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collana Eclissi

Danilo Arona

Ritorno a Bassavilla


Edizioni XII Ritorno a Bassavilla - versione demo Collana Eclissi, n. 5 collana diretta da Luigi Acerbi 978-88-95733-12-8 Copyright Š 2009 Danilo Arona Copyright Š 2009 Edizioni XII (Edizione) Tutti i diritti sono riservati per tutti i Paesi isbn

Editing di Daniele Bonfanti Impaginazione di Matteo Carriero Intervista a cura di Giampietro Stocco per gentile concessione di Horror Magazine Copertina e progettazione grafica di collana di Jessica Angiulli e Lucio Mondini - Diramazioni Prima Edizione Sito Web Danilo Arona: www.daniloarona.com Sito Web Edizioni XII: www.xii-online.com


Bassavilla?

di Daniele Bonfanti

Ritorno a Bassavilla, cosa sarà mai quest’oggetto? Una raccolta di spaccati, epifanie, storie, che vedono al proprio centro gravitazionale le nebbie di una città particolare, che un po’ è Alessandria e un po’ non lo è – sarebbe non troppo azzardato affermare che si tratta di una meta-Alessandria, forse. E che è anche – soprattutto, dice Danilo – soprattutto i suoi dintorni. Perché a Bassavilla – e nei suoi dintorni – di cose strane ne succedono parecchie, in questo territorio di “folclore di pianura, in cui l’occulto, la cronaca nera e le vecchie storie contadine si mescolano sovente in affabulazioni dai percorsi inestricabili”; in questa città per certi versi fantasma, e anzi dove “il fantasma è un’esigenza sociale”. Sì, perché la pianura sortisce quest’effetto, a volte: l’assenza di confini fisici impedisce di fissare punti di riferimento, àncore visuali e emotive, e ci si ritrova costretti a guardare ciò che ci circonda con occhi diversi. E quando si guarda così, spesso, si vedono delle cose che altrimenti sfuggirebbero. Proiezioni di fantasmi interiori, o reali ectoplasmi, fa davvero differenza? Ma io parlo di fantasmi, mentre Ritorno a Bassavilla non è un libro di fantasmi. Questo un po’ perché io sono sconnesso, un po’ perché tante e tali sono le suggestioni del libro, che diventa difficile percorrere una strada precisa senza divagare – quando il libro stesso è un divagare, disciplina in cui l’autore è Maestro, attorno alle strade di Bassavilla. Parla di sovrannaturale, il libro? Anche. Sovrannaturale, poi… la parola stessa è ridicola. Viene chiamato 5


“sovrannaturale” ciò che non si conosce. Ma ciò che oggi è per noi banale, per gli uomini di cent’anni fa sarebbe sovrannaturale. Lo chiamerebbero così. Ciò che non si spiega, che sfugge alla comprensione, viene quindi bollato come non appartenente alla natura, e non semplicemente inaderente alla nostra visione del mondo: insolito o straordinario. No, sovrannaturale. La natura sarebbe dunque quel pezzetto di natura infinitesimale che conosciamo, e saremmo in grado di definirne i confini. Buffo. Ma dicevamo – divagavo – che il libro non parla di sovrannaturale, parla di Bassavilla. E delle cose strane, nere, inconsuete che vi accadono. Io non sono di Bassavilla, né piemontese, abito in un luogo per molti versi antitetico – tra boschi, laghi, fiumi e montagne. Ci sono andato, però, prima di scrivere queste righe. Lungi da me la presunzione di pensare di capirla davvero, questa città, ma il gusto di provarci non me lo levo di certo. Forse si tratta di quelle àncore, o meglio della loro assenza, di cui parlavo. Perché la città mi è parsa galleggiare, senz’àncora, in una quieta deriva, sulla sua nebbia. Forse, le àncore che mancano a Bassavilla non si limitano ai punti di riferimento fisici, ma divengono non-radici dal punto di vista storico, culturale, religioso. Sì, perché Bassavilla è una città che è nata in modo tutto particolare: apparsa d’improvviso, come – è il caso di dirlo – uno spettro, in mezzo a un vasto territorio di paludi tra il Tanaro e la Bormida. Un terreno dove, è noto, le radici non hanno presa più di tanto. Nata da una mescolanza di genti, venute da città e regioni diverse, dialetti diversi, costumi diversi e diverse obbedienze. Così che Bassavilla, per non scontentare nessuno, ha deciso di obbedire soltanto a se stessa. Sorta dal lavoro comune e impensabilmente armonioso di queste persone tanto distanti, come sostanze alchemiche mescolate con la cura necessaria al reggimento della fiamma: così che la “neonata” esce dal suo Uovo Filosofico capace di tenere in scacco 6


per sei mesi l’Imperatore Federico quando tante città più grandi e munite erano cadute sotto i passi corazzati delle sue armate. Capace di uscirne vittoriosa, e grazie a uno stratagemma, si narra, del vecchio Gagliaudo. Gagliaudo è la maschera carnevalesca di Bassavilla, un anziano che mise fine all’assedio ingannando l’esercito nemico, e rovesciando le sorti che ormai volgevano al peggio: presa una vacca, la fa ingozzare di tutto quel che è rimasto di cibo – pochissimo, ma sufficiente a riempirla per bene – poi la porta fuori. I nemici, com’è ovvio, lo catturano e uccidono la vacca per mangiarsela, ma rimangono esterrefatti dall’enorme quantità di granaglie che trovano nello stomaco dell’animale. Gagliaudo, interrogato, spiega che le riserve alimentari della città sono ancora straripanti, tanto che la gente di Bassavilla può permettersi di nutrire tanto bene le bestie, e quindi siamo ancora ben lontani da una resa per fame – cosa che non era per nulla vera: la gente era allo stremo. I nemici ci cascano, si demoralizzano, si arrendono. Un inganno, insomma: Bassavilla deve, fin dai primi suoi giorni, la sua libertà e la sua sopravvivenza a un mostrare ciò che non è, a un apparire d’un tratto diversa da quello che sembra, a un imprevisto del tutto inaspettato; a un’apparizione che, per quanto fasulla, sortì eccome il suo effetto reale sulla Storia. Per di più, tutta questa faccenda non si sa quanto sia vera: leggenda, realtà, un misto di entrambe? A Bassavilla porsi questa domanda ha poco senso. Queste caratteristiche, anch’esse alchemiche, di essere e non essere – e di dire e non dire – insieme sono insite nel suo dna, non le può perdere; e Arona le sa intuire e individuare con il microscopio infallibile del suo occhio attento e curioso, le coglie e le dipinge con il gusto e la sapienza propria dell’artigiano magistrale e diabolico, accennandone le sfumature, le variazioni cromatiche, i passaggi di tono. Così, alla fine non ci stupiremmo più di tanto se, viaggiando per la bassa piemontese – ché poi, ve 7


ne siete accorti? Bassavilla sta in mezzo a tutto, ma non ci si passa mai per caso: bisogna proprio andarci apposta – un giorno ci trovassimo a attraversare un terreno spoglio, senza case, dove il giorno prima c’era Lei. Città battagliera quanto sfuggente, quindi. Guerriera senza un nemico giurato, senza antichi rancori. Libera, insomma. Libera di galleggiare. E c’è un altro scrittore, uno dei più grandi di tutti, che Bassavilla l’ha descritta come la racconta Danilo nel libro, e come l’ho riconosciuta io l’altra mattina. Negli spazi piatti ed esagerati di Alessandria ci si perde. Quando la città è veramente deserta, di primo mattino, a notte, o a Ferragosto (ma basta anche una domenica verso l’una e mezzo), c’è sempre troppa strada da fare (in questa città piccolissima) per andare da un punto all’altro, e tutta allo scoperto, dove chiunque appiattato dietro un angolo, o da una carrozza che passa, potrebbe vederti, scoprirti nella tua intimità, pronunciare il tuo nome, perderti per sempre. Alessandria è più vasta del Sahara, attraversata da fate Morgane slavate. Umberto Eco, Il Miracolo di San Baudolino Quando non ci sono radici, catene, àncore, a tenere ben serrato il velo confortevole e rassicurante della “realtà”, e quando le sostanze si mescolano e si combinano, allora diventa quasi inevitabile imbattersi nell’Altro. E diventa altrettanto impossibile resistere alla tentazione, una volta chiuso il libro, di saltare in auto, imboccare l’uscita per Alessandria, e scrutare – sperando e temendo insieme – se dalla nebbia sbuca d’improvviso il cartello “Bassavilla”.

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La Grande Guerra

Unione Telepatica - Norme Iniziali 1. Chiunque giunga in possesso di una copia della progettata azione telepatica è pregato di darne comunicazione integrale, colle presenti norme, ad altre due persone amiche, le quali alla lor volta saranno tenute a fare altrettanto più sollecitamente possibile, affinché la Guerra Telepatica possa avere al più presto esecuzione. 2. Per l’unificazione delle energie psicofisiche occorrerà si formino gruppi di dieci persone, le quali deleghino una di loro per le ulteriori comunicazioni. Ognuna delle persone così delegate dovrà mantenersi in rapporto con altre dieci persone egualmente delegate, le quali alla lor volta creeranno un incaricato di centuria, e così di mano in mano verranno a crearsi rappresentanti di migliaia, di centinaia di migliaia di individui. 3. Ogni delegato, incaricato o rappresentante, dovrà nominarsi col consenso del rispettivo aggruppamento persona di fiducia per la sostituzione nelle proprie mansioni, quando si renda necessario. 4. I gruppi di diverso grado, e in particolar modo i minori, si riuniranno frequentemente per abituarsi a porsi nelle migliori condizioni per il collegamento telepatico, in giorni e ore determinate. Come inizio e per comodità si stabiliscono le sere di ogni sabato, alle ore 22.30 dell’ora legale italiana al presente concordante con l’ora francese anticipata. 5. Salvo quanto potrà suggerire in seguito l’esperienza, per ragioni puramente fisiche, le quali sarebbe al momento troppo lungo spiegare, sarà necessario che durante il collegamento telepatico le persone si volgano a levante. 9


Queste norme necessarie a formare il grande organismo telepatico, dovranno praticarsi con animo tranquillo, senza timore o senza coercizioni, ma con fermo volere. I recapiti provvisori dell’Unione Telepatica, sinché abbia preso una certa consistenza, saranno in Torino, via Vassalli Eandi 7, presso il sottoscritto ing. Vittorio Galli, e in Bassavilla, via Urbano Rattazzi 22 presso il signor Giancarlo Prigione. Torino, 28 aprile 1916. Camillo Albanese finì la lettura a voce alta delle cosiddette “norme iniziali” della Guerra Telepatica prospettata dall’ingegner Galli e passò il foglio al cognato Prigione scuotendo la testa con espressione rabbuiata. Pochi giorni prima i due, assieme a un altro centinaio di “imboscati” di Bassavilla (la maggior parte dei quali veleggiava oltre il sessantesimo anno di età), avevano assistito alla conferenza del Galli tenutasi al Dopolavoro Ferroviario e intitolata “Applicazioni di psicofisica in tempo di guerra”. La loro presenza nella natìa Bassavilla in piena campagna bellica, nonostante la loro relativamente giovane età (il Prigione aveva 36 anni e una figlia di 11, Melissa, mentre l’Albanese ne contava 39 e un figlio di 14, Giovanni), aveva una spiegazione più che solida. Il 24 maggio dell’anno precedente l’Italia aveva dichiarato guerra all’Austria ed era stato affisso il bando di chiamata alle armi di diverse classi, che comprendevano le leve sino al 1874. L’esercito italiano, prima dell’entrata in guerra, risultava suddiviso in tre categorie nette: l’Esercito Permanente (cioè gli ufficiali e i soldati in ferma breve o lunga oppure sotto leva, dai 20 ai 28 anni), la Milizia Mobile (tutti gli abili già passati di leva dai 29 ai 32 anni tenuti in riserva ma, in tempo di pace, richiamati periodicamente in caserma per alcuni giorni di addestramento; e quelli dai 20 fino ai 28 non idonei al servizio di leva, cioè di II 10


