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PER L’AMICIZIA e LA SOLIDARIETà TRA I POPOLI

l’integrazione latinoamericana avanza la crisi e il caso dell’oro venezuelano

l’aula più grande del mondo ottobre 2011


p°3 editoriale p°4 attualità alba

L’integrazione latinoamericana avanza, per un mondo solidale e multipolare

p°8 venezuela bolivariana una lezione d’oro: crisi e nazionalizzazione delle riserve aurifere venezuelane

Nuova ALBA INFORMAZIONE - Ottobre 2011 Numero unico in attesa di registrazione. Pubblicazione della ASSOCIAZIONE “ALBA” C.F. 95148080633 Via G. Palermo, 45 - 80131 Napoli Tel. 0039 (0)81 372 26 68 - 0039 333 503 06 97 albassociazione@gmail.com Per contatti con la redazione: albaredazione@gmail.com Direttore Responsabile: Maylyn Lopez Direttrice: Maria Vittoria Tirinato Coordinatore di redazione: Ciro Brescia Redazione: Carlos Abreu, Gabriele de Martino di Montegiordano, Marnoglia Hernández-Groeneveledt, Leonardo Landi, Anna Mazza Comitato Editoriale: Brasile - Jane Argollo Cuba - Antonio Alvarez Pitaluga Italia - Geraldina Colotti Repubblica Dominicana - Narciso Isa Conde Stati Uniti - Michael Fox Venezuela - Bernardo Borges Hanno collaborato a questo numero: Marinella Correggia, Daniele D’Ari, German Ferrer, Attilio Folliero, Porfirio Hernández Parra, Mario Neri, Marco Nieli, Emilia Saggiomo Realizzazione e grafica: Mauro Aloisio mail@mauroaloisio.it Stampato presso: Ma.Zi.Ma Sas di Ciro Marino, Vico Orto, 2 Pollena Trocchia (NA)

p°11 l’aula più grande del mondo p°17 Progetto Canaima: le nuove tecnologie per un’educazione integrale e di qualità

p°19 internazionale COME I Paesi DELL’ALBA

HANNO FATTO DEL CASO LIBICO UN FELICE MODELLO DI RISOLUZIONE NONVIOLENTA DEI CONFLITTI…

p°21 Totale appoggio al

riconoscimento dello Stato palestinese

p°24 osservatorio america latina p°25 reti sociali

Brasile: nasce il Centro Culturale «La Integración»

p°27 cultura El Dorado, in cammino fra mito e storia

p°29 storia Giornata della

Resistenza indigena: il “revisionismo” indio


editoriale

Negli ultimi mesi i mass media ripetono all’infinito lo stesso messaggio: siamo sommersi da un debito enorme, mostruoso, che ci costringerà a pesanti sacrifici per salvare le nostre economie

Peccato che si tratti di un film già visto: negli anni Ottanta e Novanta il FMI, sotto il ricatto del debito, dettava politiche sociali feroci ai Paesi di America Latina, Asia e Africa. In questo numero proviamo a smontare il giocattolo del debito per comprenderne i meccanismi, con un occhio al Venezuela e l’altro all’Italia, e con l’idea che la storia più o meno recente di Paesi che hanno già subito le imposizioni del capitale finanziario, tentando una via d’uscita diversa dalla crisi, abbia qualcosa da insegnare anche a noi. In quello che continua ad essere il “nuovo mondo”, anche se per motivi diversi dal passato, si delineano prospettive inedite d’integrazione fra Stati: si pensi all’ALBA-TCP, all’UNASUR, al MercoSUR, alla CELAC. Anche su questi esperimenti, per lo più nascosti dai media dominanti, proviamo a informare, nella convinzione che possano determinare mutamenti importanti nello scenario politico latinoamericano e internazionale. Lo testimoniano le recenti prese di posizione presso l’ONU del Consiglio Politico dell’ALBA, contro la guerra NATO e la spartizione neocoloniale della Libia, contro le minacce di aggressione alla Siria e in favore del riconoscimento dello Stato palestinese. L’unico modo per affrontare una crisi, quella capitalistica, che sappiamo oggi strutturale e che travolge tutti gli ambiti e gli aspetti della società, può essere quello di proporre e avanzare verso un radicale cambiamento di paradigma. Ogni crisi contiene in sé la sua possibile solu(continua in terza di copertina)

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attualità alba

L’integrazione latinoamericana avanza, per un mondo solidale e multipolare nella lettera di Hugo Chávez indirizzata alla 66°Assemblea dell’ONU si riflette la visione geopolitica del Governo Bolivariano

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La costituzione di organizzazioni sovranazionali come l’UNASUR e il CELAC, le loro funzioni, i loro rapporti reciproci e le loro articolazioni, vi sono illustrati alla luce dell’obiettivo comune: l’integrazione dei popoli e delle istituzioni latinoamericane, guardando oggi anche all’Africa e all’Asia. Segue uno schema sulla progettualità dell’Alleanza Bolivariana, che continueremo ad aggiornare e ampliare nei prossimi numeri. «[…] Dall’America Latina e dai Caraibi sono nate potenti e dinamiche alleanze regionali, con l’obiettivo di configurare uno spazio regionale democratico, rispettoso delle particolarità e desideroso di mettere l’accento sulla solidarietà e la complementarietà, potenziando ciò che ci unisce e discutendo politicamente ciò che ci divide. Tale nuovo regionalismo ammette la diversità e rispetta i ritmi di ognuno. Così la Alianza Bolivariana para los Pueblos de Nuestra América (ALBA) avanza come esperimento di avanguardia dei governi progressisti e antimperialisti cercando formule di rottura con l’ordine internazionale imperante e rafforzando la capacità dei popoli di farvi fronte, collettivamente, rispetto ai poteri dello status quo. Ciò però non è di impedimento al fatto che i suoi membri diano la spinta decisa ed entusiasta al consolidamento della Unión de Naciones Su-


n ti i ta ap ite

Ab

PIL pro c

Fonte: PDVSA, 200 a単os de libertad. Nace una nueva America


attualità alba ramericanas (UNASUR), il blocco politico di cui fanno parte i 12 Stati sovrani del Sud America al fine di raggrupparli in quello che El Libertador Simón Bolívar definì «una Nazione di Repubbliche». Inoltre, i 33 Paesi dell’America Latina e dei Caraibi si preparano per lo storico passo della fondazione della grande entità regionale che ci riunisce tutti, senza esclusioni, nella quale possiamo disegnare congiuntamente le politiche che avranno l’obiettivo di garantire il nostro benessere, la nostra indipendenza, la nostra sovranità, fondata sulla uguaglianza, la solidarietà e la complementarietà. Caracas, la capitale della Repubblica Bolivariana del Venezuela, è già adesso orgogliosa di ospitare, i prossimi 2 e 3 dicembre, la riunione dei Capi di Stato e di Governo che fonderà definitivamente la nostra Comunità degli Stati Latinoamericani e dei Caraibi (CELAC). Noi Venezuelani contribuiamo con le nostre esperienze ad una grande alleanza degli insiemi regionali del Sud, come la Unión de Naciones Suramericanas (UNASUR), CARICOM, SICA, Unión Africana, la ASEAN e la ECO e, in particolare, le istanze interregionali delle articolazioni delle potenze emergenti come il BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa), che devono convertirsi in un polo di attrazione connesso con i popoli del Sud.» Dalla Lettera del Presidente Hugo Chávez alla 66° Assemblea dell’ONU, 27 settembre 2011

VENEZUELA

CUBA

NICARAGUA

ECUADOR

BOLIVIA ANTIGUA E BARBUDA DOMINICA S. VINCENTE E GRANADINE

Alleanza Bolivariana per i popoli della Nostra America Trattato di commercio tra i popoli L’ALBA – TCP è una piattaforma d’integrazione tra i Paesi dell’America Latina e dei Caraibi, che si fonda sulla solidarietà, la complementarità, la giustizia e la cooperazione. È nata il 14 dicembre del 2004 da un accordo firmato tra Venezuela e Cuba. Attualmente ne fanno parte 8 Paesi:  Venezuela  Cuba  Bolivia  Nicaragua  Dominica  Ecuador  San Vincente y Las Granadinas  Antigua y Barbuda A questi va aggiunto l’Honduras, che durante il governo di Manuel Zelaya entrò a far parte dell’ALBA fino a quando il presidente democraticamente eletto non è stato deposto con un colpo di stato militare, di fatto facilitato dagli USA di Obama, nel 2009. La Siria è stato il primo Paese extracontinentale ad entrare nell’Alleanza a titolo di Paese osservatore (2011).


Risultati dell’Alba-Tcp

economici

Sociali

L’ALBA-TCP è costituita da quattro “aree di complementarietà”, ognuna governata da un Consiglio (Sociale, Politico, Economico e dei Movimenti Sociali) composto da rappresentanti di ogni Paese.

 Programma di Alfabetizzazione, più di 3.000.000 di persone oggi possono leggere e scrivere.  Misión Milagro ha restituito l’abilità visiva a più di 1.880.000 persone. Cancelliamo l’immenso indebitamento sociale lasciato dal capitalismo ai nostri popoli

 Programmi per i diversamente abili, sono stati affrontati più di 3.000.000 di casi.  Scuola Latinoamericana di Medicina, più di 1.730 giovani studenti di 70 Paesi, con borsa di studio.  Fondo di Cultura ALBA – Case dell’Alba, difesa della nostra cultura attraverso l’incentivo alla creazione, produ Banco dell’Alba, costruzione della sovranità finanziaria, attraverso la Nuova Architettura Finanziaria Regionale, al servizio dei nostri popoli, finanziando lo sviluppo di lungo periodo e senza accettare condizionamenti politici.

Costruendo una zona di sviluppo condiviso

 Sucre, è un meccanismo di cooperazione, integrazione e complementazione economica e finanziaria, al servizio dei nostri produttori e alla promozione del commercio all’interno dei nostri popoli, includendo i settori tradizionalmente esclusi.

movimenti sociali

politici

 Progetti e Imprese Gran Nazionali, appoggio al Sistema Produttivo garanten-

La costruzione dell’uguaglianza per tutte le nazioni per un mondo Multipolare

 Lotta contro l’interventismo e la guerra, consolidamento degli spazi, accordi e alleanze che possano contribuire a porre fine alle egemonie imperialiste. Garantire la sovranità nazionale dei popoli contro l’interventismo straniero.  Difesa dei diritti della Madre Terra, ancora sforzi in difesa della vita per fronteggiare il progetto capitalista. Sostegno più saldo in appoggio al Summit Mondiale dei popoli sui cambiamenti climatici e i diritti della Madre Terra.  Si sono costituiti i capitolati nazionali in Venezuela, in Bolivia e a Cuba; nel resto dei Paesi sono in via di costruzione.

