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Capitolo 7

L’interpretazione visuale della città dell’accoglienza “Ma non voglio parlare di me. Desidero parlare soltanto di fotografia e di ciò che possiamo realizzare con l’obiettivo. Desidero fotografare ciò che vedo, sinceramente, direttamente, senza trucchi, e penso che possa essere questo il mio contributo ad un mondo migliore”. Tina Modotti

Niente può ricominciare là dove la bellezza ha fallito … Viaggio in Italia (Guido Ceronetti, 1983)

La complessità e la dinamicità dei fenomeni che devono confluire nella nuova architettura del dialogo hanno reso opportuno sviluppare un’ulteriore esperienza cognitiva basata sull’approccio visuale messo a punto da Maurizio Cimino, fotografo proveniente da una formazione umanistica e sociologica. Le sue immagini sono la base del racconto, sviluppato da Gabriella Esposito De Vita, che si dipana attraverso le tematiche emerse nel corso della ricerca e raggruppate mediante le parole chiave introdotte nel capitolo 2, offendo un ulteriore contributo interpretativo alla nuova semantica multiculturale. Le suggestioni visive indagano efficacemente i chiaroscuri ed i conflitti di una complessa interazione etnica e culturale e mettono in evidenza la necessità di intervenire sugli spazi della residenza e su quelli della socializzazione per intercettare una domanda urbana sempre più articolata e polisemica.

7.1

VALORI SEMANTICI MULTICULTURALI PER LA CITTÀ DELL’ACCOGLIENZA

219 L’INTERPRETAZIONE VISUALE DELLA CITTÀ DELL’ACCOGLIENZA

La complessità dell’oggetto dello studio e la velocità delle trasformazioni in atto hanno reso opportuno sviluppare un’ulteriore esperienza cognitiva basata sull’approccio visuale. Il percorso intrapreso verso la costruzione di una città culturalmente plurale si è avvalso di contributi disciplinari diversi, che consentissero di cogliere lo “spirito del tempo” in una società in profondo mutamento. Per poter sostanziare e rendere efficaci i nodi progettuali emersi nello sviluppo della ricerca ci si è impegnati a comprendere le caratteristiche della città dell’accoglienza rispetto al rapporto tra globalizzazione e identità locale, per definire i valori semantici della città che possono costituire il terreno di coltura dell’incontro e dell’interazione. L’indagine sullo stato dell’arte della ricerca sulla città multiculturale, illustrata nelle prime pagine del volume, ha consentito di individuare le parole chiave che hanno accompagnato gli approfondimenti tematici sviluppati con taglio urbanistico e progettuale. Un approccio integrato ha condotto ad affrontare gli spazi per l’aggregazione interculturale secondo diverse declinazioni e compenze. Tra queste è risultata di grande interesse l’esperienza di indagine visuale che si presenta nelle prossime pagine; gli scatti, effettuati da un fotografo proveniente da una formazione umanistica e sociologica, con un approccio innovativo rispetto alle tematiche affrontate, offrono spunti significativi per il prosieguo della ricerca. L’impostazione del lavoro non è quella tipica di un reportage monotematico, che avrebbe potuto imbrigliare il flusso creativo in un percorso pre-definito e pre-concetto, e di semplice commento visivo a quanto elaborato con le tradizionali metodologie della ricerca scientifica. Si è scelto, invece, di raccontare per immagini le emergenze (nelle diverse accezioni del termine) di una società multiculturale, che non si rilevano pienamente con efficacia nelle indagini urbanistiche ed architettoniche, necessariamente più asettiche ed oggettive, che sono state condotte nelle pagine precedenti (Piccinato, 2005).


