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Numero 1 - Febbraio 2010 www.matumaini.org

Matumaini&Friends

NOTIZIARIO

RO E M O NU ENTURA M I PR AVV A V NUO

NG E A S M

ELLI GIO A D A AG ON I D V I L N E GIAN ORTO D P RAP IA R O T NDO ES O V E M , BR ARE IL O M RIS AFFAM E B I OL E PER N I D IL ETO M I NO SU A I A O O TR R R T T A EA TE T L L A ’ A A .P. O T G Z E I E R MA RAL DAR I 0 T L 2 A O E LA S A IL 19 E GNIA T A N TOR A COMP L CON


Matumaini Che cos'è

Matumaìni (parola Kiswahili che vuol dire “speranza”) è un'associazione di volontariato che ha per fine sociale la diffusione di una cultura di solidarietà. La parola "associazione" indica che non si tratta di un'aggregazione casuale di persone, ma di una realtà fornita di un minimo di struttura, autorizzata dal tribunale, dotata di statuto e regolamenti, registrata nell'apposito registro regionale, provvista di codice fiscale e di conto corrente ed in grado di operare transizioni finanziarie come persona giuridica. Il termine "di volontariato" indica che gli unici requisiti richiesti per partecipare sono la voglia di fare e la condivisione dello scopo sociale e dei metodi. Lo scopo (fine sociale) consiste essenzialmente nel "diffondere una cultura di solidarietà" perché siamo convinti che : • la solidarietà è innanzitutto uno stile di comportamento e non un sentimento o un'emozione; • uno stile di vita solidale, più viene diffuso, più "conviene a tutti" nel senso che ogni persona ne trae giovamento nelle grandi e piccole cose; • trattandosi di stile di vita, deve e può essere qualcosa che permea ogni momento dell'esistenza di ognuno e non qualcosa da confinare a singoli gesti o manifestazioni; • non si tratta di un modo di vivere particolarmente complicato né che comporti particolari sacrifici: può diventare facile e naturale "come bere un bicchiere d'acqua"; è quindi alla portata di tutti; • altri più sapienti e bravi di noi potranno trovare anche significati morali, ideologici o sociali più profondi: a noi basta abituarci ed abituare chi ci segue a vivere la solidarietà qui ed ora per quanto riesce possibile, senza grandi implicazioni politico- social-filosofiche.

Il metodo

Per imparare un comportamento quotidiano basato sulla solidarietà, ci sembra educativo impegnarci in progetti in cui sia più drammatica ed appariscente la necessità di aiuto di nostri simili. Abbiamo quindi scelto di impegnarci in progetti di supporto internazionale nel cosiddetto Terzo Mondo, impostati con le seguenti caratteristiche: • continuità: nei nostri viaggi in Africa abbiamo avuto modo di vedere una miriade di iniziative finire nel nulla perché i supporters europei, dopo un iniziale entusiasmo corredato da invio di fondi, a un certo punto hanno interrotto l'aiuto; noi abbiamo intenzione di impegnarci in poche cose, magari per cifre contenute, ma essere costanti, "fedeli nel tempo", nel rispettare gli impegni presi; • località: siamo orientati ad un tipo di supporto che coinvolga solo competenze e professionalità locali nell’erogazione di servizi, evitando che questi si basino o abbiano anche solo una qualche necessità di operatori nostrani; questa scelta in parte è dettata dalle nostre minime risorse, in parte anche dalla scelta di "aiutare l'Africa con l'Africa", evitando di esportare noi o i nostri modi di fare, scelta che renderebbe dipendenti dalla nostra disponibilità i servizi ai quali forniamo supporto; non lo riteniamo il metodo migliore in assoluto, ma semplicemente quello a noi più congeniale tra i vari metodi possibili ; • servizi: preferiamo dedicare le nostre risorse al supporto di servizi alla persona, piuttosto che all’edificazione di strutture, proprio per quanto sopra esposto: abbiamo visto tante strutture in rovina perché, dopo

avere costruito gli edifici, nessuno si era preoccupato di "riempire di servizi i muri" e, soprattutto, di garantirne la continuità; inoltre riteniamo più importante il "contenuto" di un servizio (istruzione, sanità, ecc.) che il contenitore (edificio) in cui viene erogato; • collaborazione: innanzitutto cerchiamo di collaborare tra noi, impegnandoci nel limitare individualismi e sforzandoci nell'assumere decisioni collegiali; in secondo luogo, nella realizzazione di progetti, collaboriamo con organizzazioni più grandi ed esperte di noi (non abbiamo paura di fare “i gregari”); infine cerchiamo di instaurare un colloquio ed uno scambio di idee ed esperienze con altre piccole associazioni come la nostra, al fine di conservare gli stimoli e la motivazione per il nostro impegno ed apprendere dall'esperienza altrui, condividendo la nostra.

I progetti

Attualmente Matumaini è coinvolta in due progetti: 1. Supporto all'Health Center di Msange, distretto di Morogoro, Tanzania; si tratta di un piccolo ospedale in una valle sperduta degli altopiani meridionali conosciuta come Bonde Dogo. Questa valle ha circa ventiventicinquemila abitanti e si estende per circa trecento – trecentocinquanta chilometri quadrati. Il supporto all'ospedale avviene tramite l'associazione Bertoni e la missione dei Padri Stimmatini e consiste innanzitutto nella ricerca di fondi da inviare annualmente; in secondo luogo collaboriamo anche nell'organizzazione e progettazione dei servizi e nel rilevamento periodico delle necessità con viaggi annuali sul posto; nel corso di tali "spedizioni" il nostro personale sanitario collabora con gli operatori di Msange, mentre gli altri si dedicano alla rilevazione delle necessità e ad altre attività organizzative o amministrative. 2. Borse di studio per le Mgolole sisters, che sono una congregazione di suore locali (Morogoro – Tanzania) dedita ad attività di assistenza ed aiuto ai propri conterranei; per garantire efficienza alle loro molteplici iniziative sociali (scuole, dispensari, orfanotrofi, aziende agricole, eccetera) hanno bisogno di personale specializzato e la nostra associazione fornisce loro del denaro per borse di studio al fine di sostenere i costi per la formazione di insegnanti, personale sanitario, tecnici. Il fatto che le borse di studio siano finalizzate a far conseguire una titolo e una adeguata formazione a queste suore garantisce che le conoscenze acquisite siano investite in attività di servizio e non in attività vantaggiose o lucrative solo per l'interessata. Solo quando saremo sicuri di essere in grado di garantire continuità a nuovi progetti, ci assumeremo nuovi impegni.

In sintesi

Matumaìni è quindi un'associazione che raccoglie ed invia fondi in Tanzania affinché il piccolo ospedale di Msange continui a fornire servizi sanitari a tutti e affinché alcune suore di Morogoro possano formarsi ed acquisendo le conoscenze necessarie per garantire il buon funzionamento delle varie strutture di servizio sociale che gestiscono. Attraverso questa raccolta fondi e le iniziative che promuove per realizzarla, Matumaìni si impegna a diffondere qui, tra la gente con cui entra in contatto, un'abitudine a comportamenti solidali semplici ed applicabili alla vita quotidiana.


CONDIREZIONE EDITORIALE

Direttivo Matumaini REDAZIONE&GRAFICA

PUNTO DI CONTATTO PRIMO NUMERO NUOVA AVVENTURA Cari Amici, apriamo il nuovo anno con un importante progetto editoriale: Matumaini&Friends online. Questo innovativo strumento di comunicazione è stato deliberato dal Direttivo nell’ultima riunione a seguito delle numerose richieste pervenute da voi tesserati in merito ad una maggiore condivisione sull’operato di Matumaini. Matumaini&Friends sarà quindi da oggi in poi il Punto di Incontro con voi che continuate a sostenerci. Vi parleremo di quanto accade in Tanzania (ma non solo) focalizzando a volte su Bonde Dogo, la nostra piccola valle, ed a volte su altre Associazioni che come noi credono ed investono parte del loro tempo nel sociale; lo faremo attraverso rubriche “forti” come Punto Critico e rubriche più “soft” come Diario di Viaggio senza mai perdere di vista il Punto di Contatto. Nel rigraziarvi quindi anticipatamente per il tempo che dedicherete alla lettura di questo notiziario, vi chiediamo un feedback di questa nostra iniziativa ed eventuali suggerimenti da inviare in redazione all’indirizzo redazione@matumaini.org .

Luigi&Federico Ginosa www.grafhismes.org

FONTI Ansa - Agi - Il Quotidiano.it

COLLABORATORI Ugo Montanari Vincenzo Taurino Luigi Ginosa Federico Ginosa Elisabetta Pagano Daniele Taurino Romina Arena Antonio Buffon

CONTATTI luigi.ginosa@tiscali.it LEGAL&DISCLAIMER In questa fase sperimentale Matumaini&Friends non rappresenterà una testata giornalistica in quanto i contenuti saranno aggiornati senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n.62/2001.