Articolazione effettiva tra i governi e i popoli

 Gli incontri dei Movimenti Sociali si sono svolti a Tintorero, Venezuela,

zione e distribuzione di beni e servizi culturali dei nostri popoli.  Sovranità Comunicazionale, posta a fondamento dell’Alba-TV, Radio del Sur e Telesur, per vedere le nostra realtà attraverso media d’informazione indipendenti.  Giochi sportivi Alba, hanno partecipato 8.000 atleti per 31 nazioni in 3 edizioni.  Solidarietà con Haiti, dopo il terremoto manteniamo 5 campi che attualmente offrono alloggi, alimentazione, salute, ricreazione e fabbisogno energetico a 17.112 persone. do l’accesso di beni e servizi primari.  Trattato di Commercio dei Popoli, potenzia la unificazione delle politiche economiche comuni tra i Paesi e i suoi popoli, permettendo che i lavoratori, e non gli imprenditori, beneficino del proprio lavoro.  Maggiore produzione agroalimentare, finanziamento ai Paesi dei Caraibi, Centroamerica e Sudamerica di progetti di produzione agroalimentare che potenzino la nostra sicurezza alimentare.  Sicurezza Energetica, integrazione energetica al servizio dei nostri popoli e del loro sviluppo.  Difesa comune dei diritti umani, concertazione politica tesa a contrastare le campagne orchestrate contro i nostri popoli.  Concertazione politica di Alleanza, per assumere posizioni ferme e certe condannando il blocco genocida nei confronti di Cuba e le responsabilità delle Nazioni più forti riguardo alla crisi finanziaria internazionale, energetica, alimentare e climatica. nel 2007 e a Cochabamba, Bolivia, nel 2009 e 2010. Hanno messo in campo iniziative e posizioni rispetto ai contesti internazionali: blocco economico per Cuba, colpo di stato in Honduras, basi militari in Colombia, difesa dei diritti della Madre Terra. www.alba-tcp.org

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Venezuela Bolivariana

una lezione d’oro crisi e nazionalizzazione delle riserve aurifere venezuelane Un Paese ricco di risorse Dal 14 febbraio 2011 il Venezuela è ufficialmente il Paese con la maggiore riserva petrolifera accertata al mondo, con 296,5 miliardi di barili. Lo stesso giorno sono stati pubblicati nella Gazzetta Ufficiale del Venezuela n. 39.615 i risultati delle indagini condotte per anni da un gruppo di società internazionali chiamate ad accertare le effettive riserve petrolifere venezuelane. Il Paese latinoamericano non possiede solo petrolio, ma anche gas, oro, coltan e numerose altre materia prime. Come nella maggior parte dei Paesi del mondo, anche la legislazione venezuelana riserva allo Stato la proprietà di tutto ciò che esiste nel sottosuolo, potendo affidare lo sfruttamento di queste risorse ai privati, che in cambio di questa concessione pagano allo Stato delle royalties. Per decenni le grandi multinazionali del petrolio, dell’oro e degli altri settori hanno operato in Venezuela, pagando allo Stato cifre irrisorie (nell’ordine dell’1%). Non contente, negli ultimi decenni del XX secolo, aspirano al loro pieno possesso.

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Comprendere il debito pubblico La storia del Venezuela e in generale dell’America Latina può essere vista come uno specchio di quello che sta per accadere in Grecia, in Italia, in Europa. L’unica cosa che potrà cambiare sarà l’intensità con cui si daranno gli avvenimenti. Di qui l’enorme importanza di conoscere la storia, in particolare quella dell’oro venezuelano. In che modo le multinazionali avrebbero mai potuto impossessarsi non solo di fatto, ma anche legalmente, delle grandi risorse del Venezuela? Semplice: attraverso il processo di privatizzazione. Per poter procedere alla privatizzazione delle risorse del Paese e delle grandi imprese statali era però necessaria una scusa. E la scusa è data dalla presenza di un enorme debito pubblico. Il debito pubblico non nasce spontaneamente, si crea di proposito. Per comprendere il meccanismo, invitiamo a leggere il capitolo XXIV del Capitale di Marx. Una volta che il debito pubblico è stato creato ed è diventato tanto alto da essere praticamente impagabile, il governo deve vendere le risorse del Paese, o meglio svenderle obbligatoriamente a prezzi stracciati. Il privato riesce ad impossessarsi delle grandi imprese statali attraverso uno stratagemma: se ne affida la gestione a manager “di fiducia” del grande capitale, che le portano sull’orlo fallimento, facendole apparire come imprese che non danno alcun utile allo Stato e delle quali sarebbe meglio liberarsi; insomma, si creano “carrozzoni” come l’IRI in Italia o la PDVSA e la CANTV durante la IV Repubblica in Venezuela.


Per fare ciò è sufficiente, ad esempio, aumentare spropositatamente il numero degli addetti; in questo modo i gestori, ovvero i politici di turno, oltre a generare con le assunzioni indiscriminate il clientelismo che permette di conservarli al potere, contribuiscono a creare imprese perennemente in perdita e i cui bilanci ogni anno vengono ripianati dallo Stato (aumentando ulteriormente il debito). Una volta che il debito pubblico ha raggiunto livelli tali, per cui i soli interessi sul debito assorbono gran parte del bilancio, lo Stato è costretto a vendere i propri beni, o meglio a svendere i propri “carrozzoni”.

gere che la crescita del debito pubblico di questi Paesi è stata voluta anche dalla Unione Europea e dalla Banca Centrale Europea (BCE); non a caso, a capo delle istituzioni europee si sono alternati i rappresentanti del grande capitale internazionale. L’Unione Europea, avendo imposto non la regola del pareggio del bilancio, ma la possibilità di sforare del 3% all’anno, ha creato i presupposti per l’aumento del debito pubblico; in dieci anni, gli Stati, nella migliore delle ipotesi, hanno accumulato debiti equivalenti al 30%.

Questa storia, che si è compiuta pienamente in America Latina e in Venezuela, si sta ripetendo in Europa.

Tonnellate di oro prodotte in Venezuela dal 2000 al 2009.

La stagione delle privatizzazioni in Venezuela, in Italia e in Europa Il Venezuela, come abbiamo visto ricco di risorse, è costretto a indebitarsi con il Fondo Monetario Internazionale ed è spinto a farlo precisamente per poter avere la scusa per procedere alle privatizzazioni, ovvero svendere le grandi imprese dello Stato, tra le quali la più importante ovviamente è PDVSA, la statale petrolifera, ma anche l’azienda pubblica delle telecomunicazioni, la CANTV, ed altre come SIDOR, VIASA ecc. Come si vede, la storia italiana somiglia molto a quella vissuta dal Venezuela. In Italia si è già superata la fase della creazione artificiale del debito pubblico, quindi si sta procedendo alla svendita degli attivi. Lo Stato italiano possiede grandi imprese o quote sostanziali di imprese già privatizzate: ENI, ENEL, Finmeccanica, Ferrovie, Poste, imprese municipalizzate dell’acqua, dell’energia, dei rifiuti, dei trasporti; tutte imprese molto appetibili per il grande capitale internazionale. A queste ricchezze se ne aggiunge un’altra, che abbiamo indicato come il vero obiettivo primario dell’attacco all’Italia1, ovvero il suo oro. L’Italia ha riserve auree per 2.451,80 tonnellate ed è il Paese con la terza riserva di oro al mondo, dopo USA e Germania. Quanto all’Europa, dalla Grecia alla Spagna, al Portogallo, a Cipro, all’Irlanda, bisogna aggiun-

63% in oro (circa 365 T.)

Riserve internazionali venezuelane in dollari USA.

Tot. 29.097 milioni (agosto 2011) Fonte: World Mineral Production, British Geological Survey

Inoltre molti Stati, non avendo ritenuto tale regola come tassativa, sono andati anche oltre: l’Italia, in alcuni anni, ha sforato del 5%, la Grecia del 10% e più. Ovviamente le istituzioni europee non potevano non sapere, ma questo importava poco, perché in fin dei conti lo scopo era l’indebitamento dei Paesi. La cessione dell’oro ed il fallimento del settore finanziario in Venezuela A questo punto è necessario parlare di una vicenda molto particolare, che ha riguardato il Venezuela e che accomuna ancor di più la attuale situazione italiana al Paese caraibico. Abbiamo visto che l’Italia possiede una enorme

1 Si veda il nostro articolo: Avevamo visto giusto: vanno all’attacco dell’oro dell’Italia (http://attiliofolliero.wordpress.

com/2011/08/30/avevamo-visto-giusto-vanno-all%E2%80%99attacco-dell%E2%80%99oro-dell%E2%80%99italia/).

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Venezuela Bolivariana quantità di oro, sotto forma di riserva internazionale, ben 2.451,80 tonnellate. Tra i grandi furti subiti dal Venezuela, ai tempi della IV Repubblica, vi fu proprio quello dell’oro.

nazionalizzazione di tutte le attività connesse all’estrazione dell’oro.

L’azione di indebitamento del Paese in Venezuela fu portata avanti dai governi di Jaime Lusinchi (1984-1989) e di Carlos Andres Perez (1989-1993), i quali non solo indebitarono il Paese con il Fondo Monetario Internazionale, ma impegnarono anche tutto l’oro; infatti, per poter ottenere i prestiti, furono costretti a dare in garanzia 211 tonnellate di oro. Questa enorme quantità di oro, consegnata a garanzia dei prestiti, venne inviata e conservata in banche di differenti Paesi del mondo: il 59,9% in Svizzera, il 17,9% in Inghilterra, l’11,3% negli Stati Uniti, il 6,4% in Francia; il resto in altri Paesi.

Il Venezuela oggi non è tra i grandi produttori di materiale aurifero, ruolo che vede al primo posto la Cina seguita dal Sudafrica, eppure è uno dei Paesi con la maggiore presenza di questo minerale; basti considerare che possiede una delle miniere più grandi del mondo, “Las Cristinas”, con riserve stimate per oltre 500 tonnellate.