CAPITOLO 7

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L’autore degli scatti, facendo proprio un approccio situazionale all’indagine fotografica, ha raccontato problematiche e potenzialità della multiculturalità, che offrono suggestioni non emerse nel corso della ricerca o che non sono state indagate in questi termini. Si sono scelte immagini che illustrassero i temi affrontati in un’ottica nuova, e che esprimessero suggestioni ed elementi utili a reindirizzare il percorso di ricerca e la fase di sperimentazione. Le immagini raccolte, interpretate quali tessere di un puzzle unitario, sono state prese singolarmente o raggruppate in base al soggetto rappresentato, al tempo dell’azione o alla tecnica fotografica adottata. La sequenza proposta vuole esprimere la complessità del fenomeno affrontato senza offrirne una ricostruzione aprioristica. I temi dell’identità culturale e dell’identità urbana si intrecciano e trovano un’ulteriore occasione di sviluppo mediante le immagini di una quotidianità multiculturale che consentono di riflettere sulla capacità della città contemporanea di assumere una dimensione inclusiva e di esprimerla attraverso una nuova semantica delle forme. Questa è una vocazione intrinseca nella natura urbana; la città, nella storia, è sempre stata plasmata dall’interazione di culture diverse che hanno lasciato i segni e ne hanno determinato la peculiarità. Nella città contemporanea questo processo osmotico è ostacolato dall’accelerazione dei mutamenti sociali, che avvengono per effetto dei molteplici fattori raccolti sotto il nome di globalizzazione. Le molteplici interazioni tra individui e spazi urbani, colte mediante l’indagine di tipo visuale, contribuiscono ad identificare, per immagini, i nuovi valori semantici che una società complessa, dinamica e multicolore può esprimere. Le immagini di vita vissuta illustrano con immediatezza ed efficacia il coacervo di simboli, idee e culture che concorrono alla formazione di una memoria collettiva multidimensionale. La città rappresenta la trasposizione “fisica” di questo nuovo concetto di identità culturale e costituisce quel fenomeno sociale ineguagliabile, che è il grande protagonista del percorso d’indagine visuale: quale sfondo, quale avversario, quale complice, … Ma il concetto di identità urbana, ricorrente nel dibattito scientifico e istituzionale, così come nelle riflessioni della società civile sui temi dell’immigrazione, è estremamente evanescente e tutt’altro che univoco. La città contemporanea è, infatti, sottoposta a due forze contrastanti: da un lato, l’omologazione dei modelli di sviluppo e delle identità culturali per effetto della globalizzazione e, dall’altro, l’affermazione di tradizioni culturali, vere o presunte, che appartengono alla storia locale. Si genera una dialettica tra un’idea di sviluppo che annulla le diversità e le distanze e l’importanza attribuita alle identità fondate sui luoghi – ben sintetizzata dal diffuso neologismo “glocale”. Le riflessioni su questo tema sviluppate nei precedenti capitoli trovano un riscontro significativo attraverso l’indagine per immagini; l’istante cristallizzato nelle fotografie di Maurizio Cimino consente di cogliere alcuni elementi forti del rapporto tra l’individuo con la propria identità culturale più o meno marcata e l’identità urbana nella sua espressione spaziale. È possibile cogliere, nel modo nel quale ci si appropria dello spazio reinventandolo ed adattandolo alle proprie esigenze (trasformando in risorsa l’assenza di risorse), una nuova declinazione identitaria. La volontà di esserci, con i propri Lari e Penati, anche se con mezzi di fortuna, esprime una vitalità che potrebbe essere convogliata in interessanti percorsi progettuali. È di grande interesse, per esempio, il progetto di ricerca EU-ROMA (European ROma Mapping) in itinere a Roma sulle condizioni abitative delle comunità Rom nella capitale, sviluppato con il supporto del Culture Programme dell’E.U. Il progetto si propone di promuovere il confronto interdisciplinare sulla questione dell’abitare Rom e sullo spazio pubblico, avvalendosi dei contributi disciplinari dell’arte urbana, dell’architettura, degli studi antropologici e sociologici e delle politiche dei diritti umani1. Ancora, la presenza umana, con il proprio bagaglio culturale ed emotivo, sembra subire uno spazio urbano impermeabile all’interazione; ciò accade laddove gli effetti della globalizzazione rivelano lo strapotere del modello di consumo dominante, insieme allo straniamento che le grandi 1 Cultura 2007, Strand 1.2.1 Cooperation measures European Roma Mapping, grant agreement nh.2007-1060; 20months porject. Consortium Partners: LAN Laboratorio di architettura nomade (Naples); ATU Asociatia Pentru Tranzitie Urbana Bucharest; UAL University of Arts London Higher Education Corporation; Locus Athens.


