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deSidera

Anno I

Mark Twain: racconti

Trimestrale di libera letteratura, poesia, arte e critica

Quadro storico Biografia Recensioni

Autunno 2012

Faulkner: Autunno: Indian racconti summer brevi


deSidera Autunno 2012

racconti di MarkTwain 4

Introduzione storica

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Biografia dell'autore Recensioni

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Una cura per la tristezza Lost in (Google) translation

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Indian Summer / Estate indiana

autunno Racconti brevi

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Terra d'autunno

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Se solo mi ammalassi

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Interferenze Nella rivista: Aurora Boreale Il passaporto per la Russia Carlo Celebrin Come diressi un giornale per agricoltori Elisa Procopio Chicchi di caffè e voci di cascata Nicola Gnocato Allucinazioni d'autunno

Direttore Eugenia Gobbo Critica Ilaria Bernardi Aurora Boreale Carlo Celebrin Nicola Coviello Gabriele Giusto Racconti Carlo Crosato Marco Distefano Nicola Gnocato Elisa Procopio Emma Varotto Illustrazioni Chiara Lazzaro Donatella Santini Monica Zambon Conglomerati Valentina Casagrande Grafica Mattia Gobbi

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Introduzione storica di Gabriele Giusto

Introdurre dal punto di vista storico Mark Twain, e in particolare una sua raccolta di racconti, significa percorrere almeno mezzo secolo di storia americana. E' la storia di un paese che cambia, che si espande e si evolve, poiché fu proprio in questo periodo che gli Stati Uniti risorsero dalla crisi della guerra civile e posero le basi sulle quali avrebbero poi costruito la loro potenza mondiale. Twain nacque nel 1835 nello stato del Missouri, in quella che veniva chiamata al tempo la “frontiera”, ovvero i confini occidentali degli Stati Uniti d'America, oltre i quali si stagliavano le terre semi-sconosciute che in seguito avrebbero dato origine al mito del “leggendario west”. Il Missouri era uno degli stati formatisi dopo l'acquisto da parte degli Stati Uniti nel 1803 della cosiddetta “Louisiana Francese”, un territorio immenso corrispondente grossomodo agli odierni stati centrali dell'Unione, Texas escluso, che si sviluppava ad occidente del fiume Mississippi. E' proprio a partire dagli inizi del XIX secolo che iniziò l'esplorazione dei territori occidentali del continente americano; un'esplorazione operata per ondate, che non ebbe soluzioni di continuità, bensì picchi corrispondenti ad eventi particolari, come ad esempio la scoperta dell'oro nelle terre della California nel 1848, che diede origine ad un massiccio spostamento di popolazione verso quella regione. Tale fenomeno portò ad una situazione particolare e quasi paradossale: la California, sita all'estremità occidentale del continente americano, chiese l'annessione all'Unione nel 1850, mentre tra essa e il compatto blocco orientale degli originari Stati Uniti comparivano territori di recentissima conquista (come il Texas e il New Messico, sottratti al Messico assieme alla

stessa California nella guerra tra lo stato centroamericano e gli USA di appena quattro anni prima) e che dato lo scarso popolamento non erano ancora caratterizzati da un'organizzazione statale, tanto che venivano considerati e chiamati semplicemente “territori”. Proprio la questione dell'annessione di nuove terre fu tra le principali cause scatenanti la guerra di secessione. Più che l'opportunità o meno dell'ampliamento dell'Unione ai territori posti oltre la “frontiera”, da alcuni osteggiata, ma dalla maggior parte della classe dirigente appoggiata in virtù del cosiddetto “destino manifesto” - teoria secondo la quale sarebbe stato lo stesso destino ineluttabile degli Stati Uniti quello di conquistare e “civilizzare” l'intero continente americano –, a produrre le maggiori tensioni tra “nordisti” e “sudisti” fu la discussione intorno alla possibilità per gli stati che sarebbero andati a formarsi di prevedere al loro interno la schiavitù o di vietarla. Come è risaputo fu proprio la schiavitù il punto focale che portò alla rottura tra gli stati del nord a vocazione prevalentemente industriale e tra i quali molti l'avevano già vietata sin dai primi decenni del secolo XIX, non solo per motivi filantropici (che non erano assenti) ma anche perchè considerata antieconomica - e quelli del sud, territori agricoli a base fondiaria se non “latifondista”, e per i quali la schiavitù garantiva crescita e competitività economica. Era diffusa nella società americana, sia a nord che a sud, l'idea che il sistema schiavistico si sarebbe atrofizzato fino a scomparire se non si fosse diffuso e fosse rimasto relegato ai soli stati meridionali, prospettiva che arrideva al nord ma che ovviamente i delegati del sud al Congresso temevano fortemente e cercavano di osteggiare. Presto le tensioni politiche vennero ad esplodere, e all'elezione di Abramo Lincoln, contrario alla schiavitù ma moderato sull'argomento e non totalmente abolizionista, gli stati del sud in rapida successione dichiararono la secessione dall'Uni-


