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Breve storia della struttura del rosario LA FASE ANTICA E MEDIEVALE

L’ideale della preghiera continua e le sostituzioni Spesso nell’antichità l’esigenza della preghiera continua si condensò in una formula breve, come nel suggerimento di ripetere: «O Dio vieni a salvarmi, Signore, vieni presto in mio aiuto» (Sal 69,2),1 oppure con l’esortazione: «Respirate sempre Cristo».2 La ripetizione portò alla preghiera numerica e questa al senso del numero: quante formule e in riferimento a che cosa? La risposta fu: in riferimento al salterio. Collegata a questa intuizione ne nacque un’altra: la sostituzione, nel senso che un certo numero di formule brevi sostituì i salmi. La prassi si rafforzò quando un numero crescente di soggetti non erano più in grado di accedere al salterio. Si ebbe così la sostituzione del salterio con 150 formule, o la sostituzione delle ore canoniche con un numero variante di Pater e Ave per ognuna. In un latino maccheronico si disse: «Qui non potest psallere debet patere / chi non può recitare i salmi deve recitare dei Pater»..3

Umanità di Cristo - Gioie e dolori della Vergine Con la tendenza numerica, si affermò nella preghiera l’attenzione ai misteri di Cristo e alla sua umanità, devozione che per alcuni deriverebbe dall’adorazione della Croce al venerdì santo, caricata sempre più di risonanze affettive e mariane. Si affermò anche l’attenzione ai dolori e alle gioie della Madonna. Ad esempio, il domenicano beato Enrico Susone († 1366) produsse diversi esercizi modulati sulla passione di Cristo e i dolori di Maria. I gaudi della Vergine poi erano contati da 5 a 7 a 8 a 15 e addirittura a 150 e comparivano, tra i tanti, nel manoscritto di Colomba da Vinchio, un domenicano della prima metà del 1300. Un sermone di san Vincenzo Ferreri († 1419) era «sui 7 gaudi e sulle 7 tristezze» della vergine Maria. La meditazione sui dolori e le gioie della Vergine (e di Cristo) veniva accompagnata da Pater e Ave (cf anche a p. 218). Per quanto strano, c’era anche un modo di pregare con le Ave ad onore delle varie parti del corpo di Cristo e di Maria. Ad esempio un frate tedesco recitava un certo numero di Ave ad onore del cuore, del ventre, delle mammelle... di Maria.4

Salteri mariani - Meditazioni sulla vita di Cristo I salteri mariani iniziarono nel secolo XII in alcune comunità cistercensi con l’uso di aggiungere ai salmi un’antifona mariana. Da qui la tendenza a pubblicare le sole antifone e a comporre direttamente dei salteri mariani, come quello attribuito a sant’Anselmo d’Aosta († 1213) con 150 antifone ritmiche derivate dal versetto di un salmo. Quanto alle meditazioni, decisive per lo spirito del rosario furono le Meditaciones vite Christi , degli inizi del 1300, attribuite a san Bonaventura e ora a Giovanni de Caulibus.5 Le meditazioni sulla vita pubblica di Gesù iniziano con il battesimo e si concludono con l’ultima cena e c’è attenzione alla presenza di Maria: a lei Gesù chiede la benedizione prima del ministero pubblico ricevendone la risposta: «Va’, con la benedizione del Padre e la mia»; a lei nella cena di Betania, anche se «la Scrittura non ne parla», Cristo rivela l’imminenza della passione e a lei appare risorto salutandola: «Salve sancta parens / Salve, santa generante (cioè madre)».6


Più determinante fu la Vita Jesu Christi e quattuor Evangeliis et scriptoribus ortodoxis concinnata o Vita di Cristo di Ludolfo di Sassonia († 1377), pubblicata a Strasburgo nel 1474. L’autore, domenicano e poi certosino, con ampiezza di schema (dalla generazione del Verbo al ritorno di Cristo), con citazioni di Padri e di autori medievali, con la conclusione orante di ogni capitolo, contribuì a radicare stabilmente il riferimento ai misteri di Cristo nella preghiera personale.

