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Periodico mensile - ViewPoint anno II n. 3 - euro 2,50 - Poste Italiane S.p.A. - Sped. in abb. post. - 70% DCB PERUGIA

aprile 2011

View P oint l’umbria nel mondo il mondo dell’umbria anno

II numero 3 euro 2,50

PERUGIA underground


Le immagini di copertina e degli articoli su Perugia sotterranea sono state gentilmente concesse dall’Ing. Vagni. Gli scatti sono di Pietro Livi

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Un tesoro sotto la cattedrale

I Maga I quattro ragazzi del rock umbro

Gli scavi dell’acropoli

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perugina

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PoEtiche La danza immobile di Gladys Basagoitia

Viaggio attraverso

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Elide M. Taviani Sulle orme di Maria

Fisioterapia L’importanza della diagnosi

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Sfida ai fornelli Il coniglio finisce in forno

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Le origini di Perugia

View P oint

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2400 anni di civiltà

L’imam Abdel Qadar Uno sguardo al mondo mediorientale e occidentale

www.viewpointumbria.it OLIVARO

L’OFFICINA

Premiate le migliori aziende olearie umbre

Inaugurata la mostra Osmosi dei sensi con Stefano Borgia


View P oint E’ un’ edizione

Fat Chicken s.n.c. di La Penna Silvia

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Periodico mensile Iscriz. Trib. di Perugia n° 36 26/05/2010 Direttore editoriale Silvia La Penna

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Tiziana Nanni, gli scatti dell’anima

La fotografa umbra racconta la sua arte

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Una casa di produzione a Montefalco Donatella Botta racconta “Il primo incarico”

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Manuel Monni e il mondiale Mx1 Il perugino accende

il motore della sua Honda

Direttore responsabile Massimo Pistolesi Staff di redazione Ramona Premoto, Barbara Maccari, Pier Paolo Vicarelli Progetto Grafico a cura di Fat Chicken s.n.c. In questo numero hanno collaborato: Brunella Bruschi, Luca Mignanelli, Elena Testa, Federico Boila, Daniele Calzoni, Floriana Lenti, Dott.ssa Luisa Canonico, Luigi Zeppetti e nonna Tina (per la rubrica di cucina) Concessionaria pubblicitaria Fat Chicken s.n.c. Silvia La Penna 329.6196611 Contabilità e diffusione Silvia La Penna 329.6196611 fatchickensnc@legalmail.it amministrazione@fatchicken.it Servizio abbonamenti Abbonamento annuale (10 uscite) Euro 20,00 Intestato a: Fat Chicken s.n.c. Iban.

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L’Università di Perugia riporta alla luce una città romana

Inaugurata la mostra patrocinata da Piero Angela

Stampa a cura di Tipografia Pontefelcino S.r.l. www.tipografiapontefelcino.it View P oint

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di

underground

Un tesoro sotto la cattedrale

Pier Paolo Vicarelli

Gli scavi nell’acropoli sacra della città di Perugia ci svelano 2400 anni di storia

I

n questo affascinante reportage storicoartistico abbiamo voluto condurre i nostri lettori nei sotterranei della cattedrale di Perugia, attraverso una inedita intervista all’ingegnere Luciano Vagni, direttore dei lavori degli scavi e progettista del consolidamento statico del complesso monumentale della cattedrale di San Lorenzo. Ingegnere Vagni, come ha fatto a scoprire tutti questi tesori sotterranei custoditi dal tempo in 2400 anni di storia? All’origine di questo lavoro c’è sicuramente tanto studio e tanta passione. Quando ho presentato al nostro Arcivescovo Monsignore Bassetti, il progetto di consolidamento del capitolo della cattedrale di San Lorenzo, sapevo, ed in cuor mio anche speravo, che avremmo trovato un tesoro sotterraneo di una grande civiltà. “Sono stato presule in tante cittadine Etrusche, mi ha detto un giorno l’Arcivescovo, ma nessuno come lei è venuto dal cielo per dare luce alle preziosità nascoste sotto di noi”. Bassetti aveva capito l’enorme importanza di questo ritrovamento. Ingegnere, perché secondo lei sotto la cattedrale di Perugia si trova un santuario Etrusco? Le rispondo con un quesito: “come chiamerebbe lei, un recinto con mura ciclopiche dell’altezza di circa 10 metri che delimitano uno spazio sacro, all’interno del quale si trova un tempio e una fontana artificiale in grado di fornire acqua potabile tutto l’anno, sulla sommità di un colle?” Tutto ciò non può che essere un santuario. Come si fa a capire che le mura trovate all’interno di questo recinto

View P oint

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Carta d’Identità: Luciano Vagni

L

uciano Vagni, laureato a 24 anni al Politecnico di Torino nel 1970, ha iniziato nello stesso anno la sua attività professionale presso la società Sicel progettando e realizzando importanti opere in acciaio come l’Idroscalo di Taranto e le tribune coperte dello stadio di Catanzaro. Professionista poliedrico, la passione dell’uso dell’informatica nei problemi dell’ingegneria lo porta ad essere titolare dal 1972 di un importante centro di calcolo. Specializzato in prefabbricazione civile e industriale, ha partecipato anche imprenditorialmente come socio della “Prefim Sud” di Avellino e proprietario della “Centro Italia Prefabbricati” di Frosinone, nonché presidente del “Consorzio Italiano Prefabbricati”. Particolarmente sensibile ai problemi di dissesto statico, ha progettato il consolidamento e restauro di opere rilevanti quali il Palazzo Caracciolo di Avellino, il Convento di Giffoni a Salerno, il Palazzo Manzioli Lovisato ad Isola di Capodistria, e di complessi monumentali umbri: la Basilica di Sant’Ubaldo, San Pietro e San Benedetto e il Palazzo Toschi Mosca a Gubbio, la Cattedrale di Todi. Nella sua Perugia ha curato la progettazione statica e l’esecuzione del Palasport Evangelisti, di Palazzo Stocchi e vari interventi di consolidamento e restauro nelle Scuole Fabbretti e Ugo Foscolo, in Via Maestà delle Volte e nelle logge di Braccio, nella Cattedrale di San Lorenzo, nella Chiesa di S. Simone del Carmine. La sua filosofia professionale si riassume in questa frase: “ogni edificio ha la sua anima che si esprime attraverso un’armonia architettonica e strutturale; non è possibile intervenire su di esso senza averla individuata, e ogni intervento deve essere possibilmente rivolto al suo ripristino e alla sua conservazione”.

rappresentano un tempio? Perché queste mura costituiscono un altro rettangolo più piccolo situato a sud-est del santuario, al di sotto del quale abbiamo ritrovato inconfondibili elementi di arredo di un tempio etrusco, come le “antefisse” (piccole statue di terracotta che riproducono immagini di divinità, posizionate ai bordi del tempio, per chiudere gli spazi vuoti lasciati dalle rotondità dei coppi di copertura). Osservando bene le fondamenta del tempio, risulta ben visibile all’esterno l’ampliamento effettuato in epoca successiva, certamente romana, per adornare lo stesso di un 06

View P oint

colonnato perimetrale. Secondo lei, dove era collocato l’accesso al tempio? L’ingresso del tempio era sicuramente a sud, più precisamente sul margine sud-est del santuario; alla sinistra dell’ingresso si trovava l’altare, ovvero un grande piano di appoggio della grandezza di 3,3 metri, sul quale venivano poste le offerte sacrificali. Venivano forse effettuati sacrifici umani? Certamente no. Gli etruschi erano rispettosi del corpo umano, considerato come un tempio, ovvero una residenza dell’umanità, tanto da rispettare l’anatomia di cui

erano maestri i greci. Sull’altare venivano appoggiati gli ovini, i cui fegati venivano analizzati dagli “aruspici”(sacerdoti-maghi) per praticare l’arte della divinazione. Lei, inizialmente ci ha parlato anche di una fontana sacra. E’ possibile che gli etruschi abbiano costruito un acquedotto precedente a quello eseguito da Fra Bevignate nel 1275? Gli etruschi non avevano bisogno di trasportare acqua, ma da esperti conoscitori della natura, sapevano benissimo come si formavano le sorgenti; cioè come un’acqua piovana, attraverso un lungo percorso


“All’origine di un progetto così complesso c’è sicuramente tanto studio ma anche tanta passione” “Grazie a questo lavoro di consolidamento è stato possibile conoscere la splendida civiltà del popolo etrusco” Nelle suggestive immagini di Pietro Livi alcuni dei reperti portati alla luce durante i lavori di consolidamento della cattedrale di San Lorenzo a Perugia.

nelle viscere della terra, diventava potabile, arricchendosi di sali e pronta per essere bevuta. Alla base del loro santuario hanno voluto costruire una fontana per consentire ai pellegrini che si accingevano a salire verso

R -Sicuramente, l’immaginazione di fronte a ritrovamenti così importanti è stata ed è continuamente viva; non potrei parlare così se non avessi la certezza che tutto ciò corrisponde alla sorprendente realtà.

il tempio, di purificarsi. Per questo, hanno costruito una serie minuziosa di drenaggi verticali e orizzontali, capaci di convogliare l’acqua piovana verso un pozzo che fungeva da riserva nei momenti di maggiore siccità. Più lunghi erano i drenaggi e maggiore era la portata anche nei periodi di siccità. Ma allora quest’acqua era analoga all’acqua santa delle nostre chiese? Dalle mura di un santuario non poteva venire acqua sacra, o santa che dir si voglia, ma era provvidenziale. Questo studio è anche un’eredità importante per tutti noi?