Critica

one, ed in seguito si unirono nei cosiddetti Stati Confederati d'America. La situazione era diventata chiaramente insostenibile, e si venne presto allo scontro armato tra i due stati federali americani; nonostante un primo momento favorevole ai Confederati, dovuto in particolare alla loro maggior esperienza bellica molti reduci delle precedenti guerre condotte dagli Stati Uniti (una su tutte quella citata contro il Messico) vivevano in questa parte del paese presto la superiorità economica, numerica e tecnologica del nord si fece sentire e la fine della guerra nel 1865 vide la vittoria dell'Unione. Mentre nel sud devastato dalla guerra le costrizioni nordiste in materia di diritti civili passate alla storia come “Ricostruzione” portarono allo sviluppo di una società fortemente segregazionista e ancora poco industrializzata, sebbene più aperta rispetto al passato nei confronti dell'avanzamento tecnologico, nel resto dell'Unione l'industrializzazione ebbe proprio a partire dal dopoguerra e fin quasi alla fine del secolo un'impennata vertigionosa, dovuta a politiche governative di laissez-faire nei confronti dei grandi industriali, cosa che portò alla costituzione di trust (in seguito convintamente ostacolati), a misure fortemente protezionistiche che causarono un elevato costo della vita, e al costante approdo nelle coste orientali di emigranti europei che andavano a rifornire continuamente il sistema industriale di manodopera a basso costo. L'enorme crescita industriale non ebbe come immediata conseguenza un miglioramento della qualità della vita, anzi per i lavoratori delle fabbriche l'aspettativa era fortemente limitata e la paga in pochissimi casi era adeguata alle quantità di denaro sufficienti alla sopravvivenza dignitosa. Tale situazione portò alle prime organizzazioni di lavoratori, inizialmente decisamente osteggiate dal connubio governo-industria, ma in seguito alla loro crescita e allo sviluppo nell'opinione pubblica

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americana di posizioni “progressiste” (termine sviluppatosi alla fine del secolo XIX ed indicante un'avversione nei confronti della corruzione e dei fortissimi legami tra politici ed industriali, e il favore invece rispetto la regolarizzazione e trasparenza dei rapporti tra politica e finanza) la loro battaglia portò ad una situazione sicuramente più agevole e regolamentata del lavoro. Allo sviluppo economico si accompagnò la crescita politica degli Stati Uniti nello scacchiere mondiale, e l'occupazione delle Filippine, di Cuba, di Panama e l'intervento anche in alcuni stati dell'America meridionale denunciano la tendenza tra XIX e XX secolo da parte dei governi statunitensi a sposare la dottrina europea del neo-imperialismo, tendenza alla quale si oppose fortemente Twain, già tra i principali ispiratori delle posizioni progressiste grazie allo scritto The gilded age. A causa della sua avversione alla politica estera dei governi statunitensi, palesata con l'adesione all' American Anti-Imperialist League, Mark Twain venne ostracizzato in maniera decisa, tanto che diversi suoi scritti di carattere politico non vennero pubblicati fino ai primi anni '20 del XX secolo, a più di un decennio dalla sua scomparsa, avvenuta il 21 aprile 1910.