Le formule e le corone Mutarono anche le formule. All’inizio la più usata fu il Padre nostro, tanto che Paternoster designava lo strumento per contare le preghiere. Poi per vari fattori cominciò a prevalere l’uso dell’Ave (cf altre notizie a pp. 210-212). Si formò così un “rosario” di 50 Ave e un “salterio” di 150 Ave, che già nel secolo XIII era recitato da singoli o da gruppi devoti come nel Beghinaggio di Gand. Quanto allo strumento, in antico Palladio narra di un certo Paolo che recitava 300 formule al giorno raccogliendo «altrettante pietruzze che teneva in seno e gettandone fuori una per ogni preghiera».7 Poi ci si servì di una corda a nodi, che alcuni ipotizzano si sia affermata, tramite la Spagna, per influsso della corda annodata che nell’islam serviva e serve per contare i 99 Nomi divini (cf altre notizie alle pp. 184; 188-196): non è possibile dimostrare tale derivazione ma è bello pensare che sia vera. Tra i cristiani d’Oriente si affermò una corona di corda o lana denominata kombológion o komboskoínon (kómbos in greco significa nodo). In ultimo l’influsso del teatro come animazione liturgica e poi come rappresentazione dei misteri fuori della liturgia fondò l’aspetto immaginifico della meditazione e il riferimento visivo del rosario: il quadro o le immagini di un libro. LA FASE MODERNA Il convergere di tutti questi fattori postulava un metodo di preghiera che li semplificasse e li armonizzasse. Ciò avvenne con tre interventi decisivi anche se non coordinati.

Due interventi di due monaci certosini Il primo intervento fu la divisione del salterio delle 150 Ave in 15 decadi, precedute ognuna da un Pater (all’epoca l’Ave non comportava l’attuale seconda parte né argomenti da meditare). L’operazione è attribuita al certosino Enrico Egher di Kalcar († 1408), che altri e non lui fanno risalire a un suggerimento della Madonna. La divisione era felice perché conservava il 150 - il salterio - e ne spezzava la lunghezza adottando lo schema decimale, il più ovvio perché basato sulle dita delle mani. Il secondo intervento risale al certosino Domenico di Prussia († 1460), che, partendo dal rosario delle 50 Ave, unì una clausola al nome di Gesù variante per ognuna, componendo un rosario ininterrotto di 50 Ave e 50 clausole e ispirandosi a un opuscolo che riassumeva la Vita di Cristo di Ludolfo (cf alle pp. 176-180). Tale rosario era lo specchio e l’equilibrio perfetto del suo tempo e forse un equilibrio assoluto. Infatti non sostituiva né la liturgia né la Scrittura; univa l’ispirazione della preghiera numerica con la meditazione dei misteri di Cristo; concedeva spazio a ciò che, commovendo, poteva suscitare devozione; restava aperto a tutta la vita di Cristo con 6 clausole sulla vita pubblica.