Occuparmi del consolidamento delle fondazioni degli edifici monumentali del capitolo della cattedrale di Perugia mi ha consentito di conoscere la splendida civiltà del popolo etrusco. Mi sono posto infinite domande alle quali ho potuto dare risposte razionali solo attraverso anni di studio. Quale è stato il momento più affascinante di questi anni di lavoro? Ogni giorno ci sono state sorprese che hanno fornito notizie utili per capire qualcosa in più del giorno precedente, fornendo indicazioni su quello che probabilmente avremmo trovato il giorno successivo. Sono state

pagine di storia rigidamente interconnesse l’una all’altra che ci spiegano le trasformazioni con il susseguirsi delle generazioni. Ognuna delle quali ha lasciato testimonianze del suo passaggio. Ma il momento più esaltante è stato quando ho capito che il popolo etrusco aveva probabilmente costruito la sua città prendendo come modello il cielo. Tanti erano gli indizi che portavano ad una così suggestiva ipotesi costruttiva. Ma era necessario avere delle prove concrete che finalmente un giorno sono venute alla luce. Ingegnere, quando ci farà capire qualcosa di più sul popolo etrusco? Sul mistero che avvolge il popolo etrusco si sono persi scrittori di tutti i tempi che hanno sempre cercato soluzioni ed ipotesi, legate a fenomeni di magia e suggestione. Nessuno ha voluto guardare il cielo al quale loro si rivolgevano nella loro arte di divinazione. Un cielo fatto di corpi fisici; cioè di costellazioni fisse e in movimento. E’ li che si trova il riferimento alla loro scienza fatta di attenta osservazione di una natura della quale il cielo costituisce la “parspostica”, cioè la parte dell’intelletto e della ragione. Mentre la terra costituisce la “parsantica”, cioè la parte della natura. I templi, i santuari e le città venivano progettati copiando la “pars-pratica”, ed erano luoghi sacri perché gli etruschi erano convinti che nel cielo risiedesse Dio. ● View P oint

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di

origini

underground

Alla scoperta delle

Perugia

Breve viaggio nel sottosuolo del centro città tra i resti di oltre 20 secoli di civiltà

di

Q

uando si parla di Romolo e Remo è noto a tutti che si sta parlando dei due fratelli gemelli, mitici fondatori di Roma; Romolo uccise Remo e divenne il primo re di Roma. Forse non tutti sanno, però, che anche Perugia ebbe i suoi fondatori mitici, anche loro fratelli ed eroi etruschi, Ocno (o Aucno) e Auleste . La nascita di Roma si

fa risalire all’VIII sec. a.C., quella di Perugia è collocabile intorno al VI sec. a.C. Si tratta di miti di fondazione inventati a posteriori e creati per dare un’origine sacra alla città. Romolo ed Auleste rappresentavano la città all’interno delle mura, Remo ed Ocno erano simbolo del territorio, al di fuori delle mura, indispensabile per il sostentamento degli abitanti. In entrambi i casi uno dei due

Luca Mignanelli

fratelli scompare, chiaro segnale del potere che andavano assumendo le città fortificate in quell’epoca a discapito di un sistema insediativo sparso sul territorio. Perugia nasce come città etrusca intorno al VI sec. a.C. e, come si può desumere dai dati archeologici, si è trattato della supremazia delle classi aristocratiche latifondiste su una realtà territoriale dell’epoca composta da View P oint

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I due fratelli Ocno e Auleste sono gli eroi etruschi fondatori mitici di Perugia

L’itinerario sotterraneo del capoluogo umbro è un vero e proprio viaggio estremamente suggestivo

piccoli insediamenti. Un vero e proprio assetto urbano Perugia lo assumerà solo nel IV sec. a.C. quando verrà dotata di mura e porte. Si è parlato della fondazione della città perché ora è finalmente possibile fare un viaggio indietro nel tempo, quasi fino alla sua origine, andando a visitare gli scavi sotto la cattedrale di S. Lorenzo, aperti al pubblico da febbraio di quest’anno. Questo nuovo percorso archeologico è qualcosa di eccezionale per Perugia, dato che la città attuale ricalca in tutto e per tutto quella antica e quindi, nei secoli, le varie fasi di crescita e di espansione dell’abitato hanno cancellato quasi tutto ciò che vi era di precedente. L’itinerario che si presenta ai visitatori è estremamente suggestivo. L’area del

percorso archeologico prima era un grande interro il quale è stato rimosso durante i lavori di scavo. La cosa che colpisce di più, una volta entrati, è il grande muro etrusco che serviva da contenimento per il terrazzamento dove tutt’ora sorge la cattedrale. All’interno della terrazza è possibile vedere anche le grosse spine con funzione statica, che dovevano contrastare la spinta operata dall’enorme interro e contribuire a sostenere gli edifici soprastanti. Questo possente terrazzamento è stato realizzato nel II sec. a.C., nella fase di monumentalizzazione della città: sulla terrazza vi era un’area sacra, un tempio, dedicato ad Uni la divinità etrusca che sta per Giunone. Di quest’area sono visibili le fondamenta.

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View P oint


Musei capitolari della Cattedrale di San Lorenzo Piazza IV Novembre 06123 PERUGIA Tel. 075 5724853 075 5724853 E-mail: beniculturali@diocesi.perugia.it Sito web: www.museiecclesiastici.it Note: i sotterranei sono visitabili tutti i giorni tranne il lunedì dalle 10-13 e dalle 15.30-17.30 - Visite guidate ore 11.00 e ore 15.30 Chiusura: LUNEDI - 25/12- 01/01 - MATTINA DI PASQUA- 01/05 Prezzi: intero € 8.00

Strada antica basolata che passa ai piedi del muro di terrazzamento (nella pagina precedente) che collegava le attuali piazza Cavallotti con piazza Danti”.

Anche prima della creazione del grande muro di contenimento l’area della cattedrale ha avuto una continuità di utilizzo come area sacra: lo sappiamo dai reperti che sono stati ritrovati durante lo scavo, databili dal VI sec. a.C. in poi fino al I sec. a.C. Sono stati ritrovati anche dei frustuli di muro databili al VI sec. a.C. Negli ultimi anni di scavo (tra il 2007 e il 2009) è venuto alla luce un bel tratto di strada basolata di epoca romana (rifacimento augusteo di una strada etrusca) che è la continuazione di quella che era già stata trovata negli anni ‘80 sotto piazza Cavallotti e che passa sotto il muro di terrazzamento. A fianco di questa strada, verso il duomo, è stata ritrovata una casa (domus) di metà I sec. a.C. di cui sono visibili un pezzo di pavimento in coccio pesto e

l’impluvium che era collocato nell’atrio. La guerra tra Antonio e Ottaviano (il bellum perusinum, 41-40 a.C.) segna una cesura non solo per la politica della città, Perugia è definitivamente sottomessa, ma anche per l’architettura; il grande incendio che si sviluppò distrusse molti edifici, tra cui la domus di cui si parlava prima e sono tutt’ora visibili gli strati di cenere legati all’incendio. Queste sono solo alcune delle scoperte emerse durante gli scavi, per il resto si rimanda alla pubblicazione ufficiale della soprintendenza che si spera veda la luce al più presto. Sulla suggestione di queste scoperte ci sono state anche ipotesi a volte forse eccessivamente fantasiose. Ma è certo che la Perugia sotterranea rimane un meraviglioso viaggio da fare. ● View P oint

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un medico

Quadar

religion

Abel

imam in Umbria

Arrivato per studiare, oggi gestisce il Centro islamico di Perugia. Ecco la sua versione del mondo