o III categoria) e la Milizia Territoriale (uomini dai 33 ai 39 anni, con compiti di terza linea in caso di mobilitazione e in tempo di pace non più sottoposti ad addestramenti). I rivedibili dovevano invece ripresentarsi a visita l’anno successivo mentre i riformati erano esentati completamente dal servizio; era il caso di uomini alti meno di 154 cm, oppure invalidi per menomazioni gravi o malattie croniche invalidanti. All’inizio del 1915 gli uomini della classe del ’94 che stavano già prestando servizio militare si videro rinviare a tempo indeterminato il congedo e la classe 1895 fu chiamata tutta a visita di leva anticipatamente. Subito dopo cominciò il sistematico richiamo alle armi degli uomini in congedo illimitato tramite una cartolina-precetto, prime tra tutte le classi 1889, 1890, 1891, 1892, 1893, (solo però quelli che a loro tempo erano stati giudicati di I categoria e arruolati nell’E.P.); poi quelle dal 1888 al 1886, destinati alcuni all’E.P. e alcuni alla M.M., a seconda del Corpo di appartenenza. Dal maggio 1915 scattò poi l’ordine di mobilitazione generale, e tutti gli uomini, anche quelli che a loro tempo erano stati esonerati dalla leva, dovettero ripresentarsi a visita militare, e lo seppero non più tramite la cartolina-precetto, ma leggendo i grandi manifesti che vennero appesi ovunque riportando modalità e tempi per la presentazione in caserma. Dovettero così presentarsi tutte le altre classi, fino a quella del 1874: da destinare alla Milizia Mobile (dal 1882 al 1885) e alla Milizia Territoriale, che arruolò nei suoi ranghi gli uomini dalla classe 1881 a quella del 1874, cedendo però i più validi e robusti alla M.M. Nella foga di costruire un esercito il più numeroso possibile i medici militari arruolarono utilizzando criteri insensati, sordomuti, balbuzienti gravi, minorenni presentatisi con generalità false, tisici, alcolizzati, ritardati mentali; le visite furono pura formalità e centinaia furono i casi di soldati fatti abili e poi rimandati indietro una volta arrivati in reparto dal loro comandante perché neppure autosufficienti. A tutto questo il Prigione e l’Albanese erano risultati, per loro 11


fortuna, estranei. Essi, infatti, a differenza della maggioranza presente al fronte espressa per lo più dalle classi contadine, facevano parte in qualità di operai specializzati dell’industria bellica e, come segnale dal loro esonero dal servizio militare, portavano quasi sempre al braccio una fascia tricolore. Come altre migliaia di persone, Carletto e Camillo erano stati esonerati perché le loro competenze tecniche li rendevano indispensabili nelle produzioni di guerra. Né si trattava soltanto delle industrie di guerra in senso stretto, bensì di svariati settori industriali: dal tessile al calzaturiero, dall’alimentare al chimico, dalla produzione di auto, camion e vagoni ferroviari, alla produzione di apparecchiature ottiche, fotografiche, telefoniche e telegrafiche, dai cantieri navali alla fabbricazione degli aerei. Nella fattispecie i due cognati lavoravano nelle fonderie di ghisa dei fratelli Thedy, impegnate nella produzione di proiettili in ghisa acciaiosa e nell’anno in corso in piena euforia da commesse belliche. Solo alla fine della guerra Camillo Albanese avrebbe aperto in via Umberto I un negozio di fiori che sarebbe divenuto celebre e più che frequentato sotto la conduzione del figlio Giovanni. «Per quale motivo hai voluto impegnarti in prima persona? Addirittura l’indirizzo di casa», stava giusto rampognando l’Albanese. «Non hai paura di vederti arrivare qui tutti i vecchi sfaccendati che non sanno come impiegare il loro tempo?» I due cognati stavano seduti nella cucina dell’appartamento al pianterreno in cui Prigione abitava con la famiglia. Era di venerdì. La moglie e la figlia in quel momento si trovavano da una vicina al primo piano. Prigione, alle considerazioni di Camillo, alzò le spalle e disse con voce strascicata: «Qualcosa dobbiamo pur fare per la causa. Sono stanco di essere guardato di traverso perché non sono in trincea a combattere.» «In trincea si perde la vita, altro che combattere. Tu che frequenti i socialisti dovresti saperlo meglio di me. In ogni caso, se 12


ci rivolgiamo a levante, verso che cosa dovremmo puntare lo sguardo?» «Da qui vedremmo solo la casa dirimpettaia. Ma, se ci riuniamo a casa tua, usufruiamo della visuale del fiume.» «Ci concentriamo sul Tanaro?» «È acqua che scorre. Non la trovi rilassante?» «È triste.» «Meglio. Dobbiamo colpire il nemico e fargli male. Domani sera, allora?» «Sì.» «Chi viene?» «Ce ne sono soltano tre. Sono anziani che lavorano negli orti, ma sono arzilli e bendisposti. Si chiamano Marola, Galtieri e Ferrarese.» E, come già successo una volta, il cronista a questo punto deve ricordarvi i cognomi dei tre testimoni dell’avvistamento di Melissa nella nebbiosa mattina del 29 dicembre 1999 in altrettanti punti della rete autostradale italiana: Thomas Ferrarese su Mercedes, ore 5.20, autostrada A4 all’altezza di Brescia; Renato Marola su camion non precisato, ore 5.20, autostrada A27 al casello di Treviso Sud; Sandro Galtieri su un’utilitaria, ore 5.20, autostrada A1 allo svincolo di San Martino. Quelli che, 83 anni dopo il primo tentativo di “Guerra Telepatica”, hanno visto Melissa camminare nel buio.

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La casa di sabbia e nebbia

La chiamavano “la casa sulla sabbia”. Dalla sua vetrata si scorgevano le arcate del ponte Cittadella e le acque, allora limpide, del Tanaro. Maggio si mostrava tiepido, nonostante la grande guerra che gelava i cuori d’Europa. Si potevano tenere aperte le portefinestra e godere della vista del fiume amico. “Casa sulla sabbia” perché a pochi metri dall’ingresso si erigevano cumuli di diversi metri d’altezza di sabbia dragata dal letto del Tanaro. In quel tempo, quando la gente era povera ma non stupida, si praticava con un certo rigore la manutenzione fluviale. Da un lato per evitare brutte sorprese in caso di pioggia alluvionale e dall’altro per usufruire di materiale quanto mai utile per l’edilizia. Gli “uomini della sabbia” abitavano sulle sponde del Tanaro. Dentro baracche ospitali in grado di trasformarsi in accoglienti rifugi per famiglie anche numerose. Dentro la “casa sulla sabbia”, così impropriamente detta perché in verità costruita dalla parte opposta della strada rispetto al lungofiume, vivevano due famiglie. I Gilardi, in quel momento rappresentati dalla sola Marta – vedova anzitempo e con i due figli al fronte –, e gli Albanese, Camillo ed Evangelina, il cui sogno comune era quello di aprire e di gestire un negozio di fiori nel centro città. Gli Albanese avevano un figlio, Giovanni, di quattordici anni. In quella carezzevole sera di maggio tre vecchi, un po’ ricurvi, giunsero davanti alla casa poco prima delle ventidue. E uno di loro, Pierino Marola, urlò con gli occhi rivolti al primo piano e a quella porta semiaperta: «Siamo arrivati, Camillo!» «Bugia el cü!1» gli fece sardonico eco un altro anziano che si chiamava Battista Galtieri. 1 In dialetto alessandrino: «Muovi il culo!» 15


Il terzo uomo non disse nulla. Mostrava una faccia burbera e rincagnata. Lui si chiamava Giangi Ferrarese. Nessuno a Bassavilla era in grado di dire cosa si nascondeva dietro l’abbreviativo “Giangi”. Pochi secondi e si udì un leggero sferragliare metallico al di là della porticina d’ingresso. L’uscio si aprì e apparvero il corpo molliccio e il volto triste di Camillo, uno dei tanti “saltafosso” nella diceria popolare della città. Solo perché aveva evitato il fronte per trovare impiego nell’industria bellica: ma un quasi quarantenne senza alcuna attitudine atletica in trincea sarebbe risultato solo d’impaccio ai propri commilitoni. «Salve, ragazzi», li accolse l’Albanese con un sorriso poco convinto. «Ragazzi a noi?», replicò con falsa e allegra scortesia il Galtieri. «Non siamo mica quelle tre lenze scatenate dei nostri nipoti… A proposito, Giangi, non erano ancora rientrati mezz’ora fa?» «No, Battista», replicò quello, con il volto di colpo illuminato da un sorriso sghembo e perfido. «Li ho sentiti parlottare verso le sei. Hanno organizzato una caccia al gatto. E prima delle dieci non torneranno a casa.» «Cacciano i gatti? Che scarus2!» commentò scandalizzato Marola. «Perché non hai idea di quanto sono buoni cucinati come spezzatino!» replicò con acidità Giangi Ferrarese. Ma Camillo, per quanto floscio, bloccò la triviale discussione sul nascere e invitò i tre a seguirlo di sopra. Raggiunsero il soggiorno la cui portafinestra socchiusa occultava per metà la visuale del fiume. Qui già scalpitava, andando su e giù come una peripatetica della circonvallazione, Carletto 2 In dialetto alessandrino: sporcaccione o persona poco pulita, ma nel caso in questione persona moralmente poco seria. Da U disiunàri du dialët lisandrén di Antonio Silvani, Grafismi, Alessandria 2000. 16


Prigione. Un altro “saltafosso”, nell’opinione silenziosa dei tre vecchi. Saluti reciproci e convenevoli di maniera. Conditi con l’aria fritta della retorica a proposito del “dovere” di agire insieme a favore della nazione in guerra, anche lontani dal fronte. L’Unione Telepatica di Bassavilla rappresentava al proposito un’occasione irripetibile. Ma a un certo punto, quando mancavano dieci minuti all’inizio della “seduta”, Pierino Marola sbottò con sguardo preoccupato: «Ma non dovremmo essere in dieci?» «Si fa come si può», rispose Carletto. «Funzionano anche la metà di dieci e i multipli di cinque. L’ho chiesto all’ingegner Galli.» «Bene. Mi sto già eccitando.» «In che senso?» gli chiese il Prigione con perplessità. «È tutto il giorno che richiamo alla mente immagini di violenza e devastazione. Mi vedo mentre spacco le ossa a quelle bionde baldracche teutoniche che se ne stanno a casa ad aspettare il ritorno dei loro mariti macellai. Così colpiamo il nemico laddove meno se lo aspetta!» «Frena, Pierino», s’intromise Battista Galtieri. «Di donne bionde ce ne sono dappertutto. Devi immaginare qualcosa di meno generico.» «Ma io, mentre le picchio col randello, mi dico proprio che sono tedesche! Vedo i loro cervelli che schizzano per aria, mentre io urlo: Muori, Gertrüd! Muori, Ursula!» «Ah, che orribili visioni…» commentò Camillo. «Orribili? Ma siamo in guerra. Le leggete o no le cronache in trincea? Robe da mattatoio… E non ci dicono tutto.» «Basta così. Prepariamoci», tagliò corto Carletto. «Il collegamento telepatico con i francesi è… va preceduto da qualche minuto. L’ingegnere la chiama “fase di compressione”. Andiamo a sederci.» 17


Camillo spense le luci. Quindi con l’aiuto di Carletto dispose cinque sedie sul balcone. «Staremo un po’ stretti», considerò il papà di Melissa, «ma meglio così. Sapete, dobbiamo prenderci per mano durante la connessione psichica…» Parole che caddero nel vuoto, ma Giangi Ferrarese mostrò un’espressione di disgusto. Quando mancava un minuto alle dieci e mezza, secondo quel che riportava la “cipolla” di Camillo, i cinque uomini si sedettero e ognuno strinse la mano del vicino, rivolgendo gli occhi al fiume. Una bella notte di primavera; una scarsissima illuminazione pubblica; quasi nessuno in giro. E in sottofondo il suono dell’incedere delle acque. Una nota liquida e subliminale. «Ecco, partiamo», sentenziò Camillo. I cinque si concentrarono sul fiume che scorreva in direzione del Po. Pierino Marola, come in un film del futuro, vedeva ben chiaro nella sua mente: lui e i suoi due amici Battista e Giangi, più giovani (molto più giovani) che inseguivano una lercia tedesca lungo la riva del Tanaro. La raggiungevano, la montavano per bene e poi, dopo averle spaccato il cranio fino ad appiattirle la faccia, ne gettavano il corpo in acqua. La feroce intensità di quelle immagini, resa ancora più vivida da lunghi anni di astinenza forzata, invase le menti di tutti gli altri. Almeno per quello, il meccanismo alla base dell’Unione Telepatica funzionò alla grande. Carletto e Camillo tentarono in silenzio di opporvisi: soprattutto il primo perché il colore dei capelli della povera vittima era identico a quello dei capelli di sua figlia Melissa. Ma poi si lasciò vincere da quelle immagini perché, in fin dei conti, si trattava di un’esperienza non reale, una specie di sogno condiviso a occhi aperti. Chi invece si lasciò con assoluto piacere irretire dalle pulsioni di Marola fu Giangi Ferrarese, l’unico ancora sessualmente attivo del trio di anziani: brutta pellaccia da osteria e gran frequen18