Come abbiamo visto, la politica neoliberale dei governi venezuelani conduce all’indebitamento, quindi alle privatizzazioni, alla diffusione della miseria, alle esplosioni sociali e alla conseguente repressione. La situazione economica del Paese, dopo la brutale repressione del 27 febbraio 1989, continuò a peggiorare fino alla crisi del settore finanziario. Il fallimento di oltre la metà delle istituzioni finanziarie (banche, assicurazioni e finanziarie in genere) arrivò nel 1994. È questo un altro elemento di profonda similitudine con l’attuale crisi europea ed italiana. Tra le varie azioni portate in porto dal governo di Hugo Chávez vi è quella di aver pagato tutti i debiti del Paese, chiudendo definitivamente con il Fondo Monetario Internazionale. Rimane aperto ancora un contenzioso con le grandi banche internazionali. Il governo ha ormai pagato tutti i debiti, ma le 211 tonnellate di oro date in garanzia al FMI sono ancora in mano ai banchieri internazionali. Pertanto, recentemente il governo ha chiesto alle banche presso cui è custodito l’oro venezuelano di restituirlo. L’oro è un prodotto altamente strategico e con il possibile fallimento dell’euro e il possibile tracollo del dollaro, avrà un ruolo sempre più importante. Per questo, il governo venezuelano lo scorso agosto ha annunciato la

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La situazione dell’oro

Finora, le attività connesse all’estrazione erano affidate in concessione alle grandi multinazionali del settore. In base alle attuali leggi, le multinazionali erano obbligate a vendere alla Banca Centrale del Venezuela la metà dell’oro estratto, trattenendo per sé l’altra metà. Il governo, ritenendo che l’oro assumerà un ruolo strategico crescente ha deciso di nazionalizzare anche le attività di estrazione e gestirle direttamente, al fine di conservare tutto l’oro estratto. In Italia invece i rappresentati del partito che aspira a subentrare all’attuale governo Berlusconi pensano di utilizzare, e lo hanno annunciano pubblicamente in una lettera al Sole24Ore, le ingenti riserve aurifere italiane come garanzia per ottenere europrestiti, ossia pensano di continuare ad attuare fedelmente un programma analogo a quello intrapreso dai governi della IV Repubblica in Venezuela. In conclusione, dalla lezione venezuelana si apprende che le attuali politiche neoliberali condurranno anche in Europa alla miseria e ad esplosioni sociali; quello che non possiamo prevedere è se la reazione popolare sfocerà in una rivoluzione, in un grande cambiamento, o porterà a una feroce dittatura. Attilio Folliero e Cecilia Laya Attilio Folliero, politologo italiano residente a Caracas, è professore a contratto presso la facoltà di Scienze delle Comunicazioni (Escuela de Comunicación Social) dell’Università “Centrale del Venezuela” di Caracas; Cecilia Laya è un’economista venezuelana, funzionaria pubblica presso l’Università “Simon Bolivar” di Caracas.


l’aula più grande del mondo Il venezuela investe il 7% del suo PIL in istruzione. Mentre le famiglie italiane pagano le conseguenze di vent’anni di tagli aL sistema educativo pubblico

Il sistema educativo italiano è in crisi. Se ne sono accorti anche quest’anno i genitori che hanno iscritto i loro figli in classi affollate – le ormai famose “classi-pollaio” – e in strutture spesso fatiscenti, che mancano anche di strumenti minimi, dai materiali didattici ai presidii igienici essenziali. Senza contare la riduzione del personale tecnico-amministrativo, che fra l’altro garantirebbe la sicurezza negli edifici scolastici. La situazione è critica da sempre, ma è precipitata dal 2008, quando la manovra finanziaria del Ministro Tremonti (legge 133/08) pianificò un triennio di tagli all’istruzione. Ne sono stati vittime non solo gli studenti e le loro famiglie – che spesso, per compensare la riduzione dei fondi statali, hanno dovuto pagare tasse salate pur iscrivendo i loro figli a scuole pubbliche – ma anche gli insegnanti, tanto di ruolo quanto precari. Da sempre il mestiere di insegnante è meno valorizzato in Italia di quanto non lo sia in altri Paesi europei. L’assenza di una seria programmazione nel reclutamento, da almeno un ventennio, ha ingrossato a dismisura le fila dei docenti non strutturati. Gli ultimi due go-

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Venezuela Bolivariana verni hanno pensato bene, attraverso i tagli, di espellere di fatto dal sistema scolastico circa 42.000 insegnanti precari, che fino a quel momento avevano comunque prestato servizio come supplenti. Alla riduzione di personale è corrisposta una riduzione delle classi attraverso gli “accorpamenti”, che hanno generato il sovraffollamento di cui si è detto sopra. Nel caso degli studenti disabili si sfiora il dramma, poiché anche le ore per il sostegno sono state ridotte. I docenti di ruolo – e i pochi precari che riescono ad avere un incarico – si trovano spesso a gestire classi con più di 30 allievi, magari con disabili privi di sostegno, e in molti casi con uno o più studenti stranieri, figli di immigrati, che conoscono l’italiano poco o nulla. È facile immaginare quali siano gli effetti di questa situazione sulla qualità della vita scolastica, soprattutto in contesti sociali svantaggiati.

Le origini di questo disastro vanno ricercate nelle riforme che, dai primi anni Novanta, hanno teso a ridurre i finanziamenti pubblici alle scuole e alle università, in funzione dell’autonomia. La logica era più o meno questa: a una diminuzione dei fondi statali erogati “a pioggia”, avrebbe dovuto corrispondere un finanziamento differenziato, cioè proporzionale ai risultati raggiunti dalle istituzioni formative, in termini di “produttività”, “progettualità” e “rapporti col territorio”. Quest’ultimo aspetto ha assunto un’importanza decisiva a fronte dei tagli alla spesa pubblica: i singoli istituti o atenei sono stati lanciati in una competizione affannosa, alla ricerca di finanziamenti da parte di “soggetti terzi”, cioè enti o aziende interessati a so-

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stenerli economicamente. Oltre a creare inevitabili disparità all’interno del sistema pubblico – scuole di serie A, in territori ricchi ed economicamente attivi, scuole di serie B in aree depresse – questo sistema ha peggiorato la qualità dell’attività formativa, centrandola appunto sulla realizzazione di progetti, magari attraenti per i finanziatori ma spesso privi di spessore culturale, piuttosto che sullo sviluppo armonico e consapevole della personalità, delle conoscenze e della coscienza civile dei giovani. Particolarmente grave è la situazione delle università, che con l’avvio dell’autonomia hanno dovuto porsi il problema di trovare fondi, spesso indebitandosi per milioni di euro. La ricerca non ha tratto alcun beneficio da questa situazione, se si considera che decine di migliaia di giovani ricercatori, magari in possesso di titoli d’eccellenza, sono sfruttati con contratti precari e tenuti ai margini della carriera. I tagli del 2008, col blocco del turnover (cioè del ricambio dei docenti che vanno in pensione), hanno peggiorato un quadro già critico, generando una stagnazione dalla quale sarà difficile che l’università pubblica possa risollevarsi. A meno di un radicale ripensamento della sua organizzazione e della sua stessa funzione sociale. Quanto alla didattica, l’introduzione del “3+2” (tre anni di laurea “di base”, più due di laurea “magistrale”) e del sistema dei crediti formativi, secondo il modello europeo, ha determinato una frammentazione e una semplificazione degli studi che sembra avere il solo obiettivo di abituare gli studenti a ritmi di lavoro frenetici, all’individualizzazione dei percorsi e ad una specializzazione estrema che va a discapito della comprensione generale e critica degli argomenti oggetto di studio (e della realtà). Il sistema dei “crediti” quantifica poi in termini di “valore” il tempo degli studenti, secondo una logica economico-finanziaria, di stampo liberale, che viene inculcata loro fin dalla scuola primaria. In definitiva, il criterio che ha ispirato le riforme attuate nell’ultimo ventennio sembra essere il deterioramento delle istituzioni pubbliche al fine di favorire l’istruzione privata (del resto, da più di dieci anni, lo Stato eroga contributi alle


Alcuni dati sull’istruzione in Venezuela

84% 81%

Tasso di scolarizzazione: dal 39,95% del 1990-1991 all’84,80% del 2007-2008. Il tasso di scolarizzazione assoluto del 2007-2008 è stato del 92,03%. Tasso di scolarizzazione nell’educazione secondaria: dal 53,45% del ‘90-‘91 all’81,70% nel 2007-2008.

0,9 7%

Indice de Educacion (IDE): nel 2006, il Venezuela ha raggiunto un indice dello 0,934, considerato intermedio per il raggiungimento dell’Educazione Per Tutti (EPT), detenuto dai Paesi con un IDE da 0,97 a 1,00. Nel 2007 il Venezuela destinava all’istruzione il 7% del PIL.

Le Misiones Come risposta immediata al problema dell’esclusione di ampissimi settori della popolazione venezuelana dall’educazione, nel 2003 sono state create le cosiddette “missioni educative”.

Misión Robinson

C

osì chiamata dallo pseudonimo Samuel Robinson, spesso usato da Simón Rodríguez. Il suo obiettivo è azzerare l’analfabetismo e coprire l’istruzione primaria. Grazie ad essa e al metodo cubano Yo sí puedo, in due anni sono stati alfabetizzati 1.500.000 venezuelani e venezuelane di tutte le età. Hanno partecipato al programma anche le diverse popolazioni indigene del Paese, la popolazione detenuta e quella disabile.

Misión Ribas

V

olta a garantire la continuità negli studi a coloro che non hanno potuto accedervi o terminarli, dal primo anno della secondaria di primo grado fino al diploma superiore. Come la Misión Robinson, include la popolazione indigena e i detenuti. Ha prodotto 25.183 diplomati iscritti alla Misión Sucre, che proseguono negli studi universitari, 260 diplomati che studiano medicina comunitaria nella Repubblica di Cuba, e un gran numero di diplomati o licenziati della missione, che attualmente fanno parte di 297 cooperative produttive.

Misión sucre

L

a Misión Sucre sviluppa il Piano Straordinario Antonio José de Sucre. Mediante la prosecuzione degli studi, i licenziati della Misión Ribas, ma anche i diplomati che non sono riusciti ad accedere all’educazione universitaria, hanno l’opportunità di conseguire il titolo professionale di Tecnici Superiori Universitari (equivalente a una laurea biennale) e la Laurea in 26 aree disciplinari. Con l’obiettivo di consentire l’accesso alla conoscenza all’intera popolazione, il piano attua la municipalizzazione dell’educazione universitaria, in base alla quale in ciascuno dei 335 municipi del Paese viene istituita una sede universitaria. Tali sedi possono essere spazi educativi già esistenti, come scuole o licei utilizzati in orari convenuti, o edifici appositamente costruiti. I dati più recenti mostrano che si sono iscritte finora a questa missione 296.781 persone, delle quali 80.297 sono titolari di borsa di studio; i docenti sono invece 7.921. In base alla relazione del 2010, nell’anno 2009 vi si stati 10.072 nuovi laureati, e nel 2010 95.627.

