gomorra, o Il Divo, ottimi film che parlano di cose soltanto nostre, che riguardano la nostra storia e basta. È un cinema per i giovani, che non hanno avuto la fortuna di avere i nostri modelli: film che segnano una cultura ed un’apertura molto ampia».

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SLASH TRASH & FISH illustration

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Silvia Jessica Parker Testo di Gengis Kant

“..e comunque i The Smiths restano uno dei migliori gruppi degli anni’ 80” e comunque mi domando quante stronzate dovrò ancora ingoiare prima che sia lei ad ingoiare qualcosa di mio.

“come si permette quel vecchio rincoglionito!? i gatti sono esseri intelligenti non devono essere mangiati!!”Mhh, ok, quindi se un agnello vincesse un PhD ad Harvard, nessuno potrebbe toccarlo? Oppure non so, un cavallo che gioca a scacchi, o una capra che ricatta i vip con foto scomode. Insomma questa società non ti ha ancora insegnato che se il tuo quoziente intellettivo rasenta la soglia degli 80 punti (soglia che delimita per l’appunto il concetto letterale di deficienza) la soluzione dovrebbe risiedere nel cercare di aprire quel pozzo di fallimento sociale e culturale il meno possibile? Rischieresti di essere mangiata, lo dico per il tuo bene.

Fisso la scollatura di Silvia cercando di non far caso alla maglia dei Joy Division che potrebbe costarmi la solida erezione procuratami immaginando di intrattenere una conversazione con una donna intellettualmente stimolante. Siamo in un Wine Bar. Si lo so, lo so, scusate la caduta di stile, per questa sera ho tradito il-magreb-sotto-casa-con-leperoni-a-un-euro, ma insomma, non tutti sanno apprezzare quell’odore inconfondibile di aglio sudato e immigrazione brutalmente ghettizzata.

La serata al wine bar continua. Io ho messo il pilotaautomatico, e mentre la mia coscienza è concentrata nello scorgere dalla sua maglietta una qualche forma di capezzolo, mi ritrovo ad affrontare tematiche interessantissime come il suo corso di danza, katy perry, il suo gatto. Ascolto con titanica fatica le sue parole, questo vacillante cumulo di clichè e frasi fatte che mi viene spacciato come cultura è irritante quanto un brufolo sul culo. Specialmente quando inizia a parlarmi dei suoi falsi idoli. Come Sarah Jessica Parker. Si perché Silvia fa parte di quella sottospecie dell’ animale Femmina denominata “idiote, ma sul serio” che idolatrano l’attrice sopracitata innalzandola a nuova portavoce del femminismo.

Siamo in un Wine Bar, ci tengo a precisarlo. Come quel dettaglio imprescindibile per capire chi è stato l’assassino. Siamo in un Wine Bar e stiamo per ordinare: - Allora cosa prendete? - Io un bicchiere di rosso, non so, un Chianti. Silvia tu cosa prendi? - Io vorrei una Caipiroska alla fragola. - mi dispiace siamo un Wine Bar non prepariamo cocktail, abbiamo solo vino. - mhh, allora un Cosmopolitan! addio erezione. Cazzo, dopo tutta la fatica che ho fatto nell’accettare di sedermi in questo posto intellettualmente degradante in mezzo a radical chich di 35 anni con visibili stempiature, petto villoso, pantaloni di f lanella e con quell’ostentato desiderio di apparire “giovani” solo per poter ficcare un’ultima volta il loro uccello in qualche giovane passera ventenne, sei stata capace di essere inopportuna come un preservativo in un porno.

“Si perché il suo personaggio ha dato vita ad un nuovo immaginario collettivo sulle donne indipendenti e in carriera” Ragazze, qualcuno deve pur prendersi il grave fardello di svelarvi qualcosa che avrà nella vostra vita le stesse conseguenze che la morte della mamma di bambi ha avuto nella mia. Sex and the city è un prodotto concepito e scritto da uomini, nonché veicolo ed espressione della più sottile e inf luente forma di maschilismo che esiste al giorno d’oggi. Vedervi passeggiare in giro con tacchi da 12 cm, minigonna, e scollatura è esattamente quello che abbiamo sempre sperato dai tempi dei peli sotto le ascelle. E ha a che fare con l’emancipazione femminile tanto quanto Sarah Jessica Parker ha a che fare con il sesso femminile.