tatore di bordelli, il Giangi era una vera calamità per tutti coloro che vivevano nei suoi paraggi. Il nipotino Edoardo già ne aveva assorbito tutto il peggio. L’orrida iniziazione alla violenza rappresentata dalla caccia notturna ai gatti proveniva da quel nonno laido e disonesto che da giovane aveva stuprato, rubato e forse anche ucciso impunemente. E con le mani quasi tremanti per la compartecipazione, il Giangi – che stringeva sul lato sinistro la mano di Carletto Prigione – scoprì con piacere che, dentro quell’allucinazione acquosa, la ragazza nemica cedeva il posto di vittima alla figlia undicenne del Carletto. Piccola, ma già un bel bocconcino… Melissa. Il fiume brontolò all’improvviso. Un rimbombo subacqueo che dal profondo guadagnava in altezza facendo gorgogliare la superficie. Davanti ai loro occhi il nastro fluviale guizzò, serpeggiando e avvitandosi su se stesso, come un gigantesco rettile. Piccoli geyser spumeggianti si accesero di colpo qua e là come spruzzanti fontanelle di gas. «Che succede?» mormorò uno dei cinque, non importa chi. La paura cadde su loro come un tetto ceduto all’improvviso sotto il peso della neve ghiacciata. Ne furono travolti, quasi uccisi dentro. Carletto Prigione staccò per primo le mani e urlò: «Basta!», quasi con disperazione. Si alzarono tutti e cinque dalle sedie, in preda allo stupore per l’imponderabile. Il fiume, a pochi metri, si stava comportando come un segmento di mare in burrasca. Ma non poteva essere possibile. Si trattava di un fiume, pigro e prevedibile. Si trattava di una sera di maggio, serena e piena di stelle, lontana dall’Apocalisse della guerra. Senza nuvole nere o presagi celesti. Ma si era messa di mezzo la telepatia. A pochi metri dalle acque, sulla spiaggia sabbiosa vicino alle arcate del Ponte Cittadella, si bloccarono atterriti i tre monelli pestiferi – Edoardo Ferrarese, Egidio Marola e Raoul Galtieri 19


– impegnati sino a quel momento a inseguire, loro sì bestie, un povero e smunto soriano a cui avevano intenzione di dar fuoco. Si bloccarono perché il Tanaro mostrò loro due occhi terribili di lava bruciante mentre un boato che pareva un terremoto sotterraneo li faceva quasi cadere per terra. E il gatto si salvò. Quando l’urlo del fiume terminò, i tre vecchi abbandonarono la casa di Camillo, anzitempo e senza commenti. Carletto, dal balcone, li guardò svanire nel buio. Poi disse al cognato: «Vado anch’io. Devo avvertire l’ingegner Galli. Forse questa… questa cosa va gestita un po’ meglio. Che dici?» «Nulla. Che vuoi che dica? Da qualche parte ho letto che con la mente non si deve giocare. Forse è vero. Meno male che ho mandato Evangelina e Giovanni in parrocchia…» «Già. Salutali…» «E tu abbraccia Melissa.» Giancarlo Prigione uscì nella notte e camminò a lungo nel buio.

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Io sono leggenda

A pochi chilometri da Bassavilla, in un collinare paese che si chiama San Salvatore Monferrato, andando a grattare sotto la proverbiale indifferenza piemontese, ci s’imbatte in un macabro mistero di provincia che, di sicuro, non sarebbe spiaciuto a Edgar Poe. È la storia di Paolo Provera, classe 1850, che progettò e realizzò nell’ultima parte della sua vita un clamoroso “monumento a se stesso”, una spettacolare cappella funeraria piena in ogni suo dove di lapidi, poesie incise su pietra e diversi busti raffiguranti amici e parenti “ospitati in loco”. A tutti pare ancora incredibile, ma il Provera seppe predire e programmare la sua morte in modo da farsi seppellire seduto su una grande sedia di cemento: una posizione francamente anomala, soprattutto per un morto, a indizio di una ferrea volontà che si spinse ad attendere la fine, prevista con assoluta precisione, il busto circondato da una robusta catena metallica in modo che – una volta privo di vita – il corpo non avesse a cadere in avanti, andando a vanificare il progetto rimuginato per anni. L’interno dell’edicola è pieno di incisioni di questo tenore: “Creai quest’opera e gran lavoro mi costa, ma mi rallegro molto nel pensiero che servirà a eterna sosta”, oppure, “Ti vidi alfin, o sepolcro mio. Or che tu sei il lavoro a me più caro, se chiedessi ancor tregua a Dio, mi potrebbe tacciare per un avaro”, e ancora, “L’umile artista, il sottoscritto stesso, che creò questa tomba non comune, si raccomanda a chi sarà in possesso d’averla a tenere ben immune”. Personaggio curioso, vero? Di più, a quanto si evince dalla sua biografia. Nato nel 1850, da giovane ci provò come mastellaio e bottaio, ma la sua attività prevalente fu quella dell’oste, lavoro che svolse sino a quando non decise di ritirarsi a riposo. 21


Dai dintorni di Bassavilla (che allora senza dubbio si chiamava Alessandria) si trasferì a Torino, dopo aver contratto matrimonio con tal Angela Teresa Porzio, e acquistò un’osteria, impresa che si dimostrò economicamente proficua. Ritornò a San Salvatore nel primo decennio del secolo scorso, dove seppe trascorrere una vecchiaia tranquilla e agiata. Fu uomo ingegnoso, attivo e “fuori dal gregge” per la sua originalità. Lo testimoniano il suo soprannome, ancora oggi leggenda (“Tanta sà”, ovvero “tanto sale”, alludendo alla sua intelligenza), la sua casa ricca all’epoca di scritte e decorazioni, le sue svariate “fidanzate” e l’edicola funeraria di cui sopra. «La sua casa era piena in ogni centimetro quadrato di poesie scritte sui muri», dichiarò qualche anno fa Attilio Benzi, «di decorazioni e di congegni che non si capiva cosa fossero. Una volta costruì un uccello di legno, un’aquila con le ali snodate che mise in terrazza. Secondo lui, quando tirava il vento, il battito delle ali doveva mettere in moto una piccola pompa per tirare su l’acqua dal pozzo. Mi pare però che la storia non abbia mai funzionato. Quando Paolo morì, io ero a militare, ma non dimentico tutti i preparativi che aveva messo in atto negli anni precedenti per sistemare la sua tomba». «Era ingegnoso, ma di certo un po’ strano», disse Giulia Demartini. «Un giorno chiamò noi vicini nel laboratorio che aveva costruito al piano terreno della sua villetta per farci vedere la sua opera. Vedemmo una specie di massiccia poltrona di cemento e lui ci disse: Con quella andrò al camposanto!, mostrandoci anche, sedendosi dentro a quel cadregone e mettendosi una catena attorno al busto per non cadere, come sarebbe morto. Noi non gli credemmo, ma invece era tutto vero.» Paolo dedicò infatti gli ultimi anni della sua vita con ostinazione maniacale alla costruzione del suo sepolcro, realizzato in materiali poveri (cemento, calce e ferro battuto) e adorno di busti di vari parenti, lapidi e poesie. Il tutto ruotava attorno a 22


quello strano chiodo fisso, l’essere inumato da seduto. L’uomo fece persino una prova generale della sua morte e il suo sarcofago, realizzato in cemento perciò quanto mai ingombrante e pesante, venne adattato per essere trasportato con due stanghe, come una portantina. Ma, siccome Provera non poteva essere matematicamente sicuro che il suo desiderio sarebbe stato esaudito a meno di non farsi trovare già morto e seduto nella cassa da lui appositamente realizzata (pronto insomma per essere tumulato), il 12 aprile 1930 accese un braciere di carbone e si sistemò dentro la sua costruzione. Si assicurò alla catena posta di traverso e attese così la fine. Tutto avvenne come previsto e il 14 aprile 1930 si prese atto dell’accaduto, ovvero che Paolo Provera era indubitabilmente defunto. All’alba del giorno dopo l’insolita bara fu caricata sopra un carro trainato da una coppia di buoi in direzione del cimitero e sistemata al centro della cappella. In piedi. Questa la storia. Ovvio che qualche anno fa, quando ne venni a sapere, andai a visitare la tomba. A me, Van Helsing di provincia, un tipo che s’incatena in piedi all’interno del proprio sarcofago funerario ricordava non poco diverse leggende dell’Europa dell’Est, dove quelli che si credevano vampiri venivano assicurati alla terra e alla cassa da morto con un cospicuo supplemento di catene. Appunto, la Transilvania o le “esequie premature” di Poe, qui, nella fosca e “normale” Bassavilla. E me ne stavo lì, tra lo stupito e il divertito, ad ammirare busti barbuti e le tante iscrizioni, quando scorsi con la coda dell’occhio, in un angolo buio, un tipo magro ed esangue, spettinato come Enrico Ghezzi, pure lui fuori sincrono, tenuta dark, occhiaie nere e denti bianchissimi. Scherzo? Per niente. Con questo tizio, per quel che può significare, ci ho perfino fatto amicizia. E di lui vi parlerò in dettaglio in altra occasione, anticipandovi però che trattasi di un “vampiroide”, un particolare genere di emarginato che ama vivere solo 23


di notte, schivando le folle e nutrendosi di carne quasi cruda. E si trovava lì, davanti al monumento funebre di Provera, convinto che lui fosse “di famiglia” e che non volesse proprio “tornare”, una volta morto. Sì, capisco, forse sono dotato anche di una bella fantasia (anche se poi non è un gran dono). Ma un po’ di tempo fa, qualcuno lo avrà pur letto sui giornali, a trecento metri da casa mia, un tipo è stato sgozzato, incaprettato e poi gettato in un pozzo. L’assassino, un giovane disturbato, ha confessato di averlo fatto perché “quello era un vampiro e la Pasqua si stava avvicinando e lui avrebbe fatto dell’altro male”. La follia convive in mezzo a noi, ne abbiamo già discusso. Ma convivono anche le leggende e i miti come termini di raffronto, diconsi “deliranti”, con il quotidiano ancor più folle. E, finché le leggende sopravvivono, non ce la sentiamo di escludere altre possibilità. Vampiri? Io ne conosco un sacco.

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Hangman’s Curse

Sera di primavera alla periferia di Bassavilla. Il Texas notturno di Fausto Paravidino (splendido film, Texas, sulla “bassa” piemontese), le stelle, la campagna immota e deserta. Campi, prati e poche cascine, quasi tutte all’apparenza abbandonate, perché non s’intravedono luci. Una giovane coppia di fidanzati sta viaggiando in auto per recarsi a un appuntamento con amici in quel di Belforte, poco dopo Ovada. Una quarantina di chilometri in un paesaggio da dopobomba. I due ragazzi sono parecchio affiatati e non a caso stanno assieme da più di un anno. Questa sera si recano a trovare un’altra coppia con cui hanno trascorso una settimana in montagna: giorni divertenti e riposanti, eccezion fatta per la sfortunata caduta di lei proprio durante la discesa dell’ultimo giorno. Ed eccola qui, la pupa, con la gamba ingessata e la testa appoggiata alla spalla di lui che sta guidando. Prendono la strada vecchia per Ovada. Poi lui dice di ricordarsi una scorciatoia attraverso le colline. Si dovrebbe tagliare attraverso una frazione che si chiama San Lorenzo. S’inerpicano ma, quando giungono in prossimità di un bivio, la macchina inizia a rallentare per poi fermarsi senza più vita al bordo della strada sotto i rami di un grosso albero. Il ragazzo scrolla la testa, scende e svita il tappo della benzina. L’intuizione è giusta: il serbatoio è a secco e senza dubbio si dev’essere guastato l’ago del rilevatore. Che si fa? Ci sono i cellulari coi quali si può chiedere aiuto a qualche amico, magari proprio a quelli di Belforte. Ma non c’è traccia di campo e il tutto comincia a sembrare un film thriller di serie B. «Senti, qualche minuto fa abbiano oltrepassato una cascina 25


con le luci accese», dice lui, «non saranno più di due chilometri. Vado a chiedere aiuto, anzi, mi porto dietro una tanichetta. Tu chiuditi dentro. In mezz’ora si dovrebbe sistemare tutto. E, comunque, continuerò a provare con il cellulare. Magari bastano pochi metri per riavere il campo.» «Tu sei matto!» sbotta lei. «Io non ho voglia di starmene qui da sola…» «Hai ragione, ma come si fa?» Le chiude la bocca con un bacio. Poi il ragazzo si avvia. Lei lo guarda, torcendo il collo, finché lui non scompare inghiottito dall’oscurità. La ragazza non ha voglia di accendere la radio e ascoltare musica. Si sta innervosendo ogni secondo di più, inutile far finta di no: la situazione non è piacevole. Conosce più o meno bene questa zona poco abitata: di notte è sempre così, un silenzio irreale, rotto di tanto in tanto dai richiami dei cani e dagli uccelli notturni, e non una macchina in vista. Ma forse, forse, è meglio così: con tutti i malintenzionati che circolano di notte, una ragazza sola e con una gamba rotta, anche se chiusa dentro un’auto, non può dirsi al sicuro. Lentissimamente trascorre una mezz’ora. Il buio appare sempre più impenetrabile e il silenzio opprimente. Passano ancora venti minuti e la ragazza inizia a preoccuparsi, sul serio. Tutto questo tempo trascorso non ha giustificazione. Impossibile che non ci sia campo in un raggio di due chilometri, siamo in Piemonte e non in Transilvania. Un lungo brivido le percuote la schiena. Che sia successo qualcosa? Mentre il sudore le imperla la fronte, un insolito rumore sul lunotto posteriore la fa trasalire. Tac… tac… tac… 26