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Biografia dell'autore di Ilaria Bernardi

“Quanto è riduttiva, limitata e insignificante la storia di una comune vita umana!” 1

Non è mai semplice sintetizzare in poche righe la pienezza di una vita, specialmente di chi, come Mark Twain, l’ha plasmata secondo i propri umori, desideri, curiosità in un grande viaggio. Sicuro della guida dei propri istinti, al seguito della sua stella, quella cometa di Halley apparsa nel 1835, l’anno della sua nascita, e di ritorno nell’anno della sua morte, il 1910, come lui stesso aveva profetizzato, trascorre la sua giovinezza vagabondando da un luogo all’altro e il resto della sua vita diviso tra conferenze, scrittura, peregrinazioni. Rimasto orfano all’età di dodici anni, dopo aver lavorato come tipografo e collaboratore al giornale del fratello, abbandona il piccolo paesino di Hannibal, nello stato del Missouri, a Nord-Ovest di Saint-Louis. Il distacco fisico dalla cittadina, che è anche momento di crescita e commiato dalla fanciullezza, determina però in Twain una sorta di attaccamento, di conservazione del ricordo e lo induce ad ambientare le avventure dei protagonisti delle sue opere migliori, Tom Sawyer e Huckleberry Finn, proprio in quei luoghi e in quegli anni spensierati. Per una decina di anni ancora svolge l’attività di tipografo, senza legarsi ad un ambiente, ma continuando una serie di spostamenti (St. Louis, Philadelphia, New York) e di lavori che lo nutrono di esperienze inattese, di nuove conoscenze e che lasciarono in lui tracce profonde. Indelebile, fondamentale, la sua esperienza come pilota di battelli sul Mississippi, durante la quale l’umanità più varia, bizzarra, affascinante si presenta ai suoi occhi, talvolta con semplicità, talaltra con ostentazione. Gli anni

1

. Mark Twain, An Autobiography, The Aldine, Vol. 4, No. 4 (Apr. 1 871 ).

Traduzione I. Bernardi.

cullati dalle acque del fiume gli suggeriscono anche uno pseudonimo, lo trasformano da Samuel Langhorne Clemens a «Mark Twain», il grido dei battellieri, con la quale si indicava la misura della profondità di sicurezza per la navigazione. La sua furia di cambiamento, la sua inquietudine, la voglia di esperire, vedere, toccare e il suo entusiasmo giovanile lo spingono però lontano anche dal corso del Mississippi. Nel 1861, in occasione della Guerra di Secessione, si arruola nell’armata confederale, rimanendovi tuttavia solo qualche settimana e abbracciando invece, da questo momento in poi, ideali democratici. Anche queste contraddizioni svelano l’irrequietezza, la vitalità, l’affannosa ricerca di novità, di sé. Il solo modo per capire la realtà diviene quello di viverla, di accettarne anche gli aspetti più ambigui, problematici. Twain infine approda al giornalismo prima a Virginia City e poi a New York e pubblica il suo primo racconto di successo, The celebrated jumping frog of Calaveras County, nel 1867 e nello stesso anno parte per un viaggio che lo porta in Turchia, in Terrasanta, in Francia e in Italia e dalle cui suggestioni nasce The Innocents Abroad: un libro da molti contestato, che si prende gioco della presunta superiorità che l’Europa ha avocato a sé per secoli. Di ritorno dal suo viaggio nel Vecchio Mondo conosce la futura moglie, Olivia Lingdon, e comincia la stesura e la pubblicazione dei suoi lavori più celebri: Roughing it, The Adventures of Tom Sawyer, The Adventures of Huckleberry Finn,


Critica

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Life on the Mississippi. Gli ultimi anni della sua

vita sono funestati dalla morte della moglie e di una figlia e dal dissesto finanziario, e contrassegnati dal pessimismo, dall’ incapacità di comprendere un’America ormai estranea, enigmatica.

