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Numero 2 - Aprile 2010 www.matumaini.org

Matumaini&Friends

NOTIZIARIO

LE: I B A OV N N I INI R A L M I R TU E A P M A IAZZ ANO PER IO P A UN M GG O O A R C I M O T L S 6 I C E1 LE L 5 A O ORIO 1 C C L R I E IAL I L R O O EM EM R M L I O RT E CON B O OR Z N E MASS


Matumaini Che cos'è

Matumaìni (parola Kiswahili che vuol dire “speranza”) è un'associazione di volontariato che ha per fine sociale la diffusione di una cultura di solidarietà. La parola "associazione" indica che non si tratta di un'aggregazione casuale di persone, ma di una realtà fornita di un minimo di struttura, autorizzata dal tribunale, dotata di statuto e regolamenti, registrata nell'apposito registro regionale, provvista di codice fiscale e di conto corrente ed in grado di operare transizioni finanziarie come persona giuridica. Il termine "di volontariato" indica che gli unici requisiti richiesti per partecipare sono la voglia di fare e la condivisione dello scopo sociale e dei metodi. Lo scopo (fine sociale) consiste essenzialmente nel "diffondere una cultura di solidarietà" perché siamo convinti che : • la solidarietà è innanzitutto uno stile di comportamento e non un sentimento o un'emozione; • uno stile di vita solidale, più viene diffuso, più "conviene a tutti" nel senso che ogni persona ne trae giovamento nelle grandi e piccole cose; • trattandosi di stile di vita, deve e può essere qualcosa che permea ogni momento dell'esistenza di ognuno e non qualcosa da confinare a singoli gesti o manifestazioni; • non si tratta di un modo di vivere particolarmente complicato né che comporti particolari sacrifici: può diventare facile e naturale "come bere un bicchiere d'acqua"; è quindi alla portata di tutti; • altri più sapienti e bravi di noi potranno trovare anche significati morali, ideologici o sociali più profondi: a noi basta abituarci ed abituare chi ci segue a vivere la solidarietà qui ed ora per quanto riesce possibile, senza grandi implicazioni politico- social-filosofiche.

Il metodo

Per imparare un comportamento quotidiano basato sulla solidarietà, ci sembra educativo impegnarci in progetti in cui sia più drammatica ed appariscente la necessità di aiuto di nostri simili. Abbiamo quindi scelto di impegnarci in progetti di supporto internazionale nel cosiddetto Terzo Mondo, impostati con le seguenti caratteristiche: • continuità: nei nostri viaggi in Africa abbiamo avuto modo di vedere una miriade di iniziative finire nel nulla perché i supporters europei, dopo un iniziale entusiasmo corredato da invio di fondi, a un certo punto hanno interrotto l'aiuto; noi abbiamo intenzione di impegnarci in poche cose, magari per cifre contenute, ma essere costanti, "fedeli nel tempo", nel rispettare gli impegni presi; • località: siamo orientati ad un tipo di supporto che coinvolga solo competenze e professionalità locali nell’erogazione di servizi, evitando che questi si basino o abbiano anche solo una qualche necessità di operatori nostrani; questa scelta in parte è dettata dalle nostre minime risorse, in parte anche dalla scelta di "aiutare l'Africa con l'Africa", evitando di esportare noi o i nostri modi di fare, scelta che renderebbe dipendenti dalla nostra disponibilità i servizi ai quali forniamo supporto; non lo riteniamo il metodo migliore in assoluto, ma semplicemente quello a noi più congeniale tra i vari metodi possibili ; • servizi: preferiamo dedicare le nostre risorse al supporto di servizi alla persona, piuttosto che all’edificazione di strutture, proprio per quanto sopra esposto: abbiamo visto tante strutture in rovina perché, dopo

avere costruito gli edifici, nessuno si era preoccupato di "riempire di servizi i muri" e, soprattutto, di garantirne la continuità; inoltre riteniamo più importante il "contenuto" di un servizio (istruzione, sanità, ecc.) che il contenitore (edificio) in cui viene erogato; • collaborazione: innanzitutto cerchiamo di collaborare tra noi, impegnandoci nel limitare individualismi e sforzandoci nell'assumere decisioni collegiali; in secondo luogo, nella realizzazione di progetti, collaboriamo con organizzazioni più grandi ed esperte di noi (non abbiamo paura di fare “i gregari”); infine cerchiamo di instaurare un colloquio ed uno scambio di idee ed esperienze con altre piccole associazioni come la nostra, al fine di conservare gli stimoli e la motivazione per il nostro impegno ed apprendere dall'esperienza altrui, condividendo la nostra.

I progetti

Attualmente Matumaini è coinvolta in due progetti: 1. Supporto all'Health Center di Msange, distretto di Morogoro, Tanzania; si tratta di un piccolo ospedale in una valle sperduta degli altopiani meridionali conosciuta come Bonde Dogo. Questa valle ha circa ventiventicinquemila abitanti e si estende per circa trecento – trecentocinquanta chilometri quadrati. Il supporto all'ospedale avviene tramite l'associazione Bertoni e la missione dei Padri Stimmatini e consiste innanzitutto nella ricerca di fondi da inviare annualmente; in secondo luogo collaboriamo anche nell'organizzazione e progettazione dei servizi e nel rilevamento periodico delle necessità con viaggi annuali sul posto; nel corso di tali "spedizioni" il nostro personale sanitario collabora con gli operatori di Msange, mentre gli altri si dedicano alla rilevazione delle necessità e ad altre attività organizzative o amministrative. 2. Borse di studio per le Mgolole sisters, che sono una congregazione di suore locali (Morogoro – Tanzania) dedita ad attività di assistenza ed aiuto ai propri conterranei; per garantire efficienza alle loro molteplici iniziative sociali (scuole, dispensari, orfanotrofi, aziende agricole, eccetera) hanno bisogno di personale specializzato e la nostra associazione fornisce loro del denaro per borse di studio al fine di sostenere i costi per la formazione di insegnanti, personale sanitario, tecnici. Il fatto che le borse di studio siano finalizzate a far conseguire una titolo e una adeguata formazione a queste suore garantisce che le conoscenze acquisite siano investite in attività di servizio e non in attività vantaggiose o lucrative solo per l'interessata. Solo quando saremo sicuri di essere in grado di garantire continuità a nuovi progetti, ci assumeremo nuovi impegni.

In sintesi

Matumaìni è quindi un'associazione che raccoglie ed invia fondi in Tanzania affinché il piccolo ospedale di Msange continui a fornire servizi sanitari a tutti e affinché alcune suore di Morogoro possano formarsi ed acquisendo le conoscenze necessarie per garantire il buon funzionamento delle varie strutture di servizio sociale che gestiscono. Attraverso questa raccolta fondi e le iniziative che promuove per realizzarla, Matumaìni si impegna a diffondere qui, tra la gente con cui entra in contatto, un'abitudine a comportamenti solidali semplici ed applicabili alla vita quotidiana.


CONDIREZIONE EDITORIALE

Direttivo Matumaini REDAZIONE&GRAFICA

PUNTO DI CONTATTO PICCOLI GRANDI GESTI E' un mercoledì piovoso e sto lavorando al computer. Arriva una mail ed il Mac mi avvisa con il solito suono di un aereo che sta decollando. E' di Ugo - non sta più nella pelle e deve assolutamente dire "al mondo" cosa è accaduto questa mattina nel suo studio; si tratta di Monica, che è una sua paziente fin da bambina, che ha portato il contenuto del salvadanaio dei propri figli , perché li regalasse ai bambini di Bonde Dogo. Ugo è commosso, lo si capisce dal modo in cui scrive le poche righe che accompagnano la mail ed insieme decidiamo che è doveroso diffondere questo messaggio di solidarietà. Questo gesto, tanto tenero quanto vero, è scaturito proprio (ed è questo il bello9 da una scelta dei figli Silvia e Valerio, due bambini delle elementari che vivono la loro tenera età già consapevoli che in un posto più o meno lontano ci possa essere qualcuno a cui i loro risparmi serviranno sicuramente più che a loro. Grazie di cuore quindi a Silvia e Valerio e soprattutto ai due genitori Monica e Giuseppe. Grazie sicuramente per la "bella sommetta" che avete donato a Matumaini (570 euro), ma soprattutto per il grande gesto dettato dalla sensibilità della vostra bella famiglia e per quel nuovo pezzetto di solidarietà che avete contribuito a seminare in q u e s t o n o s t ro . . . p i c c o l o g r a n d e m o n d o . Grandi genitori che tirano su grandi figli.

Luigi&Federico Ginosa www.grafhismes.org

FONTI Ansa - Agi - Il Quotidiano.it

COLLABORATORI Ugo Montanari Vincenzo Taurino Luigi Ginosa Federico Ginosa Elisabetta Pagano Daniele Taurino Romina Arena Antonio Buffon Stefano Janni

CONTATTI luigi.ginosa@tiscali.it LEGAL&DISCLAIMER In questa fase sperimentale Matumaini&Friends non rappresenterà una testata giornalistica in quanto i contenuti saranno aggiornati senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n.62/2001.


NEWS DA MSANGE di Ugo Montanari

REPORT DA MSANGE

L'

intensificarsi dei rapporti via mail con baba Michael Maluku, che ci invia

ora con una certa regolarità i rapporti sull'attività dell'Health Center di Msange, ci permette una prima valutazione “tecnica” sull'attività svolta nel nostro piccolo ospedale in Tanzania. Grazie al paziente lavoro svolto nel corso dei viaggi negli anni precedenti, abbiamo potuto costruire un “registro di patologia” abbastanza preciso per tutti gli anni dal 2003 al 2008, in cui sono riportate mese per mese le diagnosi di accesso alla nostra struttura. Purtroppo il dato è assente per il 2009 in quanto non abbiamo potuto effettuare il consueto viaggio annuale. In seguito alla riorganizzazione nata dopo il viaggio di Gianni Donadelli e del suo gruppo ad ottobre 2009, dal 2010 baba Michael ha cominciato ad inviarci rapporti mensili con cui possiamo renderci conto circa l'andamento della patologia nella nostra valle. Queste brevi note ci permettono confrontare i dati relativi al primo bimestre del 2010 con i dati relativi all'intero anno 2007 e 2008 e quelli relativi ai primi due bimestri di quei due anni, che sono raccolti nelle seguenti tre tabelle. Per semplicità questa analisi si riferisce solo a quelle che sono le principali patoPer donazioni: BancoPosta intestato a - AssociazioneMatumaini C/C 55298764 Via Passo Buole,87– 00054 Fiumicino - IBAN: IT42I0760103200000055298764


Tabella 1: numero casi trattati nel 2007, 2008 e nel 1째bimestre 2010, (principali patologie)

Tabella 2: numero casi trattati nei primi bimestri 2007, 2008 e 2010,(princip. patologie)

Tabella 3: Confronto tra le medie annuali e bimestrali 2007 e 2008 con la media bimestrale del 2010 (princ.pat.)


