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Edizioni XII Il segreto del Morbillaio - versione demo Fuori collana isbn 978-88-95733-17-3 Copyright © 2010 Danilo Giovanelli Copyright © 2010 Edizioni XII (Edizione) Tutti i diritti sono riservati per tutti i Paesi

Illustrazioni originali dell’Autore Editing di Daniele Bonfanti Impaginazione di Matteo Poropat In copertina: Illustrazione originale dell’Autore, elaborazione e progettazione grafica di Jessica Angiulli e Lucio Mondini - Diramazioni Prima Edizione Sito Web Danilo Giovanelli: http://danilojov.interfree.it Sito Web Edizioni XII: www.xii-online.com


Dell’amore non so dire, il tuo cuore non so udire, poi accarezzo il tuo tallone e lo sento rintoccare. Morbillaio, L’amore nel tallone, tratto da “Fiori negli occhi”


Q uesta C ontiene

è una demo .

i primi sei capitoli del romanzo ,

un ’ intervista , un racconto spin - off e tre illustrazioni inedite dell ’A utore .

B uona

lettura !


Fuori Collana

Danilo Giovanelli

Il segreto del Morbillaio


Personaggi Il grande poeta: Saturnetto Vinceslovo detto Morbillaio (1888-1921) I primi studenti della scuola di Vermiziano (1923): Ciclamina Arleini Gioconda Ero Gianfulcino Falcinori Felicetto Pinzoni Grazianino Sumello La classe quinta A: Luglino Tomino, maestro Lupino, Misto e Remo Acaso, belanti Ebète Gomez Ahmet, affascinante cosmopolita Cassandra Argento, posseduta Erode Petronio, ipocondriaco Donnetta Spilunga, secchiona Elio Sumello detto Rospo, secchione Crescione Vetropo, videogame-maniaco Gli Amici del Morbillaio: Grazianino Sumello, presidente Petronio Mitocondrio, vicepresidente Minzio Abbondante, archivista Sauro Diconò, informatico Merito Seiscello, barista Resto Minnino, muratore e imbianchino Petola Cotina, impiegata Orasmo Lantro, insegnante di canto Sismo Gradante, idraulico 6


Erto Gradante, elettricista Deficenzio, cane soprammobile La classe quinta E: Noemi Campobella, attraente mulatta Subuteo Cereo detto Nokia, messaggiaio Erminio Dottorando detto Info, secchione Remore Succedaneo, iPod-maniaco Guest star dall’altro mondo: Dorotea Rossi Maniscalchi de’ Falchi Rovi, ectoplasma

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La scuola di Vermiziano

La scuola elementare Saturnetto Vinceslovo sorge esattamente sopra le fondamenta della casa del celebre poeta vermizianino. Tutti gli abitanti di Vermiziano, dal 1923 in poi, hanno studiato su quei banchi e hanno imparato a memoria le sue incredibili poesie. Saturnetto portò nell’allora illetterato paese una ventata di cultura, primo vermizianino capace di leggere e scrivere. Nato nel 1888 da una famiglia di contadini crebbe, come tutti i coetanei, i genitori e gli antenati, a polenta. Più fragile di altri provò su di sé tutte le malattie che il buon Dio aveva avuto l’accortezza di diffondere nella valle, maturando contorto, piagato e giallastro, colore della polenta con la quale si mimetizzava. Quando dalla valle attigua, tre o quattro volte all’anno, giungevano i parenti, in occasione della polentata di rappresentanza, Saturnetto si confondeva con la calda pietanza e riceveva da tutti diverse dolorose forchettate. I minuscoli forellini, cicatrizzando, gli conferirono il caratteristico aspetto maculato che gli valse il soprannome di Morbillaio. Cominciò a erudirsi, di nascosto dal padre, leggendo un antico tomo di anatomia rinvenuto in un casale diroccato che sosteneva, tra le tante amenità, che il cuore è sede dell’ipotalamo nell’infanzia e che solo più tardi, trasportato dalle arterie, migra nel cervello. Quando, a dodici anni, dichiarò di volersi istruire nella vicina scuola di Vallonta provocò un autentico dramma familiare: mandava in fumo secoli di rinomata ignoranza. Il padre, che si vantava di non aver mai nemmeno visto un foglio scritto, accusò il pesante colpo e il suo cuore da allora non fu più lo stesso. Saturnetto recuperò velocemente gli anni persi, anche 9


se a causa dei traumi e delle sconsigliabili prime letture la sua formazione risultò a tratti frammentaria e alterata, incompleta e deviata, caratteristica che lo avrebbe reso in seguito famoso. Si ha notizia dei suoi primi componimenti già dai suoi diari, segno di una incontenibile esplosione artistica che tardò a manifestarsi solo a causa dell’ignoranza nella quale era stato cullato. Si può affermare che era stata proprio la sua facilità creativa a spingerlo naturalmente verso l’erudizione, e chissà quali vette avrebbe toccato se la morte non lo avesse accolto ancora giovane, trentatreenne redentore della valle, lasciando una ponderosa eredità laddove nessuno aveva mai posseduto nulla. Lasciò cultura e tracciò un solco per le generazioni a venire, trascinando Vermiziano fuori dalla spirale dell’analfabetismo. Il suo corpo leopardianamente straziato dalle malattie, deforme e rattrappito, fu per alcuni giorni esposto davanti al sagrato e molte furono le persone, anche celebri, venute a rendergli l’ultimo saluto. Poi il parroco, incapace di contrastare i gatti che persino dalle valli vicine accorrevano richiamati dal fetore, decise di inumarlo nel piccolo cimitero accanto alla chiesa, dove ancora giacciono le sue ossa. L’epitaffio funebre, inciso sul marmo bianco della lapide, era stato scritto dallo stesso poeta, quando il suo destino gli si era mostrato ben chiaro: Qui giaccio io Che fui carne e sangue Che fui polenta e versi Ma ora nulla mi tange. Tuttavia niente sarebbe davvero cambiato se il curato, nelle domeniche successive alla morte dell’artista, non avesse elargito roboanti prediche agli abitanti di Vermiziano esortandoli a non lasciarsi sfuggire il retaggio del giovane poeta e a commemorarlo con un’opera che ne rappresentasse lo spirito: una scuola a lui 10


intitolata. Gli abitanti, grandi e piccini, furono colti dal terrore: una scuola nella loro ridente isola di ignoranza appariva come una prostituta tra le braccia del Papa. Ciononostante l’esortazione arrivava dal prete in persona e a tale richiamo quegli onesti timorati di Dio, pur mal volentieri, non si sarebbero mai sottratti. Così, con lo sforzo di tutta la piccola comunità e quasi senza aiuti statali, un paio d’anni più tardi nacque la Saturnetto Vinceslovo, costruita dove il poeta aveva vissuto il periodo più creativamente fertile della sua esistenza. All’inizio la scuola era composta da una sola grande aula, che soprastava le originarie cantine, e da un bagno, che era in realtà una latrina chiusa sotto cui passava un piccolo canale di scolo. L’insegnante, com’è ovvio, fu chiamato da fuori paese, ed era un neodiplomato di Crescionazzo, borgo a una decina di chilometri da Vermiziano. Cinque i primi studenti, che avrebbero cambiato il corso della storia di Vermiziano: Felicetto Pinzoni, Grazianino Sumello, Gianfulcino Falcinori, Gioconda Ero e Ciclamina Arleini.

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Essere studenti a Vermiziano

I bambini affollavano il cortile della scuola. Su di essa gli interventi, negli anni, erano stati ripetuti con accanimento che di terapeutico aveva ben poco. Vermiziano si era ingrandita fino a toccare lo spropositato numero di diecimila anime e la scuola aveva dovuto ingrassare di conseguenza. Vista l’importanza storica e culturale del sito, molti rinomati architetti avevano voluto contribuire di persona, ognuno col suo personale stile da applicare a quel tempio del sapere. A causa dell’esplosione demografica i lavori di allargamento si erano susseguiti con regolarità, al ritmo di uno ogni due anni, e nessuno nel rispetto della struttura preesistente. Il risultato era una specie di mausoleo bitorzoluto, storto e caotico. Contava ottantacinque colonne di ogni genere, dal classico al futurista, ognuna di altezza differente, ragione per cui il soffitto era una superficie ondulata e irregolare e tale era il pavimento del primo piano. Le aule avevano colonne al centro, spesso in posizione diagonale e orizzontale, cosicché solo alcuni studenti godevano della vista della lavagna e qualcuno non aveva mai neppure conosciuto il maestro. Avevano inoltre ogni forma geometrica che le tre dimensioni possono consentire e qualcuna che, si diceva, ne sfruttava altre: prisma obliquo, parallelepipedo piegato, tetraedro zigrinato, dodecaedro carpiato, icosaedro, piramide irregolare, cilindro, sfera! I banchi erano conseguenze logiche e talvolta possedevano un solo piede per riuscire a rimanere in equilibrio su quei pavimenti geometricamente impossibili. I corridoi erano in costante pendenza e in alcuni passaggi le scale erano state sostituite con pareti per arrampicate. C’erano 13


corrimano ovunque, e per giuste ragioni, ma li si poteva trovare anche sul pavimento, e in quel caso azzoppavano più di un pie’ veloce. Nei bagni l’ardire degli architetti aveva superato ogni limite. C’erano orinatoi sul soffitto, lavandini a due metri d’altezza con lo scarico sul lato opposto della stanza, turche adagiate sotto il livello del suolo e accessibili solo attraverso cunicoli. L’erogatore della carta era perfettamente accessibile, ma quasi mai rifornito. Per allietare le giovani menti e predisporle allo studio era stata condotta un’attenta indagine sui colori, naturalmente poi ignorata. Pertanto ogni parete aveva un colore differente e nella stessa stanza, qualora non fosse arrotondata (nel qual caso i colori digradavano), potevano convivere il rosso scarlatto, l’indaco, il verde vescica, il giallo di Marte e il grigio piombo. Nell’insieme la Saturnetto Vinceslovo, vista dall’alto, sembrava un deposito chimico-nucleare a più riprese scoppiato e ricostruito, e ben lo sapeva l’aviazione statunitense che una volta era stata prossima, per errore, a bombardarla. I bambini attendevano di entrare nelle aule e si erano disomogeneamente distribuiti in gruppi più o meno numerosi. Ogni venti secondi un transatlantico dotato di ruote motrici anche sul portapacchi e una microscopica mamma al volante vomitava qualche ragazzino. Il più delle volte si gettavano dal fuoristrada con l’audacia di un paracadutista della Folgore, atterrando con ferma disinvoltura, ma ogni tanto accadeva che un’esitazione di troppo li scomponesse in una caduta libera agitata e rovinassero lunghi distesi al suolo, sommersi dallo zainetto più grande di loro. In quei casi in pochi istanti, come mosche attirate da miele iperzuccherato, i bambini correvano attorno al disgraziato rovinandogli l’ego in fase embrionale, cantandogli canzoncine ilari su incapacità motorie e riproponendogli come in una moviola vivente il suo capitombolo, a detta dei presenti sempre il più eclatante mai accaduto nella storia dei mammiferi. 14