Una cura per la tristezza di Nicola Coviello

Una cura per la tristezza. Il titolo dice tutto. Potrebbe sembrare che il racconto in questione affronti temi quali trainig autogeno, yoga casalingo o bislacche tecniche esotiche anti-depressione (come se tali bizzarrie esistessero al tempo di Twain). Errore, il pezzo non parla di una cura per la tristezza, il pezzo è una cura per la tristezza, una di quelle cose che magari riescono a strapparti una mezza risata (sotto i baffi, ovviamente) durante qualche noiossissimo interminabile viaggio in treno nella bassa padana ricoperta di nebbia. Ma vediamo di parlare del nostro racconto. Innanzitutto un sommario inquadramento storico: nel tempo in cui Twain scriveva (seconda metà dell’800, grosso modo) la scena letteraria nordamericana (soprattutto negli stati del Sud prima della guerra civile) vedeva una gran diffusione di “romanzi cavallereschi” a buon mercato, prodotti da oscuri pennaioli che scimmiottavano goffamente le opere di diversi autori come Scott o affini. Fortunatamente pochi oggidì conoscono o studiano questo repertorio, ma per averne un’idea si può pensare ad un grande calderone al cui interno ribollivano improbabili temi cavallereschi (trasposti in una edulcorata realtà delle piantagioni), buoni sentimenti, pietismo accademico, paesaggi languidi ed un linguaggio che in quanto

ad ampollosità e roboanza potrebbe tranquillamente battersela con i maestri del barocco. Il problema non era però che qualcuno scriveva certe cose, ma piuttosto che molti altri le leggevano, ed evidentemente questo urtava particolarmente i nervi del nostro. Naturale dunque che Twain riesca qui a farci sorridere scendendo in un campo non certo nuovo per lui: la satira, letteraria in questo caso. La ricetta che adopera è molto semplice: si prenda un orribile mattone sentimentale scritto da qualche improbabile autore del Sud (e già il nome è tutto un programma: G. Ragsdale McClintock, come dire Sveva Casati Modigliani… oops! Si può dire?) e ci si diverta a ricamarci su una esilarante serie di non troppo celati insulti, quasi una parafrasi negativa, una cabarettistica esegesi delle porcherie che qualche mentecatto ha avuto il coraggio di pubblicare e che una ben maggiore quantità di menti semplici si è compiaciuta di leggere. Si può ben capire allora come in questo contesto il nostro autore riesca a dare libero sfogo alla sua ben nota ironia in tutto il suo potenziale: nei suoi racconti o romanzi deve per forza preoc-


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cuparsi anche di costruire trame, delineare personaggi e tutto il resto, ma ora fa tranquillamente accomodare i lettori davanti al Mc Clintock legato ad un palo annunciando “bene, ora passiamo un quarto d’o ra in allegria insieme a questa cassetta di cachi marci”. Dopodichè si lascia andare, dedicandosi alla completa quanto minuziosa demolizione dell’o pera incriminata. Comincia la segagione già dal titolo ( e come non farlo se quest’ultimo è niente di meno che “Il nemico sconfitto; ovvero, Il trionfo d’Amore”) per poi dedicarsi a punire tanto la trama quanto il liguaggio, melensa l’una e prolisso l’altro. Ma non si limita a questo, ecco che sfibrando l’intreccio Twain riesce a castigare quasi il processo logico stesso che ha portato alla concezione del Nemico Sconfitto, andando a colpire quindi l’intero filone letterario di cui McClinotck è in un certo senso il campione. E ripeto, leggendo tale recensione è difficile non trattenere qualche risata e allora di certo l’intento demolitore del pezzo è stato pienamente raggiunto. Concludo con uno stimolo: leggetevi il racconto “Una cura per la tristezza” (è corto, non ci si mette molto) e fatevi le vostre debite risatine. Dopodichè pensate a cosa sarebbe stato capace di fare Twain se avesse avuto per le mani pattume come “Tre metri sopra al cielo” o il testo di qualche canzone di Venditti (il McClintock de noiartri). Altro che debite risatine, ci sarebbe stato da sganasciarsi di gusto! Chissà che qualcuno non voglia cimentarsi nell’impresa…

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Critica

Lost in (Google) translation

di Carlo Celebrin - Rubrica di traduzioni a braccio (o,

meglio: a braccia aperte) di poesie, canzoni, dichiarazioni e quant’altro, per commentare e contestualizzare in modo spontaneo e obliquo gli autori e le tematiche trattate in ogni numero di deSidera. Enjoy!