Le tabelle sono altresĂŹ semplificate in questi grafici


logie che si osservano a Msange; già da queste tabelle si può vedere che esse rappresentano oltre l'80% dei motivi di accesso al nostro presidio... e ciò è confermato anche dalle rilevazioni degli anni precedenti. 1a. osservazione: la malaria, oltre ad essere la patologia dominante, mostra di essere in netto aumento sia rispetto le medie annuali precedenti sia, soprattutto, rispetto alle medie relative allo stesso periodo degli anni precedenti. Il fatto è segnalato da più parti e dovrebbe essere di ulteriore stimolo nell'incentivare il progetto “Mille Malarie” coordinato dal nostro amico Gianni. Nella speranza che il vaccino in studio, che dovrebbe essere disponibile dopo il 2012, si dimostri efficace. 2a. osservazione: anche se sembra di osservare una certa tendenza ad un aumento degli accessi su base annua, il nostro Health Center ha ormai raggiunto lo standard: mentre nei primi anni si vedeva una tendenza all'aumento delle persone che usufruivano dei suoi servizi, direi che ormai il loro numero si mantiene più o meno costante o in minimo aumento. Considerato che il bacino di utenza è di circa 22-25.000 persone, è evidente che più di un certo numero all'anno non hanno bisogno di cure mediche ed ormai abbiamo stabilizzato il nostro “livello di copertura”, che non è poco se facciamo quasi seimila visite all'anno. 3a. osservazione: appare evidente la riduzione delle infezioni delle basse vie aeree (bronchiti e polmoniti) sia ri-

spetto alla media annua che alla media stagionale, più bassa perché lì gennaio e febbraio sono “bella stagione”: il dato è soddisfacente anche se sostanzialmente inspiegabile. Forse potrebbe dipendere dal progressivo miglioramento delle condizioni di vita e di nutrizione, dovuti al costante supporto dei wazungu alle varie attività della Missione Stimmatina che è un vero e proprio “motore” per tutta la microeconomia locale. 4a. osservazione: il crollo della Giardiasi è probabilmente dovuto ad un migliore accesso all'acqua: ormai quasi tutti i villaggi hanno il loro acquedotto e le loro fontane con acqua limpida e pulita che arriva dai monti circostanti e si presume che l'uso di acqua fangosa, stagnante ed inquinata si sia ridotto drasticamente. Il dato epidemiologico, in questo senso, sembra essere evidente. 5a. osservazione: sembra esserci una minima “tendenza al ribasso” dell'anchilostomiasi ma, considerato che la penetrazione del parassita avviene per via cutanea, difficilmente potremo vedere un crollo della patologia se non cambieranno le condizioni abitative e non aumenterà la ricchezza media grazie alla quale sarà normale per tutti essere provvisti, per esempio, di scarpe ed indumenti idonei. 6a. osservazione: la schistosomiasi si mantiene in media annua e cresce rispetto la media stagionale. Anche qui il problema potrà essere risolto solo con l'aumento del benessere e la disponibilità di un idoneo abbigliamento (scarpe chiuse) ed idonee


condizioni abitative (ideale l'acqua corrente in casa, onde evitare di lavarsi nei fossi e negli stagni): anche questa malattia, infatti, si propaga per via transcutanea soprattutto dai piedi. 7a. osservazione: tendenza in aumento di infezioni genito-urinarie. Già dal 2004 è iniziata una campagna di educazione sanitaria tenuta in un primo tempo da sista Evarista ed ora dalle nuove infermiere con l'obiettivo di insegnare gli elementari elementi di igiene e di prevenzione delle infezioni genito-pelviche e sessualmente trasmesse. Per ora sembra che i risultati non si vedano, ma forse è ancora presto. 8a. osservazione: stazionarie le enteriti che da sempre non sono una patologia particolarmente frequente; in particolare non ci sono mai state epidemie di infezioni intestinali “maggiori”: tifo, colera, shigellosi. Speriamo che continui così. Ovviamente sono ben più serie e impegnative delle virosi intestinali nostrane, ma di norma il nostro personale le gestisce senza particolari difficoltà. 9a. osservazione. Sono sempre poche le persone ferite o traumatizzate anche rispetto a resoconti che ci pervengono da altri Ospedali o Dispensari in Africa. Si tratta per lo più di

incidenti in bicicletta o ustioni di bambini che non stanno attenti col fuoco. Quasi nulle le ferite per risse o discussioni a colpi di “panga”... il che confermerebbe che la gente della nostra valle è tendenzialmente pacifica. O no? 10a. Osservazione: è in calo la diagnosi di Anemia; questo è un bene … e non tanto perché la gente è meno anemica, a mio avviso, quanto perché in passato era una diagnosi “di ripiego” in assenza di diagnosi più precise (malaria e parassitosi sono sempre correlate ad anemia): la riduzione di tale voce, quindi, deporrebbe per un affinamento delle capacità diagnostiche del nostro personale. Lasciando al lettore altre eventuali osservazioni, preferisco fermarmi qui: mi sembra che emergano già abbastanza spunti di riflessione. L'idea alla base di questo breve rapporto consisterebbe nel produrne altri periodicamente, sempre partendo dalla realtà di ciò che vediamo a Msange: resta quindi in progetto un secondo report quando avremo i dati dell'intero 2010 … e se riusciremo ad andare a Bonde Dogo quest'anno sarà nostra premura leggere e registrare i dati del 2009 secondo il metodo standardizzato con cui sono stati archiviati gli altri.


INIZIATIVE A FAVORE DI MATUMAINI di Luigi Ginosa Il Comune di Oriolo Romano rinnova con la terza edizione la fiera delle energie rinnovabili, che si svolgerà sabato 15 e domenica 16 maggio nelle piazze e vie del centro storico del paese. L’iniziativa �� finalizzata a promuovere l’offerta di tecnologie per le energie alternative, avvicinando utenti aziende e cittadini al mondo dell’efficienza energetica prodotta o risparmiata in modo sostenibile. Una preziosa occasione di incontro e conoscenza tra gli operatori specializzati e semplici cittadini che vogliono informarsi su sistemi di produzione di energia alternativi, di risparmio energetico, di bioedilizia, di riciclo di materia prima e anche di prodotti biologici e provenienti dal mercato etico e solidale. All’evento sarà legato un memorial calcistico in ricordo di due grandi Presidenti dell’ A.S Oriolo Calcio: Massenzo Roberto e Remoli Ercole. Al memorial seguirà un pranzo solidale al quale siete tutti invitati ed il cui ricavato sarà devoluto a favore di Matumaini. Un doveroso ringraziamento quindi a Marco Sabani ed Antonio Valentini che hanno reso possibile questa preziosa sinergia Oriolo Romano - Matumaini.


INIZIATIVE A FAVORE DI MATUMAINI

di Luigi Ginosa

GRAZIE In data 12 e 13 marzo 2010 presso il Tea-

Dogo. Ma il vero “valore aggiunto” del-

tro Traiano di Fiumicino la Compagnia

l'evento è rappresentato dall'amicizia

Teatrale G.P ha rappresentato uno spet-

che sta nascendo con i membri della

tacolo comico dal titolo “ Piovuto dal

compagnia, che oltre ad essere persone

cielo”, devolvendo l'intero utile a favore

simpatiche e divertenti anche fuori dal

del nostro Health Center di Msange.

palco, mostrano di condividere il nostro

Spettacolo riuscito sia per affluenza di

modo di pensare ed essere. E la nascita

pubblico (due serate di “tutto esaurito”),

di un'amicizia vale più di qualsiasi

sia perché il divertimento è stato

cifra. Cosa dire quindi se non GRAZIE

grande: faceva proprio ridere e il nostro

a caratteri cubitali? Queste “persone

gorillone (Luigi) e il nostro ippopotamo

speciali” che abbiamo incrociato sul

(Ugo) ne sanno qualcosa. Il denaro rac-

nostro cammino, Massimo Riccardo -

colto è stato superiore ad ogni più rosea

Emiliano - Matteo - Andrea - Flavio -

previsione (3.900 euro) ed arriva proprio

Serena - Angelo e Barbara, meritano

nel momento in cui a Msange stanno

un simbolico monumento alla loro

cercando fondi per assumere nuovo per-

“bellezza interiore”. Grazie alla loro

sonale. Tutto ciò ci rende molto soddi-

donazione abbiamo incassato una

sfatti e ci motiva sempre più ad

somma pari ad euro 3.900 che equi-

impegnarci per la nostra gente di Bonde

valgono ad esempio a :


Trenta mesi di stipendio per una ostetrica Trentacinqe mesi di stipendio di un biologo Il costo complessivo di un ricovero per parto di 780 persone Il costo medio di un ciclo di terapia antimalarica per 2.600 persone Il costo di un ricovero per malaria grave per 390 persone Il costo di 390 interventi chirurgici di media gravitĂ  (es. cesareo) La retribuzione di quattro mesi per TUTTO il personale di Msange tasse e contributi inclusi Il costo annuale TUTTO compreso per la formazione di DUE insegnanti

TUNAwASHUkURU kwA MOyO kILA SIkU (VI RINGRAZIAMO COL CUORE E PER SEMPRE)

www.COMPAGNIAGP.COM Per donazioni: BancoPosta intestato a - AssociazioneMatumaini C/C 55298764 Via Passo Buole,87– 00054 Fiumicino - IBAN: IT42I0760103200000055298764