I meno propensi ad abbandonarsi a questo genere di linciaggio psicologico se ne stavano dentro il cortile duellando a colpi di sms. La sfida era una riedizione del buon vecchio duello western, riveduto e corretto per bambini del terzo millennio. La cornice, tuttavia, rimaneva la stessa e si riproponeva secondo un tacito copione ben noto a tutti i bambini, quasi ad avercelo scritto nel dna tra una doppia elica e l’altra. Uno studente entrava dal cancello della scuola con aria torva, trascinava i piedi sollevando polvere, scrutava i volti con supponente indifferenza, fino a soffermarsi un po’ più a lungo su uno in particolare, increspando di malcelato disprezzo le labbra. Il volto in questione apparteneva a un messaggiaio di comprovata fama al quale tentare di fare le scarpe per guadagnarsi un po’ di celebrità. Il messaggiaio stringeva gli occhi con sprezzo per avvisare lo sfidante di lasciare perdere finché era ancora in tempo, ché quel giorno non aveva voglia di sporcarsi le mani con un pivello e aveva compiti in classe ben più importanti per la mente. Qui avveniva la scelta. Lo sfidante talvolta vacillava dietro a tanta sicurezza e distoglieva subito lo sguardo, all’improvviso vedendo un non meglio precisato amico a un chilometro e accelerando il passo per raggiungerlo. Ma era una mossa molto stupida perché non sempre il messaggiaio era così clemente e, forte della codardia dell’avversario, lo scherniva in pubblico, facendo calare i suoi punti in modo tale che non avrebbe mai più alzato la cresta per tutte le elementari. Se invece lo sguardo veniva mantenuto, allora il messaggiaio doveva tener fede al suo titolo e non poteva ignorare la sfida. Interrompeva l’incedere strascicato dello sfidante con una a scelta tra queste frasi: “Ehi, amico, ce l’hai con me?” “Mi sa che oggi qualcuno non sentirà la campanella dell’intervallo”. “Hai fatto un brutto sogno, bimbo, se vuoi te lo faccio continuare”. 15


La platea si zittiva di colpo e qualche bambina doveva lasciarsi scappare uno strilletto smorzato. Lo sfidante poteva allora optare per una di queste tre cose: - sputare per terra; - puntare l’indice contro l’avversario e guardarlo intensamente; - estrarre il proprio telefonino e orientarlo in modo da riflettere col display il sole negli occhi del messaggiaio (possibile solo in giornate opportunamente soleggiate). Il messaggiaio, a questo punto, non aveva scelte: doveva sorridere e dire: “Questa scuola è troppo piccola…” e con lentezza estrarre il proprio telefonino. La folla, dunque, si disponeva in due ali tra i contendenti formando un corridoio ideale a debita distanza e generava un silenzio così tangibile che impediva anche ai suoni circostanti di penetrare la cortina. I due si sistemavano a una decina di metri l’uno dall’altro e mostravano i rispettivi cellulari alzandoli in alto, sopra alla testa. Due volontari tra il pubblico andavano a controllare nei menù che non ci fossero sms già scritti di alcun tipo, né inviati o ricevuti né nelle bozze, e nel caso li cancellavano. Quindi si informavano sui numeri di telefono dei contendenti e li scrivevano nella prima posizione di memoria. Infine lasciavano le tastiere sbloccate e pronte all’uso e ritornavano ai loro posti. Un nuovo volontario, in genere un secchione di fama, avanzava poi tra di loro annunciando che avrebbe contato fino a tre e poi avrebbe dato il via. Al segnale il palmo si doveva stringere attorno al telefonino e spedire all’avversario il seguente sms: “6 una caccola dgTO-deficiente incapace di dgtr in sequenza xsino i campanelli di un condominio :-)”. Testualmente. Perdeva colui al quale arrivava per primo il messaggio dell’altro, perfetto e senza un solo errore di battitura. Altrimenti il risultato si rovesciava. Il perdente doveva raccogliere da terra una manciata di sabbia, cospargersi il capo e andarsene a testa bassa da una breccia spontanea che si creava tra la folla. Il vincitore veniva osannato e gli veniva baciato il cellulare in segno di venerazione. 16


Il più grande campione di tutti i tempi, ancora imbattuto dalla prima alla attuale quinta elementare, unico Messaggiaio con la M maiuscola citato in tutti i discorsi, era Ebète Gomez Ahmet. Ebète portava i suoi quasi undici anni con la pesantezza di un trentenne. Le sfide in cui era stato spesso trascinato lo avevano reso refrattario alla paura. Guardava con semi-indifferenza la massa di bambini che aveva attorno senza realmente considerarli coetanei. I continui viaggi che faceva con la sua famiglia gli avevano conferito la fama di profondo conoscitore del mondo. Sua madre era cilena di madre italiana e padre ucraino. Suo padre era spagnolo di madre statunitense e padre kuwaitiano. Il padre di Ebète lavorava come consulente di una importante multinazionale del petrolio e volava di giacimento in giacimento senza giorni né orari. La madre era Integrated Web Consultant Senior in una software house. Pur non avendo mai capito in cosa consistesse il suo titolo e il suo lavoro anch’essa volava su e giù per il globo. Ebète rimaneva molti giorni all’anno con la sua tata, la signora Carmela Rottermajer, siculo-tedesca con un accento a tratti incomprensibile e una forte vocazione da secondino. Con cadenze precise la famiglia si recava dai nonni, tutti separati e risposati: la nonna materna italiana aveva sposato un marocchino e viveva a Kathmandu; il nonno materno ucraino aveva sposato un’australiana e viveva in Sudafrica; la nonna paterna statunitense aveva sposato un argentino e viveva a Mosca; il nonno paterno kuwaitiano aveva sposato una cinese e viveva a Oslo. Spesso veniva lasciato per brevi periodi a qualche nonno che ci teneva a fargli vedere il paese natio sia suo che del nuovo partner e via, Ebète era di nuovo in viaggio. Alla sua giovane età aveva più ore di navigazione di un pilota pensionato dell’Alitalia e parlava così tante lingue che spesso le mischiava generando spontaneamente un suo personalissimo esperanto. Il miscuglio di caratteri che componeva la sua fisionomia gli conferiva un aspetto piacevole e proporzionato: i capelli ricci color paglierino, gli occhi scuri e intensi e un po’ a mandor17


la, la carnagione appena olivastra, il fisico asciutto e alto, per la sua età. Tutto questo faceva di lui il bersaglio dei primi incerti sentimenti delle tante bambine della Vinceslovo. Ebète scavalcò un bambino appena gettatosi da una jeep ed entrò distratto nel cortile della scuola. Portava un fez in testa e un abito tipico tirolese avvolto da un pesante tabarro giallo. L’autunno era molto freddo, nella valle, e le alte montagne circostanti erano già imbiancate da diversi giorni. Ebète si guardò intorno per cercare i suoi più fidati compagni di classe, che si riunivano sotto l’abete di quindici metri che ogni anno veniva addobbato per Natale. Riconobbe il Rospo che agitava la mano nella sua direzione e lo raggiunse. «Ciao Ebète». «Morning Rospo». Il soprannome di Elio Sumello non era stato dato a caso. Del rospo Elio aveva gran parte delle caratteristiche. Occhi enormi e sempre strabuzzati coi quali fissava le persone, in piena violazione degli insegnamenti impartitigli dai genitori, senza quasi mai sbattere le palpebre. Quando tuttavia le sbatteva, calavano piano piano e disgiuntamente, lasciando il bulbo oculare troppo umido e facendolo luccicare come quello di un cocainomane all’ultimo stadio. Le mani erano piccole ma le dita lunghe e affusolate, con i polpastrelli grandi e carnosi. Somigliavano proprio alle zampe delle raganelle. La bocca era grande da orecchio a orecchio e colma di piccoli denti irregolari. Era senza dubbio obeso, le gambe grasse ma le braccia in linea con le mani, corte e magre. Camminava un po’ ricurvo e aveva un’andatura incerta e saltellante. Per completare l’opera di immedesimazione con l’anfibio possedeva un disturbo congenito allo stomaco: al suo interno si creavano, a causa dell’errata conformazione, delle sacche d’aria che movimenti bruschi sparavano lungo l’esofago. Le pressioni che accompagnavano tali masse d’aria gli gonfiavano a tratti la gola provocandogli un senso di soffocamento al quale reagiva aprendo la grossa bocca a dismisura. Il risultato finale era una 18


specie di ruttino grave e masticato, fin troppo simile al verso del rospo. Tale disturbo era stato combattuto per qualche periodo utilizzando alcune pillole che dovevano diminuire l’aria in eccesso ma che avevano avuto il solo scopo di far intraprendere alle masse d’aria un percorso speculare. Le pillole erano dunque state sospese e i medici si erano limitati a constatare che il grosso del problema derivava dalla bocca troppo grande del bambino, consigliandogli quindi di tenerla chiusa il più possibile. La spiacevolezza del gracidare di Elio era purtroppo amplificata dall’alitosi, provenendo i gas per l’appunto direttamente dallo stomaco. Gli amici avevano imparato a conoscere i tempi e i modi del disturbo e ai primi rigonfiamenti si allontanavano lasciando svaporare a distanza il compagno. In classe maestri e alunni sopportavano verso e lezzo, visto che era ormai evidente che non fosse possibile evitarli né segregare sottovuoto l’alunno. Ebète si guardò meravigliato attorno. «Et les autres?» chiese. «Oggi non si è ancora fatto vedere nessuno». «Bigiano tutti?» «Mi sa di sì. Il maestro ieri ha fatto capire che era tempo di verifiche di matematica. Sembra che le tabelline siano frutti autunnali e che maturino in questa stagione», scherzò. Ebète ricordò le allusioni del maestro e i compiti assegnati a prevalente contenuto matematico. «Right, i compiti!» «Non li hai fatti? Vuoi che te li faccia io? Ci metto due minuti, li so a memoria…» Il Rospo era estremamente servile nei confronti di Ebète che a causa della sua personalità e del suo fascino aveva un forte ascendente su di lui. Inoltre era secchione nell’animo oltre che nel fisico e l’idea di sgobbare sui libri sostituiva i primi vaghi impulsi sessuali con ben maggiore intensità. «No, no, li ho fatti. È che non avevo considerato le allusioni del teacher. Che dici, bigiamo nosotros também?» Il Rospo si raggelò. La gola gli si gonfiò in pochi istanti, Ebète spiccò un balzo indietro e l’amico gracidò aglio tutto attorno. 19


«Ma con cosa fai breakfast, Rospo?» Il Rospo calò la palpebra sinistra e si guardò un po’ imbarazzato in giro, sperando che non avesse sentito nessuno. Avevano sentito tutti, che infatti lo guardavano tra i sorrisini che non erano troppo marcati per rispetto del Messaggiaio. «Stamattina non c’era il latte e la mamma mi ha fatto due bruschette». «By Jove, ma proprio all’aglio le doveva fare?» «La bruschetta non è bruschetta senza aglio. Dice che fa bene». «Maybe to you, alla società meno. Alors, che dici, bigiamo?» Il Rospo tornò a irrigidirsi. «Ma io veramente… per me non è un problema, so tutto. Lo faccio anche per voi, così il maestro non si arrabbia perché ha qualcuno da interrogare», rispose. «Rospo, how many times sei stato interrogato dall’inizio dell’anno, cioè da poco più di un mês?» «Mah, non saprei…» finse Elio. «Lo sabes, lo sabes…» incalzò Ebète. «Sei volte in italiano, tre in inglese, quattro in matematica e due in informatica. Ma io lo faccio volentieri, lo sai». «Lo so, d’accordo, ma hai già interrogazioni for a couple of years scolastici! El profesor per una volta si sfogherà con someone else». Guardò verso l’ingresso e vide Donnetta Spilunga, la secchiona della classe, già in pole position. «Mira, c’è la Spilunga ready ai blocchi di partenza». Elio si girò di scatto e guardò Donnetta con astio. Era la sua unica spina nel fianco, l’unico ostacolo che si frapponeva tra lui e la carica di massimo secchione. Era insidiosa, spesso rispondeva alle domande una frazione di secondo prima di lui ridicolizzando la sua risposta che sembrava una semplice eco. I suoi voti erano sempre eccellenti e davvero era impossibile stabilire chi tra i due fosse il migliore. Una o due interrogazioni in più potevano aumentare la stima del maestro nei suoi confronti e il Rospo non poteva permetterlo. 20


«Oddio, no, non posso proprio, scusa Ebète, ma a quella la soddisfazione di farsi interrogare senza la mia presenza non gliela do». «Last time sei venuto a la escuela con la febbre a quaranta perché sapevi che was interrogata. Eri blanco come un cencio, svenivi ogni five minutes e avrai vomitato una decina di volte nel tuo zaino, che à la fin del la leçon faceva una puzza terribile! Esta cosa non è per niente sana Rospo, capisci? Non è che c’è something you feel per la Spilunga?» Ma il Rospo non ascoltava più, aveva occhi vitrei puntati sull’odiata antagonista e dalla bocca semiaperta entrava troppa aria che presto avrebbe maturato i suoi frutti. Ebète capì che non c’era nulla da fare. Diede una leggera pacca a Elio perché tornasse in sé. «Eh?» «Senti, ho comprendido. Tu vai dentro, io raggiungerò les autres al Covo. Evidemment acqua in bocca, tu non me has visto». «Ma certo Ebète, per chi mi prendi? Ora taglia la corda che sta per suonare la campanella. Esci dal retro, vedrai che il maestro entrerà tra qualche secondo dal cancello principale». Ebète sorrise. «You never done it ma sei preparatissimo in materia». «Sono un teorico. Ma un giorno lo farò… magari un giorno in cui Donnetta è malata e il maestro non c’è e la supplente non interroga e…» «Ma va’!» Ebète schizzò via. Elio guardò in direzione della compagna. La campanella suonò e questa si smaterializzò in un lampo. «Porca miseria! Quella vuole prendere il posto proprio sotto la cattedra!», e saltellò velocemente verso l’ingresso.