Indian summer The courtesan is dead, for all her subtle ways, her bonds are loosed in brittle and bitter leaves, her last long backward look’s to see who grieves the imminent night toward her reverted gaze. Another will reign supreme, now she is dead and winter’s lean clean rain sweeps out her room, for man’s delight and anguish: with old new bloom crowning his desire, garlanding his head. so, too, the world, turning to cold and death when swallows empty the blue and drowsy days and clean rain scatters the ghost of Summer’s breath – the courtesan that’s dead, for all her subtle ways – Spring will come! Rejoice! But still is there an old sorrow sharp as wood-smoke on the air.

Estate indiana La cortigiana è morta, di tutti i suoi sensi sottili, i suoi vincoli sciolti in fragili foglie amare, la sua ultima lunga occhiata indietro per vedere chi si addolora della notte, incombente sullo sguardo di lei, che si è voltato. Un’altra regnerà sovrana, ora che lei è morta e la misera chiara pioggia invernale sciacqua la sua stanza, croce e delizia dell’uomo: coronando con una fioritura vecchia e nuova il suo desiderio, inghirlandandone il capo. Così anche il mondo, che si volge a freddo e morte quando le rondini svuotano i giorni blu e sonnolenti e la pioggia tersa fuga lo spettro del respiro dell’Estate – la cortigiana che è morta, di tutti i suoi sensi sottili – Verrà la Primavera! Gioite! Ma ancora c’è un antico dolore, acre come fumo di legna nell’aria.

William Faulkner

Il presente componimento è tra quelle che sono state riscoperte come le “Poesie del Mississippi”, composte da un quasi trentenne Faulkner nella metà degli anni Venti, e raccolte per l’Italia da Vanni Bianconi. La poesia, caratterizzata da un tono solenne e da una liricità che oscilla tra l’intimismo e l’impetuosità, trae probabilmente la sua ispirazione dalla vita affettiva dell’autore, noto per essere stato un giovane romantico e appassionato, e dalle suggestioni della terra in cui egli è nato è cresciuto, nello Stato del Mississippi. Faulkner fu tra i principali ammiratori e celebratori di Mark Twain, e ne ha condiviso paesaggi emotivi e orizzonti culturali. L’estate indiana cui il titolo fa riferimento è conosciuta nella nostra tradizione come “estate di San Martino” (si verifica infatti solitamente attorno all’11 novembre): l’ultima trionfale eco di tempo mite e rigoglioso prima della definitiva discesa nell’inverno.


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Terra d'autunno di Marco Distefano

Ehi... sei molto bella così, ricoperta dalla tua coltre variopinta. Tutti questi colori caldi mi fanno passare il freddo di queste giornate. Sembra uno scherzo: non ho mai avuto davvero il tempo di godermi questi momenti di cui mi accorgo solo adesso che comincio a non averne il tempo. Il vento che ti rimbocca le coperte sembra quasi infastidirti da quanto ti vizia, ma tu sei bravissima a goderti le sue attenzioni senza abusarne troppo. Mentre riposi ripensi ai bei momenti che hai passato quest'estate, quei momenti della stagione avventurosa che vengono una volta sola nell'anno, e nella vita, e che proprio la loro unicità rende così speciali da risultare ridicoli se raccontati apertamente - proprio come quando si racconta una storia d'amore, e la si uccide. Ma tu...tu no. Riesci pure a trovare il tempo di rievocare a voce alta quei ricordi e a elargirli a tutti quanti: mentre sussurri quasi non ti si sente, e ne approfitti per sfumare sulle parole che ti accorgi troppo tardi di non voler dire, ma ormai le hai dette. Sembri quasi perversamente contenta di dire ciò che di solito non si dice, di esprimere ciò che di solito non si esprime, di svelare dei segreti reconditi a chi malauguratamente presta orecchio e di colpo vede svanire il piacere della scoperta. TU? Te ne freghi. Tanto sai che quello che si dice non conta nulla, nemmeno se fosse la verità... più parli delle tue avventure e più la perversione e il piacere che provi nello spogliarle si vanifica. Nessuna parola, nemmeno la più fedele, può scalfire ciò che hai provato davvero nella tua esperienza passata! Di colpo una folata ti spoglia... proprio nel momento in cui eri assorta nella tua determinazione!!! Meglio ricomporsi... non sei affatto quella scostumata che il vento voleva dimostrare... però sotto