Un piccolo rumore, come un grosso tarlo nel legno, insistente e a cadenza regolare. Il terrore ora le dilaga per il corpo. Il suo ragazzo non ritorna e là fuori c’è qualcuno che si sta prendendo gioco di lei. Passa ancora una febbrile e orripilante mezz’ora. Lei non riesce più a controllare il tremore. Spalanca la portiera e prende a urlare verso il buio, mentre il rumore tac… tac… tac… alle sue spalle prosegue implacabile. Dopo un minuto di disperate invocazioni d’aiuto, una luce si accende in mezzo alla campagna dall’altra parte della strada. La ragazza smette di gridare, trattenendo il respiro: la luce si muove, non c’è dubbio, e sta venendo nella sua direzione. Forse, forse, è la salvezza. Altri minuti: dal buio spunta quello che sembra un contadino vestito di una tuta stracciata con una pila in mano. La ragazza, che ha posato con enorme fatica le gambe sulla strada, gli fa cenni con le mani per farlo avvicinare. Ma l’uomo punta la pila verso l’alto là dove si trovano i rami dell’albero sotto cui l’auto si è fermata e spalanca la bocca per la sorpresa. Quindi, dopo avere fatto sfoggio della più genuina espressione di terrore che si riesca a immaginare, spegne la pila e se ne fugge di corsa. La ragazza inizia a piangere. La paura adesso lascia il posto a un altro sentimento indefinito in cui coabitano rassegnazione e purissimo sgomento. Quel rumore è sempre più ravvicinato. Il suo ragazzo non torna. E a questo punto lei non riesce nemmeno più a calcolare quanto tempo realmente è trascorso. Un nuovo intervallo d’interminabili minuti. Quindi una sirena squarcia il silenzio. All’orizzonte compare un lampeggiante. È l’ambulanza. O, magari i Carabinieri chiamati dal contadino di prima. 27


Finalmente l’auto con la sirena la raggiunge. È una macchina della polizia stradale di Belforte con a bordo quattro agenti vestiti di giubbotto antiproiettile che fuoriescono con pile e armi spianate. Guardano la ragazza senza parlare e puntano – anche loro! – gli occhi verso l’alto, nella direzione dei rami dell’albero, sopra il tettuccio della macchina, illuminando la scena con la luce delle torce. Allora alza la testa anche lei. L’orrendo spettacolo che vede non abbandonerà mai più la sua memoria: al ramo più grosso, sospeso a testa in giù con un laccio attorno ai piedi, penzola il corpo privo di vita del fidanzato, che oscilla lentamente sotto la spinta di un uomo dallo sguardo stralunato che se ne sta appollaiato come una scimmia sopra lo stesso ramo. Prima di svenire, sopraffatta dall’insopportabile scena, comprende la natura dell’inusitato rumore che l’ha terrorizzata per due ore: era la testa del suo ragazzo che, a causa dell’effetto altalenante impresso al corpo dal pazzo assassino, sbatteva contro il lunotto della macchina a intervalli regolari. Quando la ragazza si sveglierà, qualcuno le racconterà che il folle – uno dei tanti che vivono rinchiusi nelle cascine attorno a Bassavilla, in teoria guardati a vista da parenti trasformatisi loro malgrado in guardiani senza preparazione dopo la legge 180 –, prima di aggredire il fidanzato e inscenare quel macabro scherzo, aveva ucciso a colpi d’ascia tutti i membri della famiglia dalla quale il giovane si stava dirigendo per chiedere un po’ di benzina. Non ne avete mai letto sui giornali e pensate che sia solo una leggenda metropolitana? Forse, ma fate sempre il pieno prima di uscire la notte per le campagne di Bassavilla.

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Ghost

Un terribile incidente d’auto, un ragazzo e una ragazza che muoiono. Purtroppo è cronaca quasi quotidiana dappertutto e Bassavilla non ne risulta indenne. Ma per Maria Luisa quel volto sul giornale è una fisionomia cara e familiare, l’amico del cuore fino a due anni prima. Lo sconforto è grande quanto l’incredulità. Si fa sempre un’enorme fatica a credere che la malasorte debba colpire così vicino e così duramente. Gli “amici del cuore” per una bella ragazza (e Maria Luisa lo è) sono una categoria strana e non perfettamente definibile. Per la donna di solito è un amico sul quale non riversare pulsioni di tipo erotico, una sorta di via di mezzo tra un cugino asessuato e una figura paterna non risolta; mentre per lui è esattamente il contrario, stoppato sul confine del mito “amicizia tra uomo e donna”, quando in realtà il suo sogno inconfessato sarebbe quello di strapparle i vestiti e volarle addosso. Difficile, soprattutto in questo momento, dire che razza di amico del cuore fosse lui. Maria Luisa due anni prima si era fidanzata, cambiando giro e ambiente. Adesso, che non sta più con nessuno, lo ritrova in una foto da patente, anonima e grigiastra. Con a fianco parole in grassetto che ne descrivono la prematura morte. La vita in ogni caso scorre sempre. È un fiume pigro e un po’ triste e, se vivi a Bassavilla, ti ritrovi qualche supplemento di rampogna. Però Maria Luisa si sente ancora troppo giovane – ha poco più di vent’anni – per lasciarsi andare ad amarezze dal sapore definitivo. Ma, nei giorni che seguono, lei avverte che qualcosa attorno è cambiato. Strambe e improvvise sensazioni di freddo sulle mani e sulle spalle, bizzarre luci che attraversano fulmineamente la 29


sua visuale e la costringono a interrogarsi se per caso non sia consigliabile una visita oculistica, l’impressione che ci sia qualcuno per casa anche quando sta da sola. Lei in verità non abita in una casa vecchia e isolata, dove le suggestioni trovano il potere d’ingannare il prossimo. Maria Luisa vive all’ultimo piano di un popoloso condominio del rione Pista con gente solida che percorre le tane dell’alveare: un palazzone vivace, più o meno rumoroso come lo sono tutti. Un posto dove gli schiamazzi dichiarano sempre la loro fonte di provenienza. Giungono così gli ultimi giorni dell’anno. Maria Luisa va dalla parrucchiera. Manca poco alla notte più pazza e urge un’acconciatura allegra e un po’ trasgressiva per iniziare alla meglio. Il negozio è pieno di femmine di ogni età. Un caos ciacolante con i Pooh in sottofondo funge da colonna sonora, mentre mani esperte affondano nei lucentissimi capelli rossi della ragazza. Mentre la parrucchiera fa il suo dovere, una donna sulla quarantina, o forse più, seduta a qualche metro da lei dinanzi a un altro specchio, la guarda con una certa insistenza e di tanto in tanto le sorride. Maria Luisa non soppesa la cosa. Sono ore e giorni particolari e la gente a volte può apparire strana, anche se non lo è. E poi chi le garantisce che non l’abbia già conosciuta in altra occasione? Non è così fisionomista, nonostante la giovane età. Solo quando le due si ritrovano assieme davanti alla cassa per pagare, nel farsi i reciproci complimenti per le teste da sera, Maria Luisa sfodera un’espressione così interrogativa che la signora si sente costretta a risponderle. E lo fa dicendole: «Mi scusi se le sono sembrata invadente, ma è raro vedere una ragazza che si porta dietro il fidanzato dal parrucchiere. Ed è ancora più raro vedere un lui che accarezza per più di dieci minuti i capelli di una lei, dicendole in continuazione che è la ragazza più bella del mondo. Però, che strano… Il suo fidanzato non l’ho visto proprio uscire.» Maria Luisa sgrana gli occhi e si sente percorrere la schiena 30


da un lungo e soggiogante brivido. Quindi è costretta a sbottare: «Ma che cosa sta dicendo?» La signora sulla quarantina, a questo punto, assume un’espressione di purissimo allarme e si porta ambedue le mani alla bocca, come se avesse commesso una gaffe imperdonabile. E riesce solo a sibilare con voce tremante: «Oddìo, mi scusi, non volevo!», per poi uscire velocemente dal salone. Maria Luisa però la tallona immediatamente, facendo un cenno alla cassiera che la conosce, giusto a comunicarle che non sta fuggendo senza pagare il dovuto. Così, in pochi secondi, riesce a bloccare la donna, proprio mentre sta salendo sull’auto posteggiata a pochi metri dal negozio di acconciature: «Signora, non se ne vada così. Mi deve una spiegazione, non crede?» La donna pare rassegnata. Guarda verso terra, sul selciato del marciapiede, fingendo di contemplare la punta delle proprie scarpe. Quindi, tutto d’un fiato, le rivela: «Io vedo. A volte proprio non ho la possibilità di distinguere i vivi da quelli che non lo sono più. Là dentro, dalla parrucchiera, ho visto una scena così tenera. Lui le accarezzava i capelli e diceva che erano bellissimi. Le ho sorriso quasi con una punta d’invidia. Sa, un fidanzato così potrebbe essere il sogno di migliaia di donne.» Maria Luisa tiene nella borsetta la pagina di quel maledetto giornale. Sussurra alla strana signora: «Aspetti un secondo», e poi si mette a frugare. Trova quel che cerca e lo mostra alla donna. «Lo guardi bene. È lui la persona che ha visto alle mie spalle dentro il salone?» Lei accenna di sì col capo. E poi aggiunge: «Adesso è sul marciapiede di fronte a noi che la sta aspettando.» Maria Luisa si volta verso quella direzione. E da quel giorno, l’ultimo del 1997, la sua vita è straordinariamente cambiata. 31


Il signore delle mosche

I tipi li avete già conosciuti: sono quei ghostbuster ante litteram che percorrevano, tra la fine dei Sixties e l’inizio del decennio successivo, le lande piemontesi alla caccia, infinita e vana, di fantasmi e case infestate, di esperienze ai confini della realtà e di “stregherie”. Mentre amici e parenti, più pragmatici e “padani”, consigliavano loro di dedicarsi alla gnocca o a qualche sport sublimante, costoro s’infilavano nottetempo in chiese sconsacrate, cimiteri di campagna e castelli diroccati. Come quei surfisti mitizzati dal cinema che aspettano per una vita l’onda perfetta, loro cercavano il brivido dell’assoluto. Forse una notte lo sperimentarono, decidete voi. Un dolce autunno incombente, profumo di mosto nell’aria… Bleah, saltiamo i preamboli d’atmosfera, tanto sono cazzuti. Di sicuro le tenebre avevano già da un po’ guadagnato terreno e il commando di 500 (quattro auto, due bianche e due blu), partito da Bassavilla, andava dirigendosi in zona operativa, leggi Ponti, nel circondario di Acqui Terme, da qualcuno definito ai tempi “paese delle streghe” ma oggi in provincia ben più famoso per il suo mitico “polentone” lavorato in pentole gigantesche in puro stile “Palo Mayombe”. Dopo abbondanti tre quarti d’ora, colpa della scarsa velocità, i cacciatori di spettri raggiunsero il bersaglio e posteggiarono le utilitarie nello spiazzo antistante un cadente castello quanto mai in rovina. Tra i ragazzi della notte primeggiava per prestanza fisica e per lunga esperienza di tecniche paramilitari un tipo che di mestiere faceva il pompiere e che si era già guadagnato nella “bassa” una fama piuttosto sinistra per essersi gettato, durante un’esercitazione, verso un telone di salvataggio, sbagliandolo di un paio di metri. Fu costui, che di tanto in tanto perdeva la memoria causa 33


