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Copia omaggio per i Signori Medici - Vendita vietata

Leone Arsenio

Note Biografiche

Nel corso del processo evolutivo l’alimentazione ha certamente condizionato lo sviluppo del corpo umano ed in particolare del cervello, che a sua volta ha progressivamente modificato il comportamento alimentare, determinando una serrata concatenazione di rapporti causa-effetto che insieme hanno influenzato il comportamento sessuale e altri funzioni fondamentali come il sonno.

SESSUALITÀ, CIBO E CERVELLO

Mattioli 1885

Leone Arsenio è nato a Lecce il 9/7/1946. Si è laureato in Medicina e Chirurgia con il massimo dei voti e lode presso l’Università di Napoli nel 1970 e da quell’anno si è trasferito a Parma, dove ha conseguito i Diplomi di Specializzazione in Endocrinologia e Malattie del Ricambio, in Medicina Interna e, infine, in Biochimica e Chimica Clinica; dal 2004 è Responsabile della SSD di Malattie del Ricambio e Diabetologia. Svolge inoltre le funzioni di Professore a Contratto presso le Scuole di Specializzazione di Scienza della Nutrizione e di Geriatria dell'Università di Parma, presso Alma la “Scuola Internazionale di Cucina Italiana” di Colorno e in alcuni Master post-laurea. È Direttore Scientifico di “Progress in Nutrition”, Giornale Italiano del Metabolismo e della Nutrizione. È membro della Commissione Tecnico Scientifica per la Ristorazione Scolastica nell’ambito del Progetto “Crescere in Armonia. Educare al BeneEssere” del Comune di Parma. È Coordinatore del Gruppo “Alimentazione, Stile di Vita ed Ambiente” del Centro Etica Ambientale di Parma Ha già pubblicato i libri “Alimentazione ed esercizio fisico”, “Alimentazione, Colesterolo e Aterosclerosi” e “Alimentazione, clima ed evoluzione dell’uomo”.

Leone Arsenio

SESSUALITÀ, CIBO E CERVELLO

Esente da bolla di accompagnamento Art. 4 Comma 6 DPR627-78

E X P L O R A

Mattioli 1885

ISBN 978-88-6261-157-2

Immagine di copertina: Tiziano Vecellio, Baccanale, Madrid, Museo del Prado © Foto Bridgeman / Archivi Alinari

euro 22,00


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Alla mia famiglia

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Autore: Leone Arsenio Titolo sessualità, cibo e cervello

Isbn 978-88-6261-157-2 © 2011, Mattioli 1885 spa www.mattioli1885.com

Questo libro non può essere riprodotto, interamente o in parte, incluse le illustrazioni, in alcuna forma senza il permesso scritto dell’Editore e dell’Autore.


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Prefazione Due cose riempiono l’animo di ammirazione e di riverenza sempre nuove e crescenti, in quanto più spesso e più a lungo il pensiero vi si ferma su: il cielo stellato sopra di me e la legge morale in me. Immanuel Kant Anche se esiste una continuità tra la mente degli uomini e degli altri animali, il divario mentale che ci separa dalle altre specie è largo e profondo e la differenza è ancora misteriosa. M. Hauser

Nel corso del processo d’evoluzione umana l’alimentazione ha certamente condizionato lo sviluppo del corpo umano ed in particolare del cervello, che a sua volta ha condizionato il comportamento alimentare, e che insieme hanno influenzato il comportamento sessuale e altri funzioni fondamentali come il sonno. Nella vita dell’Homo Sapiens la sessualità ha assunto uno spazio enorme, non soltanto per scopi riproduttivi, ma anche con funzioni di mantenimento del legame affettivo tra partner, discostandosi enormemente da quella dei milioni di specie animali che popolano il mondo. In definitiva si è passati dal fulmineo accoppiamento dello scimpanzé alla sessualità ed all’erotismo dell’uomo, come dal pasto crudo si è arrivati alla cottura del cibo ed alla gastronomia. Anche se la monogamia è stata il legame prevalente, nel corso dei secoli è sempre rimasta la pratica del sesso extraconiugale: da parte dei maschi, avrebbe lo scopo di accrescere il numero di figli e, quindi, trasmettere di più il proprio DNA, e, da parte delle donne, che hanno una potenzialità di procreazione nettamente più limitata rispet-

to agli uomini, di migliorare la “qualità” dei figli, introducendo elementi di varietà genetica. Una peculiarità del comportamento umano è data dal fatto che il sesso è un fatto privato: l’uomo è l’unico mammifero che si apparti per l’accoppiamento. Il comportamento sessuale è strettamente collegato con quello alimentare, perché il cervello coordina un complesso ed articolato sistema di regolazione, che ha nell’apparato digerente e nel tessuto adiposo importanti effettori periferici, in grado di produrre ormoni ed inviare stimoli nervosi, capaci, a loro volta, di regolare l’assunzione del cibo, l’attività sessuale e il sonno, bisogni primari dell’uomo. Le recenti scoperte sull’attività incretinica rivoluzionano le tradizionali cure sulle malattie metaboliche, in primo luogo del diabete, perché superano le precedenti terapie basate sullo stimolo farmacologico ad una maggiore secrezione insulinica o sulla somministrazione esogena di questo ormone, puntando a migliorare gli equilibri metabolici, alterati da uno stile di vita errato. Un’altra peculiarità fondamentale dell’uomo è la capacità di stupirsi, di meravigliarsi e, come diceva Aristotele, di riflettere e di SESSUALITÀ, CIBO E CERVELLO |

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cercare di scoprire il senso delle cose. La sapienza appartiene soltanto all’uomo: pensa tutto e si pone il problema del tempo e genera la storia, cioè la raccolta più o meno arbitraria di un certo numero di avveniment; soltanto l’uomo comprende la necessità del passaggio dall’arbitrarietà all’etica della libertà e della responsabilità e sa di dovere morire, seppellisce con cura i propri morti e si pone il problema del dopo. L’apprezzamento del superfluo e la gratuità di molte azioni sono tipiche dell’uomo,

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mentre gli animali fanno solo l’essenziale. Il concetto di bene e di bello appare come universale per tutti i membri della specie umana e sembra essere simile ad una legge, come la legge di gravità. L’uomo, alla ricerca della felicità, è sospeso tra il desiderio d’infinito e la coscienza dei suoi limiti. Questo può portare ad atteggiamenti incauti o arroganti e soltanto il cuore può permettere di volare verso le stelle: come afferma Chagall “nell’arte, come nella vita, tutto è possibile se è basato sull’amore”.


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Indice

La sessualità La sessualità Gravidanza e parto Il matrimonio La vita sessuale e il comune senso del pudore Il sesso extraconiugale Amore e odio La gelosia La menopausa

9-12 13-15 16-20 21-33 34-36 37-38 39-41 42-43

Il corpo del Sapiens e l’evoluzione Il codice genetico Il cervello La caccia Il Bipedismo

45-54 55-65 66-71 72-75

La regolazione dell’appetito e della sazietà Fame, appetito e sazietà Appetibilità del cibo Il sistema di regolazione I circuiti del piacere La corteccia cerebrale prefrontale e il cibo L’apparato digerente e il cibo Il tessuto adiposo Disturbi del comportamento alimentare (DCA) Patologie da evoluzione

77-79 80-83 84-87 88-89 90-91 92-95 96-98 99-103 104-109

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L’intelligenza e il pensiero L’intelligenza e il pensiero Le emozioni Il linguaggio La sepoltura e l’aldilà L’Arte L’armonia e la proporzione aurea o divina e la geometria dei frattali La musica Il piacere e la felicità L’ozio L’etica Se al cervello sfugge qualcosa: gli eccessi e la perdita dell’armonia Bibliografia e testi consigliati

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Parte Prima | La sessualità

Rubens, Le tre Grazie, XVII sec. Museo del Prado, Madrid

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La sessualità

L’uomo rifiuta la Morte e vuole il Bene e la Bellezza, per sempre: la procreazione è ciò che di eterno e immortale spetta a un mortale Platone, Simposio. In principio era il sesso...In principio era il verbo...No, in principio era il sesso. Antonio Gramsci, Cronache teatrali, da Letteratura e vita nazionale

Il comportamento sessuale umano si basa su influenze genetiche ed acquisite, è strettamente intrecciato con l’alimentazione, il sonno, la termoregolazione e con i centri corticali ed è quindi estremamente complesso. La vita senza sesso è certamente possibile, tanto che la sessualità intesa come scambio di materiale genetico tra individui diversi è un fenomeno relativamente recente, risalendo a circa uno-due miliardi di anni fa. Ancora oggi, non solo organismi molto semplici, ma anche organismi animali complessi possono procreare in modo asessuato: termiti (Reticulitermes speratus), lucertole (Cnemidophorus) e formiche (Mycocepurus smithii) si clonano, lo squalo martello e i varani possono ricorrere alla partenogenesi. La trasmissione sessuata è, in realtà, svantaggiosa per l’individuo, perché la partenogenesi permette alla femmina di trasmettere l’intero suo DNA ed è 4 volte

più veloce nella trasmissione dei geni. La scelta della partenogenesi avviene in condizioni particolari (altitudini e latitudini estreme, ecc.) dove non esistono pericoli di predazione, mentre la ricombinazione sessuata permette di eliminare più facilmente le mutazioni dannose e garantisce un’incessante diversificazione genetica, obbligando gli eventuali aggressori ad aggiustare continuamente il tiro. La riproduzione sessuata è stata scelta o per un meccanismo di “Lotteria”, perché, aumentando la varietà, aumentano le probabilità di sopravvivenza, o per la coevoluzione contro i parassiti, perché, modificando continuamente le caratteristiche, si resiste meglio ai parassiti. In altre parole è necessario correre sempre per potere restare fermi nello stesso posto, secondo la famosa metafora della Regina Rossa da “Alice nel paese delle meraviglie”. SESSUALITÀ, CIBO E CERVELLO |

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Le caratteristiche essenziali della sessualità sono date dalla diversificazione in due gameti: un gamete femminile grande, poco numeroso, poco mobile e ricco di materiale nutritivo (il grande citoplasma), e un gamete maschile piccolo, molto mobile e numeroso. Solo l’accoppiamento grande-piccolo è praticabile, perché due grandi non si incontrerebbero mai e due piccoli non hanno citoplasma e non possono svilupparsi (A. Camperio Ciani in Evoluzione e socialità - Darwin Day 2010, 26 febbraio Parma). Nel gioco della riproduzione maschi e femmine hanno in apparenza lo stesso scopo, anche se sono perennemente in conflitto. Il maschio ha l’interesse di disseminare i propri spermatozoi, mentre la femmina ha l’interesse di non sprecare il proprio ovulo, scegliendo il maschio. La femmina, in definitiva, punta alla qualità, il maschio alla quantità. In alcune tribù, rimaste legate a condizioni di vita ancestrali, c’è una media omogenea di figli pari a 3,6 per le femmine, mentre per i maschi la situazione è molto più variabile, perché le possibilità di procreare oscillano tra 0 e 23 figli. In definitiva è sempre esistita una competizione sessuale tra i maschi, che esiste tuttora: i nostri giovani, troppo spesso vittime del sabato sera, sono vittime della competizione sessuale. I giovani maschi competono e le giovani donne scelgono il meglio. La scelta può avvenire sia per investimento, perché assicura risorse alimentari, cure parentali, protezione del nido, sia senza investimento, perché è un partner sano, attraente, con buoni geni (A. Camperio Ciani in Evoluzione e socialità Darwin Day 2010, 26 febbraio Parma). Secondo alcuni studi dell’università di Oxford, l’8% della popolazione dell’Asia Centrale, quindi circa 16 milioni di persone, ha ereditato tratti genetici da un progenitore comune, che potrebbe essere Gengis Khan, che ha conquistato il più vasto impero del mondo, comprendente buona parte dell’Asia Centrale, Cina, Russia, Medio Oriente e parte dell’Europa orientale.

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I mammiferi si accoppiano esclusivamente al momento dell’ovulazione, evento complessivamente raro, dato che durante gravidanza e allattamento, che si può protrarre per alcuni anni, il ciclo è bloccato e l’accoppiamento è meno piacevole per la carenza di estrogeni, che modifica la mucosa vaginale. La parsimonia sessuale dei mammiferi e di altri primati rispetto all’uomo è dovuta a vari fattori: il sesso è dispendioso e sottrae tempo alla ricerca di cibo; è pericoloso perché in quei momenti le coppie strette nell’abbraccio sono particolarmente vulnerabili; gli scontri tra i maschi per il possesso di una femmina sono spesso sanguinosi; il sesso extraconiugale è rischioso. In particolare tra i vari Primati il comportamento sessuale è notevolmente differente: l’orango conduce spesso una vita solitaria, nel corso della quale maschi e femmine si riuniscono solo per l’accoppiamento, senza alcun riconoscimento della prole da parte del maschio (la figura del padre è assente); il gorilla maschio ha un harem di 4-6 femmine, con ciascuna delle quali ha rapporti sessuali poco frequenti, addirittura con intervalli di alcuni anni, cioè nel periodo compreso dopo la gravidanza e l’allattamento e prima dell’inizio della nuova gravidanza, ed è un padre amorevole; scimpanzé e bonobi vivono in gruppi senza vincoli di coppia e senza alcun legame tra padre e figli (la figura del padre è assente) ( J. Diamond). Un comportamento singolare è quello dei bonobi, che fanno sesso in modo continuo e casuale, con l’eccezione dei parenti stretti. Secondo alcuni si rifugiano nel sesso in tutte le situazioni che potrebbero scatenare competitività ed aggressività (quasi: fate l’amore, non fate la guerra), anche se uno studio dell’Istituto tedesco Max Planck (2008) ha ribaltato la fama di animali pacifici, rivelando che si comportano da animali feroci, al limite della crudeltà, sia nei confronti degli altri animali sia nei confronti degli scimpanzé. La recettività sessuale delle femmine si estende per alcune settimane di estro e l’accoppiamento è prevalentemente praticato


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per piacere. Le differenze comportamentali rispetto all’uomo sono la mancanza del legame di coppia, dell’ovulazione nascosta, del riconoscimento della prole e della menopausa femminile ( J. Diamond). La femmina di babbuino, nel momento dell’ovulazione, emerge da un periodo di astinenza sessuale per accoppiarsi fino ad un centinaio di volte, mentre quella della bertuccia si accoppia in media ogni diciassette minuti con tutti i maschi del gruppo; le coppie di gibboni, che sono monogame e solitarie, fanno a meno del sesso per diversi anni. Le scimmie uistitì hanno comportamenti simili all’uomo: sono monogame, le femmine hanno l’ovulazione nascosta, passano il tempo, oltre che a cercare il cibo, a spulciarsi, a scambiarsi piccole attenzioni e ad accoppiarsi frequentemente. Il maschio aumenta la frequenza degli accoppiamenti se è presente un rivale potenziale, la femmina aumenta le sollecitazioni sessuali, quando sente l’odore di una femmina rivale. Fra i macachi il grooming o spulciamento serve non soltanto per eliminare un gran numero di parassiti cutanei, ma anche a stabilire rapporti affettivi, gerarchici e sessuali, rappresentando una tecnica di corteggiamento: i maschi “pagano” con lo spulciamento la prestazione sessuale. Nei lemuri (proscimmie), le relazioni tra maschi e femmine cambiano radicalmente nel periodo dell’estro. I maschi, per ottenere i favori delle femmine, non potendo esercitare coercizione fisica, perché hanno dimensioni corporee simili, devono instaurare un rapporto di cooperazione, offrendo dei “servigi”. Il migliore offerente è scelto per l’accoppiamento e i criteri di scelta variano secondo le specie. Una razza di lemuri, i sifaka, sono i più paragonabili all’uomo e ai primati, perché sono animali diurni, vivono in gruppi sociali e formano una società strutturata a gerarchia lineare, di tipo non dispotico, caratterizzata da intensi scambi di contatti sociali. Considerata la loro promiscuità sessuale, i maschi sifaka si giocano la possibilità di accedere per primi alle femmine attraverso una cam-

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pagna elettorale a base di messaggi odorosi. Le proscimmie presentano speciali adattamenti sia per il rilascio del segnale odoroso sia per la sua ricezione, adattamenti ridotti nelle scimmie, che affidano la loro comunicazione sociale di più ai segnali visivi. I polsi, la gola, la coda, gli organi genitali sono strumenti con cui i lemuri diffondono i ferormoni che regolano i rapporti sociali. Le marcature odorose sono profondamente legate allo status dell’animale: l’odore fornisce informazioni sulla qualità del potenziale partner e in particolare sul grado di dominanza e lo stato di salute del maschio. Gli sforzi, che i maschi fanno per disseminare il territorio di segnali odorosi, sono ripagati dalle femmine con un accesso privilegiato al primo accoppiamento. Accoppiarsi per primi non vuole dire necessariamente accoppiarsi di più. I vincitori, infatti, devono offrire ed effettuare un servizio: il grooming. Al di fuori della stagione degli amori, il servizio di pulizia del pelo è scambiato alla pari tra i due sessi. Nel periodo degli amori la parità salta, le femmine ripagano il grooming con l’opportunità di riprodursi: chi è più attivo nel grooming si aggiudica il maggior numero di accoppiamenti. In definitiva i maschi più attivi nelle marcature amorose e nel grooming si accoppiano prima e più spesso (Norscia I, Antonacci D, Palagi E, Le scienze luglio 2009). Un comportamento singolare è quello del babbuino Anubi (Papio anubis): spesso si assiste ad un’alleanza tra due individui adulti, privi di compagna, con lo scopo di accoppiarsi con la femmina di un altro. Uno dei due maschi va ad arrecare fastidio a un maschio accoppiato, fino al punto da indurlo a ingaggiare un combattimento o, meglio ancora, un inseguimento del rivale. Nel frattempo l’altro maschio riesce, inosservato, ad accoppiarsi con la femmina. In un’occasione seguente i ruoli dei due soci si rovesceranno. Le femmine adulte di gran parte delle specie di mammiferi usano vari mezzi per rendere manifesta la breve fase del ciclo riproduttivo in SESSUALITÀ, CIBO E CERVELLO |

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cui l’ovulazione in atto consente loro di essere fecondate. Il segnale può essere visivo (ad esempio, l’area attorno alla vagina diventa rosso vivo), acustico (emissione di versi particolari) o comportamentali (la femmina si accovaccia davanti al maschio e mostra la vagina). L’intensità dei segnali sono differenti nelle specie: segnali deboli nel gorilla, vistosi nello scimpanzé ed assenti nella donna. Una traccia della capacità di comunicare il momento dell’ovulazione da parte delle donne sarebbe tuttora presente: le studentesse dei college americani hanno statisticamente maggiori pulsioni sessuali all’approssimarsi dell’ovulazioni (Vincent) e, secondo il biologo Randy Thornhill, dell’università del New Mexico, le ballerine di lap dance riceverebbero inspiegabilmente più mance nei periodi fertili rispetto agli altri giorni e rispetto alle ballerine che assumono la pillola anticoncezionale, che elimina il ciclo ovulatorio (L’Espresso 3 gennaio 2008). C. van Schaik e B. Spillmann dell’Università di Zurigo, in una ricerca pubblicata sulla rivista Ethology (2010) hanno osservato che gli oranghi maschi e sessualmente maturi emettono particolari richiami intermittenti che possono essere uditi anche a un chilometro di distanza nella giungla fitta, e le femmine sessualmente attive sembrano attratte e rispondono a questi lunghi richiami, perché sono in grado di riconoscere chi sta emettendo il richiamo e di distinguere le caratteristiche acustiche dei suoni emessi, mentre le femmine con una prole anco-

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ra dipendente dalla madre tendono ad allontanarsi. Nell’uomo la trasformazione in bipedi ha comportato, oltre al raggiungimento di una verticale che va dai talloni all’estremità cefalica, altre modifiche che hanno coinvolto la sfera sessuale. Una di queste è la rotazione e l’allargamento del bacino, con il formarsi, al momento della nascita, di un canale del parto stretto ed orientato in avanti. Un’altra è meno evidente, ma non meno importante, cioè lo spostamento della regione genitale in posizione inferiore nelle donne, con il nascondersi alla vista della regione vulvare, e con la conseguenza che l’uomo si trasformò nell’unica specie capace di avere rapporti sessuali preferenzialmente in posizione frontale. Nella specie umana, quindi, si crearono le condizioni perché il periodo dell’ovulazione nella donna rimanesse ignorato: la “teoria dell’ovulazione nascosta” spiega perché la donna, a differenza di quasi tutte le altre specie di mammiferi, con alcune eccezioni, ad esempio, dei bonobi, delle scimmie uistitì e dei delfini, doveva essere continuamente recettiva all’accoppiamento e perché l’uomo è stato costretto ad accoppiamenti frequenti nella ricerca della procreazione. Secondo alcuni autori è stata proprio l’ovulazione nascosta a portare alla monogamia, condizione prevalente nelle maggior parte delle culture e che, portando ad una prolungata collaborazione fra i genitori, sarebbe stata vincente per la cura dei bambini (B. SillenTullberg e A.P. Moller 1993).


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Gravidanza e parto

Lei che affronta i tormenti della morte in ogni vita nascosta nel suo grembo R. Kipling - La femmina della specie Nasce l’uomo a fatica, ed è rischio di morte il nascimento Giacomo Leopardi Se non si diventa genitori, si rimane figli Massimo Gramellini

La rotazione del bacino e l’enorme aumento dell’encefalo nel Sapiens hanno verosimilmente comportato la nascita dei bambini molto immaturi, nonostante l’allungamento delle gravidanze. Soltanto una pelvi ed un canale del parto irrealisticamente grandi avrebbero consentito una maturità cerebrale alla nascita dei neonati analoga a quella di mammiferi e Primati. È sufficiente considerare le differenti dimensioni tra donna e femmina gorilla: una donna di 60 kg partorisce un bambino di circa 3 kg, mentre una gorilla di quasi un quintale ha un figlio di meno di 1,5 kg. La particolare immaturità del cervello del neonato ha costretto i genitori a curare a lungo la crescita e l’educazione dei loro figli: l’allattamento si protraeva per 3-4 anni e le cure parentali fino all’adolescenza ed oltre. Gravidanza e parto rappresentavano per la donna, anche se inconsciamente, la più

alta aspirazione della vita, un’occasione solenne e sacrale, ma anche un momento d’eccezionale gravità perché non sapevano se la gravidanza sarebbe arrivata a concludersi felicemente, se il neonato sarebbe nato sano e vitale, se la stessa donna sarebbe sopravvissuta. L’attenzione della gestante alla salute in questo periodo è particolarmente elevata: nella mia esperienza è il periodo del migliore compenso glicemico nelle diabetiche, perchè coscienti che la crescita fetale è particolarmente importante per il futuro individuo. Ancora oggi, in Italia, secondo i dati dell’Istituto Superiore di Sanità, sono stati registrati circa 12-13 casi di mortalità su 100.000 parti, in media con i dati europei. Ad aggravare, talvolta, il problema è stato paradossalmente l’intervento dell’uomo: nel 1861 il medico ungherese I. P. Semmelweis spiegò in un suo libro che l’enorme mortalità per sepsi SESSUALITÀ, CIBO E CERVELLO |

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puerperale nelle donne ricoverate in ospedale era causata dalla scarsa igiene del personale medico, provocando reazioni violentissime ed ingiuste di tutto il mondo medico internazionale che spinsero l’autore all’emarginazione, alla pazzia e alla morte a soli 47 anni. Il parto è sempre stato un episodio riservato alle donne aiutate da donne, con esclusione dei maschi. Il ginecologo francese M. Odent ha esposto, nella conferenza annuale del Royal College of Midwives a Manchester (GB) nel novembre 2009, l’ipotesi che la presenza del padre nella sala parto nuoccia alla salute della donna perché l’ansia del compagno influenza la donna aumentando l’adrenalina, che rallenta la produzione di ossitocina, indispensabile per la buona riuscita del parto, e aumenta le probabilità di parto cesareo ed, infine, fa calare l’attrazione sessuale della coppia, portandola al divorzio. Per l’Associazione tedesca di ginecologia e aiuto alla nascita (DGGG), invece, la presenza del padre in sala parto non è né positiva né negativa ma semplicemente inutile. In Italia, da uno studio effettuato presso alcuni centri aderenti alla Società italiana di diagnosi prenatale e medicina materno fetale (SIDIP), che hanno preso in esame numerose coppie, in cui futuri padri sono stati presenti al momento del parto naturale della moglie, il numero di separazioni è maggiore tra le coppie il cui marito ha assistito al parto della moglie: assistere al parto può avere nell’uomo conseguenze emozionali inattese e può incrinare l’intesa sessuale della coppia. Da un’indagine ISTAT risulta che nelle Regioni dove c’è una maggiore “assistenza” del marito al parto, ci sono più fallimenti matrimoniali, in termini di separazioni e di divorzi. Nelle Regioni del Nord Ovest la presenza del marito al parto è stata rilevata dall’ISTAT nell’81% dei casi e le separazioni avvengono in una coppia su 2,5; nelle Regioni del Nord Est il padre assiste nel 77% dei casi e le coppie si disgregano in un

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caso su 3,5; al Centro nel 63% e le separazioni sono una su 4,5; nelle Isole, dove il 51% dei mariti è presente, le separazioni si verificano in un caso su sette. Infine al Sud, dove il marito è presente al parto solo nel 30% dei casi, le separazioni riguardano “solo” una su 8 coppie. La gravidanza è evidentemente sentita prima dalla donna, mentre l’uomo “si accorge” del feto soltanto nel terzo trimestre, quando le modificazioni corporee della donna sono più evidenti. Al momento della nascita, comunque, la vista del figlio “conquista” il padre, che subito si preoccupa per lui. Un cattivo rapporto con i figli è stato messo in collegamento ad un mancato funzionamento di una zona del cervello deputata al sentimento di cura parentale, situata in prossimità di un’area coinvolta nel riconoscimento facciale e che reagisce alla vista dei bambini (Kahn M, Study sheds light on parental instinct. Agenzia Reuters, 26 febbraio 2008). Recentemente la rivista Time ha dedicato la copertina all'affermarsi del figlio unico. In Italia, secondo i dati ISTAT, il problema è particolarmente importante: nel 1952 sono nati 2337 bambini ogni 1000 donne, dei quali solo il 33% non aveva fratelli o sorelle, mentre nel 2004 sono nati 1331 bambini ogni 1000 donne, dei quali oltre la metà (52,3%) erano figli unici. I motivi di questo crollo della natalità sono molteplici, legati alla crisi economica, ma anche all'impossibilità di conciliare impegni familiari e lavoro, alle gravidanze iniziate in età tardiva, alla necessità di trasloco per una casa più grande. Il fenomeno è comune anche agli stranieri, presenti in Italia, ed il dato conferma che questo comportamento è legato all’organizzazione della società e non a cause culturali, religiose o razziali. Il pericolo per i figli unici, soprattutto di coppie mature, è paradossalmente rappresentato dal troppo amore dei genitori perché le cure parentali sono inversamente proporzionali al numero


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dei figli ed essi crescono apparentemente sani e robusti, ma circondati da attenzioni asfissianti. Alla pubertà spesso si trasformano in adolescenti viziati e solitari, a volte aggressivi, a volte abulici, consumisti, senza alcun credo, e che covano un rancore feroce verso i genitori, perché accusati di essere incapaci di comprendere le loro necessità. Un altro aspetto ricordato da Laurie Kramer (Child Development Perspectives, 2010) è che i piccoli-grandi conflitti quotidiani tra fratelli giocano un ruolo importante nell’acquisizione progressiva di fondamentali competenze sociali ed emotive. I conflitti sono la norma fino

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all’adolescenza, possono presentarsi anche 7-8 volte l’ora e tendono a diminuire leggermente dopo 9-10 anni d’età. La particolarità sta nella presenza di una forte ambivalenza caratterizzata dal rapido alternarsi di momenti esplosivi, prese in giro, minacce con momenti immediatamente successivi di riso condiviso e scambi affettivi. Essere costretti a gestire conflitti nell’infanzia costituisce la base per lo sviluppo di quell’abilità che serve poi ad affrontare conflitti sociali più complessi, favorisce la crescita di un forte senso d’identità, insegna a tollerare le emozioni negative (D. di Diodoro, Corriere Salute, 19 settembre 2010).