sotto... Toh! Un gatto si posa sulla tua coperta... ora non c’è nient'altro che quel batuffolo di pelo a riempire i tuoi pensieri... ma sotto sotto... ne hai sempre una nuova... che preme per uscire e non tarderà. Perché? Perché mentre guardi il gatto hai la curiosità smodata di sapere cosa sia!! Ma non c'è un ordine a tutto questo... non sei più una bambina, ora sai che non può esserci più di un fuoco alla volta nei tuoi occhi... e già pensi a un'ellisse... impossibile fermarti. Buona notte.

Se solo mi ammalassi di Carlo Crosato

Nella strada che faccio ogni mattina a piedi, ci sono delle cose. Stamattina sono uscito di casa con in mente alcune frasi fastidiose, come per esempio «Basta, basta, basta, voglio una vacanza», oppure «Basta, basta, basta, voglio un fine settimana», e comunque con delle frasi ammorbanti, il cui contenuto tradiva una certa repulsione verso tutto quello che nel mondo si può fare e incontrare. (Ci sono giorni che spero mi venga l’influenza, così, per avere un motivo buono per stare a letto a far niente). Poi, girando per strada, mi sono accorto che, nella strada che faccio ogni mattina, sempre la stessa, venti minuti ogni mattina la stessa strada a piedi, ci sono sempre le stesse cose e poi ci sono delle


Racconti brevi

cose nuove. Tra le cose che ci sono sempre, c’è Silvano, che fuma fuori di casa sua, che io ogni mattina saluto e che ogni mattina non mi saluta, poi ci sono i cani che, con precisione teutonica, si passano la notizia della mia presenza, abbaiandomi prima gli uni, poi gli altri e poi gli altri ancora. Tra le cose che ci sono sempre, ci sono anche le cacche che sul marciapiede uno deve schivare, la cui presenza ormai non mi stupisce, sebbene ogni mattina ce ne siano di nuove e in posizioni sempre diverse; sono loro che, per prime, mi costringono a un moto di attenzione e lucidità: meglio che un caffè. Tra le cose nuove, stamattina c’erano i primi incredibili apparati semiotici del Natale, luci, alberi, presepi: una festa che ormai iniziamo a festeggiare sempre prima. Tra le cose nuove, poi, c’erano tre preservativi abbandonati per terra, apparati semiotici di una festa che non è mai troppo presto per festeggiare. Arrivato a destinazione, infine, ho ascoltato alcune canzoni di Elliott Smith. E ho pensato che se almeno mi venisse l’influenza, potrei finalmente starmene a letto un paio di giorni.

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Interferenze di Emma Varotto