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Il Covo dei dissidenti

Ebète arrivò al Covo tagliando per i campi. Il Covo era una baracca di lamiera, nei pressi di un cantiere edile, che serviva da magazzino per gli attrezzi. Il cantiere era ufficialmente aperto, ma tale era da almeno vent’anni e della struttura che avrebbe dovuto erigere si scorgeva appena un accenno di fondamenta. Un cartellone all’ingresso annunciava l’edificazione di un centro commerciale, un costo esorbitante espresso in unità monetarie in disuso e la data di presunta fine dell’opera che era quella di nascita di molti ragazzi maggiorenni in circolazione. Le motivazioni della sospensione a tempo illimitato dei lavori erano ignote ma circolavano diverse voci che giustificavano la cosa. Pareva infatti che l’opera fosse abusiva e questo per due motivi ben riscontrabili: il terreno era della signora Ero Gioconda, un’anziana fuori di testa che tuttavia non aveva mai permesso a nessuno di fare alcunché nei suoi possedimenti e quindi era poco probabile che infine si fosse decisa a cederne uno; inoltre il terreno in questione era formato perlopiù di sabbie fini che avrebbero sconsigliato persino l’edificazione di una capanna, figuriamoci un complesso commerciale. L’opera appena iniziata, con gettate di cemento da cui germogliavano arrugginiti tondini, conferiva al paesaggio una desolazione particolare, amplificata dal clima autunnale. Ebète si avvicinò con aria circospetta. Un silenzio spettrale suggeriva che il cantiere fosse deserto, ma il bambino sapeva bene che la vedetta lo aveva avvistato da molto lontano. Sapeva inoltre che lo aveva riconosciuto, ma non per questo l’iter si sarebbe potuto aggirare. Arrivò all’ingresso della baracca e bussò tre volte. Silenzio. Tossì altre tre volte. Nulla. Richiamò un den23


so catarro con un suono sgraziato e lo sputò contro la lamiera, che vibrò come sotto l’urto di un sasso. Una vocina flebile provenne allora dall’interno. «Parola d’ordine?» «è qui che si vendono articoli per l’allevamento degli struzzi?» La serratura scattò e la porta si aprì. Una bambina bionda e bianca come un foglio gli sorrise. «Hai le biglie nei polmoni? Mai sentita una scatarrata così dura!» Ebète entrò nel capanno privo di finestre. L’unica fonte di luce era una lampada a carburo appesa al centro che tuttavia sembrava ormai prossima a estinguersi. Una fiammella piccola e agitata gettava ombre instabili tutto intorno. La bambina richiuse la porta tagliando fuori quel poco di luce naturale che aveva cercato di farsi largo. Ebète andò con sicurezza a sedersi su una cassetta di legno intanto che gli occhi si abituavano alla semioscurità. «Eravamo quasi convinti che questa volta saresti entrato col Rospo. Lui di sicuro è entrato, no?» Nell’oscurità la bambina sembrava emanare un vago alone che le metteva in evidenza la silhouette. Ebète rivolse un’occhiata veloce agli altri due bambini presenti nel Covo ma nessuno di loro aveva lo stesso alone. Provò a ignorarlo. «Ero quasi riuscito a convincerlo, Cassandra. Then ho commesso l’errore di fargli notare que la Spilunga era già in pole position e non ci ha più visto». Una risatina smorzata si originò a un metro da lui. «Quello, quando vede la Spilunga, non capisce più niente!» disse Crescione mentre una luce bluastra gli illuminava il volto. Crescione Vetropo aveva una dipendenza dichiarata per i videogiochi. Aveva decine di tera di hard disk, sul computer di casa, occupati da sparatutto, picchiaduro, simulatori, manageriali, platformer, giochi di ruolo, avventure grafiche e qualunque 24


altro genere; quattro console di ultima generazione sempre accese simultaneamente sui quattro televisori di casa; disponeva di tutti i modelli di console portatili e le portava sempre tutte con sé, infilate in ogni tasca o in uno zainetto dedicato, e non c’era sala giochi in cui non si fermasse di tanto in tanto per fare una partita. Ultimamente gli amici avevano calcolato che non poteva stare più di quindici minuti senza fare almeno una giocata ed erano riusciti a falsificare un certificato medico che lo attestava per permettergli di sopravvivere in classe. I disturbi di questa nuova dipendenza infatti erano del tutto simili a quelli causati dall’eroina e dopo averlo visto stralunato, sudato e sbavante all’angolo di un bar, mentre elemosinava qualche euro da investire in una gara virtuale di formula uno, avevano deciso di aiutarlo a non dover più soffrire tanto. Dopotutto lui oramai non aveva la necessità di concentrarsi nel gioco, ma solo di soddisfare il bisogno meccanico di cliccare, digitare, pompare su una tastiera, e poteva farlo anche mentre parlava o veniva interrogato. I maestri effettivamente non avevano riscontrato problematiche di sorta e, certificato alla mano, lo lasciavano fare. In quel momento era impegnato in un sorpasso in moto e intanto fissava Ebète. «Are you winning?» chiese Ebète. «Naturalmente. Questa Honda la porto anche a occhi chiusi!» si vantò. Un colpo di tosse alla sua sinistra richiamò l’attenzione di Ebète. Dall’oscurità emerse il volto itterico di Erode, che gli rivolse un cenno con la mano mentre nuovi spasmi, colpi di tosse e starnuti si susseguivano deformandogli l’espressione. Proseguì così per oltre un minuto sotto gli occhi per niente meravigliati dei tre amici. Quando un rantolo soffocato indicò che la crisi era passata Ebète chiese: «Como estàs Erode?» «Mah, oggi sto meglio, devo dire». 25


Si frugò in tasca e ne emerse con una pillola violacea che ingurgitò senza bisogno di aiutarsi con acqua. «Questa è Tossilenix, ne devo prendere quattro al giorno, servono per decongestionare i bronchi infiammati altrimenti gli aerosol di Polmonit che faccio alla sera per sciogliere i miei eccessi di catarro patologico rischierebbero di bucarmi i polmoni». Ebète avvertì una leggera fitta intercostale. «Erode, io ti conosco dalla prima elementare e ti ho visto collezionare una malattia dietro l’altra senza mai guarire. Non potrebbero essere le medicine che ti fanno stare peggio?» sentenziò Cassandra mentre una inconsistente fiammella bluastra, quasi un fuoco fatuo, le stazionava sulla testa. Ebète la vide, ebbe un leggero brivido e distolse subito lo sguardo. «Sì sì, hai perfettamente ragione. Il dottor Sigmondi, il mio psicanalista, sostiene che il cinquanta percento dei miei disturbi sono di origine psicosomatica, perché l’altro cinquanta percento di vere malattie ha minato la mia salute mentale, facendomi credere di essere sempre malato. Per questo motivo il cinquanta percento dei farmaci che assumo sono placebo, ma io ignoro quali. Ne sono stato però messo al corrente per farmi rendere conto di non essere un malato totale. Il dottor Sigmondi dice che sono un caso unico e che scriverà un libro su di me». «Ne siamo convinti». «Mi hanno impedito di leggere libri di medicina perché ho la tendenza a considerare immediatamente miei i sintomi di ogni disturbo». Ricominciò a tossire. La lampada a carburo si spense lasciando tutti al buio. Solo Cassandra continuava a emettere un alone luminoso e il fuoco fatuo sul suo capo brillò. Ebète ebbe un sussulto e anche Erode e Crescione, che fino ad allora non parevano essersene accorti, tremarono un po’. «Cassandra, apri un poco la porta», mormorò Crescione. La bambina, leggera e affatto preoccupata, aprì la porta di una decina di centimetri. Entrarono luce e una folata di vento gelido. 26


L’alone e la fiammella non si videro più. Ebète si fece coraggio. «Cassandra… scusa si lo pregunto ma, tu hai una specie… how can I say, di aura…» Non seppe come continuare. La bambina gli sorrise. «Beh, sì, è una bambina», disse con candore. Crescione emise un urletto che soffocò subito. Erode starnutì d’ansia. A Ebète un brivido partì dall’osso sacro e arrivò fino alle punte dei capelli. Nessuno commentò. «Si chiama Dorotea». Crescione si ribaltò all’indietro e contemporaneamente uscì di pista con la sua Honda. «Ma non dovete temere, siamo insieme da tanti anni anche se non ve l’ho mai detto. Il suo spirito mi possiede da molto tempo, non volete sentire la sua triste storia?» La porta della baracca si richiuse di colpo. La lampada a carburo si riaccese da sola. Il fuoco fatuo e l’alone presero ancora più vigore. Erode, in balìa di un attacco d’asma, si attaccò a un erogatore spray. Crescione premette i tasti della sua console a caso e le moto cominciarono a percorrere sensi unici e piste ciclabili. Ebète si strinse nel suo tabarro giallo e si calcò il fez in testa. Nella stanza la temperatura si abbassò di almeno un paio di gradi. Cassandra sorrise con viso benevolo a tutti e tre, poi si fermò in piedi e reclinò un poco il capo a sinistra. «Mi chiamo Dorotea Rossi Maniscalchi de’ Falchi Rovi e sono nata a Sempitello il 5 febbraio 1237», esordì una voce stridula che non usciva dalla bocca immobile di Cassandra, ma si originava da ogni angolo della stanza e nella stanza stessa riecheggiava. I bambini si voltarono da ogni parte, terrorizzati. Erode non trattenne una piccola minzione. «Mio padre era il signore di Sempitello e governava tutta la valle dello Sguonzo per conto dei Conti di Sponzano, direttamente imparentati coi sovrani di Francia. Appena nata mio padre mi rinnegò perché 27