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Venezuela Bolivariana famiglie bisognose che iscrivono i figli a scuole private, grazie a una norma che contrasta apertamente con l’articolo 33 della Costituzione – si veda il box a pag.13), con l’effetto di aggravare le disparità sociali. Mentre la diserzione scolastica aumenta, soprattutto nelle grandi città del Sud, il diritto/dovere all’istruzione, anch’esso sancito dalla Costituzione, sembra essere divenuto un privilegio. Su queste basi dovrebbe fondarsi il progetto di “società della conoscenza” che, secondo il Trattato di Lisbona (1999), contribuirebbe a fare dell’Unione Europea un’area competitiva a livello globale. Cose dell’altro mondo Durante l’epoca coloniale l’accesso all’istruzione, in Venezuela come in tutta l’America Latina, era garantito a piccoli gruppi di borghesi e privilegiati. A indigeni e pardos, o meticci, i libri erano vietati; nelle scuole potevano entrare, secondo i limiti imposti dalle classi dirigenti, persone «bianche e notoriamente di buona reputazione». Nel corso del secolo XIX l’università di Caracas contava circa 400 studenti.

«Tagliare la testa a tutti coloro che sappiano leggere»

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n un atto dell’Ayuntamiento [Comune, n.d.r.] di Caracas del 1797 si proclamava: «Non andrà fornita ai meticci l’istruzione che finora è mancata loro, e che dovrà mancargli anche in futuro, per evitare che proliferino come formiche classi di studenti mulatti che pretenderanno di entrare nel seminario».

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el 1817 il generale spagnolo Pablo Morillo, detto “il Pacificatore”, scriveva al Generale Cerruti, governatore della Guayana, così consigliandolo: «Fate in quella regione ciò che ho fatto io in Nuova Granada: tagliare la testa a tutti coloro che sappiano leggere e scrivere: così, otterrete la pacificazione dell’America». Da: Luís Beltran Prieto Figueroa, De una educación de castas a una educación de masas, «Correo del Orinoco», Edición especial 19 de abril de 2010

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Fu Simón Rodríguez, filosofo illuminista, pedagogista e precettore di Bolívar, a porre le basi della nuova educazione. Ispirandosi al pensiero di Rousseau, Simón Rodríguez sostenne la necessità di un sistema educativo egualitario, aperto alle donne e alle popolazioni indigene, fondato sui pilastri dell’educazione sociale, fisica, tecnica e filosofica. Come Rodríguez, così anche il suo allievo Simón Bolívar fondò il proprio pensiero sull’educazione, concepita come pilastro dello Stato già nel Decreto emanato l’11 dicembre 1825 nell’Alto Perù (territorio corrispondente all’incirca all’attuale Bolivia), in cui affermava: «le nazioni marciano verso il compimento della loro grandezza allo stesso passo della loro educazione. Se questa vola, esse volano, retrocedono se retrocede, precipitano e affondano nell’oscurità se si corrompe, o se è abbandonata a se stessa». Con una visione particolarmente avanzata per l’epoca, Bolívar includeva nel suo progetto politico un Piano Educativo che puntava, più che sui contenuti, sui metodi di insegnamento, attribuendo particolare importanza allo studio della storia e delle scienze esatte, all’uso adeguato della memoria e insieme al rifiuto della ripetizione come tecnica di apprendimento. Malgrado le proposte innovative di Rodríguez e Bolívar, la scuola coloniale restò ancorata ai metodi tradizionali, mutuati dalla Spagna, e rimase destinata a piccoli gruppi sociali, con l’obiettivo di preservare le distinzioni fra classi e l’effetto di alimentare l’odio sociale.


La legislazione: Venezuela e Italia a confronto a Ley Organica de Educación (Legge Organica dell’Educazione) è stata approvata nel 2009, dopo un decennio di sperimentazione del Progetto Educativo Nazionale. Sulla scorta dei risultati raggiunti e delle debolezze individuate, la Legge ridefinisce i principi e le basi organizzative del Sistema Educativo Bolivariano. Nell’articolo 4 l’educazione è definita «diritto umano e dovere sociale fondamentale» e un lungo capitolo è

dedicato alle definizione delle competenze dello «Stato docente». Uno spazio importante è riconosciuto ai mezzi di informazione, ad esempio nell’articolo 9: «I mezzi di comunicazione sociale, come servizio pubblico, sono strumenti essenziali del processo educativo e in quanto tali devono compiere funzioni formative, informative e ricreative che contribuiscano allo sviluppo di valori e principi sanciti dalla Costituzione della Repubblica e dalla presente Legge, attraverso la conoscenza, lo sviluppo del pensiero critico e dei comportamenti utili a rafforzare la convivenza civile, la territorialità e la nazionalità». Il richiamo alla nazione e al territorio va interpretato alla luce della storia del Paese, che dopo la liberazione dal dominio spagnolo ha subito quasi un secolo di colonizzazione di fatto da parte del potente vicino statunitense.

La Costituzione della Repubblica Bolivariana del Venezuela, ratificata il 30 dicembre del 1999, dà ampio rilievo all’educazione, dedicandole il Capitolo intitolato Dei diritti Culturali ed Educativi, nell’ambito del Titolo III (Dei doveri, Diritti umani e Garanzie). Di particolare interesse sono i seguenti articoli:

Nella Cos tituzione del la Repubblica Italiana, entrata in vigore il 1 gennaio del 1948, l’educazione è considerata un diritto/dovere del cittadino ma anche un obbligo, ed è garantita la libertà di insegnamento. Gli articoli relativi all’istruzione e all’educazione si trovano nella sezione intitolata ai Diritti e Doveri del Cittadino:

Articolo 101: «Lo Stato garantisce emissione, ricezione, circolazione, dell’informazione culturale»

Articolo 30: «È dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli [...]»

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Articolo 103: «Ogni persona ha diritto ad una educazione integrale di qualità, permanente, in eguaglianza di condizioni […], dalla materna fino al livello medio diversificato. Quella impartita nelle istituzioni statali è gratuita fino al grado precedente quello universitario. A tal fine lo Stato realizza un investimento prioritario, in conformità alle raccomandazioni dell’ONU […]» Sull’esercizio della professione di insegnante: Articolo 100, che introduce i lavoratori e le lavoratrici della cultura nel sistema di sicurezza sociale, riconoscendo le specificità dell’occupazione culturale

Articolo 33: «L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento. La repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi. Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole statali ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato [...]» Articolo 34: «La scuola è aperta a tutti. L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita. I capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso».

Articolo 104: «Lo Stato garantisce la stabilità nell’esercizio della carriera docente».

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Venezuela Bolivariana Un progetto educativo per il XXI secolo Erano trascorsi 190 anni dalle parole del generale Morillo, quando il Venezuela è stato dichiarato dall’Unesco territorio libero dall’analfabetismo. Questo è avvenuto il 28 ottobre 2005, lo stesso giorno in cui si celebrava il 234esimo anniversario dalla nascita di Simón Rodríguez. Il sistema educativo venezuelano, caratterizzato lungo tutto il Novecento da forti disparità (le scuole e le università migliori, private, erano appannaggio esclusivo dei ricchi, per lo più bia n c hi ) è s t a to fonte di esclusione sociale fino alla fine degli anni Novanta di questo secolo. In seguito, con la rivoluzione bolivariana, l’intervento dello Stato per promuovere l’educazione ha permesso il raggiungimento di risultati impensabili fino a pochi anni prima. Non si è trattato di riforme estemp o r a n e e ma d i un vero e proprio piano, che fu elaborato paralle lamente ai lavori dell’Assemblea Costituente, insediatasi a seguito delle elezioni che nel 1998 videro il trionfo del Movimento Quinta Repubblica (MVR) – la c o a li z i o n e guidata da Hugo Chávez. Alla Costituente Educativa, creata con il compito di elaborare il Proyecto Educativo Nacional (Progetto Educativo Nazionale), parteciparono leader del sindacato dei docenti, giovani storici di calibro internazionale, intellettuali ed esponenti di spicco delle forze progressiste venezue-

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lane. Fra questi Carlos Lanz, teorico della scuola comunitaria e del proceso educativo transformador (processo educativo trasformatore), che è alla base del progetto di scuola bolivariana. La sperimentazione delle scuole bolivariane è stata avviata nel 1999. Non si tratta di scuole statali né private ma di istituzioni comunitarie, che si ispirano ai principi del bolivarismo rivoluzionario e costituiscono i primi strumenti della lotta contro l’esclusione sociale, in favore della democrazia partecipativa e del riscatto dell’identità nazionale e indigena. Nelle scuole e nei licei bolivariani il curricolo e le at tività didattiche sono costruiti con la partecipazione della comunità, dei genitori e degli allievi, che contribuiscono attivamente anche ai processi decisionali che riguardano la vita scolastica. Alla base delle metodologie applicate sta la teoria del pedagogista e filosofo brasiliano Paulo Freire: l’obiettivo fondamentale è quello di far prendere coscienza agli studenti e alle loro famiglie, in genere di estrazione popolare, delle loro condizioni reali e di trasmettere loro il senso della partecipazione democratica, della responsabilità, dei diritti e dei doveri nei confronti del collettivo. La professione docente ha un particolare rilievo nel Proget to Educ ativo Nazionale: oltre alla necessità della formazione permanente, si è puntato sulla gratificazione economica degli insegnanti, che si concretizza anche in forme di sicurezza sociale e di assistenza alle famiglie. Maria Vittoria Tirinato Marnoglia Hernández-Groeneveledt Le immagini dell’articolo sono tratte da: Misión Robinson Yo sí puedo. Plan extraordinario de Alfabetización Simon Rodriguez, Ministerio de Comunicación e Información, Ministerio de Educación y Deportes, Caracas 2005.