“Sai”, mi dice lei ad un certo punto, “ho già preso due Xanax stamattina, perciò le possibilità che io dia retta alle tue stupidaggini sono veramente scarse”. “Ok.” Lì per lì non mi viene in mente altro da dire, poi, sapendo quanto la irritino i momenti di silenzio, aggiungo: “Forse è il caso di ordinare qualcosa di analcolico, non credi?” Lei scoppia a ridere, come se avessi detto una cosa ridicola, e non risponde. Un folata di vento scuote tremendamente gli alberi del parco, e per un attimo il mio sguardo si fissa sulle foglie scure che cadono a pioggia. Penso che ormai dovrebbero essere tutti spogli, gli alberi, e che l'autunno è arrivato davvero in ritardo. “L'autunno è arrivato davvero in ritardo”, butto là. “Che dici, ordiniamo?” fa lei, ignorandomi. “Sì. Certo”. Prende il menu e lo studia facendo scorrere rapidamente lo sguardo da una pagina all'altra, assorta come se si trattasse di una questione della massima importanza. Salta subito la pagina delle bibite e osserva con attenzione gli alcolici, passandosi una mano tra i capelli. Rimango colpito dalla decisione con cui chiude il menu, facendogli produrre una specie di schiocco e posandolo sul tavolo con un gesto elegante. “Prendo un prosecco”. “Ma”, comincio, “non pensi che, magari, sarebbe meglio un... che so,un succo di frutta?” “E smettila”, sbotta. “Te l'ho detto o no che non voglio sentire le tue paranoie?” Fa cenno al cameriere che siamo pronti ad ordinare, anche se questo si avvicina al nostro tavolo con aria scocciata: siamo gli unici ad aver deciso di stare fuori, e solo perché lei ha bisogno di fumare per non diventare nervosa. La temperatura, tuttavia, non è per nulla piacevole. “Allora”, dice rivolgendosi al cameriere. “Prendiamo due prosecchi”. Io non ho espresso il desiderio di bere un prosecco, ma lascio correre. Il cameriere annuisce con la testa e poi se ne va, probabilmente aggiungendo


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un'altra coppia di clienti maleducati alla sua collezione, e sparisce all'interno del bar. Fa freddo, e non capisco come lei faccia ad indossare una giacca così leggera senza sciarpa né berretto mentre io mi stringo nel cappotto, palesemente intirizzito. Mi ignora, o finge di non accorgersi del fatto che sto gelando, e si accende una sigaretta. “Hai dato un'occhiata alla collezione autunno/inverno di Motivi?” “No”. “Dovresti. Assolutamente geniale. Di solito tutte le collezioni invernali sono piene di marrone e nero, mentre Motivi ha puntato sull'oro e sul tono su tono. Ho già visto una maglia larga che mi piace da morire, tutta oro e che arriva fino alle ginocchia, da portare con i leggins. Ce n'è un paio da Calzedonia che ci starebbe proprio da dio”. “Poi andiamo a darci un'occhiata, se vuoi...” “Sì. Ah.. Hai pensato a cosa fare a Capodanno?” “Manca ancora un sacco di tempo...” “Hai detto così anche l'anno scorso, e non voglio neanche ricordare quello schifo di festa in cui siamo finiti, con Alex e quella tua amica Lidia che...” “Linda”. “Come?” “Si chiama Linda”. “Quello che è. Faceva schifo, Lidia o Linda che sia. Lei e il vestito che aveva addosso, tra l'altro”. Non ho assolutamente memoria di cosa indossasse Linda un anno prima, ma ricordo perfettamente l'abito di lei, che la fasciava in modo splendido, impeccabile. Perciò dico, avendo cura di esibire una certa ammirazione: “Tu invece stavi benissimo, eri stupenda”.