NEWS DA BONDE DOGO

lettera di baba David a Gianni Donadelli

C

aro dott. Donadelli, che bello sentirti e sapere che tu stai bene. Anche noi stiamo

bene in Msolwa. Essendo l`inizio dell`anno siamo stati molto impegnati a mettere tutto in ordine, con varie sfide di qua e di là. La mensa/sala da pranzo di Amani e` quasi finite, stiamo stuccando e mettendo il tetto. Ora sembra bella e grande. Spero di poterti mandare le foto la prossima settimana. E` costata di piu` del previsto e ti mandero` anche il report. Avrei una richiesta per cio` che riguarda la mensa di Amani: potresti aiutarci per comperare pentole (sufuri non so cosa voglia dire) come quelle nella cucina della scuola secondaria di Msolwa, Loro usano meno legna e controllano la radiazione del calore da fuori. Tutto il sistema potrebbe costare circa 3000 euro. Se cio e` possibile posso mandarti un preventive dalla ditta. Credo che quando verrai vedrai veramente una bellissima mensa. Sono felice di sentire che a Msange le cose stanno andando bene. Le case per il personale medico sono molto urgenti ed ho promesso a padre Michael di iniziare presto a costruirle. Abbiamo deciso di comperare i pannelli solari che erano stati rubati ma Renato si e` sentito con Sergio, se non sbaglio, e lui ha promesso di comperarli e spedirli in un container portando a breve un camion Iveco a Msolwa. Se e` cosi posso suggerire di usare i soldi che ci avevi mandato x i pannelli per costruire almeno 2 case, se possibile naturalmente . Cosa ne pensi? Un`altra buona notizia e` che potremo avere un dottore Paulo Katema, Per donazioni: BancoPosta intestato a - AssociazioneMatumaini C/C 55298764 Via Passo Buole,87– 00054 Fiumicino - IBAN: IT42I0760103200000055298764


un nostro ex studente da Madizini. Si lau-

un ragazzo orfano ritardato; è sordo ed e`

reera` a maggio in medicina a Muhibili

stato scelto per iniziare il modulo 1, ma

University in Dar es salaam. Spera di

non c`e` nessuno che lo aiuta. E` venuto a

poter venire a lavorare con noi. Credo sia

piangere, e ho provato compassione per

buono per msange cosi` si potra` utiliz-

lui. Puoi aiutarlo? E` stato scelto per an-

zare il threater e lui potra` fare piccole

dare ad una scuola speciale in Njumbe. La

operazioni. Aiutero` padre Michael a pre-

tassa e` di 900.000 shilling (circa 8.000

parare il report in dettaglio per Msange e

euro) per anno.   Come sta andando la

te lo mandero`. In ultimo Aisha sta bene,

propaganda per l`ambulanza? Cosa e`

ha superato i suoi esami e i professori

successo al controllo della strumentazione

sono molto contenti dei suoi progressi.

di Msange che e` andato a Mgolole? ( qui

Anche Salum sta bene, e stato 2 volte a

zio non mi e` chiaro ci sono delle parole

Dar per visite di controllo. E` abituato a la-

sbagliate, spero tu sappia a cosa si stia ri-

vorare in biblioteca e anche gli altri dello

ferendo).  Noi apprezziamo sempre il tuo

staff sono contenti di lui. Anche Asha, Ma-

supporto prezioso e il tuo amore per le

shaka Lihembe e Elizaberth stanno

persone di Iyovi valley.

bene,quest`anno sono nel modulo 4. C`e`

baba David

Per donazioni: BancoPosta intestato a - AssociazioneMatumaini C/C 55298764 Via Passo Buole,87– 00054 Fiumicino - IBAN: IT42I0760103200000055298764


LETTERA DAL KIVU

di P. Antonio Trettel - intro Ugo Montanari

Padre Antonio Trettel è un missionario saveriano che da decenni vive ed opera nel Kivu, regione orientale del Congo al confine col Rwanda. Ormai da anni “grida nel silenzio" per denunciare le atrocità ed i soprusi che avvengono in quella regione ad opera di vari signori della guerra locali, sostenuti e foraggiati da potentati economici occidentali e da governi africani conniventi. Non è un rivoluzionario: è solo un vecchio prete che non ha paura di gridare la verità e chiedere giustizia per tutti gli "ultimi" che subiscono le prepotenze del mondo (e non solo per "quelli della sua parrocchia"). Pur non conoscendolo di persona, abbiamo l'onore di essere in corrispondenza con lui e pensiamo che dar voce alle sue denunce col nostro piccolo Notiziario sia il modo migliore per aiutarlo e dimostrargli la nostra stima. Riconciliazione tra Armeni e Turchi… PRENDENDO IL BUON ESEMPIO DAL RwANDA?

L

eggo sempre con vero interesse, appena posso, i lanci quotidiani di ZENIT, sia in

italiano che in francese. Purtroppo non riesco a farlo tutti i giorni, per cui qualche volta ‘i giornali’ si accumulano intonsi anche per qualche settimana e si perdono nel tempo che fu... Devo dire che normalmente mi trovo assai in sintonia anche con le interviste e le riflessioni che Zenit ci propone. Mai, finora, mi era invece capitato di ricevere da Zenit una scossa destabilizzante improvvisa che mi ha fatto stropicciare gli occhi e ritornare a Per donazioni: BancoPosta intestato a - AssociazioneMatumaini C/C 55298764 Via Passo Buole,87– 00054 Fiumicino - IBAN: IT42I0760103200000055298764


leggere attentamente l’inciso truffaldino che stava quasi per scapparmi via liscio, sul filo del discorso… . Mi riferisco alla bella intervista di Mariaelena Finessi a Mons. Kalekian, sul “24 aprile: giornata in memoria del genocidio armeno”, che ZENIT.org pubblica in data venerdì 23 aprile. Il sussulto l’ho avuto alla lettura della seconda domanda di Mariaelena: “E’ possibile una riconciliazione (tra Armeni e Turchi, NdR) – così come è accaduto in Rwanda, anche grazie all’operato della Chiesa – affinché si possa andare avanti? Mons. Kalekian risponde molto bene che una vera riconciliazione è impossibile senza un riconoscimento e una riparazione, almeno parziale, dei misfatti commessi da parte del colpevole. E appoggia la sua affermazione sia sulla prassi della Chiesa che “non può perdonare colui che non chiede perdono” e… sull’esempio ‘storico’ (!?!), suggeritogli dalla stessa ’intervistatrice, di ciò che sarebbe già accaduto in Rwanda, tra “due tribù nemiche” che si sarebbero “perdonate a vicenda”. Non ne faccio colpa minimamente a mons. Kalekian, che non fa che dar per buono l’esempio suggeritogli, mentre immagino che ignori completamente i dati reali della situazione nel Rwanda e dintorni. Il colpo allo stomaco me l’ha dato invece l’intervista-trice (e indirettamente semmai Zenit, per omessa vigilanza…) perché, estrapolando completamente tempi e luoghi, ‘vende’ per di più, come esempio storico, ‘esemplare’ anche per altri popoli quello che purtroppo non è che una cinica caricatura propagandistica della realtà ruandese. Per non dilungarmi, mi limito a porre qualche domanda alla Finessi-Zenit, per metter la pulce all’orecchio, se non pretendo troppo, alla nostra ‘stampa cattolica’ italiana, su cui la chiesa missionaria avrebbe tanto bisogno di appoggiarsi, per far arrivare la voce di chi non ha voce… Ma ecco le mie domande: - Di quale riconciliazione, già ‘accaduta’ in Rwanda, parla, la Finessi, se il regime tutzi di Kagame, è da 16 anni, ed è tuttora!, in guerra sanguinosa devastatrice contro migliaia e migliaia di suoi concittadini (hutu) rwandesi, qui, sul malcapitato suolo congolese?!? - E quale riconciliazione ci può essere tra rwandesi Hutu e Tutzi, se il regime tutzi di Kagame, da più di sedici anni!, continua a braccare militarmente i suoi concittadini hutu, qui sul territorio congolese, continuando, a riversare su questo ‘povero’ Congo il suo esercito, le sue spie, le sue orde predatrici di materie prime e i suoi complici, con invasioni, occupazioni di terre e di miniere, con guerre, stragi e violenze a non finire, … con il proposito dichiarato al mondo intero di riportarli a forza in Rwanda per condannarli


o di sterminarli tutti come branchi di bestie impaurite in fuga nelle foreste congolesi, avendoli già giudicati,- tutti in blocco, -bambini, vecchi e donne compresi colpevoli del ‘genocidio’ del 1994? Tanto che l’immane tragedia della guerra civile ruandese del 1994, e del susseguente genocidio inter-raziale ruandese di tutzi e hutu (500.000? …800.000 trucidati?...), quasi quasi impallidisce di fronte alla catastrofe umanitaria che sta scuotendo, dal 1994 ad oggi, per opera sua (e dell’Uganda, al nord) tutta questa parte est del Congo, con un bilancio umanitario, sociale, economico e morale spaventoso, di proporzioni apocalittiche, se è vero che, soltanto a livello di rwandesi in fuga, morti ammazzati o morti di stenti, di fame e di malattie, cacciati e abbandonati in luoghi inospitali, … oppure di congolesi trucidati nelle loro case e nel loro villaggio o nei loro campi e nelle loro miniere… si calcola che le vittime siano già, fino ad oggi, più di 5-6,5 milioni (… ancor più della Shoah di Hitler! Ma chi ne parla, chi lo denuncia all’opinione pubblica mondiale?!?). - E quale riconciliazione ci può essere mai stata… con le migliaia di oppositori hutu (o tutzi, ma non del clan di Kagame, o comunque entrati in disaccordo con lui) che si sono sentiti minacciati di morte e sono dovuti fuggire in Europa, America o altrove, per salvarsi dalle sue vendette? O che stanno imputridendo nelle prigioni rwandesi, se non sono stati già soppressi ‘per via breviore?… - E quale riconciliazione ci può essere in vista… quando varie inchieste giudiziarie internazionali e numerose testimonianze e ricerche storiche affermano che di ‘genocidi’ ce n’è stato, purtroppo, ben più d’uno, e tutti sono rimasti a tutt’oggi impuniti? E quando anche le cause e i moventi dello stesso genocidio del 1994, padre di tutti i malori di questo angolo del mondo,… sono tutt’altro che chiarite, e i suoi diversi responsabili tutt’altro che univocamente identificati nei soli Hutu radicali del regime di Habyarimana, anzi implicano esplicitamente lo stesso Kagame e i suoi accoliti? (Cfr la serrata analisi critica del ‘rapporto Mutsinzi’ sull’attentato del 6 aprile 1994, in annesso a: Congo Attualità n°106 (30 marzo 2010), tutto dedicato al Rwanda: richiederlo, in it o fr a: info©muungano.it). - Ma poi, … di quale Chiesa parla, la Finessi? Forse non sa quanti preti sono in prigione da anni, senza processo, sulla base di calunnie assurde, solo per aver tentato di proteggere la gente dall’ingiustizie o per aver detto semplicemente come il Battista all’Erode: “Non