Silvia è una di quelle tipe che crede che per dare una svolta alla propria vita basti un tubetto colorante per capelli. Davvero ragazze, qualche creatura compassionevole dovrebbe spiegarvi che la felicità non segue la funzione y= x+ m di una retta ascendente la cui asse delle ordinate è la tinta dei vostri capelli. Detto in parole povere, povere come il vocabolario delle ragazze a cui è dedicato questo pezzo, la felicità non è direttamente proporzionale alla chiarezza del vostro biondo.

Ma non sarò sicuramente io a muovere un dito perché tutto questo cambi; anzi, continuerò ad avvallare la vostra ipotesi secondo cui Sex and the City è un ottimo telefilm. Finchè mi permetterà di sedarvi con l’acquisto di un paio di scarpe o di fare sesso anale con maggiore frequenza. Ma sento la necessità di aprire un paragrafo a parte. Sarah Jessica Parker. O anche facilmente qualificabile come quell’abominevole e grottesco naso da cui si dipanano quei piccoli e spiacevoli occhi da handicappata contornati da lineamenti deformi, disarmonici e sgraziati a cui, non pago, Nostro Signore eterno

Mi dispiace, sul serio. Se così fosse, il Dalai Lama avrebbe i capelli di Bon Jovi, e Raffaella Carrà sarebbe dio. Oltre a collezionare scarpe e borse di pelle, la sua grande passione è l’animalismo. Si proprio l’animalismo. Quello stesso animalismo ipocrita e bigotto che ha fatto sì che quel genio incompreso di Bigazzi venisse cacciato dalla rai perché affermò che i gatti fossero una deliziosa specialità culinaria.

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Mi dispiace, sul serio. Se così fosse, il Dalai Lama avrebbe i capelli di Bon Jovi, e Raffaella Carrà sarebbe dio. ha deciso di applicare un turpe e disgustoso porro. Un porro che nonostante la quantità di operazioni chirurgiche a cui la suddetta creatura si è sottoposta, è sempre lì, immutato nel tempo, coperto da una fitta coltre di cerone e fondotinta, ma facilmente riconoscibile, come una nocciolina in un torrone. Eppure qualunque essere dotato di intelletto, con tutto quel danaro, si sarebbe guardato bene dall’affrettarsi a rimuovere quella fastidiosa e sgradevole imperfezione cutanea, prima che tutto il mondo se ne accorgesse. E invece no. È sempre li. Probabilmente perchè la nostra yankee deforme avrà supposto che nonostante si tratti di un difetto, resta pur sempre un elemento caratterizzante del suo volto. Un po’ come il neo di Cindy Crawford. O come il porro di mia nonna. Un bel giorno Silvia mi porta a casa sua. Entusiasta, spero che finalmente potrò scoparla a dovere dando finalmente un senso a tutte quelle ore spese ad ascoltare le sue parole o a fissare i suoi leggins traslucidi. Ma lei sembra aver in serbo una sorpresa per me: una sorpresa, per me. Con gioia ed enfasi mi rivela che la sorpresa consiste nella visione di uno dei suoi film preferiti. Scruto la sua stanza in cerca di un paletto di legno abbastanza profondo da poter conficcare nel suo petto. Nulla. Così ripiego cercando di mascherare la delusione e lo sconforto coprendolo con uno stupido sguardo di lusinga. “Oh che pensiero carino”. Lei è visibilmente felice, io sono come Fantozzi nel Secondo Tragico. Mi bastano i titoli di testa per riuscire a capire di quale tipologia di film si tratti: tipica storia d’amore americana che strizza l’occhio al cinema indipendente con una regia ostentatamente incline al videoclip. Vorrei poter essere nella posizione di menzionare il film questione, ma si tratta di una storia vera, e non vorrei rischiare delle noiosissime ripercussioni nella realtà. Sta di fatto che mi ritrovo ad essere costretto a subirmi quasi due ore di pura violenza psicologia, a base di dialoghi insensati, depressionismo mainstream e canzoni dei The Smiths. Ma la cosa che più mi innervosisce è sapere che anche stasera non ci sarà nessuno a dare un senso a quelle due ore spese sul bidet a rasarmi chirurgicamente lo scroto.