città sovente generano in chi le vive. Esse sono punteggiate da spazi e luoghi impersonali, senza un carattere proprio ma “confezionati” ad hoc per il “consumo” (come i non-luoghi della grande distribuzione), oppure per rispondere ad una recente domanda residenziale (in termini più quantitativi che qualitativi), o ancora sorti per consentire la mobilità (resa necessaria dall’esasperazione della divisione funzionale e sociale della città). Tali non-luoghi, ancorché neutri, non appaiono accoglienti né includenti nei confronti dei marginali e dei diversi. Paradossalmente, gli spazi che presentano caratteri identitari sfumati o inesistenti risultano meno favorevoli all’interazione di quanto non accada laddove la stratificazione culturale ha determinato una marcata connotazione dei valori identitari. Quest’ultimi costituiscono l’emblema dell’identità accogliente che metabolizza le diversità producendo un meccanismo integratore: la città, da sempre, ha costituito la propria essenza ed identità mediante un patto tra diversi. Si gioca sulla dualità tra integrazione e marginalità l’attitudine della città ad emarginare solo coloro che ne fanno parte, che vi sono stati integrati, pur con un ruolo marginale. Come si evince dalle immagini che raccontano la realtà parigina, vissuta dal fotografo proprio nelle giornate nelle quali le banlieue erano in fiamme, gli spazi ed i luoghi nei quali si è scatenata la rivolta costituiscono insieme la causa, l’espressione e lo sfondo delle manifestazioni di disagio espresse da tutti coloro che sono posti al margine fisico e sociale della vita urbana. Lo status di cittadini – non dal punto di vista giuridico ma come condizione di fatto – esalta il senso di appartenenza ma, nel contempo, non garantisce un equo accesso a luoghi e servizi della città. Fattori quali l’appartenenza sociale, il potere d’acquisto, il genere, la competenza linguistica condizionano il diritto alla città. Il primo discrimine è proprio legato all’accessibilità fisica (ed emotiva), da parte di coloro che sono spazialmente ai margini della città e che ne fruiscono solo in piccola parte. “La città interetnica e cablata favorisce l’interazione. La tutela delle identità e l’integrazione delle diversità si realizza attraverso l’interazione e cioè attraverso il rapporto tra i tutti i cittadini, in modo diretto o mediato dalle nuove tecnologie di comunicazione” (Beguinot, 2006)2. Il percorso per attuare questi obiettivi parte dalla realizzazione di spazi e funzioni urbane che riportino al centro dell’attenzione l’uomo, essendo configurati in modo tale da favorire “la conoscenza reciproca, le collaborazioni lavorative, l’amalgama tra genti e culture diverse, nel lavoro e nel tempo libero”. (Beguinot, 2006) Come si vedrà, le suggestioni visive, per la loro immediatezza ed empatia, aprono a nuovi orizzonti interpretativi e, nel contempo, consentono di estrapolare elementi utili all’elaborazione progettuale di spazi e luoghi per l’interazione multiculturale. 7.2

L’INTERPRETAZIONE VISUALE DELLA NUOVA SEMANTICA URBANA

2 La “Città dell’Interazione” è uno dei principi della Carta per la Città Interetnica e Cablata promossa nel 2006 dalla Fondazione Aldo Della Rocca.

221 L’INTERPRETAZIONE VISUALE DELLA CITTÀ DELL’ACCOGLIENZA

La comunicazione visuale, oggi modalità principale di relazione tra gli attori sociali nel mondo globalizzato, è qui utilizzata come linguaggio del vissuto soggettivo che scaturisce da un approccio fenomenologico unito ad una metodologia di lavoro sul campo col mezzo fotografico: l’etnografia, da studio delle culture minori, diviene racconto dell’impossibilità odierna di separare il locale dal globale. Si parla di un approccio d’analisi di tipo qualitativo denominato “sociologia visuale” che attraverso l’utilizzo del media fotografico o del video individua la percezione visiva (Grady, 2001) quale fattore chiave per conoscere e svilupparsi; in tale metodologia la fotografia diviene un vero e proprio strumento d’indagine empirica, sguardo che penetra nella realtà urbana e sociale evidenziandone spesso le contraddizioni in modo più diretto e coinvolgente di quanto riesca a fare un testo (Faccioli, 2001). L’organizzazione sociale e le sue reti di relazione dipendono, esse stesse, dalla comunicazione visuale, sia quando quest’ultima è di tipo istituzionale (pubblicità, cinema, televisione), sia quando è di tipo popolare (album di famiglia): ecco che, come ci ricorda Henri Cartier Bresson, la fotografia diviene “un modo per comprendere” (Cartier-Bresson, 2004). I frames fotografici, soprat-


