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IL CENOTAFIO DI TULLIOLA ALL’ACERVARA Sul lato occidentale del territorio formiano è ubicata una collina che da tempo immemorabile vien chiamata “Acervara”. Trattasi della parte meridionale di un complesso montuoso ben più ampio che le carte dell’Istituto Geografico Militare riportano con il nome di Costamezza. Oggi la collina è brulla, ricoperta di cespugli di strame e ginestre che nel periodo primaverile ed estivo, quando sono in fiore, danno al paesaggio una colorazione gialla somigliante a un prezioso manto dorato. Alcuni radi alberi di carrube si intravedono fra le rocce, sopravvissuti ai frequenti incendi che sistematicamente, nel periodo estivo, qualcuno appicca alla vegetazione con motivazioni assurde e inspiegabili. È tutto ciò che resta di un paesaggio collinare che un tempo era completamente ricoperto da un lussureggiante manto boschivo, di cui si può leggere in antichi documenti medievali. Preziose testimonianze riportate nel Codex Diplomaticus Cajetanus ci parlano di boschi che occupavano una buona parte del territorio dell’antico Ducato di Gaeta, e la notizia è confermata anche da un documento redatto nel 1430, allorquando gli abitanti di Castellone, uno dei due rioni storici di Formia, si lamentavano con l’abate del monastero di Sant’Erasmo a Castellone perché le montagne intorno all’abitato erano diventate sterili per colpa sia dell’abate predecessore del loro contemporaneo sia per colpa di quelli precedenti e anche a causa delle controversie che ebbero i Castellonesi e i Gaetani col duca Landone, signore di Gaeta nella metà del XII secolo. Un’indagine esplorativa condotta sulla collina ha evidenziato tracce di remoti insediamenti rurali riconducibili a una attività agricola e pastorale praticata per secoli. Ci sono antichi muri a secco costruiti con pietre raccolte sul posto, innalzati per segnare i confini delle proprietà, rimangono ancora mandre e ricoveri per gli animali costruiti ugualmente con la tecnica dei muri a secco e copertura fatta con rami secchi e erbe varie. Nella parte più alta della collina si trovano ancora due enormi e antiche vasche per la raccolta di acque meteoriche, usate per far abbeverare gli animali al pascolo, oltre a resti di muri che possono vantare all’incirca due mila anni di vita. Quasi al centro di questa collina, in bella vista e in una posizione privilegiata da cui si può osservare l’intero golfo antistante, si erge un manufatto di blocchi di pietra e conglomerato cementizio in gran parte diroccato ma ancora imponente. E’ stato realizzato utilizzando pietre raccolte sul posto e modellate secondo le esigenze di costruzione e il progetto esecutivo dell’opera, con grande impiego di manodopera ma anche grande risparmio di risorse economiche. Né va dimenticato o sottovalutato che una costruzione edificata in pietra viva aveva grande valenza simbolica e diffondeva nell’immaginario collettivo l’idea di un potere da rispettare e onorare. Il manufatto è visibile ancora oggi da grande distanza, ancora più perché la collina circostante ha vegetazione rada e bassa. E’ fortemente danneggiato per vari motivi, tra i quali si annoverano i bombardamenti operati nel 1943-44 dagli aerei anglo-americani, ma conserva ancora una sua spettacolare imponenza e una struttura architettonica che può dare una vaga idea della forma originaria. Le parti mancanti sono disseminate intere o frammentate lungo il pendio sottostante fino alla strada comunale di Costamezza, meglio conosciuta come la “strada militare”, per essere stata costruita dai soldati italiani nel 1889. Per effettuare una ricostruzione virtuale dell’opera originaria possono essere di grande aiuto un disegno che Pasquale Mattej eseguì nel 1847 e una stampa di Sebastiano Conca, che questo autore realizzò per Erasmo Gesualdo nel XVIII secolo. Entrambe le immagini raffigurano un’ampia base di appoggio in pietra viva su cui si erge un torrione a base quadrata sul lato sinistro verso ovest, e un altro torrino di modesto diametro sul lato destro