Progetto Canaima: le nuove tecnologie per un’educazione integrale e di qualità Quando si parla dei risultarti della Rivoluzione Bolivariana non si può tralasciare uno dei progetti più innovatori, importanti e ambiziosi sostenuti dal governo nazionale. Si tratta del Progetto educativo Canaima, che nasce dall’intento di promuovere la formazione integrale di bambine e bambini venezuelani, attraverso l’apprendimento liberatore ed emancipatore, con l’appoggio delle Tecnologie dell’Informazione Libera

Il Progetto Canaima è stato lanciato ufficialmente il 21 agosto 2009 dal presidente della Repubblica Hugo Chávez, presso l’Unità Educativa “Gabriela Mistral”, nella circoscrizione “23 Enero” di Caracas [uno dei quartieri popolari di Caracas, n.d.r.]. Esso è parte di una convenzione fra Portogallo e Venezuela e prevede la fornitura di computer portatili laptop a tutti gli studenti del primo grado delle scuole pubbliche del Paese. Educazione integrale di qualità L’educazione è un diritto fondamentale di ogni essere umano: lo stabilisce anche la Costituzione della Repubblica Bolivariana del Venezuela, in particolare nell’articolo 102, nel quale si afferma fra l’altro che l’educazione, oltre che un diritto, è un «dovere sociale fondamentale» ed è «democratica, gratuita e obbligatoria». Più avanti, lo stesso articolo sancisce che «lo Stato assume l’educazione quale funzione indeclinabile di massimo interesse, a tutti i suoi livelli e in tutte le modalità, e quale strumento del sapere scientifico, umanistico e tecnologico al servizio della società». Inoltre, l’articolo 110 afferma che «lo Stato riconosce l’interesse pubblico della Scienza, del-

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Venezuela Bolivariana la Tecnologia e della Conoscenza, dell’Innovazione e delle sue applicazioni, e dei servizi di informazione, che sono necessari in quanto strumenti fondamentali per lo sviluppo economico, sociale e politico del Paese, come per la sicurezza e la sovranità nazionale». Questo è il presupposto concreto della direzione che ha assunto l’educazione in Venezuela, laddove lo Stato riconosce la sua funzione di garante e rettore dell’educazione nazionale e crea i meccanismi necessari per rafforzare il nuovo modello socialista sostenuto dal governo. Non si tratta – come da più parti si vuol far credere – di indottrinare, ma di tentare di formare individui critici e consapevoli della propria realtà locale, regionale e nazionale.

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el corso dell’anno scolastico 2010-2011 sono stati consegnati più di 760 mila computer a studenti della prima classe con la Red Salón, cioè attrezzando aule dove i bambini del primo grado hanno fatto la loro prima esperienza con le Tecnologie Informatiche e della Comunicazione (TIC). Con il Progetto Canaima a casa tua gli studenti della seconda classe hanno ricevuto un computer da usare in famiglia, come strumento di appoggio al processo di insegnamento-apprendimento.

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el primo trimestre di quest’anno scolastico 2011-2012 stiamo consegnando 952mila minicomputer ai bambini di seconda e quarta classe e aggiorneremo i contenuti dei circa 470mila computer di coloro che sono passati alla terza classe e avevano ricevuto il loro Canaima l’anno scorso, grazie allo sforzo congiunto e diversificato delle istituzioni del governo bolivariano.

Il Progetto Educativo Canaima è la testa di ponte del nuovo modello che sta nascendo, con l’aiuto di docenti coinvolti nella nuova dinamica sociale, nazionale e internazionale, che avranno il compito di formare uomini e donne critici e riflessivi, attraverso un’educazione integrale e liberatrice, grazie anche alle nuove tecnologie. Uso del computer in età precoce Per il 2012 si prevede di coprire con i computer Canaima tutte le classi della scuola primaria, il che implicherà un notevole salto di qualità del nuovo modello socialista di educazione.

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Fra queste, il Ministero del Potere Popolare per la Scienza, la Tecnologia e le Industrie Intermedie, il personale di CANTV e gli “Agenti Canaima”, preposti al processo di distribuzione e di ricarica dei contenuti. Alla distribuzione nazionale sta cooperando Ipostel, istituzione delle Poste di Stato del Venezuela; quanto all’equipe di informatici, vi partecipano la Forza Armata Nazionale Bolivariana (FANB) e il Ministero del Potere Popolare per l’Educazione, che si occupa della logistica e del sostegno pedagogico. Senza contare la completa mobilitazione e motivazione delle comunità educative e del popolo in generale, che accompagna il progetto. Tecnologia e educazione I computer Canaima sono una edizione speciale della distribuzione Canaima GNU/Linux, sistema operativo a codice aperto (Software Libero) creato in Venezuela, il cui obiettivo fondamentale è contribuire al raggiungimento della sovranità e dell’autonomia nazionale nell’area delle TIC. I contenuti dei computer Canaima sono stati elaborati da docenti venezuelani, in conformità con i contenuti programmatici dell’educazione di base e in collaborazione con tecnici venezuelani specializzati nella creazione di programmi con software libero. Dividendi per il buen vivir Il governo bolivariano, attraverso l’impresa di telecomunicazioni statali, la CANTV, ha investito per il Progetto Educativo Canaima, nelle quattro classi dell’educazione primaria, duemila milioni di bolivares (circa 330 milioni di euro) per l’acquisto di strumenti e logistica. Questo significa investire in telecomunicazioni, nel futuro del Venezuela e nel buen vivir delle bambine e dei bambini e dei loro contesti familiari; oltre che promuovere una educazione liberatrice attraverso la tecnologia. Ana Damelis Guzmán Coordinatrice delle Comunicazioni Esterne e Direttrice delle Pubbliche Relazioni – CANTV Traduzione e sintesi di M.V. T.


internazionale

COME I Paesi DELL’ALBA HANNO FATTO DEL CASO LIBICO UN FELICE MODELLO DI RISOLUZIONE NONVIOLENTA DEI CONFLITTI… «In Libia abbiamo mostrato come la comunità internazionale dovrebbe lavorare nel XXI secolo: un gruppo di nazioni che si assume la responsabilità di sfide globali. È questo l’obiettivo stesso delle Nazioni Unite. Dunque ogni nazione qui presente deve essere orgogliosa di essere riuscita a salvare vite innocenti in Libia e di aver aiutato il popolo libico. Era la cosa giusta da fare». Così, a sette mesi dall’inizio della crisi in Libia, felicemente e pacificamente risolta, il presidente venezuelano Hugo Chávez ha commentato durante l’Assemblea generale dell’Onu l’azione diplomatica portata avanti con determinazione sin dall’inizio di marzo dai Paesi dell’Alleanza bolivariana per i popoli della nostra America (Alba): Venezuela, Cuba, Bolivia, Nicaragua, Ecuador, Antigua e Barbuda, Dominica, Saint Vincent e Grenadine. Il negoziato “alla Lilliput” che ha cambiato il mondo La proposta dell’Alba rispetto alla Libia è stata elaborata fin dagli inizi di marzo: «Formare una commissione internazionale per la pace e l’integrità della Libia» (http://aporrea.org/venezuelaexterior/n176027.html). Hugo Chávez, seguendo alla lettera il diritto internazionale che chiede prima di tutto di negoziare («un anno di negoziati è meglio di un giorno di guerra» disse Alex Langer), ha dichiarato inoltre: «Il governo libico ha accettato la proposta dell’Alba di inviare una commissione internazionale per la verifica dei fatti e la mediazione fra le parti; anzi, il governo libico ha chiesto una missione della stessa Onu». E missione c’è stata, con la verifica che non c’erano state stragi e con la conciliazione fra le parti. A breve si terranno le elezioni.

I Paesi latinoamericani sono riusciti a trascinare l’inizialmente titubante Unione Africana, formata da 52 Stati, e poi i membri non occidentali di turno al Consiglio di Sicurezza fra i quali Cina e Russia, dotate di diritto di veto. Una specie di attivissimo cartello allargato di Paesi non allineati ha isolato Francia, USA e Gran Bretagna nel Consiglio di Sicurezza e fuori, impedendo un attacco dell’”autonomiNato” gendarme internazionale (che aveva già scelto il nome per la sua azione a suon di bombe: “Protettore unificato”). C’era il grande rischio di una guerra “NatOnu” alla Libia. Rischio sventato. In questo senso la Libia è stata la tomba dell’alleanza nata nella guerra fredda. L’azione dei Paesi dell’Alba e di decine di altri Paesi via via aggiuntisi ha contato sull’appoggio non solo dei cittadini non occidentali ma anche di molti attivisti nei Paesi potenzialmente belligeranti: l’Occidente. L’aveva chiesto Fidel Castro in un suo articolo del 3 marzo (http://www.cubadebate.cu/reflexiones-fidel/2011/03/03/la-guerra-inevitablede-la-otan/): «Il presidente bolivariano sta portando avanti un encomiabile sforzo per trovare una soluzione senza l’intervento della Nato in Libia. Le sue possibilità di successo saranno maggiori se egli otterrà l’appoggio di un ampio movimento di opinione a favore dell’idea, prima che si verifichi l’intervento armato e non dopo, per evitare che i popoli debbano veder ripetere altrove l’atroce esperienza dell’Iraq». In Italia la redazione della rivista «ALBA INFORMAZIONE» ha rilanciato l’appello ai movimenti sociali e all’opinione pubblica. Ma è stato ovunque. Quei milioni di persone che nelle guerre occidentali precedenti scesero invano in strada hanno deciso stavolta di contare di più, mettendo le loro manifestazioni al servizio di un’iniziativa che, partendo da governi appartenenti a blocchi non belligeranti, aveva più possibilità

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internazionale di accerchiare i Paesi occidentali e i loro soliti alleati monarchici del Golfo. Il movimento di opinione è cresciuto in pochi giorni. Un’efficace primavera di pace. In molti Paesi tende stabili in tante piazze alla “Tahrir”, manifestazioni in bicicletta, azioni dirette con arresti contro le basi Nato, scioperi del petrolio, scioperi sindacali, minacce di ogni sorta di cause legali, tam tam contro le menzogne mediatiche, hanno spalleggiato l’Alba, dietro un motto unificante, in tante lingue: «Niente sangue per il petrolio». Le motivazioni petrolifere, economiche, finanziarie e geostrategiche – non certo umanitarie – della sperata guerra alla Libia sono diventate evidenti agli occhi di tutti, malgrado la tirannia e le menzogne delle multinazionali dell’informazione, le quali non hanno potuto ignorare un’azione negoziale condotta da un centinaio di Stati (da Antigua e Barbuda alla Cina!), e corredata da “pezze giustificative”: la prova, portata dalla commissione internazionale, che non esisteva il “massacro di civili libici” da parte del governo, e le prove che esistevano interessi egoistici molto forti a favore dell’intervento militare. «Il “modello libico” per la pace è un precedente che non dimenticheremo», promettono i Paesi dell’Alba, ormai accreditati mondialmente come “pool di pronto intervento per la pace”. E dire che si sarebbe potuti arrivare alla quinta guerra occidentale in venti anni. Guerre con sanguinosi svolgimenti e sanguinosi strascichi. Un’epoca infelice di operazioni belliche a caccia di petrolio e controlli geostrategici. Un’epoca chiusa. Le conseguenze potrebbero essere enormi: se i Paesi forti non potranno più fare guerre per il controllo sul carburante della loro potenza (in tutti i sensi), dovrà obtorto collo cambiare il loro modello economico. Via i privilegi, via le ingiustizie, via la dittatura dei consumatori ricchi che distrugge clima, Madre Terra e le possibilità di vita degli altri popoli. Via. Anche perché molti fra i Paesi produttori di materie prime, come quelli dell’Alba, ormai le scambiano solo fra di loro…Una forma di isolamento economico