L’intervento decisivo di un domenicano L’intervento decisivo fu però del domenicano bretone Alano de la Roche († 1475), che stabilizzò il rosario assumendolo anche come strumento pastorale. Allo scopo Alano istituì la prima confraternita tra il 1464 e il 1468, approvata dall’ordine domenicano il 16.5.1470. La confraternita traeva origine da precedenti confraternite mariane dirette dai mendicanti e che comportavano mensilmente o con più frequenza la riunione del popolo, il canto di lodi alla Vergine, la predica, la messa. Fino al XIII secolo tali confraternite, pur conoscendo la preghiera numerica del salterio/rosario, continuarono a prescrivere delle preghiere vocali con uno schema che riprendeva quello delle ore canoniche. Alano nella confraternita da lui fondata o riformata sostituì a tali preghiere il salterio/rosario giornaliero di 150 formule. In ogni caso la struttura istituzionale della confraternita diede continuità nel tempo a questo modo di pregare. Alano conosceva e raccomandava molti rosari o salteri, con Pater o con Ave, solo cristologici o solo mariani, con clausole o senza. Era a conoscenza delle varie forme di preghiere numeriche sostitutive del salterio e delle ore canoniche, raggruppate tenendo conto dei gaudi, dei dolori, delle parti del corpo della Vergine. Preferiva però le 15 decadi in funzione dei 15 Pater che, secondo una credenza, in un anno onoravano le ferite della passione del Signore, che sarebbero state 5475 (15 x 365). Tra le tante proposte di Alano c’è anche l’attuale rosario, come un pregare verso Cristo: «E così la prima cinquantina si preghi ad onore di Cristo incarnato. La seconda di Cristo che sostiene la passione. La terza ad onore di Cristo che risorge, che sale al cielo, che manda il Paraclito, che siede alla destra del Padre, che verrà a giudicare».8 Infine Alano diede al Salterio della Vergine una fondazione ideale, ritrovandolo nella preghiera delle origini cristiane e della stessa Madonna, che lo consegnò a san Domenico: è un falso storico, ma va dato atto all’abilità di Alano, che impose tale interpretazione a tutta l’iconografia e non solo all’iconografia.

Verso la fissità Il rosario si stabilizzò con un processo insieme spontaneo e a spinte convergenti in cui agirono: certe preferenze di Alano sui 3 gruppi e sulle 15 decine; l’impulso unificativo derivante dalla confraternita; l’uso del quadro e l’esigenza di un criterio unico di disporvi i misteri; la stabilizzazione che succede agli inizi variegati di ogni esperienza; il riferimento al modo di lucrare le indulgenze e, successivamente, il clima della controriforma che tendeva all’esattezza nella preghiera. I misteri sono quasi gli attuali nella xilografia di Francesco Domenech del 1488 e nell’area spagnola. A Venezia nel 1521 Alberto da Castello pubblicava il Rosario della gloriosissima Vergine Maria, mantenendo 150 clausole, ma legando la meditazione al Pater e denominandola “mistero” e dunque favorendo l’attuale assetto. Da notare che la pubblicazione considera ancora il rosario una preghiera visiva, con 165 immagini, una per ogni Pater e Ave.

Interviene il pontefice domenicano san Pio V S. Pio V intervenne con la Consueverunt (17.9.1569), dove si legge che «il rosario o salterio della beata Vergine» è un «modo di orazione» attraverso il quale Maria «viene venerata con la salutazione angelica ripetuta centocinquanta volte secondo il numero dei salmi di Davide, interponendo ogni dieci Ave la preghiera del Signore con delle meditazioni che illustrano tutta la vita dello stesso Signore nostro Gesù Cristo».


Per una corretta lettura notare che non risulta l’elenco dei misteri; non si accenna alle clausole ma si menziona il salterio; la meditazione sembra legata al Pater (secondo la precedente formula di Alberto da Castello) e si estende a “tutta” la vita di Cristo.

Da quel momento ai nostri giorni Da Alano in seguito va notato che per meditazione si intende sempre di più l’orazione mentale da cui lo schema di ripetere le parole meditando - e meno il ripetere legato alla bocca, secondo la sentenza: «la bocca del giusto medita la sapienza» (Sal 36,30). Il riferimento al salterio fu sempre più debole e all’indomani della morte di Alano la confraternita di Colonia (1475) riduceva da giornaliero a settimanale l’obbligo delle 150 formule e autorizzava la divisione in cinquantine. Questa fissazione accompagnerà il rosario sino ad oggi, con la persistenza delle clausole nell’area anglosassone. Il resto appartiene o a preziosismi destinati a non aver seguito, o a variabili che non toccano la struttura del rosario, o alla storia del suo uso pastorale. La recente Lettera apostolica RVM ripropone, rifondandoli, alcuni elementi di metodo (le clausole, ma non solo) e di contenuto (i misteri della luce), ma più che nella storia, siamo ancora nell’attualità. Riccardo Barile Cf L’Osservatore Romano 11.1.2003, pp. 1.4 e RPL 2 (2001) pp. 30-36


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