è giusto? Non ti è lecito?”. O forse non sa quanti preti, religiosi/e, laici impegnati e semplici cristiani, con qualche vescovo!, sono stati trattati come e peggio che nella Cina di Mao con i ‘tribunali popolari’, i tristemente famosi ‘gacaca’, basati sulla pura delazione e sulla ‘resa dei conti’ e la vendetta, o peggio su sordidi interessi economici, per eliminare i legittimi proprietari di un campo o di una casetta desiderata per sé…? - Di quale ‘benefico operato’ della Chiesa ruandese in favore della riconciliazione, parla la Finessi? Qualcuno ha mai udito, anche ultimamente, qualche denuncia o qualche lamento o sospiro della Chiesa ruandese contro i soprusi del regime tutzi per impedire anche il solo lontano pericolo che elezioni ruandesi del prossimo agosto… siano libere, democratiche e trasparenti? Vedi le molestie, le ostilità e le umiliazioni… fatte subire ai rari e temerari candidati dell’opposizione, come la Vittoria Ingaribe: vedi le denunce di varie ONG, ma nessuna di qualche uomo di chiesa, che si sappia! (La documentazione in: Congo Attualità N°106, 30 marzo 2010, pp. 3-5). La Chiesa del Rwanda è una vera Chiesa del silenzio… o ridotta al silenzio! E come potrebbe la Chiesa ruandese aver già collaborato al dialogo e ad una riconciliazione che… non solo non esiste, ma è lontana le mille miglia dal poter esistere… perché non è assolutamente voluta dal regime, e perché nessuno dei grandi ‘padrini’ che sostengono, molto interessatamente e quindi molto acriticamente, l’attuale regime ruandese, nessuno osa o vuole ‘chiederla’ o esigerla da Kagame ! Ci vuole davvero molto cinismo o un’ignoranza davvero crassa per parlare oggi, in data 24 aprile 2010, del Rwanda come modello di un’esemplare riuscita riconciliazione, da proporre magari ad Armeni e Turchi! Mi scuso se le mie osservazioni sono troppo caustiche, ma lo sono purtroppo molto di più i fatti che bruciano sotto la cenere delle manipolazioni deprecabili che, come quella della Finessi, si infiltrano dove meno te l’aspetti! Non riusciranno certo a nascondere la realtà, ma fanno comunque un torto gravissimo al servizio umano e cristiano della stampa cattolica al Vangelo e alla Verità. Per fortuna, sappiamo che il diavolo fa le pentole, ma non sa fare i coperchi… E soprattutto sappiamo che Dio ascolta sempre il grido dei poveri e degli oppressi, ed in qualche modo, farà certamente loro lui stesso giustizia, se non vogliono farla gli uomini (Cfr Dall’Esodo 3,7 …a Luca 1,52… fino all’Apocalisse 21,4!!!). ... e Kabango (utu) , facendo eco a Kalisa( tutsi) , bisbigliò: "Oggi non posso piangere i miei, ma nessuno mi impedirà di riconoscere che sono sepolti là! Soffro in silenzio. Aspetto il giorno della luce" Antonio Trettel sx – Bukavu, 28.4.’10


PUNTO CRITICO di Romina Arena

IN AFRICA LA NUOVA FRONTIERA DELLA SPERIMENTAZIONE FARMACEUTICA. CAVIE UMANE AL SERVIZIO DEL PROGRESSO

L’

industria del farmaco si è evoluta. Niente a che vedere con il benessere dei pazienti, ma molto a che fare con quella cosa che si chiama business. Tra le case farmaceutiche si è innescata da tempo una competizione sfrenata che le obbliga a mettere sul mercato farmaci sempre nuovi. Mantenere degli standard di produzione e commercializzazione costantemente alti significa accelerare sensibilmente il ritmo delle sperimentazioni, ridurre i costi e saltare le pastoie della burocrazia. Il farmaco - spiega il Prof. Goffredo Sciaudone della Seconda Università di Napoli pur nascendo da una procedura di laboratorio, a sua volta preceduta da un’ipotesi scientifica e da una sperimentazione sull’animale, compie in ultima analisi il suo itinerario di convalida attraverso la sperimentazione sul destinatario ultimo, cioè l’uomo. Sin dal 1964 l’Assemblea Medica Mondiale ha codificato una deontologia specifica che regola la sperimentazione clinica, la cosiddetta dichiarazione di Helsinki, emendata nel tempo, ma tuttora valida. Esistono quindi dei criteri ben precisi entro i quali la ricerca sperimentale sull’individuo sano o malato debba muoversi. Questo, tuttavia, crea dei grossi limiti all’urgenza delle case farmaceutiche di mettere sul mercato i propri ritrovati e, per quanto anche in Europa si conoscano dei casi in cui le leggi che regolamentano il sistema siano state pesantemente violate, è l’Africa l’Eldorado della sperimentazione sulle cavie umane. Le motivazioni sono molteplici e variegate. La prima è di natura puramente statistica: è molto più probabile che un’epidemia scoppi in Africa piuttosto che in Europa ed è quindi molto più semplice reperire le “risorse umane” necessarie per effettuare i

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trial. La seconda motivazione riguarda gli aspetti puramente giuridici: in Africa non tutti gli Stati hanno mezzi e cultura per impostare procedure di tutela per i pazienti, tantomeno esistono comitati etici che supervisionino e controllino le procedure di sperimentazione. Un vulnus di burocrazia, insomma, di cui approfittano le multinazionali sfruttando proprio la mancanza di quel “consenso informato” che rende il paziente consapevole circa il trattamento cui è sottoposto. Una terza motivazione ha radici economiche: investire nella ricerca fuori dall’Europa o dagli Stati Uniti è infinitamente più economico che condurre le sperimentazioni in Patria. I test in Paesi come la Cina o l’India costano dalla metà ad un terzo meno che quelli condotti in un Paese sviluppato. Secondo il Rapporto 2005 della Pharmaceutical Research and Manufacturers of America (PhRMA), nel 2004, l’industria farmaceutica spese circa 8.2 miliardi di dollari in ricerca fuori dagli Stati Uniti. È quello che la Professoressa Ames Dhai, capo del dipartimento di Bioetica all’Università witwatersand di Johannesburg, chiama “Imperialismo etico”. Durante la Conferenza internazionale sui farmaci anti-retrovirali, tenutasi a Cape Town nell’aprile 2006, la professoressa aveva parlato di vere e proprie faide all’interno dei gruppi di ricerca per accaparrarsi i pazienti sui quali eseguire i test, portando l’attenzione sul fatto che gli esperimenti nei Paesi a basso reddito fossero aumentati di ben 16 volte. Proprio il settore degli anti-retrovirali è uno tra i più torbidi della sperimentazione clinica. Molto scalpore ha suscitato il caso dell’azienda farmaceutica Gilead Inc. che ha testato un farmaco anti-retrovirale, il Viread (o Tenofovir) su prostitute cambogiane e came-

runensi e pazienti eterosessuali nigeriani. Tanto il protocollo di sperimentazione quanto i metodi utilizzati per la selezione dei pazienti su cui effettuare i test sono estremamente lontani da una prassi deontologicamente corretta. Da parte sua, l’azienda ha categoricamente rifiutato di illustrare ai pazienti le eventuali conseguenze della sperimentazione, negando loro anche la copertura assicurativa trentennale in caso di contrazione di malattie durante la sperimentazione. L’aspetto più raccapricciante di questa storia riguarda quella parte dei trial condotti sulle prostitute, in particolare per come le cose si sono sviluppate nel Camerun. In verità, la storia era iniziata sotto il migliore degli auspici quando nel 2003, il Ministero della sanità camerunense aveva autorizzato la Gilead a condurre la sperimentazione nei bassifondi della città portuale di Douala con il supporto della Ong Family Health International e della Bill and Melinda Gates Foundation che ha finanziato il progetto con sei milioni e mezzo di dollari. Grazie ad una serie di indagini, però, si scopre che le 400 prostitute selezionate per i trial hanno firmato inconsapevolmente il consenso informato senza in realtà essere state informate su nulla. Inoltre, per quanto l’azienda distribuisse gratuitamente quantità industriali di preservativi, d’altro canto non aveva alcun interesse affinché le prostitute avessero dei rapporti sessuali protetti perché così facendo si sarebbero compromessi i termini della sperimentazione. La fondatezza delle accuse mosse dal Reseau Ethique Droit et Sida (REDS) del Camerun, una rete per l'etica, i diritti e l'AIDS/HIV, e da un'associazione francese di attivisti per la lotta all'AIDS chiamata Act Up Paris hanno portato, nel 2005, alla sospensione del progetto. Stessa cosa avvenne