NEWS DA MSANGE di Ugo Montanari

Stamattina è arrivata questa mail da

Carissimo Ugo e tutti gli amici di gruppo

parte di Sista Julieta. Onestamente

di Matumaini,

non pensavo che loro ci tenessero così

credo che il nostro Signore Gesu’ vi da’

tanto a noi né che ci volessero tutto

simpre la speranza di andare avanti con la

questo bene... ma al di là di questo

vostra santa missione. Anche io sto bene,

aspetto sentimental-affettivo (che

tante cose da fare, sono molto contenta.

però ha commosso persino un orco

Ieri vi ho ricordato tanto nella mia meti-

come me) mi accorgo che non pos-

dazione, soppra tutto nella palore spe-

siamo desistere perché laggiù hanno

ranza. Al’utima mi chiedo che la speranza

idee chiare su quale debba essere la

il Signere ci portera’ quest’anno? La spe-

loro mission di solidarietà, ma hanno

ranza di avere il pane quotidiano? La spe-

DAVVERO bisogno di noi. NON cor-

ranza di avere l’acqua che ancora e’

reggo gli svarioni di sintassi italiana

problema nel mondo povero come la Tan-

e di grammatica, perché la lettera è

zania? La speranza di essere sani, per

bella così. Ragazzi, continuiamo a

avere I servizi sanitari bouni, con cui

crederci, vakka boia! Ne vale la pena.

avremmo le medicine per curasi, che di-

Ugo kiboko

minuira’ la mortalita materna e infantile

Per donazioni: BancoPosta intestato a - AssociazioneMatumaini C/C 55298764 Via Passo Buole,87– 00054 Fiumicino - IBAN: IT42I0760103200000055298764


che sempre succede. La speranza degli

smo ai bambini e adulti, e fare la missione

obbietivi del Millenio che spera di finire

dentro e fuori della nostra paese. Doppo

la fame, la malatie curati come la malaria

questo pensiero mi a venuta la voglia di

che uccide ogni tre minuti nel paesi po-

fare un occhioto sull tutti quest charisma

veri, la poverta’ soppratutto la mancanza

che ci ha lasciato padre fondatore e nostril

del’istruzione per le ragazze, di cambiare

formatrice Suor Amabilis. Posso dire che

il mondo con la pace, metre I ricchi vo-

SI lo abbiamo fato, ma con tanto aiuto di

glionno le ricchezze ancora di piu’. Noi

grupo di Matumaini. Il tuo aiuto ha fato

suore puffi la nostra speranza e quella di

studiare tanti suore cha adesso lavorano

gruppo Matumaini che ci aiuta di arrivare

con I bambini orfani, a scuola maternal,

al nostro dessiderio- lo svillupo sostinibile

priamria e secondaria e io sono Sociologa

grazie mile. Dico questo perche io che

perche mi avete fato di essere, doppo poc-

scrivo queste palore e un gruppo di Ma-

chi anni saremmo ache al’universita’.

tumaini che mi aiutato di avere la laurea

Quest’anno uno dei nostri obbietivi e di

e la licenza, prima avevo solo 2 occhi

migliolare I nostril servizi dobbiamo

adesso ho cento occhi, incredibile per sco-

agiungere quiche amestri, ecconoma e un

plire I problemi e le soluzione possible.

dirrigente. Per questo veniamo con la re-

Grazie tutti gli amici che aiutanno il

chesta di borza di studio che ci aiutera di

gruppo di Matumaini finaziali. Cari amici,

studiare 3 maester: Sour Selerina, Suor Yo-

la nostra Congragazione e stata foundata

vina, e Suor Sabina e poi 2 che lavorerano

nell 1937 con il vescovo Missionari Tede-

come econome nelle scuole e dispensario

sco Bernad Hilhost, e siamo stati formati

sono Suor Aneth e Suor Edina e un ache

con le suore missionary di Preciosissimo

studiera sul l’aministrazione sanitaria

Sangue. Come sono rimasti solo 2 anni

Suor Venancia. Per la sour Edina sono ri-

per celeblare l’univesario di 75 anni di

masti solo un’anno per finire, tutte atre

fondazione. Ho invitatto tutti le suore a

per tre anni degli studi universita’. Caris-

meditare sul I nostri charisme con qui il

sime Amici di Matumaini. A Mikumi que-

nostro fondatore ci ha lasciato: curare I

st’anno alla scuola primaria sono arrivati

malati, aiutare I bambini orphani, l’edu-

sette anni, quest’anno farano un esame

cazione (insegnare alle scuole) aiutare gli

per andare alla scuola secondaria, man-

anziani abandonati, insegnare il cateche-

cano anchora 4 aule per costruire, ma sai

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questi bambini sono contenta di studiare alla nostra scuola, come Mikumi unpo’ triste la vita sociale con la sua natura, tanti parenti vogliono mandare I loro figli da noi, per avere la formazione non e’ solo l’educazione. A Milama tutte le cose vanno bene, aumentano I malati grazie gli Italiani cha ci aiuta. Mgolole tutte le cose vanno bene anche, questo mese apriremmo il nuovo dispesario a Nanenane. A Kiroka, e finite la casa delle suore manca unpo’ per finire il dispensario sare un sonno per la gente di Kiroka cha hanno mancato i servizi sanitari per tantissimi anni e un posto di tanti musulmani. Caro Ugo per oggi lasciarmi fermare cui. Scusa per tutti disturbi che ti diamo. Un salute di buon’anno di tutti amici. Saluta Amanda e Maria Rita e tutti. Sr.Julieth Makonde

Il nostro ospe Per donazioni: BancoPosta intestato a - AssociazioneMatumaini C/C 55298764 Via Passo Buole,87– 00054 Fiumicino - IBAN: IT42I0760103200000055298764


dale nella valle Per donazioni: BancoPosta intestato a - AssociazioneMatumaini C/C 55298764 Via Passo Buole,87– 00054 Fiumicino - IBAN: IT42I0760103200000055298764


NEWS DA BONDE DOGO di Gianni Donadelli

RAPPORTO DI VIAGGIO TANZANIA 2009 Caro Ugo, invio a te ed agli amici di Matumaini, una prima relazione sul nostro viaggio a Bonde Dogo per tenervi aggiornati su quanto avviene laggiù. La nostra valle è in fermento e sorgono sempre nuove iniziative. A presto Gianni IL GRUPPO : Donadelli Giovanni: medico Bonato Federica: inf. Prof. epidemiologia Campostrini Erica: inf. Prof. Anestesista Capata Luana: inf. Prof, pediatria Campostrini Daniela: cooperazione int. ABCS Ceriani Matteo: per. elettrotecnico GLI OPERATORI LOCALI : P. Michael responsabile Heath centre Msange P.Mosis Parroco di Kisanga P. David Superiore della comunità stimmatina (la sua presenza solo nei fine settimana perchè frequenta un corso di management in capitale) SISTERS CAPPUCCINES : Sister Luz Daris Pacheco, Sister Maria Cecila Ramon, Sister Ludis Per donazioni: BancoPosta intestato a - AssociazioneMatumaini C/C 55298764 Via Passo Buole,87– 00054 Fiumicino - IBAN: IT42I0760103200000055298764


La novità veramente importante è la pre-

vanile e con il loro dialogo assai maturo

senza, oltre al personale sanitario (elenco

hanno bene tradotto le idee di uno mzee, è

allegato) di sisterLuz Daris Pacheco, cap-

stato importantissimo.

puccina colombiana che proviene da Mlali

a) Msange: l'aumento di afflusso di pa-

(struttura sanitaria chiusa per mancanza

zienti (i dati sono in elaborazione) e la pro-

di fondi) cui p. Michael , responsabile

spettiva di essere 1'unico punto sanitario

stimmatino di Msange, ha affidato la or-

credibile al centro della valle(affluiscono

ganizzazione operativa del personale e la

indifferentemente malati da Kisanga o

sovrintendenza del buon uso del mate-

Ilole, da Madizini Ulaya, Zombo vicino a

riale sanitario nonché la cura dell'anda-

Kilosa) e come Health center, aperto cioè

mento economico(in definitiva ha le

giorno e notte richiede un aumento di per-

chiavi e i registri di tutto). L'impressione

sonale, quindi nuovi alloggi. Con p. Mi-

che si ha avuto è di una donna compe-

chael si sono fatti progetti o di strutture

tente, con buona conoscenza dei problemi

multi-alloggi (come c'erano prima che fos-

sanitari e non solo , della popolazione,

sero distrutti dalla caduta dell'albero

pronta quindi a suggerimenti intelligenti

grande) o alloggi singoli.

e a progetti concreti che certamente giove-

b) Reperimento di personale qualificato; il

ranno al miglioramento dell'andamento

personale qualificato ha un costo, a parte

dell'Health center e di conseguenza al-

il mantenimento agli studi di un giovane

l'erogazione dell'assistenza nella valle.

di Madizini che poi opererà in valle come

Si è continuato il progetto " 1000 malarie"

M.O, con senso pratico si è pensato di in-

(come richiesto da p. Michael) con Erika

centivare l'arrivo di personale sanitario of-

ormai maestra nell'istruire sulla metodica

frendo un incremento del salario essendo

di diagnostica immunoenzimatica di ma-

in fondo Msange "zona disagiata". C'è da

laria e HIV il nuovo personale e le sue col-

precisare poi che in Tanzania il perso-

leghe (Federica e Luana) che a loro volta

nale sanitario è prezioso e tanti cercano

lo hanno insegnato al personale delle sedi

di accapparerselo.

periferiche; problemi sottaciuti o male in-

Durante il nostro soggiorno il medical of-

terpretati prima sono stati affrontati, con-

ficier, Willbroad si è rotto un braccio e suc-

fesso che l'aiuto di Daniela, Erica, Luana

cessivamente è stato ricoverato a Mikumi

e Federica che con la loro freschezza gio-

per crisi ipertensiva. E' stato immediata-

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mente sostituito da un altro sanitario di

centrale post-malarica o congenita : l'unico

pari qualifica con pluriennale esperienza

modo di aiutare questi piccoli sfortunati è

all'ospedale di Ifakara, tenuto intelligen-

di avviarli ad una scuola specifica per loro

temente "in panchina" da p. Michael.