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Il matrimonio

La felicità di un uomo ammogliato... dipende dalle donne che non ha sposato. Non vi è niente al mondo paragonabile alla devozione di una moglie. E di ciò i mariti non hanno alcuna idea. Oscar Wilde. Aforismi Il divorzio risale probabilmente alla stessa epoca del matrimonio. Ritengo comunque, che il matrimonio sia più antico di qualche settimana. Voltaire

Come già ricordato, la necessità di un legame forte e stabile di coppia è stato causato dalla necessità di prolungate cure parentali verso i figli e cementato dal piacere sessuale e dalla reciproca assistenza. Le caratteristiche di questo legame, peraltro, sono state influenzate dalle condizioni ambientali di sopravvivenza. Secondo uno studio (M. F. Hammer, 2008), il Sapiens ha preferito nel passato la poligamia, o, per meglio dire, la poliginia, perché il cromosoma X ha una variabilità molto maggiore del cromosoma Y, di origine maschile, e questa condizione si può spiegare soltanto con il fatto che relativamente pochi maschi hanno generato figli con molte femmine. Un altro studio, tuttavia, nelle popolazioni migrate fuori dall’Africa è giunto a conclusioni differenti: il numero dei maschi era prevalente sulle femmine, forse

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perché le migrazioni erano rischiose e interessavano soprattutto i maschi (Keinan A, 2009). Secondo A. Camperio Ciani (Evoluzione e socialità - Darwin Day 2010, 26 febbraio Parma) le società agricole sono state monogamiche per l’83% dei casi, mentre le società dei cacciatori-raccoglitori sarebbero state poliginiche per l’80%. A dettare la scelta, motivi di ordine economico e sociale. In quelle agricole, il lavoro coinvolgeva tutti i membri della famiglia, la ripartizione delle risorse economiche era omogenea fra le famiglie ed era necessaria una collaborazione attiva e solidale per potere coltivare il terreno, mentre fra i cacciatori-raccoglitori le risorse differivano molto tra i singoli, i pericoli erano maggiori e la mortalità maschile elevata e quindi la soluzione migliore sarebbe stata un uomo con più donne. La polian-


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dria, cioè l’unione di una donna con più uomini, è stata sempre una condizione d’emergenza, in ambienti molto poveri, con necessità di consorziare più uomini per far sopravvivere la prole. Questa condizione si è riprodotta nelle periferie povere delle città americane, in cui le donne per la miseria sono costrette ad appoggiarsi a più uomini perché questi sono spesso assenti, in prigione, malati. Un esempio simile legato alla miseria, esisteva talvolta nelle campagne padane: nel passato spesso si sposava soltanto il maschio primogenito, con il tacito accordo che la sposa avrebbe avuto rapporti anche con gli altri fratelli. Nelle città moderne si sono riprodotte le condizioni del cacciatore-raccoglitore, in cui esistono redditi molto differenti, con una poliginia nascosta e con i ricchi, che hanno più donne e più figli. A conferma della diffusione e dell’importanza del matrimonio monogamico, è intervenuta la scoperta a Eulau, in Sassonia (Germania), nel 2005, della prima tomba collettiva di una famiglia composta dai genitori trentenni e da due figli di 9 e 5 anni, risalente a 4.600 anni fa. In particolare l’analisi dello stronzio nei loro denti ha dimostrato che la donna era vissuta da giovane in regione diversa rispetto al marito e ai figli, a conferma della pratica dell’esogamia, cioè del matrimonio con donne di località distanti, con spostamento delle donne nei luoghi dei maschi (patrilocalità). Simili tradizioni erano considerate importanti per evitare incroci tra consanguinei e per rafforzare i legami con altre comunità (A. Pike Corriere della sera 18 novembre 2008). Le cure parentali richiedono una grande collaborazione fra i genitori, anche perché l’approccio è differente tra madre e padre. La madre usa molto la comunicazione visiva e lo scambio verbale, con modalità rassicuranti e protettive; il padre ha maggiori con-

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tatti corporei e stimola di più la reattività, come l’atto del lanciarlo in area o farlo roteare, stimolando il piacere del rischio e la curiosità verso situazioni nuove. In caso di pericolo o di stress il bambino tende, comunque, a rivolgersi per protezione alla madre. L’intervento educativo si modifica con il passare degli anni: all’inizio il bambino deve essere guidato ad affrontare i problemi, mentre progressivamente deve essere ridotto l’intervento parentale con la graduale acquisizione di competenza e sicurezza. Una guida sicura ed autorevole promuove l’autoregolazione, stimolando la fiducia nelle sue capacità e facilitando i contatti sociali. Il problema dell’educazione dei figli è antico quanto il mondo e, se siamo tutti d’accordo con Aristotele: “Dopo lunga meditazione abbiamo concluso che il futuro dell’umanità dipende dall’educazione dei giovani”, la discussione verte sul modello educazionale e formativo. In un libro appena pubblicato negli Stati Uniti - L' inno di battaglia delle madri tigre - Amy Chua, una professoressa di origine cinese che insegna all' Università di Yale, esalta il metodo autoritario e durissimo con il quale le madri cinesi educano i figli, con l’obiettivo di ottenere successo nella vita. L’idea di partenza è che bisogna superare la forte resistenza dei figli a farsi plasmare e quindi usano tutto, dalle punizioni corporali alle offese, per raggiungere lo scopo, cioè imporre quello che i genitori ritengono essere meglio per i figli, superando tutti i loro desideri e preferenze. Il modello cinese ha permesso alla figlia Sophia di tenere, giovanissima, un recital al pianoforte presso la Carnegie Hall di New York. Il problema è che le «madri cinesi» azzerano la libera scelta dei figli fin dalla giovane età, li forzano a cercare di eccellere dove probabilmente non vorrebbero, annullano la possibilità che i giovani prendano strade originali sulla base dei loro interessi SESSUALITÀ, CIBO E CERVELLO |

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con il pericolo di un dilagante conformismo sulla base dei modelli di successo del momento. Questo modello è figlio di una società, quale è quella cinese, basato sull’autoritarismo, dove fino a non molto tempo fa le madri deformavano i piedi delle figlie fin dalla nascita, rendendole invalide. Si è poi scoperto che il marito americano di Amy Chua ha svolto un’importante e costante opera di mediazione e di consolazione fra madre e figlie. In fondo la civiltà occidentale, che ha le sue radici nel mondo classico, si riconosce maggiormente nell’affermazione di Platone: “Non inducete i ragazzi ad apprendere con la violenza e la severità, ma guidateli invece per mezzo di ciò che li diverte”. I padri sono importanti non solo per il ruolo educativo ma anche per i riflessi endocrino-metabolici. Il team di G. Gobbi della McGill University Health Centre di Montreal (Canada) ha infatti scoperto e pubblicato sulla rivista New Scientist delle differenze nel cervello, nella socialità, nella personalità e nella risposta a ormoni negli individui cresciuti senza padre. La ricerca è stata condotta nel topo della California, che è una specie monogama e le coppie tendono ad allevare i figli insieme. I giovani topi, separati dai padri, hanno mostrato modificazioni della corteccia prefrontale e una risposta minore all’ossitocina con una minore socievolezza. R. Feldman, autrice di una ricerca della Bar-Ilan University di Ramat-Gan (Israele) ha riscontrato che si verificano cambiamenti nei livelli e nella risposta all’ossitocina anche nei padri umani alla nascita di un figlio e che le ragazze raggiungono prima la pubertà, diventano sessualmente attive più rapidamente ed hanno più probabilità di una gravidanza giovanile se sono cresciute senza il padre, come se i padri siano “biologicamente programmati” per aiutare ad allevare correttamente i propri

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figli. D’altra parte, i ricercatori dell’IRCCS “E. Medea”-La Nostra Famiglia, l’University College of London e l’University of Reading in uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Journal of Child Psychology and Psychiatry, hanno dimostrato in un campione di oltre 100 bambini tra i 12 ed i 18 mesi che una buona relazione mamma-bambino favorisce una migliore gestione dello stress, anche in bambini che, dal punto di vista genetico, sono maggiormente predisposti a mostrare una iperattivazione dei sistemi biologici implicati nella risposta a stimoli stressanti. Tra i bambini, infatti, che sono più predisposti allo stress, quelli, che hanno stabilito una relazione di attaccamento sicuro con la madre e che pertanto sanno di poter contare sulla sua disponibilità in caso di bisogno, sono maggiormente capaci di regolare la loro risposta emotiva e non mostrano una iperreattività dal punto di vista psicofisiologico. La rottura della ritualità, legata al meccanismo della famiglia si ripercuote sull’equilibrio psicologico dei bambini, indipendentemente dalla causa (lutto, separazione, emigrazione per lavoro): coloro che soffrono di attacchi di panico da adulti erano bambini molto spaventati dalla lontananza o separazione dei genitori (Battaglia M, 2009). Un fenomeno triste del mondo attuale è la disgregazione della famiglia, che si associa al tramonto di altre tradizionali istituzioni educative, come la scuola, la Chiesa e il partito. Come ricorda Isabella Bossi Fedrigotti, sta scomparendo la figura del padre, che ha smesso l’abito dell’autorità, sostituita da quella dei “mammi”, creandosi una confusione e una sovrapponibilità dei ruoli, mentre i ragazzi hanno bisogno di un femminile materno, capace di accogliere e proteggere e di un maschile in grado di guidare e correggere, di indicare una strada da percorrere. La frammentarietà dei rapporti dei genitori,


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l’essere spesso mentalmente sempre altrove, generano nuove disperate solitudini abuliche, con la ricerca di stimoli sempre più forti per avere la sensazione di essere vivi. Numerose ricerche hanno dimostrato che un felice legame matrimoniale sembra svolgere un ruolo protettivo sulle condizioni di salute nella coppia. Secondo uno studio dell’Università dell’Arizona (Stati Uniti), pubblicato nel 2009 sulla rivista Psychosomatic Medicine, coordinato da T. Cassidy, un lungo matrimonio riduce di più del 10% negli uomini il rischio di sviluppare seri problemi di salute. Un’equipe del Karolinska Institute ha studiato 2.000 uomini e donne della Finlandia orientale di circa 50 anni e li ha poi esaminati di nuovo a distanza di 21 anni, riscontrando che le persone, che vivevano da sole fin dalla mezza età, avevano un rischio doppio di essere colpite da demenza, rispetto a coloro che avevano ancora un partner, e per i vedovi il rischio era addirittura tre volte maggiore. Secondo uno studio americano sulla rivista Journal of Health and Social Behavior, basato sui dati di oltre 9.100 americani, dai 50 anni in su, intervistati nel 1992, le persone, che si sposano e restano sposate con la stessa persona per molti anni, godono di una salute migliore di chi è single, a meno che non perdano il coniuge: il lutto è un grosso peso non solo psicologico ma anche per la salute fisica. Gli adulti divorziati o vedovi risultavano avere uno stato di salute peggiore rispetto ai mai sposati e risposarsi sembra aiutare a mitigare gli effetti di un precedente divorzio o perdita del coniuge. Una ricerca dell’Università di Cardiff, pubblicata sul British Medical Journal, ha analizzato la vita di oltre un milione di europei e ha concluso che le persone stabilmente sposate hanno un tasso di mortalità inferiore del 10-15% rispetto ai single, e più dura il

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matrimonio, più crescono i benefici, per il prevalere dell’ormone dell’attaccamento, l’ossitocina, e una riduzione dell’ormone dello stress, il cortisolo. Lo stesso non accade per i conviventi, soprattutto per le donne, i cui risultati sono deludenti. L’età consigliata per impegnarsi in una relazione seria è 25 anni per gli uomini e 19 anni per le donne, anche per ragioni di maggiore e migliore fertilità. I matrimoni tesi e difficili, al contrario, hanno un impatto negativo sull’equilibrio mentale della coppia. Secondo uno studio condotto dal team di ricerca di U. Goldbourt dell’Università di Tel Aviv su circa diecimila uomini, presentato in occasione della recente conferenza dell’American Stroke Association, gli uomini single e quelli infelicemente sposati hanno un rischio di essere colpiti da ictus fatale del 64% superiore rispetto agli uomini felicemente sposati (paginemediche.it 27 aprile 2010). Ricercatori dell’Università dell’Ohajo hanno analizzato 1000 neozelandesi di circa 30 anni, riscontrando che una lunga relazione con la stessa persona abbatte notevolmente il rischio di depressione, tendenze suicide e anche di dipendenza da alcol e droghe (British Journal of Psychiatry). Il matrimonio è un fattore protettivo verso il suicidio addirittura in misura maggiore che verso la morte per cause naturali: i gruppi relativamente più a rischio di suicidio sono le donne divorziate/separate, gli uomini divorziati/ separati (solo per età inferiore a 64 anni) e le vedove (Pompili M. 2010). In definitiva un matrimonio stabile favorisce l’equilibrio emotivo delle donne e obbliga gli uomini ad uno stile di vita più sano. Del resto è intuitivo che la “rete” formata dalla famiglia aiuta in modo determinante ad affrontare gli inevitabili alti e bassi della vita, relativi al lavoro, allo studio, ai rapporti con l’ambiente esterno, ed ha costituito il SESSUALITÀ, CIBO E CERVELLO |

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principale salvagente nella grave crisi economica mondiale, che ha devastato il tessuto socio-economico italiano meno di altre nazioni industrializzate. Fondamentale per la buona riuscita di un matrimonio è la scel-

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ta del coniuge giusto, perché non esistono l’uomo o la donna ideali, ma la persona che nel percorso della vita voglia e sappia accompagnarti in modo armonico e duraturo.


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La vita sessuale e il comune senso del pudore O Signore Iddio, dammi la castità e la continenza, ma non subito subito. Sant’Agostino Che cosa ha mai fatto all’uomo l’atto sessuale, così naturale, necessario e legittimo perché egli stesso non osi più parlarne se non con vergogna e per escluderlo dai discorsi seri e ponderati? Pronunciamo coraggiosamente: uccidere, rubare, tradire e perché quella cosa si pronuncerebbe soltanto fra i denti? Montaigne, Saggi II, V

Nel corso dei secoli il piacere femminile è stato molto frequentemente condannato: nel Talmud si racconta che Lilith fu la prima donna, creata dall’argilla contemporaneamente ad Adamo di cui fu la prima moglie. Proprio per questo ella si riteneva alla pari con il marito e in diritto di disobbedirgli. Ma Dio la cacciò dal paradiso terrestre perché rifiutava di sottomettersi ad Adamo, anche in ambito sessuale, rifiutando che fosse sempre e solo lui a possederla e per la posizione impostale (di stendersi sotto), sentendosi uguale a lui. Una volta scacciata, Lilith vagò sulla terra e generò con Satana le passioni umane. Fallita con Lilith la speranza di poter dare ad Adamo una degna compagna, Dio provò di nuovo a creare la donna togliendo questa volta una costola ad Adamo, mentre egli dormiva, e formò così Eva. Vari studiosi datano l’origine di questo mito verso il 700 a.C.: Lilith compare nell’insieme di

credenze dell’Ebraismo come un demone notturno, ovvero come una civetta che lancia il suo urlo nella versione della cosiddetta Bibbia di Re Giacomo. Nell’immaginario popolare ebraico è temuta come demone notturno capace di portare danno ai bambini di sesso maschile (morte in culla) e provocare ai ragazzi adolescenti le eiaculazioni notturne, con cui genererebbe demoni, e dotata degli aspetti negativi della femminilità: adulterio, stregoneria e lussuria. Lilith, odierna icona femminista, simboleggia, quindi, la sessualità femminile fine a se stessa, aliena dall’impulso verso la procreazione, tesa soltanto a soddisfare i suoi desideri.

Il piacere sessuale Il ciclo femminile è rimasto incredibilmente un mistero anche per la scienza medica fino SESSUALITÀ, CIBO E CERVELLO |

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al 1930 circa. La stessa donna, non è consapevole del momento dell’ovulazione e, a complicare le cose, la durata del ciclo mestruale spesso varia da una donna all’altra, e da un ciclo all’altro nella stessa donna. La gravidanza, quindi, è rimasta a lungo un’evenienza incomprensibile per gli uomini, tanto da fare credere ad un intervento divino. L’uso relativamente recente della pillola anticoncezionale ha contribuito a rivoluzionare i costumi, non solo sessuali, delle nuove generazioni. A confondere le idee certamente hanno contribuito la coesistenza di ormoni maschili e femminili in entrambi i sessi e la loro stupefacente duttilità: il testosterone è frequentemente convertito, grazie all’aromatasi, in estradiolo; ad esempio negli adipociti, quasi a volere “mettere a riposo” il maschio ed evitare che andasse a caccia, perché le riserve adipose energetiche erano abbondanti. La sua trasformazione in estradiolo nei neuroni corticali esercita un’azione stimolante sull’attività sessuale sia maschile sia femminile. Al contrario, un classico ormone femminile, come il progesterone, ha un picco al momento della crescita del desiderio maschile al calare della notte (Vincent). Nella donna il desiderio sessuale non diminuisce a seguito dell’ablazione delle ovaie, mentre la scimmia femmina sterilizzata conserva per qualche tempo un’attività sessuale, ma accusa una spettacolare caduta dell’attrattività esercitata verso i maschi, verosimilmente a causa della modificazione degli odori. La libido sia nella donna sia nella scimmia è legata non agli ormoni femminili ma agli ormoni maschili (testosterone e androstendione), secreti da ovaie e surreni (Vincent). Alla pari del linguaggio, il comportamento sessuale alla nascita dei primati e soprattutto dell’uomo è disegnato nel cervello in modo incompleto. L’apprendimento sensoriale dall’ambiente familiare e sociale condiziona il sapere fare l’amore; uno scimpanzé in catti-

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vità, allevato da solo, non sa in seguito come rispondere agli inviti di una femmina: o la aggredisce o si rannicchia tra le sue braccia masturbandosi. Studiando la popolazione naturale di bonobo del Salonga National Park, Repubblica Democratica del Congo, Surbeck e collaboratori, studiosi dell’istituto Max Planck di Lipsia, hanno potuto dimostrare che i bonobo che vivono insieme con la madre hanno in genere più figli di quanti avrebbero se la madre non fosse con loro, proprio perché le madri li aiutano attivamente nelle competizioni sessuali, intervenendo spesso in prima persona, e migliorando il loro stato sociale maschile e favorendo la loro capacità riproduttiva (Corriere della sera 14 settembre 2010). Rapporti frequenti e monogami hanno, di fatto, spinto gli esseri umani a stimolare la fantasia per ravvivare l’attrazione sessuale. Ho già ricordato che l’accoppiamento per i Primati è un lusso pericoloso, tanto che l’atto sessuale nella maggior parte dei Primati è molto breve: nel gorilla 1 minuto, nei bonobi 15 secondi, nello scimpanzé 7 secondi e soltanto nell’orango arriva a 15 minuti. Una conferma indiretta ci viene dal fatto che siamo dotati di organi sessuali vistosi, come le mammelle nella donna e il pene dell’uomo, nettamente più sviluppato rispetto ai Primati. Nel Sapiens il pene aumenta in dimensioni cinque volte rispetto alla nascita, mentre la statura aumenta soltanto di tre volte e mezzo. Si differenzia da quello dei Primati per la mancanza dell’os penis, il piccolo osso che scatta in posizione per fornire ai Primati una rapida erezione, che si risolve, però, in poche e rapide spinte. Nell’uomo, invece, è presente un meccanismo complesso che prevede una vasodilatazione dei vasi penieni, con un conseguente indurimento e aumento della lunghezza e della larghezza, raggiungendo durante l’erezione, mediamente, circa 12-13


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cm, contro 3 cm del gorilla, 4 cm dell’orango, 7-8 cm dello scimpanzé. Gli antropologi parlano di “organi da parata”, analogamente alla coda del pavone o alla criniera del leone o alle grandi corna del cervo, come vistoso segnale di virilità, rivolto sia alle donne sia, soprattutto, agli altri maschi. Come scrive il Belli: “Er più mejo attrezzo/che fece Gesucristo ar padr’Adamo” (Giuseppe Gioacchino Belli, Sonetti).

C. Foresta dell’Università di Padova, responsabile del Centro regionale di crioconservazione dei gameti, ha riscontrato che la lunghezza del pene, valutata a riposo, in oltre 2000 diciottenni veneti è diminuita mediamente di quasi un centimetro, negli ultimi sessant’anni, passando da 9,7 centimetri (secondo i dati del rapporto Kinsey del 1948 relativi a oltre 2.700 maschi americani e forse non del tutto confrontabili con gli italiani) a 8,9 centimetri. La riduzione potrebbe essere in rapporto alla presenza di inquinanti ambientali femminilizzanti e all’esplosione dell’obesità infantile. In un convegno, “Environnement chimique, reproduction et développement de l’enfant”, svoltosi a Parigi, organizzato dai ministeri dell’Ecologia e della Salute, dall’Istituto di ricerca sulla salute pubblica (Iresp) e dall’Agenzia francese sulla sicurezza sanitaria dell’ambiente e del lavoro (Afsset) è stato rivelato che la qualità e il numero degli spermatozoi sono crollati del 50% in rapporto al 1950, l’incidenza del tumore ai testicoli è raddoppiata nel corso degli ultimi trenta anni e il numero delle malformazioni nei genitali maschili è in aumento: la frequenza della criptorchidia è aumentata di una volta e mezzo in venti anni. Un’ulteriore conferma sull’influenza negativa dell’ambiente arriva da uno studio condotto in Finlandia, che ha esaminato 858 uomini nati tra il 1979 e il 1987, analizzandone lo sperma per verificare la conta degli spermatozoi e identificando un trend fortemente negativo: nei nati tra il 1979 e il 1981 erano

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227 milioni, in quelli tra il 1982 e il 1983, 212 milioni, mentre per i più giovani si fermavano a 165 milioni. Parallelamente lo studio ha notato un aumento dell'incidenza dei tumori testicolari nei nati negli anni '80 rispetto a quelli degli anni '50 ( Jørgensen N et al. 2011). Alcuni specialisti della fertilità hanno sostenuto che molti problemi legati alla riproduttività maschile insorgono già nel feto e sono legati anche all’alimentazione della gestante. Un problema emergente è quello dell'assorbimento da parte della madre di sostanze inquinanti e tossiche durante la gravidanza. Due studi recentissimi, citati da Scientific American, condotti in realtà molto distanti tra loro, rispettivamente New York (249 bambini) e Cracovia (214 bambini), hanno confermato che l'esposizione delle gestanti agli idrocarburi policiclici aromatici, sottoprodotti della combustione degli idrocarburi, porta ad una riduzione di circa 4 punti del Quoziente Intellettivo (QI) dei bambini, con una differenza simile a quella che si avrebbe con una bassa esposizione al piombo. I testicoli dell’uomo, sono di dimensioni medie (i due testicoli pesano complessivamente circa 40 grammi) contro i 110 grammi degli scimpanzé, mentre i gorilla, che pesano due quintali, hanno testicoli più piccoli dei nostri: sembrerebbe che la grandezza e, quindi, il numero di spermatozoi siano inversamente proporzionali alla promiscuità sessuale e alla frequenza degli accoppiamenti (Diamond 1991). Il comune senso del pudore Una peculiarità del comportamento umano è data dal fatto che il sesso è un fatto privato: l’uomo è l’unico mammifero che si apparta per l’accoppiamento e che per di più considera disdicevole parlare in società delle proprie prestazioni sessuali. La fantasia, la potenza, la bravura nell’accoppiamento variano da coppia a SESSUALITÀ, CIBO E CERVELLO |

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coppia tanto che esiste una sterminata letteratura sull’argomento. La visione del sesso, praticato da altri, potrebbe creare tensioni e rivalità nell’ambito della coppia e del gruppo, proprio perché non è più un semplice atto procreativo ma è diventato un’importante fonte di piacere, tanto che esiste una perversione sessuale, come il voyerismo. Anche oggi la pornografia attira molto ed ha un grosso mercato. In un esperimento riferito dal New York Times Magazine (25 gennaio 2009), condotto da M. Chivers (What Do Women Want? Discovering What Ignites Female Desire), è stato misurato il grado registrato ed indicato di eccitazione, di uomini e donne eterosessuali, gay e lesbiche alla visione di filmini erotici, prima con scene eterosessuali, dopo con scene gay e lesbiche, poi con immagini di donne nude che fanno ginnastica e di uomini nudi non in erezione, infine dei bonobo. Gli uomini reagirebbero solo alle scene di sesso eterosessuale o fra donne, i gay si comporterebbero all’opposto ed entrambi non mostrerebbero nessuna eccitazione alla vista di quello tra animali. I trans si comporterebbero come gli uomini eterosessuali. Le donne, anche le lesbiche, si ecciterebbero davanti a tutte le immagini, meno davanti all’uomo nudo che cammina, dimostrando interesse di fronte ad un più ampio ventaglio di stimoli con meccanismo innato, anche se sembrerebbe esserci un filtro che bloccherebbe il passaggio del desiderio allo stato cosciente con una notevole divergenza fra grado registrato e grado indicato di eccitazione. Per il corpo femminile nella sessualità sono necessarie attenzione, parole, tempo, espressione del desiderio, intensità. Le donne amano essere corteggiate, non sono disposte alla banalità, sono vendicative sul sesso quando non sono capite. L’ambientazione e l’incipit sono sempre importanti al femminile per far iniziare la sessualità. D. Wood ha coinvolto 4.000 persone adulte, di entrambi i sessi, invi-

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tate a dare un giudizio sull’‘attrattività’ di una serie di persone, uomini e donne di età compresa tra i 18 e i 25 anni, ritratte in alcune fotografie: gli uomini hanno preferito lo stesso tipo di donna magro e seducente, mentre le donne hanno espresso valutazioni diverse sulle foto degli uomini, guardando più aspetti del soggetto e dimostrando di avere gusti più variegati. L’omogenea preferenza tra gli uomini per il modello femminile magro potrebbe spiegare perché le donne sono maggiormente colpite da disturbi del comportamento alimentare (D. Wood, 2009). Le donne valutano l’attrattività di un volto su due livelli, uno sessuale, basato su specifiche caratteristiche della faccia, come mascella, zigomi e labbra, e uno non sessuale, basato sull’armonia delle parti. Per arrivare a questa conclusione i ricercatori hanno mostrato a 50 studentesse eterosessuali una varietà di visi di uomini e donne, prima interi e poi suddivisi in due parti, chiedendo di valutarli su una scala da uno a sette come ipotetici compagni in un rapporto sessuale e come compagni fissi di studio. La prima domanda serviva a determinare l’attrattività dei volti su base sessuale, mentre la seconda portava a fare appello a un senso estetico generale. Il gradimento delle facce divise correlava bene la valutazione sessuale e non sessuale quando i volti mostrati erano femminili, mentre si aveva un cambiamento quando erano mostrati visi maschili, correlando il gradimento molto meglio con la valutazione sessuale (Franklin R. G. e Adams R. B. 2009). Il sesso solitario nelle donne è dimostrato dal grande successo del vibratore, che è stato uno dei primi apparecchi elettrici a entrare nelle case americane, come presidio medico nella cura dell’isteria, ed è oggi il quinto apparecchio elettrico dopo la macchina per cucire, il ventilatore, il bollitore e il tostapane (M. Hvistendahl Le Scienze novembre 2009), mentre anche un terzo degli uomini italiani ammette di masturbarsi, come rileva-