tutto se consideriamo la natura olistica della globalizzazione ed il peso del vissuto soggettivo, sono in grado di ’restituire’ la realtà sociale, come testimonianze figurative di fenomeni complessi che un testo spiegherebbe in modo assai meno incisivo (Mattioli, 2007). Fare sociologia con le immagini, usando le fotografie quali mezzo per raccogliere i dati durante la ricerca sul campo, attiene a quel filone di studi conosciuto come visual sociology nel cui ambito coesistono almeno due diverse tecniche d’approccio: – un approccio sociologico classico e rigoroso che si fonda sulla conoscenza del fenomeno che si va ad esplorare; tale approccio è all’origine del lavoro di Bateson e Mead a Bali (Mead, Bateson, 1942) salvo poi scoprire, durante il lunghissimo periodo di studio sui rituali di tale popolo, che “Abbiamo provato ad utilizzare le macchine da presa e le macchine fotografiche per registrare il comportamento balinese: questo è molto diverso dal preparare un documentario filmato o delle fotografie. Ci siamo sforzati di cogliere tutto ciò che si svolgeva normalmente o spontaneamente piuttosto che prendere decisioni sulla base di qualche norma stabilita e poi fare in modo che i Balinesi corrispondessero a questi comportamenti in un contesto ad hoc”3. – un approccio “radical” dove elementi come il vissuto soggettivo, l’empatia e la sospensione del giudizio portano avanti il ricercatore nel suo studio: egli formula in base ai dati ottenuti le sue teorie e si pone nuovi quesiti. In termini sociologici si fa riferimento a quel filone sviluppatosi nel 1967 negli USA noto come “Grounded Theory” nel quale le ipotesi di chi ricerca vengono ridefinite di volta in volta in base all’osservazione delle fotografie scattate sul campo (Faccioli, 2001).

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A tal proposito, va ricordato che, già negli anni venti, la Scuola di Chicago (Robert Park ed Ernest W. Burgess) improntò sulla ricerca empirica della società e sulla categoria dell’area d’appartenenza il suo studio dei rapporti sociali e della città. Questa metodologia è stata presa a prestito dal fotogiornalismo sociale e documentario dell’epoca ed, infatti, negli Stati Uniti fin dall’inizio del ’900 sono stati largamente utilizzati (e quasi sempre commissionati) i lavori di fotografi come Walker Evans, Lewis Hine, Robert Frank e Dorothea Lange per grandi ricerche sociologiche sui mutamenti della società americana (Dyer, 2007). È evidente che i metodi d’approccio degli operatori visuali, fotografi e videomakers, mutano in base al tipo di coinvolgimento che essi hanno nell’attività di ricerca, ed alla propria sensibilità ed al proprio background culturale. Lewis Hine e Walker Evans, per esempio, convocati da istituzioni nazionali come la Farmer Security Administration, utilizzarono un rigore ed una logica assoluti che si sostanziavano in infinite liste tematiche delle fotografie, argomenti e sottoargomenti, didascalie puntuali. Anche lo stile scarno, distaccato ed essenziale restituiva una grande dignità ai tantissimi nuovi poveri – circa 14 milioni di americani – causati dalle spese per la guerra e le nuove tecnologie agricole. Tutto questo ordine era preceduto dalle minuziose sceneggiature che gli fornivano i committenti come la FSA attraverso il signor Stryker il quale giungeva a suddividere le stagioni, i luoghi e persino le ambientazioni per spiegare in ogni dettaglio quanto si voleva fotografare di quella società. Al contrario, il fotografo svizzero Robert Frank era un vero situazionista e scriveva così al Museo Guggenheim: “il progetto che ho in mente è di quelli che prendono forma nel procedere ed è essenzialmente elastico” (Dyer, 2007). Allo stesso modo Dorothea Lange riteneva che “sapere in anticipo che cosa stai cercando significa che stai solo fotografando i tuoi preconcetti”. Nata nel 1900 nel New Jersey da immigrati tedeschi, ella soffrì la fame e le malattie fin da piccola, quando suo padre abbandonò la famiglia: forse é anche per questo che le sue immagini sono dense di pathos e ritraggono senza alcun filtro la povertà estrema della Grande Depressione americana che colpì anche la sua famiglia. Pensando proprio alla Lange, e alla sua furia emotiva nel raccontare senza accusare nessuno ma con elevato grado di partecipazione, si può forse definire la fotografia sociale come un’inclinazione ed uno stato d’animo dell’autore di fronte alla realtà della propria epoca. Forse non è un caso che, nel 1940, la Lange lasciò la FSA dopo vari contrasti 3 Margaret

Mead, Lettere dal campo 1925-1975, Milano 1979, pp. 170-171.