; per ora abbiamo creato un fondo gestito

c) L'organigramma attuale di Msange, coi

dai padri con questa finalità, in futuro,

relativi costi, è riportato nell'allegato 1

qualora si ritenesse utile si potrebbe creare

d) II preventivo di massima di spesa per

una scuola nostra.

il 2010 è stimato in circa 75 milioni di scel-

h) Raddoppio mensa Amani scool. Il

lini, pari a 45.000 euro al cambio attuale

gruppo Dossobuono, su richiesta dei

(invierò successivamente il file).

padri stimmatini aveva provveduto a re-

e) Potenziamento e specializzazione:

perire i fondi per la realizzazione di una

viene richiesta dall'autorità sanitaria un

mensa per i bambini dell'Amani school,

piccola sala operatoria, io ritengo utile

ora è sorta l'esigenza di raddoppiare l'edi-

anche pensare di far arrivare a Msange

ficio essendo sempre piu' gli scolari che

degli specialisti , con priorità per oculisti,

mangiano nella scuola e lo stesso gruppo

ginecologi e odontoiatri. Una volta orien-

ha provveduto a reperire ed inviare i fondi

tati verso questa idea siamo in contatto col

richiesti per questa esigenza.

dott. Falsirolo (stabile in Tanzania ) che si

i) Scuola di cucito: annessa alla parrocchia

è detto disponibile a farci da tramite con

questa scuola diploma 20 sarte l'anno inse-

gli specialisti locali o volontari italiani.

gnando loro un mestiere e fornendole, al con-

f) Piccoli progetti “mama bila shida”:

seguimento del diploma, di una macchina da

spesso alle donne in età fertile si prescrive

cucire e di un ferro da stiro. Al gruppo Dos-

una terapia senza sapere di un eventuale

sobuono è stato chiesto dai padri stimmatini

stato di gravidanza recando possibili

di reperire fondi per la costruzione di una

danni permanenti al feto o causando

nuova scuola più luminosa e più spaziosa.

aborti, onde evitare tale rischio si è pen-

Raccolti i fondi la nuova scuola è stata inau-

sato di fare un test di gravidanza a tutte le

gurata nell'ottobre di quest'anno durante il

donne in età fertile che vengono a

nostro soggiorno. Con p. Mosis, parroco di

Msange, gratuito e col

Kisanga si è programmato un progetto

solo scopo di prudenza terapeutica.

permanente per la scuola di cucito.

g) Abbiamo rilevato alcuni casi di sordità

Daniela ha svolto un compito di straordi

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naria importanza cercando di entrare nell'anima delle scuole della valle, asili, scuole primarie e secondaria: nella sua relazione, precisa e completa, sono indicati non solo i dati rilevati ma anche suggerimenti per colmare finalmente il divario tra scuole primarie e l'accesso e i buoni risultati nella scuola secondaria di MsoIwa. Matteo, pur deluso dalla mancanza di Elio, si è adoperato in mille riparazioni sempre disponibile, competente e puntuale. I due poi, nei momenti di emergenza sono stati di gran aiuto al gruppo sanitario, preparando materiale da medicazione e confezionando le dosi di farmaci. CONCLUSIONI Il viaggio è da considerare positivo, questa più delle altre volte. Come ho accennato il dialogo con le varie figure della missione ha portato a capire molte problematiche sia organizzative che economiche che emergono nella gestione di Msange. Ora il dialogo continua, via mail ci arriveranno notizie sull'andamento del personale ma anche di preventivi e costi, di nuove costruzioni per il personale. Un'aria nuova si sta respirando: entusiasmo e voglia di fare.

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INIZIATIVE A FAVORE DI MATUMAINI Anche quest’anno Matumaini è lieta di

beneficenza non è solo “donare” soldi ma

proporre ai propri associati ed amici uno

soprattutto sacrificare tempo ed energie

spettacolo teatrale che si terrà nei giorni

per il raggiungimento di un obiettivo,

12 e 13 marzo 2010 presso il Teatro Tra-

questo non può che essere il motto della

iano sito in via del Serbatoio a Fiumicino.

compagnia teatrale G.P. che ormai da sei

Lo spettacolo dal titolo “ Piovuto dal

anni propone spettacoli a scopo benefico,

cielo” sarà proposto dalla Compagnia

interamente scritti ed autofinanziati. Ri-

Teatrale G.P. e racconta la storia di due

mane la speranza di riempire interamente

ragazzi Massimo e Riccardo, che per la

le due serate per riuscire a raccogliere più

testa hanno solo il divertimento e la fru-

fondi possibili.

strazione di una vita non all’altezza delle loro aspettative…due vite tutto sommato tranquille che presto saranno letteralmente sconvolte, da un elemento….”Piovuto dal Cielo”, un giusto mix di risate e malinconia. Lo spettacolo oltre all’obiettivo di far sicuramente divertire il pubblico ha principalmente l’intenzione di raccogliere fondi che saranno devoluti totalmente alla nostra Associazione, per dare “linfa vitale” ai progetti con i quali siamo impegnati. Quando si dice che la Per donazioni: BancoPosta intestato a - AssociazioneMatumaini C/C 55298764 Via Passo Buole,87– 00054 Fiumicino - IBAN: IT42I0760103200000055298764


Cercheremo ora di conoscere più da vicino

e costruttiva esperienza anche per i succes-

queste meravigliose persone che dedicano

sivi cinque anni che hanno visto incremen-

il loro tempo e la loro arte a scopi benefici.

tare in modo esponenziale il numero degli

Il progetto Compagnia Teatrale G.P è nato

spettatori fino a raggiungere nell’ultimo

da tre amici, Alessandro, Massimo e Ric-

spettacolo il numero di 500 spettatori in

cardo che un giorno hanno deciso di met-

due serate . Di fronte a questo crescente

tere in pratica il loro desiderio di aiutare

successo di pubblico e con l’esperienza

chi dalla vita ha avuto meno fortuna. Uniti

maturata nei cinque anni precedenti,

dalla medesima passione per il cinema ed

quest’ anno la Compagnia Teatrale G.P. ha

il teatro, hanno deciso di creare un’opera

deciso di mettere in scena il sesto spetta-

teatrale da loro scritta, diretta ed interpre-

colo “ Piovuto dal cielo” presso il Teatro

tata. Un progetto che è nato per gioco ma

Traiano, in collaborazione con Matumaini

dai risultati inaspettati; il loro primo spet-

e con il Patrocinio del Comune di Fiumi-

tacolo “Il Triangolo No!” si è svolto presso

cino. Matumaini ringrazia gli attori e tutto

il teatro Colosseo in Roma ed ha registrato

lo staff nelle persone di:Alessandro Vicen-

il tutto esaurito in tutte e quattro le serate

tin, Massimo Basso, Riccardo Berardi,

a disposizione; questo ha permesso di rac-

Eleonora Antonucci, Serena Bruni, Anna-

cogliere 700 euro che hanno devoluto al-

lisa Peruzzi, Flavio Cacciamano, Giorgio

l’associazione Medici Senza Frontiere.

Santangelo, Andrea Padovan, Emiliano

Spronati da amici, parenti , conoscenti e

Ciardulli, Matteo La Bella, Andrea Ma-

fans, il trio ha continuato questa bellissima

riani, Roberta Rizzi.

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PUNTO CRITICO di Romina Arena

IL NEOLIBERISMO, BREVE STORIA SUI METODI PER AFFAMARE IL MONDO Il neoliberismo sfrenato partito negli anni Ottanta e divenuto unico credo economico indiscusso abbracciato, difeso ed ostentato dagli Usa, dal Fondo monetario e dalla Banca mondiale. Proviamo a tracciarne una breve storia, per capire quale sia la vera causa della povertà del cosiddetto terzo mondo. Siamo tutti alquanto abituati a guardare all’Africa, all’America Latina o semplicemente, come più rozzamente si dice, al terzo mondo come Paesi di straccioni, morti di fame, appestati. Siamo più inclini, insomma, a guardare l’effetto e più raramente a considerarne la causa o, piuttosto, le cause. Gli anni Settanta hanno costituito per i cosiddetti Paesi in via di sviluppo un frangente particolarmente propizio. Il mondo occidentale, non sapendo dove piazzare i petrodollari di cui abbondava, decise, camuffando l’atto da aiuto allo sviluppo, di dirottare in Africa e America Latina, sottoforma di investimenti, quell’abbondanza di capitali. Qual era l’obiettivo? Sostanzialmente si trattava di un progetto a due fasi. Nella prima gli investitori occidentali avrebbero rimpolpato le economie dei paesi, diciamo, africani pianificando un percorso che, nella seconda fase, li avrebbe visti protagonisti autonomi sulla scena economica internazionale. Peccato che quei Paesi così generosamente finanziati quella seconda fase non l’abbiano vista mai semplicemente perchèPer donazioni: BancoPosta intestato a - AssociazioneMatumaini C/C 55298764 Via Passo Buole,87– 00054 Fiumicino - IBAN: IT42I0760103200000055298764


quei finanziamenti, spacciati per dono,

compimento. Tutto questo ha prodotto gli

non erano a fondo perduto, tantomeno a

effetti che conosciamo oggi: Paesi sempre

titolo gratuito. Le forti somme erano in re-

più sprofondati nel debito, incapaci di for-

altà niente altro che prestiti che andavano

nire la giusta alimentazione alle proprie

rimessi aggravati da forti interessi. Nel

popolazioni dal momento che, per recupe-

frattempo si arriva agli anni Ottanta du-

rare i fondi necessari a pagare i prestiti di

rante i quali Keynes viene sbattuto in sof-

cui sopra, finiscono per esportare anche

fitta a favore di una nuova dottrina

quello che dovrebbe essere necessario al

economica, il neoliberismo, di cui Milton

sostentamento interno. Quella che doveva

Friedman è stato il principale teorico (e

essere la cura del male, si è rivelata in re-

non solo). Lasciare libero il mercato, o i

altà l’inoculazione di un virus letale, in

mercati, di muoversi a piacimento senza

barba alle roboanti dichiarazioni sull’ab-

restrizione alcuna né vincoli era il Verbo

battimento del debito, alle maratone di be-

divulgato dai ben noti Chicago Boys; evi-

neficenza, ai piagnistei ed ai mea culpa

tare qualsiasi intromissione dello Stato

internazionali. Paesi sempre più sprofon-

nella gestione dell’economia era il corol-

dati nel debito finiscono per esportare

lario fondamentale di questa arrembante

anche quello che dovrebbe essere necessa-

teoria. Il trittico Stati Uniti, Banca Mon-

rio al sostentamento interno. Prima che il

diale, Fondo Monetario Internazionale era

vortice degli aggiustamenti strutturali

la guarnigione spudorata a difesa di que-

spazzasse ed abbattesse le loro deboli eco-

sto nuovo modo di intendere il mercato.