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to dall’équipe di sociologi coordinata da M. Barbagli, G. Dalla Zuanna e F. Garelli (Il Mulino editore, 2010). Nel loro libro hanno studiato il comportamento sessuale degli italiani con alcune sorprendenti conclusioni. Lo scapolo, eroe dell’immaginario libertino, ha una vita sessuale meno intensa del coniugato: nella maturità sessuale, tra i 30 e i 50 anni, chi vive in coppia ha ogni mese due-tre rapporti in più di chi vive solo, anche se quest’ultimo cambia partner più spesso. Mentre un secolo fa le ragazze avevano il primo rapporto sessuale a 22 anni, oggi iniziano poco dopo i diciotto anni. I maschi iniziano, poco dopo i 17 anni, cioè alla stessa età dei nonni, ma in modo diverso: non più l’apprendistato con le professioniste, ma con la morosa, meglio se “fissa”. In compenso il matrimonio avviene più tardi ed il primo figlio arriva dopo dodici anni di vita sessuale attiva, contro i tre dei nostri nonni, con una lunga parentesi di sesso spensierato e non procreativo. Gli italiani fanno l’amore per il piacere (93,8%) più che per avere figli (71%), e lo fanno a ogni età: anche le donne ultrasessantenni dichiarano di avere ancora tre rapporti al mese. Il rapporto di coppia non è più il momento in cui si scopre il sesso, ma quello in cui lo si raffina, perché fare l’amore per il 91% è anche un modo per mantenere stabile la coppia. Del resto anche l’attrattività delle donne sessantenni è enormemente migliorata negli ultimi anni: nel 2005 lo stilista Moschino fece sfilare modelle “mature” e Lauren Hutton ha posato nuda a più di 60 anni per il magazine Big. Recentemente, secondo E. Di Pasqua, il social network Facebook ha messo in relazione la situazione sentimentale dei 400 milioni d’iscritti con il livello di benessere, basandosi sui termini utilizzati nel profilo, attingendo ai milioni di dati di cui dispone e incrociando le emozioni dichiarate dai suoi utenti con la condizione sentimentale dichiarata nel profilo. La conclusione a cui approda è che, stan-

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do all’uso di termini pessimisti nell’aggiornamento dello status, i più imbronciati e cupi sono proprio gli utenti che vivono un rapporto aperto. Soprattutto se si tratta di maschi che, ancor più delle colleghe femmine, subiscono moltissimo l’aleatorietà della coppia libera (e probabilmente anche la competizione che presuppone), pagandone il prezzo in termini di serenità. In definitiva una condizione di coppia aperta recherebbe un danno emotivo addirittura maggiore della vedovanza o di un rapporto complicato. I single hanno spesso momenti bui, mentre all’estremo opposto troviamo tutti coloro che hanno un rapporto stabile, meglio ancora se sposati, a dispetto di tutti i luoghi comuni sulla noia delle unioni collaudate. La fragilità del maschio è anche aggravata dal fatto che ha meno capacità comunicative rispetto alla donna, che abitualmente riesce a far partecipare di più su problemi, conflitti e situazioni di disagio, che la affliggono. Il maschio comunica di meno e quindi somatizza di più. L’intimità, comunque, favorisce l’attrazione tra i sessi, diminuisce lo stress, aumenta il piacere: una carezza o un sorriso sono in grado di mandare in fibrillazione una persona. Il guru della pubblicità Kevin Roberts sostiene che anche nel commercio il messaggio pubblicitario basato sul sesso esplicito ha vita breve ed effimera: il Mistero è irresistibile, magnetico e in grado di generare brivido e sensualità (L’Espresso, 3 gennaio 2008). In definitiva proprio il trionfo del sesso ha originato il “comune senso del pudore”. Altri segnali sessuali Un altro segnale sessuale inviato dall’uomo è la muscolatura: muscoli ben proporzionati tendono a impressionare sia gli uomini, provocando timore, sia le donne, generando senso di sicurezza, e hanno rappresentato nel passato una garanzia della capacità di procuSESSUALITÀ, CIBO E CERVELLO |

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rare il cibo, di sconfiggere i rivali e di proteggere e guidare la famiglia. L’uomo, mediamente, è più forte del 30% e più alto del 7% rispetto a una donna, perché il suo corpo comprende, in media, 28 kg di muscoli contro i 15 kg di una donna. Questa ha, al contrario, un quantitativo doppio di grasso, con una funzione protettiva contro la fame, ma anche estetica, rendendo il corpo più morbido ed armonioso. Il grasso era un segnale affidabile della capacità di allevare i figli, mentre un eccesso di grasso era controproducente perché indicava difficoltà alla deambulazione e agli spostamenti e scarse capacità di procurare cibo. Per questo nelle donne il tessuto adiposo generalmente si accumula soprattutto ai fianchi e alle mammelle: l’aspetto e la grandezza delle mammelle dipendono essenzialmente dal grasso e non dalla ghiandola mammaria. Soltanto nella donna le mammelle, generalmente due, perché la donna ha un solo figlio per volta, hanno due funzioni: parentale e sessuale, perché, al contrario degli altri mammiferi, le mammelle non compaiono con la gravidanza e non si atrofizzano alla fine del periodo di allattamento al seno. Le areole che circondano il capezzolo sono specifiche della donna e sono rosa nella donna vergine e nullipara, diventando più scure dopo il concepimento e durante la lattazione. In campo sessuale le mammelle operano prima come stimolo visivo e poi tattile, probabilmente stimolando anche un ingannevole segnale verso l’uomo della capacità di produrre molto latte per i figli. Recenti ricerche confermano questa attrazione: le cameriere con un seno abbondante ottengono mance più ricche dai clienti e gli automobilisti sono più propensi a dare un passaggio alle autostoppiste con vistose mammelle. Uno dei capi d’abbigliamento più “tormentati” è stato proprio il reggiseno, che ha svolto alternativamente una funzione di protezione e blocco oppure di enfatizzazione e di stimolo visivo.

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Secondo una leggenda di Holliwood uno dei reggiseno più sofisticati fu creato da Howard Hughes per l’attrice Jane Russell, e fu progettato da un ingegnere costruttore di ponti, con rinforzi particolari per sollevare e separare le mammelle in modo da avere un forte effetto erotico senza che l’attrice rimanesse a seno nudo (D. Morris). Le natiche femminili sono più grandi delle maschili per un maggiore contenuto di grasso e rappresentano un forte segnale sessuale anche per la rotazione all’indietro del bacino, che determina un ondeggiamento dei fianchi durante la camminata, fenomeno esaltato dalle scarpe con i tacchi a spillo. Altre zone erotiche, specifiche della specie umana, sono alcuni residui pelosi: le ascelle e i peli pubici. Le ascelle rappresentano una piccola zona pelosa, importante per la produzione di segnali sessuali, tanto che secondo D. Morris il passaggio dall’accoppiamento dorsale a quello frontale è stato favorito dalla possibilità di trovarsi con il naso vicino all’ascella del partner. Numerose tradizioni dei paesi europei testimoniano l’uso di “profumare” oggetti (fette di mela, fazzoletti, ecc.) sotto l’ascella di una donna per offrirli al compagno. L’aggiunta al profumo di alcune donne in menopausa di piccole dosi del feromone10:13, estratto dal sudore di giovani donne, è stato sufficiente, secondo uno studio coordinato da J. Friebely della Harvard University e S. Rako, per aumentare le effusioni dei partner (41% contro 14% dei casi controllo) e per ottenere una vita sessuale più attiva (rispettivamente, 68% contro 41%). Gli orientali sono quasi privi di questi segnali odoriferi e trovano intollerabile l’odore ascellare di europei e africani. Negli ultimi tempi si è diffusa l’abitudine di rimuovere la peluria ascellare e di nascondere l’odore con deodoranti. J. Levine e coll. dell’Università di Toronto, in uno studio reso noto sulla rivista Nature (2009), hanno modificato geneticamente moscerini maschi e femmine togliendo


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loro la capacità di rilasciare il feromone idrocarburo che serve per mediare la comunicazione con gli insetti della stessa specie, nel corteggiamento e per il comportamento riproduttivo di questi insetti; come risultato si è avuto un gruppo di moscerini super-sexy, che riscuotevano un successo senza pari, facendo «innamorare» di loro, sia che fossero femmine sia che fossero maschi, tutti i maschi normali. Questi maschi perdevano qualsiasi interesse per gli altri moscerini normali e addirittura le “bombe sexy” riescivano ad attrarre anche moscerini di altre specie, cosa che in natura non avviene. Ripristinando il segnale del feromone, i moscerini sexy perdevano i loro poteri. I peli pubici nelle donne sono stati quasi sempre un tabù nelle società, tanto da spingere ad indossare perizomi anche nelle regioni tropicali. Per l’uomo primitivo la loro assenza indicava l’immaturità sessuale della ragazza e l’impossibilità di procreare, mentre la loro comparsa era il segnale della raggiunta fertilità. Nel corso del tempo le donne hanno spesso provveduto ad eliminarli: nell’antico Egitto si depilavano completamente, con una ceretta a base di olio e miele; nell’antica Grecia, mediante estirpazione, o bruciandoli con una candela o applicando ceneri bollenti; nella antica Roma si depilavano con creme depilatorie o cerette, composte di pece o resina. Nell’Europa medievale la pratica scomparve, per ritornare di moda recentemente. Negli uomini altri segnali sono la crescita della barba e dei peli su tutto il corpo ed il cambiamento del tono di voce. La donna, in ogni civiltà, ha sempre curato, volontariamente o meno, il proprio corpo: si depila con le pinzette (ciglia, viso arti, ecc.) e recentemente anche al pube per il bikini (triangoli sempre più sottili per tanga sempre più sottili e donne sempre più sottili). In Occidente, ancora oggi, le donne subiscono la dittatura della moda e l’ossessione della chirurgia pla-

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stica: al Congresso nazionale di dermatologia nel maggio 2008 a Napoli è stato rivelato che mediamente più del 10% dei casi di dermatite allergica da contatto dipende da cosmetici. Anche gli scimpanzé, i babbuini e i macachi, primati che vivono in gruppo, sono dotati di ornamentazione sessuale in entrambi i sessi, mentre le femmine di gibbone e di altri primati, che vivono in coppie solitarie, non si occupano del loro aspetto. S. Platek, neuroscienzato della Georgia Gwinnett College, ha analizzato un campione di 14 uomini con un’età media di 25 anni, invitati a osservare le immagini di sette donne, prima e dopo esser state sottoposte a un intervento di chirurgia estetica che consisteva in una ridistribuzione del grasso dalla vita alla parte posteriore, scoprendo tramite scansioni cerebrali che guardare le immagini delle donne dopo l’intervento ha attivato negli uomini la parte del cervello legata alla ricompensa e al piacere, comprese le regioni associate alle risposte a droga e alcol (Platek S. M. e Single D. 2010). La pratica orribile di infierire sul corpo femminile è stata ed è anche oggi attuale: le donne sono state costrette a subire mutilazioni genitali in Africa e deformazioni corporee in molti paesi orientali. La favola di Cenerentola, nella versione originale cinese, è sanguinaria e barbara perché richiama ed incoraggia la pratica di deformare fin da piccole il piede delle donne: il principe voleva in sposa soltanto una ragazza che avesse un piede così piccolo da entrare in una minuscola pantofola di cristallo. Delle due sorelle di Cenerentola, la prima, su suggerimento della madre, si tagliò l’alluce e la seconda si fece tagliare il tallone, ma il sangue smascherò il trucco. Soltanto Cenerentola aveva un piede così piccolo e deforme da potere entrare nella scarpina e sposò il principe (D. Morris, 2006). In Africa, ancora oggi, è molto diffusa la pratica delle mutilazioni genitali nella donna, per SESSUALITÀ, CIBO E CERVELLO |

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impedire il piacere, che comprendono la circoncisione con rimozione del clitoride fino all’infibulazione con rimozione anche delle grandi e piccole labbra.

La vita sessuale Se togli Bacco, Tabacco e Venere, cosa gli resta ad un uomo prima di ridursi in cenere? G. Monduzzi Come già ricordato, nella vita dell’Homo Sapiens la sessualità ha assunto uno spazio enorme, non soltanto per scopi riproduttivi, ma anche con funzioni di mantenimento del legame affettivo tra partner, discostandosi enormemente da quella dei milioni di specie animali che popolano il mondo. In definitiva si è passati dal fulmineo accoppiamento dello scimpanzé alla sessualità ed all’erotismo dell’uomo, come dal pasto crudo si è arrivati alla cottura del cibo ed alla gastronomia. Nel topo la ripetizione crea abitudine e noia: con la tecnica della microdialisi è stato riscontrato che la liberazione di dopamina, molecola del piacere, nel nucleo accumbens è massima al primo accoppiamento con una femmina e si riduce progressivamente, fino a esaurirsi al quinto accoppiamento consecutivo. Il maschio, a quel punto, si disinteressa della femmina e la dopamina esplode soltanto con la comparsa in scena di una nuova femmina (Vincent). Secondo S. Zeki l’arvicola di montagna ha un comportamento sessuale molto differente da quella di prateria: la prima è promiscua e la seconda monogama. In queste ultime provocando un blocco di ossitocina e vasopressina a livello cerebrale, il comportamento sessuale diventa promiscuo, mentre nelle seconde la somministrazione dei neuropeptidi è inefficace, perché mancano i recettori ipotalamici. Anche sotto questo aspetto il Sapiens si differenzia, considerato che spesso riesce a man-

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tenere per decenni una buona intesa sessuale tra coniugi. L’ossitocina, secreta dall’ipofisi, svolge un ruolo importante nell’ondata di piacere al momento dell’accoppiamento umano: accentua le contrazioni ritmiche dei muscoli genitali, che amplificano la sua liberazione in via riflessa, e, al momento dell’orgasmo, nel maschio si hanno scosse contrattili dell’uretra con ascensione dei testicoli, e nella donna contrazioni vaginali verso il collo uterino, accompagnate da tachicardia e tachipnea. A volte si confonde l’orgasmo con l’eiaculazione, mentre si possono avere eiaculazioni senza orgasmo, perché questo ha la sua sede nel cervello (Vincent). Vasopressina ed ossitocina, due peptidi ipotalamici con nove aminoacidi, sono i due neuromodulatori, che avrebbero, inoltre, uno stretto legame con il fenomeno dell’attaccamento: l’ossitocina induce fiducia verso i propri simili e la vasopressina favorisce l’amicizia, l’amore sessuale e materno negli uomini. Anche la religione cattolica ammette che gli sposi provino piacere e soddisfazione sia del corpo sia dello spirito, anche se è sempre possibile la degenerazione nella passione cieca e brutale. Il Cardinale Gianfranco Ravasi (Corriere della sera 6 ottobre 2010) ha ricordato che “il vocabolo ebraico del desiderio sessuale, teshuqah, che nella Genesi rappresentava l'oscura pulsione sessuale («Verso tuo marito sarà la tua teshuqah / desiderio, ed egli ti dominerà», 3,16), nel Cantico viene riproposto come segno di donazione e di comunione totale: «Io sono del mio amato e la sua teshuqah / desiderio è verso di me» (7,10). Certo, il desiderio non elide la sua componente sessuale ed erotica, come appare nelle stupende rappresentazioni dei corpi dei due innamorati (capitoli 4; 5; 7)…La sessualità e l'eros devono però inserirsi nella donazione d'amore che trasforma e trasfigura il desiderio facendolo tendere a quella pienezza, totalità, assolutezza che la donna del Cantico esprime nella sua «professione d'amore»: «Il


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mio amato è mio e io sono sua. Io sono del mio amato e il mio amato è mio» (2,16; 6,3)… Il desiderio dovrebbe saper mantenere continuamente questo clima di dolcezza, questa sorta di «stato nascente» dell'amore che ne rivela la vitalità, ma anche il suo non essere un possesso acquisito…” Un sondaggio condotto dall'associazione Donne e Qualità della Vita, su un campione di 1200 donne italiane di età compresa tra i 18 e i 45 anni, sposate o conviventi, rivela un dato assolutamente inaspettato: l'80% del campione in esame dichiara che la propria vita sessuale è nettamente migliorata dopo il matrimonio, o con la convivenza, grazie a una complicità e a un'intesa costruita nel corso del tempo, oltre che a un miglior dialogo con il partner. Interrogate sui rapporti a lungo termine e sulla vita di coppia, le risposte delle donne sorprendono, perché il 63% del campione che non disdegnava la promiscuità sessuale prima del fatidico "sì", dichiara indispensabili lealtà e fedeltà nei confronti del marito/compagno. Archiviato il periodo della sperimentazione, è all'interno di un'unione stabile che ci si dedica alla scoperta del piacere, dell'intimità e della complicità che solo un rapporto duraturo può garantire. Nonostante ci si sposi sempre meno e più tardi, intorno ai 33 anni per gli uomini e ai 30 per le donne, è l'unione matrimoniale o comunque la convivenza a regalare momenti di vera e duratura passione alle italiane. Una ricerca, condotta dal team di S. Davison, dell’australiana Monash University, pubblicata sul Journal of Sexual Medicine (2009), ha monitorato 295 donne dai 20 ai 65 anni, sessualmente attive, scoprendo un’associazione positiva tra età, benessere e soddisfazione sessuale; le volontarie insoddisfatte presentano livelli più bassi di benessere e una minore vitalità e le mature surclassano le ventenni, se sono felici sessualmente. Una ricerca, di MIDUS (the national survey of midlife development in the United States, 1995-6) e di NSHAP (the

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National Social life, Health and Ageing Project, 2005-6), ha indagato i comportamenti sessuali d’individui non più giovanissimi, facendo una stima degli anni di vita sessuale in relazione al sesso e alle condizioni fisiche. È emerso un maggiore interesse per la sessualità da parte degli uomini, rispetto alle donne, differenza che diventa ancora più evidente con l’età. In particolare, nella fascia d’età compresa tra 75 e 85 anni, il 38,9% degli uomini e il 16,8% delle donne è sessualmente attivo e, tra questi, il 70,8% contro il 50,9% ha una buona qualità di vita sessuale e il 41,2% contro l’11,4% mostra attrazione per l’altro sesso. Soggetti in buona ed eccellente salute sono più attivi sessualmente di coloro che lamentano disturbi fisici. Infine, anche l’aspettativa di vita sessuale attiva è maggiore nel sesso maschile: 34,7 e 30,7 anni, rispettivamente, per uomini e donne trentenni e 14,9-15,3 e 10,6 anni, per uomini e donne cinquantacinquenni. Queste differenze si attenuano nella popolazione felicemente sposata (BMJ. 2010 Mar 9; 340: c810). Secondo uno studio australiano, compiuto dall'équipe di Zoe Hyde (2010), del Western australian centre for health and ageing, dell'università dell'Australia occidentale, che ha coinvolto 3.274 soggetti di sesso maschile di età compresa tra i 75 e i 95 anni, il 48,8% ritiene che il sesso abbia un ruolo importante nella vita, e il 30,8% afferma di aver avuto almeno un rapporto entro i dodici mesi precedenti. Tra questi ultimi, il 56,5% si dichiara soddisfatto della frequenza di attività sessuale, mentre un 43,0% preferirebbe avere rapporti più spesso (Ann Intern, 2010). Un aspetto particolare della sessualità è il cosiddetto “amore senile”, cioè il legame sessuale tra soggetti di età molto differente, fenomeno spesso accettato nelle culture orientali e condannato in quelle occidentali. Le cronache raccontano di personaggi, anche celebri, viventi o scomparsi, che hanno stabilito rapporti intimi con persone più giovani, SESSUALITÀ, CIBO E CERVELLO |

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come, ad esempio, Arturo Toscanini con la sua pianista Ada Colleoni Mainardi, Pablo Picasso con Genevieve Laporte, l'attrice Paola Borboni con Bruno Vilar e Liliane Bettencourt, proprietaria di Oreal, con FracoisMarie Banier. Il sesso nell’uomo anziano può raggiungere livelli patologici, fino all’ossessione, e diventare una dipendenza (sex addiction), tale da mettere a rischio i comportamenti sociali. Le cause possono essere molteplici, ma un ruolo importante può essere rappresentato dalla paura di invecchiare, che spinge ad un’intensa attività sessuale, con l’obiettivo di rafforzare la propria autostima e di dimostrare a sé stessi ed agli altri di essere sempre uomini di successo. La percezione generale è che l'uomo e la donna, quando sentono svanire l'energia della giovinezza, si volgono alle nuove generazioni per trovare linfa vitale. Il giudizio morale è spesso contrastante: se Goethe affermava “l'età non ci rende bambini, scopre soltanto che siamo ancora veri bambini”, Chateaubriand, appena sessantenne, rispondeva “la giovinezza rende amabile ogni cosa, mentre la vecchiaia rende laida anche la felicità”. La considerazione che la vita media è molto aumentata, deve fare riflettere sul pericolo di un conflitto intergenerazionale, perché i giovani devono mantenere con il loro lavoro un numero sempre più elevato di anziani e, per giunta, potrebbero essere sottoposti ad una concorrenza sleale in campo amoroso. La competizione è forte anche nel campo femminile, dove non si invecchia più, e il camuffamento dell’età, inteso come rifiuto ad accettare la decadenza del corpo, è un fenomeno comune, passando dai semplici trucchi estetici, al botulino, ai trattamenti antiageing e alla chirurgia estetica. La madre in competizione non ha più il fascino della donna matura, ma si veste e si comporta come la figlia, manifestando azioni e desideri tipici del mondo giovanile. Si assiste al paradosso di

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una società che invecchia sempre di più, ma che appare sempre più giovane, cioè secondo la felice definizione di Robert Bly “una società orizzontale”, senza più padri e figli, nonni e nipoti, ma composta da fratelli e sorelle obbligati ad essere sempre giovani. Il rischio reale è di essere eterni Peter Pan, che improvvisamente si scopriranno soli, tristi e imbalsamati. La Società italiana di Andrologia, durante la decima edizione della Settimana della prevenzione andrologica, ha sottolineato che l’attività fisica aerobica regolare per almeno tre ore alla settimana può aumentare il desiderio e la soddisfazione nel rapporto sessuale, oltre che contribuire in modo significativo a combattere la disfunzione erettile; convinzione confermata da uno studio su 60 pazienti con disfunzione erettile, tra i 40 ed i 60 anni di età e fisicamente non attivi o poco attivi (meno di 2 ore di attività sportiva/settimana): è sufficiente bruciare circa 1.500 kcal/settimana facendo jogging, esercizi aerobici, bicicletta o cyclette, una passeggiata nel parco o una nuotata, per avere giovamento a livello di prestazioni sessuali. I risultati sono stati sorprendenti, perché il gruppo che, oltre alla terapia farmacologica, svolgeva anche attività fisica, ha presentato un miglioramento della funzione erettile, rispetto al gruppo con sola terapia farmacologica. Secondo D. Fromer, dell’Hackenseck University Medical Center del New Jersey (USA) che ha condotto uno studio su 587 donne, pubblicato nel 2010 sul British Jounrnal of Urology, oltre il 63 delle donne soffre di disfunzioni sessuali e in particolare quasi la metà (47%) di mancanza di desiderio. Il dolore sessuale femminile (dispareunia) è un problema molto diffuso: ne soffre il 15% delle donne in età fertile e il 44% di quelle in menopausa, con gravi ripercussioni sulla qualità di vita della coppia. Tra i fattori scatenanti, sono presenti quelli biologici (infezioni


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recidive da candida o pelviche, endometriosi, iperattività del muscolo che circonda la vagina), psicosessuali (paure, inibizioni educative o disturbi d'ansia), ma possono essere fonte di dolore alla penetrazione anche i preliminari frettolosi, i conflitti col partner e la scarsa compatibilità anatomica. Un calo del desiderio femminile può influenzare anche il comportamento sessuale maschile: uno studio di M. Maggi, dell’università di Firenze, sulla base di 3000 interviste, evidenzia che nella relazione di coppia, un rapporto non soddisfacente provocherebbe nell’uomo anche sintomi fisici, in particolare se la relazione dura da più di sei anni (calo del testosterone, depressione, insoddisfazione, ritardi eiaculatori, calo del desiderio, diminuita capacità erettile e una diminuzione dei flussi vascolari) (D. Marino, Panorama 19/2/2009). Da qualche tempo si parla molto di crisi del desiderio maschile, ma verosimilmente il maschio è messo in crisi da alcuni atteggiamenti, come dovere necessariamente dare piacere alla partner e procurarle l’orgasmo, che generano la paura della prestazione. I maschi che hanno problemi nella sessualità raccontano di aver visto il padre umiliato dalla madre e di avere provato rabbia per la sua incapacità di contenere e rispondere in modo competente. Nelle relazioni eterosessuali si vivono le dimensioni degli opposti e si dovrebbe valorizzare la gioia di abitare la terra difficile del confronto. Oggi i figli maschi vivono spesso con madri separate, con insegnanti donne e con figure di aiuto femminili (R. Giommi, 2008). Secondo una stima del 2008 della Società italiana di Andrologia, negli ultimi dieci anni è triplicato il numero delle “coppie bianche”: partner fissi, sposati o conviventi, che ormai hanno rinunciato ai rapporti intimi per vivere come fratelli. Una scelta che sembra più diffusa nei grandi centri urbani, a causa della frenesia lavorativa che inibisce la passione. Il calo della libido arriva

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a livelli estremi, fino a raggiungere una precoce pace dei sensi già intorno ai 40-50 anni. Secondo un rapporto del 2006 dell’ASPER (Associazione per lo studio dell’analisi psichica e la ricerca in sessuologia), su un campione di 1215 intervistati tra i 18 e i 55 anni, il 32 per cento degli uomini ammette un calo del desiderio generalizzato. Un forum on line per «asessuali», l’Asexual Visibility and Education Network (AVEN), fondato nel 2001 dall’allora ventunenne statunitense D. Jay e diffusosi in tutto il mondo, dedicato alle persone che non sentono alcun bisogno di praticare attività sessuale, sarebbe in rapida crescita (Mente&Cervello, luglio 2008, n. 43). Secondo i dati del Ministero della Sanità giapponese, il 35,1% dei maschi di età compresa tra i 16 e i 19 anni si dice "disinteressato" o addirittura "contrario" al sesso (percentuale doppia rispetto ai dati del 2008 e che arriva al 21,5 % anche tra i ragazzi tra i 20 e i 24 anni) ed anche il 40,8% delle coppie sposate ha dichiarato di non aver avuto rapporti con il coniuge nel corso dell'ultimo mese, mentre due anni fa la percentuale arrivava al 36,5 e nel 2004 era ferma al 31,9. Le ragioni dichiarate sono senso di noia, una recente nascita e stanchezza dopo il lavoro. Un altro fenomeno giapponese sono i giovani definiti erbivori o soushokukei-danshi. Giovani uomini timidi, passivi e riluttanti al rapporto di coppia, più interessati al loro aspetto fisico (capelli e manicure in primis) e relativi accessori di tendenza, che non pensano a cercarsi la fidanzata; amano vivere con la mamma ed avere rapporti platonici (Il Mondo, settimanale del Corriere della sera, lunedì 17 gennaio 2011). Secondo i dati di un sondaggio nazionale promosso dal progetto Scegli tu, che ha coinvolto 600 giovani (sotto i 35 anni), presentati a Milano nel gennaio 2011, il 29% dei giovani maschi e il 35% delle femmine italiane giudica negativamente la propria vita sessuale, e solo 12% degli uomini e il 9% delle donne la SESSUALITÀ, CIBO E CERVELLO |