verso est. La costruzione raffigurata nella stampa di Conca ha grande somiglianza con il rudere attuale e questo sta a significare che già duecento anni fa, circa, il monumento era stato danneggiato, per vie naturali e non. Il terreno circostante è disseminato di pezzi fittili, resti di tegoli ricurvi e spianati, di mattoni di argilla, di parti di anfore e recipienti di terracotta di varie dimensioni. Mancano elementi scultorei a rilievo, o almeno non sono visibili sul pendio. Quasi certamente sono andati in frantumi nel cadere sul terreno. La tradizione più recente denomina quel manufatto la “Tomba di Tulliola”, riferendosi alla figlia prediletta di Marco Tullio Cicerone, e come tale si ritrova in alcuni testi del XIX secolo, ma di fatto e con certezza non è stato trovato finora alcun elemento che possa chiarire l’enigma e offrire una fedele ricostruzione storica dell’intero impianto di fabbrica. Non si sa neanche se quel rudere possa essere riconosciuto come tomba, nell’accezione moderna del termine, visto che esso è un conglomerato cementizio senza camera funeraria al suo interno. Una trattazione specifica e tecnica sulla struttura e la tecnica di costruzione esula dalla presente esposizione e si rimanda l’argomento ad altra sede. Gli elementi a disposizione raccolti dopo una attenta osservazione del sito e un’analisi accurata dei vari elementi architettonici e strutturali, oltre ad un esame chimico e fisico del materiale usato per la costruzione, ci rivelano che il manufatto è stato realizzato secondo gli schemi costruttivi tipici dell’arte muraria diffusa nella società romana del I secolo a. C. Sul posto rimangono numerosi pezzi di materiale fittile come tegoli che in genere servivano per la copertura di edifici civili e religiosi, oltre a resti di vasi, anfore e tegoli usati come riempitivo nel conglomerato cementizio. I documenti per ora disponibili non forniscono alcun indizio circa la forma originaria della costruzione. La tradizione popolare locale parla di un monumento funerario fatto erigere da Marco Tullio Cicerone per onorare la memoria della propria figlia Tullia, morta in giovane età. La stessa tradizione pone la villa dell’Oratore nella piana sottostante, vicino a quel grande cenotafio eretto sul ciglio della via Appia, che attualmente si presenta come una torre circolare su base quadrata ma che in origine aveva la forma di un cubo e che da secoli è indicato come la “tomba di Cicerone”. Secondo una antica tradizione locale lo stesso Cicerone, rattristato per la morte dell’amata figlia, fece erigere in sua memoria quel monumento sulla collina, di fronte alla sua abitazione, in modo che ogni mattina, affacciandosi, potesse ricordarsi di lei. Forse è solo una leggenda, ma come tutte le leggende, anche questa può serbare una parte di verità e cioè nascondere uno stretto legame tra i due cenotafi. In una lettera all’amico Pomponio Attico1, Cicerone manifestava l’intenzione di far erigere un monumento che potesse onorare e ricordare degnamente la figlia scomparsa prematuramente, ma non voleva infrangere la legge2, una legge che egli stesso aveva fortemente voluto e che imponeva ai proprietari dell’opera di versare una certa somma nelle casse dello Stato rapportata al valore e all’entità della costruzione. “Fanum fieri volo”, confidava deciso Cicerone all’amico Attico. L’Oratore era fortemente motivato a realizzare il suo progetto, ma nello stesso tempo non voleva andare contro legge e per questo chiedeva consiglio ad Attico affinché si potesse realizzare il suo progetto senza suscitare le ire e le critiche del Popolo Romano, dei giudici, del Senato e soprattutto dei suoi avversari politici. La legge in questione riguardava monumenti funerari e sepolcri che si potevano costruire a patto che si versasse una quota all’Erario, in rapporto all’opera da realizzare. Rimanevano fuori da questa legge gli edifici di culto e i templi eretti in onore di qualche divinità. Per questo egli propone di far erigere un tempietto, o fanum, per ricordare e onorare 1 2