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nel 2004 in Cambogia, dove la sperimentazione fu interrotta dal Primo Ministro Hun Sen proprio per la mancanza delle dovute garanzie ai pazienti. I test, tuttavia, sono continuati in Ghana, Malawi e Botswana. È già abbastanza raccapricciante pensare di condannare volutamente a morte delle persone solo per raggiungere degli scopi clinici che si trasformerebbero immediatamente in denaro. Ancora più inaccettabile è quando questa logica si applica ai bambini. Nel 1996 in Nigeria si sviluppò una massiccia epidemia di meningite che destinò alla morte di circa 15.000 bambini. In quell’anno l’Organizzazione Mondiale della Sanità lanciò un programma di emergenza chiedendo aiuto alle case farmaceutiche. La Pfizer International Limited si inserì immediatamente nel programma, trovando in quell’epidemia il terreno più prospero per testare due nuovi farmaci: il Trovan, ed il Ceftriaxone. I farmaci, che non erano mai stati testati prima contrariamente a quanto sostenuto dalla Pfizer, furono somministrati a circa 200 bambini che si trovarono così a fungere da cavie e subire inevitabilmente le conseguenze di un farmaco ancora praticamente sconosciuto. Secondo le indagini del governo dello Stato settentrionale del kano, dove scoppiò l’epidemia, dei 200 bambini sottoposti ai test 18 morirono e gli altri subirono danni irreversibili: dalla cecità alle malformazioni ai danni cerebrali. Secondo le accuse rivolte dal Governo alla multinazionale 99 bambini sarebbero stati trattati con dosi massicce di Trovan, 101 con dosi leggere di Ceftriaxone. Anche in questo caso la Pfizer ha negato il sacrosanto diritto al consenso informato affermando, in sede di giudizio, che il compito di illustrare ai genitori la procedura dei test era affidato alle in-

fermiere locali che avrebbero così ottenuto anche il consenso verbale. Al tempo in cui l’esperimento nigeriano era in corso, la Pfizer stava mettendo a punto il farmaco per il mercato statunitense con la previsione di un guadagno che si sarebbe aggirato intorno al miliardo di dollari. Per quanto la multinazionale si fosse difesa affermando che non si potesse dimostrare la connessione tra i decessi, le menomazioni e la trovafloxacina, il principio attivo del Trovan, nel 1999 la Food and Drug Administration, la massima autorità statunitense per la regolamentazione dei prodotti alimentari e farmaceutici, smontò quell’alibi affermando che l’uso del Trovan non è mai stato approvato per la cura della meningite in quanto legato a tossicità epatica e mortalità (http://www.fda.gov/Drugs/DrugSafety/PublicHealthAdvisories/ucm052276.ht m). Nello stesso anno il farmaco è stato bandito anche dall’Unione Europea. Il Processo alla multinazionale, iniziato nel 2007, si è concluso nel 2009 con un accordo tra le parti: undici le morti accertate, ma viene meno il legame tra le morti e il farmaco. La penale pagata dalla Pfizer è stata di 75 milioni di dollari, infinitamente più conveniente alla multinazionale rispetto al rischio di deteriorare la propria immagine nelle lungaggini processuali ed a quello di una sentenza sfavorevole. Un compromesso che ha messo d’accordo tutti, un do ut des “buono e solido”, nelle parole del Procuratore Generale del kano, Aliyu Umar, che però non cancella quanto denunciato dal rapporto redatto dal Ministero della Salute nigeriano, ovvero che l’attività della Pfizer sia stata “una sperimentazione illegale di farmaci non registrati” ed ancora peggio “un chiaro caso di sfruttamento dell’ignoranza”.

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PUNTO DI SVOLTA di Romina Arena

SANITÁ E FORMAZIONE: UNA VIA D’USCITA PER L’AFRICA CHE SI AMMALA

N

ell’immaginario collettivo, l’Africa è il continente in cui si raggrumano le peggiori nefandezze, in cui si coagulano le più basse ed abiette immoralità. Il rischio di contrarre malattie è molto alto mentre, al contrario, gli standard di vita sono molto bassi. La gente muore di malaria, tubercolosi, infezioni respiratorie, diarrea, malnutrizione. Le poche strutture sanitarie presenti sono carenti e sprovviste di presidi sanitari di base come guanti e medicinali. In queste condizioni, è abbastanza intuitivo farsi un’idea drammatica della situazione sanita-

ria che attanaglia il continente. La mancanza di una profilassi adeguata e di strutture sanitarie competenti a trattare diverse patologie aggrava una situazione già spaventosa di per sé. Eppure, andando a scavare laddove i fenomeni non fanno notizia, scopriamo una realtà diversa, meno cruenta e più pragmatica. Assieme ai progetti sull’educazione, quelli destinati alla sanità, alla formazione di personale competente ed alla sensibilizzazione sulle tematiche igienico-sanitarie costituiscono un secondo pilastro su cui poggiare il cosiddetto “aiuto umanitario”. Guardando ai numeri, in Africa una donna ha una possibilità su 26 di morire di gravidanza o di parto. Significa che su 100.000 donne, 900 perdono la vita nel tentativo di mettere alla luce un figlio. In Tanzania,

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il numero si aggira intorno ad 8.000. La riduzione della mortalità materna è tra gli intenti principali del progetto “Salute materna e infantile per la Regione di Iringa: l’informazione come base per un miglioramento sostenibile” dell’Associazione Medici con l’Africa (CUAMM), inaugurato ufficialmente il 22 luglio 2009 sugli altopiani meridionali della Tanzania e che interessa una popolazione rurale di 260 mila persone. Il progetto punta a migliorare i servizi sanitari del distretto per contribuire al raggiungimento di alcuni obiettivi del Millennio: ridurre la mortalità infantile, migliorare la salute materna, combattere l’AIDS, la malaria e altre pandemie. Obiettivi importanti se si pensa che nella regione di Iringa 15 adulti su 100 contraggono il virus dell’Hiv. L’intervento, che durerà tre anni ed è finanziato dalla Cooperazione Italiana e dalla Conferenza Episcopale Italiana, interesserà l’unico ospedale della zona, quello di Tosamaganga, i cinque centri di salute sparsi nel territorio e circa un terzo dei dispensari presenti nel distretto. L’aspetto più interessante del progetto, tuttavia, sta nel fatto di includere un programma di formazione non solo per migliorare le conoscenze del personale in ospedale e nelle altre strutture tramite dei corsi, ma anche attraverso l’aggiornamento continuo degli operatori da parte dei medici che fanno parte del progetto. In particolare, l’obiettivo è di rafforzare la scuola per ostetriche di Tosamaganga, moti-

vando gli insegnanti, aumentarne il numero, migliorare il materiale didattico a disposizione e assegnare borse di studio a studentesse che provengono da famiglie povere. Il progetto del CUAMM si inserisce in un contesto ben definito nell’Africa Sub Sahariana. Fare il medico, infatti, è un lavoro molto ambito e prestigioso, ma ci sono alcune zone del continente in cui studiare e specializzarsi è proibitivo. Prendiamo l’Uganda come esempio. Nella regione del karamoja a nord-est del Paese, al confine con kenya e Sudan, le università sono gratuite e di ottimo livello, ma il problema sta nelle scuole secondarie ed inferiori che nelle aree più povere sono di pessima qualità. Si innesca, così, un meccanismo di forte scrematura poiché, in un sistema sanitario competitivo come è quello ugandese, chi proviene dalle scuole peggiori non ha alcuna possibilità di superare gli esami di ammissione a medicina. Oltre alla forte selettività, che taglia fuori numerosi aspiranti dottori riducendo drasticamente il numero di coloro che, specializzandosi, potranno accedere alla professione, vi è anche un grave problema di equità nell’accesso alla formazione medica. Le conseguenze? L’Uganda è il Paese africano con il peggiore rapporto tra numero di abitanti e personale sanitario. Sono circa 39.000 le persone che lavorano in ambito sanitario con una proporzione di 3.000 medici per 30.000 persone: per avvicinarsi agli obiettivi del millennio dovrebbero

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essere il doppio. In questo panorama, allora, si comprende molto bene quanto sia fondamentale attivare programmi che formino operatori sanitari ed offrano aggiornamento a coloro che già sono del mestiere fornendo loro più competenze e strumenti tecnici per lavorare sul territorio. Formare personale autoctono è anche un modo per rendere duraturo l’intervento: un ospedale che dipenda per intero da personale straniero sarà destinato a chiudere qualora quel personale andasse via; se invece a gestirlo sono i locali, ciò è più difficile che accada. Un’operazione di vasta portata tesa a sopperire la mancanza cronica di presidi sanitari in zone critiche dell’Africa, è quella avviata di recente da Emergency che, assieme a ben 12 Paesi del continente, ha firmato un memorandum per la creazione dell' African Network of Medical Excellence (Anme), la prima rete di strutture mediche di eccellenza del continente completamente gratuite. Oltre al Sudan, che attraverso il suo Ministero della Salute ha patrocinato il progetto, hanno sottoscritto il memorandum anche Ciad, Egitto, Eritrea, Etiopia, Gibuti,

Repubblica Centrafricana, Repubblica Democratica del Congo, Ruanda, Somalia e Uganda. Sebbene alcuni di questi Paesi sono ancora oggi in guerra tra loro, ciò non ha impedito di trovare un accordo su di un progetto che potrebbe rivoluzionare l'approccio medico al continente. L’idea, infatti, è quella di creare nei Paesi confinanti una serie di cliniche e ospedali specializzati e gratuiti, in modo da costituire una rete di strutture interdipendenti in grado di venire incontro alla cronica mancanza di centri sanitari di alta qualità del continente. La formazione del personale locale è uno dei punti principali di un progetto che non mira soltanto a portare assistenza ai malati, ma anche a promuovere il più possibile la conoscenza medica nel continente. Secondo Gino Strada: "Quella di sviluppare progetti di basso profilo non è una necessità, ma una scelta. Noi vogliamo dimostrare che anche in Africa è possibile costruire strutture d'eccellenza a costo zero per i pazienti". Un modo per dire che l’Africa ha tutte le potenzialità per rinascere, basta accantonare la solita, tutta occidentale, mentalità colonialista.


