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STADI VIOLENTI: LUCI ED OMBRE Da oltre mezzo secolo, grazie a Dio, l’Europa è in pace, fatta eccezione per la recente parentesi balcanica, la cui ingovernabilità è sotto gli occhi di tutto mondo, dato che, in uno scarno fazzoletto di terra, si trova disseminato un numero impressionante di mine e di trappole, etniche, religiose e politiche, pronte ad esplodere ed a scattare da un momento all’altro, senza preavviso. Tuttavia, il rovescio della medaglia è rappresentato dal fatto che le energie generazionali dell’agiata gioventù occidentale (ormai pesantemente condizionate ed impoverite da un lungo digiuno di idee-forza e di ideologie trainanti) risultano da tempo disperse ed “ingrottate” in canali sotterranei d’azione e di attività, caratterizzati da un unico punto di confluenza virtuale: il desiderio di occupare, ad ogni costo, la scena (nei telegiornali, nelle news, nella cultura, su Internet). Oggi, come si sa, l’unico modo di esistere è farsi vedere, ottenere almeno un passaggio in televisione, per superare la depressione dettata dall’anomìa, di colui, cioè, che non ha un nome, né una storia, in cui poter recitare un ruolo da protagonista. A partire dal ventre più profondo della frustrazione e del disincanto dell’immaginario collettivo, le giovani generazioni (soprattutto quelle più indifese, per difetto di ceto e di censo), non altrimenti spendibili per un progetto, in positivo, di edificazione della società giusta, sembrano privilegiare comportamenti devianti di massa, alla ricerca disperata di una qualche visibilità e per il gusto del paradosso e della provocazione gratuita. Irrompono, allora, sul piccolo schermo gli effetti distruttivi, prodotti dallo scatenarsi dell’istinto del branco e del tifo violento, che rappresentano un’alternativa alla monotonia ed all’alienazione dei ghetti, urbano, sociale ed economico, dove una politica senz’anima, la speculazione fondiaria ed un’economia di rapina hanno prodotto una marginalità diffusa, senza speranze residue, per un futuro migliore. A partire da questa terra di nessuno, dove non c’è criterio di rappresentatività che tenga, ma solo anarchia e dissacrazione gratuita, senza un vero perché ed una ragione plausibile (se non quella di esprimere, comunque, sentimenti di rabbia e frustrazione), gli umori avvelenati, tanto nocivi quanto incompresi, di tutta una gioventù precocemente in disarmo, continuano a rimescolarsi e ad alimentare, senza un attimo di sosta e di respiro, un magma indecifrabile, che si scompone e ricompone, secondo un eccentrico e variopinto gioco di alchimia sociale, all’interno dell’immensa depressione del catino mediatico planetario. Infatti, quaggiù, nel sottobosco pietrificato del riscatto perduto, troppi giovani sono convinti che l’unico modo di esistere sia quello di mostrarsi, a qualunque costo, collettivamente e con il massimo rumore possibile, facendo impennare nell’aria sbuffi roventi di materiale inerte, costretto a salire su, per l’altezza di molti chilometri, affinché lapilli e polvere siano visibili ai quattro angoli della Terra, in un gioco pirotecnico, sotto le cui ceneri, alla fine, rimarranno, ahimé,