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Autunno 2012

“Grazie”, gongola. “Avevo un vestito D&G, Cristosanto, ci mancherebbe anche che non fossi stata stupenda”. Si lascia scappare un sorriso soddisfatto. “Però”, riprende, “quest'anno voglio assolutamente passare un Capodanno come si deve, ok? Ho intenzione di mettermi quel vestito verde acquamarina di Zara, che è piuttosto elegante, e mi serve un posto adatto. Per le scarpe pensavo a quelle nere di Prada che ho a casa, quelle alte, anche se prima dovrei stare un po' a dieta perché altrimenti non mi slanciano abbastanza”. Mi è sempre piaciuto guardarla fumare, anche se, personalmente, odio il fumo. Ha un modo di portarsi la sigaretta alle labbra e di aspirare che quasi mi ipnotizza, e mi piace cercare di vedere qualche figura nelle volute di fumo che escono dalla sua bocca. Questo però mi distrae, e dimentico di dirle che non ha assolutamente bisogno di mettersi a dieta. “Cosa ne pensi?”, incalza lei. “Penso che l'acquamarina sia un colore favoloso, però stavo cercando di capire per quale motivo dovresti metterti a dieta.” “Da quando prendo l'Eutimil sono ingrassata.” “Non è affatto vero. Stai benissimo come sempre.” Non sono abbastanza convincente, però, perché la sua espressione rimane insoddisfatta, e decide di cambiare subito argomento. “Hai sentito di Sabrina?” “Sabrina?” “Oh, dai, la mia compagna bionda del liceo che faceva la modella.” Percepisco una leggera punta di invidia che mi fa obiettare prontamente: “Sì, ho capito chi è, ma non ha proprio niente di speciale, ora che mi ci fai pensare.” Lei annuisce, visibilmente soddisfatta. “Ah, neanche secondo me, se è per questo. Comunque, adesso lavora da Tezenis. Cioè, appende mutande, capisci?” Ridacchia. “E lei che voleva andare a Parigi!” “Non vedo cosa ci sia di male a lavorare da Tezenis.” Certe volte fatico a trattenermi. “Il punto”, risponde con un sospiro, “è che lei voleva fare la modella a Parigi. Figurati...” “E invece


appende mutante.” “Esatto.” Si scosta i capelli e sbuffa. Si annoia, è chiaro, ma non so assolutamente cosa fare a riguardo. Mi sembra di vivere in un mondo parallelo, un mondo in cui la sua bellezza conta più di qualunque altra cosa, persino più delle assurdità che escono dalle sue labbra perfette. Arrivano i nostri prosecchi, che io pago come al solito mentre lei fruga nella borsa ed estrae una pastiglia. Se la porta subito alla bocca accompagnata da un lungo sorso, poi mi rivolge uno sguardo interrogativo. “Che cos'era?” le chiedo. “Fatti gli affari tuoi”, ringhia. “Dimmi almeno che cos'era!” “Un altro Xanax, va bene?” “E che bisogno c'era di prenderlo?” Fa un gesto di stizza con la mano e tira una boccata dalla sigaretta con una certa enfasi. “Mi metti ansia”, sbotta. “Io?” “Sì, tu! Insomma, te ne stai lì impalato e zitto come un deficiente, e io devo portare avanti la conversazione.” Fa una pausa, durante la quale arriccia il naso, poi aggiunge con noncuranza: “Come se me ne fregasse qualcosa, oltretutto.” Sposto di nuovo lo sguardo sugli alberi, e sulle foglie. Mi viene in mente che è la stagione delle castagne e che mi piacerebbe tanto mangiarne qualcuna, magari accompagnata da un buon vino Novello; così mi lascio trasportare da qualche vaga riflessione mentre lei continua a parlare ed io la guardo, assorto e perso nella contemplazione del suo viso. Fatico a cogliere l'argomento di cui sta parlando, però, perché da lontano mi arriva proprio un vago aroma di castagne. “A cosa stai pensando?” mi chiede ad un certo punto. Schiaccia la sigaretta sul posacenere con aria esasperata. “Lo vedi che non sei minimamente interessato a quello che ho da dire o a come mi sento? Passi tutto il tempo a guardarti intorno come se fossi autistico! Poi non c'è mica da stupirsi se mi vengono gli attacchi d'ansia e non mi sento bene in generale.”

13

Mi piacerebbe davvero chiederle se ha mai notato che l'odore nell'aria cambia con lo scorrere delle stagioni, o che il profumo di castagne in autunno si mescola all'odore di pioggia e di terra calpestata; ma non avrebbe senso, quindi cerco di farmi venire in mente qualcos'altro. “A dire il vero”, azzardo, “stavo cercando di immaginarti con quella maglia larga di Motivi che mi hai descritto prima. Secondo me l'oro ti starebbe benissimo.” Abbozza un sorriso compiaciuto. “Dici sul serio?” “Ma certo.”

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