la tremenda capocciata inferta al manto stradale, che assunse il comando delle operazioni. E fu sempre costui che, una volta verificata l’impossibilità di entrare nel perimetro dell’antica costruzione per vie normali in quanto queste ultime risultavano cancellate dalla incuria del tempo, decise che il gruppo avrebbe dovuto scalare una ripida parete terrosa per guadagnare quelli che un tempo erano probabilmente gli spalti. I giovani ghostbuster non erano proprio avvezzi a frequentare palestre. Allora chi andava in palestra passava per sfigato, in più di un caso di estrema destra. La palestra e lo sport in genere apparivano come corollari quotidiani ed evitabili del motto “Dio, patria e famiglia”. Insomma, i ragazzi non la digerirono affatto la proposta di diventare degli scalatori notturni, ma il gusto della conoscenza e il brivido dell’imprevisto ebbero la meglio sul loro indugiare. Così, mentre si avvicinava la classica ora che tutti temono – mezzanotte che è sempre la fine e l’inizio di qualcosa che non si comprende fino in fondo –, una dozzina di patetici disperati con i capelli lunghi, i pantaloni a zampa d’elefante e le scarpe Wolkswagen iniziò ad arrancare lungo quella via alquanto aspra, sbuffando e imprecando. La scalata fu impervia. Ogni tanto il commando doveva fermarsi per far riprendere fiato ai suoi membri. Quando il pompiere urlò nel buio all’improvviso: «Chi sono? Cosa cazzo ci faccio qui?», lo smarrimento regnò sovrano per parecchi secondi. Fortuna voleva che quelle crisi mnemoniche risultassero sempre di breve durata. Dopo un’eternità, all’una meno venti, i figlioli giunsero in cima alla vetta. Quando tutti furono più o meno piazzati sulla sporgenza di un traballante cornicione, i cacciadiavoli si resero conto all’unisono che si trovavano sull’orlo di un precipizio più nero della notte che li circondava. Quell’oscurità primordiale di cui non distinguevano il fondo a loro parve il cortile interno del 34


vecchio castello. E quando il sommo teorico in perenne contatto con le entità ultrafaniche (c’è sempre un sommo teorico in un gruppo motivato – negli anni si è trasformato nell’archetipo del Grande Vecchio…) sbottò con: «Qua sotto è il cuore marcio del problema! Sento le vibrazioni dell’Homigon!», i ragazzi avvertirono i primi sintomi della cagarella. Il pompiere però riequilibrò a suo modo la situazione. «Chemminchia dici?» «L’Homigon è lo spirito del luogo.» «Non dire minchiate. È un nome marziano.» «Ah.» Il brevissimo e surreale interloquio bloccò gli spasmi, ma non la curiosità. E fu proprio a quel punto che il pompiere, dopo avere appena decretato che Homigon era un epiteto alieno (forse si confondeva con Omicron di Ugo Gregoretti), decise di misurare con metodo artigianale la distanza che intercorreva tra gli arditi e il fondo dell’abisso. Così afferrò un sasso lì vicino e pronunciò con tono grave: «Vediamo quant’è profondo.» Poi lasciò andare la pietra nel nero budello. Dopo sette, otto secondi gli rispose un secco rumore di vetro fracassato. I ragazzi, per quel pochissimo che permetteva il buio, si guardarono negli occhi e da quell’istante s’innescò un crescendo orgiastico e feroce degno de Il signore delle mosche. Tutti s’impossessarono di pietre e sassi che lì attorno non scarseggiavano e ognuno colpì con ferocia non più repressa l’Homigon che giaceva laggiù in fondo, nel buio ventre dell’antico castello: disumana ferocia e gratificante sadismo che crescevano ogni volta che alle loro orecchie giungeva la risposta dolorante di metalli sforacchiati e vetri frantumati. Quindi, terminate le munizioni e accertata l’impossibilità di andare da qualsiasi altra parte che non fosse la via del ritorno, i giovani ghostbuster ripercorsero la parete di terriccio, giungendo sulla terra in una decina di minuti. Aggirarono di nuovo le sche35


letriche mura perimetrali e, quando giunsero allo spiazzo in cui avevano posteggiato le Fiat 500, i loro cuori ebbero un sobbalzo ai limiti del coccolone. Gli occhi si sgranarono. Le bocche si aprirono in una muta esclamazione di tragica sorpresa. Le loro gagliarde Cinque Chiappe stavano lì semidistrutte, con carrozzeria e parabrezza irrimediabilmente compromessi, dalla gragnuola di pietre e massi che gli stessi beneandanti notturni avevano lanciato dagli spalti del castello nell’errata convinzione di colpire l’abisso e stimolare le vibrazioni dell’Homigon. Il pompiere urlò: «Chimminchia è stato? Io lo ammazzo!», e subito dopo perse la memoria per alcuni giorni. Qualcun altro ammutolì e decise su due piedi di abbandonare per sempre la metapsichica. I più sfigati si misero a piangere. Poco tempo dopo diedi un esame su Nietzsche. Io, che avevo fatto parte di quel commando, incappai nella celeberrima massima “Se voi scrutate dentro l’Abisso, anche l’Abisso scruta dentro di voi”. Non esiste frase più vera e l’umanità lo sa da sempre. Ma, se non ricordo male, Nietzsche diceva pure che la demenza è rara nei singoli ma è la regola dei gruppi. Oppure fu colpa dell’Homigon?

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The Believers

Il grande Lovecraft, tra le sue tante tecniche di scrittura, amava spesso citare, a sostegno della presenza del nostro mondo di Quelli-di-Prima, un sempre cospicuo numero di “ritagli di giornale” che raccontavano di incidenti spaventosi, omicidi o fatti soltanto bizzarri. Li assemblava in una certa disposizione, suggerendo senza mai imporsi che quelle “cronache anomale” preludevano all’ingresso nel nostro mondo percepito di forze spaventose e indescrivibili, apportatrici di caos e di follia. Sarebbe forse più facile sostenere il contrario, ma va precisato che sui “ritagli” Lovecraft non inventava nulla, perché semplicemente il solitario di Providence vampirizzava la cronaca a uso e consumo dei richiami di Cthulhu e degli Orrori Oltre la Soglia, risultando in quest’operazione più che convincente e regalando ai suoi racconti inverosimili un climax assoluto di verosimiglianza. Prendete questa sequenza tratta appunto da Il richiamo di Cthulhu: “I ritagli di giornale riguardavano casi di follia individuale o collettiva che si erano verificati durante lo stesso periodo. C’era la notizia di un caso di suicidio verificatosi a Londra: un uomo, nel cuore della notte, s’era gettato dalla finestra dopo avere urlato Attenti, l’inferno si avvicina. C’era una Lettera al Direttore pubblicata da un giornale sudafricano in cui lo scrivente annunciava di essere certo, in seguito a visioni avute, che un futuro spaventoso si preparava per il mondo. Dalla California giungeva notizia che un certo numero di braccianti agricoli, improvvisamente organizzatisi in setta teosofica, s’erano ritirati su una collina, tutti vestiti di bianco, in attesa di un grandioso avvenimento. In India c’erano state rivolte di indigeni al grido di un nome che nessuno 37


aveva compreso e che gli stessi rivoltosi arrestati avevano poi dichiarato di non ricordare più. A Haiti c’era stato il suicidio collettivo di otto persone, e una quantità di stregoni, in regioni diverse dell’Africa, erano stati arrestati sotto l’imputazione di spaventosi delitti. A New York tre poliziotti erano stati aggrediti e uccisi da un gruppo di filippini presi simultaneamente da amok. Un pittore irlandese, d’altra parte, aveva presentato al Salon de Printemps di Parigi un Paesaggio di Sogno che aveva lasciato piuttosto freddi i parigini, ma che aveva messo a rumore tutta l’Irlanda occidentale per la sua manifesta e pazzesca empietà”. Ci si può fermare qui. Lovecraft possedeva un repertorio sterminato, ma autentico, di “ritagli” con cui surrogare le sue suggestioni letterarie. Ma c’è forse qualcosa nella sequenza di cui sopra che non vi stupireste di trovare in un qualsiasi quotidiano di oggi? Esiste qualcosa d’inverosimile in questi avvenimenti? È solo questione di saper creare un’efficace sequenza in crescendo, oppure Lovecraft – come tanti artisti in contatto magari inconsapevole con altre dimensioni – viveva e scriveva con la testa parzialmente già infilata nell’imbuto del futuro? E, in ultima analisi, non è che la realtà quotidiana, di cui leggiamo o sentiamo nei vari telegiornali, stia ammiccando a “qualcosa” (in senso lovecraftiano) troppo impensabile o proponibile per i nostri umani e ristretti sensi? Di sicuro, se Lovecraft fosse vivente oggi, sarebbe sommerso – virtualmente – di “ritagli di giornale” a conferma delle sue intuizioni su Cthulhu & viscida compagnia. Eccovi una sequenza in ordine cronologico che si riferisce soltanto all’ultima settimana. 01/09/2006 Usa - Teme voodoo: annega due figli - Folle gesto di un immigrato di Haiti. Era convinto che i familiari della sua compagna gli avessero lanciato un malocchio voodoo. Così un immigrato di Haiti, Franz Bordes, ha annegato i suoi due 38


bambini in una vasca da bagno e si è poi suicidato gettandosi sotto un treno della metropolitana di Washington. L’uomo aveva con sé numerosi messaggi suicidi. È stata la madre dei piccoli, appreso del suicidio di Bordes, a scoprire i figli uccisi. Franz Bordes, 39 anni, è stato trovato morto nella fermata di Brooklyn della metropolitana newyorkese. All’inizio si è pensato a un suicidio, come tanti ne succedono in tutto il mondo. Bordes in realtà aveva già portato con sé i due figli. A casa, infatti, c’erano i corpi di Sweitzer, due anni, e Stephanie, quattro. Il padre li aveva annegati nella vasca da bagno. A spiegare l’insano gesto sono stati alcuni bigliettini scritti dal padre omicida: uno trovato nei suoi vestiti, altri sei in casa. “Stanno usando tutto quello che hanno per distruggermi, anche il voodoo”, si leggeva in uno dei foglietti. 03/09/2006 Chivasso (Torino) - Loren Aparecida Dos Santos Landin, una donna brasiliana di 29 anni, per un’ora è stata creduta morta dopo che aveva avuto un incidente stradale. A scoprire che era ancora in vita, anche se in gravissime condizioni, sono stati i necrofori che erano intervenuti per rimuovere il cadavere. È accaduto sabato sera sulla superstrada TorinoChivasso. La donna, per cause non ancora accertate, ha perso il controllo della sua vettura e, dopo aver carambolato più volte tra una corsia e l’altra, è stata sbalzata fuori dal mezzo. Sul posto è arrivato personale medico su un’ambulanza, che ha constatato – a loro dire senza tema di smentita – il decesso della Dos Santos. Poco dopo le 21 sono arrivati anche i necrofori dopo il via libera del magistrato di turno. La donna, che era rivolta verso il manto stradale, è stata girata dai necrofori, che hanno verificato con angoscia che respirava ancora. È stata quindi richiamata l’ambulanza e la donna è stata portata d’urgenza in ospedale, dov’è ricoverata in gravissime condizioni. L’anno scorso, nello stesso tratto d’autostrada, la Dos Santos si buttò fuori dall’auto 39


in corsa del marito, tentando il suicidio. Ma, pur con fratture multiple e ferite varie, riuscì a cavarsela. 02/09/06 Londra - Un frammento dei Manoscritti del Mar Morto fornirebbe elementi per una nuova interpretazione in senso negativo dell’attributo “Figlio di Dio”, riservato nella letteratura e nella tradizione cristiana a Gesù Cristo. Il testo, da poco a disposizione, profetizza la venuta di un Figlio di Dio che, però al contrario di Gesù, dominerà il mondo malvagiamente sino a quando Dio stesso non riporterà la pace. Il professor Vermes ritiene che l’espressione “Figlio di Dio” citata nel frammento si riferisca a un cattivo despota pagano, l’ultimo dominatore di un mondo di sofferenze, dilaniato da guerre fra le nazioni. 03/09/06. Ecuador - Due turisti italiani sono scomparsi nella giungla amazzonica ecuadoriana dove si erano recati con un gruppo di studio sugli sciamani. La scomparsa è avvenuta il 6 agosto, ma la denuncia da parte dei genitori e dei compagni di viaggio è avvenuta soltanto il 30 agosto, diventando di pubblico dominio soltanto ieri. La Polizia Nazionale dell’Ecuador ha avviato le indagini anche se nessuno nasconde le difficoltà delle ricerche. Ricerche, tra l’altro, non facilitate dalla mancata comunicazione alla stampa dell’episodio. Ancora nessun giornale nazionale ha pubblicato la notizia, quindi nessuna eventuale informazione è giunta da parte di chi potrebbe avere incontrato i due italiani scomparsi. Le ipotesi sono le più disparate: da una tragica fine a un’inqualificabile leggerezza. Tra gli esempi negativi la scomparsa mesi addietro dell’infermiera inglese letteralmente volatilizzata da Banos (cittadina al limite della giungla amazzonica) e ancora non ritrovata. A Macas viveva lo sciamano dai poteri particolari con cui i due italiani dovevano incontrarsi. Al momento nessuno dei tre sembra reperibile. 40


Vi pare che la realtà non sia lovecraftiana? Vi pare che uno scrittore, sufficientemente dotato di fantasia, non possa trovare un trait-d’union fra le quattro news (tra l’altro sta proprio lì, sotto il naso e mi accontento di suggerirvelo parzialmente nel titolo di questa cronaca…) e costruirci un clamoroso e suggestivo teorema che puntelli un romanzone o un romanzaccio in grado di viaggiare tra Codici, demoni, profezie e religioni alternative? Ma, come suggerivo più sopra, la questione sta soltanto in questo dubbio da scuola creativa? Faccio solo domande senza darmi risposte. Ma per me un dato è (quasi) certo: è dall’11 settembre 2001, volendo andare a caccia di linee di demarcazione, che la cronaca continua a offrirci una stramba e complessa trama storica che ammicca sempre a una realtà nascosta negli anfratti della visione collettiva (o allucinazione compartecipata) in cui il mondo va gradualmente a trasformarsi. Ci sono troppi segnali che lo confermano, troppi eventi analogici, troppi incidenti strani e mille versioni di comodo alle quali riesce possibile persino credere. Sotto – molto sotto – c’è dell’altro. Cercheremo di scoprirlo. Nel frattempo, anch’io continuerò a collezionare ritagli di giornale. Ah, un solo commento alla prima notizia della serie: è evidente che il voodoo funziona.