avevo i capelli rossi come il fuoco e la pelle bianca come il latte e gli occhi verdi come i campi di aprile e le balie gli dissero che solo le creature del demonio avevano simili caratteristiche. Mio padre credette loro, ma forse soprattutto perché lui era olivastro con i capelli e gli occhi corvini e mia madre altrettanto. Lo stalliere non so, scappò la notte stessa. Mio padre voleva che fossi gettata dalla rupe di Sempitello dritta nello Sguonzo ma mia madre fu contraria e mi salvò la vita. Venni allattata da una balia ottantenne e non so bene cosa uscì da quel seno avvizzito. Di certo so che la mia carnagione da bianca divenne grigiastra e che i miei rossi capelli si arruffarono come code di maiali e altrettanto duri rimasero». Cassandra rimaneva immobile al centro della baracca, gli occhi fissi verso un punto imprecisato tra Ebète e l’infinito. I tre bambini, i cui stomaci si erano contorti e annodati, non muovevano più un solo muscolo: Ebète intabarrato con gli occhi spalancati; Crescione con la bocca semidischiusa, raggomitolato con la console; Erode con l’erogatore in bocca alla maniera di Popeye e le braccia immote lungo i fianchi. «Avevo da poco compiuto un anno che nacque il mio fratellino, Ardone Rossi Maniscalchi de’ Falchi Rovi poi conosciuto come Ardone il Grande, e insieme a lui se ne andarono anche quel poco di attenzioni che mi erano destinate. Crebbi sola, non vedevo quasi mai i miei genitori salvo in rare occasioni, e accanto a me avevo solo e sempre balie ultrapensionate che per dure leggi naturali campavano spesso non più che qualche mese. Crebbi in un mondo mio, costruito tutto nella mia mente, un mondo sereno e tanto bello che quando vedevo il mio fratellino correre felice nel cortile non provavo affatto invidia, anzi piuttosto ero triste per lui, così esposto agli affanni quotidiani e non protetto dall’amore ovattato del mio intimo universo. Crebbi, ma non tanto, perché quel latte ottuagenario, credo, mancava di diversi elementi nutritivi, forse di tutti, ed ero ogni giorno più debole. Più debole e più piccola. Sempre più piccola, tanto che nel mio 28


mondo mi chiamavano Pollicina persino le coccinelle. Sempre più piccola, giuro, non chiedetemi come né perché, mi feci via via piccolissima, microscopica. Infatti, non credo di essere mai effettivamente morta. Sono semplicemente scomparsa, implosa». Una folata di vento spalancò con fragore la porta della baracca. Cassandra ebbe un fremito e agitò le braccia, ritornando in sé. All’unisono i tre bambini urlarono come degli invasati e Cassandra ne fu tanto spaventata che prese a urlare a sua volta. Erode smise quasi subito, riprendendo a tossire ferocemente. Ebète e Crescione proseguirono ancora per oltre mezzo minuto, seguiti dalla bambina, ma poi si guardarono e smorzarono il loro grido come in una dissolvenza. Al termine rimasero tutti in silenzio. Cassandra, dopo un po’, fu la prima a parlare. «Bei maschi che siete. Vi cagate addosso per una possessione». Ebète fece per rispondere ma non sapeva cosa dire. Crescione lo salvò in corner. «Sarà meglio prendere una boccata d’aria». Si precipitarono tutti fuori.

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La guerra delle domande

Luglino Tomino era il maestro della quinta A della scuola elementare Saturnetto Vinceslovo. Era un cinquantenne con una desolante pelata liscia come un parabrezza coadiuvata da due rigogliosi ciuffi di capelli brizzolati ai lati del cranio. Erano ricci e secchi e si allungavano stringendosi verso le estremità fin oltre la perpendicolare delle spalle, come spruzzate concentriche di panna montata. Indossava due grandi occhiali di forma rotonda con una vecchia montatura in metallo color ottone scrostata in diversi punti. Sulla stanghetta che si appoggiava all’orecchio destro si riconosceva un punto di colla che saldava una frattura. Vestiva sempre in modo impeccabilmente scoordinato, con accostamenti di colori e generi da far accapponare la pelle, in tinta, si dirà, con la sua scuola. A casa, del resto, non aveva nessuno che potesse correggere questi suoi enormi strafalcioni. Non era mai stato sposato, i genitori se ne erano andati quando era ancora studente e il cane, un terrier spelacchiato e con due occhi perennemente umidi da tossico, anche volendo non avrebbe saputo aiutarlo. Appena entrato in classe scosse la testa. L’ammutinamento era nell’aria ma aveva sperato che fosse di entità minore. Di alunni ce n’erano cinque. Tre erano i fratelli Acaso, allineati con esattezza negli ultimi banchi in fondo, semicoperti da una sdraiata colonna con sessanta gradi di pendenza che copriva un piede al primo sulla destra, Lupino, il busto e il volto a quello centrale, Misto, e un pizzico di spalla all’ultimo, Remo. I fratelli Acaso erano frutto di uno sfortunato parto trigemellare che la signora Acaso ancora rinfacciava al marito, anche lui trigemino. Erano grezzi come pietra informe, della quale condividevano 31


pure l’intelligenza. In tre producevano un bambino con qualche ritardo. Singolarmente erano dei soprammobili. Sorrisero al maestro, almeno i due visibili. Gli altri due bambini in classe, eterni rivali, erano Sumello e Spilunga, che per avvicinarsi quanto più possibile al maestro avevano evitato i banchi, accostando le sedie direttamente alla cattedra. Il maestro ce li aveva a un metro. Spostò il diario di Elio per potere appoggiare il registro. «è scoppiata un’epidemia di colera, stanotte?» chiese Tomino. «Il colera è una infezione intestinale causata da un vibrione, cioè un batterio a forma di virgola, che è presente nell’acqua e negli alimenti», rispose Donnetta. Elio digrignò i denti. La Spilunga pasteggiava a dizionari ed enciclopedie e non perdeva mai occasione per segnare un punto. «Brava, Donnetta, è vero, ma il mio era solo un modo di dire. Qualcuno di voi sa cos’è successo stamattina, visto che siete solo in cinque?» Silenzio omertoso, accompagnato da un lieve ciondolare fuori tempo di teste. Tomino scrutò i volti alla ricerca di una risposta che comunque già sapeva, poi si rassegnò a un veloce appello mentale e scrisse sul registro i presenti, per fare prima. «Se i vostri compagni pensano di scampare le verifiche in questo modo si sbagliano. Diteglielo. La verifica aspetterà e li coglierà ancora più duramente!» tuonò biblico. Elio e Donnetta si guardarono stuzzicandosi. I fratelli Acaso ignoravano il significato della verbo “cogliere” e rimasero immobili. Tomino si abbandonò sulla sedia e si mise a braccia conserte pensoso. «E oggi cosa dovremmo fare noi quattro gatti? Niente verifica, non posso andare avanti col programma… Forse potrei portarvi in aula audio-visivi a vedere un film». Remo annuì con tre veloci colpetti del collo, Lupino e Misto lo imitarono. Soffrivano della sindrome di Qui Quo e Qua, ten32


denzialmente si completavano le frasi a vicenda e agivano nello stesso modo. Elio alzò la mano e propose: «Potrebbe interrogarmi, maestro». Subito Donnetta intervenne: «No, maestro, interroghi me, il povero Elio viene sempre interrogato e ciò potrebbe causare a suo carico manie di persecuzione, cioè una patologia psichica tipica di chi è convinto di essere perseguitato continuamente ed ingiustamente», puntualizzò. Elio ribatté con prontezza: «Non si preoccupi, maestro, io so benissimo che lo fa per il mio bene, perché la cultura è il fondamento di una sana società e va coltivata sin dalla giovinezza». Luglino Tomino pensò a quanto fosse male assortito il genere umano. Tipicamente in una classe bisogna prendere al lazo gli studenti e legarli alla lavagna per estorcere loro due parole, quel tanto per poter dire, in coscienza, di aver fatto un’interrogazione. Questa quinta A, invece, a quanto pareva era il buco nero dei secchioni, e in tutta una scuola di buzzurri gli unici due iperacculturati erano finiti a rivaleggiare ogni mattina nella stessa aula. Questo, a dispetto delle apparenze, produceva un risultato disastroso per la classe. Uno solo avrebbe potuto anche sortire l’effetto, in alcuni, di traino. Le “menti a metà”, come le chiamava Tomino, ossia quegli studenti senza infamia e senza lode, talvolta vengono agganciati dal distorto carisma del secchione di turno e cercano di non lasciarsi distanziare troppo, magari riuscendo a infliggergli una sconfitta che rimane a loro gloria imperitura. I “belanti”, sempre per dirla alla Tomino, ossia il pecorume che abitualmente pascola le aule, è sempre e comunque escluso da questi giochi psicologici e continua ad andare avanti spinto dalla massa. Ma in una guerra tra secchioni d’alto lignaggio persino le “menti a metà” si chiamano fuori dalle danze. La continua ricerca dell’ottimo unita alla corsa contro l’avversario del banco accanto provoca 33


un’accelerazione tale da rendere vano ogni tipo di inseguimento. Le “menti a metà”, in queste circostanze, tendono a raggiungere i “belanti” nel pascolo e qui brucano fino al resto dei giorni scolastici. Queste rare ma non impossibili circostanze portano all’imbarbarimento di studenti che avrebbero potuto di più e all’ipernozionismo di studenti con enormi potenzialità e che rimarranno a vita solo dei rompiballe. Tomino aveva analizzato la situazione da tutti i punti di vista, giungendo all’unica soluzione possibile di separare i due. Ma preside e genitori non avevano voluto saperne: i bambini della classe erano insieme da anni e non si poteva separarli così, dal giorno alla notte, avrebbe potuto causare danni enormi al loro equilibrio psicofisico. Lasciarli insieme avrebbe davvero compromesso la resa degli altri studenti? Innanzitutto era solo una teoria del maestro. Analizzata dall’esterno, la quinta A era il fiore all’occhiello della Vinceslovo. In secondo luogo a quale studente questa guerra poteva mai fare tanto male? Ai fratelli Acaso, che talvolta davano segni evidenti di non essere coscienti di stare al mondo? A Crescione Vetropo, drogato di videogame? A Erode Petronio, ipocondriaco praticamente dalla nascita? A Ebète Gomez Ahmet, che ormai soffriva di jet-lag perenne? Vogliamo proseguire citando tutti gli altri? Tomino non aveva più argomenti e aveva dovuto gettare la spugna e lasciare le cose immutate. Si sfregò gli occhi e guardò i due contendenti. Erano già tesi come corde di violino, pronti a rispondere a ogni domanda, a correggere ogni frase, a risolvere ogni calcolo. Pronti alla tenzone. «Va bene, vi farò giusto qualche domanda, senza voto». «Eh no!» protestarono i due in coro. Tomino li guardò intimidito. «No!» continuarono le belve, all’unisono, «una interrogazione non è una interrogazione senza un voto finale che attesti la preparazione!» Il maestro inghiottì saliva. Cosa avrebbero potuto fare due secchioni terminali a un maestro che si rifiutava di interrogarli col voto? Non voleva saperlo. 34


«Facciamo così, allora. Io farò delle domande assegnando un punto al primo che mi risponde. Se questo risponde male dà il punto all’altro. Se uno fa un’aggiunta pertinente alla risposta positiva dell’altro prende mezzo punto. Alla fine, chi vince, prenderà una nota di merito sul registro. Va bene?» «Si, va bene, ma bisogna risolvere il problema dei campanelli, prima», spiegò Donnetta. «Campanelli?» chiese il Maestro. «Sì, i campanelli!» approvò controvoglia Elio. «Ma lei non li guarda i quiz? Nel caso in cui io e Donnetta dovessimo rispondere simultaneamente lei a chi assegnerebbe il punto?» Tomino cominciò a sentirsi davvero a disagio. La situazione, prima ancora di cominciare, gli stava già sfuggendo di mano. «Ma…» «Lupino, Misto, Remo, venite qua!» ordinò Donnetta, e i tre scavalcarono un muretto al centro dell’aula e le furono accanto. «Lupino sta con me, Misto va da Elio. Tu, Remo, alla lavagna e àrmati di gesso». Ognuno prese posizione in silenzio. «Ma…» Il maestro era impotente. «Ho capito!» approvò Elio. «Lupino e Misto saranno i campanelli. Quando sapremo la risposta conficcheremo una matita nei loro palmi, facendoli gridare. Chi grida per primo ha diritto alla risposta. Remo, alla lavagna, segnerà i punti». «Ma… gli fate male…» «Vi facciamo male?» chiese una Donnetta a cui non si poteva dire di sì, rivolta a Lupino. «No», rispose infatti Lupino, anche se in realtà non ci aveva capito nulla. Le postazioni vennero create. Alla lavagna Remo scrisse “Donneta” e “Eglio” sbagliando naturalmente ortografia e allineamento. Lupino e Misto si accomodarono accanto ai contendenti porgendo le palme delle mani rivolte verso l’alto. Donnetta ed Elio appuntirono due matite. La grafite brillò come acciaio. 35