I

l centro islamico di Perugia è situato in uno dei tanti vicoli di via Settevalli, rendersi conto della sua presenza non è poi così difficile dato il grande cartello all’entrata con su scritto “Centro islamico” e un’ulteriore incisione in arabo. Una volta superato il cancello si può ammirare un grande cortile dove si affacciano la sala di preghiera e una stanza predisposta ad accogliere i fedeli o chi è di semplice passaggio. Ed è proprio in questa sala che l’imam di Perugia, Abdel Qadar, spiegherà il legame che intercorre tra il mondo islamico e la regione Umbria. Prima di iniziare con le domande strettamente legate al suo credo sorge la curiosità del perché tra tutte le regione

di

d’Italia abbia scelto proprio l’Umbria. “La mia scelta risale a trentanove anni fa. Sono venuto a Perugia per studiare all’Università per stranieri. In seguito mi sono iscritto alla facoltà di medicina, anche se ho conseguito la specialistica all’Università di Roma. Alla fine sono tornato in questa città, perché mi sono trovato benissimo e ho semplicemente deciso di rimanere e crescere qui i miei figli”. Parlando della storia della sua vita è noto che sia legata alla creazione del centro islamico della città di Perugia, come è nata la necessità di istituire questo luogo di preghiera? “Negli anni ‘70 a Perugia eravamo molti studenti di origine araba e sentivamo il

Elena Testa

bisogno di creare un centro di preghiera per riunirci. All’inizio abbiamo cambiato più volte la sede, fino a quando non abbiamo trovato il posto che rispondesse alle esigenze di spazio che avevamo.” Uno spazio tanto grande da dover accogliere quanti fedeli? “Ci sono molte persone appartenenti alla religione islamica, ma non tutte frequentano il Centro; la media forse è il venti o il trenta per cento. Il venerdì è dedicato al momento della preghiera quindi c’è una maggiore affluenza, così per le feste più importanti. Inoltre organizziamo degli incontri per stare insieme. Ci sono circa 120 bambini che frequentano i corsi per imparare l’arabo e il corano, una sorta di catechismo nostro”. View P oint

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“Chi uccide una persona è come se uccidesse l’intera umanità e chi fa vivere una persona è come se facesse vivere l’intera umanità” (Corano) Lei per poter essere la guida di questa comunità ha intrapreso degli studi particolari? “Sì, sono imam e per esserlo bisogna studiare a fondo le sacre scritture di modo che si possa comprendere meglio il giusto e lo sbagliato. Il male e il bene. Il perdono e la sacra parola. Io non ho fatto degli studi specifici veri e propri, ma con il tempo ho acquisito quella cultura tale da permettermi di poter stare alla guida della comunità”. Lei che vive in Italia trova che ci siano delle differenze nel modo di vivere la religione tra oriente e occidente? “In occidente il collegamento con Dio si è, per tanti versi, interrotto. Questo lo si può vedere anche nel modo in cui vengono onorate le feste sacre, ormai il Natale e la Pasqua sono diventate l’espressione del solo consumismo. Bisogna chiederci dove sia finito il senso di fratellanza. Si è insinuata nel tempo uno sorta di fobia nei confronti di chi è diverso, una xenofobia generalizzata, quando in realtà tutte le religioni predicano il contrario. Dobbiamo tornare alla spiritualità”. Parlando di razzismo trova che in questa regione ve ne sia nei vostri confronti? “Sicuramente non siamo compresi a pieno, ma molti di noi si sono integrati benissimo e senza problema alcuno. Certo siamo differenti nello stile di vita e infatti mi sembra strano che ancora non mi sia stato chiesto del perché non mangiamo maiale, non beviamo alcool e le donne portano il velo?!” Se vuole è liberissimo di spiegarlo... “La religione islamica è molto più scientifica di quello che si possa credere. Non beviamo e non mangiamo maiale semplicemente perché fa male all’organismo e preferiamo avere un corpo sano. Per quanto riguarda le donne il discorso è più complesso... in Islam sono considerate come delle ostriche: l’abito è la conchiglia e la donna la perla. Mi rendo comunque conto che non sia semplice 14

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capirlo per chi non ha mai indossato il velo. Spiegato questo, vorrei aggiungere che non è assolutamente vero che l’Islam sottomette la donna; noi promuoviamo l’istruzione per tutti a prescindere dal sesso e questo perché lo ha detto lo stesso Profeta che fece di sua moglie una delle detentrici del sapere, imponendo il suo esempio a tutto i fedeli. Per quanto riguarda la tanto discussa poligamia, l’Islam cerca solo di legalizzare la natura umana. Quanti uomini in occidente hanno un’amante nascondendo alla propria moglie la verità? L’Islam non vuole questo e intende legalizzare ciò che gli uomini fanno”. Allontanando per un momento lo

sguardo dall’Umbria e proiettandolo verso la difficile situazione che stanno vivendo la maggior parte dei popoli del Medio-Oriente, lei da imam e guida di un comunità che pensiero ha in proposito? “Quando c’è pressione la gente si ribella. La maggior parte degli Stati del medio oriente sono oppressi da regimi che sfruttano il proprio popolo, quando in realtà dovrebbe essere il contrario, lo Stato deve essere al servizio del cittadino. Le persone hanno taciuto per troppi anni, a partire da paesi come Egitto e Tunisia. Governatori che si sono arricchiti alle spalle della popolazione, accumulando ricchezze che in realtà non


gli appartengono. Adesso è giusto che le persone facciano sentire la loro voce e lottino in nome della libertà”. Non ha paura che in paesi come l’Egitto invece di instaurarsi una democrazia si possa sfociare in un Regime islamico come quello di Komeini? “Questa paura trovo che sia ingiustificata in quanto la popolazione adesso è colta e non lo permetterebbe. Quelli di Saddam, Mubarak e tanti altri sono stati regimi militari e adesso la gente non vuole più questo, desiderano solo un Governo civile che guidi la democrazia e la libertà. Ci deve essere un controllo efficace per fare in modo

che coloro che si vestono da liberatori non sfruttino l’occasione solo per dare potere a se stessi. Troppo spesso il mondo ha taciuto le ingiustizie, pur sapendo la situazione di questi Paesi e nessuno ha mai fatto o detto niente per interessi economici e politici. Non bisogna intervenire solo quando è comodo. Parlando dell’Egitto i Fratelli musulmani non hanno mai avuto modo di comandare o di imporsi su un Governo oppressore come quello di Mubarak, loro sono stati, infatti, solo figli di una falsa propaganda portata avanti dallo stesso dittatore egiziano. Se si analizza la loro posizione

politica in Tunisia possiamo notare che non si sono voluti candidare alle elezioni, certo fanno parte del Parlamento ma solo per partecipare al progresso del Paese in cui vivono. Loro fanno parte del popolo e sono una espressione di esso ed è per questo che non devono essere messi a tacere, in quanto sono la voce della maggioranza”. Ma secondo lei che influenze dovrebbe avere la religione nella vita politica del mondo islamico? “Io sono convinto quando affermo che l’occidente non conosce la nostra religione, ma hanno solo visto in azione dei gruppi che non appartengono ad essa e la snaturano del suo reale essere. L’Islam è nata come esigenza di salvare l’umanità dalle tenebre dell’oppressione, donandogli solo la libertà e questo lo ha professato anche il primo califfo, quando diceva “Perché avete fatto le persone schiave quando Dio le ha create libere”. Su questi principi si muove l’Islam, sui principi di libertà e democrazia. L’oppressione rappresenta una sfaccettature dell’uomo e non della nostra religione. Un uomo che sfrutta un potere che non gli appartiene. Lo stesso atto di uccidere un’altra persona è proibito, è peccato, infatti nel Corano c’è scritto: “Chi uccide una persona è come se uccidesse l’intera umanità e chi fa vivere una persona è come se facesse vivere l’intera umanità” e non si parla solo di morte in senso stretto, ma la vita intesa sotto ogni profilo che sia quello lavorativo, mentale o sociale”. Un uomo inizia un canto che si propaga in tutto lo spazio circostante mettendo fine alle domande. Il richiamo alla preghiera riporta l’imam di Perugia, Abdel Qadar, a guidare la sua comunità. Si congeda lasciandoci con parole di fratellanza, libertà e democrazia. Non resta che ringraziarlo per questo viaggio in un mondo apparentemente lontano ma che forse è molto più vicino al nostro essere di quanto non si possa credere. ● View P oint

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l’anima come

obiettivo

art&job

Tiziana Nanni

Dalla pittura alla fotografia una vita dedicata all’arte dell’immagine

E

di

Ramona Premoto

lmo in testa, scudo e lancia tra le mani. Tiziana asseconda i capricci della sua reflex, gioca con le lenti, si muove sicura. Una sorta di Atena dello scatto. Vederla all’opera è privilegio di pochi, non ama essere osservata, come del resto parlare di sé e delle sue fotografie. Abbassa gli occhi, si nasconde dietro la folta chioma rossa e si concentra sulle mani nude. Sì perché una guerriera dell’immagine combatte solo armata di obiettivo e di emozioni, ed ora si scopre indifesa. Rompe gli indugi ribadendo che: “in verità, non possediamo altro che le nostre sensazioni”. Ed è sui sensi che imbastiamo il nostro discorso. Il percorso di Tiziana Nanni verso la fotografia nasce nelle aule dell’Istituto d’Arte di Perugia, è qui che comincia quella che lei definisce la sua “ricerca cromatica” ma il rapporto con la pittura si delinea fin da subito controverso e frustrante: “Non riuscivo a rappresentare in pieno ciò che avevo nella testa e soprattutto le emozioni che sentivo dentro di me”. View P oint

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“Preghiera silenziosa” è la foto di Tiziana Nanni vincitrice dell’area fotografia sociale del “Marsciano Artegiovani”.