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Dead Mary, o di Maria la “smorsacandeila”

Nel 1960 a Bassavilla. La squadra cittadina retrocedeva in serie B, Gianni Rivera era stato da poco venduto al Milan tra le urla di disappunto dei tifosi e in alcune zone periferiche si era ripristinato il pattugliamento a cavallo dei Carabinieri nonostante l’evidente e costante aumento del traffico veicolare. Furono proprio due Carabinieri a scoprire una mattina in Spalto Marengo delle parti di corpo umano ritenute lì per lì come indizi inequivocabili di un turpe e macabro assassinio. Sui giornali nei giorni seguenti si pubblicarono resoconti di presunte analisi scientifiche forse in grado, stante dichiarazioni “ufficiose” delle forze dell’ordine, di dimostrare che tali parti anatomiche – cranio, sterno, tibie e ossa più piccole di una persona molto giovane – erano state utilizzate da ignoti medici per misteriosi e imprecisati esperimenti e gettate poi via. Ma diversa risultava la versione popolare, quella che si sussurrava a mezza voce nei bar e nelle botteghe di alimentari. Allora Spalto Marengo stava proprio in periferia. Non come oggi che è trafficata più del centro e circondata da decine e decine di parallelepipedi di cemento armato. Nel 1960 la campagna si apriva a pochi metri dagli “spalti” che cingevano la città secondo l’antica regola dell’insediamento militare. Nella verde e salubre corona che ossigenava Bassavilla si contavano, a decine, le cascine, le case coloniche, i granai e i campi coltivati. E a un tiro di schioppo da Spalto Marengo, più o meno alle spalle del contemporaneo Tennis Club Borsalino e in prossimità del ponte sul Bormida, si trovava la casa di Maria “la smorsacandeila”, letteralmente “la spegnicandela”, soprannome escogitato dalla malevola lingualunga popolare che così la etichettava in quanto a detta di chiunque dedita al mestiere più antico del mon43


do. Non solo prostituta peraltro (e piuttosto fuori dagli schemi come professionista del sesso perché, secondo i bene informati, Maria copulava soltanto stando di sopra – questa la spiegazione del soprannome), ma pure, ancor più blasfema e impenitente, esperta nel raccogliere piante officinali che crescevano in riva al fiume e a distillarne “rimedi” che poi tentava di regalare a conoscenti e a persone in difficoltà in cambio di un chilo di polenta o di una manciata di castagne. Da qui, anche se si era appena inaugurato il favoloso e fondamentale decennio dei Sixties, alla “nomea” di stréa (strega) il passo risultava men che breve perché le solite malelingue assicuravano, dati e testimonianze alla mano, che la smorsacandeila era in grado di arrecare al prossimo una scalogna mai vista con disgrazie a catena perpetua. Nessun contadino o pastore dei paraggi si sarebbe mai sognato di far transitare le proprie bestie vicino alla sua povera bicocca fatta di vecchie assi e fango rappreso: gli animali sarebbero morti nel giro di poche ore. Nessun bambino godeva del permesso di andare a giocare in quel bel pezzo di prato vicino alla casa di Maria: quegli sfortunati sarebbero stati colpiti da febbri misteriose in grado di condurli alla morte oppure sarebbero spariti per finire in qualche pentolone a lenta cottura. Per di più la sinistra fama della povera donna, in realtà il solito capro espiatorio dell’ignoranza collettiva, aumentava di giorno in giorno a causa del suo aspetto che andava in qualche modo “migliorando”, addirittura sembrando più giovane di quel che si era visto sino a poche ore prima. Poi, una notte, a un paio di settimane dal macabro rinvenimento di Spalto Marengo, la baracca di Maria prese fuoco con lei dentro. La sfortunata bagasòn (pesante epiteto dialettale con cui la si appellava facendo riferimento alla sua esperienza professionale da nave scuola) morì all’interno, forse prima soffocata e poi arsa dalle fiamme. Sin qui la cronaca. Ma, come già 44


accennato, le chiacchiere che giungevano alle orecchie di troppi raccontavano una storia diversa. Il giorno dopo il ritrovamento delle ossa qualcuno sosteneva che nella zona antistante il lungoBormida erano sparite due ragazzine. Non risultavano denuncie ufficiali perché le adolescenti provenivano da cascinali pericolanti occupati abusivamente da “profughi” dell’Est europeo, ma le famiglie non si davano pace e batterono palmo a palmo ambedue le rive del fiume dove la gente allora si recava per fare il bagno. Qualcuno degli slavi andò a chiedere anche a Maria. Lei rispose di non saperne nulla, ma chi la vide confermò che la sua pelle appariva più liscia e rosea, come ringiovanita. Poi, una notte, la figlia tredicenne di un cantoniere dell’anas che abitava con i genitori all’inizio del ponte sul Bormida si svegliò di colpo e scese dal proprio letto, uscendo all’esterno in camicia da notte in direzione del bosco vicino al fiume. La madre, che in quel momento si trovava in cucina alla ricerca di un analgesico per il mal di denti, la vide transitare davanti alla finestra con lo sguardo rapito. Sembrava ipnotizzata, ammaliata. Così era in realtà, perché la ragazzina stava seguendo un suono melodioso che soltanto le sue orecchie potevano percepire. La donna urlò il nome del marito che accorse in pigiama, rendendosi conto subito della strana situazione. I due si buttarono fuori e raggiunsero la figlia, tentando in mille modi di fermarla e di trascinarla dentro casa. Ma non c’era verso: la forza della ragazzina risultava quasi centuplicata e, tra urla e strattoni, il cantoniere si ritrovò assieme alla moglie con le gambe all’aria sopra la nuda terra, mentre la figlia proseguiva il suo robotico cammino in discesa alla volta del lungofiume. Nel frattempo le urla concitate avevano svegliato gli abitanti delle varie baracche in riva al fiume, per la maggior parte coloro che la gente di Bassavilla additava come “profughi”, uomini e donne che da parecchie notti dormivano con un occhio solo 45


perché conoscevano meglio di tutti quel tipo di pericolo. Così, mentre la ragazzina andava non curandosi di nulla in direzione della casa della smorsacandeila, i suoi genitori si ritrovarono circondati da gente straniera armata di forconi e di coltelli, qualcuno addirittura impugnante una pistola. Tutti che dichiaravano di volerli aiutare e che facevano capire, in un italiano stentato, che la colpevole di quegli accadimenti misteriosi era la strega che viveva in riva al Bormida. Poi qualcuno urlò (“Guardate là!”), indicando una strana luce ondeggiante accanto a una grande quercia. Uomini e donne, in preda alla paura che rendeva tutti più aggressivi, si avvicinarono e videro Maria in piedi vicino all’albero mentre agitava un aguzzo e nodoso bastone dalla punta fosforescente in direzione della casa cantoniera. Chi s’intendeva di “certe cose”, riconobbe in quell’oggetto il cosiddetto “bastone del comando”, uno strumento in grado di emettere una luce soprannaturale e di ipnotizzare con musiche inesistenti potenziali vittime da far cadere in trappola. Furia e panico prevalsero. La folla si scagliò in quella direzione. Il tipo che possedeva la pistola sparò e bucò Maria in un fianco. Lei cadde sull’erba, mentre il magico bastone le sfuggiva di mano. Mani brutali l’afferrarono e la trascinarono verso la sua casupola alle cui spalle si scoprirono due tumuli scavati di fresco con dentro mucchi d’ossa spolpate. La verità, orribile, non poteva essere negata, neppure se quelli erano gli anni Sessanta che stavano iniziando: la strega aveva fatto il suo mestiere, mangiando carne umana e bevendo il sangue di giovani ragazzine. Così si diede corso alla giustizia sommaria senza che a qualcuno, italiani compresi, venisse in mente di chiamare i Carabinieri. Maria fu prima bastonata e quindi scaraventata dentro il suo barachén. A questo si diede subito fuoco perché la smorsacandeila potesse giustamente morire come una strega di altri tempi, ovvero bruciata viva. 46


Dalle fiamme che si levarono subito, troppo alte e con un anomalo colore verdastro, Maria fece udire la sua voce gracchiante, lanciando una maledizione contro i suoi aguzzini e contro tutta la gente di Bassavilla. Se qualcuno, negli anni a venire, avesse osato invocare ad alta voce il suo nome davanti a uno specchio, il suo spirito sarebbe tornato per compiere una terribile vendetta nei confronti di quegli sprovveduti che avessero infranto il tabù. Avrebbe sbranato i loro corpi pezzo per pezzo e avrebbe strappato la loro anima da quei residui di carne mutilata. Le anime, poi, sarebbero bruciate in un eterno tormento, intrappolate per sempre al di là dello specchio. Maria sapeva il fatto suo. Era certa che sarebbe bastato diffondere il contenuto del tabù per assicurarsi un futuro di vittime, tenere, fresche e virginali. Così lei divenne leggenda. Una delle mille varianti di Bloody Mary. Ma i giochi davanti allo specchio continuano e si moltiplicano. Oggi va per la maggiore invocare per tre volte “Melissa la Sanguinante”.