«Possiamo iniziare», annunciò Elio. Tomino ormai sudava. E se fosse entrato il preside? Se anche solo fosse venuto un bidello, però, poteva correre in presidenza a raccontare ciò che aveva visto. Valutò tuttavia che fermare l’ingranaggio, a quel punto, avrebbe portato più danno che beneficio. Trasse un profondo respiro e cominciò a rastrellare mentalmente conoscenze raccolte qua e là. «Va bene, iniziamo. Facciamo prima una prova campanelli?» «Ahi!» fece Lupino, punzecchiato. «Uhi!» urlò Misto, sottoposto a puntura. «Un po’ più piano, ragazzi, se non volete che tutta la scuola piombi qui!» «Ahi», fece Lupino più sommesso. «Uhi», lo seguì Misto. Remo segnò due punti a uno e due punti all’altra. «Cancella tutto, Remo. Te lo dico io quando e a chi segnare i punti», disse Tomino. Remo cancellò tutto, anche i nomi, e li riscrisse: “Donetta” e “Ellio”. Il maestro guardò i due contendenti ed esordì. «Cosa sono i citocromi?» «Uhi» «Elio?» «I citocromi sono sostanze proteiche contenenti ferro che sono presenti in tutte le cellule animali e vegetali e che sono importanti nei processi respiratori cellulari!» «Bravo. Remo, segna un punto a Elio». Remo scrisse “1 punnto” nella colonna “Ellio”. «Ahi» «Donnetta, non ho fatto nessuna domanda!» «Mi scusi maestro, nervosismo». «Andiamo avanti: dove si trova il fiume Siret?» «Ahi» 36


«Donnetta?» «è un fiume della Romania, affluente di sinistra del Danubio». «Uhi» «Elio?» «Aggiungo che nasce nei Carpazi e attraversa la Moldavia». «Remo, segna un punto a Donnetta e mezzo punto a Elio. Proseguiamo: cos’è un tetracordo?» «Ahi» «Donnetta?» «è una scala di quattro suoni discendenti che è la base dell’antico sistema musicale greco». «Remo, un punto per Donnetta». La tensione era palpabile e grosse gocce di sudore si formavano sulla fronte del maestro Tomino. Così, pensò, si doveva sentire un arbitro durante un importante incontro. A Lupino e Misto, intanto, iniziavano a formarsi le prime stigmate. «Cos’è un assioma?» «Uhi» «Elio?» «è un’affermazione che è superfluo dimostrare in quanto palesemente vera». «Ahi» «Donnetta?» «Aggiungo che, e cito letteralmente Aristotele, “l’assioma è la proposizione prima da cui parte ogni dimostrazione”». «Remo, un punto a Elio e mezzo punto a Donnetta». «… mezo punnto…» bofonchiò Remo impegnandosi nel faticoso compito. Tomino guardò la lavagna: parità. «Chi mi sa dire cos’è il gradiente?» «Ahi» «Donnetta?» 37


«Il gradiente è un operatore matematico che fa corrispondere ad uno scalare un vettore la cui componente, secondo una direzione qualsiasi, è la derivata parziale dello scalare secondo tale direzione». Tomino si sentì gelare il sangue. Un neolaureato in matematica avrebbe saputo dare a freddo una definizione altrettanto concisa e precisa? «Un punto a Donnetta, Remo. Chi era Iperide?» «Uhi!» «Elio?» «Iperide era un oratore ateniese, allievo di Isocrate. Antimacedone». «Un punto a Elio, Remo. Siete ancora in parità. A questo punto direi di fare l’ultima domanda per stabilire chi è il vincitore. Anche se, sia chiaro, per me siete ugualmente bravi». Tomino cercò di stemperare la tensione ma non ci riuscì. Donnetta guardò Elio e gli sussurrò: «Ne resterà soltanto uno!», e accompagnò la citazione scorrendo l’indice sul collo. Elio fu scosso da un brivido di paura e si deconcentrò. «Cos’è l’otosclerosi!» «Ahiii porca miseria sozza ladra!» urlò Lupino. «L’otosclerosi è una distrofia ereditaria della capsula ossea del labirinto che porta ad una sordità progressiva! E vai!» Donnetta buttò le braccia al cielo come i ciclisti al traguardo. Elio, sopraffatto da tanta efferata veemenza, si rannicchiò intimidito. Lupino, con le lacrime agli occhi, estrasse dal palmo della mano la matita conficcata zampillando sangue ovunque. Remo, in un impeto di intelligenza, assegnò correttamente il punto alla ragazzina ufficializzando la vittoria. Il maestro si gettò su Lupino con il suo fazzoletto bloccando l’emorragia e conducendolo fuori verso l’infermeria. Donnetta lo bloccò sulla porta. «Non si dimentichi della nota di merito, maestro», gli disse seria. «Donnetta…» Tomino non ebbe la forza di completare la frase. Annuì e uscì in fretta, tranquillizzando il capannello di inse38


gnanti, bidelli e ragazzini che si era formato fuori: non era niente di grave, “solo un piccolo incidente”. Tutti, quando videro che era Lupino l’acciaccato, tornarono al loro posto. I fratelli Acaso erano in infermeria una settimana sì e l’altra pure, uno dopo l’altro. La bocca piena di inchiostro, un taglio da cutter, due dita incollate, un pastello nel naso e cose simili. Donnetta si avvicinò a Elio e si limitò a sbeffeggiarlo con un sorriso ironico. Elio pensò che con Donnetta si possono vincere battaglie, ma mai la guerra! Misto e Remo erano già tornati al loro posto. Misto si massaggiava la mano dolorante ma lo sguardo era rimasto ottuso. Alla lavagna campeggiava la scritta “Donetta e la vicitrice!”.

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Gli Amici del Morbillaio

La casa natia del celebre poeta vermizianino era rimasta a lungo diroccata. Si trovava, ai tempi, molto fuori dal nucleo cittadino, ma la crescita del paese l’aveva presto riacciuffata. Era disabitata sin da quando Saturnetto, acquistata notorietà, aveva comprato una casa nuova per sé e una anche per la famiglia, nella speranza di risollevare i genitori con qualche agio dopo una vita di affanni. Il risultato era stato disastroso. Il padre, il cui cuore era precario dai tempi della sua prima erudizione, non aveva retto all’idea dei nuovi comfort, spegnendosi nel tentativo di comprendere l’utilizzo dello sciacquone. La madre, abituata ad alzarsi tutte le mattine alle quattro per preparare calderoni di polenta, mancando la vorace forchetta del consorte era caduta in una depressione spaventosa ed era morta per indigestione da taragna. Essendo figlio unico il poeta era stato d’improvviso conscio di avere estinto la sua stessa famiglia per un’idea solo sua di felicità. Era allora caduto in quello che i letterati avrebbero definito “il periodo dell’autoflagellazione e dell’animo sbriciolato” e aveva scritto questi struggenti versi, riportati su un’iscrizione marmorea all’ingresso della casa: Il cuore al gomito mi brucia assai Sapendo il male che ho causato Mi struggo di sorda e cieca rabbia E giuro che non avrei voluto mai. La dimora era stata recuperata da un gruppo di fanatici estimatori del poeta. Il Comune aveva volentieri ceduto il pericolante rudere a patto che il circolo Amici del Morbillaio si preoccu41


passe di restaurarlo completamente. A loro non era parso vero di poter creare la sede nel sancta sanctorum del poeta e avevano provveduto a un recupero riguardoso e rapido. L’Associazione era nata moltissimi anni prima a opera di alcuni tra i primi studenti della scuola di Vermiziano. Con la loro giovanile ed entusiasta attività di setaccio avevano recuperato e consegnato alle autorità tutte le opere dimenticate e disperse del poeta. Il loro scopo, allora come oggi, era salvaguardare il più prezioso artista che mai aveva solcato il suolo cittadino, mantenerne vive le rime e tramandarle ai posteri. Le nuove leve erano state così bene indottrinate che avevano spontaneamente cominciato a immedesimarsi nel loro idolo. Erano divoratori assidui di polenta con lo scopo di assumere il caratteristico giallo di pellagra e si punzecchiavano a vicenda durante le sedute con le forchette per macularsi a immagine e somiglianza del loro nume. Alcuni di loro, già affetti da patologie congenite di vario tipo, vantavano accenni di gobbe o profonde miopie o arzigogolate scoliosi che fruttavano loro prestigio all’interno della comunità. Nelle loro frequenti riunioni recitavano liriche, promuovevano concorsi locali di poesia, pubblicavano libri dal tema prevedibile, ma soprattutto mangiavano polenta in quanti modi le loro laboriose menti potessero progettare scomodando cucine da tutto il mondo: polenta e osèi, polenta taragna, polenta e salsiccia, polenta e cinghiale, polenta e capriolo, polenta fritta, polenta al forno, polenta e baccalà, polenta e funghi, polenta pasticciata, polenta con stracotto d’asina, polenta e ragù, polenta alla griglia, calzagatti, polenta e lambrusco, polenta allo zafferano, polenta e peperoncini, aspic di polenta, vol-au-vent di polenta, won-ton di polenta, tempura di polenta, sushi e polenta, polenta e chutney, pickle di polenta, samosa di polenta, crèpe alla polenta, tartellette alla polenta, polenta ai frutti di mare, tostada con polenta, frittelle di polenta, empanada di polenta, borek di polenta, crostini alla polenta, profiterole e zuppa inglese alla polenta. 42