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dei prepotenti preconizzata già negli anni della guerra in Corea dall’economista indiano J.C. Kumarappa (Back to Basics. A Kumarappa Reader, India 2011; prossima pubblicazione per le edizioni del Centro Gandhi di Pisa). Come è andata invece Ma non è affatto andata così. I soliti Paesi occidentali (più monarchie del Golfo), il cui cielo non vede una bomba dal 1945, hanno velocemente deciso di bombardare la Libia per interessi economici, grazie a menzogne umanitarie e a un avallo dell’Onu. L’Alba ha provato e riprovato, anche durante in conflitto. Ma non ce l’ha fatta. Ci sarà da riflettere su un’occasione di grande cambiamento, uccisa così. Uccisa dal silenzio dei cittadini e sudditi addormentati dal consumismo in crisi, distratti ma complici. «Anche se voi vi credete assolti/ siete per sempre coinvolti», direbbe loro De André. Uccisa dall’autolesionismo dei Paesi potenti non belligeranti che non hanno puntato piedi e veto per togliere alla Nato il necessarissimo paracadute della risoluzione 1973: «Non è una guerra perché agiamo sotto mandato dell’Onu per proteggere i civili libici», ha infatti ripetuto a ritornello per mesi e mesi la portavoce Nato Longescu (tutti i resoconti su www.nato.int) mentre in Libia i civili libici e stranieri venivano uccisi, assediati, affamati. Dimenticavamo. A pronunciare all’Onu quelle frasi iniziali sul “modello libico”, ma con tutt’altro significato è stato, dopo sei mesi di bombe, il guerrafondaio presidente Premio Nobel della Pace Barack Obush (http://www.washingtontimes.com/news/2011/sep/20/obama-libyamodel-international-action/). Hugo Chávez il 27 settembre all’Onu ha dovuto dire ben altro: «Con la guerra alla Libia inizia un nuovo modello imperiale di ricolonizzazione». Marinella Correggia


Totale appoggio al riconoscimento dello Stato palestinese Lettera del Presidente venezuelano al Segretario Generale dell’ONU Ban Ki Moon

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ignor Segretario Generale, distinti rappresentanti dei popoli del mondo, mi rivolgo con queste parole all’Assemblea Generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite – dove sono rappresentati tutti i popoli della terra – per ratificare, in questo giorno e in questo scenario, il totale appoggio del Venezuela al riconoscimento dello Stato palestinese, al diritto della Palestina di trasformarsi in un Paese libero, sovrano e indipendente. Si tratta di un atto di giustizia storico nei confronti di un popolo che porta con sé, da sempre, tutto il dolore e la sofferenza del mondo. Il grande filosofo francese Gilles Deleuze, nel suo memorabile scritto Grandezza di Arafat, dice: «La causa palestinese è prima di tutto l’insieme di ingiustizie che questo popolo ha patito e continua a patire». Ed è anche, mi permetto di aggiungere, la permanente e indomabile volontà di resistenza già

scritta nella memoria eroica della condizione umana. Volontà di resistenza che nasce dal più profondo amore per la terra. […] Contro coloro che sostengono, falsamente, che ciò che è accaduto al popolo palestinese non è un genocidio, lo stesso Deleuze sostiene con implacabile lucidità: «In ogni caso si tratta di fare non solo come se il popolo palestinese non debba esistere, ma come se non fosse mai esistito». È il grado zero del genocidio: decretare che un popolo non esiste, negargli il diritto all’esistenza. A questo proposito ha ragione il grande scrittore spagnolo Juan Goytisolo quando ci dice con arguzia: «La promessa biblica della terra di Giudea e Samaria alle tribù di Israele non è un contratto di proprietà avvallato davanti a un notaio che autorizza a sfrattare dalla loro terra coloro che nacquero e vissero lì». Per questo la risoluzione del conflitto in Medio Oriente passa, necessariamente, dal dare giustizia al popolo palestinese. Questa è l’unica via per conquistare la pace. Fa soffrire, indignare, il fatto che coloro che patirono uno dei peggiori genocidi della storia si siano trasformati in carnefici del popolo palestinese. Fa male e fa indignare che l’eredità dell’Olocausto sia la Nakba. E fa male e fa indignare che il sionismo continui ad usare il ricatto dell’antisemitismo contro coloro che si oppongono ai suoi abusi e ai suoi crimini.

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internazionale

Israele ha strumentalizzato e strumentalizza, con cinismo e viltà, la memoria delle vittime. E lo fa per agire, in totale impunità, contro la Palestina. Non è una sottigliezza precisare che l’antisemitismo è una miseria occidentale, europea, al quale non hanno partecipato gli arabi. Non dimentichiamo, inoltre, che è il popolo semita palestinese quello che subisce la pulizia etnica praticata dallo Stato colonialista israeliano. Voglio essere chiaro: una cosa è ripudiare l’antisemitismo e un’altra assai diversa è accettare passivamente che la barbarie sionista imponga un regime di apartheid al popolo palestinese. Da un punto di vista etico chi ripudia il primo, deve condannare il secondo. Una digressione è necessaria: è francamente eccessivo confondere sionismo con giudaismo. Non poche voci intellettuali ebraiche, come quelle di Albert Einstein e Erich Fromm, si sono incaricate di ricordarcelo attraverso il tempo. E, oggi come oggi, è sempre più numerosa la cittadinanza cosciente che, nella stessa Israele, si oppone apertamente al sionismo e alle sue pratiche terroristiche e criminali. Occorre dirlo a chiare lettere: come visione del mondo il sionismo è assolutamente razzista. Queste parole di Golda Meir, nel suo terrificante cinismo, ne sono una prova inconfutabile: «Come possiamo restituire i territori occupati? Non c’è nessuno a cui renderli. Non c’è una cosa chiamata palestinesi. Non è vero, come si pensa, che esisteva un popolo chiamato palestinese, che considera sé stesso come palestinese e che noi abbiamo cacciato, a cui abbiamo rubato il Paese quando siamo arrivati. Loro non esistevano». Occorre avere memoria: dalla fine del secolo XIX il sionismo ha pianificato il ritorno del popolo ebraico in Palestina e la creazione di un proprio Stato nazionale. Questa pianificazione era funzionale al colonialismo francese e britannico, come lo sarà dopo all’imperialismo statunitense. L’Occidente ha incoraggiato e ha appoggiato, da sempre, l’occupazione sionista della Palestina attraverso la via militare. Si legga e si rilegga questo documento che

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viene conosciuto storicamente come Dichiarazione di Balfour dell’anno 1917: il governo britannico si arrogava la podestà di promettere agli ebrei un focolare nazionale in Palestina, disconoscendo deliberatamente la presenza e la volontà dei suoi abitanti. Occorre ricordare che in Terra Santa hanno convissuto in pace, per secoli, cristiani e musulmani, fino a quando il sionismo ha cominciato a rivendicarla come sua propria ed esclusiva proprietà. Ricordiamo che, dalla seconda decade del XX secolo, il sionismo, approfittando dell’occupazione coloniale britannica della Palestina, ha cominciato a sviluppare il suo progetto espansionista. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale si esacerbò la tragedia del popolo palestinese, mentre si consumava l’espulsione dal suo territorio e, allo stesso tempo, dalla storia. Nel 1947 l’inquietante e illegale risoluzione 181 delle Nazioni Unite raccomanda la divisione della Palestina in uno Stato ebraico, uno Stato arabo e una zona sotto controllo internazionale (Gerusalemme e Betlemme). Fu concesso (che amarezza!) il 56% del territorio al sionismo per la costruzione del suo Stato. Di fatto questa risoluzione violava il diritto internazionale e disconosceva con flagranza la volontà delle grandi maggioranze arabe: il diritto di autodeterminazione dei popoli si trasformò in lettera morta. Dal 1948 ad oggi, lo Stato sionista ha continuato con la sua strategia criminale contro il popolo palestinese. E nel fare questo ha sempre contato su un alleato incondizionato, gli Stati Uniti.A dimostrarlo c’è un fatto concreto: è Israele che orienta e fissa la politica internazionale statunitense per il Medio Oriente. Con tutte le ragioni, Edward Said - grande coscienza palestinese e universale - sosteneva che qualunque accordo di pace che sia costruito in alleanza con gli Usa, confermerà il potere del sionismo. Ancora: contro ciò che Israele e gli Stati Uniti pretendono di far credere al mondo, attraverso le transnazionali della comunicazione, quello che è accaduto e continua ad accadere in Palestina, diciamolo con Said, non è un conflitto religioso: è un conflitto politico, di carattere coloniale e imperialista. Non è un conflitto mil-


rimandato il dibattito sulla questione palestinese, e che lo si stia sabotando apertamente, è una nuova conferma di ciò. Da giorni Washington sta dichiarando che al Consiglio di Sicurezza voterà contro quella che sarà la risoluzione di maggioranza dell’Assemblea Generale: il riconoscimento della Palestina come membro riconosciuto dell’ONU.

Nicolás Maduro Moros, Ministro delle Relazioni Estere del Venezuela

lenario ma contemporaneo. Non è un conflitto nato in Medio Oriente ma in Europa. Qual è e quale continua ad essere il nucleo del conflitto? Si privilegia la discussione e la considerazione della sicurezza di Israele e per niente di quella della Palestina. E ciò può essere corroborato dalla storia recente: basta ricordare il nuovo episodio genocida scatenato da Israele attraverso l’operazione “Piombo fuso” a Gaza. La sicurezza della Palestina non può ridursi al semplice riconoscimento di un limitato autogoverno e autocontrollo di polizia nelle sue “enclave” della riviera occidentale del Giordano e nella striscia di Gaza, lasciando fuori non solo la creazione dello Stato palestinese, in base alle frontiere antecedenti al 1967 e con Gerusalemme orientale come sua capitale, i diritti dei suoi abitanti e la loro autoderminazione come popolo, ma anche il risarcimento e il conseguente ritorno in patria del 50% della popolazione palestinese che si trova dispersa nel mondo intero, come viene stabilito dalla risoluzione 194. «È incredibile che un Paese (Israele) che deve la sua esistenza ad una risoluzione dell’Assemblea Generale, possa essere tanto disdegnante delle risoluzioni che emanano le Nazioni Unite», denunciava padre Miguel D’Escoto quando chiedeva la fine del massacro contro il popolo di Gaza, alla fine del 2008 e inizio del 2009. Signor Segretario Generale e distinti rappresentanti dei popoli del mondo, è impossibile ignorare la crisi delle Nazioni Unite.