Mentre passeggiavo nel parco cercando di svuotare la testa dai mille pensieri che sfortunatamente mi rendono incapace di interagire con una donna come lei, appare alla mia vista una splendida e incantevole creatura. Una capretta. Una capretta diversa da tutte le altre, facilmente distinguibile per via di quell’inconfondibile biondo platinette, e da quella strampalata ed eccentrica montatura ray ban con lenti non graduate. Salto i convenevoli, le offro una caipiroska alla fragola e dopo poco ci ritroviamo a casa mia. Speravo in sesso da manuale ma sfortunatamente dopo qualche chiacchiera mi sono visto costretto a mangiarla, quando mi ha rivelato di essersi iscritta allo IED dopo non aver passato l’esame di ammissione in Scienze delle comunicazioni.

Ah, quasi dimenticavo: 500 giorni insieme, è un film di merda.

Alla fine con Silvia è finita. Mi manca tutto di lei. Specialmente quella sensazione unica ed inconfondibile di serenità e gioia che solo il volontariato può darti.

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eirut

che fanno le giovani menti per sentirsi più audaci. Non so se c’è qualcosa di loro, qualcuno ci ha visto Il grande dittatore.

è un posto che non conosco,

Come sempre è l’occhio che decide, l’occhio di tutti. Nessuno

dove non sono mai stato, in

conosce bene il proprio destino, io ho preso la cinepresa e ho

cui non so se mi piacerebbe

provato ad andare a fondo. Spesso fa male, perché il risultato

andare. E’ fondamentalmente

è inaspettato, non convince. Altre volte tutto sembra

una parola che ha permesso ai personaggi e alla luce di

meraviglioso. Non si poteva fare meglio di così. L’importante è

esistere. Non ho seguito nessuno schema, solo quello verticale

saper commettere i propri errori, con grande forza e insistenza.

di dover arrivare alla fine. Ad un certo punto ci sono arrivato e mi sembrava che potesse andare bene. C’è un po’ del Dott. MARCO FAGNOCCHI, il regista di Beirut

Stranamore e un po’ di Beckett, ma questi sono i paragoni

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CA S I L I N O 900 Casilino 900, 11 settembre 2008 La minaccia sono ancora gli stranieri. Per molta gente e per tutto l’occidente, i campi rom sono visti come l’inferno in terra.entrandoci e giocando con i bambini si capisce che quest’inferno dei media non esiste, che i bambini non ti rubano i portafogli. cercano di giocare, dicono Italia1 e ti chiedono se finiranno sui giornali...forse questa volta no. Se avessero solo metà di quello che abbiamo avuto noi, non li chiameremo più zingari, non noteremo neanche più le differenze, invece si continua a pensare che è tutta una questione di razza e cultura . . .

Quel campo è ormai scomparso, chiusi i cancelli, apposti i blocchi. Le ruspe hanno buttano giù le baracche, e la Bonino si interroga se ci sarà o meno integrazione, e non molti si chiedono la stessa cosa, neanche a sinistra. Le foto dei bambini che vivevano in quel campo, la loro vita serena anche se circondati dal nulla, quando attorno Roma palpita, cresce. Proprio lì davanti sta sorgendo una nuova stazione della metropolitana, la linea C. Forse qualcuno aveva paura che rubassero qualche portafoglio o che andassero a scuola troppo velocemente, e così ora si trovano in Via di Salone, fuori dal raccordo; così faranno sicuramente più fatica a fare entrambe le cose ...

FOTO DI MASSIMILIANO MAURO

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Jack il cieco Avevo strimpellato tutto il giorno alla fiera. Ma “Butch” Weldy e Jack McGuire nel ritorno, ubriachi fradici, vollero che ancora suonassi Susie Skinner, frustrando i cavalli finchè questi ci presero la mano. Cieco com’ero cercai di saltare Mentre la carrozza cadeva nel fosso, e fui schiacciato tra le ruote e ucciso. C’è qui un cieco dalla fronte Grande e bianca come una nuvola. E tutti noi suonatori, dal più grande al più umile, scrittori di musica e narratori di storie, sediamo ai suoi piedi, e lo ascoltiamo cantare della caduta di Troia.