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Che cos’è. L’invalidità civile consiste nel riconoscimento di uno stato invalidante, indipendente da cause di servizio, di lavoro o di guerra, in base al quale l’interessato può RWWHQHUHLEHQH¿FLHFRQRPLFLHRVRFLRVDQLWDULSUHYLVWL dalla legge. Altre prestazioni. Il diritto ad avere questi EHQH¿FLSXzHVVHUHHVWHVRDQFKHDLFDVL GLFHFLWjVRUGLWjKDQGLFDSHGLVDELOLWj Come fare. Le domande per ottenere le SUHVWD]LRQLFRPSOHWHGLFHUWL¿FD]LRQHPHGLFD dovranno essere inoltrate all’Inps in via telematica da parte dell’interessato stesso o tramite Patronato. Gratuitamente, noi possiamo aggiungere alla qualità del servizio garantito dal tuo medico il nostro supporto professionale in ambito di assistenza previdenziale e sociale.

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DIARIO DI VIAGGIO

diDiUgo UgoMontanari Montanari

JOSEPHI H a se i mesi ma n on l i di most r a: p i ccol o e r ag g r i n z i t o, p e ser à sì e n o t re ch i l i . Dop o du e t e n t avi n on r i u sci t i con g l i st reg on i l ocal i , l a ma dre si è deci sa a p or t a r l o al n ost ro di sp en sar i o, r i f ere n do ch e da q u i n di ci g i or n i h a l a d i a r re a . I l b a m b i n o i n s t a t o s o p o ro s o , d i s i d r a t a t o , e v i d e n t e m e n t e i p on u t r i t o; al l a vi si t a n on p i an g e e, men t re l ’a ddome semb r a t r a t t ab i l e e p oco dol en t e ( a n ch e se me t e or i co e se de di vi va ce p er i st al si ) , l ’a u scu l t a z i o n e t o r a c i c a n o n l a s c i a d u b b i c i rc a l a c o e s i s t e n z a d i u n a g r a v e i n f e z i o n e re s p i r a t o r i a c o n c o m i t a n t e . L a t e m p e r a t u r a è s o l o 3 7 , 5 . L a s i t u a z i o n e r i s u l t a d e c i s a m e n t e g r a v e e d o p o b re v e c o n s u l t a z i o n e c o n Wi l l , r i cover i amo i l p i ccol o si a p er rei dr a t ar l o, si a p er sot t op or l o a t er ap i a a n t i b i ot ica. Me n o male ch e il vet r ino p er l a mal a r ia , p ront a ment e a ll e s t i t o d a G a u , è r i s u l t a t o n e g a t i v o ! A n c h e l a m a d re a p p a re m a l e i n arnese ed in particolare ha i seni afflosciati e privi di latte; faccio quindi n ot a re sia a Will ch e a G au ch e , se t ut t a l a f a mig li a si t rova in t a li condiz ion i , l e mal at t ie son o p iù p rob ab i l i e l e g ua r i g i oni sono molt o p iù diffic i l i . P e r r i m e d i a re a l p ro b l e m a , d e c i d i a m o d i d a re l o ro u n p o ’ d i s o l d i per mangiare, ma ci viene fatto notare che sarebbe molto meglio regalare i l c i b o d i re t t a m e n t e ; Wi l l s u g g e r i s c e c o m e c o r re t t o u n q u a n t i t a t i v o i n i z ial e di mezzo q uin t ale di mai s e 1 0 chi li di f a g i ol i e sg hig na z za a p ert amen t e q u an do mi a vvio in p ae se p er f a re l ’a cq ui st o: i w az un g u p ossono comp rare sou ve n ir s e t simil ia, i l ci b o è u na cosa ser ia e va acq uist at o da


gente del posto che conosce prezzi e ve n di t or i ; an ch e G a u r i da cch i a e s i c a n d i d a p e r l ’ i m p re s a . I n t a n t o , d o p o s v a r i a t i t e n t a t i v i , Vi c k y è r i u s c i t a a m o n t a re l a f l e b o . A r r iv a n o i f a m i l i a r i p e r a i u t a re l a madre du r a n t e i l r i cove ro: i n Tan zania nessun ospedale o cent ro san i t a r i o p ro v v e d e a i p a s t i d e i ricoverati, per cui a turno madri, s o re l l e o mogli cucinano per i degenti nello s p a z i o c i rc ostante l’ambiente di r i c o v e ro , a l lestendo piccoli bivacchi con piccoli focolari improvvisati, ma eff i ci en t i . Nel n o s t ro caso arrivano i n t re : n o n n a e due zie. Cordialità, sa lu t i , sor r isi un po’ stent a t i , v o l t i p re o c c u p a t i : a t u t t i a p p a re c h i a ro c h e c ’ è p o c o m a rg i n e di re cu p ero, a n ch e se l ’in t e rve nt o è st a t o t emp e st i vo ( dia g n osi , r i covero ed inizio terapia perfusionale in meno di un’ora) e attento anche alla componente non medica del p ro b l e m a ( m a i s e f a g i o l i ) . A q u e st o p u n t o, come i n t ut t e le t e l e no-

v e l a s c h e s i r i s p e t t i n o , d o v re b b e a r r i v a re i l f i n a l e p re m i a n t e l e buone azioni: il giorno dopo il b i m b o c o m i n c i a a re c u p e r a re e p i an o p i an o g u ar i sce, l a mamma si ab b u ff a , i n g r assa e p rodu ce an cor a tanto latte da enormi tettone e tutti vi von o f el i ci e con t en t i g r a zi e al l a lungimiranza ed all’acume mzungu. Ma il finale è stato div e r s o : q u a n d o siamo a r r ivat i i l g i or n o dopo, abbiamo potuto solo constat a re i l d e cesso del piccolo Josephi, ascoltare il pianto s t r a z i a t o della madre e condividere il cupo silenzio della nonna e dei familiari, in un giorno dove il sole se mb r a va me n o ca l do e l u mi n oso e gli occhi di tutti erano lucidi. No, non siamo in un film: siamo in Af r i ca . N . b . : M Z U N G U ( p l u r a l e WA ZUNGU) è l’appellativo di noi euro p e i Wi l l , Gau e Vi c k y r a p p re s e n t a n o i t re q u i n t i d e l p e r son al e del Mi n i - H osp i t a l


FILOPOETANDO

di Daniele Taurino

IMPURA RATIO Il giudizio a priori o il pregiudizio son giochi di parole che il vizio insabbiano d’onori querulo d’essere abbattuto nell’impossibilità animale di farlo.

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Sulla ( non) violenza di Daniele Taurino Se mi si chiedesse di evidenziare le aberrazioni più significative e preoccupanti della violenza nella nostra società risponderei che non si deve accettare di costruire gerarchie della violenza perché qualunque ne sia il tipo perpetrato, essa non può essere non aberrante. L’aberrazione si manifesta sotto varie forme: è innanzitutto prevaricazione, istinto animale di dominanza, è violenza sul lavoro (mobbing), violenza di genere, domestica o sessuale, violenza negli stadi, razzismo, informazione di Potere, è violenza psicologica, morale, è asservimento, è l’umiliarsi, violenza è negazione, di diritti, doveri, gioie e dolori, violenza è rifiuto, emarginazione, è causa causata di se stessa. Occorrerebbe troppo tempo, e sarebbe anche inutile, prenderle in esame particolare tutte. Vorrei invece impostare un ragionamento che nonostante la sua carica eversiva risulti alla fine chiaro persino ai ciechi. Quando qualcosa ci preoccupa l’azione più saggia da intraprendere è una valutazione del problema per arrivare ad una sua possibile risoluzione ovvero alla cessazione del turbamento. Spesso però, ci accade di accettare il compromesso della “distrazione” che, si badi bene, non è una soluzione del problema ma un suo rimandarla, seppure nel frattempo la nostra condizione vada migliorando con l’alleviarsi della preoccupazione. Anche nel caso della violenza, per la convenienza di tutti, ci si dovrebbe comportare saggiamente; infatti deprecare la violenza o schivarla per non sporcarsi le mani non è certamente una risposta concreta ed efficace, come nel secondo caso precedente. Dovremmo invece compiere lo sforzo di passare per uno stato di “ trans-violenza” dove , recuperando il senso etimologico di “trans”, si attui allo stesso tempo, mediante la comprensione e la presa di coscienza, un attraversamento e un superamento della violenza. Dalla “trans-violenza”, se abbiamo il coraggio di affrontare la sfida “per ardua” della morale, possiamo arrivare a diffondere e praticare la non-violenza nel senso propriamente gandhiano di “amore infinito capace di assumere il dolore”. Qualcuno potrebbe facilmente obiettare che la vita oggigiorno è una lotta continua, con tutti che cercano di fregare tutti, che è un mondo dove vige la potestà dei furbi e che quindi bisogna armarsi a dovere per affrontarlo. Io rispondo che la non-violenza, in quanto comprensiva di amore e dolore, è la più forte arma mai inventata dall’uomo. Armati del diritto e della coscienza morale propri della non-violenza, potremo essere noi stessi quel cambiamento che vogliamo vedere, essere noi stessi baluardi e promotori di un’eticità post-nietzschiana, che si sviluppa al di là del bene e del male nell’imprescindibile rispetto di tutte le forme di vita. danieletaurino@libero.it


RICORDI d’AFRICA di Antonio Buffon

Fu un giorno in un forum che, cercando di vincere la monotonia, mi imbattei in una tizia che mi chiese di Barike. Tentai di dire qualcosa all’istante, ma poi mi ritrovai a scrivere le mie esperienze d’Africa... SECONDA PARTE

Q

uanto mi è successo di assistere, fa

parte del lavoro di volontario di prima linea e chi conosce l’Africa, la profonda Africa, sa quanto il pericolo è una costante. In Africa, il rischio è qualcosa di molto diverso da come possa essere avvertito dalle nostre parti. Nessuno di noi volontari, io per primo, in Italia si imbarcherebbe su un aereo malandato, o con solo qualche piccolo problema. Eppure lì, in quelle circostanze, anche oggettivamente insidiose, un volontario di prima linea sembra accetti il

pericolo nelle sue varie forme, lo conosce e fa una sua valutazione secondo quanto preventivamente aveva già messo in conto. Niente di nuovo, quindi, rispetto a quanto pensato già in partenza. Difficile spiegare questo passaggio così come lo è quando il pericolo diventa una costante, un modo di vivere e tutto si affronta con una buona dose di fatalità, la stessa che l’Africa, quella nera, ha tanto da insegnare a tutti noi. Non saprei cos’altro aggiungere! Spesso capita a noi volontari di pensare ai rischi che corriamo, ma mai giungiamo a chiederci veramente se è giusto mettere a repentaglio la nostra vita. Se avrò occasione, un giorno, vorrei tentare una qualche specifica analisi sulle motivazioni che occupano i volontari, cercando, per quanto possibile, di fare emergere i miei meccanismi di autoaffermazione che, sicuramente, stanno alla base delle nostre scelte. Kigali è la capitale del Rwanda ed è situata al centro del paese. Le sue strade