Il loro feticismo tuttavia non aveva mai dato noia a nessuno, la loro dedizione era pacifica e anzi le loro riunioni, quasi sempre aperte, accoglievano spesso curiosi, visitatori e amici, anche solo di passaggio, richiamati dalla concentrata declamazione dei versi o più prosaicamente dall’odore che si sprigionava dalla sede. Le loro iniziative culturali erano accolte con un occhio di riguardo dalla giunta comunale per la cura maniacale con la quale venivano sempre preparate in occasione di sagre e feste paesane. Gli Amici del Morbillaio erano dieci persone tra cui un socio fondatore, il signor Grazianino Sumello. Il vegliardo ricopriva la carica di presidente a vita ed era ancora in gamba, del tutto in grado di esercitare le sue funzioni. Era un ometto magro e rugoso con una capigliatura innevata ma saldamente al suo posto, indefessa come il padrone. Ma era dagli occhi che si potevano dedurre la fierezza e la caparbietà, occhi intelligenti che sapevano scrutare oltre le apparenze e che avevano visto quasi novant’anni della più brutta Storia mai trasmessa. Il vicepresidente era Petronio Mitocondrio, cinquantenne glabro ovunque tranne per una insidiosa ipertricosi localizzata nelle orecchie che germogliava senza posa lungo tutto l’anno. Lui potava con costanza e malediceva la natura beffarda che aveva così meticolosamente tolto altrove ma così abbondantemente riversato nel padiglione auricolare. Era stato uno degli artefici del trasloco nella nuova agognata sede. Minzio Abbondante era l’addetto all’archivio. Gli Amici, infatti, possedevano numerosi originali e primissime edizioni degli scritti del loro idolo e li custodivano con estrema cura. Erano stati restituiti loro dalle autorità che ritenevano molto più al sicuro tali carte nelle mani dell’associazione che in qualche museo pubblico. Gli scritti autografi erano raccolti in teche pressurizzate e venivano periodicamente ossigenati e sottoposti a perizie tecniche per saggiarne lo stato di conservazione. Minzio eseguiva questa mansione di estrema nettezza in apparente contrappo43


sizione al suo lavoro di operatore ecologico, su e giù per la città a svuotare bidoni. Lui sosteneva ci fosse invece una evidente analogia: infatti faceva su e giù per ripulire la città, si sporcava per pulire gli altri. Questa discussione teneva spesso banco tra i membri. Minzio era un quarantenne rubicondo, scapolo e panciadotato. I tre membri più anziani ricoprivano le cariche più prestigiose. Gli altri soci, di età variante tra i venticinque e i quarant’anni, davano ciascuno secondo le proprie capacità. Sauro Diconò era esperto informatico e curava il sito www.amicidelmorbillaio.it tenendolo puntualmente aggiornato. Merito Seiscello, titolare del Bar Rakuda, curava gli approvvigionamenti della sede. Resto Minnino, muratore e imbianchino, aveva seguito il restauro e interveniva nelle continue migliorie. Petola Cotina, unica donna del club e impiegata amministrativa, si occupava della mascotte, di pulizie e arredo nonché di contabilità generale. Orasmo Lantro, insegnante di canto, metteva a disposizione la sua voce impostata per le declamazioni. Sismo Gradante, idraulico, sturava i bagni che sovente gli aulici defecatori suoi compagni intasavano. Erto Gradante, fratello di Sismo ed elettricista, continuava ad aggiungere prese in ogni stanza e faretti in ogni angolo in cui senza dubbio il buon Saturnetto si era soffermato. La mascotte del club era il cane Deficenzio, un animale di pelo raso e nero quasi inamovibile. Era un incrocio tra molteplici, ripetuti, reiterati, insistiti, randagi amori. Era un cagnetto lungo nemmeno un metro ma pesante quarantasette chili. Mangiava qualsiasi cosa gli venisse messo davanti. Ne era risultata una palla medica nera con atrofizzate escrescenze al posto delle zampe. La pancia impediva ormai a ciò che restava di esse di toccare il suolo, ragione per cui ondeggiava incessantemente tutto il giorno uggiolando a orari precisi in occasione della prima colazione, spuntino, aperitivo, pranzo, merenda, aperitivo, cena, spuntino di mezzanotte, cracker delle quattro di mattina. Beveva 44


solo birra rossa e acqua gasata. Ruttava molto spesso. Petola lamentava di non riuscire piÚ a tenere dietro ai suoi escrementi e Deficenzio era stato messo in un angolo della sala riunioni, accanto a un’agave, su una base di segatura ogni giorno ripulita. Deficenzio, pur con scarsa motilità , era un cane estremamente felice.

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La casa della Gioconda

L’aria fresca sembrò subito ai ragazzi buonissima. Inoltre, alla luce diurna, Cassandra perdeva il suo alone ultraterreno, pur conservando il pallore inquietante. Si sigillarono bene nei cappotti e tabarri. La visione desolante del complesso commerciale incompiuto, unita alla strizza per avere assistito in diretta a una scena mai messa in onda de L’esorcista, tacitava i tre bambini. Cassandra era la più serena e in cuor suo non capiva quale fosse il problema. «Beh, ma che musi! Sono posseduta, che sarà mai!» I tre si avvicinarono d’istinto l’un l’altro. «Cassandra, je te prie…» mormorò Ebète. «Tre cacasotto, ecco quello che siete. Ché poi Dorotea è molto carina e colta e spesso mi aiuta con i compiti e mi dà suggerimenti di varia natura!» «Cassandra…» piagnucolò Erode. «Se ci pensate bene questo vuole dire che quando moriamo» «Cassandra!» urlarono tutti e tre con i nervi a fior di pelle. «E va beh, va beh…» Cassandra si avvicinò a un pilastro sulla cui sommità spuntavano tondini arrugginiti simili a rami secchi da un tronco. Si appese a uno di questi e cominciò a dondolarsi. «Però che due scatole! Scusate ma cosa stiamo a fare qua? Almeno andiamo al Bar Rakuda a bere una cioccolata calda! Con questo freddo!» Crescione, che era già immerso in una partita a golf digitale, alzò subito le orecchie. «Al Bar Rakuda hanno Spappolator IV, lo sparatutto più splatter del momento! Si tratta di sparare su ogni essere vivente che compare alla vista e si vince quando lo scanner vitale segna che 47


non c’è più nemmeno un batterio! Ho già fatto le missioni Città, Supermercato, Fattoria e Metropolitana, ma mi mancano la missione Convento e lo scontro finale nel Reparto Ostetricia. In quello mi hanno detto che gli infermieri si arrabbiano a morte e tentano di fermarti lanciando siringhe infette! Io voto per il Bar Rakuda». Erode tossì, starnutì, scatarrò e tanto bastò agli altri per capire che lui intendeva sostenere la candidatura del bar così da poter stare in un posto caldo. Ebète, tuttavia, non fu d’accordo. «To the bar non ci possiamo andare. At first il barista ci ha già visto la semana pasada e ci ha fatto capire che marinare is good ma con una certa moderation. Capace che vada a la escola a segnalare il suo bar come meta di pellegrinaggio. At second ci va spesso il preside per have a break e farsi il cappuccino. Meglio non rischiare». I compagni assentirono mal volentieri. Cassandra sbuffò, poi si guardò intorno assorta e si soffermò su di un particolare in distanza. «Andiamo dalla vecchia pazza!» li esortò puntando l’indice verso il vecchio casolare che si vedeva in distanza. Erode tossì più forte. «Quella mi hanno detto che già in passato ha fatto fuori qualche ragazzino. E poi li seppellisce nella sua cantina!» Ebète si fece una sana risata. «Sei proprio un niño, Erode! You drink ogni stupidaggine che circola! Quella sì e no si regge sulle gambe, avrà seimila años, te la vedi a fare the professional killer? Poi secondo te una si piglia su, un jour, e comincia ad accoppar children così, per sfizio?» «Beh, se quella è matta, ai matti mica serve un motivo!» replicò Cassandra, istigatrice. «Che sia matta è tutto da dimostrare. Non l’ha mai vista nessuno», disse Crescione dopo uno strepitoso lancio di duecento chilometri atterrato al centro esatto del green. «Perché, una che se ne sta una vita da sola vi sembra normale?» riprese Erode. 48


«Meglio starsene da soli che attorniati da cretini, non credi?» stuzzicò Cassandra. «Se c’è la voce in giro qualche motivo ci sarà, no?» chiese Erode stizzito. «Potrebbe essere stata la vecchia a metterla in giro», rispose Cassandra proseguendo il gioco di affermazioni e smentite. «A che scopo?» chiese Erode: tutto quel parlar di pazzia stava già cominciando a fargli pensare di essere a sua volta malato di mente. «Peut être proprio per evitare che les enfants vadano a casa sua. Magari, in the famous cantina, c’è custodito un secret!» disse Ebète misterioso. «Giusto!» acclamò Cassandra, e gli occhi le brillarono. «A questo punto ribadisco la proposta. Andiamo nelle cantine della vecchia pazza a cercare di scoprire quale segreto nasconda!» Crescione concluse un par 16 con un solo tiro, spedendo la pallina in buca dopo averle fatto attraversare il Sahara, un geyser, le cascate del Niagara e la foresta amazzonica. «Buca! Okay, io ci sto, dopo questa spettacolare vittoria dovrei poter avere un’autonomia di almeno un’ora». «Vamos!» Erode stava fermo, starnutendo. «Non so…» esitò poi. Gli altri si guardarono ancora per qualche istante e si incamminarono verso la casa della vecchia Gioconda, titolare del terreno. Erode li seguì controvoglia. Su Gioconda Ero di voci ce n’erano in giro in quantità. Oltre a quella dei bambini uccisi e sepolti in casa, c’era quella dei rifugiati tedeschi salvati dai partigiani, murati in una stanzetta per sicurezza ma poi dimenticati. C’era quella del cane frutto di un incrocio tra un lupo e un orso. C’era quella del bue con il pene di sette metri a cui era perennemente ancorato l’aratro e che arava camminando all’indietro. C’era quella della Gioconda che in realtà era morta da quarant’anni ma lei non lo voleva accettare 49


e allora vagava su questa terra come Nosferatu. C’era quella che sotto la sua dimora si trovasse un giacimento di petrolio. C’era quella di suo marito la cui testa impagliata faceva bella mostra sul caminetto accanto a quella di un alce e di un panda. E ce ne erano molte altre. La verità è che quando la gente non sa cosa dire inventa delle stupidaggini abissali e la signora Gioconda aveva saputo fare della sua vita una fonte inesauribile di mistero. Era stata una delle prime alunne della Vinceslovo e quindi una delle pioniere del sapere a Vermiziano. Tuttavia col passare del tempo aveva dato segni di disagio sociale e molti genitori l’avevano additata come la prova che la cultura non andasse d’accordo con gli abitanti della valle. Pur essendo sempre stata una bambina attiva e solare era divenuta d’un tratto una ragazzina taciturna e solitaria. Nessuno ricordava quale avvenimento in particolare, se un avvenimento c’era stato, avesse provocato un simile cambiamento. Il matrimonio con un giovane del paese era sembrato mutare in meglio il suo carattere ma la morte del marito, pochi anni dopo, in guerra, le aveva sferrato il colpo di grazia. Sigillatasi nel suo carapace, quei pochi contatti che ancora teneva erano venuti definitivamente a mancare. Le sue apparizioni erano fugaci e solo per estrema necessità. Un discreto lascito di famiglia e la pensione del marito le avevano permesso di vivere a quel modo il resto della sua vita. Della Gioconda erano in pochi a ricordarsi il volto. I quattro arrivarono nelle vicinanze del casolare. Non fosse stato per un fumo nero e denso che usciva da un comignolo si sarebbe detto disabitato. Era un rustico fatiscente: gli scuri scrostati in più parti cadenti, crepe evidenti sulle facciate, ciarpame sparso alla rinfusa tutto intorno e gatti ovunque, ben poco in salute, a rovistare e dormire. «Se non è la casa di una strega questa…» si lasciò sfuggire Erode bisbigliando. Gli altri non commentarono. In effetti i fratelli Grimm ci sarebbero andati a nozze in un posto del genere. Alcuni gatti 50


cominciarono a fissarli con insistenza e arroganza e in pochi istanti anche tutti gli altri li imitarono, immobili e in silenzio. L’immagine di questi animali, tutti fermi, che li guardavano, inquietò i ragazzi. Camminarono con lentezza verso la casa nell’atmosfera surreale di un film di Hitchcock. Lo stress spinse Crescione verso la console nella tasca ma Ebète gli assestò una gomitata e con il volto gli fece segno di lasciar perdere. Cassandra intanto teneva monitorato Erode sperando che la situazione spiacevole non gli causasse qualche effetto come tosse, vomito o convulsioni. Gatti inquietanti a parte, pareva che la situazione fosse calma. La signora Gioconda probabilmente rosolava al caldo in casa e il quieto e continuo rumoreggiare della campagna permetteva ai quattro violatori di domicilio di muoversi con relativa tranquillità. Ebète puntò un angolo della casa. Una porta di legno nascondeva un accesso. La indicò a Cassandra che annuì. Dietro di loro Erode guardava un po’ i gatti e un po’ la porta, sentendosi accerchiato. Quella era una situazione da potenziale esaurimento nervoso, quindi, tornato a casa, ne avrebbe parlato col dottor Sigmondi per valutare se non era il caso di iniziare una terapia di ansiolitici. Crescione, in barba a tutti, accese la console senza levarla di tasca, disattivò l’audio e prese a giocare premendo i tasti attraverso il cappotto alla cieca ma con precisione chirurgica. La sua conoscenza del mezzo poteva dirsi completa. La porta, composta da alcune assi imbrunite dai decenni, era senza serratura. «Vedete? Qui dentro non c’è nulla di importante!» bisbigliò Erode. «Perché?» chiese Crescione. «Chi è che terrebbe segreti così alla portata di tutti?» «Sei proprio un cretino!» intervenne Cassandra, sempre sottovoce. «Non c’è posto migliore per celare segreti che non laddove sembrerebbe impossibile ce ne siano!» 51