Insieme alle nazioni sorelle che compongono l’Alleanza Bolivariana per i Popoli della Nostra America (ALBA), nella Dichiarazione di riconoscimento dello Stato palestinese, abbiamo deplorato che questa giusta aspirazione possa essere impedita in questo modo. Come sappiamo l’impero, in questo e in altri casi, pretende di imporre un doppio standard nello scenario mondiale: è la doppia morale yankee che viola il diritto internazionale in Libia, ma permette che Israele faccio ciò che vuole, diventando così il principale complice del genocidio palestinese per mano della barbarie sionista. Ricordiamo alcune parole di Said che mettono il dito nella piaga: a causa degli interessi di Israele negli Stati Uniti la politica di questi ultimi nel Medio Oriente è, pertanto, israelocentrica. Desidero concludere con la voce di Mahmud Darwish nella memorabile poesia Su questa terra: «Su questa terra c’è qualcosa che merita di vivere: su questa terra c’è la signora della terra, la madre degli inizi, la madre delle fini. Si chiamava Palestina. Continua a chiamarsi Palestina. Signora: io merito, poiché tu sei la mia signora, io merito di vivere». Continuerà a chiamarsi Palestina: la Palestina vivrà e vincerà. Lunga vita alla Palestina libera, sovrana e indipendente! Hugo Chávez Frías Miraflores, Caracas, 17 settembre 2011 Fonte: unmondonuovo.it

Nel 2005 abbiamo sostenuto davanti a questa stessa Assemblea Generale che il governo delle Nazioni Unite si era esaurito. Il fatto che si sia

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osservatorio america latina

Cile: salta ancora il dialogo studenti-governo mentre la maggioranza della popolazione appoggia le richieste del movimento

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opo cinque mesi di proteste che hanno portato alla semiparalisi il sistema educativo cileno, si è rotto nuovamente il dialogo fra le rappresentanze studentesche e il governo di Sebastián Piñera. Quest’ultimo ha ripresentato un progetto già respinto in precedenza dagli studenti, che continuano a richiedere l’integrale gratuità e la riqualificazione del sistema educativo, mai riformato dall’epoca della dittatura. Intanto, il 9 e 10 ottobre il Colegio de Profesores de Chile ha sottoposto le rivendicazioni studentesche ad una consultazione popolare, svoltasi attraverso 2940 seggi installati in tutto il Paese e via internet, grazie

a un sistema gestito da esperti. L’iniziativa, ignorata dal governo in quanto “informale”, ha visto livelli altissimi di partecipazione popolare, con oltre 1 milione di voti scrutinati al 10 ottobre (alle ultime elezioni politiche hanno partecipato 7 milioni di cileni). Gli studenti hanno convocato uno sciopero nazionale per il 17 e il 18 ottobre; durante la manifestazione vi sono stati centinaia di arresti. Il movimento propone che lo Stato finanzi un sistema educativo pubblico e di qualità attraverso 3 riforme strutturali: la nazionalizzazione delle risorse minerarie, una grande riforma fiscale e la riduzione delle spese militari.

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Bolivia: Morales annuncia consultazione popolare sul progetto di autostrada del TIPNIS

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o scorso 27 settembre in Bolivia è stata violentemente repressa una marcia di protesta contro il progetto di autostrada che dovrebbe attraversare il Territorio Indígena Parque Nacional Isiboro Sécure (TIPNIS), a nord-est di La Paz. Il giorno stesso il Presidente boliviano Evo Morales si è scusato pubblicamente per gli eccessi della polizia; in seguito, i ministri della Difesa e dell’Interno si sono dimessi. Il progetto di autostrada, oltre

che dalle stesse popolazioni indigene, sarebbe avversato anche da ONG ambientaliste, che secondo il governo e alcuni analisti (si veda www.resumenlatinoamericano.org) strumentalizzerebbero la questione in funzione antigovernativa. Un ampio dibattito si è aperto anche all’interno dei movimenti sociali boliviani: al centro, la contraddizione fra protezione ecologica della Pacha Mama, la Madre Terra, e sviluppo economico del Paese, necessario quest’ultimo a garantire il mantenimento e l’estensione delle politiche sociali. Intanto il Presidente – che ha visitato il territorio conteso lo scorso 5 ottobre – ha annunciato che sarà una consultazione referendaria a dire l’ultima parola sulla costruzione dell’autostrada. Una lezione per le istituzioni italiane, che di fronte al movimento NO TAV, attivo da anni in Val di Susa, non hanno trovato niente di meglio da fare che reprimere la protesta, senza peraltro riuscire a spegnerla. A cura di M.V. T.


reti sociali

brasile: nasce il Centro Culturale “La Integración” Il 21 luglio 2011 il Sistema di Comunicazione della Red Por Ti America ha ufficialmente inaugurato il Centro Culturale “La Integración”, nella rua Santana 260 di Porto Alegre

Uno spazio fisico per la realizzazione di attività volte al compimento delle missioni sociali, con il protagonismo delle comunità più svantaggiate. è stata invitata all’inaugurazione di questo Centro Culturale. Abbiamo rivolto alcune domande alla sua coordinatrice, Jane Argollo, per capire l’importanza di questa esperienza anche in relazione alla realtà italiana.

ALBA INFORMAZIONE

Da dove nasce l’esigenza del Centro Culturale “La Integración”? Il Centro nasce dal seno del Sistema di Comu-

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reti sociali nicazione della Red Por Ti America, che a sua volta ha visto la luce nel 2009 grazie all’AMAC, l’associazione brasiliana dei Medici Amici di Cuba, un collettivo sorto dalla necessità della convalidazione del titolo dei medici formati a Cuba. Queste organizzazioni, dotate di una nuova concezione dell’essere umano, hanno attraversato l’esperienza del Punto di Cultura della Biblioteca del Foro Sociale Mondiale. La Red Por Ti America è un Sistema di Radio, TV e Portale WEB, con l’obiettivo di presentare “l’altro lato” della notizia, un medium di comunicazione indipendente, genuino e reale. Che riporta le problematiche e le alternative nazionali e internazionali dell’altro mondo possibile, quello che vogliamo. Che relazioni ha il centro con le organizzazioni popolari brasiliane ed internazionali? I giovani del Movimento Sem Terra (MST) hanno organizzato i preparativi e l’atto di inaugurazione, la mistica, alla presenza del Ministro della Cultura del Rio Grande do Sul, Luiz Antonio de Assis Brasil, in rappresentanza del governatore Tarso Genro e con la partecipazione di comunicatori sociali, giornalisti, bloggers e militanti internazionali provenienti da Paesi come Cuba, Uruguay, Argentina, Perù, Italia e Venezuela. Fra questi, Maria Lisette Jimenez, rappresentante del settore internazionale della venezuelana Associazione Nazionale delle Reti ed Organizzazioni Sociali (ANROS). Abbiamo sicuramente anche interesse a stringere legami con le realtà italiane simili alla nostra, e che vogliano stringerne con noi. Chi può far parte del Centro e di cosa si occupa? Abbiamo invitato tutta la comunità a far parte de “La Integración” in quanto luogo di socializzazione e cultura, nelle sue differenti for-

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me, come l’arte, o attraverso la sua biblioteca, mediante l’insegnamento dello spagnolo agli alunni brasiliani – poiché è imprescindibile, quando si parla di integrazione, che i latinoamericani conoscano almeno sia il portoghese sia il castigliano – o l’alfabetizzazione informatica. Il nostro Centro Culturale riceve tutte e tutti coloro che vogliono attivarsi per l’Integrazione, sia per apprendere sia per collaborare, aiutando coloro che ne abbiano necessità, attivandoci contro l’esclusione sociale. Hai detto che il Ministro della Cultura del Rio Grande do Sul ha partecipato all’inaugurazione. Che tipo di relazione avete con le istituzioni, che cosa vi aspettate da loro? Il Minis t ro d ella Cultura, Luiz Antonio de Assis Brasil, ha manifestato il suo apprezzamento per il lavoro svolto e che ci ripromettiamo di svolgere. Ha spiegato inoltre che tra i piani del Governo riograndense vi è la costruzione di una rete di cinquecento Centri Culturali su tutto il territorio dello Stato. Ha poi affermato che sarebbe utile se l’esempio si moltiplicasse e si formassero molti punti di cultura come “La Integración”. Una rete di Centri Culturali sicuramente ci aiuterebbe a migliorare l’educazione della nostra comunità, non solo insegnando a leggere e scrivere ma facendo conoscere, attraverso il lavoro e il protagonismo della stessa comunità, la nostra storia, il nostro cibo, la nostra musica, il nostro artigianato. Un’iniziativa, giova sottolinearlo, che come obiettivo portante ha l’integrazione dei popoli. A cura di Ciro Brescia


cultura

El Dorado, in cammino fra mito e storia Per secoli il desiderio di trovare tesori perduti in terre esotiche ha stimolato la mente degli uomini

Tante auree fantasie hanno trovato ispirazione in numerosi miti e favole: pensiamo al vello d’oro, al re Mida o alla gallina dalle uova d’oro. Una delle leggende che ha tracciato i percorsi di uomini e popoli interi è stata scritta con l’arrivo degli europei nel Nuovo Continente: la realtà dell’inesplorato territorio fu percepita in modo distorto dall’occhio ancora medievale dei colonizzatori, forse per via di una esuberanza dei paesaggi, o di un clima capace di risvegliare i sensi. Così, le terre appena scoperte erano descritte come un mondo in cui mostri marini divoravano i navigatori, donne seduttrici catturavano gli uomini nel ventre della giungla, e favolose e incredibili creature abitavano le cavità delle montagne. Prova della febbrile e chimerica immaginazione del conquistatore rimane registrata nei Diari di Colombo – sintetizzati da Padre Bartolomé de las Casas – con i costanti riferimenti all’oro e alle pietre preziose che gli indigeni esibivano:

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cultura «le isole di cui raccontavano gli indios avevano molto oro e alcune avevano più oro che terra». Il constante sfoggio di ornamenti d’oro indosso ai nativi ubbidiva alla venerazione degli dèi: per questo essi videro nello smisurato interesse degli Spagnoli verso quegli oggetti una forma di devozione e non già la brama di possesso, di cui in realtà si trattava. La leggenda di El Dorado inizia con la scoperta, durante la terza decade del Cinquecento, della Laguna di Guatavita (a 75 km da Bogotá), considerata sacra dalla tribù Muisca. Secondo i successivi studi geologici, la laguna fu originata, approssimativamente 2000 anni fa, dall’impatto di caduta di un meteorite. Gli abitanti della zona interpretarono questo evento naturale come l’arrivo dai cieli alla terra di uno dei loro dèi, per cui la laguna diventò da subito un luogo di culto. Proprio qui, il conquistatore spagnolo Gon-

zalo Jiménez de Quesada fu testimone di un rituale: la nomina di un cacicco1. Il nuovo capo, unto in un balsamo e coperto da polvere d’oro, era trasportato dai suoi sudditi su un trono ornato di pietre preziose fino alle rive del lago, per poi scendere dal trono e dare inizio alla cerimonia immergendosi in acqua; dai suoi aiutanti venivano poi lanciate delle pietre preziose in fondo alla laguna come offerta di ringraziamento al dio che lì risiedeva. A partire da questo momento sarebbe cominciato lo sfruttamento – durato quasi quattro secoli – di questa laguna. Si dice che durante il regno di Filippo II, quattordici carichi di oro partirono da questa area con destinazione Spagna.