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principali, in entrata e uscita dalla città sono disposte quasi come le dita di una mano aperta. Quella volta che con il mio pajero andavo diretto a nord, presi una di queste strade, diretto a Goma, in Congo, e più precisamente Rugari, un villaggio lì vicino. In quell’occasione non ero solo! Quella volta con me c’era Daniela, una ragazza di Roma, reclutata quando, ormai, avevamo capito che senza almeno un supporto per la preparazione dei progetti non era più possibileandare avanti così . Il lavoro era tanto e non si poteva più continuare con le sole poche risorse che avevamo, anche perché i progetti continuavano ad aumentare. Ci siamo dovuti rassegnare e d’accordo con il presidente abbiamo ingaggiato Daniela. In quel viaggio, oltre a Daniela e all’autista, che era quasi d’obbligo, quando il viaggio era particolarmente lungo, quella volta, c’era pure Kuruma, un liberiano esperto “logista”, con una lunga esperienza in missioni umanitarie, fatta soprattutto con altre o.n.g. italiane, con un’ottima conoscenza della lingua italiana. Kuruma era stato da noi assunto, o meglio inserito nel progetto di Rugari, direttamente da me in un incontro a Kampala; mentre con Daniela c’eravamo già conosciuti una prima volta in Italia, rispondendo ad una sua richiesta di lavoro. Veniva da Roma e ci siamo incontrati a Reggio Calabria. La strada che da Kigali porta a Goma passa da Gisenyi, ultima roccaforte prima della frontiera. Gisenyi è cittadina rwandese che per metà si trova in Rwanda e per l’altra metà nella Repubblica Democratica del Congo. Un confine divide le due parti, che, ovviamente, assumono nomi diversi. L’altra metà, in territorio congolese è, appunto,

Goma. In pratica, si tratta di un’unica grande città divisa tra due stati diversi i quali hanno imposto nomi diversi; Goma per il Congo e Gisenyi per il Rwanda. La strada per giungere a Gisenyi ci aveva offerto un suggestivo spettacolo della natura. Imponenti montagne si vedono stagliarsi alte e minacciose. Fra queste una serie di vulcani, alcuni dei quali costantemente in attività. Di uno di questi, il Nyiragongo, tristemente famoso, ci occuperemo quando tratteremo del nostro intervento a seguito della catastrofica eruzione del 2002, che ha distrutto buona parte della città di Goma e che ci ha visti, fra i primi, a prestare soccorso alla popolazione. All’ingresso a Gisenyi si vedeva un pullulare di gente andare nelle due direzioni di marcia. Assordanti si sentivano i clacson, per segnalare la presenza delle macchine. Ai fianchi della strada si scorgevano facilmente anche i campi dei profughi e rifugiati della guerra del ’94 e sotto le bandiere dell’ONU una serie di costruzioni. Gisenyi è ancora considerata zona calda a causa delle continue escursioni in territorio congolese dei militari che, evidentemente non del tutto soddisfatti di come sono andate le cose nella guerra del ‘94, stanano i restanti ribelli hutu che, invece, vorrebbero rientrare in Rwanda. Passare la frontiera in quel punto non era un fatto semplice, non si trattava delle solite formalità che regolarmente incontravamo nelle altre frontiere. Qui, le questioni con i militari preposti alle operazioni di autorizzazione al transito, erano interminabili, e, quasi sempre finivamo a corrompere il militare di turno preposto alle operazioni di lasciapassare, il quale, coscientemente, si offriva ad essere corrotto, ed a nulla valeva


il fatto che i documenti erano in perfetta regola. Ancora ora, in quelle zone, indossare una divisa non equivale a svolgere un pubblico servizio, una pubblica funzione. Lì, non è per nulla così! La divisa dà una possibilità in più di esercitare un potere per propri fini personali. Questa, secondo i tanti pareri eccellenti, è una delle grandi piaghe che affliggono i paesi africani ed a cui i governi, le istituzioni locali (spesso anch’esse corrotte) dovrebbero pensare di mettere un freno. Quando ero lì ho assistito quasi sempre ad abusi da partedei funzionari di frontiera. Spesso il passaggio di queste era oggetto di lunghe ed estenuanti trattative per concordare il prezzo all’autorizzazione del passaggio, che regolarmente finiva nelle tasche degli addetti alla frontiera; mostrandosi decisi, spesso le pretese si riducevano; ma in quelle situazioni l’essere decisi va, sempre e comunque, mediato con la spavalderia del militare e qualche volta gli eccessi di decisione offrivano l’occasione di vecchie rivalse nei riguardi dei “bianchi” colonizzatori e depredatori dell’Africa. La via cortese, ma decisa, si dimostrava sempre la vincente e meno dispendiosa. Nell’immaginario di un africano, il “muzungu”, cioè il “bianco”, è sempre colui che hai i soldi, “’nmani”, come usano loro impropriamente pronunciare dall’inglese. E’difficile anche farli pensare diversamente, dal momento che i pochi bianchi, che si vedono da quelle parti, sono sempre ordinati, attrezzati di tutto punto e con potenti macchine al seguito.L’idea che loro hanno del “bianco”, delle sue risorse, è solo questa, e lo pensano in maniera indiscriminata senza fare distinzione fra bianco e bianco . Una volta ad un gruppo di ragazzi in una discus-

sione informale cercavo di fare capire che anche nel nostro mondo opulento esistono dei bianchi che vivono in miseria; i barboni, per intenderci. Era impossibile far passare il concetto; che potessero esserci bianchi in povertà era per loro inconcepibile. Restavano convinti che si trattava di burloni, gente a cui piaceva scherzare. Per loro i poveri non potevano esistere in realtà dove predomina la ricchezza ed il benessere; e come dargli torto. Non esiste alcuna possibilità di far cambiare idea ad un uomo di colore. Per loro il “muzungu non può non disporre del denaro, anche a dispetto di dinamiche economiche differenti, e te lo dimostrano dicendoti chiaramente che in fondo a te non costa nulla cederne un po’ per loro. Questo, in qualche modo, giustifica una visione, se vogliamo ipocrita, nei confronti della riconoscenza. Forse sembrerò irriverente, ma se vi capita di fare un qualsiasi dono per strada, anche se sarete ringraziati ampiamente, il dono sarà preso come qualcosa di dovuto. Spesso qualcuno, in confidenza, vi confessa, candidamente, che gli restituite, e quindi si riprende, quanto i suoi padri colonizzati dai bianchi, hanno avuto sottratto per secoli; e per “suoi padri” intende quelli che hanno visto depredare l’Africa (forse non sapendo, mi viene da aggiungere, che il fenomeno, più raffinato e subdolo, prosegue ancora oggi). Affermazioni che così esposte possono sorprendere, ma sono certo di non sbagliarmi nel giudicare questi aspetti comportamentali che, sicuramente, ad occasionali visitatori possono sfuggire. Un discorso il suo che non fa una grinza, ma di cui, nei casi specifici, va data, evidente, una chiave di lettura diversa, in relazione alla circostanza. Ovviamente, questo modo


di relazionarsi con i bianchi riguarda, poi, quelle piccole minoranze che hanno sentito parlare della storia dell’Africa, perché il resto, così confinato nella miseria più assoluta, pensa solo che una donazione è una possibilità in più di sopravvivenza. In ogni caso, al di là di queste valutazioni, smisurato resta il mio amore per questa terra e la sua gente! Come si diceva, passata la frontiera di Gisenyi, ad attenderci c’era personalmente il Vescovo, responsabile della diocesi di Goma. Una persona brillante, ospitale, che parlava un ottimo francese, e aveva qualche conoscenza dell’italiano. Viveva in totale modestia e secondo i principi del Vangelo, al contrario di molti suoi pari con i quali sono stato a contatto durante quel periodo (argomento scottante che mi porta sicuramente a dover pagare un prezzo; ma è un tema a cui non vorrei sottrarmi per i numerosi spunti che offre per comprendere molte delle motivazioni che stanno alla base della presenza dei religiosi in terra d’Africa. Un approfondimento che bisognerebbe, prima o poi, fare e questa non è la sede adatta). Il vescovo di Goma era un tipo tosto, sempre in prima linea, che sapeva, anche fuori dal suo mandato di uomo di chiesa, battersi politicamente contro i soprusi e per i diritti della povera gente ! In una manifestazione di questo tipo era stato anche ferito. Goma è la città situata più ad est dello sterminato Congo. Si affaccia sulla sponda nord del lago Kivu, mentre sullo stesso lago, ma a sud, si trova Cyangugu. Il lago “Kivu” divide longitudinalmente il Rwanda dal Congo ed un battello fa continuamente la spola fra le due città. La città di Goma ha una storia particolare. Meta di molti europei di paesi diversi, presenta uno stile architettonico