nomie, l’agricoltura – insieme la prima

Lo scoppio di quella che è conosciuta

voce di esportazione e principale sosteni-

come la crisi del debito, partita dal Mes-

tore dell’economia interna, proprio perché

sico nel 1982 e dilagata a macchia d’olio in

cardine essenziale per la sopravvivenza

tutti i Paesi che negli anni Settanta ave-

dei Paesi – era tenuta in estrema conside-

vano, si fa per dire, goduto di quell’inie-

razione dai governi africani (parliamo del-

zione di capitali, ha fornito l’assist a quella

l’Africa perché è quella maggiormente

Triade per mettere fattivamente sul

colpita dalla ritorsione del neoliberismo).

campo quella che a parer loro sarebbe

In Tanzania, ad esempio, prima di quegli

stata la soluzione del problema: i piani di

anni Ottanta, il governo offriva co-

aggiustamento strutturale. Altro non era

stante assistenza ai piccoli agricoltori

che il velleitario e presuntuoso (oltre che

attraverso i sussidi, la ricerca, i tra-

pretestuoso) tentativo di inoculare il

sporti. Stessa cosa avveniva nello

germe del neoliberismo in Paesi che, sem-

Zimbabwe che offriva sussidi per le

plicemente, non erano in grado di suppor-

sementi, abbuoni fiscali e gli stru-

tare i meccanismi necessari al suo

menti necessari ai piccoli agricoltori.

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I paesi africani, poi, applicavano alti dazi

cacao destinato agli Stati Uniti. Le imprese

doganali all’importazione di mais, riso e

multinazionali che si sono viste spianare

altre granaglie ad uso alimentare proprio

la strada dal libero mercato e dall’aggiu-

per proteggere dalla concorrenza sleale i

stamento strutturale, hanno attecchito

piccoli e medi agricoltori. Inoltre in molti

senza difficoltà in territorio africano, fago-

Stati si favoriva la creazione di coopera-

citando intere fette di mercato alla faccia

tive. Queste misure tra il 1950 ed il 1980

dei proclami che si sono succeduti a par-

hanno fatto sì che quei piccoli e medi agri-

tire dagli anni Settanta sull’inserimento

coltori fossero sufficienti al sostentamento

dei Pvs nel contesto economico internazio-

interno dei loro Paesi senza nascondere

nale. Durante gli anni Novanta, la Parma-

poi il fatto che fino alla fine degli anni Set-

lat si installò in Sudafrica includendo nel

tanta l’intero continente era esportatore

suo gruppo due industrie lattiere locali,

netto di prodotti alimentari non proces-

la Bonnita e la Towercop, mettendo in

sati. La Tanzania, ad esempio, tra il 1961

campo una vera e propria strategia di

ed il 1970 aveva la quota più alta di pro-

guerra che ha introdotto nel Paese i

duzione alimentare che aumentava an-

prodotti dell’impero Tanzi a prezzi

nualmente del 7%, il Kenya del 5%. Il

stracciati decretando in questo modo

neoliberismo ha però invertito queste

la fine dei piccoli competitori. Questo

rotte, in molti casi ha addirittura stravolto

è quello che è sostanzialmente suc-

l’assetto agricolo dei Paesi, inducendoli a

cesso con l’abbattimento dei dazi vo-

sostituire le coltivazioni sulla base delle

luto dai programmi di aggiustamento

necessità degli Stati Uniti o dell’Europa.

strutturale. Le multinazionali occi-

La Comunità europea, ad esempio, ha

dentali hanno inondato i mercati del

fatto del concetto di “diversificazione

terzo mondo costringendo la produ-

della produzione” uno dei cavalli di bat-

zione locale a soccombere sotto il

taglia nella duplicità della politica com-

peso della competizione dei prodotti

merciale

allo

stranieri. I piccoli agricoltori, privi di

sviluppo in quella specifica sezione in cui

protezione e senza sussidi, scacciati

entrambe si intersecano. Le multinazio-

dalle loro terre a beneficio delle mul-

nali occidentali hanno inondato i mercati

tinazionali, n o n s o n o p i ù i n g r a d o

del terzo mondo costringendo la produ-

di garantire la sufficienza ali-

zione locale a soccombere. In ossequio ai

mentare,

peculiari interessi occidentali, il Kenya si

sguazza

è dovuto specializzare nella produzione

shockeconomy friedmaniana ha

di fiori da esportare in Europa, mentre il

fatto sgorgare dalle vene aperte

Ghana si è dedicato alla produzione del

dell’Africa e dell’America Latina.

e

della

cooperazione

mentre

l’occidente

nell’Eldorado

che

la

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PUNTO DI SVOLTA di Romina Arena

MICROPROGETTI PER GRANDI RISULTATI. PERCHÉ PICCOLO È BELLO Quando si pensa ai progetti che le Ong, i Governi nazionali, le grandi organizzazioni umanitarie concepiscono per i cosiddetti Paesi in via di sviluppo si hanno in mente quasi sempre manovre eccezionali, di portata faraonica. Si pensa insomma che più grande è il progetto, meglio sarà per i Paesi cui esso è indirizzato. Spesso però si soprassiede ad una riflessione che è anch’essa fondamentale per capire la ragione profonda di un progetto vasto. La propensione ai progetti di enorme portata rispetto a quelli di dimensioni più ridotte se da un lato può essere interpretato, ottimisticamente, come il tentativo di dotare i Pvs di infrastrutture importanti

su cui poggiare il loro processo di sviluppo, dall’altro non nascondono quelli che sono i meno filantropici interessi nazionali corredati da ricavi economici importanti. Una ragione che possa spiegare la frequente propensione a favore dei grandi progetti è proprio il fatto che essi generano contratti importanti per grandi aziende nei Paesi industrializzati, così da assicurare che una parte dei soldi spesi per l’aiuto trovino il canale per ritornare al mittente. Questa dinamica abbassa il costo dell’aiuto per l’economia del Paese donatore e lo rende più accettabile (o sostenibile). Dall’altro lato i piccoli progetti di base come scavare pozzi, strutturare schemi di irrigazione su piccola scala o costruire strade sterrate hanno un tale basso profilo in termini di valore economico per i paesi più ricchi, che tendono a

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essere ignorati. Eppure, già negli anni Settanta un consulente economico inglese, Ernst Schumacher, reagì contro il monopolio delle grandi istituzioni impersonali in ampi settori della vita umana affermando che “piccolo è bello”. Quella di Schumacher non era una considerazione strettamente riferita alla cooperazione, ma se noi la trasferissimo proprio a questo settore ed andassimo a spulciare tra i piccoli sforzi che Ong e associazioni compiono ci accorgeremmo di come, effettivamente, la portata dei microprogetti sia di gran lunga più efficace, per quel rapporto tra la portata dell’obiettivo, il denaro necessario a svilupparlo ed il rapporto umano necessario a realizzarlo. Pensare in piccolo significa soprattutto andare ad individuare quali siano le effettive esigenze di un villaggio, concentrare su una struttura o un servizio specifici gli sforzi delle proprie attività. Si può dire con indiscutibile certezza che gli aiuti a pioggia non siano stati altro che uno sperpero immane di risorse che nella peggiore delle ipotesi sono finite in tasca ad occulti faccendieri, politici corrotti, insomma ovunque tranne che a coloro per le quali erano destinate. Il microprogetto argina il rischio di sprecare le risorse concentrandosi su attività specifiche che si tratti di un pozzo, di una scuola, di un ospedale o di un dispensario oppure avviando attività tali da permettere il sostentamento di un villaggio, la formazione delle donne ad una professione. Gente d’Africa, un’associazione umanitaria nata nel 2008, afferma che tutti i progetti che essa mette

in piedi sono realizzati in base alle esigenze ed alle richieste che provengono dai villaggi, coinvolgendo pienamente la comunità nella realizzazione del progetto. Questo modo di agire ci porta su un livello di cooperazione superiore rispetto al modello canonico: rendere una comunità totalmente partecipe del progetto affinché lo senta suo e se ne prenda cura una volta messo a regime. Non solo, agire in questo senso inverte l’ottica della cooperazione e probabilmente la connota con caratteristiche decisamente più umane nel senso più nobile, o più romantico se si vuole, del termine: non più dall’alto e da lontano, stabilendo asetticamente in un ufficio a Roma, Bruxelles o New York cosa fare in un determinato Paese senza interrogare la popolazione sulle sue effettive necessità, ma dal basso e da vicino visitando i villaggi, parlando con le piccole comunità, innescando, insomma, quella logica che accantoni il “tu ed io” e metta al centro della propria filosofia il “noi”. Un modo totalmente diverso di intendere l’aiuto che non è tanto assistenza fine a se stessa quanto collaborazione. Un altro tipo di esperienza è quella di Malaki Ma Kongo, un’associazione culturale che è il prolungamento del festival Malaki Ma Kongo nato a Brazzaville nel 1991, e che ha messo in piedi il centro Malaki Development a Pointe Noire (Congo-Brazzaville). Il Centro è un dipartimento dell’associazione culturale ed ha come scopo la ricerca di mezzi economici per far rinascere la fiducia e la speranza nella vita negli ambienti rurali e assicurare la sopravvivenza delle tradizioni ancestrali nei loro luoghi naturali. que-