«Eh?» Crescione non aveva capito. «Ma sì, sotto gli occhi di tutti, oppure in un posto molto accessibile! Non avete mai letto La lettera rubata di Poe?» diede sfoggio di insospettato sapere la bambina. «Vedi che però gliel’hanno rubata!» puntò il dito Erode. «Demente!» disse Cassandra scocciata. Ebète non si lasciò distrarre dalla discussione e spinse la porta. Nessun gemito, ma si aprì sul buio totale, interrotto solo dalla sagoma luminosa del varco e dall’ombra contorta del bambino. Allungò la mano alla ricerca di un interruttore ma non ne trovò. «Qui la luz non c’è». «Che razza di cantina è, senza luce? Mi sa che avevi ragione tu, Cassandra», ammise Crescione. «Io ho sempre ragione e voi siete dei cacasotto! Entriamo, gli occhi si abitueranno e vedremo al buio». «Ecco, ora siamo pure dei gatti!» commentò sarcastico Erode. «Cassandra tiene razòn. Se proprio we can’t see un fico secco ce ne andiamo», tagliò corto Ebète. Si addentrarono in fila indiana per qualche metro. Il pavimento era una colata grezza di cemento, a tratti rugoso, a tratti levigato. Quando la luce proveniente dalla porta non illuminò più nulla si fermarono. Stettero bloccati a guardare il nulla per alcuni secondi. «Ehi, è vero comincio a vederci», esordì Crescione. «Anche io!» fece eco Erode. «Ma è una lumière bluastra…» biascicò indagatore Ebète. «Beh…» accennò Cassandra. Si voltarono a guardarla e si turbarono. L’alone di Dorotea la rischiarava e rischiarava tutto intorno. «Occhi da gatti un bel niente! Sei tu che ti accendi!» la accusò Erode. «Vabbè, che c’entra, l’importante è vederci, no?» 52


«Ma io quella Dorotea non la voglio!» «Dorotea mi fa sapere che cominci a starle sulle palle!» comunicò Cassandra. Erode ebbe come l’impressione di ricevere uno scappellotto. Non parlò più. Ebète si guardò meglio attorno adesso che la fiammella sul capo di Cassandra cominciava a spandere una luce più intensa. Non c’era una sola finestra ma si vedeva una vecchia lampadina sul soffitto. Il cordino dell’alimentazione correva lungo la volta quindi si gettava sulla parete storto, finendo in un vecchio interruttore di ceramica. Ebète si avvicinò e lo girò. Non successe nulla. «Quella lampadina non viene più usata da tempo. Mi sa che è quella di Edison», disse Crescione mentre ancora continuava a sparare a creature spaziali attraverso il cappotto. La cantina era piuttosto spoglia e umida, le pareti in sasso grezzo erano ricoperte di muffa che emanava un odore di marciume in tutta la stanza. C’erano delle vecchie sedie di paglia sfondate, una carriola arrugginita e senza la ruota, un aratro da museo. In fondo alla parete c’era uno scaffale su cui giacevano dei vasi di vetro contenenti antiche marmellate e dalla parte opposta un baule ammaccato verde con delle rifiniture color oro. Cassandra lo indicò e il suo dito disegnò un’ombra che come una freccia finì contro il lucchetto. «Lì!» Ebète si avvicinò e lo aprì senza alcuno sforzo. Al suo interno c’era un vestito da sposa, o almeno quello che ne restava: era stato divorato da tarme e topi. «Ecco il mistero!» annunciò trionfale Erode trattenendosi a malapena dall’aggiungere: ve l’avevo detto. Un altro scappellotto etereo lo colpì, facendolo sussultare. «C’è qualcosa», sussurrò Ebète. «Lo vediamo il vestito, cosa credi?» rispose Cassandra. «Ma no, bajo, sotto», insistette Ebète, e forzò trascinando il baule all’indietro. Sotto comparve una botola. 53


Erode storse il naso e si soffermò su di un particolare che non aveva ancora notato nessuno. Alla luce danzante del fuoco fatuo si stagliavano traballanti cinque ombre. Una rapida occhiata gli confermò che loro erano solo in quattro. Inalò una buona dose di medicinale e decise di tenersi per sé il commento onde evitare di ricevere altri scapaccioni. «Tombola!» pigolò compiaciuta Cassandra. «Qui sotto giace il mistero della zia Gioconda!» aggiunse fissando malignamente Erode e citando una nota canzoncina. «Con tutte le storie che ci sono in giro sulla Gioconda, qui sotto ci deve essere un magazzino per contenerle!» provò a mitigare gli animi Crescione che intanto era impegnato a pilotare un caccia interplanetario tra gli anelli di Saturno. Ebète e Cassandra raccolsero il maniglione arrugginito e aprirono la botola. Nessun magazzino, né scale, né mariti impagliati. C’era un piccolo vano ricavato nel cemento e una cassetta di quelle per contenere vini di qualità. «Questi sono i vini di Edison…» disse Crescione. «Che palle con ’sto Edison! Che ci vai a fare a scuola, almeno cita qualche altro inventore o fisico che abbia a che fare con l’elettricità!» sbuffò Cassandra. Ebète si chinò e raccolse la cassetta. Era leggera, forse vuota. La depositò sul pavimento e Cassandra si avvicinò per fare luce. Sembrava una cassetta robusta ma l’umidità l’aveva intaccata e una lanugine biancastra la ricopriva. Era chiusa con un lucchetto arrugginito. «Spaccalo», invitò Erode, incuriosito. «With calm. Magari c’è dentro qualcosa di delicado», rispose con saggezza Ebète. In quella si sentì un forte miagolio provenire da fuori. I quattro si azzittirono. Cassandra, guardinga, si appiattì alla porta e guardò il cortile. I gatti di Hitchcock correvano miagolando verso la porta d’ingresso. Con la mano accennò agli altri di avvici54


narsi. Ebète richiuse la botola e spinse di nuovo il baule nella sua posizione originaria cercando di fare meno rumore possibile. Prese sotto braccio la cassetta e raggiunse i tre. «Mi sa che la Gioconda è uscita per dare da mangiare ai gatti. Bisogna svignarsela», spiegò Cassandra. Tutti annuirono. La bambina, spavalda, uscì per prima e costeggiò il muro della casa guardando oltre il bordo. Vide di spalle la vecchia proprietaria sommersa da una marea miagolante. Tornò indietro. «è occupata. Ma non possiamo andarcene di là. Scappiamo dai campi sul retro». «Ma faremo un giro lunghissimo, ci metteremo un sacco di tempo! Io devo essere a scuola per l’uscita, mio padre mi viene a prendere!» piagnucolò Erode. «E allora passa sotto al naso della vecchia!» lo sfidò Cassandra. «Quella?» chiese Crescione indicando la cassetta. «Questa viene con nosotros», rispose Ebète. «Pure ladri!» disse Erode. Il miagolio parve farsi più vicino. I quattro si spaventarono. «Via!» ordinò Cassandra. Quattro figure solcarono i campi di corsa tra la bruma.

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Intervista a Danilo Giovanelli di Marilù Oliva

Benvenuto Danilo. Sei ingegnere informatico, ma ti occupi anche di lettura, scrittura e disegno. Quanto queste attività si arricchiscono reciprocamente? Ti apparirà strano, ma di solito percepisco la mia dualità tecnica/umanistica come una grande fatica. So che nell’inevitabile scambio molta parte di una si fonde nell’altra, ma non riesco mai a smettere di credere che se non mi avessero attirato così diverse passioni avrei vissuto quelle poche con maggiore intensità e senza sensi di colpa. Infatti ogni qualvolta mi dedico con maggiore energia ad una di esse sento di togliere qualcosa ad un’altra. E le vivo male, con entusiasmi sempre autosoffocati. Immagino suoni molto strano, no? Vabbè, non voglio drammatizzare, dopotutto, pur con screzi, le mie moltitudini continuano a coesistere! 57


Cosa significa disegnare per te? Tecnicamente parlando: quanto disegni e quanto scrivi quotidianamente? Sei ordinato, costante o ti affidi solo all’ispirazione? Disegnare è sempre stato per me uno sfogo, una risposta immediata a un impulso creativo, prevalentemente umorisitico. Parallelamente, quando l’impulso richiede maggiore respiro e non può essere imbrigliato in una semplice vignetta, diventa il supporto, anche solo mentale, alla creazione dei personaggi e delle situazioni. Come mi è capitato di dire in passato scrivo come disegnerei e disegno come scriverei. A dispetto del mio carattere, molto ordinato, preciso e sistematico, nel disegno e nella scrittura sono spesso e volentieri estremamente impulsivo e schiavo dell’ispirazione. Forse proprio per compensazione. Pertanto nessuna delle due attività ha in effetti una cadenza quotidiana, si alternano periodi di attività ed altri di pigra attesa spettatrice (nel senso che comunque, questo sì sempre e quotidianamente, leggo). “Il segreto del Morbillaio” (Edizioni XII, 2010) è una storia di poesia, fanciullezza e molto altro: cinque bambini trovano una poesia inedita di un loro illustre concittadino, Saturnetto Vinceslovo detto il Morbillaio. Ciò scatena reazioni e curiosità. Perché tanto trambusto attorno a una poesia? Non penso che sia la poesia in sé, ma ciò che nasconde, e dunque il segreto. Il senso del mistero è quello che ha spinto avanti l’umanità, o per lo meno che le ha consentito le conquiste più ardite. Nella mente di un bambino il senso dell’ignoto si scatena anche solo per una pietra dalla forma insolita, da un buco mai visto nel terreno, dal moto imprevedibile di un uccello. 58


Da bambino fantasticavo molto di eventi arcani: se con gli amici avessi rinvenuto una poesia misteriosa, chissà cosa sarebbe potuto succedere… Lo shining (ovvero la luccicanza, il potere calamitante) di un paese come Vermiziano, coi suoi abitanti bislacchi, la sua scuola speciale... Non c’è. Oppure c’è, e sta nella semplicità del piccolo borgo, nel quale le diversità possono diventare note caratteristiche e non problematiche da omologare o nascondere. Vermiziano è speciale perché lo sono i suoi abitanti, che il lettore, spero divertendosi, non si sogna mai di etichettare come emarginati. Io, a Vermiziano, andrei molto volentieri! La scelta dei nomi dei personaggi: da Saturnetto Vinceslovo detto il Morbillaio a Ebète a Erode a Cassandra, fino alla Gioconda e alla Spilunga: nomi evocativi che rimandano a ulteriori significati. Come li scegli? I soprannomi si scelgono o si affibbiano, ma i nomi no. Per questo molti personaggi seguono la filosofia del “nomen omen” e altri hanno invece nomi che non li rappresentano. In verità la generazione dei nomi mi viene molto naturale, probabilmente anche per il fatto di immaginarli come caricature. Il quarto capitolo si intitola “La guerra delle domande”. Ti chiedo di formulare 5 domande a scelta al Mondo, puoi chiedergli quello che vuoi. Non ne faccio: ho paura che poi lui ne faccia altrettante a me. E sarebbero guai. 59