L’antologia di Spoon River Testo di Dario Mengozzi Tra poco più di un mese ricorrerà l’anniversario della morte della più grande traduttrice italiana di letteratura americana, Fernanda Pivano. La traduttrice che ha portato in Italia gli scrittori fondamentali del novecento; da Hemingway a Bukowski passando per la beat generation. La Pivano non solo traduceva le opere dei più grandi, ma era anche amica personale di questi scrittori. Tra le numerose leggende sul suo conto, si dice che avesse avuto una relazione con Hemingway e che fosse lei a tranquillizzare un allucinato Kerouac durante una serie di conferenze in Italia per la promozione di Big Sur. Fernanda Pivano è stata un guru per la letteratura americana, ha amato i suoi scrittori e come tutti gli amanti ha anche sofferto per amore. È stata incarcerata per la traduzione dell’Antologia di Spoon River, in un periodo in cui la letteratura americana era fortemente osteggiata dal regime fascista. L’Antologia uscì per la prima volta

in America ne 1915, un periodo in cui ancora la letteratura inglese e quella americana erano difficili da scindere. Edgar Lee Master con il suo libro divise definitivamente i due diversi stili. L’ Antologia di Spoon River è una raccolta di epitaffi, i personaggi di una contea che si raccontano, riassumendo il significato della propria vita in poche righe. L’autore ha definito il libro qualcosa di meno della poesia e di più della prosa. Ma il libro è molto di più, non è solo un grande libro di poesia, ma anche un documento di quello che era la provincia americana riscoperta poi anni dopo da scrittori del calibro di Steinbeck, Dos Passos, Faulkner, ecc.. In un periodo lontano in cui l’America ostentava un sano ottimismo come risposta a tutti i mali della società, l’ Antologia esordì come la bibbia del pessimismo americano, e Lee Master ne fu il suo profeta. Attraverso le storie, i personaggi della contea di Spoon River si raccontano e si

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confessano, mettendo a nudo le pulsioni, i sentimenti e le aspirazioni infrante del popolo americano. Nell’Antologia si trovano tutti i temi che saranno fondamentali per i grandi scrittori del novecento americano:la solitudine del’individuo, la critica alla società e alla politica contemporanea e la rivalutazione di un passato epico, violento, ma sicuramente più nobile. La sessualità, fatta spesso di torbide relazioni, vista come mezzo di evasione dalla forte oppressione morale di provincia. La violenza che fa da filo conduttore per tutti i personaggi:alcolizzati, asceti, miliardari e pezzenti, timidi e violenti, vite che tendono tutte con le proprie diversità verso il fallimento. Solo le anime semplici riescono a trionfare sulla vita a Spoon River. L’Antologia è un libro fondamentale e ancora oggi un testo di grande attualità. Fabrizio de Andrè scelse nove poesie dalla raccolta per trarne un album : non al denaro, non all’amore, né al cielo


Tentativi di scoraggiamento di Erri De Luca

La simbologia massonica di Jules Boucher

Un saggio, un racconto breve, una lettera. Non è detto che ciò che dice l’autore, o meglio il narratore, corrisponda al vero, il più delle volte è pura finzione, sfruttamento di un pensiero geniale, di un’intuizione che si trasforma in parole, poi frasi e infine pagine. Erri De Luca sta davvero rispondendo a un suo giovane ammiratore che gli chiede consiglio? Non possiamo saperlo – infondo a chi interessa? ma ciò che più importa è ciò che lo scrittore imprime con l’inchiostro. Una grande verità, un consiglio spassionato, umile ma diretto. Uno sprone ad andare avanti, a scrivere e ad essere scrittore nonostante tutto, nonostante il mondo. Comunque vada la tua scrittura, che sia gradita o ignota, difendine sempre il diritto per chiunque. E se ti costerà, pagane allegro il prezzo, sei scrittore e hai responsabilità civile della libertà di pubblica parola. Contrasta ovunque la censura, fai il bravo calzolaio e difendi il diritto di libero cammino. Sia questo il sacro per te: la libera parola scritta, detta, cantata, recitata, in ogni luogo pubblico. Un invito all’ostinazione e alla pazienza, che contrariamente al cinismo del titolo, forse più che scoraggiare gli scrittori invoglia i lettori più curiosi, che compreranno il libro e saranno presi da un’inaspettata voglia di scrivere. ANGELA DI MATTEO