avuti con Stryker: voleva lavorare senza condizionamenti mostrando la storia “scippata” alla realtà così com’era. Le immagini che si raccolgono nelle pagine seguenti scaturiscono dal secondo degli approcci visuali su elencati e sono il frutto di un’esperienza di ricerca che fonde la formazione umanistica e filosofica con l’attività di fotoreporter di matrice situazionista (Bertelli, 2004) e, dunque, eretica. L’approccio adottato è in linea con il percorso d’impegno civile tracciato dai fotografi documentaristi americani che agivano senza confini né steccati ideologici, ma credevano in una sola cosa: l’uomo4. Per rimarcare ulteriormente il nesso tra fotografia e sociologia si ricordi che negli anni in cui operarono Riis e Hine, tra il 1896 ed il 1916, sulla rivista “American Journal of Sociology” furono pubblicati numerosi articoli corredati da fotografie su tematiche sociali poco note al grande pubblico. Molto spesso oggi, ad un secolo di distanza da queste ricerche, gli studiosi si avvalgono delle immagini solo quali illustrazioni inserite senza alcun commento oppure usano questo medium per rimarcare delle conclusioni cui si giunge con altri strumenti, e non per porre nuove ipotesi o dare risposte. Ma com’è possibile analizzare una società, studiare le interazioni dei soggetti che in essa agiscono, senza considerare tutte le forme di comunicazione, e quindi anche quella visuale, che in essa si sono sviluppate? La risposta è la sociologia visuale, un approccio metodologico aperto a più paradigmi, contraddistinto dall’empatia, nella consapevolezza che l’identità dell’altro va rispettata, che l’analisi del mondo deve abbandonare i pregiudizi per tracciare un percorso davvero libero di studio e di conoscenza.

7.3

LE PAROLE CHIAVE E L’INTERPRETAZIONE VISUALE

4 Le immagini di Hine sui bambini-operai negli USA fecero abolire il lavoro minorile all’inizio del ’900; il suo lavoro e quello di Jacob Riis sulla povertà a New York hanno insegnato molto alle successive generazioni di fotografi ed ancora oggi restano un fondamento per qualsiasi indagine fotografica sulla società e le sue contraddizioni. 5 Le quaranta parole chiave introdotte nel secondo capitolo da Massimo Clemente sono: alloggio; aree metropolitane; asilo e rifugiati; attività produttive; attrezzature collettive; centri storici; cittadinanza; clandestini; diritto; documentazione; educazione e istruzione; esclusione/inclusione sociale; formazione; genere; governance; identità culturali; identità urbane; integralismi e conflittualità; lavoro; lingue; nuove tecnologie tlc; partecipazione; periferie; pianificazione territoriale e urbanistica; piccoli centri; politiche per l’immigrazione; politiche urbane; povertà urbana; progettazione architettonica; progettazione urbana; razzismo e discriminazione; religioni; segregazione/integrazione spaziale; servizi urbani; sostenibilità; sport; strumenti d’intervento; strumenti per la conoscenza; unità di vicinato.

223 L’INTERPRETAZIONE VISUALE DELLA CITTÀ DELL’ACCOGLIENZA

Come si vedrà, le immagini parlano da sole trasmettendo empaticamente emozioni, sensazioni, percezioni tipiche della vita quotidiana nelle grandi città multiculturali d’oggi. L’autore ritiene “la fotografia di strada un atto d’amore volto ad ordinare uno spazio dove l’oggetto di studio diviene surrealtà disvelata rientrando così in un’iconografia difficile da classificare” (Cimino, 2006). Accanto al messaggio emotivo trasmesso dalle immagini che vengono proposte, però, si srotola il filo rosso di un percorso interpretativo rigoroso, riconducibile ad alcune parole chiave individuate e sviluppate nel corso della ricerca. In particolare, si fa riferimento al gruppo di tematiche espresse mediante le quaranta parole chiave utilizzate quale guida per lo screening dello stato dell’arte della ricerca, illustrato in apertura del testo5. Ciascuna fotografia rappresenta un frammento del puzzle multicolore che costituisce, insieme, una risorsa vitale ed un problema complesso nella società contemporanea. Tutte le forme di diversità (etnica, culturale, di genere, d’età, di condizione sociale, …) costituiscono la ricchezza di una città creativa e dinamica e la causa di conflitti nelle realtà stagnanti e legate allo status quo (Florida, 2005). Se non si affronta il mutamento in atto con decisione e capacità progettuale, esso sarà guidato dagli umori del momento, e non darà vita allo slancio vitale di cui la città europea ha bisogno. Questa tensione tra forze aggreganti e disgreganti è la chiave di lettura della galleria d’immagini, ciascuna delle quali evoca significati diversi al variare dell’approccio dell’osservatore e può essere associata a più parole chiave che ne guidino l’interpretazione. Si è scelto, quindi, di