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In questa ottica il Centro ospita una scuola di cucito e acconciatura destinata alle ragazze madri, privilegiando la dimensione pratica della formazione. Quello che Malaki Ma Kongo chiama “sviluppo responsabile” ha portato nel 2009 all’apertura di una cooperativa che ha iniziato a produrre borse ed accessori (grembiuli da cucina, guanti da cucina, presine, tovaglie e altre cose utili) da introdurre nel circuito del mercato equo e solidale. Un’attività che coinvolga le donne, soprattutto, come in questo caso, ragazze madri sortisce un duplice risultato: quello di insegnare alle ragazze un mestiere che esse potranno sfruttare come fonte di guadagno e, di conseguenza, renderle autonome ed in grado di badare a se stesse ed ai loro figli. Questo tipo di attività ha una valenza estremamente importante se la si colloca nel contesto più ampio della valorizzazione della donna nel suo proprio contesto di vita. Sin dal 1995, quando a Pechino si tenne la Conferenza dell’Onu sulla donna, uno degli obiettivi assunti con enfasi era quello dell’affermazione e della qualificazione del ruolo della donna nel proprio contesto sociale, incluso l’accesso al processo decisionale ed il pieno coinvolgimento nelle decisioni che la interessassero sia nella sfera pubblica che in quella privata. Da allora in seno all’Onu, all’Unione Europea ed agli altri organismi internazionali il ruolo sociale della donna ha assunto un valore fondamentale anche come parametro per misurare la democrazia. Le attività come la scuola di cucito creano uno spazio particolare in un contesto, quello del lavoro, estremamente labile

per quanto riguarda l’inquadramento femminile. La problematica della presenza femminile nel mondo del lavoro, infatti, non si limita soltanto al carattere prettamente quantitativo, ovvero alla percentuale di manodopera femminile impiegata, ma include anche aspetti più marcatamente qualitativi, ovvero il fatto che la manodopera femminile si concentri in ambiti lavorativi a bassa produttività, con qualifiche professionali non elevate o con una mansione espressa sottoforma di collaborazione di subappalto (lavoro sommerso) e con una forte mancanza di tutela legale e sindacale. Questa situazione risente fortemente delle distorsioni nei rapporti di potere, generatori di quelle disuguaglianze che impediscono alle donne di accedere con altrettanta facilità, rispetto agli uomini, alle opportunità tanto in campo lavorativo che formativo. Malaki Ma Kongo, nel suo piccolo, colma questa lacuna offrendo a quelle donne l’opportunità per tracciare il loro futuro. Gli esempi di Gente d’Africa e Malaki Ma Kongo dovrebbero aiutarci a comprendere quanto fondamentali siano i piccoli gesti, le azioni modeste che abbiano però come presupposti una struttura di base ben precisa, un obiettivo specifico, settoriale ed adeguato alla realtà in cui si opera, ma soprattutto quel valore fondamentale dell’interazione dell’uomo con l’uomo. L’aspetto che rammarica è che queste esperienze finiscono per essere poco conosciute, sommerse dalle manovre pantagrueliche delle grosse organizzazioni internazionali, tutte intente a salvare il mondo senza ascoltare i suoi abitanti.

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Che cos’è. L’invalidità civile consiste nel riconoscimento di uno stato invalidante, indipendente da cause di servizio, di lavoro o di guerra, in base al quale l’interessato può RWWHQHUHLEHQH¿FLHFRQRPLFLHRVRFLRVDQLWDULSUHYLVWL dalla legge. Altre prestazioni. Il diritto ad avere questi EHQH¿FLSXzHVVHUHHVWHVRDQFKHDLFDVL GLFHFLWjVRUGLWjKDQGLFDSHGLVDELOLWj Come fare. Le domande per ottenere le SUHVWD]LRQLFRPSOHWHGLFHUWL¿FD]LRQHPHGLFD dovranno essere inoltrate all’Inps in via telematica da parte dell’interessato stesso o tramite Patronato. Gratuitamente, noi possiamo aggiungere alla qualità del servizio garantito dal tuo medico il nostro supporto professionale in ambito di assistenza previdenziale e sociale.

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NEWS ALTRE ONLUS

fonte: Il Quotidiano.it

PRIMO SUCCESSO DI “OFFIDA PER L’AFRICA” O ff i d a | I n a u g u r a t o a d i c e m b r e i l r e p a r t o m a t e r n i t à d e l l ’ o s p e d a l e d i M b w e n i ( Ta n z a n i a ) r e a l i z z a t o d a l l ’ A s s o c i a z i o n e “ R u v u m a ” a n c h e grazie al contributo della comunità offidana. Dal 2010 il progetto “ O ff i d a p e r l ’ A f r i c a ” s a r à s o s t e n u t o d a l l ’ A m m i n i s t r a z i o n e C o m u n a l e Anche Offida ha partecipato alla realizzazione del reparto di maternità dell'ospedale di Mbweni inaugurato lo scorso dicembre alla presenza del Console italiano in Tanzania e del Vice Presidente dell'associazione "Ruvuma" promotrice del progetto. A rappresentare "Offida per l'Africa", che ha contribuito con la cifra di 2.000 euro, raccolti nel corso di una cena di beneficenza presso l'Enoteca Regionale, Davide Falcioni, che in Africa ha realizzato un reportage fotografico. Mbweni è un villaggio sul mare che ospita circa 5000 persone; il reparto munito di una modernissima sala operatoria e di 3 stanze di degenza con 12 posti letto, risponde ad un'esigenza concreta, quella di contrastare la mortalità ante e post parto. I dati sono sconcertati: per ogni 10.000 gravidanze, 570 donne muoiono di AIDS contratto spesso in seguito a trasfusioni. "L'obiettivo di questo progetto - si legge Per donazioni: BancoPosta intestato a - AssociazioneMatumaini C/C 55298764 Via Passo Buole,87– 00054 Fiumicino - IBAN: IT42I0760103200000055298764


sul sito www.ruvuma.it - è stato quello di ridurre la mortalità ante e post parto; siamo in attesa di conoscere le statistiche che evidenzino i risultati conseguiti nella regione. I dati parziali relativi all'attività

QUALCHE DATO DELL’OSPEDALE Il nuovo reparto maternità dell’Ospedale di Mbweni si estende su 500 metri quadrati complessivi, 3 stanze di degenza con

svolta dal nostro Ospedale ci sembrano

12 nuovi posti letto, una nuova sala parto

confortevoli". La lotta all'AIDS passa

di 40 metri quadrati, una neonatologia di

anche attraverso la sensibilizzazione delle

25 metri quadrati, i servizi annessi con 6

madri: grazie ad un progetto finanziato

nuovi bagni con docce, una sala d’aspetto

dal Governo tanzano "AIDS Free New-

con la televisione, 2 nuovi studi medici

born", una delle Suore cui è affidata la gestione dell'Ospedale, ha terminato il corso

per le visite. E’ stato inoltre realizzato un accesso diretto dalla sala parto alla sala operatoria, per avere, secondo gli stan-

per diventare "Counsellor": riceve le

dard occidentali, il massimo della sicu-

madri, le sensibilizza, le istruisce, le sotto-

rezza per la madre e per il bambino.

pone al test VCT e a quelle sieropositive fornisce le compresse di Nevirapina che limitano

la

trasmissione

materno-

fetale.Dal 2010 l'Attività di "Offida per l'Africa" sarà sostenuta anche dall'Ammi-

ATTIVITA’ SVOLTA NEL 2009 950 parti fisiologici, 150 tagli cesarei, cui si ricorre sopratutto quando la madre è sieropositiva, 400 interventi ginecologici,

nistrazione Comunale che stanzierà 5.000

1.200 interventi di chirurgia generale, 250

euro l'anno per progetti in favore del vil-

interventi urologici, 650 ricoveri pedia-

laggio africano. Il Sindaco Valerio Lucciarini ne

trici, 350 ricoveri medici, 30.000 visite di

parla nella lettera di auguri inviata a tutte le fami-

cui 10.000 ecografiche, 250 pazienti in te-

glie offidane: "E' questo il nostro regalo di Natale si legge nella lettera - Le risorse finanziarie necessarie sono frutto di risparmio delle spese ordinarie

rapia antiretrovirale, 120 pazienti in terapia anti TBC, 1.200 pazienti nell’antenatal clinic, 3.500 vaccinazioni, 210 visite e 30 interventi oculistici, 195 controlli e 28 inter-

di rappresentanza per il periodo natalizio". Nel

venti odontoiatrici, 40 interventi di

messaggio diAuguri si annuncia inoltre l'adozione

chirurgia plastica su bambini affetti da pa-

a distanza di 5 bambini che vivono in condizioni

latoschisi, e labbri leporini, effettuati dal-

di estrema difficoltà.

l’equipe di Smile Train Italia, guidate dal Sara Matera

Prof. Andrea Franchella.

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DIARIO DI VIAGGIO

ZANISHA

diDiUgo UgoMontanari Montanari

scritto il 06/04/2009

E’ una delle solite, fresche mattine di agosto. Stiamo visitando la consueta piccola processione di persone che con vari mezzi, ma principalmente a piedi o in bicicletta, è arrivata all’Upendo Dispensary. In mattinata, accompagnata dal padre e dal cognato, arriva Zanisha. Viene da Mbuyuni: ha percorso a piedi i sei otto chilometri di sentiero di montagna che separano il paese da Kisanga, poi ha trovato un passaggio (lo scuolabus) per i venti chilometri fino a Msange. Ha diciotto anni ed ha partorito da poco. Ha febbre, suda freddo, barcolla; lamenta un intenso dolore addominale. I parenti riferiscono che dopo il parto avvenuto a casa, cioè in una capanna di argilla e frasche, ha cominciato a star male; dopo sei giorni di progressivo aggravamento della sintomatologia si sono decisi a consultare il dottore. Fatica a salire sul lettino, la fronte scotta, ha i brividi; l’addome disteso, dolente non solo ad un accenno di palpazione, ma anche alla sola percussione per determinarne il timpanismo; Blumberg positivo, peristalsi non apprezzabile; viene riferito alvo chiuso. L’orientamento diagnostico non lascia adito a molti dubbi: infezione puerperale che sta degenerando in peritonite. In Italia ce la caveremmo con una telefonata al 118 … ma siamo a Msange! Propongo il ricovero, ma Will, il medical assistant, mi ferma e parlotta Per donazioni: BancoPosta intestato a - AssociazioneMatumaini C/C 55298764 Via Passo Buole,87– 00054 Fiumicino - IBAN: IT42I0760103200000055298764


c o i p a re n t i : q u e s t ’ a n n o c ’ è s t a t a

c o m p i e re u n a n n o ( p a ro l e a m a g -

poca pioggia, il raccolto andato

g i ore i mp a t t o emot i vo, ch e di ven -

mal e … n on ci son o i sol di p e r p a-

tano un pugno nello stomaco per

g a re u n r i c o v e ro a M s a n g e ( 8 - 1 0

c h i u n q u e a b b i a v i s t o m o r i re u n

e u ro ) , t a n t o m e n o a M i k u m i ( a l -

bambino). Per Zanisha le cose

m e n o 2 0 e u ro ) . C h i e d o n o s e m p l i -

s o n o a n d a t e u n p o ’ m e g l i o : a r r i-

cemente, se possibile, di darle le

vata a Msange quando c’erano cin-

medi ci n e: p oi t or n e r an n o a ca sa e

que wageni (= visitatori) per i

… sar à q u e l ch e sa r à. Tu t t o q u i . In

q u a l i p a g are t re n t a eu ro ( sei eu ro

un

paese

a testa!) per

dove la spe-

un

r an z a medi a

non

di vita è di

certo

41

presentare

anni

r i c o v e ro poteva rap-

(dato OMS)

un

si può met-

blema.