Grazie a Jules Boucher i rituali massonici non hanno più segreti. Coloro i quali credono che i massoni siano quegli uomini, magari incappucciati, che si riuniscono in posti segreti per celebrare rituali misteriosi dovranno ricredersi. Al contrario emerge, tra gli iniziati, la necessità di “raggiungere la luce”, affinché gli eventi di quelli che vengono definiti gli “eventi della vita profana” non scalfiscano più, non fungano da limite e, al contrario, siano uno sprone a ricercare la forza e la bellezza dell’aspetto esoterico della vita. Quello massonico è un mondo costituito, tra gli altri, da un forte aspetto simbolico che affonda le proprie radici in epoca mesopotamica, presumibilmente oltre 6mila anni fa e che rivive puntualmente nei rituali di primo, secondo e terzo grado della massoneria azzurra. Rituali nei quali si trovano retaggi di un passato storico di indubbia gloria, affascinante il rituale di “aumento di salario”, cioè quello che porta i compagni a diventare maestri, cerimonia durante la quale il massone viene simbolicamente riportato alla vita. Squadra, compasso, maglietto e “gioielli di loggia” vengono spiegati in modo dettagliato, portando con ognuno con sé i significati e le significanti storico-esoteriche. GIUDITTA MOSCA

La fortuna non esiste di Mario Calabresi

Non mi uccise la morte di Luca Moretti La storia di Stefano Cucchi è tristemente nota, la notte del 15 ottobre del 2009 il giovane geometra viene arrestato da una pattuglia di Carabinieri, nei pressi del Parco degli Acquedotti a Roma, perché in possesso di una piccola quantità di hashish. Portato in caserma, processato per direttissima, trasferito nelle celle di sicurezza del tribunale e poi nella sezione penale dell’ospedale Sandro Pertini, Cucchi da questa vicenda non esce vivo. Il racconto di questa storia drammatica è ora affidato anche ad una graphic novel, Non mi uccise la morte, editata da Castelvecchi Editore. Anche in questo caso il fumetto dimostra di essere un genere adatto a comunicare storie, idee e rif lessioni che riguardano problemi sociali e politici. Una tragica vicenda scritta dallo Stato e raccontata in questo libro da Luca Moretti, che ha curato i testi, e Toni Bruno autore delle illustrazioni: «Quando cominciai a scrivere mi resi conto che questa non era più la storia solo della famiglia Cucchi, ma di tutti» racconta Moretti, che inoltre spiega di aver trovato una importante fonte documentaristica nei materiali messi online dal sito innocentievasioni.net. Una vicenda piena di sofferenza che Bruno ha illustrato con tratti duri e colori scuri, come oscuri e confusi sono i fatti. GIULIANA CAPRIOGLIO

C’è il racconto di una coppia che lavorava a Wall Street e che, dopo aver subito il licenziamento, ha creato un’attività online per vendere sandali realizzati in Cambogia, devolvendo una parte del ricavato alla comunità produttrice. C’è la storia di Jaward, ragazzo afgano che a causa di una malattia si ritrova sulla sedia a rotelle. La nuova condizione e le difficoltà di adattamento non gli permettono di andare a scuola e a 13 anni si ritrova ancora analfabeta. Solo grazie alla sua caparbietà riesce a rivoluzionare la sua vita: ha convinto un medico italiano a farlo studiare a domicilio e a proseguire gli studi fino a diventare un ricercatore. L’America è distrutta dalla crisi finanziaria, sconvolta dalla “tempesta perfetta”. Nonostante questo, l’uomo riesce a trovare dentro di sé le risorse per sperare e sognare in maniera più forte di prima. È l’uomo che disegna il suo cammino, cercando di cogliere le opportunità o cercando di crearne delle proprie; è l’uomo che si mette in gioco, cerca nuove prospettive, non si piange addosso, non si rassegna. Nessunosi sottrae. Ci sono città abbandonate in mano alla delinquenza ma non perdute grazie alla forza di persone che non scappano ma cercano di cambiare il proprio mondo, creando qualcosa di positivo. DANIELE MAURIZI