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ritiene ottima. Per la donna il principale colpevole è il calo del desiderio (26%), seguito da dolore ai rapporti (21%) e ansia da prestazione (9%). Gli uomini invece nel 32% dei casi dichiarano di soffrire talvolta di eiaculazione precoce, il 27% di difficoltà di erezione. Nuove forme di sessualità sono state prima il telefono e poi internet, tanto da provocare la nascita di centri per la disintossicazione da internet. Il sesso virtuale, caratterizzato dall’anonimato, altera gli stati emotivi, spesso liberando gli istinti e le fantasie peggiori. I fruitori di sesso virtuale, che non sono soltanto adolescenti, ricercano emozioni sempre più intense e trasgressive, spesso combinando incontri con grande delusione nel confronto tra reale e virtuale. Il meccanismo di difesa che scatta è quello della negazione: negano e minimizzano il fatto che il loro comportamento possa causare danni a loro stessi e agli altri, anche se tendono a isolarsi dalla famiglia. Le persone, spesso affette da depressione e sensi di colpa, si avvicinano per curiosità, favoriti da veri fattori come: 1) accessibilità facile e in qualsiasi ora; 2) isolamento e sicurezza; 3) anonimato reciproco; 4) disponibilità gratuita di materiale pornografico; 5) fantasie più perverse senza pericolo di rifiuti imbarazzanti (P. Praticò Diabaino News dicembre 2008). Secondo i dati, presentati nel 2011 ad un congresso ad Abano Terme e commissionati dalla Società Italiana di Andrologia Medica e Medicina della Sessualità (Siams) ad un’azienda specializzata nell’analisi sul traffico online su un campione di 28mila utenti maschi dei circa 27 milioni di utenti Internet, a frequentare i siti pornografici in Italia sono 7,8 milioni di persone, pari al 28,9%, ponendo l’Italia al quarto posto in Europa, dopo Germania (34,5%), Francia (33,6%) e Spagna (32,4%). Nella grande maggioranza i frequentatori più assidui dei siti pornografici sono uomini (73,4%) ed in alcuni casi si comincia anche prima di 13 anni

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(3,9%); i contatti aumentano fra 14 e 18 anni (5,9%) e salgono decisamente fra 25 e 34 anni (22,1%), con un picco fra 35 e 44 anni (25,4%) e successiva riduzione al 20,1% fra 45 e 54 anni e il 12% negli uomini di oltre 55 anni. La frequentazione dei siti pornografici, iniziata molto precocemente e proseguita quotidianamente per 3-4 anni, anche con la possibilità di una sessualità attiva online, attraverso le chat, può interrompere il percorso di maturazione sessuale legata all’affettività e creare una sorta di assuefazione anche alle immagini più violente, con l’instaurarsi di una forma di anoressia sessuale, fortunatamente reversibile. Un’altra conseguenza, legata all'abitudine ad una sessualità sempre più esplicita su internet, è la frequenza di rapporti non protetti nella vita reale. Secondo la Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia (SIGO) in Italia il 14% dei teenager manda proprie foto di nudo per ottenere regali, il 40% guarda abitualmente immagini o video a sfondo sessuale, il 22% ha rapporti intimi con qualcuno conosciuto solo in internet. Gli adolescenti usano sempre meno precauzioni con un aumento di gravidanze indesiderate ma soprattutto malattie sessualmente trasmissibili, come in Gran Bretagna, dove è stata riscontrata una forte correlazione tra le aree in cui Facebook è molto popolare e il numero di persone affette da sifilide. In Cina, dove sono presenti 425 milioni di utenti internet, il Governo aveva bloccato l’accesso ai siti porno, ma recentemente gli internanuti hanno scoperto le possibilità di accedere nuovamente a questi siti: la motivazione della caduta del blocco sarebbe da cercare nella decisione di concentrare i controlli da parte delle autorità sui siti politici e culturali, ma anche nella considerazione che la popolazione cinese non considera più immorale l’accesso a questi siti. In una ricerca condotta su un campione di mille donne laureate di Shangai, il 75% delle intervistate ha


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dichiarato di accettare il sesso virtuale (G. Visetti, Repubblica 27 luglio 2010). L’indifferenza verso il sesso potrebbe essere messa in rapporto con la sua “banalizzazione”, fenomeno che si è sviluppato di pari passo alla “banalizzazione” del cibo, tipica della nostra società, e all’esplosione dell’obesità. Susanna Tamaro (Corriere della sera 14 giugno 2010) stigmatizza quella che lei definisce la “pornografizzazione della società”: …“Tutto sembra girare intorno al sesso - ad un sesso esibito, parlato, vissuto, consumato, condiviso. I giornali per adolescenti parlano di orgasmi come fossero scampagnate in bicicletta… Sembra che il sesso sia l’unico grande pensiero dei nostri giorni e il piacere il pifferaio magico a cui tutti corriamo dietro estasiati… Ma, a parte i lati comici di questa ossessione collettiva, in una tale visione dell’attività sessuale è racchiusa una estrema povertà. Il livellamento obbligatorio - per cui o fai sesso o non esisti - mistifica proprio quella che è una delle componenti più importanti dell’uomo, quella erotica. Ognuno di noi ha una diversa propensione all’eros, per alcuni è una forma di energia straordinaria, per altri più moderata, mentre per altri ancora è ininfluente nell’equilibrio della loro vita.

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L’eros è sempre un elemento della complessità della persona, e non solo cambia da individuo a individuo, ma può cambiare, nello stesso individuo, nel corso della sua vita. …Gli effetti della promiscuità obbligatoria, unite alla forza plasmante del consumismo, ci hanno subdolamente privato della nostra natura più profonda, trasformandoci in affannati cloni del modello maschile. Ma anche all’uomo non è andata molto meglio: privato di un vero femminile, si è sentimentalizzato, perdendo quelle prerogative positive implicite nella sua natura paterna e virile…”. In un recentissimo editoriale pubblicato sul “British Journal of Psychiatry”, Boadie Dunlop, direttore del Programma su umore e disturbi di ansia dell’Emory University (Usa), prevede un massiccio aumento di disturbi depressivi tra gli uomini nel corso del XXI secolo e spiega che le ragioni del malessere maschile sarebbero da ricercarsi nel tramonto del ruolo del capofamiglia. Negli Usa, le donne si sono fatte strada nel mondo del lavoro, tanto che nel 2007 il 22% delle mogli guadagnava più dei rispettivi mariti, contro lo sparuto 4% del 1970, e molti uomini vivono con disagio la condivisione dei compiti collegati alla cura dei figli.

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Il sesso extraconiugale

Vivamus , mea Lesbia, atque amemus, rumoresque senum severiorum omnes unius aestimemus assis. Soles occidere et redire possunt: nobis cum semel occidit brevis lux, nox est perpetua una dormienda.

Viviamo, mia Lesbia, e amiamo, e le prediche dei vecchi severi stimiamole, tutte, quanto un soldo bucato. I soli possono tramontare e tornare; noi, una volta caduta la nostra breve luce, abbiamo davanti il sonno di una notte perpetua.

Catullo, Carmina, V, 1-6

Non si è mai troppo vecchi fin che si desidera sedurre e soprattutto, fin che si desidera essere sedotti Charles Baudelaire

Le femmine del granchio violinista (Uca annupiles) sono disponibili a fare sesso con il maschio vicino di casa per protezione: Richard Milner (Biology Letters) rivela che forniscono prestazioni sessuali extraconiugali al vicino chiamandolo a difesa in caso di pericolo come l’arrivo di un altro maschio (protezione offerta nel 95% dei casi), mentre nel caso dell’arrivo di una femmina la protezione arriva soltanto nel 15% dei casi, perchè verosimilmente è gradito l’arrivo di un’altra femmina. Anche le femmine del merlo dalle ali rosse spesso accettano il corteggiamento di tutti i possibili pretendenti in cambio di cibo e protezione e le femmine “serie” subiscono maggiori furti di uova. Le femmine dei pinguini Adelia si concedono in cambio di pietre per costruire il nido (Paola Caruso Corriere della Sera 8/11/2009). Gli uccelli sono abitualmente monogami, ma i maschi della Balia Nera, uccello europeo del

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gruppo dei Pigliamosche, preparano il nido per la prima femmina e dopo l’accoppiamento vanno a preparare un secondo nido per una seconda femmina; il maschio rifornisce il primo nido con una media di quattordici consegne ed il secondo di sette. I piccoli della seconda nidiata hanno minore probabilità di sopravvivere e soltanto maschi molto forti riescono a reggere lo sforzo. Per ogni maschio bigamo, generalmente i più grossi, deve essercene un altro più sfortunato, senza compagna, anche se è possibile che, mentre il maschio molto impegnato è assente, altri maschi ne approfittino per avere via libera con la sua compagna ( J. Diamond). Nel corso dei secoli è sempre rimasta la pratica del sesso extraconiugale: da parte dei maschi, avrebbe lo scopo di accrescere il numero di figli e, quindi, trasmettere di più il proprio DNA, e, da parte delle donne, che hanno una potenzia-


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lità di procreazione nettamente più limitata rispetto agli uomini, di migliorare la “qualità” dei figli, introducendo elementi di varietà genetica (i genetisti considerano l’adulterio un “vantaggio” per la selezione naturale). Nell’adulterio, infatti, il comportamento si differenzierebbe fra i due sessi: la donna adultera generalmente tenderebbe ad essere più selettiva degli uomini adulteri, con ricerca di rapporti duraturi (Diamond J, 2006). Nel maschio prevarrebbe di più l’aspetto della conquista: il gusto del corteggiamento, l’individuazione della “preda”, la strategia necessaria, il segreto, la furbizia richiesta richiamano perfettamente la caccia primordiale. Il tradimento è stato sempre praticato, nonostante che questo sottragga tempo alla ricerca del cibo e sia molto rischioso sia per il pericolo di lotte fra i maschi sia per il grande dispendio energetico e per l’affaticamento con rischi per la salute, considerato che l’attività sessuale dell’uomo può continuare anche nella vecchiaia. In definitiva l’amore per il rischio fisico o mentale, eredità della caccia, sarebbe la molla del comportamento maschile: secondo questa teoria questa stessa molla avrebbe portato all’innovazione, all’invenzione, alla scoperta, alla genialità, per cui gli uomini di successo sarebbero inevitabilmente infedeli (D. Morris, 1994, 2004). Un'attività sessuale piena e piacevole protegge gli uomini dai problemi cardiovascolari. Secondo uno studio di M. Maggi su un campione di 4 mila uomini, gli infedeli occasionali hanno un più basso rischio cardiovascolare, mentre se l'amante è fissa il vantaggio è perso, perché un rapporto parallelo aumenta lo stress e i sensi di colpa, con incremento di fumo e alcool. Più sesso equivale a più testosterone che a sua volta equivale e meno depressione e a un migliore quadro cardiovascolare (Malkin CJ et al. 2010). Eva Cantarella riferisce sul Corriere della sera, che l’imperatore romano Augusto, nel tentativo di restaurare gli antichi valori decaduti, aveva fatto approvare una legge che condannava a essere deportate su un’isola tutte le

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donne che avessero avuto rapporti sessuali al di fuori del matrimonio (anche le nubili e le vedove), a meno che non fossero registrate come prostitute, per cui un numero significativo di donne cominciò ad andare a iscriversi in questo registro. Tacito scrive che ai tempi di Tiberio andò ad iscriversi anche una tale Vistilia, appartenente alla classe equestre, per cui fu deciso di vietare l’esercizio della prostituzione alle donne di questo rango. Secondo una ricerca della State University di New York, che ha analizzato il vissuto sessuale di 181 giovani adulti, la tendenza all’infedeltà sarebbe legata ad un gene DRD4, responsabile del rilascio di dopamina e quindi del piacere, che renderebbe due volte più predisposti all’infedeltà. M. Burkley e J. Parker hanno chiesto a 184 studenti eterosessuali single, maschi e femmine, di indicare la loro disponibilità ad avere una relazione con una persona ritenuta, grazie a precedenti test, il loro partner ideale. In realtà a tutti era mostrata la stessa foto di uomo o donna, cambiando solo l’indicazione se era libero o impegnato: i maschi mostravano sempre un’alta propensione a tentare l’avventura, indipendentemente dallo stato della nuova partner, mentre per le donne, se l’uomo nella foto era single, la loro disponibilità ad avere una relazione era del 59%, mentre se l’uomo era indicato come già impegnato con un’altra, l’interesse saliva addirittura al 90% (Le Scienze ottobre 2009). In altre parole sembrerebbe che per la donna la possibilità di “rubare” il maschio ad un’altra donna rappresenti una grossa spinta aggiuntiva. Un altro esperimento condotto da E. Jannini, dell’Università dell’Aquila, su 100 infermiere fra 35-45 anni, ha concluso che le donne hanno una spiccata preferenza verso il viso di coetanei o di volti maturi, meno per quello dei più giovani. I gusti in fatto di bellezza maschile cambierebbero durante il periodo dell’ovulazione: in questa fase le preferenze andrebbero ai volti più mascolini, mentre fuori da questo periodo ai lineamenti più delicati. I tratti virili, espressione SESSUALITÀ, CIBO E CERVELLO |

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di un maggiore livello di testosterone, sarebbero considerati più attraenti nel periodo fertile, come garanzia di mascolinità, mentre negli altri periodi sono meno apprezzati, perché considerati come indice di minore fedeltà. In definitiva la sessualità femminile dimostrerebbe interesse per un ampio ventaglio di tipi e quindi questo potrebbe spiegare la grande frequenza di tradimenti: il rapporto Asper sul comportamento sessuale femminile, riportati in “Bisogno e soddisfazione. La sessualità al maschile e al femminile” del sessuologo C. Jannone, rivela che quasi una donna su due dichiara di avere tradito il partner; per la gran parte (71,4%) prendendo l’iniziativa. Una ricerca su 3mila persone, commissionata dalla The Co-operative Pharmacy e riportata sul quotidiano britannico Daily Telegraph, rivela che un quarto degli over 50 tradisce il partner e che un sesto non usa contraccettivi quando ha un nuovo rapporto, mentre i giovanissimi sono meno promiscui (un quinto degli adolescenti oltre 16 anni non ha ancora avuto il primo rapporto sessuale). D’altronde l’odierno atteggiamento di alcuni gruppi femminili copia maldestramente il comportamento dei maschi negli antichi bordelli. In alcuni college americani le ragazze celebrano le feste di fine d'anno ingaggiando “gigolò”, che si aggirano nudi fra loro e hanno rapporti sessuali promiscui, mentre le compagne applaudono. La gara, a chi si porta a letto in un anno un maggiore numero dei ragazzi, sembra appassionare queste studentesse molto più che altre conquiste di tipo scolastico o culturale.

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A. Campbell della Durham University ha studiato le reazioni al sesso occasionale ed ha concluso che nelle donne è presente un atteggiamento negativo verso relazioni come le cosiddette “one night stands”, le avventure che durano una sola notte. La studiosa basa le sue conclusioni su un sondaggio condotto su internet di 1783 uomini e donne che ammettono di avere avuto, appunto, “one night stands”: l’80 per cento degli uomini esprime sensazioni positive, dicendo di essere contenti, di avere avuto piena soddisfazione sessuale e di sentirsi fisicamente meglio, mentre solo il 54 per cento delle donne esprime sensazioni simili (Campbell A, 2008). L’immaginario accenderebbe frequentemente il desiderio nella donna, ma il margine di autocontrollo è elevato, perché la donna è in grado di accettare l’accoppiamento anche in situazioni ormonali sfavorevoli, come durante il ciclo, e di rifiutarlo, anche se attratte fisicamente. F. Alberoni, in un editoriale sul Corriere della Sera, esalta il rapporto fra piacere e monogamia, affermando che: “Nella passione amorosa la fedeltà è desiderata perché rende l’amore completo. Chi si lascia tentare non potrà più ritrovare la totalità perduta, perché una parte della sua anima sarà sempre lontana. Non è vero che il piacere massimo si ottiene cambiando continuamente partner. Per raggiungere la pienezza del piacere occorre tempo, devi conoscere a fondo la persona che ami, accettare di amarla senza paura, senza orgoglio, senza tabù, senza mentire e cercare l’intimità totale, il piacere totale, l’abbandono totale.”


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Amore e odio

Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris. Nescio, sed fieri sentio et excrucior. (Odio e amo. Forse mi chiedi come io faccia. Non lo so, ma sento che ciò accade, e mi tortura. ) Catullo, Carme 85 Chi ora fugge presto inseguirà Chi non accetta doni ne offrirà e se non ama presto comunque amerà Saffo

Socrate, nel Fedro di Platone, afferma: “il desiderio irrazionale che ci guida verso il godimento della bellezza e soggioga il giudizio che ci guida verso ciò che è giusto, e che è vittorioso nel guidarci verso la bellezza fisica quando è potentemente rinforzato dai desideri a esso correlati, prende il nome proprio da questa forza ed è chiamato amore”. Dante, nel V canto dell’Inferno, così esprime l’amore: “amor che al cor gentile ratto s’apprende…amor che a nullo amato amar perdona…”. In altre parole, l' amore afferra fulmineamente, di sorpresa, se il nostro cuore è abbastanza nobile da poterlo accogliere; l' amore si propaga con la violenza contagiosa di un incendio, a cui è impossibile resistere, ed è impossibile non contraccambiarlo. Secondo uno studio dell'università di Syracuse (USA), pubblicato nel 2010 sul Journal of Sexual Medicine, un quinto di secondo è sufficiente

per innamorarsi, coinvolgendo 12 aree cerebrali dell'area delle ricompense e di quella cognitivo-associativa, che lavorano per rilasciare sostanze chimiche, come dopamina, ossitocina e adrenalina, e, quando ciò accade, si prova lo stesso sentimento di euforia che si prova quando si assume cocaina, mentre i livelli ematici del fattore di crescita nervoso, o Ngf, aumentano e sono più alti nelle coppie che si sono appena innamorate. Sean Mackey, in uno studio pubblicato nel 2010 su Plos One, ha avuto la prova dell'effetto analgesico dell'amore dopo aver esaminato 15 studenti innamorati, sottoposti a prove speciali e monitorati con risonanza magnetica e rilevatori termici. L’effetto dell’amore sul dolore è più potente rispetto a quello assicurato dalle distrazioni (utili a ridurre la sofferenza, ma a livelli molto più bassi) e coinvolge strutture profonde come il nucleo accumbens. Nei test SESSUALITÀ, CIBO E CERVELLO |

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di distrazione, i circuiti cerebrali che portano ad alleviare il dolore sono principalmente quelli cognitivi, mentre l'analgesia indotta dall'amore è associata ai centri della ricompensa e coinvolge una struttura del cervello molto più profonda e primitiva, agendo in modo simile agli oppioidi. Scienziati britannici hanno dimostrato che uno stesso interruttore nel cervello accende odio e amore e gli stessi circuiti cerebrali responsabili dell’odio sono attivati nel caso dell’amore romantico. Nello studio sono stati coinvolti alcuni volontari, 17 dei quali professavano un odio viscerale e profondo per qualcuno. Molti hanno indicato un ex partner o un rivale in ufficio, e una donna ha indicato un famoso esponente politico. I circuiti dell’odio includono parti del cervello (putamen e insula) note per essere collegate a disprezzo e disgusto, ma anche in parte al sistema necessario per controllare movimento e azione. Putamen e insula sono attivate anche dall’amore romantico. In particolare, il putamen potrebbe essere coinvolto nella preparazione di azioni aggressive in un contesto passionale, come ad esempio situazioni in cui un rivale rappresenta un pericolo. Una delle maggiori differenze tra odio e amore sembra essere collegata alla razionalità. Larghe parti della corteccia cerebrale, associate con giudizio e ragionamento, sono disattivate nel caso dell’amore, mentre questo accade solo in piccola parte per l’odio. Se nell’innamoramento spesso si è ciechi e assolutamente poco critici nei confronti dell’amato, nel caso dell’odio le indagini rivelano che siamo più razionali: prima si calcolano bene le mosse mirate a danneggiare il nemico o a vendicarsi per qualcosa. L’attività del circuito cerebrale dell’odio sembra proporzionale alla forza del sentimento dichiarato: più si detesta

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qualcuno, più l’interruttore nel cervello brucia (Zeki S e Romaya JP, 2008). Ricercatori, guidati da Helen E. Fisher, dell’Università di New York, hanno analizzato con la risonanza magnetica il cervello di 15 studenti di college, dieci donne e cinque uomini, abbandonati da due mesi dal proprio amato, dopo avere avuto un rapporto della durata di almeno due anni. I risultati, pubblicati sul Journal of Neurophysiology, dimostrano che il solo guardare in foto l'ex, o persone che gli assomigliassero, provocavano nei volontari alterazioni legate alle aree del piacere e della ricompensa, le stesse implicate nella dipendenza da sostanze stupefacenti come la cocaina. In altre parole si attivavano diverse aree neurali: l'area ventrale tegmentale, che controlla motivazione o incentivo a fare qualcosa da cui trarre appagamento (area già nota per il suo coinvolgimento nei sentimenti suscitati dall'amore romantico); il nucleo accumbens e le corteccie orbitofrontale e prefrontale, tutte zone associate al desiderio e alla dipendenza; il sistema dopaminergico, cioè quello della dipendenza dalla cocaina; la corteccia insulare e quella cingolata anteriore, associate a dolore fisico e stress. La scansione con la risonanza magnetica funzionale ha rivelato che i ''cuori spezzati'' continuavano a tenere attive quelle zone cerebrali per molto tempo, per cui l'innamorato resta tale anche dopo la rottura, e la fine di una relazione diventa difficile da superare, come la disintossicazione dalla cocaina e da altre droghe. Tutto questo spiegherebbe anche comportamenti ossessivi-compulsivi tipici degli amanti e anche la nascita di sentimenti, legati a un rifiuto, difficili da controllare, come lo stalking, l'omicidio e il suicidio, e la depressione associata al rifiuto e alla perdita di un amore.


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La gelosia

La gelosia è sovente solo un inquieto bisogno di tirannide applicato alle cose dell’amore. Marcel Proust, La prigioniera, 1923 (postumo) Nella gelosia c’è più amor proprio che amore. Francois de La Rochefoucauld

Nonostante che fin dagli anni Settanta, i sessuologi e i sociologi avessero preannunciato un mondo da cui sarebbe scomparsa la gelosia, ancora oggi le cronache giornalistiche sono piene di notizie di aggressioni, sangue, omicidi e suicidi, legati a tradimenti e abbandoni e il “mostro dagli occhi verdi” (Shakespeare) costringe un importante capo di stato, come Sarkozy, a fare una scenata sul set di un film. Secondo un recente studio dell’Università del Delaware, pubblicato sulla rivista Emotion dell’American Psychological Association, la grande maggioranza delle donne, quando la gelosia entra in gioco, rimane accecata, perdendo la capacità di concentrarsi su altro perché distratte da immagini emozionali sgradevoli. Le coppie sono state divise e invitate a sedersi in due diverse postazioni con computer: alle donne è stato chiesto di individuare in un flusso di immagini quelle

che riguardavano dei paesaggi; agli uomini, invece, è stato chiesto di valutare la bellezza dei paesaggi che apparivano sullo schermo e l’“attrattività” di alcune immagini di donne single. I ricercatori hanno poi invitato le donne a esprimere i loro sentimenti di fronte ai commenti del proprio partner sulle donne single. Molte di loro si sentivano a disagio quando il partner esprimeva commenti su altre donne. Più le donne erano gelose e più erano distratte da immagini emotivamente sgradevoli, tanto da non riuscire più a svolgere il compito di individuare i paesaggi, così come richiesto dai ricercatori. Il rapporto tra gelosia e “cecità” indotta da emozioni è emerso con forza ogni volta che il partner maschile dava un giudizio su altre donne. La gelosia si è evoluta come allarme emotivo per segnalare le potenziali infedeltà del partner e generare un comportamento volto a SESSUALITÀ, CIBO E CERVELLO |

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minimizzare le perdite dell’investimento produttivo del matrimonio. Per l’uomo l’infedeltà rappresentava il rischio di investire risorse di padre nella prole di un altro maschio. Per la donna era il coinvolgimento emotivo del maschio verso un’altra donna a implicare una potenziale perdita di risorse: la mente del maschio sarebbe più sensibile a segnali d’infedeltà sessuale, quelli della femmina a segnali d’infedeltà emotiva. Secondo D. J. Buller (Le Scienze, febbraio 2009), in realtà, l’infedeltà della donna è sempre accompagnata da coinvolgimento emotivo, anche se l’atteggiamento verso il sesso extraconiugale risente delle diverse culture: la cultura tedesca ha atteggiamenti più “rilassati” rispetto a quella statunitense. La gelosia nasce dall’esclusività, dalla sicurezza della trasmissione del proprio DNA. Secondo i biologi R. Alexander e K. Noonan, l’ovulazione nascosta si è evoluta sulla base della teoria del “papà a casa” per promuovere la monogamia, costringendo l’uomo a stare in casa e in tal modo rafforzando la sua certezza di essere il padre dei figli e “premiato” dal piacere della recettività sessuale costante della moglie. Tutto questo garantiva le lunghe cure parentali alla prole anche da parte dell’uomo, indispensabili per la sopravvivenza ed il successo dei figli. La recente possibilità in Inghilterra di verificare la paternità con un semplice ed economico test genetico potrebbe avere un impatto potenzialmente enorme in una società dove fino al 25% dei bambini, il 30% nelle aree più povere, non saprebbe con certezza chi è il proprio padre e potrebbe insinuare il demone del dubbio in molti padri, con il risultato di mettere a rischio i legami affettivi di migliaia di persone, specialmente se arrivassero inattese e scomode “rivelazioni”. Secondo D. Jones, direttore del Roman Catholic Anscombe Bioethics Centre, è immorale trarre profitto da un qualcosa che potrebbe privare i bambi-

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ni della figura paterna. Tuttavia proprio quando le possibilità di accertamento della paternità tramite l’esame del DNA sono enormemente aumentate, l’atteggiamento verso i figli si è apparentemente modificato e si sta affermando il concetto di paternità culturale, caratterizzata da un percorso educativo basato su cura e affetto. Questo atteggiamento è particolarmente evidente nelle sempre più frequenti coppie con figli di precedenti legami, in cui il maschio stabilisce un legame paterno ed affettuoso, a volte addirittura più intenso di quello biologico. In altre parole, l’uomo e la donna sarebbero capaci di superare il cosiddetto legame di sangue a favore di un legame di tipo culturale. La scelta del compagno/a ha rappresentato un momento di particolare importanza nella vita umana, festeggiato con particolare solennità, perché allevare un bambino senza l’aiuto del partner era ed è difficile, come è dimostrato, anche oggi, dalle gravidanze di ragazze adolescenti, causa di situazioni di malessere psichico e sociale, tali da non permettere spesso una crescita serena e una sana interazione sociale del bambino. L’uomo è capace di un lungo periodo di corteggiamento, che si può protrarre per anni o, addirittura, per decenni. Secondo gli esperti dell’University College di Londra, dell’ateneo di Warwick e della London School of Economics and Political Science ( Journal of Theoretical Biology, 2009), approfondire la conoscenza significa molto per entrambi i partner: gli uomini possono in questo modo dimostrare la loro idoneità a essere compagni di una vita, mentre le donne hanno il tempo per verificare che il partner abbia tutte le carte in regola proprio per andare all’altare o per fare figli. I ricercatori hanno utilizzato un vero e proprio modello matematico che prende in considerazione un uomo e una donna agli albori di una relazione. La femmina tende a prolungare il corteggiamento perché, conti alla mano, i


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maschi meno “promettenti” per il futuro sono anche quelli che rinunciano più facilmente davanti a una lei che non si concede subito. Di certo è più spesso il partner maschile a pagarne le conseguenze “emozionali”, ma anche economiche. Alla domanda perché non rinunciano, dedicandosi ad attività più redditizie, oppure perché non si accorciano i tempi per tagliare i costi, la risposta sembra essere che più lunga è la conoscenza, più la donna riesce ad acquisire informazioni sul maschio,

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riducendo le probabilità di impegnarsi con la persona sbagliata. Mentre l’uomo, che “regge” a tutta questa pressione, è veramente interessato. In pratica il corteggiamento infinito è il prezzo che si deve pagare per avere più assicurazioni sulla durata e sull’armonia della storia. Ma Oscar Wilde non è d’accordo: “Non sono favorevole ai lunghi fidanzamenti: danno l’opportunità di scoprire il carattere l’uno dell’altro prima del matrimonio, il che non è mai auspicabile”.