gradevole, influenzato dalla colonizzazione belga e, come tutte le città africane di confine, ha da risolvere tutta una serie di gravi problemi di sicurezza. Questioni irrisolte sono ancora le conseguenze della guerra del '94 con i numerosi profughi hutu rifugiatisi nell’entroterra per sfuggire alla caccia spietata dei rivali tutsi, che ancora manifestano sentimenti di vendetta. In quel periodo, per questi motivi, Goma veniva considerata, soprattutto nella sua immediata periferia, la zona più instabile dell’intera Regione dei Grandi Laghi. La nostra Ambasciata a Kampala la segnalava come altamente pericolosa e le mappe dei servizi americani la davano in rosso, il segno massimo per indicare il pericolo che si correva a starci. Il nostro intervento lì prevedeva una visita al “Centro de Santé” di Rugari, un piccolo villaggio interno, distante da Goma circa 40 km. Al “Centre de Santé” (così erano chiamati alcuni presidi medici che spesso si sostituivano agli ospedali) di Rugari avevamo, in precedenza, fatto pervenire un carico di medicinali, spediti direttamente dall’Italia, e acquistati da una cooperativa del Veneto. Quella visita serviva per completare la fornitura e sistemare alcuni aspetti formali. Anche l’esperienza di Goma non ci fece mancare il suo carico di tensione. La strada per Rugari si presentava piena di insidie. Con Daniela si cercava di sdrammatizzare ironizzando, ma anche quella volta tutto andò liscio, grazie all’esperienza dell’autista del vescovo, che ci ha accompagnati. Un ragazzo locale che sapeva correre spedito sulla strada polverosa e piatta che portava a Rugari. Sapevamo che l’autista in quei casi sarebbe stato fondamentale ed io porto ancora impresso


nella mente il suo sguardo puntato sulla strada, con abbracciato il gigantesco volante della potente jeep. A Goma restammo per quattro giorni. Lì abbiamo conosciuto diversi missionari e particolarmente vivo e caro è il ricordo dei Padri Caracciolini. La premessa a quanto segue è che non sempre i volontari di prima linea vivono di disagi e pericoli, frequenti per loro sono anche i momenti piacevoli, piccoli o grandi! Anzi ogni occasione è buona per cercare di staccare con le difficoltà e le fatiche. Spesso con la sempre identica motivazione che i loro intestini sono troppo delicati per cibarsi nelle bettole locali, e sicuramente, considerate le condizioni igieniche, non si può dare torto, spesso, quando possibile, si concedono pranzi o cene nei migliori ristoranti europei della zona. Quella volta a Goma, con Daniela, l’autista, e Karuma, invitati dall’economo del vescovo, ci siamo fermati per la cena in un ristorante che per la posizione, l’impeccabile servizio ed il gusto delicatissimo delle portate, non penso proprio di esagerare nel dire che ho fatto fatica a pensare di essere ancora nell’Africa nera. Elegantissimo, con i suoi graziosi tavoli sparsi lungo il prato rigorosamente curato all’inglese e con un'incantevole vista sul lago. Un posto così suggestivo che difficilmente si dimentica, anche se poi risulta difficile far passare che un simile ristorante si trova in una città sperduta dell’Africa centrale. A Goma, con il gruppo religioso dell'ordine dei Padri Caracciolini, avevamo instaurato un rapporto molto affettuoso e amichevole, tanto che, quando i due responsabili, P. e L., ci chiesero un intervento in zona ci sembrò un’occasione per ricambiare l'amicizia. Domandavano per una zona lì vicina

(non ricordo il nome) la costruzione di un pozzo che avrebbe dato fine a tutta una serie di annose questioni fra confinanti. Una contesa che durava da tempo e che spesso sfociava in azioni violente. La costruzione del pozzo avrebbe finalmente risolto, una volta per tutte, le liti fra i confinanti che si contendevano l’unica risorsa d’acqua. Una disputa che ormai durava da anni e che minacciava di degenerare da un momento all’altro in un conflitto. Il nostro sopralluogo ci confermava la fattibilità; si trattava solo di preparare un progetto da esibire alla Cooperazione Italiana a Kampala, per il finanziamento. Successivamente, lasciammo Goma per fare ritorno a Kampala. Qui, intanto, le cose erano abbastanza cambiate rispetto a come le avevo lasciate nel racconto. Non alloggiavo più nella residenza di M., l’associazione aveva, nel frattempo, messo a disposizione una nostra sede, eravamo in affitto. Un grande alloggio costruito di recente nel quartiere di “ ’Ntinda”; una zona periferica ma non troppo distante dal centro di Kampala. Per l’arredamento mi ero occupato direttamente. Ricordo, con simpatica, le trattative con i correttissimi artigiani del posto, con i quali si era stabilito un simpatico rapporto, che si evidenziava in affettuosi saluti. Persone nella mia memoria ricordate con molta simpatia per il loro saper anteporre la stima ed il rispetto a qualsiasi altro rapporto commerciale. L’abitazione di Kampala disponeva di un vasto giardino alle cui cure era preposto Walther, un ragazzo burundese che il proprietario della casa ci aveva raccomandato di tenere con noi. In quelle zone, la consuetudine vuole che ogni casa dispone di un “boy” (così viene


chiamato), che quasi sempre si accompagna alla casa stessa; praticamente il boy la segue con le trattative. Ovviamente il nuovo inquilino o proprietario può scegliere diversamente, ma la prassi impone che insieme alla casa si prenda anche il boy, cosi come avevamo fatto noi. Walther era un giovane ragazzo burundese che si distingueva in riservatezza ed indipendenza. Taciturno, non era facile comunicare con lui che passava le giornate ad ascoltare la musica di un grande e pesante radio-registratore, che quasi sempre si portava appresso. Del tutto autonomo, se decideva di lasciare incustodita la casa per giorni di fila non ci si poteva ribellare, più di tanto. Quando era presente, invece, dimostrava tutta la sua efficienza. Personalmente ero molto affezionato a lui, tanto che non trovavo mai niente da dire le volte, e non rare, che mi toccava lasciare la macchina all’esterno della casa, perché lui era andato via chiudendo il cancello dall’interno. Per non dire le volte che, di ritorno dall’Italia, mi toccava saltare il recinto. Ciononostante, avevamo un rapporto di reciproca stima e simpatia. Un giorno, memorabile, venne con me ed altri amici italiani per una partita a biliardo. Quella del biliardo era in pratica il nostro svago di quelle sere, quando stavamo a Kampala. In quella parte d’Africa, il biliardo è come da noi il calcio. Quasi tutti i locali, ristoranti, discoteche, dispongono di biliardi, quasi sempre tutti occupati. Spesso, quando mi trovavo a Kampala, con l’amico Mario, un italiano, pure lui, come M., marchigiano, che a Kampala conduceva un avviato salone da parrucchiere, non aspettavamo che l’occasione per fare in uno dei locali, la nostra partitella. Si andava all’ hotel “Sheraton”, ma il più delle volte all’

“Al’s bar”, un tipico locale africano molto caratteristico, dove le sere si concentrava la mondanità di Kampala. Più che partite quelle erano vere e proprie dispute. Il vincitore era obbligato a incontrarsi con l’avversario riportato in lista fatta da una serie di sguardi d’intesa. Alle gare facevano da cornice quasi tutti i presenti del locale. Ogni colpo era accompagnato da ovazioni o da espressioni di dissenso e delusione. Le biglie erano di due colori: bianco e rosso; vinceva chi riusciva a mettere prima nelle buche quelle del colore assegnato. I tornei si concludevano con festeggiamenti, imprecazioni e propositi di rivincite. I locali erano pressoché imbattibili; senza “pressoché” gli indiani assidui frequentatori di quei locali. Noi, italiani, ci difendevamo abbastanza bene con M. il parrucchiere che aveva affinato una sua tecnica, che prevedeva il salto della biglia, riscuotendo grande successo ed applausi. Quella volta, Walther, era particolarmente emozionato, perchè, penso, fosse la prima volta che andava a giocare a biliardo, ma soprattutto perchè ci andava con dei “wazungu ” e davanti a tutti era un gran motivo di vanto. Impacciato, non era neanche capace di reggere la stecca, che non ne voleva saper di stare ferma fra le sue dita. Ma quella fu, per lui, una serata che ricorderà per molto tempo. Al ritorno, camminava che sembrava non toccasse per terra e una volta a casa s’abbracciò al suo gigantesco stereo. Vedere nelle piccole cose la felicità ci faceva meditare sulle nostre vite. Quella volta di Walther al “Al’s bar” con noi c’era anche Barike. Si, proprio Lei! Barike era, ora, al servizio della nostra associazione, lavorava per noi.. Ma forse è bene dare una sequenza ai fatti, così come, nel frattempo, si erano succeduti. ... (continua nel prossimo numero)


Cooperativa sociale a r.l. "Medicina del Territorio" (Medi.Ter) Via Eucario Silber 16 - 00050 Torrimpietra (RM) Telefono: 06 61699201 - FAX: 06 61698098 mediter@mediter.org - http://coresanlazio.cos.it/mediter/ La Cooperativa sociale a.r.l. "Medicina del Territorio" (MEDI.TER) si propone di: - promuovere il territorio come sede primaria di cure ed assistenza - privilegiare gli aspetti solidaristici della professione medica - promuovere la formazione in campo medico-scientifico - realizzare servizi socio-sanitari per l'individuo e per la collettività con particolare attenzione alle persone fragili. L'ambulatorio polispecialistico Medi.Ter eroga visite, esami e cure di secondo livello assistenziale, con l'obiettivo di favorire: - un'adeguata qualità di accoglienza e cura - una tempestiva risposta ai bisogni di diagnosi e cura del cittadino - visite specialistiche ed indagini per patologie diagnosticabili precocemente - una efficiente continuità assistenziale tra Medico di Famiglia e Specialista Ambulatoriale - la facilità di accesso per ricoveri od esami presso strutture sanitarie pubbliche o convenzionate, attraverso la collaborazione tra i medici dei vari livelli di assistenza (Medico di Famiglia - Medico Specialista - Medico Ospedaliero) SERVIZI DISPONIBILI Il Poliambulatorio fornisce prestazioni (visite, indagini strumentali, cure e trattamenti) nei seguenti ambiti specialistici: ALLERGOLOGIA - CHIRURGIA GENERALE - CARDIOLOGIA - DERMATOLOGIA - ECOGRAFIA ENDOCRINOLOGIA - PSICOLOGIA - FISIOTERAPIA - GASTROENTEROLOGIA - LOGOPEDIA GINECOLOGIA - MAMMOGRAFIA - OCULISTICA - MEDICINA LEGALE - NEUROLOGIA NEUROPSICHIATRIA - ORTOPEDIA OTORINOLARINGOIATRIA - PNEUMOLOGIA REUMATOLOGIA - UROLOGIA


Speranza

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