soltanto loro, i guitti che lo hanno messo in scena, mentre i registi continueranno a godersi guadagni e spettacolo, finché qualcuno scoprirà che il Re è nudo. Dal racconto dei miti, che i nostri antenati ascoltavano, per ore e giorni interi, stringendosi in cerchio, attorno al fuoco, che rischiarava appena l’immensa volta della caverna, si è passati ad una versione più moderna, dove la pedata pallonara e le odi alle gesta degli eroi (calcistici) della domenica invadono tutti gli spazi pubblici e privati disponibili (bar, ristoranti, strade, piazze, abitazioni), colmando i vuoti esistenziali di tanti di noi, che costringono mogli, fidanzate e figlie, nonché ignari o consenzienti avventori, ad assistere, rassegnati o inviperiti, ad interminabili discussioni, praticamente sul nulla. L’invasione del calcio giocato e, soprattutto, parlato è completata, poi, da un accerchiamento mediatico assolutamente sorprendente, iperinflazionato da immagini di gioco, segmentate, rallentate e reiterate più volte, per cui si gioca e se ne parla sette giorni su sette, durante lunghi, interminabili talk-show e speciali radiotelevisivi. Come si fa a convincere i tanti che il calcio è soltanto un gioco e non, come la intendono in molti, una ragione di vita, una vera e propria “fede”? La violenza degli stadi non è un problema né di destra né di sinistra, ma di tutta la società, nazionale ed internazionale, visto che il tifo si esporta anche all’estero, con annessi problemi di ordine pubblico, quando la squadra del cuore va in trasferta. In questo, le moderne orde di hooligans si comportano esattamente come quei lanzichenecchi, che calarono sulle nostre dolci terre seminando morte e distruzione, lasciando una scia di contagio e di malattia, di cui ancora si conserva traccia, nella memoria delle genti italiche. Degrado urbano e mito del successo si confondono e si armonizzano, come sali di cianuro, per inquinare il Bel Danubio Blu degli ingaggi multimiliardari, facendo affiorare una fauna acquatica, tanto numerosa quanto impotente, priva di vita interiore, dove tutto si risolve nell’urlo, nell’oscenità del gesto, senza un nesso apparente tra causa ed effetto. Si può tornare indietro, si può fermare il mondo, per offrire una pausa di riflessione a coloro che annodano vorticosamente la propria vita attorno ad una banalissima palla? Affari e bisogno di riscatto possono trovare una qualche forma di conciliazione, affinché il messaggio, il segno e le insegne non siano soltanto il frutto ed il prodotto delle strategie dei clubs, o degli strampalati errori e delle clamorose sviste degli arbitri di calcio? Si può passare dagli schieramenti antisommossa delle forze dell’ordine ad immagini più idilliache, di famiglie numerose, che vanno allo stadio nello stesso modo in cui si va a passeggiare nel parco? La mia personale risposta è che no, non si può. Puntiamo tutto, allora, sulle strategie di delocalizzazione dell’evento, moltiplicando all’infinito i punti di ascolto e di raccolta dei tifosi, portando perfino su Internet (o su altre dorsali telematiche), in diretta o differita, incontri, conferenze stampa, linee dirette 24 ore su 24, affinché l’overdose

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dispieghi, nel tempo, tutti i suoi effetti, sperando che i pallonaro-dipendenti non soccombano prima che sopraggiunga il disgusto, quello che, ad esempio, si portano dietro, per tutta la vita, coloro che sono usciti vivi da un avvelenamento da funghi. Infine, a proposito sia di quegli irriducibili, che continuano a scambiare lo stadio per un moderno colosseo, in cui si incita al massacro, per il gusto di veder scorrere il sangue, sia di coloro che compongono ed innalzano striscioni di pessimo gusto (che sarebbe meglio seppellire con una risata, anziché con le pandette del codice penale), da parte mia, darei un consiglio facile, facile al Ministro Bianco: acquisti all’ingrosso una bella partita di braccialetti, da mettere ai polsi o alle caviglie degli scassatori pallonari e, dopo averli immortalati in edificanti foto di gruppo (all’atto di sollevare striscioni indecenti, ovvero in atteggiamenti da guerriglia urbana), li faccia condannare per direttissima. Dopodiché, come pena alternativa, si imponga loro di indossare uno di quei, tanto a lei cari, bracciali in modo che, non appena il reo dovesse varcare il compendio di uno qualsiasi degli stadi nostrani (e perché no, anche stranieri), si attivi un allarme codificato, permettendo alla sorveglianza di identificare e respingere gli indesiderabili fuori dai luoghi di spettacolo. In fondo, i tifosi violenti non meritano, quantomeno, di essere trattati come lebbrosi, visto che non si può, aasecondando una sacrosanta legge del contrappaso prenderli a “pedate” nel sedere? Roma, 14 febbraio 2000 Maurizio BONANNI

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Stadi violenti