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Una perversione molto logica bonus track

Mi sono laureato nel 1974 con una tesi intitolata “Interferenza dell’affettività sullo sviluppo del pensiero”, roba tosta per appassionati di psicoanalisi qual ero io al tempo e per addetti ai lavori tra i quali progettavo di perdermi. Nel redarre i testi bibliografici di riferimento m’imbattei in uno studio di un noto psicoanalista, Giovanni Carlo Zapparoli, dal titolo “La perversione logica – Il rapporto tra sessualità e pensiero nella tradizione psicoanalitica”, un libro quanto mai affascinante, scritto in maniera divulgativa e fruibile anche da chi, ai tempi, non era avvezzo all’iper-specializzazione. Un libro pensato e prodotto nel ’70 e talmente in anticipo da poterne ancora oggi parlare in termini di attualità a quarant’anni dall’uscita. L’autore vi esaminava il problema della patologia evidenziata solo a livello delle funzioni di pensiero e non in quelle istintive e sessuali. In altre parole, così come esistono perversi sessuali con disturbi nella sfera intellettiva, ci sono anche persone (esistenza provata dalla pratica terapeutica) che a piena ragione si possono definire “perverse”, ma che non evidenziano alcuna perversione sessuale, avendo spostato tutta la loro patologia dalle funzioni sessuali a quelle logiche del pensiero. Tali individui venivano definiti dallo Zapparoli perversi o devianti logici. Personaggi che, a differenza dei perversi sessuali, non si rendono conto né della loro perversione, né delle anomalie delle loro funzioni intellettuali, che essi credono efficienti e funzionali. D’altra parte il disturbo può essere tale che all’occhio di chi non è psicoanalista tali soggetti appaiono del tutto normali. Di sicuro gradireste degli esempi. Lo Zapparoli forniva due tipologie provenienti dai rilievi clinici: l’impotenza relativa (ov49


vero, poligamia per inibizione) e la potenza relativa (monogamia per inibizione), due aspetti dello stesso problema affettivo perché riguardano un analogo arresto nello sviluppo psicosessuale. La prima va riferita alle inibizioni relative all’oggetto d’investimento, che si riscontrano quando l’oggetto assume un ruolo sociale, oltre che affettivo, in conseguenza di un atto di matrimonio. Tali soggetti, per cui il rapporto sessuale con qualsivoglia partner può avvenire solo se non esiste un contratto matrimoniale che vincola la loro relazione, sviluppano nei confronti del coniuge un’inibizione sessuale relativa, manifesta nel maschio con impotenza e nella femmina con frigidità. Per loro l’attività sessuale si svolge senza inibizioni e in modo soddisfacente solo con altri individui che non siano il loro coniuge. In certi casi lo Zapparoli aveva osservato che, raggiunto lo scioglimento del contratto matrimoniale, veniva a cadere anche l’inibizione nei confronti dell’ex coniuge. La seconda classificazione, potenza relativa, si riferisce invece a quei casi, all’apparenza distinti, in cui si sviluppa una specifica inibizione relativa all’attività sessuale extramatrimoniale e per cui l’impotenza relativa rappresenta una sicura difesa alla fedeltà coniugale. Questi soggetti riescono a stabilire un soddisfacente rapporto con il coniuge a patto che si sviluppi l’inibizione sessuale nei confronti di ogni altro “oggetto del desiderio”. Ovviamente le problematiche più profonde riscontrate nella pratica clinica sono assai più complesse di quel che appaiono e soprattutto disturbanti a livello del pensiero per chi ne è affetto, ma qui mi fermo per passare ad altre considerazioni. Ai tempi trovavo l’analisi di Zapparoli stuzzicante, quasi divertente, e a suo modo inquietante. Mi divertiva il fatto che la psicoanalisi giustificasse organicamente temi di vissuto quotidiano quale la fedeltà o l’infedeltà al proprio partner. E di certo non lasciava indifferente il fatto che, in ottica psicoanalitica, la fedeltà richiesta in sede di tradizionale matrimonio religioso fosse, né 50


più né meno, che la manifestazione di una particolare patologia mentale. Infine un po’ perturbava l’affermazione, cara a Freud, della sostanziale indiffenziazione tra “normale” e “patologico” perché la possibilità d’imbattersi in un perverso logico, riconoscendolo come tale, era pari allo zero. Invece oggi, in un periodo carico d’incognite, con una cronaca – nera e non solo – in cui le “schedature” su quel che è la Norma sono di fatto saltate, gli argomenti di Zapparoli appaiono più che mai attuali. Perché quei normali di cui parlava (e parla ancora) lo studioso manifestano un disturbo che spiega a suo modo tante “stranezze” sociali del nostro momento storico. Infatti i perversi logici “dispercepiscono” la realtà, oggettivando al suo posto un insieme di meccanismi ideali che non corrispondono al vero. Così, come gli oggetti d’amore vengono idealizzati con conseguenti rapporti a dir poco velleitari, così le sensazioni di pericolo futuro sono caricate di caratteristiche magiche e onnipotenti, e il perverso logico gioca con i pericoli futuri nello stesso modo di come gioca con le possibilità di incontro amoroso. Ovvero, le nega. Si nega il pericolo, il bisogno, la possibilità di un piacere immediato. La logica viene posta al servizio di una sorta di eroismo illusorio che trascura il presente e valorizza solo il futuro. Per questi soggetti proprio la logica è soprattutto il mezzo per stabilire un rapporto con un feticcio (oggetto ideale) che compare e si forma in concomitanza con i propri bisogni, e che si dissolve e scompare con la saturazione dei bisogni stessi. Non percepiscono la verità e sono anaffettivi, perché hanno sostituito il sentimento con un castello di apparente funzionalità logica. Quindi non sentono ma fingono di sentire. Nel cinema di fantascienza forse li chiameremmo Ultracorpi. Stanno con noi e attorno a noi. Vicini di pianerottolo e al governo. Sfrecciano in macchina a trecento all’ora perché quel pericolo non esiste. Diffondono l’AIDS perché non esiste. Mandano 51


il mondo in bancarotta perché percepiscono un mondo economico che non esiste, quello che dovrebbe crescere all’infinito quando neppure l’universo è infinito. Normalità? Bisognerebbe cominciare a capire quel che s’intende con questa parola. Ma non ci sarebbe da stupirsi se scoprissimo che il pianeta è in mano ai perversi logici. In un saggio che scrissi e pubblicai nel 1980 a proposito di un film amatissimo come L’invasione degli Ultracorpi di Don Siegel scrivevo: “... se i perversi logici dovessero aumentare fino a saturare numericamente la quasi totalità del corpo sociale, forse si giungerebbe a una situazione in cui, al pari dell’invasione prospettata nel film, le emozioni e la sfera affettiva risulterbbero del tutto alienate.” Non gioco a fare il bravo profeta, ma oggi – trent’anni dopo averlo scritto – siamo qui a stupirci della scomparsa delle emozioni. Oppure non ce ne stupiamo, e magari l’emozione inizia a latitare anche in noi.

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Danilo Arona e il ritorno a Bassavilla intervista di Giampietro Stocco a Danilo Arona

In occasione della recente uscita di Ritorno a Bassavilla per i tipi delle Edizioni XII, abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Danilo Arona, fra progetti futuri e storie vere di ordinario paranormale... Bassavilla è la tua Alessandria. Molti autori cercano il sense of wonder fuori dal proprio quotidiano, o fuori dalle proprie radici. Tu invece fai la scelta opposta. Cosa c’è di così inquietante ad Alessandria? All’apparenza proprio nulla. Alessandria, oggi, è una città che sta percorrendo con una certa velocità la strada verso l’omologazione, l’appiattimento, forse la spersonalizzazione. Soffocata al suo interno e nell’immediata periferia da un coacervo numericamente improponibile di centri commerciali e iper/mega/ extra mercati che hanno ridotto in mutande il commercio tradizionale, il che accade in una città essenzialmente popolata da commercianti. Nonché martoriata dall’inquinamento. Gli alessandrini puri sono ormai, a stime super partes, il 10% in un contesto globale di poco inferiore ai centomila abitanti. Capisci bene che parlare di “radici” qui è sempre più dura — in un pianeta che negli anni ottanta si era persino inventato l’“alessandrinità” come modo tipico e peculiare di essere. Il mio, in parte, è un gioco, laddove uso un contenitore a mio parere congruo per quel che racconto, e in seconda battuta è il tentativo di creare una mitologia, inseribile in un contesto più ampio e affascinante, quello del Piemonte gotico e noir, che non è certo una mia invenzione. Le zone “inquietanti” però non mancano. Una per tutte, nell’ultimo ventennio, in pieno centro città, sono accaduti 53


alcuni delitti, cruenti e misteriosi. Nemmeno uno risolto. Però quasi tutti se ne sono già dimenticati e a nessuno frega nulla. E dire che forse uno o più assassini camminano fra noi. Ritorno a Bassavilla (RaB) è una collezione di piccoli terrori quotidiani. Da dove viene fuori la paura per Danilo Arona? Sinceramente non ho paura di nulla, a parte il fatalistico timore che più o meno tutti nutriamo nei confronti delle malattie incurabili dai nomi impronunciabili. La paura mi affascina, come elemento antropologico e centrale dei grandi generi popolari e della storia dell’umanità. I terrori quotidiani di RaB sono in buona parte fatti di cronaca, misteriosi e di dubbia interpretazione, su cui mi permetto di svisare, indossando in contemporanea l’abito dello scrittore e quello del cronista. Qual è il tuo rapporto col soprannaturale? Ci credi? L’ho frequentato così tanto che sono in grado di affermare che quello che “percepiamo” (per capirci) come soprannaturale sovente “esiste” ed è scientificamente spiegabile. Certo, come in ogni fenomenologia di confine occorre scremare la suggestione dall’oggettività. Però l’approccio “ci credi o non ci credi?” è sbagliato, fuorviante e indigesto. Il soprannaturale abita tanto a Lourdes quanto in diversi castelli piemontesi. E allora? I miracoli di Lourdes sono da tutti accettati, però chi vive un’esperienza medianica è spesso giudicato un mentecatto credulone (e preferisce tacere...). Non vedo la differenza. Io credo a quel che vedo e sento. E ho “visto” e ho “sentito”... cose che voi umani, ma adesso sto scherzando. 54


Non farti pregare: raccontaci almeno una storia (vera) di ordinario soprannaturale che ti è capitata… Siccome sono considerato un affabulatore, ti racconto qualcosa che è accaduto di fronte a parecchi testimoni. Nel castello di Piovera, vicinissimo ad Alessandria, all’inizio degli anni settanta. Un luogo bellissimo, tuttora “popolato” di entità che spesso provocano poltergeist ancor più spettacolari di quelli che si vedono al cinema. A farla il più breve possibile, il conte di Piovera, da poco insediato in quella che è tuttora la sua magione (e che divide oggi con una sposa dai notevoli poteri medianici...), ci chiamò al telefono per avere un aiuto nel problema riscontrato non appena messo piede nel maniero, leggi scale a chiocciola smontate, rumori strani, incubi, spifferi freddi in piena estate, insomma il classico repertorio dell’infestazione “soft”. Quando dico “ci”, mi riferisco a un “noi” che evoca un nutrito gruppo di ghostbuster ante litteram, di cui racconto anche in un paio di (comici) capitoli di Ritorno a Bassavilla (La casa dalle finestre che ridono e Il signore delle mosche). Ci presentammo al castello in quella calda notte di giugno che eravamo in una ventina circa (la voce di quella serata fuori dai canoni si era già sparsa per Alessandria e un sacco di amici volevano esserne testimoni, ivi comprese sette o otto ragazze tra le “top” dell’epoca...) e il conte, affiancato da due sventole mai viste, ci fece accomodare in una sala al primo piano. Per l’occasione mi ero trascinato dietro un amico medium (uno che allora faceva il veterinario e, siccome vedeva i morti alla stregua del bambino de Il sesto senso, smise di operare gli animali...) e un medico, perché temevo qualche conseguenza pesante. Dopo i soliti preliminari per mettere a fuoco il problema, optammo per una seduta “aperta”, senza contatto fisico tra la gente in catena. Roba evoluta, con il medium al centro che, andando in trance, metteva a disposizione il proprio corpo per le entità che volessero comunicare in diretta 55


con il conte o con noi. Con pochi passaggi da tecnica ipnotica effettuati con l’ausilio del medico (affinché tutto fosse regolare anche su un piano giuridico...), il veterinario divenne lesso nel giro di pochi secondi e io feci da conduttore. Alla prima rituale domanda “C’è qualcuno che vuole parlare con noi? (non è proprio così, ma sintetizzo...), il medium rispose con voce flebile: “È in giardino, sta arrivando”... Adesso tieni presente che era estate, che stavamo tutti al primo piano e che in quella sala due finestre si aprivano proprio su quel giardino: tutti, indistintamente, sentimmo con chiarezza dei passi lenti e strascicati che arrancavano sul terreno cosparso di pietruzze. Ci fu subito uno spostamento di pubblico dalle finestre al centro sala, ma il conte pensò bene di stemperare l’accenno di panico suggerendo che potevano essere i suoi cani. Ripetei la domanda e il veterinario stavolta mi rispose: “Sta salendo”, parlando sempre di qualcuno in terza persona. Considera che la pavimentazione tanto delle scale che della sala in cui ci trovavamo era in legno, purissimo parquet... Alla frase del veterinario, le orecchie di tutti percepirono gli scricchiolii in avvicinamento scalare, come se qualcuno, solido e pesante, stesse salendo. Questa volta la reazione fu di autentico “cago”, comprensibile dialettismo locale, e i testimoni si spostarono di nuovo in massa in direzione delle finestre. Incalzai ancora l’amico Bruno, così si chiama (oggi non fa più il veterinario), e lui mi disse, sempre in terza persona: “È di là”, intendendo l’anticamera del pianerottolo... Qui, caro Giampietro, puoi credere o non credere, puoi pensare che io stia facendo lo scrittore e stia “ciurlando nel manico”. L’opinione del mondo al riguardo è questione di lana caprina perché... perché quel “rumore dell’Altro Mondo” (fammelo scrivere così) lo sentimmo io e altre venti persone. Non si trattava più di passi strascicati su una superficie di legno, ma di enormi stracci zuppi d’acqua o di liquido similare che arrancavano nella direzione del nostro ingresso. Qualcosa che potrei sonoramente descrivere così: swush, 56