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raggruppare le scene ritratte in base al concetto chiave che le illustri nel modo più pregnante e di evidenziare le sfaccettature interpretative ed i collegamenti mediante le altre parole chiave significative. Il primo gruppo d’immagini illustra scene di vita vissuta in un contesto marginale riconducibile al concetto di periferia, nel senso etimologico del termine, ma con le caratteristiche di un insediamento informale sorto in un interstizio della città diffusa (figura 1); l’accampamento nomade realizzato nell’area di via del Riposo a Poggioreale, nella periferia est di Napoli rinvia al dibattito sugli slums che alcune comunità, escluse per molteplici ragioni dall’accesso all’alloggio, sono costrette ad eleggere quale proprio domicilio (figura 2). L’obiettivo prefissato dall’Habitat Agenda di Istanbul (1996) di offrire un alloggio adeguato per tutti ha aperto un dibattito intenso, che ha dato vita a specifiche politiche in molti paesi. In particolare, si sono moltiplicati i gruppi di studio e d’intervento sugli slums che, con diverse caratteristiche, punteggiano le grandi aree metropolitane, principalmente nei paesi terzi (Garau et al., 2006). In Italia gli insediamenti spontanei di comunità nomadi o di immigrati (non sempre clandestini) rappresentano una vexata questio che, in ambito istituzionale, soffre di luoghi comuni e atteggiamenti demagogici (figure 3 e 4). Il nuovo assetto comunitario, con la libera circolazione che facilita gli ingressi dai paesi dell’Est europeo, ed alcuni episodi delittuosi che hanno colpito l’immaginario collettivo hanno accentuato le tensioni e provocato alcune esplosioni di violenza che, certo, non facilitano il dialogo e, quindi, la conoscenza. Le immagini che si propongono, più di molte parole, possono rappresentare una realtà complessa6 ed evidenziare alcune peculiarità delle scelte insediative. Anche se è forte il condizionamento determinato dal soddisfacimento dei bisogni primari, è possibile ravvisare nelle modalità di appropriazione dello spazio una personale declinazione di Lari e Penati; dopo una prima reazione emotiva (di partecipazione o di ripulsa), è possibile identificare alcune peculiarità dell’aggregazione di materiali di recupero che concorrono alla costruzione di una modalità insediativa che esprime una nuova forma di identità urbana (figure 5, 6). Oggi il concetto di periferia esula dalla mera componente spaziale per assumere valenze ed evocare immagini diverse; esiste anche una sorta di periferia umana7 che rappresenta le marginalità in qualsiasi contesto si manifestino. Anche nel centro storico, in contesti meno stranianti rispetto a quelli dello sprawl metropolitano, si staglia con nitidezza la solitudine della marginalità su uno sfondo urbano che diviene esso stesso attore. Per questa condizione dello spirito, la sequenza di via Vergini, nel centro storico di Napoli (figura 7), è estremamente evocativa per ciò che non dice; nell’immediato, infatti, rimanda alla percezione della povertà urbana cui l’abitante della città contemporanea si è assuefatto, considerando le presenze di bisognosi quale sfondo naturale dei propri percorsi quotidiani. In questa impermeabilità emotiva sono incluse tutte le diversità e le marginalità, inconsciamente registrate dall’occhio come rumori di fondo o, in alcuni contesti, come presenze allarmanti. In una realtà urbana diversa – il IV Arrondissement di Parigi – la questua in prossimità di un luogo di culto, da parte di un’anziana donna velata, si accomuna alla scena napoletana per la solitudine e il senso di esclusione manifestati (figura 8). Entrambe le immagini esprimono un senso di povertà materiale e il concetto forte cui affidarne l’interpretazione è il binomio esclusione/inclusione sociale. A questo stesso concetto chiave si possono associare immagini di segno diverso ed in contesti diversi; in Francia, dove la multiculturalità è una realtà consolidata e le tensioni non sono più latenti ma dichiarate, si assiste ad episodi di inclusione riuscita (figura 9). L’approccio assimilazionista perseguito Oltralpe ha generato nel tempo diverse forme di interazione; come si è visto8, sia l’inclusione che l’esclusione si giocano sul duplice binario dell’an-

6 Sul tema delle comunità 7 Cfr. cap. 5, par. 5.1. 8 Vedi capitolo 1.

nomadi Cfr. anche Cimino M. (2005), Il mondo di Vesna, La Città del Sole, Napoli.