Probabilmente il rituale dell’uomo d’oro segnò l’inizio della leggenda di El Dorado, che si diffuse rapidamente in Europa veicolata dall’immaginazione collettiva e dalla bramosia di oro dei conquistatori, che associarono l’uomo dorato alla possibile esistenza di una città con strade e costruzioni d’oro puro. La leggenda risvegliò l’avidità di altre aree d’Europa: da qui cominciarono centinaia di spedizioni alla ricerca della città aurea. Seguendo i passi di Jimenez Quesada, nuovi colonizzatori non esitarono a unirsi all’impresa: tra gli altri, Lope de Aguirre (1536), Orellana e Pizarro (1541), e anche l’inglese Sir Walter Raleigh (1594). Tutti loro esplorarono per anni il territorio in cui si trovava la città perduta: l’Amazzonia (Colombia, Perú, Ecuador e Venezuela). Superando confini storici e geografici, la leggenda di El Dorado ha indubbiamente influito, come era prevedibile, sulla letteratura latinoamericana. Si pensi a: El camino a El Dorado di Arturo Uslar Pietri, Lope de Aguirre el príncipe de la libertad di Miguel Otero Silva, Daimón di Abel Posse, Canaima di Romulo Gallegos; la leggenda è andata anche oltre le frontiere sudamericane, ispirando il premio Nobel V. S. Naipaul con The Loss of El Dorado e perfino Edgar Allan Poe con la poesia El Dorado. Allo stesso modo, non si può non ricordare quella che fu l’impronta forse più forte a livello letterario della visione utopica ed estasiata del conquistatore europeo al cospetto dell’inebriante paesaggio latinoamericano: il genere letterario del reale meraviglioso, precursore del celebre realismo magico. È innegabile l’effetto che la leggenda di El Dorado esercitò all’epoca della conquista sulla mente di migliaia di uomini: risvegliando la loro avidità stimolò l’esplorazione e lo sfruttamento di un continente e segnò l’identità di un popolo. Quasi 500 anni sono trascorsi e ancora permane nella mente del nuovo conquistatore la terra dagli esuberanti paesaggi e dalle risorse illimitate, dell’odore di guaiava e terra umida, delle incantevoli e imponenti amazzoni. Oggi la ricerca continua e si è diversificata: il metallo degli dèi condivide il suo posto con l’oro nero, quello che sgorga a fiotti sulle rive dell’Orinoco. Marnoglia Hernández-Groeneveledt Traduzione di Emilia Saggiomo

1 Quello di cacique era un titolo di autorità presso gli indigeni delle Antille e dell’America centro-meridionale al tempo dell’invasione spagnola [n.d.t.].

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storia

Giornata della Resistenza indigena: il“revisionismo” indio

«La resistenza non è con le armi, non è con la violenza. La resistenza noi la intendiamo con le idee e con il dialogo. Questa è la nostra unica forma di resistenza, mai potremmo pensare ad una proposta differente, mai potremmo armarci, perché un’arma quello che fa è distruggere, è convertire un uomo in un essere più debole di quello che già è.» (comunità indigena di Jambaló)

Il 12 ottobre in molti Paesi del Nuovo Mondo si ricorda l’arrivo di Cristoforo Colombo nelle Americhe nel 1492. La ricorrenza è celebrata negli Stati Uniti con il nome di Columbus Day, Día de la Raza nella maggioranza dei Paesi ispano-americani, Discovery Day nelle Bahamas, Día de la Hispanidad in Spagna e Día de las Américas in Uruguay. Il Venezuela Bolivariano ha risposto istituendo il 10 di ottobre del 2002, con Decreto presidenziale Nº 2028, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale straordinaria Nº 5615, il Día de la Resistencia Indígena, per onorare la costanza dei popoli originari nella loro lotta per la dignità e l’autodeterminazione. Per ben 519 anni si è negata la capacità di quelle comunità di raccontare la propria storia, considerandoli selvaggi, inferiori, senza lingua né scrittura.

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storia L’approccio storiografico e memorialistico occidentale ha sostituito la cultura indigena con un’artefatta costruzione identitaria, imponendo l’accettazione forzosa dei propri simboli. Vittime delle ambizioni imperialiste come i waraos (popolo della canoa) e gli yanomami, che hanno visto le proprie terre stuprate dalla bramosia conquistatrice dei colonizzatori per le risorse che possiedono, essenzialmente acqua, petrolio e minerali. I primi vivono ancora lungo l’Orinoco in costruzioni su palafitte, e si dedicano principalmente alla pesca, alla caccia ed all’artigianato, molto apprezzato per la sua qualità e bellezza. Gli yanomami, invece, sono

un popolo indigeno il cui numero totale assomma a circa 27.000 persone. Vivono a ridosso della frontiera Brasile-Venezuela presso la Sierra Parime, dove hanno inzio fiumi che poi sboccano nel Rio Negro nella conca amazzonica e nell’Orinoco per la parte venezuelana. Queste popolazioni indigene sono state profanate in nome dello sviluppo delle transnazionali, spossessati dei propri insediamenti, i loro fiumi inquinati per gli scavi petroliferi e minerari, ed il patrimonio culturale minacciato dalle organizzazioni pseudoumanitarie e dai missionari. Nonostante i tentativi di penetrazione forestiera questi gruppi hanno conservato strenuamente le proprie tradizioni1. Hugo Chávez ha inaugurato una tappa di rispetto dei loro diritti elementari, storicamente mozzati dalla mannaia imperialista. Uno dei frutti di questo percorso è stato la cessazione dell’odiosa esclusione sociale degli indigeni e gli sforzi per portare salute e igiene nei luoghi dove vivono. Il presidente venezuelano ha però anche ricordato che «alcuni dei gruppi indigeni soffrono di malattie respiratorie e della pelle come risultato dell’inquinamento ambientale dei territori in cui vivono. La strada è ancora lunga, i popoli originari non sono cosa del passato, stanno qui e si impone urgentemente un avvicinamento alle loro problematiche sulla base di un rispettoso dialogo interculturale». Autodeterminazione, rispetto dei diritti fondamentali, interculturalità, salute, diritto all’alimentazione: questi i temi basilari che il Venezuela cerca di affrontare con la ricorrenza di questa festa. Niente di macabro, di aneddotico da “libro nero del comunismo”, c’è solo tanta voglia di riscatto sociale e morale nel rispetto dei diritti costituzionali, quelli sanciti da una costituzione bolivariana. Revisionismo indigeno, così lo abbiamo ribattezzato: questa volta il revisionismo lo assumiamo in pieno e non ce ne dispiace.

Cuba. Foto di Daniele D’Ari

Gabriele de Martino di Montegiordano

1 Il dispositivo normativo relativo al riconoscimento dei diritti indigeni è riscontrabile nel Tit. III, cap. VIII, artt. 119-126,

Cost. Della Rep. Bolivariana del Venezuela e in due leggi dello Stato: Ley orgánica de los pueblos y comunidades indígenas; Ley de demarcación y garantía de hábitat y tierras de los pueblos indígenas.

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romÁn Chalbaud

ZAMORA

Terra e uomini liberi

(segue da p.3)

zione: il vecchio mondo sta partorendo il nuovo, tra mille difficoltà e contraddizioni. Il pedagogista brasiliano Paulo Freire parlava di “coscientizzazione” per indicare questo delicato processo di trasformazione, di educazione. Non a caso, nel nuovo paradigma che si va facendo strada l’educazione è uno strumento imprescindibile. Qualcosa ne sanno gli studenti cileni che in questi mesi tengono il governo alle corde con le loro mobilitazioni di massa, che coinvolgono tutti settori sociali. Il sistema educativo cileno è infatti un’eredità del primo laboratorio neoliberista d’America, quello del golpe militare di Augusto Pinochet, che nel 1973 stroncò sul nascere il governo popolare di Salvador Allende, il primo del continente.

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ercoledì 12 ottobre, si è tenuta a Napoli presso la sede del Forum Universale

delle Culture 2013 la proiezione del film Zamora, terra e uomini liberi, alla presenza del console venezuelano Bernardo Borges e di tutto il corpo consolare. Un’ulteriore occasione per ribadire e ricordare il sacrifico di donne e uomini per l’indipendenza del Paese bolivariano e approfondire la costruzio-

Un’educazione garantita, gratuita e di qualità, è la prima arma strategica di cui i popoli dispongono contro l’escalation delle aggressioni imperialiste e dei conflitti che l’Impero alimenta. In un ampio dossier tentiamo di mostrare come, dall’altra parte dell’Oceano, qualche governo sembri credere che quella dell’educazione sia la prima voce di bilancio su cui investire, per garantire pace e sicurezza sociale a tutte e tutti.

ne di una rete più solida di interlocuzione sull’asse Napoli-Caracas.

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a pellicola è un vecchio sogno che il regista Román Chalbaud è riuscito a realizza-

re. Prodotto da Fundación Villa del Cine, con l’impiego di mezzi di produzione notevoli e riscuotendo un enorme successo di pubblico, il film, che nasce da una sceneggiatura di Luis Britto Garcia, restituisce un pezzo importante di storia venezuelana raccontando le disuguaglianze sociali dell’epoca e l’oligarchia feudale e schiavista. Il protagonista, Ezequiel Zamora, mosso da profondi ideali di libertà, incoraggia schiavi e contadini a condurre una lotta, in primis, per una migliore distribuzione della terra, e in senso ampio, una lotta sociale nella speranza di poter equiparare il forte divario tra la ricchezza di pochi e la miseria di molti.

[Israele ha diritto ad esistere! ISRAELE HA DIRITTO AD ESISTERE! Israele HA DIRITTO ad ESISTERE! - La Palestina ha diritto ad esistere! - L’Occidente: Come dici, ragazzo? Non riesco a sentirti con tutto questo rumore!]



Nuova ALBA Informazione #6