Poi l’incontro empatico con la macchina fotografica, le basta prenderla in mano per capire che la sua “caccia” è finita: Atena ha stanato la preda, ecco il suo “marchingegno indagatore”. “Cercavo un senso in mezzo a un bel po’ di nebbia, uno strumento che riuscisse a tirare fuori quel mondo complesso e dinamico che covavo dentro. Con la fotografia il velo ha iniziato a diradarsi e sono sgorgate di getto le emozioni”. L’obiettivo della Nanni immortala corpi seminudi, sguardi, volti immersi nella natura, teatro infinito dallo scenario mutevole, in cui spesso ama ambientare i suoi scatti. E poi ancora donne e uomini alle prese con le loro fragilità. “Ciò che mi intriga del soggetto non è la realtà, ma la sua verità. Voglio che l’immagine non “dipinga” semplicemente la persona e la sua esteriorità ma che ne rubi l’essenza, o che ne rappresenti un’idea o un significato più profondo”. Ma quando cominciamo a parlare di “tecnica” è avversa ad un po’ di cose: niente foto in studio con fondali pronti, schemi di luci artificiali e studiati a tavolino, pose fredde costruite e finte; per

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View P oint

Tiziana, comunicare significa sapersi servire anche solo di una “compatta”. “Spesso, nella mia testa esiste già una visione astratta di ciò che voglio fotografare, allora parto alla ricerca di un luogo che mi comunichi delle sensazioni. A volte, al contrario, mi capita di trovarmi in un posto e di venire sopraffatta dall’ispirazione giusta all’improvviso. Non so come spiegarlo a parole, è un movimento intimo che sento dentro e so che sono vicina allo scatto “perfetto” per me. Allora penso: qui ci vorrei portare quella persona. Ed ecco che arriva il momento in cui ci troviamo in tre: io, il soggetto e l’obiettivo. L’alchimia nasce quando la persona che ho davanti smette di guardare la macchina fotografica, si dimentica che ci sono e si abbandona a se stessa e ai suoi pensieri; nessuno si accorge più dell’altro e diventiamo magicamente un tutt’uno”. Si emoziona quando le chiedo di descrivermi il momento in cui la lente è diventata il suo terzo occhio: “Più che un momento io parlerei di un incontro, quello con uno dei più grandi fotografi di questo momento per me: Giovan Battista D’Achille,

un artista di origini umbre ma che ora vive e lavora a Milano. Osservare il suo modo di creare mi ha aperto un mondo nuovo. Ho conosciuto prima la sua arte, le sue fotografie, la sua sensibilità toccante in cui mi sono subito riconosciuta. Poi ci siamo


“Voglio che l’immagine non “dipinga” solo la persona e l’esteriorità ma che rubi l’essenza, o ne rappresenti un significato più profondo”

incontrati di persona l’anno scorso, e si è instaurato da subito un rapporto molto profondo, lui è una persona speciale che si è rivelata vera anche nell’amicizia. Il suo lavoro e quello che riesce a trasmettere con le sue immagini mi commuove e mi ispira,

“A volte prediligo scattare in bianco/nero, che per me non toglie semplicemente “colore” ma anzi, dà vita alla fotografia” Giovan Battista D’Achille, di origini umbre, è stato l’incontro determinante per la vita artistica di Tiziana

ed è un incoraggiamento a proseguire il mio viaggio, a stabilire un’empatia con me stessa e l’obiettivo.”. E dopo i primi scatti, per Tiziana, arrivano le conferme. Una mostra intitolata “Ritratti” e un concorso vinto con uno scatto molto particolare: “Con grande sorpresa e soddisfazione a settembre 2010 mi è stato assegnato il primo premio, area fotografia sociale, del “Marsciano Artegiovani”, il tema era: “Miti, riti e memorie”. La mia foto, “Preghiera silenziosa”, raffigura l’ombra di un uomo a testa china accanto ad una croce, ed è stata un’emozione grandissima vincere proprio con questa immagine perché mi rappresenta molto. A quello scatto ho attribuito un significato forte che poi credo tocchi un po’ il vissuto di tutti e il nostro rapporto con la fede, la didascalia che l’accompagnava ne completa il significato: “Credo nelle assenze (essenze), nelle ombre come memoria di presenze, nei silenzi come preghiere pure e sacre”. Il rapporto contrastato dell’artista Nanni con i pennelli si riflette anche nella scelta cromatica delle foto, nel bel mezzo del bivio “bianco/nero-colore”

Riflessi d’artista: nella foto sullo specchio Tiziana in posa

indugia: “A volte prediligo scattare in bianco/ nero, che per me non toglie semplicemente “colore” ma anzi, dà vita alla fotografia, tira fuori la sostanza, laddove invece la policromia potrebbe distrarre dall’essenza. Altre volte, invece, ho bisogno dei colori, ed ho bisogno di esprimermi con essi. Le sfumature danno senso alle tinte, le tonalità sottolineano certi aspetti estetici che credo rispecchino il mio modo di vivere e vedere le cose. Parlando tramite sensazioni io credo che il bianco/ nero sia emozione, concetto, mentre il colore sia completamento estetico, a volte anche vanità. Sono comunque entrambi strumenti essenziali per me”. Sui progetti futuri Tiziana è sicura, imbraccia le armi e riindossa l’elmo: “Fotografare per me è vitale, ed è una sorta di terapia, una continua ed infinita scoperta di me stessa e del mondo, un percorso che mi “obbliga” costantemente a guardarmi dentro, ad affrontare le mie paure e ad alimentare la mia innata curiosità per la vita. Il mio desiderio è semplice, continuare a vivere di scatti, e se non qui in Umbria sarà altrove”. Poi si sbilancia: “Magari in un posto caldo”. ●

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Donatella Botti racconta la sua storia e presenta la nuova produzione

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all’Umbria alla cinematografia internazionale Donatella Botti, produttrice nata a Montefalco, ci racconta la sua storia e la presentazione del nuovo capolavoro cinematografico “Il primo incarico” che sarà proiettato sul grande schermo dalla fine di aprile. Quale percorso ha attraversato per arrivare a produrre film d’importanza nazionale e non solo? Bisogna andare indietro nel tempo di molti

anni. Ho cominciato da ragazza, ho imparato gradualmente le tecniche cinematografiche, sono stata aiuto regista, poi segretaria finché ho aperto la casa di produzione: la “Bianca Film”. All’inizio abbiamo puntato molto alla realizzazione di spot pubblicitari, nel 1997 è arrivata la proposta per produrre il primo lungometraggio e poi i film; ne conto oltre quindici. Sono abbastanza contenta del livello a cui sono arrivata. L’ultimo film prodotto è “Il primo incarico”. Qual è il valore sociale?