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La menopausa

Is sex necessary? James Thurber

Un aspetto peculiare della donna è la menopausa, periodo in cui persiste la recettività sessuale nonostante l’impossibilità della procreazione. L’età media d’insorgenza è di circa 51 anni, abitualmente tra i 45 e i 55 anni, dovuta ad un rapido crollo della secrezione di estrogeni, e nel 75-80% dei casi si accompagna a sintomi vari, come vampate di calore, ansia e depressione, ecc., che possono peggiorare la qualità di vita delle donne. Nell’uomo non esiste una condizione equivalente perché l’andropausa dopo i 40 anni è caratterizzata da un calo lento del testosterone, con una riduzione di circa 1% ogni anno. In natura la fine del periodo fertile coincide generalmente con la morte della femmina, con l’eccezione forse di una specie di delfino. Il fine evoluzionistico è evidente: quando qualsiasi femmina nel mondo animale non può più trasmettere il proprio DNA tramite i figli, muore. Risulta

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pertanto di difficile interpretazione evoluzionistica perché soltanto la donna, pur continuando l’attività sessuale, sprechi tanti anni della sua vita, dal punto di vista procreativo, considerato che questo periodo risulta oggi lunghissimo, quasi equivalente alla durata del periodo fertile. La spiegazione fornita che il numero di ovuli nella donna sia predeterminato alla nascita e si esaurisca verso i 40-50 anni, sposta soltanto il problema sul perché sia previsto un numero così ridotto di ovuli rispetto alla spettanza di vita. Uno dei motivi evoluzionistici può essere l’estrema importanza della figura materna nella crescita e nell’educazione dei figli, processo che nella nostra specie dura moltissimo, almeno fino alla pubertà. Nascite in età più tardive difficilmente avrebbero potuto essere seguite fino ad una soddisfacente maturazione della prole. A questo si aggiunga che il parto è sempre stato un grosso rischio


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per la donna: una donna troppo matura e già usurata da altre gravidanze, dagli allattamenti precedenti, dalla necessità di trasportare in braccio i bambini e di lavorare più duramente per sfamarli, difficilmente avrebbe potuto superarlo senza conseguenze. Gli stessi figli di donne anziane hanno maggiori probabilità di avere difetti e malformazioni, con minori probabilità di sopravvivenza e peggiore qualità di vita. In altre parole, ulteriori gravidanze avrebbero compromesso la salute della donna e la possibilità di una buona crescita dei figli, già avuti, senza concrete speranze di figli sani. Una conferma a questa tesi ci viene dall’antropologo Barry Hewlett, che ha scoperto che i pigmei africani hanno una regola morale che tende a rendere più rigida la menopausa, a farla cioè iniziare anche prima del tempo: una donna deve smettere di avere gravidanze quando la prima figlia ha un figlio (Cavalli Sforza L.L.). Un altro aspetto spesso trascurato è l’importanza della donna nella terza e quarta età, cioè della figura della nonna: la donna anziana, non gravata da propri figli, contribuiva a procurare cibo anche per le figlie gravide, poteva aiutare a crescere ed educare i nipoti e poteva aiutare il branco, come prezioso archivio d’informazioni e di esperienze in epoche precedenti la scrittura ( J. Diamond 2006). Persino in una scimmia, Cercopithecus aethiops, è stato messo in evidenza (Lynn A. Fairbanks, Vervet monkeys grandmothers: effects on mother-infant relationships) il ruolo delle nonne per lo sviluppo dei nipoti: la presenza della nonna rendeva in genere le madri meno protettive, i giovani potevano così avere una

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parte più attiva nel regolare i loro contatti sociali. In definitiva risultò che l’assenza della nonna comportava un ritardo di un mese relativamente alle loro reali capacità di vita indipendente. Cesare Fiumi ha riportato (Corriere della Sera-Magazine, 30 luglio 2009) i casi, registrati in pochi giorni di cronaca, relativi a donne anziane: una borseggiatrice di 88 anni arrestata a Pesaro, una capo-mafia di 81 anni indagata a Gela, una gestrice d’autoscuola di 91 anni a cui è stata ritirata la patente per ebbrezza alcolica, una anziana di 102 anni candidata sindaco nel comune di Saludecio. Tutti casi che confermano che le donne, se le condizioni fisiche lo consentono appena, continuano a lavorare anche nella quarta età, per necessità, per abitudine o solo per passione. Si può aggiungere che le attrici Paola Borboni e Franca Valeri hanno continuato a calcare il palcoscenico ultranovantenni. Del resto le donne, anche pensionate, hanno continuato a prendersi cura dei genitori invalidi e dei figli, che non escono più di casa. Oggi è nata una nuova professione altamente usurante: quella dei nonni, balie a tempo pieno e senza retribuzione, «bruciati» dalla loro disponibilità, dal loro senso del dovere, dal loro smisurato attaccamento alla famiglia e sono anche felici di occuparsi dei nipoti. Secondo gli ultimi dati del Survey of Health, Ageing and Retiring in Europe, riferiti dal Corriere della sera del 7 marzo 2011, il 30% dei nonni italiani e spagnoli cura i nipoti quotidianamente e il 45% almeno una volta ogni settimana, con un netto distacco verso i popoli nord-europei, tra i quali il legame familiare è meno sentito.

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Parte Seconda | Il corpo del Sapiens e l’evoluzione

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Il codice genetico

Quale libro un Cappellano del Diavolo potrebbe scrivere sulle goffe, sperperatrici, balordamente raffazzonate, meschine e orribilmente crudeli opere della natura! C. Darwin La selezione spazza via sempre il più debole, e negli umani il più debole è sempre lui! L’uomo ignorante! Nietzsche

Il codice genetico, alla base della trasmissione ereditaria di ciascuna specie vivente, si basa sul DNA. Il DNA è un polimero, costituito da una successione di quattro elementi, detti nucleotidi, ripetuti innumerevoli volte. I nucleotidi (Adenina, Guanina, Citosina, Timina) sono “letti” a gruppi di tre, chiamati a loro volta codoni o triplette nucleotidiche. Ciascuna tripletta codifica uno specifico aminoacido, secondo una tabella di corrispondenze di validità universale. Il DNA è una lunga elica a doppio filamento e i due filamenti sono tenuti insieme dall’accoppiamento complementare delle quattro basi. Quando i due filamenti sono separati, la sequenza può essere usata come stampo per ricostruire l’altro filamento. Il DNA umano si differenzia di poco da quello dello scimpanzé e dei bonobi (1-2%) e anche degli altri Primati, anche se quel poco

giustifica e determina le grandi diversità esistenti su Linguaggio, Gastronomia, Erotismo, Arte, Etica. L’evoluzionismo prevede la partenza da un materiale comune e limitato, come confermato dalle affinità strutturali tra le proteine di gruppi diversi e dall’universalità del codice genetico, in grado di sviluppare “innumerevoli e meravigliose forme”, e si basa sul concetto di caso e d’evento casuale, per cui, grazie all’azione di due soli meccanismi biologici sempre in azione, cioè la creazione di nuove mutazioni e la selezione naturale, i soggetti, che migliorano per qualsiasi motivo le proprie possibilità di riproduzione e di sopravvivenza, si diffonderanno a scapito di coloro che ne sono sprovvisti, fino a diventare i sopravvissuti. Esistono quattro fattori fondamentali di evoluzione: la mutazione, la selezione naturale, la migrazione, il drift (deriva). Delle ultime due è presto detto: la SESSUALITÀ, CIBO E CERVELLO |

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migrazione favorisce il diffondersi di un determinato gruppo in spazi sempre maggiori con espansione del patrimonio genetico e il drift si determina quando si crea un isolamento genetico, per cui una piccola popolazione si isola e si differenzia dalle altre. Se il drift agisse da solo tenderebbe a rendere le popolazioni diverse l’una dall’altra, ma ciascuna sempre più omogenea. La migrazione opera in senso contrario perchè tende a rendere ciascuna popolazione più eterogenea, ma meno diversa dalle altre. Le mutazioni sono ineliminabili e casuali, e ogni generazione umana non può non avere qualche mutazione, perché in ogni replicazione del DNA c’è un errore ogni miliardo di caratteri copiati (le basi A, G, C, T) e il nostro genoma contiene tre miliardi di caratteri. Il numero stimato di geni umani è stato più volte corretto in ribasso in seguito al completamento del Progetto genoma umano; le stime correnti sono di poco meno di tre miliardi di paia di basi e circa 20.000–25.000 geni contro i 100.000 ipotizzati inizialmente (International Human Genome Sequencing Consortium) (2004). La densità genica di un genoma è la misura del numero di geni per milione di paia di basi (o megabase, Mb). La densità genica del genoma umano è di circa 12–15 geni per paia di megabasi (Watson JD, 2004). Gran parte delle mutazioni genetiche casuali non procurano né vantaggi né svantaggi per l’organismo, ma si accumulano ad un ritmo costante, che riflette la quantità di tempo trascorsa dall’ultimo antenato comune a due specie successive nella scala zoologica. Questo ritmo di cambiamento è spesso definito “il ticchettio dell’orologio molecolare”. L’accelerazione del cambiamento in qualche parte del genoma, invece, è il segno di una selezione positiva, cioè di mutazioni che aiutano un organismo a sopravvivere e a riprodursi, e perciò hanno maggiori probabilità di essere trasmesse alle generazioni future. Nella

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realtà i geni non hanno tutti lo stesso peso e svolgono ruoli diversi, perché alcuni di elevato livello gerarchico (geni master) controllerebbero l’operato di molti altri geni. La scelta tra gli esemplari, necessariamente lenta e uniforme, è determinata dall’ambiente esterno, modificato da eventi accidentali di natura geologica (eruzioni, terremoti, caduta di meteoriti), meteorologica e genetica (agenti mutageni). Gli eventi evolutivi non sono stati regolari e ritmici, ma si sono succeduti periodi brevi di grandi cambiamenti e periodi lunghi di equilibrio, per cui il processo evolutivo si realizzerebbe a salti, da cui il termine saltazionismo. Nella maggior parte dei casi gli organismi favoriti sono i più adatti all’ambiente in cui vivono per certi loro aspetti, che forniscono diverse e maggiori probabilità di una prole numerosa. Gli studi di K.S. Pollard (Le Scienze, agosto 2009), allo scopo di conoscere le differenze evolutive che ci rendono umani, hanno confrontato le sequenze del DNA umano e dello scimpanzé, evidenziando che su 3 miliardi di lettere che compongono il genoma umano, solo 15 milioni sono cambiati nei 6-7 milioni di anni trascorsi da quando le nostre linee evolutive si sono separate. La sequenza HAR 1 (Human Accelerated Region 1) è cambiata poco durante l’evoluzione dei vertebrati (pollo e scimpanzé differiscono per solo due lettere, contro le 18 differenze tra uomo e scimpanzé) ed è particolarmente importante nella differente conformazione del cervello tra le due specie: quando questi geni sono attivati, la cellula fa prima una copia mobile di RNA messaggero e poi usa l’RNA come stampo per la sintesi proteica. Questa sequenza è attiva in un tipo di neuroni che hanno un ruolo chiave nella forma e nella disposizione della corteccia cerebrale. HAR 1, però, non codifica per nessuna proteina: fa parte di quel 67,5% del nostro DNA, detto anche troppo sbrigativamente “DNA spazzatura”, che ordina ad altri


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geni quando accendersi e spegnersi. Sorprendentemente più della metà dei geni collocati vicino ad HAR è coinvolta nello sviluppo e nelle funzioni del cervello, per cui anche se HAR1 sono solo una piccola parte del genoma, i cambiamenti in questa regione potrebbero avere alterato profondamente il cervello umano, influenzando l’attività di intere reti di geni. HAR2 è una seconda sequenza che, a differenza dei Primati, guida l’attività genica nel polso e nel pollice durante lo sviluppo fetale, e che potrebbe spiegare i cambiamenti morfologici della mano umana, alla base della grande destrezza umana. Il gene FOXP2, che contiene un’altra sequenza a rapido cambiamento, è coinvolta nel linguaggio: facilita l’articolazione delle parole da parte della bocca; la variante è apparsa almeno mezzo milione di anni fa ed era condivisa dal Neanderthal. Il gene ASPM è variato dopo la separazione degli scimpanzé ed è utile nello sviluppo del cervello, considerato che una sua modifica è alla base della microcefalia. Il DNA del cervello può essere diverso da quello del resto del corpo e da neurone e neurone (Nature 2009, da Le Scienze ottobre 2009). Responsabili sono i trasposoni, piccole sequenze di DNA che si replicano autonomamente e introducono a caso copie di sé stessi nel genoma. Quando si dispongono vicino o all’interno di un gene ne mutano la sequenza alterandone la funzione. Sono elementi comunissimi nel DNA di tutte le specie con significato non chiaro. Gli organismi più complessi hanno evoluto meccanismi di difesa, che ne bloccano la proliferazione. La concentrazione più alta si ha nell’ippocampo e nella corteccia prefrontale. Grazie al “saltellare” dei trasposoni, qualche neurone riceverebbe mutazioni extra nelle prime fasi dello sviluppo, generando intere aree cerebrali geneticamente alterate. Sulla rivista “Nature”, E. Eichler, genetista del Dipartimento di Scienze del Genoma del-

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l’Universit�� di Washington e dell’Howard Hughes Medical Institute, ha pubblicato un articolo sulle “accelerazioni” genetiche nel passato dei Primati: le duplicazioni hanno creato regioni dei nostri genomi particolarmente suscettibili a riorganizzazioni su ampia scala, che predisporrebbero a ricorrenti delezioni e duplicazioni. Circa 10 milioni di anni fa avvenne un cambiamento genetico cruciale nel genoma di un antenato comune di gorilla, scimpanzé ed esseri umani: segmenti di DNA cominciarono a subire duplicazioni a un tasso maggiore rispetto al passato, creando un’instabilità che nel genoma degli esseri umani moderni ancora persiste e contribuirebbe all’insorgenza di malattie come l’autismo o la schizofrenia. Tuttavia, la duplicazione genica, non ha conseguenze solo negative: è responsabile anche della flessibilità genetica che ha determinato alcune caratteristiche umane uniche. In virtù dell’architettura del genoma umano, il materiale genetico in alcune regioni subisce costantemente delezioni e aggiunte ed esisterebbero veri e propri “vulcani” nel genoma, che producono pezzi di DNA. Eichler e colleghi hanno focalizzato i loro studi su quattro differenti specie: macachi, oranghi, scimpanzé ed esseri umani, tutte discendenti di una specie ancestrale vissuta circa 25 milioni di anni fa. Il primo ramo filogenetico a separarsi fu quello dei macachi, che sono quindi i più distanti dagli esseri umani in termini evolutivi. Oranghi, scimpanzé e umani hanno un antenato comune vissuto tra 12 e 16 milioni di anni fa. Scimpanzé ed esseri umani invece hanno una antenato comune risalente a circa 6 milioni di anni fa. Confrontando le sequenze di DNA delle quattro specie, hanno, quindi, identificato duplicazioni geniche nelle linee evolutive risalendo fino al loro comune antenato, stimando il periodo in cui avvenne una data duplicazione dal numero di specie che la condividono. Per esempio: una duplicazione osservata nell’orango, nello SESSUALITÀ, CIBO E CERVELLO |

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scimpanzé e negli esseri umani ma non nei macachi deve essere avvenuta negli ultimi 25 milioni di anni ma prima della formazione del ramo filogenetico dell’orango, il quale è geneticamente fermo da 15 milioni di anni, anche se si sono avute alcune variazioni nelle sequenze preposte al metabolismo e alla percezione visiva. Il gruppo di ricerca di Eichler ha trovato un tasso di duplicazione particolarmente alto nelle specie ancestrali che diedero origine a scimpanzé ed esseri umani, sebbene altri processi di mutazione, per esempio quelle a carico di singole basi, siano comparsi a un tasso rallentato. Sono stati analizzati marcatori genetici di 270 individui di quattro popolazioni: cinesi Han, giapponesi, yoruba e nordeuropei. Negli ultimi 5.000 anni si è modificato il 7% dei geni per adattamenti a particolari ambienti naturali e artificiali. La carenza di lattasi è molto diffusa in Cina e Africa e quasi assente in Nord-europa; più di 300 regioni del genoma hanno mostrato cambiamenti recenti, come la resistenza ad alcune malattie (febbre di Lassa e malaria), cambiamenti della pigmentazione cutanea e dei follicoli piliferi tra gli asiatici, pelle chiara e occhi azzurri fra i nordeuropei (P. Ward, Le Scienze febbraio 2009). Studi dell’equipe di Luigi Luca Cavalli-Sforza, della Stanford University, sulle variazioni di 650.000 singole lettere del codice genetico (SNP, polimorfismi di singolo nucleotidi) su 1000 persone appartenenti a più di 50 popolazioni diverse, hanno evidenziato che la distinzione non risiede in un singolo gene o in una sequenza specifica, ma in una variabilità genetica molto ampia. Il risultato è una mappa della diversità genetica che ha permesso di delineare la discendenza genetica di diversi gruppi umani, permettendo la ricostruzione degli spostamenti. Molti gruppi che si ritenevano “puri” geneticamente hanno in realtà antenati provenienti da diversi continenti, come beduini e palestinesi che discenderebbero da popolazioni mediorienta-

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li, europee e pakistane, in accordo con le teorie che il Medio-Oriente ha svolto un ruolo di cerniera e smistamento nelle migrazioni. In altri casi hanno permesso di rilevare che i baschi sono diversi dalle popolazioni che li circondano e gli Yakut, popolazione russa, ha somiglianza con indigeni dell’America centromeridionale, come i Maya (Le Scienze, Aprile 2008). Secondo alcuni, il rimescolamento del pool genetico potrebbe avere conseguenze negative sulla selezione perché permetterebbe di sopravvivere anche a portatori di danni genetici e si avrebbe un livellamento. È necessario, però, ricordare che la caratteristica umana più importante, e cioè l’intelligenza, è codificata da molti geni, ha un basso grado di ereditabilità e comunque non dipende da difetti fisici. Dopo 10 anni dal compimento del Progetto Genoma Umano si è capito che la vita non può essere ridotta alla lettura di un singolo gene e che le informazioni nelle cellule sono organizzate attraverso reti. I Primati hanno caratteristiche che preludono a quelle umane: flessibilità degli arti, che sono ben articolati rispetto al tronco; mantenimento di cinque dita in mani e piedi; mani prensili (opposizione del pollice) in grado di manipolare. Sono già presenti, inoltre, cure parentali molto attente e prolungate nel tempo: i piccoli sono accuditi a lungo. Gli occhi sono posti frontalmente con visione cromatica, binoculare e quindi tridimensionale, e colorata, indispensabile per individuare il cibo colorato tra le foglie, con predominio della vista sugli altri sensi; progressiva perdita della sensibilità olfattiva, con riduzione del prognatismo facciale. La visione dei colori nella specie umana e in alcuni Primati è diversa rispetto a quello di altri mammiferi, perché tricromatica, in quanto dipende da tre tipi di pigmenti, presenti sulla retina dell’occhio, che sono attivati dalla luce. Quasi tutti gli altri mammiferi sono dicromatici; alcuni mammiferi notturni sono monocromatici; alcuni pesci,


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uccelli e rettili sono tetracromatici (sensibili alla luce ultravioletta). L’analisi dei geni che codificano per quei pigmenti aiuta a capire come il tricromatismo si è evoluto: i pigmenti sono ad onda corta (S) 430 nanometri, media (M) 530 nanometri, lunga (L) 560 nanometri (rispettivamente blu, verde - giallo e rosso). Ciascun pigmento è costituito da un complesso molecolare formato da una proteina e un composto derivato dalla vitamina A in grado di assorbire la luce. I pigmenti si trovano nelle membrane dei coni, cellule nervose fotosensibili della retina di forma affusolata. I geni dei pigmenti M e L si trovano in posizioni adiacenti sul cromosoma X. Il gene del pigmento S è localizzato sul cromosoma 7 ed ha una lontana parentela con M e L. La maggior parte dei mammiferi non primati ha un solo pigmento sensibile alla lunghezza L, simile alla L dei Primati. La comparsa di M e L in una femmina dei Primati ha portato ad un vantaggio evolutivo, perché hanno una maggiore capacità di identificare la frutta commestibile. Solo l’uomo e le scimmie dell’Eurasia-Africa hanno il tricromatismo, mentre in quelle dell’America (uistitì, tamarine e scimmie scoiattolo) è presente solo in un sottoinsieme di femmine (le Scienze giugno 2009). Queste caratteristiche anatomiche correlano molto bene con un habitat arboricolo (grandi foreste pluviali, ricche di frutti e di foglie, quasi impenetrabili per i predatori). La retina contiene solo il 6% di coni sintonizzati intorno alle frequenze del blu, per la maggior parte situati nella periferia della retina, nonostante che cielo e mare occupino la maggior parte del nostro paesaggio visivo. Gasper Tkacik dell’università della Pennsylvania, sostiene in uno studio pubblicato su PloS Computational Biology (2011), che la retina attuale abbia questa disposizione di fotorecettori, perché si è evoluta nell’ambiente della savana (Le Scienze aprile 2011). Per la specie umana attualmente si ammette una precisa sequenza evolutiva, che parte

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dagli Australopitechi ed arriva all’Homo Sapiens, anche se non esiste un’unica linea, ma più diramazioni con la possibilità di parziali sovrapposizioni temporali, con livelli successivi, a gradi. In definitiva ci sarebbe stato uno sviluppo a cespugli, favorito dalla breve vita media (18-20 anni) degli ominidi e dalla dispersione dei piccoli gruppi in grandi spazi, senza vere discontinuità genetiche. Ogni nuova specie si è evoluta quando, per qualche ragione, un piccolo gruppo di ominidi si è separato dalla popolazione principale per molte generazioni, trovandosi in nuove condizioni ambientali che hanno favorito un diverso insieme di adattamenti, fino a quando i suoi membri non sono più stati in grado di riprodursi con la popolazione di partenza. Sullo sfondo di questa evoluzione sono i cambiamenti climatici ambientali, fra i quali un posto preminente avrebbe avuto una grande siccità di circa 3 milioni di anni fa che avrebbe agito da potente fattore selettivo nel passaggio al genere Homo. Globalmente si sarebbe trattato di un raffreddamento climatico, che avrebbe determinato nell’Africa orientale un periodo di siccità, confermato dal passaggio del rapporto fra il numero di pollini d’albero e il numero di pollini d’erba da 0,4 a 0,01 nei sedimenti della bassa valle del fiume Omo (Coppens 2007). Alcune specie si sono estinte (mastodonti, stegotetrabelodonti), altre sono migrate (tragelafi, bovini, cercopitechi, colobi), altre sono arrivate (alcelafini, antilopi, lepri, gerbilli), altre si sono trasformate, come hanno fatto gli ominidi. La risposta dei nostri predecessori è stata l’aumento del volume del cervello, con dimensioni quasi triplicate, e la modificazione facciale (riduzione della prognosi e dei canini, aumento dello strato di smalto dentale), che ha esteso la capacità della mascella di mangiare di tutto (Coppens 2007). Lo sviluppo del cervello è stato aiutato e sostenuto nello sviluppo da un’adeguata e completa aliSESSUALITÀ, CIBO E CERVELLO |

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mentazione, come dimostrato da recenti studi, effettuati con nuove metodiche diagnostiche come la tomografia ad emissione di positroni (PET), sui rapporti tra funzionalità cognitiva ed efficienza cerebrale e alimentazione (Small GW, 2006). Un’altra rapida evoluzione cerebrale è avvenuta quando circa 1,8 milioni di anni fa il comportamento alimentare dell’Homo Erectus ha dovuto necessariamente cambiare, aumentando l’apporto di carne e di pesce, favorendo lo sviluppo della massa cerebrale e di quella grassa, a scapito della massa muscolare (Leonard WR, 2003, 2007). Lo stile di vita parassitario, in cui l’antropoide si limitava a sfruttare le risorse presenti nell’ambiente, presupponeva una bassa densità di popolazione: meno di un individuo per km2, con gruppi non superiori a 25 individui. Le innovazioni nutritive hanno favorito negli ominidi alcuni importanti cambiamenti, indispensabili per la sopravvivenza e il miglioramento delle condizioni di vita. La varietà alimentare rappresentò la principale e decisiva innovazione rispetto agli orientamenti dietetici delle specie più vicine all’uomo nella scala zoologica, cioè le scimmie. L’aumento di numero dei neuroni del Sapiens si è realizzato anche per il miglioramento della qualità del cibo, perché la carne ha aiutato a sviluppare un grande cervello (il cervello è ricchissimo di acidi grassi polinsaturi e di colesterolo), ed è stato accompagnato dalla riduzione delle necessità olfattive e dal decremento del prognatismo facciale. Un cervello di grandi dimensioni è energeticamente molto dispendioso e gli umani spendono una grossa porzione del loro budget energetico per soddisfare il metabolismo cerebrale rispetto agli altri primati. Durante la vita fetale, il cervello umano consuma il 70% dell’energia fornita dalla madre (Broadhurst CL, 2002).