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High Violet The National

SLASH Slash

Quando il 4 novembre 2008 Barack Obama viene proclamato Presidente, a Chicago, la sua città, esplode la gioia liberatoria della folla che finalmente può lasciarsi alle spalle il periodo buio dell’era Bush. La celebrazione inizia sulle note di “Fake Empire” di The National. Il falso impero descritto nel pezzo era facilmente assimilabile, in quel contesto, a quello costruito durante gli otto lunghi anni dell’amministrazione Bush e faceva pensare che i festeggiamenti fossero più per dire addio a ciò che ci si lasciava alle spalle che per dare il benvenuto al nuovo Presidente. GIUSEPPE PAXIA

Il risultato è un lavoro dai chitarroni gommosi e celestiali ad alta pressione (picco raggiunto nella traccia “Nothing to Say” in compagnia di Mr. Shadows degli Avenged Sevenfold), senza la profondità che ci si aspetterebbe da un professionista come Slash. Già dal primo ascolto si sospetta un’americanata buona per metallari che all’ultimo banco disegnano sul diario i tatuaggi da fare appena diventati maggiorenni. Ma si preferisce aprire meglio le orecchie. LEONARDO RUMORI

Wavering Gradiant Isis

Contact, Love, Want, Hate Ikonika Se “5 Years Of Hyperdub” c’ha insegnato qualcosa, è che il dubstep, come idioma stilistico capace di identificare un “suono unitario”, ormai ha cessato di esistere. Niente svenimenti, prego: quelle intuizioni hanno fruttificato ovunque, folgorando centinaia di miscredenti sulla via di Damasco, e lanciando precisi imput in favore di quel sempiterno rimescolamento UK-Bass al quale nemmeno il Flick può oramai dare la pace. Wonky è sinonimo di ritorno all’artiglieria 8-bit vista da una prospettiva. MATTEO LOSI

Non sono un eccelso conoscitore musicale, la mia scrivania non è sommersa di album Kraut-Rock e no, non conosco sinceramente quale sia il pensiero di Scaruffi. Ciò non toglie che adoro la musica ma soprattutto adoro la mia musica. Quella di poche band, perlopiù contemporanee e circoscritte a determinate scene, nelle quali in questi anni sono riuscito a costruire una dimensione intima nella quali rifugiarsi nei momenti più disparati. L’esempio perfetto sono forse proprio loro, gli ISIS. RAFFAELE SAGGIO

Il Secondo Tragico Psychofagist

All The Dread Magnificence of Perversity Gnaw Their Tongues

Dopo 5 anni da “Psychofagist”, ed uno stuolo di produzioni minori (7”, EP, split), al secondo, atteso, full length, “Il Secondo Tragico”; evoluzione impressionante di una proposta musicale che, all’epoca era si valida, ma ancora acerba e fin troppo ancorata a stilemi jazz-grind.Nel 2009, gli Psychofagist hanno definitivamente sciolto le briglie in favore di un suono sempre più “free” ed incatalogabile, merito anche dell’ ingresso in pianta stabile nella formazione di Luca Mai (Zu, Black Engine) al sax baritono. DANIELA SCHICCI

Gnaw Their Tongues è Mories, un pazzo olandese, iperattivo per natura, esce su Crucial Blast, e non è tutto dire. La sua musica e le sue creazioni nascono ed esplodono all’interno di una scatola senza forma ne colore. Fondersi in una colata di lava bollente, camminando verso un inferno che nemmeno Dante immaginò così truce. Un’orchestra di Satana a tutti gli effetti, alcuni sprazzi di deliri sono incredibilmente reali, un’inesorabile apocalisse, il male che non si può evitare. MICHELE POLONIATO

The 14’s Soundtrack Qualood Se siete in un bar ordinate un panino con la mortadella o un francesino con rucola praga salsa cocktail gamberetti? Birra o Sangiovese superiore in purezza? Insomma se avete un palato esigente in fatto di new beats questo disco dei QualooD ìThe 14’s Soundtrackî fa per voi, anche perchÈ contiene contributi di tutti i migliori interpreti della specialit‡. Il suono del disco ha una tridimensionalit‡ impressionante. Una miscela di ritmi downtempo e sonorit‡ psichedeliche descrivono al meglio questo album. ALESSANDRO LO RUSSO

Solo per i lettori di MP l’abum completo dei Qualood scaricabile tramite questo QR. Siamo o non siamo buonissimi?

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SLASH TRASH & FISH illustration


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