t e re

tran-

stata ricove-

quillamente

rata prima a

in

bilancio

Msange

per

la

possibi-

terapia

in-

l i t à d i p e rd e re

la

vita

p ro E’

tensiva antiper

un’infezione

biotica,

poi

portata

con

post-partum. La cosa non fa pia-

l’ambulanza a Mikumi per ulte-

c e re a n e s s u n o , m a r a p p re s e n t a

riori trattamenti ed eventuale in-

solo l’aspetto esistenziale di un

tervento (che poi non è stato

dat o, u n n u me ro ch e a vre mo l et t o

necessario) e, dopo alcuni giorni,

chissà quante volte, come abbiamo

così ci hanno detto a Mikumi è

letto tante volte mortalità infan-

tornata a casa. Speriamo che ora

t i l e 11 6 p e r m i l l e … u n a p e rc e n-

stia

tuale che, tradotta, significa un

se n z a wag en i ci son o i n Tan zan i a?

n e o n a t o s u n o v e m u o re p r i m a d i

E i n Af r i ca? E n el mon do?

bene.

Ma

quante

Zanisha

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FILOPOETANDO

di Daniele Taurino

REIECTO ERGO SUM Vago in non luoghi senza meta che tenga: son spazi aperti le discariche. Rigetto le opportunitĂ  della non-azione dentro una metafora inaccettabile che prende in alto forma di distilleria statale.

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DUE APPUNTI SUL RIFIUTO CON GUIDO ZINGARI E PASOLINI << Resti di una musica, il cui lento morire è il veloce morire dell’Africa? >> (Pasolini, Poesia in forma di rosa, I, pag. 1088). Africa è il sogno infranto e il deserto dei nostri rifiuti, è il segno manifesto e lampante della nostra inciviltà. In Africa né la ragione illuminista né il sentimento Romantico, vanti dell’Occidente civilizzato, hanno alcun senso: sono “ il finale di una tragica beffa e di un nuovo dirompente Oscurantismo”. ( Guido Zingari, Ontologia del rifiuto, p. 15). Le nostre noncuranze premeditate di reiezione, le nostre politiche ed ideologie retoriche ed immorali archiviano il Negro, il contagio, l’inumano, la miseria indicibile e profonda di un intero continente sotto la voce in rubrica “ aiuti umanitari”; la nostra coscienza che va a coincidere col nichilismo suicida di una abitudinaria volontà del nulla. Bisogna allora rifiutare per essere e porsi nell’altrui differenza, bisogna rifiutare un decadimento planetario per costruire una nuova etica del rifiuto. Basta con il sublime dello scandalo e della menzogna, col chiudere i cinque sensi al gorgoglio dello << stagno pieno di pesci >> della Monadologia di Leibniz : riconduciamo i binari della nostra morale nei pressi dell’Umanità. << Ah Negri, Ebrei, povere schiere di segnati e diversi, nati da ventri innocenti>> ( Poesia in forma di rosa, I, p. 1123).

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NEWS DALLâ&#x20AC;&#x2122;AFRICA fonte

AGI

TANZANIA, MEGA-PROGETTO PER AMMODERNARE LE STRADE

riali della Agenzia nazionale per le Strade della Tanzania (Tanroads), e la ri-

Un complesso progetto di sviluppo, che

strutturazione del ministero delle Co-

dara' slancio soprattutto all'efficienza

municazioni e dei Trasporti di Zanzibar.

della rete stradale sta per essere varato

Il Road Sector Support Project contri-

in Tanzania. Il via definitivo è stato dato

buira' concretamente, hanno reso noto

in seguito alla concessione da parte

fonti dell'esecutivo, al programma per

della Banca africana per lo Sviluppo di

lo sviluppo economico e sociale del

un prestito di 245 milioni di dollari, il

Paese, rendendo piu' agevoli gli sposta-

66 per cento del costo preventivato del-

menti delle persone e delle merci e faci-

l'intero progetto, che ne vale 371. L'in-

litando l'accesso ai mercati per i centri

tervento, definito 'Road Sector Support

situati nelle aree interessate dal pro-

Project', comprende opere di ingegneria

getto. Inoltre, le strade da ammodernare

civile per l'ammodernamento di alcune

saranno parte integrante del corridoio

importanti arterie, come la Iringa-Do-

regionale e faciliteranno gli scambi tran-

doma (260 chilometri) e la Namtumbo-

sfrontalieri con i Paesi vicini, oltre a

Tunduru

contribuire a dare slancio al turismo e

(193

chilometri),

il

rafforzamento delle strutture manage-

all'integrazione regionale.

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NEWS DALL’AFRICA fonte AGI

NUOVA FERROVIA TRA TANZANIA, RUANDA E BURUNDI

dei benefici che arrecherà allo sviluppo dei commerci nella regione

Bujumbura, 17 dic. - Lo sviluppo di

orientale. Il Ruanda si è assunto il

Tanzania, Ruanda e Burundi sarà faci-

ruolo di coordinatore del progetto, che

litato in seguito alla prossima realizza-

prevede la costruzione di una moderna

zione di una ferrovia che collegherà i

strada ferrata su cui transiteranno

tre stati dell'Africa orientale, favo-

treni a una velocità minima di 120 chi-

rendo il trasporto di persone e merci.

lometri l'ora. Si presume che, in se-

Lo hanno annunciato fonti di Bujum-

guito all'entrata in funzione della

bura, secondo le quali l'opera, che ha

ferrovia tra Tanzania, Ruanda e Bu-

ricevuto un finanziamento della Banca

rundi, molti importatori ed esportatori

mondiale e della Banca africana per lo

smetteranno di servirsi unicamente del

Sviluppo, sarà completata entro il

porto kenyano di Mombasa, portando

2014. Secondo le fonti, il finanzia-

le proprie merci a Dar es-Salaam, poi-

mento del progetto è stato facilitato

chè allora sarà possibile effettuarne il

dopo la constatazione della sua fattibi-

trasporto fino a Kigali in un solo

lità finanziaria, della sua redditività e

giorno, al posto dei sei di oggi.

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RICORDI d’AFRICA di Antonio Buffon

Fu un giorno in un forum che, cercando di vincere la monotonia, mi imbattei in una tizia che mi chiese di Barike. Tentai di dire qualcosa all’istante, ma poi mi ritrovai a scrivere le mie esperienze d’Africa... PRIMA PARTE La prima volta che incontrai Barike fu a casa di M.. Il dott. M., era un responsabile della Cooperazione dell’Ambasciata Italiana a Kampala in Uganda ed aveva finanziato un progetto all’associazione per cui a quel tempo lavoravo, come volontario. Con lui avevo stretto un rapporto che, senza voler sembrare presuntuoso, andava molto al di là del semplice rapporto di lavoro. Un’amicizia che, da subito, si rivelò sorprendente; sia perché condizionata, da parte sua, dalla necessità di nuove relazioni con connazionali, tanti erano, ormai, gli anni che viveva in Africa;

sia, da parte mia, perché mi si offriva un’opportunità di portare a termine l’ambizioso progetto che m’ero prefisso, di realizzare una sede dell’associazione, proprio li a Kampala. M. abitava a Kampala, con la famiglia, moglie e figlia, in una grande villa, immersa in un vasto parco in centro, nel quartiere residenziale di Naguru. Quella volta io giungevo da Mibirizi, un piccolo villaggio del Rwanda, dove, come associazione eravamo impegnati nel progetto di riabilitazione di un vecchio edificio distrutto dalla terribile guerra del ’94. Progetto che prevedeva anche la costruzione di due stalle, dove avrebbero trovato alloggio le vacche previste per la produzione di latte, che poi sarebbe stato offerto ai bambini della zona. Il progetto di Mibirizi proveniva da un vecchio studio elaborato in Italia molto tempo prima, ma solo quando la Cooperazione Italiana a Kampala, grazie a M., ha autorizzato il finanziamento si diede ini-