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Il fuoco Il pieno controllo del fuoco, avvenuto ad opera dell’Homo Erectus circa 500 mila anni fa, ha messo a disposizione una potente arma per cacciare e, contemporaneamente, per proteggersi dagli animali selvatici. Ha permesso, inoltre, la vita in climi più freddi di quelli africani ed ha combattuto il buio, causa di terrore per il pericolo dei predatori notturni. Ha favorito il progresso tecnologico, partendo dal bastone indurito e arrivando alla fusione dei metalli e nel periodo agricolo, infine, il fuoco ha messo in condizione di praticare il disboscamento e la concimazione col sistema del “taglia-brucia”. Il fuoco ha rappresentato un enorme passo in avanti perché ha permesso di sterilizzare con la cottura gli alimenti, soprattutto la carne, allungandone anche il tempo di conservazione ed ha reso più masticabili e digeribili i vegetali (cereali e legumi). La cottura ha permesso la nascita della cucina, cioè della possibilità di rendere più appetibili il cibo, di associare più alimenti per migliorare e variare il sapore, come ad esempio con i condimenti e le spezie, di ampliare il numero di alimenti commestibili. In una parola è nata la gastronomia, intesa come legge del mangiare. “La cucina è un’autentica officina in cui si intrecciano acqua, fuochi, aromi prodotti dall’orto e dalla campagna, frutti del proprio lavoro, ma anche dello scambio con culture lontane... Cucinando si è obbligati a una unificazione di aspetti molteplici: le leggi culinarie, le attese di chi mangerà, le conoscenze dei prodotti, l’esperienza del fuoco, dell’acqua, del tempo... operazione straordinaria che rende intelligenti” (E. Bianchi). L’importanza maggiore del fuoco è stata, però, a mio avviso, legata alla possibilità di riunire insieme, attorno ad esso, i membri del gruppo, in modo da favorire la comunicazione tra loro (sviluppo del linguaggio articolato, prima gestuale e poi fonico), lo scambio di


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informazioni e l’acquisizione di nuovi dati, fino al pettegolezzo, debolezza umana sempre esistita e ancora oggi presente, se si tiene presente che nell’agosto 2009 è comparsa sulla stampa che 40% delle conversazioni su Twitter sono pettegolezzo (Amo molto parlare di niente. È l’unico argomento di cui so tutto. Oscar Wilde). “Accanto all’officina della cucina c’è poi l’epifania della tavola: lì la cultura spicca il volo, il mangiare diventa convivio, l’occasione quotidiana di comunicazione e di comunione... Ma cosa fa di un tavolo una “Tavola”? Innanzitutto il fatto di incontrarsi guardandosi in faccia, comunicando con il volto la gioia, la fatica, la sofferenza, la speranza, che ciascuno porta dentro di se e desidera condividere” (E. Bianchi). La sacralità del fuoco è verosimilmente legata anche ad un altro aspetto controverso e dibattuto, cioè di permettere l’inalazione di sostanze con effetti eccitanti attraverso il fumo. Secondo numerosi antropologi, l’uomo ha, fin dall’antichità, ricercato ed utilizzato sostanze psicoattive, differenti a seconda della distribuzione geografica e l’ambiente: nelle zone agricole si è diffuso l’uso di bevande alcoliche, nel Nord foglie di semi di piante annue (papavero, hashish, tabacco, stramonio) mediante il fumo, al Sud delle zone agricole foglie e frutti stimolanti di arbusti perenni (cola, qat, caffè, te, betel, coca, ecc.) mediante masticazione (Sherrat A: L’alcol e i suoi sostituti. Simbolo e sostanza nelle culture preindustriali. In: Goodman e coll, 1995). Erodoto riferisce che gli Sciiti inalavano fumo prodotto da semi di hashish e di altri vegetali gettati su pietre roventi. In area europea era utilizzato papavero da oppio (Goodman J, Lovejoy PE, Sherrat A (Eds). Usi sacri, consumi profani. Il ruolo storico e culturale delle droghe, ECIG, Genova, 1995). Gli sciamani utilizzavano preferibilmente la via inalatoria, che è anche la più rapida ed efficace, essendo la superficie alveolare polmonare molto estesa. L’utilizzo

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della marijuana a scopi medicali e ricreativi è riportato in diverse epoche storiche ed in differenti culture (Peters H, Nahas GG. 1999). Sul ruolo del vino nella nostra cultura è importante ricordare le parole di Enzo Bianchi: “La civiltà del mediterraneo ha sempre accostato al pane un altro frutto della terra e del lavoro umano: il vino. Anche qui, il gratuito accanto all’essenziale, il dono accanto al necessario, la gioia accanto alla sostanza: il pane fa vivere, il vino da gusto alla vita; il pane ritempra le forze, il vino rallegra il cuore; il pane fa corpo con il lavoro, il vino addolcisce le fatiche. Pane e vino sulla tavola sono lì a ricordarci la grandezza dell’uomo... Una bevanda non necessara alla sopravvivenza, ma preziosa per la consolazione, la gioia condivisa, l’amicizia ritrovata... il vino è diventato nella bibbia il simbolo della sapienza... Non a caso l’intera vicenda amorosa narrata nel Cantico dei Cantici si snoda su registro delle vigne, dei grappoli d’uva, fino a consumarsi nella “cella vinaria”... Non a caso Gesù stesso porrà il suo primo “segno” alle nozze di Cana sotto il sigillo di una gioia condivisa grazie al vino migliore” (E. Bianchi). La scoperta delle metodiche atte a conservare e ricreare il fuoco, strofinando l’una contro l’altra pietre di selce, fu vissuta dagli uomini quasi come un furto agli Dei di un loro segreto prezioso (mito di Prometeo). Platone nel Protagora fornisce una suggestiva spiegazione a questo mito: dopo avere plasmato gli animali “facendo una mescolanza di terra e di fuoco”, gli dei affidarono al fratello di Prometeo, Epimeteo, il compito di distribuire loro le varie facoltà naturali. Questi assegnò ad alcune specie la forza senza velocità, ad altre la velocità senza forza, ad altre diede le ali, ad altre peli folti e pelli spesse; assegnò differenti cibi (erbe della terra, frutti degli alberi) e concesse ad alcune di predare altre specie animali, stabilendo che i predatori fossero poco prolifici e gli altri molto. ArriSESSUALITÀ, CIBO E CERVELLO |

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vato all’uomo, si accorse di avere esaurito tutte le doti essenziali per la sopravvivenza, “mentre l’uomo era nudo, scalzo, scoperto e inerme”. Prometeo ebbe pietà e pensò, allora, di offrire all’uomo la sapienza tecnica, attraverso il fuoco e le tecnologie ad esso associate, ed andò a trafugarlo dalla dimora di Atena ed Efesto. “In tal modo l’uomo ebbe la sapienza tecnica necessaria per la vita” ma, purtroppo non ebbe la sapienza politica, perché questa era in mano a Zeus e Prometeo, nel successivo viaggio, trovò sbarrate le porte dell’acropoli di Zeus. Da allora è rimasto il problema del pieno e ottimale controllo delle scoperte tecnologiche, che dovrebbero essere causa di progresso e di vantaggi per l’umanità, ma che troppo spesso sono state portatrici di dolore e di lutti.

La dieta Sulla base dei reperti ossei e delle feci fossili (coproliti) e delle ricerche eseguite sugli uomini preistorici, è ipotizzata un’alimentazione mista, comprendente numerosi cibi d’origine vegetale ed animale, che cambiavano in base al territorio, alle latitudini e al corso delle stagioni e dei cambiamenti climatici; recentemente è stato riconosciuto un importante ruolo al pesce. La grande varietà dei cibi è stata sicuramente molto vantaggiosa, perché permetteva di sostituire facilmente gli alimenti carenti con altri e poi sfruttava le diverse caratteristiche alimentari per completare l’assunzione dei nutrienti, anche di quelli presenti in piccole quantità. Gli esempi più citati sono la supplementazione d’aminoacidi essenziali negli alimenti vegetali (ad esempio tra cereali e legumi) o tra cereali e cibi animali e il ruolo svolto da vitamine (A, B6, C, E) e da alcuni minerali (ferro, zinco, selenio) nelle difese immunitarie contro le infezioni. Un altro aspetto spesso trascurato è rappresentato dal fatto che la varietà

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permetteva la diluizione delle sostanze tossiche e dannose, che rimaneva bassa in un mondo in cui gli alimenti non erano stati sensibilmente modificati dall’uomo. Sebbene la dieta non fosse universalmente omogenea, l’equipe di Eaton ritiene che in media contenesse una quota elevata e variabile di proteine (19-35%), a spese dei carboidrati (22-40%). Le proteine derivavano per la maggior parte da carni rosse con soltanto il 4% di grasso rispetto al 7-19% delle carni attuali. I grassi fornivano circa il 30% dell’intero apporto energetico, con un apporto di saturi approssimativamente del 7,5% e trascurabile di trans, con un’elevata quota d’acidi grassi polinsaturi (28%), con un rapporto omega 6/omega 3 pari a 2/1 contro il 10/1 attuale. L’apporto di colesterolo era probabilmente elevato, forse circa 480 mg/die. I carboidrati provenivano per il 50% da frutta e verdure spontanea, contro il 16% della dieta americana attuale; il miele rappresentava il 23% contro il 15% di zuccheri aggiunti odierni. Il consumo di fibre era alto, forse 100 g/die, con un contenuto di fitati minimo; vitamine, minerali e probabilmente i composti fitochimici erano da 1,5 a 8 volte maggiori rispetto ad oggi, con l’eccezione del sodio, generalmente inferiore a 1 g/die, cioè molto meno del potassio. Erano, infine, prevalenti gli alimenti alcalinizzanti (frutta fresca e secca, vegetali, tuberi, radici) rispetto a quelli acidificanti (pesce, carne, pollame, uova, formaggi, latte e cereali). In definitiva, si possono riassumere in 7 le sostanziali differenze tra alimentazione preistorica ed attuale: 1) il carico di carboidrati ad alto indice glicemico; 2) la composizione degli acidi grassi; 3) la composizione in macronutrienti; 4) la densità di micronutrienti; 5) l’equilibrio acido-base; 6) il rapporto sodio/potassio; 7) il contenuto in fibre (Eaton SB, 2006). Alcune ricerche hanno dimostrato che, sottoponendo per 12 settimane due gruppi di persone con ridotta tolleranza ai carboidrati e


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cardiopatia ischemica a due differenti diete, rispettivamente con caratteristiche di tipo mediterraneo o con una paleo-dieta, a base di carne magra, pesce, uova, frutta, vegetali, tuberi, i risultati migliori sulle glicemie e sulla circonferenza addominale si osservavano con la paleo-dieta (Lindeberg S et al 2007), mentre altri studi hanno rivelato che sottoponendo tre gruppi di soggetti ad una dieta ipoglucidica-iperlipidica-iperprotieca o ipolipidica o mediterranea, il dimagramento si accompagnava ad un miglioramento della tolleranza glucidica con la dieta mediterranea (Shai I et al 2008) e che un’alimentazione di tipo mediterraneo protegge dall’infarto del miocardio (Oliveira A et al. 2011) e ancora che il dimagramento dipende esclusivamente dal contenuto calorico ed è indipendente dalla composizione della dieta (Sacks FM et al 2009) (Foster GD et al. 2010). I risultati contrastanti dimostrano che in realtà è azzardato parlare di dieta ideale per l’Homo Sapiens. Accanto alla teoria del genotipo risparmiatore ( J.V. Neel 1999), basata sul concetto che i geni si sono selezionati per permettere un efficace immagazzinamento dell’energia, come grasso, nei periodi dell’abbondanza di cibo in modo da fornire un vantaggio in termini di sopravvivenza nei periodi di digiuno, si sono negli ultimi anni sollevate voci che hanno ridimensionato l’importanza del cibo e sottolineato il ruolo dell’attività fisica. I cicli storici di abbondanza/carestia non sarebbero stati di durata, frequenza e intensità adeguati per provocare una sufficiente pressione selettiva sul DNA (Benyschek D.C., Watson J.T. 2006. Speakman JR, 2007). In particolare l’insulino-resistenza a livello muscolare e epatico e l’aumento dell’attività liposintetica ed antilipololitica dell’insulina potrebbero garantire un’adeguata attività fisica, risparmiando il glucosio per il cervello (Stannard SR, Johnson NA. 2004; Chakravarthy MV, Booth FW. 2004).

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Particolarmente interessanti sono le osservazioni di J. Diamond (2006) fra le popolazioni Achè della Nuova Guinea, osservate mentre erano ancora organizzate come cacciatoriraccoglitori. Gli uomini Achè non aiutavano le donne nei lavori domestici e nell’accudire i figli e la giustificazione avanzata di un simile comportamento che faceva gravare sulle spalle delle donne un carico di lavoro enorme e fortemente squilibrato era legata essenzialmente al fatto che gli uomini erano impegnati nell’approvvigionamento di carne con la caccia. Questa era rivolta soprattutto ai cervidi e comunque ad animali di grossa taglia e, quindi, era difficile e pericolosa. Il rifornimento di cibo per la famiglia da parte dei cacciatori Achè era in realtà molto meno importante per la loro sopravvivenza di quanto immaginato: la misura della resa quotidiana media era di circa 9.634 kcal contro 10.356 delle donne. Anche da un punto di vista qualitativo l’apporto femminile era notevole, perché a frutta, verdura, tronco di palma pestato per ricavare amido, aggiungevano larve d’insetti e altri piccoli animali. L’osservazione che anche nei trasferimenti della tribù tutto il carico era portato dalle donne, simili a bestie da soma, e che badavano contemporaneamente anche ai figli, mentre i maschi camminavano al loro fianco liberi, leggeri e apparentemente spensierati, induceva allo sdegno il professore americano, proveniente da un paese in cui l’attenzione per i diritti delle donne era molto grande. Una successiva riflessione fece capire le motivazioni di un tale comportamento: gli uomini Achè dovevano assolutamente rimanere freschi, armati e con le mani libere, affinché, in caso di pericolo da parte di animali e soprattutto di uomini di altre tribù, potessero prontamente reagire. L’uomo doveva scortare e presidiare il territorio, in altre parole il cacciatore era prima di tutto un guardiano, mentre alle donne erano riservate tutte le restanti preoccupazioni, compreso il cibo. Una conferSESSUALITÀ, CIBO E CERVELLO |

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ma indiretta viene da recenti scoperte archeologiche che hanno dimostrato che proprio il maddaleniano, che conosceva il giavellotto, ma non arco e frecce, e che ci ha lasciato le più belle pitture rupestri relative alla caccia, era in realtà un grande mangiatore di lumache. A mio avviso, nel corso dei millenni, le condizioni ambientali hanno notevolmente condizionato le possibilità alimentari, per cui non può esistere un unico e rigido schema dietetico. Esiste una legge non scritta ma generalmente rispettata, per cui spostandosi dall’equatore ai poli, si riduce la quota di carboidrati ed aumenta la quota di grassi e, tra questi, quelli di origine animale. In fondo i nostri antenati erano onnivori e mangiavano in modo variabile secondo le situazioni, tenendo conto che,

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dopo l’addomesticamento del fuoco, lo sviluppo della cucina e della gastronomia ha enormemente modificato le potenzialità e le abitudini alimentari. Non è escluso che l’apporto di grassi e di carboidrati variasse molto, sempre comunque assicurando un notevole apporto di frutta e vegetali crudi e quindi grande apporto di fibre. In ogni caso le caratteristiche alimentari ancestrali sono molto differenti da quelle attuali, tipiche delle società industrializzate, e, verosimilmente, proprio queste profonde differenze rendono l’alimentazionespazzatura odierna particolarmente gradita e prescelta, come se dovessimo soddisfare una fame atavica di nutrienti tradizionalmente poco presenti e quindi ricercati: esemplare il caso del sale.


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Il cervello

Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza Dante. Inferno, Canto XXVI Cogito, ergo sum. Cartesio

La carne d’animali terrestri e marini ha permesso l’apporto di grassi animali importanti, ma anche di ferro, di zinco, di iodio, di retinolo, calciferolo, vitamina B12, calcio, fosforo, selenio e aminoacidi essenziali. Un recente ritrovamento a Pinnacle Point, in Sudafrica, retrodata a 164 mila anni fa la prima comparsa del senso estetico, quasi 90 mila anni prima del predente ritrovamento: sono stati trovati alcuni frammenti di ocra rossa con chiari segni d’uso, cioè striature dovute a sfregamento intenzionale, che suggeriscono pitture corporali e un impegno simbolico del colore ed ipotizzano la presenza di un pensiero simbolico e di un linguaggio articolato. Accanto alle ocre, un cumulo di resti di pasti a base di molluschi e crostacei, testimonianza che i Sapiens si erano trasferiti in quella regione marina, verosimilmente per sfuggire ad un ambiente terrestre reso

povero ed ostile da una glaciazione durata circa 70 mila anni (da 195 mila a 125 mila anni fa) (Marean C 2007). Questo dato giustifica l’ipotesi scientifica che i due fenomeni siano collegati e che la dieta a base di crostacei e molluschi, ricca di colesterolo e di acidi grassi polinsaturi, abbia influenzato l’evoluzione cerebrale (Koletzko B, 2008). Del resto, il ruolo di colesterolo e di acidi grassi polinsaturi durante la gestazione e l’accrescimento del bambino è di fondamentale importanza sia per lo sviluppo del cervello sia dell’intero organismo (P. Sacchetti, 2009). La teoria che la qualità della dieta influenzi ancora oggi la psiche e che esista un’associazione fra disordini psichiatrici ed abitudini dietetiche, è stata confermata da una recente analisi: i soggetti che nella propria vita hanno tentato il suicidio almeno una SESSUALITÀ, CIBO E CERVELLO |

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volta seguono una dieta tendenzialmente scarsa in frutta, verdura e carne, ed in particolare nel sesso femminile è stata rilevata anche una scarsa assunzione di pesce e, in genere, di cibi di provenienza marina (Psychiatry Res online 2008, pubblicato il 29/11).

Struttura del cervello La mente è come un paracadute. Funziona solo se si apre. Albert Einstein Nell’Homo Sapiens, comparso circa 180/200 mila anni fa, il processo evolutivo cerebrale ha compiuto l’ultimo e più importante salto: il numero dei neuroni cerebrali è aumentato fino a circa 14 miliardi (von Economo e Koskinas, 1925, Rossi A, Rossi Prosperi L. 2003), contro i 3 miliardi dello scimpanzé ed i 3,5 miliardi del gorilla (il topo ha solo 30 milioni di neuroni). Secondo altri autori, i neuroni sono addirittura 100 miliardi (C. Zimmer, Le Scienze, Marzo 2011). Considerato che il volume cerebrale del sapiens è di circa 1355 cc contro 337 cc dello scimpanzé e 311 cc dei bonobi e che il peso corporeo umano è di 67,7 kg contro 55,4 kg dello scimpanzé e 45,5 kg dei bonobi, il quoziente di encefalizzazione, cioè il rapporto tra massa cerebrale e peso corporeo, nel sapiens è tre volte maggiore rispetto ai primati. Il cervello del sapiens alla nascita pesa solo un quarto di quello dell’adulto, mentre lo scimpanzé nasce con un cervello che è già 70% dell’adulto. Un recente studio attraverso la tecnica della fRMN del cervello da parte di un team dell’University College di Londra guidato da SarahJane Blakemore, ha trovato che la corteccia prefrontale, che è coinvolta nella nostra capacità di fare scelte, nei comportamenti sociali e in aspetti legati alla personalità continua a cambiare la sua forma a 30 e addirittura a 40

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anni di età. La sede delle elaborazioni mentali, del pensiero e dei ricordi è la materia grigia, che rappresenta lo strato superficiale del cervello. La corteccia cerebrale è costituita fondamentalmente da due tipi fondamentali di neuroni: a piramide e a stella, impilati a strati. Tipicamente 6 strati, di cui il quarto contiene le cellule stellate, con architettura uniforme. Aree differenti della corteccia si differenziano in base alle connessioni anatomiche: la corteccia uditiva è collegata alla coclea nell’orecchio e quella visiva alla retina nell’occhio, per cui neuroni uditivi risponderanno a stimoli uditivi e quelli visivi a stimoli visivi. L’informazione elaborata nella corteccia cerebrale dipende dal corretto raggruppamento di sequenze di neuroni che si assemblano a formare un sistema di colonne verticali all’interno di essa. Se il numero o l’interfacciamento dei neuroni nelle colonne è sbagliato, possono derivarne seri problemi cognitivi: malformazioni nella struttura di queste colonne sono state per esempio correlate ad alcune forme di autismo e di ritardo mentale. Il coefficiente volumetrico cellulare, che esprime il rapporto fra la quantità totale della sostanza grigia e la quantità di neuroni, è nell’uomo molto piccolo. Questo significa che, oltre al numero di neuroni, sono aumentate soprattutto la quantità delle ramificazioni dei neuroni corticali e il numero di sinapsi, cioè di legami, che ogni neurone possiede: si ipotizza un milione di miliardi di contatti sinaptici. I due emisferi cerebrali svolgono funzioni diverse e questa differenza, che si pensava esclusiva dell’uomo, sembra che in realtà esistesse già 500 milioni di anni fa, quando hanno avuto origine i vertebrati: l’emisfero sinistro si è concentrato sul controllo di comportamenti consolidati, e l’emisfero destro si è specializzato nel rilevare e rispondere a stimoli inattesi. Forse, la parola e la lateralità destra si sono evolute da una specializzazione per il controllo di un comportamento ordinario. Il riconoscimento dei volti e l’elaborazione di


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relazioni spaziali potrebbero risalire alla necessità di percepire con rapidità i predatori (Peter F. MacNeilage, Lesley J. Rogers e Giorgio Vallortigara). L’ipotesi che i creativi utilizzino soprattutto l'emisfero destro, mentre le persone razionali, meno creative, usino principalmente l'emisfero sinistro è stata smentita da una revisione sulla neurobiologia della creatività, pubblicata su Psychological Bullettin, da due ricercatori dell'Università americana di Beirut, Arne Dietrich e Riam Kanso. I due studiosi sostengono, dopo avere studiato il momento in cui un'idea si illumina nella testa, che il pensiero creativo non può essere collegato a nessuna area specifica del cervello, anche se la corteccia prefrontale si attiva mentre si svolgono compiti creativi e pure compiti impegnativi, ma non creativi. Secondo Luca Francesco Ticini, del Max Planck Institute for Human Cognitive and Brain Sciences di Lipsia, presidente della Società italiana di neuroestetica Semir Zeki, è importante il ruolo della connettività e della sinergia fra diverse aree. Per esempio, la creatività linguistico-letterario è stata associata a una più marcata comunicazione fra aree anche lontane e persino fra i due emisferi. Nella sinestesia tra colori e suoni, di cui pare soffrissero Mozart e Kandinsky, l'ascolto di un certo suono induce l'involontaria percezione di un colore o d’una forma non realmente presenti. La sinapsi costituisce l’unità di base dell’organizzazione dei circuiti nervosi, e converte un segnale elettrico presinaptico (potenziale d’azione) in un segnale chimico liberato nella fessura sinaptica, che, a sua volta, è trasformato in segnale elettrico postsinaptico. Talvolta il segnale si trasmette in moto retrogrado, modulando il funzionamento (neuromodulazione). Le sinapsi sono molto plastiche e continuano a formarsi e rinnovarsi nel corso della vita, migliorando i collegamenti e le associazioni tra i neuroni, permettendo al cervello di funzionare attraverso un costante flusso di ioni e di

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informazioni elettriche. Gli impulsi nervosi corrono lungo gli assoni 100 volte più velocemente quando questi sono rivestiti di mielina e la mielina è depositata intorno agli assoni come un nastro isolante, avvolgendosi fino a 150 volte fra un nodo e l’altro. La mielina è prodotta come struttura laminare da due tipi di cellule gliali: l’oligodendrocita, a forma di piovra, riveste il sistema nervoso centrale, mentre nel sistema nervoso periferico la mielina è formata dalla cellula di Schwann, a forma di salsicciotto. La velocità di conduzione è maggiore in relazione allo spessore dell’isolamento: il rapporto ottimale fra il diametro dell’assone nudo e il diametro totale della fibra (assone+mielina) è pari a 0.6. L’avvolgimento avviene a età differenti. Alla nascita, la mielina prevale solo in alcune regioni del cervello, si espande a scatti e in alcune regioni non è completamente deposta fino a 25-30 anni. Durante la crescita, la mielinizzazione procede in genere a ondate che partono dalla corteccia cerebrale posteriore e si dirigono verso quella frontale. L’ultima regione in cui avviene la mielinizzazione sono i lobi frontali, responsabili del ragionamento di livello elevato e della capacità di pianificazione e di valutazione. Probabilmente il cervello completa la mielinizzazione degli assoni solo a inizio dell’età adulta. La glia sarebbe in grado di regolare la mielinizzazione in relazione al traffico d’impulsi lungo l’assone. La velocità di trasmissione, secondaria alla mielinizzazione, è differente in relazione alle distanze tra i centri cerebrali: allo stato adulto il 30% degli assoni è ancora privo di mielina. Questa variabilità permette di coordinare la velocità di trasmissione. Lungo gli assoni un ruolo importante avrebbero i nodi di Ranvier, che si comporterebbero come ripetitori bioelettrici, che genererebbero, regolerebbero e propagherebbero rapidamente i segnali elettrici lungo l’assone. La velocità di trasmissione rafforza i collegamenti in specifici circuiti neuronali influenzando le funzioni cerebrali. SESSUALITÀ, CIBO E CERVELLO |

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La mielinizzazione prosegue a livelli più bassi anche fra i cinquanta e i sessanta anni. È riconosciuto che la mielina difettosa o assente nel sistema nervoso centrale causi alcune malattie neurodegenerative, fra cui sclerosi multipla, paralisi cerebrale, malattia di Alexander, e si sospetta che la formazione anormale della mielina contribuisca a diverse malattie mentali, fra cui schizofrenia, autismo, disturbo bipolare, dislessia. Il rivestimento con la mielina impedisce interferenze di campi magnetici esterni e la presenza di nodi e internodi amplifica il segnale elettrico, che si realizza tramite il continuo scambio di sodio e potassio attraverso le membrane neuroniche. Anche i vasi sanguigni nell’uomo sono più sviluppati e ramificati con un maggiore apporto di ossigeno. Il cervello del Sapiens è più grande, più sviluppato e più associato e permette maggiori possibilità d’apprendimento e comunicazione: la sua organizzazione funzionale aumenta il numero di contatti e struttura aree funzionali specifiche e aree associative sempre più ampie ed efficienti. L’aumento della corteccia cerebrale ha permesso anche una ridondanza funzionale e quindi la possibilità di compensi funzionali molto efficienti in caso di danni (Rossi A, Rossi Prosperi L. 2003). Secondo Semir Zeki, tutta la conoscenza è conoscenza del cervello (Kant: Non possiamo mai conoscere la cosa in sé, perché la conoscenza che di essa abbiamo può avvenire solo attraverso le operazioni del cervello), grazie all’uso di concetti ereditari ed acquisiti, che generano concetti sintetici. I neuroni hanno la capacità di comparare e fare astrazione, cioè di ricavare proprietà generali partendo dal particolare. I concetti ereditari, innati, immutabili, autonomi organizzano i segnali che raggiungono il cervello in modo da instillare in essi il significato e da ricavarne un senso. I concetti acquisiti sono generati dal cervello durante il corso della vita e lo rendono significativamente indipendente dal cambiamento continuo

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d’informazione che lo raggiunge, agevolando la percezione e il riconoscimento e permettendo di acquisire la conoscenza di cose e situazioni. Per capire i concetti ereditari è sufficiente pensare alla visione. Ho già accennato che la nostra vista è tricromatica, perché siamo forniti di recettori retinici sensibili alla luce di lunghezza d’onda compresa tra circa 400 e 700 nanometri e suddivisi in recettori per il blu, il verde-giallo e il rosso. La luce, seppure composta da molte differenti lunghezze d’onda, è semplicemente una radiazione elettromagnetica ed è priva di colori. La sensazione colorata è generata nel cervello o meglio nel centro del colore visivo, avvalendosi della comparazione della quantità di luce di lunghezza d’onde differenti, riflessa da una superficie colorata, e raccolte dai recettori retinici e trasmessa fino ai centri della corteccia. Un’altra caratteristica è la costanza della percezione cromatica: il colore di una superficie rimane costante, anche quando la stessa superficie è vista con un’illuminazione maggiore o minore. La costanza dei colori è dovuta all’applicazione di un concetto o di un principio organizzativo cerebrale innato ai segnali visivi in arrivo, motivo per il quale una superficie, ad esempio blu, non può che essere sempre percepita dall’uomo sano come blu, mentre la stessa superficie è vista con un altro colore dalla maggiore parte dei mammiferi, che sono dicromatici, o dai pochi animali tetracromatici. Tuttavia, se una scimmia neonata è privata della luce, immediatamente dopo la nascita, i neuroni cerebrali perdono la sensibilità agli stimoli visivi, perdita permanente ed irreparabile. Quando i soggetti vedono un quadro, è possibile osservare, attraverso l’fMRI, l’attivazione di una determinata area cerebrale: se i soggetti osservano ritratti o volti, l’aumento di attività interessa la stessa area, mentre, se si osservano paesaggi o nature morte, le aree attivate sono differenti. Nel momento, in cui si esprime un giudizio estetico, l’area attivata è unica a livel-


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lo della corteccia orbito-frontale, indipendentemente dal tipo d’immagine. Per comprendere i concetti acquisiti bisogna riflettere come acquisire la conoscenza di proprietà permanenti, essenziali e non varianti di oggetti, superfici e situazioni, quando invece l’informazione che raggiunge il cervello muta continuamente. Nel nostro pensiero, ad esempio, una casa sarà sempre una casa indipendentemente dal tipo di edificio, dalla capanna al grattacielo. I concetti acquisiti devono quindi essere sempre modificabili e sono sintetici, dipendendo dall’acquisizione continua di esperienza. I concetti ereditari sono legati ad aree specifiche e specializzate, mentre gli acquisiti hanno una spiccata dipendenza da influssi provenienti da altre aree, spesso superiori. Il concetto sintetico è generato da due insiemi di comparazioni: il primo inerente al principio organizzativo ereditario che stabilisce quali comparazioni debbano verificarsi; il secondo è il risultato della comparazione dei segnali in entrata in un dato istante con i segnali ricevuti in passato appartenenti alla stessa categoria e archiviati in memoria e della sua aggiunta in memoria, che risulterà modificata. Già Platone aveva intuito l’esistenza di una forza nella mente in grado di comparare l’informazione ricevuta, e che nozioni come “più grande” o “più bello”, che permettono le comparazioni, debbano essere innate e permettano il ragionamento.