E’ un’opera di una donna, Giorgia Cecere, che per la prima volta si è cimentata nei panni di regista, dopo essere stata sceneggiatrice e aver collaborato con grandi registi. La protagonista del film è Isabella Ragonese: un’attrice brava, giovane, che stimo molto e che –sono sicura- lascerà il segno e rimarrà a lungo sulla cresta dell’onda. Le scene sono state girate in Puglia, dove il film è ambientato, e ci si immergerà negli anni ’50 insieme ad una insegnante che affronta il disagio del distacco da casa, la difficoltà di View P oint

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Il primo incarico

E’ il 1953. Una ragazza del Sud Italia deve andare lontano da casa per il suo primo incarico come maestra. Le dispiace, non perché lascia sua madre e sua sorella, con loro è tutto chiaro e a volte duro. Ma al suo paese ha una storia d’amore importante, a cui crede molto, con un giovane dell’alta borghesia che sembra ricambiarla sinceramente. Si promettono che nulla cambierà tra di loro, è solo fino a giugno, poi chiederà il trasferimento. Così parte, un po’ triste e un po’ curiosa di ciò che l’aspetta. Ma quel che trova è ben diverso da ogni sua immaginazione. É molto peggio. Una scuola sperduta su un altopiano, ragazzini selvatici, gente con cui non ha niente in comune, una natura ostile. Resiste per orgoglio e perché Francesco la ama anche per quello, per il suo coraggio. Finché un giorno freddo di febbraio tutto precipita nel buio, tutto sembra per sempre perduto. Non è così, non è mai davvero così. Nena lo scoprirà a poco a poco…

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La casa di produzione “Bianca” di Montefalco Nata nel 1993, la società di Donatella Botti ha mostrato un forte interesse per la realizzazione del nuovo cinema italiano, producendo opere di autori come Calopresti, Rubini e Martone; ha mostrato attenzione

inserirsi in un mondo lavorativo nuovo, in un paese del sud Italia per certi versi ostile. In tutto ciò il messaggio è che la ragazza al suo primo incarico, appunto, prende coscienza di sé, delle sue capacità, senza cedere a compromessi e preparando le basi per il proprio futuro. Il film ha partecipato al Festival del cinema Venezia nel 2010 nella sezione “Controcampo”. Un movimento tutto femminile si sta muovendo in Italia, da “Se non ora quando?” all’8 marzo. Il dialogo tra le donne è aperto… Contesto pertinente per questo film al femminile: la produttrice è donna, la regista è donna, la protagonista anche. Credo che ricorderemo questo periodo storico e da donna sottolineo che non dovremo abbassare la guardia. Si sente parlare di quote rosa e di precarietà femminile; è giusto avere uno sguardo attento sulla questione di genere. Che rapporto c’è tra cinema e donne? Anche nel cinema ci sono ruoli in cui le donne sono relegate. Rispetto ad altri settori, si registra il 20% di presenza

verso la produzione di cinema d’autore. Si è dimostrata attenta al lancio di nuovi autori producendo i primi film di Francesca Comencini e di Matteo Garrone. La società ha utilizzato spesso lo strumento

Un film ambientato nel sud, tutto al femminile la produttrice è donna, la regista è donna, la protagonista anche “Mi piacerebbe che le istituzioni facessero di più per sostenere i giovani talenti. L’Umbria ha fatto dei tentativi, ma prevalentemente in campo teatrale”

della coproduzione, collaborando principalmente con la Francia (ad esempio, ha coprodotto insieme all’Europacorp. “La Felicità non costa niente” di Mimmo Calopresti).

femminile, ma risulta ancora molto difficile scardinare contesti e punti di vista maschili. Le produttrici donne sono effettivamente troppo poche. Che consiglio dà ai giovani umbri che vogliono intraprendere una carriera cinematografica? Mi piacerebbe che le istituzioni facessero di più, cercando di sostenere i giovani talenti. In molte regioni hanno investito in questo senso, l’Umbria ha fatto dei tentativi, ma prevalentemente in campo teatrale. Forse la vicinanza con il Lazio impedisce uno sviluppo maggiore, dato che i registi si trasferiscono a Roma. I cinema, poi, sono pochi e nei centri storici stanno chiudendo. E’ complesso far crescere culturalmente l’idea e la passione per il cinema. Le multiplex si stanno espandendo e i ragazzi le frequentano perché trovano più offerta. Progetti per il futuro? Li sto sviluppando a fatica, visti i tagli alla cultura, ma fortunatamente ce ne sono tanti. Sono convinta che da questa regione possano nascere davvero buoni frutti. ● View P oint

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music

I Maga la faccia rock dell’Umbria

I quattro ragazzi perugini all’inseguimento di un sogno che sembra a portata di mano

di

Daniele Calzoni

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orreva l’anno 2007 quando, per un gruppo di ragazzi residenti a Perugia, nasceva l’idea di un grande sogno musicale. Corre l’anno 2011 e la realizzazione del sogno è molto vicina, i Maga, un gruppo rock composto da musicisti che vivono nel comprensorio perugino si sta infatti imponendo passo dopo passo anche sulla scena nazionale, sino all’incisione di un proprio cd, previsto per i primi mesi estivi. E sono proprio i due componenti più “anziani” del quartetto rock, Marko Montarani e Giuseppe Licandro, che ripercorrono le tappe della loro storia: “Sì, era il 2007 – ricordano i due – e ci conoscemmo per caso, grazie ad un incontro. L’idea era infatti quella di creare un sito musicale e allora grazie ad un annuncio ci ritrovammo insieme con altri due ragazzi e da lì, cominciò la nostra storia”. Una storia fatta di momenti duri, e di cambi, sino a giungere all’attuale formazione: “Con l’andare avanti abbiamo avuto degli avvicendamenti, nel 2008 è infatti arrivato Andrea alla batteria, e poi nel 2009 abbiamo completato la nostra formazione con l’ingresso di Armando al basso”. L’evoluzione non è stata solo a livello umano, anche di natura musicale: “All’inizio – continua Licandro – eravamo un gruppo cover dei Gree Day, ci chiamavamo Warning, crescendo e suonando insieme ci siamo accorti che potevamo fare di meglio, abbiamo iniziato a trovare dei suoni nostri e così in breve ci siamo ritrovati ad avere un repertorio di canzoni tutte inedite”. Ovviamente non sono mancati nemmeno gli investimenti: “Senza dubbio – continua View P oint

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I Maga si sono esibiti a Reggio Calabria in occasione del memorial per la scomparsa di Mino Reitano, “Una esperienza indimenticabile” Montarani – nonostante un po’ di difficoltà all’inizio, con l’andare del tempo ci siamo fatti un nostro studio di registrazione ed una nostra sala prove, oltre ovviamente a tutte le attrezzature del mestiere, come amplificatori, casse, mixer e i vari strumenti. Inoltre come attività collaterale abbiamo dato vita a delle iniziative di carattere musicale. Nel 2009 siamo infatti partiti con il ‘7 note contest’, una gara musicale aperta ai gruppi della nostra regione e non solo, infatti nelle due edizioni svolte sino ad ora abbiamo avuto anche adesioni di band che provenivano da fuori regione. Siamo molto soddisfatti di come sono andati, non solo per le belle location proposte ai nostri concorrenti ma anche per il pubblico che ha seguito gli eventi, ora, stiamo lavorando per l’edizione 2011”. Tutto questo senza

Nei progetti del gruppo c’è l’uscita del primo cd e la partecipazione a concorsi musicali in giro per l’Italia mai rubare tempo al gruppo, le cui tappe sono state in un crescendo di emozioni: “Abbiamo iniziato a suonare a Perugia – continua Licandro – partendo nei vari locali e per i vari eventi della nostra città, come ad esempio l’inaugurazione di Borgonovo, per poi espanderci in giro per tutta l’Umbria”. Sino ad arrivare all’ultima esperienza, quella più recente di Reggio Calabria: “Sì, grazie al nostro impresario siamo riusciti a suonare al memorial per la scomparsa di Mino Reitano che si è tenuto proprio a Reggio Calabria, dove ci hanno assegnato un pezzo che abbiamo dovuto riarrangiare”. Senza dubbio un’esperienza indimenticabile: “Abbiamo avuto un assaggio della vera vita dei musicisti, qualcosa di così grande non l’avevamo mai provata credo che ci rimarrà dentro per molto tempo e che ci servirà da

sprone per crescere in futuro”. Un futuro che è già cominciato: “Stiamo lavorando da tempo sul nostro primo Ep – dicono in coro Licandro e Montarani – che dovrebbe essere il nostro trampolino di lancio, sarà una sorta di prewiev prima del cd ufficiale, conterrà sei canzoni tra le quali anche quella suonata a Reggio Calabria. Inoltre abbiamo già progettato le nostre trasferte a Milano, Bologna, Firenze e così via per partecipare a concorsi musicale, senza trascurare il nostro pubblico umbro, abbiamo già delle date fissate per Perugia e per altri eventi umbri”. Quello fatto dai Maga è un rock assolutamente innovativo, che spazia dal melodico all’Hard Rock, con parole totalmente italiane, ma il sogno qual è? “Il nostro sogno? Quello di suonare davanti a gente che canta le nostre canzoni”. ● View P oint