Marco Tullio Cicerone, Ad Atticum, ep. 12,35-36. Trattasi della Legge Giulia, “De sumptu funerum”.


la figlia Tullia, insistendo con Attico su questa sua idea. “Voglio che si faccia un tempietto e questa idea non mi si può levare dalla testa. Desidero evitare qualunque analogia con un sepolcro non tanto per eludere le sanzioni di legge quanto per ottenere un carattere il più possibile sacro. Ciò sarebbe possibile se lo costruissi all’interno stesso della villa; ma, come tante volte si è detto, ho paura dei cambiamenti di proprietà. Mentre se lo dovessi costruire in un qualunque angolo della campagna, mi sembra di potergli garantire il religioso rispetto dei posteri”. Queste considerazioni dettate personalmente da Cicerone si adattano molto bene alla contrada Acervara, alla vicina via Appia e al mausoleo attribuito a Cicerone. In mancanza di documenti certi e testimonianze scritte inoppugnabili ci si deve necessariamente affidare, nell’immediato, alla tradizione orale che conserva sempre nella sua attribuzione una buona dose di verità. Un’indagine archeologica accurata può senz’altro contribuire a completare il quadro delle informazioni per la formulazione di ipotesi attendibili. Per quanto riguarda il monumento attribuito a Tullia, resta ancora oggi da fare un’indagine seria e approfondita per datare l’intero rudere e i resti disseminati per il pendio della collina. Non ci resta altro da fare per ora che riflettere sulla tradizione orale locale e accettare che veramente quel manufatto sia stato realizzato per onorare la memoria di Tullia e posto in posizione panoramica per renderla riconoscibile da parte di tutti i viaggiatori che transitavano lungo la via Appia. La lettera di Cicerone ad Attico ci fa ritenere che quel manufatto sia stato realizzato con la forma di un tempietto funerario, la cui originaria struttura architettonica è ancora tutta da ricostruire. L’immagine più antica dell’opera è quella fornitaci da un disegno di Sebastiano Conca, realizzato nel XVIII secolo, nel quale si distinguono due torri con diametro diverso, quasi l’uno il doppio dell’altro, con uno spazio interposto pianeggiante e ampio a formare un basamento su cui potevano benissimo essere appoggiati altri elementi strutturali o ornamentali del monumento funerario, non escludendo anche un eventuale simulacro di divinità posizionato per avvalorare la finalità dell’opera che doveva avere l’aspetto di un tempio e non quello di un cenotafio. Sicuramente doveva avere un aspetto non usuale e non corrispondente ai canoni classici di una costruzione funeraria come quelle che si potevano trovare lungo le principali vie di accesso alle varie città dell’Impero, con la consueta forma di edificio simile a una abitazione a tetto spiovente a due falde. La struttura di questo tempio è stata adattata alla morfologia del posto e realizzata in modo da rendere concreta l’idea progettuale, affettiva, commemorativa che Cicerone aveva in mente. La stessa forma asimmetrica del manufatto, con due torri dalle dimensioni tanto differenti potrebbe avere la sua spiegazione plausibile se riferita all’idea che Cicerone poteva avere del sentimento familiare padre-figlia, o all’idea che aveva della morte e dell’aldilà, o anche all’idea allettante di rendere visibile l’opera al maggior numero di persone possibile. Maurizio Liberace

01/03/2011

Il cenotafio di Tulliola all'Acervara  

Una ricerca storica riguardante un manufatto di epoca romana repubblicana (I secolo a. C.) che la tradizione locale attribuisce alla figlia...

Il cenotafio di Tulliola all'Acervara  

Una ricerca storica riguardante un manufatto di epoca romana repubblicana (I secolo a. C.) che la tradizione locale attribuisce alla figlia...

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