Fig. 1 - Città diffusa: accampamento nomade informale di via del Riposo (Napoli)

225 L’INTERPRETAZIONE VISUALE DELLA CITTÀ DELL’ACCOGLIENZA

Fig. 2 - Alloggio: accampamento nomade informale di via del Riposo (Napoli)


Fig. 3 - Periferia: accampamento nomade informale di via del Riposo (Napoli)

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Fig. 4 - Periferia: accampamento nomade informale di via del Riposo (Napoli)


Fig. 5 - Identità urbana: accampamento nomade Scampia “campo vecchio” (Napoli)

227 L’INTERPRETAZIONE VISUALE DELLA CITTÀ DELL’ACCOGLIENZA

Fig. 6 - Identità urbana: accampamento nomade informale di via del Riposo (Napoli)


Fig. 7 - PovertĂ  urbana: sequenza di via Vergini (Napoli)

Fig. 8 - PovertĂ  urbana: questua (Parigi)

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Fig. 9 - Esclusione/ inclusione sociale: operaio al lavoro (Parigi)


Fig. 10 - Esclusione/inclusione sociale: manifestazione studentesca (Parigi)

229 L’INTERPRETAZIONE VISUALE DELLA CITTÀ DELL’ACCOGLIENZA

Fig. 11 - Esclusione/inclusione sociale: manifestazione della comunità cingalese


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Figg. 17, 18 e 19 - Attrezzature collettive: tempo libero nella provincia francese


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Fig. 20 - Sport: Integrazione allo stadio (Napoli):


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Fig. 21 - Sport: un recinto per lo sport (Napoli)


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Fig. 22 - Sport: attività sportive in spazi impropri (Napoli)


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Figg. 23 e 24 - Politiche per l’immigrazione: per le strade di Napoli


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Figg. 25 e 26 - Cittadinanza: scene di vita quotidiana (Parigi)


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Fig. 27 - Servizi urbani: nella metropolitana (Parigi)


Fig. 28 - Aree metropolitane: l’impatto urbano della pubblicità (Parigi)

237 L’INTERPRETAZIONE VISUALE DELLA CITTÀ DELL’ACCOGLIENZA


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Fig. 29 - Aree metropolitane: lo straniamento del fast food (Parigi)


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Fig. 30 - Aree metropolitane: Global-striker (Parigi)


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Figg. 31, 32 e 33 Progettazione architettonica e urbana: sovrapposizioni (Parigi)


9 Vedi

esempi illustrati nel capitolo 4.

241 L’INTERPRETAZIONE VISUALE DELLA CITTÀ DELL’ACCOGLIENZA

nullamento della propria cultura originaria, da un lato, e dell’esaltazione delle peculiarità etniche, dall’altro. Su entrambi i fronti si registrano episodi di conflittualità interni o esterni ai canali istituzionali della lotta politica. È interessante mettere a confronto immagini colte nelle giornate calde di Parigi, nelle quali si sono sovrapposte diverse manifestazioni di dissenso, ma anche di “inclusione combattiva”, cioè di lotta per l’affermazione di una propria identità che non è più, però, quella d’origini ormai remote (figura 10) ma una scaturigine del mescolarsi di simboli ed idee diverse (figura 12). Alcune comunità, invece, coltivano l’esclusione volontaria, ripiegandosi su se stesse e rifiutando a priori l’identità culturale del paese che le ha accolte (figure 12 e 13). La parola chiave che esprime le identità culturali è centrale e potrebbe essere associata alla gran parte della raccolta fotografica presentata in queste pagine. In particolare, la vitalità del confronto culturale emerge con forza nelle immagini che raccontano l’esperienza degli spettacoli di matrice multiculturale raggruppati nei due cicli “Ethnos” e “Lo Sguardo di Ulisse” promossi a Napoli da una sinergia tra enti locali e terzo settore (figure 14,15 e 16). In un simile contesto le differenze tra le performances di Boban Marcovic o di Chico Cesar, piuttosto che il Baobab Circus, diventano una risorsa creativa e costituiscono un ponte comunicativo con la cultura locale. La forza espressiva che scaturisce dalle contaminazioni culturali ha uno slancio propulsivo in grado di innescare meccanismi di contatto e di interazione che divengano terreno di confronto e crescita comune. Accanto alle occasioni artistiche, anche le altre attività del tempo libero, che hanno assunto un ruolo rilevante nell’organizzazione della società contemporanea, offrono terreno fertile per l’interazione. Lo sport e le iniziative di leisure favoriscono il contatto e creano le condizioni per l’interazione laddove dispongono di spazi adeguati, gestiti con appropriate politiche. Le attrezzature collettive, quindi, costituiscono l’ambito elettivo dell’incontro tra culture; esse possono garantire l’equo accesso a servizi ed attività che, altrimenti, sarebbero appannaggio di pochi. In una società che esclude in base alla possibilità di aderire o meno al modello di consumo dominante e preferisce chiudersi in recinti che tutelino l’appartenenza di classe, gli spazi pubblici devono essere recuperati all’uso di una nuova comunità aperta. Creando le condizioni di una diffusa qualità ambientale e costruendo un habitat favorevole al contatto umano – senza le sovrastrutture e le chiusure generate dalla lotta per la sopravvivenza in molte grandi città – si assiste ad una nuova concezione di comunità (figure da 17 a 19). Le immagini che illustrano momenti legati allo sport rappresentano efficacemente il contributo che l’attività sportiva offre quale occasione di incontro e socializzazione. Non si può dimenticare il ruolo giocato dai playground disseminati nei quartieri delle città nordamericane nella costruzione del melting pot statunitense; come si è evidenziato nel capitolo quattro, il gioco di squadra è il primo passo per l’interazione a livello paritario. Gli eventi sportivi di massa, inoltre, consentono di sviluppare un senso di partecipazione e condivisione (figura 20) che favorisce il dialogo, in particolare negli sport di massa (quando non degenera). Mentre in alcuni contesti territoriali si è acquisita la consapevolezza dell’importanza di creare, intorno al fulcro di un centro sportivo, le condizioni per la socializzazione, in Italia ancora mancano esperienze in tal senso. Le attrezzatura collettive in generale e quelle sportive in particolare, se multifunzionali, integrate ed aperte al dialogo con la città, offrono occasioni proficue di crescita del senso di comunità9. Sovente la mancanza di attrezzature, la scarsa accessibilità di quelle esistenti e il disinteresse delle istituzioni nel creare occasioni di riqualificazione mediante l’integrazione di servizi urbani diversi (istruzione, cura dell’infanzia e delle terza età, sanità, sport, tempo libero, …) genera un vuoto. Laddove rimane inevasa la domanda di socialità e di sana competizione che gli sport di squadra veicolano e che accompagna lo sviluppo della personalità nelle giovani leve, si sviluppano risposte spontanee. Si elegge a luogo per lo sport uno spazio inidoneo oppure ci si trincera