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poetiche

La poesia senza frontiere: Danza di

Brunella Bruschi

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on è raro né casuale che la poesia si riveli talvolta un terreno fertile per realizzare quella multiculturalità di cui si parla, ma che spesso si accoglie più come astratto principio che come concreta fattualità. Gladys Basagoitia e il suo intenso lavoro poetico ne sono un fulgido esempio fra noi. Si tratta, infatti, di un personaggio molto amato nella nostra città per aver vissuto e lavorato qui da lunghi anni, realizzando, in virtù della sua generosa simpatia, numerose amicizie, scambi ad ampio raggio, con artisti e non, di emozioni, culture e talenti espressivi che fanno ormai di lei nella sensibilità collettiva una “perugina” a tutti gli effetti. In realtà la sua fama di poeta ha fatto il giro del mondo, avendo pubblicato in lingua spagnola anche in alcuni paesi americani. Ma la storia dei diversi esilii che il distacco dalla propria terra comporta, è purtroppo, sempre un po’ più complessa, e a questa sua “cittadinanza” legale e spirituale si affianca, almeno nella poesia, la lacerazione di una incolmabile distanza dalle radici. Gladys, nata a Lima, ha pubblicato in Italia numerosi libri, fra cui i più recenti in poesia: Acquaforte (2003), Rèverie (2004), Il colore dei sogni (2005), La carne/el sueño (bilingue, 2007), Danza immobile (bilingue, 2010). In prosa: Il sorriso del fiume (romanzo, 1995), ampliato in: Il fiume senza foce (2008). Ha conseguito diversi premi nazionali e internazionali di poesia e narrativa, è presente in varie antologie, ed è traduttrice, performer, biologa. Nella recente raccolta Danza immobile, uscita da appena due mesi,confluiscono la ricchezza di ispirazione e motivi caratteristica del suo versificare, la comunicativa della persona, la vivace umanità della donna e del poeta, e si fanno peculiare essenza della poesia, anche nel

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difficile, puntuale passaggio da un idioma all’altro, che sempre implica, in un certo senso, una deroga rispetto al testo di base (in questo caso quello in italiano): si dice, in genere, che tradurre è anche un po’ tradire. In questo libro, come negli altri che si servono delle diverse lingue, Gladys impiega una particolare attenzione a “tradire” meno possibile (sebbene questo in ogni traduzione poetica che mira a conservare valori connotativi del testo si riveli spesso necessario ed efficace) ed a traslare sensi profondi , che implicano una scelta attentissima dei lemmi e delle loro aree semantiche. In questo senso il suo lavoro è volto soprattutto a “porgere”, “portare altrove”: “trans-ducere” il suo pensiero e il suo vissuto interiore. La lirica “Scrivere in un’altra lingua”, che assume anche dalla posizione conclusiva un peculiare valore interpretativo, fornisce importanti indicazioni su come l’autrice vive questa esperienza:”…è un atto di

fede cosmica/ è credere nella fratellanza del canto/…pur preservando la nostra diversità…”. E non è l’unico passo in cui si rifletta sulla scrittura: in “Punteggiatura”, ad esempio, scrive:” Senza virgole né punti/per pigliar fiato/solo spazi vuoti/i bianchi silenzi/i silenzi brevi e bianchi/nessuna conclusione/ discorso aperto/senza fine il sogno”. Risulta, cosi, evidente che questa “fede cosmica”, questa generosità che è il senso stesso della scrittura, si propongono di affrancarla da ogni recinto, da ogni chiusura, dunque dall’accogliere il vieto, la scontata verità comune, in presa diretta col profondo che non cerca risposte a senso unico, ma un’apertura libera verso il sogno, che è anche immaginazione del reale. Danza immobile è un chiaroscuro di contrasti in cui è dominante la figura dell’ossimoro, inteso non soltanto come opposizione di contrari, ma più come uno spazio/tempo diversi, in cui i contrari mettono a fuoco qualcosa di


Immobile di Gladys Basagoitia Eppure sempre nelle sue liriche la luce respira al di là del colore, con una forza che produce un canto, investe le immagini e il ritmo dei versi

inaspettatamente comune e rivelatore di nuove prospettive, di più ampi orizzonti d’investigazione poetica ed esistenziale. Le sezioni della raccolta sono: Voci impreviste, Il chiarore dell’oscuro, Tessere la speranza, Rosso antico, Sassi neri/meraviglia bianca, Oltre il tempo. Tutti, quale più quale meno esplicitamente, annunciano l’opposizione complementare di cui si è detto. La poesia eponima del titolo principale, Danza immobile, appunto, in un’essenzialità espressiva di grande sintesi poetica,rappresenta una necessaria, conquistata consapevolezza, in un crescendo d’immagini, suggellate dalla efficace sinestesia conclusiva (“il volo del silenzio”, che fa coincidere la sensazione visiva con quella uditiva) : la scoperta che a un certo punto dell’esistenza nulla di ciò che è stato si dilegua, nemmeno un’attività provvisoria come il danzare (che, inutile dirlo, ha qui anche valori metaforici diversi), tutto si è stratificato e ha trovato sensi in

relazione a tutto. Una “danza immobile” che dà “un sussulto di luce” e fa vedere, appunto” ll volo del silenzio”, un’epifania, una sostanza che la riflessione, l’intensità dell‘accoglienza, proprio quando forse tutto sembra finito, ci consegnano come una risorsa insperata, una fertile ricchezza inedita per rinnovare la vita. Il repertorio di affetti, emozioni, sentimenti di cui si nutre il libro, è quello vasto e palpitante che trama tutti gli altri: amore, amicizia, nostalgia, slancio vitale, valori, maternità, pena. Se mai, la differenza con la poesia precedente è che qui tutto è osservato nel contempo attraverso la luce e attraverso l’oscurità, nel trionfo cromatico, che sempre connota la personalità di Basagoitia e il suo sentimento del vivere, ma anche nell’assenza di colore. Emblematico di tale cromatismo è, lo ricordiamo, il volume intitolato Il colore dei sogni, testi in qualche modo speculari a questi, perchè appartenenti alla fase giovanile, che si leggono come dei quadri creati da tinte primarie, il sentirsi appartenere ad una natura satura di colore e calore, fatta di cactus, di fieri carrubi, di agavi, di dirupi e sole delle Antille, rocce e lontanissime spiagge. Il rosso del sangue e del fuoco si accosta più volte al colore del mare: un mare vischioso e cupo, salmastro, che incorpora in sé il mistero, la forza inderogabile degli eventi “mari impossibili”, ma in cui non si annega, anzi ci si muove con lucidità e determinazione. E l’osmosi fra i sentimenti e gli accadimenti, è la stessa osmosi dei colori, del sangue e del mare, del fuoco e dell’acqua:”dalla roccia una sorgente rossa fluirà solitaria” “ l’illuminazione vi placherà la sete/ vi donerà il fuoco nuovo”. Anche in Danza immobile i rossi accesi, gli azzurri intensi, i verdi cangianti specchiano stralci di paesaggi e culture della sua

terra, ormai cosi distanti da sembrare polvere, come, invece, le sfumature, i toni trascoloranti evocano scenari e caratteri umbri che lei ha fatto ugualmente suoi nel comune denominatore della solidarietà, della reciprocità e dell’amore. Eppure sempre nelle sue liriche la luce respira al di là del colore, con una forza che produce un canto, investe le immagini e il ritmo dei versi. La luce è una strada intrapresa, è una netta marcatura di profili, o uno sguardo accecato sulla realtà, dunque la stessa oscurità che può smussare gli angoli, mostrare altre forme. ● COLORI Spogliata dai celesti e turchesi sorridenti apparvero rossi cupi e grigi premonitori ahimè i fiori miei i colori dell’infanzia petali della gioia che la vita fece polvere non so com’è che conservo il loro aroma malgrado io sia consapevole che ansioso all’orizzonte impaziente attende un garofano nero L’OSCURO Senza premeditazione il seminare l’enigma spina insonnia -potrebbe essere un pretestolo scrivere poesie il credere di vivere il sognare inediti colori della vita non sei quello che sei tempesta improvvisa fantasma di quel corpo illuminato bellezza inquietante dell’oscuro LUCE AMBIGUA Non riuscii mai a decifrare l’enigma che separò la tua vita dalla mia nel recondito delle tue intenzioni immaginai un sole inesistente e conobbi il rigore dell’agonia di allontanar la tua luce ambigua View P oint

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Maria un

Elide M. Taviani presenta la sua nuova opera e prepara un ciclo di iniziative che passeranno per molte città dell’Umbria

Conosciamo Elide M. Taviani Elide M. Taviani, insegnante e formatrice, è da molti anni Vice presidente e Coordinatrice dell’ASAL (Organizzazione Non Governativa di Cooperazione e di Educazione allo Sviluppo). Ha viaggiato molto, soprattutto in America Latina dove ha vissuto alcuni anni. Fra i suoi volumi: Il mondo nella scuola (Roma 2001), Guida all’informazione dal Sud (Roma 2003), Educazione ai Diritti: un viaggio attraverso il continente Latinoamericano (Roma 2007). E’ al suo esordio in campo narrativo.