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zio ai lavori. In quella prima fase di esecuzione del “progetto di Mibirizi” mi trovai da solo; nessun altro volontario era stato per il momento previsto ! Una vera e propria anomalia, che, però, rientrava nelle scelte dell’associazione che, come punto di orgoglio della sua politica, aveva una ferrea minimizzazione dei costi amministrativi delle operazioni. In altre parole l’associazione per cui in quel momento lavoravo seguiva l’obiettivo finale di raggiungere i migliori risultati possibili, destinando la quasi totale delle risorse finanziarie ottenute all’acquisto dei materiali ed al pagamento delle maestranze locali, operando, quindi sulla riduzione dei costi interni all’organizzazione stessa, a partire dalle spese operative. Quindi il personale era sempre ridotto all’essenziale e costituito da soli volontari. Nei fatti, per quanto mi riguardava, questo significava dover operare da solo. Si, proprio così, al “progetto di Mibirizi” ero l’unico ed il solo responsabile ed esecutore del progetto. Soltanto, successivamente, quando si trattò di acquistare le mucche previste dal progetto che, dall’Italia, sopraggiunse, Pasquale. Pasquale arrivava direttamente da un paese della costa calabra, dove è titolare di un avviato centro turistico. Il dottor Pasquale P., esperto agronomo, fu di grande aiuto nella realizzazione del “progetto Mibirizi! Quella volta che giunsi a Kampala, era la prima, provenivo, proprio da Mibirizi, passando, come d’obbligo, da Kigali. Era ormai sera, ma non poté sfuggirmi il fascino particolare che questa città trasmette. Kampala si presenta, da subito, come una città stridente, grande e caotico il traffico soprattutto nelle ora di punta,

ma anche trasmette un fascino speciale. A quell’ora il centro era un frastuono di rumori, clacson, musiche e voci, che si percepivano in un tutt’uno. Una concitazione che sembra non dover smettere mai ed a cui fanno da sfondo i grandi grattacieli del centro. Con questo modo particolarmente chiassoso di vivere, che prosegue instancabile anche, nel tempo ho imparato a convivere. Anche la periferia presenta una sua caratteristica quando, soprattutto la sera, si vedono capannelli di persone sparsi qua e là, sostare attorno alla luce di grosse lampade a petrolio, depositate a terra. Un suggestivo colpo d’occhio per chi arrivando dall’aeroporto percorre la strada per il centro di Kampala.L’aeroporto, moderno e molto funzionale, si trova ad Entebbe, piccolo e grazioso villaggio sulle rive del grande lago Victoria, che dista 40 km. dalla città di Kampala. Il villaggio di Entebbe, grande come una vera e propria cittadina, è conosciuto per un interessante museo archeologico, ma è anche una, molto apprezzata, meta turistica. Qui mi sono soffermato sola una volta, quando ho dovuto attendere molto tempo, a causa della partenza ritardata di un aereo che mi avrebbe portato in Italia. Dall’aeroporto di Entebbe per raggiungere al centro di Kampala si deve percorrere una lunga strada quasi tutta pianeggiante. Durante questo tragitto l’atmosfera che s’incontra è quella dell’Italia del dopoguerra; tante volte, vista nei documentari d’epoca. Ma una volta, a Kampala tutto di colpo, quasi per magia, si trasforma in luce. Tutto torna nuovo, e sembra splendere, e non solo di luce, ma di colori e vita! Kampala è una città totalmente diversa da Kigali, la capitale del vicino Rwanda, da


dove quella volta provenivo. La spietata guerra del ’94 (un massacro indescrivibile che in meno di 3 mesi fece registrare oltre un milione di vittime) ha, solo in parte, coinvolto l’Uganda. Una differenza abissale esiste fra le due città. Da una parte un’inquietudine diffusa, associata ad una comune diffidenza delle persone, domina su tutto e tutti, dall’altra, a Kampala, tutto è più allegro, a partire dalla gente, sempre sorridente e disponibile. Causa la guerra, è vero! Eppure sentire dire, come spesso mi è successo, che Kigali era, prima dei terribili fatti, ancora più viva e gioiosa di Kampala, per me che sono approdato dopo il 1994, mi suonava, lo stesso, molto strano. Ma sicuramente doveva essere proprio, come dicevano! Senza dubbio, quella guerra fratricida guerra aveva lasciato un segno indelebile del suo passaggio, trasformando la vita delle persone ed una città che fa ancora oggi fatica a superare quel triste ricordo e se mai lo supererà.Dopo tanto tempo passato in Rwanda, pensavo che l’Africa fosse quella e quando giunsi a Kampala fu per me grande la sorpresa per tutti quei rumori, quei colori, la gioia. Fu come giungere da un’altra parte del mondo, un’altra Africa. Quella sera a casa Urbani c’erano la moglie, una distinta e giovane signora iraniana e la loro figlia, A., una delle tante bianche, figlie dei diplomatici che vivono da quelle parti. All’arrivo sistemai le mie cose nella stanza della figlia A...., che, per l’occasione, dovette trasferirsi in un’altra camera, molto simile ed accogliente alla sua. Poi, venni a sapere che quello fu per lei un trasferimento definitivo, così come avevano previsto nei loro piani logistici; il mio arrivo, in pratica, aveva solo acce-

lerato i tempi. Per la cena, eravamo messi in un vasto salone, molto spazioso ed arredato al gusto europeo. Mi viene in mente un bellissimo ed antico arazzo che, appeso alla parete, faceva bella mostra di se con la sua raffigurazione di una scena di guerra d’epoca napoleonica.; un oggetto che sicuramente avrà avuto un gran valore. La tavola era già stata apparecchiata e la cura dei dettagli non poteva non sfuggire soprattutto per la posateria, tutta in argento, nulla sembrava mancasse. Tutto questo non era per l’occasione, perché era la prassi di tutte le sere. Un colpo d’occhio d’insieme che si può facilmente immaginare di quanto stridesse per il contrasto alla miseria a cui, in quei posti, eravamo costretti ad assistere tutti i giorni, appena metteva fuori il naso. Sotto ogni piatto c’era una piccola tovaglia, un’usanza inglese che in quella parte d’Africa ha contagiato un po’ tutti i bianchi che vivono li da tempo. Un’abitudine che non si notava in Rwanda, ex colonia franco-belga.L’Uganda ha ottenuto l’indipendenza dagli inglesi nel 1984, mentre il Rwanda dai francesi giusto venti anni prima, nel 1964. Quella sera a servirci era Barike, una signora ugandese, di cui rimasi subito colpito per i modi, il garbo con cui svolgeva quel servizio. Una quasi imponenza tipica degli africani, in Africa; un’espressione fiera portata con tanta naturalezza che si evidenzia, da quasi subito. Come, ancora, dire: un atteggiamento specifico di chi, compostamente, sente nell’intimo il piacere di una vittoria, di un trionfo! L’orgoglio di vivere nella propria terra, in apparente contrasto con l’andare della vita dolorosa e stentata. Ma per un africano in Africa le difficoltà, il faticoso


procedere quotidiano sembrano non aver riflessi nell’apparire, ed a noi, bianchi in Africa, tutto questo sembra anormale rispetto al diverso modi di vederli dalle nostre parti. Barike era una giovane donna, dalle forme piene, probabilmente a causa delle sue due gravidanze; ma era molto bella di una bellezza statuaria. E lo confermavano il taglio degli occhi ed i suoi tratti, che tradivano origini misto arabo-africano. Il padre, infatti, era nativo di un paese degli emirati arabi, la madre africana. In quelle zone dell’Africa sub-equatoriale, la natura sembra che presti una particolare attenzione nel modellare gli esseri umani in un’estetica superiore. Forse facilitata dalla mescolanza delle tante razze che s’incrociano favorite dal carattere nomade delle popolazioni. Io non posso che confermare per essermi trovato di fronte a donne veramente spettacolari (e questo perché scrivo dalla mia prospettiva, ma vale anche per gli uomini). Questa “particolarità” trova d’accordo, cosa rara, i bianchi che vivono in quella parte d’Africa, che è, appunto, la Regione dei Grandi Laghi. Se dovesse capitare di trovarvi da quelle parti certamente confermerete. Quando incontrai Barike era la stagione delle piccole piogge, nel 2001. A casa di M., il caso ha voluto che la mia postazione di lavoro fosse di fronte all’abitazione che lei occupava, quando si trovava in servizio. La sua era una piccola costruzione, situata di fronte alla grande casa, dove, appunto, viveva la famiglia di M. . In quasi tutta quell’area d’Africa, se si escludono le poche case a modello condominiale europeo, tutte le altre, ovviamente abitate da gente facoltosa, o presunta tale, bianca o nera, sono

singole ville che hanno a loro interno, autonome, delle piccole abitazioni, per l’uso del personale di servizio; vere e proprie “dependance”, quasi sempre costruite con caratteristiche locali: due o più stanze fra loro indipendenti, servizi all’esterno Costruzioni molto modeste che contrastano con l’irriverente fastosità dell’abitazione principale, quasi a monito della differenziazione sociale. Quell’angusto posto era diviso da Barike, con un altro signore, pure lui di colore, un certo Jophred, che svolgeva per la famiglia U. mansioni “tutto fare”: a lui spettava la cura del giardino; accudire i due cani di razza, ma, soprattutto, scattare, come un grillo automa, tutte le volte che era richiesta l’apertura del cancello, dal clacson delle macchina di turno che dovevano entrare nella villa. Era a totale disposizione della famiglia U. per tutto il tempo di giorno e di notte. Una retribuzione che, conformemente a quanto stabilito dagli usi del posto, penso superava gli allora cento dollari mensili. La mia scrivania era, quindi, in direzione della piccola abitazione occupata da Jophed e Barike. Quando mi intrattenevo a lavorare, oltre ogni ragionevole orario, mi soffermavo, senza farmi notare, a seguire il suo operare. La sera lei tornava regolarmente a casa sua e la mattina si ripresentava di buonora. Dalla finestra al piano di sopra della grande villa, dove io dormivo, vederla arrivare, la mattina, era, per me, un piacere! Il suo apparire rappresentava per me un buon inizio di giornata. Data la sua riservatezza non era semplice parlarle, e poi in quelle situazioni non è lecito intrattenersi con il personale di servizio, oltre i convenevoli previsti. Tutte le volte, però, che avevo l’occasione, quando in