Funzionamento del cervello Noi non vediamo il mondo come è, vediamo il mondo come noi siamo. Bibbia, Talmud Nel cervello è funzionante un processo incessante d’integrazione tra aree specializzate in funzioni differenziate (linguaggio, musica, matematica, ecc.). La corteccia cerebrale è lo

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strato più esterno del cervello, ha uno spessore di pochi millimetri, avvolge il cervello come un mantello e controlla le funzioni più complesse, quali apprendimento, ricordo, emozioni. La zona posteriore della corteccia controlla prevalentemente la visione, la zona anteriore coordina il movimento e le funzioni cognitive superiori. L’organizzazione del cervello in aree distinte, ognuna corrispondente a funzioni diverse, sarebbe sotto il controllo di più geni, fra cui recentemente è stato scoperto il gene Coup-Tf1, che è capace di organizzare gli spazi di oltre 50 aree della corteccia, soprattutto nella zona posteriore e potrebbe contribuire a determinare le differenze individuali di abilità e comportamento che si sviluppano nel tempo, fornendo una base neurologica alla teoria psicologica delle “intelligenze multiple”, secondo cui l’intelligenza è in realtà un mix di abilità mentali, più o meno sviluppate da un individuo all’altro (Armentano M, 2007). Nel cervello adulto sono presenti neuroni fetali (subplat neurons) che svolgono un importante ruolo nello sviluppo della corteccia, soprattutto nella formazione dei collegamenti nervosi e nella genesi delle circonvoluzioni, che sopravvivono nella misura del 10%, localizzati nella sostanza bianca (Reveron J.T., Friedlander M.J. 2007). In definitiva sono enormemente aumentate le potenzialità, la plasticità e l’elasticità funzionale del cervello umano, in grado di essere plasmato attraverso gli stimoli sensoriali, il linguaggio, la gestuauna parola l’educazione. lità, in L’informazione è in grado di sviluppare collegamenti tra i neuroni, accrescendo enormemente quelli presenti alla nascita e permettendo un’organizzazione delle conoscenze in aree precise. La ripetizione e l’esercizio mentale contrastano il logoramento mentale, creando sempre nuove associazioni, mentre, al contrario, un non-uso di queste strutture comporta una regressione dell’interconnessioni con gli altri neuroni. T.J Short (Le Scienze, Maggio SESSUALITÀ, CIBO E CERVELLO |

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2009) sostiene che ogni giorno migliaia di cellule nuove sono generate nel cervello adulto (nel cervello di un roditore circa 5-10mila), in particolare nell’ippocampo, struttura importante per l’apprendimento e la memoria, ma che nell’arco di circa due settimane la maggior parte dei nuovi neuroni è destinata a morire, a meno che il soggetto sia stimolato a imparare qualcosa di nuovo. L’apprendimento, in particolare quello che richiede un notevole impegno mentale, può mantenere in vita questi neuroni, che avrebbero il compito di prevedere il futuro sulla base di esperienze passate. Lo sforzo per imparare un compito difficile permetterebbe di conservare i nuovi neuroni e potrebbe ritardare la progressione delle demenze. Peraltro altri fattori intervengono: una recente ricerca dell'Irccs Fondazione Santa Lucia di Roma, su 150 persone sane di età compresa tra i 18 e i 65 anni, pubblicata su Human Brain Mapping, utilizzando la tecnica di risonanza magnetica denominata Diffusion Tensor Imaging (DTI), ha documentato l'effetto positivo dello studio sull'integrità del cervello, sia dal punto di vista strutturale che funzionale, in particolare dell'ippocampo, con vantaggio della memoria. Al grado di istruzione scolastico devono essere aggiunte le attività svolte durante l'arco della vita, nonché il tipo di lavoro, l'impegno mentale quotidiano e le attività ricreative. Secondo un recente studio presentato al Meeting dell’American Association for the Advancement of Science da parte di ricercatori dell'Università di Toronto, condotto su 211 pazienti affetti da Alzheimer, metà dei quali erano bilingui, parlare due lingue allontana il rischio di Alzheimer, perché il cervello, allenato dal continuo passaggio tra le due lingue, impara a gestire meglio i processi di interconnessione tra diverse aree cerebrali. Un altro recente studio pubblicato su PNAS è stato condotto da ricercatori dell'University of Pittsburgh, University of Illinois, Rice University e Ohio State University su 120 volon-

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tari avanti negli anni, tutti sedentari e senza tracce di demenza e ha dimostrato che l'attività fisica moderata, dopo un anno, può aumentare le dimensioni dell'ippocampo, portando a un miglioramento della memoria spaziale negli anziani. La densità della materia grigia nell’ippocampo è aumentata anche da interventi di psicoterapia che comprendono meditazione e il raggiungimento di particolari stati di consapevolezza secondo uno studio effettuato con la risonanza magnetica su 16 persone e pubblicato sulla rivista Psychiatry Research Neuroimaging. Infine, anche una dieta a basso contenuto di colesterolo e ricca di Omega 3, secondo ricercatori dell’università di Tel Aviv, guidati da Daniel Michaelson, è una barriera efficace contro l'Alzheimer, in particolare contro le alterazioni provocate da un gene, ApoE4, che sembra essere un fattore di rischio per la malattia, mentre, al contrario, secondo uno studio realizzato su oltre 20mila persone, il fumare giornalmente più di 40 sigarette aumenta il rischio di demenza (Rusanen M et al. 2011). Fin dall’ottava settimana di sviluppo fetale, i maschi potenziano in particolare i centri cerebrali legati al sesso e all’aggressività, mentre le femmine ampliano doti come maggiore agilità verbale, l’intuito nel decifrare emozioni e stati d’animo dalle espressioni del volto e dal tono della voce e l’abilità di placare i conflitti. Secondo i ricercatori D. Geary e T. Jefferson le dimensioni del cervello sono aumentate, negli ultimi due milioni d’anni, maggiormente nelle aree con grandi popolazioni, probabilmente per via della competizione sociale, a cui gli esseri umani erano sottoposti. In altre parole, il cervello ha iniziato ad aumentare quando gli uomini hanno cominciato a competere per necessità e status sociale. Altri modelli teorici evidenziano il ruolo dei fattori sociali (“cervello sociale”): le dimensioni del volume della neocorteccia delle varie specie di scimmie si correla con le dimensioni del


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gruppo sociale in cui vivono. Recenti studi condotti su macachi e sull’uomo hanno evidenziato che alcune aree cerebrali si sono evolute nei primati per svolgere delle funzioni specificamente sociali, quali ad esempio il riconoscimento dei volti, la direzione dello sguardo, le espressioni facciali o la comprensione delle azioni o delle emozioni altrui. I ricercatori dell’Università di New York, guidati da E. Phelps, riferiscono che due aree del cervello sono coinvolte in questo processo: l’amigdala e la corteccia cingolata posteriore. La prima, piccola struttura nel lobo temporale mediale, si attiva più da un punto di vista emotivo, sociale e culturale, la seconda si occupa invece delle valutazioni razionali ed economiche, e di assegnare un valore soggettivo alle ricompense (Schiller D 2009).

Le reti Spesso le idee si accendono una con l’altra, come scintille elettriche. Friedrich Engels Secondo C. Zimmer (Le Scienze, marzo 2011), i collegamenti tra neuroni sono organizzati attraverso una rete sia a breve sia a lunga distanza con meccanismi preordinati, interdipendenti e con nodi aventi funzioni di hub, che spiegherebbe perché talvolta vaste lesioni cerebrali non lasciano gravi conseguenze e piccole lesioni risultano devastanti. Alcuni ricercatori australiani, esaminando attraverso nuove tecniche di scansione cerebrale 38 gemelli monozigoti, identici, e 26 eterozigoti, non identici, hanno costruito una mappa cerebrale per ognuno, misurando il rapporto costo-efficacia delle connessioni cerebrali per l’intero cervello e per regioni specifiche di esso, ed hanno scoperto che il traffico cerebrale dipende per il 60% dal DNA (Fornito A et al. 2011).

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Il sistema motorio del cervello deve essere pronto a scattare quando percepisce uno stimolo. Recentemente è stata ipotizzata l’esistenza di una “rete cerebrale di default” o DMN (Default Mode Network), essenziale per sincronizzare tutte le parti del cervello. Già H. Berger, l’inventore dell’elettroencefalografia affermò nel 1929 che il SNC è sempre in uno stato di intensa attività, non solamente durante la veglia. Queste idee sono confermate da ricerche basate sulla tomografia a emissione di positroni (PET) e dalla risonanza magnetica funzionale (fMRI), le cui scansioni mostravano che molte regioni del cervello erano indaffarate sia nella condizione di test sia in quella di controllo. L’esecuzione di un compito aumenta il consumo di energia cerebrale di meno del 5% rispetto all’attività di base. Una vasta parte dell’attività complessiva, tra 60 e 80% dell’energia usata dal cervello, ha luogo in circuiti non collegati a eventi esterni. L’informazione visiva, ad esempio, subisce un marcato degrado quando passa dall’occhio alla corteccia visiva. Di tutta l’informazione praticamente illimitata presente nell’ambiente, l’equivalente di 10 milioni di bit al secondo raggiunge la retina. Il nervo ottico, però, ha solo 1 milione di connessioni in uscita e trasmette non più di 6 milioni di bit al secondo, appena 10.000 dei quali arrivano alla corteccia visiva e appena poche centinaia di bit sono coinvolte in una percezione cosciente. Un flusso di dati così esiguo non produrrebbe alcuna percezione se il cervello si limitasse ad esso: l’attività intrinseca deve svolgere un ruolo. Un altro fenomeno complica ulteriormente la visione: i nostri occhi non stanno mai fermi, anche se ci sembra di tenere lo sguardo fisso davanti a noi. A nostra insaputa i nostri occhi scandagliano il campo visivo compiendo piccoli spostamenti semicasuali intervallati da periodi di stasi, detti fissazioni, della durata di 200-250 millisecondi, mentre i rapidi spostamenti, detti saccadi, durano 20-50 milliseconSESSUALITÀ, CIBO E CERVELLO |

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di. Durante ogni saccade gli occhi si spostano molto rapidamente, percorrendo archi di diversi gradi ad una velocità angolare, che può raggiungere 700-800 gradi/secondo. L’esplorazione segue un andamento regolare e prefissato. La visione è percepita solo durante le soste tra le saccadi ed è compito della corteccia ricucire e rendere la visione continua e senza salti. Durante la saccade la percezione dell’intervallo spaziale temporale sembra essere contratta dalla corteccia intraparietale (E. Boncinelli, Le Scienze Aprile 2011). Nella corteccia visiva appena il 10% del totale delle sinapsi è dedicato all’informazione visiva. Evidentemente la grande maggioranza delle sinapsi rappresenta le connessioni interne fra i neuroni di quella regione cerebrale. Questo risultato indica che verosimilmente il cervello fa previsioni costanti dell’ambiente esterno anticipando i modesti segnali sensoriali che lo raggiungono. Quando i soggetti eseguono un compito, alcune regioni cerebrali manifestano una riduzione di attività rispetto allo stato di riposo. Queste aree, in particolare una sezione della corteccia parietale mediana, che serve, tra l’altro, a ricordare gli eventi autobiografici, registrano una caduta di attività, quando altre aree sono impegnate a eseguire un compito particolare, per esempio leggere ad alta voce. Una metafora calzante è quella dell’orchestra sinfonica, con la sua trama integrata di suoni generati da più strumenti che suonano allo stesso ritmo. I potenziali corticali lenti (SCP), espressione di attivazione di gruppi di neuroni ogni 10 secondi, equivalgono alla bacchetta del direttore d’orchestra e coordinano l’accesso richiesto da ciascun sistema cerebrale all’enorme deposito di ricordi e altre informazioni necessarie per sopravvivere in un mondo complesso e mutevole e assicurano che le elaborazioni richieste siano coordinate e tempestive. Il cervello è più complesso di un’orchestra sinfonica e per evitare il caos tra i centri, la DMN è al vertice e si comporta

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come una sorta di superdirettore d’orchestra, assicurando che la cacofonia di segnali in competizione in un sistema non interferisca con quelli di un altro. Dato che il cervello si può considerare come l’unione di componenti indipendenti, questa complicata attività interna deve lasciare spazio alle richieste del mondo esterno. Gli SCP della DMN diminuiscono quando un segnale sensoriale nuovo richiede vigilanza. Gli alti e bassi della DMN potrebbero spiegare alcuni fenomeni. Nel 2008 un gruppo di ricerca ha riferito che, osservando la DMN, era possibile prevedere prima se un soggetto avrebbe commesso un errore in un test al computer. L’errore si sarebbe verificato se in quel momento la rete di default avesse preso il sopravvento e l’attività nelle aree coinvolte nella concentrazione si fosse drasticamente ridotta. Le nostre interpretazioni coscienti con il mondo rappresentano solo una piccola parte dell’attività del cervello. Ciò che succede sotto la soglia di consapevolezza, è essenziale per creare il contesto di ciò che sperimentiamo nella piccola finestra della consapevolezza. (Raichle M.E. Le scienze maggio 2010). Esisterebbe, quindi, un principio della lucidità differenziale: tutti i giorni noi prendiamo un numero enorme di decisioni non razionali, che sono reazioni istintive. Secondo B. Libet (Mind Time 2004) le iniziative non coscienti preposte alle azioni volontarie sono come un “borbottio” inconscio del cervello (humming in the basement, ronzio nel sottoscala). La volontà cosciente seleziona quali iniziative possano continuare fino a produrre un’azione e quali invece vietare o fermare in modo da non farle avvenire. Trascorrono circa 200 millesecondi da quando il soggetto ha deciso di premere un pulsante a quando effettivamente lo fa. Se si registra il “potenziale di prontezza”, che si genera nella corteccia motoria supplementare nell’imminenza e in preparazione di ogni azione, si constata che questo precede l’azione di 550 mille-


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secondi e quindi la decisione del soggetto di premere il pulsante di 350 millesecondi. Come se il cervello del soggetto sapesse in anticipo che lui premerà il pulsante: nel corpo c’è qualcosa di non materiale che decide. La volontà cosciente può comunque sempre mettere il veto al processo iniziato prima, impedendo la comparsa dell’atto motorio. La decisione cosciente di mettere il veto potrebbe essere presa senza che i processi inconsci precedenti forniscano un’indicazione specifica e diretta per quella decisione. G. Gigerenzer riferisce che nel 2000 una nota rivista finanziaria lanciò una sfida, nella quale i partecipanti dovevano indicare il migliore paniere di azioni in cui suddividere un capitale da investire e alla gara presero parte oltre 10mila persone, fra le quali agenti di borsa, broker, economisti e lo stesso direttore della rivista. La sfida fu però vinta da due signori che per fare la loro scelta avevano chiesto a 100 persone pescate per strada di indicare quelle che sembravano loro le azioni più affidabili. Le due persone erano un economista e l’autore del libro, scienziato cognitivista. Le decisioni intuitive e quindi irrazionali seguono una razionalità inconscia, ma spesso utile, cioè con un metodo di approccio alla soluzione dei problemi che non segue un chiaro percorso, ma che si affida all’intuito e allo stato temporaneo delle circostanze (euristica). Il giocatore che deve intercettare una palla, che sta compiendo un lungo volo, non cerca di calcolarne il punto di ricaduta ma corre regolando la propria velocità in modo da mantenere costante l’angolo dello sguardo verso di essa; lo fa in modo inconsapevole, sfruttando una capacità evolutiva che segue regole euristiche, trasmesse geneticamente e culturalmente (cassetta degli attrezzi). Le semplici guide euristiche usate dal nostro inconscio producono a volte risultati migliori rispetto alle scelte che si affidano a un’articolata valutazione cosciente dei fattori in gioco. Gingerenzer non condivide

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l’affermazione, comunemente accettata, che quante più informazioni si raccolgono sul problema in esame, tanto migliore sarà la strategia elaborata, anche se più complessa, ma pensa che una relativa ignoranza permetta di identificare più rapidamente e meglio i fattori importanti (Gigerenzer G. 2009).

I neuroni specchio Un ruolo importante per il funzionamento del cervello è assicurato dai “neuroni specchio”, che sembrano coinvolgere determinate strutture della corteccia temporo-parietofrontale anche nell’uomo. I neuroni-specchio, scoperti nelle scimmie dal neurofisiologo Giacomo Rizzolatti dell’università di Parma, si attivano sia quando una scimmia esegue azioni dirette, sia quando osserva un’azione simile eseguita da un altro individuo. Alcuni neuroni-specchio si attivano anche quando la scimmia ascolta il semplice suono di un’azione. Il sistema dei neuroni-specchio sembra essere il sistema ideale per imitare il comportamento altrui e per provocare un comportamento analogo, cioè la ripetizione dell’azione con effetto contagioso (sbadiglio, riso, ecc.). Anche il disgusto sembra essere contagioso, perché provare disgusto e percepire l’espressione di disgusto di un’altra persona provocherebbero lo stesso substrato neurale con un meccanismo di simulazione interna mediata dai neuroni-specchio. Essi possono avere costituito, nel corso dell’evoluzione umana, la base neurale per lo sviluppo di un sistema comunicativo più efficiente e, parallelamente, per una maggiore specializzazione di strutture per l’elaborazione dei processi cognitivi di natura sociale (Ferrari Pier Francesco, Dal cosmo alla mente. Parma, 2009). Recentemente I. Fried e collaboratori avrebbero trovato singoli neuroni specchio anche nell’uomo, inserendo elettrodi nel cervello di SESSUALITÀ, CIBO E CERVELLO |

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21 persone epilettiche: è stata controllata l’attività di 1177 neuroni, trovando una percentuale superiore a quella dei macachi e scoprendo che sono molto più distribuiti rispetto alle scimmie. Ne sono stati trovati nella corteccia visiva, nella corteccia frontale mediale, deputata a selezionare i movimenti, e nella corteccia temporale mediale, legata alla memoria (Mukamel R. 2010). In fondo il meccanismo dei neuroni-specchio e della possibilità di trascinare le persone presenti, di “contagiare” emozioni, è ben conosciuto dagli artisti abituati ad esibirsi in pubblico: ad esempio Mick Jagger nel suo concerto a Milano nel 2006 di presentò sul palcoscenico con la maglia dell’Italia campione del mondo di calcio per strappare un boato di simpatia.

Il Sapiens ed il Neanderthal Il primo ingresso del Sapiens in Europa è avvenuto circa 42mila anni fa, proveniente dall’Asia, probabilmente per la via dell’Ucraina; fra i suoi discendenti gli scheletri trovati a Cro Magnon, datati 24mila anni fa. Circa 300 mila anni fa, l’Homo Neanderthalensis viveva già in Europa ed in Asia e poi si è estinto. Gli scheletri di Neanderthal si differenziano da quelli di Sapiens perché il primo ha una struttura ossea più robusta con statura più bassa ed un cranio con arcate sopracciliari più marcate ed un naso più grosso (verosimilmente per riscaldare l’aria molto fredda inspirata), fronte più bassa e sfuggente e contenuto cerebrale di poco minore rispetto al Sapiens. La tecnica d’amplificazione genetica PCR (Polimerase Chain Reaction), applicata su uno scheletro fossile, ha permesso di escludere che i Neanderthal siano discendenti dal Sapiens e indicano una separazione tra le due linee evolutive stimata a circa 600mila anni fa. B. Lahn, genetista dell’università di Chicago, afferma che

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l’uomo è ancora in piena evoluzione, almeno il suo cervello, e ha individuato le mutazioni di due geni già conosciuti per avere un ruolo molto importante, microcefalina e Aspm. Queste mutazioni risalgono a 37 mila e 5.800 anni fa, quindi un’epoca recente dal punto di vista evolutivo. Lahn ritiene che ci sia un legame tra gli avanzamenti culturali dell’umanità e i due geni «della civiltà», soprattutto per certe etnie. La microcefalina sarebbe comparsa in contemporanea con musica, arti e pratiche religiose, l’Aspm sembra coincidere con lo sviluppo delle più antiche civiltà mesopotamiche (Mekel Bobrov N, 2005) provocando un ampio dibattito pro e contro questa tesi. S. Pääbo dell’università di Lipsia ha annunziato, in occasione della 2009 AAAS (America Association of the Advancement of Science) Annual Meeting, di avere sequenziato 3 miliardi di basi genetiche del DNA di un Neanderthal vissuto 78.000 anni fa nella grotta di Vindija in Croazia e non avere trovato la variante del gene microcefalina 1, implicato nello sviluppo cerebrale. Secondo T. Wynn e F. Coolidge (Le Scienze gennaio 2009) i Neanderthal si erano spinti in Medio Oriente circa 80mila anni fa e avevano cacciato, grazie ad una maggiore forza fisica, i Sapiens, che si erano ritirati in Africa. Oltre 40mila fa i Sapiens ritornarono dall’Europa Centrale e probabilmente contribuirono all’estinzione del Neanderthal. La superiorità del Sapiens è stata attribuita alla sua capacità di usare simboli come ausilio per il pensiero astratto o per il linguaggio verbale o per una migliore capacità di pianificare. I Neanderthal avevano strumenti litici raffinati, producevano utensili in base alla natura dei materiali grezzi disponibili, facevano oggetti con dentellature profonde per raschiare e più fitte per segare. Gli utensili costruiti, però, erano costruiti sempre uguali, per 200mila anni, e non hanno mai prodotto oggetti artistici, come se sia loro mancata la capacità di innovare e inventare. Peraltro, dopo


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i molti rinvenimenti di sepolture di Neanderthal, e poi di conchiglie ornamentali e pigmenti per dipingere il corpo, recentemente, grazie ad un ritrovamento a Fumane, una grande grotta sui monti Lessini (Verona), è stato dimostrato che i Neanderthal, già 44mila anni fa, selezionavano le penne d'uccello più grandi, belle e vistose, e le esibivano come simbolo di potere e autorità. M.P. Richards (Richards MP, Mellars P, 1998), confrontando le proteine delle ossa fossilizzate di Homo Sapiens rinvenute nel Regno Unito, Repubblica Ceca e Russia, con fossili di uomini di Neanderthal, che popolavano sino a circa 35 mila anni fa varie regioni europee, ha concluso che l’Homo Sapiens si procurava metà delle proteine da pesci e uccelli acquatici, come le anatre, mentre i Neanderthal si cibavano quasi esclusivamente di erbivori di taglia medio-grande, soprattutto bovini, mammuth,

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cervi, rinoceronte lanoso. La capacità di nutrirsi anche di pesci e forse di conoscere delle tecniche per la conservazione, al fine di costituire riserve alimentari, ha permesso all’Homo Sapiens di avere una dieta più differenziata e di sopraffare i Neanderthal. Rimane comunque un mistero il balzo rispetto al Neanderthal, che ha dimensioni cerebrali simili: il “grande balzo in avanti” di R. Dawkins (o il “salto ontologico” di Giovanni Paolo II) è caratterizzato dalla comparsa improvvisa delle manifestazioni artistiche del Maddaleniano, dal seppellire i cadaveri secondo un rituale, dall’abbellire i propri corpi, dal comportamento etico (autocoscienza e autodeterminazione), in altri termini dalla scoperta del Bene e del Bello: nel XXV Canto del Purgatorio Dante definisce in poche parole (“sé in sé rigira”) lo sviluppo della facoltà di riflettere su sé stesso.

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La caccia

La caccia è un modo di vita, non una mera tecnica di sussistenza William Laughlin Polemos (guerra) è padre di tutte le cose. Eraclito

Un primo passo in avanti nella caccia fu l’uso della pietra, come arma di lancio e offesa, dapprima casuale (ciottoli di fiume), poi sgrezzata ed elaborata, in modo da permettere una più facile caccia all’animale di piccolamedia taglia. È trascorso circa un milione di anni tra la prima pietra scheggiata e la successiva innovazione: la pietra scheggiata da due lati. Un altro milione di anni passa per la terza innovazione: la pietra levigata. Pareri discordanti sono stati espressi sull’importanza nell’alimentazione della caccia. Secondo alcuni studiosi il ruolo della caccia sarebbe stato addirittura predominante: circa 140.000 anni fa i nostri progenitori africani, che si differenziavano dall’uomo moderno soltanto per lo 0,003% del patrimonio genetico, vivevano soprattutto di battute di caccia ad animali selvatici e la raccolta dei vegetali rimaneva una fonte energetica complemen-

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tare ed alternativa nei momenti di difficoltà di reperimento di selvaggina, perché se gli antropoidi si fossero cibati soltanto di vegetali, avrebbero dovuto consumarne più di 10 kg/die (Mann FD. 1998). Secondo altri studiosi, invece, esistono troppi elementi contrari: gli antropoidi disponevano di armi assolutamente primordiali, almeno fino alla costruzione di archi e frecce; era inevitabile un rischio elevato nell’affrontare animali di grossa taglia; infine era necessario riunire un numero elevato di antropoidi e quindi indispensabile una cooperazione tra più gruppi. Tutto questo depone contro l’ipotesi che questo tipo di caccia potesse costituire la base dell’alimentazione quotidiana. J. Diamond ha rivelato che fra gli Achè il cacciatore abbatteva mediamente un animale ogni mese e quindi erano le donne a procurare l’apporto calorico maggiore. Risulta più plausibile che


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la grande battuta di caccia grossa rappresentasse un avvenimento saltuario con risvolti sociali e culturali e che ribadisse gerarchie interne ed esterne. La caccia, oltre ad un approvvigionamento spesso imponente di carne (pensiamo ai problemi che comportava conservare le tonnellate di carne di un mammuth), ha consentito di cacciare l’orso dalle caverne, ha permesso, comunque di procurarsi pelli per il vestiario, tendini per gli archi, corde per le trappole, ossa per gli utensili; infine poteva assicurare la cattura di cuccioli di animali, che erano affidati ai bambini perché osservassero ed imparassero il comportamento degli animali da predare. La caccia prevedeva inoltre l’addestramento tramite osservazione, informazione e interpretazione dei dati e cioè esplorazione del territorio e conoscenza del comportamento dell’animale, e l’apprendimento delle tecniche per inseguire, immobilizzare e utilizzare le prede; ha indotto nell’uomo la capacità di prendere decisioni fulminee, di agire rapidamente. Il Sapiens ha dovuto imparare a essere coraggioso, a rischiare e a vincere la paura. La caccia ha sviluppato il senso dell’obbedienza e nello stesso tempo l’arte del comando, ha favorito la nascita dello spirito di collaborazione tra i membri dello stesso branco, la spartizione volontaria del cibo e la specializzazione nelle funzioni. Al maschio era riservata la caccia, alla femmina lo scuoiamento delle pelli, la parziale raccolta e la cottura del cibo. La caccia ha affinato la creatività personale, dato che l’individuo doveva esprimere tutta la fantasia, la bravura, il colpo d’occhio fulmineo, il coraggio, di cui era dotato: il confine tra successo ed insuccesso era molto sottile e soltanto i più dotati trionfavano, ricavandone enormi vantaggi e maggiori probabilità di sopravvivenza e di trasmissione del proprio DNA.