E

sistono storie che non possono essere dimenticate, che necessitano di essere scritte e di conseguenza lette e divulgate. Ci sono situazioni ben precise che determinano il susseguirsi di fatti e di azioni in grado di modificare il mondo, di deviare un cammino e di cambiare le idee. La dimostrazione sta nelle parole della scrittrice Elide M. Taviani. Lei sa accompagnare il lettore, sa trasportarlo e condurlo “Sulle orme di Maria” - Storie di donne di qua e di là dal mare, recita il sottotitolo. Il testo è, infatti, una raccolta di racconti che traccia il disegno di un universo femminile tutto da scoprire e dal quale si ha molto da imparare. L’autrice narra spezzoni di vita vissuta con disarmante semplicità, mescola elementi narrativi a poesia e crea contesti in cui ogni donna può immergersi. Eppure viene da chiedersi: chi è Maria? E’ un’immigrata, ma è anche un’italiana, è una

di

madre alle prese con una figlia adolescente, è pure una figlia che cresce troppo velocemente e non accetta più di vivere nel proprio contesto familiare. Maria è una giovane sposa che aspetta che il suo compagno ritorni dalla guerra, ma è anche una piccola bambina che preferisce nel latte i biscotti al pane. Maria è il nome che accomuna le donne del libro, che non si conoscono tra loro, ma che per alcuni aspetti possono sembrare amiche e spesso sorelle. Maria è il filo rosso che unisce tutte le protagoniste in un corale inno alla determinazione e al coraggio. Non a caso Elide M. Taviani, che si occupa di educazione e cooperazione allo sviluppo, con il suo libro “Sulle orme di Maria” ha dato il via ad un ciclo di iniziative itineranti che passeranno per molte città dell’Umbria per parlare, discutere, incontrarsi su alcuni temi importanti per le donne italiane oggi. Nel

Floriana Lenti

libro (De Ferrari Editore) che raccoglie venti racconti, volutamente in ordine sparso, vengono rappresentati diversi volti della vita femminile, dall’infanzia alla maternità, e diverse realtà sociali e culturali, dai suburbi latinoamericani alla variegata società italiana. Si tratta di storie vere tratte dai contesti in cui l’autrice ha operato nel suo impegno sociopolitico: dagli anni ‘70 in Italia alle dittature Latinoamericane, dalle complesse realtà dei migranti e delle famiglie miste alle odierne aree di conflitto. E’ un testo attuale, da poter definire “senza tempo” che, come sottolinea Rosy Bindi nella prefazione, sa presentarci “Ritratti di ragazze, bambine e donne che l’autrice ha conosciuto e amato e che anche noi impariamo subito ad amare grazie ad una scrittura che indaga e coglie ogni movimento del cuore e della mente. Come le tessere di un mosaico ogni ritratto va a comporre un affresco unitario sulla forza femminile”. ● View P oint

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motorsport

Un “poliziotto

volante”

Il perugino Manuel Monni è pronto al passaggio sulla sella della Honda per una nuova avventura di

Barbara Maccari

I

l motocross: uno sport duro, pericoloso ma affascinante. Uno sport la cui popolarità in Italia non può essere minimamente paragonata a quella del calcio, ma negli ultimi tempi, grazie ad una serie di talenti nostrani, vede le sue quotazioni in rialzo. Uno di questi talenti si chiama Manuel Monni, 27 anni, perugino Doc, quest’anno in sella alla Honda dopo anni di militanza in Yamaha. Un ragazzo tenace che dopo un brutto infortunio nel 2010 è tornato più forte di prima. Quando le è nata la passione per questo sport e a che età hai iniziato? La passione è nata grazie a mio papà, anche lui correva e all’età di quattro anni mi ha regalato una piccola moto. Dopo anni di successi con la Yamaha quest’anno è passato alla Honda col Team Salucci Racing di Perugia che parteciperà al mondiale MX1, come sta andando la nuova avventura? Sono molto soddisfatto di correre per un Team della mia stessa città e con la Honda mi trovo molto bene, spero di fare buoni risultati. Descrivici il tuo allenamento tipo prima della stagione, qual è la tua tabella di marcia. Seguo una giusta alimentazione ed alterno l’attività con la moto alla palestra, alla piscina e alla bici. Nel 2010 ha partecipato al Motocross delle Nazioni con la maglia azzurra ottenendo ottimi risultati, che emozioni ha provato? E’ sempre una bella emozione vestire la 32

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maglia azzurra e partecipare al “Nazioni”, per me è stato un sogno visto, l’infortunio che ho avuto durante la stagione 2010, e ho cercato di dare il massimo come sempre. Ha mai avuto paura? Nella caduta in Portogallo dove mi sono

rotto una vertebra. Quanto contano famiglia ed amici nella sua vita? La mia ragazza, che presto sarà mia moglie, e i miei genitori sono davvero importanti perché mi sostengono sempre e mi posso


alla conquista della MX1

Il personaggio

Chi è Manuel Monni crossista dop

M

Manuel Monni con la casacca del Team Italia

Per ottenere risultati non basta l’allenamento in moto, ci vuole una dieta specifica e sudore in palestra, bici e piscina

Dopo l’infortunio dello scorso anno nel 2011 il centauro vuole riscattarsi piazzandosi fra i primi 3 agli internazionali e nella top 10 del mondiale

fidare di loro in qualsiasi momento. Con i miei amici di solito mi vado ad allenare e mi aiutano a svagarmi quando non ho gare. Quali son i suoi hobby? Bici, andare al cinema e cucinare. Hai già pensato a cosa farai “da grande”

quando scenderà dalla moto? Non voglio pensarci a quel giorno … Però mi piacerebbe fare scuola ai giovani d’oggi. L’obiettivo per il 2011 è … ? Essere tra i primi 3 agli internazionali ed entrare nella top 10 del mondiale. ●

anuel Monni nasce a Perugia nel 1984, prima moto all’età di quattro anni, prima gara a Padova nel 1991, primi punti nel mondiale nel 2002. Fidanzato con Silvia, che presto diventerà sua moglie, il suo soprannome è “Taz13”. In qualità di agente di Polizia di Stato fa parte dell’organico del gruppo Sportivo Fiamme Oro. Nel 2005 campione italiano 125°cc senior, secondo classificato europeo delle nazioni, primo podio al mondiale, terzo classificato Gp di Germania. Nel 2006 primo classificato europeo delle nazioni. Nel 2007 “Taz” partecipa al campionato del mondo motocross classe MX2 col Team Yamaha 3C Racing. Nel 2008 è il vincitore degli Internazioni d’Italia di Motocross. Nel 2009 ottimo piazzamento nel mondiale MX2, chiude la stagione come ottavo nel mondiale. A maggio del 2010 bussa alla porta la sfortuna, durante la prima manche del GP di Portogallo della MX1 Manuel ha un incidente di gara e nella caduta colpisce la schiena e si procura la lesione di una vertebra cervicale. Una volta a casa “Taz” inizia la rieducazione lavorando come un matto per abbreviare i tempi di recupero. Palestra, bici, corsa, terapie e soprattutto una determinazione straordinaria, che gli consentono di polverizzare le tappe per una ripresa fisica ed atletica avvenuta in tempi record, tanto che Manuel torna in pista già nella stessa stagione, durante l’ultima tappa del Mondiale MX1 a Fermo. La consistenza della sua prova e la buona condizione fisica palesata convincono la Federazione a convocarlo per la gara più prestigiosa della stagione, il Motocross delle Nazioni a Lakwood in Colorado, che chiude con ottimi risultati. Nel 2011 cambio di moto, dopo parecchi anni sulla Yamaha torna in sella alla Honda e lo fa accasandosi al Team Salucci Racing di Perugia. Da sempre legato ai fratelli Salucci da una profonda amicizia, Manuel ha scelto la strada del ritorno in MX1 con il rinnovato Team Perugino che, per la prima volta, è approdata nell’élite del motocross mondiale. View P oint

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wellness

Una giusta diagnosi prima di iniziare

Per prestare il migior trattamento possibile bisogna conoscere esattamente il quadro clinico di

Federico Boila

Questa rubrica dedicata al benessere e alla salute con l’aiuto del nostro esperto Federico Boila che da oltre quindici anni all’interno dello studio fisioterapico e riabilitativo POLIS svolge la sua professione avvalendosi delle più moderne tecnologie per soddisfare ogni richiesta. Boila sarà lieto di rispondere alle domande dei nostri lettori scrivendo a: polis.f.boila@gmail.com o all’indirizzo dello studio Polis in Via Mascagni, 39 - 06132 San Sisto Perugia tel 075.5292185