splash, swush, splash..., sempre più vicino. Le ragazze urlavano, i maschi berciavano in un coro di “fanculo, chiccazzo è, fatemi legnare quella testa di minchia!”, ma nessuno si spostava di un millimetro. Quando la logica suggerì che il fradicio deambulante stava per varcare la soglia, io chiesi ancora al medium: “Dov’è, Bruno? Adesso dovremmo proprio vederlo”. La risposta risuonò stupefacente, un rutto cavernoso che faceva sembrare la voce di Regan de L’esorcista come quella di Titti il canarino... “SONO QUI!”. Abbandonata la terza persona e urlata “in soggettiva”... Un suono tanto basso e profondo, spaventoso, che sembrava arrivare dalle fondamenta stesse del castello. E non poteva trattarsi della voce di Bruno. Qui m’interrompo. Gli sviluppi che ne susseguirono sono a dir poco emozionanti e ancora oggi, a distanza di tanto tempo, stanno provocando conseguenze. Ma non sono autorizzato a parlarne, perché ci sono troppe sfere private in ballo. Posso solo dire che Bruno ha smesso di esercitare. “Vede” ancora e, con un grande equilibrio spirituale, non va fuori di testa come accadrebbe alla gente comune. In una parte di RaB sostieni che la santeria, il voodoo, sono cose da non prendere alla leggera. Non ti senti un po’ demodé in questo mondo così materiale? Vale la risposta di prima. Ma posso approfondire due aspetti. Il primo: santeria, voodoo (e Palo Mayombe, se posso...) non sono da prendersi alla leggera perché funzionano in base al tacito patto di complicità, inconsapevole, tra vittima e carnefice. Il secondo: ho 59 anni e non mi sono mai preoccupato delle mode. Seguo una mia strada, convinto che nella coerenza esiste la chiave per affratellarsi con tanti altri miei “simili”. A Bassavilla — per restare in argomento — mi amano proprio per questo. Qualcuno magari mi detesta, ma questo fa parte delle controindicazioni dello scrivere e del diventare, di conseguenza, 57


personaggi pubblici. Infine, per quanto scriva romanzi “metafisici”, apprezzo il sano materialismo epicureo. È proprio necessario trovare un rapporto con l’inspiegabile, il soprannaturale, per rendere più “appetibili”, letterari, diciamo, certi fatti di cronaca? Necessario, assolutamente no. Mai detto né sostenuto. Dico e sostengo che l’inspiegabile e il mistero occhieggiano dalla cronaca di tutti i giorni, basta sfogliare qualsiasi giornale. E questa è la linfa “basica” del genere narrativo che propongo, quello “tutto mio”, parafrasando Evangelisti. E non da oggi, se posso ricordarlo: ci feci persino un editoriale per “Aliens” (Armenia Editore, fine anni settanta), partendo dal profondo mistero di un fatto eclatante come il suicidio collettivo della Guyana, quello che riguardò la setta del reverendo Jim Jones. “Suicidio”, insomma, non proprio... Che accadde, davvero, a Jamestown? Non lo so. Come potrei saperne? Me ne stavo di qui, dall’altra parte del globo, e neppure pensavo in quel momento che avrei dedicato parte della mia vita al giornalismo. Allora ci fecero vedere più di 900 cadaveri, tutti ben allineati e composti, e ci raccontarono che si trattava di un suicidio di massa. A me colpirono le dinamiche “misteriose” di un accadimento del genere. Peraltro che si tratti di una storia torbida, mai veramente spiegata e con intrallazzi politici a chissà quale livello, lo dimostra il fatto che ancora oggi il massacro della Guyana è coperto da segreto di stato. Di certo — non lo dico io — tantissimi, tra quei 900, vennero uccisi. Ma da chi? E perché? 58


Che rapporto c’è o potrebbe esserci fra il tuo mistery e la fantascienza? Un comun denominatore potrebbe essere proprio la paura. Sono ambedue generi “di tensione”. Del resto la fantascienza nasce storicamente come costola del gotico. Come mai, secondo te, il mistery, o l’horror, sono più popolari oggi della fantascienza? Credo che il discorso sulla minor popolarità della fantascienza sia pertinenza quasi esclusiva della letteratura. Al cinema la fantascienza “tira” ancora. Sulla carta stampata ha perso molto del suo fascino, un po’ perché certe tematiche dei decenni trascorsi — soprattutto quelle tecnologiche — hanno debordato nella cronaca quotidiana. Poi molti grandi maestri se ne sono andati e non ho visto rimpiazzi. Per l’horror, il discorso è più complesso e non facilmente riassumibile in poche righe: di certo come genere popolare si aggancia di più alle attuali paure del mondo occidentale perché quest’ultimo da alcuni anni teme soprattutto un nemico senza volto, mutaforma, in grado di metamorfizzarsi nel nostro tessuto sociale. Che sia il kamikaze islamico o il disastro economico nel quale stiamo allegramente nuotando, il fatto è che il domani, ogni domani, si è trasformato in un gigantesco punto interrogativo. Zombi e vampiri diventano così metafore appropriate. In RaB scrivi che di Stephen King hai fatto “indigestione”. Eppure il tuo modo di evocare la paura dal quotidiano ricorda molto il suo. Quali sono gli autori con i quali ti senti più familiare? Se ricordo King, mi spiace e faccio ammenda. E mi spiego: in una recente intervista rilasciata all’amico Eduardo Vitolo, ho dichiarato testualmente che per gli scrittori italiani è un autogol 59


riferirsi a King e agli americani, perché i “nostri” vivono su un altro e diversissimo pianeta. Visto che rivendico la coerenza tra le mie doti, trovo giusto ricordarlo. La verità è un’altra e te lo dice uno che ha scritto un libro proprio su King, Vien di notte l’Uomo Nero, stravenduto soprattutto in edicola. Esiste tutta una generazione, tanto in America quanto in Europa, che oggi viaggia tra i cinquanta e i sessant’anni, che si è abbeverata — per quel che riguarda le fonti anglosassoni — alle stesse sorgenti formative: The Twilight Zone, Lovecraft, Richard Matheson, Ray Bradbury, la Hammer, Robert Bloch, insomma tutto quello che è stato prima di King. L’horror, e soprattutto quel “certo modo di evocare la paura dal quotidiano”, non vengono da King, anche se qualche improvvido blogger pensa il contrario. King è un grandissimo scrittore che ha avuto il talento di raccontare l’horror tradizionale alla Hemingway o alla Faulkner, attraverso l’epica storica dell’orgogliosa appartenenza a una nazione... Che ci azzeccherebbe un italiano con King? Siamo seri. Le analogie di “atmosfera”, quando ci sono, sono puramente casuali. La tua scelta con Edizioni XII significa che per te il piccolo editore è l’editore ideale? Non ti so rispondere. Daniele (Bonfanti) è un mio amico. Io non ho scelto di lavorare con lui. Lui mi ha scelto e ha selezionato persino le “Cronache di Bassavilla” da infilare in questo libro. Io le ho montate in un certo modo, aggiungendone una prodotta “ex novo”. Non prima — Daniele può renderne testimonianza — di avere tentato di dissuaderlo dal procedere... Scherzi a parte, non ho idea di chi sia l’editore “ideale”. Se ti riferisci alle dimensioni ristrette come ambiente lavorativo particolarmente ricco e stimolante dal punto di vista umano, la mia recente esperienza — tuttora in corso — con Gargoyle Books è quanto mai positiva, per non dire di più... Sotto questo profilo, il pic60


colo editore è del tutto consigliabile. Ma, per la professionalità messa in campo, Paolo De Crescenzo è un “grande” editore. E Daniele, per quel che ci ha fatto vedere sino a oggi, non gli è da meno... I libri delle Edizioni XII sono prodotti di rara bellezza grafica. La copertina di Ritorno a Bassavilla meriterebbe, lei da sola, un saggio a parte... In RaB scrivi anche di essere un cinefilo e dai un quadro desolante del pubblico che oggi frequenta le multisale. Siamo noi che stiamo invecchiando, oppure è vero che oggi viviamo una fase di imbarbarimento complessivo? Non voglio suonare come un vecchio trombone che si lamenta dei ragazzini sociopatici. Vivo in mezzo ai ragazzi. Non sono tutti così, per fortuna. Se una parte di loro si esprime attraverso il vandalismo e la rottura di palle al prossimo, esiste una generazione parentale che deve porsi una serie di domande. Poi il discorso del degrado reale nella nazione — interno ed esterno, psichico e urbano, in alto e in basso — è troppo complicato per potermela cavare con una battuta o un elzeviro. Invecchio? A qualcuno non capita? Non c’è nulla da fare... ma forse il pianeta, se non invertiamo bruscamente la rotta, schiatta prima di me. A quando un tuo nuovo romanzo, e quale paura andrai stavolta a scavare? Dopo un’esperienza intensa e, per certi versi, devastante sul piano personale quale L’estate di Montebuio, ho intenzione di riposare e di dedicarmi solo alle “commissioni”. Il che significa un nutrito elenco di racconti per varie antologie, e un saggio di cinema. Come torno in forze, mi fiondo di nuovo sul progetto Bad Winds, dedicato ai “venti cattivi” che nel pianeta provocano disastri. E naturalmente continuo la collaborazione a “Carmilla61


online” con la rubrica La luce oscura, che si sta gradualmente trasformando in una sorta di “orologio dell’Apocalisse”: i pezzi che ho pubblicato sulla webzine di Valerio Evangelisti si sono sempre trasformati in operazioni letterarie molto fortunate, da Cronache di Bassavilla a L’estate di Montebuio, ivi passando per Ritorno a Bassavilla. Temo che capiterà qualcosa di simile con La luce oscura. Intervista pubblicata su Horror Magazine il 23 settembre 2009: http://www.horrormagazine.it/rubriche/4436

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Indice della demo 5

Bassavilla? di Daniele Bonfanti

9 La Grande Guerra 15 La casa di sabbia e nebbia 21 Io sono leggenda 25 Hangman’s Curse 29 Ghost 33 Il signore delle mosche 37 The Believers 43 Dead Mary, o di Maria la “smorsacandeila 49 bonus track: una perversione molto logica 53

danilo arona e il ritorno a bassavilla

intervista di Giampietro Stocco a Danilo Arona


Indice del libro integrale 5 Nota dell’Autore 7 Bassavilla? di Daniele Bonfanti 11 Scanners, the Beginning 17 La Grande Guerra 23 La casa di sabbia e nebbia 29 La guerra è finita 35 The Fog 39 Produttori di gelato in Siberia 45 La pianura fa paura 49 Vestiti per uccidere 53 Io sono leggenda 57 Mad (Alessandria 1951 - Milano 2000) 61 Il Diavolo probabilmente 65 Il maratoneta 69 Hell House 73 Zodiac 77 Boogeyman 83 Hanno sete 89 Grano rosso sangue 95 Hangman’s Curse 99 Psycho V - the Reality Show 103 Le colline hanno gli occhi 107 Satan’s School for Girls 113 Notte prima degli esami 117 La casa dalle finestre che ridono 123 Inseparabili 127 Kronos 131 Ghost 135 Punto zero 139 Spider 145 Il signore delle mosche 149 Il grande silenzio


155 The Believers 161 A volte ritornano 167 L’asso nella manica 171 Invasion 177 L’ultimo spettacolo 183 Dead Mary, o di Maria la “smorsacandeila”


Nella stessa collana - Eclissi Si deve imparare a vedere nell’ombra dell’Immaginario, poiché il debole sole della Realtà non sorge tutti i giorni collana diretta da Luigi Acerbi Melodia di Daniele Bonfanti Abattoir di Ian Delacroix Amandla! di Marco Pagani L’Altalena raccolta a cura di Alessio Valsecchi La corsa selvatica di Riccardo Coltri Six Shots di Alfredo Mogavero (primavera 2010) Raimondo Mirabile, futurista di Graziano Versace (primavera 2010) I ragni zingari di Nicola Lombardi (primavera 2010) --Dello stesso autore da Edizioni XII Archetipi con jay.rtf (Lake Effect) raccolta a cura di Luigi Acerbi e Daniele Bonfanti - Camera Oscura Scopri tutto su Edizioni XII www.xii-online.com Vuoi parlare con noi di questo libro? Vieni a trovarci su www.xii-online.com/forum


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Ritorno a Bassavilla - Danilo Arona  
Ritorno a Bassavilla - Danilo Arona  

Ben 68 pagine: otto cronache integrali tratte dal libro, e l'intervento di Daniele Bonfanti; e poi un'intervista all'autore a cura di Giampi...

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