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Procacciatori ed esibizionisti Gli studi antropologici ( J. Diamond) hanno studiato l’influenza esercitata sull’evoluzione da parte della caccia e hanno suddiviso i cacciatori in due tipi in base alle differenti strategie di caccia: i “procacciatori” e gli “esibizionisti”. Il procacciatore andava alla ricerca di cibo che dava una resa moderatamente elevata e altamente prevedibile; l’esibizionista affrontava animali di grossa taglia, con successi occasionali, per cui la resa media era molto bassa con grandi picchi. Una donna aveva un vantaggio maggiore nel legarsi ad un procacciatore per il più regolare, anche se modesto, rifornimento di cibo per i figli e per se stessa, ma aveva un vantaggio ulteriore nell’avere vicino cacciatori esibizionisti perché poteva saltuariamente avere carne in cambio di sesso extraconiugale, anche per il fascino dell’esibizionista. Questi, quindi, aveva maggiori probabilità di trasmettere il proprio DNA ad un maggiore numero di bambini rispetto ai procacciatori con un evidente vantaggio evolutivo. Gli svantaggi per l’esibizionista erano rappresentati dal fatto che la moglie aveva abitualmente meno cibo per la sopravvivenza sua e dei figli e che le sue assenze da casa erano più prolungate, per cui i motivi e le occasioni per tradire a sua volta con un vicino procacciatore erano frequenti. In definitiva l’esibizionista godeva abitualmente di maggiore ammirazione, prestigio e di un trattamento di favore nell’ambito della tribù e aveva maggiori probabilità di avere più figli illegittimi con altre donne, ma anche meno figli legittimi propri, quasi che il suo interesse fosse la trasmissione del DNA nel gruppo e la cura del gruppo, più che la cura della sua famiglia ( J. Diamond).

La base biochimica dell’aggressività Alcuni ricercatori hanno individuato una correlazione fra l’aggressività e l’attività del SESSUALITÀ, CIBO E CERVELLO |

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gene della monoammino-ossidasi A (MAOA), enzima che attiva importanti neurotrasmettitori, quali dopamina, norepinefrina e serotonina. Gli uomini ne possiedono varie forme, con diversi livelli di attività enzimatica e solo un terzo della popolazione occidentale possiede la forma “bellicosa”, che probabilmente è più frequente nei popoli che hanno una tradizione di guerre e lotte (Mc Dermott R 2009). Una recente ricerca su un gruppo di 78 volontari ha verificato se gli individui con alta attività del MAOA reagiscano con maggior violenza agli stimoli negativi: ognuno di loro ha prima giocato a un videogame che consentiva di guadagnare soldi, e poi, un “nemico” ha provveduto a sottrarre loro le somme guadagnate. Per punirlo, i partecipanti allo studio potevano obbligarlo a mangiare della salsa piccante e bollente all’interno della simulazione al computer, pagando però una cifra crescente a seconda dell’entità della punizione. I risultati hanno dimostrato che le persone con scarsa attività del gene “guerriero” erano meno vendicative di quelle con un’alta attività del MAOA. Altri studi hanno dimostrato che il gene Comt codifica per un enzima che distrugge la dopamina presente nella corteccia prefrontale; se la dopamina non è eliminata in maniera efficiente da questo enzima, essa renderebbe questi soggetti più avventurosi e aperti a nuove scelte (Frank MJ 2009, Volavka J. 2004).

Differenze tra i sessi La donna media è a capo di qualcosa di cui può fare ciò che vuole; l’uomo medio deve obbedire agli ordini e nient’altro. Gilbert Keith Chesterton Anche fisicamente le differenze tra i sessi si sono accentuate: l’uomo doveva essere più forte ed atletico, con più muscoli (28kg contro 15kg mediamente) e meno grasso (12,5%

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contro 25%). In definitiva il corpo di un uomo è del 30% più forte, del 10% più pesante, del 7% più alto rispetto alla donna, che ha maggiori riserve energetiche. La maggiore tendenza al rischio dei maschi si è mantenuta nel tempo: ancora oggi, gli uomini trentenni sono 15 volte più soggetti delle donne agli incidenti. La scelta fu determinata anche dalla maggiore importanza della donna nella procreazione: la morte di un uomo non aveva gravi conseguenze sulla natalità del gruppo, perché le capacità procreative della donna sono molto più limitate rispetto all’uomo, e più mariti non aiutavano una donna a produrre più bambini. Nel corso del tempo la scelta della poliandria, infatti, come cellula familiare della società, è stata praticata pochissimo, mentre quella della poligamia è stata dettata dal favorire la natalità in ambienti difficili con grande mortalità maschile. In alcune culture, dopo la morte di un uomo, la vedova va in sposa al fratello del morto. Le donne hanno imparato a fare cose diverse dalla caccia: una migliore comunicazione verbale, migliori sensi (olfatto, udito, tatto, visione a colori), migliore resistenza alle malattie, diventando il vero pilastro della famiglia e dovevano essere caute e prudenti sia fisicamente sia mentalmente, perché l’innovazione comporta sempre dei rischi e le tradizioni davano sicurezza. Se è messo in condizioni di forte stress, l’uomo tenderebbe a mettersi in situazioni di maggior rischio e ad assumere comportamenti più azzardati e talvolta irresponsabili. La donna, al contrario, sembra mantenere un atteggiamento più cauto e razionale anche di fronte alle situazioni più difficili. Il team di ricerca di N.R. Lighthall ha sottoposto un campione di uomini e donne a un gioco consistente nel gonfiaggio di un palloncino a fiato. Ad ogni soffio immesso nel palloncino, i soggetti guadagnavano una quota in soldi che potevano riscuotere subito, ma, se il palloncino esplo-

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deva, l’intera quota in denaro guadagnata era immediatamente persa. In normali condizioni di stress, sia gli uomini che le donne hanno mostrato di assumersi lo stesso rischio, soffiando all’interno del palloncino per una media di 40 volte ciascuno. Quando invece aumentavano le condizioni di stress, gli uomini sembravano gonfiare il palloncino fin quasi allo stremo, 48 volte di media, mentre le donne si mostravano decisamente più prudenti con 32 soffi di media (Lighthall NR 2009). Testosterone ed estrogeni hanno un ruolo essenziale nell’organizzare e attivare schemi comportamentali sesso-specifici negli animali a riproduzione sessuale. Nei maschi il testosterone può essere convertito in estrogeno a livello cerebrale e questo estrogeno derivato dal testosterone si è dimostrato coinvolto nel controllo di molti comportamenti maschili, regolandone i livelli di espressione ( Juntti SA et al. 2010).

La paura Un ruolo fondamentale nella caccia è stato svolto dalla paura: la paura è un meccanismo di difesa che permette di avere coscienza di un pericolo e di mettere in atto risposte per evitarne le conseguenze negative, se il soggetto ha capacità e strumenti idonei per reagire adeguatamente. Quando la paura è causata da circostanze che superano le capacità di difesa, non rappresenta più un meccanismo positivo di difesa, ma addirittura può diventare negativa, di offesa, perché rende consapevoli di un pericolo e nello stesso tempo dell’impotenza a farvi fronte. La capacità naturale reattiva a situazioni esterne o al pericolo ha aiutato l’uomo a sopravvivere a situazioni estreme e pericolose, cioè allo stress, inteso come quella condizione che può alterare un sistema codificato e funzionante. L’uomo, sin dai primordi, ha dimostrato di sapere utilizzare con la

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sua creatività lo stress a suo vantaggio molto di più degli altri esseri viventi e di memorizzare queste condizioni. La condizione indispensabile è che l’azione conseguente alla creatività sia produttiva: una sensazione di inutilità e di inefficacia porta alla mancanza d’iniziativa e al blocco mentale, che possono sfociare nella depressione, nel panico e nella violenza distruttiva. Allo stesso modo lo stress buono è creativo, mentre lo stress cattivo (distress), fine a sé stesso, è distruttivo. Talvolta per affrontare un nemico senza essere bloccati dalla paura è necessario ricorrere a sostanze esterne: già gli opliti greci prima di una battaglia ricorrevano al vino. Uno stress patologico e persistente è in grado di incidere negativamente sul sistema neuroendocrino e immunitario, interferendo su organi e tessuti, fino a determinare uno stato depressivo. Un famoso esperimento scientifico dimostrava che qualcosa del genere si verificava anche tra gli animali: due topi messi in unico ambiente e sottoposti a scariche elettriche dovunque si dirigessero e qualunque cosa facessero, alla fine si azzuffavano tra loro, come peraltro aveva già intuito Manzoni nel famoso episodio dei capponi di Renzo nei Promessi Sposi: l’Arte precede sempre la Scienza.

La guerra Se i miei soldati cominciassero a pensare, nessuno rimarrebbe nelle mie file. Federico II di Prussia Sinceramente i più coraggiosi sono coloro che hanno la visione chiara di ciò che li aspetta, così nella gloria come nel pericolo, e tuttavia l’affrontano. Tucidide L’evoluzione della caccia è stata la guerra, considerata a lungo l’essenza della storia SESSUALITÀ, CIBO E CERVELLO |

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umana, tanto che per Tucidide scrivere storia è innanzitutto scrivere della guerra e di quanto le è connesso a cominciare dalla guerra civile. Il fenomeno della guerra è talmente centrale nelle società antiche, sin dall’epoca greca arcaica, che ogni aspetto della realtà ruota intorno ad essa: dall’inclusione nella cittadinanza dei soli maschi in quanto guerrieri, al linguaggio amoroso che si esprime in termini di guerra e conquista (L. Canfora, Corsera, 21 maggio 2009). Atene è stata mediamente in guerra ogni 2-3 anni tra il 490 e 336 a.C., tanto che la più importante cerimonia civica annuale ateniese era la sepoltura di coloro che erano morti in guerra durante l’anno. Ogni straniero era una figura percepita come potenzialmente ostile, e H. van Wees (La guerra dei Greci, Libreria editrice Goriziana, 2009) afferma che nella cultura, nella società, nella politica e nell’economia dei Greci c’era molto che spingeva le comunità a ricorrere alla violenza. Nella società romana l’esercito coincideva con il populus: erano le centurie (ogni centuria, un voto) ad eleggere i magistrati (U. von Wilamowitz-Moellendorff, Esercito e popoli negli Stati dell’antichità). Secondo alcuni studiosi, la società agricola ha provocato una maggiore conflittualità interna ai villaggi ed ha “inventato” anche le guerre tra comunità chiuse della stessa specie, favorite da carestie e siccità. La guerra tra gruppi di uomini è sempre esistita, ma nel periodo agricolo sono cambiate le sue caratteristiche. La differenza principale era nel destino degli sconfitti: nel caso dei cacciatoriraccoglitori, che vivevano in territori a bassa densità abitativa, gli sconfitti potevano semplicemente spostarsi più lontano. Nelle regioni occupate da agricoltori sedentari, ormai legati a quel territorio, dove la densità abitativa era maggiore, il destino degli uomini vinti era di essere sterminati e delle donne di diventare mogli dei vincitori oppure di essere fatti schiavi e di pagare tributi ai vincitori.

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Presto lo schiavismo, cioè la cattura e lo sfruttamento degli schiavi, è diventato uno dei principali motivi per aggredire altri popoli: la spoliazione dei vinti e l’oppressione spietata rappresentavano il comportamento abituale degli eserciti romani in guerra. Tacito riferisce nell’Agricola la frase del re britannico Calgaco: ubi solitudinem faciunt, pacem appellant (hanno fatto un deserto e lo hanno chiamato pace). Un altro aspetto delle guerre è stato sempre l’impatto anche sulla società dei vincitori: il carico di eroismi e vigliaccherie, di bravura e di stupidità, di dolori e di lutti, di arricchimenti e di impoverimenti ha sempre comportato delle conseguenze proporzionali alla grandezza delle guerre anche tra i vincitori. Negli ultimi due secoli, dopo la Rivoluzione Francese, le guerre che si sono succedute hanno perso il carattere di scontri tra professionisti, assumendo nuovamente quelle di guerre di popoli. Dopo ogni guerra tra europei, la I e la II guerra mondiale, le società sono cambiate: l’assistenza sanitaria e sociale è progressivamente migliorata a favore delle classi popolari, meno abbienti, che avevano dato un pesante contributo di sangue e di sofferenze. Anche negli USA, le ultime guerre (Corea, Vietnam, Iraq, Afghanistan) hanno progressivamente modificato la società, favorendo l’integrazione di gruppi di minoranze, come cattolici, afroamericani, ispanici, ecc., nella popolazione maggioritaria (bianca, protestante e di origine centro-nord europea). L’istinto aggressivo è comune a tutti gli esseri viventi, ma solo l’uomo è riuscito a mitigare la natura mediante la cultura, imbrigliando la combattività nelle regole del gioco, fino a trasformarla da competitività distruttiva in emulazione solidale, con manifestazioni differenti nelle diverse civiltà, passando dalla morte fisica di un opponente, come i gladiatori nel Colosseo, alla mortificazione reale del suo corpo, come i pugili sul ring, all’abbattimento appa-


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rente, come nella scherma, all’eliminazione fisica di un animale, come nella corrida (D. De Masi. Saper fare la gara Corriere della sera Style 5 maggio 2010). È necessario accettare che esiste la lotta e attuarla in modo franco, posti di fronte l’uno all’altra, con la condivisone delle armi e con le regole del gioco, senza mettere sempre insieme e mescolare aggressione e richiesta di aiuto, rabbia e lacrime, voglia di distruggere e richiesta di essere accuditi. La lotta può essere leale e giusta solo se il guerriero interiore è nutrito dalla dimensione del rispetto per noi stessi e per l’altra persona, solo se il confronto rispetta le regole ed esprime l’aspetto significativo su cui avviene lo scontro. (R. Giommi. 2008). Una traccia genetica di tutto questo si ritrova negli odierni sport di squadra (calcio, rugby, basket, ecc.), che mimano una battuta di caccia con la porta avversaria o una linea di meta o un canestro che rappresentano la preda da colpire. Le azioni eccitano in modo incredibile i tifosi, capaci di esultare in caso di successo e di deprimersi in caso di sconfitta in maniera esagerata e incontrollata e di effettuare azioni violente contro le opposte tifoserie, quasi che sia in gioco la propria sopravvivenza. La violenza si può estendere anche a persone o cose della città avversaria, che non

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partecipano direttamente all’avvenimento sportivo, prendendo l’aspetto di scorrerie. Queste manifestazioni non sono esclusive del nostro tempo: narra Tacito che a seguito di una sanguinosa rissa con numerosi morti, in occasione di uno spettacolo gladiatorio nell’anfiteatro di Pompei tra le opposte tifoserie di Nocerini e Pompeiani, le manifestazioni a Pompei furono sospese per 10 anni. Nell’antica Roma i gruppi di tifosi (“collegia”) erano organizzati anche a livello politico e la vittoria era talmente importante che le corse delle bighe si svolgevano nell’ambito della più assoluta scorrettezza: ogni mezzo per vincere era tollerato, se non addirittura consentito. Anche ai nostri giorni, la scelta di una squadra, generalmente nel periodo infantile, spesso secondo tradizione di famiglia, rimane definitiva per tutta la vita (il branco) e l’abbandono di una squadra è considerato alla stregua di un tradimento. I club di tifosi stringono gemellaggi (alleanze) con i club di altre squadre contro altri club, ritenuti ostili, ed effettuano addirittura spedizioni in soccorso degli amici, talvolta, con conseguenze addirittura tragiche. Winston Churchil espresse così questo concetto: “Gli Italiani perdono le guerre come se fossero partite di calcio e le partite di calcio come se fossero guerre”.

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Il bipedismo

Camminare è quell’attività nel corso della quale il corpo, passo dopo passo, vacilla sull’orlo della catastrofe. John Napier

Il grande aumento della capacità cerebrale nell’uomo è stato permesso anche dal bipedismo, per il fatto che la testa in un bipede è allineata con il baricentro del corpo, mentre in un quadrupede è fuori asse e pende in avanti, sostenuta soltanto dai muscoli del collo. Secondo alcuni ricercatori la trasformazione in bipedi o bipedismo sarebbe iniziata ancora prima della discesa dagli alberi. La dimostrazione sarebbe legata al fatto che gli orango si spostano sui rami più robusti degli alberi utilizzando i quattro arti, senza mai distendere completamente le articolazioni, mentre, quando si spostano sui rami più piccoli e flessibili, che si trovano più in alto e sono più soleggiati e con frutta più dolce, si alzano sugli arti inferiori e utilizzano quelli superiori allargandoli e distendendo completamente le articolazioni delle anche e dei ginocchi, per mantenere l’equilibrio. Con il bipedismo la colonna

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vertebrale è sagomata a S e il foro occipitale del cranio è situato in basso, in modo che il cranio poggi sulla colonna vertebrale, che ha come base una struttura molto piccola, il piede. Una serie di impronte, risalenti ad un milione e mezzo di anni fa, scoperte nelle sabbie di Ileret, in Kenya, da un gruppo di ricercatori internazionali ha rivelato che i nostri antenati avevano già sviluppato un piede anatomicamente moderno, con caratteristiche precise, dall’alluce allineato all’arco del piede pronunciato e con una camminata in tutto simile alla nostra, distinta dallo spostamento del peso dal calcagno alle dita durante il passo ( J.W. K. Harris, Science 2009, riferita da A. Manfredi, Repubblica 27/2/09). Il piede è stato definito da Leonardo un capolavoro d’ingegneria: è composto da 26 ossa, 114 legamenti, 20 muscoli e permette di camminare, correre, saltare, ballare e dare calci. L’anatomia


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dei piedi è profondamente cambiata rispetto a Primati, con l’alluce perfettamente allineato alle altre dita, in modo da dare maggiore stabilità al cammino, anche se la posizione eretta è rimasta sostanzialmente poco stabile. La nostra camminata è caratterizzata da un movimento a pendolo, cioè dallo spostare un arto in avanti verso quello controlaterale, sostanzialmente per evitare la caduta in avanti, per cui in definitiva possiamo definirci dei bipedi barcollanti. Gli arti inferiori sono divenuti più lunghi, permettendo falcate più ampie e invertendo il rapporto di forza rispetto a quelli superiori, tipico dei Primati. La camminata rappresenta sicuramente un ottimo mezzo di spostamento ad una velocità di 1,3 ms-1 (metri/secondo), in funzione della lunghezza della gamba; nel caso di velocità superiori a 2,3-2,5 ms-1, molti uomini spontaneamente cominciano a correre. La corsa è stata a lungo considerata di scarsa importanza perché un uomo sprinter è lento, in grado di tenere una velocità di 10,2 ms-1 per meno di 15 secondi, mentre mammiferi, come cavalli, cani e antilopi, riescono a galoppare a 15-20 ms-1 per numerosi minuti. La corsa prolungata ed aerobia (endurance) offre, peraltro, prestazioni umane di rilievo, potendo prolungarsi per km, addirittura 42,2 km nel caso della maratona. La velocità d’endurance si attesta tra 2,3-6,5 ms-1 negli atleti professionisti, raggiungendo livelli impossibili per i primati. L’efficienza energetica nell’endurance è molto migliorata: sul tapis roulant, lo scimpanzé da 50 kg consuma, per fare un km a 4 zampe, 46 kcal e su 2 zampe 50 kcal; un uomo da 50 kg consuma 13 kcal (un quarto). A parità d’esercizio, l’ossigeno consumato dagli scimpanzé a 4 zampe è 0,19 ml (il quadruplo dell’uomo) e a 2 zampe 0,21 ml (Sockol MD 2007). Il risparmio energetico durante i salti della corsa sono resi possibili da un meccanismo di deposito d’energia e successivo rilascio attraverso l’intervento del tendine d’Achille, dei tendini

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iliotibiali e del muscolo peroneo lungo. Un’altra fonte di risparmio è dato dalla presenza dell’arco longitudinale del piede, che manca nei Primati, che è in grado d’assorbire l’energia dovuta all’impatto sul terreno e di restituirla in misura di circa il 17%. Un ulteriore fattore energetico addizionale è assicurato dalla lunghezza della gamba, che incide sulla lunghezza della falcata, che nell’uomo generalmente raggiunge e supera 2 metri, cioè valori nettamente superiori a quelli della falcata dei Primati. Questa caratteristica compare inizialmente nell’Erectus in confronto agli Australopitechi. L’impatto del piede sulla terra, durante la corsa, è, inoltre, attutito da una serie di strutture ossee, che comprendono testa del femore, articolazione sacroiliaca, colonna vertebrale, in grado di dissipare l’onda d’urto prima dell’arrivo al cervello. Un’altra differenza scheletrica è rappresentata dalla lunghezza del piede in confronto alla gamba (9% nell’uomo contro 14% dello scimpanzé). La stabilità della corsa è assicurata dall’allargamento del bacino e da una serie di meccanismi muscolo-tendinei del tronco, come i muscoli glutei, nettamente più sviluppati nell’uomo rispetto ai primati, il trapezio, il romboide ed il legamento nucale, assente negli scimpanzé e forse negli australopitechi. L’organismo umano ha sviluppato altri meccanismi per sostenere la corsa di endurance. Il primo è la migliore termodispersione del calore prodotto dalle contrazioni muscolari, dovuto alla perdita del pelo, al maggiore sviluppo delle ghiandole sudoripare, alla conformazione allungata e sottile del corpo umano, ad una notevole dispersione del calore del sangue che affluisce al cervello attraverso un’elaborata circolazione venosa cranica, che permette una maggiore sudorazione a livello del cuoio capelluto, ed alla superficialità delle arterie carotidi nel collo. Un ultimo meccanismo, infine, è legato alla possibilità di deviare l’afflusso dell’aria ventilata dalla via nasale a SESSUALITÀ, CIBO E CERVELLO |

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quella orale, che aumenta il volume corrente respiratorio, riduce le resistenze e contemporaneamente aumenta lo spazio morto delle prime vie aeree con aumento della dispersione di calore. Gli spostamenti attraverso la marcia e la corsa d’endurance potrebbero avere permesso ai nostri predecessori di competere meglio nella ricerca del cibo, soprattutto delle carcasse di animali morti, in competizione con cani o iene, che avevano il vantaggio di un migliore olfatto. Per tutti questi fattori in un’ipotetica Maratona, disputata in un giorno di sole, l’uomo avrebbe probabilmente la meglio sul cavallo (Bramble DM, Lieberman DE. 2004). Gli spostamenti hanno esposto i piedi ad una serie d’aggressioni (pietre aguzze, fango, insetti, ecc.). Una delle prime preoccupazioni fu di proteggerli mediante scarpe rudimentali, inizialmente paglia o foglie e successivamente suole di cuoio ovale con una rete di corde vegetali, imbottita di fieno, come dimostrano reperti di 9mila anni fa in California e dell’Uomo di Similaun in Sud Tirolo (E. Trinkaus, Washington University di SaintLouis) e quindi veri sandali di cuoio. Dopo di allora le scarpe si sono evolute, acquisendo anche funzioni e usi differenti per sesso e per età, per casa e per strada, per tipo di terreno e di lavoro, per il quotidiano e per l’occasione, utilizzando vari materiali, colori e fogge. Una particolare evoluzione delle scarpe si è verificata nel Nord Europa: sono stati trovati nel Sud Finlandia dei pattini su ghiaccio, risalenti a circa a 5mila anni fa, costruiti con ossa di animali legate ai piedi con dei lacci, per muoversi sui laghi ghiacciati (Minetti M, Corriere della Sera 5 gennaio 2007). Il bipedismo, inoltre, ha favorito la liberazione degli arti superiori, che si sono sviluppati, divenendo formidabili strumenti per la presa, in modo da migliorare la raccolta del cibo e l’utilizzo ed il lancio d’oggetti, ed anche la trasmissione d’informazioni al cervello (sviluppo del senso del tatto); la mano è

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dotata di un pollice molto più articolabile e completamente opponibile. La rappresentazione della mano (e anche del piede) a livello cerebrale risulta molto più grande delle dimensioni morfologiche effettive (Homunculus).

La scimmia nuda Il pelo è un tipo di copertura corporea esclusivo dei mammiferi; offre isolamento e protezione contro le abrasioni, l’umidità, i raggi del sole, oltre che contro microrganismi e parassiti potenzialmente nocivi. Funziona anche come travestimento per confondere i predatori, mentre i disegni del manto permettono ai membri della stessa specie di riconoscersi e per dimostrare aggressività e agitazione. Gli esseri umani si differenziano dai primati per la pelle quasi completamente nuda. La perdita della pelliccia è stata un adattamento al cambiamento delle condizioni ambientali, che costrinsero i nostri antenati a coprire lunghe distanze per cercare acqua e cibo, con necessità di termodisperdere il calore prodotto dal movimento nella savana, sotto il sole. La migliore termodispersione umana è stata resa possibile dall’assenza della pelliccia, e da un numero straordinario di ghiandole sudoripare eccrine, che possono produrre fino a 12 litri giornalieri di sudore molto liquido e acquoso. Le ghiandole eccrine sono situate vicino alla superficie della pelle e rilasciano il sudore attraverso piccoli pori. Contrariamente a quanto creduto comunemente, il colore originario della pelle umana era bianco. Nel 2004 A.R. Rogers et al hanno esaminato le sequenze del gene MC1R, uno dei geni responsabili della pigmentazione della pelle dimostrando che una specifica variazione genetica rintracciata in tutti gli africani con la pelle scura ha avuto origine circa 1,2 milioni di anni fa. Probabilmente i nostri progenitori


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avevano una pelle chiara coperta da pelo scuro, simile a quella degli scimpanzé, e la pelle scura è stata probabilmente una necessaria conseguenza della perdita dei peli, che proteggevano dal sole. Un’importante differenza genetica con gli scimpanzé è proprio nei geni delle proteine che rendono la nostra pelle particolarmente impermeabile e resistente alle abrasioni. Le eccezionali capacità protettive della nostra pelle è dovuta alle proprietà dello strato più esterno, quello corneo. Questo è stato paragonato a una composizione di malta e mattoni: i mattoni sono i diversi strati appiattiti di cellule morte dette corneociti, che contengono cheratina e altre sostanze; gli strati lipidici ultrasottili che cir-

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condano ogni corneocita costituiscono la malta. I peli ascellari e inguinali sono rimasti perché servono per propagare i ferormoni e mantenere lubrificate queste aree durante la locomozione. I capelli proteggono contro il surriscaldamento cerebrale, soprattutto se sono ricci. Molte popolazioni umane sono quasi completamente glabre, mentre altre sono irsute, e quelle con meno peli tendono ad abitare le fasce tropicali. I maschi sono più pelosi delle femmine, per cui c’è sicuramente l’influenza del testosterone e, probabilmente, le donne preferivano i maschi con barbe folte e pelosi perché considerati più virili, e viceversa gli uomini le donne meno pelose (N.G. Jablonski, Le Scienze, aprile 2010, n.500).

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