Prima di cominciare qualsiasi trattamento è necessaria una diagnosi clinica che metta in evidenza la situazione del paziente e faccia capire al fisioterapista quale percorso intraprendere. Infatti una terapia decisa e messa in pratica in maniera frettolosa non solo non sarà efficace ma potrà addirittura peggiorare la situazione

U

n trattamento riabilitativo deve sempre iniziare dopo aver letto, o quanto meno dopo aver fatto una diagnosi clinica accurata del

paziente. La prassi vuole che la persona che si sottopone al trattamento, sia prima passata dal proprio medico curante e/o dal medico specialista. Il fisioterapista pone sempre attenzione a questo aspetto perché tale percorso lo mette in condizione di operare nel rispetto della salute e della incolumità fisica del paziente. Oltre a questo, una severa diagnosi prima di tutto ci permette di capire il percorso giusto per curare una persona. Come supporto alle diagnosi cliniche del dottore e del fisioterapista intervengono degli esami strumentali come la RX (radiografia), la RMN (risonanza magnetica nucleare), la TAC (tomografia assiale computerizzata), la MOC (mineralometria ossea computerizzata), l’ECOGRAFIA DEI TESSUTI MOLLI e DELLA CIRCOLAZIONE

(ecodoppler), la EMG (elettromiografia) e non ultimo, in alcuni casi se non già accertate, l’esame per verificare le condizioni del cuore del paziente, l’ELETTROCARDIOGRAMMA. Il nostro corpo è la risultante del lavoro in sinergia dell’apparato scheletrico, muscolare, neuromuscolare e circolatorio e tutti gli esami strumentali sopra citati ci consentono di verificare uno per uno lo stato di ogni singolo apparato. Quando un paziente si presenta dal medico o dal fisioterapista anche se spesso dal suo racconto e dalle sue condizioni cliniche, emergono dati che ci sembrano sempre

sufficienti per un trattamento, in altri casi invece è necessario approfondire l’indagine col supporto delle metodiche strumentali, per evitare di provocare ulteriori danni sottoponendolo ad un trattamento. In seguito a forti traumi, a microtraumi ripetuti o a sforzi sovradimensionati rispetto alle capacità fisiche, si può andare incontro a patologie dell’apparato muscoloscheletrico che possono dare conferma alla nostra diagnosi e soprattutto conforto al trattamento. Tutto ciò è il compendio della principale regola adottata in ambito medico: “PRIMO NON NUOCERE”!!!. ● View P oint

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ritagiare per estrarre la scheda

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-creatina: componente naturalmente presente nei nostri muscoli. L’assunzione di integratori con opportune concentrazioni di creatina può risultare utile nell’aumentare la produzione di energia a livello muscolare; -carnitina: sostanza normalmente sintetizzata da fegato e reni. L’assunzione di integratori contenenti opportune concentrazioni di carnitina può aumentare l’ossigenazione muscolare e il consumo di acidi grassi come fonte energetica a livello muscolare, determinando un generale miglioramento della performance sportiva; -estratti di piante adattogene (ginseng, eleuterococco, schisandra): sono in grado di aumentare la resistenza dell’organismo a situazioni di stress grazie ai differenti principi attivi che li costituiscono, tutti comunque ricchi di proprietà stimolanti. Integratori antiossidanti Sono integratori costituiti da molecole in grado di catturare e neutralizzare i radicali liberi prodotti dall’organismo anche in seguito ad una intensa attività fisica. L’eliminazione dei radicali liberi è importante per ridurre l’invecchiamento cellulare. I principali composti antiossidanti sono: -acido lipoico: oltre alla notevole capacità di neutralizzare i radicali liberi, è in grado di aumentare la captazione di glucosio ematico

da parte dei muscoli scheletrici, favorendo così un a migliore performance; - carnosina: proteina sintetizzata a livello epatico e normalmente concentrata nel muscolo scheletrico. E’ spesso presente negli integratori per sportivi perché all’attività antiossidante si associa anche l’importante capacità di tamponare l’acido lattico prodotto dai muscoli durante un intenso sforzo fisico, con conseguente riduzione della fatica muscolare; - coenzima Q10. Integratori plastici Sono integratori utili alla costruzione e al recupero della massa muscolare in condizione di lavoro sia aerobico che anaerobico. Il loro utilizzo è indispensabile nell’immediato postwork anaerobico, quando la fase di anabolismo (=costruzione) muscolare è massima e si vuole evitare il prevalere del catabolismo (=distruzione) del muscolo.-aminoacidi ramificata (leucina, valina,isoleucina) Sono aminoacidi ESSENZIALI, ossia non sintetizzabili dal nostro organismo .In particolar modo la Leucina è in grado di favorire il recupero muscolare immediatamente dopo un esercizio intenso. La GLUTAMMINA svolge un ruolo importante di anabolismo muscolare e di mantenimento dell’integrità del nostro sistema immunitario, rendendo l’organismo più resistente alle infezioni. ● scheda 1 View P oint Expert division


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Sfida ai fornelli: il coniglio è in forno A confronto la tecnica di uno chef e i segreti e l’esperienza di una casalinga

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finire in padella, anzi in forno, per la consueta sfida tra lo chef e nonna Tina, sarà il coniglio. A sorpresa il pro-

fesionista dei fornelli ha scelto una ricetta tradizionale, mentre la nonna si è cimentata con un preparato originale. Tutti in tavola.

di

Luigi Zeppetti

di

Nonna Tina

Sfama da oltre 30 anni marito e tre figli

Chef della Trattoria del Borgo di Perugia Coniglio farcito al finocchio selvatico

Sella di coniglio con aioli umbro

Ingredienti: Un coniglio fresco – Pancetta a fette g. 60 – Pane raffermo g. 100 – Latte dl. 2 – Macinato di vitello g. 100 – salsicce fresche n. 2 - 1 dl. di olio extra v. d’oliva – Vino bianco dl. 2 – Salvia e rosmarino tritati n. 2 cucchiai – finocchio selvatico tritato n. 2 cucchiai - uova n. 1 – colla di pesce n. 2 fogli - Sale e pepe q. b.

Ingredienti : 2 selle di coniglio disossate, 5 bacche di ginepro, 6 bacche di pepe nero, 6 fette di pancetta affumicata, 4 rametti di rosmarino, 3 mele delizia, 4 spicchi d’aglio, 1 tuorlo d’uovo, olio extravergine di oliva umbro, sale

Procedimento: Dopo avere disossato il coniglio, stendere la polpa nel tavolo da lavoro, con la parte interna rivolta verso l’alto, e ricoprirla con la pancetta a fette. Nel frattempo, a parte, mettere ad ammorbidire il pane e la colla di pesce nel latte, strizzare il tutto, e passarlo al tritacarne insieme, al macinato di vitello, la salvia il rosmarino ed il finocchio selvatico, successivamente amalgamare l’uovo formando una farcia. Disporre la farcia al centro del coniglio disossato, arrotolare, legare, condire con olio e sale e cuocere in forno a 170° C per circa 90’, bagnando con il vino quando sarà necessario. Una volta cotto, per evitare che le fette tendano a rompersi, lasciare riposare il coniglio per circa un’ora prima di tagliarlo.

Procedimento: Il coniglio è un alimento che fa parte della tradizione umbra. Sono svariati i modi in cui si può cucinare. Per questo mese vi parlo di una sella di coniglio preparata a metà tra una ricetta tipica e una innovativa. Iniziamo a mettere in un mortaio le bacche di ginepro, un pizzico di sale grosso e il pepe nero. Pestiamo a lungo le spezie fino ad ottenere però un trito non troppo fine. Ora occupiamoci del coniglio, dalla sella otteniamo 12 bocconcini e cospargiamoli con le spezie tritate. Dividiamo ogni fettina di pancetta a metà e avvolgiamo tutti i pezzetti di carne. Disponiamo poi su ognuno un ramoscello di rosmarino (meglio del nostro giardino così siamo sicuri non sia trattato) e fissamo tutto bene con qualche giro di spago da cucina. Passiamo alle mele che vanno sbucciate e disposte in una teglia da forno accanto al coniglio. Condiamo tutto con 5 cucchiai di olio (c’è bisogno che aggiunga che deve essere olio extravergine umbro?), un pizzico di sale e gli spicchi d’aglio non sbucciati, in camicia come si usa dire. Mettiamo tutto in forno già riscaldato a 180 gradi, e teniamo tutto chiuso per circa 25 minuti. Schiacciamo gli spicchi d’aglio per prelevare la polpa, frulliamo con le mele cotte, il tuorlo e l’olio rimasto e serviamo questa crema, l’aioli di mele, con il coniglio ancora ben caldo.

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caccia al gusto

Trattoria del Borgo

La passione per il buon mangiare umbro

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Trattoria del Borgo Via della Sposa, 23/a - Tel.075.5720390


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