particolare ritornavo in Rwanda, mi intrattenevo giusto per informarla della biancheria, anche se non mi lasciavo sfuggire lo spunto per approfondire la sua conoscenza. Approfittavo, anche, per lasciare cospicue mance per i servizi personali che mi rendeva. All’epoca facevo regolarmente la spola tra Uganda e Rwanda., fino ad arrivare a Mibirizi dov’era il cantiere del nostro progetto. Il mio “pajero”, si poteva dire, che conoscesse la strada a memoria. Il viaggio durava circa nove ore ed attraversavo la linea immaginaria dell’equatore, che era a circa 50 kilometri a sud di Kampala. Questo particolare era affascinante perché mi riportava indietro ai ricordi dei primi anni di scuola, quando trovarsi all’equatore poteva essere solo immaginabile. Lungo la strada la linea dell’equatore era segnalata con una piccola costruzione. Il viaggio prevedeva una sosta per le formalità alla frontiera di Katuna, che s’incontrava dopo circa 2 ore di viaggio. Dopo la frontiera, ancora un paio d’ore ed ero a Kigali. Qui generalmente sostavo alla “procura”. Così era chiamata la casa alloggio gestita dalle suore locali. Una piccola struttura dove, in genere, si fermavano per il pernottamento i religiosi lì in transito. Le camere erano ridotte all’essenziale, un letto, una scrivania, servizi centralizzati. Generalmente mi fermavo per la notte, cosicché la mattina seguente proseguivo il mio viaggio per Cyangugu. Quella di Cyangugu era solo la meta logistica, poiché il nostro cantiere era a 30 km da Cyangugu, precisamente all’interno di una impervia zona, in un piccolo villaggio chiamato Mibirizi, che sembra posto ai confini del mondo. A Mibirizi ero ospite del parroco locale della

chiesa, la quale dipendeva dalla Diocesi di Cyangugu, allora retta dal Vescovo Monsignore D. .Nell’ultima parte finale del mio viaggio, prima di arrivare a Cyangugu, dovevo attraversare una foresta (il cui nome mi è impossibile ricordare, data la sua complessità). Un passaggio che non era per niente sicuro, soprattutto in determinati periodi. Quando, infatti, i banditi, gruppi di irregolari dell’esercito o profughi della guerra, sconfinavano dal vicino Burundi per mettere in atto le loro scorribande in Rwanda, assalendo le vetture in transito per approvvigionarsi di tutto quello che poteva capitava, l’esercito disponeva un certo numero di militari, che controllavano un tratto di oltre 50 km. di strada nella foresta. Spesso, però, accadeva che a darsi alle rapine erano proprio gli stessi militari governativi, che poi, facilmente, per i loro misfatti incolpavano i banditi. Ricordo una volta, che ero in partenza da Gyangugu per tornare a Kampala, dato il momento difficile, chiesi al vescovo se poteva darmi notizie sulla transitabilità della strada, e la risposta è stata “tutto tranquillo”; quella stessa mattina avevano attaccato un convoglio di macchine con dei sacerdoti e qualcuno resto ferito. Quel pomeriggio, partì lo stesso, sostenuto dal conforto statistico che due stessi episodi non si sarebbero verificati nella stessa giornata. Mi andò bene, la statistica si confermò! (Spesso mi sono chiesto se non sia stato molto imprudente far vivere questa rischiosa esperienza, anche se solo una volta, a mia figlia Valentina, che un’estate che era venuta in visita l’ho portata a vedere il lavoro della nostra missione. Beh, però, c’è anche da dire che dalla sua complessiva esperienza con me


in Africa, al di là dei rischi corsi, abbia tratto motivi di crescita che difficilmente dimenticherà, quasi a compensazione dei rischi corsi. Quando le difficoltà per l’attraversamento della foresta, erano impossibili, lasciavo la macchina alla procura a Kigali e proseguivo il viaggio in aereo. Ma anche quella dell’aereo era una bella avventura! Si trattava di prendere il solito piccolo e traballante aeromobile che, faceva, due volte la settimana, ma non regolarmente, il tragitto Kigali-Cyangugu e ritorno. Disponeva di cinque posti a sedere più quello per il pilota (un locale che si occupava di tutto: faceva da primo, secondo pilota ed assistente di volo; lui provvedeva alla sistemazione delle valigie, ammassandole nei posti nascosti dell’aereo; a lui era demandato il controllo delle formalità ed anche doveva provvedere alla manutenzione del veicolo. Generalmente la corsa si faceva solo e quando riusciva a mettere insieme un numero di persone che consentiva almeno il recupero delle spese vive. I tempi di volo non erano sempre prevedibili. Spesso, per evitare le grandi nubi minacciose che si vedevano all’orizzonte, era costretto a rotte molto più lunghe. Il viaggio, pertanto, alcune volte durava un’ora, altre due, altre, ancora, tre. Con particolare simpatia, ricordo quella volta che alla partenza mi accorto che dal motore si vedeva gocciolare dell’olio; allora, preoccupato, riferì la cosa al pilota che sembrò, invece, non scomporsi più di tanto e, placidamente, mi disse che ne avrebbe aggiunto dell’altro una volta a destinazione, come era solito fare. Per noi che l’efficienza di un mezzo, soprattutto se deve volare, è essenziale, una simile risposta non può pas-

sare se non come battuta; ma li, credetemi, è considerata coerente, al punto che lo stesso pilota ha ritenuto irriverente la mia risposta che il suo aereo avrebbe bagnato molta gente lungo il tragitto. Nella fase d’atterraggio, vedere l’aereo mantenere la pista era raro; finire nel terriccio ai bordi della pista era la norma, perché lì, le esigenze di risparmio nelle manutenzioni prevedono la sostituzione di una, mai di entrambe le gomme usurate. Inoltre, si tratta quasi sempre di vecchi aeromobili che non hanno alcun sistema di controllo della frenata. Una domenica attesi, invano, l’arrivo dell’aereo che dicevano essere in panne, ma, in realtà, aveva preso fuoco! Però, sempre in tema sicurezza, il momento più difficile e sconvolgente della mia intera esperienza d’Africa, l’ho vissuto una mattina che, al Consolato italiano di Kigali, ero andato, come sempre, per farmi registrare. Lì, quella volta seppi che, durante la notte, avevano ucciso un italiano, un certo G., un volontario di un’ o.n.g. bolognese, la stessa con la quale io, nel 1996, avevo fatto la mia prima esperienza di volontariato in Africa. Era stato ucciso sull’uscio dell’abitazione dei volontari italiani, quando ha aperto la porta ad un gruppo di banditi, intenti a fare una rapina. G. si trovava a Kigali, dove, nel momento da solo, risiedeva nella casa alloggio fatta costruire dai volontari di una o.n.g.. bolognese, la “a.d.p.”, Era li per dei lavori di sistemazione dell’alloggio. Io l’avevo conosciuto, mentre era intento nella sua specialità, la tinteggiatura. La ong “ad.p.” è un’organizzazione umanitaria che, all’epoca, disponeva di questa casa alloggio dentro un grande “centro di accoglienza giovanile”,


il “Gatenga”. La struttura, allora, era gestita da un padre salesiano cileno che si occupava dei circa 80 ragazzi di strada, che li risiedevano. Il sostegno sia operativo che finanziario al “Gatenga” proveniva, soprattutto, dalle iniziative messe a disposizione dall’organizzazione bolognese degli “a.d.p”. I volontari degli “a.d.p” alloggiavano quella casa, molto accogliente, costruita con i loro mezzi e utilizzando il lavoro dei volontari che li venivano ospitati insieme ad altri che, come me, spesso erano in transito. Il giorno dell’uccisione di G. è stato per tutti noi traumatico. Io in più ho visto accresciuta la disperazione dalla circostanza che avrei potuto nei fatti essere direttamente coinvolto. Quella sera precedente, stessa sera dell’assassinio ero appena giunto alla procura di Kigali e fu, per me, una fortunata circostanza che la suora, che pure stava chiudendo gli uffici, non mi ha creato particolari difficoltà ad accogliermi ed assegnarmi una camera, per quella notte. Ancora un poco e, molto probabilmente, avrei trovato chiusa la procura, e sicuramente sarei andato a dormire dagli “a.d.p.”; e quella porta, quella maledetta porta, chissà, avrei potuto anche aprirla io. Quello fu un momento altamente drammatico! Eravamo tutti scossi, increduli, allibiti, nessun avrebbe mai immaginato una cosa simile. In tutti noi si era da sempre affermata l’idea che il “ muzungu” (come li è definito l’uomo dalla pelle bianca) era considerato inviolabile, intoccabile, qualcosa simile al sacro per gli indigeni. Eppure era successa una cosa così tanto grave. Mai avrei pensato! Dopo quel fatto ed i momenti tristi che seguirono per la morte dell’amico volontario, ci

siamo tutti resi conto di quanto quell’evento potesse rappresentare una “novità” e che, da quel momento, nulla più sarebbe stato come prima. Qui, è bene, data la piega che il racconto ha preso, fare un’opportuna precisazione. Le drammatiche esperienze descritte, le sensazioni che sono scaturite, riportate con assoluta realtà, vanno viste come un tentativo di fare conoscere, anche attraverso questi fatti drammatici, l’Africa nei suoi aspetti forse meno conosciuti e che meritano qualche riflessione. Anche in Africa l’aspetto delinquenziale, abbastanza sconosciuto, sembra volersi equiparare all’Europa, e quello che era il sacro ed inviolabile rispetto della vita, molto sentito in quelle realtà, sta cedendo il passo alla visione, per molti versi da noi trasferita, di mondo dove l’arricchimento può essere un evento facilmente raggiungibile con la pratica della violenza. Nessuna intenzione, quindi, di fare passare i protagonisti di queste esperienze come gente eccezionale, fuori dalla norma, per coraggio o quant’altro. Durante la mia lunga permanenza in Africa ho avuto modo di conoscere persone veramente speciali che, continuamente, mettono in pericolo la loro vita per gli altri, e passano nell’assoluto silenzio, e di qualcuna di queste avrò occasione di dire durante questo mio raccontare... (continua nel prossimo numero)


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