in recinti che vanificano la carica dell’attività sportiva nel favorire l’interazione e la cooperazione (figure 21 e 22). Gli episodi di repressione (figure 23 e 24), oltre a colpire l’immaginario per la loro crudezza, evidenziano le difficoltà di gestire un tema complesso in assenza, o quasi, di politiche per l’immigrazione costruttive. I recenti fatti di cronaca – che spaziano dai disagi quotidiani di microcriminalità, accattonaggio e vandalismo a vere e proprie tragedie immotivate – accentuano la diffidenza nei confronti del diverso e rischiano di generare un processo che conduce a reazioni violente. Ma, se è necessario conservare equilibrio nel valutare i fatti, è altresì indispensabile non cedere a derive demagogiche e garantire, a tutti i componenti della società multietnica, equità di giudizio e certezza della pena10. Al di là del problema culturale, che comunque richiede impegno, è necessario mettere in gioco il riconoscimento dei diritti civili. Per quanto concerne l’immigrazione il nodo centrale da sciogliere è quello della cittadinanza che, pur nelle diverse declinazioni, sancisce le modalità nelle quali si consolida la mescolanza etnico-culturale. Le immagini raccolte all’insegna di questa tematica rappresentano la testimonianza di uno stato di fatto: la mescolanza è avvenuta in modo spontaneo ed individuale (figure 25 e 26) ed ha dato vita a nuove realtà includenti o allo spaesamento e alla solitudine del diverso. Nelle grandi aree metropolitane, in particolare, dove già sussistono le condizioni dell’alienazione, della spersonalizzazione, della marginalità di ampie fasce di popolazione si moltiplicano i luoghi della solitudine (figura 27). Nella grande città l’anonimato permea la maggior parte dei contatti e, sovente, ad una contaminazione culturale foriera di reciproco arricchimento si sostituisce uno stile di vita asettico figlio della globalizzazione; si perdono le connotazioni identitarie per soggiacere ai modelli più esteriori della cultura ospitante globalizzata (figure 28, 29 e 30). Il percorso per immagini si conclude con la sequenza delle “sovrapposizioni” che aprono la riflessione al ruolo della progettazione architettonica e urbana, quale risulta dalla percezione di chi vive la città e non dall’idea originaria del progettista. Il gioco dei riflessi ben rappresenta la complessità di una città contemporanea che si rifiuta di fare da sfondo agli eventi umani ma sale alla ribalta come attrice e si impone all’attenzione di chi la vive con sempre maggiore disagio (figure 31, 32, 33).

7.4

CAPITOLO 7

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RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

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10 Cfr. Cap

3, par. 3.2.


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Città interetnica