Progetti? Nessuno in particolare. Non mi sento uno scrittore, scrivo quando la mia parte creativa prevale su quella tecnica, e ultimamente il gioco di forze è sbilanciato. Ma forse la pubblicazione del Morbillaio risveglierà la prima che saprà riprendersi il tempo che le spetta. Ma ho una speranza: che venga ripubblicato il mio primo romanzo, L’Enigma dei Bastardi, ormai esaurito. Penso avesse ancora altro da dire, e non ha potuto farlo. Ci saluti con una citazione dal tuo libro “Il segreto del Morbillaio”? Permettetemi di presentare il cane Deficenzio: La mascotte del club era il cane Deficenzio, un animale di pelo raso e nero quasi inamovibile. Era un incrocio tra molteplici, ripetuti, reiterati, insistiti, randagi amori. Era un cagnetto lungo nemmeno un metro ma pesante quarantasette chili. Mangiava qualsiasi cosa gli venisse messa davanti. Ne era risultata una palla medica nera con atrofizzate escrescenze al posto delle zampe. La pancia impediva ormai a ciò che restava di esse di toccare il suolo, ragione per cui ondeggiava incessantemente tutto il giorno uggiolando a orari precisi in occasione della prima colazione, spuntino, aperitivo, pranzo, merenda, aperitivo, cena, spuntino di mezzanotte, cracker delle quattro di mattina. Beveva solo birra rossa e acqua gasata. Ruttava molto spesso. Petola lamentava di non riuscire più a tenere dietro ai suoi escrementi e Deficenzio era stato messo in un angolo della sala riunioni, accanto a un’agave, su una base di segatura ogni giorno ripulita. Deficenzio, pur con scarsa motilità, era un cane estremamente felice. Intervista pubblicata sul sito Thriller Magazine il 20 maggio 2010: http://www.thrillermagazine.it/rubriche/9748/ 60


La strepitosa nevicata di Vermiziano di Danilo Giovanelli A Vermiziano solo i più vecchi ricordavano la mirabolante nevicata del 1930. Il signor Grazianino Sumello, a ogni precipitazione nevosa nella valle, con amici e parenti sospirava sempre: «Nevica! Ma nulla a che vedere con la nevicata del ’30…» Elio Sumello, suo dotto nipotino, dopo l’ennesima citazione da parte dell’avo volle informarsi. Spulciò centinaia di pagine Internet, triangolò decine di motori di ricerca, nuotò (a rana, poiché era il suo stile per conformazione naturale) per gli scaffali di biblioteche ed emeroteche, si tuffò in centinaia di scatoloni di vecchi libri durante i mercatini paesani, ma non trovò nulla circa quella strabiliante nevicata. «Nulla, nonno! Non un’informazione, una citazione, un appunto, un rimando, una nota, nulla di nulla». «È naturale, Elio! Nessuno poté scriverne prima, tantomeno durante, e nessuno volle mai più scriverne dopo. Solo qui è rimasto!», e si indicò la tempia. «Io ne scriverò sui blog, lo tramanderò tramite gli sms, ne farò applicativi per gli iPhone. Raccontami nonno!» Il vecchio Sumello rise sornione. Si trovavano nella sala riunioni degli Amici del Morbillaio. Si avvicinò a Deficenzio, cane soprammobile poiché troppo grasso per deambulare, e gli carezzò la testa. Il cane mosse con lentezza la coda e ruttò, in parte in segno di apprezzamento e in parte per sottolineare che il suo stomaco aveva fatto posto al prossimo imminente spuntino. Agitò brevemente le zampine nel vuoto e si assopì. «Erano le otto di sera quando cominciarono a cadere i primi fiocchi. Io ero appena un bambino e ne ero, come immaginerai, entusiasta. Il mattino dopo erano garantiti gran rotoloni lungo i versanti, pallate di neve con gli amici e pupazzi di ogni forma 61


e grandezza! Eccitato mi recai alla finestra. I fiocchi si incastonavano sul terreno e sugli alberi arrotondando ogni secondo di più i contorni e smussando gli spigoli dei comignoli. In meno di mezz’ora i fiocchi presero tuttavia a ingrandirsi a vista d’occhio. Erano palle di neve che si abbattevano con violenza sulle piante, scrollando in terra la neve precedente. Dalla finestra potevo vedere alcune persone ancora in strada. In pochi attimi ci fu un fuggi fuggi generale, vidi uomini colpiti abbattersi al suolo, altri come marine correre verso di loro e trascinarli storditi sotto alla più vicina tettoia. Sembrava che intere fette di cielo cadessero al suolo. Il tetto scricchiolava sotto a un vero e proprio bombardamento. Mio padre fu ferito mentre metteva in salvo un maiale che si era arrischiato fuori dalla stalla e tornò dentro, incitato da mia madre, strisciando sulla neve alta già almeno settanta centimetri. «Per tutta la notte la valle fu presa d’assedio da questo incredibile fenomeno: la corrente elettrica, non ancora così diffusa, se ne andò per prima. Gli abitanti di Vermiziano comunicavano a distanza urlando fuori dagli abbaini, e così apprendemmo che alle ore ventitré era crollato il ponte di legno sul rio Torvo, tagliando i collegamenti con la frazione di Intanè. Alla una le campane della chiesa iniziarono a rintoccare l’allarme e tutti volevano uscire per cercare di capire di quale altra emergenza si trattasse ma la neve era già abbondantemente oltre il metro e non si riusciva ad aprire le porte. Tramite voce ci giunse la notizia che Don Salmastro non era riuscito a raggiungere la dispensa esterna e si era dovuto sfamare a ostie: mio padre disse che Don Salmastro aveva già addosso la scorta per tirare avanti anche per un mese e mia madre rise ma poi si fece il segno della croce. Alle cinque non filtrava più nessun suono perché le finestre dei piani inferiori erano sbarrate dalla neve che oramai, inarrestabile, sovrastava la valle di oltre due metri. Chi, come noi, poteva vantare più di un piano si rifugiò in alto: le case monoplanari 62


erano sepolte e si potevano identificare solo dal pertugio del comignolo e dal fumo che usciva. «Gli uomini della valle si armarono di pale e iniziarono a scavare tunnel sotterranei per ricongiungersi e discutere sul da farsi: da qualche ora alcune voci non erano più udibili perché le case erano state coperte e dunque si temeva per i loro abitanti. Verso le sette del mattino anche la nostra casa fu occultata. Chi con pala, chi con cazzuola, con secchi, con cucchiai, ognuno a modo suo iniziò a scavare. Verso le dieci raggiungemmo la chiesa e trovammo Don Salmastro che sgranocchiava un rosario bevendoci dietro dell’acquasanta per mandare giù i grani. Intorno alle dodici tutto il paese, glassato dalla bianca coltre, era accessibile tramite cunicoli. Nella piazza fu scavata una grande caverna in grado di contenerci tutti e il sindaco cercò di rassicurarci ma ottenne poco successo perché intanto piangeva. Dalla frazione di Intanè non si avevano ancora notizie. Ricordo che Felicetto, Gianfulcino, Gioconda, Ciclamina e io ci divertivamo un sacco a infilarci nei cunicoli o a crearne di nuovi, in un gioco del nascondino innocente ma che cercava di preservarci dall’orrore di quello che sarebbe stato se solo la terribile nevicata non fosse finita. A metà pomeriggio fu deciso di scavare in direzione verticale e di mettere una vedetta per comunicare costantemente la situazione. Un gruppo di persone salì dall’interno sul campanile della chiesa e scavò per quasi quattro metri prima di affacciarsi al mondo. Nevicava ancora. Ma meno. Ci furono altre ore di angoscia, nessuno di noi era pratico di vita da igloo e gli animali parevano piuttosto spaesati: il muggito delle vacche riecheggiava nei cunicoli parendo quello di mostri mitologici. Infine arrivò il grido ovattato che annunciò a tutti che la nevicata era finita. «Nella piazza iniziarono festeggiamenti che durarono tutta la notte successiva, la polenta scorreva letteralmente a fiumi sui pavimenti ghiacciati e le persone, come cercatori d’oro, si chinavano coi piatti a raccoglierla. 63


«Il mattino dopo, memori dei passi biblici, fu spedita una colomba a cercare terra, sperando che riportasse un ramoscello di ulivo o anche solo una ghianda. Ma non fece più ritorno. La colomba, del resto, non aveva nessun interesse a rientrare dentro alla colombaia dalla quale era stata presa. Dunque decidemmo di legare quattro racchette da tennis alle zampe di un cane e di mandarlo fuori. Stette fuori tutto il giorno e ritornò con un orecchio mozzicato da un lupo, due sole racchette e una pigna incastrata nel collare. Tanto bastava per sapere che fuori di lì c’era ancora vita. «Da quel momento in poi, complice un forte vento meridionale, la neve a poco a poco diminuì, aiutata anche dai nostri camini accesi, e l’indomani rivedemmo il cielo sereno e potemmo constatare che anche la frazione di Intanè stava bene». Al termine del racconto Elio era a bocca spalancata, condizione che durò ancora per poco prima che, a causa del suo disturbo allo stomaco, gracidasse come un rospo in crisi respiratoria. «Caspita nonno! Com’è possibile che questa vicenda non sia riportata da nessuna parte?» «Nessuno mai lo seppe, tranne noi. A quanto pare fu una stranezza capitata solo nella nostra valle, non accadde nulla di simile nelle valli vicine. Per scaramanzia e paura, poi, di comune accordo si decise in paese di non parlarne più. Capisci ora, Elio, perché sarebbe bene che nemmeno tu lo facessi?» Elio annuì, le immagini delle caverne di neve ancora davanti agli occhi. Salutò il nonno e se ne andò via guardando con preoccupazione il cielo. Il vecchio nonno carezzò il cane. «Avrò esagerato?» gli chiese. «Burp!» rispose Deficenzio, e con gli occhi indicò prima l’orologio e poi la ciotola vuota. 64


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Indice della demo 6

Personaggi

9 La scuola di Vermiziano 13 Essere studenti a Vermiziano 23 Il Covo dei dissidenti 31 La guerra delle domande 41 Gli Amici del Morbillaio 47 La casa della Gioconda 57

Intervista a Danilo Giovanelli di Maril첫 Oliva

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La strepitosa nevicata di Vermiziano di Danilo Giovanelli


Indice del libro integrale 6

Personaggi

9 La scuola di Vermiziano 13 Essere studenti a Vermiziano 23 Il Covo dei dissidenti 31 La guerra delle domande 41 Gli Amici del Morbillaio 47 La casa della Gioconda 57 Fuori dalla scuola 61 La riunione 67 La grande bocca del Rospo 73 Il Covo si pone domande 81 Il piano 87 Vecchi Amici 95 La sfida della quinta E 101 I pensieri del vecchio Sumello 103 Elio online 107 I due messaggiai 113 La duplice disfatta 121 Adesso siamo davvero in ballo 127 La giornata perfetta di Tomino 133 Le cantine della scuola 135 Il Covo dissacrato 139 Amici in fibrillazione 143 Gelosie e possessioni 147 Ancora nelle cantine 153 Chi ce l’ha la poesia? 157 Del senno di poi son piene le fosse 159 Tutto va come deve andare 165 Ma la soluzione qual è? 175 Natale a Vermiziano


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Il segreto del Morbillaio - Danilo Giovanelli  

La demo, di 70 pagine, contiene i primi sei capitoli del romanzo (comprensivi delle illustrazioni); un'intervista di Marilù Oliva all'autore...

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